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INTRODUZIONE

1.Il sistema del diritto commerciale.A)Il significato della categoria.- Con l’ espressione diritto
commerciale s’ intende quel ramo del diritto privato che disciplina un settore dell’ economia. È
bene però ricordare che la categoria designata non deve essere realmente ricompresa in ogni
ordinamento né è immutabile poiché non per forza deve sempre richiamare gli stessi episodi. Essa
anzi è una categoria storica cioè a seconda dei luoghi e dei tempi possono essere attribuiti significati
e funzioni differenti e talvolta accade che tale categoria sia addirittura ignota come ad esempio
accadde con il diritto romano ove l’economia non ebbe mai uno sviluppo tale da richiedere una
disciplina differenziata. Ma anche nei secoli successivi una nuova disciplina non venne realizzata in
quanto i rapporti commerciali erano basati su consuetudini e prassi e tramite gli aggiustamenti
operati dal pretore.
2. B) Lo sviluppo storico della disciplina- Dal basso medioevo il diritto commerciale nasce come
diritto consuetudinario e statutario, normativa che si adatta proprio a quegli operatori economici che
sono attori del rinnovamento dell’ economia. Ai diritti reali vanno sempre più sostituendosi i diritti
di credito con una susseguente circolazione di beni futuri o assenti e l’emergere di istituti giuridici
volti a garantire la sicurezza della circolazione dei diritti reali e di credito.
Il diritto commerciale nasce così come diritto dei mercatores e delle loro corporazioni. Il credito con
l’evoluzione dell’ attività bancaria diventa sempre più, momento essenziale di tale con attività , e si
ha la nascita di istituti volti alla razionalizzazione dell’ attività mercantile con l’ assunzione di
bilanci, con la pubblicità dei dati corrispondenti ai rapporti di commercio, e alla formulazione di
interventi volti a garantire le ipotesi di insolvenza, cioè attinenti alla possibilità del mercante di non
poter far fronte ai suoi debiti, dividendo tra i creditori l’ ipotesi di tale insolvenza (procedure
fallimentari).
Con l’ evolversi delle vicende politiche si ha poi lo sviluppo del diritto commerciale da diritto
statutario a statuale prima applicato da organi giurisdizionali speciali(i tribunali commerciali) e poi
dalla giurisdizione ordinaria. Dopo la rivoluzione industriale alla categoria dei commercianti
appartengono tutti i produttori dei beni tranne gli agricoltori e in posizione preminente gli
industriali, gli assicuratori, i banchieri e i finanzieri.
Il diritto commerciale regola tutti i rapporti compiuti tra due commercianti (atti di commercio
bilaterali) e quelli tra un commerciante e un non commerciante (atti di commercio unilaterali).
Prima dell’ emanazione del codice del 1942 il diritto commerciale era regolato da un codice ben
distinto da quello del dir privato cosicchè accanto ad una compravendita di tipo civile se ne poneva
una di diritto commerciale.

3. C)L’ordinamento vigente.- Oggi in Italia ci troviamo dinnanzi alla “ commercializzazione del


diritto privato” ossia il codice del ‘ 42 ricalca gli antichi principi del codice del commercio
favorendo le imprese commerciali in quanto tali imprese hanno alla base un grosso investimento di
capitali così il legislatore vede con favore tale settore produttivo di ricchezza e dunque vincolo
sicuro di aumenti del PNL. Per tali motivi gli investitori sono sottoposti ad una disciplina volta: a) a
garantire i loro diritti i maniera da ottenere un credito veloce tanto quanto più veloce e sicura sarà la
restituzione; b) a favorire la conclusione dei contratti con i terzi che sono posti in grado di conosce
re i dati principali tramite l’ esame di registri pubblici.

5. Le fonti del dritto commerciale.- Come è potuto emergere nucleo fondamentale delle norme di
diritto commerciale è il codice civile del 1942, in specie nel quarto libro ( contratti e titoli di
credito), e nel quinto libro ove vi è la figura degli imprenditori commerciali ( statuto imprenditori
commerciali). Altre integrazioni provengono dalla legislazione di adattamento alle normativa
europea e dalla costituzione che è stata emanata posteriormente al codice del 1942in specie negli
artt. 41-43; 45-47).

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PARTE PRIMA
IMPRESA
Sezione prima:Gli imprenditori
Capitolo primo:L’ imprenditore commerciale

6. Il problema dell’ individuazione del concetto giuridico di imprenditore commerciale.-


Fondamentale è il concetto di imprenditore dal punto di vista giuridico, in quanto il legislatore
seppure è stato mosso dall’ esigenza di soddisfare l’ economia ha posto dinanzi a sé un filtro per
realizzare degli interessi propri. Difatti, non ha inteso né sottoporre allo statuto dell’ imprenditore
tutti coloro che esercitano un’ attività economica e adotta l’ attributo commerciale solo per coloro
che svolgono un’attività di produzione di beni e servizi. Così in primo luogo si sono fissati i criteri
che fissano la nozione di imprenditore all’ art 2082, poi si è operata una discriminazione tra le
figure del piccolo imprenditore (art 2083) e dell’ imprenditore agricolo (art 2135); ed infine, all’ art
2195 sono indicati tutti gli imprenditori sottoposti all’ obbligo della pubblicità mediante l’ iscrizione
nel registro delle imprese.

7. L’ imprenditore in generale.- l’ art 2082 stabilisce cosa s’ intende per imprenditore a livello
generale ossia:” chi esercita professionalmente una attività economica organizzata al fine della
produzione o dello scambio di beni e servizi”. Analizzando tale definizione avremo:
a) che vi è impresa quando c’è l’ esercizio di un attività, ossia un’ insieme di atti sottoposti ad
un’unica disciplina generale per ognuno di essi, e come impresa quando sono soggetti ad un’ unica
disciplina generale.
b) che l’ attività deve essere economica ossia atta a produrre beni di produzione o di consumo.
c) che l’attività deve essere esercitata professionalmente ossia in maniera abituale, che in base alla
pronuncia della corte di cassazione può essere secondaria e ammette interruzioni (es. attività estiva).
d) che l’ attività deve essere organizzata, ma i caratteri dell’ organizzazione non sono indicati dal
legislatore ed appaiono superflui, e per visione comune non sono imprenditori coloro che
producono beni e servizi come lavoratori autonomi e con mezzi di poco valore mentre chi alle
stesse condizioni fa circolare beni di grosso valore si dicono imprenditori poiché si tiene conto dei
beni oggetto dell’ attività (es. compra e rivende sempre azioni).
e) fine ultimo dell’ attività economica deve essere la destinazione al mercato cioè chi lavora per un
consumo proprio non è imprenditore.
f) infine, è ancora al quanto controverso cosa sia lo scopo di lucro ossia l’ intento al guadagno cioè
quando i ricavi superano i costi. Per ciò che riguarda le imprese cooperative ( imprese che non
vogliono guadagnare utili da distribuire fra i soci ma vogliono un guadagno per ogni socio in
relazione agli atti di scambio che essi realizzano con la cooperativa) si pensa che l’ importante è che
l’ azienda assuma un vantaggio patrimoniale; per le imprese dello stato l’ importante è che esse
abbiano un criterio di economicità ossia l’ attività deve coprire i costi di produzione .
Nelle imprese sociali realizzate da organizzazioni private lo scopo di lucro è escluso (art 1e2 D. L.
n. 155/06) in tali imprese gli utili e gli avanzi sono destinati all’ aumento del patrimonio o all’
incremento dell’attività stessa (art 3).
g) controverso è se l’ attività per essere impresa debba essere lecita.
Infine non sono considerati imprenditori coloro che esercitano una professione intellettuale, ciò è
smentito dalla disciplina comunitaria ma non sono imprenditori commerciali tranne quando u n
medico gestisce anche una casa di cura così oltre alle cure offre vitto e alloggio.

8. L’ imprenditore agricolo.- L’ art 2135 nel nuovo testo introduce la figura dell’ imprenditore
agricolo ossia colui che esercita una delle seguenti attività: coltivazione del fondo, silvicoltura,
allevamento di animali. Nel nuovo testo vengono inoltre specificati i caratteri di tali attività cioè che
devono essere dirette alla cura e allo sviluppo di un ciclo biologico o di una fase dello stesso di
carattere animale o vegetale che utilizza il fondo il bosco o le acque .

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Inoltre il concetto di allevamento non è più limitato al bestiame ma esteso ad ogni animale, mentre
rimane attività agricola l’ allevamento di cani e animali da pelliccia , mentre rimangono soggetti all’
attività commerciale quella rivolta all’ acquisto di animali per rivenderli.
Per il testo originario dell’ art 2135 per non diventare imprenditore commerciale quello agricolo
doveva svolgere i processi di alienazione e trasformazione secondo le normali modalità svolte negli
altri settori. Mentre nel nuovo testo sono ammesse trasformazioni anche con metodi innovativi
operati dagli imprenditori che rimarranno sempre agricoli e non commerciali; infine, rimane
imprenditore agricolo chi fornisce a terzi beni e servizi e chi procede al miglioramento o alla
sistemazione di fondi e sono qualificate imprese agricole anche le cooperative che trasformano i
prodotti consegnati dai soci.
Anche gli imprenditori agricoli devono iscriversi nella sezione spaciale del registro d’ impresa che
ha una funzione anagrafica e di pubblicità dichiarativa.
La visione ristretta dell’ imprenditore agricolo avutasi nella vecchia legislazione del codice è dovuta
soprattutto al fatto che prima l’ Italia era un paese agricolo con un pi alto interesse allo sviluppo
industriale mentre adesso il governo ha intenzione di rilanciare tale settore favorendo anche le
imprese giovanili con agevolazioni fiscali e contributi pubblici, anche comunitari riconosciuti agli
imprenditori agricoli professionali ( IAP) ed alle società agricole.

9. L’ imprenditore commerciale.-I piccoli imprenditori invece sono sottratti all’obbligo d’


iscrizione del registro delle imprese( art 2202), non devono tenere le scritture contabili indicati nell’
art. 2214, non sono soggetti al fallimento e alle altre procedure concorsuali( art 2221).ùall’ art 2083
viene ben decifrata la nozione di piccolo imprenditore che è colui che esercita l’ attività d’impresa
con prevalenza del lavoro proprio sia su quello altrui che sul capitale. Per ciò che riguarda l’essere
sottoposti al fallimento, a norma della l. fallimentare qualora
a)dimostrino di non aver avuto per ogni anno dell’ ultimo triennio un attivo patrimoniale superiore a
300mila euro; b)non abbiano realizzato ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo superiore
a 200 mila euro; c) la loro massa debitoria non superi 500 mila euro, superati uno di tali indici sono
fallibili, ma si pone il problema se essi possano essere esentati seguendo la disciplina del codice ma
ciò non è ammesso.
Molto spesso si parla di piccola impresa nella legislazione speciale che non va confusa con la
nozione codicistica.

11. L’ imprenditore artigiano.- A norma dell’ art 2083 sono piccoli imprenditori anche gli
artigiani e tale soluzione codicistica è confermata dalla L. n. 443/85che ha posto i limiti
fondamentali entro cui le regioni possono dare finanziamenti alle imprese artigiane. Secondo l’ art.
2 di tale legge è imprenditore artigiano colui che esercita personalmente , professionalmente e in
qualità di titolare il lavoro di artigiano. L’ art 3 invece specifica l’ oggetto di tale attività cioè beni
semilavorati o anche prodotti in serie purchè il processo non sia del tutto automatizzato. L’ art 4
indica il numero massimo di dipendenti disponendo due limiti:a) i dipendenti devono essere
sottoposti all’ imprenditore- artigiano , con un numero massimo per ogni tipo d’ impresa( 22 per
produzione prodotti non di serie, 12 per prodotti di serie, 40 per produzione artistica…); b)limite
per capitali fissi perché il processo non deve essere del tutto automatizzato.
La giurisprudenza ritiene invece che non possa essere presa in considerazione tale l quadro perché
volta solo alla concessione di sussidi.
Ancora l’ art 3 considera impresa artigiana anche la società di persone o capitali e per quest’ ultime
anche quelle a responsabilità limitata a condizione che i soci svolgano in prevalenza lavoro
personale.
L’ impresa può svolgersi in luogo fisso, presso l’abitazione dell’artigiano o in forma ambulante o
per posteggio, in ogni caso l’ artigiano può essere titolare di una sola impresa. Per la soggezione al
fallimento si segue l’ esempio del piccolo imprenditore.

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12. L’impresa familiare.-figura nata all’ indomani della realizzazione del diritto di famiglia
(l.n.151/1975) e indica quella specifica impresa ove collaborano, prestandovi le loro energie
lavorative in qualità di collaboratori e non di subordinati , il coniuge, i parenti entro il terzo grado e
gli affini entro il secondo. Tra le parti non è configurabile alcun rapporto giuridico, e anche altre
persone estranee possono lavorarvi all’interno dell’ azienda ma devono essere sempre lavoratori
subordinati.
Alcuni ritengono che si tratta di una impresa individuale ove gli altri soggetti partecipano ope legis,
in qualità di cointeressati. Non sembra invece possa essere configurata come impresa sociale,per l’
incompatibilità tra la disciplina della società e dell’ impresa famigliare, ma talvolta può accadere
che in un impresa sociale diretta dai coniugi lavori anche un terzo figlio che per essere disciplinato
viene utilizzata la disciplina dell’ impresa famigliare.
Disciplina. Per la formazione dell’ impresa familiare non viene utilizzato alcun negozio
giuridico( atto costitutivo) appare sufficiente che l’ impresa appartenga ad un famigliare e che in
questa lavorino i parenti, inoltre possono collaborare anche i minori, l’ importante che essi non
assumino responsabilità per debiti o per direzione dell’impresa.
A norma dell’ art 230-bis una normativa sull’ impresa è stata introdotta proprio per garantire ai
famigliari una ripartizione degli utili. Le decisioni degli atti di ordinaria amministrazione vengono
prese dal titolare ed anche su di lui ricade la responsabilità fallimentare qualora si vada oltre i tre
limiti. Il diritto individuale di partecipazione è trasferibile solo a favore di altri familiari e può
essere liquidato in danaro in più trance; inoltre, sul diritto in caso di divisione testamentaria hanno
diritto di prelazione gli altri familiari.(art. 230 bis)

13. L’impresa pubblica.- art. 41 43 Cost. l’impresa può essere esercitata anche dallo stato in tre
differenti modi: a)l’ attività commerciale può essere esercitata dallo stato o da altri enti pubblici
territoriali; b) può essere esercitata da un ente pubblico economico che ha per oggetto l’ esercizio di
un’ attività economica; c)lo stato e gli altri enti possono partecipare come soci a società commerciali
in specie per azioni.
La scelta dell’ uno o dell’ altro strumento dipende da fattori economici e politici difatti nei tempi
storici si è passato dallo strumento degli enti pubblici economici( ferrovie dello stato) alle società
per azioni con una decrescita del potere dello stato, e con una crescente applicazione dello statuto
degli imprenditori adottato completamente nella condizione c. lo stesso statuto si applica nell’
ipotesi b con il complementare obbligo per l’ ente di iscriversi nel registro delle imprese. Infine nell’
ipotesi a lo statuto trova applicazione limitatamente alle imprese esercitate dallo Stato o dagli altri
enti pubblici territoriali. (art 2093).

14. L’ acquisto e la perdita della qualità di imprenditore commerciale. L’ imprenditore


occulto.- Per diventare imprenditore commerciale basta iniziare l’ esercizio dell’ impresa
commerciale e l’ imprenditore reale sarà colui in nome del quale l’ impresa viene esercitata, è
controverso se la eserciti anche colui nel cui interesse l’ impresa viene esercitata tramite un
prestanome, ma nel nostro ordinamento la spendita del nome non è obbligatoria e pertanto il
dominus anche se ignoto a terzi è ugualmente responsabile e così l’ imprenditore occulto fallirà
insieme a quello fatto palese. Infine l’ imprenditore deve iscriversi nella sezione del registro delle
imprese e se non cura tale obbligo avrà a suo carico una sanzione amministrativa, ma diventa lo
steso imprenditore commerciale, mentre se e scritto ma non esercita l’ attività non è un imprenditore
commerciale, difatti al cessare dell’ impresa cessa anche la carica di imprenditore commerciale, ma
anche dopo la perdita della carica alcune conseguenze giuridiche permangono,il fallimento può
essere dichiarato fino ad un anno dalla cancellazione dal registro,o dalla cessazione dell’ esercizio
dell’ impresa.
15. Gli impedimenti all’ esercizio dell’ impresa commerciale.- Per ragioni di incompatibilità è
vietato l’ esercizio delle imprese commerciali a coloro che ricoprano determinate funzioni come
notai, avvocati… se questi lo fanno lo stesso diventano imprenditori commerciali ma sono

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sottoposti ad una sanzione amministrativa e a degli aggravanti penali in caso di fallimenti .


conseguenze analoghe si hanno quando vengono esercitate imprese senza le dovute autorizzazioni.
Infine la legge fallimentare dichiara temporaneamente inabili all’ esercizio del’ impresa coloro che
sono condannati alla bancarotta o per ricorso al credito ed inoltre a tali categorie è vietata l’
intermediazione nella distribuzione dei beni.

16. La capacità ad esercitare un’ impresa commerciale.


Sono dettate delle particolari norme in relazione all’ esercizio dell’ impresa per l’ incapace a tutela
del suo patrimonio.
Due sono le nozioni fondamentali:
1. Il genitore esercente o il tutore dell’incapace assoluto non può compiere atti di straordinaria
amministrazione se non dopo aver avuto concessione giudiziaria e aver dimostrato che tali
atti siano necessari e di evidente utilità per l’ incapace;

2. Gli incapaci relativi invece possono compiere atti necessari e utili di straordinaria
amministrazione col consenso del curatore e sotto pronuncia giudiziaria.
Ma tale disciplina appare fortemente macchinosa per la realizzazione di un’ impresa, così di regola
non viene consentito che si abbiano delle imprese esercitate in nome dell’ incapace, a ciò si hanno
due eccezioni:
Prima eccezione : si tiene conto dell’ onere sull’ incapace che avrebbe il trasferimento di un’
impresa a lui pervenuta a titolo gratuito, in tal caso il rappresentante potrebbe essere autorizzato ad
esercitare l’ impresa (art 320 c5, 371 c2; 424). Per l’ interdetto questa disciplina vale anche qualora
si debba continuare un’ impresa da lui precedentemente incominciata, mentre l’ inabilitato potrebbe
essere portato a continuare ad esercitare l’ impresa con il suo curatore (art 425). La norma può
ritenersi estendibile per analogia all’ emancipato.
Seconda eccezione : il minore emancipato può essere autorizzato dal tribunale non solo a continuare
un’ impresa ma anche ad iniziarne una del tutto nuova senza il curatore e in tal caso egli assume la
piena capacità, eccetto le donazioni. Il tribunale conserva pur sempre la possibilità di revocare l’
autorizzazione all’ esercizio dell’ impresa (art 397). Tutti gli atti di autorizzazione e le revoche
devono essere iscritti nel registro delle imprese.

17. Effetti dell’ esercizio di un’ impresa commerciale. A) Pubblicità mediante il registro delle
imprese.- Proprio per garantire a tutti il diritto ad avere i dati relativi ad una data impresa in Italia
opera il registro delle imprese, consultabile e tenuto presso la camera di commercio il cui
responsabile è il segretario generale, sotto la vigilanza del giudice del registro delegato dal
presidente del tribunale del capoluogo della provincia. Il registro è diviso in due sezioni: ordinaria
ove rientrano gli imprenditori commerciali, individuali e sociali, i consorzi e le società consortili, i
gruppi europei d’ interesse economico, gli enti pubblici economici, le società estere che hanno in
Italia la loro sede d’ amministrazione. Nella sezione speciale rientrano:gli imprenditori agricoli e le
società semplici: ma anche artigiani seppure essi siano già iscritti nell’ albo provinciale delle
imprese artigiane. I dati sono fornii dalle aziende stesse: entro 30 gg dall’ inizio dell’ impresa l’
imprenditore individuale deve rilasciare nome, cognome, paternità, cittadinanza, nome impresa
(ditta), oggetto e sede impresa; se imprenditori commerciali nome e cognome degli institori e
procuratori, per modificare tali dati o per cessazione dell’ impresa stessa si deve richiedere l’
iscrizione delle modificazioni e delle cessazioni. Le imprese sociali devono richiedere l’ iscrizione

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dell’ atto costitutivo e delle modificazioni. Gli atti devono essere registrati in forma autenticata.
Prima di procedere all’ iscrizione devono essere verificate le condizioni richieste dalla legge (art
2189), se non sussistono l’ iscrizione può essere rifiutata e l’ imprenditore può fare ricorso entro 8
gg al giudice del registro che può ordinare l’ iscrizione d’ ufficio (art 2189, 2190) solo per le
imprese individuali. Contro i provvedimenti del giudice del registro si può ricorrere entro 15 gg
dalla loro comunicazione proponendo reclamo al tribunale (art. 2192 ). Il giudice del registro può
anche ordinare la cancellazione dal registro di una iscrizione o perché è avvenuta in mancanza di
condizioni di legge o perché è cessata l’ impresa di esistere. L’ iscrizione ha un’ efficacia positiva e
negativa: la prima va a vantaggio del’ imprenditore poiché l’ ignoranza dei fatti, dei quali la legge
prescrive l’ iscrizione, non può essere opposta dai terzi quando essa è avvenuta (art 2193). Mentre la
negativa opera qualora non essendo stata iscritti gli atti per come disponeva la legge essi non
possono essere opposti a terzi. L’ iscrizione nella sezione speciale ha una funzione di pubblicità, ma
anche una di certificazione anagrafica, ossia di documentazione e di individuazione delle imprese
iscritte nel registro.
La consultazione dei dati è resa possibile a tutti e ciascun ufficio rilascia certificati e copie tratte
dagli archivi informatici.

18. B) Obbligo di documentazioni delle operazioni d’ impresa: corrispondenza e scrittore


contabili.
L’ imprenditore commerciale ha l’ obbligo di conservare le scritture contabili in modo che
osservando la contabilità si possa in ogni momento fare il punto sull’ attività svolta, indagare sulle
cause dei risultati positivi e negativi, correggere errori d’ impostazione ecc..
L’ imprenditore ha l’obbligo di tenere tale contabilità e le relative sanzioni hanno lo scopo di
spingerlo alla tenuta di una contabilità regolare. Tali
documenti possono essere divisi in:
- corrispondenze, cioè per ciascun affare concluso per corrispondenza devono essere conservati gli
originali delle lettere e telegrammi e fatture ricevute e le copie di quelle inviate, in maniera che un
affare possa essere ricostruito e comprovato ;
- scritture contabili le quali devono essere tenute da tutti gli imprenditori commerciali. Esse sono :
1) il libro giornale nel quale l’ imprenditore deve indicare giorno per giorno le operazioni
d’ impresa. Nel libro giornale le operazioni di impresa vengono ordinate cronologicamente ;
2) il libro degli inventari in cui all’ inizio dell’ impresa e dopo ogni anno l’ imprenditore deve
indicare gli elementi passivi e attivi del suo patrimonio compresi i rapporti estranei all’ impresa
determinandone il valore (inventario) ; all’ inventario faranno seguito lo stato patrimoniale ossia le
attività e passività relative all’ impresa, ed il conto economico( esposizione analitica degli utili
conseguiti e delle perdite subite art 2217): questi ultimi costituiscono il bilancio d’ esercizio. I
bilanci delle imprese individuali e delle società di persone non sono soggetti all’obbligo del
deposito nel registro delle imprese.
Per evitare false dichiarazioni riguardo le scritture contabili sono stati stabiliti determinati criteri :
a) il libro giornale e il libro degli inventari prima di essere usati devono essere numerati
progressivamente in ogni pagina e se si tratta di scritture contabili che secondo le leggi speciali
devono essere bollate dal notaio o dall’ ufficio del registro in ogni foglio, questi dovranno dichiarare
nell’ ultima pagina il numero dei fogli che le compongono formalità estrinseche iniziali;
b) il libro degli inventari deve essere annualmente sottoscritto dall’ imprenditore;

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c) tutte le scritture devono essere eseguite secondo le norme di un’ ordinata contabilità senza spazi
bianchi, senza abrasioni e in caso di cancellature in modo che queste siano leggibili, senza interlinee
e senza trasporti in bianco formalità intrinseche.
La corrispondenza e le scritture contabili possono essere conservati anche con strumenti informatici
, in tale ipotesi, per assicurare la regolarità della tenuta informatica, gli obblighi di numerazione
progressiva e di vidimazione devono essere assolti procedendo all’elaborazione trimestrale del
documento informatico ed alla sua sottoscrizione con firma digitale e marca temporale da parte
dell’imprenditore o da altro soggetto da lui delegato.
Se l’imprenditore non tiene le scritture contabili o le tiene irregolarmente, in caso di insolvenza non
viene ammesso al concordato preventivo e, dichiarato fallito, viene punito per il reato di bancarotta
semplice.
Particolare rilievo assume l’ efficacia probatoria delle scritture contabili, essa opera contro e a
favore dell’ imprenditore.
Contro l’ imprenditore , anche se tenute irregolarmente fanno prova piena ( presunzione semplice),
Perché le scritture contabili possano fare piena prova contro l’imprenditore, occorre ottenerne la
produzione in giudizio. Se ne può pretendere la comunicazione o esibizione : la comunicazione
integrale può essere chiesta al giudice solo in tre casi :
- quando si tratta di controversie relative allo scioglimento di una società, alla comunione dei beni e
alla successione ereditaria ;
negli altri casi i giudice può ordinare, anche d’ufficio, l’esibizione di singole scritture contabili o
anche di tutti i libri.
Le scritture possono fare prova anche a suo favore . Non si tratta però di piena prova ed inoltre è
subordinata a tali condizioni:
a) che i libri siano tenuti regolarmene ;
b) che si tratti di rapporti tra imprenditori commerciali ;
c) che si tratti di rapporti derivanti per entrambi gli imprenditori dall’esercizio della loro impresa.
Difatti solo se ricorrono le condizioni B e C gli imprenditori hanno l’ obbligo di documentare le
scritture e di confrontarle con l’ altro imprenditore ; se ricorre invece la condizione A si ha una
grande garanzia che la scrittura non sia compiuta in occasione di controversia.
La corrispondenza e le scritture contabili devono essere conservate per 10 anni. La conservazione
può anche avvenire sotto forma di registrazioni su supporti di immagine e quindi anche con
riproduzioni informatiche.

19. C) Sottoposizione alle procedure concorsuali.


L’ imprenditore che si trovi in stato d’ insolvenza cioè non riesca a far fronte a tutti i suoi debiti è
soggetto al fallimento (art 2221), procedura che ha lo scopo di alienare tutti i bene dell’
imprenditore per poi soddisfare i creditori con precedenza per i chirografari ;
è soggetto alla amministrazione straordinaria (d.lg. n.270/99 ) ossia a quella procedura che ha come
scopo principale di consentire il recupero dell’ equilibrio dell’ impresa, così perseguendo anche il
soddisfacimento dei creditori.
A tale procedura concorsuale sono sottratti i piccoli imprenditori e gli enti pubblici commerciali.

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20. La disciplina della tutela dei consumatori. Sicurezza dei prodotti e responsabilità del
produttore :
Lo statuto degli imprenditori è stato negli anni integrato con numerose altre legislazioni e in
particolare con una normativa di origine comunitaria, che ha imposto ulteriori obblighi di
comportamento soprattutto agli imprenditori commerciali, per la protezione dei consumatori e degli
utenti, ossia di coloro che agiscono per scopi estranei all’ attività imprenditoriale e che dunque non
sono correttamente informate ed essendo particolarmente vulnerabili hanno bisogno di una
particolare protezione giuridica che gli consenta di percepire chiaramente benefici e costi
conseguenti alle loro scelte di acquisto e consumo.
Pertanto, in attuazione dell’ art 153 del Trattato della Comunità Europea è stato introdotto il
Codice dei consumatori atto ad assicurare un elevato livello di tutela dei consumatori e degli utenti
e a riconoscergli fondamentali diritti come quelli alla salute, alla sicurezza, alla qualità dei prodotti
e dei servizi ; ad una adeguata informazione ed una corretta pubblicità ; all’esercizio delle pratiche
commerciali secondo i principi di buona fede, correttezza e lealtà ; all’educazione al consumo ;
alla correttezza, trasparenza ed equità nei rapporti contrattuali ( cod. cons. D. LG n. 206/05).
Sugli imprenditori verranno fatti dei controlli amministrativi che prevedranno sanzioni penali per
coloro che violano l’obbligo di immettere sul mercato prodotti sicuri tali che in condizioni di
normale utilizzo non arrechino danni.
È prevista inoltre una responsabilità extracontrattuale per coloro che producono beni mobili che
sono destinati al pubblico tramite l’ intervento di imprenditori commerciali che svolgono un’ attività
intermediaria (art 2195 sono i fornitori). Di solito infatti il consumatore non ha rapporto col
produttore così l’ azione di rivalsa viene fatta dall’ intermediario.
Pertanto il produttore è responsabile del danno cagionato da difetti del suo prodotto e si avrà che :
1) sono prodotti tutti beni mobili anche se agricoli;
2) sono produttori oltre che i fabbricanti, i rappresentanti e in mancanza di questi anche gli
importatori e tutti gli imprenditori della catena di commercializzazione nella misura in cui possano
incidere sul prodotto ;
3) è difettoso il prodotto che non offre la sicurezza dell’ uso per cui è ragionevolmente destinato.
Il produttore deve risarcire i danni provocati dall’uso del prodotto difettoso, se il danneggiato
adempie all’onere di provare il difetto del prodotto ei l nesso di casualità tra il difetto e il danno.
Il produttore può discolparsi dimostrando una delle cause di esclusione della responsabilità
ammesse per legge ( ad es. che il difetto non esisteva quando il prodotto è stato messo in
circolazione ). Sono risarcibili i danni alle persone e alle cose e tale diritto si prescrive in 3 anni dal
momento in cui il danneggiato avrebbe avuto conoscenza del danno.
Se il produttore non è individuato, risponderà il fornitore nel caso in cui ometta di comunicare
entro 3 mesi al danneggiato l’ identità e il domicilio del produttore.
Azione di classe. A coloro che compongono la classe dei consumatori e degli utenti è consentito di
esercitare anche individualmente, ovvero mediante mandato ad un’associazione o ad un comitato a
cui partecipano, un’azione giudiziale ( detta, appunto, di classe ) contro gli imprenditori per la tutela
dei proprio individuali o anche per la tutela di interessi collettivi.
L’azione ha per oggetto l’accertamento della responsabilità e la condanna al risarcimento del danno
e le restituzioni in favore degli utenti consumatori.
Tali adesioni devono pervenire entro un termine perentorio, non superiore a 120 giorni, fissato dal
Tribunale, e decorrente dalla data di pubblicazione dell’ordinanza preliminare di ammissibilità della

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domanda. Decorso tale termine, non sono altresì proponibile ulteriori azioni di classe, aventi ad
oggetto i medesimi fatti e nei confronti della stessa impresa

Capitolo secondo: l’ azienda, i segni distintivi- i beni immateriali

21. Il concetto d’ azienda. L’ avviamento .-per esercitare l’ impresa occorre avere a disposizione
un complesso di beni e servizi ossia l’ azienda. Il codice non vede i due termini come sinonimi
difatti su un piano soggettivo si ha il concetto d’ impresa come attività dell’ imprenditore (art 2082),
mentre su un piano oggettivo abbiamo l’ azienda come insieme di beni(art 2555 non menziona i
servizi) per l’ esercizio di quella attività. Per realizzar l’ attività produttiva non vi sono solo elementi
eterogenei come beni e servizi ma vi sono differenzazioni anche tra i beni stessi che possono essere
materiali immateriali, fungibili, infungibili ecc. ugualmente vari possono essere i diritti in forza dei
quali l’ imprenditore gode degli elementi dell’ azienda(diritti aziendali) per esempio la proprietà dei
macchinari. Non bisogna pensare che l’ attività d’ azienda preceda quella d’ impresa , né che per
iniziare l’impresa sia essenziale prima il collocamento di beni e servizi presso i consumatori. Anche
i rapporti con i consumatori incidono sulla composizione dell’azienda.
Clientela e avviamento: scopi finali dell’ impresa sono essenzialmente due ossia assumere una certa
posizione sul mercato ed ottenere un buon profitto e per avere ciò occorre raggiungere determinati
livelli di produzione e dunque di domanda dei consumatori. Ma all’ azienda oltre che la clientela
bisogna l’ avviamento. Per comprendere tale concetto occorre tener presente che il guadagno di un’
impresa è dato dalla differenza positiva tra costi e guadagni. L’ imprenditore ha di solito
convenienza ad investire la maggior parte del suo patrimonio e dunque dal guadagno lordo
occorrerebbe dedurre il compenso spettante all’ imprenditore sul capitale investito se fosse altrui per
ottenere il profitto. L’ avviamento è la capacità dell’ solitamente viene compiuta una previsione del
profitto futuro dalla quale dipende il valore dell’ azienda e se si ricava un valore superiore a quello
d’ investimento si avrà l’avviamento. La clientela presuppone un’ azienda già usata nell’ esercizio
dell’ impresa e per meglio comprendere i rapporti tra azienda, clientela ed impresa occorre
aggiungere:a) che la disciplina dettata per l’ azienda presuppone un complesso dotato non solo di
funzionalità della produzione ma anche di clientela e avviamento; b) che clientela e avviamento si
riferiscono ad una realtà più complessa, risultante dall’unione dell’ imprenditore e dell’ azienda
nell’esercizio dell’ impresa.
Si può ipotizzare quanta parte d’impresa sia attratta dalla qualità di taluni elementi dell’
impresa(avviamento o clientela oggettivi) e quanti dalla capacità e dai rapporti personali dell’
imprenditore (avviamento o clientela soggettivi), quest’ ultima potrà continuare ad essere attratta
dalla sola azienda qualora l’ imprenditore non continui l’ impresa.

22. Il problema della conservazione dell’ azienda e della sua circolazione.- La disciplina dell’
azienda mira a favorire la conservazione dell’ unità economica poiché l’ interesse alla permanenza
dell’ azienda è cresciuto con la formazione di un’ economia a capitalismo avanzato ove la loro
chiusura causerebbe la perdita di posti di lavoro e capitali. L’ interesse alla conservazione dell’
azienda può essere difeso ostacolandone la dissoluzione da parte di coloro che per legge ne
avrebbero il potere come i creditori, sia favorendo la circolazione dell’ azienda come complesso
unitario. Per il primo caso per ostacolare l’ azione dei creditori è stato dato un particolare valore
significativo ad insolvenza solo se riferita al capitale fisso (piano giuridico), ovvero favorendo con
l’ amministrazione straordinaria la continuazione dell’ esercizio(piano normativo). Sono state

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introdotte norme a tutela dell’ avviamento commerciale per a) facilitare all’ imprenditore la
conservazione dell’ immobile con il diritto di prelazione nel caso in cui il locatore intenda vendere l’
immobile o lo voglia dare in locazione a terzi; b) assicurare al locatore in caso di perdita dell’
immobile un indennizzo a carico del locatore che non sarà dovuto nel caso in cui si tratta d’ imprese
che non hanno rapporti diretti con il pubblico (sent. Corte cost n. 36/1990).

23. La disciplina della circolazione dell’ azienda: forma e prova dei negozi relativi.- Per
facilitare la circolazione dell’ azienda come sistema unitario servirebbe considerarla quale bene
indivisibile quando dotata di avviamento ossia quando il suo valore in base all’ avviamento supera
quello d’ investimento. Sul piano legislativo si considera che tale visione unitaria si sarebbe potuta
tradurre mediante l’ utilizzo di contratti di trasferimento della titolarità dell’ azienda e di
costituzione dei diritti di godimento aziendali richiedendo una forma scritta a pena di nullità. Il
codice invece stabilisce solamente che essi debbano essere provati in giudizio per iscritto. Inoltre
esistono diversi sistemi di circolazione a seconda che si parli di conflitti tra diversi acquirenti di una
stessa azienda tra acquirente azienda e acquirente dei singoli diritti aziendali e tra acquirente e
creditori dell’ alienante: con l’ art 2556 si è previsto che per le aziende commerciali vi sia
l’iscrizione del contratto nel registro delle imprese nel quale è iscritto l’imprenditore alienante e
deve essere richiesta entro 30 giorni dal notaio che ha redatto il contratto di trasferimento dell’
azienda in forma autentica .

24. Altre regole relative alla circolazione dell’ azienda.- Si è concluso col dire che per il
trasferimento dei diritti reali su cosa immobile vengono trasferiti mediante l’ utilizzo di iscrizioni
sul registro delle imprese, mentre per gli altri diritti tali sono le prescrizioni statali: 1) per il
trasferimento dei rapporti contrattuali in corso di esecuzione l’ art 2558 dispone che l’ acquirente
dell’ azienda subentra nei contratti eseguiti nella stessa posizione dell’ alienante ad es. quello per la
fornitura dell’ energia elettrica. Tale successione avviene senza il bisogno di avvertire la controparte
che qualora non accetti ha il diritto di recedere entro 3 mesi dalla notizia del trasferimento. Per la
sublocazione e la cessione del contratto di locazione relativa all’ immobile in cui era esercitata l’
impresa alienante l’ art 36 L. 1978/392 ammette che entrambe possono essere realizzate anche
senza il consenso del locatore. Il locatore potrà opporsi per gravi motivi entro 30 giorni dalla
notizia, se il cessionario non adempie ai propri obblighi può pretendere l’ adempimento dal
concedente.
2) Per i crediti che l’ alienante aveva acquistato con l’ esercizio dell’ impresa l’ art 2559 stabilisce
che il trasferimento all’ acquirente degli stessi ha effetto a partire dal momento in cui avviene l’
iscrizione del contratto nei registri dell’ impresa. 3) Per i debiti anche se trasferiti all’ acquirente
continua a rispondere l’ alienante a meno che i creditori non abbiano consentito il trasferimento con
l’ azienda e ciò in applicazione del principio generale per cui non è ammesso il trasferimento del
debito senza il consenso del creditore (art 1273). 4) Per il trasferimento della clientela centrale
importanza hanno le norme sul divieto di concorrenza(art 2557) che si sostanzia nel divieto per l’
imprenditore di una durata di 5 anni dall’ alienazione dell’ azienda di avviarne una nuova che possa
sviare la clientela ma se non sussistono pericoli nel contratto può anche sciogliersi tale divieto.5)
Per i diritti di godimento sull’ azienda(usufrutto o affitto art 2561 e 2562) le norme si sostanziano
nel non poter cambiare nome all’ azienda per mantenere e aumentare la clientela. Gli obblighi del
titolare del diritto di godimento sono funzionali a quello di gestire l’ azienda e si sostanziano:
potere di trasformare le materie prime e vendere i prodotti, sostituire i macchinari, obbligo di
rinnovare le normali dotazioni di scorte, e di comprendere nell’ azienda il cumolo di prodotti e
materie prime. 6) La disciplina sulla circolazione dell’ azienda coinvolge in particolare il patto di
famiglia con il quale l’ imprenditore in vita divide e trasferisce il complesso dei beni aziendali a chi
è più adatto a seguire la sua attività imprenditoriale. Alla stipulazione del contratto istitutivo del
patto di famiglia devono presenziare tutti coloro ai quali la legge riserva una quota di eredità.

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maniera da poter trattenere per sé l’ invenzione per un periodo di tempo più lungo da quello
offerto dallo stato, ma con l’ inconveniente che se qualcuno lo scopre il reale inventore non la
possa più brevettare. Anche per il segreto vi è una tutela da parte dello stato che sanziona coloro
che, non essendone i titolari, rivelano informazioni aziendali riservate(art 99 cpi). È dubbio se il
diritto alla segretezza delle informazioni aziendali abbia una tutela reale (rivendicazione), o solo
una obbligatoria (risarcimento), è sicuro che esso sia tutelato dalla disciplina sulla concorrenza
sleale.

CAPITOLO TERZO:La disciplina della concorrenza

36. Il principio della concorrenza e la sua storia.- Possiamo adesso considerare una visione
dell’ impresa a livello globale con una intersezione tra la collettività che realizza la domanda di
beni e servizi, le imprese che realizzano l’ offerta, il luogo dove domanda ed offerta s’ incontrano
ossia il mercato. Sarebbe opportuno considerare il rapporto tra mercato e produzione come un
rapporto dinamico e quindi parlare di mercato dinamico. Tale modello si afferma al nascere della
teoria liberale che riconosce il dinamismo dell’ assetto sociale, difatti il processo economico è frutto
di una gara tra imprese e giudici della gara sono i consumatori. Il mercato dinamico è quindi un
mercato concorrenziale che presenta :a) libertà dei fattori produttivi, b) libertà d’ iniziativa
economica, c) potere di gestire l’ impresa di chi gestisce i capitali realizzando la successione
rischio-potere-profitto-reinvestimento del profitto accumulato,d) libera concorrenza ed ostracismo
degli strumenti che legano la clientela all’ impresa, e) consumatore /giudice; f) diversificazione
sociale in base alla partecipazione al progresso; g) pluralità d’ imprese ed assenza di imprese
giganti; h) Stato che deve rimuovere gli ostacoli alla libera concorrenza come ad esempio cartelli e
consorzi;i) momento finale dato dal mercato che con il giudizio dei consumatori decide la quantità e
la qualità dei beni. Tuttavia le imprese sono sempre più portate a frenare la concorrenza più che a
realizzarla, ed inoltre, nella realtà un’ economia di mercato perfetta ha sempre esitato a realizzarsi
con un passaggio da un capitalismo concorrenziale ad uno oligopolistico poiché libertà ed
uguaglianza sono valori di difficile realizzazione, e poiché la concorrenza tende a premiare sempre
le imprese più abili e realizzare una concentrazione. Il mercato oligopolistico presenta le seguenti
caratteristiche:1) difficoltà ad entrare poiché si devono detenere ampi capitali; 2) difficoltà ad essere
espulsi in quanto le imprese forti creano interessi così alti da avere una rappresentazione come
interesse generale; 3) ricorso a mezzi concorrenziali(ipertrofia di pubblicità); 4) rarefazione al
ricorso alle armi concorrenziali che realizzano l’ interesse del consumatore(abbassamento prezzi);
5) politica concorrenziale tale che aumenti la domanda senza la corresponsione dell’aumento della
soddisfazione dei consumatori; 6) alterazione rapporto rischio- potere. I compiti dell’odierno
legislatore sono quelli di eliminare le intese anticoncorrenziali(ossia poche imprese quasi
monopolizzano il mercato), gli abusi di posizione dominante di tali imprese, e le concentrazioni
industriali, tali sono gli scopi che si prefigge anche la disciplina anti- monopolistica.

37. Il principio di concorrenza nella normativa.- I dati normativi attraverso i quali viene
disciplinata la libera concorrenza sono divisi in : quelli che tutelano la libera concorrenza;quelli che
ostacolano il realizzarsi i intese anti-concorrenziali e quelle anti-monopolistiche. L’ art 2595
determina che la concorrenza deve svolgersi in modo da non ledere l’ interesse dell’ economia
generale,l’ art 41 della cost stabilisce che la concorrenza non deve svolgersi in contrasto con l’
utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. Sempre
nella costituzione l’ art 43 stabilisce che è possibile la creazione di monopoli i quali imprenditori di
solito sono lo Stato o altri soggetti privati che hanno avuto una concessione esclusiva della pubblica
amministrazione. In tali casi il codice all’ art 2597 impone l’ obbligo della parità di trattamento di
tutti i clienti. Esistono poi i limiti di concorrenza posti ad esempio a carico del lavoratore
subordinato rispetto al datore di lavoro(art 2105), o ad esempio, dell’ imprenditore alienante che per
5 anni al fine di non sviare la clientela deve evitare di svolgere di nuovo la stessa attività.

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38. La disciplina della concorrenza sleale.- Tale disciplina può essere interpretata secondo due
diverse filosofie: la prima quella filosofia anticoncorrenziale solidaristica, che vede la disciplina
come uno ostacolo alla libera concorrenza, garantendo la posizione radicata dagli imprenditori, si
può difatti irrigidire il mercato ravvisando nei dipendenti in comportamento sleale ; ovvero
dichiarando illegittima l’ imitazione poiché realizza confusione tra differenti prodotti, si ritiene
altresì garantista a pubblicità comparativa. Altro orientamento è quello filo concorrenziale che mette
in luce la forza promotrice della concorrenza della normativa. Si ritiene illecita la pubblicità
menzognera , le forme aggressive di pubblicità, e si ritiene lecita la pubblicità comparativa qualora
riporti dati reali. Dinanzi ad atti di concorrenza sleale ogni imprenditore potrà adire un’ azione
giudiziaria. All’ art 2598 il codice vieta: 1) atti di confusione (imitazione); 2) atti di denigrazione; 3)
atti di vanteria (appropriazione dei pregi dei prodotti o dell’impresa di un concorrente); 4) qualsiasi
atto contrario alla correttezza professionale. Inoltre viene vietato ogni atto che comporta l’
acquisizione di informazioni relative all’ azienda di terzi. Si può concludere che sono state vietate le
pratiche commerciali scorrette e quelle ingannevoli, è stata ammessa la pubblicità comparativa
lecita ossia veritiera e non denigratoria. Accanto all’ azione giudiziaria si attiva quella in sede
amministrativa dell’ autorità garante della concorrenza ossia l’autorità anti-trust. Con la sentenza si
inibiscono tutti gli atti che hanno realizzato la concorrenza sleale e se sono stati compiuti con dolo
e colpa si autorizza il risarcimento del danno e può essere ordinata la pubblicazione della
sentenza(art 2600).

39. Limiti convenzionali alla concorrenza. I cartelli.- all’ interno della nostra disciplina esistono
delle zone d’ombra ossia quelle norme che vanno a limitare la concorrenza. Nel 1942 era
conosciuto sia il contratto bilaterale per cui un imprenditore operava una restrizione unilaterale a
non svolgere concorrenza, sia un accordo plurilaterale tra più aziende detto appunto cartello che era
firmato da più aziende che si limitavano a vicenda. Abbiamo diversi tipi di cartello quello limitativo
entro una banda di prezzi (cartello dei prezzi), quello che divide il mercato in diverse zone(cartello
di zona) quello che stabiliva la quantità totale da produrre (cartello di contingentamento). Talvolta
accadeva che si formassero organizzazioni comuni della concorrenza che si univano e davano vita
ai consorzi. L’ art 2596 nel cod del 42 vedeva come valido il limite alla concorrenza purchè si
trattasse di restrizioni unilaterali,fosse circoscritto ad una determinata zona ed abbia una durata non
superiore ai 5 anni. I contratti di cartello erano atipici ma più tardi vennero ritenuti leciti e tale
visione venne estesa anche ai consorzi. Fortunatamente adesso con la normativa antimonopolistica
la visione prima descritta è notevolmente mutata ed i cartelli e consorzi sono stati limitati anche ad
opera della nostra autorità garante della concorrenza e del mercato.

40. I consorzi.- Nel primo codice del 1942, il consorzio veniva visto pari ad un cartello ma in un
contesto più ampio dove era realizzata l’ organizzazione volta a realizzare il rapporto ed il consorzio
era favorito al cartello per la durata più lunga (10 anni), sia per una sicurezza della
regolamentazione. Ben presto nella prassi nacquero i consorzi che ebbero una funzione nettamente
differente anzi opposta: essi si configurarono sempre più come uno strumento di cooperazione
interaziendale, adeguato a ridurre determinati costi ed ad aumentare la competizione all’ interno del
mercato. Per agevolare tali tipologie di consorzi venne varata la legge del 10 maggio 1796 n. 377
che modificò il codice introducendo esenzioni finanziarie ed agevolazioni per i consorzi di
cooperazione, aumentando il limite di tempo annullando ogni limite, annullava la responsabilità
solidale e illimitata degli imprenditori art 2615. I consorzi anti concorrenziali non godettero di tali
agevolazioni in quanto ebbero contro la legge anti-monopolistica. In relazione alle modalità di
organizzazione si suole distinguere i consorzi con attività esterna (ossia quelli in cui gli organi
consortili entrano in rapporti con terzi, ed è proprio qui che vengono svolte le fasi in comune per
conto delle imprese consorziate) e quelli con attività interna (gli organi controllano che in

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consorziati adempiano correttamente alle loro obbligazioni). Si ha così una disciplina comune che si
applica a tutti i consorzi e una particolare che si applica ai consorzi con attività esterna.
1)Disciplina comune . art 2603 essa comporta l’ obbligatorietà del contratto per iscritto a pena di
nullità. Contenuto del contratto deve poi esser l’ oggetto del consorzio e gli obblighi assunti dai
consorziati, organizzazione per realizzare l’ oggetto, le sanzioni per gli inadempienti agli obblighi
assunti, le condizioni d’ ammissione dei nuovi consorziati, i casi di esclusione e di recesso, e la
durata del contratto che se non è decisa è determinata per legge di 10 anni (art 2604). Le decisioni
vengono prese a maggioranza, e le modificazioni devono essere fatte per iscritto. Se uno dei
consorziati trasferisce l’ azienda succede l’ acquirente che può essere escluso se sussiste giusta
causa(art 2610). I casi di scioglimento(art 2611) sono: il decorso del termine, il conseguimento o
l’impossibilità di conseguire l’oggetto, la deliberazione dei consorziati unanime, provvedimenti
autorità governativa. 2) Disciplina particolare. Questa è applicabile solo ai consorzi con attività
esterna. Si articola in tali punti: a) pubblicità del contratto costitutivo, un estratto del quale deve
essere pubblicato presso l’ ufficio del registro delle imprese. L’ obbligo della pubblicità grava su
coloro cui è attribuita la direzione del consorzio (art 2615-bis). B) la pubblicità della situazione
patrimoniale deve essere realizzata seguendo il sistema di bilancio d’ esercizio della società per
azioni e di depositarla presso l’ufficio delle imprese. C) la rappresentanza in giudizio nel lato
passivo può essere attribuita a chiunque compone la direzione del consorzio (art 2613); d) il c.d.
fondo consortile ossia quel fondo realizzato per poter soddisfare i creditori qualora ce ne fosse
bisogno in quanto in base al nuovo art 2615 i creditori non possono soddisfarsi sul patrimonio
privato degli organi del consorzio, ma nel caso in cui vi sia inadempimento del mandante , saranno
responsabili gli altri consorziati(in deroga al principio per cui per gli atti del mandatario senza
rappresentanza non risponde il mandante art 1705 ). Infine il fondo consortile viene detto autonomo
poiché per la durata del consorzio i consorziato non ne possono richiedere la divisione.
41. la legislazione anti-monopolistica.- il mercato per eliminare tutti quei comportamenti che
vanno a minare il suo dinamismo abbisogna di un controllo ferrato ossia della normativa anti-
monopolistica o anti-trust. Tale legislazione è contenuta nel trattato costitutivo della Ceca e della
Ce e a livello nazionale all’ interno della l. n. 287 del 1990. Tale legge affida il controllo ad un’
autorità amministrativa garante della concorrenza che collabora a livello comunitario con la
commissione della comunità europea. I fenomeni pericolosi per il mercato che la legislazione
punisce sono:
a) le intese. Queste si hanno quando più imprese si comportano alla stessa maniera ossia adottano
un comportamento già precedentemente concordato. Esistono delle intese lecite e quelle lecite o per
meglio dire quelle che hanno per oggetto la volontà di limitare il gioco della concorrenza. Le intese
vietate sono nulle sia che l’ impresa rientri nella disciplina comunitaria che in quella italiana.
Entrambe le discipline per un certo periodo possono però autorizzare tali intese illecite ad operare
perché contribuiscono a migliorare il progresso tecnico e il benessere della società. L’ Autorità può
pur sempre sciogliere tale concessione poiché si è andati oltre l’ autorizzazione. La legge n.
287/1990 stabilisce che per condannare un’ intesa deve essere aperta a suo carico un’ istruttoria ma
questa non può essere avviata decorsi 120 giorni dalla comunicazione a meno che questa sia
incompleta o non veritiera. Per fare conoscere all’ autorità le intese non comunicate l’ iniziativa
compete alla P.A. ad ogni interessato e all’ associazione dei consumatori. Se l’ autorità ravvede
gravi possibili danni può d’ ufficio prendere misure cautelari, e se l’ intesa è già stata attuata fissa
un termine per l’ eliminazione delle infrazioni e commina una sanzione pecuniaria;
b)l’ abuso di posizione dominante. S’ intende con ciò qualsiasi comportamento atto a realizzare un
posizione di squilibrio nel mercato ove un’ azienda è talmente potente da indebolire la concorrenza,
praticando prezzi non giustificati dai costi o sopperendo la qualità dei materiali o il progresso
tecnologico, ovvero applicando nei rapporti contrattuali clausole che comportino svantaggio per l’
altra parte contraente. L’ autorità svolge un’ azione istruttoria simile a quella per le intese e ,per
snellire il procedimento, propone alle imprese di realizzare dei provvedimenti idonei ad eliminare il

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profilo anti concorrenziale entro 3mesi. Valutati tali impegni l’ autorità può renderli obbligatori e
chiudere il procedimento;
c) le concentrazioni d’impresa. Ai sensi dell’ art 5 L. n. 287/1990 si hanno le concentrazioni
quando: a) due o più imprese si uniscono,b) quando un’ impresa e un soggetto imprenditore, che già
possiede altre imprese, si uniscono e acquistano il controllo di una o più imprese, c) quando due o
più imprese costituiscono un’ impresa sociale comune. La concentrazione diviene rilevante quando
le imprese raggiungono una certa somma di capitale fatturato annuo: oltre 400 mil. Di euro , per gli
istituti bancari e finanziari il fatturato è in relazione ad un decimo del patrimonio attivo dello stato
patrimoniale e per le imprese di assicurazione un valore pari ai premi incassati. Se si tratta di
concentrazioni rilevanti prima di eseguirle e imprese dovranno informare l’autorità che se ritiene di
dover indagare aprirà l’ istruttoria che deve essere aperta 30 giorni dopo la notifica, se l’ autorità
non ritiene di dover aprire l’istruttoria allora gli interessati dopo 30 giorni dalla notifica potranno
realizzare la concentrazione. Aperta l’ istruttoria l’ Autorità può obbligare le imprese bloccare i
lavori per la concentrazione e l’istruttoria potrà chiudersi a favore della concentrazione, o in senso
contrario ossia quando l’ Autorità dovrà vietare la concentrazione(art 6); se l’operazione di
concentrazione è già stata eseguita , l’ autorità prescrive le misure necessarie a ripristinare la
concorrenza(art 18), e se le imprese non abbiano adempiuto all’ obbligo di comunicazione
preventiva dovranno sciogliere la concentrazione, qualora questa sia vietata con una sanzione che
và dall’ 1 al 9%, mentre se era lecita dovranno solo pagare una sanzione dell’ 1 % della fatturazione.
L’ art 25 prevede che l’autorità del consiglio dei ministri possa autorizzare una concentrazione
qualora questa apporti beneficio entro certe limitazioni. Dal punto di vista giudiziario l’ art 33
stabilisce che i provvedimenti dell’ Autorità possono essere impugnati dinanzi al Tar del Lazio, e
quelli di giudizio di nullità e risarcimento saranno discussi davanti alla Corte d’ Appello.
Servizio di pubblica utilità. Questi sono costituiti dalla presenza di altre autorità pubbliche (es
autorità per le garanzie delle comunicazioni)che devono vigilare nel loro settore per garantire la
concorrenza e per segnalare le violazioni all’ autorità generale garante della concorrenza e del
mercato.

Capitolo quarto: gli ausiliari dell’ imprenditore

42. Ausiliari subordinati ed ausiliari autonomi.- L’ imprenditore per svolgere la sua attività deve
avere a suo fianco dei soggetti tali da poterli prestare una determinata collaborazione: gli ausiliari
subordinati( che intrattengono con l’ imprenditore un rapporto di lavoro, i quali si obbligano tramite
retribuzione a prestare il proprio lavoro intellettuale o manuale alle dipendenze dell’imprenditore art
2094 ), e quelli autonomi(art 2222 coloro che si obbligano nei confronti dell’ imprenditore a
compiere per conto suo un’ opera o un servizio). Esempi di quest’ ultimi sono: gli agenti di
commercio i quali procurano gli affari all’ imprenditore, i mediatori che si pongono in una
situazione super partes fra i due contraenti, i commissionari che concludono i contratti di
compravendita in nome proprio e per conto dell’ imprenditore, e gli spedizionieri che concludono
contratti di spedizione a nome proprio ma per conto dell’ imprenditore. I promotori finanziari
possono lavorare autonomamente o in subordine e promuovono servii di investimento fuori sede per
conto di banche.

43. I poteri di rappresentanza degli ausiliari subordinati. A) gli institori.-Tra gli ausiliari
subordinati particolare importanza ce l’ hanno coloro che hanno potere di rappresentanza cioè il
potere di compiere in nome e per conto dell’ imprenditore. Il collaboratore ha tutti i poteri di
rappresentanza necessari o utili alla organizzazione dell’ impresa che gli è stata affidata ad
esclusione di quelli che li sono stati sottratti in mo conoscibile a terzi. I rappresentanti commerciali
sono distinti in rappresentanti generali che hanno il potere di compiere tutti gli atti pertinenti
all’esercizio dell’ impresa come il caso dell’ institore e del procuratore, e i rappresentanti particolari
che hanno il potere di compiere solo taluni atti come ad esempio accade per i commessi. L’ institore

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è il rappresentante generale dell’ imprenditore preposto all’esercizio dell’ impresa o ad una parte
della stessa. Preposizione o procura institoria è il negozio giuridico per mezzo del quale l’
imprenditore nomina l’ institore attribuendogli determinati poteri. Tale procura è soggetta ad una
pubblicità commerciale e all’ interno di questa vengono iscritti i poteri e le mansioni che non gli
vengono affidate, così per chi entrerà in affari con l’institore sarà opportuno prendere visione di
quali sono i limiti dei suoi poteri , e se la procura non è stata pubblicata la sua rappresentanza si
ritiene generale. La pubblicità garantisce all’ imprenditore la facoltà di opporre a terzi le limitazioni
di potere anche se i terzi non le conoscevano, e qualora non sia registrata l’ imprenditori può
opporre le limitazioni solo se dimostra che i terzi le conoscevano al momento della contrattazione.
Secondo l’ art 2204 all’ institore è negato il potere di alienare o ipotecare i beni immobili del
preponente a meno che ciò non sia espresso nella procura, inoltre egli possiede la rappresentanza
processuale del preponente (art 2204) ed è obbligato insieme a quest’ ultimo a richiedere l’
iscrizione nel registro delle imprese e a detenere le scritture contabili dell’ azienda o della parte a lui
affidatagli. Infine, l’ art 2208 stabilisce che vi è responsabilità personale dell’ institore qualora
ometta di dire al terzo che sta trattando per conto del preponente ed il terzo potrà agire contro
entrambi sia il preponente perché l’ atto rientra nell’ oggetto dell’impresa sia l’ institore perché non
ha realizzato la spendita del nome. Ciò non sussiste quando il terzo dalle circostanze poteva ben
capire che l’ institore agiva per conto dell’ impresa.

44. b) I procuratori ed i commessi.- I procuratori sono anch’ essi i rappresentanti generali dell’
imprenditore ma si differenziano dall’ institore perché non è preposto alla direzione dell’ impresa.
Al procuratore si applicano tutte le norme sulla pubblicità della procura, della revoca o dei limiti
inseriti all’ interno del registro delle imprese in maniera che questi possono essere fatti valere verso
terzi (art 2209) . I commessi hanno un potere limitato di rappresentanza e possono compiere solo
atti di cui sono ordinariamente competenti. Esistono due tipi di commessi: commessi da negozio
che lavorano presso l’ impresa e commessi viaggiatori che possono concludere rapporti anche per
conto dell’ imprenditore ma i loro poteri sono ancora limitati dall’ art 2210 che ammette l’
impossibilità del concedere dilazioni o sconti, ne modificare le clausole dei contratti. Ai clienti che
hanno compiuto i contratti con i clienti è concesso ricevere dichiarazioni relative all’ esecuzione dei
contratti ed in particolare alle inadempienze contrattuali(le dichiarazioni compiute davanti ai
commessi hanno effetto verso gli imprenditori. Art 2212).

Sezione seconda: l’ impresa collettiva


Capitolo primo: Impresa collettiva e impresa sociale
45. L’ impresa collettiva.- L’ impresa può essere imputata o ad una singola persona fisica, o ad una
pluralità di soggetti si parla di impresa collettiva. La nascita di tali imprese si è avuta con lo
sviluppo tecnico realizzabile solo attraverso l’ utilizzo di grandi imprese che per formarsi, possono
essere composte da altre imprese a loro volta collettive. Tali collettività sono caratterizzate dalla
realizzazione di uno scopo comune e secondo l’ art. 2247, quando due o più soci si riuniscono per
esercitare un’ attività comune volta ad un determinato scopo di dividerne gli utili si ha la società. Se
la partecipazione avviene secondo un sistema mutualistico si ha la cooperativa(art 2511) o una
mutua assicurazione (art. 2546). Può avvenire anche che l’ impresa venga esercitata per il
raggiungimento di uno scopo culturale o politico e dunque sia esercitato tramite una fondazione. Le
quali poi destinano il guadagno dell’ impresa allo scopo principale. Per tali ipotesi si hanno due tesi:
una che ammette in tali casi l’ utilizzo dello schema della società che comporta quella dell’ impresa
e l’ altro ove le due discipline impresa e società devono essere distinte su due piani. Tuttavia rimane
certo che la prima forma d’ esercizio dell’ impresa collettiva commerciale è quella sociale.
46. Il concetto di società.- La società, di solito, nasce da un contratto al quale possono partecipare
più di due persone e si parla di contratto plurilaterale ove i soci riuniscono le loro partecipazioni per
il raggiungimento dello scopo comune, difatti per essere socio, questo è il vincolo essenziale poichè

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35 - LA NOZIONE DI SOCIETÀ E I PRINCIPI GENERALI


L’ORGANIZZAZIONE PRODUTTIVA: ELEMENTI COSTITUTIVI
Le società sono strutture organizzative destinate all’esercizio di un’attività produttiva:
organismi di diritto privato con una propria dotazione patrimoniale e un più o meno articolato
apparato operativo, per mezzo dei quali viene svolta un’attività economica diretta alla
produzione o allo scambio di beni o servizi.
Le società sono degli enti cui è demandato l’esercizio delle imprese che non fanno capo
giuridicamente ad una persona fisica.
Quindi, nell’attuale sistema giuridico, società=impresa collettiva? No, nel sistema giuridico
attuale non può essere tracciata una corrispondenza biunivoca tra fenomeno societario e
impresa collettiva:
- sono oggetti configurabili società che esercitano un’attività produttiva non
imprenditoriali (società tra professionisti intellettuali), o che non svolgono un’attività
collettiva perché all’organismo partecipa un unico socio (società unipersonali).
- Esistono enti diversi dalle società, che pure possono esercitare un’impresa
(associazioni, fondazioni, consorzi es. associazione di beneficenza che, per finanziare le
proprie iniziative di sostegno, organizza spettacoli a pagamento).
IL DIRITTO DELLA SOCIETÀ
Il carattere necessariamente produttivo (e normalmente imprenditoriale) dell’attività svolta e
il fatto che la disciplina dell’istituto sia concepita precisamente in funzione dell’esercizio di
un’attività di questo tipo ne spiega l’appartenenza al diritto commerciale: il diritto delle
società è il complesso delle norme che regolano la vita e le modalità operative della struttura
organizzativa a destinazione produttiva.
L’atto costitutivo dà vita a un centro di interessi dotato di un patrimonio giuridicamente
distinto da quelli personali dei soci e di autonomia soggettiva. Ciò pone la necessità di
regolare l’ente creato sia sul piano interno (diritti-poteri-doveri dei partecipanti rispetto a
esso, le modalità di formazione degli atti riferibili al medesimo), sia su quello esterno (la
rappresentanza dell’ente, la responsabilità per le obbligazioni assunte in suo nome).
MODELLI ORGANIZZATIVI
L’ordinamento giuridico delinea una pluralità di modelli organizzativi diversificati, ciascuno
caratterizzato da regole proprie e tra cui, pur con qualche limite, i fondatori possono scegliere
liberamente quello più adatto a soddisfare le proprie esigenze. Ciascun modello costituisce un
tipo di società a cui è dedicato un complesso di norme.

SOCIETÀ
lucrative
=a scopo di lucro, cioè con l’obiettivo di realizzare, attraverso l’esercizio dell’attività, un
profitto da dividere tra i soci, art. 2247
DI PERSONE: DI CAPITALI:
organismi snelli, funzionali all’esercizio di enti più complessi destinati allo svolgimento
attività di dimensioni non particolarmente di attività di dimensioni variabili e con una
cospicue e generalmente partecipati da un compagine sociale più o meno ampia.
numero ridotto di soci. autonomia patrimoniale perfetta
autonomia patrimoniale imperfetta
Società semplice Società per azioni (s.p.a.)
Società in nome collettivo (s.n.c.) Società a responsabilità limitata (s.r.l.)
Società in accomandita semplice (s.a.s.) Società in accomandita per azioni (s.a.p.a.)
+
enti che perseguono uno scopo mutualistico
Società cooperative

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Mutue assicurative
+ modelli di matrice europea (regolati dal diritto comunitario)
Società europea (CE, art. 2157)
Società cooperativa europea (CE, art. 1435)
I – SOCIETÀ ENTE COLLETTIVO E SOCIETÀ ENTE UNIPERSONALE
PLURALITÀ DI SOCI E SOCIO UNICO
Sono organismi pluripersonali senza eccezioni:
a) le società di personenecessaria la presenza di una pluralità di fondatori (almeno
due) per la natura dichiaratamente contrattuale dell’atto che le costituisce (artt. 2251,
2296) e dal fatto che il venir meno della pluralità dei soci, nel corso della vita dell’ente,
ne determina l’estinzione (art. 2272 riguardante la società semplice, applicabile anche
a s.n.c. e s.a.s.);
b) in accomandita per azioniper ragioni strutturali: sono composte tipicamente da
due classi di soci (accomandanti e accomandatari, art. 2452);
c) quelle con scopo mutualisticoper ragioni funzionali: il perseguimento di uno scopo
mutualistico ha senso solo in presenza di più fruitori (art. 2522).
Organismi che non sono necessariamente pluripersonali: s.p.a. e s.r.l.possono essere
costituiti anche per atto unilaterale (artt. 2328 e 2463), quindi da un unico fondatore; inoltre,
possono veder confluire nelle mani di un unico socio tutte le quote di partecipazione nel corso
della loro esistenza, senza che questa ne venga pregiudicata (artt. 2362 e 2470).
IL CONTRATTO E L’ATTO UNILATERALE COSTITUTIVO: STRUTTURA E DISCIPLINA
Le società, escluse quelle create direttamente dalla legge (società legali), trovano la propria
fonte in un atto di autonomia privata: in un contratto o in un atto unilaterale. Atto unilaterale
e contratto condividono gli elementi fondamentali e differiscono esclusivamente sul piano del
numero delle persone che si fanno promotrici dell’iniziativa.
Contratto di società, art. 2247: “con il contratto di società due o più persone conferiscono
beni o servizi per l'esercizio in comune di un'attività economica allo scopo di dividerne gli
utili”.
La volontà negoziale costitutiva si esplica su tre livelli e ha ad oggetto:
1) il conferimento di determinati beni o servizi, cioè la composizione di una dotazione di
risorse, funzionale all’esercizio di un’attività economica;
2) lo svolgimento (secondo determinate regole organizzative) di questa attività per
mezzo di quel patrimonio;
3) la realizzazione di un profitto da assegnare ai partecipanti (scopo di lucro).
Sotto il profilo funzionale, questo art. definisce esclusivamente le società lucrative.
Tutte le società perseguono (con eccezioni) uno scopo di natura patrimoniale ed egoistico; il
contratto di società cooperativa e consortile coincide (nei tratti suindicati, fatta eccezione per
lo scopo) con l’atto costitutivo di società lucrativa.
Differenza tra contratti di scambio e contratto di società:
- contratti di scambio: diretti a comporre tra le parti una contrapposizione di interessi,
soddisfacendoli entrambi attraverso la commutazione (scambio) di prestazioni
reciproche. Gli effetti prodotti da questi negozi non sarebbero concepibili in assenza di
una delle parti;
- contratto di società: appartiene alla categoria dei contratti plurilaterali con
comunione di scopo.
Si tratta di atti che mirano alla realizzazione di un interesse comune tra le parti: le
prestazioni a cui queste si impegnano non si incrociano tra loro, ma convergono, in
vista del soddisfacimento di tale interesse.

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Infatti, nelle società, ciascun partecipante non cede il bene allo scopo di appropriarsi di
quelli apportati da altri, bensì per farli confluire tutti nel patrimonio strumentale
all’esercizio dell’attività produttiva.
L’unicità dell’interesse negoziale spiega:
a) l’inessenzialità del numero delle parti (=compatibilità dell’effetto con l’eventuale
unilateralità)
b) la neutralità, rispetto al perseguimento dello scopo, degli eventi che, nel corso del
rapporto, determinano la variazione del numero dei contraenti (es. il recesso di uno
dei soci);
il contratto con comunione di scopo è un contratto a struttura aperta.
Il contratto di società appartiene alla categoria dei contratti plurilaterali a rilevanza esterna,
ossia dei contratti associativi. Qui l’esecuzione delle prestazioni (conferimenti) costituisce il
presupposto per l’esplicazione di un’attività che si sviluppa nel compimento di atti materiali e
giuridici, anche nei confronti dei terzi, e che è funzionale alla realizzazione dell’obiettivo finale
del rapporto. Pertanto, nel negozio si radicano sia gli obblighi assunti dalle parti, che
l’organizzazione cui esse danno vita. Conseguentemente, il regolamento contrattuale esplica
una funzione attributiva, di assegnazione di prestazioni tra i contraenti, e ha un valore
organizzativo, cioè di disciplina dell’organizzazione così creata.
Disciplina delle società: disciplina di una struttura organizzativa e dei modi di esercizio di
un’attività, rilevanti come tali.
L’atto unilaterale ha, al pari del contratto, un rilievo organizzativo: esso cioè pone le basi e
regola l’organizzazione deputata allo svolgimento dell’attività; inoltre, dà vita al rapporto di
partecipazione, cioè al fascio di diritti e obblighi che fanno capo al socio, nei confronti della
società: esso costituisce anche la giustificazione causale del conferimento, che il fondatore
deve eseguire nel momento stesso in cui l’atto si perfeziona (artt. 2342, co. 2, 2464, co. 4).
Strutturalmente e funzionalmente, quindi, atto unilaterale e contratto si identificano e questo
spiega come anche l’atto unilaterale sia potenzialmente aperto all’ingresso di nuovi soci es.
attraverso l’adesione di altri investitori che apportino nuovi conferimenti alla società.

II – L’ESERCIZIO DELL’ATTIVITÀ PRODUTTIVA


ATTIVITÀ SOCIALE E ATTIVITÀ D’IMPRESA. LE SOCIETÀ PER L’ESERCIZIO DELLE
PROFESSIONI INTELLETTUALI (OVVERO TRA PROFESSIONISTI)
La società è un organismo cui si dà vita per l’esercizio di un’attività economica.
Il settore all’interno del quale questa si esplica, es. gestione di impianti sciistici, è indicato
nell’atto costitutivo e viene definito oggetto sociale.
Nella delineazione dei caratteri che l’iniziativa deve assumere, l’art. 2247 specifica che deve
trattarsi di un’attività e che questa deve avere carattere economico, cioè capacità di generare
nuovi valori economici attraverso la produzione di beni o servizi o l’intermediazione nella loro
circolazione (=attività produttiva).
NB: nozione di imprenditore, art. 2082, non coincide con l’art. 2247: ci possono essere società
che esercitano attività non professionali, come le società occasionali, che sono società senza
impresa.
Riforma del 2011: traccia per la prima volta un sistema uniforme ed organico che consente
oggi di affermare la piena liceità dell’esercizio in forma societaria di qualsivoglia professione,
alle condizioni enunciate nell’art. 10 l. 183/2011 riguardante le società tra professionisti.
Il problema affrontato dal legislatore riguarda esclusivamente le professioni protette, per le
quali è necessaria l’abilitazione (es. avvocati, giornalisti, ecc.), e non le professioni non
protette, il cui esercizio è libero (es. attività di esperto di indagini di mercato):
1) l’erogazione di servizi non protetti è sempre stata possibile da parte di qualunque
società, svolgendosi sotto forma di attività d’impresa;

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2) per quanto riguarda le società aventi per oggetto l’esercizio di una professione protetta
(=società tra professionisti):
a) la società deve essere composta (anche se non esclusivamente) da soci abilitati
principio che rende inammissibili le società fra capitalisti, cioè costituite
esclusivamente tra soci non abilitati, per offrire prestazioni riservate mediante il
ricorso al lavoro organizzato di terzi professionisti;
la composizione della compagine sociale non è libera: il numero dei soci
professionisti e la partecipazione al capitale sociale deve essere tale da determinare
la maggioranza di due terzi nelle deliberazioni o decisioni dei soci;
b) la prestazione deve essere eseguita da uno dei soci iscritti all’albo, scelto dal cliente
o a lui preventivamente indicatoprincipio che concerne il rapporto d’opera: la
prestazione professionale resta una prestazione dovuta dalla società, che è parte
formale e sostanziale di tale rapporto, e non dal socio, il quale è tenuto
all’esecuzione solo nei confronti della società. Tuttavia, egli gode di piena autonomia
di giudizio nello svolgimento dell’incarico non essendo soggetto ad alcun potere di
direzione da parte degli amministratori e, pertanto, il socio esecutore assume nei
confronti del cliente una responsabilità diretta per i danni arrecati nell’esecuzione
della prestazione, solidalmente con la società.
ATTIVITÀ PRODUTTIVA E GODIMENTO DI BENI: SOCIETÀ E COMUNIONE IN GENERALE
Inammissibilità di società (esclusivamente) di mero godimento: l’attività sociale, in
quanto produttiva, è creatrice di nuova ricchezza/nuove utilità economiche; si distingue,
quindi, dall’attività di mero godimento di beni intesa come fruizione delle utilità (frutti civili o
naturali) generate da uno o più beni.
Ogni società gode degli elementi che compongono il suo patrimonio (es. utilizza gli impianti,
riscuote i crediti, ecc.), ma questo godimento deve sempre risultare funzionale all’esercizio di
un’attività produttiva.
Comunione a scopo di godimento, art. 2248: “La comunione costituita o mantenuta al
solo scopo di godimento di una o più cose è regolata dalle norme del titolo VII del libro III”=se
più persone mettono in comune uno o più beni con l’unico obiettivo di trarne i relativi frutti,
l’effetto che si produce è la costituzione tra esse di una situazione di comproprietà per quote.
 la disciplina che si applica alla comproprietà (situazione giuridica statica) appartiene al
diritto dei beni, cioè della res e dei poteri su di essa.
 la disciplina che si applica alla società appartiene al diritto dell’impresa, cioè
dell’attività e delle modalità del suo svolgimento
Uso illegittimo delle cose sociali, art. 2256: “Il socio non può servirsi, senza il consenso
degli altri soci, delle cose appartenenti al patrimonio sociale per fini estranei a quelli della
società”.

III – L’ESERCIZIO IN COMUNE DELL’ATTIVITÀ


FORME DI PARTECIPAZIONE DEI SOCI DELL’ATTIVITÀ SOCIALE: GESTIONE COMUNE,
RISCHIO COMUNE, REGIME DI IMPUTAZIONE DELL’ATTIVITÀ
L’esercizio dell’attività deve essere comune (art. 2247)
 volontà di esercitare un’attività comune: necessariamente costitutiva di una
società;
 potere: può esservi società senza alcuna relativa condivisione es. nelle società
semplici e in nome collettivo il contratto può sottrarre a taluno dei soci ogni potere di
amministrazione (ex art. 2257);
 condivisione del rischio (compartecipazione ai risultati positivi o negativi che
l’attività produce): sempre presente, ma anche in rapporti giuridici non societari.

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Ciò che differenzia le società dalle altre figure e rende “comune” l’attività sono le regole della
sua imputazione: la scelta della veste societaria è scelta di un regime di imputazione (degli
apporti, degli atti giuridici, dei risultati economici) non individuale, ma collettivo.
Tale criterio permette di distinguere la società da altre figure in cui pure l’interesse di
un’attività produttiva è comune a più soggetti:
- associazione in partecipazione
- impresa familiare, art. 230-bis: è un’impresa giuridicamente imputabile al solo
familiare che la esercita (la responsabilità per le obbligazioni assunte grava solo su di
lui + solo lui è esposto al rischio di fallimento). La legge, per ragioni di equità e
solidarietà, riconosce ai collaboratori alcuni diritti patrimoniali e di codecisione che,
altrimenti, non spetterebbero a loro.
- impresa coniugale, art. 177, lett. d: prevede che sia soggetta al regime di comunione
legale l’azienda costituita/acquistata dopo il matrimonio e gestita da entrambi i coniugi.
Problema: non riguarda l’imputazione collettiva o individuale, ma la scelta della
normativa di attrarre l’attività e i rapporti che ne scaturiscono al diritto di famiglia e di
non attrarre tale fenomeno entro il diritto societario. Se i coniugi vogliono costituire una
propria società devono manifestare chiaramente la volontà di superare quello spirito di
solidarietà familiare per perseguire finalità espressamente speculative.

IMPUTAZIONE DELL’ATTIVITÀ E SPENDITA DEL NOME SOCIALE. LA SOCIETÀ NON


MANIFESTA
L’iniziativa economica viene svolta in nome della società.
Chi agisce compie i relativi atti rappresentando la società stessa facendo ricadere nella sua
sfera gli effetti giuridici che ne conseguono; coerentemente, è sempre la società a venire
iscritta nel registro delle imprese.
La spendita del nome sociale comporta l’imputazione giuridica dell’attività all’ente come tale.
Società non manifesta o società occulta/interna: il contratto prevede che l’esercizio
dell’attività avvenga in nome di uno solo dei soci, il quale apparirebbe all’esterno, quindi,
come imprenditore individuale; i partecipanti attribuiscono a quest’ultimo i conferimenti
suddividendo utili e perdite e impegnandosi a concordare secondo le regole fissate
convenzionalmente ogni decisione, mentre l’attività rimane giuridicamente imputabile al solo
socio agente, che a sua volta si obbliga a svolgerla in nome proprio.
Il patto di occultamento sarebbe tuttavia invalido, art. 2552: “la gestione dell'impresa o
dell'affare spetta all'associante”l’ordinamento ammette la compartecipazione al rischio di
un’iniziativa giuridicamente imputata ad un terzo solo se non viene condiviso il potere
decisionale, altrimenti, se l’attività è nel suo complesso soggetta a un potere gestorio
collettivo, deve essere imputata al gruppo.
Art. 147, co. 5 (art. 256, co. 5, c.ins): qualora dopo la dichiarazione di fallimento di un
imprenditore individuale risulti che l’impresa è riferibile ad una società di cui il fallito è socio
illimitatamente responsabile, il tribunale dichiara il fallimento di questa e degli altri soci
illimitatamente responsabili.
ORGANIZZAZIONE INTERNA: UNANIMITÀ E MAGGIORANZA, GESTIONE E CONTROLLO
La compartecipazione dei soci all’esercizio dell’attività può assumere gradi e vesti diverse.
Al livello più alto sta la diretta attribuzione ai medesimi del potere di amministrazione
(=potere decisionale in ordine alla gestione dell’attività stessa). È il modello delle società di
persone: di regola tutti i soci sono amministratori (eccezione: accomandante nella s.a.s.).
Compartecipazione tipica delle società di capitali: i soci esercitano il proprio potere
attraverso il voto in assemblea e, attraverso questa, contribuiscono a nominare i soggetti

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preposti all’amministrazione dell’ente (eccezione: accomandatari sono di diritto


amministratori nelle s.a.p.a.)
Criteri per trattare i conflitti:
- regola dell’unanimità=nessun atto può essere compiuto se non vi è il consenso di
tutti (società di persone)
- regola maggioritaria=la posizione della maggioranza assembleare (calcolata
tendenzialmente in base alla dimensione delle partecipazioni) prevale sempre su quella
della minoranza, financo nelle decisioni di modifica dell’atto costitutivo (s.p.a.)
Principi di correttezza (art. 1175) e di buona fede (art. 1375): presidiano lo svolgimento
di tutti i rapporti patrimoniali tra vivi e che sono applicabili anche ai rapporti societari,
fungono da limite costante ed insuperabile all’arbitrio del socio nell’esercizio dei suoi diritti.

IV – LA DOTAZIONE PATRIMONIALE
I CONFERIMENTI: IL LORO OGGETTO E LA LORO ESSENZIALITÀ
Conferimenti=utilità economiche apportate dai soci, cioè i “beni o servizi” (art. 2247) che
formano il complesso delle risorse iniziali che i fondatori destinano in via definitiva
all’iniziativa economica progettata e attraverso cui questa può trovare realizzazione. Ogni
entità utile e suscettibile di valutazione economica può essere oggetto di conferimento es.
beni immobili o mobili. Il conferimento rappresenta il valore del rischio che ogni socio accetta
di assumere.
L’atto costitutivo contiene l’assunzione, da parte dei soci, dell’obbligo di effettuare i
conferimenti, o che direttamente trasferisce alla stessa la titolarità del bene conferito in
proprietà.
I conferimenti rappresentano le prestazioni degli stipulanti e giustificano, quindi, la loro
partecipazione alla costituzione della società.
I conferimenti sono elemento essenziale dell’atto costitutivo di società e questo principio ha
una duplice implicazione:
1) non esiste società se non si forma una dotazione iniziale di risorse per l’esercizio
dell’attività
2) ciascun fondatore deve conferire qualcosa
 la partecipazione all’attività economica presuppone necessariamente l’assunzione del
relativo rischio per il perseguimento di uno scopo egoistico; senza l’una o l’altro non si
può essere soci perché verrebbe meno la funzione stessa della partecipazione,
espresso anche nell’art. 2265 che vieta il patto leonino, sancendo la nullità di ogni
accordo che escluda un socio da qualsiasi partecipazione agli utili o alle perdite.
Minimi fissati dalla legge nelle società di capitali: 10.000€ nelle s.r.l. “a capitale ordinario”,
50.000 in s.p.a. e s.a.p.a. + s.r.l. con capitale pari almeno a 1€ (società “senza conferimenti),
organo costituito solo su risorse reperite esternamente es. prestiti bancari.
VINCOLO DI DESTINAZIONE DEI BENI CONFERITI E VINCOLO DI INDISPONIBILITÀ DEL
CAPITALE
I beni conferiti sono destinati in via definitiva dai soci all’attività sociale. L’atto costitutivo
imprime su di essi un vincolo di destinazione, in forza del quale è impedito che essi vengano
sottratti all’iniziativa economica per tutta la durata della società.
Il vincolo di destinazione si traduce nelle seguenti regole:
a) il socio conferente non può mai chiedere la restituzione del bene;
b) il socio non è neppure libero di chiedere in qualsiasi momento detta liquidazione (=non
può recuperare il valore dell’investimento effettuato);

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c) i soci non possono individualmente servirsi dei beni per fini estranei a quelli della
società (art. 2256);
d) i beni sono destinati alla garanzia dei creditori sociali, prioritariamente rispetto ai
creditori individuali dei soci, o in via esclusiva.
Vincolo di indisponibilità del capitale sociale: i soci non possono prelevare dal
patrimonio della società, per distribuirsele, se non le somme che eccedano il valore del
capitale.
NB: capitale sociale/nominale=è una posta contabile che rappresenta il valore dei
conferimenti e che viene indicata nell’atto costitutivo ~ patrimonio della società=insieme
dei concreti elementi dell’attivo e del passivo che in un dato momento fanno capi all’ente.

V – LO SCOPO EGOISTICO DELL’ATTIVITÀ


SCOPO DI LUCRO, SCOPO MUTUALISTICO E CONSORTILE. LA CAUSA COME CRITERIO
DISTINTIVO TRA I FENOMENI ASSOCIATIVI
Scopo negoziale (art. 2247): i soci esercitano l’attività per realizzare un guadagno (lucro
oggettivo), da attribuirsi (lucro soggettivo), partecipando alla sua distribuzione secondo la
proporzione dagli stessi convenuta.
Agli enti lucrativi si affiancano le cooperative (e la sottospecie delle mutue assicuratrici), che
perseguono uno scopo mutualistico. L’obiettivo di questi enti non è quello di realizzare un
profitto, da assegnare poi ai soci, ma quello di far avere a costoro direttamente
beni/servizi/occasioni di lavoro a condizioni più favorevoli rispetto al mercato (=tendono
esclusivamente al pareggio tra costi e ricavi).
Differenza società lucrative ~ società mutualistiche
- società lucrative: il socio trae il proprio profitto per il solo fatto di essere socio, con la
distribuzione dell’utile
- società mutualistiche: il socio ricava il suo beneficio (es. stipendio più elevato) solo
se e nella misura in cui acquisti i prodotti o i servizi della società o lavori per essa.
Art. 2615-ter: consente di costituire ogni tipo di società di persone o di capitali (eccezione:
società semplice) per uno scopo consortile (art. 2602), ossia uno scopo di natura
mutualistica, a beneficio delle imprese dei soci.
In tutti i casi, la società è una struttura costituita per il perseguimento di uno scopo egoistico.
Il criterio che consente di distinguere tra loro i negozi associativi è basato, quindi, sulla causa,
cioè sulla funzione cui assolve l’attività progettata dai fondatori.
NB: a questa categoria eterogenea appartengono anche società ed enti del libro I (fondazioni
e associazioni), che si distinguono secondo questa scala progressiva: a) se non vi è
svolgimento di attività produttiva non si può avere una società (es. associazioni religiose di
preghiera); b) se vi è attività produttiva, la distinzione è funzionale dell’idealità o meno del
fine, cioè dipende dall’eterodestinazione o dall’autodestinazione dei benefici dell’attività.
ECCEZIONI NORMATIVE: LE SOCIETÀ SENZA SCOPO EGOISTICO, IN PARTICOLARE
L’IMPRESA SOCIALE
Negli ultimi anni, la legislazione speciale ha introdotto figure espressamente societarie,
caratterizzate però dall’assenza di scopi egoistici es. le società di gestione dei mercati
regolamentati devono essere costituite in forma di s.p.a., ma possono non perseguire scopi di
lucro.
Disciplina dell’impresa sociale (d.lgs. 112/2017): è una qualifica che comuni associazioni,
fondazioni, società, possono acquisire (ad es. per godere di agevolazioni fiscali, ecc.) quando

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esercitino un’attività economica di interesse generale e rispettino determinate condizioni, tra


cui la mancanza di scopo di lucro.
Per le imprese sociali che rivestono la forma societaria questo requisito è mitigato: la
società può, dunque, scegliere tra assenza e mero godimento dello scopo di lucro.
La scelta che l’ente deve compiere è una scelta di campo, segnalata anche nel nome, che
deve contenere l’espressione “impresa sociale” ed è una scelta definitiva=non è possibile
riconvertire la società in una con scopi lucrativi, né trasferirne l’azienda se non preservando le
finalità di interesse generale; l’autorità governativa ha il potere, nel caso in cui i requisiti per il
riconoscimento della qualità di impresa sociale vengano meno, di sciogliere l’ente,
devolvendone il patrimonio (dedotto il capitale) non ai soci, ma a fondi per la promozione
delle imprese sociali.

36 – I TIPI DI SOCIETÀ, AUTONOMIA PATRIMONIALE, PERSONALITÀ GIURIDICA,


SOGGETTIVITÀ
I – IL TIPO DI SOCIETÀ: NOZIONE
Ciascun modello organizzativo societario rappresenta un tipo di società e si distingue dagli
altri sotto molteplici aspetti che riguardano:
a) regole dell’organizzazione interna
b) autonomia patrimoniale
Tipo=modello societario con proprie caratteristiche distintive, autonomamente disciplinato in
via normativa. Questa nozione di tipo va a distinguere i diversi modi in cui si sceglie di
svolgere una certa attività.

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II – LA LIBERTÀ DI SCELTA E I CRITERI DI INDIVIDUAZIONE DEI TIPI. IL


PRINCIPIO DI TIPICITÀ E L’AUTONOMIA PRIVATA
A) Il principio di fondo che presiede alla selezione tra i modelli è quello della libertà di
scelta: i fondatori possono eleggere liberamente il tipo che preferiscono, scelta che
avviene con la costituzione della società, ma può essere mutata successivamente dai
soci (trasformazione della società, artt. 2498 ss.).
Il principio di libertà di scelta è enunciato nell’art. 2249, che ne esplicita anche i limiti,
dipendenti dalla natura dell’attività programmata, cioè dall’oggetto sociale.
1) Primo limite: se l’attività è di natura commerciale, non può optarsi per la società
semplice (utilizzabile solo per attività non commerciali)
2) Secondo limite: per lo svolgimento dell’attività in determinati settori, la legge può
richiedere l’adozione di un particolare tipo es. attività bancaria è riservata alle s.p.a.
Se le parti non effettuano alcuna scelta, l’art. 2249 stabilisce che si applichino le
disposizioni sulla società semplice (se non è commerciale); la società va qualificata
come s.n.c. se questa è, invece, commercialesocietà in nome collettivo e società
semplice costituiscono i tipi residuali, rispettivamente, per le attività commerciali e per
le attività diverse.
B) Corollario della libertà di scelta del tipo è il principio di tipicità delle società
(deducibile dall’art. 2249): le società con oggetto commerciale devono costituirsi
secondo uno dei tipi regolati negli artt. 2291 ss., mentre quelle con oggetto non
commerciale sono società semplici; le parti non possono dar vita a modelli organizzativi
nuovi e diversi da quelli regolati in via normativa: il sistema dei tipi è un sistema
chiuso, che li predetermina tassativamente (anche se nessuno dei modelli legali è
rigido: principio di tipicità non cancella ogni spazio all’autonomia privata).
LE SOCIETÀ DI DIRITTO SPECIALE
I modelli organizzativi regolati nel codice civile hanno carattere generale: la loro disciplina è la
disciplina applicabile a tutte le società costituite secondo uno di essi.
Tuttavia, diverse normative speciali introducono disposizioni dedicate a categorie di
società/singole società, che derogano o integrano, in misura più o meno ampia, la disciplina
generale.
Società di diritto speciale=enti che appartengono a uno dei tipi codicistici e quindi
soggetti, in linea di principio, alle relative norme, ma che, sotto certi profili, presentano invece
una regolamentazione propria, giustificata dall’esistenza di un interesse pubblico specifico.
Società a partecipazione pubblica=società cui partecipa, sovente come socio unico o di
maggioranza, un ente pubblico: spesso, gli enti territoriali esternalizzano, rispetto al proprio
apparato amministrativo, l’erogazione di servizi di interesse per la popolazione affidandola a
organismi societari dagli stessi controllati es. trasporto pubblico.

III – L’AUTONOMIA PATRIMONIALE NEI DIVERSI TIPI


La società è un organismo caratterizzato dall’autonomia patrimoniale. I beni che a essa fanno
capo non si confondono mai, giuridicamente, con quelli personali dei soci, ma ne rimangono
separati; questa separazione si traduce in un distinto regime di responsabilità nei confronti dei
creditori, rispettivamente della società e del singolo socio.
Situazioni contigue alla società in cui l’autonomia patrimoniale è totalmente assente:
a) Comunione dei beni: la comunione costituita per meri fini di godimento è retta dalla
disciplina della proprietà (art. 2248); la contitolarità non isola in alcun modo il bene
comune da quelli individuali dei comproprietari: la semplice costituzione di una
comunione patrimoniale, senza destinazione economica dei beni, non consente di
accedere ad alcuna forma di autonomia.

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b) Azienda individuale: la destinazione economica di beni, se l’impresa resta


individuale, a sua volta non determina alcuna separazione patrimoniale.
Autonomia patrimoniale imperfetta:
1) Società semplice: primo grado di autonomia
a) Il creditore particolare di un socio non può aggredire direttamente i singoli beni
sociali, sebbene possa esigere dalla società la liquidazione in denaro della quota
spettante al suo debitore (art. 2270). L’inespropriabilità dei beni sociali assicura
l’integrità del complesso produttivo sia a favore degli altri soci, sia dei creditori
sociali.
b) Vi è autonomia anche riguardo ai debiti sociali, di cui i beni dell’ente rispondono
prioritariamente o esclusivamente, rispetto ai patrimoni personali dei soci.
2) S.n.c.: l’autonomia patrimoniale acquista maggiore intensità; in essa il creditore
particolare del socio non può chiedere neppure la liquidazione della quota (art. 2305),
sicché l’integrità del patrimonio produttivo è garantita sia nella composizione che nel
valore;
3) S.a.s.: vi è, in più, una categoria di soci (accomandanti) sempre responsabili solo nei
limiti del conferimento (art. 2313)
Autonomia patrimoniale perfetta:
4) Società di capitali e cooperative: qui i patrimoni sono del tutto separati e nessuna
interferenza si verifica nell’assoggettamento alla responsabilità per i debiti dei singoli
soci e per quelli socialiil creditore particolare non ha azione alcuna verso la società e
il creditore sociale nessuna verso i soci (salvo che verso gli accomandatari delle
s.a.p.a., che rispondono illimitatamente).

IV – PERSONALITÀ GIURIDICA E SOGGETTIVITÀ GIURIDICA


La dottrina tradizionale identifica l’autonomia patrimoniale perfetta con la nozione di
personalità giuridica: la separazione patrimoniale sarebbe la conseguenza del fatto che la
società è un soggetto distinto dai soci; per questo, delle proprie obbligazioni non potrebbe che
rispondere essa soltanto con il proprio patrimonio, mentre nessuna responsabilità potrebbe
gravare su quest’ultimo per i debiti di un’altra persona, quali sarebbero quelli del socio.
Le società di persone, invece, si afferma siano dotate di una propria autonomia
soggettiva, di grado inferiore rispetto alla personalità giuridica, ma comunque tale da
erigerle a centri di imputazione di rapporti giuridici, distinti dai soci. In proposito, si afferma
che le società di persone rientrerebbero in un tertium genus (terzo rispetto a persone fisiche e
giuridiche) e si parla di soggettività minore.

LE SOCIETÀ DI PERSONE

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Società di persone: si caratterizzano quale modello elettivo per l’esercizio in comune di


imprese di dimensioni contenute.
Tratti comuni – caratteristiche:
a) Responsabilità illimitata di almeno un socio per le obbligazioni sociali
b) Stabilità nel tempo della compagine sociale e dell’originario assetto organizzativo
cristallizzato nell’atto costitutivo
c) Rilevanza normativa di talune vicende personali dei soci
d) Agilità gestionale
Disciplina di riferimento: artt. 2250-2324, approntano un modello concepito per
disciplinare società con una ristretta cerchia di soci e un elevato vincolo fiduciario tra gli stessi
(intuitus personae).
Il modello legale presenta ampi margini di derogabilità.
Nonostante la responsabilità illimitata di almeno un socio, le società di persone hanno
successo per due motivi:
1) Trattamento tributario ispirato al principio della trasparenza fiscale: consente di
tassare l’utile non in capo alla società, ma direttamente in capo ai soci, con
conseguente possibilità di fruire di aliquote più favorevoli);
2) Maggiore elasticità sia in sede di costituzione, sia nel corso della vita sociale.
Attività:
- la società semplice può svolgere esclusivamente attività diversa da quella commerciale
(art. 2249), quindi si presta all’esercizio in comune di attività di impresa agricola e di
attività professionale.
- S.n.c. e s.a.s. sono qualificate società di persone commerciali (di forma commerciale)
alle quali è consentito lo svolgimento di attività di impresa commerciale e di attività
diversa.
Responsabilità: tutte le società di persone presentano almeno un socio chiamato a
rispondere illimitatamente per le obbligazioni sociali (nella società semplice e s.n.c.
rispondono illimitatamente tutti i soci, nella s.a.s. rispondono illimitatamente solo i soci
accomandatari).
Organizzazione dell’attività: le poche regole dettate disegnano un modello organizzato
“per persone”, nel senso che tutti i poteri (gestione, controllo, partecipazione alle decisioni più
rilevanti) sono rimessi ai soci in quanto tali, e non a organi designati, nominati o delegati dai
soci.
Tecnica normativa a cascata: solo alla società semplice viene riservata una disciplina
completa (artt. 2251-2290) mentre agli altri due tipi vengono dedicate poche norme
specifiche cui si aggiunge un richiamo alle regole generali di cui alla società semplici, quindi:
- s.n.c.: tenere presenti sia artt. 2291-2312 sia quelli dettati in termini di società
semplici;
- s.a.s.: tenere presenti sia artt. 2313-2324 sia disposizione sulla s.n.c. (quindi anche
quelle che richiamano la disciplina delle società semplici.

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37 – LA SOCIETÀ IN NOME COLLETTIVO S.N.C.


I – NOZIONE
Nozione, art. 2291: “Nella società in nome collettivo tutti i soci rispondono
solidalmente e illimitatamente per le obbligazioni sociali . Il patto contrario non ha
effetto nei confronti dei terzi”.
È poi previsto che la s.n.c. agisca sotto una ragione sociale, art. 2292: “La società in nome
collettivo agisce sotto una ragione sociale costituita dal nome di uno o più soci con
l'indicazione del rapporto sociale” che assolve ad una funzione distintiva-identificativa
dell’ente come soggetto di diritto es. Alfa trasporti s.n.c. di Luca Rossi.

II – COSITUZIONE. PARTECIPAZIONE. INVALIDITÀ DELL’ATTO COSTITUTIVO


LA COSTITUZIONE DELLA SOCIETÀ IN NOME COLLETTIVO
Atto costitutivo, art. 2295: “L'atto costitutivo della società deve indicare:
1) il cognome e il nome, il luogo e la data di nascita, il domicilio, la cittadinanza dei soci;
2) la ragione sociale [2292];
3) i soci che hanno l'amministrazione e la rappresentanza della società [2298];
4) la sede della società e le eventuali sedi secondarie [2250, 2299];
5) l'oggetto sociale [2266, 2272 n.2, 2533];
6) i conferimenti di ciascun socio, il valore ad essi attribuito e il modo di valutazione;
7) le prestazioni a cui sono obbligati i soci di opera [2263, 2286];
8) le norme secondo le quali gli utili devono essere ripartiti e la quota di ciascun socio
negli utili e nelle perdite;
9) la durata della società”.
Forma: viene richiesta la stipula per atto pubblico o scrittura privata autenticata
(pubblicazione, art. 2296), ma ciò vale ai soli fini pubblicitari, ovvero per ottenere
l’iscrizione nel registro delle imprese=contratto costitutivo è a forma libera. L’iscrizione non
costituisce condizione di esistenza della società: essa è solo condizione di regolarità della
stessa.
S.n.c. irregolare ~ s.n.c. di fatto:
- s.n.c. irregolare: l’atto costitutivo viene stilato espressamente (anche in forma
scritta) osservando le prescrizioni di contenuto, ma senza l’iscrizione nel registro. La
s.n.c. non iscritta/irregolare gode della minore autonomia patrimoniale propria della
società semplice (efficacia normativa dell’iscrizione).
- s.n.c. di fatto: manca la documentazione dell’atto costitutivo e l’attività societaria
viene esercitata per fatti concludenti (=il contratto viene concluso tacitamente). Qui
manca la scelta del tipo s.n.c.

LA PARTECIPAZIONE
La partecipazione ad una s.n.c. è consentita sia alle persone fisiche, sia alle persone
giuridiche.
Bilancio della s.n.c. (e s.a.s.): le società di persone di tipo commerciale devono redigere il
bilancio secondo le norme previste per la s.p.a. qualora tutti i loro soci illimitatamente siano
s.p.a., s.a.p.a. o s.r.l. Si ammette quindi la possibilità di una s.n.c. i cui soci sono
esclusivamente società di capitali. In tal caso le persone giuridiche socie (o solo alcune tra

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loro) dovranno rivestire la veste di amministratori, secondo i principi che governano il potere
di amministrazione e rappresentanza.

L’INVALIDITÀ DEL CONTRATTO


Il codice non detta alcuna specifica disposizione in tema di invalidità dell’atto costitutivo di
s.n.c., così come per tutte le società di persone. Di conseguenza, si è invocata l’applicazione
della disciplina generale sulla patologia dei contratti, artt. 1418 ss.

III – PROFILI FINANZIARI E RAPPORTI PATRIMONIALI TRA I SOCI.


RESPONSABILITÀ PER LE OBBLIGAZIONI SOCIALI
I CONFERIMENTI
Disciplina dei conferimenti: si concentra sul tema delle entità conferibili e dei rapporti tra
socio e società in ordine alla loro prestazione.
I soci sono tenuti a indicare nell’atto costitutivo il valore attribuito ai conferimenti stessi e il
modo di valutazione (art. 2295). Nel rispetto di tale prescrizione, il valore dei conferimenti
potrà essere liberamente concordato tra i soci all’atto della stipula dell’atto costitutivo o in
sede di aumento di capitale. La somma del valore dei conferimenti darà luogo al capitale
della società, per il quale non è fissata alcuna soglia minima.
Può formare oggetto di conferimento:
a) qualsivoglia entità suscettibile di valutazione economica: conferimenti in denaro o
di beni in natura, crediti
b) conferimenti aventi a oggetto un obbligo di non fare
c) beni intangibili es. nome commerciale, brevetti, ecc. purché dotati di una qualche
utilità per la società
d) conferimento d’opera (o servizi): il socio si obbliga nei confronti della s.n.c. a
svolgere una prestazione di fare, senza assumere la posizione di lavoratore
subordinato, ma quella di socio, con conseguente diritto a partecipare a utili e perdite
della società e alle decisioni sociali.
Importo di ciascun conferimento: i soci possono fissarlo in piena autonomia, ma “se i
conferimenti non sono determinati, si presume che i soci siano obbligati a conferire, in parti
uguali tra loro, quanto è necessario per il conseguimento dell'oggetto sociale”, art. 2253, co.
2.

IL CAPITALE SOCIALE
Il capitale sociale (somma dei valori dei conferimenti) costituisce l’elemento essenziale
dell’atto costitutivo.
Tali conferimenti possono, ma non devono essere necessariamente capitalizzati. L’eventuale
loro mancata capitalizzazione provoca conseguenze specie in sede di liquidazione della
società quando l’attivo residuo dopo il pagamento dei debiti sociali deve essere distribuito 1)
tra i soci restituendo loro il capitale 2) distribuendo l’eccedenza, se vi sia, in proporzione alla
partecipazione di ciascuno di essi agli utili.
A) Sul piano vincolistico si delinea già nella s.n.c. una prima disciplina di tutela del
capitale a protezione del mercato: è preclusa la restituzione ai soci dei conferimenti
o la distribuzione agli stessi di somme attinte dal patrimonio sociale, se non nella
misura in cui si tratti di eccedenza del patrimonio netto rispetto all’importo del capitale
indicato in atto costitutivo.

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a) Riduzione di capitale, art. 2306: “La deliberazione di riduzione di capitale,


mediante rimborso ai soci delle quote pagate o mediante liberazione di essi
dall'obbligo di ulteriori versamenti può essere eseguita, soltanto dopo tre mesi dal
giorno dell'iscrizione nel registro delle imprese, purché entro questo termine nessun
creditore sociale anteriore all'iscrizione abbia fatto opposizione”.
b) Limiti alla distribuzione degli utili, art. 2303, co.1: “Non può farsi luogo a
ripartizione di somme tra soci se non per utili realmente conseguiti (=quelli che
rappresentano un’eccedenza del patrimonio sul capitale)”riflette uno dei principi
cardine delle s.p.a. (art. 2433. Co. 2 e 3), ovvero il divieto di distribuzione di utili
fittizi, cioè somme non corrispondenti a un’eccedenza del patrimonio netto rispetto
al capitale sociale nominale, o ancora somme destinate alla copertura di perdite
maturate in esercizi precedenti o non ripianate.
Da queste regole si ricava un obbligo a carico degli amministratori di conservazione
del capitale.
c) Manca una disciplina della riduzione obbligatoria del capitale a seguito di perdite; i
soci restano liberi di non intervenire in caso di perdite, senza che ciò determini lo
scioglimento della società
NB: ogni modifica del capitale originario (in aumento o in riduzione) va assunta dai soci
all’unanimità ai sensi dell’art. 2252.
B) Sul piano organizzativo il capitale assolve una funzione limitata nelle s.n.c.,
testimoniata dalle disposizioni che agganciano alla partecipazione al capitale (anziché
alla partecipazione agli utili) il computo/calcolo delle maggioranze per determinate
decisioni.

UTILI E PERDITE. DIVIETO DI PATTO LEONINO


L’atto costitutivo nelle s.n.c. può indicare espressamente le norme secondo cui gli utili devono
essere ripartiti e la quota di ciascun socio negli utili e nelle perdite. Pertanto, se di regola la
parte di ciascuno negli utili coinciderà con la quota di partecipazione al capitale, è consentito,
per far fronte a esigenze di personalizzazione delle quote, alterare detta simmetria tra
conferimenti e partecipazione agli utili, la quale costituisce solo il criterio residuale, che si
presume vigente in assenza di clausole specifiche sul punto (art. 2263, co. 1).
Nel rapporto tra utili e perdite si rinviene l’unico limite all’autonomia dell’atto costitutivo:
Patto leonino, art. 2265: “È nullo il patto con il quale uno o più soci sono esclusi da ogni
partecipazione agli utili o alle perdite” il divieto del patto leonino è applicabile in tutti i tipi
societari e mira a evitare che possa snaturarsi il contratto societario, creando situazioni di
particolare favore o svantaggio nei rapporti tra un socio e gli altri.
La quota di partecipazione agli utili e alle perdite assume particolare rilevanza in sede di
liquidazione della società:
- la parte di ciascuno negli utili funge infatti da criterio per la distribuzione del surplus di
attivo al netto del rimborso dei conferimenti capitalizzati (art. 2282, co. 1)
- la parte di ciascuno nelle perdite vale a determinare la distribuzione tra i soci del peso
dei debiti sociali, una volta che i fondi della s.n.c. si rivelino insufficienti.
La partecipazione agli utili assume nella s.n.c. anche valore organizzativo, essendo alla stessa
ancorato il peso del socio in una serie di decisioni molto rilevanti.
Il diritto del socio alla percezione degli utili sorge automaticamente, una volta che venga
approvato il bilancio (rendiconto) da cui gli utili stessi risultino (art. 2262).

LA POSIZIONE DEI CREDITORI PARTICOLARI DEI SOCI

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Creditori particolari= coloro che vantano un credito nei confronti di un singolo socio.
Creditore particolare del socio, art. 2305: “Il creditore particolare del socio, finché dura la
società, non può chiedere la liquidazione della quota del socio debitore”.
Art. 2270, co. 1: i creditori particolari possono tutelarsi solo aggredendo gli utili spettanti al
socio debitore e ponendo in essere atti conservativi sulla quota a questi spettante in
occasione della liquidazione della società; è loro invece sottratta la facoltà di provocare lo
scioglimento del singolo rapporto sociale. Ciò garantisce l’intangibilità del patrimonio sociale e
del suo valore dalle azioni di tali creditori, a servizio dell’attività produttiva a garanzia dei
relativi debiti.
Termine di durata della società: si traduce in un limite temporale ai poteri dei creditori
particolari, tenuti ad attendere lo scioglimento della stessa per vedere incrementate le
chances di soddisfazione.
Il rischio è che attraverso la proroga della durata vengano deluse le aspettative dei creditori
particolari del socio anteriori a essa.
Proroga della società, art. 2307:
- Proroga espressa: “Il creditore particolare del socio può fare opposizione alla proroga
della società, entro tre mesi dall'iscrizione della deliberazione di proroga nel registro
delle imprese. Se l'opposizione è accolta, la società deve, entro tre mesi dalla
notificazione della sentenza, liquidare la quota del socio debitore dell'opponente.”
- Proroga tacita: “In caso di proroga tacita ciascun socio può sempre recedere dalla
società, dando preavviso a norma dell'articolo 2285, e il creditore particolare del socio
può chiedere la liquidazione della quota del suo debitore a norma dell'articolo 2270”.

RESPONSABILITÀ DEI SOCI PER LE OBBLIGAZIONI SOCIALI. IL BENEFICIO DI


ESCUSSIONE
Nozione, art. 2291: “Nella società in nome collettivo tutti i soci rispondono solidalmente e
illimitatamente per le obbligazioni sociali”la responsabilità è illimitata, dunque i soci
rispondono con l’intero loro patrimonio personale (art. 2740: “Il debitore risponde
dell'adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri”) senza alcuna
possibilità di predeterminare un limite.
Similmente, i soci rispondono in solido tra loro, cioè che ciascuno di loro può essere costretto
all’adempimento per l’intero importo delle obbligazioni sociali, di qualsiasi natura, e
l’adempimento da parte di un socio libera gli altri nei confronti dei terzi.
La duplice regola codificata nell’art. 2291 assume una connotazione imperativa sul piano dei
rapporti esterni (tra soci e creditori sociali):
a) L’eventuale patto contrario che dovesse intercorrere tra i soci è dichiarato privo di
efficacia nei confronti dei terzi
b) Il socio conserverà, una volta che abbia pagato un’obbligazione sociale, il diritto di
rivalersi per l’intero nei confronti della società
Art. 2290: la responsabilità del socio (o dei suoi eredi in caso di scioglimento per morte) per
le obbligazioni sociali sorte fino al giorno dello scioglimento permane nei confronti dei terzi
anche all’indomani dello scioglimento stesso.
Responsabilità dei soci, art. 2304: “I creditori sociali, anche se la società è in liquidazione,
non possono pretendere il pagamento dai singoli soci, se non dopo l'escussione del patrimonio
sociale.”la responsabilità dei soci di s.n.c. verso i creditori sociali è sussidiaria rispetto a
quella della società, in quanto l’art. 2304 accorda ai soci il beneficio di preventiva escussione;
questo si traduce in un corrispondente onere a carico dei creditori sociali, chiamati a provare,
nel processo di esecuzione promosso contro i soci, di aver previamente escusso, in modo
infruttuoso, il patrimonio della società.

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38 – PROFILI ORGANIZZATIVI S.N.C.


I – L’AMMINISTRAZIONE
IL MODELLO LEGALE E L’AUTONOMIA PRIVATA
Regole in tema di amministrazione e rappresentanza della s.n.c. presentano un notevole
margine di elasticità.
Modello legale (applicabile in mancanza di una diversa opzione dell’atto costitutivo):
prevede l’amministrazione disgiunta di tutti i soci; è volto ad assicurare la piena
funzionalità della società, munendo ogni singolo amministratore del più ampio potere di
gestione (potere di decidere le operazioni da compiere) e di rappresentanza (potere di
spendere il nome della s.n.c. nei traffici giuridici).
Allo stesso tempo viene sancita la derogabilità sotto più profili di tale disciplina, così da
lasciare all’autonomia privata ampi spazi per plasmare il regime di amministrazione
adattandolo alle esigenze concrete della società, spazi ulteriormente ampliati dalla possibilità
di inserire specifiche clausole statutarie volte alla risoluzione dei contrasti gestionali
(arbitraggio gestionale).
L’amministrazione della società spetta a ciascuno dei soci disgiuntamente dagli altri (art.
2257, co. 1), per cui: a) tutti i soci sono di diritto amministratori, b) gli amministratori possono
esercitare il potere gestionale disgiuntamente.
Il potere di rappresentanza, in mancanza di diversa disposizione del contratto, spetta a
ciascun socio amministratore (art. 2266, co. 2).

AMMINISTRAZIONE DISGIUNTA
Amministrazione disgiuntiva, art. 2257, co. 1: “La gestione dell'impresa […] spetta
esclusivamente agli amministratori, i quali compiono le operazioni necessarie per l'attuazione
dell'oggetto sociale. Salvo diversa pattuizione, l'amministrazione della società spetta a
ciascuno dei soci disgiuntamente dagli altri”.
Art. 2257, co. 2: “Se l'amministrazione spetta disgiuntamente a più soci, ciascun socio
amministratore ha diritto di opporsi all'operazione che un altro voglia compiere, prima che sia
compiuta”diritto di opposizione/veto; l’opposizione acquista la propria efficacia negativa
(=impedisce il compimento dell’operazione) rispetto ai poteri positivamente riconosciuti a
ciascun singolo amministratore sempre che venga esercitata tempestivamente.
Art. 2257, co. 3: “La maggioranza dei soci, determinata secondo la parte attribuita a ciascun
socio negli utili, decide sull'opposizione”.

AMMINISTRAZIONE CONGIUNTA
Amministrazione congiuntiva, art. 2258, co. 1: “Se l'amministrazione spetta
congiuntamente a più soci, è necessario il consenso di tutti i soci amministratori per il
compimento delle operazioni sociali”.
Art. 2258, co. 2: “Se è convenuto che per l'amministrazione o per determinati atti sia
necessario il consenso della maggioranza, questa si determina a norma dell'ultimo comma
dell'articolo precedente”i soci possono inserire nell’atto costitutivo la regola secondo cui gli
amministratori decidono a maggioranza; anche in questo caso varrà il criterio della
partecipazione agli utili (art. 2258 rinvia all’art. 2257).
Art. 2258, co. 3: “Nei casi preveduti da questo articolo, i singoli amministratori non possono
compiere da soli alcun atto, salvo che vi sia urgenza di evitare un danno alla società”.

RAPPRESENTANZA

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Rappresentanza della società, art. 2298: “L'amministratore che ha la rappresentanza


della società può compiere tutti gli atti che rientrano nell'oggetto sociale, salve le limitazioni
che risultano dall'atto costitutivo o dalla procura. Le limitazioni non sono opponibili ai terzi, se
non sono iscritte nel registro delle imprese o se non si prova che i terzi ne hanno avuto
conoscenza”.
Potere di rappresentanza=potere di esternare, nei rapporti tra la s.n.c. ed i terzi che con la
stessa entrano in contatto, la volontà della società, acquistando in nome della stessa diritti e
assumendo obbligazioni al fine di ottemperare alle linee gestionali decise dagli amministratori
per la realizzazione dell’oggetto sociale.
Individuazione dei rappresentanti (=occorre individuare chi sia titolato a spendere il
nome della società es. nelle operazioni bancarie, ecc.)potranno essere indicati quali
rappresentanti tutti gli amministratori o solo alcuni di essi, o anche uno solo.
Estensione del potere di rappresentanzal’amministratore che ha la rappresentanza
della società può compiere tutti gli atti che rientrano nell’oggetto sociale, salve limitazioni che
risultano dall’atto costitutivo o dalla procura. Inoltre, esso ricomprende il potere di
rappresentanza giudiziale della società (art. 2266, co. 1).
L’autonomia statutaria può dar luogo a ipotesi di dissociazione tra potere di gestione e
potere di rappresentanza:
a) può essere eliminata la coincidenza soggettiva tra amministratori e rappresentanti,
riservando la rappresentanza solo ad alcuni amministratori o a uno solo;
b) può essere alterata la simmetria tra regole di gestione e di rappresentanza,
differenziando le relative modalità di esercizio;
c) può essere esclusa l’operatività di un regime unico per tutte le operazioni sociali,
prevedendo diversi sistemi a seconda dell’operazione e distinguendo tra atti di
ordinaria e straordinaria amministrazione.

NOMINA E REVOCA DEGLI AMMINISTRATORI


Nomina nell’atto costitutivo: l’art. 2295 richiede che l’atto costitutivo indichi i soci che
hanno l’amministrazione e la rappresentanza della società. Tale indicazione esprime la volontà
dei soci di investire soltanto alcuni di loro del potere gestorio e rappresentativo (escludendone
implicitamente altri).
La nomina può mancare del tutto: se l’atto costitutivo tace, troverà applicazione la regola
secondo cui potere di amministrazione e potere di rappresentanza spettano a tutti i soci.
Atto separato: l’atto costitutivo può anche limitarsi a prevedere il numero di amministratori,
rinviando a una successiva decisione dei soci la concreta designazione degli stessi.
Revoca:
1) negoziale (=per volontà dei soci):
a) amministratori nominati nell’atto costitutivoper l’efficacia della revoca
devono sussistere entrambi i presupposti: giusta causa e unanimità. La revoca non
ha effetto se non ricorre una giusta causa, vale a dire, di regola, il verificarsi di fatti
d’inadempimento degli obblighi gravanti sull’amministratore abbastanza gravi da
legittimarne la rimozione es. falsificazione della contabilità. La decisione richiede
l’unanimità dei consensi (salvo che la società abbia introdotto una clausola di
maggioranza).
b) amministratori nominati con atto separatola revoca è ammessa secondo
quanto disposto in tema di mandato (art. 2259, co. 2; 1723, 1726); si può procedere
alla revoca anche in assenza di giusta causa (art. 1725), sebbene ciò esponga la
società al rischio di dover risarcire il danno.
2) giudiziale: art. 2259, co. 3 riconosce in capo a ciascun socio, indipendentemente dalla
misura della sua partecipazione, il diritto di richiedere la revoca giudiziale per giusta

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causa=al socio è conferito il diritto individuale di promuovere un’azione innanzi al


tribunale per accertare la sussistenza di una giusta causa di revoca, pur nell’inerzia
della società.

OBBLIGHI E RESPONSABILITÀ DEGLI AMMINISTRATORI


Sugli amministratori incombono obblighi più specifici: tenuta della contabilità, la redazione
del bilancio di esercizio, l’iscrizione della società nel registro delle imprese mediante deposito
dell’atto costitutivo presso il relativo ufficio.
Gli amministratori sono investiti del compito di gestire l’impresa sociale, cioè fa capo
l’obbligo e il potere di gestire l’attività, ponendo in essere tutti gli atti che appaiano necessari
o opportuni per il conseguimento dell’oggetto sociale.
Inoltre, in regime di amministrazione disgiunta, su ciascun amministratore grava anche un
obbligo generale di vigilanza sull’operato degli altri ed eventualmente di intervento
(attraverso l’esercizio di opposizione), quando si riscontri il pericolo del compimento di
operazioni dannose.
Vi è poi l’obbligo per gli amministratori di non operare in conflitto di interessi con la
società; essi sono poi tenuti a svolgere le loro funzioni con la diligenza del buon padre di
famiglia (art. 1710) e qualora osservino tale grado di diligenza nell’espletamento
dell’incarico non sono responsabili dell’eventuale andamento negativo della gestione.
nelle scelte gestorie gli amministratori godono di un notevole margine di discrezionalità e in
sede di accertamento della responsabilità non sarà possibile sindacare l’opportunità e la
convenienza delle decisioni assunte.
Responsabilità: gli amministratori sono solidalmente responsabili verso la società per
adempimento degli obblighi ad essi imposti dalla legge e dal contratto sociale; la
responsabilità non si estende a quelli che dimostrino di essere esenti di colpa

AMMINISTRATORE NON SOCIO


Possibilità di investire del ruolo di amministratore anche soggetti estranei alla compagine
sociale si tratta di valutare se sia compatibile con la s.n.c. investire del ruolo di
amministratore anche soggetti estranei alla compagine sociale. In tal senso tre tesi
contrapposte:
1) inammissibilità: potere di amministrazione può spettare solo ai soci a responsabilità
illimitata;
2) ammissibilità parziale: conferimento di un potere di direzione ad un soggetto
estraneo, che non è qualificabile come vero e proprio amministratore, ma più come
institore;
3) amministrazione tout court: possibilità che un soggetto estraneo alla società sia
amministratore della stessa. Quest’ultima tesi è preferibile e confermata dalla
possibilità che l’atto costitutivo affidi ad un terzo la risoluzione di eventuali contrasti tra
amministratori su una data operazione (arbitraggio gestionale).

SOCIO NON AMMINISTRATORE


S.n.c. in cui vengono nominati amministratori (nell’atto costitutivo o per atto separato) non
tutti i soci, ma soltanto alcuni di essi. I soci esclusi dall’amministrazione partecipano, al pari
degli amministratori, all’attività sociale.

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Controllo dei soci, art. 2261, co. 1: “I soci che non partecipano all'amministrazione hanno
diritto di avere dagli amministratori notizia dello svolgimento degli affari sociali 1 (diritto di
informazione), di consultare i documenti relativi all'amministrazione 2 (diritto di ispezione)
e di ottenere il rendiconto (diritto al rendiconto) quando gli affari per cui fu costituita la
società sono stati compiuti.
1
 e 2 ipotesi in cui si consente al socio di procurarsi le informazione e i documenti che
reputa necessari per valutare sia il generale andamento della società, sia quello di
specifiche operazioni alle quali sia particolarmente interessato.
 Rendiconto=prospetto analitico delle operazioni realizzate, con espressa indicazione
delle relative entrate e uscite, secondo il modello tradizionale delle gestioni per conto
altrui (art. 1713).

II – DECISIONI DEI SOCI. MODIFICAZIONI DELL’ATTO COSTITUTIVO


UNANIMITÀ E MAGGIORANZA NELLE DECISIONI DEI SOCI
Uno dei tratti tipici delle s.n.c. e di tutte le società di persone è l’assenza di una disciplina
generale delle decisioni dei soci. Nella s.n.c. si riscontra esclusivamente la disciplina di singole
decisioni rimesse ai soci, da cui si possono ricavare regole di portata più ampia:
1) Unanimità: trova applicazione, salvo diversa disposizione dell’atto costitutivo, per le
modifiche dell’atto costitutivo stesso (art. 2252; vi rientrano modifiche soggettive e
oggettive).
2) Il principio di maggioranza viene calcolato secondo tre diversi criteri:
a) per decisione sull’opposizione in regime di amministrazione disgiunta,
trasformazione in società di capitali, fusione e scissionemaggioranza in base alla
partecipazione agli utili (per quote di interesse);
b) per decisione di esclusione del sociomaggioranza calcolata per teste (=in base al
numero dei soci);
c) per proposta di concordatomaggioranza in base alla partecipazione al capitale.
3) Decisioni senza indicazione del numero di consensi:
a) Decisioni inerenti all’attività gestoria: nomina/revoca degli amministratori
nominati con atto separato, approvazione del bilancio;
b) Decisioni inerenti alla struttura organizzativa: consenso all’esercizio di attività
concorrenziali da parte del socio.

IL PROCEDIMENTO DECISIONALE E L’IMPUGNAZIONE DELLE DECISIONI


Il codice non detta alcuna regola con riguardo al procedimento da applicare alle decisioni né
dei soci né degli amministratori di s.n.c.
La giurisprudenza di legittimità si è trovata recentemente favorevole all’applicazione
analogica delle regole comuni dettate in tema di società di capitali:
Disciplina delle s.r.l., Invalidità delle decisioni dei soci, art. 2479-ter: “Le decisioni dei
soci che non sono prese in conformità della legge o dell'atto costitutivo possono essere
impugnate dai soci che non vi hanno consentito, da ciascun amministratore e dal collegio
sindacale entro novanta giorni dalla loro trascrizione nel libro delle decisioni dei soci. Il
tribunale, qualora ne ravvisi l'opportunità e ne sia fatta richiesta dalla società o da chi ha
proposto l'impugnativa, può assegnare un termine non superiore a centottanta giorni per
l'adozione di una nuova decisione idonea ad eliminare la causa di invalidità.
Qualora possano recare danno alla società, sono impugnabili a norma del precedente comma
le decisioni assunte con la partecipazione determinante di soci che hanno, per conto proprio o
di terzi, un interesse in conflitto con quello della società.
Le decisioni aventi oggetto illecito o impossibile e quelle prese in assenza assoluta di
informazione possono essere impugnate da chiunque vi abbia interesse entro tre anni dalla

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trascrizione indicata nel primo periodo del primo comma. Possono essere impugnate senza
limiti di tempo le deliberazioni che modificano l'oggetto sociale prevedendo attività impossibili
o illecite.”

LE MODIFICAZIONI DELL’ATTO COSTITUTIVO: NOZIONE E PUBBLICITÀ.


MODIFICAZIONI SOGGETTIVE E OGGETTIVE.
Modificazioni del contratto sociale, art. 2252: “Il contratto sociale può essere modificato
soltanto con il consenso di tutti i soci, se non è convenuto diversamente”.
Possono rientrare in questa categoria:
a) Elementi oggettivivariazioni aventi a oggetto: ragione sociale, soci che hanno
amministrazione o rappresentanza della società, regime amministrativo e
rappresentanza, sede sociale, oggetto sociale, conferimenti di ciascun socio,
prestazioni che i soci d’opera sono tenuti a svolgere, variazioni del capitale, norme di
ripartizione degli utili, quota di ciascun socio negli utili/perdite, durata della società;
b) Mutamenti soggettivi del contrattotrasferimento delle quote di partecipazione
sia inter vivos che mortis causa. NB: la prassi rivela come sia più diffusa e funzionale la
clausola di libera trasferibilità delle partecipazioni sociali rimuove ogni vincolo
alla circolazione sia inter vivos che mortis causa
Modificazioni dell’atto costitutivo, art. 2300: “Gli amministratori devono richiedere nel
termine di trenta giorni all'ufficio del registro delle imprese l'iscrizione delle modificazioni
dell'atto costitutivo e degli altri fatti relativi alla società, dei quali è obbligatoria l'iscrizione. Se
la modificazione dell'atto costitutivo risulta da deliberazione dei soci, questa deve essere
depositata in copia autentica. Le modificazioni dell'atto costitutivo, finché non sono iscritte,
non sono opponibili ai terzi, a meno che si provi che questi ne erano a conoscenza”.
Il modello legare di s.n.c. presenta un significativo margine di adattabilità, essendo
espressamente consentito derogare al principio unanimistico confezionando modelli
alternativi. Tipico strumento, in tal senso, è l’inserimento di una clausola di maggioranza
(simile a quella che caratterizza le s.r.l.).
Decisione di trasformazione in società di capitali, fusione, scissionel’art. 2500-ter
stabilisce che la trasformazione in società di capitali è decisa con il consenso della
maggioranza dei soci determinata secondo la parte attribuita a ciascuno negli utili e al socio
che non ha concorso alla decisione viene riconosciuto il diritto di recesso; analoga regola
sussiste nello statuto delle operazioni di fusione e scissione (art. 2502).

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39 – LO SCIOGLIMENTO DEL SINGOLO RAPPORTO SOCIALE. LO SCIOGLIMENTO


DELLA SOCIETÀ S.N.C.
I – LO SCIOGLIMENTO DEL SINGOLO RAPPORTO SOCIALE
Norme in tema di scioglimento del singolo rapporto sociale: artt. 2284-2290.
Le singole cause di scioglimento (morte, recesso, esclusione) si ricollegano a eventi personali
o patrimoniali che colpiscono la persona del socio o vanno a incidere sulle relazioni
interpersonali tra i soci. Tali eventi impediscono, limitano o rendono sgradito il protrarsi della
partecipazione di un determinato socio in società.
L’attività sociale prosegue con gli altri soci.
Scioglimento del singolo rapporto sociale=si estingue/viene meno il rapporto
partecipativo facente capo a uno specifico socio (con diritto alla liquidazione in denaro del
valore della sua quota).
Fonte dello scioglimento del singolo rapporto sociale: volontà del socio interessato
(recesso) o degli altri soci (esclusione facoltativa). In alcuni casi manca una manifestazione di
volontà e lo scioglimento consegue a una previsione legale (esclusione di diritto) o a un
evento naturale (morte).
L’ex socio o i suoi eredi dovranno attendere il termine (fino a sei mesi) per vedersi liquidato il
valore della quota.

MORTE DEL SOCIO


Morte del socio, art. 2284: “Salvo contraria disposizione del contratto sociale, in caso di
morte di uno dei soci, gli altri devono liquidare la quota agli eredi, a meno che preferiscano
sciogliere la società ovvero continuarla con gli eredi stessi e questi vi acconsentano”obbligo
della società di liquidare la quota agli eredi dello stesso; la trasmissione della quota di
partecipazione del defunto ai suoi eredi non è automatica.
Si preserva, dunque, la continuazione della società, evitando che il venir meno di una
partecipazione ne determini lo scioglimento (eccezione: unipersonalità).
Le alternative che i soci superstiti possono privilegiare sono due e presuppongono una
decisione modificativa dell’atto costitutivo da assumersi all’unanimità:
1) Scioglimento anticipato
a) per motivi di ordine soggettivo: qualora ritengano la figura del socio deceduto
essenziale per la prosecuzione dell’attività;
b) per motivi di ordine oggettivo: qualora reputino impossibile liquidare la sua quota
senza privare la società del patrimonio necessario alla prosecuzione dell’attività.
2) Continuazione della società con gli eredi: richiede il consenso degli eredi.

RECESSO
Recesso del socio, art. 2285: “Ogni socio può recedere dalla società quando questa è
contratta a tempo indeterminato o per tutta la vita di uno dei soci. Può inoltre recedere nei
casi previsti nel contratto sociale ovvero quando sussiste una giusta causa. Nei casi previsti
nel primo comma il recesso deve essere comunicato agli altri soci con un preavviso di almeno
tre mesi”manifestazione unilaterale di volontà del socio, recettizia nei confronti della
società.
Si distingue tra:

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- Società a tempo indeterminatoi soci sono liberi di recedere (recesso ad nutum),


con l’onere di rispettare un termine di preavviso di tre mesi.
- Società a tempo determinatol’ordinamento subordina la validità del recesso alla
sussistenza di una giusta causa o a un’apposita previsione dell’atto costitutivo.
+
- Tre ulteriori ipotesi di recesso con riguardo ai soci che non abbiano concorso alle
decisioni (a maggioranza) di trasformazione in società di capitali, fusione e
scissionequi il diritto di recesso viene legato alla posizione di mancato consenso ad
una determinata decisione.

ESCLUSIONE FACOLTATIVA
L’esclusione facoltativa è la causa di scioglimento del singolo rapporto sociale legata a
un’iniziativa promossa dalla stessa società, attraverso una decisione adottata dagli altri soci
(artt. 2286-2287). Essendo facoltativa, gli altri soci sono liberi di soprassedere, mantenendo
inalterato il rapporto con il socio che pur versi in una delle situazioni contemplate dall’art.
2286.
Presupposti:
1) Gravi inadempienze delle obbligazioni che derivano dalla legge o dall’atto
costitutivoinadempienze gravanti sul socio in quanto tale, non socio in quanto
amministratore. Obbligo di effettuare il conferimento promesso nel contratto; dovere di
non concorrenza.
2) Interdizione, inabilitazione del socio o sua condanna a pena che comporti
interdizione, anche temporanea, dai pubblici uffici
3) Impossibilità sopravvenuta della prestazione; perimento della cosasia
conferimenti di beni in godimento, sia conferimenti d’opera richiedono che per un
determinato arco temporale permangano determinate condizioni tali da assicurare alla
società l’acquisizione dell’utilità promesso dal socio: l’idoneità del socio a effettuare
l’opera promessa; l’attitudine del bene a essere oggetto di godimento.
L’atto costitutivo della società può indicare ulteriori ipotesi di esclusione che si affiancano a
quelle contemplate dall’art. 2286 o ne specificano il contenuto.

PROFILI PROCEDIMENTALI. OPPOSIZIONE ALL’ESCLUSIONE


Sul piano procedimentale, l’esclusione va decisa dai soci a maggioranza (escluso il socio da
escludere). Il riferimento al numero dei soci postula che si tratti di maggioranza per teste
(=ciascun socio esprime un singolo voto), indipendentemente dall’entità della partecipazione
al capitale o agli utili della s.n.c. Sono ammessi al voto anche i soci “non di capitale” (=soci i
cui conferimenti non vengono capitalizzati es. soci d’opera).
L’efficacia dell’esclusione decorre dopo trenta giorni dalla comunicazione della stessa al
socio escluso, il quale può opporsi alla decisione della stessa promuovendo, appunto,
opposizione innanzi al tribunale competente.
- Se il socio escluso si oppone tempestivamente, può chiedere che venga sospesa
l’efficacia della decisione, in attesa che si concluda il giudizio di merito sulla validità
dell’esclusione;
- Se l’opposizione viene accolta, il socio ha diritto di essere reintegrato nella società con
efficacia ex tunc (atto retroattivo), e dunque potrà partecipare ai risultati positivi e
negativi prodottisi nel frattempo;
- Se la società si compone di soli due soci, non potendosi formare una maggioranza per
teste, si concede a ciascuno dei soci la facoltà di richiedere direttamente al tribunale
l’esclusione dell’altro.

ESCLUSIONE DI DIRITTO

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Esclusione di diritto, art. 2288, co.1: “È escluso di diritto il socio nei confronti del quale
sia stata aperta o estesa la procedura di liquidazione giudiziale secondo il Codice della crisi
d'impresa e dell'insolvenza”quando il socio viene dichiarato fallito.
Co. 2: “Parimenti è escluso di diritto il socio nei cui confronti un suo creditore particolare
abbia ottenuto la liquidazione della quota a norma dell'articolo 2270”quando il creditore
particolare del socio ha ottenuto la liquidazione della quota del socio stesso.
L’esclusione di diritto è dettata a tutela di interessi esterni alla società, pertanto si tratta di
una disciplina immodificabile dell’atto costitutivo.

LIQUIDAZIONE DELLA QUOTA


Liquidazione della quota del socio uscente, art. 2289, co. 1: “Nei casi in cui il rapporto
sociale si scioglie limitatamente a un socio, questi o i suoi eredi hanno diritto soltanto ad una
somma di danaro che rappresenti il valore della quota”obbligo della società di liquidare in
denaro la quota del socio (o dei suoi eredi) la cui partecipazione è venuta meno.
Co. 2: “La liquidazione della quota è fatta in base alla situazione patrimoniale della società
nel giorno in cui si verifica lo scioglimento”la data di riferimento per il calcolo è quella dello
scioglimento; una volta liquidata all’ex socio la quota (=porzione di patrimonio corrispondente
alla sua partecipazione), il capitale della s.n.c. andrà corrispondentemente ridotto.
Co. 3: “Se vi sono operazioni in corso, il socio o i suoi eredi partecipano agli utili e alle perdite
inerenti alle operazioni medesime”
Co. 4: “Salvo quanto è disposto nell'articolo 2270, il pagamento della quota spettante al socio
deve essere fatto entro sei mesi dal giorno in cui si verifica lo scioglimento del
rapporto”termine di sei mesi, tre in caso di esclusione di diritto. L’inadempienza esporrà la
società ad azioni esecutive e gli amministratori a responsabilità=il socio diviene un vero e
proprio creditore della società.

II – LO SCIOGLIMENTO DELLA SOCIETÀ


CAUSE DI SCIOGLIMENTO DELLA SOCIETÀ
Lo scioglimento della s.n.c. si ha nei seguenti casi:
1) Decorso del termineipotesi automatica, si ricollega alla durata della società;
a) Proroga espressa: i soci possono prorogare il termine originale prima che lo stesso
spiri
b) Proroga tacita: la s.n.c. si limita a proseguire la propria attività come se il termine
non fosse mai decorso (passaggio a società a tempo indeterminato);
2) Volontà di tutti i soci (di anticipare lo scioglimento rispetto al termine fissato
nell’atto costitutivo);
3) Conseguimento dell’oggetto sociale (presuppone un tipo di attività circoscritta es.
vendita di un centro commerciale) o sopravvenuta impossibilità di conseguirlo:
a) Impossibilità oggettiva causata es. dall’illiceità sopravvenuta dell’attività
b) Impossibilità soggettiva, dovuta al venir meno di una partecipazione reputata
essenziale o all’incrinarsi dei rapporti tra soci al punto da determinare la paralisi
dell’attività (insanabile dissidio);
4) Quando viene a mancare la pluralità dei soci (unipersonalità sopravvenuta), se nel
termine di sei mesi questa non è stata ricostituita;
5) Provvedimento dell’autorità governativa nei casi stabiliti dalla legge (priva di
rilevanza pratica);
6) Dichiarazione di fallimento, sempre che la s.n.c. abbia per oggetto un’attività
commerciale;
7) Altre cause previste dal contratto sociale.

EFFETTI DELLO SCIOGLIMENTO. PROCEDIMENTO E LIQUIDAZIONE

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Il verificarsi di una causa di scioglimento determina automaticamente l’ingresso della s.n.c. in


stato di liquidazione, per cui: l’attività residua deve essere preordinata a liquidare il
patrimonio sociale, a pagare i creditori della società e a ripartire l’eventuale residuo attivo tra
i soci. Solo dopo il compimento di tali operazioni potrà pervenirsi alla cancellazione della s.n.c.
dal registro delle imprese e alla conseguente estinzione della stessa.
Limitazione dei poteri degli amministratori: scatta avvenuto lo scioglimento della
società; da tale momento essi conservano il potere di amministrare, ma limitatamente agli
affari urgenti, e fino a che siano presi i provvedimenti necessari per la liquidazione. Agli
amministratori si applica il divieto di nuove operazioni sancito a carico dei liquidatori dall’art.
2279.
Riduzione dei poteri e correlata responsabilità spingono gli amministratori ad avviare con la
massima tempestività il procedimento formale di liquidazione:
a) Nomina (all’unanimità, salvo deroga) dei liquidatori;
b) Passaggio di consegne: i liquidatori succedono agli amministratori della società (a
cui è imposto di collaborare) nella gestione del patrimonio e dell’attività socialeai
liquidatori è fatto obbligo di prendere in consegna beni e documenti sociali e di
redigere, insieme agli amministratori, l’inventario dal quale risulti lo stato attivo e
passivo del patrimonio sociale; la sottoscrizione congiunta dell’inventario determina il
formale subingresso dei liquidatori nella gestione della società;
c) Pagamento delle passività: uno dei criteri cadine è l’anteposizione del diritto dei
creditori sociali a essere soddisfatti rispetto al diritto dei soci alla quota di liquidazione.
I liquidatori, per il pagamento dei debiti sociali, devono attingere innanzitutto ai fondi
disponibili della società; se questi risultassero insufficienti, i liquidatori possono
chiedere ai soci i versamenti ancora dovuti sulle rispettive quote e le somme
necessarie, nei limiti della rispettiva responsabilità e in proporzione della parte di
ciascuno nelle perdite;
d) Riparto delle attività tra i soci: estinti i debiti sociali, l’attivo residuo è destinato in
primo luogo al rimborso dei conferimenti (capitalizzati); qualora dopo il rimborso dei
conferimenti risulti un’eccedenza di attivo, essa andrà ripartita tra i soci in proporzione
della parte di ciascuno nei guadagni (utili) fissata dall’atto costitutivo (solo in questa
fase parteciperanno i soci il cui conferimento non sia stato capitalizzato es. soci
d’opera);
e) Approvazione dei soci del bilancio finale e del piano di riparto, che si intendono
approvati se non vengono impugnati dai soci nel termine di due mesi dal ricevimento
della comunicazione (silenzio assenso);

CANCELLAZIONE, ESTINZIONE E LIQUIDAZIONE GIUDIZIALE DELLA S.N.C.


f) Cancellazione della s.n.c. dal registro delle impresedopo l’approvazione del
bilancio finale, i liquidatori devono presentare istanza per la cancellazione della società
dal registro delle imprese.
La cancellazione è il momento terminale del procedimento di liquidazione e determina
l’estinzione della società.
NB:
- Per consentire la ricostruzione dell’andamento degli affari sociali, anche in seguito alla
cancellazione, è stabilito che la maggioranza dei soci designi un depositario delle
scritture contabili e dei documenti sociali, tenuto a conservarli per dieci anni dalla
cancellazione;
- Per le sopravvenienze passive i creditori sociali insoddisfatti possono far valere i loro
crediti esclusivamente nei confronti dei soci; questi ultimi continueranno a rispondere
illimitatamente per le obbligazioni sociali, anche dopo la cancellazione;

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- In aggiunta ai soci potranno essere chiamati a rispondere i liquidatori, ma solo quando i


creditori sociali dimostrino che il mancato pagamento è dipeso da loro colpa.

40 – SOCIETÀ IN ACCOMANDITA SEMPLICE S.A.S.


I – NOZIONE E CARATTERI GENERALI
Nozione, art. 2313: “Nella società in accomandita semplice i soci accomandatari rispondono
solidalmente e illimitatamente per le obbligazioni sociali e i soci accomandanti rispondono
limitatamente alla quota conferita.
Le quote di partecipazione dei soci non possono essere rappresentate da azioni”.
Previsione di due categorie: accomandatari e accomandanti.
Differenze: si distinguono per il diverso regime di responsabilità:
1) Accomandatari:
a) rispondono solidalmente e illimitatamente per le obbligazioni sociali;
b) possono essere amministratori;
c) si ribadiscono le regole per i soci di s.n.c. in tema di responsabilità illimitata,
solidarietà, beneficio di preventiva escussione e inefficacia nei confronti esterni
dell’eventuale patto limitativo della responsabilità
NB: vi è la possibilità di investire del potere di amministrazione solo alcuni dei soci
accomandatari;
l’unico accomandatario può essere anche una società di capitali.
2) Accomandanti:
a) Istituzionalmente a responsabilità limitatalimitazione di responsabilità opera
in ragione della circostanza di essere indicati come accomandanti nell’atto
costitutivo ed è parte integrante e ineludibile dello statuto della s.a.s. La

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responsabilità limitata comporta che gli accomandanti non possono essere aggrediti
direttamente dai creditori sociali, i quali possono soddisfarsi soltanto sul patrimonio
degli accomandatari e su quello della società.

II – LA POSIZIONE DELL’ACCOMANDANTE E DELL’ACCOMANDATARIO


I CONFERIMENTI E LA CIRCOLAZIONE DELLA QUOTA
1) Disciplina dei conferimentiil socio accomandante partecipa all’iniziativa
economica comune apportando, di regola, mezzi finanziari; ciò non esclude la
possibilità che l’accomandante conferisca altri tipi di beni, persino la propria opera,
nella misura in cui l’acquisizione della sua attività al patrimonio sociale sia reputata
conveniente per la società;
2) Regime di circolazione delle quote di partecipazione dei soci
accomandantiper le quote di partecipazione dei soci, che siano accomandatari o
accomandanti, non possono essere rappresentate da azioni (art. 2313, co. 2; quindi non
possono essere documentate in titoli di credito) e in ciò si nota la differenza con la
s.a.p.a.
A questo divieto di carattere generale si aggiunge una regola specifica per il
trasferimento della quota dell’accomandante:
a) Per l’accomandatario, la circolazione della partecipazione soggiace alla medesima
disciplina dettata per la s.n.c., per cui necessita del consenso unanime degli altri
soci (salvo diversa previsione statutaria); quanto alla circolazione mortis causa,
troverà applicazione la regola fissata dall’art. 2284.
b) Per l’accomandante, la circolazione della partecipazione riceve il trattamento
tipico della partecipazione spettante a un socio capitalista: sul versante mortis
causa si realizza liberamente in favore dei soggetti designati dal de cuius, mentre la
circolazione inter vivos soggiace al principio maggioritario, per cui la cessione non
avrà effetto verso la società in assenza del consenso dei soci che rappresentino la
maggioranza del capitale.

IL DIVIETO DI IMMISTIONE DELL’ACCOMANDANTE


Soci accomandanti, art. 2320, co. 1: “I soci accomandanti non possono compiere atti di
amministrazione, né trattare o concludere affari in nome della società, se non in forza di
procura speciale per singoli affari. Il socio accomandante che contravviene a tale divieto
assume responsabilità illimitata e solidale verso i terzi per tutte le obbligazioni sociali e può
essere escluso a norma dell'articolo 2286”divieto di immistione: la condotta
dell’accomandante che intervenga attivamente nella gestione della società appare
suscettibile di alterare il corretto funzionamento del principio dell’organizzazione corporativa,
contraddicendo lo stesso presupposto della responsabilità limitata di tale categoria di soci; è
pertanto giustificata la sanzione normativa della perdita della responsabilità limitata,
sanzione che opera anche se l’ingerenza sia avvenuta con il pieno consenso degli
amministratori e degli altri soci.
Co. 2: “I soci accomandanti possono tuttavia prestare la loro opera sotto la direzione degli
amministratori e, se l'atto costitutivo lo consente, dare autorizzazioni e pareri (che abbiano
carattere necessariamente consultivo e non vincolante) per determinate operazioni e
compiere atti di ispezione e di sorveglianza”poteri di controllo sulla legittimità
dell’operato degli amministratori.
Co. 3: “In ogni caso essi hanno diritto di avere comunicazione annuale del bilancio e del conto
dei profitti e delle perdite, e di controllarne l'esattezza, consultando i libri e gli altri documenti
della società”poteri di informativa annuale sulle attività sociali e di verifica dell’esattezza
dei documenti che le rappresentano.

III – SCIOGLIMENTO DELLA SOCIETÀ

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Alle cause comuni anche alla s.n.c., si aggiunge qui quella rappresentata dal venir meno
di una delle due istituzionali categorie di soci.
Tuttavia, lo scioglimento non opera automaticamente, in quanto l’art. 2323 concede un
termine di tolleranza di sei mesi nei quali è consentito ricostituire la dualità di posizioni.
Qualora venga meno la categoria degli accomandatari, la società può rimanere operativa
durante i sei mesi di tolleranza mediante la nomina di un amministratore provvisorio (un
accomandante o un estraneo) che è legittimato a compiere atti di ordinaria amministrazione e
che non assume la qualifica di socio accomandatario.

IV – SOCIETÀ IN ACCOMANDITA SEMPLICE IRREGOLARE


S.a.s irregolare ricorre in caso di mancata iscrizione dell’atto costitutivo nel competente
registro delle imprese.
In tal caso, fino a quando non avvenga un’iscrizione tardiva volta alla regolarizzazione della
società, questa si trova a poter godere solo della più ridotta autonomia patrimoniale,
propria della società semplice: il sistema di responsabilità per le obbligazioni sociali e
personali dei soci è dunque quello più rigoroso (e penalizzante per costoro), previsto per le
società semplici (art. 2317, co.1). Tuttavia, per le obbligazioni sociali i soci accomandanti
rispondono limitatamente alla loro quota, salvo che abbiano partecipato alle operazioni sociali
(art. 2317, co.2).

41 – SOCIETÀ SEMPLICE
La società semplice rappresenta l’unico tipo di società “non commerciale”, cioè che alla
stessa è precluso l’esercizio di attività d’impresa commerciale e il perseguimento dello scopo
consortile: le è, pertanto, consentito esclusivamente l’esercizio in comune di attività di
impresa agricola o di una professione intellettuale (che possono, tuttavia, svolgersi
altresì utilizzando gli altri tipi societari).
La disciplina della società semplice funge da normativa generale per tutte le società di
persone, salvo le deroghe espresse relative agli altri tipi di società.

I – LA COSTITUZIONE E L’ISCRIZIONE

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La disciplina della costituzione di una società semplice è improntata alla massima semplicità e
libertà formale: il contratto non è soggetto a forme speciali (salvo quelle richieste dalla natura
dei beni conferiti, art. 2251).
Non è previsto che il contratto sociale debba menzionare un capitale sociale o i conferimenti,
anzi, la nozione di capitale sociale è del tutto assente nella disciplina della società semplice;
infatti, la destinazione dell’esercizio di un’attività non commerciale la esclude dall’obbligo
della tenuta delle scritture contabili e della redazione annuale del bilancio.
L’atto costitutivo (come per la s.n.c.) può essere concluso anche verbalmente o per fatti
concludenti (c.d. società di fatto); la società di fatto è regolata dalle norme dettate in tema di
società semplice ogniqualvolta l’attività esercitata non è commerciale.

II – L’ORDINAMENTO PATRIMONIALE DELLA SOCIETÀ. LA RESPONSABILITÀ DEI


SOCI PER LE OBBLIGAZIONI SOCIALI. I CREDITORI PERSONALI DEI SOCI
Conferimenti: soggetti alla stessa disciplina prevista per la s.n.c.;
Resta fermo il principio generale (proprio delle società di persone): almeno uno dei soci
deve assumere la responsabilità illimitata per le obbligazioni sociali;
Specifica regolamentazione per i profili concernenti la responsabilità dei soci per le
obbligazioni sociali: di regola tutti i soci sono illimitatamente responsabili (a differenza della
s.a.s.), ma tale regola è derogabile (a differenza di s.n.c. e s.a.s.)nella società semplice è
possibile che i soci stipulino un accordo (o clausola del contratto sociale) finalizzato a limitare
le responsabilità di alcuni di essi, che sarà (a differenza della s.n.c.) opponibile ai terzi, ma
solo se i soci beneficiari dell’accordo limitativo non abbiano il potere di agire in nome e per
conto della società (potere di rappresentanza) e che il patto sia portato a conoscenza dei terzi
con mezzi idonei (art. 2267).
I creditori sociali, oltre alla garanzia del patrimonio sociale, godono anche della garanzia
personale e solidale dei soci che hanno agito in nome e per conto della società.
Differenze rispetto a s.n.c. e s.a.s. riguardanti la modalità di attuazione della
responsabilità: qui, il beneficio di escussione opera in termini meno rigidi rispetto alle s.n.c.,
sicuramente più favorevoli per i creditori sociali. Infatti, il socio può essere il destinatario
diretto dell’azione esecutiva promossa dai creditori sociali e può sottrarsene solo in via di
eccezione, indicando i beni societari su cui il creditore può agevolmente soddisfarsi (art.
2268)l’esistenza e la concreta individuazione di beni societari prontamente aggredibili
(denaro, beni mobili, crediti) opera come unico strumento impeditivo dell’esecuzione forzata
esercitata direttamente contro il socio.
Differenze rispetto alla s.n.c. riguardanti la posizione dei creditori personali del socio
singolo: solo nella società semplice il creditore particolare può chiedere (e ottenere) in ogni
momento la liquidazione della quota del socio-debitore, purché dimostri che gli altri beni sono
insufficienti a soddisfare i suoi crediti. In questo caso, la quota deve essere liquidata entro tre
mesi dalla domanda, salvo che sia deliberato lo scioglimento della società, e il suo socio
debitore è escluso di diritto dalla società.

III – L’AMMINISTRAZIONE DELLA SOCIETÀ: LA RAPPRESENTANZA


Rappresentanza della società, art. 2266, co. 1: “La società acquista diritti e assume
obbligazioni per mezzo dei soci che ne hanno la rappresentanza e sta in giudizio nella persona
dei medesimi”
Co. 2: “In mancanza di diversa disposizione del contratto, la rappresentanza spetta a ciascun
socio amministratore e si estende a tutti gli atti che rientrano nell'oggetto sociale”
Co. 3: “Le modificazioni e l'estinzione dei poteri di rappresentanza sono regolate dall'articolo
1396”
 Ne consegue che:

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a) La rappresentanza della società spetta a ciascun amministratore,


congiuntamente o disgiuntamente, a seconda che in un modo o nell’altro sia stata
prevista l’amministrazione;
b) Il contratto sociale può riservare la rappresentanza solo ad alcuni soci e può
altresì prevedere limiti a tale potere.
Differente dalla s.n.c. appare, invece, il regime della opponibilità dei limiti originari del
potere, nonché delle sue modificazioni ed estinzione:
a) Quando l’iscrizione della società sia dotata di mera efficacia notiziale (società
semplice professionale), i limiti originari saranno sempre opponibili ai terzi, incidendo
sullo stesso contenuto del potere di rappresentanza e avendo i terzi, a propria tutela, la
c.d. verifica dei poteri=diritto di ottenere dal socio con cui si contratta i documenti che
ne giustificano il potere di rappresentanza; saranno ugualmente regolati da
quest’ultima disciplina le limitazioni successive e l’estinzione del potere di
rappresentanza dell’ente;
b) Quando l’iscrizione sia fornita per legge di efficacia dichiarativa (società semplice
agricola), troverà applicazione la disciplina generale relativa all’efficacia dell’iscrizione
nel registro delle imprese, sia per le limitazioni originarie, che per quelle successive e
l’estinzione del potere, e l’opponibilità sarà sempre condizionata alla iscrizione del
limite nel registro delle imprese (art. 2298).

Scaricato da Matteo Lipo (matlipo97@gmail.com)

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