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Biagi

Conseguì il diploma di laurea all’Istituto di Studi superiori di Firenze con una tesi
riguardante il Novellino, poi pubblicata nel 1880 da Sansoni, nel curriculum di Biagi
predomina la filologia che gli sarà utile nel mondo delle biblioteche. È riconosciuto
come uno dei più abili ed innovativi bibliotecari del suo periodo e fu tra i 16
fondatori della Società bibliografica italiana, l’unico bibliografo fra bibliotecari. Fu
anche letterato e pubblicista oltre che bibliotecario, strinse una forte amicizia
proprio con Giulio Cesare Sansoni ed alla sua scomparsa divenne consulente
editoriale della casa editrice da lui precedentemente fondata; pubblicò un gran
numero di importanti collane di ottima qualità mantenendo rapporti diretti con i
singoli curatori per assicurarsi la qualità redazionale dei volumi. Essendo anche un
grande organizzatore di eventi culturali di vario tipo gli venne attribuito l’aggettivo di
aracne infaticabile. Fu il più importante mediatore delle novità estere in ambito
biblioteconomico e questa sua apertura verso l’estero, in particolar modo verso
l’America, in questo periodo non era affatto scontata; questa sua apertura per la
dimensione biblioteconomica internazionale è proprio l’aspetto che principalmente
definisce il suo carattere. Partecipò costantemente a numerosi convegni nei quali
ebbe la possibilità di confrontarsi con il panorama degli altri paesi, a facilitare questi
rapporti si propone il suo essere anglofono per una tradizione cosmopolita di
famiglia; a lui si deve la traduzione per lo più di diversi testi di scrittori inglesi e
francesi. Può essere quindi definito un precursore di una biblioteconomia
modernamente concepita sulla base della cooperazione e dello scambio
internazionale. Apprezzò le potenzialità del brevetto di Jewett per la stampa delle
schede catalografiche e fu seguace delle riflessioni di Cutter noto per il catalogo a
dizionario, avendo intenzione di tradurre sia l’opera di Jewett sia le regole di Cutter.
Ricevendo ospiti illustri svolgeva de facto un servizio di reference illustrando le
collezioni pregiate arricchendolo con una visita guidata.
Battisti
Nacque a Trento nel 1882, in territorio austriaco, si laureò in Lettere a Vienna ed a
partire dal 1906 lavorò nella Biblioteca Universitaria di Vienna ed ottenne la docenza
in romanistica nella stessa università dal 1909; vi insegnò fino alla chiamata alle armi
nel 1914, combattè sul fronte russo ma fu deportato assieme al fratello in Siberia e a
lui è offerta la possibilità di insegnare francese all’università di Tomsk. Condivide la
prigionia assieme al fratello fino al 1918, anno della rivoluzione d’Ottobre, che segna
la dissoluzione dello Stato russo e la pace fra Austria e Russia. Decide quindi di
ritornare a Vienna per vedere la moglie e con la speranza di riprendere la sua
carriera di insegnante universitario, ciò gli viene però impedito dall’accusa dei
colleghi di aver scritto testi antiaustriaci. Tornato in Italia viene assegnato dal
Comando dell’esercito alla biblioteca di Gorizia, il suo primo impegno fu il recupero
e la riorganizzazione delle raccolte rientrate dopo la dispersione fra il fronte e la
Biblioteca Laurenziana; gestì anche la catalogazione dei libri ed il restauro dei locali,
riuscì così non solo a gestire efficacemente la biblioteca nel contesto post-bellico,
ma riuscì anche ad attuare una vera politica culturale per definire un’identità alla
principale istituzione pubblica della Gorizia.
Nel 1925 fu chiamato all’università di Firenze per la cattedra di linguistica romanza
ma per i suoi trascorsi da bibliotecario venne poi coinvolto nell’attività della Scuola
speciale per bibliotecari ed archivisti paleografi di Firenze, insegnò Biblioteconomia
e Bibliografia. È in questo periodo che da un importante contributo a quella che è la
formazione dei bibliotecari, la scuola fu istituita nel 1926 e riprese la scuola che dal
1880 esisteva nell’Istituto degli studi superiori di Firenze, dedicata alla formazione di
archivisti e paleografi. Il dibattito sulla formazione dei bibliotecari interessa l’Italia
negli ultimi anni dell’Ottocento, già Biagi propose un percorso di formazione
universitaria poi arrivato nel 1923; Padova, Bologna e Pisa istituirono corsi ma
Battisti sottolineò la specificità della Scuola speciale di Firenze. Firenze vantava la
presenza di luoghi come l’Archivio di Stato e la Biblioteca Medicea, la Scuola speciale
proponeva non solo due corsi di laurea distinti (bibliotecario o archivista paleografo)
ma preparava gli studenti tecnicamente al governo delle biblioteche. Lui ne fu
direttore dalla morte di Schiapparelli fino al 1952, anno in cui iniziò la crisi
dell’istituto che culminerà nel 1956 con la chiusura di quest’ultimo da parte del
Ministero della Pubblica Istruzione per mancanza di iscrizioni (nello stesso anno fu
però istituita a Roma una Scuola speciale per archivisti e bibliotecari). Definendo gli
scopi di queste scuole prese le distanze dall’impostazione anglosassone rifacendosi
alla classica tradizione europea, ritiene che la scuola debba formarlo da un punto di
vista tecnico ed in quelle che sono le prime nozioni pratiche, la sua formazione sarà
poi ultimata soltanto quando si ritroverà nell’esercizio dei suoi doveri; questa
considerazione segna quindi un serio cambio di rotta rispetto alla precedente
divulgazione del pensiero anglosassone operata da Biagi.
Barberi
Nasce a Roma nel 1905 e vi morirà nel 1988, si laurea nel 1929 all’università di Roma
in Filologia specializzandosi in Paleografia e Diplomatica, dal 1933 al 1935 è
bibliotecario alla Centrale di Firenze e sarà poi soprintendente fino al 1943 delle
biblioteche della Puglia per poi lavorare fino al 1952 alla biblioteca Angelica di
Roma. La sua vita professionale è raccontata nelle “Schede” curate da Diego
Maltese, ascrivibili al genere dell’autobiografia professionale ed intellettuale, sono
definite il diario di bordo della sua vita professionale. L’incaricò che rivestì dal 1935
gli permise di conoscere la realtà meridionale, uno spaccato di storia nazionale a cui
partecipò direttamente quando si finse postino per i gruppi antifascisti romani e
pugliesi; in questo periodo i bibliotecari italiani si mostrarono solitamente tiepidi
nella militanza politica a favore o contro il regime, l’adesione manifestata e negli
scritti ufficiali era formale e con fatica tollerata (si tesserarono al partito solo per
non perdere il posto di lavoro). In questo percorso professionale Barberi trasmette
ciò che ha potuto osservare come civili servant, ovvero gli accartocciamenti
dell’amministrazione centrale verso il mondo delle biblioteche; prima di lui già Biagi
aveva sottolineata la necessità di un connubio fra scuola e biblioteca che devono
aiutarsi vicendevolmente per supportare il percorso formativo dell’alunno ed
accompagnarlo nelle letture professionali e complesse nella vita adulta. Fu inoltre
fra i primi della sua generazione a porre il bibliotecario nei termini di un
professionista specializzato, anche se lo statuto tecnico-professionale del
bibliotecario era, per la maggior parte, da costruire; i modelli stranieri anglosassoni
e nordici erano quelli verso cui guardare.
Dainotti
Appena conseguita la laurea in Lettere e il diploma in paleografia, archivistica,
diplomatica e in biblioteconomia, inizia a lavorare presso la Biblioteca nazionale
Braidense di Milano; è nominata responsabile della Biblioteca Governativa di
Cremona nel 1936, a soli 26 anni. Conserva l’incarico fino al 1942: riorganizza
l’istituto e segue il trasferimento della biblioteca nella sede di Palazzo Affaitati. Nel
1938 inaugura la sala per ragazzi, la prima in Italia, sul modello della public library.
Nel 1939 sposa il prefetto di Cremona, Pietro Carini, e nel 1943 si trasferisce a Roma,
dove dirige la Biblioteca di storia moderna e contemporanea; segue la Commissione
ministeriale per la revisione delle Regole per la compilazione del catalogo alfabetico
per autori. Dal 1958 è Ispettore generale del Ministero della Pubblica istruzione.
Partecipa attivamente al dibattito biblioteconomico del dopoguerra sostenendo il
modello di una biblioteca pubblica aperta a tutti e intesa come strumento di crescita
democratica. Suo obiettivo principale del periodo è l’organizzazione del Servizio
nazionale di lettura (SNL). Dal 1967 è inserita nella commissione per i rapporti col
Parlamento per il servizio di pubblica lettura e, sul finire degli anni Settanta,
partecipa ai primi incontri per la realizzazione di un sistema bibliotecario nazionale.
Nel 1970 è nominata Presidente della Biblioteca pubblica e Casa della cultura
Fondazione Achille Marazza di Borgomanero (Novara). Muore a Roma il 26 maggio
2003. Entrata tuttavia in forte polemica con la diffusa visione marxista che si
proponeva di imprimere una svolta nel mondo delle biblioteche italiane secondo
una linea ideologica da lei non condivisa, scontò dagli anni Settanta una
marginalizzazione progressiva. Non vennero adeguatamente raccolti i suoi appelli
alla professionalità, all’etica del lavoro bibliotecario, al diritto di informazione in
biblioteca come diritto di accesso a una pluralità di informazioni, alla lotta a ogni
tipo di censura, anche quella nutrita delle migliori intenzioni. D’altronde, non fu
realmente possibile alla Carini Dainotti, la cui attività coincide con la lunga stagione
dei governi democristiani degli anni Cinquanta e Sessanta, realizzare se non in
minima parte i suoi progetti: denunciò costantemente la dispersione di denaro
pubblico in tante minime iniziative senza futuro, come pure la gestione clientelare
dei posti di lavoro in biblioteca che deprimeva la professionalità, della quale fu
sempre lucida sostenitrice. Aveva in più occasioni sottolineato. Virginia Carini
Dainotti ha dedicato tutta la sua vita alla crescita della professione bibliotecaria in
Italia; è stata tra le massime sostenitrici della public library, ovvero del modello di
biblioteca pubblica americana rivolta all’intera comunità dei lettori, un luogo
abituale di frequentazione di ragazzi e adulti, in grado di offrire un servizio di lettura
e di informazioni bibliografiche e di comunità quale diritto primario di ogni cittadino.
Carini Dainotti scrive: «Il servizio delle biblioteche, in un paese culturalmente
arretrato come il nostro, era almeno tanto urgente quanto il servizio scolastico, non
solo perché la biblioteca integra continuamente, a tutti i livelli, dalle elementari
all’università, l’opera della scuola; ma perché anzi la biblioteca può sostituire, sopra
il livello elementare, l’opera della scuola». Il servizio della biblioteca «avrebbe
potuto accelerare l’evoluzione necessaria della nostra economia agricola in
economia industriale e trasformatrice, mentre poi avrebbe potuto offrire
un’occasione di rinnovamento e di ammodernamento a certa nostra borghesia di
provincia, così legata ancora a schemi ottocenteschi e perciò pesantemente passiva
nello sforzo di trasformazione in senso moderno ed europeo della nostra società».
Carini Dainotti – in un linguaggio moderno, direi attuale, incluso il richiamo
all’Europa – carica la biblioteca di un’aspettativa e di una funzione che possono
apparire perfino eccessive, che tuttavia denotano l’importanza posta nel servizio di
emancipazione sociale che essa può elargire. Con il passare del tempo si incrina la
fiducia nell’operato dei governi. Carini Dainotti comprende che il ceto politico è
disinteressato alle biblioteche o le usa strumentalmente. Ribadisce incessantemente
che la politica delle biblioteche sul territorio nazionale deve essere coordinata
centralmente e unicamente dalla Direzione Generale delle Biblioteche e che le
biblioteche di qualsiasi tipologia debbono essere affidate alla gestione di personale
competente, di bibliotecari professionali.
Casamassima
Nasce a Roma nel 1916 e compiuti gli studi superiori al Collegio Nazareno nel 1934 si
iscrive alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma, laureandosi nel 1938-
39 con una tesi in Storia del diritto italiano; nello stesso anno è chiamato al servizio
militare con il ruolo di comandante di plotone ed addestratore partecipando alle
prime operazioni sul fronte dei Balcani. Dal 1943 fino alla liberazione di Roma farà
parte della resistenza romana F.M.C.R., al termine della guerra da civile abbandona
la carriera da avvocato partecipando al concorso per vice-bibliotecario nei ruoli
statali nel 1947. Otterrà dal 1949 la possibilità di lavorare alla Biblioteca Nazionale
Centrale di Firenze lavorando nelle sale di consultazione, nel 1950 terminerà la sua
formazione da bibliotecario, frequentando la Scuola per bibliotecari ed archivisti
paleografi di Firenze; nell’Ateneo dell’università in questo periodo sarà assistente
delle cattedre di paleografia e storia medievale ancora prima di laurearsi. Come
maggiore collaboratore di Anita Mondolfo viene coinvolto nella redazione di un
Indice Nazionale di soggetti, lavoro che porterà alla pubblicazione nel 1956 del
Soggettario per i cataloghi delle biblioteche italiane; a partire dallo stesso anno
coordinerà i lavori preparatori per la nuova Bibliografia nazionale italiana (il cui
primo volume sarà pubblicato due anni dopo). Dal 1962 fino al 1965 lavorerà alla
Biblioteca Nazionale di Roma come responsabile della sezione manoscritti rari,
tornato nuovamente a Firenze diventa direttore della Biblioteca Centrale fino al
1970, anno in cui è collocato a riposo.
È direttore della biblioteca in un periodo complicato, quello dell’alluvione del 1966
che mette seriamente alla prova le sue abilità gestionali ed organizzative, tuttavia è
a lui che si devono il recupero, la ri-catalogazione e restaurazione di molti dei volumi
che furono danneggiati dal fango; metterà in atto un programma di restauro a
partire dal 1967 che si concluderà solo due anni dopo. Nei primi anni settanta
continuerà ad occuparsi di biblioteche, in particolar modo tramite interventi in
favore di un rinnovamento del sistema bibliotecario italiano, secondo lui attuabile
con l’istituzione delle Regioni; era necessario un totale ripensamento della struttura
centrale e periferica che amministravano, non solo biblioteche, ma anche più in
generale tutti gli istituti culturali italiani. Questo suo progetto tuttavia non fu mai
attuato e si sviluppò l’idea dell’impossibilità di poter creare in Italia un sistema
bibliotecario funzionale. Considerava la biblioteca un organismo complesso
diacronicamente e sincronicamente, il comprendere questo aspetto della biblioteca
era proprio ciò che avrebbe permesso di avere chiare le funzioni di essa, e
necessaria per poter impostare le politiche dei sistemi bibliotecari, così come quelli
delle singole biblioteche. Essa rivestiva due ruoli principali nella società: il primo,
attivamente, la individuava come istituto che produce cultura; il secondo,
passivamente, la individuava come istituto che documenta e tutela la memoria della
produzione editoriale, in particolare il libro ma in generale in tutte le sue forme.
Partecipando a molti contesti d’avanguardia per la costruzione e scelta di nuovi
strumenti di lavoro, si mostrò con forza come figura di intellettuale militante ed
interpretatore dello spirito riformatore del periodo; affrontava il problema ed in
base a come esso si mostrava elaborava le soluzioni ed idealizzazioni più adatte al
contesto, agendo in parte senza filtri ideologici, ma allo stesso tempo le sue azioni
erano permeate dalle ideologie del periodo.
Marion Schild
Nasce nel 1907 a Fiume, ancora parte dell’Impero Austro-Ungarico, essendo di
origine ebraica i primi anni della sua vita furono caratterizzati da numerose fughe
verso “rifugi” sicuri; la prima di esse corrisponde al 1914, inizio della prima guerra
mondiale, durante la quale assieme alla madre ed i fratelli fuggì prima a Monaco e
successivamente nel 1917 a Budapest. Torneranno a Fiume nel 1918, tuttavia nel
1919 i legionari di d’Annunzio presero la città e per la famiglia di Marion, malvista
dai nazionalisti per la contrarietà all’annessione al Regno d’Italia, fu difficile
continuare a viverci; nel 1922 si trasferiranno a Monaco, è proprio qui che completò
i suoi studi superiori e dopo di che si laureò all’Università di Monaco. Continuò a
vivere in Germania fino all’ascesa di Hitler al potere, il fratello e la sorella già in
precedenza lasciarono il paese rispettivamente per l’Inghilterra e gli Stati Uniti, i
genitori si allontaneranno in seguito alla notte dei cristalli del 1938; Marion seguirà
la sorella in America, sarà proprio a New York che conseguirà il diploma di
bibliotecario all’Università della Colombia. Lavorerà in seguito nella biblioteca
dell’università per cinque anni come catalogatrice. Dal 1946 inizia a lavorare nella
Biblioteca del Congresso come senior cataloger ottenendo nel 1950 il Superior
Accomplishment Award per il catalogo della collezione Rosenwald, plubbicato
quattro anni dopo; dal 1952 al 1964 rivestirà numerosi incarichi di particolare
importanza. L’anno di svolta è il 1965 durante il quale il Congresso aveva approvato
l’Higher Education Act, secondo il quale le Biblioteca del Congresso era incaricata di:
1) Acquistare tutto quello che veniva pubblicato nel mondo, per soddisfare
questo primo compito si servì, sia di propri ordini a commissionari locali, sia di
accordi per l’invio alla Biblioteca di copie delle pubblicazioni ordinate
all’estero;
2) Provvedere all’informazione bibliografica relativa al materiale acquisito, per
soddisfare questo obbiettivo, tenuto conto dell’insufficienza di catalogatori di
fronte ad un tale programma, avrebbe utilizzato le registrazioni catalografiche
delle bibliografie nazionali straniere.
L’Italia fu uno dei primi paesi ad essere incluso in una lista di cui la Biblioteca del
Congresso avrebbe cercato di assicurarsi la cooperazione, nel 1966 vennero discussi
i modi di tale cooperazione e così l’Italia, fu parte di questo programma di Shared
Cataloging; la gestione di questo programma fu affidata nel 1967 proprio a Marion
Schild. Solitamente gli accordi vertevano: sul concedere alla Biblioteca del Congresso
di ottenere una copia delle bozze definitive delle bibliografie nazionali ricavandone
schede provvisorie; l’acquisto di nuove pubblicazioni e l’elencazione delle opere
ancora non pervenute alla bibliografia nazionale con preparazione delle schede ad
esse relative.
La partecipazione al programma, non solo permetterà in futuro l’accesso dell’Italia al
programma MARC (che avrebbe facilitato l’introduzione del paese nel panorama
internazionale delle informazioni bibliografiche), ma avrebbe concesso al servizio
della Bibliografia nazionale un maggiore controllo sulla produzione editoriale
nazionale. La preparazione e capacità di Marion Schild facilitarono i rapporti di
lavoro con i colleghi italiani; sarà lei a gestire il centro della Biblioteca del Congresso
fino al 1973, fino al 1980 (anno in cui il centro sarà chiuso dalla Biblioteca per
mancanza di fondi) sarà il collaboratore Carlo Arcangeli a gestirlo. La partecipazione
dell’Italia al programma si concluderà poi nel 1984 per via di una decisione che
sosteneva che, la bibliografia nazionale italiana, potesse trattare solo libri
“accessionati”, che avessero numero di ingresso e collocazione in una biblioteca
italiana. Tornata in America e ripreso servizio alla Biblioteca, continuò a lavorarvici
fino a quando andò in pensione nel 1977, continuò comunque ad occuparsi di libri
antichi fino al 1999 anno in cui si trasferì a Roma, tornata nuovamente nel 2001 in
America abitò a Brooklyn fino a quando morì nel 2003.
Maltese
Nasce a Catania nel 1928 laureandosi nel 1948 alla Facoltà di Lettere dell’Università
di Catania, si iscriverà nel 1950 al corso di perfezionamento in Filologia classica
dell’Università di Firenze conseguendone il diploma nel 1953; dal 1951 lavora però
alla Centrale di Firenze per tre anni, ricoprendo da qui in poi numerose altre cariche
in numerose altre biblioteche universitarie italiane. Dal 1958 si occuperà anche della
Bibliografia Nazionale Italiana diventandone presidente fino al 1973, sarà anche
scelto come membro della delegazione italiana inviata al Congresso sui Principi della
Catalogazione di Parigi del 1961; verrà scelto inoltre come relatore della
Commissione ministeriale che elaborerà la RICA del 1979, oltre ad essere autore di
numerosi testi sulla catalogazione, indicizzazione semantica, sistema bibliotecario
italiano ecc. Importante fra questi è il volume “Principi di catalogazione e regole
italiane” voluto da Barberi.
Di ritorno da Parigi nel 1961, assieme agli altri membri della commissione ritiene che
il testo delle Risoluzioni finali, fosse diffuso ed accolto nella normativa catalografica
italiana; mentre Barberi ed Ascarelli credono sufficiente una revisione, lui è dell’idea
che il codice italiano debba essere ripensato. Mentre Barberi sostiene che, per via
dell’aderenza dei Principi di Parigi alla tradizione catalografica, e per il fatto che
anche il codice italiano si basa sulla stessa tradizione, i Principi approvati a Parigi
possano essere rappresentati da una o l’altra norma italiana; Maltese coglie
l’evoluzione storica dei Principi sottolineando che le normative italiane, pur
apparendo come ispirate allo schema dei Principi, presentano incoerenze di
carattere formale. Sostiene che i Principi siano l’esplicazione teorica sulla cui base si
debba sviluppare una nuova normativa nazionale. Sarà lui a costituire le basi del
nuovo codice nel volume “Principi di catalogazione e regole italiane” del 1956, il
riferimento alla letteratura internazionale è presente per ricollegare la catalogazione
italiana alla tradizione internazionale; Revelli accoglierà per primo la discussione di
Maltese poi lo farà anche Ascarelli. Proseguirà la revisione dei Principi con “Elementi
di catalogazione per autori” del 1966, affermando di dover separare i problemi legati
alla scelta da quelli legati alla forma dell’intestazione. Definisce il catalogo come uno
strumento di comunicazione legato alle abitudini sociali e mutare delle esigenze di
chi lo usa. Affronta anche il problema dell’autore collettivo poco definito nelle
regole del 56, le opere realizzate da una collettiva di autori dovrebbero essere
elencate sotto quella collettiva (questa innovazione fra l’altro si ricollega ad una
delle principali novità introdotte dai Principi, il fatto che anche il nome di un ente
può essere intestazione catalografica); l’intestazione per Maltese non deve essere
un’attribuzione di paternità, costituisce un meccanismo di ordinamento e recupero
parte del sistema di costruzione del catalogo.
Dopo la Conferenza di Parigi Barberi riesce ad ottenere nel 1967 il permesso, del
Ministero della pubblica istruzione, di costituire la commissione che applicherà nella
normativa italiana i Principi, scegliendone lui i membri; punta a bibliotecari che per
quanto esperti siano anche estranei alla commissione che aveva firmato le norme
del 56. La Commissione lavorerà come può, incontrandosi solo di tanto in tanto e
non ricevendo alcun aiuto dal Ministero, è in questo primo periodo che Maltese, ci
tiene a specificare che il codice a cui dovranno lavorare non può essere solo, un
aggiornamento delle norme del 56; si dovrà fondare su principi inequivocabili ed
universali e non dovrà prevedere soluzioni per casi specifici. Fra i vari punti discussi
dalla commissione ci sono: scelta e forma dell’intestazione; nome dell’autore;
autorità territoriali; descrizione ecc. Nel 1975 la Commissione riprende la sua attività
ultimando l’ultima fase di redazione del codice fino alla sua pubblicazione definitiva
avvenuta nel 1979.
Serrai
Nasce nel 1932 a Rovigno d’Istria, ancora parte dell’Italia e durante il suo periodo di
studi, l’ultimo anno di liceo, pur ricevendo uno stipendio come lo studente
meritevole, non essendo iscritto alla Gioventù comunista, venne mandato per
qualche settimana ai lavori forzati; esonerato dalla maturità per aver conseguito il
massimo dei voti l’ultimo anno, durante questo periodo è anche il fiduciario della
biblioteca della scuola. È uno dei massimi studiosi di Bibliografia dell’ambiente
scientifico italiano ed internazionale, stabilendo principi in connessione con alcune
grandi discipline che gravitavano intorno ad essa; ha avuto almeno tre stagioni
principali in ambito biblioteconomico, bibliografico e di storia della bibliografia.
Nell’opera “La bibliografia come febbre di conoscenza” parla della febbre intesa
come l’attività di costruire bibliografie e biblioteche, intesa quindi come un segno di
vitalità e curiosità intellettuale; definisce le biblioteche più grandi come contagiose.
Questa immagine ritorna spesso anche in un’opera di Gabriel Naude, da lui tradotta
in italiano, che tratta dell’allestimento della biblioteca, da questo punto di vista
Serrai si concentra sul concetto dell’economia delle opere; la sua idea centrale
consiste nell’unità e sistematicità del sapere, che si concretizza nella teoria e pratica
dell’organizzazione delle risorse. Ciò implica:
1) Il rispetto delle specifiche raccolte librarie;
2) La creazione di un’architettura bibliografica sistematica;
3) La definizione della biblioteca in base alla sua specificità culturale e valore
scientifico;
4) Riconsiderazione del ruolo delle biblioteche centrali di Firenze e Roma, con
l’eliminazione delle altre biblioteche nazionali;
5) Ripensamento del controllo bibliografico e dei criteri di redazione della
Bibliografia nazionale italiana.
Questa sua elaborazione si è purtroppo scontrata frequentemente con l’arretratezza
di bibliotecari e biblioteche italiane. Il concetto di sistematicità del sapere implica
che così come la Biblioteca non è semplice raccolta di libri, anche la Bibliografia non
è semplice elencazione di libri; Serrai definisce la Bibliografia come mappa del
sapere, azione intellettuale specificando la necessità della rifondazione di essa di
fronte al contesto digitale.
Ebbe un rapporto problematico con molti studiosi di Bibliografia eccezion fatta per
Barberi e Casamassima, con la “Biblioteconomia come scienza” è stato un libro di
rottura; il primo vero saggio scritto a livello scientifico sulla Biblioteconomia che
come tutti gli altri saggi pubblicati durante il suo periodo biblioteconomico, è stato
considerato un’opera fondamentale. Ha anticipato tematiche fondamentali come
l’informatica nelle biblioteche, la valutazione del servizio bibliotecario, il sistema
bibliotecario italiano.
Revelli
Nasce a Torino nel 1926, città nella quale compiuti gli studi superiori consegue il
diploma di laurea in Paleografia, diplomatica ed archivistica nel 1948, anche se già
dal 1944 lavora nella Biblioteca Civica, occupandosi del servizio di prestito e
distribuzione e successivamente di quello di consultazione e catalogazione; dal 1972
inizierà a svolgere funzioni di direttore fino al 1985, anno del suo ritiro. A Revelli si
deve lo sviluppo del sistema bibliotecario torinese con l’istituzione di otto nuovi
sedi, la riorganizzazione dell’ufficio acquisti della Biblioteca Civica e l’istituzione del
centro-rete, pensato per l’acquisto e distribuzione dei libri alle varie biblioteche
torinesi. Nel corso della sua carriera ha però partecipato anche alla redazione della
RICA, del Nuovo Soggettario e molti altri gruppi di lavoro, oltre a svolgere un’intensa
attività didattica in tutta Italia nell’ambito di corsi di formazione per bibliotecari,
collaborando anche con molte riviste importanti di settore. Revelli quindi non può
essere solamente ricollegato al concetto di biblioteca pubblica, l’indicizzazione per
soggetto è un altro tema a cui lui si interesse particolarmente, anche se in realtà lui
si interessò in pratica a tutte le tematiche, più di rilievo nel panorama
biblioteconomico (catalogazione descrittiva, classificazione, servizio di reference,
tutela e conservazione delle raccolte ecc.); l’incontro con Barberi è particolarmente
importante per la sua formazione. Esprimerà la sua gratitudine per i consigli da lui
fornitigli in una nota iniziale de “Il catalogo per soggetti” pubblicato nel 1970, essa
rappresenta uno degli studi più organici e completi sul tema dell’indicizzazione
semantica e per questo ricevette ottime critiche subito dopo la sua pubblicazione;
venne rapidamente adottata come strumento di lavoro in biblioteca e libro di testo
per la formazione di nuovi bibliotecari. Tra anni Ottanta e Novanta fu tra i primi nel
riconoscere problemi e limiti della soggettazione tradizionale e nell’auspicarne il
rinnovamento; esporrà questo suo pensiero attraverso l’esposizione di una
relazione, durante il convegno “Indicizzazione per soggetto e automazione” tenuto a
Trieste nel 1985, ma anche in un intervento pubblicato sul Bollettino AIB di qualche
anno dopo. Questo è lo stesso periodo durante il quale fa parte del gruppo di studio
dell’SBN sull’indicizzazione per soggetto che discute di varie tematiche (analisi delle
procedure di gestione, controllo di autorità nel catalogo per soggetto, regole su cui
basare il rinnovamento degli strumenti d’indicizzazione); in particolare lui insiste
sulla necessità di revisione del Soggettario, di cui si sarebbe dovuto fare carico la
Bibliografia nazionale italiana, e parteciperà alla redazione del Nuovo Soggettario.
Importante è anche il suo contributo in ambito di catalogazione descrittiva, è uno
dei protagonisti per la revisione delle Regole di catalogazione del 1956, coordinata
da Barberi e con relatore Maltese, con conseguente pubblicazione della RICA nel
1979; aveva già posto in discussione alcune tematiche dopo l’emanazione dei
Principi di Parigi e come Maltese auspicava all’inserimento della catalogazione
italiana nel contesto internazionale, e l’impostazione di un metodo moderno di
analisi bibliografica. Sempre in questo ambito si devono a lui la traduzione di
numerose opere importanti dall’inglese, francese e tedesco, mostra anche un
particolare interesse per la soggettazione classificata, e di particolare interesse è la
sua recensione della Classificazione Decimale Dewey. Pubblicherà “Il catalogo” nel
1996 riconoscendo il legame fra teoria catalografica e tecnologia e come essa possa
mutare in base a quelli che sono i cambiamenti e l’evoluzione della tecnologia
stessa; crede sia possibile raggiungere una concezione unitaria del catalogo
nell’OPAC, non più diviso per autore e soggetto ma con base descrittiva unica e varie
modalità di accesso (ciò mostra che la teoria biblioteconomica si fonda su una base
pragmatica).
Ne “La mattanza dei bibliotecari”, un articolo del 2004, denuncia l’affidamento
esterno da parte delle biblioteche di quello che è il processo di catalogazione, che
invece dovrebbe essere uno dei compiti che caratterizza il bibliotecario di ruolo.
Panizzi
Nasce a Brescello, Reggio Emilia, nel 1797 laureandosi nel 1818 in giurisprudenza
all’Università di Parma aprendo nella città natale uno studio legale, negli anni
successivi ricoprirà anche numerosi incarichi nell’amministrazione comunale della
città; durante questo periodo però vivrà anche una “seconda vita” caratterizzata
dalla sua partecipazione nell’associazione “carbonara”, che causerà l’indizione di
una condanna a morte per attività sovversiva. Venuto a conoscenza di questa
condanna nel 1822 lascia il Ducato estense illegalmente prima per Lugano, poi per
l’Inghilterra nell’anno successivo; nei primi cinque anni trascorsi in Inghilterra, con
l’aiuto della società degli esuli italiani, riesce a padroneggiare la lingua al punto da
insegnare e pubblicare testi, diventando insegnante d’italiano all’University College
di Londra dal 1828 al 1837. Panizzi si contraddistingue dal resto della società degli
esuli italiani, che formerà una comunità separata dalla società inglese, non solo per
l’abilità con cui riuscì a padroneggiare la lingua inglese, ma anche per il modo in cui
Panizzi riuscì ad integrarsi nella società inglese, si fece a tutti gli effetti inglese nei
modi di pensare, nelle opinioni e dimostrando fedeltà alla cultura inglese. Dal 1831
inizierà anche a lavorare all’interno della biblioteca del British Museum rivestendo
numerosi ruoli, come Extra Assistant Librarian, Keeper of printed books fino al 1856,
anno in cui rivesti il ruolo di Principal Librarian (Direttore generale) della biblioteca.
Dieci anni dopo, nel 1866, si ritirerà dall’incarico di direttore, morirà a Londra nel
1879.
Iniziando a lavorare nella biblioteca del British Museum si rende rapidamente conto
di quali fossero le pessime condizioni nelle quali pendeva il catalogo, non solo ormai
vecchio e danneggiato, ma necessitava anche di essere riaggiornato correttamente,
per non parlare del fatto che presentava imprecisioni ed errori; Panizzi così propone
di poter gestire il processo di redazione del nuovo catalogo, incarico che gli viene
concesso di ricoprire per decisione di Henry Baber. La necessità di realizzare un
nuovo catalogo, moderno e normalizzato sia per descrizione, che per gli accessi e
l’apparato sindetico per soggetto caratterizza l’attività di questi anni al British
Museum. Molti ritenevano che il catalogo classificato fosse più utile e la scelta
migliore rispetto a quello alfabetico per autore, Panizzi però ritiene precisamente il
contrario per i lunghi tempi di realizzazione del primo; opta quindi per una catalogo
alfabetico con schede ordinate in base al cognome dell’autore (le opere anonime
sarebbero state intestate a qualche parola significativa del titolo, mentre le opere di
cui si conoscono solo pseudonimi degli autori che le hanno realizzate, saranno
ordinate proprio in base a tali pseudonimi). Decide di attuare queste modifiche in un
periodo nel quale il passaggio da catalogo a stampa a quello a schede mobili non era
ancora diventato un paradigma biblioteconomico; questo passaggio sarebbe stato
un vero e proprio cambiamento epocale per l’evoluzione della teoria catalografica.
Le schede permettono uno sviluppo ottimale della struttura sindetica del catalogo e
velocizzano considerevolmente il processo di aggiornamento reale del catalogo,
rispettando sempre l’ordine alfabetico; Panizzi è tuttavia costretto a modificare
leggermente il progetto poiché, oltre al catalogo che aveva intenzione di pubblicare,
gli era stata obbligata la pubblicazione anche di un catalogo classificato. Nel 1836 gli
viene chiesta una relazione sullo stato del catalogo, in risposta alla quale elenca le
funzioni del catalogo ed i principi della catalogazione, specificando inoltre che il
catalogo, essendo il principale strumento in grado di fornire un rapido e facile
accesso alle opere che costituiscono la collezione della biblioteca, è uno strumento
fondamentale che manca alla biblioteca del British Museum; sarebbe quindi
necessario realizzare un tale catalogo senza riguardo per costi e tempi di
realizzazione. Anche le nuove “91 Regole” elaborate da Panizzi furono valutate con
esempi di applicazione e fu deciso che quest’ultime, assieme al catalogo, venissero
pubblicate entro il 1844. La pubblicazione di queste Regole, avvenuta nel 1841 come
introduzione del primo volume del catalogo del British Museum, rendono Panizzi
l’autore di una vera rivoluzione nella metodologia di descrizione catalografica,
rappresentano il modello seguito da tutte le successive norme di catalogazione; in
esse:
1) Considera l’opportunità di riunire le opere di un autore sotto un'unica forma
del suo nome;
2) Considera la possibilità di accessi plurimi alle registrazioni catalografiche;
3) Introduce il concetto di unità letteraria;
4) Precisa l’ordine di presentazione degli elementi descrittivi nelle schede;
La novità più importante riguarda però nel passaggio da un criterio empirico ad un
approccio consapevole, teorico, di scopi, funzioni ed organizzazione strutturale del
catalogo; le Regole nascono infatti dalla necessità di decodificare la pratica
catalografica, nello specifico dell’istituto che è il British Museum, essendo anche il
risultato però di molti anni di lavoro e della fusione di codici precedenti.
Per questo motivo Panizzi può essere considerato uno dei più grandi bibliotecari di
sempre ed alla base della moderna professione bibliotecaria, come ideatore di
metodi biblioteconomici moderni e sostenitore del metodo analitico (i processi di
trasformazione devono essere il frutto della raccolta di dati e della loro corretta
interpretazione).
Jewett
Alla morte di James Smithson avvenuta nel 1829, lascia scritto che, qualora il nipote
fosse morto senza eredi, il suo cospicuo patrimonio sarebbe divenuto di proprietà
degli Stati Uniti affinchè fosse istituito a Washington un ente per la diffusione del
sapere, che portasse il suo nome; il nipote muore nel 1835 senza eredi e così lo
stato eredita il patrimonio con l’impegno di creare quello che sarà lo Smithsonian
Institution. Le regole di gestione della nuova istituzione sono costituite da un
comitato al quale fanno parte James Henry e Charles Jewett, viene nominato
segretario della commissione Henry che interpreta scrupolosamente la volontà del
fondatore, c’è chi tuttavia si oppone alla sua elezione e propone Jewett per il ruolo;
considerato il miglior bibliotecario statunitense era stato scelto perché lavorasse al
progetto di costruire una biblioteca di importanza nazionale, accetta l’incarico
consapevole però di dover accettare compromessi (come acconsentire inizialmente
che l’istituto sia un centro d’informazione bibliografica). Col tempo Henry e Jewett
ritornano a collaborare per costruire un istituto di alto livello fino al punto in cui, nel
1850 in una lettera, Henry propone la costituzione di una commissione con il
compito di esaminare il progetto di Jewett riguardo il formare un catalogo generale
delle biblioteche americane. La tecnica proposta è quella della stereotipia che
consiste nella produzione, in blocco fuso, di schede catalografiche, il clichè di ogni
scheda sarebbe stato abbinato a diversi clichè indice, combinabili in vari modi; la
descrizione è invariata ma la parola d’ordine può variare ottenendo tipi di
ordinamento differenti. In questo modo viene agevolata produzione e diffusione dei
cataloghi, Jewett è anche a conoscenza però che per mettere in atto un risultato
simile è necessario un codice di regole esaustivo e prescrittivo; la progettazione di
questo regolamento gli da lo spunto per l’elaborazione dell’organizzazione del
controllo bibliografico nazionale. Riconduce queste regole nell’ambito
dell’uniformità e dell’economia della produzione catalografica, propone una
descrizione delle singole opere, non ridotta, ma con livello descrittivo congruo agli
scopi del catalogo. Specifica che inoltre il catalogo alfabetico sia preferibile
sostenendo ciò che già Panizzi aveva affermato in precedenza, le regole che propone
infatti sono realizzate sulla base di quelle elaborate da quest’ultimo per il catalogo
del British Museum.
Nell’introduzione alle regole per lo Smithsonian espone le possibili applicazioni del
suo progetto di catalogo generale delle biblioteche americane e la redazione della
prima bibliografia nazionale americana; la sua proposta è considerata come idea
visionaria ed anticipatrice di progetti realizzati addirittura cento anni dopo. Lui
stesso introduce l’argomento più come un auspicio. Esponendo la propria idea di
bibliografia nazionale rimarca come il moltiplicarsi di appendici ed aggiunte renda
molto difficile utilizzare i cataloghi; l’avvento della stereotipia gli sembra la miglior
occasione per rivoluzionare le modalità di aggiornamento, pare un sistema adatto
per promuovere una organizzazione cooperativa sulla formazione di un catalogo
collettivo di varie biblioteche. Sostiene l’idea di radicare allo Smithsonian una
biblioteca nazionale nella quale avviare il progetto di costituzione del sistema
bibliografico nazionale americano, anche se nel caso dello Smithsonian, alla fine era
stata decisa la fondazione di un’istituzione di carattere scientifico al servizio della
ricerca. Arriva addirittura a pensare che il sistema dello Smithsonian sarebbe potuto
essere impiegato come base di tutti i sistemi bibliografici nazionali e per costituire
quindi la base per un catalogo e bibliografia universale; avrebbe favorito
considerevolmente qualsiasi studioso del mondo e permesso un servizio di
comunicazione e condivisione del sapere mai visto in precedenza.
Cutter
Nasce a Boston nel 1837 ed è indirizzato dalla famiglia a studi ecclesiastici presso
l’Harward Divinity School, la sua prima esperienza lavorativa nell’ambito delle
biblioteche risale proprio al periodo di studi, all’interno della Biblioteca stessa
dell’Università come assistente bibliotecario; al termine degli studi anziché
diventare ministro della Chiesa unitaria continua con la carriera bibliotecaria
diventando assistente bibliotecario all’Università di Harward. Vi lavora fino al 1868,
anno in cui è chiamato a lavorare come bibliotecario alla biblioteca del Boston
Atheneum; durante questo periodo diventa quindi a tutti gli effetti un bibliotecario
professionista ed acquisisce una buona esperienza come catalogatore dato che, già
a partire dal 1856 fino al 1868, è assistente di Ezra Abbot nella redazione del nuovo
catalogo della biblioteca dell’Università di Harward. Viene infatti assunto proprio per
occuparsi della gestione della redazione del nuovo catalogo, assunto in un momento
un po’ complicato per la biblioteca del Boston Atheneum, dato che erano passati già
vent’anni dall’inizio della prima redazione del catalogo a stampa della biblioteca;
questa prima redazione non fu mai pubblicata dato che quando sembrava ormai
completata, nel 1861, scoppiò la Guerra di Secessione e gli amministratori decisero
di non finanziarne la pubblicazione. Il catalogo inoltre non fu mai pubblicato anche
perché era costellato da numerosissimi imprecisazioni e persino errori.
Si mette al lavoro enumerando prima di tutto i requisiti fondamentali per la
redazione del catalogo: il progetto, una volta stabilito, deve essere immutabile ed il
lavoro di redazione deve essere continuato fino alla sua ultimazione, i materiali
scelti devono essere inoltre di qualità e deve essere tenuto di conto e mantenuto un
buon rapporto costo/benefici. Su queste basi presenta cinque possibili progetti di
formazione del catalogo optando però per la realizzazione di un catalogo a schede,
giustificando la sua scelta elencando i vantaggi di quest’ultimo: oltre ad aver avuto
una dimensione relativamente ridotta potrebbe avere, qualora si adottasse il
formato del catalogo dizionario per quello a schede, una singola sequenza
alfabetica; inoltre sarebbe molto più semplice, veloce ed economico, portare a
termine il processo di aggiornamento del catalogo, normalmente un processo lungo
e costoso da portare a termine con il catalogo a stampa. Realizza che il problema
principale nel quale i suoi colleghi erano precedentemente incappati consisteva
nella mancanza di regole di redazione uniche; è da questa idea che si impegna nella
redazione delle Rules, pubblicate nel 1876, due anni dopo la pubblicazione del
catalogo del Boston Atheneum, stesso anno nel quale prende parte alla fondazione
dell’ALA. Esse si pongono come il punto più alto di una lunga tradizione
catalografica, essendo una vera e propria sintesi di un periodo importante per
l’elaborazione teorica in ambito catalografico; le soluzioni escogitate da Cutter fanno
delle Rules la base degli sviluppi successivi della teoria del catalogo. Rivendicano la
natura pragmatica del catalogo, inteso come strumento di lavoro creato per far
fronte alle esigenze di uniformità del bibliotecario in ambito lavorativo; sono
strutturate in modo da esporre il processo di realizzazione del catalogo logicamente
coerente adatto alla tipologia del catalogo dizionario.
Ranganathan
Nasce a Shiyali nel 1892 ed è parte della dinastia degli Ayyar, una casta di sacerdoti
benestanti, suo padre inoltre è un medio proprietario terriero, per questo motivo
vivrà un’infanzia piuttosto tranquilla; è il padre stesso ad indirizzarlo agli studi,
morirà però alla sola età di 30 anni. Due aspetti caratterizzano la sua personalità:
una forte passione per l’insegnamento che lo proiettava verso una visione razionale
delle cose e una forte ispirazione per la religione indiana; quest’ultima è frutto di un
incontro avuto con un suo amico, divenuto veggente, che gli aveva predetto la data
esatta della morte della moglie. Completati gli studi in matematica e conseguito il
diploma di laurea intorno al 1916, inizierà dall’anno dopo la sua carriera da
insegnante di matematica che proseguirà fino al 1924, anno in cui viene bandito un
concorso per il ruolo di bibliotecario al Government College; inizialmente non ha
intenzione di prendervi parte, ritenendo la professione di bibliotecario a lui inadatta,
convinto però da un amico a prendervi parte e nello stesso anno sarà scelto per il
posto di lavoro. Deciderà di presentare le dimissioni da bibliotecario, così il preside
del Government College gli propone di compiere un viaggio per cambiare idea,
trascorrerà un anno in Inghilterra durante il quale prenderà parte al corso di laurea
in Biblioteconomia alla London College University; il corso è pensato per lui in modo
particolare, dovrà seguire solo le lezioni di quelle materie ritenute legate solo alla
professione bibliotecaria, le ore di vuoto furono sostituite con visite guidate a
numerose biblioteche inglesi. Visiterà più di 100 biblioteche in questo anno di
tempo e di ritorno in India avrà compreso il vero significato della professione, si sarà
reso conto che molti dei compiti e problematica che il bibliotecario deve trovarsi ad
affrontare, sono molto diverse da quelle che lui credeva; si pone due obbiettivi
principali:
1) Garantire che le biblioteche indiane offrissero gli stessi servizi bibliotecari di
quelle occidentali;
2) Far diventare la Biblioteconomia una Scienza.
Nel tentativo di realizzare il secondo dei suoi obbiettivi realizzerà le 5 leggi della
Biblioteconomia. Dal 1925 inizierà la sua carriera da bibliotecario lavorando nella
biblioteca dell’Università di Madras, fondando l’Associazione dei Bibliotecari di
Madras e la cattedra in Biblioteconomia nel 1957, a proprie spese; scriverà inoltre la
maggior parte di opere riguardanti la Biblioteconomia in questo periodo. Nel 1945 è
costretto ad abbandonare l’Università e dopo due anni passati a lavorare nella
biblioteca dell’Università di Benares si trasferisce nella capitale, Delhi; avvierà i corsi
di diploma e master in Biblioteconomia, i primi in tutto il Commonwealth, avendo
anche la possibilità di prendere parte all’Associazione Bibliotecari Indiani, venendo
eletto presidente poco dopo, nel 1948. È lo stesso anno in cui inizia per lui un
periodo di intensa attività internazionale essendo incaricato di promuovere la
ricerca sulla classificazione a livello internazionale; visita nuovamente l’Inghilterra
per richiesta del British Council e viaggia anche negli Stati Uniti, pubblicherà il
“Library tour” che è un resoconto proprio di questi viaggi compiuti all’estero in
questi anni. Questo è anche il periodo nel quale istituisce la Delhi Public Library e
permette l’approvazione della prima legge per il sevizio bibliotecario indiano, il
Madras Public Library Act. Dal 1954 al 1957 viaggerà a Zurigo per osservarne
l’efficiente sistema bibliotecario e per mantenere i rapporti con il Classification
Research Group, ultimerà anche il lavoro sulla sua più importante opera teorica sulla
catalogazione descrittiva, “Comparative study of five catalogue codes”; tornato in
India nel 1957 continuerà il suo lavoro di bibliotecario, non solo ricevendo numerosi
premi e riconoscimenti per i traguardi raggiunti, ma si andrà inoltre a formare
attorno alla sua figura un circolo intellettuale alla base di pubblicazioni di numerosi
lavori scientifici. Morirà nel 1972.
Considerato il padre della biblioteconomia non solo indiana ma anche
internazionale, fu anche un grande intellettuale in grado di elaborare idee prima di
altri, pur considerando inizialmente la carriera di bibliotecario con riluttanza finì per
abbracciarla pienamente. Il suo approccio alla biblioteconomia è caratterizzato da
una visione di sistema, è consapevole delle novità che introduce e a lui si deve la
coniazione di numerosi termini e formule che tutt’ora vengono utilizzati; sono
proprio questo approccio ed il nuovo linguaggio tecnico da lui elaborato, che sono il
presupposto per il passaggio della gestione della biblioteca da una forma empirica
ad una scientifica. Oltre alla pubblicazione delle 5 leggi della Biblioteconomia a lui si
deve anche la pubblicazione de “Il servizio di reference” nel quale vengono esposti
gli aspetti principale che definiscono il ruolo del bibliotecario oltre che i molti tipi di
lettori, la formazione del bibliotecario e molti altri aspetti fondamentali in ambito
biblioteconomico. Il filo conduttore del testo che riassume il pensiero
biblioteconomico di Ranganathan, è che il servizio di reference non è uno dei tanti
servizi della biblioteca, ma l’essenza stessa di essa, qualsiasi relazione che la
biblioteca attui fra lettore e risorsa si tratta di servizio di reference; ci viene spiegato
di cambiare la prospettiva alla quale siamo stati abituati, il servizio di reference non
si limita ad essere quello d’informazione bibliografica ma più in generale
rappresenta tutti i servizi della biblioteca. Svolgere correttamente il servizio di
reference per lui significa avere la padronanza della biblioteca da una parte e del
lettore dall’altra, è fondamentale creare nel lettore una piena consapevolezza di ciò
che è la biblioteca; spesso il lettore è ignaro dei funzionamenti del servizio
bibliotecario oltre a dover essere a conoscenza anche dello schema di
classificazione. Tutte queste informazioni devono essere ovviamente trasmesse con
tatto e sensibilità. A questo punto è possibile mettere il lettore in contatto con il
catalogo e una volta in grado di navigare la collezione della biblioteca con questo
strumento, il lettore può essere istruito sul regolamento della biblioteca stessa. Il
bibliotecario compirà lo stesso percorso assieme al lettore senza però interferire
sulle sue finalità, si tratta di un rapporto umano nel quale entrambi sono sullo stesso
livello; il bibliotecario ha solo sviluppato un’abilità più analitica a differenza di quella
del lettore, ma non superiore. Al bibliotecario sono richieste competenze e
conoscenze di livello qualitativo elevato che gli permettono di individuare il libro più
adatto per il lettore; deve però anche essere in grado di ascoltare e comprendere
ogni lettore oltre a dover avere un rapporto di simpatia con esso.
Lubetzky
Nasce a Zelwa nel 1898, si trasferisce negli Stati Uniti nel 1927 e conseguito il
diploma di laurea in biblioteconomia all’Università della California riveste il ruolo di
catalogatore nella biblioteca dell’università fino al 1942, anno in cui è chiamato alla
Biblioteca del Congresso; è nominato nel 1960 come direttore del comitato per la
redazione di un codice di catalogazione, condiviso fra British Library e Library of
Congress. Questo è l’anno in cui scriverà il “Code of cataloging rules”, anche se il
progetto di codice comune fallisce questi fondamenti da lui enunciati sono alla base
dei Principi di Parigi. La prima pubblicazione generale delle sue idee avvenne nel
1946 con la pubblicazione di “Studies of descriptive cataloging of the Library of
Congress” anche se nel 1953 pubblicherà il pamphlet “Cataloging rules and
principles”. In esso definisce due degli obbiettivi del catalogo: facilitare la ricerca di
una particolare pubblicazione, di un’opera presente nella biblioteca, e collegare le
edizioni che una biblioteca possiede di un’opera e le opere che possiede di un
autore; quella del 1960 si tratta effettivamente non della pubblicazione completa
ma di una bozza del codice, tuttavia i Principi dell’anno successivo si baseranno
proprio su questa bozza. I concetti introdotti dai Principi di Parigi furono poi riportati
nel 1967 nelle Anglo-American Cataloging Rules, utilizzate nelle biblioteche
statunitensi, canadesi ed inglesi, alle quali lui stesso prese parte fino al 1962, anno in
cui diede le dimissioni a causa delle continue pressioni per indurre il comitato a
rifiutare provvedimenti, che sarebbero stati troppo costosi. La rivoluzione iniziata da
Lubetzky era infine fallita temporaneamente, la pubblicazione di quella che fu
considerata, erroneamente, la seconda edizione di questo codice di regole tuttavia
rappresenta il trionfo della logica e capacità di Lubetzky.
Domanovszky
Nasce a Porsony nel 1902, si trasferirà con la famiglia a Budapest nel 1904 ed è
parte di una famiglia di intellettuali ed accademici (il padre è insegnante di Lettere
all’Università di Budapest, i fratelli sono uno pittore e l’altro storico dell’arte e
direttore del Museo etnografico ungherese); era tradizione che famiglie come la sua
inviassero i figli a studiare all’estero per compiere una sorta di pellegrinaggio
intellettuale. Per questo motivo si iscriverà alla Facoltà di Legge di Monaco
rientrando a Budapest nel 1925 conseguendo il diploma di laurea in Giurisprudenza,
dal 1926 sarà tirocinante alla Biblioteca Universitaria di Budapest ottenendo il ruolo
di bibliotecario; da questo momento inizierà la sua carriera da bibliotecario
lavorando in varie biblioteche fino al 1945, anno in cui torna nuovamente a
Budapest. Fino all’anno della pensione nel 1972 si dedica alla riforma dei cataloghi
delle biblioteche ungheresi. Le riflessioni che porteranno all’elaborazione di principi
internazionali spingono il suo impegno nel compito di redigere norme catalografiche
unitarie per l’Ungheria e come bibliotecario della Biblioteca Universitaria di
Budapest; lavorando come bibliotecario all’università di Budapest prende parte al
progetto, avviato dall’università, di riforma della metodologia catalografica, che
comprende tre tappe:
1) La prima, che inizierà intorno al 1949, consiste nell’introduzione della
Classificazione decimale universale e la realizzazione del catalogo per
soggetto;
2) La seconda, che inizierà nel 1953, prevede la modifica dell’inventario e della
collocazione dei documenti;
3) La terza, che inizierà nel 1957, prevede l’integrazione dei vari cataloghi e delle
collocazioni in un unico catalogo per autore, un catalogo unico che quindi
contiene le schede di tutte le risorse possedute.
Per lui un simile impianto catalografico è in grado di permettere agli utenti di
reperire velocemente e facilmente le informazioni di cui necessitano, pur essendo
uno strumento coerente ed adatto al lavoro del bibliotecario; ritiene che la
biblioteca raggiunga il proprio scopo se dispone di un catalogo basato su una
costruzione logica ed è in grado di fornire una risposta chiara agli utenti. Il lavoro
completo sarà pubblicato nel 1958.
Oltre ad essere presidente della Commissione catalogazione ungherese è
consapevole di quanto fossero forti nel proprio paese le esigenze di confronto
internazionale; è per questo motivo che si impegna in vari organismi, come l’IFLA e
prende parti a numerose commissioni, come nel 1959 in cui prende parte
all’incontro preliminare della Conferenza sulla catalogazione che sarà tenuta a Parigi
nel 1961. Dopo la Conferenza anche in Ungheria c’è la necessità di rivedere il codice
di catalogazione del 1953, pubblicherà un articolo che illustrerà la filosofia che ispira
la Commissione da lui presieduta; la bozza ungherese accetterà l’intestazione ad un
ente per quelle opere realizzate dall’attività dell’ente stesso, rifiuta però
l’intestazione ad un ente per criteri formali. Nel 1974 pubblica “Functions and
objects of author and title catalouging”, un’analisi precisa su oggetti e funzioni del
catalogo per autore, scrive il testo in inglese di cui sia la prima che la seconda
edizione sono state stampate in numero limitato e sono quindi rare ed esaurite da
tempo. È frutto dell’esperienza maturata a Parigi, Copenaghen e dal suo lavoro nella
revisione del codice ungherese, del suo intero cammino professionale e di quella
riflessione teorica che lo accompagna dall’inizio della sua carriera. Afferma che fino
a quel momento i codici di catalogazione avevano fornito indicazioni generiche su
cosa sia l’oggetto della catalogazione, definisce quindi questo concetto ritenendo
che tale oggetto sia un’opera pubblicata in forma autonoma e un’opera parte di una
pubblicazione; può riguardare un oggetto seriale oppure unico come un
manoscritto. La pubblicazione sarà costituita da un oggetto elementare, uno
primario, secondario e terziario, intesa sia come oggetto fisico, unità bibliografica,
sia come oggetto intellettuale. Indica come funzione la facoltà del catalogo di fornire
informazioni sulla raccolta della biblioteca, ciascun catalogo organizza queste
informazioni in base delle caratteristiche ed aspetti formali delle risorse che lo
compongono; la prima funzione consiste nel fornire informazioni sulle singole
risorse, la seconda e la terza collegano unità informative sulla base delle
caratteristiche immateriali dei vari oggetti, ordinando queste informazioni in un
modello costituito da gruppi coerenti. Ogni singolo libro può essere, oltre che un
oggetto elementare, anche un componente di due o più oggetti composti, ogni libro
può essere quindi tre diversi oggetti di catalogazione per la triplicità delle funzioni
del catalogo.
Prima funzione= fornire informazioni sugli oggetti elementari primari oltre che
fornire informazioni facoltative su quegli oggetti elementari secondari;
Seconda funzione= trasmettere informazioni riunite su tutte le edizioni di tutte le
opere disponibili in biblioteca, oltre che nel collegare tutte le unità d’informazione di
un’opera, formando una nuova unità composta d’informazione;
Terza funzione= molto simile alla seconda, entrambe si concentrano sull’aspetto
immateriale dei loro oggetti, le componenti dell’oggetto della terza funzione però
non sono fra loro strettamente collegate come nella seconda; consiste nel fornire
informazioni su tutte le edizioni delle opere di un particolare autore possedute dalla
biblioteca.

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