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La letteratura italiana

Le prime testimonianze di una nuova lingua, nata dall’intreccio di latino e linguaggio barbarici,
compaiono nel X secolo, in atti di Notai, ma una letteratura volgare si sviluppa nel secolo XIII in
varie zone d’Italia.
Su tutte ben presto emerge la Toscana e in particolare Firenze, dove per oltre un secolo
(1250-1370) nascono (o sono originari) i principali scrittori dell’epoca (i poeti stilnovisti, tra cui
Guido Cavalcanti, Dante, Petrarca e Boccaccio).
Essi divennero ben presto modello di scrittura in Italia, anche dove non si parlava fiorentino.
Nel Cinquecento in tutta Italia si scriveva nella stessa lingua, che a questo punto si può dire italiana,
ma si continuava a parlare nei diversi dialetti.
Ancora nell’Ottocento vi era molto differenza tra la lingua scritta comune a tutti (i pochi)
che sapevano scrivere e le parlate dialettali. Solo dopo l’unità dello Stato (1861) con l’struzione
obbligatoria lentamente gli Italiani impararono la loro lingua e da circa 50 anni tutti gli italiani
sanno leggere e scrivere nella propria lingua.

Dante (Firenze 1265 – Ravenna 1321)


Fiorentino, di piccola nobiltà guelfa, partecipò alla vita politica tra i Bianchi, ma l’avvento dei Neri
(legati al Papato) lo costrinse all’esilio (1302). Visse vent’anni nelle corti del Nord (principalmente
Verona) e non tornò più a Firenze.
La Commedia o Divina Commedia (originariamente Comedìa; l'aggettivo Divina, attribuito da
Boccaccio, si ritrova solo a partire dalle edizioni a stampa del 1555 a cura di Ludovico Dolce) è un
poema di Dante Alighieri, scritto in terzine incatenate di versi endecasillabi, in lingua volgare
fiorentina. Composta secondo i critici tra il 1307 e il 1321, la Commedia è l'opera più celebre di
Dante, nonché una delle più importanti testimonianze della civiltà medievale; conosciuta e studiata
in tutto il mondo, è ritenuta uno dei capolavori della letteratura mondiale di tutti i tempi.[2]
Il poema è diviso in tre parti, chiamate cantiche (Inferno, Purgatorio e Paradiso), ognuna delle quali
composta da 33 canti (tranne l'Inferno, che contiene un ulteriore canto proemiale). Il poeta narra di
un viaggio attraverso i tre regni ultraterreni che lo condurrà fino alla visione della Trinità. La sua
rappresentazione immaginaria e allegorica dell'oltretomba cristiano è un culmine della visione
medioevale del mondo sviluppatasi nella Chiesa cattolica.
L'opera ebbe subito uno straordinario successo, e contribuì in maniera determinante al processo di
consolidamento del dialetto toscano come lingua italiana. Il testo, del quale non si possiede
l'autografo, fu infatti copiato sin dai primissimi anni della sua diffusione, e fino all'avvento della
stampa, in un ampio numero di manoscritti. Parallelamente si diffuse la pratica della chiosa e del
commento al testo, dando vita a una tradizione di letture e di studi danteschi mai interrotta; si parla
così di secolare commento. La vastità delle testimonianze manoscritte della Commedia ha
comportato una oggettiva difficoltà nella definizione del testo critico. Oggi si dispone di un'edizione
di riferimento realizzata da Giorgio Petrocchi.
Il racconto dell'Inferno, la prima delle tre cantiche, si apre con un Canto introduttivo (che serve da
proemio all'intero poema), nel quale il poeta Dante Alighieri racconta in prima persona del suo
smarrimento spirituale; si ritrae, infatti, "in una selva oscura", allegoria del peccato, nella quale era
giunto poiché aveva smarrito la "retta via", quella della virtù (si ritiene che Dante si senta colpevole,
più degli altri, del peccato di lussuria, che infatti, contrariamente alla tipica visione cattolica,
nell'Inferno e nel Purgatorio è posto sempre come il meno grave tra i peccati puniti). Tentando di
trovarne l'uscita, il poeta scorge un colle illuminato dalla luce del sole; tentando di salirvi per avere
più ampia visuale, però, viene ostacolato da tre belve: una lonza (lince), allegoria della lussuria, un
leone, simbolo della superbia, e una lupa, che rappresenta l'avidità, i tre vizi che stanno alla base di
ogni male. Tanta è la paura che il trio incute, che Dante cade all'indietro, lungo il pendio.
Risollevandosi, scorge l'anima del grande poeta Virgilio, a cui chiede aiuto. Virgilio rivela che per
arrivare alla cima del colle ed evitare le tre bestie feroci, bisognerà intraprendere una strada diversa,
più lunga e penosa, attraverso il bene e il male, si presenta come l'inviato di Beatrice, la donna
amata da Dante (morta a soli ventiquattro anni), la quale aveva interceduto presso Dio affinché il
poeta fosse redento dai peccati; Virgilio e Beatrice sono in realtà due allegorie rispettivamente della
ragione e della teologia: il primo in quanto considerato il poeta più sapiente della classicità, la
seconda in quanto scala al fattore, secondo la visione elaborata da Dante nella Vita Nuova.
Dalla collina di Gerusalemme su cui si trova la selva, Virgilio condurrà Dante attraverso l'Inferno e
il Purgatorio perché attraverso questo viaggio la sua anima possa risollevarsi dal male in cui era
caduta. Poi Beatrice prenderà il posto di Virgilio, sarà lei la guida di Dante nel Paradiso. Virgilio,
nel racconto allegorico, rappresenta la ragione, ma la ragione non basta per giungere fino a Dio; è
necessaria la fede, e Beatrice rappresenta questa virtù. Virgilio inoltre, non ha conosciuto Cristo,
non è battezzato e perciò non gli è consentito di avvicinarsi al seggio dell'Onnipotente.
L'inferno dantesco è immaginato come una serie di anelli numerati, sempre più stretti che si
succedono in sequenza e formano un tronco di cono rovesciato; l'estremità più stretta si trova in
corrispondenza del centro della Terra ed è interamente occupata da Lucifero che, movendo le sue
enormi ali, produce un vento gelido: è il ghiaccio la massima pena. In questo Inferno, ad ogni
peccato, corrisponde un cerchio, ed ogni cerchio successivo è più profondo del precedente e più
vicino a Lucifero; più grave è il peccato, maggiore sarà il numero del cerchio.
Usciti dall'Inferno, scendendo lungo il corpo di Lucifero e percorrendo poi un cunicolo, Dante e
Virgilio si ritrovano nell'emisfero australe terrestre (che si credeva interamente ricoperto d'acqua),
dove, in mezzo al mare, s'innalza la montagna del Purgatorio, creata con la terra che servì a
scavare il baratro dell'Inferno, quando Lucifero fu buttato fuori dal Paradiso dopo la rivolta contro
Dio. Usciti dal cunicolo, i due giungono su una spiaggia. Dovendo cominciare a salire la ripida
montagna, che si dimostra impossibile da scalare, tanto è ripida, Dante chiede ad alcune anime
quale sia il varco più vicino; sono questi la prima schiera dei negligenti, i morti scomunicati, che
hanno dimora nell'antipurgatorio. Nella I schiera di negligenti dell'antipurgatorio Dante incontra
Manfredi di Svevia. Assieme a coloro che tardarono a pentirsi per pigrizia, ai morti per violenza e ai
principi negligenti, infatti, essi attendono il tempo di purificazione necessario a permettere loro di
accedere al Purgatorio vero e proprio. All'ingresso della valletta dove si trovano i principi
negligenti, Dante, su indicazione di Virgilio, chiede indicazioni ad un'anima che si rivela essere una
sorta di guardiano della valletta, il concittadino di Virgilio Sordello, che sarà la guida dei due fino
alla porta del Purgatorio.
Giunti alla fine dell'Antipurgatorio, superata una valletta fiorita, i due varcano la porta del
Purgatorio; questa è custodita da un angelo recante in mano una spada fiammeggiante, che sembra
avere vita propria, e preceduto da tre gradini, il primo di marmo bianco, il secondo di una pietra
scura e il terzo in porfido rosso. L'angelo, seduto sulla soglia di diamante e appoggiando i piedi sul
gradino rosso, incide sette "P" sulla fronte di Dante, poi apre loro la porta tramite due chiavi (una
d'argento e una d'oro) che aveva ricevuto da San Pietro; quindi i due poeti si addentrano nel secondo
regno.
Il Purgatorio è diviso in sette 'cornici', dove le anime scontano i loro peccati per purificarsi prima di
accedere al Paradiso. Al contrario dell'Inferno, dove i peccati si aggravavano maggiore era il
numero del cerchio, qui alla base della montagna, nella I cornice, stanno coloro che si sono
macchiati delle colpe più gravi, mentre alla sommità, vicino al Paradiso terrestre, i peccatori più
lievi. Le anime non vengono punite in eterno, e per una sola colpa, come nel primo regno, ma
scontano una pena pari ai peccati commessi durante la vita.
Libero da tutti i peccati, adesso Dante può ascendere al Paradiso e, accanto a Beatrice, vi accede
volando ad altissima velocità. Egli sente tutta la difficoltà di raccontare questo trasumanare, andare
cioè al di là delle proprie condizioni terrene, ma confida nell'aiuto dello Spirito Santo.
Il Paradiso è composto da nove cerchi concentrici, al cui centro sta la Terra; in ognuno di questi
cieli, dove risiede un pianeta diverso, stanno i beati, più vicini a Dio a seconda del loro grado di
beatitudine. Ma le anime del Paradiso non stanno meglio o peggio, e nessuno desidera una
condizione migliore di quella che ha, poiché la carità non permette di desiderare altro se non quello
che si ha; Dio, al momento della nascita, ha donato secondo criteri inconoscibili ad ogni anima una
certa quantità di grazia, ed è in proporzione a questa che essi godono diversi livelli di beatitudine.

La Divina Commedia è composta da tre cantiche che comprendono un totale di cento canti: la
prima cantica (Inferno) è di 34 canti (33 hanno argomento l'Inferno; uno, il primo, è proemio
all'opera intera), le altre due cantiche, Purgatorio e Paradiso, sono di 33 canti ciascuna. Il primo
canto dell'Inferno viene considerato un prologo a tutta l'opera: in questo modo si ha un canto
iniziale più 33 canti per ciascuna cantica, con un chiaro riferimento numerico alla Trinità.
Tutti i canti sono scritti in terzine incatenate di versi endecasillabi. La lunghezza di ogni canto va da
un minimo di 115 versi ad un massimo di 160; l'intera opera conta complessivamente 14.233 versi.
La Divina Commedia è dunque superiore in lunghezza sia all'Eneide virgiliana (9.896 esametri), sia
all'Odissea omerica (12.100 esametri), ma più breve dell'Iliade omerica (15.683 esametri). In ogni
caso, se altre opere, anche molto più lunghe, sono state composte dalla tradizione e dai vari poeti
che nel tempo le hanno ampliate ed arricchite, la Divina Commedia è un'opera straordinaria perché
frutto dell'intelletto di un solo uomo, autore di tutti e 14.233 versi.
La Commedia è anche una drammatizzazione della teologia cristiana medievale, arricchita da una
straordinaria creatività immaginativa
Dante rappresenta cielo e terra, ma la terra trova nel poema una rappresentazione nuova, una
profonda comprensione della realtà umana. In Dante è presente un modo nuovo e disincantato di
percepire la storia, il racconto storico abbraccia il corso dei secoli con la storia dell'Impero romano
e cristiano, delle lotte fiorentine tra guelfi Bianchi e Neri, una larga considerazione prospettica della
storia della Chiesa e della storia contemporanea del Papato, che Dante giudica criticamente
accusandolo di occuparsi troppo di politica corrente e poco di spiritualità.
L'osservazione della natura è accurata e armoniosa, accentuata nel suo valore prospettico, ricca e
determinata. Le note geografiche e visive si succedono.
Il paragone è lo strumento con cui il poeta ritrae il reale mediante un intreccio di notazioni varie e
reali. La natura dantesca scaturisce sempre da un riferimento personale ed è, non di rado, attratta
nell'orbita drammatica della rappresentazione. Tutto in Dante ha un valore soggettivo, il poema non
è solo la storia dell'anima cristiana che si volge a Dio, ma anche la vicenda personale di Dante,
inestricabilmente intrecciata agli avvenimenti che narra. Dante è sempre attore e giudice.
La profezia religiosa e politica si sviluppa su un terreno di esperienze personali, dichiaratamente
espresse, e di aspirazioni precise. Dante sovrappone la profezia ai fatti concreti e non li dimentica,
né insegue sogni vaghi e irrealizzabili di rinnovamento come i profeti medievali, infatti il suo
vagheggiamento di un rinnovamento religioso, morale e politico ha obiettivi ben precisi: una
ritrovata moralità della Chiesa, la restaurazione dell'Impero, la fine delle lotte civili nelle città.
L'allegoria e la concezione figurale sono il fondamento del poema ed il segno più scoperto del suo
medievalismo; il mondo è raffigurato suddiviso: da un lato la realtà storica e concreta, dall'altro il
sopramondo, ossia il significato della realtà storica trasferita sul piano morale e su quello
ultraterreno. Il costante riferimento al sopramondo attesta la subordinazione medievale di ogni
realtà a un fine morale e religioso. Siffatta subordinazione è rigida e imperante e nell'assoluto valore
dell'allegoria, nella fedeltà ai modi e allo stile ereditati dalla letteratura precedente è il
medievalismo di Dante.

Francesco Petrarca (Arezzo 1304 – Arquà, Padova, 1374)


Figlio di un notaio di Firenze che aveva dovuto esiliare ad Avignone con la famiglia e aveva trovato
lavoro presso la corte papale, Francesco Petrarca crebbe quindi lontano dalla società comunale
italiana. Fu un ecclesiastico e diplomatico di rango prima ad Avignone, poi dal 1353 in Italia,
lavorando per i Visconti a Milano, infine a Venezia.
Scrisse soprattutto in latino, ma l’opera sua più importante è il Canzoniere, raccolta di
poesie, soprattutto Sonetti e Canzoni; il tema principale è l’amore, inteso come desiderio e
sofferenza per una donna irraggiungibile (Laura). La sua poesia fu nel Cinquecento il modello per
tutta la poesia europea, soprattutto è all’origine della fortuna del sonetto nelle diverse letterature.

Giovanni Boccaccio (Certaldo, Firenze 1313 – 1375)


Figlio naturale di un mercante della compagnia dei Bardi di Firenze, a soli dodici anni venne inviato
dal padre a Napoli perché imparasse l'arte della mercatura. Ma a Giovanni, che non aveva attitudini
pratiche, non piaceva quel tipo di occupazione e da solo, si faceva un'ampia cultura leggendo
soprattutto i classici latini e la letteratura contemporanea francese. Tornò a Firenze nel 1340 e visse
con incarici diplomatici per il comune e altre corti.
Il Decamerone o Decameron (dal greco antico, δἐκα, déka, "dieci", ed ἡμέρα, hēméra "giorno",
con il significato di "[opera di] dieci giorni"[1]) è una raccolta di cento novelle scritta nel Trecento
(probabilmente tra il 1349 ed il 1351).
Ebbe larghissima influenza non solo nella letteratura italiana ed europea (si pensi solo ai
Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer), ma anche nelle lettere future, ispirando l'ideale di vita
edonistica e dedicata al piacere ed al culto del viver sereno tipici della cultura umanista e
rinascimentale.
Il libro narra di un gruppo di giovani, sette donne e tre uomini, che trattenendosi fuori città per
quattordici giorni (il titolo indica i dieci giorni in cui si raccontano le novelle e non i quattro in cui
ci si riposa), per sfuggire alla peste nera, che imperversava in quel periodo a Firenze, raccontano a
turno delle novelle di taglio spesso umoristico e con frequenti richiami all'erotismo del tempo. Per
quest'ultimo aspetto, il libro fu tacciato di immoralità e fu in diverse epoche pubblicato con censure.

Nel Rinascimento, la letteratura italiana antica e contemporanea diventa il modello di tutte le


letterature europee. Nel Cinquecento essa vive soprattutto nelle corti del principi come raffinato
intrattenimento; molto importante è Ferrara con i Duchi d’Este per i quali scrivono i loro poemi
Ludovico Ariosto (1474-1533) e Torquato Tasso (1544-1595)
L'Orlando furioso è un poema cavalleresco di Ludovico Ariosto pubblicato nella sua edizione
definitiva nel 1532.
Il poema, composto da 46 canti in ottave (38.736 versi in totale), ruota attorno al personaggio di
Orlando, a cui è dedicato il titolo, e a numerosi altri personaggi. L'opera, riprendendo la tradizione
del ciclo carolingio e in parte del ciclo bretone, si pone a continuazione dell'Orlando innamorato di
Matteo Maria Boiardo. Caratteristica fondamentale dell'opera è il continuo intrecciarsi delle vicende
dei diversi personaggi che vanno a costituire molteplici fili narrativi, tutti armonicamente tessuti
insieme. La trama ruota intorno a tre vicende principali: l'aspetto epico è dato dalla guerra tra
pagani (musulmani) e cristiani che fa da sfondo all'intera narrazione e si conclude con la vittoria
cristiana in seguito allo scontro tra gli eroi avversari. La vicenda amorosa si incentra invece sulla
bellissima Angelica, in fuga da numerosi spasimanti, tra i quali è protagonista per l'Ariosto il
paladino Orlando; tuttavia Angelica incontrerà il pagano Medoro e lo sposerà felicemente, causando
l'ira e la conseguente follia di Orlando (risanata solo in conclusione). Il terzo motivo, quello
encomiastico, consiste nel difficile amore tra Ruggero, guerriero pagano, e Bradamante, guerriera
cristiana, che riusciranno a congiungersi solo dopo la conversione di Ruggero, al termine della
guerra: da questa unione discenderà infatti la Casa d'Este.
La Gerusalemme liberata è il maggiore poema epico di Torquato Tasso, completata dall'autore nel
1575, fu pubblicata integralmente senza l'autorizzazione del poeta nel 1580-81. La Gerusalemme
liberata è divisa in 20 canti e comprende 1917 ottave; i 20 canti sono raggruppati in 5 parti, che
corrispondono ai 5 atti della tragedia classica. L’argomento riguarda la conquista cristiana di
Gerusalemme nella Prima Crociata (1099). Accanto ai personaggi storici vi sono personaggi
d’invenzioni con storie d’amore, fortunate (Rinaldo e Armida) e sventurate (Tancredi, Clorinda,
Erminia).
Con la morte del Tasso termina il primato letterario italiano in Europa. Dal Seicento sarà la
letteratura italiana a subire l’influsso esterno; nel Seicento e Settecento dalla Francia, nell’Ottocento
da Germania e Inghilterra con il Romanticismo.
Nell’Ottocento Alessandro Manzoni (1785-1873), milanese, pubblica il primo romanzo storico, I
Promessi sposi (1827, rivisto nel 1840-42).
Ambientato nella Lombardia spagnola del Seicento, racconta la disavventura di due giovani
di modeste condizioni – Renzo e Lucia – i quali non si riescono a sposare per un capriccio di un
nobile locale, don Rodrigo, invaghito di Lucia, che impone il divieto al pauroso e comico parroco
don Abbondio. Poiché questa rischia il rapimento, frate Cristoforo, amico e protettore dei giovani, li
fa allontanare dal paese (Lucia a Monza in Convento, Renzo a Milano). Ma Renzo a Milano è
coinvolto involontariamente in una rivolta, deve scappare fuori dello stato (nel Veneto) ed è
ricercato dalla polizia. Lucia viene rapita dal Convento, con la complicità di una suora corrotta
(Monaca di Monza). La rapisce, su mandato di don Rodrico, l’Innominato, un vecchio bandito, in
crisi, che questa squallida azione getta ancora più nella disperazione. Dopo una notte drammatica, il
provvidenziale incontro con il Cardinale Borromeo, in visita pastorale in un paese vicino, lo porta al
pentimento e al ritorno alla fede. L’innominato liberà così Lucia, portata poi al riparo a Milano.
Scoppia la peste del 1630, in cui Milano fu decimata. Renzo torna a Milano in cerca di Lucia e la
ritrova salva nel Lazzaretto (che raccoglieva gli ammalati di peste), dove rivede padre Cristoforo e
don Rodrigo in agonia.

Giacomo Leopardi (1798-1837), marchigiano, rinnova invece la poesia lirica, elaborando una
poesia dai contenuti filosofici: elabora una concezione pessimistica della vita, basata su una visione
materialistica e meccanica della natura che contrasta con il desiderio di felicità e piacere insito
nell’uomo dalla stessa natura.

Nel Novecento è molto importante il teatro di Pirandello (vedi Teatro). Il poeta più importante è il
genovese Eugenio Montale (1896-1981), con i libri Ossi di seppia (1825), legato al paesaggio
ligure, ed Occasioni (1939) e La Bufera (1956).
Alcuni caratteri fondamentali del linguaggio poetico montaliano sono i simboli: nella poesia di
Montale compaiono oggetti che tornano e rimbalzano da un testo all'altro e assumono il valore di
simboli della condizione umana, segnata, secondo Montale, dal malessere esistenziale, e dall'attesa
di un avvenimento, un miracolo, che riscatti questa condizione rivelando il senso e il significato
della vita. In Ossi di seppia il muro è il simbolo negativo di uno stato di chiusura e oppressione,
mentre i simboli positivi che alludono alle possibilità di evasione, di fuga e di libertà sono l'anello
che non tiene, il varco, la maglia rotta nella rete. Nelle raccolte successive il panorama culturale,
sentimentale e ideologico cambia e, quindi, risulta nuova anche la simbologia. Per esempio nella
seconda raccolta, Le occasioni, diventa centrale la figura di Clizia, il nome letterario che allude ad
una giovane americana (Irma Brandeis, italianista ed ebrea) amata da Montale, che si trasforma in
una sorta di angelo dal quale soltanto è possibile aspettare il miracolo e dal quale dipende ogni
residua possibilità di salvezza.

Tra i narratori si ricordano Italo Calvino (1923-1985), ligure, autore di racconti anche fiabeschi; il
sicilaino Leonardo Sciascia (1921-1989), che scrive romanzi brevi di impianto ‘giallo’ ed
Umberto Eco (1932), piemontese, saggista e narratore con Il nome della rosa (1980), vasto
romanzo che mescola più generi narrativi.
TESTI DI POESIA E PROSE

FRANCESCO PETRARCA (Arezzo 1304 – Arquà, Padova, 1374)


Canzoniere, 1330-74
Solo e pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi e lenti,
e gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio uman l'arena stampi.
Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d'alegrezza spenti
di fuor si legge com'io dentro avampi:
sì ch'io mi credo omai che monti et piagge
e fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch'è celata altrui.
Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so ch'Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co·llui.

GIACOMO LEOPARDI (Recanati 1798 – Napoli 1837)


Canti, 1835 : A Silvia
Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all'opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.
Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D'in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch'io sentiva in seno.
Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
Perché non rendi poi
Quel che prometti allor? perché di tanto
Inganni i figli tuoi?
Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome,
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Né teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan d'amore.
Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Anche negaro i fati
La giovanezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell'età mia nova,
Mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell'umane genti?
All'apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.

EUGENIO MONTALE
(Genova 1896-Milano 1981)
Ossi di seppia, 1925
Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

BOCCACCIO, Decameron, I giornata, novella terza

Il Saladino, il valore del qual fu tanto che non solamente di piccolo uomo il fe’ di Babilonia Soldano, ma ancora molte
vittorie sopra li Re saracini e cristiani li fece avere, avendo in diverse guerre, et in grandissime sue magnificenze, spese
tutto il suo tesoro, e, per alcuno accidente sopravvenutogli, bisognandogli una buona quantità di danari, né veggendo
donde così prestamente, come gli bisognavano, aver li potesse, gli venne a memoria un ricco giudeo, il cui nome era
Melchisedech, il quale prestava ad usura in Alessandria, e pensossi costui avere da poterlo servire quando volesse; ma si
era avaro che di sua volontà non l’avrebbe mai fatto, e forza non gli voleva fare: per che, stringendolo il bisogno,
rivoltosi tutto a dover trovar modo come il giudeo il servisse, s’avvisò di fargli una forza da alcuna ragion colorata
(violenza con apparenza di ragione).
E fattolsi chiamare, e familiarmente ricevutolo, seco il fece sedere, et appresso gli disse: - Valente uomo, io ho da più
persona inteso che tu se’ savissimo, e nelle cose di Dio senti molto avanti; e per ciò io saprei volentieri da te, quale delle
tre Leggi tu reputi la verace, o la giudaica, o la saracina, o la cristiana.
Il giudeo, il quale veramente era savio uomo, s’avvisò troppo bene che il Saladino guardava di pigliarlo nelle parole, per
dovergli muovere alcuna quistione, e pensò non potere alcuna di queste tre più l’una che l’altra lodare, che il Saladino
non avesse la sua intenzione. Per che, come colui il qual parea aver bisogno di risposta per la quale preso non potesse
essere, aguzzato lo ‘ngegno, gli venne prestamente avanti quello che dir dovesse, e disse:
- Signor mio, la quistione la qual voi mi fate è bella, et a volerne dire ciò che io ne sento, mi vi convien dire una
novelletta, qual voi udirete. Se io non erro, io mi ricordo aver molte volte udito dire che un grande uomo e ricco fu già,
il quale, intra l’altre gioie più care che nel suo tesoro avesse, era uno anello bellissimo e prezioso; al quale per lo suo
valore e per la sua bellezza volendo fare onore, et in perpetuo lasciarlo ne’ suoi discendenti, ordinò che colui dei suoi
figliuoli appo il quale, sì come lasciatogli da lui fosse questo anello trovato, che colui s’intendesse essere il suo erede, e
dovesse da tutti gli altri essere, come maggiore, onorato e reverito.
Colui al quale da costui fu lasciato tenne somigliante ordine ne’ suoi discendenti, e così fece come fatto avea il suo
predecessore: et in breve andò questo anello di mano in mano a molti successori; et ultimamente pervenne alle mani ad
uno, il quale avea tre figliuoli belli e virtuosi, e molto al padre loro obbedienti; per la qual cosa tutti e tre parimente gli
amava. Et i giovani, li quali la consuetudine dell’anello sapevano, si come vaghi ciascuno d’essere il più onorato tra i
suoi, ciascuno per sé, come meglio sapeva, pregava il padre, il quale era già vecchio, che, quando a morte venisse, a lui
quello anello lasciasse.
Il valente uomo, che parimente tutti gli amava, né sapeva esso medesimo eleggere a qual più tosto lasciar lo volesse,
pensò, avendolo a ciascuno promesso, di volergli tutti e tre soddisfare; e segretamente ad uno buono maestro ne fece
fare due altri, li quali si furono somiglianti al primiero, che esso medesimo che fatti gli aveva fare, appena conosceva
qual si fosse il vero.
E venendo a morte, segretamente diede a ciascuno de’ figliuoli, li quali, dopo la morte del padre, volendo ciascuno la
eredità e l’onore occupare, e l’uno negandolo all’altro, la testimonianza di dover ciò ragionevolmente fare, ciascuno
produsse fuori il suo anello. E trovatisi gli anelli sì simili l’uno all’altro, che qual fosse il vero non si sapeva conoscere,
si rimase la quistione, qual fosse il vero erede del padre, in pendente, et ancor pende.
E così vi dico, signor mio, delle tre Leggi alli tre popoli date da Dio Padre, delle quali la quistion proponeste: ciascuno
la sua eredità, la sua vera Legge, et i suoi comandamenti si crede avere a fare; ma chi se l’abbia, come degli anelli,
ancora ne pende la quistione. –
Il Saladino conobbe, costui ottimamente essere saputo uscire dal laccio il quale davanti a’ piedi teso gli aveva: e per ciò
dispose d’aprirgli il suo bisogno, e vedere se servire il volesse; e così fece, aprendogli ciò che in animo avesse avuto di
fare, se così discretamente, come fatto avea, non gli avesse risposto.
Il giudeo liberamente d’ogni quantità che il Saladino richiese il servì; et il Saladino poi interamente il soddisfece; et
oltre a ciò gli donò grandissimi doni, e sempre per suo amico l’ebbe, et in grande et onorevole stato appresso di sé il
mantenne.

MANZONI, Promessi sposi, dal cap. XXXIV

Scendeva dalla soglia d'uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una
giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran
passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua
andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d'averne sparse tante; c'era in
quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un'anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma
non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel
sentimento ormai stracco e ammortito ne' cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov'anni, morta; ma tutta
ben accomodata, co' capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l'avessero adornata per
una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col
petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una
parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull'omero della madre, con un abbandono più forte del sonno:
della madre, ché, se anche la somiglianza de' volti non n'avesse fatto fede, l'avrebbe detto chiaramente quello de' due
ch'esprimeva ancora un sentimento. Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però
d'insolito rispetto, con un'esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né
disprezzo, - no! - disse: - non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete -. Così dicendo, aprì una
mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: - promettetemi di non
levarle un filo d'intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così. Il monatto si mise una mano
al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per
l'inaspettata ricompensa, s'affaccendò a far un po' di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio
in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l'accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l'ultime parole: - addio,
Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch'io pregherò per
te e per gli altri -. Poi voltatasi di nuovo al monatto, - voi, - disse, - passando di qui verso sera, salirete a prendere anche
me, e non me sola. Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s'affacciò alla finestra, tenendo in collo un'altra
bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto.