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MERCANTI EBREI E DESCRIZIONI DENSE: L'ANTROPOLOGIA INTERPRETATIVA DI

CLIFFORD GEERTZ (Lezione 07 del Modulo A, registrata il 18 ottobre 2021)

Il tema di questa lezione è l’INTERPRETAZIONE, ovvero quanto il dato etnografico sia in


realtà costituito da un processo ermeneutico costante: sul campo, l’antropologa raccoglie
letture stratificate e cerca di organizzarle in un quadro di senso.

[MINUTO 02:00] THIN DESCRIPTION e THICK DESCRIPTION. Uno dei concetti più elusivi
della teoria della descrizione, possiamo riassumere dicendo che la thin è una descrizione
INSENSATA, mentre la THICK è la descrizione che incorpora in sé il SENSO
DELL’AZIONE DAL PUNTO DI VISTA DELL’ATTORE SOCIALE. Il senso dell’antropologia
è produrre la thick description (descrizione densa dei fenomeni): che sono descrizione con il
significato dell’azione incorporato da parte degli attori che stanno compiendo quell’azione.

[MINUTO 03:30] riprendo un po’ teatralizzata la storiella dell’OCCHIOLINO raccontata da


Gylbert Ryle proprio per spiegare in cosa consista la differenza tra thin e thick.

Vedo una persona che contrae l’occhio (fa occhiolini) e cerco di capire cosa sta succedendo
(magari la persona ha un tic, magari fa davvero l'occhiolino, magari si sta esercitando).
Essere in grado di cogliere l’intenzione dell’attore sociale che stava compiendo quell’azione.
La thick description è una descrizione che cerca di costruire il senso, cioè che cosa pensa di
stare facendo l'attore sociale mentre agisce e io lo osservo. In realtà io non lo osservo, sto
cercando di capire cosa sta facendo. Questo è il problema dell’antropologia culturale. Non è
la descrizione oggettiva dei fatti che mi consente di capire cosa sta succedendo (Ochobo
non lo osservo), devo essere in grado di ricostruire il fatto che una donna può sentirsi a
disagio (o vergognarsi) di mangiare in pubblico perché questo la costringerebbe ad aprire la
bocca, attuando un comportamento che è considerato volgare.

[MINUTO 09:45] non è l’osservazione quel che conta per la vita umana, ma l’interpretazione
del senso di quel che osserviamo. Se non abbiamo un quadro di senso, non osserviamo se
non cose senza senso. L’antropologa sul campo si impegna cercare, nel reale che
“osserva”, non tanto il suo senso, il punto di vista dell’osservatore ignorante, ma piuttosto il
senso dell’attore sociale, il suo punto di vista.

Come faccio se non ho la capacità di ricostruire il senso di cosa fa quella persona?

C’è un saggio, pubblicato nel 1973 da Geertz, che dobbiamo studiare, che parla di questo.
Parla dell’antropologia come di una disciplina che si sforza di fare questo lavoro. In contesti
esotici, questo lavoro appare necessario, non può venire realizzato in maniera implicita,
deve essere affrontato esplicitamente.

[MINUTO 15:00] Un altro modo di raccontare questa differenza è con il racconto del
MARZIANO che assiste a un BATTESIMO: La versione thin della storia, per quanto
dettagliata, non ne coglie il senso, non ci dice quel che gli attori stanno facendo davvero
(cioè quel che gli attori sociali immaginano di stare facendo). Per fare la thick description,
dovrebbe semplicemente dire una parola: che quello a cui assistono è un battesimo, un
rituale cristiano. Se gli chiedessero che cos’è un battesimo, per spiegare che cos’è dovrebbe
cominciare a parlare del peccato originale, di Adamo e Eva, della creazione, dell’universo
mondo insomma. La thick description non è una descrizione dettagliata, è una descrizione
sensata, cioè dotata di senso, la descrizione di un’azione spiegando che cosa stanno
facendo gli attori dal loro punto di vista. Se non riesci a cogliere questo livello, è una thin
description.

In questo saggio si parla di questo, di come si possa fare una etnografia, cioè una
descrizione accurata di un contesto culturale non consueto per l’antropologo. Per fare
questa etnografia bisogna tener conto che l’obiettivo della ricerca antropologica non è la
descrizione o l’elaborazione di leggi generali sul comportamento umano, ma piuttosto la
capacità di descrivere in modo adeguato, cioè correlandolo al suo significato, l’azione che
stiamo descrivendo.

[MINUTO 20:33] La cultura costituita dalle RETI DI SIGNIFICATO che gli umani hanno
tessuto, secondo quando ci ha insegnato MAX WEBER

Pag. 41: “Il concetto che esporrò, dice Geertz, è quello che abbiamo già accennato,
ritenendo insieme a Max Weber che l’uomo è un’animale impigliato nelle reti di significato
che egli stesso ha tessuto, credo che la cultura consista in queste reti, e che perciò la loro
analisi non sia innanzitutto una scienza sperimentale in cerca di leggi ma una scienza
interpretativa in cerca di significato.”

Quindi dentro la descrizione semiotica di cultura (le reti di significati), il lavoro


dell’antropologo è costruire quei pezzetti di reti. Questo lavoro di costruzione significa
proprio cercare di comprendere il senso dell’azione dal punto di vista dell’attore sociale.
L’antropologia ha spiegato questo anche con un altro termine, con la contrapposizione tra:
[MINUTO 22:59] -EMIC vs -ETIC. Derivano dalla linguistica.

La descrizione dal punto di vista dell’attore sociale (-emic) contrapposta alla descrizione
condotta dal punto di vista dell’osservatore (-etic). La storia linguistica di questa opposizione,
che ricalca in profondità quella tra thin (=etic) e thick (=emic). KENNETH PIKE (1953) ha
contropposto phonetic a phonemic, per distinguere, rispettivamente, il livello delle differenze
oggettive tra i suoni prodotti, e il livello delle differenze significative che quella lingua
riconosce. Fonetico è qualunque distinzione oggettiva di produzione di suoni, per cui posso
dire Roma pronunciandola all’italiana, oppure con la r ovulare, alla francese, o con altri tipi di
r ma che non cambia il significato della parola Roma. Polivibrante, monovibrante, si dice che
siano tre allofoni, tre variazioni contestuali della stessa idea di suono. Le occorrenze
effettive, cioè i tokens, sono il livello -etic: cioè posso dire ad una macchina di distinguermi
tutti i suoni l’uno dall’altro perché ogni suono ha un suo segno. Questi sono i tokens, conto le
occorrenze e ogni occorrenza vale per sè. Eventualmente le ripetizioni devono essere della
stessa occorrenza.
Invece se sono a livello fonemico dico che in quella lingua la differenza tra r e rr, non è
significativa cioè non cambia il valore della parola. Invece in italiano la differenza tra “r” e “l”
perché se dico rana e lana, dico due cose diverse, quindi distinguono il significato nel
contesto in cui appaiono. Quindi questo è il livello fonemico: in quella lingua “r” e “l”
individuano due fonemi diversi.

Quindi -emic è il livello per cui quelle differenze sono significative per quella cultura. - etic è il
livello per cui io registro tutte le variazioni che ci sono in quella cultura.

è un saggio che ci vuole insegnare che cosa sia l’interpretazione antropologica. Ma per
insegnarci ci costringe a utilizzare la stessa interpretazione antropologica. Questo saggio
pretende che noi arriviamo a capire che cos’è l’interpretazione applicandola. A pag. 44 entra
l’antropologo nella questione: “ci insegna che cosa sia un’interpretazione costringendoci a
usarla.

[MINUTO 31:30] Come non morire di noia quando si legge o si ascolta una storia.
L’attenzione è garantita se riesci a infilarti in quella rete di significati. A questo punto,
comincia la mia lettura effettiva della STORIA DI COHEN, che riprendo nella sintesi che ne
ho dato nel mio La ninfa e lo scoglio. Per capirla e per poterla apprezzare nella sua
interezza dobbiamo ricostruire la thick description, se io capisco che cosa è successo a
questi attori dal punto di vista della loro azione. L’azione che hanno compiuto non è
significativa per me da fuori, per me da fuori è insensata apparentemente.

L’antropologo che più ha insistito sulla dimensione interpretativa della cultura è stato
CLIFFORD GEERTZ, e uno dei racconti più memorabili di questo lavorio culturale è stato
quello del mercante ebreo Cohen nel Marocco agli albori del colonialismo francese, nel
1912. Se noi leggiamo questa storia ci è difficile appassionarsi all’inizio perché la leggiamo
come una thin description, una struttura superficiale.

Rovinato nell’onore da una banda di predoni berberi che gli hanno ucciso due clienti in
casa, Cohen si rivolge ai militari francesi, arrivati da poco a presidiare la zona, per chiedere
loro il permesso di riattivare il vecchio patto commerciale con lo sceicco della zona, che gli
avrebbe garantito il suo diritto di farsi giustizia per questa patente violazione delle norme
sociali della regione: non si interferisce con un mercante mentre ospita un cliente per una
trattativa, e questa interferenza va ricompensata con un valore mercantile pari a quattro o
cinque volte il danno subito, così che l’onore (’ar) del danneggiato sia reintegrato
pubblicamente. I francesi non capiscono nulla di queste liturgie culturali locali, e scacciano
Cohen con un secco “fai come ti pare!”. Il mercante ebreo interpreta pro domo sua questo
disinteresse dei colonizzatori come un assenso implicito e parte a cercare giustizia
sollevando dal torpore il suo sceicco (pensionato anzitempo dai francesi stessi, preoccupati
di porsi come gli unici monopolisti della giustizia, in nome dell’incipiente modernizzazione
che avrebbe trasceso le vecchie solidarietà tribali) e una banda di compaesani parimenti
stralunati.

Cosa fa Cohen per chiedere giustizia in quel contesto culturale? Simula un furto di tutto il
bestiame razziato fin lì dai predoni, e scappa. I predoni, quando si rendono conto che una
banda di pazzi nottetempo si è presa la briga di immobilizzare il loro pastore e tagliare la
corda con tutte le pecore, saltano sui cavalli e iniziano uno svogliato inseguimento, più che
altro allibiti che qualcuno si sia preso un simile ardire, di andare cioè a rubare a casa dei
ladri più feroci della zona. Quando però vedono a distanza la figura allampanata di Cohen
che scappa con lo sceicco e le pecore, lo riconoscono e fanno: “Ah, è lui. Sediamoci e
parliamo”.

La trattativa si conclude con Cohen che tutto felice è riuscito a spuntare ben cinquecento
pecore come compenso e garanzia di vedere reintegrato il suo perduto onore di mercante
in grado di proteggere i suoi clienti secondo i sacri dettami dell’ospitalità, ma quando torna
in città, di nuovo i soldati francesi non capiscono nulla di quel che Cohen dice loro (che quel
gregge in realtà è il suo ’ar, il suo onore restituito) e lo sbattono in prigione sequestrandogli
le pecore, che loro credono siano la prova della sua connivenza coi predoni berberi, visto
che lui ha insistito così tanto nell’ammettere che quel gregge gli è stato dato proprio dai
predoni, ricercati di primo grado dai francesi.

Geertz ha scritto uno dei saggi più memorabili dell’antropologia culturale del novecento per
spiegare questa storia, per spiegare cioè che ebrei, berberi e francesi in quel 1912
condividevano certo lo stesso mondo reale, ma lo interpretavano in modi non sempre
sovrapponibili. Quel che un’ipotetica telecamera su un satellite spia avrebbe potuto
registrare come un “furto notturno di bestiame nel deserto fuori Marmusha, in Marocco” è
in realtà un’azione sociale completamente diversa.

Cohen compie un’azione simbolica, una dichiarazione politica: Ridatemi il mio onore, voi
che mi avete disonorato! Sono costretto a simulare un’azione vergognosa, un abigeato
notturno, per rammentarvi che avete fatto una cosa disonorevole, umiliandomi nella mia
funzione di ospite dei miei clienti. Il “furto di pecore”, insomma, viene correttamente
interpretato dai berberi, che condividono con Cohen un comune orizzonte morale legato al
rispetto dell’onore e alla legittimità di riscattare la sua perdita. I predoni “vedono” nella farsa
del furto delle pecore il senso che Cohen vi ha incorporato, lo comprendono e accettano di
patteggiare la compensazione. Quando torna con il suo belante ’ar i francesi, di nuovo, non
capiscono e si comportano come fanno sempre i dominatori, esercitando la forza lì dove
loro manca il senso.

Tutto questo complesso simbolico di azioni (ammazzare clienti altrui, lamentarsi coi
francesi, titillare l’orgoglio di un sceicco fuori gioco, rubare per burla, trattare sul serio,
imprigionare perplessi) non è stato “osservato” dall’antropologo, dato che tutto quel che ha
avuto Geertz sul campo, negli anni Sessanta, è stato il racconto di un vecchio mercante
ebreo, che sornione e stanco ha raccontato allo straniero una storia incredibile che gli era
capitata mezzo secolo prima, quando era solo un giovane sbruffone al limite
dell’incoscienza.

Quel che voi avete ascoltato a lezione, dunque, è la mia interpretazione di quel che Geertz
ha scritto in quel saggio, che condensa la sua interpretazione di quel che ha capito dal
racconto tradotto da un mediatore di un vecchio mercante ebreo; racconto che era
l’interpretazione, a cinquant’anni di distanza, di una serie di eventi che Cohen aveva
vissuto e cercato di capire mentre li viveva. Ecco, questa è natura necessariamente
interpretativa della ricerca antropologica.

L’obiettivo di questo saggio è quello di aiutarci a capire che dobbiamo costruire la nostra
analisi con uno sforzo interpretativa che sia quello della lettura thick che possiamo leggere
come -emic (il punto di vista soggettivo dell’attore sociale) (-etic è il punto di vista soggettivo
dell’osservatore).

Geertz con il suo saggio ha portato all’attenzione di tutti il termine di antropologia


interpretativa, in cui l’osservazione va ripresa per quello che è: una pratica attiva di
produzione del dato

[MINUTO 1:20:00] sintetizzo la seconda parte del saggio, anticipando una lettura più
dettagliata in una lettura che caricherò come bonus track di questa lezione.

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