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PETR TCHAIKOVSKIJ (1840-1893)

Nel frattempo lo schieramento opposto a quello dei 5, quello filo occidentale, si era
arricchito del contributo di un musicista considerato da taluni ancora oggi il più grande
compositore russo dell’Ottocento: Petr Tchaikovskij.
Figlio di un ingegnere minerario e di una buona pianista dilettante di origine francese, che lo
iniziò, ancora fanciullo, alla musica, ebbe le prime lezioni di pianoforte a sette anni. Nel
1850 si trasferì con la famiglia a San Pietroburgo, dove, per volere del padre, si iscrisse alla
scuola di giurisprudenza; ben presto sentì
però il disagio di un’attività troppo lontana
dalle sue attitudini artistiche e l’abbandonò
per dedicarsi completamente alla musica.
Nel 1855, in una epidemia di colera, perse
la madre alla quale era profondamente
attaccato; questo dramma, e le privazioni
economiche cui fu successivamente
costretto, accentuarono il senso di
instabilità psicologica che già era in lui un
tratto costante (dovuta anche alla sua
omosessualità). A causa anche dell’influsso
di un giovane poeta conosciuto alla scuola
di diritto, egli cominciò a credersi
perseguitato da un malefico destino: forma
morbosa di vittimismo che assunse in
qualche caso gli aspetti di un’autentica
mania di persecuzione, una delle componenti del suo quadro psicologico destinata ad
influenzare il suo stesso mondo fantastico ed espressivo.
Nel 1877 si lasciò convincere ad un’unione matrimoniale con Antonina Miljakova ma già
dopo qualche settimana scappò dalla sorella. Proprio in quel periodo entrò in rapporti (mai
concretatisi in una conoscenza personale) con una vedova, Nadezda Von Meck, madre di
dodici figli talmente innamorata della sua musica da offrirgli una rendita annua di 6000 rubli
che gli permettesse di dedicarsi completamente alla sua musica. Dopo aver vissuto l’ultimo
quindicennio della sua vita all’estero, si spense, come la madre, durante un’epidemia di
colera.
Nonostante alcuni attestati di stima, i rapporti di T. con il cosiddetto Gruppo dei Cinque
furono tesi e polemici, specialmente con chi, come Musorgskij, aveva più radicato il senso
del nazionalismo musicale e rifiutava il cosmopolitismo della borghesia salottiera
moscovita, da cui T. era invece profondamente attratto. Delle originarie posizioni del gruppo
non condivideva in particolare modo l’esclusiva idolatria di Glinka, il rifiuto del sinfonismo,
la scelta del dilettantismo. Fin dall’inizio infatti fu legato alle istituzioni: allievo del
Conservatorio di Pietroburgo, subito dopo il diploma, divenne insegnante di armonia in
quello di Mosca. E la spontaneità della sua natura musicale rifiuta vincoli di programmi
ideologici o poetici: egli coltiva con pari versatilità il campo dell’opera (al quale dà due
capolavori: Eugenij Onegin e La dama di Picche, entrambe da Puskin), del sinfonismo
(ouvertures, poemi sinfonici - Romeo e Giulietta e Francesca da Rimini-, le 6 sinfonie, i tre

concerti per pianoforte, il concerto per violino), della musica da camera (3 quartetti per
archi), della lirica vocale, della composizione corale sacra e profana, con e senza
accompagnamento dell’orchestra; infine collabora con il coreografo Marius Petipa alla
creazione del balletto classico russo, il “balletto sinfonico” (Il lago dei cigni, La bella
addormentata nel bosco, Lo Schiaccianoci) - musica e balletto con pari dignità.
L’immagine che risulta da questa vastissima produzione è segnata da una contraddizione: da
una parte c’è l’esuberanza, talvolta l’intemperanza sentimentale che alimenta questo torrente
di musica - un sentimentalismo talvolta turgido, talvolta morbido e crepuscolare -; dall’altra
la straordinaria morigeratezza, sobrietà, naturale eleganza che riscatta quella inquieta e
torbida materia. Ciononostante, egli è da annoverare tra i primi ad introdurre in Russia, in
contrapposizione al dilettantismo dei Cinque, una concezione professionale dell’attività
compositiva, insieme col gusto per una scrittura sorvegliata e stilisticamente rifinita. Egli si
mantenne sempre fedele ad un concetto aulico del linguaggio musicale, considerando
irrinunciabile, al di là delle esigenze espressive, l’osservanza di determinati canoni
“universali e oggettivi” di bellezza formale. Di qui l’impossibilità a capire le potenzialità
realistiche ed espressive insite nella forza deformante del linguaggio popolare, e dunque per
contro, la sua adesione ai grandi modelli della musica occidentale quali Mozart, Beethoven,
Mendelssohn, Schumann. Essenzialmente legati ai modelli mozartiani, anche le sue opere
vivono della caratterizzazione psicologica dei personaggi, della partecipazione emotiva
delle vicende di eroi che sono vittime del destino (La dama di picche). Fu proprio questa
capacità di esprimere il pathos in un linguaggio facilmente decodificabile e in forme
rassicuranti nella loro chiara perfezione che costituì il segreto del successo che arrise assai
presto al compositore.

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