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ARMONICA a BOCCA (fr.harmonica a bouche; ingl.mouth harmonica; ted.

Mundharmonika)
Categoria: Aerofoni

Sottocategoria: ad Ancia libera

Quasi sempre considerata uno strumento popolare o infantile, l’armonica a bocca è stata a volte
impiegata nella musica colta, grazie all’eccezionale virtuosismo di John Sebastian (il più famoso
concertista di questo strumento) e a compositori moderni come Darius Milhaud che la impiegò
nella ”Suite en trois parties” del 1942.
Lo strumento consiste in una piccola cassetta di legno o in metallo, piatta con forma rettangolare.
Al suo interno, suddiviso in comparti, una fila di fessure quadrate disposte sul lato lungo della
cassetta servono a contenere le coppie d’ancia, le quali possono vibrare liberamente sia durante la
insufflazione che nella fase d’inspirazione dell’aria.
L’esecutore accosta lo strumento alla bocca con entrambe le mani e per trovare il suono scelto, lo fa
scivolare sulle labbra con piccoli movimenti alternati verso destra e sinistra.
In commercio troviamo due tipi di armonica a bocca: quella diatonica, che può suonare in una sola
tonalità in una estensione massima di 3 ottave, e il modello cromatico, provvisto di un doppio
comparto di fessure, regolato dalla posizione di una levetta a mano che permette allo strumento di
eseguire l’intera scala cromatica (per semitoni).
Esistono anche armoniche a bocca melodiche a doppia tonalità, dette ”cromoniche” e quelle che
eseguono solo gli accordi per l’accompagnamento. Ci sono inoltre modelli speciali come la
harmonetta impiegata sia come strumento melodico che armonico; Questa è in grado di eseguire un
suono alla volta, o di produrre contemporaneamente più suoni per la realizzazione degli accordi.
Un modello, che fin dagli esordi ha incontrato un particolare successo, è la melodica o claviolina
con imboccatura a fischietto e munita di una piccola tastiera ordinata come quella del pianoforte.

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CLARINETTO (fr.clarinette; ingl.clarinet; ted.klarinette;)
Categoria: Aerofoni

Sottocategoria: Legni ad ancia semplice

Origini e diffusione

Le origini del clarinetto moderno, risalgono allo chalumeau, un primitivo modello di zampogna
francese, che veniva suonato anche ad una sola ancia. Detto ciò, non mancano comunque
testimonianze in epoche più remote, soprattutto nei paesi mediorientali, di strumenti ad ancia
semplice come il memet egiziano, l’argûl degli arabi e lo zummâra originario dall’asia minore.
Anche l’Europa può vantare una tradizione di strumenti antichi ad ancia semplice.
Le launeddas a tre tubi, tipici della Sardegna, e il pibgorn del Galles, (fabbricato in legno e nella cui
parte inferiore veniva applicato un corno bovino) sono alcuni fra i tanti strumenti che possiedono le
stesse caratteristiche dello chalumeau.
La trasformazione di quest’ultimo in clarinetto, avvenne all’inizio del 1700 per merito di Johann
Cristoph Denner, un costruttore di strumenti a fiato nato e vissuto a Norimberga, e per un certo
periodo attivo anche a Lipsia.
Ulteriori miglioramenti al nuovo strumento furono apportati anche in Francia da Jean Xavier Lefèvre
che, nel 1791, creò i presupposti per la nascita del clarinetto moderno.
Nel periodo Classico, e soprattutto in quello Romantico, grazie alle possibilità virtuosistiche che lo
strumento offriva, gli furono dedicati autentici capolavori musicali. I più grandi compositori, come
Haydn, Gluck e Mozart, scrissero parecchi concerti per “strumento solo” ed infinite pagine di musica
cameristica, in virtù delle quali il clarinetto acquisì una dignità pari a quella del violino.
Dalla metà dell’800 in poi, un gran numero di clarinettisti impegnati nel concertismo internazionale,
stimolarono i moderni costruttori a continue innovazioni, come l’aggiunta di nuove chiavi per
migliorare la tecnica, e l’applicazione di anelli metallici intorno ai fori, per garantire la loro perfetta
chiusura.
I maestri del primo novecento, come Strawinsky e Debussy, e insieme ad essi, alcuni contemporanei
fra i quali, Bruno Maderna e Luigi Dallapiccola, hanno ampiamente inserito questo strumento nei
loro lavori. Nelle bande musicali, ai clarinetti vengono solitamente affidate le parti scritte per i
violini dell’orchestra sinfonica e nel jazz, il clarinetto è stato ampiamente utilizzato, fin dalla nascita
di questo genere, per via delle sue capacità espressive e per le notevoli qualità di strumento solista.

Struttura

Strumento aerofono ad ancia semplice, il clarinetto attualmente è formato da 5 parti: il bocchino, con
forma “a becco” e un’apertura rettangolare sotto la quale viene fissata l’ancia, per mezzo di una
fascetta stretta da due viti a farfalla; il barilotto, un corto segmento a forma di botte che unisce il
bocchino alla parte centrale.
Questa a sua volta formata da due sezioni (corpo superiore ed inferiore); ed infine il padiglione o
campana, di forma svasata, che costituisce la parte inferiore estrema del clarinetto, dal quale
fuoriesce il suono.
Le sezioni centrali, sono munite di 14 fori, 8 dei quali vengono otturati dalle dita. Per i rimanenti 6
fori questo compito è affidato ad un complicato sistema di chiavi.
Il pollice della mano sinistra, che agisce nella parte superiore del clarinetto, si occupa del portavoce
(una chiave con la funzione di produrre i suoni più acuti). Il pollice della mano destra ha il solo
compito di sostenere lo strumento.

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Il clarinetto è uno strumento traspositore; si comporta come una canna d’organo chiusa e
generalmente si articola nei seguenti modelli: in Sib, La e Mib, con le relative estensioni che
raggiungono le tre ottave, più una terza. Alla famiglia dei clarinetti appartiene anche il clarinetto
basso, la cui invenzione risale alla fine del XVIII secolo.
Il materiale più usato per la loro realizzazione è il legno (ebano, bosso, acero); molto più rari sono
quelli costruiti in metallo.

Tecnica

L’esecutore tiene il bocchino fra le labbra in modo che l’ancia appoggi su quello inferiore, sotto il
quale, i denti della mandibola esercitano una corretta pressione sull’ancia.
Quelli della mascella, invece, in diretto contatto con il bocchino, servono a tenerlo fermo. Come
accade in quasi tutti gli aerofoni, anche per questo strumento bisogna tenere in considerazione due
tecniche esecutive: la prima riguarda una corretta respirazione che, attraverso la spinta del
diaframma verso l’alto, riesce a controllare agevolmente la pressione del soffio; la seconda,
concerne l’articolazione e la coordinazione delle dita nelle loro varie combinazioni.
Queste tecniche sono alquanto difficili da apprendere poichè, una convincente esecuzione obbliga il
musicista ad un costante e perfetto controllo di tutte le parti del corpo interessate.

Curiosità

1. Nel 1823, Carl Janssen presentò in una esposizione parigina, un clarinetto con le chiavi superiori
munite di aste mobili, che facilitavano le dita nei passaggi da una posizione all’altra.

2. Un tipo di clarinetto contrabbasso, costruito verso la fine dell’800 e brevettato con il nome di
Bathiphon, aveva una lunghezza di 2 metri e 70 cm.
Formato da due tubi sonori di dimensioni diverse, esso fu inserito per la prima volta in orchestra
nel 1897, durante la rappresentazione dell’opera “ Fervaal ”, scritta e diretta da Vincent d’Indy.

3. I costruttori di clarinetti che operarono verso la metà dell’‘800, nella costante ricerca di nuove
sonorità, si avvalsero addirittura di una speciale pasta di vetro, per la fabbricazione di alcuni loro
esemplari.

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CORNAMUSA (fr. cornemuse, musette, chevrette; ingl. bagpipe; ted. Sack-pfeife;)

Categoria: Aerofoni

Sottocategoria: a Serbatoio d’aria

Origini e diffusione

Le notizie più remote della cornamusa, ci trasferiscono nell’antica Grecia e ci giungono per via di
una tavoletta di terra-cotta, risalente al I secolo a.C., sulla quale è raffigurato un suonatore di
“siringa” con applicata una canna supplementare. Questa, presumibilmente, aveva la funzione di
emettere un suono fisso e costante - detto bordone - mentre lo strumento vero e proprio eseguiva le
melodie.
Nel corso del medioevo però, gli strumenti con una canna melodica a suono fisso erano già
provvisti di una sacca (pellis) la cui aria, precedentemente immagazzinata dall’esecutore, andava ad
eccitare un ancia montata sulla suddetta canna.
Le testimonianze più antiche della cornamusa risalgono in epoche a cavallo fra il XII e il XIII
secolo. A quel tempo, uno dei primi trovieri del nord della Francia (Adam de la Halle) la cita in un
passo - “muse au grant bourdon”- della sua composizione più famosa “Jeu de Robin et Marion”.
Per le sue caratteristiche sonore, nei secoli successivi questo strumento trovò impiego soprattutto
nella musica che accompagnava le danze all’aperto e, nonostante oggi il suo impiego riguardi in
particolar modo i paesi anglosassoni, fino al XVIII secolo la cornamusa, attestò la sua diffusione in
tutta Europa.
Nell’ambito della musica colta, essa, come ordine generale, fu lasciata in disparte perchè
considerata uno strumento di limitate capacità espressive, e a poco valsero alcuni limitati sforzi per
aumentare il suo campo d’azione nella produzione operistica.
Se si eccettuano quei paesi nei quali la cornamusa è stata elevata ad emblema della loro tradizione,
dalla metà del ‘900 in poi, con l’avanzamento del processo industriale, essa può essere considerata
uno strumento folckloristico in via d’estinzione, confinata in ristrette aree geografiche, ed utilizzata
quasi esclusivamente, in occasione delle feste natalizie.

Struttura e Tecnica

La cornamusa è costituita da un serbatoio - quasi sempre in pelle di montone - dove è raccolta


l’aria. Su di esso sono infisse alcune canne di legno, una delle quali serve per l’insufflazione e le
altre, munite di ance doppie, per produrre il suono.
Normalmente, l’unica canna utilizzata per eseguire la melodia è provvista di un foro posteriore
otturato dal pollice, e di sette fori anteriori sui quali poggiano le altre dita.
Tuttavia di fori, spesso ne esistono alcuni supplementari per regolare l’intonazione dello strumento.
L’accumulo di aria, che permette la continua insufflazione delle canne, può avvenire in due modi:
attraverso il soffio o per mezzo di un piccolo mantice che, legato sotto le ascelle, viene azionato dal
braccio destro del suonatore. Generalmente l’estensione diatonica della cornamusa è solo di 9 suoni,
fatta eccezione per alcuni modelli irlandesi, che possono raggiungere due ottave complete.

Curiosità

1. Generalmente la sacca per l’aria viene confezionata con pelle di capra, pecora e montone; il che
spiega il fatto che la cornamusa è sovente chiamata anche con il nome di tali animali: in fr.
“chevrette”; in ted. “bock”; in sp.”gaita” e in polacco “koza”. Anticamente essa poteva anche
essere fatta con la vescica del maiale; di qui il nome it. “piva a vescica”; quello fr. “vèze”; il ted.
“platerspiel”; e quello ingl.”bladder pipe”.

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CORNO (fr. cor, cor a piston; ingl.french horn; ted. Horn;)
Categoria: Aerofoni

Sottocategoria: Ottoni

Origini e diffusione

Il corno è uno strumento di origini antichissime.


Generalmente ricavato dalle corna dei bovini, lo troviamo costruito anche con metalli preziosi dagli
egizi e dai sumeri; in bronzo o in rame presso la civiltà etrusca, con il nome di lituo, e tra i romani
che, a seconda della forma, lo chiamarono tuba o buccina.
Altri popoli del passato fecero largo uso di questo strumento; lo sciofar, ad esempio, nella cultura
ebraica fu il corno d’ariete sacrificato da Abramo.
Il termine si è successivamente evoluto in sofar, ed è tutt’ora presente nella liturgia religiosa del
popolo ebraico.
Nell’Europa centro-settentrionale, durante l’alto medioevo, si cominciarono a privilegiare i corni
costruiti in metallo rispetto a quelli derivati dalle corna dei ruminanti, oppure fatti di avorio.
Questi ultimi però non scomparvero del tutto: lo testimonia il famoso corno di Rolando, ricavato da
zanne di elefante (olifante) risalente al 778 d.C. e conservato a Praga nella cattedrale di S. Guido.
Il corno, fino alla metà del 1600, era prevalentemente destinato a segnalazioni di carattere militare
o impiegato nelle battute di caccia forzata, cioè effettuata correndo.
Una staffa, permetteva al milite o al battitore di impugnare agevolmente lo strumento che, a quei
tempi, si presentava con il padiglione rivolto in avanti per facilitare la corsa o la marcia.
La lenta e travagliata trasformazione del corno in strumento d’orchestra, iniziò in Francia per merito
di Jean-Baptiste Lully, coreografo- musicista- ballerino di origine italiana, che operò a Versaille
durante la reggenza di Luigi XIV.
In questo nuovo ruolo, il suo limite più evidente fu quello di non poter eseguire suoni diversi dai
suoi armonici naturali; in altre parole, con lo stesso strumento non era possibile cambiare tonalità.
Dopo alcuni tentativi di fornirlo di una coulisse come quella del trombone, o di dotarlo di ritorte
che allungavano o accorciavano la lunghezza del canneggio, nel 1818 fu ideato un sistema di
“valvole girevoli” che permisero al corno di realizzare l’intera scala cromatica.
Grazie a queste innovazioni brevettate dai tedeschi Blühmel e Stölzel, e alla definitiva adozione dei
pistoni o cilindri ideati nel 1839 dal francese Périnet, questo strumento, in virtù della sua particolare
sonorità, si rese da allora un indispensabile collegamento tra i legni e gli ottoni dell’orchestra
sinfonica.

Struttura

Il corno è generalmente composto da 4 parti: fusto, padiglione, macchina, e bocchino.


Il fusto, costituito da un tubo in ottone di sezione conica, possiede una lunghezza di circa 3,80 m. ed
è avvolto parzialmente a forma di spirale, mentre la parte terminale, chiamata campana o
padiglione, ha una forma ampiamente svasata, che lo strumento cominciò ad assumere verso la fine
del XVI secolo.
Un meccanismo di valvole a cilindri (o più raramente a pistoni) di nome ”macchina”, permette
attraverso il suo funzionamento, di aumentare o diminuire la lunghezza del canneggio e di
conseguenza anche quella della colonna d’aria, la quale incide direttamente sulla variazione
d’altezza dei suoni prodotti.
Nel corno moderno, le valvole sono 4 che, guidate da perni, scorrono in modo rettilineo sotto la
spinta del dito; una apposita molla, fa poi ritornare la valvola nella posizione iniziale, appena il dito
smette di premere.

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Delle quattro valvole menzionate, 3 servono a dare allo strumento la possibilità di produrre i 12
suoni cromatici, la quarta invece convoglia l’aria in una sezione “extra” del tubo, per aumentare la
sua estensione ai suoni più gravi. Il corno è uno strumento traspositore, ed è usato soprattutto nei
modelli in Fa e Sib.
Un tipo di corno detto “doppio”, che è il più diffuso, è in grado di suonare in ambedue le tonalità e
possiede un’estensione di circa 3 ottave e mezzo: Sib0 - Fa4.
Attualmente, di norma, vengono usati due tipi di corno doppio: in Fa e in Sib; la musica per questi
strumenti si scrive in chiave di violino, una quinta sopra il suono reale, e per i registri gravi, in
chiave di basso, una quarta sotto il suddetto suono.

Tecnica

Oltre alla tecnica respiratoria, realizzata attraverso l’uso del diaframma, e quella dell’articolazione
delle 3 dita sui relativi tasti (che sono a spatola o a bottoni) esiste anche la tecnica del ”pugno
chiuso” dentro il padiglione, per la realizzazione dei “suoni d’eco o chiusi”.
Per i “fortissimi” viene adottata l’indicazione “padiglione in alto” che prescrive all’esecutore di
sollevare il padiglione al di sopra della posizione normale.

Curiosità

1. In Finlandia, Russia e Danimarca, sono stati trovati tubi sonori ricavati da zanne di mammut.
Questi reperti, non dimostrano che provengono dal periodo in cui vissero questi animali
preistorici. E’ probabile che essi siano stati costruiti dagli abitanti di queste terre in epoche
posteriori, cioè quando per primi, essi scoprirono i grandi giacimenti di resti di mammut, che
noi conosciamo perché perfettamente conservati dai ghiacci

2. Nel teatro d’opera, il corno venne usato per la prima volta in “Erminia sul Giordano”, un
melodramma musicato da Michelangelo Rossi, e rappresentato a Roma nel 1633.

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CORNO INGLESE (fr.cor anglais; ingl.English horn; ted.eglish Horn;)

Categoria: Aerofoni

Sottocategoria: Legni a doppia ancia

Origini e diffusione

L’origine dell’aggettivo “inglese” è alquanto dubbia ed alcuni studiosi la fanno risalire ad “anglé”,
cioè angolato. Pare, infatti, che il corno inglese fosse conosciuto in Francia già nella seconda metà
del 1600, come uno strumento a doppia ancia, collocata su un cannello di metallo leggermente
angolato, e che si chiamasse: “quinte de hautbois o taille de hautbois”.
Secondo un’altra ipotesi, questo strumento deriverebbe dal corno da caccia francese, con un
canneggio semicircolare, fabbricato in legno.
Derivato dalla bombarda rinascimentale, il corno inglese appartiene alla famiglia dell’oboe anzi, per
gli stessi principi con i quali genera il suono, esso viene considerato un oboe contralto.
Il suo primo impiego in orchestra si deve a Christoph Willibald Gluck che, nel 1767 lo inserì nella
sua opera “Alceste” e la sua completa valorizzazione, a Gioachino Rossini nel “Guglielmo Tell” del
1829, quando il corno inglese stava per assumere la sua forma definitiva, grazie a Henry Brod.
Durante il 1800, i compositori “romantici” sfruttarono il suo timbro “pastorale” (abbastanza simile a
quello della cornamusa) per le melodie di carattere agreste; mentre quelli che operarono agli inizi del
1900 e i musicisti contemporanei, hanno preferito utilizzarlo negli impasti sonori come registro
medio tra i legni.

Struttura e tecnica

Il corno inglese è uno strumento ad ancia doppia, tagliato in Fa, e la sua estensione, in termini di
suoni reali, va dal Mi2 al Sib4.
Costituito da un canneggio diritto, esso possiede una campana o padiglione di forma ovoidale.
A causa delle sue dimensioni, lo strumento viene sorretto dal collo dell’esecutore, tramite un
cinturino di lunghezza variabile. La tecnica respiratoria e quella dell’articolazione delle dita, sono del
tutto simile alla tecnica dell’oboe.

Curiosità

1. In origine, il corno inglese era impiegato prevalentemente nella musica militare.

2. Attualmente in orchestra, esso viene solitamente affiancato da due oboi.

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FAGOTTO (fr.basson; ingl.bassoon; ted.Fagott)
Categoria: Aerofoni

Sottocategoria: Legni a doppia ancia

Origini e diffusione

Nato nel XVI secolo, il fagotto deve la sua origine all’esigenza di rendere più agevole l’esecuzione
delle parti musicali affidate alla bombarda bassa: uno strumento a doppia ancia, simile all’oboe ma
tecnicamente più limitato. Fino al 1800, si riteneva che il fagotto derivasse dal phagotum, costruito
verso il 1520 da Afranio Teseo dei conti degli Albonesi, nonostante questo strumento presentasse
delle sostanziali differenze nei confronti del primo.
Il fagotto nacque tuttavia nell’Italia di quel tempo con il nome di “dolciana”, grazie al timbro più
morbido rispetto a quello delle antecedenti bombarde. La sua diffusione come strumento autonomo,
coincise con il rapido declino della pratica corale che si verificò alla fine del 1600; prima di questo
periodo, un modello di fagotto denominato “corista”, aveva il compito di rafforzare le voci più gravi
del coro.
Il “curtall”, uno strumento inglese simile al fagotto, ma più antico, era costituito da due tubi di
lunghezza e diametro diversi; su quello più grande, in genere, veniva montato un particolare
padiglione capace di aumentare l’intensità del suono. Non è possibile sapere con esattezza quando il
termine “fagotto” sostituì definitivamente quello di “dolciana”, poichè le due definizioni convissero a
lungo sui frontespizi delle parti assegnate a questi strumenti; viceversa è certa l’apparizione del
termine “bassoon” in un dizionario inglese del 1707.
Nel primo ‘700, si cominciò ad usare il fagotto come strumento solista, e ad inserirlo stabilmente in
orchestra. I più grandi compositori del tempo, in particolar modo A. Vivaldi e J.S. Bach, ne fecero
ampio utilizzo per la loro musica cameristica, imponendogli passaggi tecnici di rilevante agilità.
A seguito di importanti innovazioni, che perfezionarono la struttura dello strumento e migliorarono
sia il timbro che la sua intonazione, due, tre, a volte persino quattro fagotti, svolsero in orchestra, dai
primi dell’1800, l’importante compito di amalgamare le combinazioni timbriche della loro sezione
(i legni) con quelle degli archi e degli ottoni. Per quanto riguarda la musica cameristica e
concertistica, il fagotto, a partire dal periodo classico, fino ai giorni nostri, viene generalmente
impiegato, grazie alla sua versatilità, in un quintetto di “strumenti a fiato” nel quale sono altresi
compresi: oboe, flauto, clarinetto e corno.

Struttura e tecnica

Il fagotto è il basso dell’oboe.


Costruito in legno di acero o palissandro, con imboccatura a doppia ancia, lo strumento è diviso in 5
pezzi: piccolo tubo (o aletta) che ospita nella sua sommità il cannello dove viene infissa l’ancia; lo
stivale (o sacco) comprendente il gomito a U, sul quale si inserisce il pezzo lungo; ed infine la parte
terminale denominata padiglione. La lunghezza complessiva del fagotto, raggiunge i 2,60 cm.
Attualmente i modelli più usati sono due: quello basato sul sistema francese “Buffet” e quello
appartenente al sistema Heckel. Il primo, rimasto inalterato nella struttura e nella meccanica fin dai
primi del ‘900, lo troviamo prevalentemente diffuso nei paesi europei di lingua latina; il secondo,
viceversa, nel corso del XX secolo subì parecchie modifiche, ed è larga mente preferito dai musicisti
dei paesi anglosassoni e da quelli dell’est europeo.
La musica per fagotto, che si estende dal Sib0 al Mi4, viene scritta nelle chiavi di basso e di tenore
quando si riferisce ai registri più acuti.

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L’esecutore regge lo strumento davanti a sé, facendogli assumere una posizione obliqua da sinistra
(in alto) verso destra (in basso). In questo modo, con le dita della mano sinistra, è possibile operare
sui fori e sulle chiavi superiori, mentre le dita della destra, si occupano delle chiavi inferiori
appartenenti allo “stivale”.
Nell’attuale fagotto ”sistema Heckel” (il più diffuso), i fori sono 5 e il numero delle chiavi presenti,
va da 21 a 24. Lo strumento infine, viene sorretto tramite una tracolla, che permette alle mani una
completa libertà d’azione.

Curiosità

1. Alla famiglia del fagotto, appartiene il controfagotto che raggiunge complessivamente i 5 m. di


lunghezza. La sua estensione, che è tra le più gravi dell’orchestra, si trova un’ottava sotto quella
del normale fagotto.

2. Nel 1600, durante le prime rappresentazioni del teatro musicale, al fagotto venivano già affidate
parti individuali, come avvenne nelle opere “Il pomo d’oro” di Antonio Cesti (1667) e la
“Pomone” di Robert Cambert (1671), riconosciuta dai contemporanei, come la prima opera
scritta da un compositore francese.

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FLAUTO DOLCE (fr. flûte douce o flûte à bec; ingl. recorder; ted. Blockflöte;)
Categoria: Aerofoni

Sottocategoria: Legni ad imboccatura naturale

Origini e diffusione

Nella prima classificazione redatta in Germania nel 1511, furono elencati 3 tipi di flauto dolce:
Diskant in Sol - il più acuto - Tenor in Do (quello mediano) e Bass in Fa (il più grave).
Diffusissimo nel Rinascimento e nel primo periodo barocco, di questo strumento, detto anche flauto a
becco, si poteva disporre, nelle epoche appena accennate, di un’intera famiglia che andava: dal
Sopranino in Sol - denominato Exilent o Kleinflöttin , al contrabbasso in Fa (Grossbassflöte).
Nel XVIII secolo, al flauto dolce subentrò quello traverso, dalla sonorità ben più espressiva il quale,
grazie alle modifiche ideate da Boëhm, consentì ai musicisti di risolvere agevolmente le difficoltà per
intonare i semitoni, assai ardui da ottenere con i flauti precedenti.
All’inizio del 1900, Arnold Dolmetsch, un estimatore di strumenti antichi, riportò in auge il flauto
dolce, diffondendolo dapprima nei paesi anglosassoni e, successivamente, in Italia.
Nel nostro paese, oltre ad essere impiegato nei vari “ensemble” che eseguono musica antica, esso è
stato adottato anche dalla scuola per contribuire all’educazione musicale dei giovani.

Struttura

Con il termine generico “flauto dolce” vengono indicati praticamente tutti i flauti, antichi e
moderni, con imboccatura a fischietto di facile emissione sonora.
Costituito generalmente di due parti, nella superiore, (“il becco”) è praticata una fessura scanalata,
detta “labium”, munita di uno spigolo per infrangere il soffio, dal quale nasce il suono.
La parte inferiore, che comprende il tubo, o corpo dello strumento, reca sulla parete anteriore 7 fori
da chiudere e aprire con l’indice, il medio, l’anulare di ciascuna mano e con il mignolo della sola
mano destra. Il pollice della mano sinistra per contro, ottura un foro posteriore che, se chiuso solo a
metà, favorisce l’esecuzione dei semitoni.
Nei modelli più grandi, (tenore e basso) una apposita chiave, azionata dal mignolo, permette di
raggiungere l’ottavo foro che, a per via delle dimensioni dello strumento, resta troppo distanziato.
I legni adoperati per la fabbricazione di questi strumenti sono il bosso, il palissandro e il legno di
rosa. Le estensioni del flauto dolce, sono determinate dai modelli e corrispondono a: Soprano: Do4-
Re6; Contralto: Fa3-Sol5; Tenore: Do3-Re5; Basso: Fa2-Fa4. La musica per flauto dolce viene scritta
un’ottava sotto il suono reale.

Tecnica

Lo strumento deve essere tenuto in posizione obliquo-verticale, con le dita della mano sinistra -
escluso il mignolo - operanti sui fori superiori del tubo, mentre quelli della mano destra, fatta
eccezione del pollice, si occupano dei fori inferiori. Le labbra, chiuse sulla parte superiore del becco,
lasciano i denti liberi di stringerlo delicatamente. Dato l’esile suono dello strumento, la quantità di
fiato emessa è limitata. Di conseguenza, per suonare il flauto dolce, non occorre applicare particolari
tecniche di respirazione.

Curiosità

Le istituzioni che si adoperano per mantenere viva la tradizione di questo strumento sono parecchie.
In Italia esiste la “Società Italiana del Flauto Dolce” con sede a Roma e l’“Accademia del Flauto
Dolce” di Torino.

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FLAUTO (fr. flûte; ingl. flute; ted. Flöte;)

Categoria : Aerofoni

Sottocategoria : Legni ad imboccatura naturale

Origini e diffusione

Una canna alla quale viene praticato un taglio che provochi l’infrangersi di un soffio, e la
conseguente vibrazione della colonna d’aria all’interno di essa, è già potenzialmente un flauto.
Questo termine, apparso probabilmente nella lingua “oc” (francese-provenzale) a partire dalla
seconda metà del XII secolo, rappresentava un’intera categoria di strumenti a “suono di taglio”: la
prima sorgente sonora artificiale provocata da un flusso d’aria.
I primi tubi sonori, risalenti a circa 40.000 anni fa, furono ricavati da canne o da ossa animali ed
utilizzati non propriamente per scopi musicali.
Simili a “zufoli”, essi trovarono largo impiego nella caccia come “strumenti da richiamo”.
Con l’avvento delle prime grandi civiltà, insieme ai vari strumenti cordofoni, il flauto, nelle sue
svariate forme, svolse un ruolo importantissimo nell’organizzazione musicale del tempio; ciò è
dimostrato in una tavoletta egizia del IV millennio a.C., in cui appare l’immagine di un flauto diritto.
Anche dalle raffigurazioni tombali di altri popoli dell’antichità, come i sumeri, gli elamiti o gli assiri-
babilonesi è possibile apprendere che in quel periodo vennero utilizzati parecchi strumenti
assimilabili al flauto.
Più tardi, la sirix (siringa o “flauto di pan”) probabilmente di derivazione egizia e i vari aulos
(semplici, doppi e obliqui), rappresentarono presso gli antichi greci, l’intera famiglia degli strumenti
sia a “suono di taglio” che ad “ancia”: una linguetta di legno la cui vibrazione provoca il suono.
Nel mondo romano, infine, tutti i flauti vennero per convenzione raggruppati con il termine generico
di fistula.

Flauto traverso

Stabilire con esattezza quando nacque questo strumento non è cosa facile. In Italia, una delle sue
prime apparizioni è testimoniata da un’urna cineraria etrusca risalente al II secolo a.C.
Su di essa è scolpito un flauto, con il quale pare si potesse già eseguire un’intera scala diatonica.
Alquanto dubbie, sono anche le notizie pervenuteci dal medioevo, riguardo l’utilizzo di questo tipo
di strumento.
Per avere la certezza della sua diffusione, occorre risalire al 1530. In quella data venne infatti redatta
una classificazione che suddivideva i flauti traversi in quattro altezze: Discantus, Altus, Tenor e
Bassus, e considerava tali strumenti destinati agli eserciti (fistula militaris).
Il flauto traverso divenne strumento solista solo a partire dal XVIII secolo, quando Johann Joachim
Quantz (1697-1773), il più abile virtuoso flautista di quei tempi e maestro personale di Federico II
Re di Prussia, con un celebre trattato consacrò la definitiva supremazia di questo strumento sul
modello diritto.
Nel primo ‘700, il flauto traverso fu valorizzato dalle composizioni cameristiche di Bach, Haendel e
Telemann; in orchestra, gli venne concesso ampio spazio nelle opere di Haydn, ed ebbe un ruolo di
primaria importanza verso la fine del secolo, nei capolavori di Mozart e di Beethoven.
Nonostante questo glorioso passato, dai primi decenni del 1800 in poi, i compositori “romantici”, in
genere, trascurarono le sue possibilità solistiche, affidandogli ruoli secondari, cioè di raddoppio delle
parti, per lo più quelle destinate agli archi.
Solo nel tardo ‘800 (sopratutto in Francia con Berlioz) si aprì per il flauto quella splendida stagione
musicale, proseguita anche nel ‘900, in virtù di compositori come Debussy, Saint-Saën, Boulez ed
altri ancora.
Oggi, grazie ai notevoli effetti che si possono ottenere, il flauto traverso è diventato uno strumento
insostituibile per le esigenze della musica contemporanea e del jazz.

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Struttura

Il tipo di flauto traverso, normalmente impiegato nell’orchestra moderna, è il cosidetto flauto


“sistema Boehm”, dal nome del celebre flautista Theobald Boehm (1794-1881), ideatore di un
congegno di chiavi che rivoluzionò la struttura dello strumento, permettendo ai futuri esecutori di
ottenere vistosissimi vantaggi tecnici e una grande facilità nell’emettere i suoni.
Questo flauto è diviso in 3 parti: la testa o testata; il corpo o parte media e il piede o trombino.
Sulla testata, leggermente tronco-conica, vi è saldato il poggia-labbro o “boccola”, che è munito del
foro d’insufflazione di forma ovale. Nei modelli più recenti, tale foro può anche avere forma
quadrata con spigoli arrotondati.Nella parte superiore della testata, c’è un tappo mobile utilizzato per
modificare il timbro dello strumento e per regolare in parte l’intonazione. Sul corpo e sul trombino,
vi sono generalmente 16 fori, praticati a scrupolosissima distanza, da aprirsi e chiudersi mediante
piattelli muniti di cuscinetti di pelle sottilissima, in parte comandati direttamente dalle dita e altri, da
un ingegnoso meccanismo di “chiavi” che assicura la perfetta chiusura dei fori.
I materiali impiegati per la costruzione del flauto traverso sono molteplici e la loro scelta è
solitamente effettuata dal costruttore. Sebbene il legno, l’ebano in particolare, venga non di rado
utilizzato, il materiale comunemente usato è senza dubbio il metallo, che può essere: l’alpacca, una
lega composta maggiormente da rame, nickel e zinco; l’argento, combinato con una piccola
percentuale di rame, e una lega speciale a base di oro, impiegata solo da qualche tempo a questa
parte. Questi metalli possono essere addirittura interscambiabili, nel senso che un flautista ha la
facoltà di scegliere uno o più strumenti dalla testata e corpo costruiti con materiali diversi, a seconda
delle proprio gusto e del repertorio nel quale si è specializzato.

Famiglia del flauto traverso

L’estensione di questo strumento è di 3 ottave: Do3 -Do6. Tuttavia, per coprire un’estensione più
ampia, nell’ambito dell’orchestra, esistono altri modelli con dimensioni e nomenclature differenti.
Oltre al flauto ordinario già descritto, detto “flauto in Do”, lungo 63 cm. con un diametro del corpo
e del trombino di 19 mm., in orchestra viene anche utilizzato l’ottavino, che ha la stessa estensione
dell’ordinario, ma un’ottava più alta: (Do4 - Do7) e il “flauto contralto” o in “Sol”, con un’estensione
sempre di tre ottave, una “quarta” sotto la nota più grave del flauto in Do.
In orchestra, solo in rarissimi casi, viene anche impiegato il flauto basso che, date le notevoli
dimensioni, è munito di una testata ricurva; la sua estensione, simile a quella degli altri modelli,
inizia un’ottava sotto l’estensione del flauto normale.

Tecnica

L’esecutore poggia il labbro inferiore sulla boccola e, con il soffio che s’infrange sul bordo del foro,
mette direttamente in vibrazione l’aria che genera il suono all’interno del tubo. Per suonare questo
strumento, ci si avvale di due tecniche ben distinte: quella respiratoria, dalla quale dipende
l’intensità e qualità del suono; e quella riguardante l’articolazione delle dita. La prima coinvolge
determinate parti dell’organismo come i polmoni e il diaframma ed è forse la più difficoltosa e lunga
da apprendere; la seconda impegna 9 dita per azionare altrettanti piattelli.
Il pollice della mano destra serve unicamente a sorreggere lo strumento il quale, per le sue
caratteristiche tecniche, consente all’esecutore di sviluppare una grande agilità.

Curiosità

1. Recentemente sono stati messi in commercio tipi di flauti senza “chiavi” che permettono allo
strumento, di produrre anche suoni ad intervalli completamente estranei alla nostra cultura
musicale.

2. La letteratura per flauto traverso è davvero consistente: le opere scritte e catalogate a tutt’oggi
sono più di trentamila.
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OBOE (fr. hautbois; ingl.oboe ; ted.Oboe)

Categoria: Aerofoni

Sottocategoria: Legni ad ancia doppia

Origini e diffusione

Strumento di origine mediorientale, una delle prime testimonianze dell’oboe risale a quasi 5000 anni
fa, ed è documentata da uno strumento a doppie canne divergenti costruito in argento, trovato in
mesopotamia e risalente al 2700 a.C. Strumenti analoghi, fatti di bambù o di legno, erano molto
comuni presso le prime civiltà mediterranee; nell’antico Egitto vennero usati veri e propri oboi già a
partire dal 1500 a. C. e sette secoli più tardi, con il nome di aulos, essi diventarono gli strumenti
preferiti da Apollo nelle vicende mitologiche dell’antica Grecia.

La diffusione della tibia (simile all’oboe) nel mondo romano, si deve in gran parte alla civiltà etrusca
e, in un secondo tempo, a quella greca. Questo strumento a doppia canna cilindrica, le cui estremità
terminavano con una svasatura a padiglione, era presente in tutte le cerimonie sia pubbliche che
private, oltre che nelle varie rappresentazioni teatrali. Questo utilizzo assai diffuso, rese possibile i
vari perfezionamenti degli antichi modelli, che vennero dotati di alcune chiavi per modificarne
l’intonazione.
Nel Medioevo, i vari strumenti a doppia ancia, con due canne coniche divergenti provviste di fori,
insieme ad altri a canne parallele, sovente provvisti di un padiglione fatto di corno bovino, vennero
costruiti per la maggior parte in legno tornito, con la doppia ancia legata su un supporto metallico, a
sua volta infisso in un bussolotto di legno che veniva montato sul corpo dello strumento.
A seconda del luogo dove vennero impiegati, essi acquisirono nomi diversi, ma quello che prevalse
fu il termine francese chelemele che si trasformò più tardi in chalemie, dal latino “calamus” da cui
derivò più tardi il nome italiano cialamello. Nel 1600, questo strumento medioevale, notevolmente
perfezionato nel Rinascimento, si evolse definitivamente diventando l’oboe moderno. In esso venne
accentuata la forma conica della canna e furono aumentati i fori, alcuni dei quali chiusi da piattelli
con cuscinetti azionati da chiavi.

L’oboe - col nome di hautbois - venne utilizzato in orchestra per la prima volta nel 1771 nell’opera
“Pomone” di Chambert e la sua estensione a quel tempo non superava le due ottave: DO3-Do5.
Fino agli inizi del 1800, per esso non ci furono sostanziali cambiamenti; poi nel 1823, grazie alle
modifiche fatte in Austria da J. Sellner e a metà secolo in Francia da A. Buffet e da F. Lorée, si
riuscì a portare la sua estensione a quella attuale: da Sib 2 a La5.
Dotato di un timbro un po’patetico ma espressivo, questo strumento fu impiegato in tutti i generi di
musica, composta dai più grandi autori “barocchi”, “classici” e “romantici”, mantenendo ruoli di
solista o configurato nella sezione “legni” dell’orchestra.
Attualmente i due oboi che di norma fanno parte dei complessi sinfonici, oltre alle funzioni di
“prime parti”, concorrono a creare particolari e delicate sfumature timbriche, soprattutto in unione
con il flauto e il clarinetto.

Struttura e Tecnica

Lo strumento è costituito da un tubo leggermente conico, ricavato da un pezzo di legno d’ebano o di


cedro lavorato al tornio.
Le due ance, perfettamente combacianti, formano una fessura simile ad una lente, in cui l’esecutore
immette il fiato per farle vibrare e produrre il suono. L’imboccatura avviene con l’ancia doppia

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chiusa tra le labbra, attraverso le quali è possibile regolare sia l’espressione sonora, sia il giusto
dosaggio del fiato ritenuto nelle guance, che fungono da camera d’aria.
Il tubo conico, lungo circa 60 cm., è composto di tre sezioni e reca da 16 a 20 fori, alcuni otturati
direttamente dalle dita, gli altri - quelli più distanti - da cuscinetti azionati da un complicato sistema
di chiavi.
La famiglia dell’oboe comprende quegli strumenti simili, ma di registro più grave, come l’oboe
contralto o “corno inglese”, e l’oboe baritono detto heckelphon. Quest’ultimo, costruito nel 1904,
viene utilizzato solo nelle grandi orchestre, quando devono eseguire particolari repertori. Vi è infine
un modello di oboe detto “d’amore” per la forma piriforme e l’apertura stretta del suo padiglione,
denominato “padiglione d’amore”.

Curiosità

1. In Oriente, l’oboe viene ancora suonato ancor oggi lasciando le ance libere di vibrare nella
cavità orale. Questa tecnica conferisce allo strumento una sonorità più forte e squillante, ma
lascia poco spazio al controllo del suono, che invece avviene perfettamente con la doppia ancia
chiusa tra le labbra.

2. Lo strumento che favorì maggiormente la diffusione dell’oboe in Europa, fu lo zurnâ arabo, a


doppia ancia, canna conica e terminante con un padiglione svasato.

3. Dato il suo timbro secco e distinto, l’oboe sovente serve a dare il “La diapason” come punto di
intonazione per l’intera orchestra.

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SAXOFONO (fr.ingl.saxophone; ted.Saxophon)

Categoria: Aerofoni

Sottocategoria: Legni ad ancia semplice

Origini e diffusione

Il saxofono o “sassofono”, prende il nome da Antoine-Joseph Sax, detto “Adolf ”, un cittadino belga
che, dopo un periodo di attività come musicista, lavorò a Bruxelles nella fabbrica di strumenti del
padre e, nel 1840, ideò questo strumento con il preciso scopo di farlo adottare dalle bande militari
come valido collegamento tra i legni di registro basso (corno inglese, fagotto) e gli ottoni.
In un primo tempo, altri costruttori di strumenti tentarono di rivendicarne la paternità.
Il tenoroon nato nel 1820, per opera dell’inglese Harry Lazarus, provvisto di un bocchino simile a
quello del clarinetto e di un corpo a canna conica,si colloca in questo contesto.
Anche un fagotto alto (di nome “cadelonica”), costruito in Scozia verso il 1830, venne indicato come
un possibile antenato del saxofono. Tutto ciò è comunque assai improbabile, poiché “Adolf “ Sax,
quando mise a punto il suo progetto, difficilmente poteva essere a conoscenza di questi strumenti,
per altro mai divulgati.
Dopo averlo sperimentato lui stesso, Sax nel 1842 si stabilì a Parigi, dove il saxofon o da lui
presentato, incontrò subito ampi consensi negli ambienti musicali; al punto che il compositore
Hector Berlioz , nel suo celebre trattato “Grand Traité d’Instrumentation”, ne espresse un
entusiastico giudizio.
Nonostante questi inizi lusinghieri, durante la seconda metà del 1800 l’utilizzo del saxofono in
orchestra sinfonica e operistica fu alquanto limitato. Il suo impiego, la sua fortunata diffusione, si
devono piuttosto alle bande militari francesi poiché, già dal 1860, alcune di esse adottarono, nei
propri organici, un’intera famiglia di questo strumento composta da: sopranino, soprano, contralto,
tenore, baritono, basso e contrabbasso.
Ben presto i complessi bandistici di paesi europei, come Olanda, Belgio e Inghilterra, seguirono
l’esempio della Francia; mentre la Germania e l’Italia per molteplici ragioni ne restarono escluse, ed
impiegarono il sassofono dopo la Prima Guerra Mondiale.
Alla fine del conflitto - al quale parteciparono anche gli Stati Uniti - il saxofono diventò per le bande
militari americane oggetto di grande interesse, e nel “jazz”, il genere musicale emergente di questo
paese, ci fu un immediato e favorevole riscontro circa le possibilità sonore ed espressive che da esso
si potevano ottenere. Da allora in poi il saxofono, sia come strumento solista, che all’interno
dell’orchestra, svolge un ruolo di primissimo piano nella musica afro-americana e nel Rock.
Nel corso dello stesso secolo (il 1900), anche la musica colta si rese conto delle risorse di questo
strumento; da Strawinski a Schönberg, dalla “Rapsodia in blù” di Gershwin al “Volo di notte” di
Luigi Dallapiccola, partirono i presupposti e i convincimenti per adottare il saxofono in qualunque
situazione moderna e d’avanguardia.

Struttura

Lo strumento, che appartiene al gruppo “ance” della sezione fiati di un’orchestra, si divide in 4 parti:
bocchino, chiver, fusto e campana. Il materiale con cui viene costruito è generalmente una lega a
base d’ottone con ragguardevoli percentuali d’argento che, nei modelli di maggior pregio, spesso
costituisce l’unico metallo impiegato.

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Il bocchino è quella parte di strumento in cui viene fissata l’ancia per mezzo di una fascetta. Esso
viene montato sul chiver, o “pipa” dove risiede la chiave “porta-ottave” la quale trasferisce i suoni
prodotti ad un’ottava superiore.

Sul fusto, di forma tronco-conica, è montato gran parte del congegno dei perni e chiavi per la
chiusura e l’apertura dei fori, la qualcosa avviene mediante “tamponi” o “cuscinetti” di pelle, inseriti
in piattelli di metallo.
Per l’articolazione delle dita, il saxofono è munito di una serie di tasti a bottone, chiamata “tastiera”
che, unitamente alle chiavi, garantiscono il funzionamento dello strumento.
Nella parte terminale del fusto, si innesta il “gomito”, sul quale è avvitata la campana o padiglione.
I modelli che formano la famiglia del saxofono sono 7: sopranino, soprano, contralto, tenore,
baritono, basso e contrabbasso e sono tagliati alternativamente in Mib e Sib.
Questi strumenti, oltre alle dimensioni, hanno anche una forma diversa: generalmente diritta quella
dei soprani, ricurva a gomito quella degli altri modelli. L’estensione del saxofono è di 3 ottave e
mezzo e, se viene impiegata l’intera famiglia, è possibile coprire tutta la gamma dei suoni musicali.

Tecnica

L’esecutore sostiene lo strumento con il collo per mezzo di un cinturino a lunghezza regolabile ed ha
le mani (sinistra in alto e destra in basso) libere per occuparsi della diteggiatura sui tasti e sulle varie
chiavi.
Con il saxofono è possibile sviluppare una tecnica agile e un fraseggio tra i più articolati, che si
addicono a tutti i generi musicali.
Molto importanti, ed alquanto impegnative, sono la tecnica dell’imboccatura, dalla quale dipende in
gran parte la qualità timbrica dello strumento, e l’articolazione della lingua contro l’ancia,
fondamentale per la scioltezza del fraseggio. Esiste poi la tecnica respiratoria, fatta esclusivamente
con la bocca, per la quale è indispensabile l’uso del diaframma.

Curiosità

1. Nel 1900, a Budapest venne costruito un saxofono soprano interamente di legno a canna diritta
con il bocchino direttamente innestato sullo strumento e non risulta sovrapposto come nei
comuni saxofoni.

2. ”Adolf ”Sax inventò e brevettò parecchi altri strumenti, che non ebbero però alcuna diffusione;
si tratta dello saxhorn, un aerofono in ottone con bocchino ad ancia e munito di pistoni simili a
quelli del corno, e la saxotromba, costituita da un tubo cilindrico-conico con un timbro a mezza
via tra il corno e la tromba.

3. Alla famiglia di strumenti ideati da Sax, appartiene anche il saxtuba, del quale esiste un solo
esemplare al Metropolitan Museum di New York.

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TROMBA (fr.trompette; ingl.trumpet; ted.Trompete;)
Categoria: Aerofoni

Sottocategoria: Ottoni

Origini e diffusione

La tromba è un aerofono a bocchino dalle origini antichissime che, nelle prime civiltà, venne
utilizzata per trasmettere segnali, quindi impiegata soprattutto nell’esercito o come strumento “da
squillo” nelle cerimonie pubbliche. La tromba ebbe una grandissima diffusione presso i popoli
mediorientali, compreso l’antico Egitto, dove sono stati trovati reperti di esemplari (alcuni ancora in
grado di funzionare) ed una ricca documentazione circa il loro impiego nella segnaletica militare.
Per diversificare questi segnali, si cominciarono a sfruttare le possibilità dei suoni armonici che
questo strumento poteva offrire grazie alla sua particolare struttura; venne migliorata la forma del
condotto acustico che passò gradualmente da cilindrica a parziamente conica e in epoca romana
raggiunse la lunghezza di 1 metro e mezzo.
La fine dell’Impero Romano, causò un rapido decadimento degli strumenti a bocchino ai quali, per
lungo tempo, furono in gran parte preferiti quelli della famiglia dei corni; il completo inserimento
della tromba in organici musicali avvenne solo e non prima del XV secolo.
Durante il medioevo esistevano lunghe trombe di metallo (boisine) con padiglione a forma d’imbuto,
oppure leggermente schiacciato. Dalle origini ancora dubbie, esse furono introdotte in Europa dagli
eserciti reduci dalle crociate e che in seguito trovarono una larga diffusione in ambienti colti e presso
la nobiltà. Accanto a questi strumenti molto coreografici ma tecnicamente alquanto limitati, vennero
impiegate per scopi strettamente musicali trombe più piccole, di varie forme, fabbricate con nuove
leghe metalliche (più leggere) che migliorarono la qualità del suono. Vanno ricordate a questo
proposito i diversi tipi di trompette, trompe petite o clarion di provenienza francese, utilizzate nelle
feste e nei balli di corte.
In epoca rinascimentale, il primo strumento capace di produrre un’intera scala cromatica fu la
tromba ”da tirarsi” detta a coulisse, il cui canneggio si poteva allungare estraendo il collo del
bocchino. Incentrata sugli stessi principi del trombone a coulisse moderno, essa fece parte di
organici strumentali che eseguivano soprattutto repertori di musica sacra.
Pur conservando la stessa struttura, la tromba a partire dal periodo barocco si affermò - soprattutto in
Germania e nei paesi del Nord Europa - come parte integrante negli ”ottoni” dell’orchestra,
svolgendo a volte mansioni solistiche. La prima vera e propria rivoluzione alla meccanica di questo
strumento avvenne in Germania all’inizio del XIX secolo, quando fu adottato un sistema di cilindri e
pistoni che permisero alla tromba di produrre agevolmente l’intera scala cromatica.
L’ideatore di questa importante innovazione fu il cornista Hans Stölzel che nel 1818 la brevettò
insieme al costruttore Blühmel.

Da quel momento in poi, i più grandi compositori sinfonici e operistici fecero largo uso di questo
strumento che, con le sue qualità sonore, contribuì alla rivalutazione degli ottoni nell’ambito
dell’orchestra classica. In quest’ultima di solito si trovano 2, 3 o addirittura 4 trombe, e sovente
anche la tromba bassa in sezione con i tromboni.
Nella musica jazz, fin dalle origini la tromba occupa un posto di primissimo piano; le sue possibilità
solistiche ed espressive hanno permesso a grandi interpreti come Louis Armstrong, “Bix”
Beiderbecke, “Dizzy” Gillespie e Miles Davis di esprimere il loro innato talento e di affermarsi in
ogni parte del mondo.

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Struttura

Lo strumento è costituito da un tubo conico in lega di ottone, riavvolto su se stesso per circa la metà
della sua lunghezza e terminante diritto con un padiglione a forma di imbuto.
Attraverso un sistema di 3 cilindri e relativi pistoni che funzionano da valvole, vengono messi in
comunicazione con il tubo principale altrettanti tubi più piccoli e ritorti, al fine di aumentare la
lunghezza del condotto acustico, provocando di conseguenza una variazione del suono verso il
grave. I pistoni, che scorrono nei cilindri, sono regolati da molle d’acciaio che garantiscono il loro
ritorno dopo essere stati premuti dall’indice, medio, anulare della mano destra, per mezzo di tasti a
bottone.
L’abbassamento dell’intonazione dello strumento, è programmato in modo che il suono scenda di
mezzo tono con l’apertura della valvola mediana, di un tono con la prima, azionata dal dito indice e
di un tono e mezzo quando si preme sul terzo pistone tramite l’anulare. Siccome le 3 valvole sono
indipendenti e combinabili tra di loro, quando sono tutte aperte l’abbassamento complessivo del
suono armonico naturale è di 3 toni.
La serie dei suoni armonici (da 6 a 8) ottenibile attraverso la pressione delle labbra, e le varie
combinazioni delle tre valvole comandate dalle dita, consentono alla tromba di eseguire
cromaticamente tutta la sua estensione sonora, la quale è limitata solo per le note gravi (Mi2),
mentre, per quelle acute, essa dipende esclusivamente dalle capacità dell’esecutore.
La tromba appartiene alla famiglia degli ottoni ed esiste in svariati tagli (17). I principali sono:
quello soprano in Sib, il più utilizzato nelle orchestre sinfoniche, jazz e di musica leggera; il modello
contralto detto “tromba in Mib”; quello tenore (Sib) e il taglio basso (Mib).
Fra gli strumenti più acuti, dopo la tromba soprano viene il flicornino in Mib, dotato di notevoli
capacità melodiche. Nelle bande musicali, questo strumento viene generalmente usato per eseguire
le arie destinate alle voci femminili dell’opera lirica.

Tecnica

Nella tecnica trombettistica, le parti di labbra a contatto con il bocchino, vibrano come una doppia
ancia sotto la pressione della colonna d’aria, sorretta e controllata dal diaframma.
La gamma di suoni che si ottiene in modo naturale con questo strumento, è costituita da una serie di
armonici che partono da un suono primario; le loro altezze vengono poi modificate verso il grave
dall’azione dei pistoni in tutte le loro varie combinazioni. L’articolazione delle dita sui tasti,
apparentemente facile da apprendere perché coinvolge solo l’indice, medio, anulare della mano
destra, in realtà è resa alquanto difficile dal continuo cambiamento dei suoni armonici, che
l’esecutore deve riuscire ad ottenere attraverso il controllo delle labbra.

Curiosità

1. Durante l’Impero Romano, i cornicines, lituari e tubadores, (militari suonatori di aerofoni a


bocchino) venivano reclutati tra le ”truppe scelte” dell’esercito, specializzazione
indispensabile per aspirare al grado di ufficiale.

2. Per smorzare il suono della tromba, nel suo padiglione viene applicata generalmente una
sordina che permette allo strumento un timbro più vellutato, adatto ad eseguire atmosfere
musicali delicate e soffuse.

3. La tromba marina, nonostante il nome, è uno strumento medioevale ad una sola corda, che si
suonava con l’ausilio di un archetto, in occasione di banchetti e feste popolari.

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TROMBONE (fr.ingl. trombone; ted.Posaune)
Categoria : Aerofoni

Sottocategoria: ottoni

Origini e diffusione

Solo dopo il periodo rinascimentale, la storia del trombone si separò da quella della tromba e,
quando gli fu affidato un ruolo ben preciso, diventò uno strumento autonomo all’interno degli
organici strumentali. Nel 1600, il trombone era gia suddiviso in 5 differenti modelli: soprano,
contralto, tenore, basso e contrabbasso, che costituivano un’ intera famiglia.
Verso la metà di questo secolo, che corrisponde al culmine dell’epoca barocca, l’utilizzo più
frequente del trombone fu quello di rafforzo delle parti vocali nella musica sacra.
Nelle varie forme di musica strumentale profana (suite, concerto, concerto grosso ecc.), come
accadde anche nel teatro in musica, esso venne impiegato per dare più vigore alla massa degli ottoni,
allorquando veniva coinvolta a sostenere atmosfere tragiche o solenni.
Durante il periodo classico (seconda metà del ‘700), non si registrarono sostanziali cambiamenti
circa la funzione del trombone in orchestra; esso continuò infatti a mantenersi nell’ambito del corpo
sonoro, ad eseguire blocchi accordali in sezione con altri strumenti.
All’inizio del XIX secolo, l’introduzione del meccanismo dei pistoni, influenzò anche questo
strumento che, nelle nuova versione (trombone a pistoni) venne largamente impiegato nelle bande
cittadine e militari mentre, nella musica classica, si continuò ad impiegare il tradizionale trombone
“a tiro” dotato di una coulisse, assai migliore per qualità di suono e per il mantenimento
dell’intonazione.
I costruttori di strumenti a fiato, soprattutto francesi e tedeschi, verso la metà dell’ ‘800 effettuarono
parecchi tentativi per rendere questo strumento più pratico e maneggevole; vennero aggiunti dei
pistoni supplementari nel meccanismo per facilitare i cambiamenti repentini di tonalità e, attraverso
alcune ritorte (sezioni di canneggio supplementari), fu possibile allungare il suo condotto acustico
per fargli assumere diverse intonazioni.

Dal 1900 in poi, il trombone svolse il doppio ruolo di strumento solista e di sezione. I più grandi
compositori d’inizio secolo lo hanno ampiamente inserito, con parti di primo piano, in parecchie
opere (Strawinsky, Ravel, Mahler, Strauss, Schöenberg).
Pur rimanendo indispensabile nella sezione degli ottoni, il trombone nell’ultimo mezzo secolo ha
assunto, nella musica leggera e jazz, la più totale indipendenza; esecutori di fama leggendaria, come
Tommy Dorsey, Jack Teagarden e il grande Glenn Miller, contribuirono in modo determinante a
divulgare e a far apprezzare al grande pubblico, le qualità sonore ed espressive di questo strumento.

Struttura e Tecnica

Il trombone, paragonabile ad una grossa tromba a tubo conico, terminante in un ampio padiglione,
viene fabbricato con due meccanismi differenti: a pistoni, simile a quello della tromba che permette
una maggior agilità nei passaggi veloci, e quello provvisto di una coulisse, una canna a forma di
“U”, che scorre nel canneggio fisso dello strumento per modificarne la lunghezza e quindi
l’intonazione.
Con il trombone l’altezza dei suoni può determinarsi sia per salti d’intervallo, che per glissando; una
tecnica quest’ultima, che consiste nel far “scivolare” l’intonazione di una nota ad un' altra senza
interruzioni del suono.

Le diverse posizioni della coulisse, combinate con gli armonici naturali emessi dal bocchino, danno
modo al trombone di eseguire l’intera scala cromatica.

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La famiglia dei tromboni è composta da 4 modelli: contralto, tenore, basso e contrabbasso che, con
le loro estensioni, coprono la parte medio-grave della gamma dei suoni musicali.
Il trombone tenore ”a coulisse”, il tipo di strumento maggiormente usato nelle orchestre, ha una
estensione sonora che parte dal Mi0 e arriva al Fa4.
La tecnica respiratoria, e il principio fisico-acustico dal quale si ottiene il suono, come per tutti gli
“ottoni”, sono simili a quelli che riguardano la tromba.

Curiosità

1. Nel 1850 A. Sax, (l’inventore del saxofono) costruì un trombone tenore in Sib con 6 pistoni
azionati con tre dita di entrambe le mani.

2. Per aumentare ulteriormente le possibilità espressive del trombone, sovente viene impiegata la
sordina, un accessorio che montato sul padiglione, conferisce allo strumento una sonorità più
vellutata.

3. Glenn Miller, il più famoso trombonista-direttore d’orchestra d'America negli anni 1930-40, fu
il primo nella musica jazz ad aver fatto suonare in sezione i tromboni con i clarinetti.
Con questa felice intuizione Miller si distinse come uno dei più raffinati arrangiatori che la
musica americana abbia mai avuto.

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TUBA ( fr.tube; ingl.tuba; ted. Tube;)
Categoria: Aerofoni

Sottocategoria: Ottoni

Origine e diffusione

A partire dal 1830 la tuba - con il nome generico di bombardone - venne impiegata nell’orchestra e
nei vari gruppi bandistici in una serie di modelli (diversi per registro), che andava dal tenore al sub-
contrabbasso. Il primo strumento che acquisì il termine ”tuba” fu quello brevettato da Johann Moritz
a Berlino ed introdotto nella banda della cavalleria prussiana nel 1835.
Dopo questo periodo, la tuba trovò sempre più utilizzo nell'ambito della musica classica, grazie alla
sua ampia gamma espressiva che si adattò perfettamente al genere di musica prodotta nella seconda
metà dell’800 dai compositori ”romantici” e soprattutto ”tardo-romantici”.
Il suo timbro, quasi squillante nei toni acuti, ricorda quello del corno, mentre, con i toni gravi, si
possono ottenere quelle sonorità scure, tenebrose, adatte soprattutto all'orchestra operistica per
sostenere ambientazioni a tinte fosche oppure grottesche.
Nei complessi sinfonici le tube vengono utilizzate come bassi nella sezione dei tromboni o per
rafforzare le parti affidate al trombone basso.Nel linguaggio bandistico, si usa ancor oggi il termine
”bombardone” per indicare la tuba bassa (in Mib) e contrabbassa (in Sib). Tuttavia quest’ultima
viene usata meno frequentemente.
I primi compositori che scrissero parti espressamente per questo strumento sono quasi tutti di area
tedesca, a cominciare da Hector Berlioz (La damnation de Faust 1846) e Richard Wagner (Faust-
Ouverture 1855), ai quali seguirono Johannes Brahms (II sinfonia), Gustav Mahler e Igor
Strawinsky. Gustav Mahler e Richard Strauss, furono tra i primi ad usare la tuba contrabbassa nelle
loro composizioni.
Nell’ambito del jazz, fin dalle sue origini questo strumento esercitò nei vari gruppi e formazioni le
funzioni del basso, ruolo che si esaurì con l’introduzione del contrabbasso a c orde pizzicate,
avvenuta verso il 1920 quando i pionieri di questa musica si trasferirono da New Orleans alle grandi
città del Nord America.

Struttura e Tecnica

La tuba appartiene alla famiglia dei flicorni e rappresenta lo strumento che si occupa di eseguire il
settore più grave della musica destinata agli ottoni.
Essa è costituita da un canneggio a sezione conica, avvolto su se stesso a spirale di forma ellittica, e
terminante con un ampio padiglione svasato rivolto verso l’alto.
Per l’esecuzione della scala cromatica, la tuba si avvale di un meccanismo costituito da 4 - 6 pistoni
che scorrono nei rispettivi cilindri per gli stessi principi di conduzione dell’aria degli altri ottoni
muniti di uguale meccanismo.
Attualmente la tuba è disponibile in 3 principali modelli: tuba bassa in Fa o Mib, contrabbassa in
Do o Sib e subbassa (flicorno sub-contrabbasso) in Mib o Sib che, con la nota Mib-1, nei toni gravi,
raggiunge la soglia degli ”infrasuoni”. L’estensione complessiva dei 3 modelli parte dal sopracitato
Mib-1 fino a raggiungere il Lab3, (la nota più acuta della tuba bassa).

A differenza degli altri suonatori di ottoni che possono stare agevolmente in piedi, l’esecutore di
musica per tuba, a causa delle dimensioni dello strumento, è quasi sempre seduto e lo tiene davanti a
sé, appoggiato sulle ginocchia.

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Le dita della mano destra vengono impiegate per azionare le valvole a pistoni, mentre la mano
sinistra ha il compito di tenere fermo lo strumento.
Per suonare la tuba, occorre una buona dose di fiato ed è essenziale procurarselo attraverso una
corretta respirazione diaframmatica, allo scopo di sviluppare l’agilità necessaria per eseguire alcuni
passaggi musicali ”obbligati” di notevole difficoltà tecnica.

Curiosità

1. Oltre ai 3 modelli principali di tuba, appena descritti, esistono altri esemplari secondari e di
minor utilizzo come la tuba tenore in Sib, usata in origine soprattutto nei complessi bandistici.
Successivamente questo strumento è stato sostituito dall’eufonio, anch’esso appartenente alla
famiglia dei flicorni e meglio conosciuto con il nome di ”bombardino”.

2. Richard Wagner per la sua celebre ”Tetralogia” ideò un tipo di tuba, detta appunto
”wagneriana”, per integrare meglio la sezione dei corni con quella degli ottoni bassi. Le
dimensioni di questo strumento - che monta un bocchino conico da corno - sono più ridotte e
la sua forma risulta più allungata rispetto a quella della tuba normale.

3. Il primo modello di tuba subbassa fu costruito da ”Adolf” Sax nel 1851 e venne chiamato
”sax-bourdon” in Mib. Successivamente egli costruì un altro esemplare in Sib, dotato di ben 15
metri di canneggio e con un’ altezza complessiva di oltre 3 metri.

4. Nelle bande musicali americane, al posto della tuba viene quasi sempre impiegato il
sousaphone, costruito verso la fine del 1800 da Charles C. Conn, su commissione del celebre
direttore di bande militari John Philip Sousa.

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