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Capitolo 1: Introduzione

Capitolo 2: I Guadagni dallo Scambio


Capitolo 3: Beni Discreti: Prezzi di Riserva, Domanda E Offerta e Surplus
Capitolo 4: Beni Perfettamente Divisibile: Prezzi di Riserva, Domanda E Offerta e Surplus
Capitolo 5: Preferenze
Capitolo 6: Domanda e Offerta con il Reddito in Forma di Dotazione
Capitolo 7: Domande con Reddito Monetario
Capitolo 8: Lo Scambio
Capitolo 9: Benessere
Capitolo 10: Imprese e Tecnologia
Capitolo 11: Minimizzazione dei Costi e la Domanda dei Fattori della Produzione
Capitolo 12: Curve di Costo
Capitolo 13: Offerta dell'Impresa e Surplus del Produttore
Capitolo 14: Frontiera delle Possibilità Produttive
Capitolo 15: Produzione e Scambio
Capitolo 16: Analisi Empirica di Domanda. Offerta e Surplus
Capitolo 17: Aggregazione
Capitolo 18: Preferenze Rivelate e Tecnologie Rivelate
Capitolo 19: Variazione Compensatrice e Variazione Equivalente
Capitolo 20: Scelta Intertemporale
Capitolo 21: Il Modello di Utilità Scontata
Capitolo 22: Scambio nel Mercato dei Capitali
Capitolo 23: Scelta in Condizioni di Rischio
Capitolo 24: Modello di Utilità Attesa
Capitolo 25: Scambio nei Mercati Assicurativi
Capitolo 26: Il Mercato del Lavoro
Capitolo 27: Tassazione
Capitolo 28: Monopolio e Monopsonio
Capitolo 29: Monopolio Naturale e Discriminazione
Capitolo 30: Teoria dei Giochi
Capitolo 31: Duopolio
Capitolo 32: Esternalità
Capitolo 33: Beni Pubblici
Capitolo 34: Informazione Asimmetriche
Capitolo 1: Introduzione

1.1: La gente è diversa


Credo sia opportuno iniziare spiegando il sottotitolo di questo libro. Esso è allo stesso tempo
semplice e profondo ed è correlato ad una semplice domanda: per quale motivo esiste l’attività
economica? Prima di rispondere a questa domanda dobbiamo capire in che cosa consiste l’attività
economica. Essa si limita soltanto allo scambio di beni e servizi fra individui, tale scambio da che
cosa è motivato? La risposta è semplice: la gente è diversa. Se supponiamo che in un paese tutte le
persone siano uguali, sia in termini di preferenze che in termini di dotazioni, allora (a meno di casi
molto speciali, che saranno discussi nel testo) non ci saranno possibilità per scambi tra gli individui.
Se invece gli individui sono fra loro differenti, o perché hanno preferenze diverse, o perché hanno
dotazioni differenti, allora (anche in questo caso ci sono situazioni speciali che saranno analizzate
nel testo) c’è spazio di scambi tra individui, scambi che risulteranno mutuamente vantaggiosi, tanto
da invogliare i soggetti a prendere parte volontariamente allo scambio. Credo che questo risultato
possa essere considerato molto profondo ma allo stesso tempo può sembrare banale pur apparendo
banale. Capire tutto ciò è fondamentale per diventare un economista. Nel prosieguo del testo
spiegherò ed illustrerò questo concetto da vari punti di vista, partendo da un semplice processo di
scambio di beni, procedendo attraverso l’analisi dello scambio dei beni intertemporale, per arrivare
allo scambio del ‘rischio’ e cosi via.

Credo che a questo punto debba spiegare, con una maggior dovizia di particolari, perché definisco
l’attività economica come scambio. Alcuni esempi sono banali. Quando per esempio andiamo al
supermercato per comprare qual cosa, stiamo scambiando del denaro con ciò che abbiamo
acquistato ed il supermercato sta scambiando ciò che abbiamo acquistato con denaro. Entrambi
scambiamo perché dallo scambio traiamo un beneficio. Anche quando lavoriamo per qualcuno,
stiamo scambiando il nostro lavoro per un salario, ed il datore di lavoro scambia parte dei suoi soldi
per acquistare il nostro lavoro. Anche in questo caso dallo scambio traiamo un mutuo beneficio.
Possiamo notare che per ogni scambio ci sono due “lati” (contraenti), ognuno dei quali sta dando
qualcosa in cambio di qualcos’altro. Di solito in una economia capitalistica la moneta rientra nello
scambio, ma non è sempre necessario, infatti potrebbero essere gettoni o pagamenti in natura. Di
solito uno dei due beni è un bene fisico (per esempio un televisore o una cassa di birra), ma non è
sempre così, una delle cose scambiate potrebbe essere un servizio. Per esempio, quando acquisti un
biglietto per un concerto, stai scambiando i soldi per la musica che ascolterai al concerto. Ancora,
una delle cose che possono essere scambiate potrebbero essere titoli o azioni, che potrebbero
restituire soldi in futuro. Quindi stai scambiando soldi di un certo periodo con soldi in un altro
periodo. Un’altra cosa che potrebbe essere scambiata sono le assicurazioni, che altro non sono se
non una promessa di pagare una determinata somma di denaro al verificarsi di un particolare
evento. Per molti tipi di scambi esistono mercati ben definiti, ma questo non è sempre vero:
potrebbe anche accadere che una controparte dello scambio dia qualcosa all’altro senza riceverne
nulla in cambio. Questa situazione potrebbe essere positiva: camminando vedi un fiore in un bel
giardino; o potrebbe essere negativa: qualcuno fa rumore mentre cerchi di dormire. Come vedremo
situazioni in cui non è definito un mercato potrebbero essere problematiche, ma anche in un tal caso
saremmo in grado di dire qualcosa sulla natura dello scambio. Ci sono altri contesti dove un “lato”
del mercato non è completamente esplicitato, ma piuttosto sottointeso, per esempio quando fai un
favore a qualcuno c’è un tacito accordo che il favore sarà ripagato in futuro. In molti contesti
possono essere presenti meccanismi di questo tipo tra i partecipanti allo scambio, semplicemente
perché non sempre è possibile specificare tutte le possibilità derivanti dallo scambio in maniera

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completa ed esplicita. Ma per ora non preoccupiamoci di questi casi particolari e consideriamo solo
i casi che non presentano anomalie.

La diversità tra gli agenti economici è alla base della nascita dell’attività economica e, in generale,
lo scambio di beni e servizi ha per effetto l’innalzamento del livello di benessere di ciascuno dei
partecipanti. Ciò detto, il quesito che sorge spontaneo porsi è quale sia il modo migliore di
organizzare le attività di scambio e, in un certo senso, è questa la domanda fondamentale alla quale
ci cercherà di fornire una risposta in molti passaggi di questo libro. Ma come vedremo, la scienza
economica non è in grado di dare una soluzione ad ogni problema, a causa soprattutto delle
difficoltà relative allo studio delle implicazioni distributive dell’interazione tra agenti economici.
Per avere un’idea di tali difficoltà, facciamo un passo indietro e domandiamoci quale debba essere il
modo adeguato per misurare i vantaggi ottenuti dagli individui come conseguenza della loro
partecipazione all’attività economica. Come abbiamo anticipato, ogni partecipante allo scambio può
ottenere un guadagno: nella compravendita di un bene sia il venditore che il compratore traggono
un guadagno dalla transazione. Ovviamente, l’entità dei benefici che le due parti ottengono dipende
da diversi fattori, incluso il prezzo al quale la transazione avviene: più alto è il prezzo di vendita,
maggiore sarà il guadagno del venditore, minore quello dell’acquirente. Come vedremo, esistono
diversi modi per misurare i guadagni dei partecipanti allo scambio. Ciascuna di queste diverse
modalità di misurazione, inoltre, è disponibile per ogni tipo di meccanismo di scambio, dove per
meccanismo di scambio deve intendersi una particolare modalità organizzativa dello stesso: come
ad esempio possono essere le aste o quello che accade in un supermercato. Per poter rispondere alla
domanda “quale è il migliore meccanismo di scambio?” bisogna in primo luogo chiarire cosa si
intenda per “migliore”. Si potrebbe dire che il migliore meccanismo di scambio sia quello che ha
per risultato la massimizzazione dei guadagni totali. Gli economisti hanno a disposizione strumenti
di analisi utili all’individuazione del meccanismo che abbia questa proprietà. Più complessa,
tuttavia, risulta la valutazione dell’equità della distribuzione dei guadagni conseguenti lo scambio.
Determinante, infatti, è l’adozione di un particolare criterio di giudizio in base al quale confrontare i
surplus dei vari partecipanti allo scambio.
Una delle cose che gli economisti possono fare è misurare i guadagni derivanti dallo scambio e
determinare quale meccanismo di scambio è migliore, dal punto di vista del guadagno totale
realizzato nel mercato. In questa maniera gli economisti possono suggerire ai governanti su quale
sarebbe il miglior modo per vendere, per esempio, la frequenze di telecomunicazione, il miglior
modo di organizzare l’acquisto e la vendita di beni e servizi; il miglior modo di intervenire quando
uno dei partecipanti allo scambio sta assumendo una posizione dominante, e così via. Ma gli
economisti possono fare molto di più. Questo sarà chiarito nel resto del libro, ma qui possiamo dare
alcuni esempi.

Ora analizzeremo alcuni esempi in cui uno dei beni scambiati è la moneta. Quindi da un lato si sta
usando moneta per comprare un bene o un servizio (o qualunque cosa sia scambiata) mentre
dall’altro lato si sta vendendo un bene o un servizio in cambio di moneta. Ora consideriamo il primo
compratore, possiamo subito notare che il desiderio del compratore di acquistare dipende,
ovviamente, dal prezzo del bene oggetto dello scambio, in generale più è alto il prezzo e minore
sarà la quantità di bene domandata. Ma cosa determina la domanda del compratore? Sicuramente il
prezzo, come abbiamo già detto, e ovviamente il suo reddito, ma anche la varietà di beni, simili a
quello che si vuole acquistare, sul mercato (se ci sono molti beni che possono sostituirlo allora il
prezzo che l’individuo sarà disposto a pagare non si discosterà molto dal prezzo dei beni che
potrebbero essere considerati sostituti), ed infine dalle preferenze del compratore. Le preferenze
ricoprono un ruolo fondamentale e di solito sono differenti da soggetto a soggetto. Sicuramente le
preferenze determinano quali beni il soggetto considera sostituti. Per esempio per me è impossibile
distinguere due diversi tipi di birra lager, tutte le lager per me hanno lo stesso sapore. Ma sono
consapevole che ci sono individui che trovano Stella fantastica e Harp terribile (mentre altri

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pensano il contrario). Un’altra caratteristica è la possibilità che due beni possano essere considerati
complementari. Ci sono fumatori che sostengono che una sigaretta sia il complemento perfetto di
una birra: quando bevi una birra in un pub la sigaretta è il naturale accompagnamento e non
fumerebbero se non stessero bevendo. Per questo tipo di persone il prezzo delle sigarette influenza
la loro domanda di birra. Per un non-fumatore il prezzo delle sigarette è completamente irrilevante

Come vedremo più avanti nel libro, se conosciamo le preferenze di un individuo ed il suo reddito,
possiamo determinare la quantità del bene che l’individuo (come compratore) domanderà per ogni
differente livello di prezzo, e se l’individuo si comporterà da compratore per qualche livello di
prezzo. Questo è un punto molto importante, se ci comporteremo da compratori o da venditori
dipende dalla quantità del bene che deteniamo e dal suo prezzo. Supponiamo, per esempio, che
possediamo già un televisore. Allora se il prezzo per acquistarne un secondo è sufficientemente
basso, allora probabilmente acquisteremmo un secondo televisore (da tenere, per esempio in camera
da letto), mentre se qualcuno ci offrisse un prezzo sufficientemente alto per il nostro televisore,
probabilmente saremmo tentati di venderlo.

In generale la quantità di un certo bene che un individuo è disposto a vendere dipende dalla quantità
del bene che si possiede e dal prezzo a cui si può vendere. È ovvio che dipende anche dal reddito
dell’individuo e forse ancora più importante dalle sue preferenze. Per esempio, se l’individuo vuol
vendere un bene e se possiede altri beni che sono suoi sostituti allora questo influenza la quantità
che porterà sul mercato, così come, la quantità che porterà sul mercato sarà influenzata dalla
presenza di beni complementi. Se conosciamo le preferenze dell’individuo, ed il suo reddito
possiamo determinare quanto l’individuo (come venditore) sarà disposto a vendere ad ogni livello
di prezzo, e se esiste un livello di prezzo per cui sarà effettivamente venditore.

Si potrebbe obiettare che non è facile conoscere le preferenze di un individuo, e se non le


conosciamo tutto ciò che abbiamo detto fin ora è solo un volo pindarico. Questo è vero, ma esistono
modi per identificare il tipo di preferenze di un individuo. Per esempio potremmo chiederglielo.
Una strada più realistica sarebbe quella di utilizzare la metodologia usata in tutte le scienze. Quindi
per prima cosa dovremmo osservare il comportamento degli individui, e quindi, usando queste
osservazioni, cercare di inferire le preferenze degli individui, e successivamente utilizzando queste
preferenze ricavare le funzioni di domanda e di offerta individuale. Si può utilizzare questa
metodologia per predire le funzioni di domanda e di offerta di un gruppo di individui o di tutta
l’economia. Potreste obbiettare che questo tipo di metodologia è circolare e che quindi non ci porta
da nessuna parte. Ma questo non è vero, infatti ci basta osservare il comportamento di un individuo
in alcune circostanze per poter predire il suo comportamento in qualsiasi circostanza. Questo è
quello che fanno i fisici quando predicono dove si troverà la terra in relazione al sole in un periodo
futuro: i fisici hanno osservato i movimenti della terra in relazione al sole in passato ed usano
queste osservazioni per fare previsioni future sulla posizione della terra. La teoria che costruiremo
in questo libro circa l’effetto delle preferenze sulle funzioni di domanda e di offerta e equivalente
alla teoria della Gravitazione Universale nello spiegare il movimento dei corpi celesti.

In molti scambi, da un lato dello scambio troviamo l’impresa e non un individuo. In un certo senso
una impresa è diversa da un individuo, per il fatto che ad una impresa è associato un processo di
trasformazione, l’impresa acquista gli input (cioè i fattori produttivi) e li trasforma, mediante un
processo produttivo in output e quindi li vende. Se vogliamo il processo produttivo, la tecnologia,
dell’impresa rappresenta le preferenze. Come mostreremo la quantità che un’impresa è disposta a
produrre e vendere dipende dal prezzo dell’output, dal prezzo di tutti gli input che entrano nel
processo produttivo e dalla tecnologia. Se conosciamo la tecnologia di una impresa, allora possiamo
predire l’offerta dell’impresa per ogni livello di prezzo. Se non conosciamo la tecnologia adottata
da una impresa possiamo cercare di scoprirla usando una delle tecniche che abbiamo già discusso:

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possiamo chiedere all’impresa di dirci quale tecnologia adotta, o possiamo cercare di inferire la
tecnologia adottata osservando il comportamento dell’impresa. Anche in questo caso gli economisti
usano un metodo scientifico. Notate che un metodo scientifico richiede la costruzione di un modello
teorico, basato su assunzioni che siano ‘ragionevoli’ (proprio come fanno i fisici), che
successivamente sono testate e quindi usate per predire il comportamento dell’impresa.

Una volta che sappiamo come sono determinate domanda ed offerta possiamo andare avanti nella
nostra analisi, e cercare quale sia il miglior meccanismo di scambio. Possiamo anche dare consigli
al Governo ed ai politici se, per esempio, non siano contenti del meccanismo di scambio esistente.
Se in un mercato verifichiamo che c’è solo un venditore, ed è questo venditore che fissa il prezzo,
possiamo domandarci se è un fatto positivo e se non lo è, possiamo suggerire strategie per superare
il problema. Probabilmente vi sarete accorti che molti governi sono entusiasti della competizione,
ma malgrado ciò di tanto in tanto permettono (in particolari mercati) che ci sia un monopolista, cioè
un singolo agente da uno dei due lati del mercato. Vedremo il motivo di ciò più avanti nel testo.

Ci sono ancora altre cose che possono essere fatte dagli economisti, come sarà chiaro nel prosieguo
del libro, ma sarebbe prematuro discuterle qui. Spero di essere riuscito a convincervi che il ruolo
degli economisti è importante e che la metodologia da esse adottata è simile a quella adottata dagli
studiosi di tutti i fenomeni naturali. È per questo motivo che nel libro costruiremo teorie e
descriveremo comportamenti.

Un’ultima cosa: perché microeconomia? Molti testi di microeconomia iniziano dicendo che la
microeconomia è fatta da economisti piccoli. Questo non è né divertente né vero. Il punto centrale
della microeconomia è che si parte da un livello individuale, il singolo individuo o la singola
impresa, quindi entità con un obiettivo unitario. Si parte dal livello più elementare per costruire e
dirigersi verso la complessità. Come mostreremo nel capitolo 17, possiamo aggregare i nostri
risultati, così da analizzare un gruppo di una certa grandezza o l’intera economia. Quando siamo
arrivati ad analizzare l’intera economia allora entriamo nel regno della macroeconomia. Ma
ricordatevi che questo fantastico regno è tutto costruito su micro-fondamenti, quelli che vedremo in
questo libro.

1.2: La filosofia sottostante


La stesura di questo libro è stata guidata da un’unica filosofia con due componenti: la prima
riguarda che cosa trattare ed in che ordine; la seconda riguarda il modo in cui presentare i contenuti.

L’ordine degli argomenti trattati è diverso da quello seguito da altri libri di testo, ciò è dovuto alla
convinzione che il libro debba: iniziare analizzando le modalità e l’efficienza degli scambi;
proseguire con l’analisi delle preferenze e delle modalità con cui queste determinano la domanda e
l’offerta. Questo ci permette di analizzare molto più a fondo i vantaggi derivanti dallo scambio e le
differenze tra i vari meccanismi di scambio. Un breve interludio sulle problematiche del benessere
che precede l’analisi del comportamento dell’impresa, seguita da un capitolo di carattere empirico;
successivamente alla generalizzazione delle tecniche sviluppate nella prima parte fa seguito una
trattazione ricca di particolari su “quello che potrebbe andar male” (i fallimenti del mercato). Che
cosa tutto questo significhi sarà chiarito procedendo nella lettura del testo, completando anche
argomenti a cui abbiamo solo accennato nel paragrafo:mancanza di un mercato, presenza di un solo
venditore complessità di realizzazione per alcuni scambi.

Questo libro copre gli argomenti trattati in un corso di microeconomia ad un livello intermedio.
Intermedio, infatti, si presuppone sia il livello di conoscenza del lettore a cui ci rivolgiamo, ma lo è
soprattutto il grado di sofisticatezza delle nostre conclusioni. Sebbene assumiamo che il lettore

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possieda le conoscenze di base di un corso introduttivo di economia, tutto il materiale contenuto nel
testo è accessibile anche a chi non abbia tali nozioni di base. E’ importante notare che il livello di
sofisticatezza che caratterizza i risultati che verranno presentati - e, di conseguenza, anche le
tecniche che vengono utilizzate per derivarli - è intermedio. A questo proposito una premessa è
doverosa in merito ad un elemento chiave che contribuisce a distinguere questo da altri manuali di
microeconomia: l’impiego dell’analisi matematica nell’ambito della scienza economica. E’ ferma
convinzione di chi scrive, infatti, che la conoscenza approfondita dell’algebra (inclusi elementi di
calcolo complesso) ed elementi di statistica avanzata (inclusa l’econometria) sia necessaria per
rendere la scienza economica applicabile a problematiche della vita reale. Tuttavia, è anche vero
che l’uso di strumenti matematici complessi non è strettamente necessario per comprendere i
concetti chiave dell’economia. Di fatti, visto che il livello di conoscenza della matematica di uno
studente universitario medio non è sempre adeguato, l’uso massiccio della matematica in un corso
intermedio di microeconomia può pregiudicare la comprensione dei concetti economici.
L’insegnamento dell’economia può invece avvalersi dei progressi conseguiti negli anni recenti
dall’informatica. Di tali tecniche questo libro si avvale, evitando che la conoscenza approfondita
della matematica si renda necessaria per comprendere l’economia, in questo modo anche gli
studenti con basi matematiche non troppo solide non avranno difficoltà a comprendere i punti
chiave dell’economia sviluppati nel testo. A queste argomentazioni si potrebbe obiettare che il
ricorso alla matematica è necessario visto che i fatti che gli economisti sono chiamati a
comprendere e interpretare, implicando il concetto di trade-off, presuppongono inevitabilmente il
confronto relativo di guadagni e perdite (o benefici e costi). Tutto ciò, comunque, può essere
compreso senza l’uso di tecniche di calcolo matematico particolarmente sofisticate. Naturalmente,
non si vuol dire che la matematica non vada impiegata affatto, o che gli studenti non debbano
comprenderla e applicarla. In questo corso, al contrario, la matematica è presente ma solo mediante
l’impiego di un software; la quasi totalità dell’analisi è di tipo grafico, per cui è auspicabile che il
lettore sia in grado di leggere e interpretare un diagramma. Più in particolare, è importante essere
capaci di calcolare e interpretare l’inclinazione di una retta e quella di una curva in corrispondenza
di un determinato punto (ovvero, l’inclinazione della retta tangente alla curva in corrispondenza di
quel punto) e misurare correttamente l’ampiezza di un’area.

Per agevolare il più possibile il compito del lettore, e permettergli di comprendere a pieno i concetti
economici, i grafici del libro sono stati disegnati in maniera molto precisa, la pendenza delle curve e
le aree al di sotto di esse sono facilmente calcolabili. Io stesso ho disegnato tutti i grafici (o meglio
ho usato il programma Maple per fare ciò) invece di farli disegnare da un disegnatore professionista
(che non sa nulla di economia).
Tali diagrammi consentono di rendere visibili e più agevolmente interpretabili i risultati ottenuti
impiegando gli esempi numerici presentati nel testo. Un’attenta lettura e interpretazione di ogni
singolo grafico permette di verificare il livello di comprensione dei concetti di economia. Alcuni
lettori troveranno utile questo processo di verifica continua dell’apprendimento, nella misura in cui
esso contribuisca a rafforzare le conclusioni ottenute negli esempi specifici considerati. Altri,
viceversa, daranno maggior importanza alla comprensione dei “principi generali”, la cui
padronanza consente di applicare determinate metodologie a scenari o ambiti diversi. Entrambe le
finalità sono apprezzabili: la prima è sicuramente importante se l’obiettivo del lettore è ottenere una
conoscenza generale degli argomenti esposti; la seconda finalità diventa di rilievo nel caso in cui si
voglia acquisire un’abilità tale da essere in grado di applicare le conoscenze ottenute a casi
particolari. Agli economisti piace rendere l’analisi la più generale possibile e per far questo quasi
sempre devono fare delle assunzioni su particolari forme funzionali.

Oltre che per la particolare concezione dell’impiego della matematica nell’ambito dello studio della
scienza economica, il nostro approccio si discosta da quello seguito in altri libri di testo per la
particolare attenzione rivolta agli aspetti applicativi dei concetti teorici. Gli elementi di teoria

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economica, infatti, vengono presentati sempre con l’intento di renderli quanto più possibile
applicabili a dei casi concreti. In ogni caso, questo va considerato un testo essenzialmente teorico,
in quanto le applicazioni pratiche non ne costituiscono l’argomento portante. Il capitolo 16,
comunque, si occupa interamente di un’applicazione empirica.

1.3: Contenuti extra


Questo libro ha le caratteristiche di un manuale a sé stante, ma al testo è associato anche un sito
web Microeconomia disponibile all’indirizzo internet:
http://www.luiss.it/cattedreonline/siti/hey/microeconomia/
In questo sito potete trovare i contenuti extra. Il sito dedicato ai docenti contiene i file Maple delle
lezioni. Il sito dedicato ai lettori contiene gli stessi file in formato html che possono essere utili
come base per gli appunti delle lezioni. I grafici che troverete nel libro sono solo una parte di quelli
che saranno presentati a lezione In oltre sul sito dedicato al lettore troverete in sezione di esercizi
interattivi che senza dare direttamente la risposta vi guideranno alla scoperta ed alla completa
comprensione di essa. In fine il sito dedicato al docente contiene una serie di tutorial ed esercizi più
domande di esame.

1.4: Pre-requisiti matematici


Come abbiamo gia detto, agli studenti non è richiesto di avere grandi conoscenze di matematica per
comprendere a pieno i contenuti di questo testo. Ma un minimo di terminologia e qualche concetto
di base saranno utilizzati. In questo paragrafo discuteremo proprio questo.

Ci sono anche studenti che amano la matematica e docenti che ritengono che gli studenti
dovrebbero essere in grado di utilizzare questi strumenti. Per tutti questi il libro non sarebbe
completo se mancasse di una trattazione più formale degli argomenti. Dopo molto pensare ho
deciso di inserire questo materiale in appendici matematiche, alla fine di ogni capitolo. Se ti piace la
matematica le troverai interessanti; se non ti piace ti avviso che potrai saltarle perché non sono
necessarie per capire i contenuti economici di questo testo. Il resto di questo paragrafo sarà dedicato
alla discussione dei termini e degli strumenti che utilizzeremo nel libro.

Iniziamo con il concetto di variabile e costante. Ovviamente, una variabile è qualcosa che cambia,
cioè può assumere valori diversi, mentre una costante è qualcosa che non cambia, e che quindi
rimane costante. Alle volte userò la parola parametro per indicare una costante.

Il prossimo concetto chiave è la relazione tra le variabili. Di solito in questo libro, ci riferiamo a
come una variabile dipende dalle altre. Con terminologia matematica usiamo il termine funzione per
esprimere questa relazione. Il grafico di una funzione mostra graficamente questa relazione.

Facciamo qualche esempio. Supponiamo che una macchina si muova ad una velocità costante di 30
chilometri all’ora. Questa è una costante, o un parametro. Qual è la relazione tra il tempo che la
macchina è stata in movimento e la distanza che ha coperto in quel tempo? Se la macchina ha
viaggiato per 1 ora allora ha coperto 30 km; se ha viaggiato per 2 ore allora ha coperto 60 km, e così
via. C’è una chiara relazione fra il tempo di viaggio e la distanza percorsa. In termini matematici la
possiamo descrivere in questa maniera: per prima cosa nominiamo le variabili: il tempo che la
macchina è stata in movimento e la distanza percorsa. Indichiamo la prima con t (per tempo) e la
seconda con d (per distanza).Queste sono variabili perché possono assumere differenti valori ed
hanno un sistema di unità di misura con il quale sono misurate. Prendiamo come unità di misura per
il tempo l’ora e l’unità di misura per la distanza i chilometri. Quindi, nel nostro esempio, t = 3 vuol

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dire che l’auto ha viaggiato per 3 ore, e d = 25 vuol dire che ha coperto una distanza di 25 km.
Come possiamo rappresentare la relazione tra d e t se la macchina ha viaggiato ad una velocità
costante di 30 km/h? Nei due esempi abbiamo che se t = 1 allora d = 30 e se t = 2 allora d = 60. È
ovvio che d è sempre 30 volte t, perché la macchina muove ad una velocità costante di 30 km. La
relazione tra d e t può essere espressa dall’equazione (1.1).

d = 30t (1.1)

Questa equazione rappresenta la relazione tra d e t. L’equazione (1.1) è una funzione tra d e t. E
quindi possiamo rappresentare graficamente questa relazione. Nel grafico della figura 1.1
riportiamo la variabile t sull’asse orizzontale e la variabile d sull’asse verticale. La retta è la
rappresentazione grafica della nostra relazione e su di essa, quando t = 1 allora d =30 e quando t =
2 allora d =60, e così via. Questa retta rappresenta correttamente la relazione tra tempo di viaggio e
distanza percorsa. Quando in un grafico (come in questo esempio) abbiamo sugli assi t e d diremo
che il grafico è disegnato nello spazio (t, d). un modo più rapido per esprimere le variabili riportate
sugli assi.

Notate che in questo esempio possiamo definire d come la variabile dipendente, dal momento che il
suo valore dipende dal valore di t, che possiamo chiamare variabile indipendente. Normalmente la
variabile indipendente è riportata sull’asse delle ascisse e la variabile dipendente su quello delle
ordinate, ma non deve per forza essere così (figura 1.2).

Anche in questo caso la retta rappresenta la relazione tra tempo e distanza; anche in questo caso,
quando t = 1 allora d = 30 e quando t =2 allora d = 60 e così via. La retta rappresenta la relazione
tra tempo e distanza, ma il grafico nulla ci dice su quale delle due variabili sia quella dipendente e
quale quella indipendente, la risposta a questa domanda va ricercata da qualche altra parte.

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Notiamo, da questo esempio che il grafico della relazione tra tempo e distanza è una linea retta.
Quindi posiamo dire che la funzione data nell’equazione (1.1) è una funzione lineare. Il caso
generale è riportato nell’equazione (1.2), in cui a e b sono due costanti o parametri, e x ed y sono
due variabili.

y = a + bx (1.2)

Notate che quando x è zero allora y = a e per ogni aumento di 1 unità di x la variabile y aumenta di
b. Quindi il grafico di questa relazione, quando riportato con x sull’asse verticale e y sull’asse
orizzontale è una linea retta che interseca l’asse verticale quando y = a. Quindi chiamiamo a
l’intercetta della retta.
Il prossimo concetto matematico, molto importante, è quello di pendenza di una retta. Questa è la
misura di quanto la retta aumenta la sua distanza dall’asse orizzontale quando ci spostiamo verso
destra. Più precisamente, indica come cresce la variabile misurata sull’asse verticale se la variabile
misurata sull’asse orizzontale varia di una unità. Se guardiamo la figura 1.1 possiamo vedere che
per ogni ora di viaggio aggiuntiva la distanza percorsa aumenta di 30. la pendenza è 30, o più
precisamente la pendenza è 30 km/h. Dovreste notare qualcosa circa la pendenza, essa è uguale alla
velocità della macchina! Questa non è certo una coincidenza, come scoprireste disegnando la
relazione tra d e t ad una velocità costante e pari a 60 km/h, o 100 km/h e così via. Nel nostro
esempio, con una velocità di 30 km/h, l’inclinazione della retta è proprio 30 (km/h), infatti, se la
macchina si muove a tale velocità in un’ora la distanza percorsa aumenterà di 30 km.

In generale se la relazione è lineare, come quella espressa nell’equazione (1.2), la pendenza della
retta è b. Notate che la pendenza della retta è uguale al coefficiente di x, che non è altro che la
costante che moltiplica la variabile x nell’equazione (1.2).

Che cosa succede alla relazione tra d e t se la macchina non sta viaggiando ad una velocità costante?
La relazione, ovviamente, non sarà più lineare, ma possiamo dire qualcos’altro? Supponiamo che la
macchina stia sempre accelerando: quindi la velocità aumenta sempre. Se disegniamo il grafico
della relazione con t sull’asse orizzontale e d su quello verticale, dovrebbe essere chiaro che il
grafico dovrebbe avere una pendenza sempre crescente (figura 1.3).

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Come possiamo calcolare, in pratica, la pendenza in ogni punto? Per esempio nel punto in cui t = 5
e d = 250? Disegniamo la tangente1 (una linea retta) che tocca la curva nel punto (t=5, d=250) e
che quindi in quel punto ha la stessa pendenza della curva (figure 1.3 e 1.4). La pendenza di questa
tangente è 100, perché lungo essa ad ogni incremento di t di una unità si ha un incremento di d pari
a 100 unità.

Una relazione in cui la pendenza è costante, come abbiamo già notato è detta lineare. Una in cui è
sempre crescente è detta convessa, e una in cui è sempre decrescente è detta concava. Notate che se
la pendenza è sempre decrescente essa può anche diventare negativa. Una linea retta con pendenza
negativa ci dice di quanto la variabile misurata sull’asse verticale diminuisce se quella sull’asse
orizzontale aumenta di una unità.

Da un punto di vista matematico, se una variabile y è una funzione di un’altra variabile x, si scrive
y = f(x), e la pendenza della funzione è detta derivata di y rispetto a x. I matematici usano la
notazione dy/dx per indicare la derivata di y rispetto a x.

Ci sono alcune funzioni, oltre quelle lineari, che useremo in questo libro. Non è importante che
capiate completamente tutti i dettagli, ma vi voglio avvertire che nel testo queste funzioni le
troveremo. Una di queste funzioni è la funzione potenza, la relazione è riportata nell’equazione
(1.3)

y = axb (1.3)

in cui a e b rappresentano le costanti (o parametri); questa funzione ci dice che y è uguale ad a volte
x elevato alla potenza di b (ciò vuol dire moltiplicare x per se stesso b volte2). Se I parametri a e b
sono entrambi positivi allora la funzione è sempre crescente in x. Se il parametro b è maggiore di 1
allora la funzione è convessa, se b è uguale ad 1 allora la funzione è lineare, se b è minore di 1
alloro la funzione è concava. Non è richiesto che siate in grado di dimostrare questo risultato, ma
certamente potete prendere qualche valore di a e b e verificare la validità delle relazioni.

Una funzione particolarmente importante è la funzione esponenziale, riportata nell’equazione (1.4)

y = aebx (1.4)

1
La proprietà fondamentale della retta tangente è che tocca la curva esattamente in un punto. Se prendessimo un’altra
retta leggermente più alta questa intersecherebbe la curva in due ponti, vice versa se prendessimo una retta leggermente
più bassa questa non toccherebbe nessun punto della curva. Quindi poiché la retta tangente in un punto tocca la curva
solo in quel punto la tangente e la curva stessa in quel punto hanno la stessa pendenza.
2
Se b è un numero intero, il risultato è chiaro, per esempio x2 è semplicemente x per x, x3 è semplicemente x per x per x,
e così via. Se b non è un numero intero, allora dobbiamo definire xb in una maniera un po’ più articolata.

13
Dove la costante e è un numero molto importante (2.718281828…), il numero di Nepero questo
numero ha delle proprietà quasi magiche, ma sono troppo complesse per poter essere dimostrate in
questa sede. Una di queste proprietà è che la pendenza della funzione y = ex è uguale a ex. Per
dimostrare questo risultato dovremmo addentrarci troppo nell’analisi matematica. Notate che
l’equazione (1.4) ci dice che y è uguale ad a moltiplicato per e elevato alla potenza di b moltiplicato
per x, quindi e moltiplicato bx volte per se stesso.

Un’altra funzione molto importante è la funzione logaritmica. Noi considereremo solo il logaritmo
naturale. Se y è il logaritmo naturale di x allora scriviamo questa relazione come y = ln(x) (“ln” è
l’abbreviazione di logaritmo naturale) e la relazione è riportata nell’equazione (1.5)

y = ln(x) if and only if x = ey (1.5)

Questa ci dice che y è il logaritmo naturale di x, se e solo se x è e alla potenza di y. Se disegnassimo


il grafico di y come funzione di x dovreste notare che è una funzione concava, la pendenza decresce
al crescere di x.

Poichè3 eyez = e(x+y) e (ey)z = eyz otteniamo un importante risultato

ln(yz) = ln(y) + ln(z) (1.6)


ln(yz) = zln(y) (1.7)

Che sarà usato nel resto del capitolo e per tutto il libro. Se vuoi puoi provare a verificarlo. O puoi
accettarlo per vero, la comprensione di ciò che segue non sarà influenzata dalla tua decisione.

Le ultime equazioni sono state forse un po’ complicate, ma ora torniamo a qualcosa di più semplice
e anche di più importante. Molto di frequente in questo libro cercheremo di massimizzare una
funzione (i profitti) e di minimizzare qualcos’altro (i costi). Di solito ciò che massimizzeremo o
minimizzeremo è una funzione di variabili su cui si può esercitare in certo controllo. La domanda
che ci facciamo è la seguente, qual è il valore della variabile che possiamo controllare che
massimizza o minimizza la funzione? Considerate la figura 1.5. Siete in grado di indicare il punto di
massimo di y?

Da un punto di vista grafico è semplice è la cima della collina. Che caratteristica ha il punto sulla
cima della collina? La pendenza della curva è zero. E questo è il punto dove y raggiunge il suo

3
Questo è vero per ogni altro numero diverso da e.

14
massimo. Che cosa avviene nel caso opposto? Considerate la figura 1.6. Siete in grado di indicare il
punto di minimo?

Anche in questo caso la soluzione grafica è semplice. Che cosa notate? Anche in questo caso la
pendenza della curva nel suo punto di minimo è zero.

Fin qui tutto bene, ma abbiamo un problema, esattamente la stessa condizione caratterizza un punto
di massimo ed un punto di minimo, cioè la pendenza della curva è sui due punti uguale a zero, come
possiamo distinguerli? Dopo tutto non è troppo complicato, sai che arrivando in cima alla collina la
pendenza è positiva (stai salendo), ma superata la vetta della collina la pendenza diventa negativa.
Esattamente il contrario avviene se il punto è di minimo. La differenza quindi dovrebbe esserti
chiara, in un punto di massimo la pendenza è zero e mentre raggiungiamo il massimo esse è
decrescente. In un punto di minimo la pendenza è zero e mentre raggiungiamo il minimo la
pendenza aumenta. I matematici chiamano la prima di questa condizione (pendenza = 0) condizione
del primo ordine e la seconda (se il punto è di massimo o di minimo) condizione del secondo
ordine. Adesso che avete visto quanto è semplice non c’è bisogno di preoccuparsi della matematica.

Fino a questo punto abbiamo analizzato la situazione in cui una variabile dipendeva da un’altra. Ora
passiamo ad analizzare il caso in cui una variabile dipende da più variabili. Iniziamo ad analizzare il
caso in cui queste siano solo due. Supponiamo che la variabile dipendente sia y e che le variabili
indipendenti siano x1 e x2. Possiamo scrivere tale relazione come segue

y = f(x1, x2) (1.8)

Questo ci dice semplicemente che y è funzione di x1 e x2. Un esempio (che abbiamo già incontrato)
è la domanda di beni e sevizi da parte di un individuo, questa come abbiamo già accennato è
solitamente una funzione del prezzo e del reddito del nostro individuo. Il grafico di questa relazione
è un grafico a tre dimensioni. Per quel che riguarda il massimo ed il minimo di y rispetto a x1 e x2 la
condizione rimane invariata: la pendenza deve essere zero lungo tutte le direzioni. Immagina di
essere in cima alla collina o in fondo alla valle in quel punto sarà piatto lungo qualsiasi direzione.
Queste sono dette condizioni del secondo ordine e ci premettono di distinguere un punto di
massimo (sulla cima della collina) da un punto di minimo (in fondo alla valle)
Possiamo, anche, generalizzare questi risultati al caso in cui una variabile dipenda da più di due
variabili. Supponiamo che la variabile dipendente sia y e che le variabili indipendenti siano x1, x2,
…, xn, quindi le variabili indipendenti sono n. l’equazione (1.9) rappresenta questa relazione.

y = f(x1, x2, …, xn) (1.9)

Questa equazione ci dice in maniera formale ciò che abbiamo già detto a parole, e cioè che y è una
funzione di x1, x2, …, xn. Il grafico di questa relazione sarebbe un grafico a (n+1) dimensioni, che è
15
alquanto complesso da visualizzare, ma esiste da un punto di vista matematico e possiamo anche
descriverlo a parole. Come prima abbiamo le stesse condizioni di massimo e minimo di y rispetto a
x1, x2, …, xn; la pendenza lungo ogni direzione deve essere zero. Anche per questo tipo di funzione
possiamo scrivere le condizioni del secondo ordine corrispondenti.

Queste proprietà sono utili per trovare il massimo ed il minimo di una funzione sotto un qualche
vincolo. A questo punto della nostra trattazione non abbiamo bisogno di entrare troppo nei dettagli,
quindi facciamo solo un semplice esempio. Consideriamo il caso in cui ci sono solo due variabili
indipendenti x1 e x2, soggette a qualche vincolo. Possiamo scrivere la relazione tra y e x1 e x2 come
nell’equazione (1.8) e il vincolo come nell’equazione (1.10)

g(x1, x2) = 0 (1.10)

Questo ci dice semplicemente che x1 e x2 devono soddisfare una qualche funzione, quindi dobbiamo
trovare fra tutti gli x1 e x2 che soddisfano quella funzione quelli che rendono massima e minima la y.
Per massimizzare (minimizzare) la funzione y rispetto a x1 e x2 sotto il vincolo, utilizziamo un
metodo molto intelligente proposto dal matematico Lagrange. Questo metodo consiste nel formare
una nuova funzione L definita come nell’equazione (1.11).

L = f(x1, x2) + λ g(x1, x2) (1.11)

E successivamente massimizzare (o minimizzare) la L rispetto a x1, x2 e λ. Massimizzare (o


minimizzare) rispetto a λ ci garantisce che il vincolo sia soddisfatto; infatti l’equazione (1.11) è
lineare in λ e quindi la pendenza nella direzione λ ci dà semplicemente il coefficiente di g(x1, x2).
Se poniamo il coefficiente che abbiamo ottenuto uguale a zero allora il vincolo è verificato. Molto
ingegnoso! Utilizzeremo questa tecnica per fornire la dimostrazione di risultati utili, ma non è
necessario che capiate le argomentazioni matematiche che ci stanno dietro. La cosa importante è
che siate in grado di riconoscerla quando l’applichiamo (è chiamata Metodo del Moltiplicatore di
Lagrange) ed è una fortuna che funzioni davvero.

C’è un ultimo punto da discutere in questo paragrafo, ed è un concetto che useremo spesso nel libro.
Il concetto di area. Come calcolare l’area è generalmente complicato a meno che non siamo pratici
dell’analisi matematica, ma ci sono alcuni casi in cui non è difficile, per esempio se l’area che ci
interessa è quella di un triangolo o di un rettangolo. Per un rettangolo di lati a e b l’area è
semplicemente ab. Questa è anche l’area di un parallelogrammo (cioè una figura a quattro lati con i
lati opposti paralleli). Per un triangolo di base a e altezza b l’area è data da b per a diviso 2, in
quanto il triangolo non è altro che mezzo parallelogrammo.

Da un punto di vista matematico l’area al di sotto di una funzione è data dall’integrale di quella
funzione. Presenteremo questo tema, ma solo in maniera intuitiva nei capitoli 12 e 13. per ora non è
importante sapere cosa sia l’integrale di una funzione.

1.4: Riassunto
Il concetto di maggiore importanza esposto in questo capitolo introduttivo è che ogni tipo di attività
economica esiste – e la scienza economica stessa, che tali attività ha lo scopo di studiare, esiste –
per le diversità che intercorrono tra individui: la gente è differente (people are different). Se tali
diversità non esistessero, non esisterebbe neanche la possibilità di ottenere benefici reciproci dallo
scambio e si annullerebbe il bisogno stesso di intraprendere l’attività economica. Ma gli agenti
economici sono diversi l’un dall’altro sia in termini di preferenze che di dotazioni iniziali di risorse

16
produttive, e ciò crea il presupposto per la creazione di guadagni reciproci per tutti i partecipanti
allo scambio.

Si potrebbe dire che lo scopo principale della scienza economica sia quello di definire il modo
migliore di attivare uno scambio reciprocamente vantaggioso per le parti coinvolte. Ciò implica lo
studio della migliore modalità organizzativa possibile del processo di scambio, al fine di
promuovere le relazioni tra agenti che potrebbero beneficiarne ed impedire che allo scambio
prendano parte individui che potrebbero risultarne danneggiati.

L’economia ha per scopo anche la previsione del comportamento degli agenti in determinate
situazioni. La previsione può avere ad oggetto il comportamento individuale in scenari
“completamente nuovi” per l’individuo o che risultano da mutamenti intervenuti in situazioni
preesistenti. Nel secondo caso, che si abbiano o no informazioni su come si comportava l’individuo
prima che intervenisse il cambiamento, l’obiettivo è verificare come tale comportamento si
modifica nel nuovo scenario. Ad esempio, si può analizzare come la domanda di un bene sia
influenzata da diversi valori del reddito, del prezzo o dei prezzi di altri beni.

Infine, la previsione può riguardare gli effetti sul benessere individuale di determinati mutamenti. In
questo caso, la previsione può avere ad oggetto la condizione di agenti economici già coinvolti in
un’attività economica o quella di altri che ad essa non partecipano, ma potrebbero decidere di farlo
nella situazione che si determina dopo il cambiamento.

1.5: Domande di verifica


(1) Perché l’attività economica è causata dal fatto che le persone sono diverse?
(2) Credi che se le persone fossero tutte uguali ci sarebbe ancora spazio per l’attività
economica? (Stai molto attento questa è una domanda complessa per una risposta
esauriente puoi guardare la fine del capitolo 25)
(3) Considera una attività di scambio e descrivine i due “lati”. Perché si verifica lo scambio?

1.6: Appendice matematica


In questo capitolo abbiamo presentato per lo più tutti gli strumenti che ci servono. La maggio parte
del materiale è presentabile sotto forma grafica, e per lo più non ti servirà applicare nessuna tecnica
di analisi matematica. Ma se l’analisi matematica ti affascina, allora ciò che presentiamo in questa
appendice potrebbe interessarti e potrebbe esserti utile.

Abbiamo definito una funzione come la relazione che intercorre tra due variabili. Siano y e x le due
variabili, e supponiamo che y sia una funzione di x, possiamo scrivere y = f(x) dove f(.) è una
qualche funzione. Come abbiamo già notato la pendenza del grafico di y contro x (riportiamo x
sull’asse orizzontale e y su quello verticale) misura il tasso a cui y aumenta se x aumenta. L’analisi
matematica ci dice che la pendenza è definita come la derivata di y rispetto ad x, e si scrive dy/dx.
Da un punto di vista formale esso è definito come il limite della pendenza della retta passante per
(x, y) e (x+∆x, y+∆y) che altro non è :

dy/dx = lim{f(x+∆x)-f(x)}/ ∆x as ∆x tende a zero (A1.1)


Ci sono alcuni risultati standard riguardanti le derivate di alcune funzioni, che sono riportate di
seguito.

se f(x) = axb allora dy/dx = abx(b-1) (A1.2)

se f(x) = aebx allora dy/dx = abebx (A1.3)

17
se f(x) = ln(x) allora dy/dx = 1/x (A1.4)

Altre regole sulle derivate che ci saranno utili, sono quelle relative al prodotto di due funzioni ed al
rapporto di due funzioni:

se y = f(x)g(x) allora dy/dx = [df(x)/dx]g(x) + f(x)[dg(x)/dx] (A1.5)

se y = f(x)/g(x) allora dy/dx = [df(x)/dx]/g(x) - f(x)[dg(x)/dx]/[g(x)]2 (A1.6)

Possiamo anche calcolare la pendenza della pendenza, che indica il tasso di crescita della pendenza.
Da un punto di vista matematico essa è la derivata della derivata, o derivata del secondo ordine,
della variabile. Si scrive d2y/dx2 e si calcola semplicemente derivando la funzione derivata.
Possiamo anche calcolare derivate di ordine superiore, ma queste ultime non saranno mai usate in
questo testo.

Ora definiamo in maniera formale le condizioni di massimo e minimo per una funzione; per prima
cosa consideriamo y una funzione di una sola variabile. Se traduciamo ciò che abbiamo appena
detto in linguaggio matematico abbiamo le seguenti condizioni per il massimo ed il minimo:

dy/dx = 0 e d2y/dx2 < 0 (A1.7)


dy/dx = 0 e d2y/dx2 > 0 (A1.8)

In ciascuna di queste equazioni il primo termine è la condizione del primo ordine e il secondo la
condizione del secondo ordine. Possiamo generalizzare la condizione del primo ordine nel caso in
cui y sia una funzione di n variabili x1, x2, …, xn quindi in tal caso si ha che dy/dxi deve essere zero
per i = 1,2,…,n.

Per una massimizzazione vincolata, del tipo che abbiamo visto nel testo, la soluzione al problema di
massimizzazione (minimizzazione) di y = f(x1, x2) sotto il vincolo g(x1, x2) = 0 si ottiene calcolando
la funzione di Lagrange L = f(x1, x2) + λ g(x1, x2) e massimizzandola rispetto a x1, x2 e λ. La
condizione del primo ordine è dL/dx1 = 0, dL/dx2 = 0 e dL/d λ = 0. Potremmo anche calcolare le
condizioni del secondo ordine, ma saremo comunque sempre in grado di distinguere dal contesto tra
massimo e minimo.

Per finire dobbiamo definire matematicamente l’area sottostante una funzione f(.) tra due valori;
questa area è data dall’integrale della funzione calcolato tra i due valori. Per esempio prendiamo la
figura 1.7, y = f(x) e calcoliamo l’area della funzione tra x = 20 e x = 70, quindi otteniamo
l’integrale definito di f(x) tra 20 e 70. lo scriviamo:

∫2070 f(x) dx. (A1.9)


Più in generale l’area della funzione f(.) tra x = x1 e x = x2 si scrive come nell’equazione (1.10)

18
∫x1x2 f(x) dx (1.10)

Per calcolare l’integrale l’operazione di differenziare (cioè calcolare la derivata di una funzione) è
l’operazione inversa dell’integrazione (cioè calcolare l’integrale di una funzione). Quindi si ha:

se g(x) = df(x)/dx allora f(x) = ∫ g(x) dx (più una costante4) (A1.11)

dalle equazioni (A1.12) (A1.13) (A1.14) segue

se g(x) = axb allora ∫ g(x) dx = axb+1/(b+1) (più una costante) (A1.12)

se g(x) = aebx allora ∫ g(x) dx = aebx/b (più una costante) (A1.13)

se g(x) = 1/x allora ∫ g(x) dx = ln(x) (più una costante) (A1.14)

4
La costante è chiamata costante di integrazione e dipende dall’intervallo su cui è calcolato l’integrale.

19
Capitolo 2: I guadagni dallo scambio

2.1: Introduzione
Questo capitolo, sebbene di natura introduttiva, permette di raggiungere importanti conclusioni. In
esso si mostra come lo scambio possa dare vantaggi reciproci alle parti che ad esso decidano di
prendere parte. I guadagni derivanti dallo scambio vengono misurati utilizzando il concetto di
surplus.
Nel corso del capitolo si evidenzia come le diverse forme organizzative dello scambio diano come
risultato una particolare distribuzione dei guadagni tra gli agenti economici. Esponiamo, inoltre, le
proprietà che un’organizzazione di mercato deve possedere per massimizzare i benefici totali
derivanti dallo scambio. Ciò rende possibile la discussione del concetto di efficienza e la verifica di
quali meccanismi di mercato possano essere definiti efficienti. Il modulo didattico sul quale questo
libro di testo si basa, include una lezione nel corso della quale il meccanismo di scambio per un
bene ipotetico viene simulato con l’aiuto degli studenti. La finalità della simulazione è quella di
dare agli studenti un’idea tangibile di quali siano vantaggi e svantaggi connessi ad un particolare
meccanismo di mercato e ad essa faremo riferimento nel seguito.

2.2: Un mercato ipotetico


Prendiamo in considerazione il mercato di un bene ipotetico. Assumiamo che tale bene possa essere
scambiato solo in unità intere. In altri termini, consideriamo un bene discreto: compratori e
venditori possono acquistare e vendere solo 0, 1, 2 etc. unità del bene. Esempi di una tale tipologia
di bene sono automobili, televisioni ecc. Il caso opposto è quello dei beni perfettamente divisibili, i
quali possono essere scambiati in qualsiasi ammontare.

A fini esemplificativi, assumiamo che ciascuno degli individui che voglia partecipare allo scambio
del bene in questione, ne desideri comprare o vendere al massimo una singola unità. Compratori e
venditori sono definiti partecipanti “potenziali” al mercato. Essi, infatti, prendono parte allo
scambio solo se il prezzo del bene si stabilizza ad un livello al quale essi sono disposti a comprare e
vendere. Il livello del prezzo dipende a sua volta dal tipo di organizzazione di mercato prevalente e
dalla valutazione soggettiva del valore del bene da parte dei partecipanti potenziali al mercato.

Introduciamo il concetto di prezzo di riserva – la cui definizione formale è contenuta nel capitolo 3
– al quale venditori e compratori potenziali sono disposti rispettivamente a vendere e comprare una
singola unità del bene.

Iniziamo con l’analisi del comportamento di un tipico compratore potenziale. Esiste un prezzo
massimo al quale egli è disposto a comprare il bene. A tale prezzo l’individuo è indifferente tra
comprare e non comprare. Per un prezzo maggiore, il compratore potenziale preferisce strettamente
non comprare; viceversa, se il prezzo che prevale sul mercato è inferiore a tale prezzo massimo, il
compratore preferisce strettamente comprare. Il prezzo massimo in questione viene definito prezzo
di riserva per una unità del bene.

Se ad esempio, il prezzo di riserva del compratore potenziale è pari a 40 euro, egli è disposto ad
acquistare una unità del bene per ogni livello di prezzo uguale o inferiore a 40 euro, ma non
acquisterà il bene per un prezzo di mercato che superi i 40 euro.

Introduciamo l’ipotesi esemplificativa che il prezzo di riserva unitario sia lo stesso per tutti i
potenziali compratori. In generale, comunque - e coerentemente alla nostra idea di fondo in base

22
alla quale people are different - ciascuno dei potenziali compratori può avere un prezzo di riserva
diverso, anche se ciò non esclude che alcuni possano fare riferimento allo stesso prezzo di riserva.

Consideriamo ora un potenziale venditore del bene, il quale ha un prezzo minimo al quale accetta di
vendere una unità del bene. In corrispondenza di tale prezzo, egli è indifferente tra vendere e non
vendere. Ad un prezzo minore di tale prezzo minimo, il venditore preferisce strettamente non
vendere; nel caso invece il prezzo sia maggiore del prezzo minimo, egli preferisce strettamente
vendere il bene. Tale prezzo minimo di riferimento è definito prezzo di riserva unitario del
venditore.

Se ad esempio, il prezzo di riserva del nostro venditore potenziale è 70 euro, egli preferisce vendere
una unità del bene a qualsiasi prezzo maggiore o uguale a 70 euro, mentre non partecipa allo
scambio per un livello di prezzo inferiore a 70 euro.

Analogamente a quanto assunto per i compratori potenziali, ipotizziamo che tutti i venditori
potenziali abbiano lo stesso prezzo di riserva unitario. In generale, comunque - e coerentemente alla
nostra idea di fondo in base alla quale le persone sono differenti - ciascuno dei potenziali venditori
può avere un prezzo di riserva diverso, anche se ciò non esclude che esso sia identico per qualcuno
di loro.

Il funzionamento del mercato prevede – in base alla forma organizzativa prevalente – che venditori
e compratori del bene inizino ad interagire in una serie di contrattazioni, ognuna delle quali termina
con lo scambio del bene ad un prezzo unitario compreso tra il prezzo di riserva del venditore e
quello del compratore5. Il guadagno di venditori e compratori dipende da quanto il prezzo al quale
avviene ciascuno scambio si discosta dai propri prezzi di riserva.

Consideriamo prima il caso del compratore che, nel caso acquisti una singola unità del bene
pagando esattamente il proprio prezzo di riserva, non riceve beneficio alcuno dallo scambio. Infatti,
il suo prezzo di riserva è definito come il prezzo massimo al quale è disposto ad acquistare e,
dunque, il prezzo al quale è indifferente tra partecipare o no allo scambio. In questo caso, diciamo
che il surplus ottenuto dal compratore è zero. Viceversa, se il prezzo al quale avviene lo scambio è
inferiore al prezzo di riserva, il surplus del compratore è misurato dalla differenza tra il prezzo
massimo che il compratore sarebbe disposto a pagare (il suo prezzo di riserva) e il prezzo che paga
effettivamente al venditore. Se indichiamo il prezzo di riserva con r e quello effettivamente pagato
con p, il surplus del compratore è dato dall’Equazione (2.1):

Surplus del compratore = r – p (2.1)

Un ragionamento simile si applica all’analisi del surplus del venditore. Ammettiamo che il
venditore venda una unità del bene ad un prezzo corrispondente al proprio prezzo di riserva. In tal
caso il venditore non riceve nessun vantaggio dallo scambio, in quanto il proprio prezzo di riserva è
il prezzo unitario minimo al quale egli è disposto a vendere il bene (in corrispondenza del quale egli
è indifferente tra vendere e non vendere). Possiamo dunque concludere che, per un prezzo uguale al
prezzo di riserva, il surplus che il venditore ricava dallo scambio è zero. Viceversa, se lo scambio
avviene ad un prezzo maggiore del prezzo di riserva, il surplus del venditore è calcolato come
differenza tra il prezzo unitario al quale egli vende il bene e il prezzo minimo al quale sarebbe
disposto a venderlo (il suo prezzo di riserva). Se indichiamo il prezzo di riserva del venditore con r
e il prezzo di scambio con p, il surplus del venditore è definito come segue:

5
Infatti, per definizione il venditore non è disposto a vendere in corrispondenza di un prezzo che sia inferiore al proprio
prezzo di riserva ed il compratore desidera pagare al massimo il proprio prezzo di riserva.

23
Surplus del venditore = p - r (2.2)

Dalle due equazioni che definiscono il surplus delle due parti partecipanti allo scambio, risulta che
il guadagno del compratore è tanto maggiore quanto più basso è il prezzo di scambio. Viceversa, il
guadagno conseguito dal venditore è tanto maggiore quanto più alto è il prezzo che riceve dal
compratore.

Ad esempio, supponiamo che il prezzo di riserva del compratore sia 70 euro e quello del venditore
40 euro. Se il prezzo unitario al quale viene effettivamente scambiato il bene è pari a 60 euro, il
surplus del compratore sarà 10 euro, quello del venditore 20 euro.

E’ importante notare che i valori dei prezzi di riserva di compratori e venditori determinano le
occasioni di scambio sul mercato. Se, ad esempio, i prezzi di riserva di tutti i potenziali acquirenti di
un bene assumono valori inferiori a quelli dei prezzi di riserva di tutti i potenziali venditori dello
stesso bene, non può avere luogo nessuno scambio che sia vantaggioso per entrambe le parti. Infatti,
nessun compratore potenziale è capace di trovare sul mercato un venditore potenziale disposto a
vendere il bene ad un prezzo conveniente per entrambi. Viceversa, se c’è coincidenza tra i valori dei
prezzi di riserva di almeno alcuni potenziali venditori e compratori, esisterà sempre la possibilità di
intraprendere scambi reciprocamente vantaggiosi. Determinante, comunque, è la forma
organizzativa del mercato.

Un esempio che chiarisce il funzionamento del mercato è dato dalla simulazione che ha luogo in
aula con l’ausilio degli studenti. La simulazione inizia distribuendo a ciascuno degli studenti un
foglio di carta contenente delle istruzioni. Le istruzioni ricevute dallo studente sono:

“Sei un compratore potenziale e desideri comprare una singola unità del bene. Il tuo prezzo di
riserva unitario è 40 euro: sei disposto a pagare al massimo un prezzo pari a 40 euro per acquistare
una unità del bene.”

Oppure:

“Sei un venditore potenziale e desideri vendere una singola unità del bene. Il tuo prezzo di riserva
unitario è 70 euro: sei disposto a vendere una unità del bene ad un prezzo maggiore o uguale a 70
euro.”

Oppure ancora:

“Non sei né compratore né venditore potenziale del bene: non partecipi allo scambio.”6

Ognuno dei partecipanti alla simulazione conosce solo le proprie istruzioni e non può rivelarle agli
altri. Dopo aver ricevuto le istruzioni, gli studenti prendono parte allo scambio del bene ipotetico e
al termine della simulazione possono guadagnare un premio che rappresenta il surplus. L’entità del
premio dipende dal fatto che i partecipanti riescano a concludere lo scambio, dal valore dei loro
prezzi di riserva e dal livello del prezzo di scambio. Tutti i partecipanti sono al corrente del fatto
che i prezzi di riserva possono realisticamente variare da soggetto a soggetto e l’istruttore può
decidere di non rivelare i livelli dei prezzi di riserva7. All’inizio della simulazione viene mostrato ai

6
Alternativamente questa istruzione si può specificare come segue: “Sei un compratore potenziale e il tuo prezzo di
riserva unitario è 0 euro: non sei disposto a pagare nessun prezzo per il bene”, oppure, “Sei un venditore potenziale e il
tuo prezzo di riserva unitario è infinito: non esiste nessun prezzo al quale desideri vendere il bene”.
7
Nel mondo reale è estremamente improbabile che un individuo sia al corrente del valore dei prezzi di riserva di altri
individui.

24
partecipanti una tabella nella quale, a scambi avvenuti, verrà richiesto loro di inserire le seguenti
informazioni: i nomi dei partecipanti ad ogni singolo scambio avvenuto e i loro rispettivi prezzi di
riserva, i prezzi ai quali gli scambi sono avvenuti e il valore dei surplus derivanti dagli scambi. Si
suggerisce inoltre agli studenti di agire in maniera tale da massimizzare i propri surplus.

La simulazione ha quindi avvio senza che alcun tipo particolare di organizzazione venga imposta al
mercato. Naturalmente, esiste un’organizzazione implicita in base alla quale gli scambi avvengono
a conclusione di una serie di negoziazioni bilaterali tra compratori e venditori potenziali. Man mano
che tali negoziazioni hanno per esito la conclusione di alcuni scambi, gli studenti inseriscono nella
tabella le informazioni richieste.

Di solito avviene che, all’inizio della simulazione, dopo un breve periodo di assoluto silenzio, gli
studenti cercano in maniera concitata qualcuno con cui concludere lo scambio. In seguito, un certo
numero di scambi si conclude in maniera molto rapida e i primi studenti iniziano a riempire con le
informazioni richieste le celle della tabella; dopo, tutti gli altri fanno la fila per fare lo stesso.
Quando viene dato lo stop alle negoziazioni – sebbene non tutte le occasioni di scambio siano state
sfruttate - tutte le informazioni relative agli scambi sono riportate nella tabella 2.1.

Tabella 2.1: Esempio di mercato:prezzo di riserva, prezzo di scambio e surplus


Comprator Venditor Prezzo di Prezzo Prezzo Surplus Surplus
e e riserva del di di del del
comprator riserva scambi comprator venditor
e del o e e
venditor
e
Mike Sandra 60 40 50 10 10
Julie Tania 100 20 90 10 70
Fred James 90 10 10 80 0
Katie John 40 40 40 0 0
Susan Felicity 40 50 55 -15 5
Donald Fabrizio 80 40 60 20 20
Kevin Susan 40 20 40 0 20

A questo punto gli studenti vengono invitati a discutere i risultati esposti in tabella e le tipiche
considerazioni che vengono fatte sono:

1) Non tutti gli scambi si concludono allo stesso prezzo. Il prezzo al quale il bene viene
scambiato assume valori compresi tra 10 e 90;
2) Alcuni scambi hanno per esito la ripartizione in parti uguali del surplus tra compratore e
venditore, come avviene ad esempio tra Donald e Fabrizio;
3) In alcuni casi il venditore ottiene un surplus molto più elevato del compratore (come nel
caso di Julie e Tania) o viceversa (come per Fred e James);
4) Alcuni partecipanti subiscono una perdita in seguito allo scambio (come ad esempio
Susan scambiando con Felicity).

Quando agli studenti viene chiesto di esprimere una valutazione dell’organizzazione del mercato, i
commenti più ricorrenti riguardano se:
1. sia equo e/o efficiente che gli scambi che hanno per oggetto lo stesso bene non si
concludano allo stesso prezzo;

25
2. sia equo e/o efficiente che gli agenti economici ricavino dallo scambio valori di surplus
diversi;
3. sia equo e/o efficiente che altri ancora subiscano delle perdite anziché avvantaggiarsi
dallo scambio.

L’ultima osservazione trova giustificazione semplicemente nel fatto che Susan, la studentessa che
ha subito una perdita nella negoziazione con Felicity, ha commesso un errore di valutazione da
imputare solo a lei e non alla particolare modalità organizzativa del mercato.

Le prime due questioni sollevate dai commenti degli studenti, invece, sono di più difficile
soluzione. Infatti, al punto dell’analisi al quale siamo giunti, non è facile occuparsi del concetto di
efficienza del mercato, tanto meno è chiaro sulla base di quale criterio si debba esprimere un parere
sulle proprietà di equità dello scambio.

Per introdurre i concetti di equità ed efficienza di mercato, iniziamo a considerare in dettaglio le


implicazioni di un particolare tipo di organizzazione di mercato presente nel mondo reale.
Consideriamo il mercato di un bene omogeneo scambiabile ad un unico livello di prezzo. Questa
assunzione elimina una fonte di iniquità, evitando che gli agenti economici paghino prezzi diversi
per acquistare lo stesso bene. Domandiamoci ora se esista un prezzo al quale il numero di unità del
bene che gli individui desiderano vendere è pari al numero di unità del bene che altri individui
desiderano comprare. Definiamo tale prezzo, se esiste, prezzo di equilibrio. Il motivo per cui si
adotta questa terminologia sarà chiaro più avanti nelle nostre argomentazioni.

Il primo passo da compiere al fine di verificare l’esistenza del “prezzo di equilibrio” è la


determinazione del livello di domanda aggregata per ogni possibile livello di prezzo (in altri
termini, dobbiamo calcolare il numero di unità domandate per ogni livello di prezzo). In un secondo
momento, si deve determinare il livello di offerta aggregata per ogni possibile livello di prezzo
(cioè, si deve calcolare il numero di unità offerte per ogni livello di prezzo).

I prossimi due paragrafi hanno per oggetto la determinazione di domanda e offerta aggregata di un
bene omogeneo.

2.3: La Domanda
Consideriamo in primo luogo la determinazione della domanda del bene per un singolo individuo,
per poi passare all’analisi della domanda del bene in aggregato. Assumiamo che il prezzo di riserva
unitario del compratore sia 40 euro; come detto in precedenza, egli è disposto a comprare il bene
per un prezzo inferiore o uguale a 40 euro, ma non ad un prezzo maggiore di 40 euro. La curva di
domanda si presenta come nel grafico 2.1. I livelli di prezzo e le quantità domandate sono misurate
in ordine crescente rispettivamente sull’asse delle ordinate e delle ascisse.

26
Come mostrato in figura, se il prezzo è maggiore di 40 euro, la domanda è zero. Per ogni livello di
prezzo minore di 40 euro, la domanda è uguale a 1. La funzione che definisce questa curva di
domanda è definita “funzione a gradini”, con un salto in corrispondenza del prezzo di riserva del
compratore.

Per poter discutere il concetto di efficienza del meccanismo di mercato, sul quale ci soffermeremo
in seguito, è necessario saper rappresentare graficamente il profitto o surplus (per il momento questi
due concetti vengono impiegati in maniera intercambiabile) del compratore. Come anticipato, il
surplus è pari alla differenza tra il prezzo effettivamente pagato dal compratore e il suo prezzo di
riserva. Ad esempio, per un prezzo pari a 30 euro, la differenza tra prezzo di riserva (40 euro) e
quello effettivamente pagato (30 euro) è 10 euro.

Nel grafico 2.2, il surplus di 10 euro è rappresentato dalla differenza verticale tra il prezzo
effettivamente pagato e il prezzo di riserva. La distanza orizzontale tra l’asse delle ordinate e la
curva di domanda (per livelli di prezzo inferiori a 40 euro) è 1 (una singola unità del bene). Di
conseguenza, l’area tra la retta che indica il prezzo effettivamente pagato e la curva di domanda è
pari esattamente a 10 euro, ovvero, misura il surplus ottenuto dal compratore acquistando il bene ad
un prezzo unitario di 30 euro. Ne consegue che:

Il surplus del compratore è pari all’area compresa tra il prezzo effettivamente pagato e la curva di
domanda.

Questo risultato, data la sua importanza, sarà ripreso più volte nel testo e sottoposto ad una -
trattazione più formale.
___________________________________________________________________
A questo punto dell’analisi una digressione sul concetto di unità può essere utile.
Consideriamo le unità di misura delle variabile che abbiamo usato finora nella
nostra analisi. La variabile misurata sull’asse delle ascisse è la quantità del bene,
la cui unità di misura dipende dalla natura del bene stesso. Ad esempio, se i beni
scambiati sul mercato sono televisori, sull’asse delle ascisse misuriamo il numero
di televisioni. La variabile rappresentata sull’asse delle ordinate è il prezzo del
bene; quale è la sua unità di misura? La variabile prezzo non è semplicemente
misurata in euro, bensì in euro per televisore, vale a dire l’ammontare di moneta
necessario per acquistare ogni televisore8. Date queste informazioni siamo ora in

8
Questo argomento è sempre valido. Ad esempio, quando si dice che il prezzo di una birra è a 2.20 euro, si vuole
intendere che 2.20 euro è il prezzo della birra per pinta. Dunque, è sempre necessario specificare quante unità di un
bene è possibile acquistare ad un determinato prezzo.

27
grado di calcolare l’unità di misura dell’area compresa tra il prezzo effettivamente
pagato e la curva di domanda. L’unità di misura del surplus è data dal prodotto tra
l’unità di misura della variabile sull’asse delle ascisse e quella della variabile
misurata sull’asse delle ordinate. Così, nell’esempio del mercato dei televisori,
avremo numero di televisori moltiplicato euro per televisore = euro. Dunque,
l’area considerata rappresenta il surplus del compratore ed è misurata in euro.

Fin qui abbiamo considerato un singolo compratore. Assumiamo che sul mercato ci siano due
compratori potenziali del bene; il primo con un prezzo di riserva di 40 euro, il secondo con un
prezzo di riserva pari a 60 euro. Il secondo compratore domanda una quantità di bene pari a zero
per ogni prezzo maggiore di 60 euro, e uguale a 1 se il prezzo è inferiore o uguale a 60 euro. La
forma della curva di domanda del secondo compratore, dunque, è identica a quella presentata in
figura 2.1, fatta eccezione per il fatto che il salto si trova in corrispondenza di un prezzo pari a 60
(il proprio prezzo di riserva) invece che a 40 euro (prezzo di riserva del primo compratore). Come
in precedenza, il surplus è misurato dall’area compresa tra il prezzo effettivamente pagato e la
curva di domanda.

Il primo compratore non è intenzionato a partecipare allo scambio ad un prezzo maggiore di 40


euro, il secondo invece è disposto a pagare fino a 60 euro. Di conseguenza, nessuno dei due
acquista il bene in corrispondenza di un prezzo maggiore di 60 euro, solo uno (il secondo
compratore) compra il bene per un livello di prezzo unitario compreso tra 40 e 60 euro e entrambi
accettano l’acquisto ad un prezzo unitario inferiore a 40 euro. La domanda aggregata, dunque, si
presenta come in figura 2.5:

La domanda aggregata è zero per ogni prezzo superiore a 60 euro, 1 per ogni livello di prezzo
compreso tra 40 e 60 euro, e 2 se il prezzo è inferiore a 40 euro. Analogamente alle due curve di
domanda individuali, la curva di domanda aggregata prende la forma di una funzione a gradini,
con uno salto per ogni prezzo di riserva.

Il risultato riguardante il surplus ottenuto in precedenza resta valido e può essere applicato al
seguente esempio. Se entrambi i compratori acquistano ad un prezzo pari a 30 euro, Il compratore
con prezzo di riserva uguale a 40 euro, ottiene un surplus di 10 euro; il compratore con prezzo di
riserva di 60 euro, un surplus di 30 euro. A livello aggregato, il surplus è pari a 10 euro + 30 euro
= 40 euro. La figura 2.6 chiarisce il procedimento da seguire per ricavare graficamente il surplus in
aggregato.
1

28
L’area compresa tra il prezzo corrente (30 euro) e la curva di domanda è composta da due
rettangoli – il primo di base 1 e altezza 30 euro, il secondo di base 1 e altezza 10. La somma delle
aree dei due rettangoli (30 euro + 10 euro = 40 euro) rappresenta il valore del surplus dei due
compratori considerati congiuntamente quando il prezzo effettivamente pagato è 30 euro.
Concludendo, anche quando l’analisi si riferisce a più di un compratore, abbiamo che:

Il surplus del compratore è pari all’area compresa tra il prezzo effettivamente pagato e la curva di
domanda.

L’estensione del caso di un singolo compratore a quello di più di un compratore sarà approfondita
più avanti nel testo. Il lettore più incline all’analisi matematica, potrebbe giudicare ovvia la
conclusione della nostra analisi grafica. Per il momento, tuttavia, è importante solo capire
intuitivamente il perché di tale conclusione in base all’esempio numerico precedente.

Deriviamo ora la domanda aggregata, vale a dire la curva di domanda di tutti i compratori sul
mercato. E’ evidente che la curva di domanda aggregata deve avere anch’essa la forma di una
funzione a gradini, con uno salto in corrispondenza del valore del prezzo di riserva di ciascuno dei
compratori presenti sul mercato. La distribuzione dei prezzi di riserva dei compratori influenza la
forma della curva di domanda aggregata. Supponiamo che le informazioni sui prezzi di riserva dei
compratori sul mercato siano le seguenti: 10 compratori hanno un prezzo di riserva di 100 euro, 10
compratori un prezzo di riserva di 90 euro, 10 compratori un prezzo di riserva di 80 euro, 10
compratori un prezzo di riserva di 70 euro, 10 compratori un prezzo di riserva di 60 euro, 10
compratori un prezzo di riserva di 50 euro, 10 compratori un prezzo di riserva di 40 euro, 10
compratori un prezzo di riserva di 30 euro, 10 compratori un prezzo di riserva di 20 euro e 10
compratori un prezzo di riserva di 10 euro, per un totale di 100 compratori. In questo semplice
esempio, la curva di domanda è una funzione a gradini con salti (di 10 unità, essendo 10 i
compratori associati ad ogni differente prezzo di riserva) in corrispondenza di 100, 90, 80, 70, 60,
50, 40, 30, 20 e 10 euro (figura 2.7).

29
Nessuno dei compratori è caratterizzato da un prezzo di riserva superiore a 100 euro, per cui per un
prezzo unitario maggiore di 100 euro la domanda è zero. I 10 compratori che hanno un prezzo di
riserva di 100 euro, sono tutti disposti a pagare un prezzo compreso tra 90 e 100 euro. Pertanto, la
domanda aggregata in questo intervallo di valori di prezzo è pari a 10. Lo stesso ragionamento si
applica ai compratori con prezzi di riserva sempre più bassi, fino ad arrivare all’ultimo gruppo di
compratori con prezzo di riserva di 10 euro. Per ogni prezzo inferiore a 10 euro, tutti i 100
potenziali compratori sono disposti a comprare una unità del bene e la domanda aggregata è pari a
100.

Veniamo infine all’analisi del surplus in aggregato, anticipando che i risultati ottenuti in precedenza
sono ancora validi. Assumiamo che il prezzo al quale viene scambiato il bene sia 67 euro. La
domanda aggregata in corrispondenza di tale prezzo è pari a 40 (formata da 10 compratori con
prezzo di riserva di 100 euro, 10 compratori con prezzo di riserva di 90 euro, 10 compratori con
prezzo di riserva di 80 euro, e 10 compratori con prezzo di riserva di 70 euro9). Quale sarà il surplus
che ciascuno dei compratori ottiene dallo scambio? I 10 compratori con prezzo di riserva pari a 100
euro ottengono ciascuno un surplus di 33 euro ( = 100 euro - 67 euro). Il surplus dei 10 compratori
con prezzo di riserva di 90 euro è pari a 23 euro ( = 90 euro - 67 euro), quello ottenuto dai 10
compratori con prezzo di riserva di 80 euro è pari a 13 euro ( = 80 euro - 67 euro), quello dei 10
compratori con prezzo di riserva di 70 euro è 3 euro ( = 70 euro - 67 euro). Il surplus totale
ammonta a 720 euro ed è così calcolato: 330 euro ( = 10 x 33 euro) più 230 euro ( = 10 x 23 euro)
più 130 euro (= 10 x 13 euro) più 30 euro (= 10 x 3 euro). 720 euro è esattamente pari all’area
compresa tra il prezzo corrente (67 euro) e la curva di domanda (E’ importante per il lettore
assicurarsi di aver compreso a pieno le proprietà del surplus del compratore esposte finora). Ancora
una volta, come nei casi del singolo compratore e dei due compratori considerati congiuntamente,
abbiamo raggiunto l’importante risultato in base al quale:

Il surplus del compratore è pari all’area compresa tra il prezzo effettivamente pagato e la curva di
domanda.

2.4: L’Offerta

In questo paragrafo l’analisi del paragrafo 2.3 viene ripetuta dal lato dell’offerta di mercato,
considerando il comportamento dei venditori anziché quello dei compratori potenziali del bene.
Come in precedenza, determiniamo prima l’offerta a livello individuale, poi analizziamo il caso di

9
I potenziali acquirenti con prezzo di riserva inferiore a 67 euro non sono disposti ad acquistare ad un prezzo
esattamente pari a euro 67.

30
due venditori e, infine, passiamo all’analisi dell’offerta aggregata. La curva di offerta per un singolo
venditore con un prezzo di riserva di 70 euro è rappresentata nella figura 2.8.

Come risulta evidente dal grafico, l’offerta è pari a zero per ogni prezzo inferiore a 70 euro, ed è
uguale a 1 per livelli di prezzo maggiori di 70 euro. La funzione che definisce questa curva di
offerta è una funzione a gradini, con un salto in corrispondenza del prezzo di riserva del venditore.

In analogia con l’analisi del comportamento del compratore potenziale, rappresentiamo


graficamente il profitto o surplus che il venditore potenziale è in grado di ottenere dallo scambio per
un dato livello del prezzo effettivamente ricevuto. Come sappiamo, il surplus del venditore è pari
alla differenza tra il proprio prezzo di riserva e quello che effettivamente riceve dal compratore. Se,
ad esempio, il bene viene venduto ad un prezzo unitario di 80 euro, dato che il prezzo di riserva del
venditore è 70 euro, il surplus è di 10 euro. Dal punto di vista grafico, figura 2.9:

Il surplus di 10 euro è rappresentato in figura dalla distanza verticale tra il prezzo al quale il bene è
scambiato e il prezzo di riserva del venditore. La distanza orizzontale tra l’asse delle ordinate e la
curva di offerta (per ogni livello di prezzo inferiore a euro 70) è pari a 1 (ossia una unità del bene).
Di conseguenza, l’area tra la retta del prezzo di scambio e la curva di offerta è uguale a 10 euro e
misura il surplus che il venditore ottiene scambiando il bene ad un prezzo unitario di 80 euro:

Il surplus del venditore è pari all’area compresa tra il prezzo effettivamente ricevuto e la curva di
offerta.

La determinazione della curva di offerta aggregata avviene seguendo una procedura analoga a
quella adottata in precedenza per determinare la domanda aggregata del bene. Consideriamo due
venditori potenziali, il primo con un prezzo di riserva di 70 euro, il secondo con un prezzo di riserva
inferiore (per esempio 50 euro). Per ogni prezzo inferiore a 50 euro, il secondo venditore non è

31
disposto a vendere il bene (la quantità offerta del bene è zero), mentre il contrario avviene in
corrispondenza di ogni livello di prezzo maggiore di 50 euro (l’offerta è uguale a 1 per ogni prezzo
maggiore di 50 euro). Di conseguenza, la sua curva di offerta ha lo stesso andamento di quella
riportata in figura 2.8, con l’unica differenza che il salto è in corrispon enza del valore sull’asse
delle ascisse di 50 euro (cioè il valore del prezzo di riserva) invece che di 70 euro (cioè il valore del
prezzo di riserva del primo venditore). La derivazione grafica del surplus avviene come in
precedenza.

Al fine di determinare l’offerta aggregata dei due venditori, notiamo in primo luogo che il primo dei
venditori non è disposto a vendere il bene per un prezzo unitario inferiore a 70 euro, e che il prezzo
di riserva del secondo è uguale a 50 euro. Di conseguenza, nessuno dei due prende parte allo
scambio per un prezzo inferiore a 50 euro, solo uno (il secondo venditore) desidera vendere quando
il prezzo è compreso tra 50 e 70 euro, ed entrambi accettano di vendere il bene ad un prezzo
maggiore di 70 euro. L’offerta di mercato, dunque, prende la forma presentata nella figura 2.12:

Le proprietà della curva di offerta in figura sono le seguenti: la quantità offerta è zero per ogni
prezzo inferiore a 50 euro, 1 per ogni livello di prezzo compreso tra 50 e 70 euro, e 2 per ogni
prezzo maggiore di 70 euro. La curva di offerta nel caso di due venditori potenziali è una funzione a
gradini, come le due curve di offerta individuali considerate in precedenza, con l’unica differenza di
presentare due salti (uno per ogni prezzo di riserva dei due venditori).

Supponiamo ora che il prezzo di scambio si stabilizzi a 80 euro e verifichiamo se siamo ancora in
grado di ottenere il risultato presentato in precedenza a proposito della rappresentazione grafica del
surplus del venditore. Dalla vendita di una singola unità del bene ad un prezzo di 80 euro, il primo
venditore ottiene un surplus pari a 10 euro, mentre il surplus del secondo è di 30 euro. Il surplus dei
due venditori considerati congiuntamente, dunque, è uguale a 10 euro + 30 euro = 40 euro. La
derivazione grafica del surplus così calcolato è mostrata nella figura 2.13:

32
L’area compresa tra il prezzo al quale il bene viene effettivamente venduto (80 euro) e la curva di
offerta può essere ottenuta dalla somma delle aree di due rettangoli – il primo di base 1 e altezza 30
euro e il secondo di base 1 e altezza 10. Sommando le aree dei due rettangoli (30 euro + 10 euro =
40 euro) otteniamo il valore del surplus totale dei due venditori presenti sul mercato per un prezzo
di scambio di 80 euro. In conclusione, anche quando sul mercato è presente più di un venditore
potenziale, il risultato ottenuto in precedenza resta valido:

Il surplus del venditore è pari all’area compresa tra il prezzo effettivamente ricevuto e la curva di
offerta.

Illustriamo ora il procedimento da seguire per definire la curva di offerta di tutti i venditori
potenziali presenti sul mercato, vale a dire l’offerta aggregata. Tale curva, analogamente alla curva
di domanda aggregata, prende la forma di una funzione a gradini con un salto in corrispondenza di
ciascuno dei prezzi di riserva dei venditori potenziali. Come fatto in precedenza per la
determinazione della curva di domanda, consideriamo una ipotetica distribuzione di prezzi di
riserva dei venditori potenziali di un certo bene e deriviamo graficamente la corrispondente curva di
offerta aggregata. Supponiamo che le informazioni sui prezzi di riserva dei venditori sul mercato
siano le seguenti: 10 venditori con un prezzo di riserva di 10 euro, 10 venditori con un prezzo di
riserva di 20 euro, 10 venditori con un prezzo di riserva di 30 euro, 10 venditori con un prezzo di
riserva di 40 euro, 10 venditori con un prezzo di riserva di 50 euro, 10 venditori con un prezzo di
riserva di 60 euro, 10 venditori con un prezzo di riserva di 70 euro, 10 venditori con un prezzo di
riserva di 80 euro, 10 venditori con un prezzo di riserva di 90 euro e 10 venditori con un prezzo di
riserva di 100 euro, per un totale di 100 venditori. La corrispondente curva di offerta aggregata è
data da una funzione a gradini con salti (di 10 unità, essendo 10 i compratori associati ad ogni
prezzo di riserva) in corrispondenza di 10, 20, 30, 40, 50, 60, 70, 80, 90 e 100 euro (figura 2.14).

In base alla nostra distribuzione di prezzi di riserva, nessun venditore potenziale ha un prezzo di
riserva inferiore a 10 euro: l’offerta è zero per ogni prezzo inferiore a 10 euro. 10 dei venditori
potenziali hanno un prezzo di riserva di 10 euro e sono tutti intenzionati a vendere il bene ad un
prezzo unitario compreso tra 10 e 20 euro: l’offerta aggregata in questo intervallo è pari a 10. Lo
stesso ragionamento si applica ai venditori caratterizzati da prezzi di riserva sempre maggiori fino
ad arrivare all’ultimo gruppo di 10 venditori potenziali con un prezzo di riserva di 100 euro. In
corrispondenza di ogni livello di prezzo maggiore di 100 euro, tutti i 100 potenziali venditori sono
disposti a vendere il bene e, dunque, l’offerta aggregata è uguale a 100.

Ancora un volta il risultato riguardante il calcolo del surplus resta invariato come illustrato dal
seguente esempio di un prezzo effettivamente ricevuto di 47 euro. Per un tale livello di prezzo, la
quantità offerta in aggregato è uguale a 40 (10 venditori con prezzo di riserva di 10 euro, 10
33
venditori con prezzo di riserva di 20 euro, 10 venditori con prezzo di riserva di 30 euro e 10
venditori con prezzo di riserva di 40 euro10). I 10 venditori con prezzo di riserva pari a 10 euro
ottengono ciascuno un surplus di 37 euro ( = 47 euro - 10 euro). Il surplus dei 10 potenziali
venditori con prezzo di riserva di 20 euro è pari a 27 euro ( = 47 euro - 20 euro), quello dei 10
venditori con prezzo di riserva di 30 euro è di 17 euro ( = 47 euro - 30 euro), e il surplus dei 10
venditori con prezzo di riserva di 40 euro è uguale a 7 euro ( = 47 euro - 40 euro). Di conseguenza,
il surplus totale è uguale a 880 euro: 370 euro ( = 10 x 37 euro) più 270 euro ( = 10 x 27 euro) più
170 euro (= 10 x 17 euro) più 70 euro (= 10 x 7 euro). 880 euro è pari esattamente all’area
compresa tra il prezzo effettivamente ricevuto (47 euro) e la curva di offerta. In conclusione, come
nei casi del singolo venditore e dei due venditori considerati congiuntamente, possiamo dire che:

Il surplus del venditore è pari all’area compresa tra il prezzo effettivamente ricevuto e la curva di
offerta.

2.5: Il Mercato nel suo complesso


In questo paragrafo ci occupiamo del funzionamento del mercato del bene nel suo complesso. Il
grafico, in figura 2.15, mostra l’offerta e la domanda aggregata nelle forme derivate in precedenza
sulla base delle distribuzioni dei prezzi di riserva di compratori e venditori potenziali presenti sul
mercato.

Poniamoci la seguente domanda: “Esiste un prezzo tale che la domanda aggregata è uguale
all’offerta aggregata?”. Per essere in grado di rispondere a questa domanda, è sufficiente
interpretare il grafico precedente: per ogni livello di prezzo compreso tra 50 e 60 euro, sia la
domanda che l’offerta aggregata del bene sono uguali a 5011. Domandiamoci ora quali dei

10
I venditori potenziali con prezzo di riserva maggiore di 47 euro non sono disposti a vendere il bene ad un prezzo
esattamente pari a 47 euro.
11
E’ importante notare come non sia corretto affermare che la domanda aggregata sia sempre uguale all’offerta
aggregata del bene per un livello di prezzo esattamente uguale a 50 o 60 euro. Se il prezzo di scambio è pari a 60 euro,
infatti, i 10 compratori potenziali con prezzo di riserva pari a 60 euro sono indifferenti tra comprare il bene e non farlo,
per cui non è possibile stabilire a priori quanti di essi acquisteranno il bene per quel prezzo. La quantità domandata del
bene in aggregato, dunque, sarà compresa tra un minino di 40 (nessuno dei compratori potenziali decide di partecipare
allo scambio) e un massimo di 50 (tutti i compratori potenziali decidono di acquistare il bene). Lo stesso ragionamento
si applica ai venditori. Per un prezzo di scambio di 60 euro, il bene sarà offerto in una quantità compresa tra 50
(nessuno dei venditori potenziali con prezzo di riserva di 60 euro decide di partecipare allo scambio) e 60 (tutti i
venditori potenziali con prezzo di riserva di 60 euro decidono di vendere il bene). Infatti, i venditori potenziali con
prezzo di riserva di euro 60 sono indifferenti tra vendere il bene e non farlo e non possibile sapere quanti di essi
parteciperanno effettivamente allo scambio. Solo nel caso in cui tutti i compratori indifferenti tra comprare e non
comprare decidano di partecipare allo scambio, e nessuno dei venditori indifferenti tra vendere e non vendere decida di
vendere il bene al prezzo di 60 euro, la quantità domandata sarà pari alla quantità offerta. Un ragionamento simile si
applica al caso in cui il prezzo di scambio sia 50 euro.

34
compratori e venditori potenziali presenti sul mercato parteciperanno allo scambio e quante
transazioni avremo sul mercato. I compratori potenziali che decidono di acquistare il bene sono
quelli con prezzi di riserva pari a 100, 90, 80, 70 e 60 euro: in totale abbiamo 50 compratori del
bene. Dal lato dell’offerta, gli individui che decidono di vendere il bene sono i venditori potenziali
con prezzi di riserva di 10, 20, 30, 40 e 50 euro; anche i venditori sono 50. Per un prezzo di scambio
compreso tra 50 e 60 euro, dunque, abbiamo 50 transazioni tra 50 compratori e 50 venditori del
bene.

Naturalmente, l’entità dei surplus ottenuti da ciascuno degli individui che prendono parte allo
scambio dipende dal livello del prezzo al quale il bene viene scambiato. In ogni caso, fintanto che il
prezzo di scambio è compreso tra 50 e 60 euro, il surplus complessivo di compratori e venditori è
sempre dato dall’area compresa tra le curve di domanda e offerta a sinistra della quantità di
equilibrio (50). L’area in questione misura 2500 euro (=900 euro +700 euro +500 euro +300 euro
+100 euro).

Calcoliamo ora il surplus per le due tipologie di agenti economici coinvolte nello scambio per un
particolare livello di prezzo che sia compreso tra 50 euro e 60 euro. Ammettiamo, ad esempio, che
il prezzo di scambio sia 50 euro12. Il surplus dei compratori è pari a 1500 euro (=500 euro + 400
euro +300 euro +200 euro +100 euro +0 euro), quello dei venditori è uguale a 1000 euro (=400 euro
+300 euro +200 euro +100 euro), per un totale di 2500 euro. Alternativamente, prendiamo un
prezzo di 60 euro. Il surplus dei compratori è pari a 1000 euro (=400 euro +300 euro +200 euro
+100 euro +0 euro), quello dei venditori è uguale a 1500 euro (=500 euro +400 euro +300 euro
+200 euro +100 euro), per un totale di 2500 euro.

Il meccanismo di mercato che abbiamo analizzato – in cui un certo livello di prezzo assicura
l’uguaglianza tra domanda aggregata e offerta aggregata del bene, e venditori e compratori
scambiano il bene assumendo il prezzo come dato – è definito equilibrio concorrenziale. Per capire
il motivo di una tale denominazione di “equilibrio”, soffermiamoci sulle implicazioni dell’esistenza
del prezzo di equilibrio. Ammettiamo, ad esempio, che dall’esterno del mercato venga proposto un
prezzo di scambio di 55 euro. Gli agenti che parteciperebbero alle transazioni sarebbero i
compratori con prezzi di riserva di 100, 90, 80, 70 e 60 euro (ottenendo rispettivamente surplus di
45, 35, 25,15 e 5 euro) e i venditori con prezzi di riserva di 10, 20, 30, 40 e 50 euro (con surplus
rispettivamente di 45, 35, 25, 15 e 5 euro). Alcuni individui, invece, sarebbero esclusi dal mercato.
Infatti, i compratori con prezzi di riserva di 50, 40, 30, 20 e 10 euro e i venditori con prezzi di
riserva di 60, 70, 80, 90 e 100 euro non parteciperebbero al mercato e di conseguenza il loro surplus
sarebbe nullo. In un certo senso, possiamo dire che i compratori che non desiderano spendere
“molto” e i venditori che pretendono “troppo” per scambiare il bene vengono esclusi dal mercato.

Domandiamoci ora se si possa pensare ad una soluzione diversa dall’equilibrio concorrenziale. In


particolare, ci domandiamo se sia possibile per uno dei compratori escluso dallo scambio opporsi
alla situazione di equilibrio determinata in precedenza proponendo un prezzo che sia più attrattivo
per un venditore e lo convinca a partecipare allo scambio. Perché ciò sia possibile, il prezzo
dovrebbe essere maggiore di 55, ma nessuno dei compratori esclusi dal mercato sarebbe disposto a
pagare un prezzo maggiore di 55 euro (perché tutti i compratori esclusi dal mercato hanno valori di
riserva inferiori o uguali a 50). Un simile ragionamento si applica ai venditori e, di conseguenza,
nessuno degli individui esclusi dall’equilibrio concorrenziale è in grado di perturbare l’equilibrio
stesso. Neanche gli individui che partecipano al mercato posso influenzare l’equilibrio che si
determina, in quanto un compratore che volesse proporre un prezzo inferiore a 55 euro, troverebbe

12
Alla luce delle considerazioni svolte alla nota 8, dovremmo prendere in considerazione un prezzo maggiore di 50
euro almeno di una grandezza infinitesimale (ε). L’esempio che considera il prezzo pari 50 euro, infatti, rende il calcolo
dei surplus inesatto per un errore che comunque si annulla al tendere a zero di ε.

35
l’opposizione di tutti i venditori. L’unica alternativa per il compratore, dunque, sarebbe quella di
uscire dal mercato e azzerare il proprio surplus.

In conclusione, il motivo per cui si usa il termine “equilibrio” concorrenziale è che non esiste
nessuna possibilità plausibile che possa determinare uno spostamento dalla situazione di equilibrio.
In equilibrio, inoltre, la domanda aggregata è uguale all’offerta aggregata e l’assenza di un eccesso
di domanda evita l’innestarsi di una pressione al rialzo dei prezzi così come l’assenza di un eccesso
di offerta esclude la possibilità di un aggiustamento dei prezzi al ribasso13.

La più importante proprietà dell’equilibrio concorrenziale è la seguente:

L’equilibrio concorrenziale massimizza il surplus totale (surplus dei compratori più surplus dei
venditori).

La prova formale di questa proposizione richiede il confronto dell’equilibrio concorrenziale con


altre forme di mercato e quindi non può essere ancora fornita. E’ facile tuttavia dimostrare come il
surplus totale sia maggiore in una situazione di equilibrio concorrenziale (quando cioè la domanda
aggregata è uguale all’offerta aggregata) che in corrispondenza di qualsiasi altro prezzo.
Consideriamo ad esempio un prezzo inferiore a quello di equilibrio: 30 euro (figura 2.17).

Per un tale livello di prezzo, l’offerta aggregata è compresa tra 20 e 30, in quanto i venditori
potenziali con prezzo di riserva pari a 10 e 20 euro sono sicuramente disposti a vendere il bene e
quelli con prezzo di riserva di 30 euro sono indifferenti tra vendere e non vendere. Per lo stesso
livello di prezzo, la domanda aggregata è compresa tra 70 e 80, dato che il livello esatto di domanda
dipende da quanti dei compratori potenziali con prezzo di riserva uguale a 30 euro decideranno di
partecipare al mercato. Se essi decidono di comprare, la domanda eccede l’offerta aggregata e ci
troviamo in una situazione di razionamento della domanda aggregata. La quantità di bene
effettivamente scambiata sul mercato dipende dai venditori potenziali con un prezzo di riserva di 30
euro (gli indifferenti tra vendere e non vendere). Se tutti decidono di vendere, la quantità di bene
scambiata sul mercato è pari 30. Ipotizziamo, inoltre che le 30 unità di bene vengano acquistate
tutte dai compratori con i prezzi di riserva più elevati (100, 90 e 80 euro)14. Il surplus dei compratori
diventa 1800 euro (= 700 euro +600 euro + 500 euro), un valore maggiore che in qualsiasi
equilibrio concorrenziale possibile. Il surplus dei venditori, invece, è uguale a 300 euro (= 200 euro
+100 euro + 0 euro), inferiore a quello relativo a qualsiasi prezzo di equilibrio concorrenziale

13
La considerazione dell’assenza di pressioni sia al rialzo che al ribasso dei prezzi è equivalente alle argomentazioni
sulla plausibilità della proposta di un prezzo diverso da quello di equilibrio.
14
Anche i compratori con prezzi di riserva di 70, 60 e 50 euro desiderano acquistare a questo prezzo, ottenendo però un
surplus inferiore.

36
possibile. E’ da notare che la distribuzione del surplus tra venditori e compratori è diversa rispetto a
quella prodotta dall’equilibrio concorrenziale e che il surplus totale di 2100 euro (=1800 euro +300
euro) è inferiore a quello di equilibrio concorrenziale. La perdita di surplus è causata dalla riduzione
della quantità di bene scambiata sul mercato.

Consideriamo il caso opposto di un prezzo maggiore di quello di equilibrio: 70 euro. Supponiamo


che tutti i compratori potenziali per i quali è indifferente comprare e non comprare decidano di
farlo. Questa situazione è descritta in figura 2.18.

La quantità di bene scambiata sul mercato è 40 e si verifica una situazione di eccesso di offerta
dovuta ad un livello di prezzo troppo elevato. Il surplus totale dei compratori è 600 euro (= 300 euro
+ 200 euro + 100 euro), inferiore al caso di equilibrio concorrenziale. Il surplus dei venditori15 è
1800 euro (= 600 euro + 500 euro + 400 euro + 300 euro), maggiore rispetto al caso di equilibrio
concorrenziale. Il surplus totale di 2400 euro (= 1800 euro + 600 euro) è inferiore a quello relativo
all’equilibrio concorrenziale di un ammontare di 100 euro (l’area del quadrato compreso tra la curva
di domanda e la curva di offerta aggregata a destra del valore della quantità 40). La perdita di
surplus totale è dovuta al fatto che la quantità di bene scambiata sul mercato è ridotta a causa di un
livello di prezzo corrente troppo alto.

Nei due esempi precedenti si è dimostrato che un equilibrio di tipo non concorrenziale genera una
perdita di surplus totale rispetto alla situazione di equilibrio concorrenziale. In un certo senso, non
sorprende che l’equilibrio concorrenziale sia capace di massimizzare il surplus totale. In
corrispondenza del prezzo di equilibrio concorrenziale, infatti, lo scambio avviene tra i compratori
potenziali con i valori più elevati dei prezzi di riserva e i venditori potenziali caratterizzati dai
prezzi di riserva più bassi, e il numero di compratori è uguale al numero di venditori (un venditore
non può concludere uno scambio a meno che non abbia una controparte e viceversa).

Una proprietà del meccanismo di mercato alla quale si potrebbe dare maggior peso della
massimizzazione del surplus totale è la massimizzazione del numero degli scambi. Se il prezzo al
quale avvengono tutti gli scambi è unico, il mercato si stabilizza in una situazione di equilibrio
concorrenziale. Nel caso sia possibile che gli scambi si concludano in corrispondenza di diversi
livelli di prezzi, invece, l’obiettivo della massimizzazione del numero di scambi può essere
perseguito. Nel nostro esempio numerico, il numero massimo di scambi è 100 e si ottiene se tutti i
compratori con un prezzo di riserva di x euro acquistano il bene dai venditori con prezzo di riserva
di x euro. E’ chiaro che in questa eventualità tutti i partecipanti allo scambio ottengono un surplus
nullo, e quindi il surplus totale è zero.

15
Assumendo che i venditori con i valori di prezzi di riserva più bassi decidano di vendere.

37
Altre forme organizzative del mercato sono possibili. Si può pensare, ad esempio, ad un
meccanismo che preveda l’annuncio di un prezzo ottimo deciso collettivamente da tutti i compratori
o da tutti i venditori. Un’altra possibilità è il meccanismo d’asta, nel quale i venditori offrono un
livello di prezzo di partenza in base al quale i compratori propongono le loro offerte al rialzo.
Un’ulteriore possibilità è il meccanismo del tipo simulato in aula con gli studenti, nel quale i
compratori (venditori) sono semplicemente lasciati liberi di interagire tra di loro con l’obiettivo di
cercare il venditore (compratore) che gli consenta di ottenere il maggior guadagno dallo scambio.

Quest’ultima forma organizzativa del mercato può causare due risultati indesiderati: 1) può
accadere che gli individui acquistano lo stesso bene a prezzi diversi; 2) non è detto che tutte le
opportunità di scambio vengano sfruttate. Il limite di questo meccanismo è la carenza informativa a
causa della quale gli agenti non sempre riescono a massimizzare il proprio surplus. Viceversa,
l’equilibrio concorrenziale implica un problema di scelta molto semplice per ciascuno dei potenziali
partecipanti al mercato: decidere se è conveniente partecipare allo scambio al prezzo di equilibrio. Il
problema della determinazione del prezzo di equilibrio non è di facile soluzione. Tuttavia, una volta
che il prezzo di equilibrio è noto, esso possiede la proprietà di massimizzare i guadagni dallo
scambio. Un meccanismo di mercato che possegga questa proprietà si definisce efficiente. Dunque,
l’equilibrio concorrenziale è un meccanismo di mercato efficiente, essendo in grado di estrarre dallo
scambio il massimo surplus totale ottenibile. Altri meccanismi di mercato non posseggono questa
proprietà e sono pertanto inefficienti. Un altro elemento di distinzione tra i meccanismi di mercato è
la distribuzione del surplus totale che da essi consegue. Alcuni meccanismi, infatti, hanno per
conseguenza la distribuzione di un surplus maggiore ai compratori rispetto ad altri (ad esempio,
quelli che implicano un prezzo di scambio relativamente basso). Altri invece avvantaggiano i
venditori relativamente ai compratori del bene. La valutazione di diversi meccanismi di mercato
sulla base delle proprietà distributive implica un giudizio politico e va dunque al di là delle finalità
dell’analisi economica.

2.6: Riassunto

In questo capitolo abbiamo introdotto diversi concetti che si dimostreranno di importanza cruciale
nel prosieguo della nostra analisi. In primo luogo, abbiamo definito le proprietà dei prezzi di riserva
di compratori e venditori potenziali di un bene:

Il prezzo di riserva del compratore potenziale di un bene è pari al prezzo massimo che egli è
disposto a pagare per comprare il bene stesso.

Il prezzo di riserva del venditore potenziale di un bene è pari al prezzo minimo che egli è disposto
ad accettare per vendere il bene stesso.

Si è mostrato che la derivazione delle curve di domanda e offerta – per un bene discreto – dipende
dalle informazioni relative ai prezzi di riserva e abbiamo concluso che:

La curva di domanda aggregata è una funzione a gradini con un salto in corrispondenza di ogni
prezzo di riserva.
La curva di offerta aggregata è una funzione a gradini con un salto in corrispondenza di ogni
prezzo di riserva.

Abbiamo dimostrato che i guadagni che compratori e venditori ottengono dallo scambio – calcolati
per i primi come differenza tra il prezzo effettivamente pagato e quello di riserva e per i secondi
come differenza tra il prezzo di riserva ed il prezzo effettivamente ricevuto – possono essere
rappresentati graficamente come segue:

38
Il surplus del compratore è pari all’area compresa tra il prezzo effettivamente pagato e la curva di
domanda.
Il surplus del venditore è pari all’area compresa tra il prezzo effettivamente ricevuto nello scambio
e la curva di offerta.

Infine, abbiamo considerato diversi meccanismi di scambio. In particolare abbiamo definito


l’equilibrio concorrenziale:

L’equilibrio concorrenziale è una situazione nella quale le transazioni sul mercato avvengono ad
un prezzo unico – considerato come dato da tutti gli individui sul mercato – e in corrispondenza del
quale la domanda è uguale all’offerta aggregata.

L’equilibrio concorrenziale è efficiente in quanto:

L’equilibrio concorrenziale ha la proprietà di massimizzare il surplus totale.

Naturalmente, questa proposizione non porta a nessuna conclusione in relazione alla “equità”
dell’equilibrio (ossia se la distribuzione dei guadagni tra i partecipanti allo scambio sia equa in base
ad un qualsiasi criterio di giudizio). Questo resta un argomento al di fuori del campo di azione
dell’economista.

2.7: Domande di verifica

1. Se il prezzo pagato da un compratore diminuisce, che cosa succede al suo surplus?


2. Cosa deve accadere al surplus di un venditore perché questo aumenti?
3. Se il prezzo di un bene in un mercato è più basso del prezzo di concorrenza perfetta, che
cosa accade alla quantità scambiata ed ai surplus dei compratori e dei venditori?
4. In un equilibrio concorrenziale qual è il surplus di quei compratori che hanno un prezzo di
riserva più alto del prezzo di concorrenza perfetta e qual è il surplus di quei venditori che
hanno un prezzo di riserva più alto del prezzo di concorrenza perfetta? Saranno questi i
soggetti che prenderanno parte allo scambio? E’ giusto? (L’ultima è una domanda difficile
poiché la risposta dipende da ciò che intendiamo per giusto.)
1. Pensate che dovremmo essere interessati al numero di scambi che avvengono sul mercato.

39
Capitolo 3: Beni Discreti: Prezzi di Riserva,Domanda, Offerta e
Surplus.

3.1: Introduzione
I beni considerati in questo capitolo sono beni discreti – beni che possono essere scambiati solo in
unità intere. Nel precedente capitolo abbiamo definito i prezzi di riserva, ora ci occupiamo di come
si determinano. I risultati ottenuti finora vengono estesi al caso in cui ciascun individuo possa
comprare o vendere non solo una, ma anche più unità del bene. Inoltre, assumiamo che ciascun
individuo decida di partecipare allo scambio come venditore o compratore in base al valore
assunto dal prezzo di scambio. Le condizioni alle quali l’individuo si comporta da venditore o
compratore vengono illustrate. Infine, le proprietà grafiche del surplus (il surplus del compratore è
pari all’area compresa tra il prezzo effettivamente pagato e la curva di domanda; il surplus del
venditore è pari all’area compresa tra il prezzo effettivamente ricevuto e la curva di offerta),
vengono dimostrate formalmente. Come risulterà chiaro più avanti nella trattazione, le proprietà
del surplus rivestono una particolare importanza pratica nel caso in cui si voglia condurre una
stima empirica delle curve di domanda e di offerta o valutare gli effetti distributivi di particolari
misure di politica economica.

3.2: La Situazione Iniziale


Il nostro obiettivo è la determinazione dell’offerta e della domanda individuale per un bene discreto
utilizzando un’analisi di tipo grafico. La quantità del bene viene sempre misurata sull’asse delle
ascisse, mentre sull’asse delle ordinate misuriamo l’ammontare di moneta che l’individuo può
spendere nel consumo di altri beni (la moneta è misurata in “euro”).

Assumiamo che l’individuo abbia una dotazione iniziale composta da una certa quantità del bene
(non si esclude che la dotazione iniziale del bene sia zero) e un certo ammontare di moneta (che in
generale può essere nullo). Il punto X indicato nella figura 3.1, indica una dotazione iniziale di 3
unità del bene e 30 euro.

Partendo dalla situazione indicata dal punto X, l’agente può scambiare il bene sul mercato e variare
la composizione della propria dotazione iniziale. In questo modo vengono raggiunti altri punti nel
diagramma ovvero, altre dotazioni. La convenienza a spostarsi su dotazioni alternative dipende dal
modo in cui l’individuo ordina tali dotazioni in termini di preferenze. Il diagramma della figura 3.1
può essere diviso in quattro quadranti, tutti con origine in corrispondenza della dotazione iniziale X.
Assumendo che dotazioni con quantità maggiori di bene e/o moneta siano preferite a dotazioni
formate da quantità minori di entrambi, tutti i punti compresi nel quadrante di nord-est saranno
preferiti al punto X. Tutti i punti del quadrante di nord-est, infatti, indicano dotazioni con quantità
maggiori di X almeno per una delle variabili misurate sui due assi. Viceversa, X è preferito ad
40
ognuno dei punti del quadrante di sud-ovest. Questi ultimi, infatti, rappresentano dotazioni con
quantità inferiori di moneta e/o del bene di quelle relative a X.

Le dotazioni comprese nei quadranti di nord-ovest e sud-est non sono confrontabili con X, a meno
di disporre di informazioni aggiuntive. Rispetto ad X, infatti, i punti del quadrante di nord-ovest,
offrono una maggiore disponibilità di moneta ed una minore quantità di bene, mentre quelle del
quadrante di sud-est sono caratterizzate da più unità del bene e meno disponibilità di moneta.
Pertanto, le informazioni visualizzate dal grafico 3.1 non sono sufficienti a stabilire se le dotazioni
che si trovano nei quadranti di nord-ovest e sud-est siano preferiti ad X. Abbiamo bisogno di
informazioni aggiuntive sulle preferenze individuali.

3.3 Il Concetto di Indifferenza


Introduciamo un’informazione supplementare sulle preferenze dell’individuo: egli è disposto a
pagare al massimo 5 euro per una unità aggiuntiva del bene – è questo il prezzo di riserva
individuale per una unità addizionale del bene. La dotazione iniziale (3, 30) è indicata con il punto
X nella figura 3.2. Partendo da X, l’individuo può decidere di acquistare una unità aggiuntiva del
bene al prezzo di 5 euro e spostarsi nel punto (4, 25). In questo modo l’individuo incrementa il
consumo del bene di una unità in cambio di una riduzione di 5 unità della propria disponibilità di
moneta. Dato che 5 euro è il prezzo di riserva dell’individuo, si può concludere che questi è
indifferente tra le due dotazioni (3,30) e (4, 25), indicate nel diagramma rispettivamente con X e 4.

Il concetto di indifferenza è fondamentale in microeconomia ed è importante averne chiaro il


significato. Dire che l’individuo è indifferente tra le due dotazioni X e 4, equivale ad affermare che
per l’individuo non esiste differenza alcuna tra collocarsi nel punto X (possedere 3 unità del bene e
30 euro) o nel punto 4 (possedere 4 unità del bene e 25 euro). Pertanto, se una forza esterna
decidesse al suo posto di consumare una delle due dotazioni, la soddisfazione dell’individuo
resterebbe invariata. Un’implicazione ulteriore del concetto di indifferenza è che l’individuo si
collocherebbe su una dotazione preferita a 4 - per esempio, la dotazione (4,26) – se avesse la
possibilità di farlo. Viceversa, se gli fosse offerto di scegliere tra dotazione X e la dotazione (4,24)
l’individuo sceglierebbe di posizionarsi in X.

Avere assunto un prezzo di riserva di 5 euro per una unità aggiuntiva del bene, equivale a dire che
questo è il prezzo massimo che l’individuo è disposto a pagare per avere 4 unità del bene anziché 3.
Naturalmente, il valore specifico assunto dal prezzo di riserva dipende in maniera cruciale dalle
preferenze dell’individuo e, in particolare, dalla misura in cui egli è disposto a scambiare moneta
per il bene.

Ammettiamo che il valore del prezzo di riserva decresca al crescere di unità aggiuntive che vengono
acquistate: l’individuo desidera pagare al massimo 3 euro per la seconda unità aggiuntiva e al
41
massimo 2 euro per la terza. I prezzi di riserva dell’individuo per la seconda e la terza unità
aggiuntiva del bene sono pari rispettivamente a 3 e 2 euro. Sulla base di queste informazioni e
ragionando come in precedenza, si può concludere che l’individuo è indifferente tra le dotazioni
(3,30), (4,25), (5,22) e (6,20).

Le informazioni utilizzate finora riguardano i prezzi di riserva individuali. Assumiamo ora di


possedere informazioni relative ai termini relativi di scambio tra bene e denaro. Partendo dalla
dotazione iniziale X, supponiamo che l’individuo sia disposto a vendere 1 delle 3 unità del bene da
lui possedute in cambio di almeno 10 euro. Questo è il valore del prezzo di riserva dell’individuo in
qualità di venditore potenziale del bene: 1 unità del bene viene scambiata con una quantità di
moneta almeno pari a 10 euro. In base al ragionamento precedente, ciò equivale ad affermare che
l’individuo è indifferente tra le dotazioni (3,30) e (2,40). Se il prezzo minimo al quale l’individuo è
disposto a vendere la seconda unità di bene è 30 euro, egli è indifferente tra le dotazioni (3,30),
(2,40) e (1,70).

Diamo ora una veste grafica alle nostre argomentazioni:

L’individuo è indifferente tra la dotazione iniziale X e le dotazioni indicate con 1,2,4,5 e 6. Unendo
tutti i punti di indifferenza, otteniamo una “curva di indifferenza”: l’individuo è indifferente tra tutte
le dotazioni che si trovano lungo tale curva16.

Inoltre, da quanto detto in precedenza, risulta che tutte le dotazioni appartenenti all’area al di sopra
della curva di indifferenza sono preferite a quelle che giacciono al di sotto della curva stessa.

16
Ricordiamo comunque che il caso considerato è quello di un bene discreto. I punti compresi tra le dotazioni 1, 2, X, 4,
5 e 6 non sono raggiungibili. Solo le combinazioni di bene e moneta rappresentate nei punti 1, 2, X, 4, 5 e 6 sono
consumabili.

42
3.4: I prezzi di Riserva
Le curve di indifferenza riflettono le informazioni sui prezzi di riserva. Data la dotazione iniziale
(3,30), l’individuo prende parte allo scambio come compratore del bene se il prezzo è
sufficientemente basso. In particolare, i prezzi di riserva individuali in qualità di compratore
potenziale sono 5, 3 e 2 euro rispettivamente per la prima, la seconda e la terza unità aggiuntiva del
bene. Viceversa, in corrispondenza di prezzi sufficientemente alti, l’individuo desidera vendere il
bene. I prezzi di riserva dell’individuo come venditore potenziale sono rispettivamente 10 e 30 euro
per la prima e la seconda unità del bene.

Il valore dei prezzi di riserva dell’individuo è strettamente dipendente dalla dotazione iniziale di
bene e moneta. Infatti, un’agente che detenesse inizialmente 4 anziché 3 unità del bene,
prenderebbe in considerazione i seguenti prezzi di riserva: come compratore, 3 e 2 euro per la prima
e la seconda unità di bene e, come venditore potenziale del bene, 5, 10 e 30 euro per la prima, la
seconda e la terza unità del bene.

3.5: Le curve di indifferenza


L’analisi condotta nei paragrafi precedenti partendo dal punto (3,30) può essere ripetuta per
qualsiasi altra possibile dotazione iniziale, e quindi, è possibile disegnare una curva di indifferenza
passante per uno qualsiasi dei punti del diagramma. La forma di tali curve dipende dalla struttura
delle preferenze individuali. In ogni caso, le curve di indifferenza hanno inclinazione negativa,
avendo assunto che l’individuo desidera detenere quantità crescenti sia di bene che di moneta. Al
fine di derivare tutte le altre curve di indifferenza a partire da quella ottenuta nel paragrafo 3.3,
introduciamo la seguente ipotesi:

I prezzi di riserva dipendono dalle unità di bene possedute dall’individuo ma non dalla quantità di
moneta di cui è dotato.

Per comprendere le implicazioni di questa assunzione, consideriamo la dotazione iniziale (3,40). La


nuova dotazione iniziale è caratterizzata dalla stessa quantità di bene e da una quantità aggiuntiva di
10 euro rispetto a (3,30). Mantenendo i prezzi di riserva ai livelli precedenti, deriviamo la curva di
indifferenza passante per (3,40):

Come è possibile notare dalla figura, lo spostamento dal punto X al punto 4 implica rinunciare a 5
euro in cambio di 1 unità aggiuntiva di bene, esattamente come in precedenza. Le curve di
indifferenza rappresentate nelle figure 3.4 e 3.5, dunque, riflettono gli stessi prezzi di riserva. Ma in
cosa differiscono le due curve? La curva di indifferenza passante per la dotazione iniziale (3,40) è
parallela a quella passante per (3,30) in direzione verticale: la distanza verticale tra le due curve è
sempre pari a 10 euro.

43
Se l’assunzione di indipendenza dei valori dei prezzi di riserva dalla disponibilità di moneta è valida
qualsiasi sia la dotazione iniziale, possiamo disegnare le curve di indifferenza passanti per i punti
(3,30), (3,40), (3,50), (3,60), (3,70), (3,80):

Ciascuna delle curve di indifferenza è distante in direzione verticale da quella immediatamente più
alta di una quantità costante. Inoltre, tutte le curve di indifferenza sono parallele tra di loro. Le
conclusioni che è possibile trarre a questo punto della nostra analisi sono almeno due: (1) il livello
di soddisfazione individuale è tanto maggiore quanto più alta è la curva di indifferenza sulla quale si
posiziona l’individuo; (2) l’innalzamento di benessere associato ad uno spostamento da una curva di
indifferenza ad un’altra più alta (più lontana dall’origine degli assi) è misurato dalla distanza
verticale che divide le due curve. Ad esempio, il miglioramento in termini di benessere che
l’individuo otterrebbe spostandosi dalla più bassa alla più alta delle curve di indifferenza
rappresentate nella figura 3.9, è pari a 50 euro17.

3.6: La curva di domanda


Occupiamoci ora della derivazione della curva di domanda di un individuo che abbia le preferenze e
i valori dei prezzi di riserva introdotti ai paragrafi precedenti. Ricordiamo che i prezzi di riserva
dell’individuo (come compratore) sono 5, 3 e 2 euro rispettivamente per la prima, la seconda e la
terza unità addizionali di bene. Ne segue che la curva di domanda del bene è una funzione a gradini
con un salto in corrispondenza dei valori di prezzo di 5, 3 e 2 euro. Tale curva di domanda del bene
è rappresentata nel diagramma in figura 3.10, dove la quantità domandata è misurata sull’asse delle
ascisse e il prezzo del bene su quello delle ordinate.

17
Per comprendere questa conclusione è sufficiente considerare la dotazione (3,80) sulla più alta delle curve di
indifferenza disegnate in figura e la dotazione (3,30) che invece giace sulla più bassa delle curve di indifferenza.
Chiediamoci: “Di quanto migliora il benessere dell’individuo passando da una situazione nella quale possiede 3 unità di
bene e 30 euro a un’altra nella quale è dotato di 3 unità del bene e di 80 euro?”. La risposta è 50 euro.

44
In corrispondenza di prezzi maggiori di 5 euro non viene domandata nessuna quantità del bene. Per
ogni livello di prezzo compreso tra 5 e 3 euro (i valori dei prezzi di riserva per la prima e la seconda
quantità aggiuntiva del bene) la domanda è pari a 1. Per dei valori di prezzo compresi tra 3 e 2 euro
(i valori dei prezzi di riserva per la seconda e la terza quantità aggiuntiva del bene) la domanda è
pari a 2. Per ogni prezzo minore di 2 euro (il valore del prezzo di riserva per la terza quantità
aggiuntiva del bene) vengono domandate 3 unità del bene18. Pertanto, la curva di domanda è una
funzione a gradini con un salto per ogni valore assunto dal prezzo di riserva.

Consideriamo ora alcuni specifici esempi per calcolare i guadagni derivanti dallo scambio e
verificare se la definizione del surplus come area compresa tra il prezzo effettivamente pagato e la
curva di domanda è valida anche in questo contesto.

Il problema di scelta individuale, se comprare o vendere il bene, è influenzato dal livello di prezzo
del bene. Iniziamo con il considerare un prezzo unitario di 4 euro.

La situazione di partenza è descritta dalla dotazione iniziale (3,30). Domandiamoci quali siano le
opportunità di scambio rese possibili da un prezzo unitario di 4 euro. L’individuo può decidere di
acquistare una unità aggiuntiva del bene pagando 4 euro, il che implica spostarsi al nuovo punto
(4,26). Se desidera incrementare di 2 unità la propria dotazione del bene (in cambio di 8 euro), si
sposta da (3,30) a (5,22). Un’altra possibilità è che l’individuo desideri 3 unità aggiuntive di bene
(per le quali deve dare in cambio 12 euro), nel qual caso si sposta nel punto (6,18), e così via per
quantità aggiuntive crescenti del bene. Viceversa, è possibile che l’agente desideri vendere una
certa quantità del bene. Ad esempio, decidendo di vendere 1 o 2 unità del bene si sposta dalla
dotazione iniziale (3,30) alle dotazioni (2,34) e (1,38) rispettivamente. Lo stesso ragionamento si
applica per la cessione di quantità crescenti del bene. Di conseguenza, l’esistenza di un prezzo
unitario di 4 euro offre all’individuo la possibilità di scegliere le dotazioni (0,42), (1,38), (2,34),
(4,26), (5,22) e (6,18) o di non spostarsi affatto dalla dotazione iniziale (3,30). Unendo i punti che
rappresentano tutte le possibili dotazioni raggiungibili otteniamo la linea retta rappresentata in
figura.

L’inclinazione della retta che unisce le dotazioni (0,42), (1,38), (2,34), (4,26), (5,22), (6,18) e (3,30)
è uguale a (meno) il livello di prezzo di scambio (-4): per ogni incremento unitario del consumo del
bene, la quantità di moneta detenuta decresce di un ammontare esattamente pari al prezzo unitario;
analogamente, per ogni unità del bene ceduta la disponibilità di moneta aumenta del prezzo unitario.
La retta così determinata e rappresentata in figura, viene definita vincolo di bilancio e illustra le
possibilità di scambio dell’individuo in corrispondenza di un prezzo unitario pari a 4 euro.

18
L’eventualità che l’individuo voglia acquistare quantità aggiuntive del bene superiori a 3 è esclusa per ipotesi.

45
Il vincolo di bilancio mostra quali siano le possibili scelte a disposizione dell’individuo. Per
verificare quale è la scelta per la quale l’individuo opta effettivamente, bisogna analizzare il vincolo
di bilancio congiuntamente alla mappa delle curve di indifferenza. La dotazione ottimale per
l’individuo è quella definita dal punto lungo il vincolo di bilancio che gli permette di collocarsi
sulla più alta delle curve di indifferenza. Dal grafico 3.11, è facile verificare che tutti i punti alla
sinistra della dotazione iniziale X si trovano al di sotto della curva di indifferenza passante per X.
Pertanto, se partendo da X l’individuo decide di vendere il bene (si sposta in una dotazione a
sinistra di X), subisce una perdita in termini di benessere. Il prezzo di scambio, infatti, è troppo
basso e dalla vendita del bene risulta una diminuzione del livello di soddisfazione individuale. Una
volta escluse le dotazioni a sinistra di X, notiamo che il punto (5,22) si trova sulla curva di
indifferenza passante per X e che (6,18) si trova al di sotto di quest’ultima. Dunque, solo il punto
(4,26) si trova su una curva di indifferenza più alta di quella iniziale: spostandosi in questo punto,
l’individuo “sta meglio” che nella situazione iniziale. Di fatti, la dotazione (4,26) si trova lungo la
curva di indifferenza la cui distanza verticale dalla curva di indifferenza passante per X è 1 euro - è
questa la distanza verticale tra i due punti (5,26) e (4,26).

Possiamo concludere che tra tutti i punti raggiungibili attraverso lo scambio (per valori interi della
quantità del bene), per un prezzo unitario di 4, quello che assicura all’individuo il più elevato livello
di soddisfazione è (4,26). Di conseguenza, per l’individuo è ottimale decidere di acquistare 1 unità
aggiuntiva del bene al prezzo di 4 euro e spostarsi dalla dotazione iniziale (3,30) al punto (4,26). In
corrispondenza della nuova dotazione l’individuo “sta meglio” nella misura di 1 euro19 (il valore del
surplus che ottiene dallo scambio se il prezzo è 4 euro).

Riportando l’attenzione sulla curva di domanda è possibile verificare la validità delle proprietà del
surplus.

Dalla curva di domanda rappresentata nella figura 3.12 risulta che ad un prezzo unitario di 4 euro,
viene domandata 1 unità del bene e che l’area compresa tra il prezzo effettivamente pagato e la
curva di domanda è esattamente pari ad 1 euro (il surplus del compratore per un prezzo unitario di 4
euro).

Questo risultato può essere giudicato banale da chi abbia una minima conoscenza della matematica,
ma è importante sottolinearne la rilevanza e considerare altri esempi per facilitarne la
comprensione. Il lettore può pensare autonomamente ad altri esempi numerici per una verifica del
proprio livello di apprendimento.
19
Alternativamente, il guadagno che l’individuo ottiene dallo scambio può essere interpretato come segue. Quando il
prezzo unitario è di 4 euro, 1 unità del bene viene domandata e il prezzo di riserva dell’individuo per 1 unità aggiuntiva
del bene è 5 euro. Di conseguenza, anche se l’individuo sarebbe disposto a pagare fino a 5 euro per l’unità di bene che
acquista, egli spende solo 4 euro, ottenendo un surplus di 1 euro (pari alla differenza tra il proprio prezzo di riserva e il
prezzo effettivamente pagato).

46
Assumiamo che il prezzo di scambio sia 2.5 euro. La figura 3.13 mostra il vincolo di bilancio
corrispondente a tale livello di prezzo. I punti che troviamo lungo il vincolo di bilancio sono:
(0,37.5) (l’individuo vende 3 unità del bene), (1,35) (l’individuo vende 2 unità), (2,32.5)
(l’individuo vende 1 unità), (3,30) (l’individuo non partecipa allo scambio), (4,27.5) (l’individuo
compra 1 unità), (5,25) (l’individuo compra 2 unità) e (6,22.5) (l’individuo compra 3 unità).

Risulta evidente che il benessere dell’individuo peggiora quando decide di partecipare al mercato da
venditore. In corrispondenza della dotazione (4, 27.5), guadagna 2.5 euro rispetto alla situazione
iniziale. La curva di indifferenza relativa alla dotazione di partenza, infatti, passa per il punto (4,
25). Spostarsi nel punto (3, 25) implica un guadagno di 3 euro, dato che la curva di indifferenza
relativa alla dotazione di partenza passa per il punto (3, 22). In seguito ad uno spostamento nel
punto (6, 22.5), l’individuo ottiene un guadagno di 2.5 euro: la curva di indifferenza relativa alla
dotazione di partenza, infatti, passa per il punto (6, 20). La scelta che ha per risultato la
massimizzazione della soddisfazione dell’individuo è acquistare 2 unità aggiuntive del bene e
conseguentemente spostarsi nel punto (5,25), per un guadagno di 3 euro (il massimo surplus
ottenibile dallo scambio per un prezzo unitario di 2.5 euro).

Ritorniamo alla rappresentazione grafica della curva di domanda (figura 3.14) e osserviamo che per
un prezzo unitario di 2.5 euro vengono domandate 2 unità del bene. Il surplus è dato dall’area tra il
prezzo effettivamente pagato e la curva di domanda (l’area ombreggiata in figura), pari alla somma
di 2.5 e 0.5 euro; lo stesso risultato ottenuto dall’analisi grafica del vincolo di bilancio e delle curve
di indifferenza.

Infine, consideriamo il caso di un prezzo unitario di 1.8 euro. L’inclinazione del vincolo di bilancio
disegnato nella figura 3.15, diventa –1.8 euro.

47
Seguendo un ragionamento simile a quello degli esempi precedenti, il lettore dovrebbe essere in
grado di verificare che la scelta ottima per l’individuo consiste nello spostarsi nel punto (6,24.6).
Per un prezzo unitario di 1.8 euro, è ottimale acquistare 3 unità del bene, per un costo complessivo
di 5.4 euro. Questa scelta comporta un guadagno di 4.6 euro rispetto alla situazione iniziale. Il
surplus ottenuto dallo scambio è di conseguenza 4.6 euro che, in termini di analisi grafica della
curva della domanda, viene determinato come illustrato nella figura 3.16.

Per un prezzo unitario 1.8 euro, l’individuo domanda 3 unità del bene e il surplus è misurato ancora
una volta dall’area ombreggiata compresa tra il prezzo effettivamente pagato e la curva di domanda,
pari alla somma di 3.2 più 1.2 più 0.2 euro.

La conclusione di maggior rilievo dell’analisi fin qui svolta consiste nella conferma del risultato in
base al quale:

Il surplus del compratore è pari all’area compresa tra il prezzo effettivamente pagato e la curva di
domanda.

E’ bene ricordare che questa proposizione dipende in maniera cruciale dall’assunzione in base alla
quale le curve di indifferenza sono parallele in direzione verticale, ovvero, che i prezzi di riserva
non dipendono dalla dotazione iniziale di moneta. Il paragrafo 3.8 contiene alcune considerazioni
aggiuntive a tale proposito.

3.7: La curva di offerta


Gli esempi numerici del paragrafo precedente assumono valori del prezzo di scambio
sufficientemente bassi da indurre l’individuo a partecipare al mercato come compratore del bene.
Tuttavia, potrebbe verificarsi il caso in cui i prezzi siano così alti da rendere conveniente per
l’individuo vendere una certa quantità del bene. Come sappiamo, i prezzi di riserva (del venditore)

48
sono 10 e 30 euro rispettivamente per 1 e 2 unità del bene. Nel grafico 3.17 rappresentiamo la curva
di offerta.

Se il prezzo è inferiore a 10 euro, l’offerta è zero. Per ogni livello di prezzo compreso tra 10 e 30
euro (i valori del prezzo di riserva per la prima e la seconda unità del bene), il venditore offre 1
unità del bene. Per prezzi maggiori di 30 euro (il valore del prezzo di riserva per la seconda unità
venduta del bene), il venditore offre 2 unità20. Ne risulta una funzione di offerta a gradini con un
salto per ogni valore assunto dai prezzi di riserva.

Analogamente all’analisi svolta per la curva di domanda, consideriamo alcuni esempi numerici.
Iniziamo con un prezzo unitario di 20 euro. La figura 3.18 mostra la corrispondente retta di
bilancio, ovvero, la linea retta passante per la dotazione iniziale X con inclinazione pari a -20 euro.

Contrariamente a quanto avveniva in corrispondenza dei livelli di prezzo degli esempi numerici del
paragrafo precedente, l’individuo non trova conveniente comportarsi come compratore. Ciò, infatti,
implicherebbe collocarsi su punti alla destra di X, e quindi spostarsi su una curva di indifferenza più
bassa di quella iniziale. Non risulta conveniente nemmeno vendere 2 o più unità del bene. Pertanto,
la scelta che permette all’individuo di ottenere il massimo guadagno dallo scambio consiste nello
spostarsi nel punto (2,50). Per un prezzo unitario di 20 euro, la scelta ottimale consiste nel vendere
1 unità del bene. In corrispondenza della dotazione (2,50), l’individuo innalza il proprio livello di
benessere nella misura di 10 euro rispetto alla situazione di partenza. Il punto (2,50), infatti, è su
una curva di indifferenza ad una distanza verticale di 10 euro dalla curva di indifferenza passante
per la dotazione iniziale21.

20
L’eventualità che l’individuo desideri vendere unità maggiori di 2 è esclusa a priori.
21
Notiamo che la dotazione (2,40) si trova sulla curva di indifferenza passante per la dotazione iniziale.

49
Analizziamo ora il massimo guadagno ottenibile dallo scambio utilizzando l’analisi grafica, figura
3.19, della curva di offerta.

Se il prezzo è uguale a 20 euro, l’offerta è 1 e il surplus è dato dall’area (ombreggiata) compresa tra
il prezzo effettivamente ricevuto e la curva di offerta. Tale area misura 10 euro, esattamente pari al
surplus che si ottiene dallo scambio quando il prezzo unitario è 20 euro22.

Consideriamo infine un prezzo unitario di 32 euro, figura 3.20. Il vincolo di bilancio corrispondente
a questo livello di prezzo ha inclinazione pari a –32 euro.

In base al vincolo di bilancio (e limitando l’analisi a valori discreti) le combinazioni bene-moneta


raggiungibili da parte dell’individuo sono: (0,126), (1,94), (2,62) e (3,30). Notiamo, inoltre, che la
dotazione di moneta dell’individuo non è sufficiente ad acquistare neanche una singola unità del
bene. Il punto (0,126) si trova su una curva di indifferenza più bassa di quella relativa alla
situazione iniziale. Viceversa, (1,94) si colloca su una curva di indifferenza ad una distanza
verticale dalla curva di indifferenza iniziale pari a 24 euro23. Anche il punto (2,62) si trova su una
curva di indifferenza più alta, ma ad una distanza verticale leggermente inferiore (22 euro)24. Di
conseguenza, la scelta ottima è spostarsi da (3,30) a (1,94), vendendo 2 unità del bene e ottenendo
un guadagno pari a 24 euro.

Volendo misurare il surplus derivante dallo scambio utilizzando l’analisi grafica dell’offerta,
consideriamo la figura 3.21.

22
Un modo alternativo per misurare il surplus è notare che quando il prezzo unitario del bene è 20 euro, il prezzo di
riserva per la prima unità venduta è 10 euro. Il corrispondente valore del surplus è dunque 10 euro (= la differenza tra il
prezzo effettivamente ricevuto e il prezzo di riserva).
23
La dotazione (1,70) si trova sulla curva di indifferenza iniziale.
24
La dotazione (2,40) si trova sulla curva di indifferenza iniziale.

50
Se il prezzo di scambio è fissato a 32 euro, la quantità del bene offerta dall’individuo è 2 unità e il
surplus prodotto dallo scambio è misurato dall’area ombreggiata (24 euro = 22 euro + 2 euro), lo
stesso valore ottenuto dall’analisi grafica del vincolo di bilancio e delle curve di indifferenza.

Come già fatto a conclusione del paragrafo 3.6, mettiamo in evidenza l’importante risultato ottenuto
nella nostra analisi:

Il surplus del venditore è pari all’area compresa tra il prezzo effettivamente ricevuto e la curva di
offerta.

Anche in questo caso, è bene ricordare che questa conclusione dipende dall’assunzione in base alla
quale le curve di indifferenza sono parallele in direzione verticale, ovvero, che i prezzi di riserva
non dipendono dalla dotazione iniziale di moneta.

3.8: Considerazioni conclusive


In questo capitolo abbiamo fatto ampio ricorso ad esempi numerici. Questa scelta è stata dettata
dalla volontà di mettere a disposizione del lettore uno strumento agevole per verificare la veridicità
delle nostre conclusioni. Si è deciso di ricorrere all’espediente dell’esempio numerico, auspicando
che il lettore potesse far propri i concetti esposti senza dover necessariamente ricorrere a calcoli
matematici particolarmente complessi. La dimostrazione formale di molti dei nostri risultati, infatti,
non può essere conseguita se non usando matematica di una certa complessità.
Naturalmente, non è richiesto che il lettore memorizzi pedissequamente ciascuno degli esempi
utilizzati. E’ auspicabile, viceversa, che si soffermi sui principi generali e sulle metodologie
applicate. I concetti chiave esposti nel capitolo sono così riassumibili:

1) L’ipotesi di preferenze quasi lineari (rappresentate graficamente da curve di indifferenza


parallele in direzione verticale) permette di misurare in maniera non ambigua di quanto gli
individui siano capaci di innalzare il proprio livello di soddisfazione partecipando allo
scambio. E’ possibile, in altri termini, misurare esattamente il surplus derivante dalle attività
di scambio di compratori e venditori del bene.
2) Il valore dell’inclinazione del vincolo di bilancio nello spazio (q,m) è sempre pari a (meno)
il valore del prezzo di scambio.
3) Dato il vincolo di bilancio e considerando solo quantità discrete del bene, il punto nello
spazio (q,m) in corrispondenza del quale l’individuo desidera collocarsi in seguito allo
scambio deve trovarsi alla maggiore distanza verticale possibile dalla curva di indifferenza
passante per la curva di indifferenza iniziale.
4) Se la proprietà esposta al punto 3) è soddisfatta, diventa possibile individuare la scelta
ottima per ogni possibile livello di prezzo e calcolare la domanda lorda del bene per ogni
prezzo.

51
5) Se la domanda lorda è maggiore della dotazione iniziale, l’individuo desidera incrementare
la propria disponibilità iniziale del bene e la domanda netta è positiva. La curva di domanda
si ottiene rappresentando graficamente i livelli di domanda netta per ogni possibile livello di
prezzo. L’area compresa tra il prezzo pagato e la curva di domanda misura il surplus
ottenuto dall’individuo in seguito all’acquisto del bene sul mercato.
6) Se la domanda lorda è inferiore alla dotazione iniziale, l’individuo desidera vendere parte
del bene, il che implica un’offerta netta positiva. Rappresentando graficamente le offerte
nette corrispondenti ad ogni possibile livello di prezzo, si ottiene la curva di offerta. L’area
compresa tra il prezzo ricevuto e la curva di offerta misura il surplus ottenuto dall’individuo
vendendo il bene sul mercato.

L’analisi svolta in questo capitolo è limitata da due assunzioni di base: il bene oggetto di scambio è
discreto e le preferenze individuali sono quasi lineari (il che si traduce in curve di indifferenza
parallele in direzione verticale). I due risultati chiave ottenuti riguardano la conferma delle proprietà
grafiche del surplus del venditore e del compratore in un nuovo contesto. Entrambe le conclusioni
sono valide anche nel caso di un bene perfettamente divisibile, ma dipendono in maniera cruciale
dall’ipotesi di preferenze quasi lineari25. Se le preferenze sono quasi lineari, infatti, i prezzi di
riserva non dipendono dalla disponibilità di moneta dell’individuo. Il motivo per cui l’assunzione di
preferenze quasi lineari è importante è che le curve di indifferenza che le descrivono graficamente
sono parallele in direzione verticale, per cui la distanza verticale tra due curve di indifferenza non
varia al variare del consumo del bene. Ciò permette di misurare in maniera non ambigua
l’innalzamento del benessere che l’individuo consegue quando si sposta da una curva di
indifferenza più bassa ad una più alta. Se ad esempio, la distanza verticale tra due curve di
indifferenza è pari a 10 euro, l’individuo ottiene un guadagno di 10 euro spostandosi da un qualsiasi
punto sulla prima ad uno qualsiasi appartenente alla seconda. Viceversa, nel caso in cui le curve di
indifferenza non siano parallele in direzione verticale, la misurazione di tale beneficio risulta
ambigua come sarà chiaro più avanti nella trattazione.

Particolare attenzione è stata rivolta alla misurazione del surplus. Uno dei motivi alla base di questa
scelta è l’importanza che questo argomento riveste nella valutazione dell’impatto di alcune misure
di politica economica. Dall’applicazione di particolari misure di politica economica, infatti, può
risultare una variazione nel livello dei prezzi di determinati beni, con evidenti conseguenze sul
benessere degli agenti economici. Se ad esempio, si verifica un aumento del prezzo di un bene, i
compratori subiscono una perdita compensata dall’incremento del benessere dei venditori dello
stesso bene. In altri termini, i primi vedono ridurre il surplus ottenibile dallo scambio, i secondi
vengono messi nella condizione di ottenere un surplus più elevato. La perdita di surplus sofferta dai
compratori è misurata dall’area compresa tra curva di domanda, il prezzo vigente prima della
misura di politica economica e il nuovo prezzo. L’incremento di surplus dei venditori è misurato
dall’area compresa tra la curva di offerta, il prezzo iniziale e il prezzo vigente dopo la misura di
politica economica. Naturalmente, prima di procedere alla misurazione delle variazioni intervenute
nei surplus, è necessario avere a disposizione una stima delle curve di domanda e offerta (vedi
capitolo 16). L’analisi delle perdite sofferte e dei guadagni conseguiti per effetto di particolari
riforme risulta utile a valutare l’opportunità economica di attuare la riforma stessa.

3.9: Riassunto

25
Questo tipo di preferenze si definisce quasi lineare per la forma algebrica delle curve di indifferenza che le
rappresentano graficamente nello spazio (q,m), dove q indica le quantità di bene e m l’ammontare di moneta
disponibile. L’equazione che definisce le curve di indifferenza in presenza di preferenze quasi lineari, infatti, è della
forma m + f(q) = costante, dove f(.) indica una generica funzione decrescente. Tale equazione è lineare in m, ma non in
f(.).

52
Nell’ambito di questo capitolo ci siamo concentrati sul caso di un bene discreto e abbiamo
ipotizzato che le preferenze individuali fossero quasi lineari. Indipendentemente da queste due
limitazioni dell’analisi, una curva di indifferenza è stata definita come:

Una curva di indifferenza è il luogo delle combinazioni (q,m) rispetto alle quali l’individuo si
ritiene indifferente.

È stato definito Il vincolo di bilancio ed una sua importante proprietà è:

L’inclinazione del vincolo di bilancio nello spazio (q,m) è pari a (meno) il prezzo del bene.

Le curve di domanda e di offerta sono state derivate a partire dalle curve di indifferenza. E’ stato
dimostrato che:

La curva di domanda è una funzione a gradini con un salto per ogni valore assunto dal prezzo di
riserva.
La curva di offerta è una funzione a gradini con un salto per ogni valore assunto dal prezzo di
riserva.
L’individuo si comporta da compratore del bene se i prezzi sono sufficientemente bassi e da
venditore se i prezzi sono sufficientemente alti.

La validità dei due concetti chiave ottenuti al capitolo 2 è stata confermata in un nuovo contesto:

Il surplus del compratore è pari all’area compresa tra il prezzo effettivamente pagato e la curva di
domanda.
Il surplus del venditore è pari all’area compresa tra il prezzo effettivamente ricevuto e la curva di
offerta.

Infine, abbiamo definito le preferenze quasi lineari:

Se le preferenze sono quasi lineari, le curve di indifferenza sono parallele in direzione verticale e i
prezzi di riserva sono indipendenti dalla quantità di moneta detenuta dall’individuo.

3.10: Domande di verifica


1. Quali sono le implicazioni per le curve di indifferenza di un individuo se ha preferenze
quasi-lineari?
2. Puoi trovare un bene per il quale le tue preferenze sono quasi-lineari -- cioè un bene per cui
il prezzo di riserva che saresti disposto a pagare per l’acquisto, o ad accettare per la
vendita, è indipendente dal tuo reddito monetario?
3. Se non sei in grado di indicare un tale bene credi che il tuo prezzo di riserva aumenti o
diminuisca all’aumentare del tuo reddito? E che implicazioni ha questo sulla forma delle
tue curve di indifferenza?
4. Se le curve di indifferenza non sono parallele, allora non esiste più un’unica misura di
quanto l’individuo stia meglio quando si sposta da un punto all’altro; sei in grado di
trovare alcune approssimazioni di questa misura? (Questa è una domanda difficile e
probabilmente non dovresti essere in grado di trovare una risposta prima di aver studiato il
capitolo 19.)

3.11:Appendice Matematica

53
Prima di iniziare questa appendice, lasciatami ripetere un avvertimento che ho dato nel testo: se
avete compreso appieno i risultati presentati nel testo e non siete amanti della matematica, allora
potete saltare questa appendice. Se, al contrario, il formalismo matematico non vi spaventa e per di
più volete una prova rigorosa dei risultati che abbiamo ottenuto graficamente, allora potreste trovare
questa appendice matematica interessante. Ad una prima occhiata può sembrare abbastanza
complicata, ma una volta che avete capito il senso di base allora diventa tutto molto più semplice.

Le prove alle proposizioni nel testo sono alquanto dirette. Si assuma che le preferenze siano quasi-
lineari e che l’individuo abbia come dotazione iniziale Q unità del bene e moneta pari a M. Qui
considereremo soltanto il caso in cui il prezzo è sufficientemente basso e quindi induce l'individuo a
comportarsi da compratore. Il caso opposto, quando il prezzo è sufficientemente alto da indurre
l’individuo a comportarsi da venditore, segue esattamente la stessa linea di discussione e per questo
è lasciato al lettore.

Supponiamo che l’individuo, come compratore, abbia i seguenti prezzi di riserva: r1, r2, … e così
via. Questo vuol dire che l'individuo sarebbe disposto a pagare al massimo r1 per l’acquisto della
prima unità aggiuntiva del bene, r2 per l’acquisto della seconda unità del bene e così via. Si indichi
con p il prezzo del bene. Si assuma, altresì, che p sia più piccolo di r1 questo ci assicura che
l’individuo acquisti almeno una unità del bene. Se p fosse più grande di r1 allora l'individuo non si
comporterebbe da compratore, infatti il prezzo sarebbe troppo alto per comprare anche una sola
unità del bene.

L'individuo comincia con una dotazione (Q,M) cioè Q unità del bene e M di moneta. Se compra una
unità del bene al prezzo p, allora la sua nuova dotazione sarà (Q+1,M-p) – quindi avrà una unità in
più del bene e una quantità di soldi pari a M-p (la quantità di moneta iniziale meno il prezzo che ha
pagato per acquistare una unità del bene); se decide di acquistare due unità del bene, allora la sua
nuova dotazione sarà (Q+2, M-2p); e così via. La prima colonna della tabella qui sotto riporta la
quantità del bene posseduta dall’individuo dopo ogni acquisto, possiamo anche costruire facilmente
la terza colonna in cui è indicata la quantità di moneta corrispondente alle diverse quantità
possedute del bene.

Tabella A3.1: La domanda ottima individuale


Quantità Quantità di moneta Quantità di Quanto migliora la Change in
del bene sulla curva di moneta dato il condizione dell’individuo? fourth
indifferenza iniziale prezzo p (valore dato dalla differenza column from
tra la 3° e la 2° colonna) row before
Q M M 0 -
Q+1 M – r1 M–p r1 – p r1 – p
Q+2 M – r1 – r2 M - 2p r1 + r2 - 2p r2 – p
.... ...
Q+i M - r1 – r2 -…- ri M – ip r1 + r2 +…+ ri – ip ri – p
Q+i+1 M – r1 – r2 -…- ri+1 M – (i+1)p r1 + r2 +…+ ri+1 – (i+1)p ri+1 – p

Q+n M - r1 – r2 -…- rn M – np r1 + r2 +…+ rn – np rn – p

La seconda colonna della tabella indica la quantità di moneta sulla curva di indifferenza iniziale per
le diverse quantità del bene. La prima riga indica la posizione iniziale e se l'individuo non si sposta
dalla posizione iniziale la sua condizione rimane invariata, questo lo rappresentiamo riportando zero
nella quarta colonna, quindi la quarta colonna non è altro che la differenza fra la terza e la seconda.

54
La seconda riga della tabella indica che cosa accade se l'individuo compra un'unità del bene ad un
prezzo p: egli avrà Q+1 unità del bene e M-p moneta. Quanto sta meglio l’individuo se acquista
un’unità del bene? Come abbiamo gia detto nel capitolo, se le preferenze sono quasi-lineari
possiamo dire che la variazione di benessere dell’individuo è pari alla distanza verticale tra due
curve di indifferenza. Possiamo calcolare esattamente questa distanza verticale poiché conosciamo
la curva di indifferenza iniziale e quindi conosciamo la quantità di moneta che l’individuo dovrebbe
avere se avesse una quantità del bene pari a Q+1 per posizionarsi esattamente sulla curva di
indifferenza iniziale: questa quantità di moneta è pari a M-r1; dove r1 è il prezzo di riserva
dell’individuo per l’acquisto della prima unità aggiuntiva del bene. Quindi r1 è il prezzo massimo
che l'individuo sarebbe disposto a pagare per possedere Q+1 unità del bene. Ne deriva che, con il
prezzo fissato a p, l’individuo potrebbe spostarsi nel punto (Q+1, M-p) che è più alto rispetto alla
curva di indifferenza iniziale esattamente di r1 – p. L’individuo acquistando una unità del bene al
prezzo p migliora la sua situazione di un ammontare monetario pari a r1 – p. Questa misura è
riportata nella quarta colonna della tabella. Questa è una rappresentazione più rigorosa di quella
mostrata graficamente nel capitolo. Si noti che abbiamo supposto p<r1 ciò comporta una variazione
di benessere positiva.

La terza riga della tabella indica che cosa accadrebbe se l’individuo comprasse 2 unità
supplementari del bene: possiederebbe Q+2 unità del bene e M-2p moneta. Quanto si trova più in
alto questo punto rispetto alle curva di indifferenza iniziale? Sappiamo che la curva di indifferenza
iniziale passa per il punto (Q+2, M-r1-r2) dove r1 e r2 sono i prezzi di riserva, rispettivamente, della
prima e della seconda unità del bene. L'individuo, di conseguenza, si trova su di una curva di
indifferenza che dista verticalmente da quella iniziale: (M-2p)–(M-r1-r2). Sulla nuova curva di
indifferenza l’aumento di benessere è pari a r1 + r2 - 2p.
Possiamo continuare seguendo questo ragionamento ed ottenere il caso generale, riportato
nell’ultima riga della tabella. L'individuo compra n unità del bene che producono un aumento di
benessere pare a r1 + r2 +…+ rn – np.

La domanda a cui dobbiamo rispondere adesso è: qual è la scelta migliore per l’individuo? Questo
dipende, ovviamente, dal prezzo del bene e dai prezzi di riserva dell'individuo. Sappiamo che in
generale i prezzi di riserva sono decrescenti, cioè l'individuo è disposto a pagare di più la prima
unità acquistata rispetto alla seconda, di più per la seconda che per la terza e così via. In generale,
quindi r1 > r2 > …> rn. Ne consegue che ri – p diminuisce fino a diventare negativo. Sia i un
numero tale che ri – p è positivo e che ri+1 – p è negativo (questo i dipende ovviamente da p.) Ora se
guardiamo la quarta colonna vediamo che, passando dalla prima alla seconda riga la differenza è
pari a r1 – p, passando dalla seconda alla terza riga la differenza è r2 – p; in generale possiamo dire
che passando dalla i-esima alla i+1-esima riga la differenza è ri+1 – p. Queste differenze sono
riportate nella quinta colonna della tabella. Se osserviamo gli elementi della quarta colonna notiamo
che il loro valore aumenta fino a che non arriviamo alla i-esima riga; da ciò ne deriva che l’azione
migliore che l’individuo può compiere è quella di acquistare i unità del bene. Quindi possiamo dire
che ad un prezzo p, tale che ri – p è positiva e ri+1 – p è negativa, la domanda ottimale di unità del
bene è i.
Questo ci dice semplicemente che il prezzo è tale che l'individuo è disposto a comprare fino ad i, (i
incluso), unità del bene, ma non è disposto a comprare l’unità supplementare i+1 perché il prezzo di
questa ultima unità è superiore al suo prezzo di riserva. Quindi possiamo riscrivere la condizione “ri
– p è positiva e ri+1 – p è negativa” come ri > p > ri+1; da ciò risulta che per ogni prezzo compreso
in questo intervallo la domanda ottima è i unità del bene. Inoltre si evince immediatamente dalla
tabella che il surplus dell'individuo ad un tal prezzo è r1 + r2 +…+ ri – ip.

Abbiamo dimostrato che per ogni prezzo p possiamo trovare un i che rappresenta la domanda
ottima del bene. Una conseguenza immediata è che la domanda sarà pari a 1 unità per r1 > p > r2, a

55
2 unità per r2 > p > r3, a 3 unità per r3 > p > r4, e in generale ad i unità per ri > p > ri+1. È evidente
che la funzione di domanda, così ottenuta, è una funzione a gradini, esattamente come la funzione
che abbiamo usato nel capitolo, con i gradini in corrispondenza dei prezzi di riserva. Inoltre il
surplus per un prezzo p, con ri > p > ri+1, come sostenuto nel capitolo, è pari r1 + r2 +…+ ri – ip.
Questa somma è precisamente uguale all’area compresa fra il prezzo p e la funzione di domanda a
gradini che abbiamo derivato, cioè la somma degli i rettangoli di area 1.

56
Capitolo 4: Beni Perfettamente Divisibili: Domanda, Offerta e
Surplus.

4.1: Introduzione
L’analisi contenuta in questo capitolo si discosta da quella condotta nel capitolo precedente per
l’assunzione che il bene oggetto di scambio possa essere comprato e venduto in quantità di
qualsiasi ammontare e non solo in quantità intere. Il bene considerato, dunque, è perfettamente
divisibile. Al fine di mettere in risalto le similarità esistenti tra questo e il capitolo precedente,
l’analisi utilizzerà lo stesso esempio numerico di partenza. Le preferenze individuali sono ancora
del tipo quasi lineari.

4.2: La Situazione iniziale


Seguendo lo stesso approccio del capitolo 2, per la determinazione delle curve di domanda e offerta
di un bene perfettamente divisibile utilizzeremo l’analisi grafica. Come in precedenza, la quantità
del bene viene misurata sull’asse delle ascisse e l’ammontare di moneta, che l’individuo può
spendere nel consumo di altri beni, sull’asse delle ordinate.

Assumiamo che la dotazione iniziale dell’individuo comprenda una certa quantità del bene (uguale
o maggiore di zero) e un certo ammontare di moneta (anch’essa uguale o maggiore di zero).
Assumiamo inoltre che l’individuo disponga inizialmente di 3 unità di bene e di 30 euro. Il punto X
nella figura 4.1 indica tale dotazione iniziale (3,30).

4.3: Una curva di indifferenza


Come nel capitolo precedente, assumiamo di avere informazioni sulle preferenze dell’individuo.
Utilizziamo gli stessi valori dei prezzi di riserva. Assumiamo, quindi, che l’individuo sia disposto a
pagare al massimo 5, 3 e 2 euro per acquistare rispettivamente la prima, la seconda e la terza unità
aggiuntiva del bene e che sia disposto a vendere la prima unità del bene per non meno di 10 euro e
la seconda unità del bene per non meno di 30 euro. Dati questi valori dei prezzi di riserva siamo in
grado di stabilire che l’individuo è indifferente tra le dotazioni indicate dai punti 1, 2, X, 4, 5, 6 in
figura 4.4. Congiungendo questi punti di indifferenza otteniamo la curva di indifferenza passante
per la dotazione iniziale X, alla quale a volte si farà riferimento con il nome di curva di indifferenza
iniziale. Al contrario del caso di un bene discreto, ha ora senso considerare tutti i punti che
giacciono su questa curva, poiché il bene può essere scambiato in qualsiasi ammontare. Possiamo
affermare pertanto che l’individuo è indifferente tra tutti i punti che si trovano lungo la curva di
indifferenza: se gli venisse offerta la possibilità di scegliere tra una qualsiasi delle dotazioni lungo

57
la curva, egli opterebbe indifferentemente per una di esse, così come non obietterebbe se qualcun
altro ne scegliesse una a caso al suo posto.

Ogni combinazione (q,m) al di sopra della curva di indifferenza rappresentata nella figura 4.4 è
preferita a tutti punti che si trovano lungo curva stessa e a loro volta i punti sulla curva sono
preferiti alle dotazioni che si trovano nell’area sottostante.

4.4: Le curve di indifferenza


Abbiamo derivato la curva di indifferenza passante per la dotazione iniziale X, utilizzando le
informazioni disponibili sui prezzi di riserva individuali. Naturalmente, lo stesso metodo può essere
impiegato per disegnare la curva di indifferenza passante per uno qualsiasi dei punti appartenenti
allo spazio (q,m). Per ogni possibile combinazione di q e m esiste una curva di indifferenza. In
generale, la forma delle curve di indifferenza dipende dalle preferenze individuali – in altri termini,
dal tasso al quale l’individuo è disposto a sostituire q e m. Per determinare la forma delle curve di
indifferenza, dunque, è necessario conoscere la struttura delle preferenze individuali. In questo
capitolo, così come nel precedente, assumiamo che le preferenze siano quasi lineari, il che permette
di derivare la forma di tutte le curve di indifferenza a partire da quella passante per la dotazione
iniziale. Ancora una volta i prezzi di riserva sono indipendenti dalla disponibilità di moneta e le
curva di indifferenza sono parallele in direzione verticale (figura 4.9).

Si ricorderà che l’ipotesi di preferenze quasi lineari consente di determinare in maniera non
ambigua di quanto l’individuo stia meglio o peggio possedendo una particolare combinazione (q,m)
anziché un’altra. Assumiamo ad esempio di voler confrontare una dotazione sulla più alta delle
curve di indifferenza nella mappa disegnata nella figura 4.9, con una dotazione che si trova sulla più
bassa di esse. Poiché un individuo è indifferente tra tutte le possibili combinazioni di bene e moneta
che si trovino sulla curva di indifferenza più alta allora sappiamo che sarà indifferente tra una
qualsiasi combinazione e (3,80). Allo stesso modo, egli si ritiene indifferente tra una qualsiasi

58
dotazione che si trovi lungo la curva di indifferenza più bassa e (3,30). Ovviamente (3,80) è da
preferirsi a (3,30), essendo caratterizzata da una maggiore disponibilità di moneta pari a 50 euro, in
altre parole la distanza verticale che divide le due curve di indifferenza26.

4.5: La Domanda
Deriviamo ora il livello di domanda individuale per ogni livello di prezzo. Gli esempi numerici
sono gli stessi del capitolo 3 ma ricordiamo che si riferiscono ad un bene perfettamente divisibile.
Iniziamo con il considerare un prezzo unitario di 4 euro (figura 4.10).

Partendo dalla propria dotazione iniziale (3,30), l’individuo (come venditore) può decidere di
vendere le 3 unità del bene e spostarsi al punto (0,42), vendere 2 delle 3 unità e collocarsi su (1,38)
o vendere solo 1 delle 3 unità del bene e posizionarsi su (2,34). Un’altra possibilità è che
l’individuo decida di partecipare allo scambio come compratore di 1 unità aggiuntiva del bene
ottenendo la nuova dotazione (4,26), di 2 unità aggiuntive e ottenere la combinazione (5,22), o
infine di 3 unità aggiuntive e raggiungere il punto (6, 18). Unendo tutti i punti raggiungibili
partendo dal punto di dotazione iniziale X, otteniamo il vincolo di bilancio. In questo caso il vincolo
di bilancio ha una inclinazione di -4 euro, generalizzando possiamo dire che il vincolo di bilancio
ha inclinazione pari a (meno) il livello del prezzo di scambio.

Sul mercato possono essere scambiate quantità del bene di qualsiasi ammontare. Ad esempio, ad un
prezzo unitario di 4 euro, l’individuo può acquistare 2.5 unità del bene per un costo totale di 10 euro
e spostarsi su (5.5, 20). Notiamo che anche questa dotazione appartiene al vincolo di bilancio.

Per rendere più generale la nostra analisi, assumiamo che l’individuo desideri detenere una quantità
del bene pari a q e un ammontare di moneta pari a m. Ad un prezzo p, il costo della combinazione
(q,m) è pari a pq+m (dato che il prezzo unitario di m è 1). La dotazione iniziale di q e m costituisce
la fonte di finanziamento del costo pq+m. Se indichiamo la dotazione iniziale del bene con Q (nel
nostro esempio Q=3) e quella di moneta con M (nel nostro esempio M=30), il valore della
dotazione iniziale è definito da PQ+M. Il vincolo di bilancio può essere scritto come segue:

pq + m= pQ + M (4.1)

Il costo degli acquisti effettuati sul mercato deve essere uguale al valore della dotazione iniziale. La
forma più appropriata nella quale esprimere il vincolo di bilancio del compratore del bene è:

p(q – Q) = M – m (4.2)

26
Due dotazioni possono essere confrontate qualsiasi sia la quantità del bene detenuta dall’individuo. Ad esempio, la
combinazione (4,75) può essere confrontata con (4,25), oppure (5,72) con (5,22), oppure ancora (6,70) con (6,20) e così
via, dato che la differenza tra ciascuna delle coppie di dotazioni considerate è sempre 50 euro.

59
Analogamente, il vincolo di bilancio può essere riscritto in una forma più adatta a riflettere il punto
di vista del venditore:

p(Q – q) = m – M (4.3)

Consideriamo il vincolo di bilancio dal punto di vista del compratore. Se il compratore desidera
acquistare sul mercato quantità aggiuntive del bene rispetto alla sua dotazione iniziale, q > Q e p(q
– Q) > 0. Il costo da sostenere per acquistare le unità aggiuntive è pari a p(q – Q) e deve essere
finanziato riducendo la dotazione di moneta dal livello iniziale M a m.

Prendiamo ora in considerazione l’equazione (4.3). Se il venditore decide di vendere una certa
quantità del bene, Q > q e p(Q – q) > 0. Il ricavato della vendita permette al venditore di
incrementare la propria dotazione iniziale da M a m, così come l’equazione (4.3) mette in evidenza.

Le tre equazioni (4.1), (4.2) e (4.3) sono equivalenti e rappresentano algebricamente la retta nello
spazio (q,m) passante per il punto X e con inclinazione pari –p (sostituendo q=Q e m=M in una
delle tre equazione si può verificare come l’equazione sia soddisfatta) 27.

Estendiamo al caso di un bene perfettamente divisibile il problema della scelta della combinazione
ottima. Non essendo l’individuo costretto ad acquistare solo quantità intere del bene, possiamo
eliminare dal diagramma le rette verticali che dipartono dall’asse delle ascisse in corrispondenza dei
valori 1,2,3,4,5.

La semplice interpretazione del grafico 4.11 non consente di individuare dove si collochi
esattamente la scelta ottima dell’individuo. Dovrebbe essere chiaro, comunque, che essa debba
trovarsi nell’intervallo compreso tra 3 e 5 unità del bene, il che implica una quantità domandata del
bene compresa tra 0 e 2 unità. Il vincolo di bilancio, infatti, interseca la curva di indifferenza
passante per X nei punti (3,30) e (5,22). Di conseguenza, nell’intervallo compreso tra q=3 e q=5, il
vincolo di bilancio si trova al di sopra della curva di indifferenza iniziale. Non è immediato
risolvere il problema della scelta ottima dell’individuo senza far ricorso alcuno alla matematica ma,
da quanto detto finora, la soluzione che ci proponiamo di trovare ha proprietà a noi note. Deve
trattarsi di un punto del vincolo di bilancio che permetta di massimizzare la distanza verticale dalla
curva di indifferenza iniziale. Dunque, la soluzione deve trovarsi sulla più alta curva di indifferenza

27
Riscrivendo il vincolo di bilancio nella seguente forma: m = (pQ + M) – pq, risulta evidente che il valore
dell’inclinazione è –p.

60
in maniera tale che la distanza tra il vincolo di bilancio e la curva passante per la dotazione iniziale
sia massima.

Di seguito viene riportata la soluzione del problema della scelta ottima ottenuta utilizzando un
software matematico28. In corrispondenza della combinazione (3.87, 26.52), la distanza tra il
vincolo di bilancio e la curva di indifferenza iniziale è massimizzata ed è pari a 1.02 euro. Dunque,
la scelta ottima consiste nello spostarsi dalla dotazione iniziale (3,30) al punto (3.87, 26.52),
comprando 0.87 unità del bene e ottenendo un miglioramento in termini di benessere pari a 1.02
euro.

Prima di passare alla determinazione della curva di domanda, risolviamo il problema della scelta
ottima per altri due livelli di prezzo unitario: 2.5 e 1.8 euro.

L’inclinazione del vincolo di bilancio in corrispondenza di un prezzo unitario di 2.5 euro, è -2.5
euro (figura 4.13).

Come prima, la soluzione ottima sarà data dal punto sul vincolo di bilancio in corrispondenza del
quale la distanza tra curva di indifferenza iniziale e il vincolo di bilancio stesso è massimizzata. Il
punto (4.9,25.25) ha questa proprietà ed è raggiungibile a partire da (3,30) acquistando 1.9 unità del
bene per un costo complessivo di 4.75 euro. Di conseguenza, la dotazione iniziale di moneta si
riduce da 30 a 25.25 euro. La combinazione ottima (4.9,25.25) (indicata in figura 4.6 con 2) si trova
su una curva di indifferenza ad una distanza verticale di 4.62 euro da quella iniziale.

Per un prezzo unitario di 1.8 euro, l’inclinazione del vincolo di bilancio diventa -1.8 euro. La
combinazione ottima per questo livello di prezzo è (5.77, 25.01) ed è indicata nella figura 4.14 con
‘3’. In corrispondenza di questo nuovo livello di prezzo, l’individuo compra 2.77 unità
supplementari del bene ad un costo complessivo di 4.99 euro e ottiene un guadagno di 4.62 euro
rispetto alla situazione di partenza.

28
Ogni curva di indifferenza ha la seguente forma algebrica: m – 60/q = costante. La soluzione del problema della
scelta ottima è la combinazione (q,m) tale che l’espressione m – 60/q sia massimizzata rispetto al vincolo di bilancio 4q
+ m = 42. La soluzione è data da q = (60/p)1/2 – 3. Pertanto si ha p = 4, q = 3.87. Una dimostrazione formale del
metodo di massimizzazione sarà fornita più avanti nel testo.

61
Finora abbiamo individuato tre punti della curva di domanda. Procedendo con altri esempi numerici
che contemplino altrettanti livelli di prezzo, potremmo trovare altri punti ancora, ma è più
interessante applicare un metodo più generale che ci consenta di determinare la curva di domanda
algebricamente. Chi volesse ignorare i passaggi matematici che ci permettono di determinare
l’espressione della curva di domanda può farlo. Ciò che importa è comprendere il metodo applicato
per risolvere il problema di massimizzazione ed essere in grado di interpretare la soluzione finale
del problema stesso. In fondo, è più importante comprendere l’economia che la matematica.

Impostiamo il problema della determinazione della curva di domanda. Il vincolo di bilancio è dato
da pq + m = 3p + 30 (nel nostro esempio numerico, Q=3 e M=30). Il nostro obiettivo è calcolare la
combinazione di q e m che sia sulla più alta curva di indifferenza possibile – tale che, la sua
distanza dalla curva di indifferenza iniziale sia massima. Come anticipato nella nota 3, l’espressione
che definisce una generica curva di indifferenza è data dalla equazione (4.4):

m – 60/q = costante (4.4)

Maggiore è il valore assunto dalla constante, più alta (più distante dall’origine degli assi) è la curva
di indifferenza29. Formalmente, la soluzione del problema di massimo è data dai valori di q e m tali
che l’espressione m – 60/q sia massimizzata dato il vincolo pq + m = 3p + 30. Come mostrato
nell’appendice matematica la soluzione a questo problema di massimizzazione è dato dalla
equazione 4.5.

q = √(60/p) (4.5)

L’espressione (4.5) definisce la domanda lorda del bene, ossia il livello ottimo di consumo del bene
stesso. Per ottenere le equazioni di domanda e offerta nette, la domanda lorda deve essere
confrontata con la dotazione iniziale del bene. È facilmente verificabile che q è minore, uguale o
maggiore della dotazione iniziale Q, se e solo se √(60/p) è rispettivamente minore, uguale o
maggiore di 3; ovvero, p/60 maggiore, uguale o minore di 1/9 e p minore, uguale o maggiore a 60/9
= 6⅔.

Si può concludere che l’individuo sarà compratore netto se p è sufficientemente basso (minore di
6⅔) e sarà venditore netto per valori di p sufficientemente alti (maggiori di 6⅔). Infine, egli non si
sposta dalla dotazione iniziale nel caso in cui p sia uguale a 6⅔. Le considerazioni conclusive del
capitolo contengono alcune osservazioni sull’interpretazione del valore del prezzo di 6⅔.

29
Nella figura 4.3, il valore della costante per la curva di indifferenza più bassa è 10 euro (un punto sulla curva è
(3,30)). L’equazione della curva è dunque m – 60/q=10. Il valore della costante per la più alta delle curve di
indifferenza rappresentate in figura è 60 euro e la sua equazione uguale è data da m – 60/q=60.

62
La nostra conclusione è che l’individuo si comporta come compratore netto se p è minore di 6⅔. In
questo caso la domanda lorda (equazione 4.5) è maggiore di 3. La domanda netta si calcola come
differenza tra la domanda lorda e la dotazione iniziale:

q = √(60/p) -3 (4.6)

La domanda netta rappresentata nella figura successiva, decresce al crescere del prezzo ed è perciò
inclinata negativamente.

Nella figura 4.15 è indicata la quantità di bene (0.87) acquistata dall’individuo in corrispondenza
del prezzo unitario di 4 euro. Le quantità domandate in corrispondenza degli altri livelli di prezzo
dei nostri esempi numerici possono essere indicate nella figura allo stesso modo.

Verifichiamo ora la validità delle proprietà del surplus.

Si ricorderà che il surplus del compratore è pari all’area compresa tra il prezzo effettivamente
pagato e la curva di domanda. Dal grafico precedente risulta che tale area è approssimativamente
uguale all’area del triangolo con base 0.87 e altezza 2⅔ (0.5 x 0.87 x 2⅔ = 1.16). Tuttavia, questa è
solo una misura approssimativa, infatti, la misura corretta del surplus è stata già ricavata in
precedenza (1.02 euro) e calcolando esattamente l’area tra la curva di domanda e il prezzo pagato, si
ottiene lo stesso risultato30.

Il lettore può verificare da sé la validità in questo contesto delle altre proprietà del surplus del
compratore.

30
Formalmente l’area in questione è data dall’integrale di (q =) √(60/p) –3 definito tra p = 4 e p = 6+⅔. Questo
integrale è uguale all’espressione √(60p) – 3p valutata tra p = 4 e p = 6+⅔, il che restituisce un risultato di 1.02. Non è
essenziale comprendere questi passaggi matematici.

63
4.6: L’offerta
La curva di offerta è stata già ricavata implicitamente. Infatti, abbiamo già stabilito che l’individuo
partecipa al mercato come venditore del bene per prezzi di mercato sufficientemente alti, ovvero, se
il prezzo è maggiore di 6⅔. Dall’equazione (4.5) risulta che se p > 6⅔, la combinazione ottima
(q,m) include una quantità di bene minore di quella detenuta inizialmente e, di conseguenza, una
parte del bene viene venduta. L’offerta netta si ottiene dalla differenza tra la dotazione iniziale di
bene (3 unità) e la quantità q definita dall’espressione (4.5). Per p > 6⅔, dunque, la funzione di
offerta (netta) è data dalla equazione (4.7):

q = 3 - √(60/p) (4.7)

L’offerta netta, figura 4.19, è crescente nel livello del prezzo, ed è quindi inclinata positivamente.

Deriviamo il livello di offerta netta corrispondente ad un valore di prezzo unitario di 20 euro. Per
p=20 euro, il vincolo di bilancio ha un’inclinazione di -20 euro. La combinazione ottima (1.73,
55.4) è indicata con 4 nella figura 4.17, in corrispondenza del punto dove il vincolo di bilancio è
alla sua distanza massima (10.72 euro) dalla curva di indifferenza passante per la dotazione iniziale.
Spostarsi dalla dotazione iniziale al punto (1.73, 55.4), implica la vendita di 1.27 unità del bene in
cambio di 25.4 euro e un incremento nel benessere dell’individuo di 10.72 euro, pari alla misura
della distanza verticale tra la nuova curva di indifferenza e quella iniziale.

La quantità dell’offerta netta, ad un prezzo unitario di 20 euro, è mostrata lungo la curva di offerta
rappresentata nella figura 4.17 ed è pari a 1.27.

Assumiamo ora un prezzo unitario di 32 euro, al quale corrisponde un vincolo di bilancio con un
valore dell’inclinazione di -32 euro.

64
La combinazione ottima (1.37, 82.16) è indicata con 5 in figura 4.18 ed è raggiungibile vendendo
1.63 unità del bene in cambio di 52.16 euro. Naturalmente, in base alle proprietà del punto di
ottimo, il punto 5 si trova al di sopra della curva di indifferenza iniziale.

Verifichiamo, infine, la validità delle proprietà grafiche del surplus del venditore. Al prezzo unitario
di 20 euro, figura 4.20, il venditore offre una quantità del bene pari a 1.27.

Dalla figura 4.20 risulta che l’area compresa tra la retta del prezzo di 20 euro e la curva di offerta è
di poco più grande dell’area del triangolo con base 1.27 e altezza 13.3333 (= 20 – 6.6666). L’area di
questo triangolo (0.5 x 1.27 x 13.3333 = 8.47) è minore della misura corretta del surplus (10.72
euro)31. Il lettore può provare a calcolare il valore del surplus in corrispondenza di un prezzo
unitario pari a 32 euro e verificare che il risultato corretto è 28.36.

4.7: Considerazioni conclusive


Riguardo l’impiego degli esempi numerici, valgono le considerazioni svolte nel capitolo
precedente. Si è voluta preservare l’agilità della trattazione ed evitare la necessità di utilizzare
calcoli matematici complessi. Il capitolo ha perseguito la finalità di estendere i risultati ottenuti nel
capitolo 3 al caso di un bene perfettamente divisibile. Ricordiamo i più importanti di questi risultati:

7) L’ipotesi di preferenze quasi lineari permette di misurare in maniera non ambigua i


guadagni dallo scambio. In presenza di preferenze quasi lineari è possibile quantificare
esattamente il surplus ottenuto da compratori e venditori del bene.
8) Il valore dell’inclinazione del vincolo di bilancio nello spazio (q,m) è sempre uguale a
(meno) il valore del prezzo di scambio.

31
Formalmente l’area in questione è data dall’integrale (q =) 3 - √(60/p) definito tra p = 6+⅔ a p = 20. Questo integrale
è uguale all’espressione 3p - √(60p) valutata tra p = 6⅔ e p = 20, che corrisponde ad un valore di 10.72.

65
9) Dato un certo vincolo di bilancio, il punto nello spazio (q,m) in corrispondenza del quale
l’individuo desidera posizionarsi, deve trovarsi alla maggiore distanza verticale possibile
dalla curva di indifferenza passante per la curva di indifferenza iniziale.
10) Se la proprietà al punto 3 è soddisfatta, diventa possibile individuare la migliore strategia
possibile per l’individuo e determinare la domanda lorda del bene per ogni possibile livello
di prezzo.
11) Se la domanda lorda è maggiore della dotazione iniziale, l’individuo desidera incrementare
la propria disponibilità iniziale del bene e la domanda netta è positiva. La curva di domanda
si ottiene rappresentando graficamente i livelli di domanda netta in corrispondenza di ogni
livello di prezzo. L’area compresa tra il prezzo effettivamente pagato e la curva di domanda
misura il surplus ottenuto dall’individuo in seguito all’acquisto del bene sul mercato,
ovvero, l’innalzamento di benessere conseguente dallo scambio.
12) Se la domanda lorda è inferiore alla dotazione iniziale, l’individuo desidera vendere parte
del bene: l’offerta netta è positiva. La curva di offerta si ottiene rappresentando
graficamente i livelli di offerta netta per ogni dato livello di prezzo. L’area compresa tra il
prezzo effettivamente ricevuto e la curva di offerta misura il surplus ottenuto dall’individuo
in seguito alla vendita del bene sul mercato, ovvero il miglioramento in termini di benessere
derivante dallo scambio.

Inizialmente, le proprietà del surplus potrebbero sembrare poco chiare e, in effetti, una buona
conoscenza della matematica è necessaria per comprenderle a pieno. In ogni caso, è sufficiente che
il lettore possa ritenerle valide in base ai risultati degli esempi numerici fin qui illustrati e accettare
per il momento che valgano in generale.

L’analisi grafica svolta nei capitoli 3 e 4 può essere replicata per un’altra mappa di preferenze quasi
lineari. In questo caso, è sufficiente considerare un punto qualsiasi nello spazio (q,m) e disegnare la
curva di indifferenza passante per tale punto. Tutte le altre curve di indifferenza della mappa
saranno parallele alla prima in direzione verticale.

Un’ultima considerazione riguarda l’interpretazione del valore del prezzo di scambio di 6⅔. In
corrispondenza di questo livello di prezzo, l’individuo non desidera spostarsi dalla dotazione
iniziale. Ma quando avviene che l’individuo non desidera comprare né vendere il bene? Quando
tutti i punti appartenenti al vincolo di bilancio si trovano al di sotto della curva di indifferenza
iniziale, ad eccezione della dotazione iniziale X. Ciò, naturalmente, si può verificare solo se il
vincolo di bilancio è tangente alla curva di indifferenza iniziale nello stesso punto. In
corrispondenza della dotazione iniziale, dunque, la curva di indifferenza e il vincolo di bilancio
devono avere la stessa inclinazione. In conclusione, se è vero che l’inclinazione del vincolo di
bilancio è –p, la condizione da soddisfare perché nessuno scambio si verifichi sul mercato è che
l’inclinazione della curva di indifferenza calcolata nel punto di dotazione iniziale sia uguale a –p.

4.8: Riassunto
In questo capitolo ci siamo occupati dell’estensione dei concetti contenuti nel capitolo 3 al caso di
un bene perfettamente divisibile, verificando come tutte le conclusioni ottenute per un bene discreto
siano valide anche in questo contesto. Infatti, come nel capitolo 3:

Una curva di indifferenza è il luogo dei punti rispetto ai quali l’individuo si ritiene indifferente.

Abbiamo definito vincolo di bilancio definito. Un’importante proprietà del vincolo di bilancio è la
seguente:

L’inclinazione del vincolo di bilancio nello spazio (q,m) è pari a (meno) il prezzo del bene.

66
Le curve di domanda e di offerta sono state determinate a partire dalle curve di indifferenza ed è
stato dimostrato che:

In generale, la curva di domanda è inclinata negativamente.


In generale, la curva di offerta è inclinata positivamente.
L’individuo si comporta da compratore del bene se i prezzi sono sufficientemente bassi e da
venditore se i prezzi sono sufficientemente alti.

La validità dei due concetti chiave ottenuti al capitolo 2 è stata confermata:

Il surplus del compratore è pari all’area compresa tra il prezzo effettivamente pagato e la curva di
domanda.
Il surplus del venditore è pari all’area compresa tra il prezzo effettivamente ricevuto e la curva di
offerta.

Infine, abbiamo richiamato la definizione delle preferenze quasi lineari:

Se le preferenze sono quasi lineari, le curve di indifferenza sono parallele in direzione verticale e i
prezzi di riserva sono indipendenti dalla quantità di moneta detenuta dall’individuo.

4.9:Domande di verifica
1. Quali devono essere le proprietà del prezzo di riserva affinché la curva di domanda sia
sempre decrescente e la curva di offerta sia sempre crescente?
2. Le curve di indifferenza possono intersecarsi?
3. Se il prezzo pagato da un compratore diminuisce che cosa succede al suo surplus? Se il
prezzo pagato ad un venditore aumenta che cosa succede al suo surplus?
4. Che cosa fa di un individuo un compratore o un venditore di un bene del quale già possiede
una certa quantità?

4.10: Appendice Matematica

Anche questa appendice è state motivata da uno scrupolo di completezza. Ora forniremo una analisi
da un punto di vista più formale dei risultati e delle proprietà, che abbiamo ottenuto in questo
capitolo, per le funzioni di domanda e di offerta e per il surplus. Questa appendice si rivolge a quei
lettori che amano la matematica, ma non è indispensabile per la piena comprensione degli
argomenti trattati nel capitolo.

Iniziamo verificando che la funzione di domanda lorda dell'individuo, date le preferenze usate in
questo capitolo, è data dall'espressione (4.5). Si ricordi che il problema era quello di trovare il
valore del prezzo p per cui l’individuo, dato il vincolo di bilancio, si collocasse sulla sua più alta
curva di indifferenza. Sia pq + m = 3p + 30 il vincolo di bilancio come dalla equazione 4.1; si noti
che il vincolo di bilancio passa per il punto (3, 30). L’equazione di una curva di indifferenza è data
da m – 60/q = constante, dove più è alto il valore della costante più è alta la curva di indifferenza.

Metodo 1: soluzione per sostituzione. Due sono i metodi principali per risolvere questo problema
di massimizzazione vincolata, ma forse quello più semplice consiste nel sostituire direttamente il
vincolo nella funzione obiettivo. Più precisamente, dal vincolo di bilancio sappiamo che m = 3p +

67
30 – pq quindi possiamo usare questa relazione per eliminare m dalla funzione obiettivo (la curva
di indifferenza), e cercare il valore di q che massimizza la funzione:

E = 3p + 30 – pq – 60/q (A4.1)

Per trovare il valore di q non dobbiamo far altro che cercare dove la derivata di E rispetto a q si
annulla. Quindi la condizione di ottimo è data da:

dE/dq = -p + 60/q2 = 0 (A4.2)

risolvendo l’equazione (A4.2) si ottiene l’equazione cercata (A4.3)


q = √(60/p) (A4.3)

Metodo 2: soluzione con il metodo di Lagrange. Questo metodo di soluzione è stato descritto nel
capitolo 1. Scriviamo la lagrangiana (la funzione obiettivo meno λ volte il vincolo):

L = (m – 60/q) - λ ( pq + m - 3p - 30) (A4.4)

Se massimizziamo questa funzione rispetto a m, q e λ, otteniamo le seguenti tre equazioni ((A4.5),


(A4.6) e (A4.7)).

dL/dm = 1 - λ = 0 (A4.5)
da cui λ = 1

dL/dq = 60/q2 - λp = 0 (A4.6)


da cui q2 = 60/λp che per λ = 1 (equazione (A4.5)) diventa q2 = 60/p otteniamo così nuovamente
l’equazione (4.5).

dL/dλ = 0 (A4.7)
Riscriviamo il vincolo di bilancio pq + m - 3p – 30, da cui possiamo ricavare il valore di m.
Più precisamente
m = 3p + 30 – pq
= 3p + 30 - p√(60/p)
= 3p + 30 - √(60p).

Riassumendo: l’individuo inizia dal punto (3, 30) per raggiungere il punto (√(60/p), 3p + 30 -
√(60p).

Per verificare i risultati concernenti il surplus, cioè l’area compresa tra la linea del prezzo e le curve
di domanda ed offerta dobbiamo ricorrere al concetto di integrale.

In generale l’area compresa tra un certo prezzo p e una curva di domanda q = f(p) è data
dall'integrale di q = f(p) calcolato tra il prezzo p ed il prezzo per cui la domanda diventa zero.

Nel caso in cui la funzione di domanda è quella derivante dalle funzioni di preferenza che abbiamo
utilizzato in questo capitolo, l’area che cerchiamo è data dall'integrale della funzione √(60/p) – 3
calcolato dal livello di prezzo p fino a p = 6,67 (prezzo per cui la domanda diventa zero).
L'integrale di √(60/p) –3 è 2√(60p) – 3p. Sostituendo p = 6,67 nell’equazione 2√(60p) – 3p si
ottiene come risultato 20. Quindi l’area sottostante la curva di domanda calcolata tra un generico p e
p = 6,67 è data dall’espressione:

68
area fra un generico prezzo p e la curva di domanda = 20 - 2√(60p) + 3p (A4.8)

Per p = 4 quest’area è 1.02, come mostrato nel capitolo.

Ora applichiamo lo stesso procedimento per calcolare il surplus del venditore. In generale l’area fra
un certo prezzo p e la curva di offerta q = f(p) è l'integrale di q = f(p) fra il prezzo per cui l’offerta è
zero e il prezzo assunto.

Ora assumiamo che la funzione di offerta sia la stessa che abbiamo usato in questo capitolo, quindi
l’area è data dall’integrale di q = 3 - √(60/p) fra p = 6.67 (prezzo per cui l’offerta diventa zero) ed il
prezzo p. L’integrale di 3 - √(60/p) è 3p -2√(60p), calcolato fra p = 6.67 e un generico prezzo p è 20
- 2√(60p) + 3p. Si noti che questa è la stessa espressione che abbiamo ottenuto nel capitolo.
Così abbiamo:

area fra un generico prezzo p e la curva di offerta = 20 - 2√(60p) + 3p (A4.9)

Per p = 20 allora l’area è 10.72 come abbiamo detto nel capitolo.

Infine dobbiamo dimostrare che queste aree rappresentano il surplus. Come abbiamo visto,
l'individuo inizialmente è situato nel punto (3, 30) e successivamente si sposta al punto (√(60/p), 3p
+ 30 - √(60p)). Ricordando che la curva di indifferenza, che abbiamo usato nel capitolo, è data
dall’equazione(4.4) m – 60/q = constante, dove il valore della costante rappresenta il livello di
benessere dell’individuo; più alto è il valore della costante maggiore sarà il benessere
dell’individuo. Notiamo che inizialmente l'individuo si trova nel punto q = 3 e m = 30, quindi la
costante assume il seguente valore: 30 – 60/3 = 10.
Dopo aver raggiunto la posizione di ottimo, che è data da (√(60/p), 3p + 30 - √(60p)), il valore della
costante diventa: 3p + 30 - √(60p) – 60/(√(60/p)) = 3p + 30 - 2√(60p) . Quindi l’aumento di
benessere è esattamente: 20 - 2√(60p) + 3p. Questo valore è uguale all’area che abbiamo calcolato
sopra.
Potrebbe essere interessante analizzare un caso più generale. Più precisamente si consideri una
generica funzione di preferenza quasi-lineare, allora possiamo scrivere la funzione di utilità come
U(q,m) = u(q) + m (A4.10)

quindi una curva di preferenza è data da


u(q) + m =constante (A4.11)
Usando il uno dei due metodi possiamo trovare il punto di ottimo sul vincolo di bilancio pq + m =
pQ + M equazione(4.1) (dove Q indica la dotazione del bene e M la dotazione di moneta) quindi
abbiamo che la quantità ottima di q si ottiene in corrispondenza di
u’(q) = p (A4.12)
dove u’(q) è la derivata di u rispetto a q. Da tutto ciò deriva che la curva di domanda del bene è data
dall'equazione (A4.12). Si noti che tale equazione non dipende da M, quindi la dotazione di moneta
è irrilevante per la funzione di domanda, cosa che avevamo già dimostrato per questo tipo di
funzioni di preferenza.

69
Capitolo 5: Preferenze

5.1: Introduzione
Le preferenze individuali alla base dell’analisi dei capitoli 3 e 4 vengono rappresentate
graficamente da curve di indifferenza parallele in direzione verticale e convesse all’origine. La
prima di queste proprietà riflette l’ipotesi di indipendenza dei prezzi di riserva dalla disponibilità di
moneta. Curve di indifferenza convesse implicano che i valori dei prezzi di riserva decrescano
all’aumentare del consumo del bene. Maggiore è la quantità consumata del bene, minore è il prezzo
massimo al quale l’individuo è disposto a comprarne quantità addizionali. La veridicità delle ipotesi
di preferenze quasi lineari e curve di indifferenza convesse dipende dalla natura del bene e da
quanto l’individuo ritenga importante il consumo del bene stesso (ovvero, dal tasso al quale si
desidera scambiare q e m). Il ruolo dell’economista, tuttavia, non è speculare sulla plausibilità della
forma delle preferenze, quanto piuttosto acquisire le informazioni relative alle preferenze
individuali come date32.

In questo capitolo si vuole mettere in evidenza che se le preferenze assunte a base dell’analisi dei
capitoli 3 e 4 possono riflettere i gusti di alcuni individui, esse possono essere inadatte per altri. Di
conseguenza, in questo capitolo prendiamo in considerazione altri tipi di preferenze con la finalità
di generalizzare i nostri risultati.

Finora abbiamo ipotizzato che l’individuo possa consumare una certa combinazione (q,m). Il prezzo
unitario del bene è stato indicato con p (il prezzo unitario di m è 1). Per l’analisi grafica si è posto m
sull’asse delle ordinate e q sull’asse delle ascisse. Ora cerchiamo di generalizzare la nostra analisi.
Consideriamo 2 beni, il bene 1 e il bene 2. Rappresentiamo la quantità del bene 1 (q1) sull’asse delle
ascisse e quella del bene 2 (q2) sull’asse delle ordinate. Indichiamo i prezzi dei due beni
rispettivamente con p1 e p2. I capitoli 3 e 4, dunque, hanno riguardano un caso particolare di uno più
generale. Infatti, in precedenza abbiamo assunto che il bene 2 fosse la moneta m con prezzo unitario
pari a 1 (p2 = 1). Nel corso di tutto il capitolo si manterrà l’assunzione che il consumo di entrambi i
beni sia desiderabile, nel senso che l’individuo desidera consumarne quantità crescenti di entrambi i
beni.

5.2: Perfetti Sostituti


L’individuo può ritenere il bene 1 identico al bene 2. In questo caso, un’unità del bene 1 o un’unità
del bene due procurano all’individuo lo stesso livello di benessere. I due beni appaiono esattamente
uguali all’individuo per il quale, detenere una unità del bene 1 è lo stesso che detenere una unità
dell’altro bene33. In questo caso, le curve di indifferenza hanno la forma esposta nella seguente
figura 5.4.

32
Dopo tutto le preferenze variano da individuo a individuo: People are different. Per esempio, se per molti non c’è
nessuna differenza tra tutte le birre inglesi, chi scrive ne preferisce alcune ad altre.
33
Ad esempio, se l’individuo non è in grado di distinguere tra due diverse marche di birra chiara, sarà indifferente per
lui bere una pinta di una o dell’altra.

70
Supponiamo che le quantità siano misurate in litri. La terza curva di indifferenza più alta ha per
estremi le due dotazioni (0,60) e (60,0). In corrispondenza di ogni punto della curva si verifica che
q1 + q2 = 60. Questa è l’equazione che definisce le curve di indifferenza, lungo le quali il consumo
totale dei due beni (birra chiara del tipo 1 e birra chiara del tipo 2) è sempre uguale a 60.
All’individuo non interessa come il consumo totale si ripartisca tra consumo del bene 1 e consumo
del bene 2 (come il consumo totale sia ripartito tra i due tipi di birra chiara). In questo caso, i beni 1
e 2 si definiscono perfetti sostituti.

Un modo alternativo per introdurre il concetto di perfetta sostituibilità tra due beni, è notare che
l’inclinazione di ognuna delle curve di indifferenza della mappa è costante e uguale a –1. Ciò
implica che il prezzo di riserva per un litro di birra chiara del tipo 1 è sempre pari a un litro di birra
del tipo 2 (l’individuo è sempre disposto a cedere un litro di birra del tipo 1 in cambio di un litro in
più della birra del tipo 2, qualsiasi sia la sua dotazione iniziale). Il consumo di una unità del bene 1
viene ritenuto sostituibile con una unità del bene 2. I due beni, dunque, vengono sostituiti in
rapporto di 1 a 1, senza che tale sostituzione comporti una variazione nel livello di soddisfazione
individuale.

Soffermiamoci sulla forma algebrica dell’espressione generica che definisce le curve di indifferenza
rappresentate nella figura 5.4. In corrispondenza di ogni punto sulle curve di indifferenza, il
consumo totale dei due beni è costante e pari a 180 sulla curva di indifferenza più alta, a 160 su
quella immediatamente più bassa, ….., e a 20 lungo la curva di indifferenza più vicina all’origine
degli assi. In generale, la forma di una curva di indifferenza tale che i due beni siano perfetti
sostituti è da dall’equazione (5.1):

q1 + q2 = costante (5.1)

Maggiore è il valore assunto dalla costante, più elevato è il livello di soddisfazione dell’individuo:
collocarsi sulla curva di indifferenza più alta (con un consumo totale di 180 litri di birra) è meglio
che collocarsi sulla curva di indifferenza immediatamente più bassa (con un consumo totale di 160
litri di birra), e così via fino alla curva di indifferenza più vicina all’origine degli assi (con un
consumo totale di 20 litri di birra). L’equazione (5.1), tuttavia, non definisce in maniera univoca la
forma di una curva di indifferenza per due beni perfetti sostituti. Infatti, se la quantità q1 + q2 è
costante, lo sono anche le quantità (q1 + q2)2, (q1 + q2)3 e f(q1 + q2), dove f(.) è qualsiasi funzione
monotonicamente crescente. Pertanto, l’equazione (5.1) definisce una curva di indifferenza tale che
i due beni siano perfetti sostituti in rapporto 1 a 1, ma non è l’unica definizione possibile. Questa
circostanza genera delle difficoltà al momento della derivazione della corrispondente funzione di
utilità; difficoltà comunque superabili, come sarà chiaro nel prosieguo della trattazione.

Naturalmente, può verificarsi il caso in cui l’individuo ritenga i due beni perfetti sostituti ma non in
rapporto di 1 a 1. Ad esempio, esistono bottiglie di birra da 660 ml e da 330 ml. Entrambe

71
contengono birra della stessa qualità e un individuo può ritenere il consumo di una bottiglia da 660
ml equivalente al consumo di 2 bottiglie da 330 ml. Se la bottiglia da 660 ml è il bene 1 (con la
quantità consumata del bene 1 uguale al numero di bottiglie da 660 ml) e la bottiglia da 330 ml è il
bene 2 (con la quantità consumata del bene 2 uguale al numero di bottiglie da 330 ml), possiamo
disegnare, figura 5.5, le curve di indifferenza con la seguente forma:

Osserviamo la curva di indifferenza che congiunge le due dotazioni (45,0) e (0,90). Ad un estremo
della curva, l’individuo consuma esclusivamente 45 bottiglie da 660 ml, in corrispondenza dell’altro
estremo, solo 90 bottiglie da 330 ml. Se bere una bottiglia da 660 ml equivale a berne due da 330
ml, l’individuo è indifferente tra collocarsi in corrispondenza di uno o dell’altro estremo della
curva. Consideriamo ora la dotazione intermedia (30,30): l’individuo consuma 30 bottiglie da 660
ml e 30 da 330 ml. Dato che il consumo di 1 bottiglia da 660 ml e 2 bottiglie da 330 ml procura la
stessa soddisfazione all’individuo, questi è indifferente tra le dotazione (30,30), (45,0) e (0,90).
Se, come in questo esempio, l’individuo ritiene i due beni perfettamente sostituibili in rapporto di 1
a 2, l’espressione generica delle curve di indifferenza è data da:

q1 + q2/2 = costante (5.2)

Maggiore è il valore della costante, più elevata è la curva di indifferenza e, quindi, maggiore è il
grado di soddisfazione dell’individuo. L’equazione (5.2) misura le quantità in numero di bottiglie
equivalenti alla quantità di bottiglie da 660 ml, (comparando 1 bottiglia da 330 ml a 1/2 bottiglia da
660 ml). L’inclinazione di ciascuna delle curve di indifferenza descritte dall’espressione (5.2) è
costante e pari a –2, dove 2 è il tasso al quale l’individuo desidera sostituire il bene 1 con il bene 2
(in ogni punto del diagramma l’individuo desidera sostituire 1 bottiglia da 660 ml con 2 bottiglie da
330 ml). L’inclinazione delle curve di indifferenza viene definita Saggio Marginale di Sostituzione
(SMS), e indica il tasso al quale il consumo del bene 1 viene sostituito con il consumo del bene 234,
lasciando invariato il livello di soddisfazione individuale. Per beni che siano perfetti sostituti, il
Saggio Marginale di Sostituzione è costante.

Consideriamo ora due beni che l’individuo sia disposto a scambiare in rapporto di 1 ad a, vale a
dire che per ottenere una unità addizionale del bene 1, l’individuo è disposto a cedere a unità del
bene 2. L’inclinazione delle curve di indifferenza è costante ed uguale a –a e il Saggio Marginale di
Sostituzione è pari ad a. L’equazione che descrive le curve di indifferenza in questo caso generale
è:

q1 + q2/a = costante (5.3)

34
E’ bene ricordare che le curve di indifferenza hanno inclinazione negativa. Il Saggio Marginale di Sostituzione (SMS)
è la grandezza di tale inclinazione ed è pertanto un valore positivo.

72
L’espressione (5.3) non è l’unico modo di esplicitare algebricamente le curve di indifferenza per
beni perfetti sostituti in rapporto di 1 ad a.

5.3: Perfetti Complementi


Nel paragrafo precedente, abbiamo descritto il caso estremo in cui l’individuo ritenga perfettamente
sostituibile il consumo dei beni 1 e 2. L’estremo opposto si verifica se i due beni sono considerati
perfetti complementi, per cui l’individuo desidera consumare il bene 1 solo congiuntamente al bene
2. Consideriamo il caso più semplice: due beni perfettamente complementari in rapporto 1 a 1, vale
a dire che l’individuo è disposto a consumare 1 unità del bene 1 solo insieme ad 1 unità del bene 2.
L’incremento di consumo di uno dei due beni non genera nessuna soddisfazione aggiuntiva se non
si verifica allo stesso tempo un incremento di pari ammontare nel consumo dell’altro bene. In
questo caso, le curve di indifferenza appaiono come nella seguente figura 5.6:

Consideriamo la curva di indifferenza che ha un angolo nel punto (30,30) e in corrispondenza del
quale l’individuo consuma 30 unità di ciascuno dei due beni. A partire da questo punto, la curva di
indifferenza è una retta verticale per valori crescenti del bene 2 e orizzontale per valori crescenti del
bene 1. Lungo il tratto orizzontale della curva di indifferenza, l’individuo è indifferente tra tutti i
punti che si trovano alla destra del punto (30,30), come ad esempio (40, 30), (50, 30), (60, 30), (70,
30), (80, 30), (90, 30), (100, 30). Più in generale, tutte le combinazioni (q1, 30) per ogni q1
maggiore di 30 sono punti di indifferenza. Ciò vuol dire che un incremento del consumo del bene 1,
senza che il consumo del bene 2 cresca, non procura all’individuo nessun beneficio aggiuntivo. In
altri termini, ottenere unità addizionali del bene 1 non ha nessuna utilità per l’individuo in assenza
di un consumo supplementare del bene 2. Consideriamo ora i punti che si trovano sul tratto verticale
della curva di indifferenza. Questi punti si trovano sulla stessa curva di indifferenza pertanto
l’individuo è indifferente tra consumare (30,30) o una qualsiasi delle combinazioni (30, q2), per
ogni valore di q2 maggiore di 30; come, ad esempio, sono i punti (30, 40), (30, 50), (30, 60), (30,
70), (30, 80), (30, 90) e (30, 100). Di conseguenza, un incremento del consumo del bene 2 senza un
corrispondente consumo addizionale del bene 1, non implica un aumento del livello di
soddisfazione dell’individuo.

Un esempio classico di due beni perfettamente complementari in rapporto di 1 a 1 è quello del


consumo di scarpe sinistre (bene 1) e destre (bene 2). Ovviamente, l’individuo ha solo due piedi e
desidera possedere 1 scarpa destra e 1 scarpa sinistra. Per ogni scarpa sinistra in più, è sempre
necessario acquistare una scarpa destra (e viceversa). Le curve di indifferenza per due beni
perfettamente complementari sono definite dalla seguente equazione:

min(q1, q2) = costante (5.4)

Ad esempio, per la curva di indifferenza, in figura 5.6, con un angolo nel punto (30,30) , il valore
della costante (il valore minimo tra q1 e q2) è 30. Ovviamente, per valori crescenti della costante,
73
l’individuo si colloca su curve di indifferenza più alte, per un suo livello di soddisfazione più
elevato.

Due beni possono essere perfettamente complementari in rapporto non necessariamente di 1 a 1.


Potrebbe darsi che tale rapporto sia di 1 a 2, l’esempio è riportato in figura 5.7. In questo caso,
l’individuo desidera consumare 1 unità del bene 1 congiuntamente a 2 unità del bene 2 (e
viceversa). La corrispondente mappa delle curve di indifferenza è la seguente:

Nei punti d’angolo, la quantità del bene 2 è sempre doppia rispetto a quella del bene 1 e l’equazione
di ognuna delle curve appartenenti alla mappa è del tipo:

min(q1, q2/2) = costante (5.5)

Nel caso più generale in cui l’individuo desideri consumare 1 unità del bene 1 insieme ad una
quantità a del bene 2 (e viceversa), la specificazione algebrica delle curve di indifferenza è:

min(q1, q2/a) = costante (5.6)

Analogamente a tutti i casi analizzati finora, ricordiamo che (5.6) non è l’unica specificazione
algebrica possibile delle curve di indifferenza per beni perfetti complementi in rapporto di 1 ad a.

5.4: Preferenze concave


I tipi di preferenze individuali dei due paragrafi precedenti, possono essere considerati due casi
estremi di preferenze individuali convesse (rappresentate graficamente da curve di indifferenze
convesse). Alternativamente, le curve di indifferenza possono essere concave. In presenza di
preferenze concave si verifica che i prezzi di riserva sono crescenti rispetto alla quantità del bene:
maggiore è la disponibilità di un bene, più elevato è il prezzo massimo che l’individuo è disposto a
pagare per acquistarne quantità addizionali. I prezzi di riserva aumentano, invece che diminuire,
all’aumentare del consumo del bene – l’individuo è disposto a pagare prezzi sempre maggiori per
unità supplementari crescenti del bene. Ciò implica che l’individuo preferisce consumare o uno o
l’altro bene, piuttosto che combinare il consumo dei due. La concentrazione del consumo in uno dei
due beni è preferita alla suddivisione del consumo totale tra i due beni.

Un esempio di preferenze concave è dato dalla seguente mappa di curve di indifferenza, figura 5.8:

74
Il benessere dell'individuo dipende solo dal massimo ammontare consumato tra i due beni. Data la
quantità Q di uno dei due beni, un incremento della quantità dell’altro bene da zero a Q, non ha
effetto alcuno in termini di benessere. Il consumo di entrambi i beni è comunque desiderabile, ma
solo se la quantità consumata di un bene è tanto grande quanto quella dell’altro bene. Questo tipo di
preferenze sono espresse algebricamente nel seguente modo:

max(q1, q2) = costante (5.7)

Maggiore è il valore assunto dalla costante, più elevato è il livello di benessere dell’individuo.

5.5: Preferenze Cobb-Douglas


Quelli dei beni perfetti sostituti e beni perfetti complementi rappresentano dei veri e propri casi
limite difficilmente riscontrabili nella vita reale. Nella maggioranza dei casi, le preferenze
individuali saranno comprese tra questi due casi estremi. La determinazione della forma effettiva
delle preferenze può avvenire in modi diversi. A fini di generalizzazione, gli economisti sono soliti
specificare le preferenze individuali con forme funzionali che siano buone approssimazioni di
quelle effettive. Due forme funzionali di uso comune sono le preferenze Cobb-Douglas e le
preferenze Stone-Geary. In questo paragrafo ci occupiamo del primo di questi due tipi di
preferenze, nel successivo del secondo.

La valutazione della capacità delle preferenze Cobb-Douglas di descrivere compiutamente le


preferenze individuali non può avvenire se non empiricamente. Questo è l’argomento trattato nel
capitolo 16. In questo paragrafo descriviamo le proprietà di questo tipo di preferenze, mentre in
seguito ci occuperemo delle implicazioni che derivano dall’assunzione di preferenze Cobb-Douglas.

Le preferenze Cobb-Douglas sono definite algebricamente da:

q1aq21-a = costante (5.8)

dove a è un parametro che influenza la forma delle curve di indifferenza (vedremo poi in che
modo). L’espressione (5.8) può essere riscritta in forma logaritmica:

a ln(q1) + (1-a) ln (q2) = costante (5.9)

Le equazioni (5.8) e (5.9) possono essere usate in maniera equivalente per specificare preferenze di
tipo Cobb-Douglas.

Il parametro a è indicativo dell’importanza che il consumo di un bene riveste per l’individuo


relativamente al consumo dell’altro bene. Verifichiamo come i diversi valori assunti da a possano

75
influenzare la forma delle curve di indifferenza. Iniziamo dal caso simmetrico a = 0.5 (1-a=0.5). La
corrispondente mappa delle curve delle preferenze è disegnata nella figura 5.9.

Le curve di indifferenza sono perfettamente simmetriche rispetto alla retta q1 = q2 e il Saggio


Marginale di Sostituzione (SMS) non è costante lungo ciascuna delle curve. Per valori bassi di q1 e
alti valori di q2 (in alto a sinistra nel diagramma) il SMS è molto alto: l’individuo è disposto a
rinunciare a grandi quantità del bene 2 in cambio di quantità addizionali minime del bene 1. Al
contrario, per elevati valori di q1 e bassi valori di q2 (in basso a destra nel diagramma), il SMS
assume un valore molto basso: l’individuo è disposto a rinunciare a quantità minime del bene 2 per
incrementare la propria dotazione del bene 1. Quando, le quantità di q1 e q2 sono
approssimativamente uguali, il SMS è prossimo all’unità, il che implica che l’individuo rinuncia
approssimativamente ad 1 unità del bene 2 in cambio di 1 unità addizionale del bene 1 (e viceversa).

Diversamente da quanto si verificava nel caso di preferenze quasi lineari, le curve di indifferenza
non sono parallele in direzione verticale. Ne consegue che i prezzi di riserva non sono indipendenti
dalla quantità del bene 2 e che le preferenze Cobb-Douglas non sono quasi lineari. Inoltre, il SMS
non è costante come nel caso di beni perfetti sostituti e le curve di indifferenza non hanno forma di
L come nel caso di beni perfetti complementi. In conclusione, la famiglia delle preferenze Cobb-
Douglas rappresenta un caso intermedio tra i casi estremi di beni perfetti sostituti e beni perfetti
complementi.

Consideriamo ora un non simmetrico con a = 0.3, la mappa delle curve di indifferenza è riportata
nella figura 5.10:

Se a = 0.3, allora (1-a) = 0.7 e l’espressione che definisce le curve di indifferenza (come risulta
dalla equazione (5.8)) è data da:
q10.3q20.7 = costante (5.10)

76
Il nuovo valore assunto dal parametro a indica il maggior peso assegnato al consumo del bene 2
rispetto al caso precedente (a=0.5). Le nuove curve di indifferenza non sono simmetriche e hanno
inclinazione inferiore (sono più piatte). Lungo la retta q1=q2, l’inclinazione delle curve di
indifferenza è inferiore a 135. Pertanto, quando l’individuo possiede la stessa quantità dei due beni,
egli è disposto a cedere meno di 1 unità (0.3/0.7) del bene 2 in cambio di 1 unità addizionale del
bene 1. Dunque, il consumo del bene 2 viene ritenuto più importante del consumo dell’altro bene.

Il caso opposto si verifica per un valore di a pari a 0.7. La mappa delle curve di indifferenza è della
forma rappresentata nella seguente figura 5.11.

Se il valore del parametro a viene specificato correttamente, le preferenze Cobb-Douglas possono


fornire una rappresentazione adeguata delle preferenze individuali. Tuttavia, è possibile che nessun
valore di a sia tale da permettere una simile approssimazione. In questo caso, diventa necessario
ricorrere ad una specificazione funzionale più generale. Molte di queste però sono troppo complesse
perché possano essere trattate in un corso intermedio di microeconomia. Un’eccezione è
rappresentata dalle preferenze Stone-Geary, che generalizzano le preferenze Cobb-Douglas in una
forma piuttosto semplice.

5.6: Preferenze Stone-Geary


Le preferenze Stone-Geary sono semplicemente un’estensione delle Cobb-Douglas. L’assunzione
alla base di questo tipo di preferenze è che l’individuo possa iniziare a ripartire il proprio reddito tra
il consumo dei due beni solo dopo essersi assicurato un livello minimo (di sussistenza) di consumo
di entrambi. Se indichiamo i livelli di sussistenza del bene 1 e del bene 2 rispettivamente con s1 e s2,
le preferenze Stone-Geary vengono espresse algebricamente con l’equazione (5.11):

(q1 - s1) a(q2 -s2 )1-a = costante (5.11)

dove a è soggetto alla stessa interpretazione fornita in precedenza e influenza la forma delle curve
di indifferenza allo stesso modo delle preferenze Cobb-Douglas. L’espressione (5.11) può essere
riscritta come segue:

a ln(q1 – s1) + (1-a) ln (q2 – s2) = costante (5.12)

Le due equazioni (5.8) e (5.11), così come le espressioni (5.9) e (5.12), differiscono solo per
l’inclusione dei parametri s1 e s2. Le curve di indifferenza di tipo Stone-Geary, quindi, equivalgono
a curve di indifferenza Cobb-Douglas disegnate in relazione ai parametri s1 e s2, anziché agli assi
cartesiani. Si può infine affermare che le preferenze Cobb-Douglas sono un caso particolare di
preferenze Stone-Geary (per s1 e s2 uguali a zero).

35
L’inclinazione, infatti, è uguale a –0.3/0.7 o più in generale a a/(1-a).

77
Confrontiamo le preferenze Cobb-Douglas con le Stone-Geary utilizzando gli stessi valori numerici
assegnati al parametro a in precedenza e ponendo s1 e s2 uguali rispettivamente a 10 e 20. Nel caso
simmetrico (a=0.5), la mappa delle curve di indifferenza è simmetrica rispetto alle rette in
corrispondenza dei valori di s1 e s2 anziché agli assi cartesiani, come e4vidente dalla figura 5.12.

I livelli di sussistenza nel consumo dei beni 1 e 2 sono rappresentati rispettivamente dalla retta
verticale in corrispondenza di q1 =10 e da quella orizzontale in corrispondenza di q2=20. Le curve
di indifferenza non sono definite per valori di q1 e q2 inferiori ai rispettivi livelli di sussistenza.

Se a=0.3, otteniamo la seguente mappa di curve di indifferenza riportate in figura 5.13:

Dalla figura 5.13 è possibile notare le similarità con il caso rappresentato nella figura 5.10.

Nell’eventualità che nemmeno il più generico tipo di preferenze definito dalle Stone-Geary sia
capace di fornire un’approssimazione accettabile delle preferenze individuali, diventa necessario
adottare forme funzionali più complesse. Tuttavia, per motivi dei quali si dirà nel capitolo 16, molti
economisti preferiscono approssimare le preferenze (come del resto fanno con tutto…) impiegando
funzioni con pochi parametri piuttosto che forme funzionali molto complesse che le rappresentino
in maniera più precisa. Con questo fine, sono state introdotte delle funzioni che possono essere
considerate buone approssimazioni delle preferenze individuali effettive. Tuttavia, approfondire il
tema delle specificazioni funzionali utilizzate per rappresentare adeguatamente le preferenze
effettive implicherebbe addentrarsi in una matematica troppo complessa. I concetti che per il
momento sarebbe utile avere ben chiari sono riassumibile nei seguenti punti:

1) Diversi agenti economici possono avere preferenze differenti in relazione al consumo


degli stessi beni.
2) Qualche individuo può considerare dei beni perfetti sostituti o perfetti complementi.
3) Altri possono avere preferenze concave.

78
4) Le preferenze di alcuni possono essere di tipo Cobb-Douglas, quelle di altri di tipo
Stone-Geary.
5) Diverse preferenze individuali generano diverse curve di domanda e di offerta (come
può sembrare ovvio fin da ora e come sarà dimostrato formalmente oltre).
6) La curva di domanda può essere derivata dalle preferenze (vedi capitolo 6).
7) Dall’osservazione della curva di domanda si possono inferire le preferenze di un
individuo e quindi prevederne la domanda per il futuro (come si vedrà nei capitoli
successivi).

Nei due capitoli successivi ci occuperemo della derivazione delle funzioni di domanda
corrispondenti ai tipi di preferenze esposte in questo capitolo. Di seguito non saranno considerate
altre forme funzionali di preferenze individuali e quindi nemmeno le corrispondenti funzioni di
domanda. Ciò perché il testo non ha per finalità quella di essere onnicomprensivo. Gli argomenti
dei quali non ci occupiamo in questa sede possono essere studiati in libri di testo più avanzati di
questo. Inoltre, il nostro fine è mettere a disposizione del lettore dei metodi, il che non rende
necessario offrire i dettagli di tutto.
Si potrebbe dire, infatti, che la sola considerazione dei punti da 1 a 7 sarebbe in grado di porre il
lettore sulla buona strada per diventare un buon economista!

5.7: Le funzioni di Utilità


Finora abbiamo offerto una rappresentazione grafica delle preferenze, impiegando l’espediente
delle curve di indifferenza. Ricordiamone le proprietà. In primo luogo, l’individuo ricava la stessa
soddisfazione da ogni combinazione dei due beni che giace sulla stessa curva di indifferenza,
ovvero, egli è indifferente tra una qualsiasi delle combinazioni che appartiene alla stessa curva. In
secondo luogo, se confrontiamo un punto qualsiasi lungo una curva di indifferenza con un altro che
si trova su una curva di indifferenza più vicina all’origine degli assi, è possibile concludere che
l’individuo preferisce la prima alla seconda, in quanto si trova su una curva di indifferenza più alta e
alla quale è associato un livello di benessere maggiore.

Oltre che rappresentare le preferenze graficamente, è possibile dar loro una veste matematica. Si
può specificare una funzione di “felicità” o “utilità”, definita nello spazio (q1,q2) e che rifletta le
proprietà delle curve di indifferenza appena ricordate. In altri termini, è possibile specificare la
funzione di utilità U(q1,q2), tale che questa funzione abbia un valore costante lungo una curva di
indifferenza e assuma valori crescenti in corrispondenza di curve di indifferenza più alte.

In generale, se le preferenze individuali sono tali da essere descritte dalle curve di indifferenza della
forma (5.13):

f(q1,q2) = costante (5.13)

- per cui il valore della costante è maggiore in corrispondenza di curve più alte e minore per curve
più vicine all’origine degli assi - La funzione di utilità è definita da:

U(q1,q2) = f(q1,q2) (5.14)

Nel caso di beni perfetti sostituti in rapporto di 1 a 1, ad esempio, le curve di indifferenza sono
definite da q1 + q2 = costante (come risulta dall’equazione (5.1)) e la funzione di utilità è:

U(q1,q2) = q1 + q2 (5.15)

79
L’espressione (5.15) rispecchia le proprietà di un valore dell’utilità costante lungo la curva di
indifferenza e crescente per curve di indifferenza sempre più lontane dall’origine degli assi.
Riferendoci alla figura (5.1), osserviamo che il livello di utilità è costante e pari a 20 su tutti i punti
lungo al prima curva di indifferenza, a 40 lungo la seconda, e così via, per curve sempre più alte,
fino ad arrivare al valore 180 relativo a tutti i punti che si trovano sulla più alta delle curve di
indifferenza.

Qualsiasi trasformazione monotonica dell’espressione (5.15) è in grado di riflettere le stesse


proprietà. Ad esempio, consideriamo:
U(q1,q2) = 2(q1 + q2) (5.16)

Anche in base a questa funzione (e ricordando la figura (5.1)), il livello di utilità è costante e pari a
40 su tutti i punti lungo al prima curva di indifferenza, a 80 lungo la seconda, e così via per curve
sempre più alte, fino ad arrivare al valore di 360 relativo a tutti i punti che si trovano sulla più alta
delle curve di indifferenza.

Un’altra possibile trasformazione monotonica della (5.15) è data dalla equazione (5.17):

U(q1,q2) = (q1 + q2)2 (5.17)

Ancora una volta le proprietà delle curve di indifferenza sono rappresentate correttamente: il livello
di utilità è costante e pari a 400 in corrispondenza di punti lungo al prima curva di indifferenza, a
1600 lungo la seconda, e così via per curve sempre più alte, fino ad arrivare al valore 32400 relativo
a tutti i punti che si trovano sulla più alta delle curve di indifferenza.

Di conseguenza, la funzione (5.15) rappresenta correttamente le preferenze individuali ma non è


l’unica possibile rappresentazione algebrica delle preferenze stesse. Ogni trasformazione
monotonica di (5.15) riflette correttamente lo stesso tipo di preferenze individuali. Le equazioni
esposte in precedenza assegnano valori numerici all’utilità associata ad ogni curva di indifferenza.
La funzione (5.15) assegna un valore di 20 alla più bassa delle curve di indifferenza del diagramma
(5.1), la sua prima trasformazione monotonica 40, la terza 400. Quindi, il valore assoluto dell’utilità
associato ad una curva di indifferenza non è importante; il valore numerico attribuito al livello di
utilità associato ad una curva di indifferenza può essere uno qualsiasi.

Questa conclusione non è sorprendente se si ricorda che il valore numerico dell’utilità rappresenta il
livello di soddisfazione di un individuo associato ad una curva di indifferenza. Infatti, non è
possibile affermare che David è più “felice” di Julie solo perché il valore dell’utilità di David è pari
a 20 e quello dell’utilità di Julie è solo uguale a 10. I valori numerici assegnati alle utilità
individuali forniscono solo un’indicazione relativa del diverso livello di soddisfazione ottenuto da
individui che consumano lo stesso bene.

Concludiamo questo paragrafo, ricordando che la funzione di utilità rappresenta correttamente le


proprietà delle preferenze individuali, ma non ne offre una rappresentazione algebrica unica.
Nessun significato particolare, dunque, va attribuito ai valori numerici che vengono assegnati ai
livelli di utilità.

Si riportano di seguito le funzioni di utilità relative ai tipi di preferenze individuali considerate in


questo capitolo.

Perfetti sostituti 1 a 1: U(q1,q2) = q1 + q2 da equazione(5.1)


Perfetti sostituti 1 a 2: U(q1,q2) = q1 + q2/2 da equazione(5.2)

80
Perfetti sostituti 1ad a: U(q1,q2) = q1 + q2/a da equazione(5.3)

Perfetti complementi 1 a 1: U(q1,q2) = min(q1, q2) da equazione(5.4)


Perfetti complementi 1 a 2: U(q1,q2) = min(q1, q2/2 da equazione(5.5))
Perfetti complementi 1 ad a: U(q1,q2) = min(q1 + q2/a) da equazione(5.6)

Preferenze concave: U(q1,q2) = max(q1, q2) da equazione(5.7)

Cobb-Douglas con parametro a: U(q1,q2) = q1aq21-a da equazione(5.8)

(oppure U(q1,q2) = a ln(q1) + (1-a) ln (q2) ) da equazione(5.9)

Stone-Geary con parametro a e livelli


di sussistenza nel consumo dei due beni s1 e s2: U(q1,q2) = (q1 - s1) a(q2 -s2 1-a) da equazione(5.11)

(oppure U(q1,q2) = a ln(q1 – s1) + (1-a) ln (q2 – s2) ) da equazione(5.12)

5.8: Riassunto:
Il capitolo appena concluso è da considerarsi preparatorio all’analisi dei capitoli successivi. Più che
scendere nel dettaglio della trattazione, abbiamo preferito introdurre delle definizioni che
risulteranno utili più avanti nel testo. In ogni caso, abbiamo raggiunto importanti conclusioni, ed è
utile ricordarle.

La forma delle curve di indifferenza dipende dalle preferenze individuali.

Esistono due classi molto ampie di preferenze individuali: preferenze concave e preferenze
convesse.

Le curve di indifferenza sono convesse quando l’individuo desidera consumare i due beni
congiuntamente e concave se invece l’individuo preferisce consumare i due beni separatamente.

Abbiamo considerato due casi particolari di preferenze: le preferenze per beni perfetti sostituti e per
beni perfetti complementi.

Le curve di indifferenza sono lineari se l’individuo ritiene due beni perfetti sostituti e hanno forma
di L se invece i due beni vengono considerati perfetti complementi.

Altri due tipi di preferenze sono stati definiti:

Le preferenze Cobb-Douglas e quelle Stone-Geary rappresentano due casi di preferenze convesse.

Infine, abbiamo verificato che:

Le preferenze possono essere descritte da una funzione di utilità ma non in maniera univoca.

81
5.8: Domande di Verifica
1. Siano dati due beni e si assuma che uno di essi sia un male (cioè che all’individuo non
piaccia e più è grande la quantità che ne detiene minore sarà la sua felicità). Quali pensi
possano essere le implicazioni di questo sulla forma delle curve di indifferenza? Adesso
analizziamo due casi distintamente: nel primo assumiamo che l’individuo sia costretto a
consumare entrambi i beni indipendentemente dal fatto che li gradisca o meno; nel secondo
assumiamo che l’individuo possa liberarsi di quei beni che non gradisce senza dover
sopportare nessun costo.
2. Considera due beni che consumi abitualmente. Prova ad individuare che tipo di preferenze
hai per questi due beni. Le tue curve di indifferenza potrebbero essere concave? E questo
implicherebbe che tu vuoi consumare i due beni insieme o singolarmente?
3. Per quale motivo due individui dovrebbero avere preferenze differenti sugli stessi beni?
(Perché le persone sono differenti).

82
Capitolo 6: Domanda e Offerta con il reddito in forma di dotazioni

6.1: Introduzione
Questo capitolo ed il successivo trattano la stessa analisi, cioè la relazione che intercorre tra
funzione di domanda e offerta e differenti preferenze degli individui, da punti di vista leggermente
diversi. Nel primo caso, infatti, il reddito è definito in termini di dotazioni iniziali dei due beni, nel
secondo è espresso in termini monetari. Presumibilmente, questo capitolo è considerato più difficile
dal momento che l’individuo partecipa allo scambio come venditore di un bene e compratore
dell’altro mentre, nello scenario considerato nel capitolo 7, egli è sempre compratore dei due beni.
Un altro motivo potrebbe essere dovuto all’effetto poco intuitivo che una variazione di prezzo ha
sul valore della dotazione quando il reddito è espresso in forma di dotazioni. Infine, il capitolo 7 è
forse giudicato più accessibile alla luce della familiarità con gli argomenti trattati che la lettura di
questo capitolo consente di acquisire. In ogni caso il lettore è avvisato.

Questo capitolo considera uno scenario nel quale il reddito individuale è dato dalle dotazioni iniziali
dei due beni. Il problema della scelta della combinazione di consumo ottimale viene risolto in
presenza di diversi tipi di preferenze individuali. Per un dato livello di prezzo, discutiamo se
all’individuo convenga comprare il bene 1 e vendere il bene 2, fare l’opposto o semplicemente non
vendere né comprare nessuno dei due beni e, nel caso gli convenga vendere e/o comprare, quanto
debba vendere e/o comprare.

In secondo luogo, analizziamo in che maniera i livelli di domanda e offerta dipendano dalle
variabili esogene di maggior rilievo36, vale a dire i prezzi e le dotazioni iniziali dei due beni. Questo
tipo di analisi è conosciuta con il nome di statica comparata. Nel caso particolare in cui l’obiettivo
sia determinare le proprietà della relazione esistente tra la domanda o l’offerta di un bene e il prezzo
del bene stesso, tale relazione prende il nome di curva di domanda o di offerta di quel bene (la
definizione potrebbe essere forviante, visto che la domanda e l’offerta di un bene dipendono non
solo dal prezzo del bene stesso, ma anche dal prezzo dell’altro e dalle dotazioni iniziali di
entrambi).

Anche se la domanda e l’offerta del bene sono determinate per più di un tipo di preferenze
individuali, non è necessario che il lettore ricordi tutti i risultati conseguiti. Più importante è
comprendere a pieno la metodologia applicata. Dopo aver letto questo capitolo, il lettore dovrebbe
essere capace di applicare almeno come principio (nel caso l’algebra risultasse troppo difficile) lo
stesso metodo ad altri tipi di preferenze non considerati in questa sede.

6.2: Il Vincolo di bilancio con il reddito in forma di dotazioni.


Lo scenario è lo stesso del capitolo 5. L’individuo decide in base alle proprie preferenze come
ripartire il proprio consumo tra due beni, il bene 1 e il bene 2. La quantità del bene 1, indicata da q1,
è rappresentata sull’asse delle ascisse e quella relativa al bene 2, q2, sull’asse delle ordinate. I prezzi
dei due beni sono indicati rispettivamente con p1 e p2.

Il reddito dell’individuo è dato dalle dotazioni dei due beni: le quantità del bene 1 e del bene 2
possedute inizialmente e indicate rispettivamente con e1 ed e2. Non è escluso che una delle due
dotazioni iniziali sia uguale a zero. In questo caso la dotazione dell’altro bene deve essere
necessariamente maggiore di zero, altrimenti nessuna delle argomentazioni riportate di seguito
avrebbe senso.

36
Il cui valore viene assunto come dato dall’individuo.

83
I prezzi dei due beni sono esogeni. L’individuo li assume semplicemente come dati e non è in grado
di influenzarli in nessun modo. In corrispondenza di ciascun livello di prezzo possibile, le
opportunità di scambio dell’individuo sono definite dal vincolo di bilancio. Il vincolo di bilancio
deve necessariamente passare dal punto che indica la dotazione iniziale dei due beni. Infatti, deve
essere sempre possibile per l’individuo decidere di non intraprendere nessuno scambio. Inoltre, il
costo da sostenere per acquistare la combinazione desiderata dei due beni deve essere uguale al
valore complessivo della dotazione dell’individuo:

p1q1 + p2q2 = p1e1 + p2e2 (6.1)

Il lato sinistro dell’equazione (6.1) indica il costo complessivo della combinazione dei due beni; il
lato destro rappresenta il valore iniziale della dotazione. L’equazione (6.1) definisce il vincolo di
bilancio, che nello spazio (q1, q2), è rappresentato dalla retta passante per la dotazione iniziale (e1,
e2) e con inclinazione pari a –p1/p2.

Il vincolo di bilancio può essere riscritto in due forme diverse ma equivalenti. Ciò permette di
rendere più evidente il fatto che l’individuo, partendo dalla dotazione iniziale (e1, e2), può
raggiungere il punto (q1, q2), acquistando il bene 1 e vendendo il bene 2 oppure vendendo il bene 1
e acquistando il bene 2.

Se l’individuo decide di comprare quantità addizionali del bene 1, q1 deve essere maggiore di e1 e
q2 minore di e2. Possiamo riscrivere (6.1) nella seguente forma:

p1(q1 – e1) = p2(e2 – q2) (6.2)

Il membro di sinistra esprime il costo associato all’acquisto della quantità addizionale del bene 1.
Tale costo viene finanziato vendendo (e2 – q2) unità del bene 2, ottenendo in cambio ciò che gli
necessita per l’acquisto della quantità addizionale del bene 1.

Alternativamente, l’individuo può decidere di vendere parte del bene 1 e comprare una certa
quantità del bene 2. In questo caso q1 è minore di e1, e q2 maggiore di e2. Possiamo quindi riscrivere
(6.1) come:

p1(e1 – q1) = p2(q2 – e2) (6.3)

p1(e1 – q1) rappresenta il ricavato della vendita di (e1 – q1) unità del bene 1 al prezzo unitario di p1.
A sinistra dell’equazione troviamo il costo di acquisto di (q2 – e2) unità aggiuntive del bene 2 al
prezzo unitario di p2. Le due equazioni (6.2) e (6.3) sono equivalenti.

Ognuna delle equazioni (6.1), (6.2) e (6.3) definisce una relazione lineare in q1 e q2 nello spazio
(q1,q2), passante attraverso la dotazione iniziale X (sostituendo i valori q1 = e1 e q2 = e2 ognuna
delle tre equazioni risulta soddisfatta) e con un’inclinazione di –p1/p2 (il prezzo del bene 1 in
relazione al bene 2). Che il valore dell’inclinazione del vincolo di bilancio sia –p1/p2, risulta chiaro
riscrivendo l’equazione (6.1) otteniamo la (6.4)

q2 = (p1e1 + p2e2)/p2 –( p1/p2) q1 (6.4)

espressione (6.4) è lineare in q2 e q1 con il coefficiente di q1 uguale a –p1/p2.

E’ importante notare che il vincolo di bilancio deve passare per la dotazione iniziale: all’individuo
deve essere offerta la possibilità di non partecipare a nessuno scambio e di rimanere nella situazione
iniziale. Questa circostanza ha importanti implicazioni. Una di queste è che il vincolo di bilancio

84
ruota intorno alla dotazione iniziale al variare di uno dei prezzi dei due beni. In particolare, se p1
aumenta (o p2 diminuisce), il valore dell’inclinazione aumenta e il vincolo di bilancio ruota in senso
orario intorno ad X. Un tale andamento del prezzo relativo peggiora la condizione dell’individuo se
questi è compratore del bene 1 e venditore del bene 2 (in quanto il prezzo del bene che sta
acquistando aumenta e quello del bene che sta vendendo diminuisce), viceversa la migliora se
l’individuo è venditore del bene 1 e compratore del bene 2 (in quanto il prezzo del bene che sta
acquistando diminuisce e quello del bene che sta vendendo aumenta). Entrambi i casi vengono
esposti in maggior dettaglio nel prosieguo del capitolo.

La scelta ottima dell’individuo in corrispondenza di determinati valori delle dotazioni iniziali e dei
prezzi dei due beni, dipende dalle preferenze individuali. Di seguito prendiamo in considerazione le
preferenze Cobb-Douglas, Stone-Geary e i casi di beni perfetti sostituti e perfetti complementi. Il
concetto fondamentale da cogliere è la stretta dipendenza della domanda del bene dal tipo di
preferenze individuali.

6.3: La scelta ottima con Preferenze Cobb-Douglas


Sebbene la determinazione della combinazione ottima di consumo avviene mediante l’impiego
dell’analisi grafica, è utile iniziare la nostra trattazione con alcune espressioni matematiche. Le
formule possono essere tralasciate da chi non si senta abbastanza familiare con il calcolo
matematico. La dimostrazione dei risultati ottenuti, infatti, utilizzerà anche esempi numerici.
L’importante è che il lettore si renda conto del fatto che la forma finale della domanda sia
determinata in maniera cruciale dalla forma delle preferenze individuali.

Ricordiamo che le preferenze Cobb-Douglas possono essere rappresentate dalla funzione di utilità:

U(q1,q2) = q1aq21-a (6.5)


O, in maniera equivalente da:

U(q1,q2) = a ln(q1) + (1-a) ln (q2) (6.6)

Sappiamo che, dato un certo vincolo di bilancio, l’obiettivo dell’individuo è collocarsi su un punto
del vincolo che sia sulla più alta curva di indifferenza possibile, in corrispondenza del quale, cioè, la
propria utilità sia massimizzata. Dato il vincolo di bilancio (6.1) e la funzione di utilità (6.6), il
problema di scelta dell’individuo è calcolare il punto (q1, q2) tale che l’espressione a ln(q1) + (1-a)
ln (q2) sia massimizzata sotto il vincolo p1q1 + p2q2 = p1e1 + p2e2.

Uno dei possibili modi per trovare una soluzione a questo problema di massimizzazione è riportato
nell’appendice matematica di questo capitolo. La soluzione del problema di massimizzazione di
U(q1, q2) sotto il vincolo di bilancio p1q1 + p2q2 = p1e1 + p2e2 è data dalle seguenti espressioni:

q1 = a(p1e1 + p2e2)/p1
q2 = (1-a)(p1e1 + p2e2)/p2 (6.7)

o, in maniera equivalente:

p1q1 = a(p1e1 + p2e2)


p2q2 = (1-a)(p1e1 + p2e2) (6.8)

Osserviamo che (p1e1 + p2e2) rappresenta il valore della dotazione individuale, ovvero, il reddito
dell’individuo. In base alla prima delle due equazioni (6.8), osserviamo che il costo di acquisto del
bene 1 (p1q1) è semplicemente pari ad una frazione costante (a) del reddito totale. Dalla seconda

85
espressione poi, risulta che l’ammontare di risorse necessario ad acquistare il bene 2 (p2q2) è uguale
alla frazione costante del reddito (1-a).

Dunque, in presenza di preferenze individuali Cobb-Douglas, l’individuo destina due frazioni


diverse (ad eccezione del caso in cui a = 0.5) del proprio reddito totale (p1e1 + p2e2) tra il consumo
del bene 1 e quello del bene 2. La frazione a di reddito totale viene impiegata per l’acquisto del
bene 1 e la frazione complementare (1-a) nell’acquisto dell’altro bene. La spesa totale in ciascuno
dei due beni è sempre pari ad una quota costante del reddito totale. Concludendo, le quantità
effettivamente acquistate dei beni 1 e 2 dipendono dal livello dei prezzi di ciascuno dei due beni.

Per un valore di a pari a 0.25, l’individuo spenderà un quarto del proprio reddito per acquistare il
bene 1 e i rimanenti tre quarti per acquistare l’altro bene. Se, ad esempio, il reddito totale è di 100
euro, allora 25 euro vengono destinati all’acquisto del bene 1 e 75 all’acquisto del bene 2. Le
quantità consumate di ciascuno dei due beni dipendono dal livello dei rispettivi prezzi. Se, ad
esempio, il prezzo unitario del bene 1 è 5 euro, l’individuo consuma 5 (25/5) unità del bene mentre,
in corrispondenza di un prezzo unitario di 2 euro, 12.5 (25/2) unità del bene vengono consumate.

Quando il reddito è espresso in forma di dotazioni, si verifica una circostanza che può generare
confusione: variazioni nei livelli di prezzo influenzano il valore del reddito. Se i livelli dei prezzi
variano, si genera una variazione sia nel valore del reddito, che nel potere d’acquisto della
dotazione iniziale. Ad esempio, per e1 = 15 e e2 = 25, se p1 = p2 = 1, il valore della dotazione
iniziale è 40 euro. Per un valore del parametro a fissato a 0.25, 10 euro (un quarto del reddito totale)
vengono destinati per l’acquisto del bene 1 e 30 euro (tre quarti del reddito totale) per quello del
bene 2. Se p1 = p2 = 1, dunque, vengono consumate 10 unità del bene 1 e 30 unità del bene 2.
Supponiamo che il prezzo del bene 2 aumenti a p2 = 2 e che il prezzo del bene 1 resti invariato. Il
valore della dotazione iniziale (cioè il reddito dell’individuo), diventa di 65 euro (= 15 x 1 euro + 25
x 2 euro) e l’individuo continua a spendere un quarto del proprio reddito per il bene 1 e tre quarti
nel bene 2: quindi 16.25 euro vengono destinati all’acquisto del bene 1 e 48.75 euro a quello del
bene 2. Le quantità consumate del bene 1 e del bene 2 sono rispettivamente 16.25 e 24.375 unità
(non dimentichiamo che il nuovo prezzo per il bene 2 è 2 euro). L’aumento di p1 da 1 a 2 euro ha
per effetto l’aumento della domanda lorda del bene 1 da 10 a 16.25 (perché il valore del reddito
individuale è aumentato) e la contrazione della domanda lorda del bene 2 da 30 a 24.375 (in
conseguenza dell’effetto congiunto dell’aumento del reddito e della diminuzione del potere
d’acquisto della quota di reddito destinata all’acquisto del bene 2).

La determinazione della domanda (lorda) di ciascun bene in presenza di preferenze Cobb-Douglas è


relativamente facile. E’ sufficiente calcolare il valore del reddito totale a disposizione dell’individuo
e destinarne la frazione a all’acquisto del bene 1 e la frazione complementare (1-a) all’acquisto
dell’altro bene; una volta fatto questo, è possibile calcolare le quantità consumate dei due beni ai
rispettivi prezzi.

L’analisi grafica di un caso specifico permette di ottenere una dimostrazione della validità delle
espressioni (6.7) e di stabilire un nesso tra queste argomentazioni a quelle svolte nel capitolo 4.
Altri esempi numerici possono essere elaborati autonomamente dal lettore.

L’analisi grafica considera il caso di preferenze Cobb-Douglas simmetriche (a = 0.5). L’individuo


ha una dotazione iniziale di 30 unità del bene 1 e 50 del bene 2 (e1 =30 e e2 = 50). La
corrispondente mappa delle curve di indifferenza è disegnata nella figura 6.1, dove la dotazione
iniziale è indicata con X.

86
La scelta delle quantità ottime dei due beni dipende dal livello dei prezzi dei beni stessi. Iniziamo a
considerare37 i seguenti livelli di prezzo: p1 = ¼ e p2 = 1. Come dovrebbe essere ormai chiaro, la
retta che passa attraverso X con inclinazione -p1/p2 = -¼/1 = -¼, è il vincolo di bilancio.

In primo lungo, verifichiamo le proprietà del vincolo di bilancio.

In corrispondenza dei prezzi p1 = ¼ e p2 = 1, il valore della dotazione iniziale (e1 =30 e e2 = 50) è
pari a ¼ x 30 + 1 x 50 = 57.5. Volendo, l’individuo ha la possibilità di spendere tutto il suo reddito
nel consumo del bene 2. In questo caso, egli consumerebbe la dotazione (0, 57.5). In corrispondenza
di questo punto, il vincolo di bilancio interseca l’asse delle ordinate. Analogamente, l’individuo può
decidere di spendere il proprio reddito di 57.5 per intero nel bene 1 e di collocarsi nel punto (230,
0), in corrispondenza del quale il vincolo di bilancio interseca l’asse delle ascisse.

Una volta definito il vincolo di bilancio, analizziamo la scelta ottima dell’individuo. Ricordiamo
che l’obiettivo da perseguire è quello di posizionarsi sulla più alta curva di indifferenza possibile.
La soluzione grafica al problema di scelta è indicata in figura da un asterisco. In corrispondenza di
tale punto è soddisfatta la seguente proprietà: il vincolo di bilancio è tangente alla più alta curva di
indifferenza raggiungibile.

Finora abbiamo concluso che nel caso di preferenze Cobb-Douglas simmetriche (a = 0.5), metà del
reddito viene speso nel bene 1 e l’altra metà nel bene 2. Il reddito totale è pari a 57.5 per cui
l’individuo spende 28.75 nel bene 1 e 28.75 nel bene 2. Con una spesa di 28.75, al prezzo di ¼
possono essere acquistate 115 unità del bene 1. Con la stessa somma e al prezzo unitario di 1, se ne
37
In seguito analizzeremo l’effetto della variazione del prezzo del bene 1, il che giustifica il titolo del grafico 6.1.

87
possono acquistare solo 28.75 del bene 2. La combinazione ottima, dunque, è (115, 28.75) ed è
indicata in figura dall’asterisco.

Partendo dalla dotazione iniziale (30, 50), è ora possibile verificare quale debba essere il
comportamento dell’individuo per raggiungere la combinazione ottima di consumo (115, 28.75).
Egli deve vendere 50 – 28.75 = 21.25 unità del bene 2, ottenendo in cambio un ammontare di 21.25
(in quanto il prezzo del bene 2 è 1). Tale ammontare poi deve essere speso nell’acquisto di 85 unità
addizionali del bene 1 (il prezzo del bene 1 è ¼) che permettono di accrescere il consumo del bene 1
da 30 a 115. In conclusione, abbiamo determinato un valore di domanda netta del bene 1 pari a 85 e
un livello di offerta netta del bene 2 pari a 21.25.

Tutti i valori delle variabili interessate dal processo di scelta dell’individuo sono espressi nella
prima colonna della tabella 6.1.

Tabella 6.1: Domanda netta dei beni 1 e 2, quando p2 è fissato a 1


Prezzo del bene 1 1/4 1/3 ½ 1 2 3 4
p1/p2 (prezzo relativo) 1/4 1/3 ½ 1 2 3 4
Valore della dotazione 57.5 60 65 80 110 140 170
iniziale
Frazione di reddito totale 28.75 30 32.5 40 55 70 85
destinata al consumo del
bene 1
Frazione di reddito totale 28.75 30 32.5 40 55 70 85
destinata al consumo del
bene 2
Domanda Lorda del bene 115 90 65 40 27.5 23.333 21.25
1
Domanda Lorda del bene 28.75 30 32.5 40 55 70 85
2
Domanda Netta del bene 85 60 35 10 -2.5 -6.67 -8.75
1*
Domanda Netta del bene -21.25 -20 -17.5 -10 5 20 35
2*
*
Valori negativi definiscono un’offerta netta del bene. I valori della tabella si riferiscono al caso in
cui p2 =1, e1 =30 e e2 =50.

Nel nostro esempio abbiamo studiato la scelta ottima dell’individuo in corrispondenza di specifici
valori di prezzo e di dotazioni iniziali. La stessa procedura può essere seguita assegnando valori
diversi alle variabili esogene e verificare come l’offerta e la domanda dei due beni ne risultino
modificate. Di questo ci occupiamo nel seguito del paragrafo, lasciando variare alternativamente il
livello dei prezzi dei beni e/o il valore delle dotazioni iniziali.

Consideriamo in primo luogo gli effetti su domanda e offerta di una variazione del prezzo del bene
1, mantenendo il livello del prezzo del bene 2 e il valore delle dotazioni iniziali ai valori specificati
in precedenza (p2 = 1, e1 = 30 e e2 = 50). Assumiamo che p1 possa assumere i seguenti valori: 1/3,
1/2, 1, 2 , 3 e 4. Lasciando tutti gli altri casi al lettore, consideriamo a titolo esemplificativo solo la
diminuzione di p1 da 1 a 1/3.

Se p1 = 1/3, il nuovo valore della dotazione iniziale è 1/3 x 30 + 1 x 50 = 60. Nei due casi estremi,
l’individuo spende tutto il proprio reddito in uno dei due beni acquistando 60 unità del bene 2
oppure 180 unità del bene 1. Di conseguenza, il vincolo di bilancio unisce l’intercetta verticale (0,

88
180) e quella orizzontale (60, 0) e passando per (30, 50). Il nuovo vincolo di bilancio può essere
disegnato nel grafico 6.1.

L’individuo spende metà (30) del proprio reddito totale (60) per acquistare il bene 1, ottenendo 90
unità del bene in questione e l’altra metà nel bene 2, ottenendone 30 unità. Per dotazioni iniziali dei
due beni pari rispettivamente a 30 e 50, le domande nette corrispondenti sono di 60 unità per il bene
1 e 20 unità per il bene 2.

La determinazione dei livelli di domanda netta per valori di p1 uguali a 1/2, 1, 2, 3 e 4, è lasciata al
lettore che può verificare l’esattezza dei propri risultati sulla base dei dati contenuti in tabella.

Una volta determinata la scelta ottima dell’individuo per diversi livelli di prezzo del bene 1, è
possibile rappresentare graficamente le curve di domanda netta dei due beni. A questo scopo,
utilizziamo i dati contenuti nella prima e nelle ultime due righe della tabella precedente. Nel
diagramma rappresentato in figura 6.2, il prezzo del bene 1 è rappresentato sull’asse delle ascisse e i
corrispondenti livelli di domanda e offerta sull’asse delle ordinate.

La curva di domanda netta del bene 1 è la curva decrescente che, da positiva diventa negativa e
assume valore zero quando p1 è uguale a 5/3. La curva di domanda netta del bene 2 è la linea retta
che da negativa diventa positiva e per p1 = 5/3 si annulla. Quindi, quando la domanda netta del bene
1 è positiva, quella dell’altro bene è negativa e viceversa. Per valori sufficientemente bassi di p1
(compresi tra 0 e 5/3), l’individuo è compratore netto del bene 1 e venditore netto del bene 2.
Viceversa, quando p1 si attesta su valori sufficientemente alti, l’individuo diventa venditore netto
del bene 1 e compratore netto del bene 2. In corrispondenza di p1 = 5/3, l’individuo resta nella
posizione iniziale. Questa strategia è ottimale nel caso in cui il vincolo di bilancio si collochi al di
sotto della curva di indifferenza iniziale, ad eccezione del punto corrispondente alla dotazione.
Questa circostanza si verifica solo se in corrispondenza di tale punto, il vincolo di bilancio è
tangente alla curva di indifferenza iniziale. Ne consegue che l’inclinazione della curva di
indifferenza iniziale in corrispondenza della dotazione iniziale è pari a –5/338.

Dalla figura 6.2 emergono due proprietà della domanda:

(1) la domanda di un bene decresce al crescere del proprio prezzo;

38
In presenza di preferenze Cobb-Douglas il Saggio Marginale di Sostituzione è uguale a aq2 / [(1-a)q1].

89
(2) la domanda di un bene cresce all’aumentare del prezzo dell’altro bene.

L’individuo tende a ridurre la domanda di un bene quando l’altro bene diventa relativamente più a
buon mercato. Queste due proprietà sono valide in generale a meno di alcune eccezioni.

Le equazioni (6.7) forniscono la forma generica delle domande lorde dei due beni. Sostituendo in
queste due equazioni i valori specifici e1 = 30, e2 = 50 e p2 = 1, possiamo derivare le funzioni di
domanda netta del bene 1 e del bene 2 relative al nostro esempio numerico. Per il bene 1, sappiamo
che la domanda netta è pari alla domanda lorda (q1 = a(p1e1 + p2e2)/p1) meno la dotazione iniziale
e1. Sostituendo e1 = 30, e2 = 50 e p2 = 1, otteniamo 0.5(p1 30 + 50)/p1 – 30 . La domanda netta del
primo bene è, dunque, 25/p1 – 15. Questa è l’equazione della curva decrescente in figura 6.2 – per
valori p1 sufficientemente bassi, la domanda netta è positiva, è zero per p1 =25/15 = 5/3, e diventa
negativa per valori del prezzo maggiori di 5/3. La domanda netta del secondo bene si ottiene
sottraendo la domanda lorda q2 = (1-a)(p1e1 + p2e2)/p2 da e2. Per sostituzione, otteniamo 0.5(p1 30
+ 50) – 50 e la domanda netta del bene 2 diventa di conseguenza 15 p1 – 25. Quest’ultima è
l’equazione della retta disegnata nella figura 6.2. La domanda netta del bene 2 è negativa per valori
bassi di p1, è zero per p1 = 25/15 = 5/3 e diventa positiva per valori di p1 maggiori di 5/3.

Il nostro primo esercizio di statica comparata ha riguardato l’analisi degli effetti di un aumento del
prezzo del bene 1 sulla domanda netta del bene stesso. Altri esercizi possono essere condotti
seguendo la stessa procedura. Ad esempio, si possono valutare gli effetti conseguenti variazioni nel
livello del prezzo del bene 2 o nel valore delle dotazioni iniziali dei due beni.

Gli effetti di una variazione di p2 sono facilmente prevedibili. Infatti, piuttosto che la considerazione
dei valori assoluti dei prezzi dei due beni, è sempre corretto fare riferimento al valore
dell’inclinazione del vincolo di bilancio: –p1/p2. In precedenza il valore di p2 è stato fissato a 1 e
abbiamo lasciato assumere a p1 i seguenti valori: 1/4, 1/3, 1/2, 1, 2, 3, e 4. I corrispondenti valori del
prezzo relativo –p1/p2 sono: 1/4, 1/3, 1/2, 1, 2, 3 e 4. Supponiamo ora di mantenere fisso p1 e di far
assumere a p2 i seguenti valori: 1/4, 1/3, 1/2, 1, 2, 3 e 4. In questo caso il prezzo relativo –p1/p2
diventa rispettivamente: 4, 3, 2, 1, 1/2, 1/3 e 1/4. Gli effetti delle variazioni di prezzo del bene 2
sono facilmente rintracciabili (per dati valori di p1, e1 e e2). Dati i risultati riportati nella tabella
esposta in precedenza è facile ottenere la tabella che segue.

Tabella 6.2: Domanda netta dei beni 1 e 2, quando p1 è fissato a 1


Prezzo del bene 2 1/4 1/3 ½ 1 2 3 4
p1/p2 (prezzo relativo) 4 3 2 1 ½ 1/3 ¼
Valore della dotazione 42.5 46⅔ 55 80 130 180 230
iniziale
Frazione di reddito totale 21.25 23⅓ 27.5 40 65 90 115
destinata al consumo del
bene 1
Frazione di reddito totale 21.25 23⅓ 27.5 40 65 90 115
destinata al consumo del
bene 2
Domanda Lorda del bene 21.25 23⅓ 27.5 40 65 90 115
1
Domanda Lorda del bene 85 70 55 40 32.5 30 28.75
2
Domanda Netta del bene -8.75 -6⅔ -2.5 10 35 60 85
1*

90
Domanda Netta del bene 35 20 5 -10 -17.5 -20 -21.25
2*
*
Valori negativi indicano un’offerta netta. I valori riportanti in questa tabella fanno riferimento al
caso in cui p1 =1, e1 =30 and e2 =50.

I valori delle domande nette dei due beni riportati nelle due ultime righe sono quelli contenuti nelle
ultime due righe della tabella precedente, ma riportati in ordine opposto. Ciò è dovuto al fatto che i
valori del prezzo relativo sono gli stessi, ma anche essi in ordine opposto. Utilizzando i valori
contenuti nella nuova tabella, possiamo rappresentare le domande nette dei due beni. In questo caso
rappresentiamo sull’asse delle ascisse il prezzo del bene 2 anziché p1.

La domanda netta del bene 2 è rappresentata dalla curva decrescente che, da positiva per valori
sufficientemente bassi di p2, si annulla in corrispondenza di p2 = 3/5 (come interpretiamo questo
valore?), e assume valori negativi per ogni prezzo maggiore di 3/5. Viceversa, la domanda netta del
bene 1 (rappresentata dalla linea retta nella figura 6.4) è prima negativa, poi si annulla in
corrispondenza di p2 = 3/5 e, infine, diventa positiva per ogni p2 maggiore di 3/5.

Nell’ultimo esercizio di statica comparata analizziamo quali sono gli effetti prodotti da variazioni
nell’ammontare delle dotazioni iniziali. Lasciamo variare e1 e fissiamo i prezzi in maniera tale che
l’inclinazione del vincolo di bilancio sia pari a –1. Questa situazione è riportata nella figura 6.5. La
dotazione iniziale del bene 2 è fissata a 50. Consideriamo inizialmente una dotazione e1 = 10. Il
punto (10,50) è indicato nella seguente figura 6.5 con X.

La scelta ottima dell’individuo è indicata dall’asterisco in corrispondenza del punto (30, 30). Le
domande nette del bene 1 e del bene 2 sono pari rispettivamente a 20 e –20.

91
Ammettiamo ora che e1 sia uguale a 20. In questo caso, il punto di ottimo diventa (35, 35) e le
domande nette dei beni 1 e 2 sono pari rispettivamente a 15 (leggermente inferiore al caso
precedente perché la dotazione iniziale del bene 1 è aumentata) e –15. Per valori di e1 via via più
elevati, la domanda lorda del bene 1 assume valori progressivamente maggiori (in quanto la
situazione iniziale dell’individuo migliora progressivamente) e la domanda netta del bene 2
continua a decrescere. Per un valore di e1 pari a 50 (lo stesso di e2), la domanda netta del bene 1 si
annulla, poi diventa negativa. La dinamica appena descritta è esposta graficamente nella figura 6.6.

La retta decrescente per valori crescenti di e1 descrive l’andamento della domanda netta del bene 1,
la retta crescente quello della domanda netta del bene 2.

Un altro esercizio di statica comparata potrebbe riguardare gli effetti di una variazione della
dotazione del bene 2, ma lo lasciamo al lettore.
Non vogliamo appesantire con ulteriori dettagli gli argomenti di questo paragrafo. Ricordiamo al
lettore, tuttavia, quanto sia importante comprendere i principi generali della determinazione della
scelta ottima dell’individuo e come la sua soluzione possa essere influenzata da variazioni nei valori
delle variabili esogene. Ancora, è rilevante che si sappia apprezzare l’importanza dell’assunzione
sul tipo di preferenze individuali nel determinare la forma delle “funzioni di domanda”
rappresentate nelle figure 6.2, 6.3 e 6.5. Al fine di rendere chiara questa stretta dipendenza,
osserviamo come la forma delle funzioni di domanda cambi nel caso di preferenze Cobb-Douglas
che non siano simmetriche. Per a = 0.3 e (1-a) = 0.7, la mappa delle curve di indifferenza appare
come nel grafico 6.9:

92
Dalla formula introdotta in precedenza, deriviamo la seguente relazione grafica, riportata in figura
6.10, tra le domande nette dei due beni e il prezzo del bene 1:

Dal confronto tra le figure 6.2 e 6.10, emergono le seguenti differenze: (1) le inclinazioni sono
diverse; (2) cambia il punto in corrispondenza del quale l’individuo da compratore di un bene
diventa venditore del bene stesso. Risulta chiaro, concludendo, che la forma delle preferenze,
influenza la forma delle funzioni di domanda.

6.4: La scelta ottima con Preferenze Stone-Geary


Come per le preferenze Cobb-Douglas, iniziamo la trattazione delle preferenze di tipo Stone-Geary,
derivando algebricamente le corrispondenti funzioni di domanda. Tale procedura di determinazione,
prima vista complessa, è semplificata dalle proprietà possedute dalle Stone-Geary. Sappiamo,
infatti, che in presenza di preferenze Stone-Geary, prima che il reddito totale possa essere ripartito
tra il consumo dei due beni, si devono assicurare i livelli di consumo di sussistenza degli stessi. Ne
risultano curve di indifferenza Cobb-Douglas disegnate rispetto ai livelli di consumo di sussistenza
dei beni 1 e 2.

Dalle proprietà appena ricordate, è possibile concludere quanto segue: l’individuo che abbia
preferenze Stone-Geary compra una quantità s1 del bene 1 e una quantità del bene 2 pari a s2. In

93
seguito, spende le frazione a e (1-a) di reddito residuo per acquistare rispettivamente il bene 1 e il
bene 2. Le conseguenti funzioni di domanda lorda dei due beni sono:

q1 = s1 + a(p1e1 + p2e2 – p1s1 – p2s2)/p1


q2 = s2 + (1-a)(p1e1 + p2e2 – p1s1 – p2s2)/p2 (6.9)

Le funzioni di domanda descritte in (6.9) hanno proprietà diverse da quelle relative a preferenze
Cobb-Douglas. Ciò implica che dalla forma delle funzioni di domanda è possibile inferire la
struttura delle preferenze individuali.

6.5: La scelta ottima con beni perfetti sostituti


Nel caso in cui l’individuo ritenga i due beni perfetti sostituti, il problema della scelta ottima
diventa di facile soluzione. La scelta, infatti, ricade sempre sul meno caro dei due beni. Se il
rapporto di sostituibilità è di 1 a 1 e p1 < p2 , allora l’individuo compra solo il bene 1; se, invece, p2
< p1, l’individuo spende tutto il proprio reddito nel consumo del bene 2. Più in generale,
consideriamo beni che siano ritenuti sostituibili in rapporto 1 ad a. Dato che il consumo di 1 unità
del bene 1 è equivalente al consumo di a unità del bene 2, quando p1 < ap2, l’individuo acquista
solo il bene 1; se, viceversa, ap2 < p1, solo il bene 2 viene acquistato.

Il grafico 6.18 visualizza il caso di due beni perfetti sostituti in rapporto 1 a 1. Il prezzo unitario del
bene 2 è 1 e le dotazioni dei due beni sono pari rispettivamente a 30 e 50. Il prezzo del bene 1 è ¼.
Di conseguenza, il vincolo di bilancio passa per la dotazione iniziale e ha inclinazione pari a –1/4.
La massima quantità acquistabile di bene 2 è 57.5, quella relativa al bene 1 è pari a 230. La scelta
ottima consiste nello spendere il reddito totale per intero nel consumo del bene 1. Il punto di ottimo
è indicato dall’asterisco. La domanda lorda del bene 1 è 230, mentre quella del bene 2 è 0 e le
rispettive domande nette dei due beni sono pari a 200 e –50. Il punto di ottimo (230,0) viene
raggiunto vendendo 50 unità del bene 2 e utilizzando il ricavato della vendita per acquistare 200
unità addizionali del bene 1.

La soluzione ottenuta resta valida per qualsiasi livello di prezzo del bene 1 tale che p1 < p2. Se i
prezzi dei due beni coincidono, il vincolo di bilancio si sovrappone alla curva di indifferenza e ogni
punto lungo il vincolo diventa un punto di ottimo.

Se p2 < p1, viceversa, diventa ottimale vendere l’intera dotazione iniziale del bene 1 per scambiarla
con unità addizionali del bene 2. La tabella 6.3 contiene i valori di domande lorde e nette dei due
beni per diversi valori di prezzo del bene 1.

Tabella 6.3: Domanda netta dei beni 1 e 2, quando i beni sono perfetti sostituti
Prezzo del bene 1 1/4 1/3 ½ 1 2 3 4
Domanda Lorda del bene 1 230 180 130 * 0 0 0

94
Domanda Lorda del bene 2 0 0 0 * 110 140 170
Domanda Netta del bene 1 200 150 100 * -30 -30 -30
Domanda Netta del bene 2 -50 -50 -50 * 60 90 120
*
Qualsiasi quantità soddisfa il vincolo di bilancio. I dati in tabella si riferiscono al caso in cui p2 =1,
e1 =30 e e2 =50.

Dai dati in tabella 6.3 osserviamo che l’individuo sposta la propria decisione di consumo dal bene 1
al bene 2 non appena il prezzo del bene 1 diventa maggiore di 1. I livelli di domanda netta dei due
beni per diversi valori di prezzo del bene l sono rappresentati nella figura 6.19.

Per ogni prezzo compreso tra 0 e 1, l’individuo scambia per intero le 50 unità di dotazione iniziale
del bene 2 con la maggiore quantità possibile del bene 1; per ogni livello di prezzo maggiore di 1,
30 unità del bene 1 vengono scambiate con la maggiore quantità possibile del bene 2. Le espressioni
algebriche delle due domande lorde sono date dalle equazione (6.10):

se p1 < p2, allora q1 = (p1e1 + p2e2)/p1 e q2 =0

se p2 < p1, allora q2 = (p1e1 + p2e2)/p2 e q1 =0 (6.10)

Le domande nette vengono calcolate sottraendo dalle domande lorde le rispettive dotazioni iniziali,
come mostrato nelle equazione (6.11):

se p1 < p2, allora per il bene 1 (p1e1 + p2e2)/p1 – e1 e per il bene 2 –e2

se p2 < p1, allora per il bene 2 (p1e1 + p2e2)/p2 – e2 e per il bene 1 –e1 (6.11)

Più in generale, per beni perfetti sostituti in rapporto 1 ad a, abbiamo le seguenti domande lorde:

se p1 < ap2 allora q1 = (p1e1 + p2e2)/p1 e q2 =0

se ap2 < p1 allora q2 = (p1e1 + p2e2)/p2 e q1 =0 (6.12)

La derivazione delle rispettive domande nette è lasciata al lettore.

In conclusione, notiamo la notevole differenza tra le funzioni di domanda relative al caso di perfetti
sostituti e quelle relative al caso di preferenze Cobb-Douglas, tale differenza risulta evidente
confrontando le figure 6.2 e 6.19.

6.6: La scelta ottima con beni perfetti complementi

95
Anche la soluzione del problema della scelta ottima in presenza di due beni perfetti complementi è
relativamente semplice. L’individuo, infatti, consuma sempre i due beni in proporzioni fisse.
Consideriamo il caso di perfetti complementi in rapporto di 1 a 1, figura 6.22.

Il punto di ottimo è sempre una soluzione d’angolo: il punto in corrispondenza del quale il vincolo
di bilancio interseca la linea che unisce i punti d’angolo delle curve di indifferenza. Nel caso di beni
perfetti complementi in rapporto di 1 a 1, l’equazione di questa retta è q1 = q2 e l’equazione del
vincolo di bilancio è p1q1 + p2q2 = p1e1 + p2e2.

Risolvendo le due equazioni per sostituzione, deriviamo le seguenti funzioni di domanda lorda:

q1 = q2 = (p1e1 + p2e2)/(p1 + p2) (6.13)

Le domande nette corrispondenti vengono ricavate sottraendo e1 da q1 ed e2 da q2.

Le domande nette dei due beni in funzione del prezzo del bene 1 e per valori dei parametri e1 = 30,
e2 = 50, p2 =1, sono disegnate nel grafico 6.23.

L’individuo è sempre compratore netto del bene 1 e venditore netto del bene 2. Perché?

Nel caso di beni perfetti complementi in rapporto di 1 ad a, l’equazione della retta che unisce tutti i
punti d’angolo delle curve di indifferenza della mappa diventa q1 = aq2, e le domande lorde sono
rappresentate algebricamente da:

q1 = (p1e1 + p2e2)/(p1 + ap2)


q2 = a(p1e1 + p2e2)/(p1 + ap2) (6.14)

La determinazione delle domande nette è lasciata al lettore.

96
6.7: Considerazioni Conclusive
Ci siamo già soffermati sul concetto fondamentale in base al quale le funzioni di domanda
dipendono dalla forma delle preferenze. Ciò risulta evidente dal confronto delle figure 6.2, 6.10,
6.19 e 6.23. L’importanza di questa dipendenza emerge nel momento in cui si disponga di
informazioni relative alla domanda e si voglia utilizzarle a fini di previsione. In tal caso, è possibile
in primo luogo inferire la forma delle preferenza dalle funzioni di domanda. Poi, dalla forma delle
preferenze si può prevedere l’andamento futuro della domanda stessa.

6.8: Riassunto
Anche se forse finora il lettore non se ne è reso conto, è possibile distinguere in maniera molto netta
le preferenze che abbiamo considerato finora. Infatti,

Per beni perfetti sostituti in rapporto 1 ad a, l’individuo compra solo uno dei due beni spostando la
propria decisione di consumo da un bene all’altro non appena il prezzo diventa maggiore di a.

Per beni perfetti complementi in rapporto 1 ad a, il rapporto tra la domanda lorda del bene 1 e la
domanda lorda del bene 2 è sempre costante e pari ad a.

In presenza di preferenze Cobb-Douglas, il rapporto tra la domanda lorda del bene 1 e la domanda
lorda del bene 2 è sempre costante e pari ad a/(1-a).

Al lettore il compito di estendere queste definizioni al caso di preferenze Stone-Geary.

6.10: Appendice Matematica

In questa appendice deriveremo le funzioni di domanda Cobb-Douglas. Ricordando che il problema


è di massimizzazione vincolata, quindi bisogna:
massimizzare U(q1,q2) = a ln(q1) + (1-a) ln (q2) (6.6)
sotto il vincolo p1q1 + p2q2 = p1e1 + p2e2. (6.1)

Probabilmente il modo più semplice è quello di scrivere la Lagrangiana (la funzione obiettivo meno
λ volte il vincolo):

L = a ln(q1) + (1-a) ln (q2) – λ(p1q1 + p2q2 - p1e1 - p2e2) (A6.1)

E quindi massimizzare L rispetto a q1, q2 e λ. Le condizioni di ottimo sono:

dL/dq1 = a/q1 - λ p1 = 0
dL/dq2 = (1-a)/q2 - λ p2 = 0 (A6.2)
dL/dλ = p1q1 + p2q2 - p1e1 - p2e2 = 0

Dalla prima abbiamo che p1q1 = a/λ, dalla seconda p2q2 = (1-a)/λ. Sostituendo queste nella terza
condizione dell’Eq (A6.2) si ottiene 1/λ = p1e1 + p2e2. E sostituendolo nelle prime due Eq (A6.2)
otteniamo:

q1 = a(p1e1 + p2e2)/p1
q2 = (1-a)(p1e1 + p2e2)/p2 (A6.3)
queste sono proprio le equazioni (6.7) di questo capitolo.

97
Una prova alternativa può essere data sfruttando il fatto che nel punto di ottimo, la pendenza della
curva di indifferenza è uguale alla pendenza del vincolo di bilancio. La pendenza del vincolo di
bilancio è nota ed è uguale a -p1/p2, la pendenza della curva di indifferenza non è altro che meno il
tasso marginale di sostituzione. Tale tasso possiamo calcolarlo facilmente dall’equazione della
curva di indifferenza:
a ln(q1) + (1-a) ln(q2) = constante
Se differenziamo questa equazione otteniamo
a dq1/q1 + (1-a)dq2/q2 = 0
da cui segue che la pendenza della curva di indifferenza è pari a
dq2/dq1 = -aq2/[(1-a)q1].
Imponendo la condizione che nel punto di ottimo le pendenze delle vincolo di bilancio e della curva
di indifferenza sono uguali, si ottiene
-p1/p2 = -aq2/[(1-a)q1]
da cui segue immediatamente che
p1/p2 = aq2/[(1-a)q1].
Combinando questa espressione con il vincolo di bilancio otteniamo le domande Cobb-Douglas
come da equazione (A6.3).

6.9: Domande di Verifica


(1) Supponi che un individuo consideri due beni sostituti perfetti 1 con a. Che cosa succede
alla sua funzione di domanda per i due beni quando, restando fisse le dotazioni dei due
beni, il prezzo del bene 1 aumenta ed il prezzo del bene 2 rimane 1? Per quale prezzo la
domanda del bene 1 diventa zero?
(2) Supponi che un individuo abbia preferenze perfetti sostituti o perfetti complementi o
Cobb-Douglas, cosa accade alla domanda dei due beni se le dotazioni iniziali aumentano
nella stessa proporzione?
(3) In che modo i risultati ottenuti in questo capitolo ci aiutano a dedurre le preferenze da
osservazioni sulla domanda? (La risposta a questa domanda è alla fine del prossimo
capitolo.)

98
Capitolo 7: Domanda con il reddito in forma di moneta

7.1: Introduzione
L’unica differenza tra questo capitolo e il precedente consiste nella definizione del reddito
individuale. Assumiamo, infatti, che esso sia espresso in forma di moneta, laddove in precedenza lo
abbiamo definito in termini di dotazioni iniziali. La diversa definizione del reddito non produce
differenze sostanziali nelle conclusioni e le similarità tra i due capitoli sono molte. La loro
considerazione disgiunta, tuttavia, è stata giudicata utile ai fini dell’apprendimento. Nel seguito del
testo, inoltre, faremo ampio riferimento ad entrambi.

7.2: Il vincolo di Bilancio con il reddito in forma di moneta.


Lo scenario che consideriamo vede l’individuo decidere, in base alle proprie preferenze, come
ripartire il proprio consumo tra i beni 1 e 2. Le quantità consumate dei bene 1 e 2 (q1 e q2) vengono
rappresentate rispettivamente sull’asse delle ascisse e delle ordinate. I prezzi unitari dei due beni
sono p1 e p2.

La nuova ipotesi di lavoro è che l’individuo detenga il proprio reddito in forma di moneta. La
quantità di moneta detenuta dall’individuo è indicata con m e non dipende dai prezzi (viceversa, il
potere d’acquisto dipende dai prezzi). Il vincolo di bilancio è definito dalla seguente equazione:

p1q1 + p2q2 = m (7.1)

Dall’espressione (7.1) risulta che il costo totale degli acquisti dell’individuo deve essere uguale al
proprio reddito totale.

L’espressione (7.1) definisce la retta nello spazio dei punti (q1, q2) con inclinazione pari a –p1/p2.
Quando l’individuo non acquista nessuna unità del bene 2, egli consuma m/p1 unità del bene 1.
Viceversa, nel caso nessuna unità del bene 1 venga consumata, m/p2 unità del bene 2 vengono
acquistate. Il vincolo di bilancio, dunque, ha per estremi i punti (0, m/p1) e (m/p2, 0). Per un dato
vincolo di bilancio e specifiche preferenze individuali, la combinazione ottima di consumo si trova
in corrispondenza del punto sul vincolo di bilancio che si colloca sulla più alta curva di indifferenza
possibile. Nei paragrafi che seguono viene illustrato il procedimento di derivazione della scelta
ottima per alcuni tipi particolari di preferenze.

7.3: La scelta ottima con Preferenze Cobb-Douglas


Come sappiamo, in presenza di preferenze Cobb-Douglas, l’individuo destina le frazioni del proprio
reddito totale a e (1-a) rispettivamente al consumo dei bene 1 e 2. Questa informazione è da sola
sufficiente a definire le seguenti funzioni di domanda (sia domande nette che domande lorde, in
quanto l’individuo inizialmente non possiede alcuna dotazione dei due beni):

q1 = am/p1
q2 = (1-a)m/p2 (7.2)

Questo risultato è molto importante ed è molto utile ricordarlo. Le funzioni di domanda (7.2)
implicano che: (1) l’effetto del prezzo sulla domanda è facilmente rintracciabile – in seguito a
variazioni di prezzo, la domanda si aggiusta in modo da non far variare la frazione di reddito
destinata al consumo di ciascun bene; (2) la domanda di un bene non è influenzata da variazioni del
prezzo dell’altro bene; (3) la funzione di domanda è lineare nel reddito (qi è lineare rispetto a m)
per cui la domanda varia proporzionalmente rispetto al reddito.

99
Il grafico 7.2 illustra la relazione tra p1 e la domanda dei due beni. Assumiamo preferenze Cobb-
Douglas simmetriche, un reddito totale di 100 e p2 = 1. Sull’asse delle ascisse rappresentiamo p1 e
su quello delle ordinate i livelli di domanda dei due beni. La retta orizzontale rappresentata in figura
definisce la domanda del bene 2, sempre uguale a 50 per ogni livello di p1. La curva decrescente,
invece, descrive l’andamento della domanda del bene 1 al variare di p1: q1 decresce per valori
crescenti di p1. Per un prezzo unitario pari a 1, la domanda è uguale a 50 (per cui l’ammontare di
reddito destinato al bene 1 è uguale a 50 – la metà del reddito totale); quando p1 = 2, q1 = 25
(l’ammontare di reddito destinato al bene 1 è ancora 50 – la metà del reddito totale); quando p1 = 5,
q1 = 10 (l’ammontare di reddito destinato al bene 1 è ancora 50 –la metà del reddito totale); e così
via per valori crescenti di p1.

Ancora più semplice è l’analisi dell’effetto di una variazione del reddito sulla domanda riportata in
figura 7.6:

Il diagramma in figura 7.6 descrive la relazione esistente tra la domanda del primo bene e il reddito.
Ricordiamo che, per preferenze Cobb-Douglas simmetriche (a=(1- a)=0.5), le domande dei due
beni coincidono.

In presenza di preferenze Cobb-Douglas non simmetriche, naturalmente, le domande dei due beni
non coincidono come avviene nella figura 7.6. Un utile esercizio può consistere nell’analisi grafica
delle funzioni di domanda per diversi valori di a (mantenendo le ipotesi di un reddito di 100 e un
prezzo del bene 2 pari a 1). Ad esempio, quale valore di a presuppone il seguente grafico?

100
Nella figura 7.8, la retta orizzontale è la funzione di domanda del bene 2 e la curva decrescente
rappresenta la funzione di domanda del bene 1. Dovrebbe essere chiaro che il grafico si riferisce al
caso in cui a=0.3: l’individuo spende sempre 30 nel consumo del bene 1 e 70 nel consumo del bene
2. Il grafico successivo si riferisce, invece, al caso in cui p1 = p2 = 1

La linea retta più inclinata, in figura 7.10, rappresenta la domanda del bene 2, la meno inclinata
quella dell’altro bene. Il parametro a è pari a 0.3. Che ammontare di reddito è destinato all’acquisto
del primo bene? E quanta parte del reddito totale viene impiegata per acquistare il secondo bene?

7.4: La scelta ottima con Preferenze Stone-Geary


Sappiamo che le preferenze Stone-Geary equivalgono a preferenze Cobb-Douglas disegnate rispetto
ai livelli di consumo di sussistenza dei due beni. Come detto in precedenza, l’individuo dapprima
acquista i livelli di sussistenza dei due beni e poi destina le frazioni fisse a e (1-a) del reddito
residuo all’acquisto dei beni 1 e 2. Il reddito residuo dopo l’acquisto di s1 e s2 è dato da m – p1s1 –
p2s2 e le funzioni di domanda dei due beni sono:

q1 = s1 + a(m - p1s1 – p2s2)/


q2 = s2 + (1-a)(m - p1s1 – p2s2)/p2 (7.3)

Da notare le differenze con le funzioni di domanda ricavate a partire da preferenze di tipo Cobb-
Douglas:
(1) in seguito a variazioni di prezzo, la quantità di bene acquistata non si aggiusta in maniera tale da
mantenere costante la quota di reddito totale destinata all’acquisto del bene stesso;
(2) la domanda di ciascun bene è influenzata dal livello del prezzo dell’altro bene;
(3) la domanda è una funzione lineare del prezzo, ma non è definita a partire dall’origine degli assi.
Consideriamo, come nel paragrafo precedente, i seguenti valori: a = 0.5, m = 100, p2 = 1. In
presenza di preferenze Cobb-Douglas, la relazione tra p1 e la domanda dei due beni è descritta nella

101
figura 7.2. Dati gli stessi valori dei parametri e assumendo preferenze Stone-Geary con s1 = 10 e s2
= 20, la stessa relazione è ora descritta nel grafico 7.12:

Notiamo delle differenze tra le due rappresentazioni grafiche.

Inoltre, lasciando variare il livello del reddito (e mantenendo fissi i due prezzi ai livelli precedenti),
otteniamo il grafico 7.13:

E’ da notare che le due curve di domanda netta rappresentate nella figura 7.13 non sono definite per
valori di reddito tali da non permettere l’acquisto dei livelli di sussistenza dei due beni (infatti, le
curve di indifferenza sono definite solo per livelli di consumo dei due beni maggiori dei rispettivi
livelli di sussistenza). Per un reddito di 30, vengono acquistare le quantità di sussistenza s1 = 10 e s2
= 20. Per valori di reddito crescenti, la domanda cresce proporzionalmente rispetto al reddito.

7.5: La scelta ottima con beni perfetti sostituti


Se nel caso di preferenze Cobb-Douglas e Stone-Geary si è ritenuto conveniente introdurre alcune
definizioni matematiche, per i beni perfetti sostituti è forse preferibile ricordare alcuni principi
generali a cui si è già fatto cenno in precedenza.

Lo scenario è il seguente: i beni sono ritenuti perfettamente sostituibili in rapporto di 1 a 1; il


reddito totale è pari a 100; il prezzo del bene 2 è uguale a 1; inizialmente il prezzo del bene 1 è pari
a 1/4. Ora passiamo ad analizzare il comportamento dell’individuo.

Il vincolo di bilancio, figura 7.17, ha per intercetta orizzontale e verticale rispettivamente i valori
400 e 100. Essendo i due beni perfetti sostituti e dato che il bene 1 ha un prezzo unitario inferiore a
quello del bene 2, risulta ottimale concentrare il consumo nel bene 1. Dunque, l’individuo domanda
400 unità quantità del bene 1, e nessuna dell’altro bene.

102
La soluzione di ottimo non cambia per p1=1/3 (quando cioè il vincolo di bilancio unisce i punti
(300, 0) e (0, 100)) o per p1=1/2 (quando il vincolo di bilancio unisce le due intercette (200, 0) e (0,
100)). Per p1=1, il vincolo di bilancio unisce le combinazioni (100, 0) e (0, 100), sovrapponendosi
ad una delle curve di indifferenza della mappa: tutti i punti sul vincolo procurano lo stesso livello di
utilità. Se p1=2, il vincolo di bilancio unisce i punti (50, 0) e (100, 0) e il bene 2 diventa
relativamente meno caro del bene 1. Lo stesso è vero per ogni p2 > 2.

Nella figura 7.18 sono rappresentate le funzioni di domanda per i due beni rispetto a p1. La funzione
di domanda del bene 1 è la curva decrescente che decresce progressivamente a 100 per p1 che tende
a 1 e poi si annulla per p1>1. Per p1<1, la domanda del bene 1 è semplicemente pari alla quantità di
bene che può essere acquistata con un reddito totale di 100: 100 diviso il prezzo. L’altra curva
descrive la domanda del bene 2. La quantità domandata del bene 2 è zero finché p1 non diventa 1. A
partire da p1 = 1, la domanda del bene 2 è sempre uguale a 100 (la quantità acquistabile di bene
dato un reddito totale di 100 e un prezzo unitario di 1).

Per beni che siano perfetti sostituiti in rapporto di 1 a 2, la rappresentazione grafica delle due curve
di domanda è simile a quella in figura 7.18. L’unica differenza è che la decisione di spostare il
consumo da un bene all’altro avviene per p1 uguale a 2 anziché 1 (figura 7.20).

103
Le domande ottime nel caso generale di perfetti sostituti in rapporto di 1 ad a sono:

se p1 < ap2 , allora q1 = m/p1 e q2 =0


se ap2 < p1 , allora q2 = m/p2 e q1 =0 (7.4)

7.6: La scelta ottima con beni perfetti complementi


Come abbiamo già visto nel capitolo precedente, le domande ottime per beni perfetti complementi
solo tali che il rapporto tra le quantità consumate dei due beni è sempre costante. Il punto di ottimo
è sempre una soluzione d’angolo. Le domande ottime per diversi livelli di prezzo si trovano lungo
la retta che congiunge i punti di intersezione tra il vincolo di bilancio e i punti d’angolo delle curve
di indifferenza. Nel caso generico di un rapporto di complementarietà di 1 ad a, la retta in questione
ha per equazione q2 = aq1, mentre il vincolo di bilancio è p1q1 + p2q2 = m. Di conseguenza, le
domande ottime per i due beni sono:

q1 = m/(p1 + ap2)
q2 = am/(p1 + ap2) (7.5)

7.7: La scelta ottima con Preferenze Quasi Lineari


Le preferenze quasi lineari sono rappresentate graficamente, in figura 7.27, da curve di indifferenza
parallele39.

39
Le curve di indifferenza sono parallele in direzione verticale, se invece lo fossero in direzione orizzontale tutte le
argomentazioni di seguito sarebbero ancora valide semplicemente considerando il bene 1 al posto del bene 2 e
viceversa.

104
Domandiamoci come le domande ottime dei due beni siano influenzate dal reddito (per dati valori
dei prezzi). In seguito ad un aumento del reddito, il vincolo di bilancio si sposta verso l’alto di un
ammontare pari all’incremento del reddito stesso. L’inclinazione del vincolo resta invariata (perché
il prezzo relativo non cambia). Dalla figura 7.27 notiamo che la nuova soluzione di ottimo è
spostata verso l’alto rispetto a quella iniziale in corrispondenza dello stesso valore sull’asse
orizzontale. La domanda del bene 1, dunque, è indipendente dal reddito dell’individuo.

Nella figura 7.29 il reddito è rappresentato sull’asse delle ascisse e la domanda dei due beni
sull’asse delle ordinate. La retta orizzontale è la domanda del bene 1, la retta crescente quella del
bene 2.

7.8: Considerazioni Conclusive


In questo capitolo abbiamo esteso i concetti esposti nel capitolo 6 al caso in cui il reddito
individuale venga espresso in forma di moneta anziché di dotazioni iniziali. Abbiamo mostrato che
in seguito a variazioni nel livello dei prezzi dei due beni, il vincolo di bilancio ruota intorno alla
propria intercetta orizzontale (al variare di p2) o verticale (al variare di p1), invece che intorno alla
dotazione iniziale. Un’altra differenza rispetto all’analisi del capitolo 6 è data dal fatto che le
funzioni di domanda sono nette e lorde al tempo stesso. L’individuo, infatti, non possiede alcuna
dotazione iniziale dei due beni.

7.9: Riassunto
Il concetto chiave di questo capitolo è quello già richiamato al termine del capitolo 6: diversi tipi di
preferenze individuali implicano differenti funzioni di domanda.

Per beni perfetti sostituti in rapporto di 1 ad a, l’individuo compra solo uno dei due beni spostando
la propria decisione di consumo da un bene all’altro non appena il prezzo diventa maggiore di a.

Per beni perfetti complementi in rapporto di 1 ad a, il rapporto tra la domanda del bene 1 e la
domanda del bene 2 è sempre costante e pari ad a.

In presenza di preferenze Cobb-Douglas, il rapporto tra le spese totali nei due beni è sempre
costante e pari ad a/(1-a).

Al lettore il compito di estendere queste definizioni al caso di preferenze Stone-Geary e quasi


lineari.

105
7.10: Domande di verifica
(1) Se le tue preferenze sono Cobb-Douglas di parametro a allora i risultati di questo
capitolo then the results of this chapter indicate that you will spend a fraction a of your
money income on good 1 and a fraction (1-a) on good 2. Can you think of any two
goods for which this is true for you? For example, do you always put 25% of your
income towards your food budget and 20% towards clothes?
(2) What happens to your demands for the two goods when your income rises when your
preferences are either perfect substitutes or perfect complements or Cobb-Douglas? The
demands rise proportionately with income. If, however, your preferences are Stone-
Geary, this is not the case. Why not?
(3) Can you draw a set of indifference curves for which the demand for one of the goods
falls as income rises? Can you think of an example for which this might be the case for
you?
(4) Return to the case of a bad (that was mentioned during the Review Questions for
Chapter 6). Using the methods of this chapter, discover the amount of the bad that you
buy.
(5) Have you answered the question at the end of the Summary about how the demands with
quasi-linear preferences vary? Consider, in particular, the demand for the good on the
horizontal axis as a function of income. Note that it does not change. Why not? (Because
the reservation prices are independent of income.)

106
Capitolo 8: Lo scambio

8.1: Introduzione
Questo è forse il più importante dell’intero libro. Il lettore che volesse studiare solo alcuni degli
argomenti trattati nel testo dovrebbe sicuramente includere questo capitolo nella sua scelta. In
questo capitolo, infatti, otteniamo risultati molto importati e discutiamo dei concetti che verranno
ampiamente richiamati nel prosieguo del testo.
I guadagni derivanti dalla partecipazione allo scambio vengono descritti in modo molto semplice e
intuitivo grazie all’impiego dello strumento di analisi della scatola di Edgeworth. Le condizioni che
assicurano (quando è possibile) l’esistenza dello scambio vengono illustrate insieme alle proprietà
che lo scambio deve possedere per poter essere definito efficiente e alle caratteristiche degli scambi
che possono aver luogo in diverse forme di mercato. I vantaggi del mercato concorrenziale, infine,
vengono messi in relazione alle proprietà meno desiderabili dei mercati di monopolio e
monopsonio.

8.2: Lo scambio
Consideriamo un’economia di puro scambio con due soli individui, A e B, e due soli beni, il bene 1
e il bene 2. A e B posseggono determinate dotazioni iniziali dei beni 1 e 2 e decidono se consumare
semplicemente tali dotazioni oppure se sia più conveniente intraprendere scambi reciprocamente
vantaggiosi. In questo capitolo ci occupiamo di verificare a che condizioni l’attività di scambio può
produrre vantaggi per entrambe le parti e in che modo scambi di questo tipo possono essere
incentivati. Cruciale è la considerazione della forma delle preferenze individuali e delle dotazioni
iniziali. Nel seguito, introduciamo una serie di esempi numerici, raggiungendo dei primi risultati
che vengono poi di volta in volta generalizzati.

8.3: Preferenze e dotazioni dell’individuo A


Sebbene il nostro strumento di lavoro sia un esempio numerico, è bene ricordare che siamo
principalmente interessati ai principi generali che applichiamo. Prima di introdurre le ipotesi sulle
preferenze e le dotazioni iniziali dell’individuo A, ricordiamo che lo spazio dei punti considerato
nei nostri grafici è lo stesso di quello degli ultimi 3 capitoli, con la quantità del bene 1 (q1)
rappresentata sull’asse delle ascisse e la quantità del bene 2 (q2) su quello delle ordinate.

Assumiamo che A abbia preferenze di tipo Cobb-Douglas con il parametro a = 0.7 e una dotazione
iniziale di 22 unità del bene 1 e 92 unità del bene 2. Ciò implica curve di indifferenza il cui
andamento è riportato nella figura 8.1, dove la dotazione iniziale (22, 92) è indicata con la lettera E.

107
Dalla semplice lettura del grafico 8.1, è possibile determinare quali siano i punti verso i quali A
ritiene vantaggioso spostarsi partendo dalla dotazione iniziale E. Si tratta di tutti i punti alla destra
della curva di indifferenza passante per la dotazione iniziale E.

8.4: Preferenze e dotazioni dell’individuo B


B ha una dotazione iniziale di 128 unità del bene 1 e 8 unità del bene 2. Come A, l’individuo B ha
preferenze di tipo Cobb-Douglas, ma assegna un peso minore al consumo del bene 1 (a = 0.6).
Dunque, B preferisce in termini assoluti il bene 1, ma attribuisce maggior peso al consumo
dell’altro bene rispetto all’individuo A.

Disegniamo le curve di indifferenza di B:

B ha per punto dotazione iniziale il punto E di coordinate (128, 8) e trova conveniente spostarsi su
qualsiasi punto alla destra della curva di indifferenza passante per E.

8.5: La scatola di Edgeworth


Ora utilizziamo l’espediente ideato da Edgeworth per ottenere una rappresentazione grafica
congiunta delle preferenze dei due individui. Capovolgiamo il diagramma nel quale sono
rappresentate le curve di indifferenza di B in maniera tale da ottenere il seguente grafico:

108
In questa nuova rappresentazione grafica delle preferenze di B, l’origine degli assi si colloca in alto
a destra. Ora il consumo del bene 1 dell’individuo B viene misurato sull’asse delle ordinate a partire
dalla nuova origine degli assi verso sinistra (la dotazione iniziale del bene 1 si colloca ad una
distanza orizzontale di 128 dalla nuova origine). Il consumo del bene 2 invece si misura a partire
dalla nuova origine verso il basso lungo l’asse delle ordinate (la dotazione iniziale del bene 2 si
colloca ad una distanza verticale dalla nuova origine pari a 8).

La soddisfazione di B aumenta man mano che si sposta verso punti che si collocano sempre più a
sinistra e in basso nel diagramma, per cui curve di indifferenza sempre più basse sono caratterizzate
da livelli maggiori di utilità. Ne consegue che l’individuo B è disposto a spostarsi su qualsiasi punto
che si trovi su una curva di indifferenza a sinistra della curva passante per la dotazione iniziale E.

Notiamo che A inizia con 22 unità del bene 1 e 92 unità del bene 2, mentre B ne possiede
rispettivamente 128 e 8 unità. Le quantità totali dei due beni inizialmente disponibili ai due
individui sono rispettivamente 150 e 100. Il problema al quale vogliamo fornire una soluzione è
stabilire come il consumo delle 150 unità del bene 1 e 100 unità del bene 2 si distribuisce tra A e B
a conclusione dello scambio. Lo strumento che utilizziamo per analizzare questo problema di
allocazione è la scatola di Edgeworth. Al fine di costruire questo diagramma a scatola,
sovrapponiamo i due grafici 8.1 e 8.3, in maniera tale che le dotazioni iniziali di A e B coincidano.

La lunghezza dell’asse orizzontale della scatola di Edgeworth è pari alla somma della distanza
orizzontale tra l’origine e il punto di dotazione iniziale del bene 1 del A (22 unità) e la distanza
orizzontale tra l’origine e il punto che indica la dotazione iniziale del bene 1 di B (128 unità). In
altri termini, la lunghezza dell’asse orizzontale è pari esattamente alla dotazione complessiva del
bene 1 disponibile ai due individui (150 unità). L’altezza della scatola di Edgeworth è uguale alla
distanza tra l’origine degli assi e il punto che indica la dotazione iniziale del bene 2 di A (92 unità)
più la distanza verticale tra l’origine e la dotazione iniziale del bene 2 di B (8 unità). L’altezza della
scatola dunque è pari alla quantità totale del bene 2 di A e B (100 unità). In sintesi, le dimensioni
della scatola Edgeworth sono determinate dalla quantità totale dei beni disponibile alla società (vale

109
a dire ai due individui). La larghezza della scatola misura la quantità totale del bene 1; l’altezza, la
quantità totale del bene 2.

Ogni punto del diagramma indica una particolare allocazione dei due beni tra i due individui. Ad
esempio, il punto E indica l’allocazione iniziale. L’origine in basso a sinistra (0, 0) rappresenta la
situazione nella quale B si appropria della quantità totale di entrambi i beni, mentre A non ottiene
nulla. Viceversa, in corrispondenza dell’origine degli assi in alto a destra (150, 100), A si appropria
di tutte le risorse dell’economia, e B non consuma nulla. In corrispondenza dell’allocazione (75,
50), le quantità totali dei due beni vengono ripartite in parti uguali tra A e B: entrambi consumano
75 unità del bene 1 e 50 del bene 2. Gli altri punti del diagramma rappresentano tutte le altre
possibile allocazioni di consumo date le quantità totali dei due beni.

A questo punto dobbiamo domandarci a che condizioni i due individui, partendo dall’allocazione
iniziale E, reputano conveniente raggiungere un’altra allocazione delle risorse disponibili attraverso
lo scambio.

A desidera spostarsi verso allocazioni alla destra della curva di indifferenza passante per la
dotazione iniziale; viceversa, B ottiene un miglioramento del proprio benessere spostandosi verso
allocazioni che si trovano a sinistra della curva di indifferenza passante per E. Osservando la figura
8.4, notiamo che esiste un’area del diagramma dove entrambi gli individui trovano conveniente
spostarsi a partire da E. Ci domandiamo se il luogo dei punti nei quali A e B trovano entrambi
conveniente spostarsi possa essere individuato in maniera più precisa.

8.6: La curva dei Contratti


Osservando ancora la scatola di Edgeworth, notiamo che esistono dei punti di tangenza tra le curve
di indifferenza di A e B. Congiungendo tutti questi punti, otteniamo la cosiddetta curva dei
contratti: il luogo dei punti in cui non è possibile migliorare la situazione di uno due individui senza
peggiorare quella dell’altro. Perché? Quali sono le proprietà della curva dei contratti?

Consideriamo una qualsiasi delle curve di indifferenza di A e chiediamoci: “Quale dei punti
appartenenti a questa curva viene preferito da B?”.

110
Come rispondiamo? Tale punto è quello in corrispondenza del quale la curva di indifferenza di A è
tangente alla curva di indifferenza di B e che, per definizione, appartiene alla curva dei contratti.
Consideriamo ora una qualsiasi delle curve di indifferenza dell’individuo B e chiediamoci quale sia,
lungo questa curva, l’allocazione preferita da A. La risposta è il punto in corrispondenza del quale
la curva di indifferenza di B è tangente alla curva di indifferenza di A. Anche questo punto
appartiene per definizione alla curva dei contratti40. La curva dei contratti, dunque, è il luogo dei
punti Pareto efficienti, nel senso che tutte le allocazioni ad essa appartenenti sono tali da
massimizzare l’utilità di ciascuno dei due individui per ogni livello di utilità dell’altro.

Di contro, tutte le allocazioni al di fuori della curva dei contratti sono inefficienti. A partire da uno
qualsiasi dei punti che non si trovano lungo la curva dei contratti, infatti, è sempre possibile
raggiungere un’altra allocazione e aumentare il benessere di uno dei due individui senza peggiorare
il benessere dell’altro41. Per dimostrare questa proposizione, ammettiamo di spostarci da uno
qualsiasi dei punti della scatola di Edgeworth ad un’allocazione efficiente, limitando la nostra
attenzione all’area compresa tra una curva di indifferenza di A e una di B. Ad esempio, cosa
avviene se il punto di partenza è la dotazione iniziale E e i due individui mediante lo scambio
raggiungono un’allocazione che appartiene alla curva dei contratti? Un tale spostamento implica
l’incremento dell’utilità sia di A che di B. Se l’allocazione risultante dallo scambio appartiene alla
curva dei contratti, questa conclusione è valida qualsiasi sia il punto di partenza.

Una volta raggiunta la curva dei contratti, non è più possibile accrescere l’utilità di uno dei due
individui senza diminuire quella dell’altro. Il lettore può verificare l’esattezza di questa
proposizione dall’analisi della scatola di Edgeworth.

Concludendo, la curva dei contratti è il luogo di allocazioni efficienti nel senso di Pareto. Le
allocazioni che non appartengono alla curva dei contratti sono inefficienti: entrambi gli individui

40
La curva dei contratti non è necessariamente il luogo dei punti di tangenza. Essa piuttosto è il luogo dei punti
efficienti nel senso specificato nel testo.
41
Una conclusione ancora più forte è la seguente: si può sempre raggiungere un’altra allocazione che migliori il
benessere di entrambi gli individui.

111
sono in grado di ottenere un miglioramento del proprio benessere raggiungendo altre allocazioni
appartenenti alla curva dei contratti. E’ ragionevole concludere, dunque, che qualsiasi scambio tra A
e B avrà per risultato un’allocazione appartenente alla curva dei contratti.

Come ci eravamo proposti di fare, abbiamo definito in maniera più precisa l’insieme delle possibili
allocazioni finali risultanti dallo scambio tra A e B. Lo scambio avrà per risultato un’allocazione
appartenente al tratto della curva dei contratti compreso tra i punti di intersezione della curva stessa
e le rispettive curve di indifferenza iniziali di A e B. Nessuno dei due individui, infatti, accetterà
una transazione che ne peggiori il benessere rispetto alla propria dotazione iniziale. E’ possibile
definire in maniera ancora più precisa il luogo dei punti in corrispondenza dei quali si conclude lo
scambio?

Uno dei modi per delimitare ancora di più il luogo dei punti delle possibili allocazioni efficienti è
considerare un tipo particolare di mercato. Ad esempio, nell’ottica dell’analisi svolta al capitolo 2,
possiamo considerare le implicazioni per lo scambio che derivano dall’assunzione di perfetta
concorrenza. Ricordiamo che in un mercato di perfetta concorrenza il prezzo viene assunto come
dato dagli agenti e in equilibrio domanda e offerta aggregata si eguagliano. Nello scenario di puro
scambio senza produzione che stiamo considerando, l’equilibrio concorrenziale implica l’esistenza
di un prezzo al quale entrambi gli individui sono disposti a collocarsi nello stesso punto nella
scatola di Edgeworth. Se tale prezzo esiste, il punto in corrispondenza del quale sia A che B
desiderano collocarsi sarà l’allocazione finale dello scambio. Esiste un tale livello di prezzo?

8.7: Le Curve Prezzo-Offerta


Consideriamo in primo luogo l’effetto dei prezzi sulla scelta ottima dei due individui. Una certa
coppia di prezzi dei due beni determina un vincolo di bilancio per l’individuo A (e quindi anche per
B) passante per la dotazione iniziale E e con un valore dell’inclinazione pari al prezzo relativo –
p1/p2:

112
Dato il vincolo di bilancio rappresentato nella figura 8.6, la scelta ottima di A si trova al di fuori
della scatola di Edgeworth. Tuttavia, per un dato valore di p2, valori crescenti di p1 provocano un
incremento del prezzo relativo p1/p2 e, di conseguenza, il vincolo di bilancio ruota intorno ad E
diventando sempre più ripido. Ne consegue che maggiore è p1/p2, più è probabile che la scelta
ottima di A si collochi in un punto appartenente alla scatola di Edgeworth. Il luogo dei punti di
ottimo corrispondenti ad ogni possibile valore del prezzo relativo p1/p2 prende il nome di curva
prezzo-offerta (la curva passante per la dotazione iniziale E nella figura 8.6). La curva prezzo-
offerta deve passare sempre per il punto E, in quanto l’individuo A potrebbe desiderare non
spostarsi dalla dotazione iniziale (ciò avviene se nel punto E il prezzo relativo p1/p2 è uguale in
valore assoluto all’inclinazione della curva di indifferenza iniziale).

Lo stesso ragionamento può essere esteso al comportamento dell’individuo B. Nel seguente


diagramma il vincolo di bilancio è rappresentato dalla retta passante per l’allocazione iniziale. E’
evidente che la scelta ottima appartiene alla curva prezzo-offerta di B. Come per l’individuo A, la
curva prezzo-offerta passa attraverso la dotazione iniziale.

113
8.8: L’equilibrio di concorrenza perfetta
Il passo successivo nella nostra analisi consiste nel rappresentare graficamente le curve prezzo-
offerta dei due individui A e B insieme. Le due curve si intersecano? Se ciò avviene, il punto di
intersezione tra le due curve rappresenta l’equilibrio concorrenziale.

114
Dal grafico 8.9 notiamo che il punto in corrispondenza del quale le due curve prezzo-offerta si
intersecano appartiene alla curva dei contratti. Questa conclusione vi sembra sorprendente? In
effetti non lo è. Verifichiamo perché. Indichiamo l’equilibrio concorrenziale con la lettera C. C
appartiene alla curva prezzo-offerta di A: il vincolo di bilancio deve essere tangente alla curva di
indifferenza di A in C. Il punto C appartiene anche alla curva prezzo-offerta di B e dunque il
vincolo di bilancio deve essere tangente alla curva di indifferenza di B in corrispondenza di questo
punto. Di conseguenza, le curve di indifferenza di A e B hanno un punto di tangenza in C e, per
definizione, C appartiene alla curva dei contratti.

Il risultato che abbiamo ottenuto è il seguente: l’equilibrio concorrenziale appartiene alla curva dei
contratti ed è pertanto un’allocazione Pareto efficiente. Quali sono le implicazioni di questa
conclusione?

Inizialmente A possiede 22 unità del bene 1 e 92 del bene 2, B ne possiede rispettivamente 128 e 8.
L’equilibrio concorrenziale è dato dall’allocazione (70, 36) (rispetto all’origine degli assi in basso a
sinistra) e dal punto (80, 64) (rispetto all’origine degli assi in alto a destra). In equilibrio, A
consuma 70 unità del bene 1 e 36 del bene 2, mentre B ne consuma rispettivamente 80 e 64. La
tabella 8.1 espone i dati relativi al consumo di A e B in corrispondenza dell’allocazione iniziale e
dell’equilibrio concorrenziale.

Tabella 8.1: variazione tra l’allocazione iniziale e l’allocazione di equilibrio di concorrenza


Allocazione iniziale Agente A Agente B Società
22 128 150
Bene 1
Bene 2 92 8 100
Allocazione Equilibrio Agente A Agente B Società
Concorrenziale

115
70 80 150
Bene 1
Bene 2 36 64 100
Variazione tra le due Agente A Agente B Società
allocazioni
+48 -48 0
Bene 1
Bene 2 -56 +56 0

Dal confronto tra le due situazioni, risulta che B cede 48 unità del bene 1 ad A in cambio di 56 unità
del bene 2. Quindi, il rapporto di scambio tra i due beni è 56/48: lo stesso valore dell’inclinazione
della retta che unisce i punti E e C, (–)p1/p2 = 56/48 = 1.16666. Il bene 1 è più caro relativamente al
bene 2: ogni unità del bene 1 viene scambiata per una quantità maggiore di 1 unità dell’altro bene.

Perché l’agente A decide di scambiare il bene 2 con unità aggiuntive del bene 1? E perché l’agente
B desidera fare il contrario? Per rispondere a queste domande è sufficiente osservare che
inizialmente A possiede il bene 2 in quantità molto maggiore rispetto a B, il quale a sua volta ha una
disponibilità iniziale del bene 1 di molto superiore a quella di A. Più importante poi è la posizione
dell’allocazione iniziale rispetto alla curva dei contratti. La curva dei contratti, infatti, si trova al di
sotto e a destra della linea che congiunge le due origini della scatola di Edgeworth. Questo è dovuto
alle diverse preferenze individuali di A e B: B preferisce il bene 2 relativamente ad A. Entrambi gli
individui preferiscono il bene 1 in termini assoluti: entrambi assegnano al consumo del bene 1 un
peso maggiore di 0.5. Le preferenze dell’agente A, tuttavia, sono caratterizzate da un valore del
parametro a di 0.7, mentre B ha preferenze Cobb-Douglas con peso 0.6 per il bene 1. Dunque, B
preferisce il bene 2 relativamente ad A. Il diverso peso assegnato al consumo dei due beni è
all’origine della posizione della curva dei contratti nella scatola di Edgeworth.

8.9: Equilibri con individui che scelgono il prezzo


Abbiamo analizzato l’equilibrio concorrenziale in un’economia di puro scambio. Si è detto che ogni
agente assume il prezzo come dato esogenamente. Abbiamo verificato che se esiste un prezzo tale
che gli agenti desiderano spostarsi nello stesso punto nella scatola di Edgeworth, l’equilibrio
concorrenziale esiste.

Ora consideriamo altre possibili forme di mercato. In particolare, assumiamo che uno dei due agenti
(“price setter”) possa scegliere il prezzo (il rapporto di scambio) e fissarlo ad un certo livello.
L’altro agente, invece, non ha alcuna influenza sul prezzo e, dato il prezzo scelto dal “price setter”,
sceglie il punto sul quale posizionarsi nella scatola di Edgewoth. L’agente che ha scelto il prezzo è
poi costretto a collocarsi nello stesso punto.

Supponiamo che A abbia il diritto di scegliere il prezzo. Come si comporta A sapendo che dopo
aver fissato il prezzo dovrà accettare di collocarsi nel punto scelto da B? Quale prezzo sceglie?

Per ogni livello di prezzo scelto da A, B si collocherà su un punto della propria curva prezzo-
offerta. Di conseguenza, il problema di A si riduce a scegliere il punto su tale curva che massimizza
la propria utilità.

116
La curva che passa per il punto E nella figura 8.10 è la curva prezzo-offerta dell’agente B. Il punto
appartenente a questa curva sul quale A preferisce posizionarsi è quello che gli consente di
raggiungere la più alta delle sue curve di indifferenza. Questo punto è indicato nella figura con la
lettera A.

Quindi, il prezzo scelto da A sarà tale che il vincolo di bilancio unisca i punti E ed A. Dato questo
vincolo di bilancio, infatti, la migliore strategia per B è collocarsi nel punto A, in corrispondenza
del quale l’utilità dell’agente A è massima. Questo punto rappresenta l’allocazione (64, 72) (rispetto
all’origine degli assi in basso a sinistra) e (86, 28) (rispetto all’origine degli assi in alto a destra).
Vediamo dalla tabella 8.2 quante unità dei due beni vengono scambiate tra A e B e determiniamo il
corrispondente rapporto di scambio.

Tabella 8.2: variazione tra l’allocazione iniziale e l’allocazione determinata se l’individuo A ha il


diritto di fissare il prezzo
Allocazione Iniziale Agente A Agente B Società
22 128 150
Bene 1
Bene 2 92 8 100
Allocazione Agente A Agente B Società
determinata dalla
scelta di prezzo di A
64 86 150
Bene 1
Bene 2 72 28 100
Variazioni tra le due Agente A Agente B Società
allocazioni

117
+42 -42 0
Bene 1
Bene 2 -20 +20 0

A cede 20 unità del bene 2 a B in cambio di 42 unità del bene 1. Lo scambio, dunque, produce un
netto miglioramento di benessere per l’agente A rispetto alla situazione di equilibrio concorrenziale.
Questo risultato non deve sorprenderci: l’allocazione finale si determina in seguito alla decisione di
prezzo da parte dell’agente A.

Il nuovo equilibrio è vantaggioso per A ma non per B. Inoltre, l’allocazione scelta da A non si trova
sulla curva dei contratti, ed è perciò inefficiente! Ciò vuol dire che è possibile spostarsi da tale
allocazione in maniera tale da migliorare il benessere di entrambi gli agenti. Perché allora i due
agenti non si spostano su un’altra allocazione? Perché A ha il diritto di scegliere il prezzo, ma non il
punto nel quale posizionarsi. Infatti, se A potesse decidere su quale punto posizionarsi, sceglierebbe
un punto sulla curva dei contratti appena al di sotto della sua intersezione con la curva di
indifferenza iniziale di B. Ma l’agente A sceglie il prezzo, non l’allocazione. Scegliere il livello del
prezzo equivale a decidere in che direzione muoversi per raggiungere l’allocazione finale a partire
dalla dotazione iniziale E.

Per ragioni di completezza presentiamo anche il caso in cui B sceglie il prezzo e A reagisce al
livello di prezzo scelto da B collocandosi in un punto appartenente alla propria curva prezzo-offerta.
Analogamente al caso precedente, il problema decisionale di B si riduce a scegliere un’allocazione
sulla curva prezzo-offerta di A. Quale sarà il punto scelto da B?

118
La curva prezzo-offerta di A è rappresentata dalla curva passante per la dotazione iniziale E nella
figura 8.11. Il punto scelto da B è indicato con la lettera B e implica il vincolo di bilancio che
congiunge i punti E e B. La scelta del punto B, implica le seguenti transazioni:

Tabella 8.2: variazione tra l’allocazione iniziale e l’allocazione determinata se l’individuo B ha il


diritto di fissare il prezzo
Allocazione Iniziale Agente A Agente B Società
22 128 150
Bene 1
Bene 2 92 8 100
Allocazione Agente A Agente B Società
determinata dalla
scelta di prezzo di B
42 108 150
Bene 1
Bene 2 45 55 100
Variazioni tra le due Agente A Agente B Società
allocazioni
+20 +20 0
Bene 1
Bene 2 -47 -47 0

A cede a B 47 unità del bene 2 in cambio di 20 unità del bene 1. L’agente B ottiene in questo modo
un netto miglioramento di benessere rispetto all’allocazione corrispondente all’equilibrio
concorrenziale. Ancora una volta questo risultato non deve sorprenderci: l’allocazione finale si
determina in seguito alla scelta del prezzo da parte di B.

Anche in questo caso l’allocazione finale è inefficiente per le stesse motivazioni adottate in
precedenza, ma relative all’agente B.

In conclusione, il comportamento di “price-setting” caratteristico di alcune forme di mercato


(monopolio o monopsonio) genera un’allocazione inefficiente delle risorse disponibili alla società.
Viceversa, l’equilibrio concorrenziale è efficiente. Questa proprietà rende la concorrenza perfetta
preferibile ad altre forme di mercato.

8.10: I due teoremi fondamentali dell’economia del benessere


A questo punto dell’analisi dell’economia di puro scambio, la maggior parte dei manuali di
microeconomia introducono i due teoremi fondamentali dell’economia del benessere.
L’enunciazione di questi due teoremi non aggiunge molto alle conoscenze che abbiamo acquisito
finora. Tuttavia, per ragioni di completezza, è bene considerarli. La validità dei due teoremi
fondamentali dell’economia del benessere è soggetta all’ipotesi di preferenze individuali convesse.
Il caso di preferenze concave non è discusso nel testo, ma il lettore può rifletterci in ogni caso
pensando a qualche esempio.

I due teoremi fondamentali del benessere possono essere visti come una diretta conseguenza
dell’appartenenza dell’equilibrio concorrenziale alla curva dei contratti. Infatti, secondo il Primo
Teorema dell’Economia del Benessere, “Qualsiasi sia l’allocazione iniziale delle risorse,
l’equilibrio concorrenziale si colloca sulla curva dei contratti ed è perciò un’allocazione Pareto
efficiente”. Il Secondo Teorema afferma che “Ogni punto appartenente alla curva dei contratti può

119
essere raggiunto attraverso uno scambio concorrenziale partendo da una qualsiasi delle allocazioni
iniziali”.

8.11: Alcuni scenari alternativi


Sebbene lo strumento di lavoro utilizzato finora sia stato l’esempio numerico, è auspicabile che il
lettore sia convinto della validità generale dei risultati ottenuti. Un concetto forse poco intuitivo è
che l’equilibrio concorrenziale dipende dalle dotazioni iniziali dei due individui e dalle loro
preferenze. La prova di tale dipendenza si può ottenere usando l’algebra considerando altri esempi
numerici con valori diversi delle dotazioni iniziali e/o con tipi alternativi di preferenze individuali.
Coerentemente alla nostra filosofia di fondo, scegliamo la seconda possibilità. Non è difficile
comprendere intuitivamente che quando un bene diventa abbondante, il suo prezzo tende a
diminuire e che quando le preferenze individuali sono tali da assegnare un peso maggiore al
consumo di un bene, il prezzo del bene stesso tende ad aumentare.

Il secondo scenario che prendiamo in considerazione differisce dal precedente per un peso diverso
attribuito da B al consumo dei due beni. Il nuovo valore di a è 0.3: l’agente B ora preferisce in
termini assoluti il bene 2 al bene 1, e preferisce il bene 2 al bene 1 anche rispetto all’agente A. Di
conseguenza, la curva dei contratti è più convessa che in precedenza ed è più distante dalla retta che
unisce le origini della scatola di Edgeworth. Nella figura 8.15, il nuovo equilibrio concorrenziale è
indicato con la lettera C e come nel primo scenario si colloca in corrispondenza dell’intersezione tra
la curva dei contratti e le due curve prezzo-offerta.

Confrontando i due equilibri concorrenziali, notiamo che nel secondo scenario al termine della
transazione, l’agente A ottiene una quantità maggiore di bene 1 rispetto allo scenario 1. Il vincolo di
bilancio è più piatto, il che implica un prezzo di equilibrio del bene 1 inferiore. Ciò si deve al fatto
che ora B attribuisce al consumo del bene 1 un peso minore.

120
Un ulteriore scenario, che chiameremo “scenario 3”, contempla la possibilità che A e B abbiamo le
stesse preferenze per i due beni e le stesse dotazioni iniziali dello scenario 1. In questo caso la curva
dei contratti è rappresentata dalla linea retta che unisce le due origini.

Come si vede dalla figura 8.16, l’equilibrio concorrenziale si trova lungo la linea che unisce le due
origini della scatola di Edgeworth: A ottiene il 40% della quantità disponibile di entrambi i beni e B
ne consuma il rimanente 60%. Nello scenario 3, A ottiene un risultato peggiore rispetto allo
scenario 1. Egli, infatti, consuma una quantità minore del bene 1 che è preferito da entrambi gli
agenti.

Lo scenario 4 ha le stesse caratteristiche dello scenario 1 per quel che riguarda le preferenze
individuali, ma sono diversi valori delle dotazioni iniziali dei beni. Assumiamo infatti che la
dotazione iniziale di A sia composta in prevalenza dal bene 1 e quella di B in prevalenza dal bene 2.

121
L’equilibrio nello scenario 4 è rappresentato nella figura 8.17.

Nello scenario 5 le dotazioni iniziali sono fissate agli stessi valori dello scenario 4 e i due individui
hanno preferenze identiche. Pertanto, la curva dei contratti è rappresentata dalla retta che unisce le
due origini.

122
Ancora una volta,come in figura 8.18 l’equilibrio concorrenziale si colloca sulla retta che unisce le
due origini.

I prossimi tre scenari sono interessanti perché considerano l’eventualità che, ferme restando le
quantità totali dei beni 1 e 2 dello scenario 1, A possegga inizialmente tutte le 100 unità del bene 2 e
B tutte le 150 unità del bene 1. In questo caso particolare, le curve prezzo-offerta di A e B
diventano rispettivamente una retta orizzontale e una retta verticale. Perché?

Consideriamo dapprima il comportamento dall’agente A. Supponiamo che egli abbia dotazioni


iniziali dei due beni rispettivamente pari a zero e e2. Il reddito di A è pertanto p2e2 e, date preferenze
di tipo Cobb-Douglas, sappiamo che egli spenderà le due frazioni di reddito totale a e (1-a) nel
consumo dei due beni 1 e 2. Le funzioni di domanda di A sono date da:

q1 = ap2e2/p1
q2 = (1-a)p2e2/p2 (8.1)
da cui otteniamo,

q1 = ap2e2/p1
q2 = (1-a)e2 (8.2)

Dalla seconda di queste equazioni risulta che la domanda del bene 2 è costante: non dipende dal
livello dei prezzi, ed è sempre uguale ad una frazione costante della dotazione iniziale del bene
stesso. Nello scenario 6 assumiamo che il valore del parametro a per l’agente A sia 0.7. A spende il
30% del proprio reddito totale nel consumo del bene 2 (30 unità del bene) e cede le rimanenti 70
unità in cambio della maggior quantità possibile del bene 1. Di conseguenza, la curva prezzo-offerta
dell’agente A è orizzontale (vedi figura 8.19).

123
Un ragionamento simile si applica all’analisi del comportamento di B. Quanto B possiede
inizialmente e1 unità del bene 1 e zero unità del bene 2, il suo reddito totale è pari a p1e1 e le sue
funzioni di domanda sono date da:

q1 = ap1e1/p1
q2 = (1-a)p1e1/p2 (8.3)

da cui otteniamo:

q1 = ae1
q2 = (1-a)p1e1/p2 (8.5)

La domanda del bene 1 è costante e indipendente dal livello dei prezzi. Nello scenario 6 il valore di
a è 0.6 per B. Egli utilizza il 60% del proprio reddito totale nel consumo del bene 1. La dotazione
iniziale è pari a 150 unità del bene 1, per cui la domanda del bene 1 stesso è pari a 90 unità. Le
rimanenti 60 unità vengono cedute in cambio della maggior quantità ottenibile dell’altro bene. La
curva prezzo-offerta di B, dunque, è una retta verticale in corrispondenza del valore 60 (= 150 –
90). La figura 8.19 descrive lo scambio nello scenario 6:

Ricordiamo che le preferenze – e di conseguenza, la curva dei contratti – e le dotazioni totali dei
due beni sono identiche al primo scenario. La differenza consiste nella diversa allocazione delle
risorse. La diversa posizione dell’allocazione iniziale implica un equilibrio concorrenziale diverso
da quello raggiunto nello scenario 1.

Gli scenari 7 e 6 differiscono rispettivamente dagli scenari 2 e 1 solo per la diversa allocazione
iniziale delle risorse. Lo scenario 7 è descritto dalla figura 8.20:

124
Anche gli scenari 8 e 6 differiscono dagli scenari 3 e 1 solo per valori diversi delle allocazioni
iniziali dei due beni (figura 8.21).

125
Notiamo che A e B hanno le stesse preferenze, per cui la curva dei contratti è una linea retta.

8.12: Considerazioni conclusive


A conclusione di questo capitolo dovrebbe essere chiaro che le possibilità di scambio sono
pressoché illimitate. L’eventualità che nessuno scambio abbia luogo si verifica solo quando
l’allocazione iniziale appartiene alla curva dei contratti. I due individui decidono di intraprendere lo
scambio anche quando hanno preferenze identiche (per cui la curva dei contratti diventa una linea
retta), a meno che l’allocazione di partenza non appartenga alla curva dei contratti (come avviene ad
esempio se A e B hanno identiche dotazioni iniziali dei due beni e l’allocazione iniziale si trova
esattamente al centro della scatola di Edgeworth). Lo scambio avrà luogo anche quando A e B
hanno le stesse dotazioni iniziali, a meno che la curva dei contratti non passi per il centro della
scatola di Edgeworth (quando A e B hanno le stesse preferenze). In conclusione, a patto che
esistano delle eterogeneità tra individui in termini di preferenze e/o di dotazioni di risorse – se è
vero che la gente è differente – esisterà sempre la possibilità di intraprendere uno scambio
reciprocamente vantaggioso.

Nel corso di questo capitolo abbiamo dedicato particolare attenzione al mercato di concorrenza
perfetta. Abbiamo illustrato le proprietà di efficienza dell’equilibrio concorrenziale e l’incapacità di
monopolio e monopsonio di condurre ad un’allocazione appartenente alla curva dei contratti.
Naturalmente, esistono altre forme di mercato delle quali il lettore dovrebbe essere in grado di
derivare le proprietà di efficienza.

8.13: Riassunto
In questo capitolo abbiamo discusso le proprietà dello scambio in un’economia di puro scambio in
cui operano due soli individui, facendo ricorso all’analisi grafica della scatola di Edgeworth.

Abbiamo derivato la curva dei contratti che è stata poi definita come:

126
La curva dei contratti è il luogo delle allocazioni Pareto-efficienti. Una volta che lo scambio
conduce ad un’allocazione appartenente alla curva dei contratti, non è possibile spostarsi su
un’allocazione diversa migliorando il benessere di un individuo senza peggiorare quello dell’altro.

Le allocazioni che non appartengono alla curva dei contratti sono efficienti. E’ sempre possibile
spostarsi da tali allocazioni e raggiungerne altre migliorando il benessere di uno dei due agenti
senza peggiorare il benessere dell’altro.

Abbiamo dimostrato l’appartenenza dell’equilibrio concorrenziale alla curva dei contratti.

Le curve prezzo-offerta dei due agenti devono intersecarsi in corrispondenza di un punto


appartenente alla curva dei contratti.

L’equilibrio concorrenziale si trova sulla curva dei contratti ed è per questo Pareto efficiente.

Equilibri di tipo “price-setting” (quando uno degli agenti sceglie il prezzo e l’altro sceglie
l’allocazione) sono inefficienti.

Infine:

L’equilibrio concorrenziale dipende dalle preferenze individuali e dalle dotazioni iniziali.

8.15: Appendice Matematica


In questa appendice forniremo una soluzione al problema dello scambio fra due individui con
preferenze Cobb-Douglas. Indichiamo il punto di dotazioni iniziali dell’individuo A con (e1,e2) e
quello dell’individuo B con (f1,f2). Si assuma, inoltre, che A abbia preferenze Cobb-Douglas di
parametro a e B preferenze Cobb-Douglas di parametro b. Ora ricordiamo che il parametro della
funzione Cobb-Douglas indica il peso relativo che l’individuo dà al bene 1, di conseguenza il peso
relativo del bene 2 è dato da (1-a) o (1-b). Nel capitolo 6 abbiamo ricavato la funzione di domanda
lorda dell’individuo A per i due beni:
q1 = a(p1e1 + p2e2/p1 (A8.1)
q2 = (1-a)(p1e1 + p2e2)/p2

e dell’individuo B:
q1 = b(p1f1 + p2f2)/p1 (A8.2)
q2 = (1-b)(p1f1 + p2f2)/p2

Da queste espressioni possiamo ricavare la funzione di domanda lorda aggregata per il bene 1 e
quindi imporre la condizione di equilibrio per cui la domanda aggregata in equilibrio deve essere
uguale all’offerta aggregata del bene 1 (cioè e1 + f1) quindi otteniamo la seguente condizione:

a(p1e1 + p2e2)/p1 + b(p1f1 + p2f2)/p1 = e1 + f1 (A8.3)

Risolvendo l’equazione rispetto al rapporto dei prezzi p1/p2 otteniamo la condizione di equilibrio del
mercato del bene 1:

p2/p1 = [(1-a)e1 + (1-b)f1]/(ae2 + bf2) (A8.4)

Prima di discutere le possibili implicazioni, deriviamo le condizioni di equilibrio del mercato del
bene 2. Per far ciò imponiamo che anche per il bene 2 la domanda aggregata lorda sia uguale

127
all’offerta aggregata lorda, dall’equazione (A8.1) e dall’equazione (A8.2) otteniamo le seguenti
condizioni di equilibrio (che sono l’equivalente dell’equazione (A8.3)).

(1-a)(p1e1 + p2e2)/p2 + (1-b)(p1f1 + p2f2)/p2 = e2 + f2 (A8.5)

Se risolviamo la (A8.5) rispetto al rapporto dei prezzi p2/p1 otteniamo l’equazione (8.4)! È una
sorpresa? Chiaramente no, se il mercato del bene 1 è in equilibrio allora lo deve essere anche il
mercato del bene 2. Infatti, supponendo che per raggiungere l'equilibrio nel mercato del bene 1
l’individuo A cede x unità del bene 1 all’individuo B, allora nel mercato del bene 2 l’individuo A
dovrà ricevere dall’individuo B y unità del bene 2, con p1x = p2y.

Ora passiamo ad esaminare la condizione di equilibrio, abbiamo già notato che è una condizione sul
prezzo relativo dei beni 1 e 2 (che determina la pendenza del vincolo di bilancio di equilibrio).
Dalla equazione (A8.4) abbiamo che:

p2/p1 cresce al crescere di e1, f1, e


p2/p1 decresce al crescere di e2, f2, a o b.

La prima di queste condizioni ci dice che se la quantità del bene 1 sul mercato diventa più
abbondante allora il prezzo relativo diminuisce. La seconda condizione ci dice che:
1. se la quantità del bene 2 aumenta il suo prezzo relativo diminuisce;
2. se il bene 1 diventa più preferito da uno dei due individui (per effetto di una variazione di b
o di a) allora il prezzo relativo del bene 1 aumenta;
3. se il bene 2 diventa più preferito da uno dei due individui (per effetto di una variazione di b
o di a) allora il prezzo relativo del bene 2 aumenta.
Tutte queste condizioni sono abbastanza intuitive

8.14: Domande di verifica


(1) Quali sono stati i due accorgimenti adottati da Edgeworth nella costruzione della sua
scatola?
(2) Cosa determina la lunghezza della scatola? Cosa la sua altezza?
(3) I due individui nella scatola partono dallo stesso punto? (Dovresti sapere che la risposta
è “si” – poiché ogni punto nella scatola rappresenta un’allocazione delle risorse
disponibili tra i due individui. Il punto iniziale altro non è che l’allocazione di partenza).
(4) Se gli individui partono con le stesse dotazioni iniziali dove si posizionano nella scatola
(il punto di dotazioni iniziali)?
(5) Se le preferenze sono convesse e identiche dimostra che la curva dei contratti deve
passare per il centro della scatola. Se anche le dotazioni iniziali sono identiche dimostra
che non c’è spazio per lo scambio.
(6) Esistono altri punti in cui i lo scambio non è possibile?

128
Capitolo 9: L’economia del benessere

9.1: Introduzione
Con il termine Economia del benessere si intende lo studio di quei processi economici che
influenzano direttamente il benessere individuale e collettivo. Essa studia l’allocazione delle risorse
dell’economia ed è mossa da una domanda: esiste una allocazione delle risorse migliore delle altre?
Questo è un capitolo molto importante, perché ci ricorda fin dove possiamo spingerci con
l’economia e quanto siamo vincolati a giudizi di merito nella valutazione dei problemi distributivi.
Noi, come economisti, possiamo valutare molto più di quello che si può essere portati a pensare, ma
ci sono pur sempre limiti dove, senza l’aiuto di altre discipline, ci si deve necessariamente fermare.
9.2: Aggregazione delle preferenze
Ora studieremo il problema della allocazione delle risorse in economia. Nel capitolo 8 abbiamo
definito la curva dei contratti come il luogo delle allocazioni Pareto efficienti quindi ogni contratto
tra due individui deve trovarsi su di essa. Ogni allocazione che non appartiene alla curva dei
contratti è inefficiente, nel senso che è sempre possibile migliorare la situazione di tutti gli individui
che partecipano allo scambio spostandosi su un punto qualsiasi della curva dei contratti. Ma se tutti
i punti appartenenti alla curva dei contratti sono efficienti, quale sarà l’allocazione scelta dalla
società? Come avviene la scelta di una sola tra tutte le allocazioni efficienti?

Se ci addentriamo per questa strada, specialmente se trattiamo il problema semplificato di una


economia composta da due soli agenti, potrebbe sembrare che non c’è una risposta, quantomeno
diretta, a questa domanda; a meno che non siamo pronti a dare un giudizio di merito sui due
individui. Possiamo mostrare che ci sono casi specifici in cui siamo in grado di esprimere un
giudizio tra tutte le allocazioni efficienti. Ma c’è, comunque, un limite oltre il quale non possiamo e
non dobbiamo andare, valicato quel limite inizia il regno della politica.

Esiste un conflitto di interessi tra i due agenti perché ogni allocazione efficiente implica una diversa
distribuzione dei guadagni dello scambio (uno ottiene più dell’altro o viceversa). Il problema del
conflitto di interessi può essere risolto solo fornendo una soluzione ad un problema ancor più
grande: risalire alle preferenze della società a partire dalle preferenze individuali. In altri termini, il
problema principale è il seguente: è possibile ottenere le preferenze della società aggregando le
preferenze individuali?

Il problema della scelta sociale è da sempre al centro del dibattito della filosofia e della scienza
politica ed economica. L’aggregazione delle preferenze individuali con il fine di ottenere quelle
sociali porta ad un risultato univoco solo se tutti gli individui hanno esattamente le stesse
preferenze. Solo in questo caso, infatti, le preferenze della società sono in grado di riflettere le
proprietà di quelle di ciascun individuo.

Se invece si ammette che le preferenze individuali sono eterogenee, non si avrà difficoltà a
convenire che non può esistere una modalità di aggregazione universalmente riconosciuta come
quella corretta. Il teorema dell’impossibilità di Arrow, vincitore del Premio Nobel per l’economia
nel 1972, fornisce la dimostrazione di questo risultato. Vediamo come.

Dati i seguenti assiomi:

(1) Se esistono le preferenze individuali, esistono anche le preferenze della società;

129
(2) Se ogni individuo preferisce x a y, così dovrebbe essere anche per la società;
(3) Le preferenze sociali tra x e y devono dipendere solo dalle preferenze individuali tra x e y.

L’ordinamento sociale delle preferenze rifletterà le preferenze di uno solo degli individui
appartenenti alla società. L’aggregazione delle preferenze individuali, dunque, implica la dittatura.

Questo risultato è molto importante e ha influenzato largamente l’analisi economica recente.

Naturalmente, nel mondo reale le società adottano delle procedure di aggregazione delle preferenze
individuali e ciascuna di esse identifica un modo diverso di stabilire le modalità con cui la
collettività debba prendere una decisione. Ad esempio, alcune società adottano il principio della
maggioranza.

Il principio del voto di maggioranza, tuttavia, non è perfetto. Vediamo perché. Assumiamo che la
società sia composta da tre individui (A, B e C) e che debba essere scelta a maggioranza solo una
delle tre possibili allocazioni x, y e z. Supponiamo inoltre che le preferenze dei tre individui siano le
seguenti:

A preferisce x a y e y a z
B preferisce y a z e z a x
C preferisce z a x e x a y

Quale allocazione sarà scelta?

Notiamo che una maggioranza (A e C) preferisce x a y, un’altra (A e B) preferisce y a z, e un’altra


ancora (B e C) preferisce z a x.

Quale delle tre maggioranze prevarrà? Non è possibile stabilirlo se prima non si definisce un
criterio in base al quale aggregare le preferenze dei tre individui.

9.3: Funzioni di Benessere Sociale


Non esiste nessuna regola generale da applicare per ottenere dall’aggregazione delle preferenze
individuali un ordinamento delle preferenze sociali che descriva compiutamente quelle di tutti gli
individui che appartengono alla società. Le preferenze individuali, infatti, sono eterogenee il ché
implica inevitabilmente l’esistenza di un conflitto di interessi tra tutti gli individui della società.
Una conferma di questa circostanza si ritrova nel mondo reale: se una funzione di benessere sociale
condivisa da tutti esistesse davvero, allora essa sarebbe compresa nella costituzione di ogni società
e non ci sarebbe nessun bisogno di una classe politica!

I politici, invece, esistono e non sono per nulla d’accordo sulle procedure da utilizzare
nell’aggregazione delle preferenze individuali. Si può affermare anzi che proprio in questo consiste
il ruolo dei politici: definire le proprietà della funzione di benessere sociale da adottare.

Una funzione di benessere sociale definisce una modalità di aggregazione delle funzioni di utilità
di tutti gli individui che fanno parte della società, al fine di ottenere un’unica funzione di utilità
sociale. Per una società formata da N individui n = 1, 2, …, N, ognuno dei quali ha utilità un, il
benessere sociale W è definito da:

W = f(u1, u2, …, uN) (9.1)

dove f è una funzione crescente in tutti i suoi argomenti.

130
I partiti politici non sono d’accordo su come esplicitare l’equazione (9.1). Una possibilità è che il
benessere sociale debba basarsi sul benessere delle classi meno abbienti. La funzione di benessere
sociale “Rawlsiana” rispecchia questo principio ed assume la seguente forma: 42:

W = min(u1, u2, …, uN) (9.2)

Una forma funzionale alternativa è conosciuta con il nome di funzione di benessere sociale
“utilitaristica”:

W = u1 + u2 + …+ uN (9.3)

In questo caso viene attribuita la stessa importanza al benessere di tutti gli individui della società.
Altri partiti politici, invece, potrebbero considerare più opportuno attribuire maggior peso al
benessere di alcune categorie particolari di individui:

W = a1u1 + a2u2 + …+ aNuN (9.4)

dove an sono pesi di segno positivo che riflettono l’importanza attribuita al benessere di alcune
particolari categorie sociali.

Una volta esplicitata la funzione di benessere sociale, può aver luogo la scelta dell’allocazione
ottima. Questa scelta dipende dall’insieme delle possibili scelte a disposizione della società che, a
sua volta, dipende dall’analisi svolta nel capitolo precedente. Sappiamo, infatti, che l’allocazione
sulla quale ricade la scelta della società deve appartenere alla curva dei contratti e che, ad ogni
punto appartenente a questa curva corrispondono dei valori dell’utilità dei due individui. Se le
funzioni di utilità individuali sono note, lo sono anche i valori delle utilità di individui in
corrispondenza di una particolare allocazione sulla curva dei contratti. Calcolando questi valori per
ogni punto dell’insieme delle allocazioni efficienti si costruisce la frontiera delle utilità possibili.

Nell’esempio della figura 9.2, specifichiamo le funzioni di utilità di A e di B (equazione (9.5))


A U(q1,q2) = q10.56 q20.24
B U(q1,q2) = q10.54q20.36. (9.5)

42
Called a Rawlsian welfare function after its ‘originator’ John Rawls.

131
La società ha una dotazione totale di 100 unità di bene 1 e 100 unità di bene 2. In corrispondenza
dell’origine degli assi in basso a sinistra, l’utilità di A è 0 e l’utilità di B è data da 1000.541000.36 =
1000.9 = 63.01; nell’origine degli assi in alto a destra l’utilità di A è 1000.561000.24 = 1000.8 = 39.81 e
quella di B è 0. La frontiera delle utilità possibili è disegnata nella figura 9.5, dove l’utilità di A è
rappresentata sull’asse delle ascisse e quella di B sull’asse delle ordinate. I punti estremi della curva
sono (39.81, 0) e (0, 63.01) e ne rappresentano rispettivamente l’intercetta orizzontale e quella
verticale. Come si ottengono il resto dei punti della frontiera? In primo luogo, si calcolano i valori
delle utilità dei due individui in ogni punto della curva dei contratti (ad esempio, in uno di questi
punti A ottiene un’utilità di 4.57 e B di 59.4). I valori delle utilità di A e B, così calcolati per
ciascuna delle allocazioni efficienti, vengono poi rappresentati nel grafico 9.3.

Quale sia il punto di ottimo per la società sulla frontiera dipende dalla forma della funzione di
benessere sociale. Se le curve di indifferenza della società hanno le stesse proprietà di quelle

132
individuali (definite da utilità = costante), possiamo disegnarle e verificare graficamente a quale di
esse si associa il livello di utilità maggiore.

Supponiamo ad esempio di adottare la funzione di benessere sociale utilitaristica, equazione (9.3).


Se la società è formata da due soli individui, N = 2, le curve di indifferenza sono definite da u1 + u2
= costante, ovvero la mappa delle rette con inclinazione43 -1. La curva di indifferenza più alta è
disegnata nella figura 9.5 e il punto di ottimo è prossimo all’allocazione (5, 60). Sembra che
l’agente B stia molto bene in questa società!

In generale, per ogni diversa specificazione della funzione di benessere sociale si ottiene un nuovo
punto di ottimo per la società. Consideriamo ad esempio la funzione di benessere sociale alla Nash
che, per N = 2, è espressa da:

W = u1u2 (9.6)

e analizziamo il grafico riportato in figura 9.7:

Risolvendo il problema di ottimo otteniamo l’allocazione (21,36): A migliora la propria condizione


rispetto allo scenario utilitaristico. Dovrebbe essere chiaro a questo punto che la scelta sociale
dipende in maniera cruciale dalla specificazione della funzione di benessere sociale.

9.4:La disuguaglianza è necessariamente un male?


L’analisi svolta sino a questo momento ha mostrato come il punto scelto dalla società deve trovarsi
sulla curva dei contratti e questo non vuol dire che gli individui vengono trattati tutti nella stessa

43
Da notare la somiglianza con il caso di due beni perfetti sostituti. In effetti, è questo il modo in cui la funzione di
benessere sociale utilitaristico giudica i diversi membri della società: essi sono tutti uguali.

133
maniera. Forse quest’ultimo punto sembra un po’ strano e connesso con la funzione di benessere
sociale adottata dai politici. Ma per mostrarvi che non è così, consideriamo una situazione in cui
non tutti gli individui sono trattati allo stesso modo, ma malgrado ciò sono tutti ugualmente felici.
Prendiamo una società composta da due individui e consideriamo il caso in cui I due abbiano
preferenze diverse, quindi la curva dei contratti non è la linea retta congiungente le due origini della
scatola di Edgwoth. Supponiamo di iniziare da una situazione in cui i due individui sono trattati alla
stessa maniera, quindi il punto di dotazioni iniziali si trova al centro della scatola. Domandiamoci
cosa accadrà. Ovviamente il risultato dipende dal meccanismo di scambio, ma assumiamo che sia
efficiente (quindi finiremo su un punto della curva dei contratti). Il risultato della scambio sarà un
punto dove, ovviamente, i due individui stanno consumando quantità diverse dei due beni. Uno
consumerà una quantità maggiore del bene 1 e l’altro una quantità maggiore del bene 2. La ragione
è semplice, abbiamo assunto che gli individui abbiano preferenze diverse. Questa disuguaglianza è
un male? Certamente no, infatti tutti e due preferiscono la nuova allocazione alla vecchia,
(considerata “giusta” perché entrambi avevano la stessa dotazione). Quindi la nuova distribuzione,
se bene non egualitaria è perfettamente “giusta”. Possiamo concludere che la disuguaglianza non è
necessariamente un male, se le persone sono fra loro diverse.

9.5: Misura dell’utilità


L’analisi del paragrafo 9.3 presuppone la misurabilità dell’utilità. Tuttavia, come abbiamo concluso
nel capitolo 5, la funzione di utilità non fornisce una rappresentazione algebrica unica delle
preferenze individuali. Qualsiasi trasformazione monotonica crescente di una funzione di utilità
riflette correttamente le proprietà delle stesse preferenze.

Di conseguenza, prima di definire una funzione del benessere sociale si devono, in primo luogo,
rendere misurabili e confrontabili le preferenze individuali oppure, più semplicemente, esprimere la
funzione di benessere sociale direttamente come una funzione di consumo. In ultima analisi, si deve
essere in grado di confrontare le utilità individuali, ma questo è compito dei politici e non degli
economisti.

9.6: Riassunto
In questo breve capitolo non abbiamo ottenuto molti risultati, ma abbiamo concluso che qualcosa
non è possibile:

Il Teorema dell’Impossibilità di Arrow dimostra che in generale non è possibile aggregare le


preferenze individuali per ottenere quelle della società.

Comunque,

L’adozione di una funzione di benessere sociale può essere utile al fine di scegliere un’allocazione
ma……

… Solo se le utilità individuali sono misurabili e confrontabili tra di loro.

134
L’allocazione derivante potrebbe essere ineguale, ma abbiamo mostrato che questo risultato non è
necessariamente inaccettabile per i componenti della società:

Una distribuzione ineguale non è necessariamente ingiusta.

9.7: Domande di verifica


(1) Perché è impossibile aggregare le preferenze quando sono diverse?
(2) Perché è impossibile per gli economisti decidere se una particolare distribuzioni è
‘equa’?
(3) In che senso, secondo quanto detto in questo capitolo, i partiti politici si differenziano?
(4) Se la funzione di benessere sociale non è verosimile, nel senso che abbiamo definito in
questo capitolo (cioè è una funzione crescente nell’utilità di ogni suo membro) perché
l’allocazione migliore delle risorse potrebbe non essere sulla frontiera delle utilità
possibili?
(5) Perché una distribuzione ineguale potrebbe non essere ingiusta? (Poiché la gente è
differente.)

135
Capitolo 10: L’Impresa e la tecnologia

10.1: Introduzione
Finora abbiamo considerato un’economia di puro scambio in cui operano individui con determinate
dotazioni iniziali di risorse. Ora introduciamo l’attività di produzione: alcuni individui si accorgono
della possibilità di ricavare dei profitti dalla produzione di beni non disponibili sul mercato ma che
altri individui desiderano consumare.

L’ipotesi convenzionale è che la produzione avvenga ad opera delle imprese. L’impresa è


un’istituzione che ha la funzione di acquisire beni sul mercato (fattori produttivi o input) e
utilizzarli in un processo produttivo al fine di trasformarli in un prodotto finito (output) da mettere a
disposizione del mercato. Pertanto, le attività primarie dell’impresa sono: l’acquisizione degli input,
la trasformazione degli input in output e la vendita dell’output ai consumatori.

Anche se nel mondo reale ciascuna impresa impiega molti input nel proprio processo produttivo e
porta sul mercato più di un output, la teoria economica della produzione analizza il comportamento
di un’impresa tipica che trasforma due soli input in un unico output. E’ questa un’ipotesi che rende
più agevole l’analisi, ma i risultati ottenuti sono facilmente generalizzabili.

In questo capitolo ci occupiamo delle possibili relazioni che intercorrono tra gli input e l’output
dell’impresa. I capitoli successivi verteranno sulle implicazioni che derivano da tali relazioni.

10.2: La funzione di produzione


L’impresa tipica trasforma due fattori di produzione in un unico output. Assumiamo che i due
fattori di produzione siano gli input 1 e 2, impiegati dall’impresa in quantità pari a q1 e q2 per
produrre l’output y. Assumiamo inoltre che entrambi gli input siano fattori di produzione in senso
stretto: l’impresa ottiene un output crescente all’aumentare dell’impiego di ciascuno dei due input.

Determinante è la considerazione del processo produttivo che consente all’impresa di trasformare i


due input in output. In generale, tale processo produttivo viene descritto da una funzione di
produzione definita da:

y = f(q1,q2) (10.1)

dove f(.) è una funzione crescente in entrambi i suoi argomenti. Come sarà chiaro tra breve, è
conveniente analizzare il processo produttivo lungo le due dimensioni che lo caratterizzano e,
quindi, esprimere la funzione di produzione in due forme diverse. La prima descrive la relazione
esistente tra i due input per ogni livello di output; la seconda riflette la relazione tra il livello di
impiego dei due input e il volume della produzione.

Al fine di studiare la relazione esistente tra i due input per un dato livello di output, consideriamo il
concetto di isoquanto. Un isoquanto è una curva disegnata nello spazio dei punti (q1, q2) che
rappresenta il luogo delle combinazioni di input che producono lo stesso livello di output:

f(q1,q2) = costante (10.2)

Per analizzare invece la relazione tra il livello di impiego dei fattori di produzione e il volume
dell’output, dobbiamo chiederci cosa avviene quando variano le quantità dei due input impiegati nel
processo produttivo. Ad esempio, che effetto ha sulla produzione un incremento delle quantità dei
due input da (q1, q2) a (sq1, sq2), dove s è una costante positiva?

138
Naturalmente, l’output aumenta da f(q1,q2) a f(sq1, sq2). Il problema però è verificare se
l’incremento dell’output sia proporzionale all’incremento degli input. In altri termini, è necessario
verificare se: f(sq1, sq2) è maggiore, uguale o minore sf(q1,q2).

Formuliamo il problema utilizzando una terminologia più appropriata. Se f(sq1, sq2) è uguale a
sf(q1,q2), il processo produttivo è caratterizzato da rendimenti di scala costanti. Moltiplicando
l’impiego di entrambi i fattori produttivi per il fattore s, si ottiene un incremento della produzione
della stessa proporzione s. Se invece f(sq1, sq2) è minore di sf(q1,q2) il processo produttivo esibisce
rendimenti di scala decrescenti: la produzione aumenta meno che proporzionalmente rispetto agli
input. Infine, se f(sq1, sq2) è maggiore di sf(q1,q2), il processo produttivo ha rendimenti di scala
crescenti: la produzione aumenta più che proporzionalmente rispetto agli input.

E’ importante sottolineare che le due dimensioni in base alle quali una funzione di produzione può
essere analizzata (la forma degli isoquanti e i rendimenti di scala) sono indipendenti l’una dall’altra.
Infatti, un isoquanto può essere associato a diversi tipi di rendimenti di scala e un tipo particolare di
rendimenti di scala può essere associato ad isoquanti di forma diversa.

10.3 Gli Isoquanti


Un isoquanto è il luogo dei punti nello spazio (q1, q2) in corrispondenza dei quali la produzione è
costante, come è definito nell’equazione (10.2).
La forma di un isoquanto dipende dalla relazione che lega i due fattori di produzione impiegati nel
processo produttivo. Gli isoquanti sono tipicamente convessi, riflettendo l’evidenza empirica in
base alla quale è efficiente utilizzare congiuntamente i due input nel processo produttivo. E’
possibile disegnare un isoquanto passante per ciascuno dei punti dello spazio (q1,q2). Il caso più
comune è la famiglia di isoquanti rappresentata nella figura 10.2:

Questa rappresentazione grafica è simile alla mappa delle curve di indifferenza con la quale
\esistono molte analogie. L’analogia tra il comportamento del consumatore e quello dell’impresa è
intuitiva. Il consumatore compra beni sul mercato e li trasforma in utilità allo stesso modo in cui
l’impresa compra fattori di produzione e li trasforma in prodotto finito. L’unica differenza consiste

139
nel fatto che l’output è misurabile, mentre l’utilità non lo è (Quali sono le implicazioni di questa
differenza?).

L’analisi svolta nel capitolo 5 ha tralasciato la dimostrazione di un’importante caratteristica delle


curve di indifferenza: le curve di indifferenza non possono incrociarsi. La stessa proprietà vale per
gli isoquanti, ed ora ne forniamo una dimostrazione formale. Il ragionamento può essere esteso per
analogia alle curve di indifferenza. Consideriamo la figura 10.3:

e dimostriamo per assurdo che i due isoquanti non possono avere un punto di intersezione in X. B e
X appartengono allo stesso isoquanto: le combinazioni di input X e B producono lo stesso livello di
output. Anche R e X appartengono allo stesso isoquanto e, dunque, anche le combinazioni R e X
permettono di ottenere lo stesso livello di produzione. Di conseguenza, l’impresa dovrebbe produrre
lo stesso livello di output anche utilizzando le combinazioni R e B, ma R e B appartengono a due
isoquanti diversi. Concludendo, due isoquanti non possono intersecarsi perché altrimenti la
funzione di produzione non sarebbe crescente in entrambi i suoi argomenti (la combinazione B è
caratterizzata da una quantità maggiore di entrambi i fattori produttivi rispetto al punto R).

La forma della famiglia degli isoquanti dipende dalla relazione che lega gli input nel processo
produttivo. La relazione che prevale in un’impresa specifica dipende dalla natura dei fattori di
produzione e dalla tipologia dell’output.

Una prima possibilità è che i due fattori di produzione siano perfetti sostituti in rapporto di 1 a 1. In
questo caso, l’impresa considera i due input perfettamente intercambiabili nel processo produttivo44.
La mappa di isoquanti associata a fattori di produzione perfetti sostituti in rapporto di 1 a 1 è
tracciata nella figura 10.4.

44
La legislazione vigente in Inghilterra per certe tipologie di occupazione, ad esempio, stabilisce di seguire questa
regola per i due input “uomini” e “donne”.

140
Ogni combinazione dei due input appartenente all’isoquanto che unisce i punti (60,0) e (0,60)
permette di ottenere lo stesso livello di output. L’impresa produce sempre lo stesso livello di output
impiegando 60 unità dell’input 1 e 0 dell’input 2, 59 unità di input 1 e 1 di input 2, o 58 unità di
input 1 e 2 unità of input 2, e così via, fino ad arrivare a 1 unità di input 1 e 59 di input 2 o, ancora,
0 unità di input 1 e 60 unità di input 2. In altri termini, ogni unità in meno di uno dei due input deve
essere sostituita da un’unità addizionale dell’altro se si desidera mantenere invariato il livello di
produzione. L’inclinazione degli isoquanti è, infatti, sempre costante e uguale a –1. Il tasso al quale
l’impresa desidera scambiare l’impiego dei due input nel proprio processo produttivo è pari a 1.
Questo concetto è alla base della definizione del Saggio Marginale di Sostituzione che, nel caso di
input perfetti sostituti, è costante e pari a 1.

Naturalmente due fattori di produzione possono essere ritenuti sostituibili in un rapporto diverso da
1 a 1. Ad esempio, se il rapporto di sostituibilità è 1 a 2 (1 unità dell’input 1 è scambiata con 2 unità
dell’input 2 e viceversa) la relativa famiglia di isoquanti si presenta come nella figura 10.5:

Il Saggio Marginale di Sostituzione è costante e pari a 2. Più in generale, per fattori di produzione
perfetti sostituti in rapporto 1 ad a, il Saggio Marginale di Sostituzione è a.

Il caso opposto a quello di input perfetti sostituti si verifica quando gli input sono ritenuti perfetti
complementi. Nel caso più semplice, un rapporto di complementarietà di 1 a 1 (1 unità del primo

141
input viene sempre impiegata insieme ad 1 unità dell’altro), implica la mappa di isoquanti disegnata
nella figura 10.6:

La mappa degli isoquanti nel caso di due input perfetti complementi in rapporto di 1 a 2 è
rappresentata nella figura 10.7.

Più in generale, i due input possono essere considerati perfetti complementi in un rapporto di 1 ad
a, per cui ogni unità di un input deve essere sempre impiegata insieme ad a unità dell’altro. In
questo caso, le combinazioni ottimali di input appartengono alla retta definita dall’equazione q2 =
aq1.

La tecnologia Cobb-Douglas rappresenta un caso intermedio tra i due estremi di input perfetti
sostituti e perfetti complementi; la forma funzionale degli isoquanti, con tecnologia Cobb-Douglas,
è riportata nell’equazione 10.3.

q1 aq2(1-a) = costante (10.3)

La forma di ogni isoquanto dipende dal valore assunto dal parametro a. Per esempio se a = 0.5,
otteniamo la mappa di isoquanti riportati nella figura 10.9:

142
Notiamo la simmetria degli isoquanti rispetto all’origine e il modo in cui il SMS varia nel
diagramma. Un caso di tecnologia Cobb-Douglas non simmetrica si verifica per a uguale a 0.3
(figura 10.10):

La capacità dei tre tipi di tecnologia esposti finora di rappresentare compiutamente il processo
produttivo di un’impresa va verificata empiricamente. L’appropriata specificazione del parametro a
è determinante per ottenere una rappresentazione verosimile della tecnologia effettiva di
un’impresa. E’ possibile poi utilizzare altre espressioni algebriche per esplicitare la funzione di
produzione nel tentativo di avvicinarla alla tecnologia effettiva di un’impresa. Tra tutte,
menzioniamo la tecnologia con Elasticità di sostituzione costante che ha buone credenziali
empiriche. Il grafico 10.13 rappresenta un esempio di questa classe di funzioni di produzione
(l’interpretazione da dare ai parametri menzionati nel titolo del grafico verrà chiarita più avanti nel
capitolo).

143
10.4 I rendimenti di scala
La mappa degli isoquanti contiene informazioni relative alla relazione che lega i due input nel
processo produttivo, ma non ai rendimenti di scala degli input stessi. Come già osservato, il
processo produttivo dell’impresa può essere analizzato in due dimensioni diverse. In questo
paragrafo consideriamo la seconda.

La mappa degli isoquanti relativa al caso di input perfetti sostituti in rapporto di 1 a 1 è


rappresentata in figura 10.4. L’espressione generica per ognuno di questi isoquanti è:

q1 + q2 = costante (10.4)

Questa definizione è coerente con diversi rendimenti di scala. La mappa di isoquanti rappresentata
dall’equazione 10.4 è attribuibile alla seguente funzione di produzione:

y = f(q1, q2) = q1 + q2 (10.5)

che esibisce rendimenti di scala costanti. Perché? Perché l’output aumenta nella stessa proporzione
degli input.

Consideriamo ora la seguente funzione di produzione:

y = f(q1, q2) = (q1 + q2)0.8 (10.6)

La funzione di produzione (10.6) è associata ad una mappa di isoquanti definita da (q1 + q2)0.8 =
costante ed equivalente all’espressione (10.4). La funzione di produzione (10.6), tuttavia, esibisce
rendimenti di scala decrescenti: se moltiplichiamo i due input per s l’output aumenta meno che
proporzionalmente rispetto agli input (s0.8 < s).

Più in generale, la funzione di produzione:

y = f(q1, q2) = (q1 + q2)s (10.7)


144
definisce una tecnologia per input perfetti sostituti in rapporto 1 a 1 ed esibisce rendimenti di scala
crescenti, costanti o decrescenti, a seconda che il parametro s assuma valori maggiori, uguali o
minori di 1.

La tecnologia definisce la forma degli isoquanti e i rendimenti di scala influenzano il livello di


output associato ad ogni isoquanto. Data la funzione di produzione (10.4), i livelli di output
associati con i 9 isoquanti rappresentati nella figura 10.4 sono rispettivamente 20, 40, 60, 80, 100,
120, 140, 160 e 180. Ogni qual volta si raddoppia l’impiego di entrambi gli input, l’impresa ottiene
un output doppio. La funzione di produzione (10.6) invece esibisce rendimenti di scala decrescenti:
i livelli di produzione associati con i 9 isoquanti della figura 10.5 diventano 10.99, 19.13, 26.46,
33.30, 39.81, 46.06, 52.11, 57.98 e 63.71. Raddoppiando l’impiego degli input si produce un
aumento del livello dell’output meno che doppio. Infine, considerando la forma generica definita
dalla equazione (10.6) e assumendo che s sia pari a 2, otteniamo il caso di input perfetti sostituti in
rapporto di 1 a 1 con rendimenti di scala crescenti. I livelli di produzione associati agli isoquanti
della figura 10.4 diventano 400, 1600, 3600, 6400, 10000, 14400, 19600, 25600 e 32400.

Il caso quasi generale45 di input perfetti sostituti in rapporto 1 ad a è definito dalla seguente
funzione di produzione:

y = f(q1, q2) = (q1 + q2/a)s (10.8)

dove il valore assunto dal parametro a determina il tasso di sostituibilità e quello attribuito al
parametro s definisce i rendimenti di scala (s è maggiore, uguale o inferiore a 1 per rendimenti di
scala crescenti, costanti o decrescenti). La scelta dei valori a ed s può avvenire in maniera del tutto
indipendente l’una dall’altra.

La forma generica degli isoquanti per input perfetti complementi in rapporto di 1 a 1 è definita da:

min(q1, q2) = costante (10.9)

e può essere associata con la seguente funzione di produzione con rendimenti di scala costanti:

y = f(q1, q2) = min(q1, q2) (10.10)

ma anche con la più generica funzione di produzione:

y = f(q1, q2) = [min(q1, q2)]s (10.11)

che esibisce rendimenti di scala crescenti, costanti o decrescenti per s maggiore, uguale o minore di
1.

Il caso quasi generale46 di input perfetti complementi in rapporto di 1 ad a, è dato dalla seguente
funzione di produzione:

y = f(q1, q2) = [min(q1, q2/a)]s (10.12)

45
Più generale, infatti, è la funzione di produzione y = f(q1, q2) = g(q1 + q2/a), dove g(.) definisce una funzione
monotonicamente crescente.
46
Più generale è il caso descritto dalla seguente funzione di produzione: y = f(q1, q2) = g(min[q1, q2/a]), dove g(.) è una
funzione monotonicamente crescente.

145
Il valore assunto dal parametro a determina il tasso di complementarietà e quello assegnato al
parametro s definisce i rendimenti di scala (s maggiore, uguale o minore di 1 definisce rendimenti
di scala crescenti, costanti o decrescenti). La scelta dei valori a ed s può avvenire in maniera del
tutto indipendente.

Consideriamo ora una tecnologia di tipo Cobb-Douglas. Abbiamo già definito la mappa degli
isoquanti con:

q1 aq2(1-a) = costante (10.3)

e la funzione di produzione con:

y = f(q1, q2) = A q1a q 2b (10.13)

I pesi relativi assegnati agli input 1 e 2 sono rispettivamente a/(a+b) e b/(a+b) e la somma (a+b)
determina i rendimenti di scala. Cerchiamo di essere più precisi:

La tecnologia Cobb-Douglas (10.13) esibisce rendimenti di scala crescenti, costanti o decrescenti se


(a+b) è maggiore, uguale o minore di 1.

Il lettore può verificare l’esattezza di questa proposizione.

L’espressione generica di una tecnologia con elasticità di sostituzione costante è:

y = (c1q1-ρ + c2q2-ρ)-s/ρ (10.14)

I rendimenti di scala (come in precedenza) sono determinati dal valore del parametro s mentre il
parametro ρ fissa ad un valore costante l’elasticità di sostituzione47.

10.5 Saggio Marginale di Sostituzione e prodotti marginali


Concludiamo il capitolo introducendo il concetto di prodotto marginale e ricavando la relazione di
uguaglianza tra il Saggio Marginale di Sostituzione e il rapporto tra le produttività marginali dei due
fattori.

Il prodotto marginale di un input è pari al tasso al quale l’output cresce all’aumentare dell’impiego
dell’input stesso. La rappresentazione grafica dell’output in funzione di un input (per quantità fisse
dell’altro input) è, in generale, una curva crescente e concava: all’aumentare dell’impiego
dell’input, l’output cresce ad un tasso decrescente48. In ogni punto sulla curva, il prodotto marginale
definisce il tasso al quale l’output cresce dato un certo incremento dell’input, ovvero, l’inclinazione
della curva in quel punto. I prodotti marginali dei due fattori sono così definiti:

Prodotto marginale dell’input 1 = ∂y/∂q1 = ∂f(q1, q2)/ ∂q1


Prodotto marginale dell’ input 2 = ∂y/∂q2 = ∂f(q1, q2)/ ∂q2 (10.15)

Deriviamo algebricamente la relazione che lega le produttività marginali dei due input al Saggio
Marginale di Sostituzione (il lettore interessato può trovarne la prova nell’appendice matematica).

47
L’elasticità di sostituzione è definita da d(ln(q2))/d(ln(q1)), che equivale a (dq2/dq1)/(q2/q1), ossia al rapporto tra il
tasso marginale di sostituzione (SMS) e q2/q1. Se l’elasticità di sostituzione è costante, costante è anche il rapporto tra il
TMS e q2/q1, il ché implica che il SMS è proporzionale a q2/q1.
48
Questo è vero in generale, ma non sempre, anche se è raro ottenere rendimenti di scala crescenti in un solo input.

146
dq2/dq1 = - [∂f(q1, q2)/∂q1]/ [∂f(q1, q2)/∂q2] (10.16)

L’equazione (10.16) ci dice che l’inclinazione dell’isoquanto (dq2/dq1) è pari a (meno) il rapporto
tra il prodotto marginale dell’input 1 e il prodotto marginale dell’input 2:
Saggio Marginale di Sostituzione = prodotto marginale dell’input1 / prodotto marginale dell’input2

Interpretiamo ora questa uguaglianza utilizzando un esempio numerico. Consideriamo il punto in


corrispondenza del quale le produttività marginali degli input 1 e 2 sono pari rispettivamente a 5 e
2: l’impiego di 1 unità addizionale degli input 1 e 2 accresce l’output rispettivamente di 5 e 2 unità.
Di quanto deve aumentare l’impiego dell’input 2 se utilizziamo 1 unità in meno dell’input 1 per
produrre lo stesso livello di output? Quando l’impiego dell’input 1 si riduce di 1 unità, si producono
5 unità in meno di output perciò, se si desidera continuare produrre lo stesso output, è necessario
impiegare 2.5 unità aggiuntive dell’input 2. Per compensare la riduzione di 1 unità dell’ input 1, è
necessario impiegare 2.5 unità addizionali dell’input 2 quindi il SMS è uguale a 2.5.

10.6: Tecnologie Concave e Convesse


Finora abbiamo assunto implicitamente che la tecnologia sia convessa (e che siano convessi gli
isoquanti). Questo è il caso più comune a livello empirico, sebbene il caso opposto di isoquanti
concavi non si possa escludere a priori. Nella figura 10.8 consideriamo un esempio di isoquanti
concavi:

Quali sono le implicazioni di questo tipo di tecnologia? Entrambi gli input sono sempre fattori
produttivi in senso stretto: impiegandone quantità maggiori si ottiene un livello di output più
elevato. La differenza con una mappa di isoquanti convessi è data dalla convenienza ad impiegare
gli input separatamente piuttosto che insieme. Supponiamo che due imprese si contendano
l’impiego di 100 unità di input 1 e 100 unità di input 2. E’ preferibile che un’impresa impieghi 100
di input 1 e 0 di input 2 e l’altra usi 0 di input 1 e 100 di input 2, oppure che entrambe usino 50
unità di ciascun fattore? In quale dei due casi l’output totale è massimizzato? Sicuramente nel
primo: è più conveniente utilizzare i due input separatamente piuttosto che insieme. Al lettore il
compito di trovare degli esempi concreti a cui si possa applicare questo tipo di tecnologia.

10.7: Riassunto
Le analogie tra questo e il capitolo 5 sono molte ed alcune di queste sono già state richiamate. Il
consumatore deriva utilità dal consumo dei beni che compra sul mercato, il produttore trasforma gli
input in output; le combinazioni di consumo che procurano al consumatore lo stesso livello di utilità
appartengono alla stessa curva di indifferenza; le combinazioni di input che producono lo stesso
livello di output si trovano lungo lo stesso isoquanto. L’unica differenza sostanziale consiste
nell’impossibilità di misurare l’utilità, contrapposta alla misurabilità dell’output.

147
In questo capitolo abbiamo discusso le proprietà della funzione di produzione e rappresentato
graficamente gli isoquanti nello spazio (q1, q2).

Un isoquanto è una curva disegnata nello spazio dei punti (q1, q2) che rappresenta il luogo delle
combinazioni di input che producono lo stesso livello di output.

Abbiamo dimostrato che due isoquanti non possono intersecarsi e definito Il Saggio Marginale di
sostituzione che rappresenta l’inclinazione dell’isoquanto.

Abbiamo considerato alcuni tipi particolari di tecnologia.

Gli isoquanti sono rette parallele per input perfetti sostituti.

Gli isoquanti sono a forma di L per input perfetti complementi.

Le tecnologie convesse sono state definite più verosimili di quelle concave. Due esempi di
tecnologie convesse con importanti implicazioni empiriche sono le Cobb-Douglas e quelle con
elasticità costante di sostituzione.

Infine, abbiamo definito il concetto di rendimenti di scala.

La tecnologia esibisce rendimenti di scala crescenti, costanti o decrescenti a seconda che,


moltiplicando l’impiego di entrambi gli input per la costante s, l’output aumenta più che
proporzionalmente, nella stessa proporzione o meno che proporzionalmente del fattore s.

I rendimenti di scala sono indipendenti dal tipo di tecnologia (dalla forma degli isoquanti).

10.8: Domande di verifica

(1) Prova a pensare esempi in cui i due input sono sostituti perfetti ed esempi in cui i due
input sono complementi perfetti.
(2) Perché isoquanti concavi sono poco verosimili?
(3) Perché pensi che normalmente gli isoquanti siano convessi? Che cosa comporta questa
osservazione circa il Saggio marginale di sostituzione?
(4) Supponi che uno dei due input sia un ‘male’, nel senso che interferisce negativamente
sul processo produttivo (per esempio l’inquinamento industriale che danneggia un
agricoltore). Quali sono le implicazioni sulla forma degli isoquanti? Considera due casi:
(1) l’impresa è costretta ad usare l'input ‘male’; (2) l’impresa può non utilizzare l'input
‘male’ senza dover sopportare costi aggiuntivi.
10.9: Appendice Matematica

Ora cerchiamo l'espressione per il Saggio marginale di sostituzione, cioè la pendenza di un


isoquanto.
Ricordiamo che un isoquanto è dato da

f(q1, q2) = constante (10.2)

Se consideriamo la derivata di questa espressione

[∂f(q1, q2)/∂q1]dq1 + [∂f(q1, q2)/∂q2]dq2 = 0 (A10.1)

148
otteniamo

dq2/dq1 = - [∂f(q1, q2)/∂q1]/ [∂f(q1, q2)/∂q2] (A10.2)

che altro non è che il risultato presentato nel capitolo.

149
Capitolo 11: Minimizzazione dei costi e domanda dei fattori
produttivi

11.1: Introduzione
L’impresa ha per obiettivo la massimizzazione dei profitti49. In questo e nei prossimi due capitoli ci
occupiamo delle implicazioni di questa assunzione. L’impresa deve scegliere il livello di output e la
combinazione di input che consentono di massimizzare i profitti. Tale problema decisionale può
essere scomposto in due fasi: la determinazione del livello ottimo di output dato il quale l’impresa
sceglie la combinazione ottima di input per produrlo. Le due fasi del processo di scelta dell’impresa
sono indipendenti l’una dall’altra. Infatti, qualsiasi sia il livello di output che l’impresa desidera
produrre, il suo obiettivo è comunque produrlo nella maniera il più efficiente possibile e, per ogni
livello di output, la massimizzazione dei profitti implica la minimizzazione dei costi di produzione.

In questo capitolo, ci occupiamo della scelta della combinazione ottima di input per ogni livello di
output. Discutiamo le proprietà della combinazione di input che permette di minimizzare i costi di
produzione in corrispondenza di ogni livello di output. Il costo minimo al quale è possibile produrre
l’output y viene indicato con C(y) e definisce la funzione di costo dell’impresa. Nel capitolo 12
discuteremo le proprietà delle funzioni di costo dell’impresa e nel capitolo 13 determineremo il
livello ottimo di output.

11.2: Le curve di isocosto


Le curve di isocosto rappresentano un utile espediente espositivo ed analitico per determinare la
combinazione di input che minimizza i costi totali dell’impresa per ogni livello di output. Le curve
di isocosto vengono disegnate nello spazio dei punti (q1, q2), ossia lo spazio di tutte le possibili
combinazioni di input50. Una curva di isocosto è il luogo delle combinazioni dei due input alle quali
è associato lo stesso costo totale. Se i prezzi dei due input 1 e 2 sono rispettivamente w1 e w2, il
costo totale della combinazione (q1, q2) è pari a w1q1 + w2q2 e, la curva di isocosto viene definita
genericamente da:

w1q1 + w2q2 = costante (11.1)

L’espressione (11.1) è l’equazione di una retta nello spazio dei punti (q1, q2) lineare in q1 e q2.
L’inclinazione della retta di isocosto è uguale a –w1/w2, come è evidente dalla seguente espressione:

q2 = costante – (w1/w2) q1 (11.2)

Un isocosto, dunque, è una retta nello spazio (q1, q2) con inclinazione –w1/w2 ed è possibile
tracciare una retta di isocosto per ciascuno dei punti appartenenti a (q1, q2).
Assumendo w1 = w2 = 1 e, di conseguenza, –w1/w2 = -1, la mappa delle rette di isocosto appare
come in figura 11.1:

49
Per un’impresa quotata in borsa ciò equivale a massimizzare il valore delle proprie azioni.
50
Da notare l’analogia con lo spazio dei punti (q1, q2) alla base dell’analisi grafica del capitolo 10. In quel caso, q1 e q2
indicavano rispettivamente le quantità consumate dei beni 1 e 2.

150
Ad ogni retta di isocosto è associato un valore diverso di costo totale. La retta più vicina all’origine
degli assi unisce i punti estremi (20, 0) e (0, 20). Lungo questa retta, il costo totale è sempre uguale
a 20 qualsiasi sia la combinazione di fattori produttivi scelta dall’impresa (20 unità di 1 e 0 di 2; 19
unità di 1 e 1 di 2; 18 unità di 1 e 2 di 2, …, 1 unità di 1 e 19 di 2; 0 unità di 1 e 20 di 2). Alla retta
di isocosto immediatamente più alta è associato un costo totale di 40, a quella immediatamente più
alta un costo totale pari a 60, e così via fino ad arrivare alla più alta in assoluto. Naturalmente, rette
di isocosto più alte sono caratterizzate da un costo totale maggiore. Viceversa, il costo totale
decresce spostandosi su rette di isocosto più vicine all’origine degli assi.

Nel caso in cui w1 = w2 = 2, avremo le stesse rette di isocosto rappresentate nella figura 11.1 ma
caratterizzate da valori maggiori di costo totale (40, 80, ecc., invece che 20, 40, ecc.).

11.3: La combinazione ottima dei fattori produttivi


Procediamo ora alla determinazione della combinazione efficiente di input per ogni livello di
produzione conseguibile dall’impresa. Ogni livello di output ha associato un isoquanto. Assumiamo
che l’impresa adotti una tecnologia Cobb-Douglas di tipo simmetrico e che l’output sia 40.
Rappresentiamo nella figura 11.2 l’isoquanto definito da q10.5q20.5 = 40. (Notiamo che il punto (40,
40) appartiene a questa curva).

Quale delle combinazioni di input appartenenti all’isoquanto implica il costo totale minimo? La
risposta è ovvia: quella combinazione che si trova sulla retta di isocosto più bassa. Disegnamo nello
stesso diagramma la mappa delle rette di isocosto e l’isoquanto (figura 11.3).

151
Il punto indicato dall’asterisco è (40,40). E’ questa la combinazione di fattori che permette di
produrre 40 unità di output al minor costo totale. Il punto (40,40), infatti, si trova sulla più bassa
delle rette di isocosto compatibile con tale livello di produzione. Nessun altro punto dell’isoquanto
appartiene ad una retta di isocosto più vicina all’origine degli assi. Il nostro esempio si riferisce al
semplice caso di una tecnologia Cobb-Douglas simmetrica, il ché implica la simmetria rispetto
all’origine della combinazione ottima di input: 40 unità impiegate di ciascuno dei due input e un
costo totale pari ad 80.

Dall’esempio, possiamo desumere le proprietà della soluzione ottima51. In corrispondenza del punto
indicato con l’asterisco, la retta di isocosto è tangente all’isoquanto: nel punto di ottimo la retta di
isocosto e l’isoquanto hanno la stessa inclinazione. L’inclinazione dell’isocosto è pari a (meno) il
rapporto dei prezzi dei due input (w1/w2), quella dell’isoquanto è data da (meno) il Saggio
Marginale di Sostituzione (SMS). Di conseguenza, in corrispondenza della combinazione ottima dei
fattori di produzione si verifica la condizione:

w1/w2 = SMS (11.3)

11.4: La domanda dei fattori produttivi in funzione dei propri prezzi e dell’output
Abbiamo risolto il problema della determinazione della combinazione di input che l’impresa deve
impiegare per ottenere un certo livello di output in presenza di determinati livelli di prezzo dei due
input. In altre parole, abbiamo determinato la domanda dei due input per ogni livello di output e dei
prezzi dei due fattori. Nell’esempio precedente, per w1 = w2 = 2 e y = 40, l’impresa domanda 40
unità di ciascun input. Come vedremo oltre, le domande dei due input dipendono dal tipo di
tecnologia adottata dall’impresa.

A questo punto possiamo verificare come la domanda dei fattori viene influenzata da variazioni (1)
nei prezzi degli input stessi e (2) nel livello di output che l’impresa desidera produrre.

Consideriamo ancora l’esempio di una tecnologia Cobb-Douglas simmetrica, con y = 40 e w2 = 1.


Assumiamo che w1, inizialmente sia pari a 1/4, successivamente assuma i valori 1/3, 1/2, 1, 2, 3 e,
infine, 4. Per questi valori di w1, l’inclinazione della retta di isocosto, inizialmente pari a -1/4,
diventa -1/3, -1/2, -1, -2, -3 e, infine, -4. Nella figura 11.4 è rappresentato il caso in cui w1 è uguale
a ¼: l’inclinazione dell’isocosto è –1/4.

51
Queste proprietà sono valide se gli isoquanti sono strettamente convessi e se il punto di ottimo non è una soluzione
d’angolo.

152
La combinazione ottima è (80, 20). L’impresa domanda 80 unità dell’input 1 e 20 dell’input 2,
trovando conveniente concentrare la propria domanda sul più economico dei due fattori di
produzione e acquistando una quantità relativamente minore del secondo input. Questa è la maniera
più efficiente di produrre 40 unità di output. (Notiamo che la combinazione (40, 40), per w1 = 1/4
and w2 = 1, costa 50, mentre (80, 20) costa solo 40.)

Cosa avviene in seguito all’aumento del prezzo dell’input 1? L’isocosto diventa sempre più
inclinato e la soluzione ottima ruota intorno all’isoquanto. In particolare, per w1 = 1/3 la
combinazione ottima di input è (69.28, 23.09), per w1 = 1/2 (56.57, 28.28), per w1 = 1 (40, 40), per
w1 = 2 (28.28, 56.57), per w1 = 3 (23.09, 69.28) e, infine, per w1 = 4 (20, 80). Queste soluzioni
possono essere verificate graficamente nella figura 11.4.

Rappresentando graficamente le domande ottime dei fattori rispetto a w1, otteniamo le curve di
domanda dei due input in funzione del prezzo del primo input. Dati i valori numerici del nostro
esempio, otteniamo il grafico 11.5.

Il prezzo del bene 1 è rappresentato sull’asse delle ascisse. La curva inclinata negativamente è la
funzione di domanda dell’input 1 e quella con inclinazione positiva rappresenta la funzione di
domanda dell’input 2. Per livelli crescenti di w1, l’impresa sposta la propria domanda dal primo al

153
secondo fattore: quanto più l’input 1 diventa costoso, tanto più l’impresa tende a sostituirne
l’impiego con quantità crescenti dell’altro input.

Ricordiamo che la forma delle funzioni di domanda dei fattori dipende dal tipo di tecnologia
adottata dall’impresa. Ad esempio, in presenza di una tecnologia Cobb-Douglas non simmetrica con
pesi 0.3 e 0.7, la rappresentazione grafica del problema di scelta della combinazione ottima dei
fattori è riportata in figura 11.10 (da notare la diversa posizione dell’isoquanto):

Il confronto tra i grafici riportati nelle figure 11.4 e 11.10 evidenzia le differenze tra le pendenze
degli isoquanti; in entrambi l’asterisco indica il punto di ottimo. Infine, riportiamo in figura 11.11
l’andamento delle domande ottime dei due input al variare del prezzo dell’ input 1 (è interessante
confrontare le figure 11.5 e 11.11).

Definiamo ora l’espressione generica delle funzioni di domanda dei fattori per una tecnologia
Cobb-Douglas. La funzione di produzione è definita da
y = f(q1, q2) = A q1a q2b (10.13)
Le domande ottime dei due fattori si ottengono minimizzando il costo totale dell’output y, cioè:
minimizzare w1q1 + w2q2
154
sotto il vincolo y = A q1a q2b
La dimostrazione è riportata nell’appendice matematica. Le quantità domandate dei due input sono
riportare nell’equazione (11.4)

q1 = (y/A) 1/(a+b)(aw2/(bw1))(b/(a+b))
q2 = (y/A) 1/(a+b)(bw1/(aw2))(a/(a+b)) (11.4)

Non è necessario sapere derivare queste funzioni di domanda. Più importante è saperle interpretare.
La domanda di ciascun input è influenzata da tre variabili: y, w1 e w2.

1) L’effetto del livello di output che l’impresa desidera produrre sulla domanda dei fattori
produttivi. Le domande di entrambi i fattori produttivi sono proporzionali a y1/(a+b): la
domanda dei due input è crescente in y. Per quantificare l’incremento della domanda dei
fattori all’aumentare di y, bisogna considerare la somma (a+b). Dai concetti esposti nel
capitolo 10, sappiamo che la tecnologia esibisce rendimenti di scala crescenti, costanti o
decrescenti a seconda che la somma (a+b) sia maggiore, uguale o minore di 1. y è elevato
alla potenza di 1/(a+b) e questo rapporto è minore, uguale o maggiore di 1 per (a+b)
rispettivamente maggiore, uguale o minore di 1. Di conseguenza, le funzioni di domanda
(11.4) sono concave, lineari o convesse in y, se la tecnologia esibisce rendimenti di scala
crescenti, costanti o decrescenti. Il caso di rendimenti costanti di scala è molto semplice.
Infatti, per raddoppiare l’output è necessario raddoppiare l’impiego di entrambi gli input
(per cui le quantità domandate diventano doppie). Le domande dei fattori sono lineari
nell’output. Viceversa, per rendimenti di scala crescenti (decrescenti) è necessaria una
quantità meno (più) che doppia di entrambi i fattori e la relazione tra l’output e le domande
(11.4) è concava (convessa).
2) L’effetto di w1 sulla domanda dei fattori produttivi. Nell’espressione della domanda
dell’input 1 w1 ha per esponente –b/(a+b): la domanda dell’input 1 decresce al crescere di
w1 e l’impresa impiega quantità decrescenti dell’input che diventa più costoso. Il rapporto –
b/(a+b) assume valori compresi tra 0 e 1. Di conseguenza, la domanda decresce ad un tasso
decrescente all’aumentare del proprio prezzo. Viceversa, w1 ha per esponente a/(a+b) nella
funzione di domanda del secondo input. Il rapporto a/(a+b) è una quantità positiva. Di
conseguenza, la domanda dell’input 2 cresce all’aumentare di w1: quando un fattore si
apprezza, l’impresa sposta la sua domanda verso l’input relativamente più a buon mercato. Il
valore dell’esponente a/(a+b), inoltre, è compreso tra 0 e 1: la domanda dell’input 2 cresce
ad un tasso decrescente all’aumentare di w1.
3) L’effetto di w2 sulla domanda dei fattori produttivi. Nella funzione di domanda dell’input 1
w2 è elevato alla potenza di b/(a+b): l’impresa domanda quantità crescenti dell’input 1
all’aumentare di w2. La domanda di un input cresce quando l’altro fattore diventa
relativamente più costoso. Notiamo che b/(a+b) assume valori compresi tra 0 e 1 (per cui la
domanda cresce ad un tasso decrescente all’aumentare del prezzo). Viceversa, w2 ha per
esponente -a/(a+b) nella funzione di domanda dell’input 2: quando w2 aumenta, vengono
domandate quantità minori dell’input 2. Il rapporto -a/(a+b) è definito per valori compresi
tra 0 e 1: la domanda si riduce ad un tasso decrescente all’aumentare del prezzo. (Questo
risultato è semplicemente il reciproco di quello ottenuto al punto 2).

Sarebbe utile al lettore soffermarsi anche sull’effetto dei parametri a e b sulla domanda dei fattori
produttivi.

Come anticipato, la tecnologia influenza la forma delle funzioni di domanda dei fattori. Nella figura
11.19 è rappresentata la famiglia di isoquanti per un’impresa che considera gli input 1 e 2 perfetti
sostituti in rapporto 1 a 2.

155
I prezzi degli input 1 e 2 sono rispettivamente ¼ e 1. L’impresa desidera produrre 40 unità di
output. Assumiamo che la funzione di produzione sia quella indicata nell’equazione (10.8) con
parametri a = 2 e s = 1. Come risulta dal grafico 11.19, il punto di ottimo si trova in corrispondenza
della combinazione (40,0). Per l’impresa è ottimale impiegare 40 unità dell’input 1 e 0 unità
dell’input 2.

Cosa succede se il prezzo dell’input 1 assume progressivamente i valori 1/4, 1/3, 1/2, 1, 2, 3 ed,
infine, 4? Finché il prezzo è minore di 2, all’impresa conviene continuare a comprare 40 unità del
primo input e nessuna dell’altro. Per w1 = 2, l’isocosto e l’isoquanto coincidono: tutte le
combinazioni di input che permettono di produrre 40 unità di output sono ottime. Per w1 > 2,
diventa ottimale impiegare nel processo produttivo esclusivamente l’input 2 (80 unità). Le funzioni
di domanda dei due fattori produttivi, sono riportate nella figura 11.20:

La domanda dell’input 1 è 40 finché w1 non raggiunge il valore 2, e si annulla per valori maggiori di
prezzo. La linea retta con valori nulli fino ad un prezzo di 2 e poi orizzontale in corrispondenza di
80 sull’asse delle ordinate è la domanda del secondo input. I due input sono perfetti sostituti in
rapporto 1 a 2, per questo motivo il valore critico del prezzo è 2 (Non dimentichiamo che il prezzo
del secondo input è 1).

Nel caso generico di input perfetti sostituti in rapporto 1 ad a (con una funzione di produzione del
tipo (10.8)) le funzioni di domanda dei due input sono date da:

se w1 < aw2, allora q1 = y1/s e q2 = 0

156
se w1 > aw2, allora q1 = 0 e q2 = (ya)1/s (11.5)

Notiamo che per una tecnologia Cobb-Douglas, l’impresa sostituisce i due input in maniera
continua. Se, viceversa, l’impresa considera i due input perfettamente sostituibili, solo uno dei due
(il meno costoso) viene impiegato nel processo produttivo. L’estremo opposto si verifica quando i
due input sono perfetti complementi. Il grafico 11.23 si riferisce al caso di input perfetti
complementi in rapporto 1 a 2.

Dal grafico è evidente che per ogni valore dell’inclinazione dell’isocosto, la combinazione ottima si
trova sempre in corrispondenza dell’asterisco. Nel grafico successivo (figura 11.24)
rappresentiamo le curve di domanda dei due input in funzione di w1. La retta orizzontale più alta è
la domanda dell’input 2, quella più bassa la domanda dell’input 1.

Nel caso generale di perfetti complementi in rapporto 1 ad a, la funzione di produzione è data da y


= [min(q1, q2/a)]s, la stessa espressione indicata nell’equazione (10.12). Il punto di ottimo è q2 =
aq1. In corrispondenza della combinazione ottima di input, si verifica che q1s = (q2/a)s = y. Le
domande ottime dei due input sono date da:

q1 = y1/s e q2 = ay1/s (11.6)

Da notare l’effetto dei rendimenti di scala sulle funzioni di domanda dei due input.

Per motivi di completezza, consideriamo anche la tecnologia con Elasticità di Sostituzione Costante
che consente di dare ancora maggior enfasi alla dipendenza della forma delle curve di domanda dei
fattori produttivi dal tipo di tecnologia adottata dall’impresa.

157
Dall’analisi delle rette di isocosto e della curva di isoquanto, così come rappresentate nel grafico
11.16, deriviamo le relative funzioni di domanda (riportate nella figura 11.17)

e la corrispondente relazione tra il livello di output prodotto dall’impresa e le domande dei fattori,
figura 11.18:

158
La relazione che lega il livello di output alle domande dei due fattori è lineare (figura 11.18). Che
cosa è possibile dedurre per i rendimenti di scala? I rendimenti di scala sono costanti.

In generale, le funzioni di domanda dei due fattori di produzione per una tecnologia con Elasticità
di Sostituzione Costante, sono date dalle seguenti espressioni:

q1s = y(c1/w1)1/(1+ρ)((c1w1ρ)1/(1+ρ)+(c2w2ρ)1/(1+ρ))

q2s = y(c2/w2)1/(1+ρ)((c1w1ρ)1/(1+ρ)+(c2w2ρ)1/(1+ρ)) (11.7)

Qual è la relazione tra le quantità domandate dei due input e i rispettivi prezzi in questo caso?
Questa relazione è crescente e (ovviamente) concava, lineare o convessa quando la tecnologia ha
rendimenti di scala crescenti, costanti o decresenti.

11.5: Riassunto
L’analisi svolta in questo capitolo è iniziata con la definizione di isocosto.

Una curva di isocosto è il luogo delle combinazioni dei due input alle quali è associato lo stesso
costo totale.

Abbiamo poi verificato che per isoquanti strettamente convessi:

Il TMS è uguale al rapporto tra i prezzi w1 e w2 in corrispondenza della combinazione ottima dei
fattori produttivi.

Per isoquanti che siano convessi ma non strettamente convessi la precedente proposizione non
vale, ma è comunque possibile individuare il punto sull’isoquanto desiderato dall’impresa che
appartiene alla più bassa retta di isocosto. Per input perfetti sostituti e perfetti complementi
abbiamo verificato che:

Se l’impresa considera i due input perfetti sostituti, impiega solo quello più economico.
Se l’impresa considera i due input perfetti complementi, sceglie di impiegare una combinazione dei
due.

Inoltre, abbiamo definito un’importante proprietà della domanda ottima degli input:

La domanda di ogni fattore di produzione è decrescente nel proprio prezzo e crescente nel prezzo
dell’altro input.

Infine, è stato dimostrato che:

Le domande dei due input sono crescenti nel livello di output e sono concave, lineari o convesse a
seconda che la tecnologia esibisca rendimenti di scala crescenti, costanti o decrescenti.

11.6 Domande di verifica


(1) Supponendo che i due input entrino nel processo produttivo come sostituti perfetti 1 a 1,
che cosa accade alla domanda dell’input 1 quando il prezzo dell’input 1 aumenta e il
prezzo dell’input 2 rimane costante ed uguale a 1? A che prezzo la domanda dell’input 1
va a zero?
(2) Supponendo che i due input entrino nel processo produttivo come complementi perfetti 1
con a, che cosa accade alla domanda dell’input 1 se il prezzo dell’input 1 aumenta se il

159
prezzo dell’input 2 rimane costante (uguale a 1) ed il livello di output rimane costante?
Perché la domanda è costante? Perché l’impresa non sostituisce l'input 1 con input 2?
(3) Si spieghi in maniera intuitiva perché, con una tecnologia Cobb-Douglas, la domanda
per entrambi gli input è una funzione strettamente decrescente del prezzo relativo,
(l’impresa può sempre sostituire un fattore produttivo con l’altro).

11.7 Appendice Matematica


Ora analizziamo come derivare le funzioni di domanda degli input nel caso di tecnologia Cobb-
Douglas.

Il problema consiste nel cercare la combinazione (q1, q2) che minimizza il costo w1q1 + w2q2 sotto il
vincolo che la quantità prodotta sia quella desiderata, vale a dire y = A q1a q2b. Ci sono vari modi
per risolvere questo problema ma forse il più semplice è dato dal metodo di Lagrange; scriviamo la
Lagrangiana:

L = w1q1 + w2q2 + λ(y - A q1a q2b) (A11.1)

Minimizziamo la Lagrangiana rispetto a q1, q2 e λ, e ricaviamo le condizioni di ottimo:


dL/dq1 = w1 - λAaq1a-1 q2b = 0
dL/dq1 = w2 - λAbq1a q2b-1 = 0 (A11.2)
dL/dλ = y - A q1a q2b = 0
Risolvendo il sistema nelle incognite q1, q2 otteniamo l’equazione (11.4).

160
Capitolo 12: Curve di costo

12:1 Introduzione
Nel capitolo 11 abbiamo definito la combinazione ottima di input per ogni livello di output e
determinato il costo minimo al quale un certo livello di output può essere prodotto. In questo
capitolo discutiamo le proprietà del costo minimo di produzione. Tali proprietà saranno poi
utilizzate nel capitolo 13 per determinare il livello di output che consente all’impresa di
massimizzare i profitti.

Indichiamo con y l’output che l’impresa desidera produrre e con C(y) il costo minimo al quale può
essere prodotto y. C(.) è la funzione di costo dell’impresa ed è rappresentata graficamente dalla
curva di costo.

La forma della funzione di costo C(.) dipende da:

1) La tecnologia adottata dall’impresa.


2) I prezzi dei due input.

Esistono diversi tipi di funzione di costo, ognuno dei quali riflette l’esistenza di vincoli particolari
posti all’attività di produzione. Al fine di analizzare le condizioni alle quali tali vincoli limitano le
possibilità produttive dell’impresa, gli economisti trovano conveniente distinguere tra due scenari
alternativi: il lungo e il breve periodo. Nel lungo periodo l’impresa può variare l’impiego di
entrambi gli input. Nel breve periodo, viceversa, solo uno dei due input può essere utilizzato in
quantità variabili, mentre l’altro è fisso. Di seguito assumiamo che il fattore produttivo variabile nel
breve periodo sia l’input 1. La quantità del secondo input q2, invece, è fissata ad un certo livello Q2.
Se l’input 1 è lavoro e l’input 2 capitale, nel breve periodo l’impresa, data una certa quantità fissa
di capitale, decide di utilizzare una quantità variabile di lavoro. Nel lungo periodo invece sia lavoro
che capitale possono essere utilizzati in quantità variabili.

E’ possibile derivare una funzione di costo sia per il breve che per il lungo periodo. Le funzioni di
costo di breve e lungo periodo sono diverse perché l’attività di produzione di breve periodo è
sottoposta al vincolo aggiuntivo dell’impiego di una quantità fissa dell’input 2. In particolare,
entrambe le funzioni di costo sono il risultato di un problema di ottimizzazione vincolata e
l’aggiunta nel breve periodo del vincolo addizionale q2 = Q2, implica che il costo di breve periodo
non possa essere mai minore di quello relativo al lungo periodo. L’esempio numerico esposto nel
seguito del capitolo chiarirà questo concetto.

Ricordiamo infine che C(y) rappresenta il costo totale minimo al quale viene prodotto l’output y. Da
C(y) si derivano altri due tipi di funzione di costo: la funzione di costo marginale e la funzione di
costo medio che indicano rispettivamente il tasso al quale il costo totale cresce all’aumentare
dell’output e il costo per unità di prodotto y.

12.2: La curva di costo totale di lungo periodo


Abbiamo già detto che nel lungo periodo l’impresa è libera di variare l’impiego di entrambi i fattori
produttivi. Assumiamo che l’impresa adotti una tecnologia Cobb-Douglas e discutiamo le proprietà
della relativa funzione di costo totale. La funzione di produzione è data dall’espressione
y = A q1a q2b. (12.1)
Le combinazioni ottime di input per ogni livello di output, già ricavate nel capitolo 11, sono date
da:

161
q1 = (y/A) 1/(a+b)(aw2/(bw1))(b/(a+b)) e q2 = (y/A) 1/(a+b)(bw1/(aw2))(a/(a+b)) (12.2)

Il costo totale associato all’impiego della combinazione (q1,q2) è w1q1 + w2q2 e il costo minimo di
lungo periodo di y è:

(y/A) 1/(a+b)[w1(aw2/(bw1))(b/(a+b)) + w2 (y/A) 1/(a+b)(bw1/(aw2))(a/(a+b))] (12.3)

Questa è l’espressione della funzione di costo totale di lungo periodo per una tecnologia Cobb-
Douglas e può essere ridotta nella seguente forma:

C(y) = (a+b)(y/A)1/(a+b)(w1/a) a/(a+b)(w2/b)b/(a+b) (12.4)

Consideriamo ora un esempio numerico per definirne le proprietà. Poniamo A =1, a = 0.3 e b = 0.5.
La tecnologia esibisce rendimenti decrescenti di scala. (Perché a + b = 0.8 < 1). Sostituendo questi
valori numerici nell’espressione (12.4) otteniamo:

C(y) = 1.938 y1.25 w1.375 w2.625 (12.5)

La funzione di costo totale, dunque, è convessa e crescente nell’output y, e concava e crescente nei
prezzi dei due input. Rappresentiamo graficamente, in figura 12.1, la funzione di costo rispetto
all’output y:

E’ importante essere in grado di riconoscere la relazione esistente tra l’ipotesi di rendimenti di scala
decrescenti e la convessità della funzione di costo totale. Per ottenere quantità crescenti di prodotto,
l’impiego dei due input deve crescere ad un tasso più sostenuto dell’output. Di conseguenza, anche
il costo totale che l’impresa deve sostenere deve aumentare più che proporzionalmente rispetto
all’output. Questa è una proprietà generale della funzione di costo totale di lungo periodo ed è bene
ribadirla nella seguente proposizione:

La funzione di costo totale di lungo periodo è concava, lineare o convessa quando i rendimenti di
scala sono crescenti, costanti o decrescenti.

12.3: La curva di costo totale di breve periodo


Lo scenario alternativo di breve periodo è il seguente. L’input 2 è fisso a Q2 e l’impresa può
decidere di variare solo l’input 1. L’obiettivo dell’impresa è sempre quello di minimizzare i costi

162
totali per ogni livello di output. Cosa implica il vincolo aggiuntivo dell’impiego di una quantità
fissa dell’input 2? Un miglioramento o un peggioramento della situazione dell’impresa?

La risposta dovrebbe essere immediata quanto intuitiva. Un vincolo addizionale implica


necessariamente un risultato meno vantaggioso per l’impresa e la funzione di costo totale di breve
periodo non può essere mai inferiore a quella relativa allo scenario di lungo periodo. In caso
contrario, il costo totale di lungo periodo non rappresenterebbe il costo minimo di produzione di
lungo periodo. Solo in un caso le curve di costo totale di breve e lungo periodo coincidono: quando
l’impiego dell’input 2 nel breve periodo è fissato ad un livello tale da minimizzare il costo totale di
lungo periodo.

Consideriamo il seguente esempio. Assumiamo che la tecnologia sia ancora di tipo Cobb-Douglas
per cui, come nel paragrafo precedente, la funzione di produzione è definita da y = A q1a q2b. Il
vincolo addizionale nello scenario di breve periodo è dato da q2 = Q2 e la funzione di produzione
diventa:

y = A q1a Q2b (12.6)

Il livello di produzione y varia al variare di q1 ed esiste un unico valore di q1 che permette di


ottenere un particolare livello di y. Tale valore si calcola risolvendo la funzione di produzione per
q1:
q1 = (y/A)1/aQ2-b/a (12.7)

Solo questa quantità di input 1, dunque, permette di ottenere l’output y (ovviamente il valore di q1
dipende da Q2). Ne consegue che il costo totale di produzione di breve periodo di y è dato da w1q1 +
w2Q2, dove q1 si deriva dall’espressione precedente. La corrispondente funzione di costo totale di
breve periodo è definita nell’equazione (12.8):

C(y) = w1 (y/A)1/aQ2-b/a + w2 Q2 (12.8)

Notiamo che questa funzione è crescente e convessa (se 0<a<1) in y. Per y uguale a zero, la
funzione di costo totale di breve periodo assume il valore w2Q2 (il costo del fattore fisso) ed è
crescente nei prezzi di entrambi gli input.

Le funzioni di costo totale di breve e lungo periodo sono rappresentate insieme nella figura 12.2. La
posizione della curva di costo totale di breve periodo dipende dal valore assunto da Q2 (il valore al
quale è fissato l’utilizzo dell’input 2). Assumiamo Q2 = 50. La figura seguente si riferisce al caso in
cui w1 = w2 = 1, per cui i costi fissi52 ammontano a 50. La curva di costo totale di breve periodo ha
per intercetta verticale 50 ed è crescente e convessa nell’output.

52
Il costo totale del fattore fisso nel breve periodo (w2Q2).

163
Notiamo che le curve di costo totale di breve e lungo periodo sono tangenti in corrispondenza di un
valore di output leggermente inferiore a 20. Che interpretazione diamo a tale livello di output? E’ il
livello di prodotto al quale è ottimale impiegare 50 unità dell’input 2 nel lungo periodo. Ciò implica
che il vincolo di breve periodo Q2 = 50 non è operante e il problema di minimizzazione dei costi
produce lo stesso risultato nel breve e nel lungo periodo.

Per valori diversi di Q2 otteniamo diverse curve di costo totale di breve periodo. Ad esempio per Q2
= 130:

Notiamo, figura 12.3, che ora l’intercetta verticale è 130 e che il punto di tangenza con la curva di
costo totale di lungo periodo si trova in corrispondenza di un livello di output più elevato rispetto al
caso precedente. Le proprietà della curva di costo totale di breve periodo restano invariate: inizia
con un valore positivo (pari al costo totale del fattore fisso), è crescente, convessa e si colloca
sempre al di sopra della curva di costo totale di lungo periodo (ad eccezione del punto in cui le due
curve sono tangenti).

164
Disegnamo ora le curve di costo totale di breve periodo per altri valori di Q2 (solo alcuni valori di
Q2 sono presi in considerazione ma dovrebbe essere chiaro cosa si verifica per tutti i valori possibili
di Q2):

Dal grafico 12.5 è possibile desumere un’altra importante proprietà delle curve di costo totale di
breve periodo: la curva di costo totale di lungo periodo costituisce l’inviluppo (ovvero, il limite
inferiore) di tutte le curve di costo totale di breve periodo.

12.4: Costo medio e costo marginale


Finora abbiamo discusso il concetto di costo totale nei due scenari di breve e lungo periodo.
Passiamo ora all’analisi di due tipologie di curve di costo derivate a partire dalla funzione di costo
totale: la curva di costo marginale e la curva di costo medio.

La curva di costo marginale misura il tasso al quale i costi totali aumentano al crescere del livello di
output. Dal punto di vista algebrico, il costo marginale è dato dalla derivata del primo ordine della
funzione di costo totale: dC(y)/dy. Graficamente, il costo marginale rappresenta l’inclinazione della
curva di costo totale.

La curva di costo medio rappresenta il costo per unità di output. Algebricamente, il costo medio è
pari al rapporto tra il costo totale di produzione e il livello dell’output: C(y)/y. Dal punto di vista
grafico – e questa interpretazione risulta particolarmente utile – il costo medio rappresenta
l’inclinazione della retta che congiunge l’origine alla curva di costo totale.

Naturalmente, sia il costo medio che il costo marginale possono essere derivati nei due scenari di
breve e lungo periodo a partire dalle rispettive curve di costo totale. Consideriamo dapprima lo
scenario di lungo periodo facendo riferimento alla figura 12.1. La curva di costo totale di breve
periodo è convessa, il che implica un valore dell’inclinazione crescente. Inoltre, l’inclinazione della
retta che congiunge l’origine alla curva di costo totale è anch’essa sempre crescente. Di
conseguenza, sia il costo marginale che il costo medio sono sempre crescenti. Inoltre, l’inclinazione
della curva di costo totale è sempre maggiore della pendenza della retta che si origina dagli assi: il
costo marginale è maggiore del costo medio per ogni livello di output. Nel grafico 12.6, la curva del
costo marginale è rappresentata insieme alla curva del costo medio (la più alta è la curva del costo
marginale).

165
Deriviamo ora le due curve per Q2= 50. Ricordiamo che la curva del costo totale di breve periodo è
la più alta delle curve disegnate nella figura 12.2. Abbiamo già detto che l’inclinazione di questa
curva è ovunque crescente. Ciò implica che il costo marginale di breve periodo è crescente per ogni
livello di output. Lo stesso non si verifica per il costo medio. Infatti, il costo medio di breve periodo
è infinito per y = 0 e decrescente fino ad un certo valore dell’output superato il quale inizia a
crescere. Qual è questo valore dell’output? E’ il punto sulla curva del costo totale di breve periodo
in corrispondenza del quale la retta che diparte dall’origine degli assi è tangente alla curva stessa. In
questo punto il costo marginale è uguale al costo medio e il costo medio raggiunge il suo minimo.
Per livelli inferiori di output il costo medio decresce, per valori maggiori il costo medio è
crescente.

Nella figura 12.2 la retta che diparte dall’origine è tangente alla curva del costo totale per un livello
di output di poco inferiore a 18. In corrispondenza dello stesso livello di output, la curva di costo
medio e quella di costo marginale si intersecano nella figura 12.7 e, inoltre, il costo medio
raggiunge il suo minimo.

Le proprietà che abbiamo illustrato sono valide per qualsiasi breve periodo (qualsiasi sia il valore
assunto da Q2). In particolare, per il valore di Q2 considerato nel nostro secondo esempio numerico,
otteniamo diagramma rappresentato in figura 12.8:

166
Notiamo che per una quantità maggiore dell’input fisso (130 invece che 50), il costo medio di breve
periodo raggiunge il suo valore minimo in corrispondenza di un livello di output più elevato. Il
valore del costo medio minimo, inoltre, è maggiore che in precedenza.

A conclusione di questo paragrafo enunciamo la seconda proprietà dell’inviluppo. Abbiamo già


detto che la curva di costo totale di lungo periodo costituisce l’inviluppo delle curve di costo totale
di breve periodo. Lo stesso si verifica per le relative curve di costo medio: la curva di costo medio
di lungo periodo costituisce l’inviluppo delle curve di costo medio di breve periodo. Questa
proprietà è illustrata graficamente nella figura 12.10.

12.5: Curve di costo per rendimenti di scala crescenti e costanti


Sebbene finora abbiamo ipotizzato una tecnologia con rendimenti di scala decrescenti, le nostre
conclusioni sono riferibili anche ai casi di rendimenti di scala crescenti e costanti. Le relazioni tra le
curve di costo di breve e lungo periodo conservano le stesse proprietà. L’unica differenza riguarda
la forma della funzione di costo di lungo periodo che, come sappiamo, è concava, lineare o
convessa per tecnologie con rendimenti di scala crescenti, costanti o decrescenti.

Consideriamo un esempio di rendimenti di scala crescenti: una tecnologia Cobb-Douglas con


parametri a = 0.45 e b = 0.75. La relativa curva di costo totale di lungo periodo è rappresentata
nella figura 12.12.

167
Nella quasi totalità dei casi, il breve periodo è caratterizzato da rendimenti di scala decrescenti
nell’input variabile. Di conseguenza, la funzione di costo totale di breve periodo è convessa53.
Definiamo la prima proprietà dell’inviluppo (figura 12.15).

La curva di lungo periodo è concava e ciascuna delle curve di breve periodo è convessa perché i
rendimenti di scala sono crescenti nel lungo periodo e decrescenti nel breve periodo. Data la forma
della curva di costo totale di lungo periodo, le relative curve di costo marginale e costo medio sono
entrambe decrescenti (con la curva di costo marginale che si colloca sempre al di sotto della curva
di costo medio) come rappresentato in figura 12.16.

53
L’ipotesi di rendimenti decrescenti nei due input implica 0<a<1 e 0<b<1.

168
Ogni curva di costo medio e costo marginale di breve periodo conserva le proprietà illustrate in
precedenza (nella figura 12.17 la curva di costo marginale è quella sempre crescente):

La seconda proprietà dell’inviluppo è rappresentata nel grafico 12.19:

Una tecnologia con rendimenti di scala costanti è caratterizzata da una funzione di costo totale di
lungo periodo lineare e, di conseguenza, le curve di costo medio e marginale di lungo periodo sono
due rette orizzontali sovrapposte.

169
12.6: Dal marginale al totale
Il costo marginale è stato identificato con l’inclinazione della curva dei costi totali, vale a dire, il
tasso al quale il costo totale cresce all’aumentare dell’output. Dal punto di vista matematico la
funzione del costo marginale è la derivata della funzione di costo totale.

In questo paragrafo conclusivo ci occupiamo del procedimento opposto: derivare la struttura dei
costi totali in base alle informazioni relative alla funzione del costo marginale. Dal punto di vista
matematico, la funzione inversa della derivata è l’integrale. Di conseguenza, se la funzione del
costo marginale è la derivata della relativa funzione del costo totale, quest’ultima si ottiene
integrando la funzione del costo marginale.

Per chi non abbia familiarità con la matematica, l’integrale misura l’ampiezza di un’area. La
relazione esistente tra costo totale e costo marginale dunque può essere espressa come segue: il
costo marginale è la pendenza della curva del costo totale mentre il costo totale è misurato dall’area
sottostante la curva del costo marginale. Più precisamente, il costo totale associato al livello di
output y, è pari all’area sottostante la curva del costo marginale per valori dell’output compresi tra 0
e y.

Un esempio grafico chiarirà questa relazione. Il grafico 12.30 riproduce le curve di costo totale e
marginale di lungo periodo relative al nostro primo esempio numerico. Naturalmente la curva più
alta rappresenta il costo totale, la più bassa quello marginale.

Tracciamo una linea verticale a partire da un livello di output pari a 6. Calcoliamo la pendenza della
curva di costo totale in corrispondenza dello stesso livello di output. Il valore di questa pendenza è
il costo marginale per y = 6. Ora consideriamo l’area al di sotto della curva del costo marginale per
valori di y compresi tra 0 e 6. L’ampiezza di questa area rappresenta il costo totale per y = 6.

La stessa relazione tra costo totale e costo marginale è rintracciabile nel breve periodo a meno di
una differenza minima. Osserviamo la figura 12.31 che si riferisce al primo degli scenari di breve
periodo considerati in precedenza (Q2 = 50).

170
Il calcolo del costo marginale a partire dal costo totale è identico a quello considerato in
precedenza. Il procedimento inverso è simile ma l’area sottostante la curva del costo marginale di
breve periodo misura il costo totale di breve periodo escluso il costo dell’input fisso.

12.7: Riassunto
I concetti esposti in questo capitolo si riveleranno molto utili nel prosieguo della nostra analisi. I
risultati che abbiamo ottenuto, e che sarebbe bene per il lettore ricordare, possono essere riassunti
come segue.

Nel capitolo abbiamo dapprima distinto i due possibili scenari di breve e lungo periodo. Nel breve
periodo l’impresa è libera di variare solo uno dei due input a sua disposizione; nel lungo periodo
entrambi gli input possono essere utilizzati in quantità variabili. Il primo scenario considerato è
stato quello di lungo periodo. Utilizzando i risultati già ottenuti nel capitolo 11, è stata derivata la
funzione di costo totale di lungo periodo per la quale è stata poi definita la seguente proprietà:

La curva di costo totale di lungo periodo rappresenta il costo minimo di produrre ogni livello di
output. E’ concava, lineare o convessa per tecnologie con rendimenti di scala crescenti, costanti o
decrescenti.

Dopo l’analisi dello scenario di breve periodo, abbiamo definito le relazioni che legano le curve di
costo totale di breve e lungo periodo. In particolare, abbiamo verificato che la curva di costo totale
di breve periodo si colloca sempre al di sopra di quella di lungo periodo, ad eccezione del punto nel
quale le due curve sono tangenti. In corrispondenza di questo punto, l’input fisso nel breve periodo
si trova al suo livello ottimale di lungo periodo. Abbiamo concluso che:

La curva di costo totale di lungo periodo costituisce l’inviluppo di tutte le curve di costo totale di
breve periodo.

Abbiamo poi fornito le definizioni di costo marginale e di costo medio.

La curva del costo marginale misura il tasso al quale il costo totale aumenta al crescere dell’output
e assume sempre valori positivi. I costi marginali di lungo periodo sono decrescenti, costanti o
crescenti a seconda che la tecnologia esibisca rendimenti di scala crescenti, costanti o decrescenti.

171
I costi marginali sono generalmente crescenti nel breve periodo dato che i rendimenti dell’input
variabile sono solitamente decrescenti.

Il costo medio rappresenta il costo per unità di output.

La curva del costo medio interseca la curva del costo marginale nel punto in cui il costo medio
assume il suo valore minimo.

Dalla prima proprietà dell’inviluppo deriva la seconda in base alla quale:

La curva di costo medio di lungo periodo costituisce l’inviluppo (il limite inferiore) di tutte le curve
di costo medio di breve periodo.

Il costo del fattore fisso nel breve periodo è stato definito costo fisso: il costo totale che l’impresa
sostiene quando produce y = 0.

Infine è stata illustrata la relazione che lega il costo marginale al costo totale sia nel breve che nel
lungo periodo.

L’area al di sotto della curva di costo marginale di lungo periodo rappresenta il costo totale di
lungo periodo.

L’area al di sotto della curva di costo marginale di breve periodo rappresenta il costo variabile
(totale) di breve periodo.

12.8 Domande di verifica

(1) Perché la curva del costo totale non è mai decrescente nell'output?
(2) Perché la curva di costo totale di breve periodo deve essere sempre al di sotto della curva
di costo totale di lungo periodo?
(3) Per quale livello di output la curva di costo totale di breve periodo è tangente alla curva
di costo totale di lungo periodo?
(4) Spiega perché quando il costo marginale è più piccolo del costo medio quest’ultimo
deve diminuire e perché quando il costo marginale è più grande del costo medio questo
deve aumentare. Usa queste argomentazioni per mostrare che la curva di costo marginale
deve intersecare la curva di costo medio nel suo punto di minimo.
(5) Verifica graficamente (misurando le inclinazioni e le aree) che l’area sotto la curva di
costo marginale di lungo periodo rappresenta il costo totale. (Usa uno dei grafici riportati
nel testo).
(6) Sappiamo che la curva di costo totale può essere concava, lineare o convessa a secondo
che la tecnologia abbia rendimenti di scala crescenti, costanti o decrescenti. Quali sono
le conseguenze che le diverse tecnologie provocano sulla curva di costo totale di breve
periodo? Perché, se i ritorni di scala per un determinato input sono decrescenti, (dato un
livello costante dell’altro input) le curve di costo totale di breve periodo sono sempre
convesse? Ritieni che sia verosimile assumere ritorni di scala decrescenti per ogni tipo di
input?

12.9 Appendice Matematica

172
Cominciamo con il dimostrare che la curva di costo marginale interseca la curva di costo medio nel
punto di minimo della curva di costo medio. Per fare questo osserviamo che la curva di costo medio
è data da:

AC(y) = C(y)/y (A12.1)

Per determinare il valore di y per cui (A12.1) è minimizzata cerchiamo il punto in cui dAC(y)/dy =
0. Usando la regola del quoziente presentata nel capitolo 1 calcoliamo dAC(y)/dy:

dAC(y)/dy = [dC(y)/dy]/y – C(y)/y2 (A12.2)

e quindi dAC(y)/dy = 0 se e solo se [dC(y)/dy]/y – C(y)/y2 = 0, risulta evidente che dC(y)/dy =

C(y)/y, cioè deve accadere che il costo marginale è uguale al costo medio (come volevasi

dimostrare).

173
Capitolo 13: L’offerta dell’impresa e il surplus del produttore
13.1: Introduzione
L’analisi dei due capitoli precedenti ha fornito tutti i concetti necessari per affrontare l’argomento di
questo capitolo: la determinazione del livello ottimo di output di un’impresa concorrenziale. Nel
capitolo 12 abbiamo definito le proprietà del costo minimo di produzione per ogni livello
dell’output partendo dalla definizione della combinazione ottima dei fattori produttivi. Ora
possiamo determinare il profitto corrispondente ad ogni livello di output e definire le proprietà del
livello di output che permette di massimizzare i profitti dell’impresa.

L’impresa tipica assume il prezzo come un dato esogeno. Questa assunzione definisce un’impresa
concorrenziale e riflette una situazione nella quale tutte le imprese sono così piccole relativamente
al mercato da non poter influenzare il livello di prezzo del prodotto. Più avanti nel testo
analizzeremo il caso opposto di un’unica impresa attiva sul mercato che decide il prezzo e alcuni
scenari intermedi a questi due casi estremi. L’ipotesi in questo capitolo invece è che il prezzo
dell’output è assunto come dato dall’impresa.

13.2: Massimizzazione dei profitti


Dato un livello di prezzo p, determiniamo il livello ottimo dell’output y, ovvero il livello di y che
massimizza i profitti dell’impresa.

Nella nostra analisi grafica (figura 13.1) la variabile decisionale y è rappresentata sull’asse delle
ascisse mentre i ricavi, i costi e i profitti dell’impresa sono misurati sull’asse delle ordinate. Ciò
consente di visualizzare facilmente il livello massimo di profitto ottenibile dall’impresa. I ricavi
sono definiti dal prodotto py. Il prezzo p è costante per cui la relazione tra i ricavi e output è
descritta dalla retta passante per l’origine degli assi e con inclinazione p. Nella figura 13.1 abbiamo
assunto p=30.

La relazione tra i costi di produzione e l’output dipende dai rendimenti di scala. Quando i
rendimenti di scala sono decrescenti, la funzione di costo è crescente e convessa: i costi totali
crescono più che proporzionalmente rispetto all’output. Consideriamo la figura 13.1.

174
La linea retta rappresenta la funzione dei ricavi mentre la curva crescente e convessa rappresenta la
funzione del costo totale. La differenza verticale tra ricavi e costi determina la curva dei profitti:
l’impresa non ottiene nessun profitto per y = 0, profitti positivi fino ad un livello di output prossimo
a 76, e negativi per livelli maggiori di produzione. I profitti sono massimi per un unico (e positivo)
livello di output. L’unico caso in cui ciò non si verifica è quando la funzione del costo totale è più
inclinata di quella dei ricavi nell’origine (in questo caso è ottimale non produrre nulla). La figura
13.3 contiene la rappresentazione grafica dell’output ottimo.

Qual è la condizione da soddisfare perché l’output massimizzi i profitti? Osservando la figura 13.3,
notiamo che i profitti sono massimi quando è massima la distanza verticale tra la funzione dei ricavi
e quella del costo totale. Tale distanza è massima per il livello di output in corrispondenza del quale
175
le due curve hanno la stessa pendenza. L’inclinazione della funzione dei ricavi è p, quella della
funzione di costo totale è, per definizione, il costo marginale. Di conseguenza, possiamo scrivere la
condizione di massimo profitto come segue:

p = costo marginale (13.1)

Abbiamo ricavato la condizione che l’impresa concorrenziale deve soddisfare per massimizzare i
propri profitti analizzando un grafico con l’output sull’asse delle ascisse e ricavi totali, costi totali e
profitti totali rappresentati sull’asse delle ordinate. Lo stesso risultato si può ottenere analizzando un
altro diagramma che abbia ancora l’output sull’asse orizzontale, ma costi e ricavi marginali su
quello verticale. Costi e ricavi marginali si ottengono calcolando le inclinazioni delle curve di costo
e ricavo totale. Il costo marginale, infatti, rappresenta l’inclinazione della curva del costo totale e lo
stesso tipo di relazione lega ricavi totali e ricavi marginali. Per definizione, tuttavia, l’impresa
concorrenziale assume il prezzo come dato e p, ovvero, l’inclinazione della curva dei ricavi totali, è
costante: per ogni unità aggiuntiva di prodotto, il ricavo marginale dell’impresa è pari al prezzo.

Nella figura 13.5 sono disegnate le curve del costo e del ricavo marginale relative a costi e ricavi
totali rappresentati nella figura precedente. Notiamo che il costo marginale (l’inclinazione della
curva del costo totale) è sempre crescente54.

Il ricavo marginale è la retta orizzontale in corrispondenza di p =30 (lo stesso livello di prezzo
assunto nella figura precedente). L’output ottimo di circa 33 unità è quello indicato in figura nel
punto in cui il prezzo è uguale al costo marginale. Ovviamente, il livello ottimo di output ha lo
stesso valore di quello ricavato usando l’analisi grafica delle curve totali (abbiamo solo considerato
una nuova rappresentazione grafica). E’ da notare, infine, che per diversi valori del prezzo il livello
ottimo di output cambia. Le implicazioni della relazione tra prezzo del prodotto e livello ottimo
dell’output verranno discusse oltre.

13.3: Minimizzazione delle perdite


La condizione di massimizzazione dei profitti non assicura l’esistenza profitti di positivi.
Consideriamo l’esempio illustrato in precedenza aggiungendo un certo costo fisso (come può essere

54
Il costo marginale è sempre crescente ad un tasso decrescente. La curva del costo marginale è concava: la derivata
terza della funzione di costo totale è negativa.

176
l’esistenza di una tassa) abbastanza elevato da rendere i profitti sempre negativi. Cosa succede in
questo caso? Come sono influenzati i ricavi totali e marginali? In nessun modo, entrambi restano
invariati. Come cambia la curva del costo totale? Si sposta verso l’alto di un ammontare costante e
pari al costo fisso. E la curva del costo marginale? Resta invariata perché la curva del costo totale si
sposta verso l’alto di un ammontare costante e la sua inclinazione non varia in nessuno dei suoi
punti. In conclusione, l’introduzione del costo fisso rende i profitti negativi ma lascia invariata la
figura 13.5. Il punto indicato in figura è ancora il livello ottimo di output? Si, nel senso che in
corrispondenza di tale livello di output l’impresa minimizza le perdite.

13.4: Rendimenti di scala crescenti


La condizione di eguaglianza tra prezzo e costo marginale potrebbe identificare una situazione di
minimizzazione dei profitti anziché di massimizzazione degli stessi. Per rendimenti di scala
crescenti, la curva di costo diventa concava e le funzioni di costo, ricavi e profitti totali appaiono
come nella figura 13.10.

Per un output di circa 18 unità, il prezzo (ovvero la pendenza della curva dei ricavi totali) è uguale
al costo marginale (l’inclinazione della curva del costo totale). Considerando la rappresentazione
grafica delle corrispondenti funzioni marginali, possiamo essere più chiari (figura 13.9):

177
La curva decrescente descrive l’andamento del costo marginale, mentre la linea retta rappresenta il
ricavo marginale (nell’esempio il prezzo è 1.8). Le due figure 13.10 e 13.9 rappresentano entrambe
la condizione prezzo = costo marginale, ma la produzione di (circa) 18 unità di output minimizza i
profitti, non li massimizza. Qual è il livello di output che consente di massimizzare i profitti?
Quando i rendimenti di scala sono crescenti, tale livello è un output infinito: i profitti crescono
indefinitamente al crescere della produzione.

Mettiamo a confronto le figure 13.5 e 13.9: in entrambe abbiamo indicato il livello di output in
corrispondenza del quale la condizione prezzo = costo marginale è soddisfatta. Nel primo caso tale
livello di output è un punto di massimo, nel secondo un punto di minimo. Dove è la differenza?
Nella figura 13.5 la curva del costo marginale interseca la curva del ricavo marginale dal basso.
Viceversa, nella figura 13.9 la curva del costo marginale interseca la curva del ricavo marginale
dall’alto. Quindi con ritorni di scala crescenti la quantità di output ottimo prodotta dall’impresa è
infinita. Questo sembra un po’ irreale e ci suggerisce che dovrebbe esserci una incompatibilità tra
rendimenti di scala crescenti e competizione (un comportamento da price-taking). In pratica la
possibilità di avere rendimenti di scala sempre crescenti è molto remota, ma malgrado ciò questo
risultato ci dice che se un’impresa ha rendimenti di scala crescenti per livelli di output realistici,
allora, questa impresa non può essere in un mercato competitivo. Ci dovremmo aspettare un
monopolio (una sola grande impresa che sfrutta i rendimenti di scala). Questo è esattamente ciò che
avviene nei monopoli naturali. Analizzeremo questi temi in maniera dettagliata nei capitoli 28 e 29.

13.5: Rendimenti di scala costanti


Un caso intermedio è dato da una tecnologia con rendimenti di scala costanti. In questo caso le
funzioni di costo e ricavo totale sono entrambe lineari. La scelta ottima dell’impresa dipende dalla
posizione delle due curve. Consideriamo un esempio specifico lasciando al lettore l’analisi di altre
possibilità.

Il caso che analizziamo è quello in cui la curva di costo si colloca sempre al di sotto della curva di
ricavo totale: il costo marginale è minore del prezzo (figura 13.11).

178
La linea retta in posizione più elevata è la curva dei ricavi, la seconda descrive il costo totale. La
differenza verticale tra le due rette per ogni livello di output (data dalla retta più vicina all’asse delle
ascisse) rappresenta i profitti.

Quale livello di output permette di massimizzare i profitti? Se i rendimenti di scala sono costanti,
all’aumentare dell’output, i profitti aumentano indefinitamente e pertanto il livello ottimo di output
è infinito.

Il caso opposto si verifica quando la curva di costo si trova sempre al di sopra della curva di ricavo
totale: il livello ottimo di output è zero, da una produzione positiva derivano sempre perdite
crescenti nel livello di output.

Quando, infine, le curve di costo e ricavo totale coincidono, i profitti sono sempre nulli per qualsiasi
livello di output.

In conclusione, il livello ottimo di output per un’impresa concorrenziale in presenza di rendimenti


di scala costanti è così definito:

Output ottimo = infinito se p > c


Output ottimo = qualsiasi y se p = c
Output ottimo = zero se p < c

In ogni caso, l’idea di rendimenti di scala costanti per ogni livello di output è irrealistica (sarebbe
utile pensare alle implicazioni di questa assunzione).

13.6: La curva di offerta dell’impresa


La curva di offerta informa sulla quantità di output che l’impresa desidera offrire per ogni livello di
prezzo dell’output stesso. Sappiamo che la scelta ottima dell’impresa è produrre un output che
consenta di soddisfare la condizione prezzo = costo marginale. Nella figura 13.14 il livello
dell’output è rappresentato sull’asse orizzontale e il costo marginale su quello verticale. Deriviamo
graficamente la curva di offerta di lungo periodo dalla curva di costo marginale di lungo periodo.
La tecnologia alla quale facciamo riferimento nel diagramma è quella del primo esempio
considerato in questo capitolo. Per ogni livello di prezzo, l’output che l’impresa desidera produrre è
quello in corrispondenza del quale il costo marginale eguaglia il prezzo stesso. Nel caso
rappresentato in figura, per p = 10.0 è ottimale produrre 2.5 unità di output. Per livelli crescenti di
prezzo, l’impresa produce livelli crescenti di output lungo la curva del costo marginale. Stabilendo
questa relazione tra prezzo e quantità prodotta, la curva del costo marginale rappresenta la curva di

179
offerta dell’impresa (E’ ovvio che bisognerebbe assicurarsi che i profitti siano positivi per ogni
punto appartenente alla curva di offerta. Ciò si verifica per la tecnologia del nostro esempio).

Nel breve periodo si applica lo stesso principio: eguagliare il prezzo al costo marginale di breve
periodo. Va inoltre verificato che all’impresa convenga produrre un output positivo anziché non
produrre nulla. E’ necessario cioè verificare che i profitti siano maggiori dei costi fissi. In questo
caso la curva di offerta di breve periodo dell’impresa coincide con la curva del costo marginale di
breve periodo. Nella figura 13.15 abbiamo rappresentato una curva di costo marginale di breve
periodo (relativa ad uno degli scenari di breve periodo considerati in precedenza nel capitolo) per la
quale i profitti sono maggiori dei costi fissi per ogni livello di output.

La curva a forma di U è la curva di costo medio di breve periodo. La curva crescente continua è la
curva di costo marginale di breve periodo e rappresenta la curva di offerta di breve periodo
dell’impresa. La curva crescente tratteggiata, infine, è la curva di costo medio variabile (non include
i costi associati all’impiego del fattore fisso nel breve periodo).

13.7: Il surplus del produttore

180
A conclusione di questo capitolo, dimostriamo un’importante proprietà del surplus del produttore.
Nel grafico 13.16 è rappresentato il livello ottimo di output per un prezzo pari a 30 (circa 33 unità di
prodotto). Come si calcola il profitto (o surplus) del produttore in questo grafico?

I profitti sono definiti dalla differenza tra ricavi e costi totali. I ricavi dell’impresa sono pari al
prodotto tra le 33 unità di output ed il prezzo unitario (30) al quale ogni unità di prodotto viene
venduta. I ricavi sono rappresentati graficamente dall’area del rettangolo compreso tra la quantità
venduta e il prezzo. Il costo totale per produrre 33 unità di prodotto è misurato dall’area al di sotto
della curva di costo marginale e compresa tra i valori di output 0 e 33. Il profitto, dunque, è dato
semplicemente dalla differenza di queste due aree: l’area compresa tra il prezzo e il costo
marginale. Da quanto detto in precedenza, risulta che la curva del costo marginale rappresenta la
curva di offerta dell’impresa perciò siamo in grado di concludere che:

Il surplus dell’impresa è pari all’area compresa tra il prezzo ricevuto e la curva di offerta.

In questo modo diventa molto facile quantificare l’effetto di una misura di politica economica che
influenza il livello del prezzo al quale l’impresa può vendere l’output. Ad esempio, se il prezzo
aumenta da 30 a 40, il miglioramento della situazione dell’impresa è misurato dall’incremento
dell’area che rappresenta il suo surplus (figura 13.17).

181
Lo stesso risultato è valido nel breve periodo con l’unica differenza che il surplus viene calcolato
omettendo i costi fissi.

13.8: Riassunto
In questo capitolo abbiamo derivato il livello di output che massimizza i profitti di un’impresa
concorrenziale.

L’impresa concorrenziale produce il livello di output che consente l’uguaglianza tra il prezzo e il
costo marginale, in un punto nel quale i costi marginali sono crescenti.

La condizione di profitto massimo ha la seguente importante implicazione:

La curva di offerta dell’impresa concorrenziale è inclinata positivamente.

Nella nostra analisi abbiamo assunto rendimenti di scala decrescenti, verificando come il
comportamento dell’impresa concorrenziale possa essere strano in presenza di rendimenti di scala
crescenti o costanti.

In presenza di rendimenti di scala crescenti, l’output ottimo dell’impresa concorrenziale è infinito.


In presenza di rendimenti di scala costanti, l’output ottimo dell’impresa concorrenziale è infinito,
indeterminato o nullo.

Infine, abbiamo confermato un risultato ottenuto nell’ambito dell’analisi dei capitoli precedenti:

Il surplus dell’impresa è pari all’area compresa tra il prezzo ricevuto e la curva di offerta.

13.9: Domande di verifica


(1) Mostra che se una impresa ha una tecnologia con ritorni di scala costanti nel lungo
periodo, la sua curva di offerta di lungo periodo è orizzontale. Quale è il significato
dell’intercetta?
(2) Nel breve periodo l’area sotto la curva di costo marginale non comprende i costi fissi. Si
mostri, tuttavia, che la variazione nei profitti derivante dal cambiamento del prezzo
dell’output è uguale alla area compresa fra i due livelli di prezzo e la curva di costo
marginale di breve periodo.

182
(3) Usando la relazione tra la curva di costo marginale di breve e lungo periodo si verifichi
se il beneficio che l’impresa trae da un aumento di prezzo sia maggiore nel breve o nel
lungo periodo.

183
Capitolo 14: La frontiera delle possibilità di produzione
14.1: Introduzione
Nel capitolo 8 abbiamo discusso l’allocazione ottima delle risorse tra gli individui della società,
mostrando come l’allocazione “finale” dipenda da quella iniziale. La domanda alla quale non
abbiamo ancora fornito una risposta è come venga determinata l’allocazione iniziale delle risorse.
Questo è il quesito che ci poniamo in questo capitolo: quali sono le possibilità di produzione di cui
disponine la società?

Consideriamo due scenari alternativi. Nel primo, la società è composta da due individui che
adottano una tecnologia lineare per produrre una certa combinazione di due beni. Discutiamo come
debba essere ripartita la produzione dei due beni tra i due individui perché l’output totale sia
massimizzato. Nel secondo scenario la società è composta da due imprese, ognuna delle quali
produce uno dei due beni impiegando una determinata combinazione dei due input. L’obiettivo che
ci poniamo è stabilire come debbano essere allocati i due input tra le due imprese perché la società
possa disporre della massima produzione possibile dei due beni. In entrambi gli scenari
determiniamo la frontiera delle possibilità di produzione della società ed esaminiamo i fattori che la
influenzano.

14.2: Tecnologie lineari


Consideriamo una società composta da due individui, A e B. Entrambi producono i due beni 1 e 2.
Le quantità massime dei due beni che ciascuno dei due individui può produrre dedicando tutto il
proprio tempo alla produzione del bene stesso sono rispettivamente m1 per il bene 1 e m2 per il bene
2 (vedremo che queste quantità massime possono essere di ammontare diverso per A e B). Quando
tutto il giorno lavorativo è impiegato nella produzione del primo bene, ciascun individuo produce
m1 del bene 1 e zero dell’altro bene; se, viceversa, la giornata lavorativa è dedicata esclusivamente
alla produzione del secondo bene, vengono prodotte m2 unità del bene 2 e zero unità del bene 1.
Quando la giornata lavorativa viene ripartita egualmente tra la produzione dei due beni, ciascun
individuo produce m1/2 del bene 1 e m2/2 del bene 2. Più in generale, per frazioni di tempo dedicate
alla produzione dei beni 1 e 2 rispettivamente pari ad a e (1-a), vengono prodotte am1 unità del bene
1 e (1-a)m2 unità del bene 2. Queste possibilità di produzione definiscono una tecnologia lineare.

Ammettiamo che l’individuo A possa produrre al massimo 120 unità di bene 1 e 60 unità di bene 2.
La frontiera delle possibilità di produzione di A è rappresentata nella figura 14.1 dove le quantità di
bene 1 e 2 sono rappresentate rispettivamente sull’asse delle ascisse e delle ordinate.

184
I punti appartenenti alla linea retta rappresentano tutte le possibilità di produzione a disposizione di
A, assumendo che l’individuo lavori tutto il giorno55. Ad esempio il punto equidistante dai due
estremi della retta rappresenta la situazione nella quale l’individuo divide equamente la propria
giornata lavorativa tra la produzione dei due beni.

Assumiamo che l’individuo B sia meno produttivo di A nella produzione di entrambi i beni: B può
produrre al massimo 20 unità di bene 1 e 40 unità di bene 2. La frontiera delle possibilità di
produzione di B è riportata in figura 14.2.

Quando B dedica tutta la propria giornata lavorativa alla produzione di un solo bene, produce 20
unità di bene 1 o 40 unità del bene 2. Se, viceversa, l’individuo impiega metà della giornata nella
produzione di un bene e l’altra metà nella produzione dell’altro, produce rispettivamente 10 e 20
unità di bene 1 e 2.

A è più produttivo di B in termini assoluti. Tuttavia, B è relativamente più efficiente di A nella


produzione del bene 2, e A è relativamente più efficiente di B nel produrre il bene 1. Come è
possibile raggiungere questa conclusione? Se A desidera produrre 1 unità addizionale di bene 1
deve rinunciare alla produzione di 0.5 unità del bene 2. L’individuo B, viceversa, per ogni unità
supplementare prodotta di bene 1 deve rinunciare a produrre 2 unità di bene 2. Perciò, il costo di
produzione di 1 unità di bene 1 (misurato in termini di unità dell’altro bene a cui bisogna
rinunciare) è relativamente minore per l’individuo A. Riferiamo ora lo stesso ragionamento al costo
di produrre 1 unità dell’altro bene. Se B desidera produrre 1 unità addizionale di bene 2 deve
rinunciare alla produzione di 0.5 unità del bene 1. Invece l’individuo A deve rinunciare a produrre 2
unità di bene 1 per ogni unità in più prodotta di bene 2. Il costo di produzione di 1 unità aggiuntiva
di bene 2 è dunque minore per l’individuo B e in questo senso B è più efficiente di A nella
produzione del bene 2.

L’argomento di nostro interesse consiste nello stabilire la divisione della produzione dei due beni
tra A e B che permetta di massimizzare l’output di entrambi i beni. La soluzione al problema è la
determinazione della più alta frontiera delle possibilità di produzione della società.

I punti estremi della frontiera delle possibilità di produzione della società sono facilmente
individuabili. Se la società desidera consumare esclusivamente il bene 1, entrambi gli individui
devono dedicarsi a produrre questo bene e l’output totale è dato da (120+20)=140. Nel caso la
società desideri consumare solo il bene 2, A e B devono dedicarsi esclusivamente alla produzione di
questo bene e l’output totale è pari a (60+40)= 100. La determinazione dei punti intermedi della
frontiera delle possibilità di produzione della società è più complessa.

55
Questa ipotesi sarà mantenuta in tutto il capitolo. Se l’individuo considera la scelta tra lavoro e tempo libero ha senso
considerare soluzioni appartenenti all’area sottostante la frontiera.

185
Una possibilità è che A e B impieghino la stessa frazione delle rispettive giornate lavorative nella
produzione dello stesso bene. Ad esempio, se A lavora metà della giornata per produrre il bene 1, B
fa lo stesso o, più in generale, se A e B dedicano la stessa frazione a della giornata lavorativa alla
produzione del bene 1, la frontiera delle possibilità di produzione della società è riportata nella
figura 14.4.

La frontiera delle possibilità di produzione della società è rappresentata dalla retta più alta. La retta
più vicina all’asse delle ascisse è la frontiera delle possibilità di produzione di B mentre quella in
posizione intermedia è la frontiera di A. Abbiamo già discusso le proprietà dei due punti estremi
sulla frontiera (140,0) e (0,100). In tutti i punti intermedi A e B dividono equamente il proprio
lavoro nella produzione dei due beni. Ad esempio, in corrispondenza del punto equidistante dai due
punti estremi (70, 50) la giornata lavorativa è divisa equamente nella produzione dei due beni: A
produce 60 unità del bene 1 e 30 unità del bene 2 e B produce 10 unità del bene 1 e 20 unità del
bene 2. La produzione resa disponibile alla società nel suo complesso è 70 unità del bene 1 e 50 del
bene 2. Un altro esempio è il punto (105, 25) che viene raggiunto se A e B lavorano entrambi ¾ del
giorno per produrre il bene 1 e ¼ per produrre il bene 2 producendo rispettivamente 90 e 15 unità
del bene 1 e 15 e 10 unità del bene 2.

Questa modalità di ripartizione della produzione tra i due individui è la migliore possibile? Ne
esistono altre più convenienti? Del resto, abbiamo già verificato che A è più efficiente di B nella
produzione del bene 1 e il contrario avviene per la produzione dell’altro bene. Non sarebbe meglio
che i due individui si specializzassero nella produzione del bene che sono in grado di produrre più
efficientemente?

Non è difficile intuire che la risposta a questo interrogativo è “si”. Consideriamo la situazione nella
quale A e B si specializzano rispettivamente nella produzione del bene 1 e 2. In questo caso, A
produce 120 unità del bene 1, B 40 unità dell’altro bene, e la società ottiene la combinazione
(120,40). Dove si colloca questa combinazione della figura 14.6 Al di sopra della frontiera delle
possibilità di produzione della società.

La frontiera delle possibilità di produzione della società che si ottiene applicando il principio della
specializzazione è disegnata nella figura 14.6

186
Conosciamo già l’interpretazione dei punti di intercetta verticale e orizzontale. La combinazione
(120,40) è il punto d’angolo che divide la frontiera in due regioni. A sinistra di (120,40), la società
consuma più di 40 unità di bene 2 (la quantità di bene 2 prodotta dall’individuo B specializzato
nella sua produzione). Ne consegue che a sinistra di (120,40), B lavora tutto il giorno per produrre
40 unità del bene 2 e A produce la quantità aggiuntiva di bene 2 che la società desidera consumare.
In corrispondenza di tutti i punti della frontiera a destra di (120,40) la società desidera consumare
una quantità di bene 1 maggiore di 120 unità (la quantità di bene 1 prodotta dall’individuo A
specializzato nella produzione di questo bene). In questo tratto della frontiera A lavora
esclusivamente per produrre 120 unità del bene 1 e B si occupa della produzione delle rimanenti
unità di bene 1 che la società desidera consumare. Questa è la ripartizione efficiente della
produzione dei due beni tra A e B, nel senso che l’output totale messo a disposizione della società è
massimizzato56.

E’ importante osservare che la frontiera delle possibilità di produzione della società deriva
direttamente dalle due frontiere relative agli individui A e B. Lo spostamento verso l’alto della
frontiera di A di un ammontare costante pari a 40 (il prodotto di B quando si specializza nella
produzione del bene 2) determina il primo tratto della frontiera delle possibilità di produzione della
società; il secondo tratto è dato dallo spostamento orizzontale della frontiera di B di un ammontare
costante pari 120 (le unità di bene 1 prodotte da A quando si specializza nella produzione di questo
bene). Notiamo infine che la frontiera delle possibilità di produzione della società è concava: ciò
avviene sempre se si applica il principio della specializzazione.

Cosa avviene se inseriamo un terzo individuo nella nostra società? La frontiera delle possibilità di
produzione del nuovo individuo influenzerà quella della società. Ammettiamo che il nuovo arrivato
abbia un’abilità nella produzione dei due beni intermedia tra A e B: la sua frontiera unisce i punti
estremi (50,0) e (0,50) figura 14.7.

56
A e B sono rispettivamente più efficienti nella produzione dei beni 1 e 2 per ogni livello di produzione. Ciò implica
che è conveniente affidare ad A la produzione della massima quantità possibile del bene 1 e a B quella dell’altro bene.

187
La nuova frontiera delle possibilità di produzione della società è rappresentata nella figura 14.9.

Notiamo che: (1) quando la società desidera consumare elevate quantità del bene 1, A e C si
specializzano nella produzione di questo bene; (2) quando la società desidera consumare elevate
quantità del bene 2, B e C si specializzano nella produzione di questo bene; (3) in tutti i casi
intermedi, A si specializza nella produzione del bene 1 e B nella produzione del bene 2. La frontiera
delle possibilità di produzione della società è sempre concava, e resterebbe tale anche per un
numero maggiore di individui. Per individui aggiuntivi avremmo semplicemente l’aggiunta di altri
segmenti (uno per ogni individuo in più). Notiamo inoltre che l’inclinazione di ognuno dei segmenti
appartenenti alla frontiera misura il tasso marginale di sostituzione tra i due beni e che, in
particolare, il sms lungo ogni tratto (segmento) della frontiera misura il sms (costante) di uno
specifico individuo appartenente alla società.

14.3: Tecnologie non lineari

188
Nel paragrafo precedente abbiamo concluso che sebbene le tecnologie di produzione adottate dagli
individui siano lineari (nel senso descritto in precedenza), dall’applicazione del principio della
specializzazione, deriva una frontiera delle possibilità di produzione della società concava.

In questo paragrafo deriviamo una frontiera delle possibilità di produzione della società concava in
un nuovo scenario basato sui concetti introdotti ai capitolo 10-13. Assumiamo infatti che la società
sia composta da due imprese, ognuna delle quali produce uno dei due beni. Le imprese 1 e 2
producono rispettivamente i beni 1 e 2, utilizzando entrambe una certa quantità dei due input 1 e 2,
il cui ammontare disponibile in aggregato è dato. Il problema della società è individuare
l’allocazione di input tra le due imprese che permette di massimizzare l’output totale dei due beni.

Risolviamo il problema della determinazione dell’allocazione ottima di input utilizzando la scatola


di Edgeworth, figura 14.11, già impiegata in precedenza per la determinazione dell’allocazione
ottima di due beni tra due individui. Ora le due origini degli assi relativi alle imprese 1 e 2 sono
rispettivamente in basso a sinistra e in alto a destra. Le quantità degli input 1 e 2 sono misurate
rispettivamente sull’asse orizzontale e su quello verticale. La lunghezza della scatola di Edgeworth
è pari alla quantità totale di input 1. La sua altezza è pari alla disponibilità totale del secondo input.
Ogni punto appartenente al diagramma rappresenta una possibile allocazione dei due input e, a
ciascuna di esse è associato un diverso livello di output per le due imprese. Gli isoquanti
dell’impresa 1 sono convessi all’origine in basso a sinistra, mentre quelli dell’impresa 2 sono
convessi rispetto all’origine in alto a destra.

Le allocazioni efficienti di input appartengono alla curva dei contratti e qualunque l’allocazione
scelta dalla società deve trovarsi lungo la curva dei contratti. Ad ognuna delle allocazioni efficienti
è associato un trade-off: spostandosi su punti sempre più lontani dall’origine in basso a sinistra
verso allocazioni più vicine all’origine in alto a destra, l’output dell’impresa 1 aumenta a spese
dell’output dell’impresa 2. Il livello di produzione delle due imprese in corrispondenza di ognuno
dei punti della curva dei contratti può essere calcolato a partire dalle tecnologie adottate dalle due

189
imprese. Nell’esempio rappresentato nella figura 14.11 abbiamo assunto che entrambe le imprese
adottino una tecnologia Cobb-Douglas con i seguenti valori dei parametri: a = 0.56 e b = 0.24 per
l’impresa 1 e a = 0.48 e b = 0.32 per l’impresa 2 (entrambe le tecnologie esibiscono rendimenti di
scala decrescenti).

Se rappresentiamo graficamente i livelli di output ottenibili dall’impresa 1 lungo la curva dei


contratti rispetto a quelli ottenibili dall’impresa 2, otteniamo la frontiera delle possibilità di
produzione della società57 (figura 14.12).

La frontiera è concava. Perché? Perché le due imprese hanno rendimenti di scala decrescenti. Per
spostamenti verso l’alto, lungo la curva dei contratti, l’output dell’impresa 1 cresce ad un tasso
decrescente e l’output dell’impresa 2 diminuisce ad un tasso crescente. E’ evidente che il grado di
decrescenza dei rendimenti di scala influenza la concavità della frontiera. Se invece dei valori dei
parametri a = 0.56 e b = 0.24 per l’impresa 1 e a = 0.48 e b = 0.32 per l’impresa 2, poniamo a =
0.49 e b = 0.21 per l’impresa 1 e a = 0.42 e b = 0.24 per l’impresa 2 (da notare che il rapporto tra a
e b resta invariato per le due imprese e i relativi isoquanti hanno la stessa forma, ma a+b<1 per
entrambe), otteniamo la frontiera della società rappresentata dalla figura 14.14.

57
É evidente l’analogia con la derivazione della frontiera delle utilità possibili contenuta al capitolo 9.

190
Più concava della frontiera ottenuta in precedenza.

Quando entrambe le imprese adottano una tecnologia con rendimenti di scala costanti, la frontiera
delle possibilità di produzione della società diventa lineare: per punti sempre più alti lungo la curva
dei contratti l’output dell’impresa 1 cresce in maniera lineare mentre l’output dell’impresa 2
decresce linearmente fino ad annullarsi. Se, ad esempio, consideriamo i seguenti valori dei
parametri della tecnologia Cobb-Douglas: a = 0.7 e b = 0.3 per l’impresa 1 e a = 0.6 e b = 0.4 per
l’impresa 2 (il rapporto tra a e b resta invariato per le due imprese e i relativi isoquanti hanno la
stessa forma, ma a+b=1 per entrambe), otteniamo la frontiera rappresentata nella figura 14.16.

191
(Da notare che in questo esempio, la quantità totale disponibile di entrambi gli input è 100 e che il
livello massimo di output ottenibile dal loro impiego è 100).

Cosa avviene nel caso di rendimenti di scala crescenti? Per punti sempre più alti lungo la curva dei
contratti l’output dell’impresa 1 cresce ad un tasso crescente mentre l’output dell’impresa 2
decresce ad un tasso decrescente. Consideriamo, ad esempio, questi valori dei parametri della
tecnologia Cobb-Douglas: a = 0.7/0.9 e b = 0.3/0.9 per l’impresa 1 e a = 0.6/0.9 e b = 0.4/0.9 per
l’impresa 2 (il rapporto tra a e b resta invariato per le due imprese e i relativi isoquanti hanno
sempre la stessa forma, ma a+b>1 per entrambe), otteniamo la frontiera per la società,
rappresentata in figura 14.18.

192
E’ possibile considerare il caso ibrido in cui la tecnologia dell’impresa 1 esibisca rendimenti di
scala crescenti e l’impresa 2 abbia invece rendimenti di scala decrescenti. Quale sarà la forma della
frontiera della possibilità di produzione della società? La frontiera sarà composta da una regione
convessa e da una concava (figura 14.20).

14.4: Riassunto
In questo capitolo abbiamo determinato la frontiera delle possibilità di produzione della società in
due scenari alternativi. Il primo scenario considera un’economia formata da due individui con
tecnologie lineari.

In questa economia la frontiera delle possibilità di produzione della società è strettamente quasi-
concava.

E’ concava perché gli individui si specializzano nella produzione del bene che producono in
maniera più efficiente.

Il secondo scenario considera il caso più generale di un’economia nella quale operano due imprese
che contribuiscono alla produzione dell’output totale e si contendono l’impiego di un’offerta data
dei due fattori produttivi. In presenza di tecnologie caratterizzate da isoquanti convessi all’origine
abbiamo dimostrato il seguente risultato:

In un’economia con rendimenti di scala crescenti, costanti o decrescenti la frontiera delle


possibilità di produzione della società è convessa, lineare o concava in ogni suo punto.

193
14.5: Domande di verifica

(1) Costruisci un esempio di una società lineare composta da tre individui e derivane la
frontiera delle possibilità produttive della società. Mostra che la fpp è composta da tre
segmenti, uno per ogni individuo.
(2) Sia data una società composta da tre individui A, B e C. Assumiamo che: A abbia un
vantaggio comparato rispetto a B e che B abbia un vantaggio comparato rispetto a C
nella produzione del bene 1; che C abbia un vantaggio comparato rispetto a B e che B
abbia un vantaggio comparato rispetto ad A nella produzione del bene 2.. Assumiamo,
inoltre, che nel punto sulla frontiera delle possibilità produttive scelto da questa società
B lavori metà della sua giornata lavorativa per produrre il bene 1 e l’altra metà per
produrre il bene 2. Si mostri che A lavora solo alla produzione del bene 1 e che C lavora
solo alla produzione del bene 2.
(3) È vero che se nuovi individui si aggiungono ad una società, indipendentemente dalla
loro capacità produttiva, ma fermo restando che siano produttivi, la frontiera delle
possibilità produttive della società si espande?

194
Capitolo 15: Produzione e scambio
15.1: Introduzione
In questo capitolo utilizziamo i concetti esposti nei capitolo 8 e 14 per rispondere alla domanda:
“Qual è il livello ottimo di output per la società?” La risposta a questa domanda è complessa così
come sono complessi i contenuti che trattiamo in questo capitolo. In effetti, questi argomenti
richiedono un approccio matematico che travalica gli obiettivi di questo testo. In ogni caso, l’analisi
grafica e gli esempi che impiegheremo forniscono una chiave interpretativa dei nostri risultati
permettendo di superare la necessità del ricorso massiccio alla matematica.

15.2: Produzione e scambio


Nel capitolo 8 abbiamo analizzato il problema dell’allocazione ottima delle risorse in un’economia
nella quale due individui scambiano due beni date determinate dotazioni iniziali. Per ogni possibile
allocazione iniziale dei due beni, abbiamo studiato le condizioni alle quali lo scambio determina
vantaggi reciproci per i due individui e le diverse forme che lo scambio stesso può assumere.

L’allocazione iniziale dei due beni e le loro dotazioni iniziali sono state fissate ad un livello
arbitrario. La nuova assunzione in questo capitolo è che la società possa scegliere le quantità iniziali
dei due beni (e quindi, come vedremo, l’allocazione iniziale) lungo la propria frontiera delle
possibilità di produzione analizzata nel capitolo 14. La domanda che ci poniamo è: “Quale dei punti
appartenenti alla frontiera deve essere scelto dalla società?”

Infine analizziamo le proprietà degli equilibri concorrenziali che si determinano a partire da diverse
quantità iniziali dei due beni. L’intento è quello di confrontare le proprietà di equilibri che derivano
dalla scelta di diversi punti lungo la frontiera delle possibilità di produzione della società e definire
quale tra questi debba essere preferito.

15.3: Una società lineare


Assumiamo che la frontiera delle possibilità di produzione della società sia la più semplice
possibile: per esempio, la frontiera lineare del paragrafo 14.2. L’economia è composta dagli
individui A e B che, adottando una tecnologia lineare, producono i due beni 1 e 2.

Nella figura 15.1 la retta più vicina all’asse orizzontale rappresenta la frontiera delle possibilità di
produzione di B il quale: se lavora l’intero giorno alla produzione del bene 1 ne produce 20 unità (e
nessuna unità del bene 2); se lavora esclusivamente alla produzione del bene 2 ne produce 40 unità
(e nessuna unità del bene 1); se dedica metà della propria giornata lavorativa alla produzione del

195
bene 1 e l’altra metà alla produzione dell’altro bene ottiene rispettivamente 10 e 20 unità dei due
beni; e così via per diverse allocazioni del tempo di lavoro nella produzione dei due beni. La retta
centrale è la frontiera delle possibilità di produzione di A il quale: se lavora l’intero giorno per
produrre il bene 1 ne ottiene 120 unità (e nessuna unità del bene 2); se lavora esclusivamente alla
produzione del bene 2 ne produce 60 unità (e nessuna unità del bene 1); se dedica metà della propria
giornata lavorativa alla produzione del bene 1 e l’altra metà alla produzione dell’altro bene produce
rispettivamente 60 e 30 unità dei due beni; e così via per diverse ripartizioni della giornata
lavorativa nella produzione dei due beni. La linea più alta è la frontiera delle possibilità di
produzione che si ottiene quando applichiamo il principio della specializzazione (A e B si
specializzano rispettivamente nella produzione dei beni 1 e 2).

E’ molto importante notare che la scelta di un punto particolare lungo la frontiera delle possibilità di
produzione della società richiede che i due individui scelgano un determinato punto appartenente
alle proprie rispettive frontiere. Facciamo un esempio specifico. Come è possibile per la società
collocarsi nel punto S sulla frontiera? Solo se A e B si collocano rispettivamente nei punti A e B
lungo le loro relative frontiere la società può raggiungere il punto S. Questo è l’unico modo a
disposizione della società per collocarsi nel punto S sulla propria frontiera delle possibilità di
produzione (figura 15.2).

Inseriamo nella tabella 15.1 i dati numerici del nostro esempio.

Tabella 15.1:
Individuo A Individuo B Società
Scenario 1
Bene 1 40 0 40
Bene 2 40 40 80
Individuo A Individuo B Società
Scenario 2
Bene 1 80 0 80
Bene 2 20 40 60
Individuo A Individuo B Società
Scenario 3
Bene 1 120 0 120
Bene 2 0 40 40

196
Individuo A Individuo B Società
Scenario 4
Bene 1 120 10 130
Bene 2 0 20 20
In corrispondenza del punto S vengono prodotte 40 unità del bene 1 e 80 unità del bene 2. Se la
società desidera scegliere questo punto, A deve lavorare 1/3 del giorno per produrre il bene 1 e i
rimanenti 2/3 per produrre il bene 2, il ché implica la produzione di 40 unità di entrambi i beni.
Inoltre, B deve dedicarsi esclusivamente alla produzione del bene 2 producendone 40 unità (e
nessuna unità del bene 1). Notiamo che dalla scelta del punto S deriva una distribuzione diseguale
della produzione dei due beni tra i due individui e si determina una specifica allocazione iniziale dei
due beni.

Analizziamo le proprietà di tre scenari alternativi a quello del primo esempio appena esposto.
Vedremo che l’allocazione iniziale nello scenario 2 si trova, come quella dello scenario 1, a sinistra
del punto d’angolo, quella relativa allo scenario 3 coincide con il punto d’angolo, e quella dello
scenario 4 si colloca alla sua destra.

15.4: Scambio in concorrenza perfetta


Discutiamo le proprietà degli equilibri concorrenziali che si conseguono nei 4 scenari alternativi
presi in considerazione e mettiamoli a confronto per verificare quale tra essi sia il “migliore”.

Iniziamo dal primo scenario, riportato in tabella 15.1, nel quale la società sceglie le quantità iniziali
di 40 unità per il bene 1 e 80 unità per il bene 2. La scatola di Edgeworth rappresentata nella
seguente figura 15.3 ha una larghezza pari a 40 e un’altezza di 80.

Le dimensioni della scatola di Edgeworth dipendono dalla scelta di un particolare punto lungo la
frontiera delle possibilità di produzione della società: il punto appartenente alla frontiera scelto dalla
società implica una determinata distribuzione della produzione tra i due individui e, di conseguenza,

197
la dotazione totale dei due beni. Dai dati esposti in tabella risulta che l’individuo A ha una
dotazione iniziale di 40 unità di entrambi i beni. B invece non ha nessuna dotazione iniziale del
bene 1 e 40 unità del bene 2. L’allocazione iniziale coincide con il punto E.

Per rendere più chiara l’interpretazione della figura 15.3 ricordiamo che stiamo assumendo
preferenze convesse per i due individui e che le preferenze e le dotazioni dei due individui A e B
sono rappresentate rispettivamente alle origini in basso a sinistra e in alto a destra . A ha preferenze
Cobb-Douglas con pesi 0.7 per il bene 1 e 0.3 per il bene 258 e consegue un’utilità crescente per
allocazioni che si collocano in alto e a destra nel diagramma.

Anche B ha preferenze di tipo Cobb-Douglas ma con pesi diversi da A (0.6 per il bene 1 e 0.4 per il
bene 2) e la sua utilità è crescente per allocazioni sempre più in basso e a sinistra nel diagramma. I
due individui dunque hanno preferenze diverse: quindi, le due origini non sono unite da una linea
retta ma da una curva.

Due delle rimanenti tre linee nel diagramma sono le curve prezzo-offerta dei due individui. La retta
con inclinazione negativa passante per il punto E è la curva prezzo-offerta di A, quella orizzontale è
la curva prezzo-offerta di B. Perché la curva prezzo-offerta di B è rappresentata da una retta
orizzontale? Dal capitolo 8 ricordiamo che se un individuo possiede inizialmente solo uno dei due
beni la propria curva prezzo-offerta è data da una retta orizzontale (quando la dotazione iniziale è
composta solo da un certo ammontare del bene 2) o da una retta verticale (quando la dotazione
iniziale è composta solo dal bene 1). Nel nostro esempio, B possiede 40 unità del bene 2 e quindi la
sua curva prezzo-offerta è orizzontale per un valore pari al 40% della sua dotazione iniziale (il peso
relativo del bene 2 è 0.4). L’ultima linea rappresentata nel diagramma è quella che congiunge
l’allocazione iniziale con l’equilibrio concorrenziale: il vincolo di bilancio di equilibrio. Il valore
dell’inclinazione del vincolo di bilancio di equilibrio indica il prezzo relativo che permette di
raggiungere l’equilibrio concorrenziale a partire dall’allocazione iniziale E.

Supponiamo che lo scambio concorrenziale avvenga qualsiasi sia l’allocazione iniziale e che quindi
l’equilibrio concorrenziale venga raggiunto. La società dunque raggiunge il punto in cui le curve
prezzo-offerta dei due individui (e la curva dei contratti) si intersecano. Questo è il punto “1” nella
figura 15.3 e indica l’allocazione (35,64) rispetto all’origine in basso a sinistra e (5, 16) rispetto
all’origine in alto a destra. A ottiene 35 unità del bene 1 e 64 del bene 2 mentre B ottiene 5 unità del
bene 1 e 16 del bene 2 (Ricordiamo che sia A che B considerano il consumo del bene 1
relativamente più importante del consumo dell’altro bene).

La figura 15.4 contiene l’analisi grafica del secondo scenario. A possiede inizialmente 80 unità del
bene 1 e 20 del bene 2 e B 0 unità del bene 1 e 40 unità del bene 2. La società dispone inizialmente
di 80 unità del bene 1 e di 60 unità del bene 2. Queste dotazioni iniziali determinano le dimensioni
della scatola di Edgeworth. L’allocazione iniziale è rappresentata dal punto E dove la curva prezzo-
offerta di B è una retta orizzontale come nel precedente scenario (figura 15.3).

58
Le nostre conclusioni non dipendono da questi particolari valori numerici.

198
L’equilibrio concorrenziale è indicato con “2”: A ottiene 65 unità di bene 1 e 44 dell’altro bene
mentre B termina lo scambio con 15 unità di bene 1 e 16 di bene 2. La seguente tabella riassume i
risultati ottenuti nei primi due scenari considerati e nei due ulteriori scenari esposti in dettaglio tra
breve.

Tabella 15.2:
Scenario Consumo di A del Consumo di A del Consumo di B del Consumo di B del
bene 1 bene 2 bene 1 bene 2
1 35 64 5 16
2 65 44 15 16
3 84 24 36 16
4 84 12 46 8

La figura 15.5 si riferisce al terzo scenario. L’allocazione iniziale è il punto E e l’equilibrio


concorrenziale è indicato con “3”. In questo scenario la curva prezzo-offerta di A è una retta
verticale (A possiede esclusivamente il bene 1) mentre quella di B è una retta orizzontale (la
dotazione iniziale di B è formata esclusivamente dal bene 2).

199
Infine, la figura 15.6 descrive graficamente lo scenario 4 nel quale A inizia con solo uno dei due
beni e B con entrambi. L’equilibrio concorrenziale è indicato dal punto “4”.

200
Confrontiamo gli equilibri concorrenziali caratteristici dei quattro scenari alternativi sulla base dei
risultati esposti in tabella 15.2. E’ abbastanza ovvio che A preferisce 3 a 4 (A ottiene la stessa
quantità dei due beni nei primi due scenari e una quantità maggiore del bene 2 nello scenario 3).
Non è invece così immediato definire quale dei tre scenari tra 1, 2 e 3 sia preferito da A.
L’individuo B preferisce 3 a 2 e 2 a 1 (B ottiene la stessa quantità di bene 2 nei tre scenari ma
quantità crescenti dell’altro bene passando dallo scenario 1 al 2 e dallo scenario 2 al 3). Ma quale
scenario preferisce B tra 3 e 4? Per completare l'ordinamento degli scenari in termini delle
preferenze di A e B abbiamo bisogno di una ulteriore analisi grafica. Rappresentiamo gli scenari 1 e
2 nella figura 15.7.

Nella figura 15.7 le curve di indifferenza di A relative agli scenari 1 e 2 sono disegnate rispetto alla
stessa origine e sono perciò confrontabili. L’analisi delle curve di indifferenza permette di rendere
meno ambiguo il confronto tra e due scenari per l’individuo A. L’equilibrio concorrenziale “2” si
colloca su una curva di indifferenza più elevata di quella alla quale appartiene l’equilibrio “1”: A
preferisce lo scenario 2 allo scenario 1. Già sappiamo che anche B preferisce 2 a 1 per cui possiamo
concludere che entrambi gli individui preferiscono 2 a 1.

E’ importante comprendere il motivo che permette di ottenere questo ordinamento di scenari


alternativi in termini di preferenze. Tale motivo è da ricercarsi nella differenza del saggio
marginale di sostituzione nei diversi scenari. Il valore dell’inclinazione della frontiera delle
possibilità di produttive nei punti “1” e “2” è -0.5: per ogni unità in meno di bene 2 la società può
produrre 2 unità addizionali di bene 1. Nel punto “1” le curve di indifferenza dei due individui
hanno un’inclinazione di -4: il SMS di A e B in tale punto è pari 4. Entrambi gli individui sono
disposti ad accettare il rapporto di scambio tra i due beni implicato dalla frontiera delle possibilità di
produzione. Lo stesso avviene in corrispondenza dell’equilibrio “2”: il SMS è pari a circa 1 (il
valore dell’inclinazione delle curve di indifferenza di A e B in “2”), anche in questo caso
l’inclinazione delle curve di indifferenza è maggiore del SMS lungo la frontiera delle possibilità di

201
produzione. Questo suggerisce che un ulteriore spostamento verso destra nel diagramma è sempre
possibile. Per verificarlo confrontiamo gli scenari 2 e 3 nella figura 15.9.

I punti “2” e “3” appartengono alla stessa curva di indifferenza di A, mentre B preferisce 3 a 2.
Possiamo dunque concludere che la società preferisce l’equilibrio “3” all’equilibrio “2”.

Come vengono ordinati dalla società gli scenari 3 e 4? Sappiamo già che A preferisce 3 a 4 ma
quale tra i due è preferito da B? Le figure considerate finora non possono essere utilizzate per
rispondere a questa domanda perché le curve di indifferenza di B relative a scenari alternativi non
sono disegnate rispetto alla stessa origine.

Al fine di analizzare graficamente il confronto degli scenari 3 e 4 in base alle preferenze di B


utilizziamo il seguente espediente: invertiamo il punto di vista dei due individui nella scatola di
Edgeworth. Nella figura 15.12 dunque rappresentiamo le preferenze e le dotazioni di B rispetto
all’origine in basso a sinistra e quelle di A rispetto all’origine in alto a destra. Gli equilibri
concorrenziali determinano le seguenti combinazioni di consumo per i due individui: (36, 16) per B
e (84, 24) per A nello scenario 3 e (46, 8) per B e (84, 12) per A nello scenario 4. Naturalmente i
due equilibri sono gli stessi di quelli considerati in precedenza. L’unica novità della figura 15.12 è
l’avere invertito l’analisi grafica delle preferenze e delle dotazioni di A e B.

202
B preferisce 3 a 4. Perché? Nel punto “4” sulla frontiera delle possibilità di produzione il tasso
marginale di sostituzione (tecnico) è pari a 2: per ogni unità in meno di bene 1 la società può
produrre 2 unità aggiuntive di bene 2. Il valore del saggio marginale di sostituzione dei due
individui in corrispondenza dell’equilibrio concorrenziale “4” è minore di 2 (è pari circa ad 1).
Come interpretiamo questo valore? Sia A che B sono disposti a scambiare la produzione di 1 unità
di bene 1 per una produzione addizionale di 2 unità dell’altro bene. Ciò implica che entrambi gli
individui sono disposti a spostarsi dal punto “4” al punto “3”.

La conclusione è che tra i quattro scenari considerati i due individui (e quindi la società)
preferiscono lo scenario 3: l’equilibrio concorrenziale in corrispondenza del punto d’angolo della
frontiera delle possibilità di produzione della società.

15.5: L’ottimo globale


In questo paragrafo generalizziamo le proprietà del punto di ottimo per la società.

La condizione fondamentale da soddisfare è che il saggio marginale di sostituzione sia uguale per i
due individui e che entrambi abbiano lo stesso valore del prezzo relativo di equilibrio. In altri
termini, deve verificarsi che se uno dei due individui è disposto a cedere 1 unità del bene 1 in
cambio del consumo di a unità del bene 2, lo stesso deve essere disposto a fare anche l’altro
individuo. Allo stesso modo, se uno dei due individui è disposto a cedere 1 unità del bene 2 in
cambio del consumo di a unità del bene 1, lo stesso deve avvenire anche per l’altro individuo.
L’inclinazione della frontiera delle possibilità di produzione della società rappresenta il saggio
marginale (tecnico) di sostituzione in termini di produzione: quante unità aggiuntive del bene 1
possono essere prodotte se si rinuncia alla produzione di 1 unità del bene 2 e viceversa.

Definiamo la condizione che la soluzione di ottimo deve soddisfare. A meno che la soluzione
ottimale non sia un punto d’angolo, l’inclinazione della frontiera delle possibilità di produzione -
(meno) il SMS - deve essere uguale all’inclinazione delle curve di indifferenza nell’equilibrio
concorrenziale.

Cosa avviene se questa condizione non è soddisfatta? Se i saggi marginali di sostituzione non sono
tutti i uguali allora esiste un punto lungo la frontiera verso il quale è possibile spostarsi e aumentare

203
il livello di utilità degli individui. Uno dei nostri esempi contemplava questa possibilità: lo
spostamento dallo scenario 1 allo scenario 2 rende entrambi gli individui più “felici” perché per
ogni unità in meno prodotta di bene 2 la società produce 2 unità addizionali di bene 1 e sia A che B
sono disposti ad accettare questo tasso di scambio tra i due beni. Lo stesso si verifica in seguito allo
spostamento dallo scenario 4 allo scenario 3.

Generalizziamo le nostre conclusioni. Supponiamo di trovarci in un punto in corrispondenza del


quale il saggio marginale di sostituzione (tecnico) non è uguale al saggio marginale di sostituzione
dei due individui. Se indichiamo il primo con a e il secondo con b, dobbiamo considerare due
possibili casi: a > b e a < b.

Supponiamo che a sia maggiore di b. Ricordiamo che a indica il saggio marginale (tecnico) di
sostituzione lungo la frontiera delle possibilità di produzione della società. Rinunciando alla
produzione di 1 unità del bene 1, la società può produrre a unità addizionali del bene 2 o,
alternativamente, dalla rinuncia a produrre 1 unità del bene 2, si ottengono 1/a unità aggiuntive del
bene 1. b è il valore del saggio marginale di sostituzione dei due individui in corrispondenza
dell’equilibrio concorrenziale. Il valore b indica che sia A che B non vedono variare il proprio
livello di utilità quando scambiano il consumo di 1 unità di bene 1 con il consumo di b unità del
bene 2 o, alternativamente, se scambiano il consumo di 1 unità di bene 2 con il consumo di 1/b
unità del bene 1. Di conseguenza, l’utilità di entrambi gli individui aumenta quando 1 unità del bene
1 viene scambiata con una quantità del bene 2 maggiore di b unità. Per ipotesi, a è maggiore di b e
quindi uno spostamento lungo la frontiera delle possibilità di produzione della società incrementa
l’utilità dei due individui e la società migliora il proprio benessere aumentando la produzione del
bene 2 e riducendo quella del bene 1.

Supponiamo che a sia minore di b. a rappresenta sempre il saggio marginale (tecnico) di


sostituzione lungo la frontiera delle possibilità di produzione della società. Rinunciando alla
produzione di 1 unità del bene 1, la società può produrre a unità addizionali del bene 2 o,
alternativamente, dalla rinuncia a produrre 1 unità del bene 2, si ottengono 1/a unità aggiuntive del
bene 1. b è il valore del saggio marginale di sostituzione dei due individui in corrispondenza
dell’equilibrio concorrenziale. Il valore b indica che sia A e che B non vedono variare il proprio
livello di utilità quando scambiano il consumo di 1 unità di bene 1 con il consumo di b unità del
bene 2 o, alternativamente, se scambiano il consumo di 1 unità di bene 2 con il consumo di 1/b
unità del bene 1. Di conseguenza, l’utilità di entrambi gli individui aumenta quando 1 unità del bene
2 viene scambiata con una quantità del bene 1 maggiore di 1/b unità. Per ipotesi, a è maggiore di
1/b e quindi uno spostamento lungo la frontiera delle possibilità di produzione della società
incrementa l’utilità dei due individui e la società migliora il proprio benessere aumentando la
produzione del bene 1 e riducendo quella del bene 2.

(Se la frontiera delle possibilità di produzione della società comprende un punto d’angolo, la
condizione di eguaglianza appena esposta può non essere soddisfatta nell’equilibrio. Il saggio
marginale tecnico di sostituzione salta da un valore ad un altro nel punto d’angolo e questo
definisce il punto di equilibrio se il SMS dei due individui nell’equilibrio concorrenziale in
corrispondenza del punto d’angolo è compreso tra questi due valori.)

La matematica necessaria per derivare la condizione di equilibrio è troppo complessa per essere
presa in considerazione in questa sede. E’ molto importante comunque che sia chiara
l’interpretazione delle nostre conclusioni.

15.6: Riassunto

204
In questo capitolo abbiamo determinato la condizione da soddisfare perché il punto scelto dalla
società sulla frontiera delle possibilità di produzione sia quello ottimale.

L’ottimo globale richiede che il tasso marginale di sostituzione (tecnico) sia uguale al saggio
marginale di sostituzione di ciascun individuo (e che questi siano uguali in corrispondenza
dell’equilibrio concorrenziale).

15.7: Domande di verifica

(1) Siano dati due punti, a e b, sulla frontiera delle possibilità produttive; si argomenti che
se tutti gli individui della società preferiscono il punto a al punto b allora anche la
società preferirà a rispetto a b.
(2) Assumiamo che la pendenza calcolata in un punto della ppf sia 2 (riducendo di una unità
la produzione del bene 1 la società potrà produrre 2 unità di più del bene 2) e che nel
punto di equilibrio concorrenziale la pendenza delle curve di indifferenza dei due
individui sia per entrambi 1, allora si mostri che entrambi gli individui preferiscono che
la società produca meno unità del bene 1 e più del bene 2.
(3) Spiega in maniera intuitiva perché nel punto di ottimo il saggio marginale tecnico di
sostituzione deve essere uguale al saggio marginale di sostituzione di ciascun individuo.

205
Capitolo 16: Analisi empirica di Domanda, Offerta e Surplus

16.1: Introduzione
In questo capitolo verifichiamo la consistenza empirica dei concetti teorici esposti nei capitoli
precedenti. L’obiettivo che ci proponiamo è quello di applicare la teoria economica alla stima
empirica della domanda e dell’offerta. Ci proponiamo di specificare una forma funzionale di
domanda e offerta del bene che abbia al tempo stesso una giustificazione sia teorica che empirica.
La comprensione di questo capitolo richiede la padronanza di alcune nozioni di base di
econometria, in particolare la familiarità con il concetto di regressione statistica.

16.2: I dati
Il bene oggetto della stima empirica è il complesso dei beni alimentari nel Regno Unito. Tutti i dati
utilizzati nelle stime sono di fonte Economic Trends Annual Supplemet (ETAS). Questa
pubblicazione contiene due serie storiche della Spesa delle Famiglie in Beni Alimentari, una a
prezzi correnti (con il codice CCDW) e l’altra a prezzi costanti 1995 (con il codice CCBM). La
prima serie di dati misura il valore nominale della spesa delle famiglie, la seconda esprime la stessa
variabile in termini reali correggendo per l’inflazione. E’ questa seconda variabile che prendiamo in
considerazione nelle nostre stime e indicheremo con RFOD (Real expenditure on FOOD = spesa
reale in beni alimentari). La seconda variabile di interesse è il prezzo dei beni alimentari che
otteniamo dalle due serie CCDW e CCBM e indicheremo con PFOD (Price of FOOD = prezzo dei
beni alimentari). I dati sono disponibili per il periodo 1948-1999 per un totale di 52 osservazioni. La
figura 16.1 contiene il diagramma di dispersione (scatter plot) delle due variabili RFOD e PFOD.

Ogni punto del diagramma mostra la combinazione prezzo-quantità in un anno del periodo 1948-
1999. L’insieme dei punti in figura ha un andamento simile a quella di una curva di offerta.

Notiamo che il livello dei prezzi tende a crescere di anno in anno ed è quindi necessario correggere
la serie dei prezzi per il tasso di inflazione. Per ottenere questa correzione dobbiamo costruire un
indice dei prezzi. Il nostro indice dei prezzi è dato dal rapporto tra la spesa totale delle famiglie a
prezzi correnti (in codice ABPB) che chiameremo NALL (Nominal expenditure on ALL

207
commodities = spesa nominale complessiva) e la spesa totale delle famiglie a prezzi costanti (in
codice ABPF) che indicheremo con RALL (Real expenditure on ALL commodities = spesa reale
complessiva). Il rapporto tra NALL e RALL è uguale a PALL (Price of ALL commodities=
prezzo di tutti i beni). Il prezzo relativo dei beni alimentari è dato dal rapporto PFOD/PALL. Nella
figura 16.2 è rappresentato il diagramma di dispersione di PFOD/PALL e RFOD.

16.3: La domanda di beni alimentari nel Regno Unito


La nuvola di punti nella figura 16.1 sembra avere la forma di una curva di domanda. E’ quasi
lineare per cui potrebbe essere approssimata da una curva di domanda lineare. Proviamo ora ad
applicare i concetti teorici studiati nei capitoli precedenti all’analisi dei dati a nostra disposizione.
Chiaramente è difficile pensare ai beni alimentari come beni perfetti sostituti di altri tipi di beni
(chiedetevi perché) così come non si può considerarli perfetti complementi di altri beni (chiedetevi
ancora perché). Assumiamo che le preferenze siano di tipo Cobb-Douglas: la spesa per il consumo
di un bene è sempre pari ad una quota costante del reddito individuale. Ciò implica che RFOD deve
essere una frazione costante di NALL/PFOD (assumendo che l’unico problema decisionale del
consumatore sia come ripartire il reddito totale tra vari beni tralasciando le decisioni di risparmio,
che ancora non abbiamo studiato). Regredendo RFOD su NALL/PFOD otteniamo:

RFOD = 0.146 NALL/PFOD + u log-verosimiglianza = -568.056 (16.1)


(21.0)

Il valore in parentesi è il “t-ratio” ed è significativo. Il coefficiente di NALL/PFOD indica che in


media il 14.6% della spesa complessiva per beni di consumo dei consumatori è indirizzata
all’acquisto di beni alimentari. Tale valore risulta essere sovrastimato. Nel 1999, infatti, la quota di
spesa complessiva per beni alimentari era di poco inferiore al 10%, il ché suggerisce che
probabilmente non abbiamo specificato correttamente le preferenze individuali. In effetti,
l’andamento nel tempo della frazione di spesa totale destinata all’acquisto di beni alimentari è

208
diminuita progressivamente nel periodo osservato, passando da circa il 30% nel 1950 a meno del
10% nel 1999. Questa evidenza implica l’inadeguatezza della specificazione Cobb-Douglas delle
preferenze individuali.

La log-verosimiglianza fornisce una misura dell’affidabilità della nostra regressione. La retta


stimata sembra approssimare bene la relazione oggetto di sudio.

Proviamo ad assumere una forma alternativa delle preferenze, le preferenze Stone-Geary (vedi
l’espressione 7.3, capitolo 7). La funzione di domanda corrispondente assume la seguente forma:

q1 = s1 + a (m - p1s1 - p2s2)/p1 (16.2)

dove il bene 1 rappresenta il nostro bene di interesse (i beni alimentari) e il bene 2 tutti gli altri beni.
Indiciamo il prezzo di tutti gli altri beni con QFOD (dato dal rapporto (NALL-NFOD)/(RALL-
RFOD)). La funzione di domanda Stone-Geary è tale che RFOD è lineare in NALL/PFOD e
QFOD/PFOD (ovvero, usando la notazione originale, q1 è una funzione lineare di m/p1 e p2/p1). I
risultati ottenuti dall’analisi di regressione lineare sono i seguenti:

RFOD = 44491 + 0.065 NALL/PFOD - 23426 QFOD/PFOD + u (16.3)


(11.4) (10.8) (3.6)
log-verosimiglianza = -446.349 R2 = 0.943 somma dei quadrati dei residui = 86932642

I valori in parentesi rappresentano i “t-ratio” dei relativi coefficienti e sono tutti significativi. I
livelli di sussistenza sono stimati in £44491m, equivalenti a £800 pro capite ai prezzi 1995. La
stima del coefficiente di NALL/PFOD indica che una volta acquistati i livelli di sussistenza dei
beni alimentari e degli altri beni, i consumatori spendono in media il 6.5% del proprio reddito
residuo in beni alimentari. Questa nuova stima è più realistica della precedente. La log-
verosimiglianza di questa forma funzionale è sensibilmente maggiore di quella relativa alla
specificazione Cobb-Douglas e il valore di R2 indica che il 94.3% della variabilità della spesa reale
in beni alimentari è spiegata dalla forma funzionale Stone-Geary59.

16.4: La distorsione simultanea


Dovrebbe essere chiaro che i dati sui quali è basata la nostra analisi empirica sono relativi non solo
al lato della domanda ma vengono generati dall’interazione di domanda e offerta dei beni alimentari
nell’arco del periodo considerato. La spiegazione delle implicazioni che derivano da questa
circostanza richiederebbero il ricorso a concetti di econometria che vanno al di là dei nostri scopi.
E’ possibile comunque fornire una spiegazione generale della natura del problema.

Come già detto i dati che stiamo utilizzando risultano dall’interazione tra la domanda e l’offerta di
beni alimentari. Solo nel caso in cui le due funzioni di domanda e offerta rimangono stabili nel
corso del periodo osservato, il loro punto di intersezione è unico. In questo caso avrebbe senso
considerare un unico valore stimato per i coefficienti di RFOD e PFOD. Ma dato che la nostra
analisi implica l’osservazione di una combinazione RFOD e PFOD per ognuno degli anni
appartenenti al periodo 1948-1999 - come è chiaro dalle due figure 16.1 e 16.2 - le funzioni di
domanda e di offerta possono essere cambiate nell’arco temporale considerato. Vediamo cosa
potrebbe essersi verificato.

Supponiamo che solo la funzione di domanda sia cambiata e osserviamo la figura 16.3.
59
Sarebbe necessario considerare altri test statistici di specificazione funzionale che, tuttavia, vanno al di là degli scopi
di questo testo. Il punto di maggiore importanza che vogliamo sottolineare è che la specificazione funzionale che
utilizziamo ha una base teorica e sembra essere supportata dall’evidenza empirica al tempo stesso.

209
Notiamo che tutti i punti di intersezione tra domanda e offerta appartengono alla curva di offerta:
dall’analisi empirica può essere dedotto solo l’andamento della funzione di offerta dei beni
alimentari (Non è possibile trarre nessuna conclusione sulla funzione di domanda - come risulta
chiaro considerando una famiglia alternativa di curve di domanda con un’inclinazione diversa da
quelle disegnate in figura).

Un’altra possibilità è che solo la funzione di offerta sia cambiata. Osserviamo la figura 16.4.

In questo caso l’analisi empirica fornisce informazioni solo sulla forma della curva di domanda.

Dalla teoria economica è noto che variazioni nel reddito (o nella spesa totale) provocano uno
spostamento della curva di domanda e che variazioni nei prezzi dei fattori causano un movimento
della curva di offerta. I dati disponibili per il periodo oggetto di studio mostrano che nessuna di
queste variabili ha avuto un andamento costante. Di conseguenza, anche le funzioni di domanda e
offerta si sono mosse. Se questa circostanza non viene presa in considerazione le nostre stime
risultano distorte. La stima della funzione di domanda riportata in precedenza deve tener conto del
fatto che le variazioni della domanda sono state in parte dovute a spostamenti della curva di offerta.

La correzione delle distorsioni provocate dalla determinazione simultanea di prezzi e quantità


richiede l’uso di tecniche di econometria avanzata che non possono essere discusse in questa sede.
Basterà dire che la distorsione può essere eliminata utilizzando la procedura di stima delle Variabili
Strumentali anziché il metodo dei minimi quadrati.

Riportiamo di seguito i risultati della stima delle variabili strumentali. Ricordiamo che questa
procedura di stima riesce a dar conto del fatto che l’andamento della variabile prezzo, sul lato destro
dell’equazione stimata è in parte determinato dalle variabili che influenzano l’offerta, cioè dal
prezzo dei fattori. La nuova procedura di stima (che utilizza il prezzo dei fattori come variabile

210
strumentale come viene discusso più avanti) ha per risultato la seguente equazione della funzione di
domanda Stone-Geary per i beni alimentari:

RFOD = 41962 + 0.049 NALL/PFOD - 14210 QFOD/PFOD + u DOMANDA


(8.5) (5.9) (1.6)
somma dei quadrati dei residui = 4450094 (16.4)

Il valore della spesa di sussistenza in beni alimentari è stimato in £41962 m. a prezzi costanti 1995.
La frazione di reddito residuo destinata al consumo di beni alimentari è pari al 4.9%. La variazione
dei valori stimati dei coefficienti è dovuta alla nuova procedura di stima utilizzata. I nuovi risultati
ottenuti con la procedura di stima delle variabili strumentali, sono quelli sui quali facciamo
affidamento.

16.5: L’Offerta di beni alimentari nel Regno Unito


Assumiamo una funzione di produzione Cobb-Douglas ed anche che l’industria dei beni alimentari
sia perfettamente concorrenziale. Nel capitolo sulle curve di costo abbiamo dimostrato che la
funzione di costo per una tecnologia Cobb-Douglas in due input è proporzionale alla seguente
espressione (vedi l’equazione (12.4)):

y1/(a+b) w1a/(a+b) w2b/(a+b)

Di conseguenza, la funzione di costo marginale di un’impresa o di un’industria con rendimenti di


scala decrescenti è proporzionale a:

y(1-a-b)/(a+b) w1a/(a+b) w2b/(a+b)

Se risolviamo il problema di ottimizzazione dei profitti, per cui il prezzo deve essere uguale al costo
marginale, e se risolviamo l’equazione per il livello ottimo di output, troviamo che questo sarà dato
dalla equazione 16.5, nella quale k non è altro che una costante.

y = k p(a+b)/(1-a-b) w1-a/(1-a-b) w2-b/(1-a-b) (16.5)

Abbiamo determinato la funzione di offerta per un’industria in concorrenza perfetta che adotta una
tecnologia Cobb-Douglas in due input. Al fine di utilizzare il modello di regressione lineare,
linearizziano l’espressione dell’offerta calcolandone la trasformazione logaritmica. Otteniamo:

log(y) = costante + [(a+b) log(p) - a log(w1) - b log(w2)]/(1-a-b) (16.6)

Questa è un’equazione lineare in log(y), log(p), log(w1) e log(w2). Il coefficiente del prezzo dei
beni alimentari è positivo mentre i coefficienti dei prezzi dei due input hanno segno negativo.
Naturalmente l’espressione che abbiamo ottenuto può essere estesa al caso in cui la funzione di
produzione includa più di due input.

Quali dati utilizziamo per la stima della funzione di offerta? Abbiamo a disposizione i dati relativi
al prezzo dei beni alimentari (PFOD). Anche gli altri dati che utilizzeremo sono di fonte Economic
Trends Annual Supplement.

I tre fattori di produzione che sembra opportuno inserire nella funzione di produzione sono: lavoro,
capitale e “materie prime e combustibili”. Impieghiamo la variabile “Unit Wage Costs” per l’intera
economia (codificata con LNNK in ETAS) come indicatore del saggio salariale (non sono
disponibili dati relativi all’industria dei beni alimentari). Chiameremo questa variabile PUW.

211
L’indicatore del costo del capitale è fornito dal tasso di interesse sui buoni del governo a lungo
termine (codificata con AJLX in ETAS). Chiameremo questa variabile NLI (Nominal Long term
rate of Interest = tasso di interesse nominale di lungo periodo). Infine, dato che non esistono dati
specifici per il settore alimentare, utilizziamo il prezzo di “materie prime e combustibili”
nell’industria manifatturiera (variabile codificata con code PLKW in ETAS). Chiameremo questa
variabile PMAF. L’ipotesi che vogliamo sottoporre a stima è che log RFOD sia una funzione
lineare di log PFOD, log PMAF, log NLI e log PUW. La procedura di stima delle variabili
strumentali permette di ottenere la seguente stima della funzione di offerta:

log(RFOD)= 13.68 + 0.761 log(PFOD) - 0.0948 log (PMAF) - 0.0934 log(NLI) - 0.485log(PUW)
(13.9) (3.3) (1.2) (2.0) (2.1)
somma dei quadrati dei residui = 0.0102
“t-ratio” in parentesi (16.7)

I coefficienti di tutte le variabili hanno il segno atteso e sono significativi, ad eccezione del
coefficiente di log (PMAF). Questa variabile è stata comunque inclusa nell’equazione da stimare
perché il metodo dei minimi quadrati, ne suggeriva la significatività. I risultati della stima
preliminare dei minimi quadrati sono i seguenti:

log(RFOD)= 11.98 + 0.348 log(PFOD) - 0.148 log (PMAF) - 0.0696 log(NLI) - 0.0786log(PUW)
(23.5) (3.1) (2.5) (2.0) (0.6)
soma dei quadrati dei residui = 0.0056
“t-ratio” in parentesi. (16.8)

Quali sono i corrispondenti coefficienti della funzione di produzione Cobb-Douglas relativa a


questa funzione di offerta?

16.6: L’effetto di un’imposta sui beni alimentari


Fino a questo momento abbiamo assunto che i beni alimentari siano esenti da imposte. Come viene
modificata la nostra analisi se rimuoviamo questa semplificazione? Cosa avviene se il governo
decide di introdurre un’imposta?

La situazione “pre-imposta” è descritta dall’analisi condotta in precedenza. Le equazioni di


domanda e offerta sono quelle stimate con il metodo delle variabili strumentali. Consideriamo
l’ultimo anno del periodo osservato. Nel 1999 i valori delle variabili esogene sono i seguenti:

NALL = 564368 PALL = 1.10043 PMAF = 83.7 NLI = 4.7 PUW = 115 QFOD =1.10621

Sostituendo questi valori nelle equazioni di domanda e offerta stimate, otteniamo la figura 16.5.

212
In corrispondenza dell’equilibrio iniziale (prima dell’imposta), i valori assunti dalle variabili RFOD
e PFOD sono rispettivamente 52832 e 1.076; valori molto simili a quelli assunti dalle due variabili
nel 1999: RFOD = 52277 e PFOD =1.105. Il motivo per cui questi valori non sono identici è che le
equazioni stimate di domanda e offerta non si sovrappongono esattamente ai dati reali alla base
della stima econometrica.

Assumiamo ora che venga introdotta un’imposta del 10% dalla quale consegue60 il nuovo equilibrio
tra domanda e offerta rappresentato nella figura 16.6.

60
Ora utilizziamo alcuni concetti che saranno esposti nel capitolo 27. Sarebbe utile una lettura preliminare di questo
capitolo prima di andare oltre in questo paragrafo.

213
In corrispondenza del nuovo equilibrio i venditori ricevono un prezzo inferiore e pari a 1.055; il
nuovo prezzo di equilibrio pagato dai consumatori è 1.160 (il 10% maggiore di quello pagato prima
dell’imposta). La differenza tra il prezzo vigente prima dell’imposta e il nuovo livello di prezzo
pagato dai consumatori (0.1055) per ogni unità di beni alimentari acquistata viene incamerata dal
governo. Nel nuovo equilibrio la quantità scambiata è pari a 52042 (con una riduzione del circa
1.5%). La riduzione della domanda è relativamente modesta perché la domanda di beni alimentari è
poco sensibile alle variazioni di prezzo. I consumatori subiscono le conseguenze negative
dell’imposta e il prezzo che pagano sale da 1.076 a 1.160, per un incremento percentuale pari a
circa il 7.8%. La diminuzione del prezzo ricevuto dai venditori è più modesto, riducendosi da 1.076
a 1.055 (per una diminuzione in termini percentuali dell’1.98%).

Per verificare le implicazioni dell’introduzione dell’imposta in termini di surplus di venditori e


compratori osserviamo la figura 16.7.

214
La perdita di surplus sofferta dai compratori è pari all’area compresa tra il prezzo vigente prima
dell’introduzione dell’imposta, il nuovo prezzo e la curva di domanda. Questa area è uguale
approssimativamente a (1.160-1.076) * (52042+52832)/2 = 4405, la sua misura esatta (ottenuta
calcolando l’integrale) è £4423m che, assumendo una popolazione di 55 milioni di abitanti,
equivale a £80 procapite a prezzi costanti 1995.

La perdita di surplus dei venditori è data dall’area compresa tra il prezzo ricevuto prima
dell’introduzione dell’imposta, il nuovo prezzo e la curva di offerta. Questa area è pari
approssimativamente a (1.076-1.055) * (52042+52832)/2 = 1101 e la sua misura esatta (ottenuta
calcolando l’integrale) è £1106m a prezzi costanti 1995. La perdita complessiva di surplus è di
£5529 a prezzi costanti 1995.

Il gettito complessivo - per 0.0155 su ognuna delle 52042 unità di beni alimentari scambiate - è pari
a £5,488 a prezzi costanti 1995. La differenza tra il gettito complessivo e la perdita totale di surplus
di compratori e venditori è di £41m e definisce la perdita netta della società, un concetto che verrà
discusso nel capitolo 27. La perdita netta della società è misurata dall’area compresa tra la curva di
offerta, la curva di domanda e la retta verticale tracciata in corrispondenza della nuova quantità.
Questa perdita risulta abbastanza contenuta perché la domanda di beni alimentari è poco sensibile
alle variazioni di prezzo.

16.7: Riassunto
In questo capitolo abbiamo applicato i concetti teorici, esposti nei capitoli precedenti, all’analisi
empirica delle curve di domanda e offerta. Abbiamo:
stimato la curva di domanda utilizzando la teoria economica e l’econometria;
stimato la curva di offerta utilizzando la teoria economica e l’econometria;
accennato ai problemi econometrici che si incontrano quando si analizza un sistema simultaneo di
equazioni;
Utilizzato le equazioni stimate di domanda e offerta per studiare le conseguenze dell’imposizione di
un’imposta.

215
16.8: Domande di verifica
(1) Spiegate perché la curve di domanda ed offerta stimate risultano soddisfacenti sia da un
punto di vista economico che statistico. (Questa è una domanda complessa, che richiede
la conoscenza di alcuni concetti chiave della metodologia della scienza economica,
tuttavia l’esercizio è sicuramente utile).
(2) Analizzate le stime dei coefficienti della curva di domanda presentate in questo capitolo
ed interpretatele come parametri della funzione di preferenza Stone-Geary. Ritenete che
questi parametri siano ragionevoli da un punto di vista economico?
(3) Analizzate le stime dei coefficienti della curva di offerta presentate in questo capitolo ed
interpretatele come parametri della funzione di produzione Cobb-Douglas. Ritenete che
questi parametri siano ragionevoli da un punto di vista economico?
16.9: Glossario dei termini tecnici

Una trattazione completa di tutti gli strumenti econometrici che sono stati usati in questo capitolo va
oltre gli obiettivi di questo testo. Se volete approfondire gli argomenti trattati dovete far riferimento
a qualche testo di econometria. Un buon libro di testo che spiega in maniera chiara i concetti chiave
è "A Guide to Econometrics" di Kennedy, P., edito dalla Blackwell, 4th edizione, 1998. In questo
paragrafo offriamo una presentazione discorsiva dei concetti chiave usati nel capitolo.

Iniziamo con il concetto di scatter diagram, il tipo di diagramma usato nelle figure 16.1 e 16.2.
Questo è semplicemente un grafico dove riportiamo, in un sistema di assi cartesiani, i valori di una
variabile X rispetto ad un’altra variabile Y. I punti riportati rappresentano le osservazioni di queste
variabili, quindi se abbiamo 52 osservazioni avremo 52 punti, uno per ogni osservazione. Questo ci
dà un scatter diagram bidimensionale. La retta di regressione che abbiamo stimato è la migliore
stima lineare passante per la nuvola di punti. In una semplice regressione con il metodo dei minimi
quadrati, il criterio per individuare la migliore approssimazione è dato dalla minimizzazione della
somma dei quadrati delle distanze tra i punti e la retta.

Ovviamente la retta di regressione non sarà solo una approssimazione della nuvola di punti (a meno
che non accada che tutte le osservazioni giacciano sulla retta di regressione, e questo non è il caso
dei nostri diagrammi). Può essere utile essere in grado di calcolare il livello di precisione della
nostra stima (cioè quanto bene la nostra retta ‘spiega’ le osservazioni). Ci sono diverse misure per
valutare l’accuratezza della nostra retta, una delle più usate è chiamata R2. Tale indice stima la
proporzione della varianza dati spiegati dalle nostra retta. Un R2 = 1 indica che la nostra retta spiega
esattamente i dati, mentre un R2 = 0 indica che la nostra retta non “spiega” affatto i dati61. Migliore
è l’approssimazione, più alto sarà il valore di R2. Una misura alternativa è la data dalla log-
likelihood, ma è troppo complicata per essere spiegata in questa sede. Anche in questo caso più è
alto il valore della log-likelihood migliore sarà l’approssimazione.

I coefficienti della retta di regressione sono le stime dei coefficienti della equazione teorica studiata.
Ovviamente, dal momento che la retta di regressione non è una approssimazione perfetta delle
osservazioni non ci si può attendere che i coefficienti stimati siano perfettamente uguali ai
coefficienti teorici. Ci sarà un margine di errore associato a queste stime. Lo standard error delle
stime è la misura di questo errore. Più piccolo è lo standard error e più precisa è la nostra stima.
Possiamo usare lo standard error per testare se il coefficiente della distribuzione teorica è uguale a
zero. Per far ciò basta dividere la nostra stima per il suo standard error e così otteniamo il t-ratio del
coefficiente. Se il t-ratio è sufficientemente grande possiamo rigettare l’ipotesi che il coefficiente

61
Abbiamo messo la parola spiega tra virgolette perché qui facciamo riferimento solo al suo significato statistico.

216
teorico sia uguale a zero. Cosa vuol dire sufficientemente grande dipende dal contesto, ma in prima
approssimazione un t-ratio più grande di 2 è sufficientemente grande. In questo caso diciamo che le
stime dei nostri coefficienti sono significativamente diverse da zero.

Tutto questo può essere generalizzato a stime di funzioni a più variabili, in particolare possiamo
generalizzare il concetto di miglior approssimazione. Questo concetto, così come definito qui sopra,
cioè come la minimizzazione della somma degli scarti quadratici, va sotto il nome di ordinary least
squares. Sotto certe assunzioni può essere dimostrato che questo metodo di stima è il miglior
metodo per stimare i coefficienti teorici. Queste assunzioni saranno verificate se le variabili
indipendenti che usiamo sono veramente indipendenti tra loro, se ciò non e vero allora le stime
ottenute con il metodo dei minimi quadrati saranno stime distorte (cioè i coefficienti stimati in
media non saranno uguali ai coefficienti teorici) ed anche inconsistenti (cioè il valore dei
coefficienti stimati non tenderanno verso i coefficienti teorici neanche quando si hanno a
disposizione un numero di informazione infinitamente grande). In questo caso altri metodi di stima
saranno da preferirsi. Per quel che riguarda il nostro esercizio di stima delle funzioni di domanda ed
offerta, il metodo dei minimi quadrati sarà appropriato se il prezzo (la variabile indipendente) è
realmente indipendente. Ma come ben sappiamo il prezzo si ottiene dall’intersezione tra domanda
ed offerta e quindi il livello dei prezzi non può essere realmente indipendente dalla domanda.
Quindi altri metodi di stima sarebbero più appropriati, ad esempio si può ricorrere all’utilizzo del
metodo delle variabili strumentali come abbiamo fatto in questo capitolo. Questo metodo utilizza
variabili che sono realmente indipendenti per stimare le funzioni di domanda ed offerta. Ma in
questa appendice non ci sembra opportuno entrare in maggiori dettagli, che possono essere trovati
nel testo di Kennedy.

Appendice: Dati e fonte dei dati statistici


YEAR NLI NALL RALL RFOD NFOD PALL PFOD PMAF PUW
1948 . 8417 142958 32737 2320 0.0589 0.0708 . .
1949 . 8771 145251 33977 2508 0.0604 0.0738 . .
1950 . 9257 149082 35572 2758 0.0621 0.0775 . .
1951 . 9998 147049 34938 3022 0.0680 0.0864 . .
1952 . 10526 147017 30760 2824 0.0716 0.0918 . .
1953 . 11226 153393 32533 3122 0.0732 0.0959 . .
1954 . 11906 159716 33210 3295 0.0745 0.0992 . .
1955 . 12832 166245 34385 3585 0.0772 0.1042 . .
1956 . 13494 167041 34941 3787 0.0808 0.1083 . .
1957 . 14227 170434 35466 3928 0.0834 0.1107 . .
1958 . 15013 175182 35893 4028 0.0856 0.1122 . .
1959 . 15802 182697 36580 4157 0.0864 0.1136 . .
1960 . 16573 189586 37366 4225 0.0874 0.1130 . .
1961 . 17422 193663 37985 4366 0.0899 0.1149 . .
1962 . 18438 197837 38366 4560 0.0931 0.1188 . .
1963 5.30 19565 206304 38568 4689 0.0948 0.1215 . .
1964 5.80 20868 212644 39041 4889 0.0981 0.1252 . .
1965 6.43 22151 215002 39016 5059 0.1030 0.1296 . .
1966 6.91 23391 218707 39445 5297 0.1069 0.1342 . .
1967 6.80 24579 223851 40094 5485 0.1098 0.1368 . .
1968 7.54 26451 230135 40303 5696 0.1149 0.1413 . .
1969 9.05 28054 231201 40418 6035 0.1213 0.1493 . .

217
1970 9.21 30547 237739 40824 6429 0.1284 0.1574 . .
1971 8.85 34250 245429 40861 7105 0.1395 0.1738 . .
1972 8.90 38780 261277 40789 7614 0.1484 0.1866 . .
1973 10.71 44360 275705 41770 8751 0.1608 0.2095 . .
1974 14.77 51126 271228 41038 10028 0.1884 0.2443 32.0 .
1975 14.39 62881 270421 41050 12313 0.2325 0.2999 35.3 .
1976 14.43 73060 271477 41484 14459 0.2691 0.3485 44.3 .
1977 12.73 83504 270434 41126 16596 0.3087 0.4035 50.5 .
1978 12.47 96368 284901 41879 18373 0.3382 0.4387 50.5 .
1979 12.99 114458 297453 42812 20988 0.3847 0.4902 59.0 43.4
1980 13.78 132663 297256 42866 23655 0.4462 0.5518 69.3 53.0
1981 14.74 147120 297237 42591 24946 0.4949 0.5857 78.5 58.2
1982 12.88 160997 299810 42694 26490 0.5369 0.6204 83.4 66.7
1983 10.80 176881 313648 43416 28061 0.5639 0.6463 88.1 67.7
1984 10.69 189244 319357 42676 29274 0.5925 0.6859 96.6 70.0
1985 10.62 206600 331404 43213 30657 0.6234 0.7094 96.6 74.0
1986 9.87 228848 353831 44572 32574 0.6467 0.7308 81.0 76.9
1987 9.47 251143 372601 45709 34402 0.6740 0.7523 82.6 78.6
1988 9.36 283425 400427 46745 36491 0.7078 0.7806 84.5 80.8
1989 9.58 310493 413498 47538 39143 0.7508 0.8234 89.1 84.8
1990 11.08 336492 415788 47055 41817 0.8092 0.8886 88.5 90.4
1991 9.92 357785 408309 47114 44044 0.8762 0.9348 86.6 94.8
1992 9.12 377147 410026 47664 45193 0.9198 0.9481 86.3 95.0
1993 7.87 399108 420081 48282 46334 0.9500 0.9596 90.2 94.8
1994 8.05 419262 431462 48931 47122 0.9717 0.9630 91.9 95.3
1995 8.26 438453 438453 49274 49274 1.0000 1.0000 100.0 100.0
1996 8.10 467841 454686 50931 52513 1.0289 1.0310 98.8 105.4
1997 7.09 498307 472701 51786 53188 1.0541 1.0270 90.6 109.2
1998 5.45 530851 491378 51627 53789 1.0803 1.0418 82.5 114.6
1999 4.70 564369 512864 52277 54862 1.1004 1.0494 83.7 115.0

Serie storiche grezze


ABPB Spesa delle famiglie: Spesa totale delle famiglie in beni di consumo (p.correnti) NALL
ABPF Spesa delle famiglie: Spesa totale delle famiglie in beni di consumo: RALL
(p.costanti 1995)
CCBM Spesa delle famiglie: Spesa delle famiglie in beni alimentari (p. costanti 1995) RFOD

CCDW Spesa delle famiglie: Spesa delle famiglie in beni alimentari (p. correnti) NFOD

AJLX BGS : tasso di interesse nominale di lungo periodo (20 anni) NLI

LNNK UWC : per l’intera economia (1995=100) PUW

PLKW PPI: 6292000000: acquisti di “Mat. prime e comb.” Dell’ind. Manifatturiera PMAF

218
Serie storiche elaborate
Indice dei prezzi totale NALL/RALL PALL
Indice dei prezzi dei beni alimentari NFOD/RFOD PFOD
Indice dei prezzi dei non beni alimentari (NALL-NFOD)/(RALL-RFOD) QFOD

Valore delle variabili al 1999


NALL 564369
PALL 1.10043
PMAF 83.7
NLI 4.7
PUW 115
PFOD 1.104945
RFOD 52277
QFOD 1.106

219
Capitolo 17: Aggregazione

17.1: Introduzione
In questo capitolo introduciamo dei concetti strumentali all’analisi contenuta nel prosieguo del
testo. Studiamo la procedura di aggregazione delle funzioni di domanda e offerta individuali, le cui
proprietà sono state discusse nei capitoli precedenti. L’analisi aggregata di domanda e offerta
diventa necessaria se si vuol rendere le nostre conclusioni coerenti con la presenza di un “gran
numero” di individui e, in tal modo, avvicinarle il più possibile al mondo reale; è necessario, in altri
termini, aggregare i risultati che abbiamo ottenuto finora per un livello di analisi individuale.

La procedura di aggregazione può essere scomposta in due fasi. La prima consiste nella semplice
aggregazione delle funzioni di domanda e offerta individuali. In primo luogo, dunque, ci chiediamo
come debba avvenire l’aggregazione delle funzioni di domanda e offerta dei singoli soggetti e se le
rispettive funzioni aggregate posseggano le stesse proprietà delle funzioni individuali. La seconda
fase è forse meno intuitiva della prima ed ha per oggetto l’aggregazione del surplus. L’obiettivo è
quello di verificare che il surplus misurato a partire dalle funzioni ottenute a livello aggregato
equivalga alla sommatoria dei singoli surplus ricavati dalle relative funzioni individuali.

Per semplicità di esposizione, considereremo il caso di due soli individui (A e B). La procedura di
aggregazione che esponiamo, tuttavia, può essere estesa al caso di un numero maggiore di agenti,
semplicemente generalizzando il caso esemplificativo considerato.

17.2: Aggregazione della domanda


Iniziamo dal più semplice dei casi, quello di un bene discreto per il quale, come si ricorderà, la
domanda è una funzione a gradini con un salto in corrispondenza di ogni livello del prezzo di
riserva.

Assumiamo che l’individuo A sia disposto ad acquistare fino a 3 unità del bene, con prezzi di
riserva pari a 10, 5 e 1 rispettivamente per la prima, la seconda e la terza unità del bene stesso. La
corrispondente funzione di domanda di A è rappresentata nella figura 17.1.

Assumiamo che l’individuo B sia disposto a comprare fino a 2 unità dello stesso bene con prezzi di
riserva pari a 8 e 4, rispettivamente per la prima e la seconda unità di bene. La funzione di domanda
di B è rappresentata nella figura 17.2.

222
Le quantità di bene domandate da A e B sono misurate sull’asse delle ascisse. Di conseguenza, per
ottenere la funzione di domanda aggregata dei due individui, è sufficiente sommare in direzione
orizzontale le quantità domandate a livello individuale in corrispondenza di ciascun livello di
prezzo. La somma delle quantità domandate da A e B per ogni livello di prezzo rappresenta la
domanda aggregata. Ad esempio, se il prezzo è pari a 5, A e B domandano rispettivamente 2 e 1
unità e la domanda aggregata è pari a 3. Seguendo lo stesso criterio per ogni livello di prezzo,
otteniamo la funzione di domanda aggregata rappresentata nella figura 17.3.

L’aggregazione della domanda può avvenire anche a partire dai valori dei prezzi di riserva dei due
individui (10, 5 e 1 per A, e 8 e 4 per B), dopo averli ordinati in senso decrescente: 10, 8, 5, 4 e 1.
Seguendo questo criterio, infatti, deriviamo la stessa funzione di domanda aggregata rappresentata
nella figura 17.3: una funzione a gradini con un salto in corrispondenza di ogni livello di prezzo di
riserva. Notiamo che la domanda aggregata ha la stessa forma delle due funzioni di domanda di A e
B.

Un altro caso in cui la funzione di domanda assume la stessa forma a livello aggregato e a livello
individuale è quello di domande individuali con identica intercetta verticale. Ad esempio, se le
funzioni di domanda di A e B sono rispettivamente qA = 10 – p e qB = 20 – 2p, per entrambi gli
individui la domanda si annulla quando il prezzo è pari a 10, e la domanda aggregata è data da Q =
qA + qB = (10 – p) + (20 – 2p) = 30 – 3p. Di conseguenza, anche la domanda aggregata si annulla
quando il prezzo è uguale a 10, assumendo la stessa forma delle funzioni di domanda individuali.

Il caso più generale di funzioni di domanda lineari, tuttavia, dimostra come non sempre la domanda
aggregata abbia forma identica alle funzioni di domanda dei singoli individui. Per verificarlo,
consideriamo un esempio grafico e ipotizziamo una funzione di domanda lineare per A (figura
17.9).

223
e ipotizziamo che anche B abbia una funzione di domanda lineare (figura 17.10).

Ricordiamo che le quantità domandate da ciascun individuo vanno sommate in direzione


orizzontale per ottenere la domanda aggregata. Nel nostro esempio, A non partecipa allo scambio
per qualsiasi livello di prezzo maggiore o uguale a 10, mentre B non acquista nessuna unità di bene
per prezzi maggiori o uguali a 7. Di conseguenza, per un prezzo compreso tra 7 e 10, solo A
acquista il bene e la funzione di domanda aggregata coincide con la domanda di A. Se il prezzo è
minore di 7, anche B partecipa allo scambio e si ricava la funzione di domanda aggregata
rappresentata nella figura 17.1162. Osserviamo che il punto d’angolo in corrispondenza di un prezzo
pari a 7 indica il punto a partire dal quale B decide di partecipare allo scambio.

62
Per prezzi minori di 7, le domande di A e B sono lineari nel prezzo e, di conseguenza, è lineare anche la domanda
aggregata.

224
Concludendo, anche se le due funzioni di domanda individuali sono entrambe lineari, la domanda
aggregata è una spezzata: una forma diversa da quella delle funzioni di domanda di A e B.

E’ da notare che, sebbene nei nostri esempi la domanda aggregata dipenda solo dal prezzo del bene,
più in generale, essa è anche funzione dei redditi di tutti gli individui e, solo in casi molto
particolari, del prezzo del bene e del reddito aggregato degli agenti. Il seguente esempio algebrico
chiarirà questo concetto. Consideriamo i due beni 1 e 2 scambiati ai prezzi p1 e p2 e due individui A
e B con redditi mA e mB. Definiamo le domande dei due individui per i due beni nel solito modo per
cui, ad esempio, q1A rappresenta la domanda di A per il bene 1. Le funzioni di domanda dei due
individui per il bene 1 sono date dall’equazione (17.1).

q1A = f1A(p1, p2, mA)


q1B = f1B(p1, p2, mB) (17.1)

Le domande di A e B per il bene 2 vengono definite in maniera analoga. La forma esplicita delle
funzioni f1(.) e f2(.) dipende dal tipo di preferenze individuali. La domanda aggregata del bene 1
viene definita come segue:

Q1 = q1A + q1B = f1(p1, p2, mA) + f2(p1, p2, mB) (17.2)

Solo in casi particolari la funzione di domanda aggregata viene definita dall’equazione (17.3).

Q1 = f1(p1, p2, m) (17.3)

dove m = mA + mB rappresenta il reddito totale dei due individui.

Una di queste eccezioni si verifica quando le funzioni individuali sono lineari in tutte le variabili e
hanno coefficiente del reddito di identico valore. In tal caso, avremo le seguenti domande
individuali:

q1A = a0 + a1p1 +a2p2+ cmA


q1B = b0 + b1p1 +b2p2 + cmB (17.4)

e la domanda aggregata riportata nell’equazione (17.5).

Q1 = (a0 + b0) + (a1 + b1) p1 + (a2 + b2) p2 + cm (17.5)

Per domande individuali lineari, dunque, la distribuzione del reddito totale tra i due individui non
influenza la forma della domanda aggregata. Il motivo dell’indipendenza della domanda aggregata
dalla distribuzione del reddito è molto semplice. La riduzione della domanda di A che si verifica a
seguito di un trasferimento monetario da A a B, infatti, viene sempre compensata da un incremento
della domanda di B dello stesso ammontare. Viceversa, quando le funzioni di domanda individuali
hanno coefficienti del reddito di grandezza diversa, la domanda aggregata dipende non solo dal
reddito complessivo, ma anche dalla sua distribuzione tra i due individui.

17.3: Aggregazione del surplus del consumatore


Poniamoci la seguente domanda: le proprietà del surplus del consumatore sono valide anche in
aggregato? A ben ricordare, per beni discreti, abbiamo già risposto a questa domanda. Assumiamo
che le funzioni di domanda individuali siano le stesse del paragrafo precedente e supponiamo che A
e B possano acquistare qualsiasi quantità del bene per un prezzo pari a 4. Quante unità di bene
domanderanno i due individui e quale surplus produrrà lo scambio? Se il prezzo è 4, A domanda 2

225
unità di bene, ottenendo surplus di 6 e 1 rispettivamente per la prima e la seconda unità di bene (i
prezzi di riserva di A sono 10, 5 e 1). Il surplus che A ottiene dallo scambio, dunque, è 7.
Analogamente, B domanda 1 o 2 unità di bene ottenendo un surplus di 4 sulla prima unità e di 0
sulla seconda (i prezzi di riserva di B sono 8 e 4), per un surplus complessivo di 4. Di conseguenza,
quando il prezzo è 4, il surplus aggregato è 11.

Alternativamente, il surplus aggregato può essere calcolato a partire dalla curva di domanda
aggregata rappresentata in figura 17.3. La misura del surplus è quella usuale – l’area compresa tra il
prezzo pagato e la curva di domanda aggregata – come mostra la figura 17.15.

La somma delle aree rappresentate in figura 17.15 è pari a 6 + 4 + 1 + 0 = 11: lo stesso valore del
surplus aggregato ottenuto in precedenza. Questo risultato è abbastanza ovvio: si verifica un salto in
corrispondenza di ogni valore dei prezzi di riserva e la differenza tra il prezzo di riserva e il prezzo
pagato rappresenta il surplus (o profitto) per ogni unità di bene.

Conoscenze matematiche di base permettono di concludere facilmente che l’equivalenza tra le due
procedure di calcolo del surplus aggregato si verifica indipendentemente dalla forma della domanda
aggregata. Infatti, l’aggregazione della domanda si ottiene sommando orizzontalmente le quantità
domandate dai due individui e lo stesso deve verificarsi anche per le aree sottostanti le curve di
domanda individuali.

A riprova di ciò, assumiamo che A e B abbiano le domande lineari dell’esempio esposto nel
paragrafo precedente (figura 17.11) e ipotizziamo un prezzo pari a 4. Che surplus ottiene A dallo
scambio? L’area compresa tra il prezzo pagato e la curva di domanda di A rappresentata nella figura
17.9 (un triangolo con base 6 e altezza 6) è pari a 18. Allo stesso modo, il surplus di B è misurato
dall’area compresa tra il prezzo e la curva di domanda di B della figura 17.10 (un triangolo con base
6 e altezza 3) ed è pari a 9. Concludendo, il surplus aggregato è pari a 18 + 9 = 27.

Dalla funzione di domanda aggregata (figura 17.11), infine, ricaviamo il surplus aggregato
misurando l’ampiezza dell’area compresa tra il prezzo pagato e la curva di domanda aggregata
(figura 17.22).

226
Essa è pari alla somma dei due triangoli che si ottengono prolungando il primo tratto della domanda
aggregata fino alla linea tratteggiata in corrispondenza del prezzo di 4. Il triangolo sulla sinistra ha
base 6 e altezza 6 e quello sulla destra ha base 6 e altezza 3 (cosa vi ricordano questi risultati).
L’area totale è data da ½ x 6 x 6 + ½ x 6 x 3 = 27 esattamente come prima. Il risultato che abbiamo
ottenuto può essere così enunciato:

Il surplus aggregato del consumatore, calcolato a partire dalla domanda aggregata nel modo
usuale (calcolando l’area compresa tra il prezzo pagato e la curva di domanda aggregata)
equivale al surplus aggregato del consumatore calcolato come sommatoria dei surplus individuali.

Ovvero, più semplicemente,

L’aggregazione del surplus del consumatore equivale al surplus aggregato del consumatore.

Questa conclusione è molto importante in quanto implica che l’unica informazione necessaria al
calcolo del surplus aggregato (tralasciando lo studio della distribuzione del surplus tra i due
individui) è la domanda aggregata, indipendentemente dalla forma delle funzioni di domanda
individuali.

17.4: Aggregazione dell’offerta


In questo paragrafo le considerazioni svolte al paragrafo 17.2 vengono estese per analogia
all’analisi dell’offerta. Il lettore che abbia trovato banale quell’analisi, può evitare di leggere questo
paragrafo, incluso nel capitolo solo per ragioni di completezza di esposizione.

Come nel paragrafo 17.2, iniziamo dal caso di un bene discreto, per il quale l’offerta prende la
forma di una funzione a gradini con un salto in corrispondenza di ogni livello del prezzo di riserva.

Assumiamo che l’individuo A sia disposto a vendere fino a 3 unità del bene e abbia i seguenti
prezzi di riserva: 3, 4 e 12 rispettivamente per la prima, la seconda e la terza unità del bene stesso.
La corrispondente funzione di offerta è rappresentata nella figura 17.24.

227
Assumiamo che l’individuo B sia disposto a vendere fino a 2 unità del bene e che i suoi prezzi di
riserva siano 6 e 9 rispettivamente per la prima e la seconda unità del bene stesso. La funzione di
offerta di B è rappresentata nella figura 17.25:

Le quantità di bene offerte da A e B sono misurate sull’asse delle ascisse e, per aggregare l’offerta
dei due individui, è sufficiente sommare in direzione orizzontale le quantità offerte individualmente
per ogni livello di prezzo. L’aggregazione dell’offerta, dunque, avviene come segue: si individuano
le quantità offerte da A e B per ogni livello di prezzo e la loro somma rappresenta l’offerta
aggregata. Ad esempio, per un prezzo di 7, A e B offrono rispettivamente 2 e 1 unità di bene e
l’offerta aggregata è 3. Seguendo la stessa procedura per ogni livello di prezzo, si ottiene la
funzione di offerta aggregata della figura 17.26.

228
I prezzi di riserva di A e B ordinati in senso crescente sono 3, 4, 6, 9 e 12 e, come risulta dalla
figura 17.26, l’offerta aggregata è una funzione a gradini con un salto per ognuno di questi valori: la
stessa forma delle funzioni di offerta di A e B.

Quando le funzioni di offerta di A e B hanno lo stesso valore di intercetta verticale, l’offerta


aggregata ha la stessa forma di quella dei due individui. Per verificarlo, illustriamo il seguente
esempio algebrico. Supponiamo che A e B abbiano funzioni di offerta qA = p – 2 e qB = 2p – 4.
L’offerta di entrambi gli individui, dunque, si annulla quando il prezzo è uguale a 2. L’offerta
aggregata è Q = qA + qB =(p – 2) + (2p – 4) = 3p – 6. Di conseguenza, anche l’offerta aggregata si
annulla per un prezzo di 2. Ecco un altro esempio di funzioni di offerta che assumono la stessa
forma a livello individuale e aggregato.

Tuttavia, in analogia con la domanda aggregata, non sempre l’offerta aggregata ha la stessa forma
delle funzioni di offerta dei due individui. Consideriamo, infatti, il seguente esempio di offerte
individuali lineari. Ipotizziamo che le funzioni di offerta di A e B siano quelle rappresentate
rispettivamente nelle figure 17.32 e 17.33.

Osservando tali funzioni di offerta, notiamo che A non inizia a vendere finché il prezzo non è
almeno uguale a 4, mentre B non vende nessuna unità di bene per prezzi inferiori a 2. Di
conseguenza, per un prezzo compreso tra 2 e 4, solo B partecipa allo scambio e l’offerta aggregata
coincide con l’offerta di B. Viceversa, se il prezzo è maggiore di 4, sia A che B partecipano allo
scambio e la corrispondente offerta aggregata è rappresentata nella figura 17.3463.

63
Se il prezzo è maggiore di 4, le offerte di A e B sono lineari nel prezzo e, di conseguenza, è lineare anche l’offerta
aggregata.

229
Il punto d’angolo in figura si trova in corrispondenza del livello minimo di prezzo al quale A
sceglie di partecipare allo scambio. Notiamo che anche se le offerte dei due individui sono lineari,
l’offerta aggregata è una spezzata. L’offerta aggregata, dunque, assume una forma diversa da quelle
degli individui A e B.

Infine, è importante sottolineare che in generale l’offerta aggregata è funzione non solo del prezzo
del bene ma anche del livello di reddito di tutti gli individui e, solo in alcuni casi particolari, essa è
funzione del prezzo del bene e del reddito aggregato. Chiariamo questo concetto con un esempio
algebrico, ipotizzando che i due beni 1 e 2 siano scambiati ai prezzi p1 e p2 e che i due individui A e
B dispongano di un reddito pari rispettivamente a mA e mB. Le funzioni di offerta di A e B per il
bene 1 sono definite rispettivamente da:

q1A = f1A(p1, p2, mA) e q1B = f1B(p1, p2, mB) (17.6)

Le funzioni di offerta dei due individui per il bene 2 vengono definite in maniera analoga. f1(.) e
f2(.) sono funzioni le cui proprietà dipendono dalle preferenze individuali. In aggregato, l’offerta del
bene 1 viene definita da:

Q1 = q1A + q1B = f1(p1, p2, mA) + f2(p1, p2, mB) (17.7)

e solo in alcuni casi particolari da:

Q1 = f1(p1, p2, m) dove m = mA + mB (17.8)

rappresenta il reddito aggregato dei due individui.

Una di queste eccezioni si verifica per offerte individuali lineari e con coefficienti del reddito di
identico valore. In questo caso abbiamo:

q1A = a0 + a1p1 +a2p2+ cmA e q1B = b0 + b1p1 +b2p2 + cmB (17.9)

e, di conseguenza, l’offerta aggregata è definita da:

Q1 = (a0 + b0) + (a1 + b1) p1 + (a2 + b2) p2 + cm (17.10)

230
In altri termini, l’offerta aggregata non viene influenzata dalla distribuzione del reddito tra i due
individui e ciò si verifica perché un trasferimento di moneta da A a B ha per conseguenza un
aumento dell’offerta di A che viene compensata da una riduzione dell’offerta di B dello stesso
ammontare. Viceversa, per funzioni di offerta individuali con coefficienti del reddito di diverso
valore, l’offerta aggregata dipende non solo dal reddito totale degli individui, ma anche dalla sua
distribuzione tra A e B.

17.5: Aggregazione del surplus del produttore


Estendiamo ora per analogia l’analisi svolta al paragrafo 17.3 al lato dell’offerta di mercato.
L’avvertenza per il lettore contenuta all’inizio del paragrafo 17.4 è valida anche in questo caso.

Le proprietà del surplus del produttore sono valide anche a livello aggregato? Per beni discreti,
sappiamo già che la risposta è “si”. Assumiamo le funzioni di offerta individuali del primo esempio
del paragrafo precedente e supponiamo che gli individui A e B siano disposti a vendere qualsiasi
quantità del bene al prezzo di 8. Quante unità di bene offrono e quale surplus ottengono i due
individui a questo prezzo? A offre 2 unità beneficiando di un surplus di 5 e 4 rispettivamente per la
prima e la seconda unità di bene (i prezzi di riserva di A sono 3, 4 e 12). Ciò implica un surplus
complessivo di 9. B offre 1 unità e ottiene un surplus di 2 (i prezzi di riserva di B sono 6 e 9). In
aggregato, il surplus di A e B è 11.

Ora calcoliamo il surplus nel modo usuale a partire dalla curva di offerta aggregata della figura
17.26. Il surplus aggregato è misurato dall’area compresa tra il prezzo pari a 8 e l’offerta aggregata
disegnata nella figura 17.38.

La somma delle aree rappresentate in figura è data da 5 + 4 + 2 = 11, ovvero, il valore di surplus
aggregato calcolato in precedenza. Come osservato per il surplus del consumatore, ricordiamo che
questo risultato è scontato se si pensa che le curve di offerta presentato un salto in corrispondenza di
ogni prezzo di riserva e che la differenza tra il prezzo di riserva e il prezzo ricevuto misura il
surplus o profitto per ogni unità di bene.

Consideriamo ora il caso di offerte individuali lineari come nell’esempio del paragrafo precedente e
assumiamo un prezzo pari a 8. Quale surplus ottiene A dallo scambio? Tale surplus è misurato
dall’area compresa tra il prezzo ricevuto e la curva di offerta di A (un triangolo con base 12 e
altezza 4) e, come illustrato nella figura 17.32, è pari a 24. In maniera analoga, il surplus di B è
misurato dall’area compresa tra il prezzo ricevuto e la curva di offerta di B (un triangolo con base
12 e altezza 6) e, come risulta dalla figura 17.33, è pari a 36. Concludendo, il surplus aggregato è
(24 + 36) = 60.

231
Ora ricaviamo il surplus aggregato a partire dall’offerta aggregata (figura 17.34) calcolando
l’ampiezza dell’area compresa tra il prezzo ricevuto e l’offerta aggregata.

Quanto misura quest’area? Essa è uguale alla somma dei due triangoli che si ottengono prolungando
il primo tratto dell’offerta aggregata fino a raggiungere la linea tratteggiata in corrispondenza del
prezzo di 8 (figura 17.45). Il triangolo sulla sinistra ha base 12 e altezza 6 e quello sulla destra ha
base 12 e altezza 4. L’area totale è dunque pari a ½ x 12 x 6 + ½ x 12 x 4 = 60 – esattamente come
prima, quindi possiamo dire:

Il surplus aggregato del produttore calcolato a partire dall’offerta aggregata nel modo usuale
(calcolando l’area compresa tra il prezzo ricevuto e la curva di offerta aggregata) equivale al
surplus aggregato del venditore calcolato come sommatoria dei surplus individuali.

Ovvero, più semplicemente,

L’aggregazione del surplus del produttore equivale al surplus aggregato del produttore.

Così come osservato per il surplus aggregato del consumatore l’unica informazione necessaria al
calcolo del surplus aggregato (se non si è interessati anche allo studio della distribuzione del surplus
tra i due produttori) è l’offerta aggregata, qualsiasi sia la forma delle funzioni di offerta individuali.

17.6: Riassunto
L’importanza di questo capitolo risiede nell’aver esteso i concetti chiave delle proprietà del surplus
alle funzioni aggregate di domanda e offerta.

La curva di domanda aggregata si ottiene sommando orizzontalmente le domande individuali.

La curva di domanda aggregata può assumere una forma diversa da quella delle curve di domanda
individuali.

Il surplus aggregato del consumatore, misurato dall’area compresa tra la curva di domanda
aggregata e il prezzo pagato, è sempre uguale alla sommatoria dei surplus individuali dei
consumatori.

La curva di offerta aggregata si ottiene sommando orizzontalmente le offerta individuali.

La curva di offerta aggregata può assumere una forma diversa da quella delle curve di offerta
individuali.
232
Il surplus aggregato del produttore, misurato dall’area compresa tra la curva di offerta aggregata
e il prezzo ricevuto, è sempre uguale alla sommatoria dei surplus individuali dei produttori.

17.7: Domande di verifica


(1) Costruisci due esempi di curve di domanda lineari (con intercetta differenti) e deriva, da
queste, la curva di domanda aggregata. Successivamente scegli un livello di prezzo e
calcola sia il surplus dei singoli individui che il surplus della società. Verifica,
numericamente, i risultati ottenuti in questo capitolo.
(2) Costruisci due esempi di curve di offerta lineari (con intercette differenti) e deriva da
queste la curva di offerta aggregata. Successivamente scegli un livello di prezzo e
calcola sia il surplus dei singoli individui che il surplus della società. Verifica,
numericamente, i risultati ottenuti in questo capitolo.
(3) Se vuoi, e se ti piace la matematica, puoi mostrare che questi risultati, riguardanti
l’aggregazione del surplus, sono validi indipendentemente dal numero di individui

233
Capitolo 18: Preferenze e tecnologie rivelate

18.1: Introduzione
Questo capitolo si compone di due parti. La prima ha per oggetto le preferenze del consumatore, la
seconda la tecnologia dell’impresa. Gli elementi di teoria esposti nelle due parti sono
concettualmente identici. In entrambi i casi, infatti, studiamo come l’evidenza empirica possa essere
utilizzata da un lato per testare alcune ipotesi teoriche, dall’altro per inferire sia le proprietà delle
preferenze del consumatore (nella prima parte) che le proprietà della tecnologia dell’impresa (nella
seconda parte). La seconda di queste finalità è stata già discussa in precedenza. Abbiamo studiato la
definizione del tipo di preferenze (e tecnologie) sulla base dell’osservazione di dati reali64. Ora
studiamo un metodo per testare direttamente le ipotesi sottostanti le teorie del consumatore e
dell’impresa. La maggioranza degli economisti potrebbe obiettare che tali ipotesi sono alla base
della definizione stessa di “comportamento razionale” degli agenti economici e che perciò debbano
essere accettate come valide. Questa considerazione però può essere forviante se l’evidenza
empirica tende a confutarla.

L’obiettivo principale della nostra analisi riguarda la verifica empirica di ipotesi teoriche sulla base
dell’osservazione del comportamento individuale. Un certo scetticismo su questo tipo di approccio
può essere giustificato da due considerazioni: (1) ogni teoria è falsa dal punto di vista empirico (per
definizione, infatti, ogni teoria fornisce solo un’approssimazione della realtà); (2) spesso gli
individui commettono degli errori quando sono chiamati a prendere una decisione. E’ evidente che
le argomentazioni (1) e (2) sono in stretta relazione tra loro. Infatti, è proprio perché gli individui
sono soliti commettere errori che la teoria non può fare altro che fornire una rappresentazione
approssimativa della realtà (a meno che non si disponga di una teoria capace di descrivere
compiutamente come gli individui commettano errori – il ché è impossibile per definizione).

Premesso ciò, questo capitolo studia la procedura di inferenza delle preferenze e delle tecnologie
sulla base dell’osservazione del comportamento individuale di consumatori e imprese, iniziando con
l’analisi dell’inferenza diretta per poi passare a quella di tipo indiretto.

18.2: Inferenza diretta sulle preferenze


In questo paragrafo forniamo una risposta alla seguente domanda: cosa si può inferire sulle
preferenze a partire dall’osservazione della domanda? Iniziamo con un semplice esempio, nel quale
assumiamo di disporre di informazioni relative alla domanda di un individuo in due scenari
alternativi. Supponiamo di avere a disposizione due osservazioni, ognuna delle quali è associata ad
un scenario alternativo. Nel primo, l’individuo ha un reddito di 80 e i beni 1 e 2 vengono scambiati
ai prezzi 2 e 1. Nel secondo, il reddito resta invariato, ma i prezzi dei due beni diventano 1 e 2. Se
osserviamo che l’individuo domanda 10 unità del bene 1 e 60 del bene 2 nel primo scenario e 60
unità del bene 1 e 10 del bene 2 nel secondo scenario, otteniamo la rappresentazione grafica
riportata nella figura 18.1:

64
E’ bene ricordare che: (1) nel caso di beni perfetti sostituti, la domanda per uno dei due beni è sempre nulla; (2) per
beni perfetti complementi, il rapporto tra le quantità domandate dei due beni è sempre costante; (3) per preferenze di
tipo Cobb-Douglas il rapporto tra le spese totali nei due beni è sempre costante.

234
Alla prima osservazione è associato il vincolo di bilancio che unisce i punti (40, 0) e (0, 80). Con un
reddito di 80 e prezzi pari a 2 e 1 per i beni 1 e 2, il consumatore può acquistare 40 unità del bene 1
e 0 unità del bene 2, 0 unità del bene 1 e 80 unità del bene 2, o scegliere qualsiasi altra
combinazione intermedia di consumo. Tale retta di bilancio deriva dall’avere osservato che nel
primo scenario l’individuo acquisterebbe 10 unità del bene 1 e 60 del bene 2 (la combinazione di
consumo indicata con “1” in figura). Viceversa, il vincolo di bilancio associato alla seconda
osservazione è rappresentato dalla retta che unisce i punti (80, 0) e (0, 40): dato un reddito
monetario di 80 e prezzi 1 e 2 per i beni 1 e 2, l’individuo può acquistare 80 unità del bene 1 e 0
unità del bene 2, 0 unità del bene 1 e 40 unità del secondo bene, o qualsiasi altra combinazione
intermedia dei due beni. Dunque, dovendo rispettare questo vincolo di bilancio, l’individuo
acquisterebbe 60 unità del bene 1 e 10 unità dell’altro bene, ovvero, la combinazione di consumo
indicata con “2” in figura.

Ora testiamo l’ipotesi teorica in base alla quale le preferenze individuali sottostanti le due domande
osservate siano rappresentate da curve di indifferenza strettamente convesse. Se questa assunzione
fosse vera, cosa potremmo inferire? E, ancora più importante, le deduzioni che potremmo trarre
sono coerenti tra loro o no? Nel caso non lo fossero, l’ipotesi di preferenze strettamente convesse
andrebbe rigettata.

Data l’ipotesi di preferenze strettamente convesse, cosa inferiamo dall’osservazione del


comportamento individuale? Nel primo scenario, l’individuo sceglie di collocarsi nel punto “1”,
sebbene abbia la possibilità di scegliere qualsiasi altra combinazione di consumo compresa nel
triangolo con vertici (0, 0), (40, 0) e (0, 80). Di conseguenza, deduciamo che la combinazione “1” è
preferita a tutte le altre comprese nel triangolo. Questa è una conclusione molto forte, in quanto
implica l’esistenza di una curva di indifferenza strettamente convessa e tangente al vincolo di
bilancio nel punto “1”. In base alla seconda osservazione, notiamo che l’agente potrebbe consumare
tutte le combinazioni appartenenti al triangolo con vertici (0, 0), (80, 0) e (0, 40), ma sceglie la
combinazione di consumo “2” che, dunque, si rivela strettamente preferita a tutte le altre
combinazioni acquistabili. Ancora una volta, dobbiamo sottolineare la forza di una tale conclusione:
deve esistere una curva di indifferenza strettamente convessa e tangente al vincolo di bilancio nel
punto “2”.

Domandiamoci ora se le nostre deduzioni basate sull’osservazione dei due scenari alternativi sono
coerenti tra loro. La risposta è “si”: non esiste contraddizione tra le scelte dell’individuo nei due
scenari osservati. Per convincerci della coerenza delle nostre previsioni circa le preferenze,
domandiamoci se è possibile disegnare una mappa di curve di indifferenza (che non si intersechino
mai) che sia coerente con le nostre deduzioni. Ancora una volta la risposta è “si”. Tuttavia, è facile
notare che non esiste un’unica mappa delle preferenze capace di descrivere le preferenze
dell’individuo. Di conseguenza, non è possibile disegnare una mappa di curve di indifferenza che
235
permetta di concludere univocamente quale delle due combinazioni “1” e “2” sia preferita all’altra.
In altri termini, a seconda della forma della mappa, “1” può risultare preferita a “2” o viceversa. Le
informazioni a nostra disposizione, dunque, non ci permettono di inferire quale tra “1” e “2” sia la
combinazione preferita dall’individuo del quale abbiamo osservato il comportamento. Infatti,
quando viene scelta la combinazione “1”, “2” non può essere acquistata (non è inclusa nell’area
sottostante il vincolo di bilancio associato alla prima osservazione); analogamente, quando
l’individuo sceglie “2”, la combinazione “1” non è consumabile (non è compresa nell’area
sottostante il vincolo di bilancio relativo alla seconda osservazione).

Continuiamo la nostra analisi analizzando le osservazioni del comportamento di un secondo


individuo. Nella prima osservazione, il consumatore dispone di un reddito di 80 e i due beni
vengono scambiati a prezzi pari rispettivamente a 2 e 1. Nella seconda osservazione, il consumatore
dispone dello stesso reddito, ma i prezzi dei due beni sono invertiti rispetto alla prima osservazione.
Infine, supponiamo di avere osservato le seguenti combinazioni di consumo: 35 unità del bene 1 e
10 unità del bene 2 nel primo scenario e 10 unità del bene 1 e 35 unità del bene 2 nel secondo
scenario. Le due osservazioni in questione sono illustrate nella figura 18.4.

Cosa possiamo dedurre? Il vincolo di bilancio associato alla prima osservazione unisce i punti (40,
0) e (0, 80) e la combinazione di consumo “1” è strettamente preferita a tutte le combinazioni
comprese nell’area del triangolo con vertici [(0, 0), (40, 0) (0, 80)]. Questo perché l’individuo
preferisce consumare “1” rispetto a tutte le altre combinazioni consumabili comprese in questa area.
Anche “2” appartiene all’insieme delle combinazioni acquistabili e, dunque, è possibile inferire che
l’individuo preferisce “1” a “2”. Infatti, la combinazione di consumo “1” viene scelta quando “2” è
ugualmente raggiungibile (acquistabile).

Il problema è che inferendo le preferenze dell’individuo sulla base del comportamento osservato nel
secondo scenario si raggiunge la conclusione opposta! Infatti, dato l’insieme delle combinazioni
acquistabili rappresentato dal triangolo con vertici [(0, 0), (80, 0), (0, 40)], l’individuo sceglie la
combinazione di consumo “2” e “1” è tra quelle acquistabili. Di conseguenza, “2” è strettamente
preferita a “1” perché viene scelta sebbene “1” sia ugualmente acquistabile.

In sintesi, ciò che abbiamo osservato sulle preferenze dell’individuo grazie all’analisi del suo
comportamento nei due scenari alternativi risulta essere non coerente:

Dall’osservazione del comportamento dell’individuo nel primo scenario, inferiamo che la


combinazione di consumo “1” è strettamente preferita a “2”
Dall’osservazione del comportamento dell’individuo nel secondo scenario, la combinazione di consumo “2” è strettamente preferita a “1”

236
In conclusione il comportamento del consumatore non è coerente con l’ipotesi teorica di preferenze
strettamente convesse. Potremmo essere tentati di definire irrazionale il comportamento di un
individuo che una volta preferisce una combinazione di consumo e subito dopo ne preferisce
un’altra. In questo caso, infatti, non è possibile disegnare curve di indifferenza strettamente
convesse – che non si intersecano mai – capaci di descrivere le preferenze sottostanti le scelte del
consumatore come osservate nei due scenari65.

Il comportamento individuale osservato rappresenta una violazione dell’assunzione di preferenze


strettamente convesse il ché implica che la scelta di consumo dell’individuo non possa essere
prevista. La nostra ipotesi teorica, infatti, è che il comportamento individuale possa essere previsto:
se assumiamo che il soggetto abbia un certo tipo di preferenze, le sue scelte devono riflettere il tipo
di preferenze ipotizzato.

Per completezza di esposizione, concludiamo questo paragrafo notando che il comportamento del
consumatore del secondo esempio rappresenta una violazione dell’assunzione conosciuta come
Assioma Debole delle Preferenze Rivelate. In base a questo assioma, se la combinazione di
consumo X si rivela direttamente66 preferita alla combinazione di consumo Y, allora Y non può
rivelarsi direttamente preferita a X.

18.3: Inferenza indiretta sulle preferenze


Nel paragrafo precedente abbiamo inferito direttamente le proprietà delle preferenze individuali. Ad
esempio, osservando il comportamento dell’individuo rappresentato nella figura 18.4, abbiamo
inferito direttamente che la combinazione di consumo “1” è strettamente preferita a “2” (perché
l’individuo sceglie di consumare “1” quando “2” è consumabile). Tuttavia, avvalendosi della
proprietà transitiva, è possibile inferire le preferenze anche in maniera indiretta. Secondo la
proprietà transitiva delle preferenze del consumatore, se la combinazione di consumo “1” è preferita
a “2” e quest’ultima è preferita a “3”, allora “1” deve essere preferita a “3”. Come possiamo
utilizzare tale proprietà per inferire indirettamente le preferenze individuali?

Supponiamo di disporre delle seguenti osservazioni sulla scelta di consumo di un individuo:

osservazione 1: dati i prezzi 3 e 1 dei beni 1 e 2 e un reddito di 120, l’individuo domanda 10 unità
del bene 1 e 90 unità del bene 2;

osservazione 2: dati i prezzi 1 e 1 dei beni 1 e 2 e un reddito di 80, l’individuo domanda 20 unità del
bene 1 e 60 unità del bene 2;

osservazione 3: dati i prezzi 1 e 3 dei beni 1 e 2 e un reddito di 120, l’individuo domanda 48 unità
del bene 1 e 24 unità del bene 2.

Le informazioni a nostra disposizioni possono essere rappresentate graficamente come riportato


nella figure 18.7.

65
Provate a disegnare una curva di indifferenza (sempre convessa) passante dalla combinazione di consumo “1” e
tangente al vincolo di bilancio associato alla prima osservazione e una seconda curva di indifferenza (sempre convessa)
passante per il punto “2” e tangente al vincolo di bilancio associato alla seconda osservazione. Le due curve si
incrociano. Né è possibile razionalizzare le scelte dell’individuo con curve di indifferenza concave perché, in questo
caso, egli tenderebbe (quasi) sempre a collocarsi in un punto d’angolo (in corrispondenza del quale uno dei due beni
non viene domandato).
66
Ovvero, in base all’osservazione del comportamento individuale del tipo considerato in questo paragrafo.

237
In base alla prima osservazione notiamo che “1” (la combinazione di consumo scelta
dall’individuo) è preferita a tutte le combinazioni comprese nel triangolo [(0, 0), (40, 0), (0, 120)]
inclusa la combinazione di consumo “2” (che appartiene all’insieme delle combinazioni
consumabili). Dalla seconda osservazione, inferiamo che “2” (la combinazione di consumo scelta
dall’individuo) è preferita a tutte le combinazioni comprese nel triangolo [(0, 0), (80, 0), (0, 80)]
inclusa la combinazione di consumo “3” (che appartiene all’insieme delle combinazioni
consumabili). La terza osservazione, infine, permette di concludere che “3” (la combinazione di
consumo scelta dall’individuo) è preferita a tutte le altre combinazioni comprese nel triangolo [(0,
0), (120, 0), (0, 40)]. Notiamo che non è possibile inferire direttamente quale tra “1” e “3” sia la
combinazione di consumo preferita dal consumatore. Infatti, quando viene scelta “1”, “3” non è
acquistabile e, allo stesso modo, quando è “3” ad essere domandata, “1” non può essere acquistata.
Tuttavia, in base alle prime due osservazioni, possiamo concludere che “1” è preferita a “2” e che
“2” è preferita a “3” e, applicando la proprietà transitiva, “1” deve essere preferita a “3”. Ecco un
esempio di inferenza indiretta.

Alla base del nostro esempio di inferenza indiretta sulle preferenze vi è l’assunzione conosciuta
come l’Assioma Forte delle Preferenze Rivelate. Tale assioma afferma che se la combinazione di
consumo X si rivela direttamente o indirettamente preferita alla combinazione di consumo Y, allora
Y non può rivelarsi direttamente o indirettamente preferita a X. In presenza di una violazione di tale
assioma, il consumatore non ha preferenze del tipo che abbiamo assunto, in quanto non è in grado
di ordinare in maniera univoca i panieri di consumo X e Y.

18.4: Inferenza sulle preferenze


Se il comportamento del consumatore non viola né l’Assioma Debole né l’Assioma Forte delle
Preferenze Rivelate, allora è possibile disegnare curve di indifferenza coerenti con le notre ipotesi
teoriche. Ovviamente, in presenza di poche osservazioni non si può concludere molto, ma
all’aumentare del numero di osservazioni si può costruire un quadro sempre più completo del
comportamento individuale.

Quello che abbiamo descritto è solo uno dei modi di utilizzare l’osservazione del comportamento
individuale al fine di inferire le preferenze. Esiste una possibilità alternativa e preferita dalla
maggior parte degli economisti. E’ possibile, infatti, assumere che le preferenze sottostanti il
comportamento del consumatore siano di un tipo appartenente ad un insieme ristretto di preferenze,
ciascuna delle quali sia definita al variare del parametro a. Ad esempio, tale insieme può
comprendere preferenze per perfetti sostituti 1 ad a, perfetti complementi 1 ad a o di tipo Cobb-
Douglas per un dato valore di a. Una volta fatta questa ipotesi, in base all’osservazione del
comportamento individuale si può verificare quale tra i tipi di preferenze ipotizzati descriva meglio
il comportamento osservato e ottenere una stima del parametro a. Naturalmente, questo modo di
238
procedere implica sempre un certo grado di approssimazione, nel senso che è improbabile che i dati
reali vengano catturati completamente dalla stima del parametro a. E’ necessario decidere, in altri
termini, se tale livello di approssimazione è accettabile. In caso contrario, l’insieme dei tipi possibili
di preferenze deve essere ampliato affinché l’approssimazione migliori. Questa procedura di
inferenza sulle preferenze è stata descritta, sia pure parzialmente, nel capitolo 16.

18.5: Inferenza diretta sulla tecnologia


In questo paragrafo estendiamo i concetti esposti nel paragrafo 18.2 alla teoria dell’impresa. Nel
paragrafo 18.2, abbiamo discusso come l’osservazione della domanda possa essere utilizzata per
inferire le preferenze del consumatore. L’obiettivo era quello di verificare se il comportamento
osservato del consumatore fosse coerente con l’ipotesi teorica di curve di indifferenza strettamente
convesse.

Ora riferiamo le nostre argomentazioni ad un nuovo contesto: l’acquisizione dei fattori di


produzione da parte dell’impresa. In tale contesto, le osservazioni riguardano i prezzi degli input, i
costi totali di produzione e la domanda dei fattori produttivi. A partire da queste osservazioni, il
nostro obiettivo è testare empiricamente l’ipotesi teorica di isoquanti strettamente convessi.

Assumiamo di disporre di due osservazioni. Nella prima, il costo di acquisizione degli input è 80 e i
prezzi degli input 1 e 2 sono rispettivamente 2 e 1. Nella seconda, il costo di acquisizione degli
input resta invariato e i prezzi degli input 1 e 2 sono rispettivamente 1 e 2. L’impresa domanda 10
unità dell’input 1 e 60 unità dell’input 2 nel primo scenario e 60 unità dell’input 1 e 10 unità
dell’input 2 nel secondo scenario. La figura 18.11 fornisce una rappresentazione grafica delle
informazioni a nostra disposizione.

Cosa possiamo inferire? In primo luogo, notiamo che alla combinazione di input “1” si associa un
livello di produzione più elevato rispetto a tutte le altre combinazioni comprese nel triangolo [(0, 0),
(40, 0), (0, 80)]. Infatti, l’impresa sceglie “1” quando tutte le altre sono acquisibili. Analogamente,
nel secondo scenario è la combinazione di input “2” che permette di produrre un output superiore a
quello associato a tutte le combinazioni comprese nel triangolo [(0, 0), (80, 0), (0, 40)]. Ma
possiamo concludere univocamente quale delle combinazioni “1” e “2” produca l’output maggiore?
No, non possiamo. Infatti, quando l’impresa sceglie “1”, “2” non è compresa nell’insieme delle
combinazioni acquistabili. Allo stesso modo, quando “2” si rivela preferita a “1”, “1” non può
essere utilizzata dall’impresa. In entrambi i casi, dunque, le osservazioni delle quali disponiamo non
sono sufficienti a concludere quale delle due combinazioni di fattori produttivi permetta di ottenere
un livello maggiore di output.

239
Ammettiamo ora di aver osservato un comportamento diverso da parte dell’impresa. Supponiamo
ad esempio, che in presenza degli stessi dati su prezzi e costi totali osservati in precedenza,
l’impresa domanda 35 unità dell’input 1 e 10 unità dell’input 2 nel primo scenario e rispettivamente
10 e 35 unità degli input 1 e 2 nel secondo scenario. Osserviamo la figura 18.14.

In base alla prima osservazione, impiegando “1”, l’impresa ottiene un output maggiore di quello
associato a tutte le combinazioni comprese nell’area con vertici [(0, 0), (40, 0), (0, 80)], inclusa la
combinazione di fattori produttivi “2”. Viceversa, in base alla seconda osservazione, è “2” a
permettere una produzione più elevata rispetto a tutte le altre combinazioni appartenenti al triangolo
con area [(0, 0), (80, 0), (0, 40)], inclusa la combinazione di fattori produttivi “1”. Tuttavia, il
comportamento osservato non è coerente con le ipotesi teoriche sulla tecnologia. Le due
osservazioni, infatti, portano a concludere che l’output associato ad “1” è maggiore di quello
ottenibile utilizzando “2” e che l’output associato a “2” è maggiore di quello ottenibile utilizzando
“1”! Ciò rappresenta una violazione delle ipotesi sottostanti la teoria dell’impresa e ci porta a
concludere che il comportamento dell’impresa non è razionale. E’ questo un esempio di violazione
dell’Assioma Debole della Tecnologie Rivelate. La violazione di tale assioma può essere verificato
in un altro modo, ovvero, provando a rappresentare graficamente il comportamento osservato
dell’impresa con isoquanti strettamente convessi che non si incrociano mai. Provate!67

18.6: Inferenza indiretta sulla tecnologia


A questo punto dovrebbe essere chiaro come utilizzare l’osservazione del comportamento
dell’impresa al fine di inferire il tipo di tecnologia e testare l’ipotesi di isoquanti strettamente
convessi. In analogia con le preferenze del consumatore, tale inferenza può essere diretta o indiretta.
Supponiamo di avere osservato quanto segue:

osservazione 1: per un costo totale pari a 120 e prezzi degli input pari a 3 e 1, l’impresa domanda 10
unità dell’input 1 e 90 unità dell’input 2;

osservazione 2: per un costo totale pari a 80 e prezzi degli input pari a 1 e 1, l’impresa domanda 20
unità dell’input 1 e 60 unità dell’input 2;

osservazione 3: per un costo totale pari a 120 e prezzi degli input pari a 1 e 3, l’impresa domanda 48
unità dell’input 1 e 24 unità dell’input 2;

Queste tre osservazioni sono rappresentate graficamente nella figura 18.17.

67
Ricordiamo che il comportamento dell’impresa del nostro esempio non rappresenta un caso di tecnologie concave. In
presenza di isoquanti concavi, infatti, l’impresa sceglie sempre un punto appartenente ad uno dei due assi.

240
Consideriamo la tecnologia rivelata dall’impresa in base alla scelta della combinazione di input in
ciascuno dei tre scenari alternativi. Nel primo caso, l’impresa sceglie “1” pur potendo scegliere “2”:
“1” consente di produrre un output maggiore di “2”. Tuttavia, non è possibile confrontare “1” con
“3” o “2” con “3” in termini di output ottenuto dal loro rispettivo utilizzo. Dalla seconda
osservazione, risulta che “2” consente di produrre un livello di output più elevato rispetto a “3”. La
combinazione “2”, infatti, viene preferita dall’impresa sebbene “3” sia disponibile. Ancora una
volta però, non si possono ordinare le combinazioni “1” e “2” o “1” e “3”. La terza osservazione,
infine, non permette di ordinare nessuna delle tre combinazioni in base all’output associato al loro
impiego.

Tuttavia, combinando le informazioni dei primi due scenari e applicando la proprietà transitiva,
possiamo concludere che l’impresa produce un livello di output maggiore impiegando “1” rispetto a
“3” perché “1” consente di produrre un output maggiore di “2” e con “2” si produce un output
maggiore di quello associato a “3”.

L’Assioma Forte delle Tecnologie Rivelate afferma che non si dovrebbe trovare nessuna
incongruenza tra le inferenze relative all’output prodotto dall’impresa in base all’osservazione
diretta o indiretta del comportamento dell’impresa stessa.

18.7: Inferenza sulla tecnologia


Se il comportamento dell’impresa non viola né l’Assioma Debole né l’Assioma Forte delle
Tecnologie Rivelate, allora è possibile disegnare una mappa di isoquanti coerente con il
comportamento dell’impresa stessa. Ovviamente, in base alle poche informazioni dei nostri esempi
non si può concludere molto, ma all’aumentare del numero di osservazioni è possibile costruire un
quadro sempre più completo del comportamento dell’impresa. Quello illustrato, inoltre, è solo uno
dei modi possibili per inferire empiricamente la tecnologia dell’impresa.

In analogia con quanto osservato in precedenza, esiste una strategia alternativa per svolgere
inferenza sulla tecnologia. In particolare, é possibile assumere che la tecnologia sottostante il
comportamento osservato di una certa impresa sia di un tipo appartenente ad un insieme ristretto di
tecnologie, ciascuna delle quali sia definita al variare del parametro a. Ad esempio, tale insieme può
comprendere tecnologie per perfetti sostituti 1 ad a, perfetti complementi 1 ad a o di tipo Cobb-
Douglas per un dato valore di a. Una volta fatta questa ipotesi, l’osservazione della scelta
dell’impresa viene utilizzata per verificare quale tra i tipi di tecnologie ipotizzate descriva meglio il
comportamento osservato e quindi stimare il valore del parametro a. Naturalmente, questo modo di
procedere implica sempre un certo grado di approssimazione, nel senso che è improbabile che i dati
reali vengano catturati completamente dalla stima del parametro a. E’ necessario decidere, in altri
termini, se tale livello di approssimazione è accettabile. In caso contrario, l’insieme dei tipi possibili
241
di tecnologie deve essere ampliato affinché l’approssimazione migliori. Questa procedura di
inferenza sulle tecnologie è stato descritta, sia pure parzialmente, nel capitolo 16.

18.8: Riassunto
In questo capitolo abbiamo illustrato la procedura di inferenza sulle preferenze individuali e sulle
tecnologie di produzione a partire rispettivamente dall’osservazione del comportamento del
consumatore e dell’impresa. Abbiamo verificato che le ipotesi alla base della teoria della scelta
ottima di consumatore e impresa possono essere testate empiricamente sia in maniera diretta che in
maniera indiretta. Abbiamo poi definito l’Assioma Debole delle Preferenze Rivelate, in base al
quale

Se la combinazione di consumo X si rivela direttamente preferita alla combinazione di consumo Y,


Y non può rivelarsi direttamente preferita a X.

e l’Assioma Forte delle Preferenze Rivelate, in base al quale

Se la combinazione di consumo X si rivela direttamente o indirettamente preferita alla


combinazione di consumo Y, Y non può rivelarsi direttamente o indirettamente preferita a X.

Entrambi gli assiomi vengono estesi per analogia alle tecnologie rivelate.

18.9: Domande di verifica


(1) Se il comportamento di un individuo viola l’assioma debole delle preferenze rivelate
questo significa che tale individuo ha curve di preferenza che si intersecano. Argomenta
che questo non è compatibile con l’assunzione che l’individuo consideri i beni come tali,
cioè nessuno di essi è un male.
(2) Supponi: che un individuo consumi le stesse quantità di due beni, quando entrambi
hanno prezzo uguale ad 1 ed il suo reddito è 100; e che l’individuo consumi una quantità
maggiore del bene 1 rispetto al bene 2 quando il prezzo del bene 1 diventa 2, ed il prezzo
del bene 2 rimane 1 ed il suo reddito diventa 150. Questo comportamento è coerente con
l’assioma debole delle preferenze rivelate? Disegna un grafico che rappresenti questo
esempio, puoi disegnare curve di indifferenza che non si intersecano per cui questo
comportamento risulta essere ottimale?
(3) Supponi che un individuo consumi le stesse quantità di due beni, quando entrambi hanno
prezzo uguale ad 1 ed il suo reddito è 100; che l’individuo consumi meno del bene 1
rispetto al bene 2 quando il prezzo del bene 1 diventa 2 ed il prezzo del bene 2 rimane 1
ed il suo reddito diventa 150. Questo comportamento è coerente con l’assioma debole
delle preferenze rivelate? Disegna un grafico che rappresenti questo esempio, puoi
disegnare curve di indifferenza che non si intersecano per cui questo comportamento
risulta essere ottimale?

242
Capitolo 19: Variazione Compensativa e Variazione Equivalente

19.1: Introduzione
In questo capitolo rispondiamo ad un interrogativo che forse vi siete già posti quando abbiamo
studiato le proprietà delle preferenze quasi lineari. Come sappiamo, in presenza di preferenze quasi
lineari, è possibile fornire una misura monetaria esatta del miglioramento di benessere di un
consumatore quando la sua scelta di consumo lo porta a collocarsi su una curva di indifferenza più
alta (perché questo tipo di preferenze implica curve di indifferenza parallele in direzione verticale).
Abbiamo dimostrato che l’area compresa tra il prezzo pagato e la curva di domanda (l’area
compresa tra il prezzo ricevuto e la curva di offerta) fornisce una misura esatta del surplus (profitto)
prodotto dallo scambio.

La domanda che è lecito porsi è la seguente: cosa avviene se le preferenze del consumatore non
sono quasi lineari? Se non è più possibile misurare in maniera esatta ed univoca il miglioramento di
benessere dell’individuo, quale interpretazione va data all’area compresa tra il prezzo pagato e la
curva di domanda (e all’area compresa tra il prezzo ricevuto e la curva di offerta)?

Proveremo a rispondere a questa domanda indirettamente, ovvero, calcolando la variazione di


benessere che si verifica in seguito ad una variazione di prezzo. Come sarà chiaro nel seguito, in
presenza di preferenze quasi lineari, esistono almeno due risposte a questo interrogativo, il chè
rende del tutto superflua la ricerca di una misura esatta di “quanto l’individuo stia meglio o peggio”.

19.2: L’effetto di una variazione di prezzo sulla scelta ottima


Iniziamo a studiare l’effetto di una variazione di prezzo sul comportamento del consumatore, per
poi illustrare l’impatto di una variazione della stessa natura sul benessere del consumatore stesso.
Di seguito faremo riferimento ad un aumento di prezzo, ma la stessa analisi può essere estesa al
caso di una diminuzione di prezzo (facendo attenzione all’interpretazione dei risultati).

L’analisi grafica della quale ci serviamo si svolge nello spazio dei punti già impiegato nei capitoli 3
e 4. Infatti, la quantità domandata del bene e il reddito speso in tutti gli altri beni vengono
rappresentati rispettivamente sull’asse delle ascisse e su quello delle ordinate. Le preferenze sulle
combinazioni (quantità di bene da consumare, ammontare di moneta) sono descritte da una mappa
di curve di indifferenza. Nella prima parte del capitolo assumiamo curve di indifferenza
strettamente convesse, considerando in seguito preferenze individuali con altre proprietà
(preferenze quasi lineari, per beni perfetti sostituti e perfetti complementi).

Chiamiamo p il prezzo del bene 1, poniamo uguale a 1 il prezzo della moneta m e assumiamo m=70
nel esempio che segue.

Ipotizziamo che il prezzo del bene 1 sia pari a 0.8 nella situazione iniziale, per cui la retta di
bilancio ha intercetta orizzontale 87.5 (m/p) e intercetta verticale 70 (m). Tale retta di bilancio è
disegnata nella figura 19.1, insieme alla più alta delle curve di indifferenza appartenenti alla mappa
e alla scelta ottima del consumatore.

243
Supponiamo che il prezzo aumenti da 0.8 a 1.25. La retta di bilancio associata al nuovo prezzo ha
intercetta orizzontale 56 (m/p) e intercetta verticale 70 (m). La scelta ottima del consumatore al
nuovo prezzo è rappresentata nella figura 19.2. E’ chiaro che la decisione di consumo viene
influenzata dall’incremento di prezzo. Al nuovo prezzo, infatti, il consumatore domanda una
quantità minore del bene e dispone di un ammontare maggiore di moneta da spendere nell’acquisto
degli altri beni.

Come viene influenzata la retta di bilancio dall’aumento del prezzo? Osservando la figura 19.2,
notiamo che la retta di bilancio ruota intorno all’intercetta verticale m. Di conseguenza: (1)
l’inclinazione della retta di bilancio si modifica; (2) l’ampiezza dell’insieme di bilancio si riduce –
dal triangolo [(0, 0), (87.5, 0), (0, 70)] al triangolo [(0, 0), (56, 0), (0, 70)]. Ovvero:

1) Il prezzo relativo del bene varia;


2) Il consumatore “sta peggio”, nel senso che vede diminuire il proprio potere di acquisto.

Il primo di questi effetti prende il nome di effetto di sostituzione, il secondo si definisce effetto di
reddito.

La scomposizione dell’effetto di un incremento del prezzo nei due effetti 1) e 2) è estremamente


utile, ma per il momento la nostra analisi grafica non li considera disgiuntamente. Lo spostamento
dalla retta di bilancio nella nuova posizione, infatti, è dovuto ad entrambi gli effetti, sia alla
variazione dell’inclinazione della retta sia alla variazione del benessere del consumatore. Per
separare i due effetti è necessario disegnare una retta di bilancio intermedia immaginaria, ovvero la
linea tratteggiata della figura 19.3.

244
Tale retta di bilancio intermedia è: 1) parallela alla nuova retta di bilancio perché riflette il nuovo
livello di prezzo; 2) tangente alla curva di indifferenza iniziale, per cui l’individuo è indifferente tra
la retta di bilancio iniziale e quella intermedia. Perché egli può collocarsi sulla stessa curva di
indifferenza dovendo soddisfare sia il vincolo di bilancio iniziale che quello associato al nuovo
livello di prezzo. Di conseguenza, il benessere del consumatore resta invariato.

Il livello di soddisfazione dell’individuo, dunque, non varia passando dal vincolo di bilancio iniziale
a quello intermedio. In altri termini, il reddito reale del consumatore è lo stesso nelle due situazioni.

A questo punto siamo in grado di separare i due effetti 1) e 2), scomponendo lo spostamento dalla
retta di bilancio iniziale alla nuova retta di bilancio nei due seguenti spostamenti:

1) lo spostamento dalla retta di bilancio iniziale a quella intermedia;


2) lo spostamento dalla retta di bilancio intermedia a quella finale.

Che utilità ha tale scomposizione? Consideriamo il primo spostamento (dalla retta di bilancio
iniziale a quella intermedia). La retta di bilancio ruota intorno alla curva di indifferenza iniziale e la
soddisfazione dell’individuo resta invariata. D’altra parte, l’inclinazione della retta di bilancio
cambia in conseguenza del solo effetto di sostituzione, mentre il reddito reale del consumatore resta
invariato. Analizziamo ora il secondo spostamento (dalla retta di bilancio intermedia a quella
finale): la nuova retta di bilancio ha la stessa inclinazione di quella intermedia, ma è spostata
parallelamente verso l’alto. Il secondo spostamento, infatti, è conseguenza del solo effetto di
reddito (in quanto non si verifica nessun cambiamento di prezzo).

Riassumendo, lo spostamento dalla retta di bilancio iniziale a quella finale può essere scomposto
nello spostamento dalla situazione iniziale alla situazione intermedia e da quest’ultima alla retta di
bilancio associata al nuovo prezzo. Il primo spostamento cattura l’effetto di sostituzione, il secondo
l’effetto di reddito.

Dalla figura 19.3 risulta che l’effetto dello spostamento della retta di bilancio dalla posizione
iniziale a quella intermedia (ovvero, l’effetto di sostituzione) sulla scelta ottima è univoco: la
quantità domandata del bene diminuisce e il consumatore ha a disposizione più moneta da spendere
in tutti gli altri beni. Ancora più importante, l’effetto di sostituzione ha sempre lo stesso segno,
essendo associato alla rotazione della retta di bilancio intorno alla curva di indifferenza iniziale a
seguito della quale, il consumo del bene deve sempre diminuire in presenza di curve di indifferenza

245
convesse68. A seguito di un aumento del prezzo, dunque, il segno dell’effetto di sostituzione è
sempre negativo.

Viceversa, l’effetto di reddito non è univoco. In generale, tuttavia, e come avviene nel nostro
esempio, per beni normali la domanda diminuisce al diminuire del reddito.

19.3: L’effetto di una variazione di prezzo sul benessere


Finora abbiamo studiato l’effetto di una variazione di prezzo sulla scelta ottima. Ma come varia il
benessere del consumatore all’aumentare del prezzo? Intuitivamente, si potrebbe dire che il
benessere diminuisce, ma di quanto? Un modo molto semplice per rispondere a questa domanda è
chiedersi: “che ammontare di moneta dovrebbe ricevere l’individuo per essere compensato
esattamente della diminuzione di benessere subita a causa dell’incremento di prezzo?”. Dato che
ogni ipotetico trasferimento di moneta ricevuto dall’individuo causa uno spostamento parallelo
della retta di bilancio, diventa equivalente chiedersi: “Di quanto deve innalzarsi la retta di
bilancio?”. La risposta è: deve spostarsi verso l’alto finché diventa tangente alla curva di
indifferenza iniziale e l’individuo è indifferente rispetto alla situazione iniziale.

Dunque, dato che all’aumentare del prezzo del bene la retta di bilancio si sposta verso il basso,
perché l’individuo venga compensato e ritorni alla condizione di benessere associata alla situazione
iniziale, egli dovrebbe ricevere un trasferimento monetario tale da consentire alla retta di bilancio di
innalzarsi fino al punto di tangenza con la curva di indifferenza iniziale. Tale spostamento equivale
allo spostamento dalla nuova retta di bilancio alla retta di bilancio intermedia.

La retta di bilancio intermedia ha per intercetta verticale 86 nel nostro esempio e il reddito del
consumatore (prima dell’aumento del prezzo) è 70. Per compensare l’individuo dell’aumento del
prezzo, dunque, è sufficiente trasferirgli un ammontare di moneta pari a 16 (= 86 – 70). Tale
trasferimento di moneta rappresenta la misura monetaria dell’effetto dell’aumento del prezzo sul
benessere69. Questa misura si definisce variazione compensativa: l’ammontare di moneta che
l’individuo dovrebbe ricevere per essere compensato esattamente della riduzione di benessere subita
in seguito all’aumento del prezzo.

A questo punto si rende necessaria una precisazione. L’analisi precedente può essere estesa al caso
di una diminuzione del prezzo. In tal caso, il benessere dell’individuo aumenta e la variazione
compensativa è negativa. Ovvero, l’individuo dovrebbe rinunciare ad un certo ammontare di
moneta per compensare il miglioramento di benessere rispetto alla situazione iniziale.

19.4: Una scomposizione alternativa


La scomposizione dell’effetto di una variazione di prezzo in effetto di sostituzione ed effetto di
reddito descritta nel paragrafo 19.2 è alquanto arbitraria. Probabilmente avrete già notato che tale
scomposizione può seguire una strada alternativa. Infatti, confrontando le figure 19.4 e 19.3,

68
E’ possibile che la quantità domandata del bene resti invariata come avviene, ad esempio, per preferenze per beni
perfetti complementi. Ma in nessun caso la quantità domandata del bene può aumentare.
69
Ricordiamo che la variabile rappresentata sull’asse delle ordinate è la moneta, il cui prezzo unitario è per ipotesi
uguale a 1.

246
osserviamo che anche la linea tratteggiata nella figura 19.4 è una retta di bilancio intermedia
immaginaria, ma diversa da quella considerata in precedenza. Come è stata disegnata? Essa riflette
il livello di prezzo iniziale, è parallela alla retta di bilancio iniziale ed è tangente alla nuova curva
di indifferenza. Il consumatore, dunque, è indifferente tra il vincolo di bilancio iniziale e quello
intermedio. Perché? Perché il livello di utilità resta invariato nelle due situazioni, potendo il
consumatore collocarsi sulla stessa curva di indifferenza in entrambi i casi.

Lo spostamento della retta di bilancio dalla posizione intermedia a quella finale non provoca alcuna
variazione né del benessere né del reddito reale dell’individuo.

Ancora una volta siamo in grado di scomporre lo spostamento della retta di bilancio dalla posizione
iniziale a quella finale nei due seguenti spostamenti:

1) lo spostamento dalla retta di bilancio iniziale a quella intermedia;


2) lo spostamento dalla retta di bilancio intermedia a quella finale.

Perché abbiamo utilizzato questa scomposizione alternativa? Il motivo è lo stesso di prima. A


seguito dello spostamento 1) – dalla posizione iniziale a quella intermedia – il vincolo di bilancio si
sposta parallelamente alla retta di bilancio iniziale in conseguenza del solo effetto di reddito (non
si verifica nessuna variazione di prezzo). In seguito al secondo dei due spostamenti – dalla
posizione intermedia a quella finale – la retta di bilancio ruota intorno alla nuova curva di
indifferenza per cui il nuovo livello di prezzo influenza solo l’inclinazione della retta di bilancio e
non l’utilità dell’individuo. Il secondo spostamento, dunque, avviene in conseguenza del solo
effetto di sostituzione (il reddito reale resta invariato).

Come avveniva in precedenza, l’effetto di sostituzione è univoco: la retta di bilancio ruota intorno
alla nuova curva di indifferenza e la domanda del bene non può che diminuire70. Viceversa, l’effetto
di reddito può avere un segno diverso anche se, in generale, per beni normali, al decrescere del
reddito, diminuirà anche la quantità domandata (come avviene nel nostro esempio).

Alla luce di questa scomposizione alternativa, chiediamoci come viene influenzato il benessere del
consumatore. Sappiamo che il livello di soddisfazione diminuisce all’aumentare del prezzo, ma di
quanto? Dobbiamo chiederci: “Dato il livello di prezzo iniziale, quanta moneta andrebbe sottratta
all’individuo perché si ottenga una diminuzione dell’utilità equivalente a quella causata da un
aumento del prezzo?”. E’ noto che, per ogni sottrazione di moneta sofferta dal consumatore, il
vincolo di bilancio si sposta parallelamente verso il basso. Chiediamoci allora di quanto dovrebbe

70
E’ possibile che la quantità domandata resti invariata come, ad esempio, nel caso di preferenze per perfetti
complementi anziché strettamente convesse. Tuttavia, in nessun caso la quantità domandata aumenterà.

247
abbassarsi la retta di bilancio. Essa dovrebbe spostarsi verso il basso fino al punto di tangenza con
la curva di indifferenza finale. In questo modo, infatti, l’utilità del consumatore sarebbe uguale a
quella associata alla situazione successiva all’aumento del prezzo.

Perciò, dato lo spostamento complessivo della retta di bilancio causato dall’aumento di prezzo, per
rappresentare una situazione equivalente (in termini di utilità) a quella successiva all’aumento del
prezzo stesso, il consumatore dovrebbe subire una sottrazione di moneta tale da permettere alla retta
di bilancio di collocarsi in una posizione parallela alla retta di bilancio iniziale e tangente alla nuova
curva di indifferenza. Ovvero, la posizione della retta di bilancio intermedia della figura 19.4.

Dalla figura 19.4, infatti, risulta che la retta di bilancio intermedia ha per intercetta verticale 57. Il
reddito era pari a 70 in origine. Dunque, se l’individuo cedesse un ammontare di moneta pari a 13 (
= 70 – 57), egli subirebbe una riduzione di benessere equivalente a quella provocata dall’aumento
del prezzo. Questa misura monetaria della variazione di benessere individuale causata
dall’incremento del prezzo71 si chiama variazione equivalente e definisce l’ammontare di moneta
che dovrebbe essere ceduto dal consumatore per ottenere un effetto sul proprio benessere
equivalente a quello provocato dall’aumento del prezzo.

Ripetiamo l’osservazione riportata in precedenza: lo stesso tipo di analisi può essere estesa al caso
di una diminuzione del prezzo. In questo caso, il consumatore sperimenta un miglioramento del
proprio benessere e la variazione equivalente assumerebbe valore negativo. Vale a dire che
l’individuo dovrebbe ricevere un certo ammontare di moneta perché si produca un miglioramento
del proprio benessere equivalente a quello causato dalla diminuzione del prezzo.

Abbiamo ricavato due misure alternative dell’effetto dell’aumento del prezzo sul benessere: la
variazione compensativa e la variazione equivalente. La variazione compensativa definisce - dato il
nuovo livello di prezzo - l’ammontare di moneta che dovrebbe essere trasferito al consumatore
perché questi sia compensato esattamente della diminuzione di benessere subita a seguito
dell’aumento del prezzo. La variazione equivalente rappresenta - dato il livello iniziale di prezzo -
l’ammontare di moneta che dovrebbe essere sottratto all’individuo per ottenere una diminuzione di
benessere equivalente a quella provocata dall’aumento del prezzo. Queste due misure assumono
valori diversi (nel nostro esempio, la variazione compensativa è pari a 16, quella equivalente è
uguale a 13) perché vengono calcolate sulla base di due livelli di prezzo diversi. La variazione
compensativa viene calcolata dato il nuovo livello di prezzo, la variazione equivalente si deriva
sulla base del prezzo iniziale. Il livello di prezzo preso a riferimento nel primo caso, dunque, è
maggiore del secondo, per cui la variazione compensativa è maggiore di quella equivalente.
Notiamo infine che, nel nostro esempio, la domanda del bene cresce all’aumentare del reddito: per
livelli crescenti di benessere, vengono acquistate quantità maggiori del bene. E’ questo il motivo per
cui la variazione compensativa assume un valore maggiore di quella equivalente.

Dovrebbe essere facilmente intuibile che questo risultato è la diretta conseguenza delle proprietà
delle preferenze. Infatti, assumendo preferenze per le quali la domanda del bene diminuisce
all’aumentare del reddito, la variazione compensativa assume un valore minore rispetto alla
variazione equivalente. Inoltre, se la quantità domandata del bene è del tutto indipendente dal livello
di reddito individuale, le due variazioni hanno identico valore.

19.5: Preferenze Quasi Lineari

71
Ricordiamo ancora che la variabile rappresentata sull’asse delle ordinate è la moneta e che per ipotesi il suo prezzo è
uguale a 1.

248
Il caso in cui la quantità domandata del bene non dipende dal livello di reddito ricade nella tipologia
di preferenze quasi lineari. In questo caso, la variazione compensativa viene rappresentata come
nella figura 19.6.

Nella figura 19.6 abbiamo disegnato due curve di indifferenza parallele in direzione verticale. La
variazione compensativa è pari a 8.5 ( = 78.5 – 70), ovvero, la differenza tra l’intercetta verticale
della retta di bilancio intermedia e l’intercetta verticale della retta di bilancio iniziale. La variazione
equivalente è illustrata nella figura 19.7

Anche in questo caso le due curve di indifferenza sono parallele in direzione verticale e la
variazione equivalente è pari a 8.5 ( = 70 – 61.5), vale a dire, l’intercetta verticale della retta di
bilancio iniziale meno l’intercetta verticale della retta di bilancio intermedia. E’ evidente che la
variazione equivalente è uguale alla variazione compensativa perché le curve di indifferenza sono
parallele. Mettete a confronto le figure 19.6 e 19.7 per verificarlo.

19.6: Preferenze per beni perfetti complementi e perfetti sostituti


A questo punto della nostra analisi diventa interessante verificare per quali tipi di preferenze sia
rilevante la considerazione disgiunta di variazione compensativa e variazione equivalente.
Variazione compensativa e variazione equivalente in presenza di preferenze per beni perfetti
complementi in rapporto di 1 a 2 sono rappresentate rispettivamente nelle figure 19.8 e 19.9.

249
In entrambi i casi l’effetto di sostituzione non si verifica né quando la retta di bilancio ruota intorno
alla curva di indifferenza iniziale né quando tale rotazione avviene intorno alla curva di indifferenza
finale. A ben pensare, questo risultato non ci sorprende perché sappiamo che nel caso di beni
perfetti complementi non c’è possibilità alcuna di sostituire il consumo di un bene con quello
dell’altro. Notiamo, inoltre, che la variazione compensativa (pari a circa 11.5) è maggiore della
variazione equivalente (pari a circa 9.5) in conseguenza del fatto che la domanda del bene aumenta
all’aumentare del reddito.

La variazione compensativa e quella equivalente per beni perfetti sostituti in rapporto di 1 a 1 sono
illustrate rispettivamente nelle figure 19.10 e 19.11.

Ancora una volta notiamo che la variazione compensativa (pari a circa 18) è maggiore della
variazione equivalente (pari a circa 14) per la relazione positiva tra domanda e reddito. Ma
descriviamo le due figure nel dettaglio. La figura 19.10 contiene tre rette con intercetta verticale 70
(il valore del reddito iniziale): la più bassa è la retta di bilancio finale, quella in posizione
intermedia rappresenta la curva di indifferenza finale e la più alta è la retta di bilancio iniziale. Nel
grafico sono disegnate altre due linee rette: la linea retta tratteggiata più bassa rappresenta la retta di
bilancio intermedia, la retta in posizione più elevata è la curva di indifferenza iniziale. Notiamo che
la scelta ottima giace sulla curva di indifferenza iniziale sia prendendo a riferimento la retta di
bilancio iniziale che quella intermedia. Inoltre, la retta di bilancio intermedia è parallela a quella
finale.

Nella figura 19.11 abbiamo disegnato tre rette con intercetta verticale 70 (il reddito iniziale). A
partire dalla più bassa, esse rappresentano rispettivamente il vincolo di bilancio finale, la curva di

250
indifferenza finale e il vincolo di bilancio iniziale (come nella figura precedente). Al di sotto di
queste tre rette si colloca la retta di bilancio intermedia, mentre al di sopra troviamo la curva di
indifferenza iniziale. Il punto di ottimo giace sulla curva di indifferenza finale sia quando deve
essere soddisfatto il vincolo di bilancio finale che quello intermedio. Notiamo, infine, che il vincolo
di bilancio intermedio è parallelo a quello iniziale. Concludendo, l’unica differenza tra le due figure
è data dalla posizione della retta di bilancio intermedia.

19.7: La relazione tra il surplus del consumatore e le variazioni compensativa ed equivalente


Ci si può chiedere quale sia la relazione tra la variazione del prezzo di un bene e l’effetto che questa
ha sul benessere di un individuo. All’inizio del libro abbiamo analizzato questa relazione in termini
di variazione del surplus, in questo capitolo abbiamo poi considerato due misure alternative, la
variazione compensativa e la variazione equivalente, adesso mettiamo i tre metodi a confronto.
Il surplus è stato definito come il guadagno prodotto dallo scambio per un dato livello di prezzo.
Poiché che il surplus varia al variare del prezzo, allora può la variazione del surplus essere utilizzata
come misura dell’effetto della variazione del prezzo sul benessere? La risposta è “si” per preferenze
quasi lineari, ma non per altri tipi di preferenze. In presenza di preferenze quasi lineari, abbiamo
verificato che la variazione compensativa e la variazione equivalente sono identiche. Come
dovrebbe essere facilmente intuibile, non solo queste due variazioni si equivalgono in valore, ma
sono anche pari alla variazione del surplus del consumatore.

Cosa avviene in presenza di altri tipi di preferenze? In generale, la variazione compensativa assume
un valore diverso dalla variazione equivalente, essendo la prima, in genere, maggiore di
quest’ultima. Inoltre, si può dimostrare che la variazione del surplus è compresa tra la variazione
compensativa e la variazione equivalente. La dimostrazione formale di questa relazione richiede
l’uso di tecniche che vanno al di là dei fini di questo testo, per cui considereremo un semplice
esempio grafico, lasciando al lettore il compito di generalizzare le conclusioni del nostro esempio.
In questa sede possiamo dare alcune definizioni generali che si riveleranno molto utili nel proseguo
del testo.

Introduciamo una nuova funzione di utilità; in precedenza abbiamo rappresento le preferenze


individuali con la seguente funzione di utilità U(q1, q2), chiamiamo tale equazione funzione di
utilità diretta, poiché il consumatore deriva utilità direttamente dal consumo dei due beni.

L’individuo sceglie il paniere di consumo ottimo dato il suo vincolo di bilancio. Per cui le funzioni
di domanda per i due beni sono q1 = f1(m,p1,p2) e q2 = f2(m,p1,p2). Notate che le quantità domandate
sono funzione del reddito m dell’individuo e dei prezzi p1 e p2 dei due beni. Se sostituiamo queste
funzioni di domanda nella funzione diretta di utilità otteniamo la nuova funzione di utilità, chiamata
funzione di utilità indiretta e la scriviamo come segue:

V(m,p1,p2) = U(q1, q2) = U(f1(m,p1,p2), f2(m,p1,p2)) (19.1)

Questa funzione ci dice il livello di utilità dell’individuo quando i prezzi dei due beni sono p1 e p2 e
quando il reddito dell’individuo è m e sono consumate le quantità di equilibrio. In altri termini, V(m,
p1, p2) misura il livello massimo di utilità dati i prezzi p1, p2 e il reddito m. Abbiamo chiamato tale
funzione funzione di utilità indiretta, in quanto prezzi e reddito non influenzano direttamente
l’utilità dell’individuo, ma solo indirettamente attraverso il consumo dei due beni. Notate che la
funzione V(.) è chiaramente decrescente in p1 e p2 e crescente in m.

Dalla funzione di utilità indiretta si possono calcolare la variazione equivalente e la variazione


compensativa. Se ipotizziamo che l’individuo abbia un reddito pari ad m e i prezzi siano p1 e p2

251
allora l’individuo avrà utilità V(m,p1,p2). Supponiamo ora che il prezzo del bene 1 aumenti da p1 a
P1. A seguito di tale incremento, il consumatore può ottenere il massimo livello di utilità
V(m,P1,p2). Poiché P1 è più grande di p1 allora V(m,P1,p2) sarà minore di V(m,p1,p2). Per calcolare la
variazione compensativa dobbiamo trovare la quantità aggiuntiva di reddito necessaria per riportare
l’utilità al livello iniziale. Se indichiamo la variazione compensativa con cv possiamo scrivere:

V(m+cv,P1,p2) = V(m,p1,p2) (19.2)

Quindi dopo la compensazione l’individuo ha lo stesso livello di utilità ma con il nuovo livello di
prezzi. In maniera analoga possiamo definite la variazione equivalente come segue:

V(m,P1,p2) = V(m-ev,p1,p2) (19.3)

Riducendo il reddito di ev e con il vecchio regime di prezzi l’individuo ottiene la stessa utilità che
avrebbe con il nuovo regime di prezzi.

Adesso analizziamo un esempio. Questo è lo stesso esempio che abbiamo usato nel paragrafo
precedente. Assumiamo che le preferenze siano Stone-Geary simmetriche con livello di sussistenza
per il bene uguale a 5 e per la moneta pari a 10. Nel capitolo 5 abbiamo definito la funzione
dell’utilità diretta, quindi, in questo caso avremo

U(q1,q2) = (q1 - 5)0.5(q2 -10)0.5 (19.4)

L’equazione (6.9) del capitolo 6 definisce il livello ottimo di domanda, dove con p indichiamo il
prezzo del bene e il prezzo della moneta è unitario:

q1 = 5 + (m – 5p – 10)/2p
q2 = 10 + (m – 5p – 10)/2 (19.5)

Se sostituiamo queste funzioni di domanda nella funzione di utilità diretta otteniamo la funzione di
utilità indiretta

V(m,p) = (m – 5p – 10)/2p0.5 (19.6)

In tale funzione l’utilità non dipende da p2 poiché esso è costante ed uguale ad 1.

L’equazione (19.6) è la funzione di utilità diretta dell’individuo, e ci dice il valore massimo


dell’utilità per l’individuo per ogni livello di prezzi p e reddito m. Possiamo usare questa funzione
per calcolare la variazione equivalente e compensativa per i diversi livelli di prezzo.

Consideriamo un esempio numerico, iniziamo con un reddito m = 70 e un prezzo p = 0.8. allora


l’utilità iniziale dell’individuo è V(70, 0.8) che può essere calcolata usando l’equazione (19.6) ed è
uguale a 31.30.

Adesso assumiamo, come nel paragrafo precedente, che ci sia una variazione del prezzo, da 0.8 a
1.25. Questo aumento del prezzo crea una riduzione dell’utilità da V(70,0.8) a V(70,1.25) che
possiamo calcolare usando l’equazione (19.6) ed è uguale a 24.04. Come conseguenza dell’aumento
di prezzo l’utilità è passata da 31.30 a 24.04. Notate che la grandezza assoluta di questi numeri non
ha nessun significato poiché dipendono dalla forma dell’utilità che stiamo usando, se cambiamo
funzione di utilità questi cambieranno. Tuttavia possiamo avere dei numeri che hanno un significato
se calcoliamo la variazione compensativa ed equivalente.

252
Iniziamo dal calcolo della variazione compensativa (cv). Per applicare correttamente la definizione
di cv dobbiamo assicurarci che l’utilità ottenuta dall’individuo prima che si verifichi l’aumento del
prezzo equivalga all’utilità associata ad un ipotetico scenario alternativo nel quale il prezzo
aumenta, ma al tempo stesso aumenta anche il reddito di un ammontare pari a cv. Di conseguenza,
dal momento che l’utilità indiretta del consumatore nella situazione iniziale (prima dell’aumento del
prezzo) è pari a 31.30, cv deve essere tale da soddisfare la seguente condizione:

V(70+cv,1.25) = 31.30 (19.7)

Sostituendo l’equazione (19.7) nella (19.6) otteniamo

(70+cv – 5x1.25 – 10)/2(1.25)0.5 = 31.30 (19.8)

Risolvendo questa equazione per cv, otteniamo cv = 16.25. La variazione compensativa sarà quindi
pari a 16.25. Vale a dire che, se in seguito all’aumento del prezzo, il consumatore ricevesse un
trasferimento di moneta pari a 16.25, la propria utilità ritornebbe al livello associato alla situazione
iniziale. Notate come questo risultato sia approssimativamente uguale a quello ottenuto
graficamente nel paragrafo 19.3.

La variazione equivalente (ev) è definita dall’ammontare di moneta che - dato il prezzo iniziale -
dovrebbe essere sottratta all’individuo per ottenere un effetto sul proprio benessere equivalente a
quello provocato dall’aumento del prezzo. In altri termini, l’utilità, per il livello iniziale di prezzo e
un reddito ridotto dell’ammontare ev, deve equivalere all’utilità nella situazione finale.
Quest’ultima è stata valutata in 24.04 e, di conseguenza, ev deve soddisfare la seguente condizione:

V(70 – ev,0.8) = 24.04 (19.9)

Ora, sostituendo l’equazione (19.9) nella (19.6) otteniamo,

(70-ev – 5x0.8 – 10)/2(0.8)0.5 = 24.04 (19.10)

Risolvendo questa equazione per ev, otteniamo ev = 13. La variazione equivalente sarà quindi pari a
13: una riduzione del reddito di 13 avrebbe lo stesso effetto di un aumento del prezzo sull’utilità
indiretta del consumatore. Notate come questo risultato è esattamente uguale a quello ottenuto
graficamente nel paragrafo 19.4.

Nel nostro esempio la variazione compensativa è maggiore della variazione equivalente e la


notevole differenza in valore tra le due variazioni è dovuta al fatto che l’aumento di prezzo è stato
cospicuo.

Cosa accade alla variazione del surplus? Nella situazione iniziale il surplus è misurato dall’area
compresa tra il livello di prezzo 0.8 e la curva di domanda del bene. Nella situazione finale (dopo
l’aumento del prezzo), il surplus è dato dall’area compresa tra il prezzo 1.25 e la stessa curva di
domanda. Di conseguenza, la variazione del surplus è rappresenta dall’area compresa tra i prezzi
0.8 e 1.25 e la curva di domanda come riportato in figura 19.14, nella quale abbiamo disegnato la
curva di domanda del bene, la cui espressione algebrica è data da q1 = 5 + (70 – 5p –10)/2p
(Ricordiamo che per p = 0.8 la domanda per il bene è di 40 mentre se p = 1.25, la domanda è 27.5 ).

253
La perdita di surplus provocata dall’incremento di prezzo è rappresentata dall’area compresa tra le
due rette orizzontali (passanti per i due livelli prezzi 0.8 e 1.25) e la curva di domanda. In
corrispondenza dei prezzi 0.8 e 1.25, il consumatore domanda rispettivamente 40 e 27.5 unità del
bene. Di conseguenza, la perdita di surplus è misurata da un’area di poco inferiore al trapezio con
altezza 0.45, base maggiore 40 e base minore 27. L’area di questo trapezio misura 15.19, la perdita
di surplus è di poco inferiore a questo valore. Il calcolo esatto della variazione del surplus richiede o
l’analisi grafica o l’analisi matematica. In quest’ultimo caso si dovrebbe calcolare l’integrale
rispetto a p, di 2.5+ 30/p1 (la domanda) tra 0.8 e 1.25, vale a dire valutare 2.5p+ ln(p) tra 0.8 e 1.25
che è uguale a 14.52. La perdita di surplus è 14.52.

Per riassumere, in seguito all’aumento del prezzo del bene, abbiamo ottenuto:

variazione compensativa =16.25


variazione del surplus = 14.52
variazione equivalente =13.00

La variazione del surplus è compresa tra la variazione compensativa e quella equivalente. Questo
risultato ha validità generale72 ed è di estrema importanza poiché mostra come il cambiamento del
surplus rappresenti una buona approssimazione dell’effetto di una variazione del prezzo sulla
variazione di benessere. Per questo motivo ci siamo soffermati così a lungo sulle proprietà del
surplus nei capitoli precedenti. Un motivo ulteriore della convenienza ad utilizzare la variazione del
surplus come misura della variazione del benessere è la sua facilità di calcolo a partire dalla
funzione di domanda, la quale è in generale più facilmente osservabile delle preferenze del
consumatore.

19.8: Una scomposizione alternativa


A conclusione di questo capitolo ricordiamo che altri testi di microeconomia riportano una
scomposizione alternativa a quella appena esposta, ipotizzando la rotazione della retta di bilancio
iniziale intorno ai punti di ottimo iniziale e finale anziché intorno alle curve di indifferenza
associate alla situazione iniziale e a quella finale. Esistono due ragioni che rendono la nostra
scomposizione preferibile a questa scomposizione alternativa. La prima è che quando la retta di
bilancio viene fatta ruotare intorno al punto di ottimo iniziale anziché intorno alla curva di
indifferenza iniziale, l’utilità del consumatore varia. Analogamente, l’utilità individuale non resta
invariata se la retta di bilancio ruota intorno al punto di ottimo finale anziché intorno alla curva di
indifferenza finale. Una rotazione intorno alla scelta ottima del consumatore, infatti, deve

72
La dimostrazione formale di questa conclusione non sarà affrontata in questa sede.

254
inevitabilmente migliorare il benessere del consumatore stesso73 in quanto a tale rotazione si associa
un aumento del reddito reale.

Il secondo motivo di critica nei confronti del metodo di scomposizione tradizionale è che la nostra
decomposizione rende possibile individuare due misure dell’effetto dell’aumento del prezzo sul
benessere: la variazione compensativa e la variazione equivalente. La variazione compensativa
definisce l’ammontare di moneta che dovrebbe essere trasferito al consumatore nella situazione
finale perché egli possa consumare le stesse quantità di beni acquistabili nella situazione iniziale. La
variazione equivalente rappresenta l’ammontare di moneta che dovrebbe essere sottratto al
consumatore nella situazione iniziale perché egli possa acquistare le stesse quantità di beni
acquistabile nella situazione finale.

Questi due argomenti rendono la scomposizione illustrata nei paragrafi precedenti preferibile a
quella esposta in altri testi di microeconomia. Si potrebbe obiettare che un vantaggio della
scomposizione tradizionale sia la sua maggiore facilità di calcolo. Ma, visto che noi suggeriamo di
utilizzare una misura della variazione del benessere – la variazione del surplus – ancor più semplice
da calcolare, anche questo motivo di critica sembra essere debole.

19.9: Riassunto
In questo capitolo abbiamo studiato molti concetti. In particolare, ci siamo soffermati sulla
definizione di una misura monetaria dell’effetto di una variazione del prezzo sul benessere in
presenza di preferenze diverse da quelle di tipo quasi lineare. Abbiamo poi illustrato l’effetto di una
variazione di prezzo sulla scelta ottima del consumatore.
L’effetto complessivo di una variazione del prezzo sulla scelta ottima del consumatore può essere scomposto in due effetti: il primo riflette la
variazione dei prezzi relativi dei due beni, la seconda cattura l’effetto provocato dalla variazione del reddito reale.

La scomposizione dell’effetto complessivo di una variazione di prezzo sulla scelta ottima del
consumatore può seguire due strade diverse; di conseguenza, anche la misurazione dell’effetto di
una variazione del prezzo sul benessere può essere fatto con due procedure alternative.

..la variazione compensativa definisce l’ammontare di moneta che dovrebbe essere trasferito
all’individuo in seguito all’incremento del prezzo perché questi venga compensato esattamente
dell’effetto negativo causato dall’aumento del prezzo stesso;

..la variazione equivalente definisce l’ammontare di moneta che dovrebbe essere ceduto
dall’individuo prima che il prezzo aumenti per ottenere la stessa diminuzione di benessere causata
dall’aumento del prezzo.

In generale, la variazione compensativa è maggiore della variazione equivalente se la domanda del


bene varia nella stessa direzione del reddito e la variazione del surplus è compresa tra variazione
compensativa e variazione equivalente.

In presenza di preferenze quasi lineari, variazione compensativa, variazione equivalente e


variazione del surplus si equivalgono.

73
Provate! Individuate il punto di ottimo per una retta di bilancio e una curva di indifferenza qualsiasi. Fate ruotare il
vincolo di bilancio intorno al punto di ottimo e domandatevi quale sia la combinazione di consumo preferita dal
consumatore prima e dopo la rotazione. Ponetevi poi la stessa domanda dopo aver fatto ruotare la retta di bilancio
intorno alla curva di indifferenza iniziale.

255
19.10: Domande di verifica
(1) Si considerino preferenze sostituti perfetti 1 a 1, si discuta se un aumento del prezzo di
uno dei due beni peggiora sempre la situazione dell’individuo.
(2) Si faccia lo stesso per il caso di perfetti complementi 1 con 1. Mostra che in questo caso
la variazione compensativa è sempre uguale all’aumento di prezzo del paniere. Spiegane
il motivo (ricorda che con questo tipo di preferenze non è possibile operare nessuna
sostituzione tra i beni)
(3) Mostra che, se le curve di preferenza sono strettamente convesse, allora la variazione
compensativa è più piccola della variazione del prezzo del paniere. Spiegane il motivo
(ricorda che con questo tipo di preferenze è sempre possibile operare una sostituzione tra
i beni)
(4) Quel è la variazione equivalente nel caso di perfetti complementi 1 con 1 (cioè la
variazione di costo del nuovo paniere acquistato)? Spiega il perché.
(5) Mostra che se le curve di preferenza sono strettamente convesse allora la variazione
equivalente è sempre più piccola dell’aumento di prezzo del nuovo paniere. Spiegane il
motivo (ricorda che con questo tipo di preferenze è sempre possibile operare una
sostituzione tra i beni)

256
Capitolo 20: Scelta Intertemporale

20.1: Introduzione
Gli elementi di teoria economica trattati finora possono essere applicati a vari contesti. Tra questi,
due rivestono particolare importanza: la scelta intertemporale e le decisioni in condizioni di
incertezza.

In questo capitolo ci occupiamo dell’analisi della scelta intertemporale, ovvero, della scelta ottima
nel tempo. Molti problemi decisionali sono riconducibili alla tipologia di scelta intertemporale, il
più importante dei quali è quello dell’allocazione ottima del consumo nel tempo. Sebbene finora la
nostra analisi sia stata esclusivamente statica, la maggioranza dei problemi decisionali della vita
reale riguarda scelte le cui conseguenze si manifestano nel tempo. Forse il più ovvio di questo tipo
di decisioni è l’allocazione del reddito nel tempo come sono, ad esempio, le decisioni di risparmio
per la vecchiaia, la decisione di partecipare ad un fondo pensione o, più semplicemente, valutare
quanto mettere da parte per le vacanze. La dimensione temporale assume rilievo anche nelle
decisioni di impresa, ma non ce ne occuperemo in questo capitolo. Ad esempio, l’impresa deve
decidere quanto investire in nuove tecnologie, stabilire un criterio per la tenuta degli inventari, o
scegliere quanto indebitarsi sul mercato dei capitali. In questo capitolo studieremo il processo di
scelta intertemporale, enfatizzando il ruolo del tasso di interesse in questo tipo di decisioni. Il tasso
di interesse, infatti, è un importante strumento di politica economica che il governo ha a
disposizione per stimolare gli investimenti e incentivare il risparmio.

Nella pratica, la soluzione del problema della scelta intertemporale deve necessariamente avere a
riferimento molti periodi temporali. L’analisi teorica di questa tipologia di scelta, tuttavia, può
limitarsi alla considerazione di due soli periodi, il periodo 1 e il periodo 2. Non è necessario
assumere che i due periodi abbiano la stessa estensione temporale, potendo più semplicemente
interpretare il primo come “presente” e il secondo come “futuro” in senso lato. Per il momento non
introduciamo elementi di incertezza nell’analisi (sarà questo l’argomento trattato nel prossimo
capitolo) e assumiamo perfetta informazione in entrambi i periodi.

Studiamo il problema dell’allocazione ottima del consumo in due periodi. Per semplificare
l’esposizione, assumiamo che il consumatore debba decidere come distribuire tra il periodo 1 e
periodo il 2 il reddito percepito in ciascuno dei due periodi. Ipotizziamo l’esistenza di un mercato
dei capitali sul quale si può prendere o dare a prestito moneta. Di conseguenza, un consumatore che
nel primo periodo desidera consumare più di quanto il proprio reddito gli consenta di fare, può
prendere a prestito moneta nel periodo 1 e restituire l’ammontare preso a prestito (più l’interesse
maturato) nel periodo 2. Viceversa, il consumatore con un reddito non abbastanza elevato da
permettergli di consumare quanto desidera nel secondo periodo, può dare a prestito una certa quota
del proprio reddito del periodo 1 e ricevere nel periodo successivo l’ammontare di moneta dato a
prestito nel primo periodo maggiorato della quota interesse.

Assumiamo infine un mercato dei capitali di concorrenza perfetta: ogni individuo può liberamente
partecipare al mercato ad un tasso di interesse costante. Solo nel paragrafo conclusivo introdurremo
un’ipotesi alternativa, discutendo le conseguenze associate all’esistenza di un mercato dei capitali
imperfetto.

20.2: Il vincolo di bilancio intertemporale


Definiamo m1 e m2 i redditi percepiti dal consumatore nei periodi 1 e 2 e c1 e c2 i livelli di consumo
nei due stessi periodi. Assumiamo che la funzione di utilità dipenda da c1 e c2; nel capitolo 21

257
vedremo come esplicitarla. Come anticipato, ipotizziamo l’esistenza di un mercato dei capitali di
concorrenza perfetta e un tasso di interesse r costante74.

Com’è definito il vincolo di bilancio nel contesto dell’analisi della scelta intertemporale?
Ovviamente, visto che il consumatore può decidere di consumare tutto il reddito percepito in un
periodo nello stesso periodo, la retta di bilancio deve passare dal punto (m1, m2). Ma qual è
l’insieme delle possibilità di un individuo che preferisce un’allocazione alternativa tra i due periodi?

Se il consumatore decide di non consumare nulla nel periodo 1, può risparmiare l’intero reddito m1,
concedendolo a prestito al tasso di interesse r, e ricevendo in cambio rm1. In questo modo, il
consumatore disporrà di un reddito pari a m1(1+r) più m2 nel periodo 2, ottenendo il massimo
livello di consumo nel periodo 2, ovvero, m1(1+r) + m2. Il caso opposto è quello di un consumatore
con consumo nullo nel periodo 2: nel primo periodo il consumatore spende m1 per intero più
l’ammontare di moneta che può prendere a prestito dato il reddito m2 percepito nel secondo periodo,
ovvero m2/(1+r). É questo, infatti, l’ammontare di reddito del periodo 1 che, se maggiorato
dell’interesse r, diventa m2 nel periodo 2. Perciò, il massimo livello di consumo conseguibile nel
periodo 1 è pari a m1 + m2/(1+r). Più in generale, se nel periodo 1 si prende a prestito c1 – m1, nel
periodo 2 si dovrà restituire tale ammontare più l’interesse maturato, vale a dire (c1 – m1)(1+r). Ne
consegue che la differenza m2 – c2 deve uguagliare questa somma e il vincolo di bilancio viene
definito dall’espressione (c1 - m1)(1+r) = m2 – c2, ovvero:

c1(1+r) + c2 = m1(1+r) + m2 (20.1)

per cui il valore futuro del flusso di consumo deve essere uguale al valore futuro del flusso di
reddito. Dividendo per (1+r) l’equazione (20.1), otteniamo la seguente espressione per il vincolo di
bilancio intertemporale:

c1 + c2/(1+r) = m1 + m2/(1+r) (20.2)

In tale forma, il vincolo di bilancio esprime l’uguaglianza tra il valore attuale del flusso di consumo
e il valore attuale del flusso di reddito. Il vincolo di bilancio intertemporale è rappresentato da una
retta con inclinazione –(1+r) nello spazio dei punti (c1, c2). Di conseguenza, un tasso di interesse
più elevato è associato ad un’inclinazione maggiore (in valore assoluto) del vincolo e, all’aumentare
del tasso di interesse, la retta di bilancio intertemporale ruota in senso orario intorno al punto (c1,
c2). Ovviamente, per r = 0, la retta di bilancio intertemporale ha un’inclinazione pari a -1.

Nell’esempio illustrato nella figura 20.2, abbiamo assunto r =0.2 (vale a dire, un tasso di interesse
del 20%), m1 = 30, e m2 = 50. In questa figura, i livelli di consumo relativi ai periodi 1 e 2, sono
rappresentati rispettivamente sull’asse delle ascisse e su quello delle ordinate. Notiamo che la retta
di bilancio passa per il punto (30, 50): il consumatore può sempre decidere di finanziare il consumo
di ciascun periodo utilizzando esclusivamente il reddito percepito nel periodo stesso, senza ricorrere
al mercato dei capitali. Se invece il consumatore decide di massimizzare il proprio consumo nel
periodo 1, può disporre al massimo di un reddito pari a 30 (il reddito del periodo 1) più 50/1.2 =
41.66 (l’ammontare che può prendere a prestito nel periodo 1, sapendo di doverlo restituire nel
periodo 2 ad un tasso di interesse del 20%, dato m2 = 50), vale a dire 71.66 (il valore dell’intercetta
orizzontale). Viceversa, quando il consumatore decide di concentrare tutto il proprio consumo nel
secondo periodo, nel periodo 2 consumerà 30x1.2 = 36 (il reddito del primo periodo più l’interesse
del 20%) più 50 (l’intero reddito percepito nel secondo periodo), ovvero, 86 (il valore dell’intercetta
verticale).
74
Per un tasso di interesse del 10%, r = 0.1; se il tasso di interesse è del 20%, r = 0.2; e così via.

258
Nell’esempio rappresentato nella figura 20.2, l’inclinazione del vincolo di bilancio intertemporale è
pari a -86/(71+⅔) = -1.2, ovvero, -1 più il tasso di interesse.

20.3: Scelta intertemporale ottima


Una volta disegnato il vincolo di bilancio intertemporale, per definire l’ottima allocazione del
consumo nei due periodi, è necessario definire le preferenze del consumatore su tutte le possibili
combinazioni di consumo (c1, c2). Il capitolo 21 avrà ad oggetto un tipo di preferenze intertemporali
con una buona credibilità empirica, ora introduciamo una tipologia di preferenze di validità più
generale.

Domandiamoci che proprietà debba possedere una mappa di curve di indifferenza disegnata nello
spazio dei punti (c1, c2). In primo luogo, la mappa deve essere convessa all’origine perché una
diminuzione del consumo nel periodo 2 deve essere compensata da un incremento corrispondente
del consumo nel periodo 1, così come una diminuzione del consumo nel periodo 1 deve essere
compensata da un aumento equivalente del consumo nel periodo 2. La mappa delle curve di
indifferenza deve essere simmetrica? Questa proprietà è necessaria solo se il consumatore non
attribuisce un peso diverso al consumo in uno due periodi. In tal caso, otteniamo la figura 20.3,
analizzando la quale, è facile descrivere gli effetti di una variazione del tasso di interesse sulla
scelta intertemporale ottima. Ricordiamo, tuttavia, che la maggioranza degli individui attribuisce un
peso maggiore al consumo corrente.

Nell’esempio rappresentato nella figura 20.3, abbiamo assunto un tasso di interesse nullo e, di
conseguenza, l’inclinazione della retta di bilancio intertemporale è pari semplicemente a –1. Il
consumatore può ottenere 1 unità di consumo aggiuntiva nel periodo 1 per ogni unità di consumo in

259
meno nel periodo 2, e 1 unità di consumo addizionale nel secondo periodo per ogni unità di
consumo in meno nel periodo 1. La dotazione iniziale di reddito (30 nel periodo 1 e 50 nel periodo
2) è indicata con X. La scelta ottima (indicata con un asterisco) si colloca sulla curva di indifferenza
più alta nel punto di tangenza con la retta di bilancio intertemporale. Avendo ipotizzato preferenze
simmetriche e un tasso di interesse nullo, anche il punto di ottimo è simmetrico rispetto all’origine.
Il consumatore, infatti, domanda 40 unità di consumo sia nel periodo 1 che nel periodo 2, ricorrendo
al mercato dei capitali per ottenere un identico livello di consumo nei due periodi. Egli prende a
prestito 10 unità nel periodo 1 e le consuma insieme al reddito corrente (30), per un consumo totale
di 40 unità. Nel periodo 2, restituisce le 10 unità prese a prestito nel periodo 1 (senza quota interessi
perché il tasso di interesse è nullo) e consuma la parte rimanente di reddito corrente (40). In questo
esempio, dunque, il consumatore si comporta da debitore.

Che effetto produce un aumento del tasso di interesse? Provate a svolgere questo esercizio di statica
comparata. All’aumetare del tasso di interesse, il vincolo di bilancio intertemporale ruota intorno al
punto X e il punto di ottimo si sposta sulla sinistra. Se confrontate il vincolo di bilancio della figura
20.3, con tasso di interesse uguale zero, con il vincolo di bilancio riportato nella figura 20.2, in cui
il tasso di interesse è uguale al 20 %, lo spostamento verso sinistra del punto X è evidente. Il
vincolo di bilancio in figura 20.2 ha una inclinazione di -1.2, mentre il vincolo di bilancio in figura
20.3 ha una inclinazione pari a -1; il primo ha una pendenza maggiore. Il punto di ottimo si sposterà
verso sinistra al crescere del tasso di interesse. Di conseguenza, l’individuo riduce il consumo nel
periodo 1 e richede un prestito di ammontare minore.

Se vi state chiedendo se il consumatore tende a diventare un risparmiatore all’aumentare del tasso


di interesse, la risposta è “si”, ma solo se l’aumento del tasso di interesse provoca uno spostamento
del punto di ottimo sulla sinistra del punto X. Per quale valore del tasso di interesse l’individuo
diventa un risparmiatore? Ciò dipende dall’inclinazione della curva di indifferenza nel punto di
ottimo X. Se, per motivi che saranno chiari oltre, supponiamo che l’inclinazione delle curve di
indifferenza75 è pari a –(1+s), l’individuo inizia a comportarsi da risparmiatore quando il tasso di
interesse diventa maggiore76 di s. In sintesi, il consumatore prende a prestito per valori bassi del
tasso di interesse, l’ammontare del prestito si riduce all’aumetare del tasso di interesse, e inizia a
concedere credito per un tasso di interesse sufficientemente alto. Come è facile intuire, questo
risultato ha validità generale, ma dipende dalla forma delle preferenze. Per il tipo di curve di
indifferenza disegnate nella figura 20.3, la relazione tra risparmio e tasso di interesse diventa del
tipo rappresentato nella figura 20.4.

75
Ad esempio, per un valore dell’inclinazione pari a –1.6, s = 0.6 (ovvero, 60%).
76
Ricordiamo che l’inclinazione della retta di bilancio intertemporale è pari a –(1+r), per cui il vincolo è tangente nel
punto X alla curva di indifferenza passante per il punto X se e solo se r = s.

260
La curva decrescente rappresenta la domanda netta di consumo del periodo 1. Tale domanda è
positiva nel primo tratto, si annulla per un tasso di rendimento pari a 1.68 (vale a dire un tasso di
interesse pari a 0.68, ovvero 68%), per poi assumere valori negativi. Nel tratto positivo, la domanda
netta di consumo del periodo 1 rappresenta la somma di moneta presa a prestito nel periodo 1,
mentre quando diventa negativa rappresenta il livello di risparmio del periodo stesso. La curva
crescente è la domanda di consumo del periodo 2 che, per valori negativi, rappresenta l’ammontare
del prestito da restituire nel periodo 2 (incluso l’interesse maturato), mentre per valori positivi
rappresenta il rendimento totale del risparmio del periodo 1. Le due curve intersecano l’asse delle
ascisse esattamente nello stesso punto. L’individuo che prende a prestito nel periodo 1, infatti, deve
restituire quanto preso a prestito nel periodo 2, mentre l’individuo che risparmia nel periodo 1 ha un
rendimento positivo nel periodo 2.

Un fattore che influenza in maniera cruciale la scelta intertemporale è la dotazione iniziale di


reddito. Infatti, al variare del valore di uno dei redditi percepiti nei due periodi, varia anche la
decisione di prestito/risparmio del consumatore. Ad esempio, all’aumentare di m1, la relazione tra le
due domande nette e m1 diventa quella rappresentata nella figura 20.6 (Dato un reddito del periodo
2 di 50 e un tasso di interesse del 20%).

Il consumatore abbandona la posizione di debitore e inizia a comportarsi da risparmiatore per valori


sufficientemente elevati di m1 (la retta che da positiva diventa negativa è la domanda netta di
consumo del periodo 1; l’altra rappresenta la domanda netta di consumo del periodo 2).

Il tipo di preferenze individuali influenza la forma delle due curve di domanda netta. Finora
abbiamo assunto preferenze simmetriche all’origine. Dal punto di vista empirico, tuttavia, è più
verosimile ipotizzare preferenze di tipo asimmetrico, in modo tale da assegnare un peso maggiore
al consumo corrente. Questo tipo di preferenze saranno discusse in maggior dettaglio nel

261
capitolo successivo. Per il momento, ci limitiamo a confrontare il caso di preferenze simmetriche
con quello in cui il consumatore assegna un peso maggiore al consumo del periodo 1. A tal fine,
mettiamo a confronto le figure 20.9 e 20.3.

Le curve di indifferenza disegnate nella figura 20.9 non sono simmetriche e il consumatore
preferisce consumare di più nel periodo 1 che nel periodo 2. Svolgendo lo stesso esercizio di
statica comparata rappresentato nella figura 20.4, otteniamo la figura 20.10

Rispetto all’esempio di preferenze simmetriche, la situazione rappresentata nella figura 20.4 è


caratterizzata da un livello maggiore di prestito. Ciò è dovuto al peso maggiore che riveste per
l’individuo il consumo del periodo 1.

20.4: Valore futuro, valore attuale e valore attuale scontato


In un’economia a due periodi con redditi m1 e m2, se il tasso di interesse è pari a r, il valore futuro
(fv) del flusso di reddito dei due periodi (vale a dire il suo valore nel periodo 2) è definito come
segue:

fv = m1(1 + r) + m2 (20.3)

Il reddito del periodo 1, infatti, diventa m1(1 + r) per un tasso di interesse positivo.

Il valore attuale (pv)del flusso di reddito, vale a dire il suo valore nel periodo 1, è definito dalla
seguente espressione:

pv = m1 + m2/(1+r) (20.4)

262
in quanto m2/(1+r) rappresenta l’ammontare che può essere preso a prestito sulla base di quanto
potrà essere restituito nel periodo 2 (dato il reddito m2).

Estendiamo ora queste definizioni al caso più generale di T periodi. Se mt è il reddito percepito nel
periodo t (t = 1, 2, …, T), e il tasso di interesse è positivo, m1 diventa m1(1+r)T-1 nel periodo T, m2
diventa m2(1+r)T-2 nel periodo T, e così via. Di conseguenza, il valore futuro del flusso di reddito
dell’intero arco temporale considerato (vale a dire il suo valore al periodo T ) è definito da:

fv = m1(1+r)T-1 + m2(1+r)T-2 + … + mT-1(1+r) + mT (20.5)

Il valore attuale dello stesso flusso di reddito è definito dalla seguente espressione:

pv =m1 + m2/(1+r) + … + mT-1/(1+r)T-2 + mT/(1+r)T-1 (20.6)

in quanto m2/(1+r) è la somma che può essere presa in prestito nel periodo 1, con l’impegno di
restituire m2 nel periodo 2, …; mT-1/(1+r)T-2 è la somma che può essere presa in prestito nel periodo
1, con l’impegno di restituire mT-1 nel periodo T-1, e mT/(1+r)T-1 è la somma che può essere presa in
prestito nel periodo 1, con l’impegno di restituire mT nel periodo T.

Definiamo m2/(1+r) il valore attuale scontato di m2 nel periodo 2, …; mT-1/(1+r)T-2 ) il valore


attuale scontato di mT-1 nel periodo T-1; e mT/(1+r)T-1 il valore attuale scontato del reddito mT nel
periodo T. Il reddito percepito in ciascun periodo viene scontato al tasso di interesse di mercato r.

20.5: Imperfezioni nel mercato del capitale


L’ipotesi di un mercato dei capitali di concorrenza perfetta è criticabile. Si potrebbe obiettare,
infatti, che il tasso di interesse al quale si prende a prestito nella pratica può essere maggiore di
quello con il quale viene remunerato il risparmio e assumere di conseguenza un mercato dei capitali
imperfetto. Come viene influenzato il vincolo di bilancio intertemporale da questa assunzione? Per
ipotesi, il consumatore prende a prestito ad un tasso di interesse maggiore (ovvero, quando egli
preferisce spostarsi in basso e a destra rispetto al punto di dotazione iniziale) di quello con il quale
vede remunerato il proprio risparmio (vale a dire quando egli preferisce spostarsi in alto e a sinistra
rispetto al punto della dotazione iniziale). Questa ipotesi implica un’inclinazione del vincolo di
bilancio intertemporale maggiore in valore assoluto per spostamenti in basso e a destra rispetto a
spostamenti in alto a sinistra del punto di dotazione iniziale. Ne consegue che il vincolo di bilancio
ha un punto d’angolo in corrispondenza della dotazione iniziale. Ad esempio, nella figura 20.18, il
consumatore ha una dotazione iniziale (30,50), il tasso di interesse al quale si prende a prestito è del
50%, mentre il risparmio viene remunerato ad un tasso del 10% (abbiamo scelto una differenza così
marcata tra i due tassi di interesse per rendere più chiaro l’esempio). Il vincolo di bilancio
intertemporale ha un punto d’angolo in corrispondenza della dotazione iniziale del consumatore e
due valori di inclinazione: -1.5 e -1.1 rispettivamente a destra e a sinistra della dotazione iniziale di
reddito. La linea tratteggiata rappresenta il vincolo di bilancio intertemporale in un mercato dei
capitali di concorrenza perfetta con un tasso di interesse del 30%. La presenza del punto di angolo
influenza la scelta ottima. Per il consumatore, infatti, è ottimale consumare la dotazione iniziale
senza ricorrere al mercato dei capitali né per prendere né per dare a prestito. Di conseguenza, il
punto di ottimo si colloca in corrispondenza della dotazione iniziale (se il tasso marginale di
sostituzione tra il consumo nei due periodi ha un valore compreso tra 0.1 e 1.4).

263
20.6: Riassunto
Se il tasso di interesse è costante, il vincolo di bilancio intertemporale ha un valore dell’inclinazione pari a –(1 + r).

La decisione di prestito/risparmio del consumatore dipende dalle preferenze individuali, dalla dotazione iniziale e dal tasso di interesse.

In generale, un aumento del tasso di interesse causa una diminuzione del prestito.

In generale, una diminuzione del tasso di interesse causa una riduzione del risparmio.

Se il mercato dei capitali è imperfetto, il vincolo di bilancio intertemporale presenta un punto


d’angolo in corrispondenza della dotazione iniziale ed ha un’inclinazione maggiore alla destra e
minore alla sinistra del punto di dotazione iniziale.

20.7: Domande di verifica


(1) Disegna il vincolo di bilancio di un individuo che ha reddito 100 in ogni periodo se (1) il
tasso di interesse è 0%, (2) il tasso di interesse è 10%. Mostra che nel secondo caso il
vincolo di bilancio è più ripido che nel primo.
(2) Argomenta, in maniera intuitiva che un incremento del tasso di interesse migliora la
posizione di un soggetto se è un risparmiatore, e la peggiora se ha la tendenza a prendere
a prestito. Cosa accade al comportamento dell’individuo nei due casi?
(3) Quel è la pendenza del vincolo di bilancio se il tasso di interesse è negativo?
(4) Si mostri che se il tasso di inflazione e il tasso di interesse sono entrambi zero allora
nessun soggetto sarà disposto a prestare moneta.

264
Capitolo 21: Il Modello dell’Utilità Scontata

21.1: Introduzione
In questo capitolo studiamo le proprietà di una particolare funzione di utilità di grande rilevanza
empirica e capace di descrivere le preferenze intertemporali di un consumatore razionale. Tale
funzione di utilità, infatti, non ha solo rilievo empirico, ma possiede anche l’importante proprietà
normativa di rendere il comportamento individuale coerente dal punto di vista dinamico. Un
consumatore le cui preferenze siano descritte da questa funzione di utilità valuta il consumo dei
periodi t e s nello stesso modo rispetto al periodo corrente. Ad esempio, se un individuo considera
1000 euro correnti equivalenti a 1500 euro nel 2017, la sua valutazione deve restare invariata nel
2004 e così via. In altri termini, tale funzione di utilità descrive le preferenze che un individuo
“dovrebbe” avere perché il proprio processo decisionale intertemporale sia razionale. Se questa
proprietà non è di particolare importanza in un mondo a due periodi, diventa cruciale in un contesto
multi periodale. In questo capitolo analizziamo prima un’economia a due periodi per poi estendere
il nostro modello al caso più generale con molti periodi temporali.

21.2: Il modello dell’utilità scontata in due periodi


Il tipo di preferenze che presentiamo in questo paragrafo descrive l’ordinamento di tutte le possibili
combinazioni di consumo (c1, c2), dove c1 e c2 denotano rispettivamente il consumo nei periodi 1 e
2. La funzione di utilità che riflette queste preferenze è definita dalla seguente espressione:

U(c1, c2) = u(c1) + u(c2)/(1+ρ) (21.1)

L’espressione (21.1) contiente due funzioni di utilità: la funzione di utilità intertemporale U,


associata alla combinazione di consumo (c1, c2) e la funzione di utilità istantanea u, associata al
consumo di uno solo dei due periodi. Secondo il modello dell’utilità scontata, l’utilità associata alla
combinazione di consumo (c1, c2) è uguale all’utilità del consumo c1 più l’utilità che deriva dal
consumo del periodo 2 diviso (1+ρ), dove ρ è il tasso di sconto soggettivo. Se ρ è positivo, (1+ρ) è
maggiore di 1 e, di conseguenza, u(c2)/(1+ρ) è minore di u(c2), vale a dire che il consumatore
attribuisce al consumo nel periodo 1 un peso maggiore relativamente al consumo nel periodo 2.

A cosa si deve la definizione di “modello dell’utilità scontata”? Al fatto che il consumatore sconta
l’utilità del consumo nel periodo 2 al tasso soggettivo ρ. Questo parametro è definito tasso di sconto
soggettivo così definito per i motivi che di seguito riportiamo. Consideriamo il valore atteso del
flusso dei redditi m1 e m2 quando il tasso di interesse è r; tale valore atteso è dato da (vedi
paragrafo 20.4):

Pv=m1 + m2/(1+r) (21.2)

Come già osservato nel capitolo precedente, il valore del reddito m2 deve essere scontato nel
periodo 1 al tasso di interesse di mercato r perché sarà percepito solo nel periodo 2. Da notare
l’analogia con l’espressione (21.1). Nel modello dell’utilità scontata, l’individuo sconta l’utilità
futura perché ne usufruirà solo nel periodo successivo e la sconta al tasso ρ. Tale fattore di sconto è
soggettivo, nel senso che varia da individuo a individuo e dipende da come viene valutata a livello
individuale l’utilità associata al consumo nel periodo 2 rispetto all’utilità del consumo nel periodo
1. Se l’individuo considera il consumo nei due periodi allo stesso modo, allora ρ=0, vale a dire che
l’individuo non sconta il futuro. Tuttavia, nella maggioranza dei casi, al consumo corrente viene
attribuito un peso maggiore rispetto a quello futuro e il parametro ρ assume un valore positivo.
Inoltre, maggiore è l’importanza del consumo corrente rispetto a quello futuro, maggiore sarà il
valore assunto da ρ, ovvero, più l’individuo sconta il futuro. Infine, essendo ρ un parametro
265
rappresentativo delle preferenze individuali, il suo valore è indipendente dal fattore di sconto di
mercato r.

Il valore del parametro ρ è rappresentativo dei pesi relativi attribuiti dal consumatore ai livelli di
consumo presente e futuro. Per completare la caratterizzazione del modello dell’utilità scontata è
necessario specificare le proprietà della funzione di utilità u, la cui forma esplicita varia a livello
individuale. In generale, u è una funzione concava: al crescere del consumo, l’utilità associata al
consumo stesso aumenta ad un tasso decrescente. Ovvero, ad ogni incremento unitario del consumo
corrisponde un aumento dell’utilità decrescente per livelli crescenti di consumo. Di seguito,
assumeremo che u è una funzione radice (funzione concava per valori positivi di consumo77). Una
forma funzionale alternativa per u è la funzione logaritmo (anche essa concava per valori positivi di
consumo). La forma funzionale assunta da u influenza la forma delle funzioni di domanda, ma la
proprietà relativa alla relazione esistente tra r e ρ (proprietà che illustreremo tra breve) è verificata
per ogni funzione u concava, compresa la funzione logaritmo. Naturalmente, la forma funzionale di
u dipende in maniera cruciale dalle preferenze individuali.

21.3: Le Curve di indifferenza nel modello dell’utilità scontata


Prima di illustrare le implicazioni del modello dell’utilità scontata come specificato nel paragrafo
precedente, analizziamo le proprietà delle curve di indifferenza disegnate nello spazio (c1, c2). Il
lettore interessato esclusivamente alla discussione delle implicazioni del modello, può ignorare la
trattazione matematica contenuta in questo paragrafo.

L’espressione di una generica curva di indifferenza nello spazio dei punti (c1, c2) è data da:

U(c1, c2) = costante (21.3)

Sostituendo l’espressione che definisce il modello dell’utilità scontata (21.1) nell’equazione (21.3),
otteniamo la seguente equazione per una generica curva di indifferenza nello spazio (c1, c2):

u(c1) + u(c2)/(1+ρ) = costante (21.4)

A partire da questa espressione si calcola l’inclinazione delle curve di indifferenza, definita come
segue (l’appendice matematica di questo capitolo contiene la dimostrazione):

inclinazione della curva di indifferenza = - (1+ρ) [du(c1)/dc1] /[du(c2)/dc2] (21.5)

dove du(c)/dc rappresenta la derivata prima di u(c) rispetto a c, vale a dire il tasso al quale l’utilità
aumenta al crescere del consumo.

Il valore dell’inclinazione, dunque, è negativo per cui le curve di indifferenza sono inclinate
negativamente. Inoltre, se u è concava, in corrispondenza di punti sempre più in basso e a destra
lungo ogni curva di indifferenza, c1 aumenta e c2 diminuisce, di conseguenza, du(c1)/dc1 diminuisce
e du(c2)/dc2 aumenta, e l’inclinazione della curva di indifferenza diminuisce in valore assoluto.
Quindi u è concava, le curve di indifferenza sono convesse. Se invece u è lineare, du(c1)/dc1 e
du(c2)/dc2 sono costanti e diventa costante anche l’inclinazione delle curve di indifferenza (le curve
di indifferenza sono lineari). Proseguendo su questa linea di ragionamento, concludiamo che:

Se u è concava, lineare o convessa le curve di indifferenza sono convesse, lineari o concave nello
spazio (c1, c2).

77
E’ difficile pensare a valori negativi di consumo.

266
Assumere la concavità della funzione u è realistico dal punto di vista empirico (perché
all’aumentare del consumo, l’utilità aumenta ad un tasso decrescente).

Un ultimo risultato è di particole importanza. Se imponiamo l’uguaglianza c1 = c2 nell’espressione


(21.5), l’inclinazione delle curve di indifferenza diventa –(1+ρ). Dopo aver chiamato la retta c1 = c2
“linea di eguale consumo” otteniamo il seguente risultato:

L’inclinazione di ogni curva di indifferenza nel modello dell’utilità scontata è pari a –(1+ρ)
lungo la linea di eguale consumo.

Questo risultato va ricordato.

Nella figura (21.1) abbiamo assunto che u è uguale alla radice quadrata del consumo e ipotizzato
ρ = 0.2 (il consumatore sconta il futuro ad un tasso del 20%). In questa figura sono disegnate le
curve di indifferenza del consumatore nello spazio (c1, c2) e la linea di eguale consumo lungo la
quale, è bene ricordarlo, l’inclinazione di ogni curva di indifferenza è uguale a –1.2.

Un consumatore che sconta il futuro ad un tasso soggettivo maggiore del 20%, ha curve di
indifferenza più inclinate lungo la linea di eguale consumo.

21.4: Le implicazioni in un’economia a due periodi


Alcune delle implicazioni di uno scenario a due soli periodi sono facilmente intuibili. Sappiamo che
l’inclinazione delle curve di indifferenza in ogni punto appartenente alla linea di eguale consumo è
pari a –(1+ρ). Di conseguenza, in ogni punto sulla destra e sulla sinistra della linea di eguale
consumo, il valore assoluto dell’inclinazione è uguale rispettivamente a minore di (1+ρ) e maggiore
di (1+ρ). Questo è importante ricordarlo perché l’inclinazione del vincolo di bilancio intertemporale
è pari a (1+r) in valore assoluto e nel punto di ottimo l’inclinazione del vincolo di bilancio deve
essere uguale in valore assoluto all’inclinazione della curva di indifferenza (perché la curva di
indifferenza deve essere tangente alla retta di bilancio quel punto). Concludendo, l’inclinazione
della curva di indifferenza nel punto di ottimo deve essere uguale a –(1+r).

Passando alla relazione tra tasso di sconto soggettivo e tasso di sconto di mercato, esistono tre casi
da prendere in considerazione. Il più semplice si verifica quando r = ρ. In questo caso, il punto di
ottimo deve appartenere alla linea di uguale consumo e perciò, dato che ogni curva di indifferenza
ha inclinazione –(1+r) (essendo r = ρ), il punto di ottimo (il punto in cui il vincolo di bilancio
intertemporale e le curve di indifferenza hanno la stessa inclinazione) deve essere uno dei punti

267
appartenenti alla linea di uguale consumo. Di conseguenza, il consumatore preferisce distribuire
equamente il consumo nei due periodi.

Se r > ρ, la scelta intertemporale ottima si colloca alla sinistra della linea di uguale consumo. Ciò
implica che il consumo nel periodo 2 è maggiore del consumo nel periodo 1. Viceversa, quando r <
ρ, il punto di ottimo si trova alla destra della linea di uguale consumo e il consumo nel periodo 1 è
maggiore del consumo nel periodo 2. La scelta di allocazione ottima del consumo nei due periodi,
dunque, è influenzata dalla relazione tra tasso di sconto soggettivo e tasso di sconto di mercato.
Verifichiamo questa conclusione con il seguente esempio numerico.

Data la dotazione iniziale di reddito pari a 40 nel periodo 1 e 40 nel periodo 2, ipotizziamo che il
tasso di interesse sia inizialmente nullo (come nella figura 21.3). Assumiamo che ρ sia uguale a 0.2
(20%), e che le preferenze siano quelle dell’equazione 21.1. Potete verificare che il punto di ottimo
si colloca lungo la linea di uguale consumo per un tasso di interesse del 20% (ovvero, quando il
tasso di sconto soggettivo è uguale al tasso di sconto di mercato).

I valori corrispondenti di prestito e risparmio sono illustrati nella figura 21.4 (Ricordiamo che per
definizione il tasso di rendimento è pari ad 1 più il tasso di interesse). La curva inclinata
negativamente rappresenta la domanda netta di consumo nel periodo 1, mentre quella inclinata
positivamente è la domanda netta di consumo nel periodo 2. Notiamo che le due curve intersecano
l’asse delle ascisse in corrispondenza di un tasso di interesse pari al 20%.

Se ripetiamo il nostro esempio per un tasso di sconto soggettivo maggiore (ρ = 0.4), otteniamo la
figura 21.10. Osservate differenze e similitudini tra le figure 21.4 e 21.10.
21.4:

268
21.5: Il modello dell’utilità scontata in un’economia multi periodale
L’estensione del modello dell’utilità scontata ad un’economia con più di due periodi è di grande
interesse, ma va al di là degli scopi di questo testo. Funzionale a tale estensione è la
generalizzazione della formula del tasso di sconto che abbiamo studiato nel paragrafo 20.4.

Supponiamo che il consumatore viva in T periodi, dove T può essere una grandezza finita, infinita o
casuale. Il consumatore consuma c1 nel periodo 1, c2 nel periodo 2, …, ct nel periodo t, …, e cT nel
periodo T e ha delle preferenze su tutte le possibili combinazioni di consumo intertemporale (c1, c2,
…, ct , …, cT). Applicando il modello dell’utilità scontata, le preferenze del consumatore su tali
combinazioni di consumo sono descritte dalla seguente funzione di utilità intertemporale:

U(c1, c2, …, ct , …, cT) = u(c1) + u(c2)/(1+ρ) +…+ u(ct)/(1+ρ)t-1+…+u(cT)/(1+ρ)T-1 (21.6)

Ancora una volta, dunque, il modello viene caratterizzato dal fattore di sconto soggettivo ρ e dalla
funzione di utilità istantanea u. Abbiamo ottenuto in questo modo un’estensione del modello
dell’utilità scontata applicato a due soli periodi. In presenza di T periodi, l’utilità della
combinazione di consumo intertemporale (c1, c2, …, ct , …, cT) è pari alla sommatoria delle utilità
derivanti dal consumo di ciascun periodo scontate al tasso ρ. Se ρ è positivo, il consumatore
attribuisce al consumo di ogni periodo un peso decrescente all’aumentare di t: il peso attribuito al
consumo nel periodo 1 è 1; quello associato al consumo del periodo 2 è 1/(1+ρ); …; nel periodo t
diventa 1/(1+ρ)t-1; … ; e, infine, nel periodo T è dato da 1/(1+ρ)T-1. A questo punto risulta utile
confrontare l’espressione (21.6) con la formula del valore atteso del flusso di reddito discussa nel
paragrafo 20.4. In quella formula, i redditi percepiti in periodi futuri venivano scontati al tasso di
mercato r. Analogamente, nel modello dell’utilità scontata, le utilità vengono scontate al tasso di
sconto soggettivo ρ.

La capacità del modello dell’utilità scontata di descrivere compiutamente le preferenze


intertemporali può essere testata empiricamente. In ogni caso, esistono anche motivazioni
normative a sostegno dell’adeguatezza delle preferenze intertemporali di questo modello. L’idea
sottostante il modello, infatti, è che il comportamento del consumatore è razionale dal punto di
vista dinamico nel senso che il consumatore realizza il proprio piano di consumo coerentemente a
quanto formulato nel primo periodo. In un’economia senza incertezza, infatti, non esiste motivo
razionale per il consumatore di riformulare nel tempo il proprio piano di consumo e questo rende il
modello dell’utilità scontata attraente dal punto di vista normativo.

Se il consumatore inizia a vivere nel periodo 1, il suo flusso di reddito sarà m1 nel periodo 1, m2 nel
periodo 2, …, mt nel periodo t, …, e, infine, mT nel periodo T. Nel periodo 1, l’individuo formula
269
un piano di consumo intertemporale (c1, c2, …, ct , …, cT) con l’obiettivo di massimizzare l’utilità
definita nell’equazione (21.6), dato il proprio flusso di reddito e il tasso di interesse (che assumiamo
essere noto). Nel periodo 1, l’individuo consuma c1 come pianificato. Cosa avviene nel periodo 2?
Il consumatore consuma c2 come pianificato o preferisce riformulare il proprio piano di consumo?
Dipende. Supponiamo che il consumatore decida di riformulare il proprio piano di consumo nel
periodo 2. In tal caso, passato il periodo 1, il consumatore massimizza una nuova funzione obiettivo
relativa ai periodi che vanno da 2 a T. A partire dalla formula dell’utilità intertemporale (21.6),
otteniamo la nuova funzione obiettivo:

U(c2, …, ct , …, cT) = u(c2) + u(c3)/(1+ρ) +…+ u(ct)/(1+ρ)t-2+…+u(cT)/(1+ρ)T-2 (21.7)

Ora poniamoci la seguente domanda: la massimizzazione dell’utilità intertemporale (21.7) dato il


flusso di reddito da 2 a T, implica gli stessi valori ottimali di consumo c2, …, ct , …, cT di quelli
relativi al piano di consumo c1, c2, …, ct , …, cT formulato nel periodo 1?

La risposta è “si”. Il motivo non è intuitivo, ma possiamo comprenderlo ricorrendo alla matematica.
Infatti, la funzione di utilità intertemporale può essere riscritta come segue (la dimostrazione di
questa proposizione è contenuta nell’appendice matematica del capitolo):

U(c1, c2, …, ct , …, cT) = u(c1) + U(c2, …, ct , …, cT)/(1+ρ) (21.8)

Di conseguenza, la combinazione ottimale (c2, …, ct , …, cT), dato il valore ottimo di c1 ottenuto


dalla massimizzazione dell’utilità nel periodo 1 (rispetto alla scelta di c1, c2, …, ct , …, cT), è uguale
alla combinazione ottimale (c2, …, ct , …, cT) che risulta dalla massimizzazione dell’utilità
intertemporale nel periodo 1 (rispetto alla scelta di c1, c2, …, ct , …, cT ). Un consumatore razionale,
dunque, non dovrebbe riformulare il piano di consumo programmato nel periodo 1 in nessuno dei
periodi successivi al primo.

In pratica, e come è evidente dall’espressione (21.7), dati due periodi qualsiasi s e t, il peso relativo
associato all’utilità che deriva dal consumo nel periodo s è sempre uguale a (1+ρ)s-t qualsiasi sia il
periodo nel quale il consumatore sconta il futuro. Ciò significa che il consumatore non desidera
mai riformulare i propri piani di consumo (é ovvio che in assenza di incertezza, non c’è alcun
motivo per cambiare i propri programmi). Viceversa, se il tasso di sconto soggettivo è variabile nel
tempo, il consumatore potrebbe riformulare il piano di consumo programmato nel periodo 1. Questa
eventualità può essere interpretata come segue. Il consumatore che sconta il futuro in maniera
diversa in periodi diversi della propria vita può essere pensato come tanti individui con diversi tassi
di sconto soggettivi. Questo può essere il caso di una persona che al mattino si sveglia con
l’intenzione di non bere alcolici e la sera finisce inevitabilmente col farlo!

21.6: Riassunto
Nella maggior parte del capitolo ci siamo soffermati sulla definizione delle proprietà del modello
dell’utilità scontata in un’economia a due periodi. Solo nell’ultimo paragrafo abbiamo esteso il
modello ad uno scenario multi periodale. Tale estensione è stata giustificata da argomenti
normativi. Assumendo che il consumatore viva in due soli periodi, abbiamo ottenuto i seguenti
risultati:

Nel modello dell’utilità scontata, la funzione di utilità intertemporale è definita da U(c1, c2) = u(c1)
+ u(c2)/(1+ρ), dove ρ rappresenta il tasso di sconto soggettivo intertemporale.
Nel modello dell’utilità scontata, l’inclinazione di ogni curva di indifferenza lungo la linea di uguale consumo è pari a –(1+ρ).

270
Ricordiamo che in presenza di un mercato dei capitali di concorrenza perfetta, l’inclinazione del
vincolo di bilancio intertemporale è pari a –(1+r), dove r rappresenta il tasso di interesse di
mercato. Dalla combinazione dei due risultati di cui sopra, risulta che:

Un consumatore con preferenze intertemporali del modello dell’utilità scontata distribuisce


equamente il consumo tra il periodo 1 e il periodo 2 se il tasso di sconto soggettivo ρ è uguale al
tasso di sconto di mercato r…

... consuma di più nel periodo 1 che nel periodo 2 se r < ρ


.. e consuma di più nel periodo 2 che nel periodo 1 se r > ρ

Infine, abbiamo esteso il modello dell’utilità scontata ad un’economia multi periodale e discusso
l’importante proprietà normativa in base alla quale il modello dell’utilità scontata è capace di
catturare il comportamento razionale del consumatore dal punto di vista dinamico.

21.7: Domande di verifica


(1) Se l’individuo A ha un tasso di sconto più alto di quello dell’individuo B chi si
preoccupa di più per il futuro?
(2) Ritieni che i giovani abbiano un tasso di sconto più alto relativamente rispetto agli adulti
e agli anziani?
(3) Che effetto ha il tasso di sconto sul risparmio a fini pensionistici?
(4) Credi che il tuo tasso di sconto si manterrà costante nel futuro?

21.8: Appendice Matematica


Dimostriamo la proposizione relativa all’inclinazione di una generica curva di indifferenza nel
modello dell’utilità scontata.

Come risulta dal paragrafo 21.3, una generica curva di indifferenza nello spazio (c1, c2) è definita
da:

U(c1, c2) = costante (21.3)

Sostituendo la formula (21.1) in questa espressione, otteniamo la seguente equazione della curva di
indifferenza nello spazio (c1, c2):

u(c1) + u(c2)/(1+ρ) = costante (21.4)

Per calcolare l’inclinazione delle curve di indifferenza nello spazio (c1, c2), calcoliamo il
differenziale totale di questa espressione, ottenendo:

u'(c1) dc1 + u'(c2) dc2/(1+ρ) = 0 (21.5)

dove u'(c) rappresenta la derivata prima di u(c) rispetto a c. Dalla definizione del differenziale
totale, risulta che:

dc2/dc1= - (1+ρ) u'(c1) / u'(c2) (A21.1)

Abbiamo così ottenuto l’inclinazione della curva di indifferenza come definita in (21.5).
271
Mostriamo ora come derivare l’espressione (21.5).

Se c1*, c2*, …, ct* , …, cT* è il piano di consumo che massimizza la funzione di utilità intertemporale

U(c1, c2, …, ct , …, cT) = u(c1) + u(c2)/(1+ρ) +…+ u(ct)/(1+ρ)t-1+…+u(cT)/(1+ρ)T-1 (A21.2)

dato il flusso di reddito m1, m2, …, mt, …, mT,

al quale è associato il vincolo di bilancio intertemporale

m1 + m2/(1+r) + … + mT-1/(1+r)T-2 + mT/(1+r)T-1


= c1 + c2/(1+r) + … + cT-1/(1+r)T-2 + cT/(1+r)T-1 (A21.3)

allora il piano di consumo c2*, …, ct* , …, cT* massimizza la funzione di utilità intertemporale

U(c2, …, ct , …, cT) = u(c2) + u(c3)/(1+ρ) +…+ u(ct)/(1+ρ)t-2+…+u(cT)/(1+ρ)T-2 (A21.4)

dato il vincolo di bilancio intertemporale

m1 + m2/(1+r) + … + mT-1/(1+r)T-2 + mT/(1+r)T-1


= c1* + c2/(1+r) + … + cT-1/(1+r)T-2 + cT/(1+r)T-1 (A21.5)

in quanto

U(c1, c2, …, ct , …, cT) = u(c1) + U(c2, …, ct , …, cT)/(1+ρ). (A21.6)

272
Capitolo 22: Lo scambio nel mercato dei capitali

22.1: Introduzione
In questo capitolo analizziamo lo scambio nel mercato dei capitali, dove si incontrano la domanda
di prestito e l’offerta di credito. Dall’analisi svolta nei capitoli precedenti, sappiamo che il
consumatore può decidere di indebitarsi o concedere credito. E’ facile intuire che la domanda
complessiva di prestito deve eguagliare l’offerta totale di credito. Infatti, quando un individuo ha
intenzione di prendere a prestito denaro, deve sempre trovare un altro individuo disposto a
concedere credito. Quando il mercato dei capitali è in equilibrio, il costo del prestito e la
remunerazione del risparmio devono uguagliarsi in modo tale da bilanciare la domanda aggregata di
debito con l’offerta complessiva di credito. Ma qual è il prezzo vigente sul mercato dei capitali?
Naturalmente, è il tasso di rendimento 1+r: ogni euro risparmiato nel periodo corrente viene
remunerato con (1+r) euro nel periodo successivo (in assenza di inflazione78).

Oggetto della nostra analisi è lo scambio intertemporale. Sul mercato dei capitali, i consumatori
scambiano moneta del periodo corrente per ottenere un incremento della propria dotazione di
moneta del periodo successivo. L’impiego di un’analisi grafica che rappresenta le variabili
“consumo presente” e “consumo futuro” sui due assi potrebbe generare confusione. E’ bene quindi
chiarire fin da subito le nostre ipotesi di lavoro.

Per ipotesi, in ogni periodo l’utilità del consumatore deriva dal consumo del periodo stesso. Il
termine “Consumo” può essere utilizzato per indicare un insieme composito di beni, ma a fini
esemplificativi, possiamo limitarci all’analisi dei soli beni alimentari. Assumiamo, dunque, che in
ogni periodo il consumatore tragga utilità dal solo consumo di beni alimentari. All’inizio di ogni
periodo, ciascun individuo dispone di una certa dotazione di beni (alimentari). Una prima possibilità
è che il consumatore decida di non partecipare allo scambio. In tal caso egli consuma
semplicemente la propria dotazione iniziale in ogni periodo. Tuttavia, il consumatore potrebbe
preferire un piano di consumo intertemporale alternativo all’allocazione iniziale. Ad esempio,
potrebbe voler consumare di più in qualche periodo che in altri (se, ad esempio, l’allocazione
iniziale di consumo è molto sbilanciata a favore di un periodo). Supponiamo che i beni alimentari
siano deperibili per cui, se non vengono consumati nel periodo 1, non possono essere consumati nel
periodo successivo (possono essere consumati solo nel periodo corrente). Data questa ipotesi,
ciascun consumatore è in grado di redistribuire il proprio consumo nei vari periodi soltanto
partecipando allo scambio. Ad esempio, A può cedere del cibo a B nel periodo 1, ricevendo in
cambio la stessa quantità di cibo nel periodo 2. Dunque, se le dotazioni iniziali sono rappresentate
da beni alimentari deperibili, lo scambio diventa uno strumento indispensabile per ottenere
un’allocazione intertemporale del consumo alternativa all’allocazione iniziale.

Il passo successivo della nostra analisi consiste nell’introduzione della moneta nell’economia. Se
assumiamo che il prezzo del consumo sia pari ad 1 in entrambi i periodi (ovvero, assumiamo zero
inflazione), moneta e consumo diventano sinonimi. Per questo motivo porre il “consumo nel
periodo 1” sull’asse delle ascisse equivale a rappresentare la variabile “moneta spesa nel periodo 1”
sullo stesso asse. Analogamente, porre il “consumo nel periodo 2” sull’asse delle ordinate equivale
a rappresentare la variabile “moneta spesa nel periodo 2” sullo stesso asse. Seguendo questa
impostazione, l’oggetto dello “scambio” sul mercato dei capitali è “moneta del periodo 1” per
“moneta del periodo 2”. Ad esempio, il mercato dei capitali può permettere ad A di cedere moneta a
B nel periodo 1, in cambio, di moneta da B ad A nel periodo 2. L’unico problema concettuale di
questo approccio è che la moneta non rappresenta un bene deteriorabile in un’economia senza

78
Più avanti sarà discusso il caso in cui ci sia inflazione.

273
inflazione. Infatti, 1 euro del periodo 1 rimane 1 euro nel periodo 2. E’ chiaro dunque che non esiste
incentivo alcuno a partecipare allo scambio per ottenere meno di 1 euro nel periodo 2 in cambio di
ogni euro del periodo 1. Nessuno accetterà un tasso di interesse negativo perché è sempre possibile
ottenere un tasso di interesse nullo semplicemente detenendo moneta79. Per questo motivo, nel caso
in cui oggetto dello scambio sia moneta non deteriorabile anziché dei beni alimentari deperibili,
bisogna assicurarsi che il tasso di interesse di equilibrio sia positivo80. Infatti, in presenza di un
tasso di interesse non positivo, i datori potenziali di credito troveranno sempre conveniente detenere
moneta anziché concedere credito.

22.2: Lo scambio nel mercato dei capitali


L’analisi grafica dello scambio nel mercato dei capitali utilizza una scatola di Edgeworth del tipo
discusso nel capitolo 8. L’economia che studiamo è popolata dai due individui A e B che scambiano
sul mercato dei capitali i due beni “consumo nel periodo 1” e “consumo nel periodo 2”. Non è
determinante assumere che A e B abbiano le stesse preferenze sui due beni o che dispongano di
dotazioni identiche.

Utilizziamo un esempio numerico come nel capitolo 8. Assumiamo che A abbia una dotazione
iniziale di 100 unità di consumo nel periodo 1 e 25 unità di consumo nel periodo 2. In questo
esempio, l’allocazione iniziale di consumo è molto sbilanciata a favore del primo periodo, per cui A
e B sono disposti a partecipare allo scambio per ottenere un’allocazione del consumo più equamente
distribuita tra i due periodi. Supponiamo che A abbia le preferenze del modello dell’utilità scontata,
che l’utilità istantanea sia uguale alla radice quadrata del consumo corrente (vedi capitolo 21). Se A
sconta il consumo futuro ad un tasso del 30% (il tasso di sconto soggettivo ρ è uguale a 0.3), le
preferenze di A sono descritte dalla mappa di curve di indifferenza della figura 22.1.

Dalla figura è evidente che esistono molte combinazioni di consumo intertemporale che A
preferisce alla dotazione iniziale E.

Per ipotesi, la dotazione iniziale di B è di 50 unità di consumo nel periodo 1 e 75 unità di consumo
nel periodo 2: la dotazioni iniziale di B è sbilanciata come per A, ma a favore del periodo 2 invece
che del periodo 1. Assumiamo che anche le preferenze di B siano quelle del modello dell’utilità
scontata, che la funzione di utilità istantanea sia pari alla radice quadrata del consumo corrente, e
che B sconti il consumo futuro ad un tasso del 30% (il tasso di sconto soggettivo ρ è uguale a 0.3).

79
In presenza di un tasso di inflazione dell’x%,, nessun individuo è disposto a concedere credito ad un tasso di interesse
minore di x% perchè è sempre possibile garantirsi un tasso di interesse dell’x% semplicemente detenendo moneta.
80
Se c’è inflazione, il tasso di interesse reale deve essere positivo in equilibrio.

274
Le curve di indifferenza e la dotazione iniziale di B sono rappresentate nella figura 22.2 rispetto
all’origine in basso a sinistra e nella figura 22.3 rispetto all’origine in alto a destra del diagramma.

Date queste ipotesi, il nostro esempio rende possibile verificare a quali condizioni due individui con
preferenze identiche trovano conveniente partecipare allo scambio. Procedendo in analogia con
l’analisi grafica del capitolo 8 (e facendo attenzione a far coincidere le dotazioni iniziali di A e B),
otteniamo la scatola di Edgeworth della figura 22.4.

Nel nostro esempio, la lunghezza della scatola di Edgeworth rappresenta la dotazione iniziale di
consumo nel periodo 1 a disposizione della società: A ne possiede in dotazione 100 unità e B solo
50, per un totale di 150 unità. L’altezza della scatola di Edgewoth rappresenta la dotazione iniziale
di consumo nel periodo 2 della società: B ne possiede 75 unità e A solo 25, per un totale di 100
unità. Domandiamoci se esistono le condizioni perché lo scambio sia conveniente per entrambi gli
individui.

275
Nella figura 22.9 abbiamo disegnato la curva dei contratti: la linea retta che unisce le due origini (i
due individui hanno preferenze identiche81). L’interpretazione da dare alla curva dei contratti è la
stessa fornita nel capitolo 8: è il luogo delle allocazioni efficienti nello spazio dei punti (consumo
del periodo 1, consumo del periodo 2). Ogni allocazione al di fuori della curva dei contratti è
inefficiente, nel senso che a partire da una qualsiasi di esse è sempre possibile raggiungere
un’allocazione alternativa in corrispondenza della quale i due individui sono più soddisfatti.
Viceversa, una volta raggiunto uno dei punti che giace sulla curva dei contratti, qualsiasi
spostamento è destinato a peggiorare il benessere di almeno uno dei due individui. Di conseguenza,
è lecito attendersi che ogni scambio conduca i due individui a scegliere un’allocazione appartenente
alla curva dei contratti.

Dalla figura 22.9 risulta che l’allocazione iniziale E non appartiene alla curva dei contratti. Nel
nostro esempio, la curva dei contratti è la linea retta che congiunge le due origini del diagramma
perché, come abbiamo già detto, A e B hanno identiche preferenze. Le loro dotazioni iniziali invece
non lo sono. L’allocazione iniziale E, infatti, non è al centro della scatola di Edgeworth. Di
conseguenza, E non appartiene alla curva dei contratti e lo scambio tra A e B è possibile.
Verifichiamo a quale allocazione di equilibrio conduce lo scambio tra A e B. Il prezzo del
“consumo nel periodo 1” relativamente al prezzo del “consumo nel periodo 2” è pari a 1+r, dove r è
il tasso di interesse: ogni euro speso nel periodo 1 costa 1+r in termini di consumo del periodo 2. A
tanto, infatti, ammonterebbe il consumo nel periodo 2 se l’euro non fosse consumato nel periodo 1.
Di conseguenza, l’inclinazione del vincolo di bilancio è –(1+r) (come già sappiamo dal capitolo
20).

Ad ogni valore del tasso di interesse r corrisponde un vincolo di bilancio alternativo (ovvero, la
linea retta con inclinazione –(1+r) passante per il punto E) e un punto di ottimo diverso per i due
individui. Lasciando variare il tasso di interesse, calcoliamo le curve di prezzo-offerta (o di “tasso
di interesse-offerta”) dei due individui disegnate nella figura 22.9.

81
E le preferenze sono omotetiche, una definizione matematica che va al di là degli scopi di questo testo.

276
La curva convessa (concava) passante per la dotazione iniziale E rappresenta la curva di tasso di
interesse-offerta di A (B). Notiamo che la curva dei contratti (la linea retta che congiunge le due
origini) passa per il punto di intersezione delle due curve di tasso di interesse-offerta. Tale punto di
intersezione rappresenta l’equilibrio concorrenziale e la retta che lo unisce al punto E rappresenta il
vincolo di bilancio di equilibrio.

L’equilibrio concorrenziale è posizionato in prossimità del centro della scatola di Edgeworth in


corrispondenza del punto (76.24, 50.83) rispetto all’origine in basso a sinistra e del punto (73.76,
49.17) rispetto all’origine in alto a destra. La seguente tabella 22.1 illustra i risultati prodotti dallo
scambio tra A e B.

Tabella: 22.1
Allocazione Iniziale Individuo A Individuo B Società
100 50 150
Reddito/Consumo del
periodo 1
Reddito/Consumo del 25 75 100
periodo 2
Allocazione Equilibrio Individuo A Individuo B Società
Concorrenziale
76.24 73.76 150
Reddito/Consumo del
periodo 1
Reddito/Consumo del 50.83 49.17 100
periodo 2
Variazione tra le due Individuo A Individuo B Società

277
allocazioni
-23.76 +23.76 0
Reddito/Consumo del
periodo 1
Reddito/Consumo del +25.83 -25.83 0
periodo 2

Lo scambio produce i seguenti risultati: A cede a B 23.76 unità di consumo del periodo 1, mentre B
cede ad A 25.83 unità di consumo del periodo 2. Notiamo che A rinuncia a 23.76 unità di consumo
del periodo 1, ottenendo in cambio 25.83 unità di consumo del periodo successivo. Analizzando lo
scambio in termini di prestito e risparmio, risulta che A presta 23.76 a B nel periodo 1 ricevendo in
cambio da B 25.83 nel periodo 2. Per ogni unità risparmiata (data in prestito a B) nel periodo 1, A
riceve in cambio 25.83/23.76 = 1.087 unità nel periodo 2. Ciò implica un tasso di rendimento
uguale a 1.087 e un tasso di interesse dell’8.7%. Il tasso di interesse è positivo: per A è conveniente
concedere credito a B anziché detenere moneta. Inoltre, l’inclinazione del vincolo di bilancio di
equilibrio, ovvero la retta che congiunge E all’equilibrio competitivo, è pari a –1.087.

Una volta raggiunto l’equilibrio, entrambi gli individui hanno corretto il loro rispettivi piani di
consumo. A consuma meno della sua dotazione iniziale di reddito (relativamente elevata) nel
periodo 1, in cambio di un consumo maggiore della dotazione iniziale nel secondo periodo.
Viceversa, B incrementa il proprio consumo nel primo periodo, a costo di una riduzione più che
proporzionale di quello del periodo 2. In corrispondenza dell’equilibrio concorrenziale il tasso di
interesse è positivo. Questa circostanza si verifica sempre?

22.3: Uno scenario alternativo


In questo paragrafo discutiamo uno scenario alternativo che chiamiamo “scenario 2”. Come
nell’esempio precedente, A e B hanno identiche dotazioni iniziali, ma nel nuovo scenario i due
individui hanno diverse preferenze intertemporali. L’allocazione iniziale si posiziona al centro della
scatola di Edgeworth, ma la curva dei contratti non è la linea retta che congiunge le due origini.
Assumiamo che A e B abbiano entrambi una funzione di utilità istantanea uguale alla radice
quadrata del consumo corrente, ma fattori di sconto di valore diverso: ρ è uguale a 0.1 per A e a 0.5
per B. B, dunque, sconta il consumo futuro ad un tasso maggiore di A. Per questo motivo, la curva
dei contratti si colloca in alto a sinistra rispetto alla retta che unisce le due origini: per ogni unità di
consumo in meno nel periodo 2, B ottiene un incremento del consumo del periodo 1 più che
proporzionale, nelle figura 22.15 è riportato lo scenario 2.

278
Dove si posiziona il nuovo equilibrio? Il valore di equilibrio del tasso di interesse è 5%
(l’inclinazione della retta che unisce la dotazione iniziale e l’equilibrio concorrenziale è pari a -
1.05). Sebbene le dotazioni iniziali dei due individui siano identiche, la presenza di un tasso di
interesse positivo induce A a concedere credito a B. Infatti, sia A che B preferiscono consumare di
più nel periodo 1 rispetto al periodo 2. Tuttavia, B preferisce un livello di consumo maggiore nel
periodo 1 relativamente ad A. Per questo motivo egli è disposto a pagare una quota interesse ad A.
Di conseguenza, al termine dello scambio A ottiene un livello di consumo totale dei due periodi
superiore a B.

22.4: Alcune considerazioni conclusive


Avrete sicuramente notato le forti analogie tra i concetti esposti in questo capitolo e quelli discussi
nel capitolo 8. In effetti, il contenuto dei due capitoli è identico ma diverso è il contesto di
riferimento. In questo capitolo, infatti, oggetto dello scambio non sono i due beni generici del
capitolo 8, ma il consumo nei periodi 1 e 2; lo scambio si verifica nel mercato dei capitali e le
transazioni hanno ad oggetto moneta/consumo del periodo 1 in cambio di moneta/consumo del
periodo 2. Il prezzo del consumo nel periodo 1 in termini del consumo nel periodo 2, infine, è pari a
uno più il tasso di interesse.

Tutti i risultati ottenuti nel capitolo 8 sono validi in questo nuovo contesto: (1) in generale, è sempre
possibile che lo scambio abbia luogo, fatta eccezione per il caso in cui l’allocazione iniziale
appartenga alla curva dei contratti (vale a dire se i due individui hanno preferenze identiche e
identiche dotazioni iniziali); (2) la curva dei contratti è il luogo delle allocazioni Pareto efficienti;
(3) l’equilibrio competitivo è Pareto efficiente. Resta valida, infine, anche la dipendenza sia
dell’equilibrio concorrenziale che del tasso di interesse di equilibrio dalle dotazioni iniziali e dalle
preferenze dei due individui.

22.5: Riassunto
279
Abbiamo mostrato che in generale lo scambio intertemporale è possibile. In un’economia senza
inflazione e con moneta non deteriorabile, è possibile che l’equilibrio competitivo non venga
raggiunto perché è conveniente detenere moneta anziché concedere credito ad un tasso di interesse
negativo. Fatta eccezione per questo caso particolare, tutti i risultati discussi nel capitolo 8 (che
aveva ad oggetto l’analisi dello scambio in generale) restano validi. Nel caso in cui l’inflazione è
positiva correggiamo, semplicemente, il tasso di interesse per il relativo livello di inflazione ed in
tal modo otteniamo il tasso di interesse reale, che altro non è che il tasso di interesse nominale meno
il tasso di inflazione. Il tasso di interesse reale di equilibrio deve essere positivo per invogliare
entrambi gli agenti ad intraprendere lo scambio.

Infine, il tasso di interesse (reale) di equilibrio dipende dalle dotazioni iniziali e dalle preferenze
degli individui.

22.6: Domande di verifica


(1) Se confrontiamo l’ammontare dei soldi presi a prestiti e quelli dati a prestito di un paese
in un certo istante temporale quale delle due quantità dovrebbe essere più grande?
(2) Perché di solito, ma non sempre, il tasso di interesse reale è positivo?
(3) Che cosa credi che accada alla totale dei prestiti e dei risparmi quando si verifica un
aumento del tasso di interesse?
(4) Esiste un qualche modo per poter capire, guardando il tasso di interesse se un individuo
ha un tasso di sconto positivo o negativo?

280
Capitolo 23: Scelta in condizioni di incertezza

23.1: Introduzione
In questo capitolo studiamo la scelta ottima del consumatore in condizioni di incertezza, vale a dire
in situazioni tali che il consumatore non conosca “con certezza” cosa avverrà nel futuro. L’ipotesi
alla base della nostra analisi è che l’individuo sia a conoscenza di tutti i possibili scenari che si
possono verificare nel futuro e che sia capace di attribuire a ciascuno di essi una probabilità di
realizzazione. Per semplicità di esposizione, assumiamo che l’insieme degli eventi possibili
contenga solo due eventi82, o “stati del mondo” (stato del mondo 1 e stato del mondo 2).
Chiamiamo π1 e π2 le probabilità associate ai due possibili eventi e assumiamo che al consumatore
siano noti i valori assunti da entrambe. Lo stato del mondo 1 si verifica con probabilità π1, lo stato
del mondo 2 si verifica con probabilità π2 e, ovviamente, π1 + π2 = 1. Il reddito del consumatore
dipende dallo stato del mondo che si verifica: chiamiamo m1 il reddito percepito se e solo se si
verifica lo stato del mondo 1, e m2 il reddito percepito se e solo se si verifica lo stato del mondo 2. Il
consumatore non conosce ex ante (vale a dire, prima del verificarsi di uno dei due stati del mondo)
quale reddito percepirà, ma solo ex post (ovvero, dopo che si è realizzato uno dei due possibili
eventi). Infine, sempre a fini esemplificativi, assumiamo che il reddito venga speso per intero nel
consumo dal quale, dunque, il consumatore riceve direttamente un certo livello di utilità.

Una prima alternativa per il consumatore è accontentarsi della propria dotazione iniziale e
consumare m1 nello stato del mondo 1 e m2 nello stato del mondo 2. Tuttavia, è possibile che i due
redditi potenziali m1 e m2 differiscano di molto in valore. In tal caso, l’individuo si trova in una
situazione di rischio ex ante. Egli, infatti, rischia di subire una forte perdita se uno dei due stati del
mondo si verifica e potrebbe non volere affrontare un tale rischio. Ad esempio, se l’individuo è
fortemente avverso al rischio (ovvero, se preferisce non rischiare nulla), preferirà sottoscrivere
un’assicurazione per essere certo di percepire lo stesso reddito indipendentemente dallo stato del
mondo che si realizzerà effettivamente. Lo scopo del mercato delle assicurazioni è l’eliminazione
del rischio o, quanto meno, la sua riduzione. Ad esempio, in previsione di un incidente che possa
causare una forte riduzione del proprio reddito, il consumatore può stipulare una polizza
assicurativa in base alla quale, nel caso egli subisca l’incidente, la compagnia di assicurazione si
impegna a risarcire la perdita di reddito causata dall’incidente stesso, e l’assicurato si impegna a
pagare un premio in caso contrario. Tale contratto di assicurazione può essere interpretato come la
compravendita del reddito contingente allo stato del mondo e, nella sua forma più tipica, ha per
oggetto un trasferimento monetario dalla compagnia assicurativa all’assicurato se si verifica
l’incidente, e dall’assicurato alla compagnia assicurativa in caso contrario. Naturalmente, la
relazione esistente tra i due trasferimenti di moneta in questione, dipende dalla probabilità che
l’incidente possa verificarsi e sarà discussa in dettaglio nel seguito del capitolo.

23.2: Il vincolo di bilancio


Il reddito contingente ad uno stato del mondo è definito dall’ammontare di reddito percepito nel
caso in cui lo stato del mondo stesso si verifica. Il reddito contingente è un bene economico come
tutti gli altri, fatta eccezione per il fatto che viene percepito o elargito se e solo se si verifica un
particolare evento. Indichiamo con p1 il prezzo del reddito contingente allo stato del mondo 1 e con
p2 il prezzo del reddito contingente allo stato del mondo 2. Il guadagno che si ottiene scambiando
una unità di reddito contingente allo stato del mondo 1 è pari a p1, quello ottenuto dallo scambio di
ogni unità del reddito contingente allo stato del mondo 2 è invece pari a p2. Lo scambio del reddito
contingente ha luogo prima del verificarsi di uno dei due stati del mondo. Se si verifica lo stato del

82
L’analisi può essere estesa al caso in cui l’insieme degli eventi possibili contenga un numero di eventi maggiore di
due.

281
mondo 1, per ogni unità del reddito contingente allo stato del mondo 1 acquistata si riceve in
pagamento 1 unità di moneta e per ogni unità di reddito contingente allo stato del mondo 1 venduta
si deve pagare 1 unità di moneta. Allo stesso modo, se si verifica lo stato del mondo 2, per ogni
unità del reddito contingente allo stato del mondo 2 acquistata si riceve in pagamento 1 unità di
moneta, mentre per ogni unità di reddito contingente allo stato del mondo 2 venduta si deve pagare
1 unità di moneta. Ricordiamo la successione temporale degli eventi: ex ante non si conosce lo stato
del mondo che si verificherà (si conoscono solo le probabilità alle quali i due eventi possono
verificarsi) e ex ante si decide quante unità di reddito contingente acquistare o vendere; ex post si
viene a conoscenza di quale stato del mondo si è verificato effettivamente e si riceve o si paga in
base allo stato del mondo che si è verificato. Ad esempio, supponiamo che ex ante sono state
acquistate 5 unità di reddito contingente allo stato del mondo 1 (per un costo totale di 5p1) e vendute
10 unità di reddito contingente allo stato del mondo 2 (ricevendo un pagamento di 10p2). Se ex post
si verifica lo stato del mondo 1 si riceveranno 5 unità di moneta. Se si verifica lo stato del mondo 2,
si dovranno pagare 10 unità di moneta.

Lo scambio del reddito contingente permette di riallocare il rischio tra i partecipanti allo scambio.
Ad esempio, assumiamo m1 = 40 e m2 = 60, vale a dire che ex ante l’individuo riceve un reddito di
40 se si verifica lo stato del mondo 1 e di 60 se si verifica lo stato del mondo 2 (l’individuo riceve
un beneficio se ex post si verifica lo stato del mondo 2 e subisce una perdita se ex post si verifica lo
stato del mondo 1). Data questa situazione iniziale, lo scambio del reddito contingente può
permettere di trasformare una tale situazione rischiosa in una situazione di certezza ex ante. Se, per
semplicità, p1 = p2, l’individuo può acquistare 10 unità di reddito contingente allo stato del mondo 1
e vendere 10 unità di reddito contingente allo stato del mondo 2 (il costo di acquisto del reddito
contingente allo stato del mondo 1 è pari esattamente al ricavo della vendita di 1 unità di reddito
contingente allo stato del mondo 2). Così facendo, al verificarsi dello stato del mondo 1 l’individuo
riceve 40 (ovvero, il reddito ex ante contingente a questo stato del mondo) più 10 (il ricavo della
vendita di 10 unità di reddito contingente allo stato del mondo 1), per un totale di 50.
Analogamente, se si verifica lo stato del mondo 2 l’individuo riceve 60 (il reddito ex ante
contingente a questo stato) meno 10 (il pagamento da effettuare per le 10 unità vendute di reddito
contingente a questo stato) per un totale di 50. Concludendo, l’individuo riceve un reddito di 50
indipendentemente dallo stato del mondo che si verifica.

Come si rappresenta il vincolo di bilancio in condizioni di incertezza? Ipotizziamo ancora redditi


contingenti pari a m1 e m2 e che l’individuo scelga i livelli di consumo c1 e c2 negli stati del mondo
1 e 2. Quale vincolo deve soddisfare la scelta individuale dati i prezzi p1 e p2? L’equazione (23.1)
definisce il vincolo di bilancio:

p1c1 + p2c2 = p1m1 + p2m2 (23.1)

Ipotizziamo che l’individuo reputi troppo basso il livello di reddito contingente allo stato del mondo
1 e desideri ottenere un livello di consumo c1, con m1 < c1. In questo caso, l’individuo acquista c1 -
m1 unità di reddito contingente allo stato del mondo 1 al costo totale di p1(c1 - m1), finanziando
l’acquisto con la vendita di un numero sufficiente di unità di reddito contingente allo stato del
mondo 2. Vendere m2 - c2 unità di reddito implica un ricavo totale di p2(m2 - c2) e perché il vincolo
(23.1) sia soddisfatto, si deve verificare l’uguaglianza p2(m2 - c2) = p1(c1 - m1). Alternativamente,
l’individuo potrebbe reputare troppo basso il livello di reddito contingente allo stato del mondo 2 e
desiderare il livello di consumo c2, con m2 < c2. In questo caso, è necessario acquistare c2 – m2 unità
del reddito contingente allo stato del mondo 2 per un costo totale di p2(c2 – m2), finanziando
l’acquisto con la vendita di un numero sufficiente di unità di reddito contingente allo stato del
mondo 1. Il ricavo associato alla vendita di m1 – c1 unità di reddito contingente allo stato del mondo

282
1 è pari a p1(m1 – c1), per cui p1(m1 – c1) deve essere uguale a p2(c2 – m2) e p1(m1 – c1) = p2(c2 – m2),
ovvero un’espressione equivalente al vincolo di bilancio (23.1).
Il vincolo di bilancio rappresentato nello spazio dei punti (c1, c2) è una retta con inclinazione –p1/p2
passante per il punto (m1, m2). Da notare l’analogia esistente con il caso di un bene generico, con
l’unica differenza rappresentata dal fatto che lo scambio produce un guadagno solo in uno dei due
possibili stati del mondo.

23.3: Un mercato delle assicurazioni equo


Lo scambio del reddito contingente avviene sul mercato delle assicurazioni, dove il prezzo del
reddito contingente dipende dalla probabilità associata al relativo stato del mondo. Ad esempio, se
allo stato del mondo 1 è associata una probabilità elevata, il prezzo di m1 sarà elevato, in quanto la
probabilità di guadagnare m1 è elevata. Viceversa, il prezzo del reddito contingente allo stato del
mondo 1 diminuisce al decrescere della probabilità con la quale si verifica lo stato del mondo 1
stesso perché la probabilità di ricevere m1 è bassa.

Un mercato delle assicurazioni è definito equo quando i prezzi sono tali da permettere all’individuo
di ricevere il valore atteso del reddito contingente indipendentemente dallo stato del mondo che si
verifica. Ovvero, anche se a volte si riceve e altre volte si paga denaro, il mercato è equo se in
media il totale ricevuto eguaglia il totale pagato. Verifichiamo a quali condizioni il mercato delle
assicurazioni si definisce equo.

Consideriamo il reddito contingente allo stato del mondo 1 scambiato al prezzo unitario p1. Se si
realizza lo stato del mondo 1, per ogni unità di reddito si riceve 1 unità di moneta. In caso contrario,
non si riceve nulla. Se i due eventi si verificano rispettivamente con probabilità π1 e π2, 1 unità di m1
genera 1 unità di moneta π1 volte e nulla le restanti π2 volte. Ciò significa che il guadagno medio è
uguale a π1 x 1 + π2 x 0 = π1 unità di moneta. Di conseguenza, perché il mercato sia equo, il prezzo
del reddito contingente allo stato del mondo 1 deve essere uguale alla probabilità alla quale lo stato
del mondo 1 si verifica. E’ questa la condizione da soddisfare e, dunque, perché si abbia
un’assicurazione equa per il reddito contingente allo stato del mondo 1 si deve verificare:

p1 = π1 (23.2)

Analogamente, per il reddito contingente allo stato del mondo 2, deve essere soddisfatta la seguente
condizione:

p2 = π2 (23.3)

La condizione da soddisfare in un mercato delle assicurazioni equo è l’uguaglianza del prezzo di


ogni reddito contingente e la probabilità alla quale il corrispondente stato del mondo si realizza. Ad
esempio, se uno stato del mondo si verifica con probabilità ½, il prezzo equo del corrispondente
reddito contingente deve essere pari ad ½: tale reddito contingente permette di ricevere 1 unità di
reddito il 50% delle volte e 0 unità di moneta il rimanente 50% delle volte; ovvero, in media,
l’individuo riceve ½, vale a dire il prezzo equo del reddito contingente.

In un mercato delle assicurazioni equo, la compagnia assicurativa raggiunge in media il punto di


pareggio e il premio che riceve deve essere esattamente pari alla compensazione ricevuta
dall’assicurato. Questa circostanza può essere giudicata poco realistica, dato che le compagnie di
assicurazione ottengono dei profitti nella pratica. Tuttavia, la maggior parte delle compagnie
assicurative ricevono i premi prima di risarcire gli assicurati, investendoli in altre attività prima di
elargire le compensazioni agli assicurati stessi. Di conseguenza, si potrebbe affermare che i profitti

283
delle compagnie di assicurazione derivano per intero da tale attività di investimento e non
dall’attività primaria di assicurazione.

Inoltre, se le compagnie assicurative ottengono profitti esclusivamente dall’attività secondaria di


investimento, la loro attività di assicurazione implica semplicemente una redistribuzione del rischio
per cui i premi pagati dalle persone più “fortunate” vengono utilizzati dalla compagnia assicurativa
per risarcire le persone più “sfortunate”. Alternativamente, gli individui potrebbero assicurarsi
contro il rischio attraverso il risparmio, ma in molti preferiscono utilizzare le compagnie di
assicurazione come intermediari. In questo modo, il mercato delle assicurazioni provvede a
riallocare il rischio tra i partecipanti allo scambio.

La figura 23.1 si riferisce ad un esempio nel quale i due stati del mondo sono egualmente probabili
e il mercato delle assicurazioni è equo (p1 = p2 = 0.5). In questo esempio, il reddito contingente allo
stato del mondo 1 è 30 e quello contingente allo stato del mondo 2 è 50. “X” indica il punto di
dotazione ex ante (il vincolo di bilancio passa per questo punto). L’inclinazione del vincolo di
bilancio è –1. Più in generale, tale inclinazione è uguale al rapporto -p1/p2, ovvero al rapporto -π1/ π2
in un mercato delle assicurazioni equo.

23.4: Preferenze
Passiamo all’analisi delle preferenze in condizioni di incertezza. La prima peculiarità da
sottolineare in questo contesto è lo spazio dei punti utilizzato dall’analisi grafica. Sull’asse delle
ascisse e su quello delle ordinate rappresentiamo rispettivamente il reddito/consumo (stiamo
assumendo che il reddito coincida con il consumo) contingente allo stato del mondo 1 e il
reddito/consumo contingente allo stato del mondo 2. Ex ante, l’individuo non conosce l’ammontare
di reddito/consumo che riceverà ex post; egli riceverà solo uno dei due redditi e non entrambi. E’
questa la differenza fondamentale rispetto all’analisi grafica delle preferenze contenuta nei capitoli
precedenti, quando l’individuo consumava una combinazione dei beni rappresentati sui due assi. In
questo e nei due capitoli successivi, invece, l’individuo ne consuma solo uno e deve decidere in
anticipo rispetto al verificarsi di uno dei due stati del mondo su quale dei punti del diagramma
posizionarsi. In seguito alla realizzazione di uno dei due stati del mondo, l’individuo riceve solo
uno dei due redditi/consumo misurati sui due assi. L’individuo che non voglia accettare la
situazione di rischio ex ante, agirà in maniera tale da bilanciare il più possibile i due possibili livelli
di reddito, in modo da percepire guadagni simili al verificarsi di uno dei due eventi. Una seconda
tipologia di individui potrebbe preferire la situazione rischiosa. Tuttavia, indipendentemente
dall’attitudine individuale al rischio, è possibile rappresentare le preferenze (nei confronti del
rischio) nello spazio dei punti considerato. Un aspetto da sottolineare è che le curve di indifferenza
per un individuo avverso al rischio sono convesse. L’individuo richiederà una compensazione in
termini di reddito contingente allo stato del mondo 2 sempre maggiore per cedere ammontari
284
crescenti di reddito contingente allo stato del mondo 1. La forma delle curve di indifferenza, inoltre,
dipende dai valori assunti dalle probabilità. Se, ad esempio, la probabilità associata allo stato del
mondo 2 è bassa, l’individuo richiederà una quantità maggiore in termini del reddito contingente
allo stato del mondo 2 per cedere unità del reddito contingente allo stato del mondo 1, rispetto al
caso in cui la probabilità di realizzazione dello stato del mondo 2 è elevata.

Consideriamo ora un esempio numerico; il capitolo successivo contiene esempi ulteriori.

Iniziamo dal caso di un soggetto avverso al rischio, ipotizzando stati del mondo egualmente
probabili (π1=π2=0.5). Le curve di indifferenza sono simmetriche come nella figura 23.3.

La retta a 45 gradi rappresenta la “linea della certezza”, lungo la quale viene ricevuto lo stesso
ammontare di reddito/consumo indipendentemente dallo stato del mondo che si realizza.

Un soggetto avverso al rischio è caratterizzato da curve di indifferenza convesse. Ad esempio, egli


preferisce il punto (50, 50) ai punti (25, 75) e (0, 100), indipendentemente dal fatto che le tre
combinazioni siano caratterizzate dallo stesso valore atteso del reddito (50, in quanto i due eventi
sono egualmente probabili). In altri termini, una situazione di certezza nella quale si riceve un
reddito di 50 viene preferita ad ogni altra situazione rischiosa con reddito atteso di 50. E’ questa
l’essenza del concetto di avversione al rischio.

Come definiamo una persona neutrale al rischio? Un soggetto con tale attitudine verso il rischio ha
preferenze che non sono influenzate dal rischio stesso. Per un individuo neutrale al rischio, infatti,
conta solo il valore atteso del reddito, indipendentemente dalla sua rischiosità. Come
rappresentiamo le curve di indifferenza per questa categoria di individui nello spazio dei punti (c1,
c2)? In corrispondenza di una qualsiasi delle combinazioni (c1, c2), il valore atteso del
reddito/consumo è π1c1 + π2c2

Il reddito/consumo è pari a c1 il π1 delle volte e a c2 il π2 delle volte. Come anticipato, l’utilità di un


individuo neutrale al rischio dipende esclusivamente dal valore atteso del reddito/consumo. Ne
consegue che una generica curva di indifferenza è definita da:

π1c1 + π2c2 = costante (23.4)

e che le curve di indifferenza di un soggetto neutrale al rischio sono rappresentate da linee rette
nello spazio dei punti (c1, c2) con inclinazione - π1/ π2.

Se i due stati del mondo sono egualmente probabili, le curve di indifferenza di un individuo
neutrale al rischio sono rappresentate nella figura 23.5.

285
Se invece i due stati del mondo non si verificano con la stessa probabilità e, ad esempio, π1 = 0.4
e π2 = 0.6, otteniamo le curve di indifferenza disegnate nella figura 23.6, dove l’inclinazione di
ogni curva di indifferenza dipende dalle probabilità di realizzazione dei due stati del mondo.

A questo punto non dovrebbe essere difficile intuire che un individuo propenso al rischio è
caratterizzato da curve di indifferenza concave. Nel caso di stati del mondo egualmente probabili,
un soggetto propenso al rischio preferisce (100, 0) alla combinazione reddito/consumo (50, 50),
anche se i due punti sono caratterizzati dallo stesso valore atteso del reddito (50). Riassumendo,

Individui avversi, neutrali o propensi al rischio hanno curve di indifferenza convesse, lineari o
concave nello spazio dei punti (c1, c2).

23.5: La scelta ottima


Fatta eccezione per la differente interpretazione dovuta al nuovo contesto di riferimento, l’analisi
della scelta ottima dovrebbe essere già familiare a chi abbia studiato i capitoli precedenti. La
procedura di determinazione della scelta ottima e l’analisi di come essa venga influenzata da
variazione di prezzi e reddito, infatti, sono quelle usuali. E’ utile, tuttavia, soffermarsi su un
risultato di particolare interesse. Tale risultato sarà discusso in maggior dettaglio e nella sua
generalità nel capitolo 24, nel quale determineremo la scelta di assicurazione ottima per un
individuo avverso al rischio. In questo paragrafo, invece, consideriamo solo il caso particolare di
preferenze simmetriche per anticipare a livello intuitivo il caso generale analizzato successivamente
(date specifiche ipotesi sulle preferenze). Assumiamo per ora che i due stati del mondo abbiano
entrambi probabilità pari a ½.

286
Come affermato in precedenza, se gli stati del mondo sono ugualmente probabili, le curve di
indifferenza sono simmetriche all’origine e per un soggetto avverso al rischio si presentano come
nella figura 23.3. Intuitivamente, dato che i due stati del mondo si realizzano con la stessa
probabilità, l’individuo li considera alla stessa maniera. La conseguenza più importante dell’ipotesi
di curve di indifferenza simmetriche è il valore della loro inclinazione lungo la retta definita da c1 =
c2, rappresentata in figura e definita linea della certezza. Su tutti i punti appartenenti alla linea della
certezza, il reddito /consumo assume lo stesso valore qualsiasi sia lo stato del mondo che si verifica.
Scegliendo di collocarsi in uno qualsiasi di questi punti, l’individuo preferisce una situazione di
certezza ex ante. Ovvero, egli decide di assicurarsi completamente contro il rischio, in modo tale da
rendere irrilevante quale dei due stati del mondo si verifica effettivamente. Data l’ipotesi di
preferenze simmetriche, l’inclinazione di ciascuna curva di indifferenza in corrispondenza di ogni
punto appartenente alla linea della certezza è pari a –1.

Analizziamo ora la scelta ottima in un mercato delle assicurazioni equo. Se il mercato delle
assicurazioni è equo, i prezzi sono uguali alle probabilità, per cui entrambi i prezzi sono uguali a ½
e il vincolo di bilancio ha inclinazione -½/½ = -1, come illustrato nella figura 23.7.

L’allocazione iniziale è (30, 50) per cui, in assenza di assicurazione, l’individuo ottiene un reddito
/consumo pari a 30 nello stato del mondo 1 e a 50 nello stato del mondo 2. Come sempre, il punto
di ottimo si trova in corrispondenza del punto di tangenza tra il vincolo di bilancio e la più alta
curva di indifferenza ed è indicato con un asterisco nella figura 23.7.

La scelta ottima giace sulla linea della certezza. Ciò è dovuto al fatto che il vincolo di bilancio ha
inclinazione pari a -1, lo stesso valore dell’inclinazione delle curve di indifferenze lungo la linea
della certezza. L’individuo, dunque, sceglie di assicurarsi completamente contro il rischio. Ex ante,
l’individuo compra 10 unità del reddito contingente allo stato del mondo 1 e vende 10 unità del
reddito contingente allo stato del mondo 2, spostandosi da (30, 50) al punto (40, 40) nel quale,
indipendentemente dallo stato del mondo che si verifica, riceve un reddito/consumo di 40. Più
precisamente, se si verifica lo stato del mondo 1 egli percepisce un reddito di 30 più 10 unità di
reddito contingente allo stato del mondo 1 che ha acquistato; se si verifica lo stato del mondo 2, egli
riceve un reddito di 50 meno 10 unità di reddito contingente allo stato del mondo 2 che ha venduto.
Così facendo, l’individuo si è assicurato completamente contro la perdita (il reddito minore rispetto
all’altro stato del mondo) associata al verificarsi dello stato del mondo 1. Al verificarsi di questo
evento sfavorevole (dovuto al fatto che si percepisce un reddito inferiore), la compagnia di
assicurazione paga 10; se tale stato del mondo non si verifica l’individuo paga 10 alla compagnia
assicurativa.

Questo risultato vi sorprende? In un certo senso non dovrebbe in quanto il soggetto è avverso al
rischio e il mercato delle assicurazioni è equo. Quale funzione svolge un mercato delle assicurazioni

287
equo? Ridurre la rischiosità del reddito futuro, lasciando invariato il reddito atteso e un soggetto
avverso al rischio preferisce sempre una situazione meno rischiosa ad una situazione più rischiosa
caratterizzata dallo stesso reddito atteso. Sia pure non sorprendente, questo risultato è comunque
interessante.

Finora abbiamo assunto l’esistenza di un mercato delle assicurazioni equo, ma cosa succede se il
mercato delle assicurazioni non è equo? Ipotizziamo che il mercato sia più che equo, per cui p1 < π1.
La figura 23.7, nella quale abbiamo assunto p1 = 0.2, contempla questa eventualità. Come si
comporta l’individuo?

L’individuo si sposta dal punto iniziale al punto contrassegnato con l’asterisco (77, 31), acquistando
47 unità di reddito contingente allo stato del mondo 1 e vendendo 19 unità di reddito contingente
allo stato del mondo 2. In corrispondenza della nuova combinazione, il valore atteso del reddito è
54, un valore decisamente maggiore del valore atteso iniziale (40). L’individuo, dunque, pur
essendo avverso al rischio, decide di scommettere sulla realizzazione dello stato del mondo 1 per
ottenere un reddito atteso maggiore perché gli viene offerta un’assicurazione più che equa. Provate
ad immaginare come si comporterebbe lo stesso soggetto se gli venisse offerta un’assicurazione
meno che equa (vale a dire se p1 > π1).

Il mercato delle assicurazioni sarà analizzato più dettagliatamente nel capitolo 24, assumendo un
particolare tipo di preferenze in condizioni di incertezza. Prima di allora, potete iniziare a riflettere
sugli effetti sulla scelta ottima di variazioni di p2 e dei valori ex ante di m1 e m2.

23.6: Il valore atteso


In questo paragrafo definiamo formalmente il concetto di valore atteso. Se la variabile X assume
valori x1 e x2 con probabilità pari rispettivamente a π1 e π2, il valore atteso di X è definito come
segue:

Valore atteso di X = π1 x1 + π2 x2 (23.5)

Il valore atteso di X, dunque, è una media di X ponderata con le probabilità delle due possibili
realizzazioni di X. La denominazione di valore atteso si deve al fatto che se le realizzazioni della
variabile X fossero osservate un numero elevato di volte e se ne calcolasse la media questa sarebbe
pari al valore atteso.

In generale, se la variabile X assume valori x1, x2, …, xi, …, xI con probabilità π1, π2, …, πi, …, πI, il
valore atteso di X viene definito come segue:

288
Valore atteso di X = π1 x1 + π2 x2 + …+ πi xi + … + πI xI (23.6)

Anche in questo caso generale il valore atteso è definito dalla media di X ponderata con le
probabilità delle singole possibili realizzazioni di X , dove i pesi sono dati dalle probabilità associate
alle sue singole realizzazioni.

23.7: Assicurazioni non eque


Se in un mercato delle assicurazioni equo si realizzano le uguaglianze p1 = π1 e p2 = π2,
un’assicurazione non equa si ha quando il reddito contingente viene scambiato ad un prezzo unitario
troppo alto: p1 > π1 e p2 > π2. Questa circostanza genera un punto d’angolo lungo il vincolo di
bilancio in corrispondenza della dotazione iniziale. Cosa vi ricorda questa circostanza?

23.8: Riassunto
Abbiamo studiamo la scelta ottima in condizioni di incertezza, vale a dire in situazioni nelle quali il
consumatore non conosce ex ante quale dei possibili stati del mondo si realizzerà, ma può associare
a ciascuno di essi una probabilità di realizzazione.

Il mercato delle assicurazioni permette la redistribuzione del rischio tra individui attraverso lo
scambio del reddito contingente. Una unità di reddito contingente al realizzarsi di un certo stato del
mondo paga 1 unità di moneta se e solo se lo stato del mondo stesso si realizza e 0 in caso contrario.

In un mercato delle assicurazioni equo il prezzo unitario del reddito, contingente ad uno stato del
mondo deve essere uguale alla probabilità che lo stato del mondo stesso si realizzi.

Un soggetto avverso, neutrale e propenso al rischio possiede curve di indifferenza convesse, lineari
e concave.

23.9: Domande di verifica


(1) Supponi di sottoscrivere una assicurazione contro il rischio che la tua casa sia distrutta
da un incendio. Se definiamo lo Stato 1 come lo stato in cui la tua casa è distrutta da un
incendio e lo Stato 2 come lo stato in cui la tua casa non è distrutta da un incendio e se
assumiamo che il premio assicurativo è di € 100 all’anno e che il valore della casa sia €
100000, interpreta il contratto di assicurazione come un contratto che implica lo stato
contingente. (Tu paghi una certa quantità di denaro all’assicurazione se si verifica lo
stato del mondo 2 e l’assicurazione ti paga un’altra somma se si verifica lo stato del
mondo 1).
(2) Se il premio assicurativo che abbiamo considerato nella domanda precedente è equo
allora calcola la probabilità che la tua casa sia distrutta da un incendio.
(3) Prova ad argomentare che se hai sottoscritto una assicurazione che copre completamente
i danni derivanti da un incendio allora avrai minori incentivi a porre in essere tutte le
precauzioni perché non avvenga un incendio. Per questo motivo la probabilità che la tua
casa bruci è più alta della probabilità che hai calcolato nella domanda precedente.
(4) Nell’ottica di ciò che abbiamo notato nel punto precedente argomenta il motivo per cui
le compagnie di assicurazioni richiedono un premio minore nel momento in cui prendi
precauzioni contro l’incendio.
(5) Perché il premio assicurativo per un giovane è più alto di quello per un adulto?

289
Capitolo 24: Il Modello dell’Utilità Attesa
24.1: Introduzione
Il modello dell’Utilità Attesa descrive le preferenze individuali sottostanti il comportamento del
consumatore in condizioni di rischio. Alla pari del modello dell’Utilità Scontata (studiato in
precedenza al fine di analizzare la scelta intertemporale), questo modello non solo rappresenta una
buona approssimazione della realtà, ma possiede anche importanti proprietà normative relative alla
razionalità del comportamento del consumatore. Le potenzialità normative del modello dell’Utilità
Attesa possono essere comprese illustrando l’Assioma di Indipendenza. Supponiamo che C e D
siano due combinazioni rischiose di consumo e che l’individuo sia in grado di ordinarle in base alle
proprie preferenze. Se E è una terza combinazione rischiosa, l’Assioma di Indipendenza afferma
che l’individuo preferirà la lotteria G che ha per risultato C con probabilità p ed E con probabilità
(1-p) alla lotteria H che ha per risultato D con probabilità p ed E con probabilità (1-p). Questo
perché i possibili risultati di G sono C ed E, mentre quelli di H sono D ed E e, avendo assunto che il
soggetto preferisce C a D, egli preferirà G a H. Per quale motivo l’Assioma di Indipendenza
fornisce un criterio per giudicare la razionalità del comportamento individuale? Cerchiamo di
capirlo con un esempio. Assumiamo per semplicità che p sia uguale a 0.5 e che G e H siano due
lanci di una moneta: se il risultato del lancio è “testa”, l’individuo ottiene C o D, a seconda che egli
abbia scelto il lancio G o H della moneta; se il risultato del lancio è “croce”, l’individuo ottiene E in
ogni caso. Ipotizziamo che il comportamento di un individuo non soddisfi l’Assioma di
Indipendenza, per cui pur preferendo C a D, scelga il lancio H della moneta. Assumiamo che il
lancio H della moneta abbia per risultato “testa”, per cui l’individuo ottiene D, ma avrebbe preferito
ottenere C (che egli preferisce a D). Infatti, se l’individuo avesse scelto G, il risultato “testa” gli
avrebbe consentito di ottenere C. A questo punto, dunque, l’individuo vorrà cambiare decisione.
Ecco che l’Assioma di Indipendenza corregge l’incoerenza del comportamento individuale.

24.2: Il Modello dell’Utilità Attesa


Il modello dell’Utilità Attesa studia le preferenze individuali in condizioni di rischio. Ricordiamo
alcune delle definizioni contenute nel capitolo 23 utilizzando la stessa notazione. Sappiamo che
l’individuo è chiamato a prendere una decisione senza conoscere con certezza ex ante quale stato
del mondo si verificherà, ma conosce la lista dei possibili eventi, a ciascuno dei quali associa una
probabilità di realizzazione. Per semplicità, assumiamo che i possibili stati del mondo siano solo
due, gli stati del mondo 1 e 2, con probabilità di realizzazione π1 e π2. Ex ante (nel momento in cui
avviene la scelta) non si sa quale dei due stati si verificherà. Ex post, uno dei due eventi si verifica.

Chiamiamo c1 il reddito/consumo (per il momento useremo i due termini in maniera


intercambiabile) contingente allo stato del mondo 1 e c2 il reddito/consumo contingente allo stato
del mondo 2. L’individuo è chiamato a scegliere ex ante tra varie combinazioni rischiose (c1, c2). Ex
post, ottiene c1 o c2, a seconda dello stato del mondo che si verifica. Il nostro obiettivo è descrivere
le preferenze ex ante sulle combinazioni di consumo rischiose (c1, c2). Il modello dell’Utilità Attesa
viene specificato nel seguente modo83:

U(c1, c2) = π1 u(c1) + π2 u(c2) (24.1)

I valori delle probabilità π1 e π2 sono noti al consumatore, per cui l’unico elemento da specificare
nell’espressione (24.1) è la funzione di utilità u(.), conosciuta come funzione di utilità Neumann-
Morgenstern dai nomi dei due economisti che l’hanno ideata. La funzione u(.) informa sul livello di

83
La specificazione del modello dell’Utilità Attesa si deriva formalmente utilizzando un insieme di Assiomi, il più
importante dei quali è l’Assioma dell’Impossibilità. La dimostrazione è fornita nell’appendice matematica di questo
capitolo.

290
utilità associato al consumo. Una volta nota la forma funzionale di u(.), l’interpretazione
dell’espressione (24.1) è chiara: lo stato del mondo 1 si realizza con probabilità π1 e l’individuo
consuma c1, ottenendo un’utilità pari a u(c1); lo stato del mondo 2 si realizza con probabilità π2 e
l’individuo consuma c2, ottenendo un’utilità pari a u(c2). Il lato destro dell’espressione (24.1)
rappresenta l’utilità che l’individuo si aspetta di ottenere ex ante (l’utilità attesa) dalla
combinazione di consumo rischiosa (c1, c2). E’ ragionevole assumere che l’individuo scelga tra
varie combinazioni rischiose sulla base dei rispettivi valori di utilità attesa: egli sceglierà la
combinazione alla quale è associata l’utilità attesa più elevata.
24.3: Le curve di indifferenza nel modello dell’utilità attesa
Il paragrafo precedente contiene la specificazione del modello dell’Utilità Attesa. Prima di passare
alle implicazioni di tale modello, studiamo le proprietà delle curve di indifferenza rappresentate
nello spazio dei punti (c1, c2). I risultati di questo paragrafo sono derivati in dettaglio nell’appendice
matematica di questo capitolo.

inclinazione delle curve di indifferenza = - π1 du(c1)/dc1 [ π2 du(c2)/dc2] (24.2)

Nella formula (24.2), du(c)/dc rappresenta l’inclinazione della funzione di utilità u(c). Le curve di
indifferenza hanno inclinazione negativa e, se u è concava, per punti sempre più in basso lungo ogni
curva di indifferenza, c1 aumenta e c2 diminuisce, per cui du(c1)/dc1 decresce e du(c2)/dc2 aumenta
e, di conseguenza, l’inclinazione dc2/dc1 diminuisce in valore assoluto. Ne consegue che, se u è
concava, le curve di indifferenza sono convesse. Se, viceversa, u è lineare, sia du(c1)/dc1 che
du(c2)/dc2 sono costanti e l’inclinazione di ogni curva di indifferenza è costante, vale a dire che le
curve di indifferenza sono lineari. Svolgendo lo stesso tipo di ragionamento, assumendo che u sia
convessa, concludiamo quanto segue:

Se u è concava, lineare o convessa, le curve di indifferenza sono convesse, lineari o concave nello
spazio dei punti (c1, c2).

Inoltre, se c1 = c2 nell’equazione (24.2), l’inclinazione delle curve di indifferenza diventa pari a -


π1/ π2. Chiamiamo la retta definita da c1 = c2 “linea della certezza” e concludiamo quanto segue:

Nel modello dell’Utilità Attesa, l’inclinazione delle curve di indifferenza lungo la linea della
certezza è pari a - π1/ π2.

Combinando il primo dei risultati appena enunciati con l’interpretazione offerta nel capitolo 23
secondo la quale individui avversi, neutrali e propensi al rischio hanno curve di indifferenza
rispettivamente convesse, lineari e concave, possiamo concludere che individui avversi, neutrali e
propensi al rischio hanno funzioni di utilità rispettivamente concave, lineari e convesse.
24.4: Avversione al rischio e premio per il rischio
Analizziamo il comportamento di un soggetto con una funzione di utilità u concava come quella
rappresentata nella figura (24.1). La forma della funzione di utilità rappresentata in figura è:

u(c)=(1 – e-0.03c)/ (1 – e-3.3) (24.3)

Un esempio della tipologia più generale di funzione di utilità di avversione assoluta al rischio
costante definita nel paragrafo 24.5. Al lettore che non sia interessato agli aspetti matematici,
ricordiamo che l’analisi grafica è sufficiente a comprendere i concetti economici che intendiamo
discutere.

291
Supponiamo che all’individuo venga offerto di partecipare ad una lotteria in base alla quale egli
riceve un reddito di 30 con probabilità 0.5 e un reddito di 70 con probabilità 0.5. Come si comporta
l’individuo? Il reddito atteso della combinazione rischiosa (30,70) è pari a 50, ma se le preferenze
dell’individuo sono quelle descritte dal modello dell’Utilità Attesa, la sua valutazione si basa
sull’utilità attesa della lotteria e non sul reddito atteso della lotteria stessa. Data la forma della
funzione di utilità, è possibile calcolare l’utilità attesa associata alla scelta rischiosa (30, 70).
Consumare 30 implica un’utilità pari approssimativamente a 0.616, mentre al consumo di 70 si
associa un’utilità di circa 0.912. Di conseguenza, dato che entrambi i livelli di utilità 0.616 e 0.912
si ottengono con una probabilità di 0.5, l’utilità attesa è pari a ½ x 0.616 + ½ x 0.912 = 0.764. Le
tre rette orizzontali disegnate nella figura 24.1 vanno interpretate come segue. La retta più vicina
all’asse delle ascisse si riferisce all’utilità di un consumo pari a 30, la più alta delle tre rette
all’utilità che si trae consumando 70 e quella in posizione intermedia rappresenta l’utilità attesa
(naturalmente, l’utilità attesa si colloca perfettamente al centro dei livelli di utilità associati ai due
stati del mondo alternativi perché abbiamo assunto stati del mondo egualmente probabili).

Passiamo ora alla definizione dell’equivalente certo della combinazione rischiosa di


reddito/consumo. Si definisce equivalente certo di una combinazione rischiosa di reddito/consumo,
l’ammontare di moneta ricevuto con certezza che l’individuo considera equivalente alla
combinazione rischiosa di reddito/consumo. Nell’ambito del modello dell’Utilità Attesa,
l’ammontare di moneta che l’individuo considera equivalente alla combinazione rischiosa di
reddito/consumo è quella che restituisce l’utilità attesa della combinazione rischiosa stessa.
Ovviamente, l’utilità attesa associata ad una certa somma di denaro è semplicemente pari all’utilità
associata alla quantità di denaro stessa. Per cui, l’equivalente certo della scelta rischiosa di
guadagnare 30 o 70 con la stessa probabilità, è data dalla seguente espressione, dove ce indica
l’equivalente certo:

u(ce) = 0.5 x u(30) + 0.5 x u(70) = 0.764 (24.4)

Dalla figura 24.1, risulta che ce è pari a circa 44.5 (perché l’utilità di 44.5 è pari a 0.764).

Avrete notato che l’equivalente certo è inferiore al valore atteso della combinazione rischiosa.
L’individuo, infatti, considera la combinazione rischiosa in questione equivalente ad ottenere 44.5
con certezza, e preferisce ottenere 50 con certezza piuttosto che prendere parte alla lotteria. Egli è
chiaramente un soggetto avverso al rischio.

Definiamo ora un altro concetto: il premio per il rischio che l’individuo è disposto a pagare. Si
definisce premio per il rischio, la differenza tra l’equivalente certo della combinazione rischiosa di
reddito/consumo e il valore atteso associato alla stessa combinazione rischiosa di reddito/consumo.
Tale differenza è misurata dalla distanza indicata con una freccia nella figura 24.1, ovvero, la
292
differenza tra 50 (il valore atteso della lotteria) e 44.5 (l’equivalente certo della lotteria), vale a dire
5.5. Osserviamo le rette verticali disegnate nella figura 24.1. Le rette sulla sinistra e sulla destra
rappresentano i due possibili risultati della lotteria; la retta in posizione centrale è il reddito atteso
della lotteria (si colloca perfettamente al centro tra i due possibili risultati della lotteria perché
questi sono egualmente probabili); a sinistra del reddito atteso della lotteria troviamo la retta
verticale in corrispondenza dell’equivalente certo. Infine, il segmento indicato dalla freccia
rappresenta il premio per il rischio.

Come va interpretato il premio per il rischio? Esso rappresenta il massimo pagamento che
l’individuo è disposto ad elargire per ottenere un risultato certo dalla lotteria (ovvero, il valore
atteso della lotteria). In altri termini, il premio per il rischio misura quanto l’individuo è disposto a
pagare per eliminare il rischio della scelta. Come è facile intuire, il valore del premio per il rischio
dipende dalla forma della funzione di utilità e, più in particolare, dal suo grado di concavità:
maggiore è la concavità della funzione di utilità, maggiore è il premio per il rischio e più avverso al
rischio è l’individuo. Questo concetto sarà studiato in maggior dettaglio tra breve. Prima di allora
generalizziamo i risultati che abbiamo ottenuto per i concetti di equivalente certo e premio per il
rischio.

L’equivalente certo (ce) della combinazione rischiosa (c1, c2), date le probabilità π1 e π2 di
consumare rispettivamente c1 e c2, è il guadagno certo che l’individuo considera equivalente alla
combinazione rischiosa (c1, c2) ed è definito dalla seguente espressione:

u(ce) = π1 u(c1) + π2 u(c2) (24.5)

E’ importante avere ben chiaro questo concetto. Questa definizione implica che l’individuo è
indifferente tra ricevere ce con certezza e partecipare alla scelta rischiosa (c1, c2). Ne consegue che
se l’individuo dovesse scegliere tra un ammontare di moneta certo maggiore di ce e la
combinazione rischiosa, egli sceglierebbe l’ammontare certo di moneta. Infine, se l’individuo fosse
chiamato a scegliere tra un ammontare di moneta certo minore di ce e la combinazione rischiosa,
egli sceglierebbe quest’ultima.

Il premio per il rischio rp, è definito come segue:

rp = (π1 c1 + π2 c2) – ce (24.6)

La differenza tra il reddito atteso della lotteria e l’equivalente certo della lotteria stessa rappresenta
il massimo pagamento che l’individuo è disposto ad elargire per eliminare completamente il rischio
e ottenere con certezza l’equivalente certo.

Prima di studiare le proprietà di alcuni tipi particolari di funzioni di utilità, ricordiamo che la
funzione di utilità che definisce l’insieme delle preferenze in condizioni di rischio non è unica.
Infatti, si può dimostrare che se una data funzione di utilità descrive un insieme di preferenze in
condizioni di rischio, lo stesso insieme di preferenze può essere descritto da qualsiasi
trasformazione lineare della funzione di utilità stessa. Ciò si deve al fatto che se la funzione v è la
trasformazione lineare monotonicamente crescente della funzione u, il valore atteso di v è pari alla
trasformazione lineare del valore atteso di u. Ad esempio, se le preferenze sono descritte da u, le
stesse preferenze possono essere descritte dalla funzione di utilità v = a + bu, dove a e b sono due
costanti. Se il valore atteso di u rappresenta le preferenze, lo stesso è vero per il valore atteso di v:
se il valore atteso di u è maggiore per una data combinazione rischiosa di reddito/consumo, lo

293
stesso è vero per il valore atteso di v. A questo punto dovrebbe essere chiaro che la scala della
funzione di utilità è arbitraria84.

24.5: Avversione assoluta al rischio costante


La funzione di utilità con avversione assoluta al rischio costante è molto popolare e fornisce
un’approssimazione accettabile della realtà. Essa è definita dalla seguente espressione85

u(c) proporzionale a - exp(-rc) (24.7)

Il parametro r è conosciuto come indice di avversione assoluta al rischio. Se r è positivo, la


funzione (24.5) è concava e il soggetto è avverso al rischio; maggiore è r, maggiore è il grado di
concavità della funzione di utilità e maggiore è l’avversione al rischio.

A cosa si deve la denominazione di questa funzione di utilità? Al fatto che il premio per il rischio
non dipende dalla rischiosità della combinazione rischiosa. Ad esempio, la funzione di utilità
disegnata nella figura 24.1 è del tipo “avversione assoluta al rischio costante” con r = 0.03.
Nell’esempio del paragrafo precedente, il soggetto era disposto a pagare un premio per il rischio
pari a 4.5 per la combinazione (30, 70) rischiosa al 50%. Come si comporterebbe lo stesso
individuo di fronte alla combinazione (5, 45) rischiosa al 50%? Che premio per il rischio sarebbe
disposto a pagare? Nella figura 24.2 troviamo la risposta: 4.5!

Lo stesso premio per il rischio può essere calcolato per la combinazione (55, 95) rischiosa al 50%.
Ma perchè le tre combinazioni rischiose (30, 70), (5, 45) e (55, 95) sono diverse? Esse sono
caratterizzate da un diverso valore atteso: 25, 50 e 75. Tuttavia, ad esse si associa lo stesso livello di
rischiosità. Lo scostamento dal valore atteso del reddito, infatti, è sempre uguale a –20 o +20.
Quindi, la rischiosità delle tre scelte è la stessa e per questo motivo, in presenza di una funzione di
utilità con “avversione assoluta al rischio costante”, il premio per il rischio resta invariato.

Viceversa, al variare della rischiosità, varia anche il premio per il rischio.

Inoltre, il premio per il rischio è crescente nel grado di concavità della funzione di utilità, ossia nel
valore del parametro r. Questa relazione può essere osservata nella figura 24.4 che illustra il premio
per il rischio che un individuo con r = 0.5 sarebbe disposto a pagare per la combinazione (30, 70)
rischiosa al 50%. Confrontate questa figura con la figura 24.2.

84
Lo stesso, ad esempio, avviene per la temperatura. La scala della temperatura è arbitraria. Affermare che la
temperatura è pari ad 80 non significa nulla perché è necessario specificare anche la scala che si sta utilizzando.
85
L’espressione “proporzionale a” riflette semplicemente la circostanza che la scelta della scala è arbitraria.

294
24.6: Neutralità al rischio
La figura 24.6 illustra un caso particolare molto importante. La funzione di utilità u è lineare e il
premio per il rischio è nullo in quanto l’equivalente certo di qualsiasi combinazione rischiosa di
reddito/consumo è uguale al rispettivo reddito atteso.

24.7: Propensione assoluta al rischio costante


La propensione assoluta al rischio costante è definita dalla seguente espressione:

u(c) proporzionale a exp(rc) (24.8)

dove il parametro r definisce l’indice di propensione assoluta al rischio. Se r è positivo, la funzione


(24.8) è convessa e il soggetto è propenso al rischio; maggiore è il valore assunto da r, maggiore è il
grado di convessità della funzione di utilità e più elevata è la propensione al rischio.

Calcoliamo l’equivalente certo e il premio per il rischio per una data combinazione rischiosa. Per un
soggetto propenso al rischio, l’equivalente certo è maggiore del valore atteso del beneficio associato
alla stessa combinazione rischiosa, come messo in evidenza dalla figura 24.8 per r = 0.03.
L’equivalente certo della combinazione (30, 70) rischiosa al 50% è pari a 53.5. Il premio per il
rischio (la differenza tra l’equivalente certo e il guadagno atteso) nel caso di un soggetto propenso
al rischio è definito come il pagamento minimo che il soggetto è disposto ad elargire per prendere
parte alla scelta rischiosa.

295
Quando la funzione di utilità diventa più convessa, l’individuo diventa più propenso al rischio e il
premio per il rischio aumenta (ovvero, l’individuo è disposto a pagare di più pur di prendere parte
alla scelta rischiosa).
24.8: Avversione e propensione relativa al rischio costante
L’evidenza empirica suggerisce che per alcuni soggetti il premio per il rischio dipende dal valore
atteso del reddito/consumo: il premio per il rischio aumenta al crescere del valore atteso della
combinazione rischiosa. La funzione di utilità con avversione assoluta al rischio costante non è
appropriata per tale tipologia di individui. Più adatta a descrivere le preferenze è la cosiddetta
funzione di utilità con avversione relativa al rischio, definita come segue:

u(c) proporzionale a c1-r (24.9)

Come in precedenza, il parametro r rappresenta il livello di propensione o avversione al rischio e c è


l’argomento della funzione di utilità. Se r è nullo, u è lineare e il soggetto è neutrale al rischio. Se r
è compreso tra 0 e 1, c è elevato ad un esponente compreso tra 0 e 1 e u è concava, per cui il
soggetto è avverso al rischio. Inoltre, più il valore assunto da r si avvicina a 0, più u è concava e
maggiore è l’avversione al rischio del soggetto. Se r assume valori negativi, c è elevato ad un
esponente maggiore di 1, u è convessa e il soggetto è propenso al rischio. Inoltre, se r è negativo,
maggiore è il valore assoluto di r, più il soggetto è propenso al rischio.

Illustriamo un’importante proprietà di questa funzione di utilità. Chiamiamo (x, y) la combinazione


rischiosa che paga x con probabilità ½ e y con probabilità ½. In presenza di una funzione di utilità
con avversione relativa al rischio, il premio per il rischio associato a (5, 45) è minore del premio per
il rischio associato a (30, 70) che, a sua volta, è minore del premio per il rischio associato a (55, 95).
Più in generale, il premio per il rischio della combinazione rischiosa (a-b, a+b) diminuisce al
crescere di a, mantenendo costante b.

Il motivo per cui questa funzione di utilità viene denominata funzione di utilità con avversione
relativa al rischio è che il premio per il rischio di (s(a-b), s(a+b)) è proporzionale alla scala di s. Ad
esempio, il premio per il rischio associato a (15, 35) è doppio rispetto a quello associato a (30, 70) e
triplo rispetto a quello associato a (45, 105).

24.9: Scelta ottima nel modello dell’utilità attesa


In questo paragrafo studiamo la scelta ottima per ciascuna delle categorie di soggetti individuate nei
paragrafi precedenti sulla base dell’attitudine al rischio. Nell’esempio che segue, i due stati del
mondo sono egualmente probabili e il soggetto si trova inizialmente nel punto (30, 50): senza
assicurazione egli guadagna un reddito/consumo di 30 se si verifica lo stato del mondo 1 e di 50 se
si verifica lo stato del mondo 2. Supponiamo che l’individuo abbia il tipo di preferenze previste dal

296
modello dell’Utilità Attesa e ipotizziamo una funzione di utilità con avversione assoluta al rischio
costante ed r = 0.03. Le curve di indifferenza sono disegnate nello spazio dei punti (c1, c2) nella
figura 24.12. Notiamo che ogni curva di indifferenza ha un’inclinazione pari a -1 lungo la linea
della certezza.

La figura contiene il vincolo di bilancio caratteristico di un mercato delle assicurazioni equo. I


prezzi dei due stati del mondo sono entrambi pari a ½ e l’inclinazione del vincolo di bilancio è
uguale a -1. Di conseguenza, la scelta ottima si colloca lungo la linea della certezza nel punto (40,
40): l’individuo compra 10 unità di reddito contingente allo stato del mondo 1 e vende 10 unità di
reddito contingente allo stato del mondo 2, ottenendo 40 unità di reddito/consumo qualunque sia lo
stato del mondo che si realizza. Concludendo, l’individuo preferisce assicurarsi completamente
contro il rischio.

Questa conclusione è valida per qualsiasi soggetto con preferenze descritte dal modello dell’Utilità
Attesa. Infatti, l’inclinazione di ogni curva di indifferenza lungo la linea della certezza è pari a
π1/π2, la stessa inclinazione del vincolo di bilancio in un mercato delle assicurazioni equo. Ad
esempio, se assumiamo π1 = 0.4 e π2 = 0.6, otteniamo la figura 24.15.

Passiamo all’analisi della scelta ottima di un soggetto neutrale al rischio, per il quale le curve di
indifferenza sono rette parallele con inclinazione -π1/π2, ovvero, lo stesso valore dell’inclinazione
del vincolo di bilancio in un mercato delle assicurazioni equo. La figura 24.14 si riferisce al caso di
stati del mondo egualmente probabili. Il vincolo di bilancio si sovrappone a una delle curve di
indifferenza e il soggetto è indifferente tra tutti i punti appartenenti al vincolo di bilancio stesso. Se
gli viene offerta un’assicurazione equa (che modifica la rischiosità della combinazione, ma non il
valore atteso del reddito/consumo), il soggetto neutrale al rischio è indifferente perché egli è
indifferente nei confronti del rischio.

297
Cosa avviene se il soggetto è propenso al rischio? Un soggetto propenso al rischio ha curve di
indifferenza concave e, nel caso di stati del mondo ugualmente probabili, otteniamo la seguente
figura 24.15.

La scelta ottima (il punto sulla più alta delle curve di indifferenza che soddisfa il vincolo di
bilancio) si colloca in (80, 0) o (0, 80). L’individuo può scommettere alternativamente sulla
realizzazione degli stati del mondo 1 o 2. Il mercato delle assicurazioni viene sfruttato
dall’individuo in maniera “contro-intuitiva”, ovvero, al fine di partecipare ad una scelta ancora più
rischiosa di quella disponibile inizialmente86.

24.10: Riassunto
Il livello di difficoltà di questo capitolo è certamente maggiore dei precedenti. I risultati che
abbiamo ottenuto sono molto importanti e riguardano le proprietà delle preferenze nel modello
dell’Utilità Attesa.
Il modello dell’Utilità Attesa postula che una combinazione di reddito/consumo rischiosa ex ante è valutata dall’individuo sulla base del valore atteso
di tutte le sue possibili realizzazioni.

Cruciale per la definizione di questo tipo di preferenze è la funzione di utilità Neumann-


Morgenstern, in base alla quale si valuta l’attitudine al rischio.
Un soggetto avverso, neutrale o propenso al rischio ha una funzione di utilità concava, lineare o convessa.

86
Le compagnie di assicurazione possono impedire un tale tipo di contratto in quanto l’individuo potrebbe avere un
forte incentivo a modificare le probabilità associate alla realizzazione dei due stati del mondo.

298
A partire da questa conclusione, abbiamo rappresentato le curve di indifferenza nello spazio dei
punti (c1, c2).

Un soggetto avverso, neutrale o propenso al rischio ha curve di indifferenza convesse, lineari o


concave.

Abbiamo poi definito i concetti di equivalente certo e di premio per il rischio.

L’equivalente certo di una combinazione rischiosa di reddito/consumo è l’ammontare di moneta


ricevuto con certezza che l’individuo considera equivalente alla combinazione rischiosa stessa. Il
premio per rischio rappresenta il pagamento massimo che l’individuo è disposto ad elargire per
eliminare il rischio e ottenere con certezza il guadagno atteso della combinazione rischiosa.

Nel caso di un mercato delle assicurazioni equo, abbiamo concluso quanto segue.

Un soggetto avverso al rischio sceglie sempre di assicurarsi completamente contro il rischio in un


mercato delle assicurazioni equo; un soggetto neutrale al rischio è indifferente; un soggetto
propenso al rischio utilizza il mercato delle assicurazioni per partecipare alla scelta rischiosa.

Infine, abbiamo considerato due casi particolari di funzioni di utilità di tipo Neumann-Morgenstern.

Il premio assoluto per il rischio, pagato da individui con una funzione di utilità con avversione
assoluta al rischio constante, è indipendente dalla rischiosità (aggiungendo una costante a tutte le
possibili realizzazioni della scelta rischiosa, il premio per il rischio non varia).

Il premio relativo per il rischio, pagato da individui con una funzione di utilità con avversione
relativa al rischio constante, è indipendente dalla scala della rischiosità (moltiplicare per una
costante tutte le possibili realizzazioni della scelta rischiosa equivale a moltiplicare per la stessa
costante il premio per il rischio).
24.11:Domande di verifica
(1) Perché un individuo avverso al rischio deciderà sempre di assicurarsi completamente?
(2) Quanto sei avverso al rischio?
(3) Spiega perché è ragionevole rispettare l’assioma di indipendenza per la teoria dell’utilità
attesa. Il tuo comportamento è coerente con questa teoria?
(4) Spiega perché un individuo, che preferisce ricevere con certezza € 300 piuttosto che
partecipare ad una lotteria con 80% di possibilità di vincere € 400 e 20% di possibilità di
vincere € 0, dovrebbe anche preferire una lotteria con il 25% di possibilità di vincere €
300 e 75% di possibilità di vincere € 0 ad una lotteria con il 20% di possibilità di vincere
€ 400 e 80% di possibilità di vincere € 0. Questa affermazione è verificata nel tuo caso?
(5) Supponi di conoscere la funzione di utilità di un individuo e che essa sia tale che:
u(0) = 0, u(€100)= 0.5, u(€200) = 0.75, u(€300) = 0.875 and u(€400) = 1.
Che cosa sceglierà questo individuo se si trova d’avanti al problema della domanda 4?
(6) Pensi di avere una avversione assoluta al rischio costante o una aversione relativa al
rischio costante?

24.11: Appendice Matematica


Illustriamo il teorema dell’Utilità Attesa, saltando qualche passaggio.

Il teorema dell’Utilità Attesa si basa su alcuni Assiomi relativi al comportamento razionale


dell’individuo. Se questi Assiomi sono veri, si può concludere che il comportamento individuale è

299
razionale. Consideriamo delle lotterie i cui esiti siano uno dei possibili “pay-off” A1, A2,…, AI.
Assumiamo che l’individuo abbia preferenze tali che sia possibile ordinare questi pay-off dal
migliore al peggiore: supponiamo di ordinare i “pay-off” in maniera tale che A1 sia il “pay-off”
migliore (preferito dall’individuo) e AI il peggiore (il meno preferito dall’individuo).

Il primo assioma (di Continuità) dice che: per ogni Ai esiste una probabilità ui per cui l’individuo è
indifferente tra ricevere Ai o la lotteria composta da A1 (il pay-off migliore) e AI (il pay-off
peggiore) rispettivamente con probabilità ui e 1 – ui. Ovviamente, u1 deve essere uguale a 1 e uI
uguale a 0. Indichiamo l’utilità di Ai con ui.

Il secondo assioma (di Dominanza) stabilisce che, date due combinazione rischiose che hanno per
possibili risultati solo il peggiore e il migliore “pay-off”, la combinazione rischiosa che associa la
probabilità più alta al “pay-off” migliore (e, di conseguenza la probabilità minore al “pay-off”
peggiore) è da preferirsi all’altra.

I primi due assiomi sembrano essere richieste ragionevoli per ottenere un comportamento razionale.

Veniamo al più importante di questi Assiomi, già discusso nell’introduzione del capitolo: l’Assioma
di Indipendenza. Definiamolo in maniera leggermente diversa, ma equivalente all’enunciazione
fornita in precedenza. Ammettiamo che un individuo sia indifferente tra le due combinazioni
rischiose C e D e che esista una terza combinazione rischiosa E. In base all’Assioma di
Indipendenza, l’individuo preferisce la lotteria G che ha per risultato C con probabilità p ed E con
probabilità (1- p), alla lotteria H che ha per risultato D con probabilità p ed E con probabilità (1- p).
Questo assioma è necessario alla derivazione del teorema dell’Utilità Attesa fornita di seguito.

Supponiamo che i possibili esiti di C siano A1, A2,…, AI con probabilità p1, p2,…, pI e che i possibili
esiti di D siano A1, A2,…, AI con probabilità q1, q2,…, qI. Applicando per I volte l’Assioma
dell’Indipendenza a C e D, concludiamo che l’individuo dovrebbe essere indifferente tra C ed una
lotteria a due fasi in cui i risultati A1, A2,…, AI vengano rimpiazzati dalla scelta rischiosa tra il
peggiore e il migliore dei “pay-off” definiti applicando l’Assioma di Continuità. Lo stesso si può
concludere per D. Ora applichiamo l’Assioma di Riduzione delle lotterie composte il quale afferma
che un soggetto dovrebbe essere indifferente tra C e una lotteria a due fasi che ha come possibili
risultati il migliore ed il peggiore dei “pay-off” rispettivamente con probabilità (p1 u1+ p2 u2+…+ pI
uI) e [1 – (p1 u1+ p2 u2+…+ pI uI)]. Allo stesso modo, egli dovrebbe essere indifferente tra D e la
lotteria a due fasi che abbia come possibili risultati il migliore e il peggiore “pay-off” con
probabilità pari rispettivamente a (q1 u1+ q2 u2+…+ qI uI) e [1 – (q1 u1+ q2 u2+…+ qI uI)].

Analizziamo queste due ultime lotterie che hanno entrambe come possibili risultati solo il peggiore
e il migliore “pay-off”. Quale delle due dovrebbe essere preferita dall’individuo? Secondo
l’Assioma di Dominanza, il soggetto dovrebbe preferire la lotteria che permette di ottenere il “pay-
off” migliore con la probabilità più elevata. Di conseguenza otteniamo il seguente risultato:

C è preferito a D se e solo se (p1 u1+ p2 u2+…+ pI uI) è maggiore di (q1 u1+ q2 u2+…+ qI uI)

Notiamo che (p1 u1+ p2 u2+…+ pI uI) e (q1 u1+ q2 u2+…+ qI uI) rappresentano i valori di Utilità
Attesa associati alle due lotterie C e D in quanto, utilizzando l’Assioma di Continuità, u1, u2, … uI
definiscono rispettivamente le utilità associate ai risultati A1, A2,…, AI. In tal modo, abbiamo
ottenuto il teorema dell’Utilità Attesa in base al quale un soggetto razionale sceglie tra due
combinazioni di consumo rischiose in base all’utilità attesa delle due combinazioni: una
combinazione di consumo rischiosa caratterizzata da un’utilità attesa maggiore deve essere preferita
ad una combinazione con utilità attesa minore.

300
Deriviamo ora la formula dell’inclinazione delle curve di indifferenza nel modello dell’Utilità
Attesa.

Una generica curva di indifferenza nello spazio dei punti (c1, c2) è definita dalla seguente
equazione:

U(c1, c2) = costante (A24.1)

Sostituendo la formula dell’equazione (24.1) in questa espressione, otteniamo:

π1 u(c1) + π2 u(c2) = costante (A24.2)

Calcolando il differenziale totale si ottiene:

π1 du(c1)/dc1 dc1+ π2 du(c2)/dc2 dc2 = 0 (A24.3)

dove du(c)/dc rappresenta la derivata prima di u(c) rispetto a c. Dalla definizione del differenziale
totale si ottiene l’espressione dell’inclinazione delle curve di indifferenza:

inclinazione delle curve di indifferenza = - π1 du(c1)/dc1 /[ π2 du(c2)/dc2] (24.2)

301
Capitolo 25: Lo scambio nel mercato delle assicurazioni

25.1: Introduzione
In questo capitolo la teoria economica discussa nei capitoli 23 e 24 viene applicata all’analisi dello
scambio del rischio nel mercato delle assicurazioni. In particolare, studiamo la divisione ottima del
rischio tra i partecipanti allo scambio e discutiamo in che modo lo scambio possa essere di
beneficio agli individui in questo contesto. A tale scopo, impieghiamo gli elementi di teoria dei due
capitoli precedenti congiuntamente ai concetti studiati nel capitolo 8 (che aveva ad oggetto lo
scambio in generale).

In analogia con il capitolo 8, assumiamo un’economia molto semplice con due soli soggetti A e B.
Ipotizziamo che l’insieme degli eventi possibili comprenda solo gli stati del mondo 1 e 2. Ex ante,
A e B non conoscono “con certezza” quale dei due stati del mondo si realizzerà, ma solo le loro
rispettive probabilità di realizzazione π1 e π2. Ex post, si realizza solo uno dei due stati del mondo.
Entrambi gli individui hanno a disposizione una certa dotazione iniziale di reddito/consumo e
possono decidere di prendere parte allo scambio per modificarla. La considerazione di un’economia
così semplificata è utile a comprendere come lo scambio nel mercato delle assicurazioni conduca ad
un’allocazione efficiente del rischio. Naturalmente, la nostra analisi può essere estesa al caso di più
individui o di più possibili stati del mondo.

25.2: Una scatola di Edgeworth


Assumiamo che l’individuo A percepisca un reddito di 75 se si verifica lo stato del mondo 1 e di 50
se si realizza lo stato del mondo 2 e che i due stati del mondo siano egualmente probabili. A ha
preferenze del tipo dell’Utilità Attesa, con una funzione di utilità con avversione assoluta al rischio
costante e r = 0.01. Rappresentiamo nella figura 25.1 le preferenze e la dotazione iniziale di A.

Assumiamo che B abbia la stessa dotazione iniziale di A: un reddito contingente allo stato del
mondo 1 di 75 e un reddito contingente allo stato del mondo 2 di 50. Per ipotesi, B è più avverso al
rischio di A: la sua funzione di utilità con avversione assoluta al rischio costante è caratterizzata da
un valore di r pari a 0.03. Rappresentiamo preferenze e dotazione iniziale di B nel modo usuale
nella figura 25.2 e in maniera funzionale alla costruzione della scatola di Edgeworth nella figura
25.3.

302
Seguendo la procedura che conosciamo e facendo in modo che le dotazioni iniziali dei due individui
si sovrappongano, otteniamo una scatola di Edgeworth di dimensioni 150 (il reddito/consumo totale
contingente allo stato del mondo 1) per 100 (il reddito/consumo totale contingente allo stato del
mondo 2). La combinazione delle dotazioni iniziali di A e B è posizionata esattamente al centro
della scatola perché A e B hanno identiche dotazioni iniziali di reddito/consumo.

303
Nella figura 25.4 sono rappresentate le linee delle certezza di A e B, ovvero, la retta a 45 gradi che
parte dall’origine in basso destra e la retta a 45 gradi che parte dall’origine in alto a sinistra.
Essendo i due stati del mondo egualmente probabili, l’inclinazione delle curve di indifferenza di A e
B lungo le rispettive linee della certezza è pari a –1.

Dove si posiziona la curva dei contratti? I due individui hanno funzioni di utilità con avversione
assoluta al rischio costante e la curva dei contratti è rappresentata dalla retta a 45 gradi posizionata
tra le due linee della certezza, ma più vicina a quella del soggetto più avverso al rischio (B). La
posizione della curva dei contratti è indicativa della natura della divisione del rischio tra i due
individui. Infatti, il fatto che la curva dei contratti sia più vicina alla linea della certezza del soggetto
più avverso al rischio implica che B si trova in una situazione meno rischiosa di A87 in ogni
allocazione efficiente del rischio. In altri termini, A (il soggetto meno avverso al rischio) affronta
una rischiosità maggiore rispetto a B (il soggetto più avverso al rischio). (E’ da notare che il rischio
da dividere tra A e B riguarda il fatto che il reddito totale è 150 in uno stato del mondo e 100
nell’altro. Non c’è modo di eliminare completamente il rischio di subire la perdita di reddito
associata alla realizzazione dello stato del mondo 2. Gli individui, tuttavia, possono redistribuirlo in
modo efficiente in base alla loro attitudine al rischio).

L’equilibrio competitivo si colloca in corrispondenza del punto indicato con C nella figura 25.9.
Nella stessa figura sono rappresentate anche le curve di prezzo-offerta di A e B e la curva dei
contratti. Al fine di calcolare il prezzo relativo di equilibrio (il prezzo del reddito contingente allo
stato del mondo 1 relativamente al prezzo del reddito contingente allo stato del mondo 2), il punto
di allocazione iniziale è stato unito all’allocazione dell’equilibrio concorrenziale.

87
Ricordiamo che lungo la retta della certezza il rischio è inesistente.

304
La tabella 25.1 sintetizza i risultati prodotti dallo scambio tra i due individui.

Tabella 25.1
Allocazione iniziale Individuo A Individuo B Società
75 75 150
Consumo nello stato
del mondo 1
Consumo nello stato 50 50 100
del mondo 2
Allocazione di Individuo A Individuo B Società
equilibrio
concorrenziale
83 67 150
Consumo nello stato
del mondo 1
Consumo nello stato 45 55 100
del mondo 2
Variazione tra le due Individuo A Individuo B Società
allocazioni
+8 -8 0
Consumo nello stato
del mondo 1
Consumo nello stato -5 +5 0
del mondo 2

Il comportamento di B è di facile comprensione. Nella situazione iniziale, B ha un reddito rischioso


ex ante di (75, 50) per cui guadagna 75 nello stato del mondo 1 e 50 se si verifica lo stato del
mondo 2. Il valore atteso del reddito di B è 62.5 e la rischiosità di ± 12.5, ovvero, lo scostamento
(positivo o negativo) dal reddito atteso. In corrispondenza dell’equilibrio prodotto dallo scambio, B
ha un reddito rischioso ex ante (67, 55), a cui è associato un reddito atteso di 61 (minore rispetto a
quello della situazione iniziale) e una rischiosità di ± 6. Di conseguenza, B ottiene una riduzione
della rischiosità del proprio reddito ex ante attraverso lo scambio, a costo di un reddito atteso
305
minore. B è avverso al rischio e preferisce accettare un reddito atteso inferiore pur di ridurre il
rischio di incorrere nella perdita di reddito. Notiamo, infatti, che in C l’individuo B si colloca su una
curva di indifferenza più elevata rispetto ad E.

A dispone inizialmente di un reddito rischioso ex ante di (75, 50). Il valore atteso del reddito di A è
62.5 con rischiosità pari a ± 12.5. In seguito allo scambio e in corrispondenza dell’equilibrio
concorrenziale, A ottiene un reddito rischioso ex ante di (83, 45) con reddito atteso di 64 e
rischiosità ± 19. Lo scambio, dunque, produce un aumento della rischiosità del reddito di A, il quale
però vede aumentare il proprio reddito atteso. Nonostante A sia moderatamente avverso al rischio,
egli accetta un po’ più di rischio in cambio di un lieve incremento del valore atteso del proprio
reddito. In corrispondenza di C, A si colloca su una curva di indifferenza più elevata rispetto a
quella tangente in E.

Osserviamo che lo scambio produce una divisione più efficiente del rischio rispetto alla situazione
iniziale. Prima dello scambio, A e B si trovavano in una situazione ugualmente rischiosa. In
corrispondenza dell’equilibrio concorrenziale, A (meno avverso al rischio di B) si accolla più
rischio di B (più avverso al rischio di A); A è compensato dal maggiore valore atteso del reddito,
mentre B ottiene una riduzione del rischio a costo di un minore reddito atteso.

Nel nostro esempio, il mercato delle assicurazioni non è equo in quanto il prezzo relativo è diverso
da –1. Infatti, il prezzo relativo è minore di 1. Chiedetevi perché.

25.3: Identica attitudine al rischio e diverse dotazioni iniziali


Analizziamo ora alcuni scenari alternativi rispetto all’esempio del paragrafo precedente. In primo
luogo, ipotizziamo che i due individui abbiamo la stessa attitudine al rischio, ma diverse dotazioni
iniziali. Assumiamo una funzione con avversione assoluta al rischio costante con r = 0.02 per
entrambi. La curva dei contratti si colloca in posizione intermedia tra le curve della certezza di A e
B. Ipotizziamo diverse allocazioni iniziali in termini di rischiosità, ma lo stesso valore atteso del
reddito di A e B. In particolare, le dotazioni iniziali di A e B sono (100, 25) e (50, 75). In entrambi i
casi, il reddito atteso è pari a 62.5; la rischiosità di A è pari a ± 37.5, quella di B è data da ± 12.5.
La scatola di Edgeworth associata a questo esempio è rappresentata nella figura 25.10.

306
Lo scambio tra A e B produce i risultati esposti nella tabella 25.2:

Tabella 25.2
Allocazione iniziale Individuo A Individuo B Società
100 50 150
Consumo nello stato
del mondo 1
Consumo nello stato 25 75 100
del mondo 2
Allocazione di Individuo A Individuo B Società
equilibrio
concorrenziale
68 82 150
Consumo nello stato
del mondo 1
Consumo nello stato 44 56 100
del mondo 2
Variazione tra le due Individuo A Individuo B Società
allocazioni
-32 +32 0
Consumo nello stato
del mondo 1
Consumo nello stato +19 -19 0
del mondo 2

Naturalmente, l’equilibrio concorrenziale si colloca in un punto appartenente alla curva dei


contratti, la quale è più vicina all’origine di A che a quella di B. Infatti, lo scambio produce benefici
maggiori per B che per A. Partendo dalla situazione iniziale con un reddito atteso di 62.5 e
rischiosità di ± 12.5, B termina lo scambio con la dotazione (82, 56), per un reddito atteso di 69 e
rischiosità pari a ± 13. B, dunque, ottiene un notevole aumento di reddito atteso in cambio di un
rischio solo lievemente maggiore. Viceversa, il reddito atteso di A prima dello scambio era 62.5 con
una rischiosità di ± 37.5. Al termine dello scambio, A ottiene la combinazione (68, 44), per un
307
reddito atteso di 56 e una rischiosità pari a ± 12. Di conseguenza, egli deve subire una riduzione
consistente del proprio reddito atteso in cambio di una riduzione del rischio. Ciò è dovuto al fatto
che A era inizialmente esposto ad un rischio relativamente maggiore di B.

25.4: Allocazioni iniziali “simili” e preferenze diverse


Un caso interessante si verifica se A e B percepiscono un reddito positivo solo in uno dei due stati
del mondo: A nello stato del mondo 1 e B nello stato del mondo 2. Come si comportano i due
soggetti in questo caso? Ammettiamo che il reddito ex ante di A sia 100 nello stato del mondo 1 e 0
nello stato del mondo 2 e che il reddito ex ante di B sia 0 nello stato del mondo 1 e 100 nello stato
del mondo 2. Il reddito della società non è rischioso: è pari a 100 indipendentemente dallo stato del
mondo che si realizza. Di conseguenza, la scatola di Edgeworth ha dimensioni 100 per 100 e la
combinazione delle dotazioni iniziali di A e B si colloca in corrispondenza dell’angolo in basso a
destra del diagramma.

Ipotizziamo preferenze diverse per A e B: A ha una funzione di utilità con avversione assoluta al
rischio costante e r = 0.01, mentre B ha la stessa funzione di utilità con r = 0.03. Come nei casi
precedenti, la curva dei contratti si colloca in posizione intermedia tra le due curve della certezza, le
quali si sovrappongono (con la diagonale che unisce le due origini), e lo stesso avviene per la curva
dei contratti (figura 25.12).

Le due curve passanti per il punto E sono le curve di prezzo-offerta di A e B. Esse si intersecano in
corrispondenza del punto C sulla curva dei contratti. In corrispondenza dell’equilibrio competitivo,
A e B si collocano entrambi nel punto (50, 50) e guadagnano entrambi 50 indipendentemente dallo
stato del mondo che si realizza. L’interesse di questo esempio risiede nel fatto che lo scambio
elimina completamente il rischio al quale i due individui erano soggetti inizialmente. L’inclinazione
del vincolo di bilancio di equilibrio è pari a -1 e l’equilibrio viene raggiunto a partire dalle due
allocazioni iniziali indipendentemente dall’attitudine al rischio dei due individui. La curva dei
contratti, inoltre, non può che essere la diagonale principale della scatola di Edgeworth in quanto in
tal caso viene a coincidere con le linee della certezza dei due soggetti e le inclinazioni delle curve di

308
indifferenza di A e B sono entrambi uguali a –1. Solo in corrispondenza del punto C sulla curva dei
contratti l’inclinazione della retta che congiunge il punto E al punto C è pari a -1.

25.5: Un individuo neutrale al rischio


Analizziamo ora il caso in cui uno dei due individui è neutrale al rischio e l’altro avverso al rischio.
Assumendo che A sia neutrale al rischio e B avverso al rischio, otteniamo la figura 25.13.

La curva dei contratti coincide con la linea della certezza di B per cui l’equilibrio competitivo C si
colloca lungo la linea della certezza di B. Indipendentemente dalla posizione dell’allocazione
iniziale, l’equilibrio concorrenziale si troverà sempre sulla linea della certezza di B. Inoltre,
l’inclinazione della curva di prezzo-offerta di A è uguale a –1 (lo stesso valore dell’inclinazione
delle curve di indifferenza di A) e, di conseguenza, nell’equilibrio competitivo B ha lo stesso valore
di reddito atteso associato all’allocazione iniziale. L’unica differenza tra le due allocazioni è che lo
scambio produce l’eliminazione del rischio iniziale. Tale rischio si trasferisce ad A il quale,
comunque, è neutrale al rischio. Concludendo, il nostro esempio dimostra che la presenza di un
soggetto neutrale al rischio consente l’eliminazione completa del rischio a cui è soggetto l’altro
individuo.

25.5: Riassunto
In questo capitolo abbiamo applicato la teoria dello scambio, studiata nel capitolo 8, all’analisi
dell’allocazione efficiente del rischio tra due individui. Abbiamo dimostrato che in generale lo
scambio del rischio può avvenire. In alcuni casi, lo scambio produce l’eliminazione completa del
rischio. Nei casi in cui il rischio non può essere eliminato completamente, lo scambio ha per effetto
una divisione del rischio più efficiente rispetto all’allocazione iniziale (con l’individuo meno
avverso al rischio che si accolla un livello maggiore di rischiosità).

Il mercato delle assicurazioni ha la funzione di permettere una divisione del rischio più efficiente
per la società.

In generale, al termine dello scambio nel mercato delle assicurazioni il soggetto meno avverso al
rischio si accolla un rischio maggiore.

309
Più in particolare, se uno dei due individui è neutrale al rischio e l’altro è avverso al rischio, al
termine dello scambio il primo si assume tutto il rischio.

25.8: Domande di verifica


(1) Perché se un individuo neutrale al rischio si trova a dover divide una situazione rischiosa
con un individuo avverso al rischio, alla fine dello scambio, la persona neutrale al rischio
sopporterà il rischio e lascerà la persona avversa al rischio in una situazione non
rischiosa? Che cosa guadagna l’individuo neutrale al rischio da questo tipo di scambio?
Qual è il costo pagato, dall’individuo avverso al rischio, per evitare il rischio? Vi ricorda
qualcosa? (pensate ad un mercato di assicurazioni dove il premio non è equo).
(2) Che cosa accade se una situazione rischiosa è divisa tra un individuo amante del rischio
ed uno avverso al rischio?
(3) Considerate la lotteria nazionale. Questa è un chiaro esempio di lotteria non equa, poiché
lo stato prende circa la metà di ciò che è stato pagato per l’acquisto dei biglietti (e
magari questo 50% viene devoluto in beneficenza). Quindi la vincita attesa è circa la
metà di ciò che è stato pagato. Che cosa possiamo dire circa l’attitudine al rischio di chi
gioca questo tipo di lotteria?
(4) Quando due persone fanno una scommessa fra loro, stanno entrambi cambiando una
situazione di certezza in una di rischio. Se entrambi hanno la stessa opinione sulle
probabilità della scommessa, possiamo concludere che entrambi siano amanti del
rischio. Se invece sono entrambi avversi al rischio allora devono avere una percezione
diversa della scommessa. Cerca di spiegare queste affermazioni con qualche esempio.

310
Capitolo 26: Il mercato del lavoro

26.1: Introduzione
In questo capitolo applichiamo l’analisi della domanda e dell’offerta ad un mercato che riveste
particolare importanza: il mercato del lavoro. Utilizziamo la teoria del capitolo 6 per definire
l’offerta di lavoro, assumendo che l’individuo disponga di una dotazione giornaliera di tempo da
impiegare alternativamente in ore lavoro o tempo libero. Questa ipotesi di lavoro ci consente di
studiare il lato dell’offerta del mercato. Abbiamo già discusso il lato della domanda, definendo la
combinazione ottima dei fattori produttivi dell’impresa. Ritorniamo ora su questa tematica per
discuterne in maggior dettaglio le implicazioni.
26.2: L’offerta di lavoro
Gli individui offrono lavoro alle imprese al fine di ricevere un reddito da spendere nel consumo dei
beni. Nell’ambito dell’apparato teorico del capitolo 6, l’individuo disponeva di una dotazione
iniziale di reddito in forma di dotazioni di due beni generici. Ora specifichiamo una natura
particolare per tali beni. Nell’analisi grafica dell’offerta rappresentiamo il tempo libero sull’asse
delle ascisse e la moneta su quello delle ordinate. Assumiamo che l’individuo disponga di una
dotazione giornaliera di 24 ore di tempo libero e di un dato ammontare di moneta. Abbiamo
rappresentato nella figura 26.1 le ore di tempo libero sull’asse delle ascisse e l’ammontare di
moneta spesa nel consumo di altri beni sull’asse delle ordinate. Per ipotesi, l’utilità è crescente sia
nelle ore di tempo libero che nella quantità di moneta. Inoltre, assumiamo che il costo unitario della
moneta sia 1.

All’aumentare delle ore di lavoro, il tempo libero diminuisce ma aumenta l’ammontare di moneta
disponibile per il consumo in tutti gli altri beni. Come disegniamo il vincolo di bilancio? Se il
salario orario è w, per ogni ora di lavoro addizionale l’individuo ha un’ora in meno di tempo libero
e w in più di moneta. Di conseguenza, l’inclinazione del vincolo di bilancio è pari a –w e w
rappresenta il costo opportunità di un’ora di tempo libero. Se chiamiamo l le ore di tempo libero e m
la quantità di moneta, il vincolo di bilancio viene definito dalla seguente espressione:

m = M + w(L –l) (26.1)

dove L definisce la dotazione iniziale di tempo libero (24 ore) e M la dotazione iniziale di moneta
(che in generale può essere anche nulla). Il vincolo di bilancio passa per il punto di dotazione
iniziale (L, M) ed ha inclinazione negativa –w.

Naturalmente, la scelta ottima dell’individuo dipende dalle preferenze sulle combinazioni (tempo
libero, moneta). Assumiamo che tali preferenze siano quasi lineari e che l’individuo disponga
311
inizialmente di 24 ore di tempo libero e di 10 unità di moneta. La dotazione iniziale (24,10) è stata
indicata con X nella figura 26.1. Per ogni valore del salario orario, il vincolo di bilancio passa
attraverso la dotazione iniziale X ed ha inclinazione –w. All’aumentare del salario orario, aumenta
anche la grandezza dell’inclinazione del vincolo di bilancio; w è uguale a 0.4 nel nostro esempio
grafico. Per tale valore del salario orario, se l’individuo impiega per intero le 24 ore di dotazione
iniziale in tempo libero, può spendere solo le 10 unità di moneta inizialmente disponibili in altri
beni. Se, viceverva, tutte le 24 ore di dotazione iniziale vengono impiegate in ore lavoro,
l’individuo ha 0 di tempo libero (perche lavora tutto il giorno) e può spendere in altri beni le 10
unità di moneta di dotazione iniziale più un salario totale pari a 0.4 x 24 = 19.6. Date queste due
situazioni estreme, l’individuo può scegliere ogni altra combinazione intermedia di tempo libero e
moneta.

Sebbene il vincolo di bilancio sia stato tracciato anche per combinazioni (tempo libero, moneta) con
L>24, è chiaro che tali combinazioni non sono raggiungibili. Di conseguenza, anche se la
condizione di tangenza tra il vincolo di bilancio e la curva di indifferenza è soddisfatta in un punto
alla destra della dotazione iniziale X, tale punto non può essere raggiunto e la scelta ottima si
identifica con la dotazione iniziale stessa. Concludiamo che all’individuo non conviene offrire
nessuna ora lavoro al salario orario di 0.4, ma impiegare le 24 ore in tempo libero. In altri termini, il
salario orario di 0.4 è troppo basso date le preferenze dell’individuo.

Tuttavia, per valori maggiori del salario orario, la scelta ottima si sposta progressivamente a sinistra
della dotazione iniziale. Ad esempio, per un salario orario di 2.0, la scelta ottima è (12.25, 33.4):
l’individuo dedica 12.25 ore al tempo libero e offre (24 – 12.25) = 11.75 ore lavoro, le quali gli
permettono di aggiungere 23.5 unità di moneta alla dotazione iniziale di 10, per un reddito totale di
33.5. L’offerta ottima di lavoro, ovvero, le ore di lavoro che l’individuo preferisce offrire ad un dato
salario orario, è rappresentata dalla differenza orizzontale tra l’allocazione iniziale e il punto di
scelta ottima. Se ripetiamo lo stesso esercizio per valori alternativi di salario orario, otteniamo la
seguente tabella 26.1.

Tabella 26.1
Salario orario w Domanda ottima di Domanda ottima di Offerta ottima di
tempo libero moneta lavoro
0.4 24.00 0 0
0.8 22.75 1 1.25
1.2 17.25 8 6.75
1.6 14.25 16 9.75
2.0 12.25 23 11.75
2.4 10.90 31 13.10
2.8 9.80 40 14.20
3.2 9.00 48 15.00
3.6 8.30 56 15.70
4.0 7.80 65 16.20

Dai dati presentati in tabella è chiaro che l’offerta di lavoro aumenta al crescere del salario orario.
In generale, tuttavia, in seguito ad un aumento del salario orario, l’offerta di lavoro potrebbe anche
diminuire. Ciò è dovuto al fatto che un aumento del salario orario provoca un miglioramento del
benessere dell’individuo che potrebbe decidere di avvantaggiarsene nella forma di un numero
maggiore di ore di tempo libero. Non dimentichiamo, infatti, che l’utilità dell’individuo aumenta sia
all’aumentare del tempo libero che del reddito.

312
Utilizzando i dati esposti nella prima e nell’ultima colonna della tabella, possiamo rappresentare
graficamente la relazione esistente tra offerta di lavoro e salario reale. Tale relazione può essere
espressa in forma diretta, figura 26.2, (rappresentando il salario orario sull’asse delle ascisse) o in
forma inversa, figura 26.3, (rappresentando il salario orario sull’asse delle ordinate)88.
Naturalmente, le due funzioni contengono le stesse informazioni, ma la seconda si rivelerà più utile
all’analisi contenuta nel prosieguo del capitolo. E’ da notare che l’area compresa tra il salario orario
e la curva di offerta di lavoro misura il surplus individuale.

88
La prima viene definita offerta di lavoro “Walrasiana”, dal nome di Walras; la seconda è conosciuta con il nome di
offerta di lavoro “Marshalliana”, dal nome di Marshall.

313
La forma della curva di offerta di lavoro dipende dal tipo di preferenze individuali. Ad esempio, nel
caso di preferenze Stone-Geary, otteniamo le curve di offerta rappresentate nelle figure 26.6 e 26.7.

Provate ad immaginare che tipo di preferenze bisognerebbe assumere per ottenere una curva di
offerta di lavoro “backward-bending” tale da assumere un’inclinazione negativa per valori maggiori
di un certo livello di salario orario.
26.3: La Domanda di Lavoro
La domanda di lavoro è stata derivata, sia pure implicitamente, nei capitoli 11 e 13 nei quali
abbiamo studiato rispettivamente la domanda ottima di lavoro e il livello ottimo di output
dell’impresa. La domanda ottima di lavoro potrebbe essere calcolata semplicemente dalla
considerazione congiunta di questi due concetti. Tuttavia, per semplicità di esposizione, seguiremo
un approccio diverso. Riferiamo la nostra analisi al breve periodo, per cui le uniche variabili
decisionali dell’impresa sono la domanda di lavoro e il livello di produzione. Essendo interessati
alla domanda di lavoro, rappresentiamo questa variabile sull’asse delle ascisse. Il nostro obiettivo è
discutere la relazione esistente tra domanda di lavoro da un lato e ricavi totali, costi totali, profitti
totali, ricavi e costi marginali dell’impresa dall’altro. A tal fine, ripetiamo l’analisi grafica contenuta
nel capitolo 13, con l’unica differenza che la variabile rappresentata sull’asse delle ascisse non è
l’output, ma la domanda di lavoro dell’impresa.

In primo luogo, definiamo i costi totali dell’impresa in funzione della domanda di lavoro. Nel breve
periodo, se il lavoro è retribuito al salario orario w e l è la quantità totale domandata di lavoro, i
costi totali vengono definiti come segue:

Costi totali = wl + rK (26.2)


314
dove K rappresenta il fattore fisso impiegato dall’impresa al costo unitario r. Se K è il capitale, i
costi fissi totali sono rK. In un grafico con l sull’asse delle ascisse, l’espressione (26.2) rappresenta
l’equazione della retta con intercetta rK e inclinazione w.

La definizione dei ricavi totali dell’impresa in funzione della domanda di lavoro e più complessa.
Nel breve periodo, la funzione di produzione è data da:

y = f(q, K) (26.3)

dove y indica l’output. Se indichiamo con p il prezzo unitario del bene prodotto dall’impresa i ricavi
totali sono uguali a:

ricavi totali = py = p f(l,K) (26.4)

K è fisso e, all’aumentare di l, l’output y aumenta e, di conseguenza, aumentano anche i ricavi totali


dell’impresa. Il tasso al quale y aumenta all’aumentare di l è (per definizione) il prodotto marginale
del lavoro, per cui il prodotto marginale del lavoro per p rappresenta il valore dell’inclinazione della
curva dei ricavi totali in funzione di l. Data l’ipotesi di rendimenti decrescenti dell’input lavoro, la
curva dei ricavi totali è crescente e concava in l.

La linea retta rappresentata nella figura 26.9 è la funzione dei costi totali. La curva concava
disegnata nella stessa figura rappresenta la funzione dei ricavi totali. Confrontate questa figura con
la figura 13.2 osservando differenze e somiglianze.

Notiamo che per valori bassi di l, i costi totali sono maggiori dei ricavi totali e, di conseguenza, il
profitto dell’impresa è negativo; per valori di l compresi tra 0.5 e 7.0, il profitto diventa positivo,
mentre per valori di l maggiori di 7.0 torna ad essere negativo. La funzione dei profitti (ovvero, la
differenza tra ricavi e costi) viene rappresentata nella figura 26.11.

315
La quantità di lavoro che massimizza i profitti è pari a circa 2.7. Per individuare con maggiore
precisione la domanda ottima di lavoro, notiamo che i profitti sono massimi quando è massima la
differenza tra ricavi e costi totali, ovvero, quando l’inclinazione della funzione dei ricavi totali è
uguale all’inclinazione della funzione dei costi totali. L’inclinazione della funzione dei ricavi totali
è pari al prezzo dell’output per il prodotto marginale del lavoro; l’inclinazione della funzione dei
costi totali è data dal prezzo del lavoro, w. Di conseguenza, la condizione di profitto massimo89 è la
seguente:

prezzo dell’output per prodotto marginale del lavoro = prezzo del lavoro = salario orario

Dividendo per p la condizione di massimo profitto, otteniamo:

prodotto marginale del lavoro = w/p = salario reale orario

Analogamente a quanto fatto nel capitolo 13, possiamo ricavare le curve di ricavo e costo
marginale in funzione di l a partire dalle curve di ricavi, costi e profitti totali. Sappiamo che
l’inclinazione della curva dei costi totali è costante e pari a w. Di conseguenza, la relazione tra costi
marginali ed l è rappresentata da una retta orizzontale con intercetta w. L’inclinazione della curva
dei ricavi totali decresce all’aumentare di l ed è uguale a p per il prodotto marginale del lavoro. Ne
consegue che la relazione tra ricavi marginali ed l è rappresentata da una curva decrescente ed è
definita dal prodotto tra p e il prodotto marginale del lavoro. Così facendo, abbiamo ottenuto la
figura 26.12, nella quale w = 1 (lo stesso valore che abbiamo assunto nella figura precedente).

89
La dimostrazione formale di questa proposizione è contenuta nell’appendice matematica di questo capitolo.

316
Se definiamo il prodotto tra p e il prodotto marginale del lavoro come “prodotto marginale del
lavoro in valore”, la domanda ottima di lavoro, ovvero, la quantità di lavoro che massimizza il
profitto, si colloca nel punto di uguaglianza tra prodotto marginale del lavoro in valore e salario
orario. Quando questa condizione è soddisfatta la domanda di lavoro è pari a circa 2.7 (lo stesso
valore dell’esempio grafico precedente).

A questo punto siamo in grado di caratterizzare in maggior dettaglio il concetto di profitto (o


surplus) dell’impresa. Dalla figura 26.12, risulta che il costo totale del lavoro è pari semplicemente
al prodotto tra salario orario e quantità totale di lavoro domandata dall’impresa. Dato il salario
orario, il costo totale del lavoro viene misurato dall’area compresa tra il salario orario stesso e la
domanda di lavoro. I ricavi totali sono rappresentati dall’area sottostante il prodotto marginale del
lavoro fino al punto di domanda ottima di lavoro (2.7). Di conseguenza, la differenza tra queste due
aree misura il profitto, ovvero l’area compresa tra il salario orario e la curva del prodotto marginale
del lavoro in valore. Tra breve identificheremo quest’ultima con la curva di domanda del lavoro, per
cui otteniamo il seguente risultato: il surplus dell’impresa (del produttore che domanda lavoro) è
misurato dall’area compresa tra il prezzo pagato e la curva di domanda.

Dall’analisi condotta finora risulta che l’impresa domanda la quantità di lavoro alla quale il prodotto
marginale del lavoro in valore eguaglia il salario orario: al variare del salario orario, la domanda di
lavoro varia lungo la curva del prodotto marginale del lavoro in valore. Di conseguenza, la curva
del prodotto marginale del lavoro in valore è la curva di domanda di lavoro.

317
Nella figura 26.13, abbiamo rappresentato la curva di domanda di lavoro per un salario orario di
0.4. Per tale livello del salario, il profitto o surplus è dato dall’area compresa tra il salario stesso e la
domanda di lavoro.

26.4: Il mercato del lavoro


Considerando congiuntamente offerta e domanda di lavoro siamo in grado di identificare
l’equilibrio concorrenziale illustrato nella figura 26.15.

In equilibrio, il surplus totale (surplus del compratore più surplus del venditore) è massimizzato. In
altri termini, l’equilibrio di concorrenza perfetta è efficiente nel senso che il surplus viene
massimizzato in aggregato. D’altra parte, nulla si può concludere sull’equità della distribuzione del
surplus (Notiamo che nel nostro esempio grafico l’impresa ottiene un surplus maggiore del surplus
ottenuto dai lavoratori).

26.5: Legislazione del salario minimo


Domandiamoci cosa accade se il governo decide di fissare per legge un salario minimo in un
mercato del lavoro di concorrenza perfetta. Se il salario minimo viene fissato ad un livello inferiore
al salario di equilibrio, non cambia nulla rispetto all’analisi precedente. Se, viceversa, il salario
minimo viene fissato al di sopra del salario di equilibrio, l’occupazione si riduce, il salario degli
occupati aumenta e la disoccupazione cresce.

26.6: Riassunto
In questo capitolo abbiamo analizzato il mercato del lavoro utilizzando gli elementi di teoria
sviluppati nei capitoli precedenti. L’analisi della curva dell’offerta di lavoro si è servita della teoria
economica contenuta nel capitolo 6.

La curva dell’offerta di lavoro dipende dalle preferenze individuali su tempo libero e consumo.

La curva dell’offerta di lavoro può essere “backward bending”.

Abbiamo utilizzato la teoria dell’impresa per derivare la curva di domanda di lavoro.

La curva della domanda di lavoro è la curva del prodotto marginale del lavoro in valore.

Infine, abbiamo definito l’equilibrio di concorrenza perfetta nel mercato del lavoro, in
corrispondenza del quale il salario di equilibrio consente alla domanda di lavoro di eguagliare
l’offerta di lavoro.
318
In un mercato del lavoro di concorrenza perfetta, il lavoro viene retribuito al proprio prodotto
marginale.

In un mercato del lavoro di concorrenza perfetta, la legislazione del salario minimo provoca una
diminuzione del surplus e un aumento della disoccupazione.

26.7: Domande di verifica


(1) Un aumento del salario provoca sempre un aumento dell’offerta di lavoro?
(2) Utilizzando la teoria esposta nel Capitolo 11, verificate se la domanda di lavoro è
sempre una funzione decrescente del salario.
(3) Come viene influenzata l’occupazione da un provvedimento governativo che fissa il
salario minimo al di sopra del salario di equilibrio in un mercato del lavoro di
concorrenza perfetta? E se invece il salario minimo viene fissato al di sotto del salario di
equilibrio?
(4) Il livello ottimo di occupazione si raggiunge quando il prodotto marginale del lavoro è
uguale al salario reale (il salario orario diviso il prezzo dell’output prodotto
dall’impresa). Come vengono influenzati i profitti se l’impresa innalza l’occupazione al
di sopra del livello di ottimo? E come vengono influenzati i profitti se l’impresa riduce
l’occupazione al di sotto di tale livello? (Assumendo che il salario sia fissato e che non
possa essere cambiato dall’impresa).
(5) Che influenza hanno le ore di lavoro straordinario sull’offerta di lavoro?

26.9: Appendice Matematica


Dimostriamo la condizione di domanda ottima di lavoro per l’impresa. Sappiamo che il profitto
dell’impresa è definito da:

profitto = ricavi totali – costi totali = py – (wl + rK) (A26.1)

e che la relazione tra l’output y e i fattori produttivi impiegati dall’impresa è definita dalla seguente
funzione di produzione (A26.2):

y = f(l,K) (A26.2)

Sostituendo la definizione del profitto nella funzione di produzione, otteniamo:

profitto = p f(l,K) – (wl + rK) (A26.3)

Applicando la condizione di massimo del primo ordine (d profitto/ dl = 0), otteniamo la funzione
(A26.4):

p df(l,K)/l = w (A26.4)

Ovvero,

df(l,K)/dl = w/p (A26.5)

Concludendo, l’impresa massimizza i propri profitti se il prodotto marginale del lavoro eguaglia il
salario reale.
319
Capitolo 27: Tassazione
27.1: Introduzione
Se ipotizziamo l’imposizione di una tassa sul consumo di un bene, diventa importante saper
rispondere alle seguenti domande: chi sostiene l’onere della tassa? Come vengono influenzate
quantità e prezzo di equilibrio di mercato? Che effetto produce la tassa sui surplus dei partecipanti
allo scambio? Come verificheremo in questo capitolo, la tassazione provoca una perdita di surplus
aggregato definita “perdita netta a causa della tassa” e, di conseguenza, condiziona l’efficienza
dello scambio nel mercato di concorrenza perfetta. Questa conclusione potrebbe indurre ad
attribuire una connotazione negativa alla tassazione. D’altra parte, il gettito generato dalla tassa
viene utilizzato dal governo per finanziare altri obiettivi di politica economica con conseguenti
effetti positivi per l’economia. Di conseguenza, la tassazione diventa auspicabile nella misura in cui
l’attività di spesa pubblica finanziata dal gettito fiscale riesce a controbilanciare l’effetto negativo
della perdita netta di surplus per la società.

Nella realtà esistono vari tipi di tasse. Le più comuni sono le tasse dette “specifiche” e le tasse “ad
valorem”. Le tasse del primo tipo sono indipendenti dal prezzo del bene. Le tasse del secondo tipo,
come ad esempio l’IVA, aumentano proporzionalmente all’aumento del prezzo del bene e sono
molto diffuse nella pratica. Nella maggior parte dei Paesi, infatti, viene applicata l’imposta sul
valore aggiunto (IVA) ad esempio è pari al 17.5% del prezzo dei beni di consumo nel Regno Unito.
Un esempio pratico di tasse indipendenti dal valore del bene è la famosa (per alcuni famigerata)
“Poll Tax” introdotta nel Regno Unito durante il mandato della Thatcher e in base alla quale ogni
proprietario di un’abitazione doveva pagare una tassa costante indipendentemente dal valore
dell’abitazione stessa. In questo capitolo studieremo esclusivamente gli effetti delle tasse specifiche
e delle tasse ad valorem. Ovviamente, lo stesso tipo di analisi può essere estesa ad ogni altro tipo di
imposizione fiscale.

27.2: I due prezzi in presenza della tassa


Indipendentemente dal tipo di tassa, l’elemento cruciale dello studio degli effetti della tassazione
del consumo è che in seguito all’imposizione della tassa, emergono due prezzi nel mercato del bene:
il prezzo pagato dai consumatori e il prezzo ricevuto dai produttori. La tassa incamerata dal
governo è pari alla differenza tra questi due prezzi e, solo in assenza della tassa, il prezzo pagato dai
consumatori eguaglia quello ricevuto dai produttori. Di conseguenza, se parliamo di “prezzo del
bene” dobbiamo fare sempre attenzione a specificare a quale dei due prezzi in questione facciamo
riferimento. Come sarà chiaro tra breve, infatti, gli effetti della tassazione nel mercato del bene
possono essere analizzati prendendo a riferimento entrambi i prezzi.
27.3: La situazione prima dell’imposizione della tassa
Analizziamo la situazione precedente all’imposizione della tassa utilizzando un esempio numerico,
per poi generalizzare i nostri risultati. Assumendo funzioni lineari di domanda e offerta, otteniamo
la figura 27.1.

322
La domanda del bene è definita da:

qd = 100 – pb (27.1)

e l’offerta del bene è data da:

qs = ps – 10 (27.2)

Nelle equazioni (27.1) e (27.2), qd indica la quantità domandata del bene e qs la quantità offerta
dello stesso bene. pb rappresenta il prezzo pagato dai consumatori, mentre ps è il prezzo ricevuto dai
produttori. I due prezzi sono identici prima che venga imposta la tassa, ma differiscono ad
imposizione avvenuta.

Nell’equilibrio iniziale, vengono scambiate 45 unità del bene al prezzo unitario di 55.

27.4: Una tassa specifica


Supponiamo che il governo imponga una tassa specifica sul consumo del bene in questione.
Ipotizziamo che la tassa sia pari a 10 per ogni unità venduta e acquistata del bene. Per ogni unità del
bene che viene scambiata sul mercato, il governo riceve 10. Come viene influenzata la situazione
iniziale? Studiamo gli effetti sulla domanda e sull’offerta del bene e il conseguente impatto
sull’equilibrio di mercato.

Consideriamo un’analisi grafica che prenda a riferimento il prezzo pagato dai consumatori
rappresentato sull’asse delle ordinate. La domanda non varia in seguito all’introduzione della tassa
(figura 27.2). Come viene influenzata l’offerta? L’offerta dipende dal prezzo ricevuto dai
produttori, un prezzo diverso da quello rappresentato sull’asse delle ordinate (il prezzo pagato dai
consumatori). E’ necessario dunque definire una nuova funzione di offerta. Il prezzo pagato dai
consumatori differisce da quello ricevuto dai produttori per l’ammontare della tassa, posiamo
scrivere i due prezzi come segue:

pb = ps +10 (27.3)
ps = pb -10

Sostituendo tale espressione nell’equazione (27.2), otteniamo:

qs = (pb –10) – 10 = pb – 20 (27.4)

323
che rappresenta l’offerta del bene in funzione del prezzo pagato dai consumatori:

La nuova funzione di offerta è rappresentata nella figura 27.2.

La retta inclinata negativamente è la curva di domanda (nuova e iniziale); la retta con inclinazione
positiva più marcata è la nuova curva di offerta, mentre la più sottile rappresenta la funzione di
offerta prima dell’imposizione della tassa. Notiamo che la tassa provoca uno spostamento verticale
della curva di offerta di un ammontare pari alla tassa. Naturalmente, la distanza verticale tra le due
curve di offerta misura l’ammontare della tassa.

Alternativamente all’analisi grafica, possiamo confrontare la situazione iniziale con quella


successiva all’imposizione della tassa, utilizzando i dati esposti nella tabella 27.1 e verificare
l’impatto della tassazione sull’equilibrio di mercato.

Tabella 27.1
90
Prezzo ricevuto dai produttori Offerta Prezzo pagato dai consumatori
0 0 10
10 0 20
20 10 30
30 20 40
40 30 50
50 40 60
60 50 70
70 60 80
80 70 90
90 80 100
100 90 110

Dai dati esposti nelle prime due colonne della tabella si evince la relazione esistente tra il prezzo
ricevuto dai produttori e la quantità offerta del bene, vale a dire, la relazione che definisce la curva
di offerta. I dati della terza colonna tengono conto del fatto che il prezzo pagato dai consumatori è
pari al prezzo ricevuto dai produttori più l’ammontare della tassa di 10. Nella figura 27.2 abbiamo
rappresentato la relazione tra quantità offerta e prezzo pagato dai consumatori (seconda e terza
colonna della tabella) perché quest’ultima è la variabile rappresentata sull’asse delle ordinate. In
questo modo abbiamo ottenuto la curva di offerta associata alla situazione successiva
all’imposizione della tassa.

90
Il prezzo pagato dai consumatori è sempre maggiore del prezzo ricevuto dai produttori di un ammontare pari a 10.

324
Come sappiamo, l’equilibrio di mercato si colloca nel punto di intersezione tra la curva di domanda
e la curva di offerta. In seguito all’imposizione della tassa, la nuova quantità di equilibrio è 40 e il
nuovo prezzo di equilibrio è 60. Ma, volendo essere più rigorosi, dovremmo concludere che il
nuovo prezzo pagato dai consumatori di equilibrio è 60 e che, di conseguenza, il nuovo prezzo
ricevuto dai produttori di equilibrio è 50.

Nell’equilibrio di mercato della situazione pre-tassa, venivano scambiate 45 unità del bene e il
consumatore (produttore) pagava (riceveva) un prezzo unitario di 55. Nell’equilibrio di mercato
della situazione post-tassa, invece, vengono scambiate solo 40 unità del bene, per le quali il
consumatore paga un prezzo unitario di 60 e il produttore riceve un prezzo unitario di 50. Il
governo, infine, incamera una tassa di 10 per ogni unità del bene scambiata sul mercato.

La stessa analisi può essere condotta prendendo a riferimento il prezzo ricevuto dai produttori,
anziché quello pagato dai consumatori. A tal fine, rappresentiamo il prezzo ricevuto dai produttori
sull’asse delle ordinate (figura 27.3). La curva di offerta resta invariata in seguito all’introduzione
della tassa. Come varia la curva di domanda? L’equazione (27.1) non può essere utilizzata nella
nostra analisi grafica in quanto mette in relazione la quantità domandata con il prezzo pagato dai
consumatori, non con quello ricevuto dai produttori. La derivazione di una nuova funzione di
domanda che metta in relazione la quantità domandata del bene con il prezzo ricevuto dai produttori
può avvenire algebricamente o con un esempio numerico. Dal punto di vista algebrico, sappiamo
che il prezzo pagato dai consumatori differisce da quello ricevuto dai produttori per un ammontare
pari alla tassa e quindi possiamo partire dalla formula (27.3) come fatto in precedenza. Se
sostituiamo questa formula nell’equazione (27.1), otteniamo la seguente relazione tra la quantità
domandata del bene e il prezzo ricevuto dai produttori:

qd = 90 - ps (27.5)

Ora possiamo rappresentare questa espressione nella figura 27.3, ottenendo la nuova curva di
domanda in funzione del prezzo ricevuto dai produttori.

Nella figura 27.3, la retta con inclinazione positiva è la curva di offerta (pre-tassa e post-tassa); la
retta inclinata negativamente più marcata è la curva di domanda post-tassa, mentre la retta con
inclinazione negativa più sottile rappresenta la curva di domanda pre-tassa. Osserviamo che
l’introduzione della tassa ha per conseguenza lo spostamento verso il basso della curva di domanda
di un ammontare pari alla tassa. Ovviamente, l’ammontare della tassa è misurato dalla distanza
verticale tra le due curve di domanda ed è pari a 10 per ogni livello di quantità del bene scambiata
sul mercato.

325
Alternativamente, possiamo usare l’esempio numerico della tabella 27.2.

Tabella 27.2
91
Prezzo pagato dai Domanda Prezzo ricevuto dai produttori
consumatori
0 100 092
10 90 0
20 80 10
30 70 20
40 60 30
50 50 40
60 40 50
70 30 60
80 20 70
90 10 80
100 0 90

I dati esposti nelle prime due colonne della tabella 27.2 mettono in relazione il prezzo pagato dai
consumatori con la quantità domandata del bene, definendo la curva di domanda. Dai dati esposti
nella terza colonna si evince che il prezzo ricevuto dai produttori è pari al prezzo pagato dai
consumatori meno l’ammontare della tassa (10). Nella figura 27.3 abbiamo rappresentato la
relazione tra quantità domandata e prezzo ricevuto dai produttori (seconda e terza colonna). In
questo modo abbiamo ottenuto la curva di domanda relativa alla situazione post-tassa.

In seguito all’imposizione della tassa, quantità e prezzo di equilibrio sono pari rispettivamente a 40
e 50. Ma, volendo essere più rigorosi, dovremmo concludere che il nuovo prezzo di equilibrio
ricevuto dai produttori è 50 e che, di conseguenza, il nuovo prezzo di equilibrio pagato dai
consumatori è 60.

Nell’equilibrio di mercato della situazione pre-tassa venivano scambiate 45 unità del bene e il
consumatore (produttore) pagava (riceveva) un prezzo unitario di 55 (esattamente come in
precedenza). Nell’equilibrio di mercato della situazione post-tassa, invece, vengono scambiate solo
40 unità del bene, per le quali il consumatore paga un prezzo unitario di 60, il produttore riceve un
prezzo unitario di 50 e il governo incamera una tassa di 10 per ogni unità del bene scambiata sul
mercato.
27.5: L’effetto sul surplus
L’introduzione della tassa provoca una riduzione del volume di scambio. In questo paragrafo
studiamo gli effetti prodotti dalla tassa sui surplus di consumatore e produttore. Il calcolo del
surplus nella situazione pre-tassa è illustrato nella figura 27.5.

91
Il prezzo ricevuto dai produttori è sempre minore del prezzo pagato dai consumatori di un ammontare pari a 10 (ma
fate attenzione alla prossima nota a piè di pagina).
92
A voler essere rigorosi, il prezzo dovrebbe essere –10: i produttori dovrebbero pagare 10 per ogni unità venduta del
bene. Ma, naturalmente, ciò è irrealistico.

326
Il surplus del consumatore è dato dall’area compresa tra il prezzo (pagato) e la curva di domanda,
ovvero, 0.5 x 45 x 45 = 1012.5. Il surplus del produttore è rappresentato dall’area compresa tra il
prezzo (ricevuto) e la curva di offerta, ovvero, 0.5 x 45 x 45 = 1012.5.

Consideriamo un diagramma che permetta di confrontare le curve di domanda e offerta della


situazione pre-tassa con l’equilibrio caratteristico della situazione post-tassa. L’imposizione della
tassa causa l’emergere di un cuneo tra il prezzo pagato dai consumatori e quello ricevuto dai
produttori, la cui ampiezza è definita dall’ammontare della tassa stessa. La quantità di bene
scambiata in equilibrio è quella alla quale la distanza verticale tra le curve di domanda e offerta
eguaglia esattamente l’ammontare della tassa, come è illustrato nella figura 27.8.

La quantità di bene indicata nella figura 27.8 è la quantità scambiata nell’equilibrio post-tassa. Di
conseguenza, la distanza verticale (unica) che separa la curva di domanda da quella di offerta è pari
esattamente alla tassa (10). Il valore del prezzo in corrispondenza di una quantità domandata pari a
40 è il nuovo prezzo di equilibrio pagato dai consumatori. Il valore di prezzo in corrispondenza di
una quantità offerta di 40 è il nuovo prezzo di equilibrio ricevuto dai produttori. Il surplus post-tassa
del consumatore è misurato dall’area compresa tra il nuovo prezzo pagato dai consumatori e la
curva di domanda, ovvero, 0.5 x 40 x 40 = 800, per una perdita di surplus di 212.5. Il surplus post-
tassa del produttore è misurato dall’area compresa tra il nuovo prezzo ricevuto dai produttori e la
curva di offerta, ovvero, 0.5 x 40 x 40 = 800, per una perdita di surplus pari a 212.5.

Il gettito della tassa è misurato dall’area delimitata dai due prezzi (il prezzo pagato dai consumatori
e quello ricevuto al produttore) e la quantità di bene scambiata sul mercato. Il gettito totale è pari a
40 x 10 = 400: una parte consistente della perdita di surplus subita da consumatori e produttori
viene trasferita al governo.

327
Tuttavia, la quota di perdita di surplus aggregato che non si trasferisce al governo svanisce a causa
della riduzione del volume di scambio di mercato. Tale perdita netta di surplus, conosciuta con il
nome perdita netta a causa della tassa, è misurata dall’area del triangolo evidenziato nella figura
27.8, vale a dire, 0.5 x 5 x 10 = 25.

A partire dai valori numerici del nostro esempio, otteniamo quanto segue:

Valori iniziali di surplus: consumatori 1012.5

produttori 1012.5

Totale 2025

Valori finali di surplus: consumatori 800

produttori 800

Governo 400

Totale 2000

Perdita netta a causa della tassa 25

Nel nostro esempio, la perdita netta a causa della tassa è di importo limitato e ciò dipende da molti
fattori, tra cui la riduzione della quantità di bene scambiata sul mercato. Questa riduzione è la causa
della perdita netta di surplus aggregato. Alcune delle transazioni che avevano luogo prima
dell’imposizione della tassa non possono più verificarsi nella situazione post-tassa, e la contrazione
nel numero di transazioni causa la perdita di surplus.

27.6: Una tassa proporzionale


Il fattore determinante alla base dei risultati ottenuti nei paragrafi precedenti è che l’introduzione
della tassa provoca un abbassamento della curva di domanda (quando rappresentiamo il prezzo
ricevuto dai produttori sull’asse delle ordinate) e un innalzamento della curva di offerta (quando
rappresentiamo il prezzo pagato dai consumatori sull’asse delle ordinate). Entrambi gli spostamenti
misurano una distanza verticale uguale esattamente all’ammontare della tassa. Ciò avviene nel

328
caso dell’imposizione di una tassa specifica, ma anche per ogni altro tipo di tassa, compresa una
tassa ad valorem.

Assumiamo una tassa ad valorem del 20%. Il prezzo pagato dai consumatori è maggiore del 20%
del prezzo ricevuto dai produttori e la differenza tra i due prezzi rappresenta tassa. Consideriamo
l’identica situazione pre-tassa della figura 27.1 e ripetiamo l’analisi grafica condotta in precedenza
rappresentando sull’asse delle ascisse il prezzo pagato dai consumatori. Sappiamo già che lo
spostamento della curva di offerta provocato dalla tassa può essere calcolato algebricamente o
utilizzando un esempio numerico. Algebricamente, otteniamo:

pb = 1.2 ps (27.6)

in quanto il prezzo pagato dai consumatori è maggiorato del 20%. Sostituendo questa espressione
nell’equazione (27.2), otteniamo la nuova curva di offerta in funzione del prezzo pagato dai
consumatori:

qs = pb /1.2 – 10 (27.7)

ovvero, l’equazione della curva di offerta rappresentata nella figura 27.1093.

Alternativamente, possiamo utilizzare l’esempio numerico riportato nella tabella 27.3.

Tabella 27.3
Prezzo ricevuto dai produttori Offerta Prezzo pagato dai consumatori94
0 0 0
10 0 12
20 10 24
30 20 36
40 30 48
50 40 60
60 50 72
70 60 84
80 70 96
90 80 108
100 90 12 0

93
La nuova curva di offerta ha per intercetta verticale 24: il 20% in più dell’intercetta verticale della curva di offerta
iniziale.
94
Il prezzo pagato dai consumatori è sempre maggiore del 20% del prezzo ricevuto dai produttori.

329
Nella figura 27.10, la retta inclinata negativamente è la curva di domanda (pre-tassa e post-tassa).
La retta più sottile con inclinazione positiva è la curva di offerta iniziale, mentre la retta più marcata
con inclinazione positiva rappresenta la nuova curva di offerta. La distanza verticale tra la curva di
offerta pre-tassa e quella post-tassa restituisce esattamente l’ammontare della tassa: la nuova curva
di offerta è più alta della curva di offerta pre-tassa del 20%, anche in corrispondenza dell’intercetta.
Perché per qualsiasi livello di offerta, i consumatori pagano un prezzo maggiore del 20% di quello
iniziale, vale a dire, il 20% della tassa ad valorem incamerata dal governo.

Il nuovo equilibrio si colloca nel punto in cui la curva di domanda (pre-tassa e post-tassa) interseca
la curva di offerta post-tassa. Nel nuovo equilibrio, vengono scambiate 40 unità del bene, il prezzo
pagato dai consumatori è 60 e il prezzo ricevuto dai produttori è 50. Naturalmente, 50 più 20% è
uguale 60.

Solo per pura coincidenza una tassa specifica di 10 e una tassa ad valorem del 20% producono lo
stesso impatto sull’equilibrio di mercato. Più in generale, l’introduzione di tipi diversi di tassa
provoca effetti diversi su prezzi e quantità di equilibrio.

Ancora una volta, ripetiamo la nostra analisi grafica rappresentando il prezzo ricevuto dai produttori
sull’asse delle ordinate. In tal caso, la curva di offerta resta invariata rispetto alla situazione iniziale.
Tuttavia, la curva di domanda cambia. Per derivare la curva di domanda in funzione del prezzo
ricevuto dai produttori, dobbiamo sostituire l’espressione (27.6) nell’equazione della curva di
domanda (27.1). Così facendo, otteniamo:

qd = 100 –1.2 ps (27.8)

ovvero, la curva di domanda rappresentata nella figura 27.11.

In analogia con quanto fatto in precedenza, possiamo utilizzare i dati esposti nella tabella 27.4.

Tabella 27.4
Prezzo pagato dai Domanda Prezzo ricevuto dai
consumatori produttori95
0 100 0
10 90 8⅓
20 80 16⅔

95
Il prezzo pagato dai consumatori è sempre maggiore del 20% del prezzo ricevuto dai produttori.

330
30 70 25
40 60 33⅓
50 50 41⅔
60 40 50
70 30 58⅓
80 20 66⅔
90 10 75
100 0 83⅓

Nella figura 27.11, la retta inclinata positivamente è la curva di offerta (pre-tassa e post-tassa). La
retta con inclinazione negativa più sottile è la curva di domanda iniziale, mentre la retta con
inclinazione negativa più marcata rappresenta la nuova curva di domanda. La distanza verticale tra
le curva di domanda pre-tassa e quella post-tassa restituisce esattamente il valore della tassa: la
nuova curva è più bassa della curva di domanda pre-tassa del 20%, anche in corrispondenza
dell’intercetta. Per ogni livello di domanda, infatti, perché i consumatori possano acquistare le
stesse unità di bene della situazione iniziale, il prezzo unitario deve essere ridotto del 20%, ovvero,
il 20% della tassa ad valorem incamerata dal governo.

Il nuovo equilibrio si colloca nel punto in cui la curva di offerta (pre-tassa e post-tassa) interseca la
curva di domanda post-tassa. Nell’equilibrio post-tassa, vengono scambiate 40 unità del bene, il
prezzo pagato dai consumatori è 60 e il prezzo ricevuto dai produttori è 50. Naturalmente, 50 più
20% è uguale 60.

Ricordiamo che l’imposizione della tassa implica l’emergere di un cuneo tra il prezzo pagato dai
consumatori e quello ricevuto dai produttori. Nel nostro esempio, l’effetto dell’imposizione di una
tassa ad valorem del 20% è lo stesso di quello osservato in seguito all’introduzione di una tassa
specifica di 10. Di conseguenza, l’analisi del surplus procede in analogia con quella condotta in
precedenza e porta esattamente agli stessi risultati.
27.7: Chi sostiene l’onere della tassa?
Finora abbiamo ottenuto risultati perfettamente simmetrici. Il prezzo pagato dai consumatori
aumenta di 5 e il prezzo ricevuto dai produttori diminuisce di 5 nei nostri esempi numerici. Di
conseguenza, il carico fiscale di 10 si distribuisce equamente tra i due lati del mercato. Anche i
risultati riguardanti il surplus sono simmetrici: consumatori e produttori trasferiscono al governo
l’identica perdita di surplus, mentre la parte rimanente rappresenta la perdita netta di surplus causata
dalla tassa. La simmetria di questi risultati è diretta conseguenza dell’ipotesi di curve di domanda e
offerta simmetriche. In generale, l’esistenza di curve di domanda e offerta non simmetriche implica
risultati non simmetrici.

In questo paragrafo assumiamo che le curve di domanda e offerta non siano simmetriche e
rispondiamo alla domanda “chi sostiene l’onere della tassa?”. Naturalmente, e come è facile intuire,
la risposta a questa domanda dipende dall’inclinazione delle curve di domanda e offerta. Per questo
motivo, considereremo quattro scenari alternativi ipotizzando curve di domanda e offerta piatte,
medie o molto inclinate, dove per “medie” intendiamo il caso intermedio tra curve piatte e molto
inclinate. I quattro scenari a cui facciamo riferimento sono i seguenti e per ciascuno di essi
ipotizziamo l’imposizione di una tassa specifica di 10:

1) domanda media e offerta piatta


2) domanda media e offerta molto inclinata
3) domanda piatta e offerta media
4) domanda molto inclinata e offerta media

331
Il lettore può studiare da sé altri possibili scenari.

Se la curva di domanda ha un’inclinazione media e la curva di offerta è piatta, otteniamo la figura


27.17. Nell’equilibrio iniziale, vengono scambiate 45 unità del bene ad un prezzo unitario di poco
inferiore a 55. Una curva di offerta molto piatta è indicativa di un’elevata sensibilità dell’offerta alle
variazioni del prezzo: lievi incrementi di prezzo provocano un aumento consistente della quantità
offerta. I consumatori ottengono dallo scambio un surplus di molto maggiore rispetto a quello
ottenuto dai produttori

In seguito all’imposizione della tassa (figura 27.17), la quantità scambiata cade di poco al di sotto di
37. Il prezzo pagato dai consumatori aumenta da 55 a quasi 64, per un incremento assoluto di circa
9. Viceversa, il prezzo ricevuto dai produttori diminuisce da poco più di 55 a poco più di 54, per
una riduzione di poco meno di 1. La tassa è quasi completamente a carico del consumatore. La
scelta dei consumatori, infatti, è meno sensibile alle variazioni di prezzo rispetto a quella dei
produttori. Il surplus dei consumatori si riduce in maniera consistente a causa della tassa, mentre
quello dei produttori si riduce di poco.

In presenza di una curva di domanda con inclinazione media e di una curva di offerta molto
inclinata, otteniamo la figura 27.18. La quantità scambiata e il prezzo di equilibrio nella situazione
iniziale sono rispettivamente poco più di 54 e circa 45.5. L’inclinazione della curva di offerta è
indicativa della scarsa elasticità dell’offerta del bene rispetto al prezzo. I surplus iniziali dei
consumatori e dei produttori sono entrambi molto ampi.

332
Nella situazione post-tassa (figura 27.18), la quantità di bene scambiata sul mercato diminuisce
lievemente (poco meno di 54) perché la curva di offerta è ripida. Il prezzo pagato dai consumatori
cresce da circa 45.5 a circa 46.5 (un aumento di circa 1). D’altra parte, il prezzo ricevuto dai
produttori diminuisce da circa 45.5 a quasi 36 perché l’offerta non è molto sensibile al prezzo e, di
conseguenza, una parte consistente dell’onere della tassa viene sostenuta dai produttori. La perdita
di surplus dei consumatori è limitata ma quella subita dai produttori è di rilievo. La perdita netta di
surplus aggregato è ridotta dato che la tassa influenza solo leggermente il volume totale di scambio.

Lo scenario caratterizzato da una curva di domanda molto piatta e una curva di offerta con valore di
inclinazione medio è rappresentato nella figura 27.19. Prima della tassa, in equilibrio si scambiano
36.5 unità di bene al prezzo unitario di poco più di 46. I consumatori ottengono, dallo scambio, un
surplus contenuto perché la curva di domanda è piatta (la domanda è molto sensibile alle variazioni
di prezzo).

La quantità scambiata in equilibrio subisce una forte contrazione per effetto dell’introduzione della
tassa (figura 27.19) perché la domanda è molto sensibile alle variazioni di prezzo. Per lo stesso
motivo, il prezzo pagato dai consumatori aumenta solo leggermente, da poco più di 46 a circa 47.
Viceversa, il prezzo ricevuto dai produttori diminuisce sensibilmente, da poco più di 46 a circa 37 e
il surplus dei produttori subisce una forte contrazione. La perdita netta di surplus causata dalla tassa
è consistente a causa della notevole riduzione della quantità di bene scambiata sul mercato.

Infine, se la curva di domanda è molto inclinata e la curva di offerta ha un valore di inclinazione


medio, otteniamo la figura 27.20. Nell’equilibrio pre-tassa, vengono scambiate poco meno di 45
unità del bene ad un prezzo di poco maggiore di 54. Sia i consumatori che i produttori ottengono
surplus molto elevati.

333
Dopo l’introduzione della tassa la quantità scambiata del bene diminuisce da poco meno di 45 a
poco meno di 44 nel nuovo equilibrio (figura 27.20). Di conseguenza, la perdita netta di surplus a
causa della tassa è limitata. Il prezzo pagato dai consumatori aumenta notevolmente (da poco più di
54 a quasi 64) in quanto la domanda del bene è poco sensibile alle variazioni di prezzo. Viceversa,
il prezzo ricevuto dai produttori diminuisce solo lievemente (da poco più di 54 a poco meno di 54).
La tassa, dunque, è quasi per intero a carico dei consumatori a causa della scarsa elasticità della
domanda rispetto al prezzo.

Concludendo, gli effetti della tassazione dipendono in maniera cruciale dalla forma delle curve di
domanda e offerta. Se una delle due curve è relativamente poco sensibile alle variazioni di prezzo,
la tassa è a carico del corrispondente lato del mercato. Quando una delle due curve è
particolarmente sensibile alle variazioni di prezzo, è l’altro lato del mercato ad accollarsi l’onere
della tassa.
27.8: Riassunto
Il fattore determinante dell’analisi degli effetti della tassazione è l’emergere sul mercato di due
valori di prezzo: il prezzo pagato dai consumatori e quello ricevuto dai produttori.

Se si prende a riferimento il prezzo pagato dai consumatori, la curva di domanda resta invariata e la
curva di offerta si innalza di un ammontare pari alla tassa.

Se si prende a riferimento il prezzo ricevuto dai produttori, la curva di offerta resta invariata e la
curva di domanda si abbassa di un ammontare pari alla tassa.

L’imposizione della tassa provoca una riduzione del surplus dei consumatori alla quale corrisponde
un incremento del surplus dei produttori e una riduzione del surplus di mercato, ovvero, una perdita
netta di surplus per la società.

La forma delle curve di domanda e offerta influenza l’ammontare del carico della tassa e l’ampiezza
della perdita netta di surplus aggregato. In generale, minore è la sensibilità di domanda e offerta alle
variazioni del prezzo, maggiore è la perdita netta di surplus causata dell’imposizione della tassa.
27.8: Domande di verifica
(1) Chi paga la tassa sul consumo? (Con ciò non intendiamo dire chi paga fisicamente la
tassa, ma chi sostiene l’onere della tassa).
(2) L’onere della tassa è maggiore nel caso di una tassa specifica o di una tassa ad valorem?
(Dipende dall’aliquota delle tue tasse).

334
(3) Perché la pendenza delle curve di domanda e offerta del bene influenza gli effetti della
tassazione e la distribuzione del carico fiscale tra i partecipanti allo scambio?
(4) Sappiamo che l’imposizione di una tassa sulla vendita (e sull’acquisto) di un bene causa
una perdita netta di surplus per la società. Questo effetto negativo è sufficiente a definire
la tassazione un male per la società?
(5) Fornite esempi pratici di tasse sul consumo di beni e servizi (IVA, licenze di esercizio,
licenze automobilistiche) e discutete in quale tipologia di tassazione ricadono. Che tipo
di tassa è la tristemente nota “Poll Tax” introdotta nel Regno Unito durante il mandato
della Tatcher, in base alla quale ogni proprietario di un’abitazione doveva pagare una
tassa costante indipendentemente dal valore dell’abitazione stessa? (Quest’ultima non è
una domanda facile).

335
Capitolo 28: Monopolio e Monopsonio

28.1: Introduzione
Nel capitolo precedente abbiamo messo in evidenza la perdita netta di surplus provocata dalla
tassazione del consumo di un bene. In questo capitolo otteniamo un risultato simile ipotizzando che
uno dei due lati del mercato sia composto da un solo individuo in grado di determinare il prezzo del
bene. Nel mercato di concorrenza perfetta, gli agenti si comportano da “price-takers”, assumendo il
prezzo come dato. L’assunzione sottostante questa forma di mercato è che il numero di partecipanti
allo scambio è tanto elevato da non consentire a nessuno di determinare autonomamente il prezzo
del bene. Questa ipotesi è stata motivata nel capitolo 2, dove abbiamo verificato che nell’equilibrio
di concorrenza perfetta nessun individuo è in grado di influenzare il prezzo di equilibrio. In questo
capitolo, questa assunzione implicita viene meno: uno dei due lati del mercato è dominato dalla
presenza di un unico individuo capace di fissare il livello di equilibrio del prezzo e, al limite, può
rifiutarsi di partecipare allo scambio. Ovviamente, un individuo che sia nella possibilità di
determinare il prezzo di equilibrio trova conveniente farlo perché, come sappiamo dal capitolo 8,
così facendo può incrementare il proprio profitto (o surplus). Due possibilità vanno prese in
considerazione: l’unico individuo capace di fissare il prezzo può essere il produttore o il
consumatore del bene. Il primo caso si verifica nel mercato di monopolio, il secondo nel mercato di
monopsonio. In questo capitolo studiamo queste due forme di mercato.

28.2: La massimizzazione del profitto del monopolista


In questo paragrafo viene ripetuta l’analisi svolta nel capitolo 13, con l’unica differenza che
l’impresa decide sia il prezzo che il livello di output da produrre sotto il vincolo della domanda di
mercato. Ipotizziamo che l’impresa sia in grado di portare sul mercato quantità decrescenti di output
per valori crescenti di prezzo e di applicare prezzi di vendita decrescenti per valori crescenti di
output. Date queste ipotesi, l’impresa deve risolvere lo stesso problema di ottimo dell’impresa
“price-taker” nel mercato di concorrenza perfetta: scegliere l’output (e il prezzo) in maniera tale da
massimizzare il proprio profitto.

Il fattore determinante nel mercato di monopolio è che il monopolista deve accettare un prezzo
minore se decide di aumentare il livello di output da portare sul mercato. Il vincolo al quale è
sottoposto il comportamento del monopolista, infatti, è la curva di domanda di mercato:

p = f(y) (28.1)

dove y rappresenta l’output prodotto e venduto dal monopolista96 e p è il prezzo al quale l’output
viene venduto ai consumatori. Come anticipato, l’output e il prezzo sono legati da una relazione
negativa: all’aumentare del prezzo, l’output che può essere collocato sul mercato diminuisce.

In analogia con il capitolo 13, rappresentiamo l’output sull’asse delle ascisse e ricavi totali, costi
totali e profitto totale sull’asse delle ordinate. La funzione dei costi totali è identica a quella
discussa nel capitolo 13 e, come vedremo tra breve, la sua forma dipende dai rendimenti di scala.
Per il momento, analizziamo la funzione dei ricavi totali.

I ricavi dell’impresa sono definiti dal prodotto tra il prezzo e l’output:

Ricavi totali = py (28.2)

96
Il monopolista non ha alcun motivo di non vendere ai consumatori una quota dell’output prodotto.

336
In concorrenza perfetta, il prezzo è dato e i ricavi sono una funzione lineare di y con inclinazione
pari a p. In monopolio, viceversa, il prezzo non è dato, ma dipende dall’output dell’impresa.

Combinando la funzione di domanda con la definizione dei ricavi, otteniamo la seguente funzione
dei ricavi totali:

Ricavi totali = py = f(y) y (28.3)

I ricavi totali dipendono da y e f(y): aumentano all’aumentare di y, ma f(y) diminuisce al crescere di


y. L’effetto netto di un aumento del livello dell’output sui ricavi totali dell’impresa, dunque,
dipende dalla forma della funzione di domanda f(.). Un caso particolare molto importante si verifica
in presenza di una curva di domanda lineare:

p = α – βy (28.4)

L’equazione (28.4) rappresenta la retta con intercetta verticale α, intercetta orizzontale α/β e
inclinazione pari –β disegnata nello spazio dei punti (y, p).

Applicando la definizione dei ricavi totali (py), otteniamo:

Ricavi totali = py = αy – βy2 (28.5)

Dato lo spazio dei punti (y, py), l’equazione (28.6) definisce una funzione quadratica che si origina
in 0, cresce ad un tasso decrescente fino al punto y = α/2β, decresce fino al punto y = α/β nel quale
si annulla (perché il prezzo è zero), e per livelli maggiori di output diventa negativa. La funzione
dei ricavi totali è rappresentata nella figura 28.1.

337
L’inclinazione della curva dei ricavi totali rappresenta il tasso al quale i ricavi aumentano al
crescere del livello di output e viene definita funzione dei ricavi marginali. Dalla funzione dei ricavi
totali (28.5), otteniamo:

Ricavi marginali = d(ricavi totali)/dy = α – 2βy (28.6)

La funzione dei ricavi marginali è una linea retta con intercetta verticale α, intercetta orizzontale
α/2β e inclinazione –2β. La relazione tra funzione dei ricavi marginali e curva di domanda va
studiata attentamente. Le due funzioni sono entrambe lineari e hanno intercetta verticale di identico
valore. L’intercetta orizzontale della funzione dei ricavi marginali è pari alla metà dell’intercetta
orizzontale della curva di domanda, in corrispondenza della quale i ricavi marginali sono nulli e i
ricavi totali massimi.

Ritornando all’obiettivo principale della nostra analisi, rappresentiamo ricavi, costi e profitti totali
in funzione del livello di output. Sappiamo che quando la funzione di domanda è lineare, la
funzione dei ricavi totali è quadratica. Se i rendimenti di scala sono decrescenti, la curva dei costi
totali è convessa, come illustrato nella figura 28.3. In tale figura, la funzione dei costi è convessa, la
funzione dei ricavi è quadratica (e concava) e la funzione dei profitti è concava. I profitti
dell’impresa si annullano quando l’output è uguale a zero e per un livello di output di poco
superiore a 70. Per livelli di output compresi tra 0 e 70, i profitti sono positivi e diventano negativi
per livelli di output maggiori di 70.

L’output di profitto massimo è evidenziato nella figura 28.3: il livello di output in corrispondenza
del quale la funzione dei profitti raggiunge il suo massimo, vale a dire, nel punto in cui è
massimizzata la distanza verticale tra le curve dei ricavi e dei costi totali. Nel seguito, verificheremo
che l’inclinazione della funzione dei ricavi totali eguaglia l’inclinazione della funzione dei costi
totali nel punto di ottimo (per rendere più chiaro questo concetto sono state tracciate le tangenti alle
due curve nel punto di ottimo).

338
Interpretiamo la condizione di profitto massimo. Nel punto di profitto massimo, l’inclinazione della
funzione dei ricavi totali deve essere uguale all’inclinazione della funzione dei costi totali.
Sappiamo che i valori delle due inclinazioni definiscono rispettivamente la funzione dei ricavi
marginali e la funzione dei costi marginali. Di conseguenza, otteniamo la seguente condizione di
profitto massimo:

Ricavi marginali = costi marginal (28.7)i

La derivazione formale della condizione di massimo profitto è contenuta nell’appendice matematica


del capitolo. Il livello ottimo di output del nostro esempio è indicato nella figura 28.3 (circa 34.5).

Come sempre, le curve marginali possono essere derivate a partire dalle rispettive curve totali. La
linea retta disegnata nella figura 28.5 rappresenta la curva dei ricavi marginali: la linea retta con
intercetta verticale pari a 100, inclinazione –2 e intercetta orizzontale di 50 (la metà dell’intercetta
orizzontale della curva di domanda con α = 100 e β = 1). La curva con inclinazione positiva è la
funzione dei costi marginali, sempre crescente in presenza di rendimenti di scala decrescenti. Le
due curve si intersecano nel punto di profitto massimo, in corrispondenza del quale l’output è pari a
circa 34.5 (lo stesso valore calcolato in precedenza).

Una volta identificato l’output ottimo sulla base della condizione di profitto massimo, il prezzo
ottimo si ricava dalla funzione di domanda.

339
28.3: Minimizzazione delle perdite
Se la condizione di profitto massimo è soddisfatta, i profitti sono massimizzati, ma non sempre sono
positivi. Questa circostanza è facilmente verificabile nel nostro esempio se ipotizziamo l’esistenza
di un costo fisso (ad esempio una tassa governativa) sufficientemente elevato da rendere i profitti
sempre negativi. Come cambia la situazione analizzata in precedenza? La curva dei ricavi totali e
quella dei ricavi marginali restano invariate. Il costo fisso, tuttavia, provoca uno spostamento verso
l’alto (di una costante pari al costo fisso stesso) della curva dei costi totali. La curva dei costi
marginali non cambia (l’inclinazione della curva dei costi totali resta invariata). Di conseguenza,
l’analisi grafica della figura 28.5 resta esattamente la stessa, pur in presenza di profitti sempre
negativi per l’impresa. Il punto di ottimo rappresenta ancora un punto di profitto massimo? Certo,
perché in corrispondenza di quel punto, l’impresa minimizza le perdite causate della presenza del
costo fisso. L’impresa è in perdita indipendentemente dal livello della produzione e, per tale
motivo, potrebbe decidere di uscire dal mercato.
28.4: Rendimenti di scala crescenti
Se i rendimenti di scala sono crescenti, il livello ottimale di output è infinito in un mercato di
concorrenza perfetta. Questa conclusione è valida in monopolio? Ripetiamo l’analisi del paragrafo
28.5 assumendo che la curva dei costi totali sia concava e la curva dei costi marginali decrescente.
Rappresentiamo ricavi e costi totali sull’asse delle ordinate (figura 28.13).

28.4

e deriviamo le corrispondenti curve di ricavi e costi marginali.

340
La condizione di uguaglianza tra ricavi e costi marginali è soddisfatta in due punti: per valori
dell’output di circa 4 e 31. Il primo è un punto di massima perdita (locale), mentre il secondo è un
punto di profitto massimo. Osservando attentamente la figura 28.12, notiamo che quando l’output è
uguale a 4, la curva dei costi marginali interseca la curva dei ricavi marginali dall’alto, mentre per
un output di circa 31 la curva dei costi marginali interseca la curva dei ricavi marginali dal basso.
Siamo quindi in grado di specificare meglio la condizione di profitto massimo97:

ricavi marginali = costi marginali, nel punto in cui la curva dei costi marginali interseca la curva
dei ricavi marginali dal basso.

28.5: La “Curva di offerta” del monopolista


A questo punto dovrebbe essere chiaro che la curva di offerta dell’impresa non esiste in monopolio.
Infatti, il monopolista non prende il prezzo come dato assumendo, invece, che la curva di domanda
sia data.
28.6: Il surplus del produttore
Come si misura il surplus del monopolista? Nella figura 28.15, la retta con inclinazione negativa
che unisce i punti (100, 0) e (0, 100) rappresenta la curva di domanda, mentre la retta inclinata
positivamente che congiunge i punti (50, 0) e (0, 100) è la curva dei costi marginali.

97
É questa la condizione di massimo del secondo ordine, della quale forniamo una dimostrazione formale
nell’appendice matematica del capitolo.

341
Il livello ottimale di output è pari a circa 34.5, il punto nel quale le curve di ricavi e costi marginali
si intersecano. Il prezzo ottimo viene derivato dalla funzione di domanda ed è indicato in figura. La
curva di domanda è definita da p = 100 – y e il prezzo ottimo è pari a 65.5. I ricavi totali sono pari
al prodotto tra l’output (34.5) e il prezzo (64.5): l’area del rettangolo delimitato dal prezzo ottimo e
dalla quantità ottima di prodotto. I costi totali dell’impresa (34.5) sono misurati dall’area al di sotto
della curva dei ricavi marginali fino al punto di output ottimo. Di conseguenza, il profitto
dell’impresa è dato dall’area delimitata da prezzo ottimo, quantità ottima e curva dei costi
marginali. Infine, il surplus del consumatore è dato dall’area compresa tra il prezzo ottimo e la
curva di domanda.

E’ molto istruttivo mettere a confronto le forme di mercato di monopolio e concorrenza perfetta. Se


il monopolista producesse in un mercato di concorrenza perfetta, l’output sarebbe di poco superiore
a 61 e il prezzo di poco inferiore a 39, come illustrato nella figura 28.16.

In concorrenza perfetta, il consumatore otterrebbe un surplus (l’area compresa tra il prezzo e la


curva di domanda) maggiore di quello caratteristico del monopolio. Il surplus di un’impresa “price
taker” (l’area compresa tra il prezzo di equilibrio di concorrenza e la curva dei costi marginali) è
ovviamente98 minore di quello del monopolista. Il passaggio dal mercato di concorrenza perfetta al
monopolio implica una redistribuzione del surplus aggregato: il produttore incrementa il beneficio
che riceve dallo scambio a spese del consumatore che subisce una riduzione del proprio surplus. Ma
si verifica anche una perdita netta di surplus aggregato: l’area del triangolo compreso tra l’output
del monopolista, la curva di domanda e la curva dei costi marginali svanisce in monopolio. Di
conseguenza, il monopolio è inefficiente: provoca una perdita netta di surplus dovuta alla riduzione
del volume di scambio caratteristico di un mercato di concorrenza perfetta.
28.7: Massimizzazione dei profitti del Monopsonista
Studiamo il mercato di monopsonio utilizzando l’apparato teorico del capitolo 26. In quel capitolo
abbiamo analizzato il lato della domanda del mercato del lavoro di concorrenza perfetta, nel quale il
prezzo (salario) viene assunto come dato dall’impresa. Ora riferiamo la nostra analisi al caso di una
sola impresa alla quale i lavoratori offrono le proprie ore-lavoro. L’unica impresa che domanda
lavoro è il monopsonista del mercato.

Ricordiamo i termini del problema di scelta ottima dell’impresa, assumendo per semplicità di essere
nel breve periodo per cui l’unica variabile decisionale è la quantità di lavoro da impiegare. Nel
capitolo 26 abbiamo assunto un livello di salario costante w. Il monopsonista deve tener conto della
curva di offerta di lavoro. Nel caso di una curva di offerta di lavoro con inclinazione positiva,
l’impresa assume quantità crescenti di lavoro ad un salario orario crescente. Consideriamo il caso
più semplice di un’offerta di lavoro lineare:
98
Il lettore deve essere certo di comprendere perché siamo in grado di affermare “ovviamente”.

342
w = γ + δl (28.8)

dove w è il salario e l il numero di lavoratori impiegato dall’impresa. Se vengono assunte l unità di


lavoro al salario w, i costi totali sostenuti dall’impresa vengono definiti da:

costi totali = wl + rK (28.9)

dove r è il prezzo unitario del fattore fisso (siamo nel breve periodo) e K indica la quantità totale di
fattore fisso impiegata dall’impresa (il capitale, se preferite). In concorrenza perfetta, il valore di w
è costante, ma per il monopsonista dipende dal livello dell’occupazione. Al crescere di l aumenta
anche w e, di conseguenza, i costi totali crescono più che proporzionalmente. Se sostituiamo
l’equazione (28.5) nella funzione dei costi totali, possiamo esprimere i costi totali in funzione del
lavoro:

costi totali = (γ + δl)l + rK (28.10)

I costi totali, dunque, sono una funzione quadratica (e convessa perché δ è una costante positiva) di
l.

Per continuare la nostra analisi è estremamente utile esprimere i costi marginali in funzione di l.
Una tale relazione, infatti, rappresenta l’inclinazione della funzione dei costi totali rispetto ad l ed è
calcolata come derivata della funzione dei costi totali rispetto a l, vale a dire:

costi marginali = γ + 2 δl (28.11)

L’equazione (28.11) ha identica intercetta e un valore doppio dell’inclinazione della curva di offerta
di lavoro (Fate attenzione all’analogia con la relazione esistente tra la curva dei ricavi marginali del
monopolista e la curva di domanda).

A questo punto siamo in grado di disegnare le curve di ricavi, costi e profitti totali dell’impresa in
funzione della quantità di lavoro. In analogia con il capitolo 26, la funzione dei ricavi è concava in l
con un’inclinazione pari al valore del prodotto marginale del lavoro (ovvero, uguale al prezzo
moltiplicato per il prodotto marginale del lavoro). In questo modo otteniamo la figura 28.18 dove la
curva concava più alta è la funzione dei ricavi totali, la curva quadratica convessa rappresenta la
funzione dei costi totali e l’altra curva, misurando la distanza verticale tra le due, rappresenta la
funzione dei profitti dell’impresa. Il profitto dell’impresa è massimo quando tale distanza verticale è
massima, ovvero, quando l’inclinazione della curva dei ricavi totali è uguale all’inclinazione della
curva dei costi totali.

343
Sappiamo che i valori di queste due inclinazioni rappresentano rispettivamente il valore del
prodotto marginale del lavoro e la funzione dei costi marginali. Di conseguenza, la condizione di
massimo profitto99 diventa:

valore del prodotto marginale del lavoro = costo marginale del lavoro

Osserviamo che la quantità ottima di lavoro è pari a circa 28.

Ancora una volta, possiamo estendere la nostra analisi dalle curve di ricavi e costi totali alle
rispettive curve marginali (che rappresentano le inclinazioni delle prime). L’inclinazione della curva
dei ricavi totali è sempre decrescente e l’inclinazione della curva dei costi totali è sempre crescente.
Il caso particolare che stiamo studiando prevede una curva dei costi marginali lineare, come risulta
dall’equazione (28.1), per cui nella figura 28.20 il costo marginale eguaglia il ricavo marginale in
corrispondenza di un livello di occupazione pari a circa 28 unità, esattamente come prima.

99
L’appendice matematica del capitolo contiene la dimostrazione formale di questa proposizione.

344
Nella figura 28.20, la curva con inclinazione negativa è la funzione dei ricavi marginali, la retta più
vicina all’asse delle ascisse rappresenta l’offerta di lavoro e la retta con inclinazione positiva più
alta (e con valore doppio di inclinazione) è la funzione dei costi marginali. Il salario con il quale
l’impresa retribuisce il lavoro nel punto di ottimo è di poco inferiore a 0.44.

Passiamo ora all’analisi del surplus nel mercato di monopsonio. I lavoratori ottengono un surplus
misurato dall’area compresa tra il salario e la curva dell’offerta di lavoro. Il monopsonista riceve,
come surplus, l’area compresa tra il salario, la quantità ottima di lavoro e la curva dei ricavi
marginali100.

Cosa accadrebbe in concorrenza perfetta (figura 28.21)? Il salario sarebbe tale da eguagliare il
valore del prodotto marginale del lavoro, per cui il livello ottimale di occupazione sarebbe di poco
inferiore a 44 e il salario di equilibrio sarebbe pari a circa 0.65. Di conseguenza, il monopsonio
causa sia una contrazione dell’occupazione che una riduzione del salario di equilibrio.
L’abbassamento del salario di equilibrio si spiega con il potere di mercato esercitato dal
monopsonista nel fissare il salario ad un livello inferiore. La contrazione dell’occupazione è meno
intuitiva ed è la diretta conseguenza della forma della curva di offerta: quantità di lavoro decrescenti
vengono retribuite ad un salario più basso.

La presenza del monopsonista causa anche una variazione dei surplus dei partecipanti allo scambio.
In concorrenza perfetta, il surplus dei lavoratori è dato dall’area compresa tra il salario di equilibrio
e la curva di offerta di lavoro, mentre il surplus dell’impresa è misurato dall’area tra il salario di
equilibrio e la curva dei ricavi marginali (che in concorrenza perfetta rappresenta la curva di
domanda di lavoro). Quindi, il monopsonio ha per effetto la riduzione del surplus dei lavoratori e
l’incremento del surplus ottenuto dall’impresa101. Inoltre, il monopsonio causa una perdita netta di
surplus per la società: l’area del triangolo delimitato dal prezzo di monopsonio e dalle curve di
domanda e offerta di lavoro. Tale perdita netta è dovuta alla riduzione dell’occupazione rispetto al
mercato di concorrenza perfetta. Concludendo, il monopsonio è inefficiente. Infatti, il minore livello
occupazionale che lo distingue dal mercato di concorrenza perfetta genera una perdita netta di
benessere per la società.
28.8: La legislazione del salario minimo
Il governo è in grado di risolvere il problema dell’inefficienza del mercato di monopsonio fissando
per legge un livello di salario minimo pari al salario di equilibrio di concorrenza perfetta. Un
provvedimento di questo tipo costringe il monopsonista a comportarsi da “price-taker” e i surplus

100
L’area al di sotto della curva dei ricavi marginali rappresenta i ricavi totali e l’area del rettangolo delimitato dal
salario ottimo e dal livello ottimo di occupazione rappresenta i costi totali (di breve periodo). Di conseguenza, la
differenza tra le due aree misura il profitto in assenza di costi fissi.
101
Accertatevi di aver compreso perché questo deve avvenire sempre.

345
ritornano ai rispettivi valori caratteristici del mercato di concorrenza perfetta. Inoltre, l’occupazione
viene stimolata a costo di una riduzione dei profitti del monopsonista che perde il potere di stabilire
il livello del salario.
28.9: Riassunto
In questo capitolo abbiamo studiato due forme di mercato nelle quali un singolo agente ha il potere
di stabilire il prezzo: il monopolio e il monopsonio. Nel primo caso esiste un solo produttore, nel
secondo un solo consumatore del bene scambiato sul mercato.

La massimizzazione dei profitti del monopolista implica l’uguaglianza tra il ricavo marginale e il
costo marginale in corrispondenza di un livello di output tale che la curva dei costi marginali
interseca la curva dei ricavi marginali dal basso.

La curva di offerta non esiste nel mercato di monopolio.

Il monopolio provoca una perdita netta di surplus per la società.

La massimizzazione dei profitti del monopsonista implica l’uguaglianza tra il ricavo marginale e il
costo marginale del lavoro.

La curva di domanda non esiste nel mercato di monopsonio.

Il monopsonio provoca una perdita netta di surplus per la società.

La legislazione del salario minimo permette di recuperare alla società la perdita netta di surplus
provocata dal monopsonio.

La legislazione di prezzo massimo può recuperare alla società la perdita netta di surplus provocata
dal monopolio?

28.10: Domande di verifica dell’apprendimento


(1) Perché monopolio e monopsonio provocano una riduzione del surplus di mercato?
(Perché entrambi causano una riduzione del volume di scambio).
(2) Dimostrate che al prezzo di monopolio alcuni consumatori non comprano il bene anche
se sarebbero disposti a pagare un prezzo maggiore del costo marginale del monopolista.
Ciò è chiaramente inefficiente. Il monopolista può risolvere da solo il problema
dell’inefficienza?
(3) Discutete gli effetti della legislazione del prezzo massimo nel mercato di monopolio. A
quale livello deve essere fissato il prezzo massimo perché il surplus di mercato venga
massimizzato? Perché una legislazione di questo tipo può essere problematica per un
monopolista con rendimenti di scala crescenti?
(4) Discutete gli effetti della legislazione del salario minimo nel mercato di monopsonio. A
quale livello deve essere fissato il salario minimo perché il surplus di mercato venga
massimizzato?
28.12: Appendice Matematica
Dimostriamo la condizione di profitto massimo del monopolista. Ricordiamo che i profitti sono
definiti dalla differenza tra ricavi e costi totali, entrambi funzione dell’output y. Se indichiamo i
ricavi con R(y) e i costi con R(y), otteniamo:

Profitti = π = R(y) – C(y) (A28.1)

346
Applicando la condizione di massimo del primo ordine, in base alla quale dπ /dy = 0, otteniamo:

dπ /dy = dR(y)/dy – dC(y)/dy = 0 (A28.2)

da cui

dR(y)/dy = dC(y)/dy (A28.3)

Concludendo, il ricavo marginale deve essere uguale al costo marginale.

Ora applichiamo la condizione di massimo del secondo ordine, per la quale l’inclinazione di π deve
essere decrescente nel punto di massimo: d2π/dy2 deve essere negativa, ovvero:

d2R(y)/dy2 < d2C(y)/dy2 (A28.4)

Concludendo, la curva dei costi marginali deve intersecare la curva dei ricavi marginali dal basso.

Forniamo ora la dimostrazione formale della condizione di profitto massimo del monopsonista in
analogia con la derivazione della condizione di profitto massimo del monopolista. Ricordiamo che i
profitti sono definiti dalla differenza tra ricavi e costi totali e che entrambi sono una funzione di l.
Definendo i ricavi totali R(l) e i costi totali C(l), otteniamo:

Profitti = π = R(l) – C(l) (A28.5)

Applicando la condizione di massimo del primo ordine in base alla quale dπ /dl = 0, otteniamo:

d π /dl = dR(l)/dl – dC(l)/dl = 0 (A28.6)

da cui

dR(l)/dl = dC(l)/dl (A28.7)

Il valore del prodotto marginale del lavoro (il ricavo marginale del lavoro) deve essere uguale al
costo marginale del lavoro, come affermato in precedenza.

Ora applichiamo la condizione di massimo del secondo ordine, per la quale l’inclinazione di π deve
essere decrescente nel punto di massimo, vale a dire che d2π/dl2 deve essere negativa:

d2R(l)/dl2 < d2C(l)/dl2 (A28.8)

da cui segue che la curva di costo marginale del lavoro deve intersecare la curva del prodotto
marginale del lavoro dal basso.

347
Capitolo 29: Monopolio Naturale e Discriminazione dei prezzi

29.1: Introduzione
Entrambi gli argomenti trattati in questo capitolo riguardano il tema dell’inefficienza nel mercato di
monopolio. Ricordiamo che la perdita netta di surplus per la società si deve in parte al potere di
mercato del monopolista, ma soprattutto al calo dell’offerta causato dalla presenza di un solo
produttore. In primo luogo, verifichiamo se la disponibilità di una tecnologia di produzione più
efficiente può risolvere il problema della perdita netta di surplus aggregato. Il secondo argomento
che discutiamo, invece, riguarda la possibilità di recuperare parte della perdita netta di surplus
attraverso alcune forme di discriminazione dei prezzi. Infatti, il motivo per cui nel mercato di
monopolio non si produce un output tale da permettere l’uguaglianza tra prezzo e costo marginale è
che, in assenza di discriminazione, il monopolista applica lo stesso prezzo a tutti i consumatori.
29.2: Monopolio Naturale
Il motivo principale che rende preferibile affidare un’industria ad un’impresa di grandi dimensioni
piuttosto che ad un gran numero di piccole imprese è che la prima dispone verosimilmente di una
tecnologia produttiva più efficiente. Infatti, la concentrazione dell’industria in un’unica grande
impresa ha per effetto la riduzione dell’inefficienza associata alla presenza di un numero elevato di
piccole imprese in relazione, ad esempio, al notevole contenimento dei costi burocratici. (Provate a
chiedervi cosa è avvenuto quando nel Regno Unito la gestione della “British Rail” è stata affidata a
molte piccole imprese). Se l’effetto desiderato dell’innalzamento dell’efficienza si realizza, diventa
auspicabile affidare l’industria ad un’unica grande impresa che, pur comportandosi da monopolista
(con la conseguente perdita netta di surplus), potrebbe produrre un risultato migliore per entrambi i
lati del mercato.

L’esempio che illustriamo è molto semplice e, senza la pretesa di essere realistico, ha l’unico
obiettivo di mettere in evidenza come la presenza di una tecnologia migliore di quella associata al
mercato di concorrenza perfetta possa permettere sia l’innalzamento dell’output che l’abbassamento
del prezzo di monopolio. Assumiamo funzioni dei costi marginali costanti sia per l’industria di
monopolio che per quella di concorrenza perfetta, con costi marginali (costanti) molto più bassi in
monopolio. Ipotizziamo una curva di domanda lineare in entrambi i mercati e iniziamo la nostra
analisi dal mercato di concorrenza perfetta (figura 29.1).

La curva di domanda ha un valore di intercetta pari a 100 su entrambi gli assi. Sull’asse delle
ascisse abbiamo rappresentato quantità domandate e offerte in aggregato e su quello delle ordinate
la domanda e il costo marginale. La retta orizzontale con intercetta 60 riflette l’ipotesi di costi
348
marginali costanti: ogni impresa produttrice del bene scambiato sul mercato, sostiene un costo di 60
per ogni unità addizionale di output.

L’output di concorrenza perfetta è tale da eguagliare il prezzo al costo marginale. Nel punto di
intersezione tra la curva dei costi marginali e la domanda aggregata, l’output è pari a 40 e il prezzo
è uguale al costo marginale di 60. La figura 29.2 mostra il surplus del consumatore in
corrispondenza dell’equilibrio di concorrenza perfetta. Il surplus del produttore è nullo.

Assumiamo che dalla fusione di tutte le imprese attive sul mercato risulterebbe un’unica grande
impresa, la cui tecnologia di produzione sarebbe in grado di abbassare notevolmente i costi
marginali di produzione. Ipotizzando una riduzione dei costi marginali da 60 a 10, otteniamo la
figura 29.3.

La curva di domanda è lineare con intercetta verticale e intercetta orizzontale pari a 100 e, di
conseguenza, è lineare anche la funzione dei ricavi marginali che ha la stessa intercetta verticale e
intercetta orizzontale pari alla metà di quella della curva di domanda. La retta orizzontale più vicina
all’asse delle ascisse è la curva del costo marginale del monopolista. Il livello ottimo di output del
monopolista si colloca nel punto in cui il costo marginale è uguale al ricavo marginale, un output di
45 come mostrato nella figura 29.3. Il prezzo applicato dal monopolista è determinato a partire dalla
curva di domanda ed è pari a 55. Abbiamo ottenuto il seguente risultato: in presenza di costi
marginali sufficientemente bassi, il monopolista è in grado di produrre un output maggiore e
applicare un prezzo inferiore dell’industria competitiva.

Osservando la figura 29.4, confrontiamo i surplus prodotti dallo scambio nei due mercati di
monopolio e concorrenza perfetta. L’area del triangolo in alto a sinistra misura il surplus dei

349
consumatori in monopolio, maggiore di quello che i consumatori ricevono in concorrenza perfetta
perché maggiore è l’output e minore è il prezzo di equilibrio.

Il rettangolo misura il surplus del monopolista. La somma dei due surplus rappresenta il surplus
aggregato di monopolio. Quindi, un monopolista più efficiente, pur conservando il potere di
determinazione del prez