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ARCHITETTURA NELLE PREESISTENZE TRA CONTRORIFORMA E BAROCCO.

“ISTRUZIONI”, PROGETTI E CANTIERI NEI


CONTESTI DI NAPOLI E ROMA

TEMPERIE CONTRORIFORMISTA E PREESISTENZE RELIGIOSE. IL RUOLO DELLA PRECETTISTICA BORROMEANA


Occorre far riferimento alla revisione di liturgie e di apparati della Chiesa Cattolica che, nota come Controriforma,
rappresenta una reazione all’ondata luterana diffusasi nel continente nel primo Cinquecento. Riaffermare le proprie
tradizioni mediante una “re-forma” di significati, strutture e simboli, ricorrendo in maniera fortemente strumentale ad una
ripresa del cristianesimo dei primi secoli.
L’attrazione principale dell’Urbe non sarà costituita tanto dai resti pagani quanto piuttosto da catacombe e grandi
basiliche paleocristiane sulle quali si incentrerà lo studio degli eruditi, l’attenzione dei papi e dei loro architetti.
La riscoperta di luoghi – aree cimiteriali e catacombe, soprattutto – e di edifici simbolo della cristianità delle origini si
accompagnerà all’immediato accaparramento dei frammenti – epigrafici ed umani.
La nascita dell’archeologia cristiana può ascriversi a tale momento storico “di frontiera” tra Rinascimento e Barocco.
Una linea di pensiero caratterizzata da un avvicinamento razionale verso l’antico e da una ricerca di modelli nelle origini
della Chiesa contraddistingue l’impegno – teorico ed operativo – di Carlo Borromeo; le Instructiones Fabricae et
Supellectilis Ecclesiasticae redatte nel 1577 a seguito del Concilio di Trento (1545-1563) rappresentano un utile
compendio di “raccomandazioni” sulla cui falsariga si muoveranno precetti ed indicazioni diffusasi in tutta la penisola nel
corso dei decenni successivi.

● La chiesa sorga il più possibile isolata, rialzata su 3 o 5 gradini


● La pianta sarà a croce latina
● L'orientamento della chiesa privilegia la posizione dell'abside ad Est, o ove non possibile, la facciata a
Mezzogiorno
● Massima cura al deflusso delle acque, alle gronde e agli sporti, per evitare fenomeni del degrado
● La facciata abbia più importanza degli altri prospetti, le aperture rispecchino l'articolazione interna delle navate,
l'accesso alla chiesa sia mediato da portico o vestibolo.
● Le finestre siano preferibilmente rettangolari sormontate da archi e poste in alto onde evitare l'introspezione;
le vetrate siano trasparenti per aumentare l'ingresso della luce.
● Le cappelle laterali siano coperte a volte, rialzate rispetto al piano della chiesa e protette da cancellate.

AMMODERNAMENTI, ADEGUAMENTI E TRASFORMAZIONI DELLA “VENERABILE ANTICHITÀ” A NAPOLI TRA


CINQUECENTO E SEICENTO
Il “restauro del culto cattolico” si diffonderà attraverso tutti i centri urbani della penisola, con più o meno spiccata visibilità;
entro il panorama architettonico coevo.
Questo periodo è contraddistinto da un duplice ordine di questioni nel contesto partenopeo: da un lato si assiste ad una
rilevante impennata nella crescita demografica, dall'altro, ferventi ereticali si diffondono in città sia tra i ceti civili sia
all’interno di gruppi religiosi.
La diffusione di idee ispirate a Juan de Valdés avrà, quale conseguenza immediata, l’ingresso e l’affermazione nella realtà
cittadina di nuovi ordini religiosi miranti a porre un freno alla ventata luterana. Queste determinerà la costruzione di
innumerevoli complessi religiosi ex novo con la conseguente demolizione o trasformazione, spesso radicale, di
preesistenti architetture sacre. Basti pensare ai gesuiti.

Chiesa del Gesù Nuovo: a partire dal 1584, la Compagnia riuscirà ad


acquistare il quattrocentesco edificio già dei Sanseverino, principi di
Salerno, nell’odierna piazza del Gesù, e intraprendere una complessa opera
di demolizione delle strutture precedenti allo scopo di realizzare la propria
Casa Professa. La nuova chiesa sarà costruita entro i limiti imposti dalla
residenza civile quattrocentesca, collocandosi in un primo, provvisorio,
assetto in corrispondenza della corte del palazzo. L’impossibilità e una
resistenza da parte della cittadinanza napoletana determineranno il
riutilizzo del paramento quattrocentesco in piperno a punta di diamante
lungo tre lati perimetrali della fabbrica, rielaborato con nuovi inserti cinque
e seicenteschi.
L'ibridismo della facciata sarà ottenuto progettando la sopraelevazione del fronte preesistente nella parte centrale con
bugne ricavate dai prospetti laterali e chiudendolo in alto con volute in pietra. La quinta dei gesuiti resterà irrisolta
architettonicamente per la mancata realizzazione di un coronamento a timpano ricurvo.
Il portale marmoreo rinascimentale, anch’esso appartenente alla fabbrica civile, verrà riutilizzato quale accesso alla chiesa
e “restaurato” dal 1693 attraverso l’aggiunta di colonne laterali in granito rosso e del frontone spezzato coronato
superiormente da una teoria di angeli. L'impianto tripartito dell’interno sarà denunciato dai portalini laterali ed i
corrispondenti finestroni.

Architetture pagane e fabbriche cristiane. “Restauri” nella chiesa napoletana di


San Paolo Maggiore
A sostenere l’opera di rinnovamento religioso durante ed a seguito del Concilio di
Trento si porranno, accanto ai gesuiti, i teatini che riusciranno ad ottenere una sede
definitiva nella chiesa di San Paolo Maggiore.
Il cantiere teatino si identificherà quale dimostrazione del modo con cui operare un
aggiornato “restauro” di una preesistenza medioevale. Una plurisecolare continuità
di uso contraddistingue l’area ove sorgerà la basilica paolina.
È un tempio di età tiberiana sorto probabilmente su una preesistenza religiosa di
epoca sannitica. Dedicato alla dea Partenope, esso si articolava secondo la consueta
successione di una scalinata, di un pronao a sei colonne frontali e due nei risvolti e
di una cella, forse segnata da semicolonne all’esterno. Il tutto si concludeva con un
architrave con iscrizione dedicatoria ed un ricco frontone con sculture.
La fabbrica pagana viene riutilizzata come chiesa cristiana dedicata a san Paolo,
tra l'ottavo e il nono secolo; la cella templare sarà conservata e suddivisa
internamente in tre navate separate da colonne in granito, riconosciuto il valore del
pronao a colonne si provvederà a preservarlo conferendo ad esso funzione di
sagrato.
Nonostante la fabbrica fosse caduta in un progressivo stato di abbandono, i resti del
tempio pagano continuavano ad attirare eruditi, artisti ed architetti interessati.
Conclusosi il Concilio di Trento, si assisterà all’impianto di un più sistematico
cantiere di “restauro” dell’edificio: gli interventi si concentreranno nel transetto e
nell’abside e dal 1588, si intraprenderà l’allungamento della chiesa verso sud.
Giovan Battista Cavagna progetterà una nuova navata centrale della chiesa di
larghezza corrispondente alla cella templare. In tale occasione, le colonne in granito
verranno reimpiegate per la realizzazione del chiostro “della Porteria” e Cavagna
progetterà il “moderno” prospetto verso il decumano rispettando, ancora una
volta, il pronao tiberiano.
Il sisma del 1688 porta alla perdita di buona parte degli elementi del prospetto e Antonio Guglialmelli progetterà un nuovo
fronte mantenendo in sito quattro delle otto colonne rimaste in piedi, due delle quali erano ancora collegate alla facciata
retrostante e due libere. Vaccaro nel 1712 seguirà un'opera di smontaggio, che riutilizzerà nella navata centrale.

“Antiquitates” medioevali ed aspirazioni innovative a Napoli tra Seicento e Settecento


A paragone di altri contesti urbani – Milano e Roma, in particolare – la trattatistica borromeana giungerà con un certo ritardo
a Napoli e nel Mezzogiorno, verosimilmente a partire dal 1676. Ci fu una grande quantità di cantieri aperti per volontà
della committenza ecclesiastica.
L'atteggiamento nei confronti dei restauri è contraddittorio, se a volte si inneggia alla rinascita delle fabbriche e altre volte
ancora si rimpiange la venerabile vecchia veste. Sempre più ammirazione suscita l'architettura classica e della prima
cristianità. Le vicende che caratterizzano la storia dei “restauri” della basilica di Santa Restituta nel duomo di Napoli si
mostrano emblematiche di una tale dicotomia.

Duomo di Napoli: Di impianto paleocristiano con cinque navate separate da


colonne e capitelli di spoglio, la basilica verrà sottoposta ad una significativa
trasformazione nel corso del secolo quattordicesimo: le navatelle estreme
saranno chiuse per ricavarne cappelle gentilizie mentre gli archi a tutto
sesto tra le colonne verranno rifatti con un sesto rialzato. Tale veste,
complessa e stratificata, costituita da elementi romani ed architettura gotica,
sarà oggetto di contrastanti atteggiamenti, protesi da un lato al suo
“aggiornamento” e, dall’altro, alla salvaguardia dei segni dell'abito
passato.
Sarà il cardinale Innico Caracciolo ad avviare una riconfigurazione in
chiave barocca dello spazio medioevale, includendo le colonne entro
pilastri, rivestendone superfici e capitelli con stucchi e alterandone la percezione illuministica mediante il ridisegno delle
aperture gotiche. Fin dal 1677 il fronte erudito-letterario si ergerà a difesa dell’antichità della basilica, invocandone la
conservazione.
Nonostante i dissensi, il Capitolo metropolitano confermerà la decisione di alterare le strutture medievali. Il dibattito
avrebbe potuto ottenere, forse, anche risultati diversi da quelli oggi visibili se il terremoto del 1688 non avesse arrecato alle
strutture della basilica danni tali da rendere ormai necessario un intervento. Le murature della navata centrale verranno
innalzate di circa nove palmi napoletani (2,40 metri) e nuovi vani rettangolari.
Per risolvere l'umidità ascendente, Guglialmelli solleverà la quota del pavimento
provvedendo a mascherare la modifica effettuata attraverso l’apposizione di nuove basi-
collarini in pietra vesuviana poste in corrispondenza delle colonne di destra. Non
rinuncerà inoltre alle ornamentazioni.
Molteplici episodi in cui la trasformazione o perdita della stratificazione precedente –
giustificata, come rilevato da Sanfelice, in primis per motivi strutturali – costituirà la
norma.
Il “restauro” dell’abside del duomo di Napoli può considerarsi emblematico di un tale
atteggiamento: di fronte ai dissesti della struttura poligonale di età gotica, già
compromessa dalla realizzazione del Succorpo rinascimentale, Paolo Posi inventerà una
scenografica soluzione senza venir in alcun modo condizionato da istanze di conservazione. In risposta alle spinte trasmesse
dalla volta a crociera sulle murature perimetrali, l’architetto senese demolirà la copertura gotica per sostituirla con una volta
più leggera decorata a cassettoni.

PREESISTENZE RELIGIOSE ED INTERVENTI DI “RESTAURO” NEL SEICENTO A ROMA: FRANCESCO BORROMINI E LA


BASILICA DI SAN GIOVANNI IN LATERANO
A partire dalla metà del Cinquecento e per un secolo circa, la città di Roma vivrà un’impennata demografica estremamente
accentuata, si rifletterà in una sempre più fitta diffusione di fabbriche e cantieri sia civili che religiosi. Se guardiamo la pianta
di Roma nel 1676, la città inizia ad assumere la forma di una città moderna. Riconosciamo dei programmi urbanistici molto
importanti quali ad esempio una serie di assi che inquadrano visivamente diverse basiliche come Santa Maria Maggiore. Si
cominciano a tracciare moltissime strade, tra i quali ricordiamo il piccolo e il grande tridente, interventi molto massicci che
partono con l'introduzione di papi come Sisto V.
I “restauri” delle grandi basiliche di Costantino, da San Paolo fuori le mura, a San Pietro e a San Giovanni in Laterano
assumeranno un significato che travalica le motivazioni strettamente tecniche degli interventi per assurgere il ruolo di punti
focali di un percorso celebrativo tutto incentrato sulla riaffermazione delle radici della cristianità.

Borromini lavora molto sulle preesistenze.


San Giovanni in Laterano, 1650: È una delle prime chiese fondate da
Costantino dopo la liberazione del culto cristiano. Era una chiesa a cinque
navate con impianto basilicale, che aveva già avuto ai tempi di Borromini
importanti trasformazioni.
Borromini aveva in mente di immaginare uno spazio completamente
barocco con una nuova pianta, ma il cardinale Virgilio spada, incaricato
del papa, impone dei limiti e delle regole. Ulteriore difficoltà per Borromini
era la scadenza di 4 anni in quanto doveva essere inaugurata nel 1650 cioè
l'anno sacro. Le cose da conservare sono il pavimento medievale, il
cassettonato, alcune delle colonne e la zona presbiteriale. Borromini cerca
una soluzione che non fosse troppo complicata da fare in quanto si
tratterebbe di demolire e ricostruire i pilastri senza toccare però la parte
superiore.
“Citando” il portico preesistente del XII secolo costituito da colonne
architravate, Borromini concepirà un’architettura contraddistinta dalla
successione di cinque arcate – corrispondenti alle navate interne – e
nobilitata dalla presenza di una concavità centrale segnata sui lati da
colonne. L’intenzionale volontà di mettere dialetticamente a confronto la
preesistenza e la più moderna aggiunta si sarebbe attuata mediante la
conservazione, alle spalle del pronao barocco, della quinta medioevale
grezza in mattoni, Borromini quindi progetta una grande travata ritmica
che alterna dei setti e delle grandi aperture. Lo stesso in maniera più piccola viene realizzato per le navate laterali dove
realizza dei nuovi pilastri che consentono però di avere una relazione con il precedente assetto. Questi setti non sono
totalmente pieni anche per ragioni strutturali (per non gravare sulle fondazioni in maniera eccessiva), i muri sono alleggeriti
quindi con delle nicchie in cui trovano spazio delle statue di santi e che consentono di prendere le colonne laterali
preesistenti e utilizzarle come elementi ai bordi di questo tabernacolo. Le antiche murature della navata centrale saranno
rafforzate mediante l’ispessimento delle stesse verso l’esterno. Le finestre gotiche vengono demolite e riaperte in grandi
aperture quadrangolari, immagina di realizzare dei grandi oculi in cui non ci sono decorazioni, ma la muratura in laterizio
della chiesa antica. Per Borromini l'interno doveva essere una grande struttura portante, ma gli viene impedito per la
conservazione del cassettonato.

La vita di Borromini si intreccia con quella del Bernini nel cantiere del Pantheon: diventata dal ‘600 d.C. una chiesa dedicata
a Santa Maria ad Martyres, dato che è stata utilizzata non era in grande stato di degrado, nonostante fosse molto antico.
All'epoca del Bernini è un edificio attorniato da una serie di case, il lato sinistro del pronao era molto degradato, mancava
un pezzo del timpano e le colonne non erano complete come, ad esempio, la mancanza di capitelli.
L'intervento sul capitello del lato sinistro del 1629 era attribuito al
Bernini mentre in realtà era stato realizzato dal Borromini, insieme
all'impresa Facelli, Castelli e Radi, poiché nasce come scultore e prima
di diventare famoso come architetto realizza questi piccoli
accorgimenti.
Le strutture del Pantheon saranno oggetto di una fitta serie di
interventi che prenderanno avvio dalla cogente necessità di ricavare
materiale prezioso per le colonne del baldacchino in San Pietro e, non
ultima, di migliorare le artiglierie pontificie di Castel Sant’Angelo. In
relazione a ciò Urbano VIII Barberini (1623-1644) ordinerà di
«smantellare il Portico della Chiesa di Santa Maria Rotonda”.
Già nel ‘25 del ‘600 viene smontato l'apparato bronzeo e realizzato un
piccolo intervento di restauro, in quanto viene demolito un campanile
romanico e realizzate le due “orecchie”, ovvero i due campaniletti successivamente demoliti a fine ‘800.
Il papa affida all'impresa nel 1629 la realizzazione del capitello, che deve in qualche modo essere nuovo ma accordarsi con
quelli antichi. È davvero una delle prime operazioni di restauro, non scritta, ma affronta già una serie di questioni moderne:
si deve immaginare un capitello composito che, allo stesso tempo, celebri la committenza. Questo viene realizzato inserendo,
nel capitello composito, lo stemma di famiglia ovvero l'ape dei Barberini

BERNINI “RESTAURATORE” NELLA CHIESA ROMANA DI SANTA MARIA DEL POPOLO


Uno spiccato interesse per l’architettura, unito ad una curiosità intellettuale nei riguardi degli studi storico-archivistici,
connoterà il pontificato di Alessandro VII Chigi (1655-1667) e si tradurrà in una serrata attività edilizia alla scala urbana
ed architettonica.
Gian Lorenzo Bernini era il prediletto di papa Chigi, cosa che lo aiuterà molto nelle commissioni che culminarono nella
Progettazione del colonnato di San Pietro.
Alessandro VII comincia ad immaginare in maniera più netta di liberare
il Pantheon dalle costruzioni che lo attorniavano e di completare
l'intervento sul pronao sostituendo un setto che era stato posizionato
per sostituire le colonne andate perdute. Propone di portare due colonne
di spoglio dalla zona di San Luigi dei francesi, quindi colonne romane, e
collocarle al margine. C’era la necessità di collegare le quote del pronao
e della piazza, aumentata a partire dal medioevo.
Il papà chiede a Bernini di realizzare la decorazione interna della
cupola, collocando nei lacunari dei simboli del proprio papato ovvero
stelle e monti. L'architetto però rifiuta poiché dice di non possedere il “talento atto alle mutazioni”, anche se sostanzialmente
riteneva che l'opera fosse già troppo bella per mettervi mano e modificarla. Alessandro VII quindi si rivolge a delle
maestranze minori per portare avanti questa operazione, che viene interrotta alla sua morte e rimossi i simboli del papato
da papa Clemente IX.
Alessandro Chigi inoltre ridefinisce l’attico, di cui sopravvive successivamente soltanto un pezzetto, frutto di restauri
successivi, che ci fanno comprendere come era in età romana. Verso la seconda metà del ‘700, le case attorno vengono in
parte demolite, l'ultima sarà demolita negli anni ‘30 del Novecento e il pronao viene finalmente fuori nella sua integrità.

Santa Maria del Popolo: La chiesa sorgeva su un possedimento della famiglia Chigi che si trova a Piazza del Popolo a nord
della città. Alessandro VII chiede a Bernini di ridecorarla. Si tratta di una chiesa degli anni Settanta del Quattrocento, che
ha un'identità molto forte ma che al papà non piace per l'assenza di decorazioni. L’architetto seicentesco svilupperà un
programma condotto per apposizione piuttosto che per sottrazione, per aggiunta
piuttosto che per radicale “riduzione” dell’antico.
L’invaso chiesastico, contraddistinto da tre navate con cappelle laterali, scandito
da pilastri con semicolonne addossate e coperto nella nave principale da crociere
a spigolo vivo, sarà interessato da un intervento mirante con evidenza
all’arricchimento dell’austera preesistenza piuttosto che ad operazioni di
consolidamento strutturale. Bernini fa una serie di operazioni che ricorrono alle
regole di San Carlo Borromeo, come ad esempio sostituire le finestre bifore
con finestre quadrangolari, inserire degli elementi decorativi che danno più
continuità alla navata.
L’evidente volontà di un arricchimento decorativo dell’interno si accompagnerà,
all’esterno, ad un più equilibrato intervento con limitate alterazioni della
facciata quattrocentesca della chiesa. Bernini rimuove il rosone a ruota di
timone e realizza un grande oculo finestrato per far entrare più luce, va a
sostituire le volute con dei timpani spezzati e raccordati con elementi vegetali, va
sormontare la croce con dei monti, simbolo della casata papale, e realizza una
gradonata ricurva che si raccorda con la sistemazione della piazza.
L’antica Porta Flaminia, inserita entro le mura aureliane, aveva subito un primo
assetto contemporaneamente alla ricostruzione quattrocentesca della chiesa di
Santa Maria del Popolo, con la
costruzione di due torrioni su pianta
quadrata addossati all’esterno. La Porta si presenterà alle maestranze
seicentesche ad un unico fornice inquadrato da una coppia di colonne doriche
trabeate e dotata di un attico unicamente all’esterno, con parti fatiscenti
soprattutto sui lati. L’intervento voluto da Alessandro VII si concentrerà, pertanto,
su quest’ultimo entro un più ampio piano di allestimento barocco dello spazio
della piazza. Il prospetto interno della Porta sarà arricchito da colonne libere
binate provenienti dal transetto della basilica vaticana e il registro superiore sarà
arricchito con gli stemmi della casata papale Chigi.

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