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11/2/2015 Abiure 

a confronto

Abiure a confronto

Nicolas Burbaki 14 Marzo 2014

Antiche e moderne inquisizioni hanno operato e
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operano al fine di censurare gli errori che portano  Text size
alla perdizione. Tuttavia il raffronto tra due casi
esemplari, mostrerà con tutta evidenza la differenza tra gli antichi e i
moderni apparati, tra i metodi utilizzati e soprattutto tra i fini prefissati
un tempo e oggi, nonché i diversi concetti stessi di salvezza e
dannazione.

I testi (1) 

Ecco il testo antico:

Io Galileo, fu Vincenzo Galilei, fiorentino, di anni 70, personalmente costituito


in giudizio e inginocchiato davanti a voi Eminentissimi e Reverendissimi
Cardinali Inquisitori generali in tutta la Repubblica Cristiana contro la
malvagità eretica (*a); avendo davanti agli occhi i santi Vangeli, su cui poso
le mani, giuro che ho sempre creduto, credo e con l’aiuto divino crederò per
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l’avvenire tutto ciò che accoglie, predica e insegna la Santa Chiesa Cattolica e
Apostolica (*b). Ma poiché questo Sant’Uffizio, per avere io, dopo essermi stato
formalmente intimato con un precetto dello stesso di abbandonare
completamente la falsa teoria che il Sole è centro del mondo e non si muove e la
Terra non è centro del mondo e si muove, e di non mantenere, difendere ne
insegnare in qualunque modo, ne a parole ne per iscritto, la suddetta falsa
dottrina (*c), e dopo essermi stato notificato che tale dottrina è contraria alla
Sacra Scrittura, scritto e dato alle stampe un libro in cui ne parlo pur essendo
già stata condannata e porto argomenti efficaci a suo favore, senza prendere
netta posizione, mi ha giudicato veramente sospetto di eresia, cioè di aver tenuto
fermo e creduto che il Sole è centro del mondo e immobile e la Terra non ne è
il centro e si muove (*d), volendo cancellare dalla mente delle Vostre
Eminenze e da quella di ogni cristiano questo grave sospetto, giustamente
concepito contro di me, con cuore sincero e autentica fede abiuro, maledico e
detesto i suddetti errori (*e) ed eresie e in generale ogni qualunque altro errore,
eresia o setta contraria alla Santa Chiesa; e giuro che per l’avvenire non dirò mai
più ne asserirò, ne a parole ne per iscritto, cose tali per cui possa rinascere su di
me un tale sospetto, ma se m’imbatterò in qualche eretico o sospetto d’eresia,
lo denuncerò a questo Sant’Uffizio (*f), ovvero all’Inquisitore o Ordinario
del luogo dove dovessi trovarmi.

Giuro altresì e prometto di adempiere e osservare interamente tutte le penitenze


che mi sono state o mi saranno inflitte da questo Sant’Uffizio e che se, Dio non
voglia, dovessi contravvenire in qualche modo alle mie promesse o ai miei
giuramenti, mi sottometterò a tutte le pene e castighi previsti dal diritto
canonico e dalle altre disposizioni generali e particolari previste e promulgate
contro questi reati. Mi possano in ciò aiutare Dio e i suoi santi Vangeli, su cui
poso le mani.

Io, suddetto Galileo Galilei, ho abiurato, giurato, promesso e mi sono obbligato


come sopra; e in fede della verità ho firmato di mio pugno il presente documento
d’abiura e l’ho recitato parola per parola, a Roma, nel convento di S. Maria
sopra Minerva, oggi, 22 giugno 1633. Io, Galileo Galilei, ho sottoscritto la
suddetta abiura, di mio pugno.

Ed ecco quello moderno:
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Questa dichiarazione è resa nel tentativo di spiegare


il mio attuale punto di vista sull’olocausto e la sua
negazione. Chiunque segua le argomentazioni
negazioniste sa che dal 1991 al 1994 ero molto noto
nel movimento come un negatore dell’olocausto
ebraico (autodefinitomi revisionista). Negli ultimi tre
anni non sono stato ulteriormente associato a questo
movimento avendo compreso che stavo sbagliando e
che il percorso intrapreso era autodistruttivo nonché   David Cole
ingiurioso per altri.

Ho trascorso gli ultimi anni in silenzio tacendo sugli argomenti da me trattati


quando ancora aderivo al movimento negazionista, silenzio dovuto
principalmente alla vergogna per quello che avevo fatto della mia vita e al
desiderio di allontanare me stesso da quella vita (*e).

Comunque, nel mio silenzio indotto dalla vergogna, mi è stato fatto presente
che non mi ero allontanato quanto avrei dovuto per rendere una chiara e
completa dichiarazione pubblica in modo da chiarire la mia attuale posizione. È
mia grande speranza che questo mio atto consegua il risultato che mi sono
preposto.

Vorrei chiarire, a futura memoria, che:

­ Nella mia mente non vi è dubbio che, durante l’olocausto perpetrato ai danni
degli ebrei europei durante la seconda guerra mondiale, i nazisti abbiano
impiegato le camere a gas al fine di sterminare gli ebrei.

­ Nei campi dell’est e dell’ovest d’europa gli ebrei sono stati assassinati in
camere a gas che utilizzavano sostanze velenose come il Zyklon B ed il
monossido di carbonio ( nel campo di Auschwitz le camere a gas funzionavano a
Zyklon B).

­ Le prove sono al disopra di ogni ragionevole dubbio.

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­ I nazisti intendevano uccidere tutti gli ebrei europei ed il numero finale


delle vittime è di sei milioni. Questa atrocità, unica nella sua portata,
non dovrà mai essere dimenticata (*d).

­ Durante i miei quattro anni da negazionista io ero dilaniato dall’odio e dal


disprezzo verso me stesso, fatto che molti dei miei critici hanno puntualizzato.
Effettivamente questo odio verso me stesso era ovvio ai più, ma io ero troppo
cieco per accorgermene.

­ L’odio che provavo per me stesso lo ho riversato sulla mia gente (*e).

­ Sono stato sedotto da tesi pseudostoriche senza senso (*d), da frasi ad effetto e
da idee, apparentemente intelligenti, ma vuote.

Quando finalmente mi sono stati aperti gli occhi, grazie ad alcuni buoni ed
affettuosi amici che non hanno mai smesso di credere in me anche quando
davo il peggio, sono inorridito al pensiero di quello che avevo fatto (* a) . Il mio
istinto mi suggeriva di fuggire senza guardarmi indietro, ma ora comprendo
che, nei confronti di chi ho ferito, debbo un netto e chiaro rifiuto delle mie
precedenti posizioni. Debbo inoltre porgere le mie scuse più sentite non solo ai
molti che ho fatto infuriare, alla famiglia e agli amici che ho ferito, ma
soprattutto ai sopravvissuti all’olocausto che meritano solamente il nostro
rispetto e la nostra compassione e non certo di essere nuovamente martirizzati.

Permettetemi quindi di porgere a questi le mie più umili e veramente


sentite scuse (*e).

Sono dispiaciuto per quello che ho fatto e per il dolore che ho arrecato. Così come
debbo chiarire la mia posizione altrettanto debbo fare per i miei «documentari»
e le mie apparizioni sui media dal 1991 al 1994. Questi «documentari» sono solo
spazzatura videoregistrata, traboccanti di odio verso me stesso e di tesi
pseudointellettuali senza senso. Le mie apparizioni non produssero altro che
confusione. Il mio sguardo vitreo, i miei ragionamenti speciosi ed il mio
tergiversare durante le mie apparizioni nei talk show avrebbero dovuto mettere
sull’avviso, qualsiasi attento spettatore, che questo individuo era fuori dalla
realtà.
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Mi è stato fatto presente che Bradley Smith sta ancora utilizzando uno dei miei
video nella campagna di sensibilizzazione che sta conducendo nelle università
(*f).

Vorrei pertanto chiarire questi ulteriori punti : questo video viene pubblicizzato
senza il mio consenso e lo denuncio come privo di ogni valore .Bradley
Smith non è uno storico ed il negazionismo non è una dottrina storica (*f).

Gli studenti delle università dovrebbero guardare in altre direzioni per


informarsi sull’olocausto (*c). A questi studenti io direi di leggere libri come
«La distruzione degli ebrei d’europa» di Hilberg, «L’olocausto» di Yahil e
«Guerra contro gli ebrei» di Dawidowicz per una corretta informazione. Se la
vostra biblioteca scolastica ne fosse sprovvista fatene ordinare alcune copie. Non
prestate attenzione a nessun video di David Cole se non per denunciarli,
giustamente, come delle frodi (*c).

Sono grato che mi sia stata concessa l’opportunità di fare questa dichiarazione.
Questa è stata resa liberamente e non sotto coercizione, è per mio volere e
con mia somma gioia che viene affidata a Mr. Irv Rubin della JDL (*a) per la
sua diffusione, la più ampia possibile .

Questa dichiarazione è la più attuale ed accurata compilazione delle mie


odierne posizioni e sostituisce qualsiasi scritto, video o affermazione
precedente.

È mia speranza che non vi sia, in futuro, confusione alcuna circa la mia
posizione (*b).

Vi ringrazio per avermi dato la possibilità di questo chiarimento.

David Cole

­­­­­­­­­­­­­

Se analizziamo questi due testi, noteremo che essi presentano delle
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caratteristiche costitutive totalmente simili, pur nella differenza di stile:
conciso efficace e di giuridica precisione quello del Galilei, prolisso,
ridondante e meno lineare quello del Cole, differenze dovute certamente
alla pratica che, nel caso del Galilei si susseguiva da ben tre secoli,
mentre nel caso del Cole è in essere da poco più di quarant’anni.

Ho distinto sei elementi significativi, che concorrono a definire
l’essenza dell’abiura, e li ho contrassegnati con lettere dalla * a) alla *
f) , in modo tale da agevolare l’individuazione dei nodi tematici nei testi
originali.

I sei elementi sono:

*a) sottomissione morale all’autorità superiore.

*b) adesione al dogma.

*c) impegno a non comunicare mai più e in alcun modo l’errore.

*d) citazione dell’eresia.

*e) pentimento per la responsabilità di aver fatto nascere un sospetto
nella comunità dei credenti.

*f) patto di collaborazionismo con l’apparato repressivo.

Vediamoli in dettaglio.

a) Chi abiura non lo fa privatamente, nei confronti di un’idea o di una
teoria, ma lo fa davanti ad un’autorità, considerata moralmente
superiore e garante della retta dottrina. Non solo, ma parte integrante
dell’abiura è costituita dall’atto di ossequio e di umiliazione nei
confronti dell’autorità stessa. Galileo infatti si proclama inginocchiato
dinnanzi agli eminentissimi e reverendissimi Cardinali Inquisitori, i
quali difendono la Repubblica Cristiana contro la malvagità eretica. Si
noti la difesa non contro un generico errore, ma contro quella
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malvagità, che pone l’istituzione censoria nella posizione di coloro che
sono i buoni e hanno il compito di difendere il popolo dai cattivi.

Identicamente Cole inorridisce al pensiero di quello che aveva fatto, si
badi bene, non al pensiero di un errore o una svista nella ricerca, ma di
una prava azione che lo pone nel novero dei reprobi. E che si stia
accusando sul piano morale emerge dal contrasto con coloro che gli
hanno aperto gli occhi: amici che vengono definiti buoni e affettuosi,
anche se, alla fine della lettera, i generici amici assumono un volto che
è quello dell’autorità, correttamente indicata nella JDL (Jewish Defense
League), un Tribunale dell’Inquisizione olocaustica.

b) Il ripudio dell’eresia, implica ovviamente l’accettazione del dogma.
Ciò che distingue un semplice cambiamento di pensiero dall’adesione a
una fede dogmatica è la certezza che si continuerà a credere in futuro.
Uno scienziato, ad esempio, potrebbe credere alla gravitazione di
Newton, poi cambiare parere e convincersi che sia più precisa quella di
Einstein, ma non potrebbe escludere di credere in futuro ad una teoria
ancora migliore. Invece la fede dogmatica è immutabile, per sempre. E
infatti dichiara il Galilei: credo e crederò per l’avvenire tutto ciò che la
Chiesa insegna. Identicamente il Cole, dopo aver chiarito che la sua
attuale posizione annulla e sostituisce le precedenti, auspica che in
futuro non vi sia alcuna confusione sul suo orientamento ortodosso.

c) Ovviamente, il malvagio errore non solo non venga propalato e
insegnato, ma non se ne parli mai più e con nessun mezzo! Tale
Galileo, che né con parole né per iscritto vuol più mantenere difendere
o insegnare la falsa dottrina. Parimenti Cole che suggerisce di guardare
in altre direzioni per informarsi correttamente, raccomanda di
acquistare testi ebraici e di non guardare mai più i suoi video, se non
per denunciarli come frodi.

d) Viene menzionato espressamente l’errore. Al Galilei basta una riga:
la falsa teoria che il Sole è centro del mondo e non si muove e la Terra
non è centro del mondo e si muove (ah, le cose fatte bene di una volta!).

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Per David Cole la faccenda è più complessa, perché spiegare il presunto
«errore» sarebbe lungo (e non sia mai che la spiegazione risultasse
convincente per qualcuno!). Pertanto si accusa come eresia l’aver
negato il dogma, che viene enunciato nella sua completezza alla lettera 
d): i nazisti volevano uccidere tutti gli ebrei europei, l’hanno fatto con
camere a gas, il numero delle vittime è sei milioni. Interessante che il
dogma comprenda altre due proposizioni: l’atrocità, unica nella sua
portata, non dovrà mai essere dimenticata. Quindi è vietato indicare nel
passato altre atrocità che possano essere comparabili e così pure nel
futuro: sarà impossibile che avvengano atrocità consimili perché quella
della shoah è unica, lo dice il dogma. Ma ancora più elevato è il
concetto che: le prove sono al di sopra di ogni ragionevole dubbio.
Infatti è verità di fede che le prove siano superiori ad ogni dubbio,
quand’anche tutte le evidenze documentali e i rilievi sperimentali
fossero contrari. Ora il concetto stesso di dogma consiste nell’affermare
una realtà, per sé evidente oppure rivelata, che non abbisogna o non può
avvalersi di prove, mentre queste sorgono per suffragare realtà incerte.
Dunque la «prova dogmatica» apparirebbe una contraddizione in
termini, senonché qui si entra nel campo del mistero: come la religione
cristiana professa l’unità e trinità di Dio, così bisogna concedere che la
religione olocaustica proclami il suo ineffabile mistero delle prove
dogmatiche.

e) Anche il pentimento ha un risvolto etico: per una svista basterebbero
delle scuse, ma l’eretico ha la responsabilità di aver turbato la fede dei
credenti. E infatti Galileo vuole cancellare dalla mente non solo delle
Vostre Eminenze, ma anche da quella di ogni cristiano, non solo la
certezza, ma ogni minimo sospetto che lui creda all’eresia.

Similmente il Cole professa le sue più umili e veramente sentite scuse,
indirizzandole alla comunità dei credenti: la famiglia, gli amici (i buoni
e affettuosi amici di cui apprenderemo qualcosa in seguito) e i
sopravvissuti della shoah, che lui, con la sua eresia, aveva nuovamente
martirizzati.

f) Ogni conversione che si rispetti prevede un nuovo impegno per
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conseguire il bene. E poiché il bene dottrinale è garantito dall’autorità
moralmente superiore, il pentito si deve impegnare a collaborare con
essa. Così Galileo: se m’imbatterò in qualche eretico o sospetto
d’eresia, lo denuncerò a questo Sant’Uffizio. Parimenti Cole si attiva
immediatamente con una denuncia: Bradley Smith sta ancora
utilizzando uno dei miei video... lo denuncio come privo di ogni valore.
Bradley Smith non è uno storico ed il negazionismo non è una dottrina
storica. 

Cosicché il Tribunale può rimettersi in moto ed espandere il controllo.

Le tesi nel merito

Viene spontaneo porsi due domande: cosa hanno affermato questi
eretici veri o presunti? e poi, avevano ragione o torto?

Nel caso di Galileo è necessario presentare una sintesi della questione,
perché la lettura del «Dialogo dei massimi sistemi» sarebbe una
proposta troppo onerosa per i lettori e comunque non esaustiva.

Il punto contestato fu quello di sostituire il sistema cosmologico (di
allora) geocentrico, con quello eliocentrico. Galileo, studiando
Copernico, si era convinto della di lui tesi, cioè che la spiegazione del
moto dei pianeti era molto più semplice e diretta se essi fossero stati
parte di un sistema avente il sole per centro. Non solo, scoprendo
quattro satelliti che orbitavano attorno a Giove, derivò, per analogia,
l’idea che i pianeti potessero orbitare attorno al sole come i satelliti con
i pianeti.

L’intuizione era buona e l’idea teorica promettente, mancava solo un
piccolissimo dettaglio: una prova scientifica.

Contrariamente a quanto lasciano intendere (senza mai specificarlo) gli
imbonitori delle masse, questa prova Galileo non seppe mai produrla,
infatti la prima prova apparentemente efficace, dovuta al Bradley,
giungerà quasi un secolo dopo e la scoperta dell’aberrazione stellare,
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che sembrerà chiudere la partita, due secoli dopo. (2)

Anzi, il Galilei fece di peggio: per sostenere la sua tesi a tutti i costi,
tentò di confermarla con una dimostrazione palesemente errata,
attraverso il moto delle maree. Non solo fu confutato, dati e conti alla
mano, dagli scienziati della Specola vaticana, ma tutta la comunità
scientifica internazionale insorse contro di lui, compresi Cartesio e
Keplero.

Nello specifico caso, dunque, Galileo aveva torto e non ci fu nessuna
contrapposizione tra la scienza e la fede, ma una bocciatura scientifica e
basta. A questo punto la vera domanda è cosa c’entrasse la dottrina
cattolica in tutta la questione e perché Galileo fu sottoposto a processo.
Lo scopriremo nell’esame del contesto.

Passando a David Cole, invece, reputiamo utile e non troppo gravoso
proporre la visione del suo documentario su Auschwitz (un’oretta ben
spesa), visibile qui:

(La verità dietro i cancelli di Auschwitz ­ David Cole)

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Cole sembra conoscere la storia del campo meglio dello stesso dottor
Piper, direttore del museo di Auschwitz e responsabile dell’archivio
storico. Infatti lo costringe ad ammettere che la camera a gas mostrata
al pubblico è un falso postbellico «ricostruito» a somiglianza
dell’originale. Ma a questo punto, incalza il Cole, per dire che è
«ricostruita» occorrerebbero le prove che l’originale esistesse e fosse
simile.

Le conclusioni di David Cole sono aperte alla ricerca e non hanno
pretese definitive, come risulta dal discorso finale (min 57­60:50)
piuttosto equilibrato e prudente. Si limita a mettere un punto fermo: la
questione delle camere a gas è una questione legittima, al cui riguardo
la storiografia deve fornire delle risposte, dato che la narrazione
corrente è tutt’altro che provata.

Certamente, sull’argomento del video, ha ragione, come è costretto ad
ammettere il suo intervistato, il dottor Franciszek Piper.

Le premesse storiche

Il primo modello eliocentrico conosciuto del sistema solare, risale
all’inizio del III secolo avanti Cristo ed è dovuto ad Aristarco di Samo.
Fu soppiantato nel II secolo dopo Cristo dalla teoria geocentrica di
Tolomeo, che rispondeva decisamente meglio alle osservazioni. Il
modello di Aristarco era più semplice ed elegante, ma aveva un grave
difetto: ipotizzava orbite circolari dei pianeti, anziché ellittiche, per
questa ragione il pur macchinoso sistema tolemaico risultava più
aderente alla realtà. In questa prima contrapposizione l’elemento
religioso o ideologico sembrano assenti dalla questione: l’egiziano
Tolomeo rinuncia alla centralità del sole nonostante il culto di Horus
conoscesse nel periodo una larghissima diffusione, penetrata anche nel
mondo romano, il greco Aristarco rinunzia alla centralità della terra,
nonostante la tradizione aristotelica. Il tempo passava e il sistema
tolemaico restava la miglior proposta scientifica in circolazione, la
Chiesa lo dichiarò compatibile con la fede e per un po’ di secoli non
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intervennero novità. 

Nel 1543, con la pubblicazione del suo trattato, Copernico riprese la
teoria eliocentrica, corredandola dell’apparato di calcolo matematico
tolemaico. Al di là dello scalpore dovuto alla novità, la sua teoria
garantiva un unico piccolo vantaggio rispetto a quella geocentrica, cioè
l’eliminazione di un epiciclo dall’orbita di ogni pianeta, restando per il
resto equivalente, sia in termini di complessità che di capacità
predittiva. Ma è nel 1609, con Keplero, che si comprende come le
orbite dei pianeti siano ellittiche e solo da questo momento la teoria
eliocentrica diventa veramente vantaggiosa.

Chi lo capisce bene è Galileo Galilei, che diventa un entusiasta
sostenitore del modello copernicano­kepleriano. E Galileo vuole
presentare quella teoria, non più come una semplificazione di calcolo,
come aveva prudentemente fatto Copernico, ma come una realtà fisica,
per cui il sole sta fermo e la terra, con gli altri pianeti, vi gira intorno.

La Chiesa considerava scienza ciò che tutti reputavano tale e
incoraggiava gli studi che espandessero le veritiere conoscenze umane.
Tuttavia, va anche detto che se mai un periodo della sua storia la vide
guardinga e sospettosa, il periodo fu proprio quello, in cui aveva appena
raddrizzato il timone, al Concilio di Trento, dopo gli sconvolgimenti
della tempesta protestante. E una visione eliocentrica, a una prima vista
superficiale, pareva in contrasto col dettato della Bibbia, ad esempio col
celebre passo di Giosuè che intima al sole di fermarsi.

Tuttavia quando sorse il problema, una delle voci più autorevoli della
Chiesa, cioè il consultore del Sant’Uffizio (l’inquisizione) Cardinale (e
futuro santo) Roberto Bellarmino, si esprimeva così:

«Mi pare che vostra Paternità et il signor Galileo facciano
prudentemente a contentarsi di parlare ex­supposizione e non
assolutamente, come io ho sempre creduto che abbia parlato
Copernico. Perché il dire che, supposto che la Terra si muova et il Sole
stia fermo si salvano tutte le apparenze meglio che porre gli eccentrici
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e gli epicicli, è benissimo detto, e non ha pericolo nessuno; e questo
basta al matematico. Ma volere affermare che realmente il Sole stia nel
centro del mondo,... è cosa molto pericolosa non solo d’irritare tutti i
filosofi e teologi scolastici, ma anco di nuocere alla Santa Fede con
rendere false le Scritture Sante. Quando ci fosse vera dimostrazione
che il sole stia al centro del mondo, allora bisognerà andare con molta
considerazione in esplicare le Scritture,… e dire piuttosto che lo
intendiamo che dire che sia falso quello che si dimostra. Ma io non
crederò che ci sia tale dimostrazione finché non mi sia mostrata»
(Lettera al rev.do P. Paolo A. Foscarini, 12 aprile 1615)

In pratica dice che finché lo studio del sistema eliocentrico procederà
sotto forma di ipotesi per semplificare i calcoli non ci sarà nulla di
male. Se invece si vorrà affermare la realtà fisica della centralità del
sole, piuttosto che concludere che esiste una contraddizione con la
Bibbia, bisognerà interpretare le scritture e non affermare che siano
false. Tuttavia, data la delicatezza della questione, che può creare
disorientamento rispetto al senso delle scritture ma può anche irritare gli
accademici (avvertimento quest’ultimo quanto mai profetico, come
vedremo) sarà bene fare tali affermazioni solo dopo aver prodotto prove
convincenti. Prove che, purtroppo per lui, Galileo non aveva.

Il revisionismo nasce, come fenomeno storiografico, negli anni ’20
quando i primi studiosi critici, tra cui si distinse Jean­Norton Cru,
sottoposero ad analisi oggettiva le narrative della propaganda bellica
della prima Guerra Mondiale (dall’una e dall’altra parte) demistificando
una gran quantità di favole eroiche ed epiche, inventate o gonfiate
dall’apparato propagandistico per sostenere il sentimento patriottico.

Tra gli anni ’20 e ’30 uno storico americano, Harry Elmer Barnes,
pubblicò una quindicina di opere che confutavano e rovesciavano la
credenza comune che la colpa della Grande Guerra fosse della
Germania, così come imposto da un’iniqua clausola politica del Trattato
di Versailles. Era la prima grande vittoria della verità storica contro una
falsificazione del passato imposta per opportunità politica. Ma già
questa prima vittoria costò un prezzo: i revisionisti e Barnes in primis
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furono perseguitati e diffamati, denunciati come «traditori» e persino
come «agenti tedeschi». Furono esercitate pressioni contro gli editori e i
loro libri boicottati.

Questa premessa risulta illuminante per capire i meccanismi che si sono
replicati, anche se incredibilmente amplificati, dopo la seconda Guerra
Mondiale.

È accertato che le voci che uscivano dai campi nazisti e giungevano a
Londra, Washington, Ginevra e Tel Aviv, godevano di ben scarso
credito, perché le autorità alleate vi riconoscevano fin troppo bene la
propaganda nera da essi stessi inventata. E così pure, a guerra terminata,
l’evento che avrebbe dovuto far chiarezza sulle vicende belliche, cioè il
processo di Norimberga, fu una mostruosità storica e giuridica in cui la
ricerca della verità risultò totalmente calpestata a favore
dell’opportunismo politico dei vincitori. Si presero per buone dicerie
senza riscontri, testimonianze di uomini torturati, si accantonarono (o
addirittura si sottrassero) documenti che avrebbero scagionato gli
imputati.

Per capire perché la demonizzazione del terzo Reich fosse essenziale,
basterà un unico documento, desecretato 60 anni dopo i fatti: «la carta
geografica dell’Europa che Churchill, Stalin e Roosevelt avevano sotto
gli occhi a Yalta con i gran segni di matita che essi vi tracciarono per
spartirsi il continente così come volgari malfattori si spartiscono il
bottino» ( tratto da Serge Thion: «Breve storia del revisionismo»).
Come far trangugiare all’opinione pubblica l’occupazione dell’Europa
dell’est da parte della dittatura sovietica, se non come liberazione dal
mefistofelico regime nazista?

A questa prima immediata spinta se ne sovrapponevano molte altre,
convenienti a varie lobby e potentati, quali quelli finanziari che avevano
tremato di fronte alla prosperità di uno Stato la cui economia si era
messa a volare, sostenuta da una moneta priva di debito. Inoltre, sempre
nell’immediato, era conveniente per gli Alleati mettere a fuoco i
crimini, veri o presunti, del nemico, per distogliere l’attenzione dai
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pesanti crimini che essi stessi avevano perpetrato.

In questo clima, nel 1949, appare la testimonianza di Paul Rassinier,
pacifista di sinistra, autore di passaporti falsi durante la guerra che
consentirono a parecchi ricercati politici (soprattutto ebrei) di rifugiarsi
in Svizzera. Catturato e torturato dalla Gestapo, fu internato a
Buchenwald e a Dora. Sopravvisse e tornò in Francia invalido e
ammalato cronico. Corroborato dalla testimonianza di altri superstiti,
iniziò a segnalare discrepanze tra la realtà che aveva vissuto e quella
narrata, utilizzando anche l’apparato critico di Jean­Norton Cru per
distinguere le favole dalle testimonianze attendibili.

Entrò in urto frontale con il comunismo sovietico perché mise in luce la
responsabilità dei prigionieri politici stalinisti nell’amministrazione dei
lager. Ma i Russi custodivano i campi e negarono a Rassinier il visto
per effettuare sopralluoghi, mentre al contempo celebravano processi e
producevano testimonianze inverificabili, cosicché questo valoroso
ricercatore restò un pioniere, privo degli strumenti per approfondire il
proprio lavoro. In compenso Rassinier sperimentò il trattamento
riservato a coloro che osano dubitare delle certezze che il Potere
suggerisce alle masse: espulsione dal Partito socialista, campagne
diffamatorie sui giornali, ostracismo da parte degli intellettuali
politically correct.

Negli anni 1961­62 si celebra il processo Eichmann, una straordinaria
trovata di marketing di Ben Gurion, che, in crisi di consenso, utilizzò la
narrativa olocaustica per colpevolizzare tutti: gli ebrei per non essere
stati abbastanza sionisti, gli europei per aver permesso l’avvento del
nazismo, gli americani per non aver salvato gli ebrei. Rassinier, obiettò
parecchi punti e così, dopo esser stato dichiarato fascista, lui che era
socialista e pacifista, scoprì di essere anche antisemita, lui che aveva
aiutato tantissimi ebrei a salvarsi. Da quel momento comunque furono
le organizzazioni ebraiche a sostituire il regime sovietico nella custodia
della memoria, senza naturalmente voler approfondire se si trattasse di
memoria storica o mitologica.

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Tre tappe fondamentali nel passaggio dalla ricerca amatoriale a quella
scientifica furono segnate da tre autori degli anni ’70: l’inglese Arthur
Butz, che applicò la logica ai documenti esistenti, traendo la
conclusione che nessuno sterminio di massa fosse avvenuto nei campi,
Carlos Porter, che per primo analizzò i criteri di formazione e
accettazione delle prove di Norimberga, scoprendo che si trattava in
massima parte di documenti privi di alcun valore e lo svedese di origine
ebraica Ditlieb Felderer, che passò direttamente alla ricerca di prove sul
campo, scattando migliaia di foto ad Auschwitz (scoprendo per primo la
piscina e il teatro del campo) misurando, confrontando... Nessuno dei
tre ricevette risposte tecnicamente convincenti da parte della
storiografia «ufficiale», in compenso tutti subirono persecuzioni
personali, particolarmente grave quella di Felderer che addirittura fu
incarcerato e privato del frutto delle sue ricerche, tra cui oltre 30.000
fotografie tutte confiscate.

Un brillante giovane universitario degli anni settanta, Robert Faurisson,
che si era specializzato nell’analisi critica dei testi (inizialmente
letterari) incuriosito dagli argomenti di Rassinier, sottopose al vaglio i
documenti di Norimberga trovando innumerevoli incongruenze. Come
Felderer si convinse che Auschwitz era il centro del problema e le
camere a gas il nodo cruciale di Auschwitz. Pertanto si recò in loco,
dove non solo ebbe le conferme delle scoperte dello svedese, (tra cui la
falsificazione del crematorio I, in realtà una costruzione sovietica con
un finto camino) ma ottenne planimetrie e documenti che si credevano
perduti. Forte di questo nuovo materiale Faurisson, all’epoca docente
all’università di Lyon, pubblicò nel 1978 un articolo su Le Monde in
cui dichiarava che le camere a gas di Auschwitz erano una leggenda
metropolitana, che la cosa era facile da dimostrare e costituiva una
buona notizia.

La reazione dei guardiani della memoria fu isterica e ossessiva,
Faurisson fu citato in giudizio dalle organizzazioni ebraiche. Fu messa
in moto la macchina degli «esperti» e delle «prove» raccolte in Polonia
e in Israele, che giunse al processo con tonnellate di carta. Il processo,
quanto al merito, segnò una disfatta delle tesi sterminazioniste, i loro
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documenti si rivelarono inconsistenti, e Faurisson passò al contrattacco
chiedendo di esibire una, una sola prova dell’esistenza di queste
«magiche» camere a gas. In primo grado Faurisson fu condannato per
aver addolorato il sentimento ebraico senza scusarsene. In appello
Faurisson completò la demolizione delle tesi degli accusatori, e subì la
conferma della condanna per mancanza di reverenza verso i defunti. Il
tribunale però dovette riconoscere che gli argomenti storici erano seri
ed era bene che fossero vagliati dagli specialisti e dal pubblico.

Questo processo costituì il primo dibattito pubblico tra gli storici di
regime e i revisionisti, come pure un processo segnò il secondo. Ernst
Zundel, tedesco emigrato in Canada si era messo a diffondere opuscoli
revisionisti per riabilitare la nazione germanica dalla pessima fama che
godeva. Le organizzazioni ebraiche lo trascinarono in tribunale per
«diffusione di false notizie». Il dibattimento che si svolse nel 1985, fu
un confronto di scuole che mise in campo i migliori specialisti dell’una
e dell’altra parte. Zundel vantava come periti Felderer e Faurisson
mentre l’accusa schierò Raul Hilberg, professore di scienze politiche
che all’epoca era il più celebre esponente della narrativa
sterminazionista. Il processo fu costituito dal duello, diretto o mediato
dagli avvocati, tra questi studiosi e si concluse con una ignominiosa
sconfitta di Hilberg, costretto ad ammettere di non avere nessuna prova
dell’esistenza delle camere a gas. Ma il fatto più importante e
spettacolare fu la demolizione del testimone principale dell’esistenza
delle camere a gas, un ebreo céco di nome Vrba. Costui era fuggito da
Auschwitz e scrisse un rapporto che fu adottato a Washington come la
prima testimonianza ufficiale del sistema di gasazioni, nonché
classificato a Norimberga quale fondamentale capo d’accusa. Incalzato
dalle precise domande dell’avvocato di Zundel, dovette ammettere di
non essere affatto un testimone diretto, ma di aver raccolto voci e
dicerie; arrivò al punto di invocare la licenza poetica (!) per giustificare
quanto scritto nella sua autobiografia.

Se a queste due fondamentali debacle si aggiunge che Hilberg non
seppe neppure spiegare come un piano di sterminio potesse essere stato
messo in opera senza che restasse nessuna traccia di ordini o discussioni
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tra i dirigenti nazisti, si capisce perché nemmeno si presentò al processo
d’appello. Questo secondo processo, segnò un’interessante novità: il
primo tentativo di analisi sperimentali chimico­fisiche, grazie alla
perizia conosciuta sotto il nome di «rapporto Leuchter», dal nome del
suo autore. Il verdetto tuttavia chiuse ogni possibilità di contraddittorio,
in quanto il giudice decretò che non si poteva discutere di un «fatto
notorio». Così facendo segnò la fine di quello che doveva essere
l’ultimo aperto dibattito storiografico e rese vane le vittorie sul campo
dei revisionisti.

A seguito degli sbugiardamenti subiti nel merito e di una ormai
dimostrata inferiorità di competenza sulla materia, i guardiani della
memoria concentrarono i loro sforzi per evitare nuovi dibattiti e proibire
semplicemente il discorso, attraverso due sistemi: ottenere delle leggi di
censura sugli argomenti a loro sfavorevoli e la persecuzione personale
degli studiosi revisionisti. Purtroppo l’una e l’altra strategia hanno
prodotto risultati efficacissimi, ad esempio in Francia la legge Gayssot
ha proibito di negare qualunque conclusione del processo di
Norimberga (Faurisson ha perso la cattedra per questa ragione), in
Austria esiste il reato di «negazione dell’olocausto» e così pure in molti
altri Stati. Gli studiosi indipendenti sono stati subissati di processi (vinti
o persi non importa al censore, quanto di portare l’uomo allo
sfinimento), privati di tempi e di mezzi per concludere le loro ricerche.
In Germania uno studente di chimica, Germar Rudolf, ha pagato
duramente una perizia forense in cui ripeteva con maggior precisione
gli esperimenti di Leuchter. È stato incarcerato per aver detto la verità,
senza che il tribunale disponesse alcuna contro­perizia, (forse per
evitare il ridicolo), ma a quanto pare il vero o falso non hanno alcun
peso nella valutazione del reato di negazionismo, anzi persino la
ricerca, su certi argomenti, è un delitto.

In questo panorama, apparentemente cristallizzato, compare un’ultima
novità: con la caduta della cortina di ferro, all’inizio degli anni ’90, una
gran mole di documenti sui campi nazisti, prima non consultabili, è
diventata accessibile. Questi documenti, nella cui analisi ha primeggiato
lo storico Carlo Mattogno, hanno confermato gran parte delle tesi dei
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revisionisti e hanno aperto le porte a un significativo progresso della
ricerca, che crescerà successivamente sia nei suoi risultati quantitativi
sia in quelli qualitativi. Ed è a questo punto e in questo clima,
simultaneamente gravido di promesse storiografiche e di minacce per
chi le esplora, che si situa il lavoro di David Cole.

Il contesto

Nel 1610, sulle onde del successo ottenuto con l’uso del cannocchiale e
la pubblicazione del Sidereus, Galileo tornava a Pisa e veniva nominato
matematico e filosofo del Granduca di Toscana. Il suo stipendio, molto
più alto di quello dei colleghi, venne addebitato all’università di Pisa,
mentre al contempo egli era lasciato libero dall’insegnamento e dalla
residenza in città. Questi privilegi suscitarono malcontento e invidia nei
colleghi. Se si aggiunge che nelle dispute il Galilei sapeva usare un tono
pungentemente ironico, si può comprendere come i suoi oppositori
scientifici non lo amassero per nulla. In più bisogna considerare la
diffidenza che la novità suscita sempre, soprattutto in quegli ambienti
accademici in cui carriere consolidate navigano in acque tranquille e
non desiderano affrontare problemi superiori ad una pacifica routine.

Un folto drappello di cattedratici di Pisa e Firenze, con l’aggiunta del
filosofo dilettante Lodovico delle Colombe, si ritrovavano in una casa
patrizia Fiorentina tenendo un salotto culturale favorevole alla
tradizione; tra gli ospiti si segnalavano due frati domenicani, il Lorini e
il Caccini, anch’essi sostenitori del sistema tolemaico. Le dispute
scientifiche risultavano tutto sommato favorevoli al Galilei, che, con
scherno, chiamava la combriccola la «Lega del Pippione». Proprio il
meno colto e il più esagitato del gruppo, cioè Lodovico delle Colombe,
vedendo frustrati i suoi tentativi di prevalere sul piano teorico, escogitò
allora un trucco per provare a tacitare l’avversario, mostrando che una
teoria eliocentrica poteva essere in conflitto col significato letterale
delle Scritture.

Si giunse così al 1614, quando per tramite degli amici domenicani,
Lorini e Caccini, il problema fu posto all’autorità dottrinale del
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Sant’Uffizio. La Chiesa, per bocca del Cardinale Baronio (1538­1607),
aveva già espresso la convinzione che la Bibbia insegna «come si vadia
al cielo, e non come vadia il cielo» e una figura centrale e di cultura
elevata come il Cardinal Bellarmino sapeva discernere ciò che
atteneva o non atteneva alla fede, come emerge dai passi sopra
citati della lettera al padre Foscarini. Tuttavia l’Inquisizione,
sollecitata dalla denuncia di padre Caccini, dette un responso volto a
separare nettamente la ricerca scientifica dalla teologia: la ricerca
procedesse in sede accademica sotto forma di ipotesi e non turbasse la
fede delle masse. 

Pertanto il trattato di Copernico fu vietato finché non fosse corretto (la
correzione consisteva solo nel presentarlo come ipotesi) e i ricercatori
furono benedetti. Basti pensare che una metà degli scienziati
ecclesiastici erano favorevoli alla teoria copernicana e che certamente
non furono biasimati. Galileo non fu neppure interrogato. Però ebbe un
incontro piuttosto amichevole col Cardinal Bellarmino, in cui gli fu
raccomandato di proseguire i suoi studi ex suppositione e di non
divulgarli finché non fossero provati. Il Galilei, per contro, richiese e
ottenne dal Cardinale un documento scritto che attestasse che non gli
era stata impartita nessuna penitenza o abiura per aver difeso la tesi
eliocentrica, ma solo una denuncia all’Indice. 

Galileo, che non sapeva tenere a bada il proprio caratterino, disobbedì
prontamente pubblicando i suoi testi in lingua volgare e quindi
accessibile ai meno dotti. Non solo, riferendosi agli oppositori
scientifici usava espressioni quali: «un imbecille con la testa tra le
nuvole», uno «appena degno di essere chiamato uomo», «una macchia
sull’onore del genere umano», uno «rimasto alla fanciullaggine»... La
Chiesa molto pazientò e perdonò nei confronti di uno scienziato
ammirato e amico personale di alti ecclesiastici, nonostante sostenesse
la propria teoria in modo fanatico e tutto sommato dogmatico, data la
sua mancanza di prove. Fu dimenticato anche il suo strafalcione sulla
questione delle comete, che Galileo sosteneva erroneamente essere
effetti ottici e non corpi fisici, chiamando chi (con ragione) sosteneva il
contrario: «serpe, castrone, scorpione, solennissima bestia,
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ignorantissimo bue, animalaccio... ». 

Ciò che la Chiesa non poté e non volle tollerare fu la pretesa di Galileo
di dettare la linea teologica sull’interpretazione delle Scritture. Anche se
lo scienziato pisano, rifacendosi peraltro a un pensiero già presente nel
mondo ecclesiastico, propose uno stile interpretativo ricco di buon
senso, in piena Controriforma non era pensabile che un laico dettasse
soluzioni teologiche alle autorità del clero, che infatti si inalberò. Con la
pubblicazione del «Dialogo dei massimi sistemi» avvenne poi la
disobbedienza aperta, in quanto Galileo presentò come fatto ciò che
doveva essere studiato come ipotesi, aggravando la sua posizione col
mettere in bocca al personaggio di Simplicio le ragioni del suo amico, il
Cardinal Maffeo Barberini, divenuto nel frattempo Urbano VIII,
facendo così fare al Papa la figura dello sciocco. 

Da quanto sopra descritto si può capire che il Galilei non avesse l’arte
di farsi degli amici, mentre quella di farsi dei nemici sì. E uno di questi,
padre Segneri, aveva falsificato e divulgato la liberatoria che Galilei
aveva richiesto al Bellarmino rovesciandone il significato, affermando
cioè che Bellarmino ammoniva Galilei, pena il carcere, di non persistere
sulla tesi eliocentrica. Ma il cardinale Bellarmino era ormai morto e non
poteva più intervenire a favore di Galileo, che dovette affrontare da solo
il processo del 1636. Lo fece anche male, indisponendo la giuria col
sostenere che il suo libro affermasse il contrario di quanto conteneva
per iscritto e non riuscì a evitare lo scontro frontale che portò alla
celebre abiura.

La vicenda di David Cole è decisamente più semplice: all’inizio degli
anni ’90, la sua passione per la storia gli fece intraprendere degli studi e
realizzare la celebre video­intervista presente nel video di cui sopra,
girato nel 1992. La sua breve opera divulgativa, (si affiancò per qualche
tempo alle conferenze nei campus di Bradley Smith e a qualche
comparsa televisiva, sempre in sua compagnia) fece scalpore in quanto
la sua ebraicità sembrava escludere quelle finalità ideologiche che
sempre vengono tirate in ballo a sproposito, quando la precisione
scientifica intacca certi miti delle credenze comuni.
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Nel 1996 compariva sul sito della JDL (Jewish Defense League,
un’organizzazione che il FBI definì «terroristica») una lettera di
minacce in cui si offrivano dei soldi in cambio dell’indirizzo del Cole.
Per difendere la propria incolumità e la propria famiglia, David Cole
cambiò identità, assumendo il cognome di Stein e dedicandosi
all’organizzazione di eventi a Los Angeles. La storiografia era un
capitolo chiuso per lui.

Senonché alcuni buoni e affettuosi amici sono intervenuti per riabilitare
anche il suo passato. Innanzitutto quel caro amico che ha pensato di
rivelare la sua identità, con un articolo sul Guardian del 3 maggio 2013.
E poi tutti gli altri che avevano a cuore la serenità e la lucidità di David
Cole, a cominciare da quelli della JDL. Leggendo qualche passo da una
tipica lettera indirizzata al Cole si può misurare la tenera premura con
cui questi buoni e affettuosi amici l’hanno accompagnato nel suo
cammino di redenzione:

...Che cos’è David Cole? È un morbo? E’ una malattia mentale?Questo
spregevole animale è più esecrabile di Julius Streicher e di Joseph
Goebbels. Egli è più malvagio perché è un ebreo! Questo patetico
surrogato di essere umano è uno sleale neonazista che tradisce il suo
stesso popolo ebreo... Un mostro malvagio come questo non merita di
vivere su questa terra. Cole è un abominevole psicopatico che deve
essere fermato... Esattamente come dobbiamo sbarazzarci del mostro
Cole, dobbiamo anche cancellare la parola revisionismo dal nostro
dizionario. Questa orrenda parola ed anche David Cole, devono essere
eliminati definitivamente... Non abbiamo bisogno di ulteriori
chiacchiere, ma solo dell’eliminazione dei negazionisti...assertori della
supremazia della razza bianca, filonazisti, criminali thugs omicidi...
Questo mondo sarebbe un posto più felice davvero se tutti coloro che
odiano e perseguitano gli ebrei sparissero, in modo particolare il più
degenerato di tutti loro, David Cole.

Come si vede, in questi passi troviamo tutto: le prove documentali, le
testimonianze indipendenti, credibili e confermabili, i riscontri chimico­
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fisici... Non c’è da stupirsi se dopo averli letti Cole abbia
spontaneamente riconosciuto i propri passati errori e abbia aderito
incondizionatamente alla Verità Olocaustica, firmando di proprio pugno
la sua abiura.

Valutazioni comparative 

Fin dall’esame dei testi, ci siamo resi conto che le inquisizioni, a
qualunque religione appartengano, sviluppano delle caratteristiche
comuni. Ciò però non significa che siano tutte uguali. In una società
cristiana, in cui il potere temporale considerava la salvezza delle anime
come bene primario dello Stato, i reati contro la fede erano considerati
gravissimi e puniti dalla legge civile. Tuttavia, tra il XI e il XII secolo,
la Chiesa dovette affrontare un’autentica lotta per separare il potere
temporale da quello spirituale, che avevano visto un’incestuosa
commistione nella figura dei vescovi­conti. Una delle conseguenze di
questa commistione (in cui non di rado il potere temporale pretendeva
di usurpare le prerogative dell’autorità spirituale) fu che alla lotta contro
le eresie si sovrapponessero interessi personali e dispute politiche che
generarono autentici abusi. Risolta la separazione delle carriere, tramite
il celibato ecclesiastico, stabilito al secondo Concilio lateranense
(1139), sotto Innocenzo II, restava da regolare il problema di chi
dovesse occuparsi delle eresie, allora di scottante attualità.

È dunque verso la fine del 1100 che viene stabilito il Tribunale della
santa Inquisizione, affidato all’ordine dei predicatori, con gli scopi di:
tutelare la retta dottrina, difendere gli innocenti accusati
strumentalmente di eresia per altri fini, tenere a bada le intrusioni del
potere politico nella vita della Chiesa. Quello che fu il più immediato
risultato dell’inquisizione, fu dunque una mitigazione delle condanne e
delle persecuzioni dei presunti eretici, sia in numero, sia in qualità. E
non poteva che essere così, dato che l’orizzonte del potere politico era
piuttosto appiattito sul fine repressivo, mentre il primo obiettivo della
Chiesa era costituito dalla conversione degli eretici. 

Ora, considerando i fini della santa Inquisizione, apparirà
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immediatamente che il processo a Galileo li travalica, costituendo non
una difesa del sacro dalle intrusioni del profano, ma un’indebita
estensione dei criteri teologici a una materia a cui non si possono
applicare. La condanna (senza valore dogmatico) della teoria
eliocentrica che il Sant’Uffizio pronunciò nel 1616 fu una grave
ingenuità. Il fatto poi di processare Galileo non per disobbedienza e per
aver seminato disordine, il che sarebbe stato perfettamente lecito e
appropriato (gli allievi di Galileo andavano dicendo che la Bibbia era
sbagliata e che bisognava correggerla), ma per infrazione dottrinale,
costituì un autentico autogol, usato ed abusato dalla propaganda
anticlericale.

Tuttavia sarebbe ingiusto condannare la condotta della Chiesa alla luce
della cultura odierna, arricchita da quattrocento anni di riflessioni
epistemologiche e da un enorme sviluppo della scienza  e del metodo
scientifico, che allora muoveva i primi passi. L’idea prevalente di quei
tempi poneva l’accento sull’unità del sapere: come insegna S.
Tommaso, ogni oggetto esige un suo metodo, ma i diversi campi della
conoscenza hanno un significato unico: non a caso la cultura cristiana
medievale si esprimeva nell’università (un verso unico). Per questa
ragione bisogna concedere un’adeguata attenuante allo svarione
dell’Inquisizione, la quale, non dimentichiamolo, non era intervenuta
spontaneamente, ma per sollecitazione di quello che era il mondo
scientifico di allora. Ciò che mosse il Sant’Uffizio all’intervento non fu
tanto il bisogno di arbitrare una questione scientifica che aveva
sostenitori contrapposti all’interno della stessa Chiesa, quanto di
affermare il primato della teologia e della filosofia sulle scienze
empiriche, ricordando che l’unico dogmatismo ammissibile era quello
relativo alle verità rivelate e non certo quello inerente alle teorie
astronomiche. 

Infine non sarebbe male osservare che se l’Inquisizione abboccò
all’amo lanciatole da Lodovico Delle Colombe, che pretendeva di
vedere una contraddizione tra i passi della Bibbia e la teoria
copernicana, altrettanto fece il Galilei. Infatti nelle lettere al suo allievo
Benedetto Castelli, Galileo suggerisce che la Bibbia sia scritta non solo
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per i dotti, ma anche per gli ignoranti e, al fine di farsi comprendere da
costoro, usa un linguaggio semplificato e impreciso. Questa posizione è
viziata dalla tipica distorsione dello scienziato divorato da una passione
quasi maniacale per la sua disciplina, che pretende che ogni aspetto del
mondo vi si riferisca. 

Infatti anche un premio nobel per la fisica, dinnanzi a un bel tramonto
potrebbe dire: « vorrei che durasse di più», ma non direbbe mai: «vorrei
che la terra rallentasse la propria rotazione» per intendere la frase di
prima, pur conoscendo perfettamente tutti i meccanismi che regolano i
giorni e le stagioni. E se su di un treno che viaggia a 200 km/ora si
appoggia un bicchiere su un tavolino, il bicchiere appare perfettamente
fermo, proprio perché sta viaggiando anche lui a 200 km/ora. E se su
quel treno ci fosse il già citato premio nobel per la fisica, per qualificare
la posizione del bicchiere direbbe che «è fermo» e non certo che sta
viaggiando a 200 km/ora. Così Giosuè che intima al sole di fermarsi, sta
parlando nei termini dell’esperienza comune e soggettiva e, dato che si
trovava nel bel mezzo di una battaglia, l’oziosa questione di una teoria
astronomica è l’ultima cosa che può essergli passata per la testa. 

Ci sono infine alcuni dettagli che vengono dati assolutamente per
scontati nella vicenda del processo a Galileo, ma che non lo sono se
comparati ad altre inquisizioni.  Innanzitutto a condurre le operazioni fu
l’autorità legittima del suo tempo.  In secondo luogo si trattò di un
processo vero che durò dal 12 aprile al 22 giugno 1633 e si concluse
con un verdetto a maggioranza, sette voti contro tre: ciò significa che la
questione fu esaminata seriamente e che la sentenza non era già scritta,
ma fu autenticamente discussa. Per finire si trattò di un atto pubblico,
svolto alla luce del sole, i cui documenti sono consultabili ancora oggi. 

Proprio su questi «dettagli» il processo a David Cole (se così lo si può
chiamare) appare immediatamente come una regressione della civiltà a
uno stadio brutale antecedente al diritto. Nessun atto registrato, nessuna
discussione, ma solo minacce e ricatti per ottenere l’abiura. E l’autorità
che ha condotto le operazioni, in luoghi e tempi segreti, non solo non è
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legittima, ma neppure legale, dato che si tratta di un’organizzazione già
classificata come terroristica. Chi mai provasse una qualche forma di
indignazione per le vicende di Galileo, dovrebbe orripilarsi dieci volte
tanto per quelle del Cole, che hanno l’aggravante di presentarsi dopo
secoli di esperienza e di riflessioni, che avrebbero dunque insegnato
solo a fare peggio.

Un secondo confronto estremamente significativo è quello della pretesa
delle presunte «eresie». Lo scienziato pisano cercava di imporre la sua
teoria, con una certezza che non era in grado di dimostrare, mentre il
giovane ebreo, sulla base di provate falsificazioni, rivendicava non
l’affermazione di una sua conclusione, ma il diritto di ricerca,
approfondimento, verifica.

È agghiacciante constatare la reazione censoria e oscurantista
dell’autorità olocaustica, soprattutto se si considera che avviene nel XX
secolo: nell’era in cui non solo le filosofie criticiste e l’agnosticismo
hanno preteso di incrinare ogni certezza, ma in cui si esaltano in
massimo grado la libertà di ricerca e di espressione, in cui si proclama il
valore della tolleranza alla base della civiltà.

Dove però il divario fra i due processi diventa abissale è nell’attenzione
che i mezzi di informazione vi hanno dedicato. Credo che non ci sia
bisogno di far notare al lettore quanto si sia parlato e si parli dell’abiura
di Galileo, né che essa sia citata praticamente da ogni tipo di
enciclopedia, né che innumerevoli documentari e persino opere
letterarie ne abbiano parlato e ne parlino, al punto da aver fatto
diventare Galileo (non proprio del tutto a proposito) un emblema della
ricerca della verità contrapposta al pregiudizio prevaricatore. 

Invece, sull’altra sponda, sembra che né un giornalista né una testata
abbiano ritenuto sufficientemente scandalosa la vicenda di David Cole
per reputarla meritevole di una menzione. Possibile che nel mondo
dell’informazione totale in diretta, una vicenda incredibile come questa
venga seppellita grazie a un silenzio che si può solo definire omertoso?
Possibile che la categoria giornalistica, sempre pronta a rivendicare la
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«libertà di informazione» eserciti al contrario, in un modo così sfrontato
e para­mafioso, «l’arbitrio di disinformazione»? Dove sono finiti
giornalisti­cialtronisti, i drammaturghi impegnati alla Brecht, i
divulgatori e i polemisti che tre volte all’anno (da cento anni a questa
parte) «scoprono il caso Galileo» ed elevano alti lai contro la censura
dell’Inquisizione?  Dove sono andati a nascondersi gli scienziati che
rivendicano l’autonomia della loro disciplina dal dettato della fede?
Dove sono i sacerdoti del liberalismo laico, che dai loro pulpiti cartacei
o televisivi, ripetono untuosamente, psittacisticamente e
pavlovianamente che non sono d’accordo con quello che dici, ma darei
la vita perché tu possa dirlo, concludendo l’evidente ipocrita idiozia
con lo strafalcione di citare erroneamente Voltaire? (Nota 3) Dunque
per costoro tutte le censure sono ugualmente condannabili, ma qualche
censura è più uguale delle altre? Dov’è il CICAP che si prodiga a
negare ogni dettato fideistico in nome delle prove scientifiche? Si
assenta proprio quando qualcuno viene represso per aver portato delle
prove? E cosa si direbbe se esistesse un CICAP olocaustico, che,
analogamente a quanto fanno i Boncinelli gli Odifreddi e le Margherite
Hack in riferimento alla fede cristiana, negasse sistematicamente ogni
evento strappalacrime riferito ai lager e i cui membri rilasciassero
interviste pubbliche in cui affermano con boriosa sicumera che ciò che
ancora non è sbugiardato della shoah, un domani la scienza lo
demistificherà? 

Queste domande e queste osservazione illustrano già abbondantemente
le differenze tra i due casi. Tuttavia l’esame sarebbe incompleto se non
si considerassero anche le finalità dell’antica e della moderna
Inquisizione. 

Il Sant’Uffizio si riproponeva di salvaguardare quel corpus dottrinale
che avrebbe permesso ai fedeli di vivere bene e salvarsi l’anima. Ora,
mentre conoscere le rotazioni e le orbite dei pianeti non ha mai
cambiato di una sola virgola la vita vissuta delle persone, la fiducia che
la Bibbia trasmetta la parola di Dio può avere conseguenze enormi,
anche sul piano pratico, nelle scelte e nelle azioni quotidiane. Si può
dunque comprendere che, posta di fronte a un apparente dilemma,
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l’Inquisizione romana propendesse per la salvaguardia della fede,
preferendo sbagliare per eccesso di prudenza piuttosto che per
leggerezza, nei riguardi di materia tanto grave.

A questo punto occorre chiedersi quale beneficio abbia mai portato il
fatto di credere al dogma dello sterminio dei sei milioni con lo Zyklon
B. Forse grazie a questa credenza è nata una nuova morale, forse le
persone hanno trovato la pace del cuore, si sono salvate l’anima? In
nome di questa fede sono nate opere caritative, sono apparsi santi,
magari mistici (escludendo le «visioni» dei cosiddetti testimoni delle
camere a gas)?

Come ci informa Norman Finkelstein, ai sopravvissuti dei lager nazisti
questa credenza ha portato dei risarcimenti in denaro. Ragione per cui il
numero di «sopravvissuti» è cresciuto a tal punto da contraddire
apertamente il dogma dei sei milioni (anzi tanti sarebbero i
sopravvissuti secondo le richieste di rimborsi, che i morti non
potrebbero essere neppure 600.000). Eppure questi sopravvissuti, per
ragioni anagrafiche, dovrebbero essere quasi tutti deceduti, dunque a
che pro? In realtà la parte del leone nell’accaparramento dei
risarcimenti l’hanno fatta le organizzazioni ebraiche, come la Claims
Conference, la World Jewish Restitution Organization, la Anti
Defamation League e il Congresso Mondiale Ebraico con il loro
contorno di avvoltoi e sciacalli, in forma di consulenti e studi legali.

Queste organizzazioni hanno praticato delle autentiche estorsioni nei
confronti di enti vari che sarebbero stati anche solo lontanamente
implicati nelle vicende olocaustiche.  Esemplare fu il caso delle banche
svizzere, accusate di aver incamerato conti appartenuti ad ebrei
sterminati. Con la scusa che i sopravvissuti non potevano attendere, le
banche furono forzate a versare un miliardo e duecentocinquanta
milioni di dollari in anticipo rispetto a un’inchiesta che avrebbe fatto
luce sulla vicenda. La commissione d’inchiesta, guidata dall’ebreo Paul
Volcker, riuscì a censire cifre, virtualmente dovute, pari circa a un
quinto della somma versata, ma l’indagine costò mezzo miliardo di
dollari, con parcelle professionistiche da 50.000 dollari all’ora. In
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compenso, un anno dopo la conclusione dell’operazione, non era
nemmeno stato fissato un criterio per la distribuzione del denaro alle
vittime, che ne videro solo qualche briciola. 

In poche parole, le summenzionate grandi organizzazioni ebraiche
alimentano una propaganda autoreferenziale a beneficio dei propri
portafogli, organizzando campagne diffamatorie e ricattatorie nei
confronti del pollo che, di volta in volta, vogliono spennare, costituendo
una sorta di versione edulcorata e legalizzata della Mafia S.p.A. e del
racket del pizzo. Gli affari vanno bene se, alla fine del 1996, Edgar
Bronfmann relazionava al Congresso Mondiale Ebraico che la tesoreria
dell’ente aveva ammassato non meno di sette miliardi di dollari
provenienti dai risarcimenti. 

Alcune conclusioni e citazioni della Bibbia

Il caso Galileo nasce da una sovrapposizione indebita tra la sacra
Scrittura e una teoria astronomica. È dunque a puro titolo di curiosità
che segnaliamo qualche passo che smentisce la credenza di una Bibbia
«tolemaica». A favore del geocentrismo appaiono l’inizio
dell’Ecclesiaste: «Una generazione va e l’altra viene; ma la Terra
rimane sempre lì; il Sole sorge e tramonta e torna al suo luogo; da qui,
rinascendo, gira a mezzogiorno e poi piega a settentrione» (Ec 1, 4­5) e
il passo del Libro di Giosuè (Gs 10,13) «E il Sole si fermò, e la Luna
ristette finché la nazione ebbe vendetta dei suoi nemici».

In concordanza con la forma sferica e i moti della terra ci sono invece:
(Is 40, 22) che nel verso originale ebraico suona come «il globo della
terra», e (Gb 26, 7) in cui si afferma che il Signore «tiene sospesa la
terra sopra il nulla». Inoltre, nel Vangelo di san Luca, quando si
parla del ritorno di Cristo si dice che sarà un evento fulmineo:
«Perché come il lampo, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo,
così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno»(Lc 17, 24) ma nella
descrizione di quel momento si dice «quel giorno» al versetto 31 e
«quella notte» al versetto 34, il che è possibile se la terra è una sfera di
cui, simultaneamente, alcune parti sono illuminate dal sole, mentre altre
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sono in ombra, essendo queste le condizioni che vengono chiamate
«giorno» e «notte». 

Un dato sorprendente del dogma olocaustico è la sua pretesa di unicità,
passata presente e futura. In effetti, scorrendo la storia anche del solo
popolo ebraico (senza fare paragoni con altri popoli, che a differenza
degli ebrei hanno subiti olocausti senza sopravvissuti) appare una
pretesa insostenibile. Infatti esistono altri tre disastri maggiori che
sembrano aver poco da invidiare alla shoah: la distruzione di
Gerusalemme e la deportazione in Babilonia da parte di
Nabucodonosor, la persecuzione di Antioco Epifane al tempo dei
Maccabei e la guerra giudaica culminata con la distruzione del Tempio
ad opera dell’imperatore Tito.

La Bibbia stessa è fonte storica di alcuni di questi eventi, leggiamone
qualche esempio. In riferimento alla sciagura babilonese: «...il re dei
Caldei uccise di spada i loro uomini migliori nel santuario, senza pietà
per i giovani, le fanciulle e gli anziani...» (2Cr 36, 17) «Quindi
incendiarono il tempio, demolirono le mura di Gerusalemme e diedero
alle fiamme tutti i suoi palazzi...» (2Cr 36, 19) «Il re deportò in
Babilonia gli scampati di spada che divennero schiavi...» (2Cr 36, 20)
«Furono uccisi alla presenza di Sedecia (re di Israele) i suoi figli e a lui
Nabucodonosor fece cavare gli occhi, l’incatenò e lo condusse a
Babilonia» (2Re 25, 7). Come si vede un trattamento non esattamente
salottiero.

A riguardo della persecuzione religiosa di Antioco, che voleva
ellenizzare tutto il medio oriente, la Bibbia narra che dopo una prima
vittoria militare, che costò a Israele la sottomissione e il tributo:
«...venne in Gerusalemme con ingenti forze e rivolse loro con perfidia
parole di pace...Ma all’improvviso piombò sulla città, le inflisse colpi
crudeli e mise a morte molta gente in Israele. Mise a sacco la città, la
diede alle fiamme e distrusse le sue abitazioni e le mura intorno.
Trassero in schiavitù le donne e i bambini e si impossessarono dei
greggi. (1Macc 1, 29­32) Quindi il re siriaco abolisce la legge giudaica
e impone religione e cultura pagana, pena la morte per i trasgressori.
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Ecco un esempio di trattamento riservato a chi gli resiste: «Allora il re
irritato comandò di mettere al fuoco padelle e caldaie. Diventate queste
subito roventi, il re comandò di tagliare la lingua, di scorticare e
tagliare le estremità a quello che era stato loro portavoce, sotto gli
occhi della madre. Quando quegli fu mutilato di tutte le membra,
comandò di accostarlo al fuoco e di arrostirlo mentre era ancora vivo.
(2Macc 7, 3­5) Altro che dottor Mengele!

Vi è poi il caso più imponente, quello del 70 dopo Cristo, in cui storia e
fede si incontrano nella realizzazione della più importante profezia dei
Vangeli, proclamata dallo stesso Gesù. Di fronte al Tempio infatti il
Maestro dice: «Vedi queste grandi costruzioni? Non rimarrà qui pietra
su pietra che non sia distrutta» (Mc 13, 2). Comincia così il duplice
annuncio degli eventi futuri, sia quelli storici sia quelli escatologici
entrambi contenuti in un unico discorso. La doppia valenza della
profezia è specificata dalle due indicazioni temporali, che si riferiscono
ai due distinti avvenimenti:  

«In verità vi dico che questa generazione non passerà, finché tutte
queste cose non siano avvenute» (Mt 24, 34). E qui Gesù parla della
distruzione del Tempio che avviene 37 anni dopo. Ora, secondo il
salmo, la vita dell’uomo è di 70 anni, 80 per i più robusti, pertanto 37
anni rappresentano la metà di una vita umana, un tempo che sta
ampiamente entro i confini del passaggio di una generazione. Due
versetti più in là, però, Gesù dice: «Quanto poi a quel giorno e a
quell’ora, nessuno li conosce, neppure gli angeli dei cieli, ma soltanto
il Padre mio». (Mt 24, 36) E qui, evidentemente, si riferisce al ritorno
del Figlio dell’uomo e alla fine del mondo. 

Se ora consideriamo solo la parte storica della profezia e della sua
realizzazione, noteremo una serie interessantissima di dettagli e
corrispondenze. Ad esempio l’enigmatico versetto «Dovunque sarà il
cadavere, lì si raduneranno le aquile» (Mt 24, 28) salvò la vita dei
giudei che avevano creduto in Cristo, infatti quando videro le insegne
dell’esercito romano in forma di aquila, fuggirono ai monti, come
raccomanda Gesù (Mt 24, 16). E la descrizione dei due uomini e due
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donne di cui uno sarà preso e l’altro lasciato (Mt 24, 40­41) offre la
dimensione quantitativa della tragedia: gli storici infatti hanno calcolato
che nel 70 d.C. perì circa la metà della popolazione giudaica, il che
supera abbondantemente le pretese dimensioni della shoah: se anche
fossero morti i famosi sei milioni (cosa impossibile) tale cifra
corrisponderebbe a poco più di un terzo degli ebrei di quel tempo,
quindi molto meno che il 50% dell’epoca romana. 

I trentasette anni intercorsi tra la profezia e la sua realizzazione sono poi
congruenti con un’altra ragione: di fronte a Pilato che protestava
l’innocenza di Gesù tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di
noi e sui nostri figli»(Matteo 27, 25)  cosicché il tempo d’attesa servì
anche a generare quei figli che subirono il castigo con i genitori, così
come aveva ammonito Gesù sulla via del Calvario:  «Figlie di
Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui
vostri figli» (Luca 23, 28). In questo modo si attuò l’aureo criterio di
perfezione della giustizia di Dio, che fece esattamente secondo i patti a
cui si erano impegnate tutte le parti interessate. 

Infine, nel descrivere l’ormai prossima tragedia, Gesù pronunzia una
frase decisiva per comprendere le pretese olocaustiche: «Poiché vi sarà
allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall’inizio del
mondo fino a ora, né mai più ci sarà» (Mt 24, 21). Ecco la fonte della
balzana asserzione del dogma olocaustico, nient’altro che il solito
grottesco scimmiottamento delle cose sacre utilizzato per magnificare e
mitizzare una realtà profana. 

Se si aggiunge la pretesa dell’ebraismo moderno di identificare la figura
biblica del servo sofferente descritto da Isaia con il popolo perseguitato
da Hitler, si ottiene l’equazione di una religione che non serve a
prestare culto a Dio, ma culto ai propri adepti, sconcia parodia
dell’autentica opera della Redenzione. Peccato che l’eguaglianza non
torni quando si paragonino le vittime: il puro Agnello senza macchia e
un popolo di peccatori (né più né meno degli altri popoli) più simile a
un capro maculato, zebrato e leopardato che a un candido agnello. 

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Al termine dell’esame di questi casi, che confutano l’unicità della
shoah, resta da presentare un’ultima e ancor più antica tragedia
olocaustica, vissuta dal popolo ebreo. Gli antichi Israeliti furono vittima
di un oscuro tiranno antisemita, che decretò più volte, a chiare lettere, la
«soluzione finale». Ecco un paio di proclami (ma ve ne sono altri):
lasciami fare; io li distruggerò e cancellerò il loro nome sotto i cieli ...
(Deut 9, 14) questo dopo la fabbricazione del vitello d’oro. E poi, dopo
che il popolo si è rifiutato di entrare nella terra promessa per paura degli
autoctoni, Il Signore disse a Mosè: «Fino a quando mi disprezzerà
questo popolo?... Io lo colpirò con la peste e lo distruggerò, ...»(Num
14, 11­12). 

Alle parole seguirono i fatti, con un ampio dispiegamento di mezzi per
il genocidio di massa. 

Tramite il fuoco che distrusse una parte dell’accampamento (Num 11,
1), condannandoli a morire vagando nel deserto (Num 14, 27­35),
facendoli inghiottire dalla terra e precipitare agli inferi ancora vivi
(Num 16, 31­35),  tramite un flagello che uccise 14700 uomini nei
pochi minuti necessari a compiere un rito di espiazione (Num 17, 10­
14), facendoli mordere da serpenti velenosi (Num 21,6) e infine
appendendoli al palo (Num 25, 4). 

È evidente che si tratta di  sadiche torture ed efferati supplizi, al cui
confronto le camere a gas costituiscono niente più che una
misericordiosa forma di eutanasia!

L’intelligente lettore avrà già intuito quale possa essere stato il numero
rotondo, o, per così dire, «magico» delle vittime di questa persecuzione:
ma sì, non c’è dubbio, il numero è quello che caratterizza il nome della
bestia apocalittica, seguito da sei zeri! E la ragione di questo sterminio
industriale? Forse un tentativo di golpe, un complotto della plutocrazia
internazionale, un’insurrezione del ghetto?

Macché, il pretesto per un simile abnorme genocidio sarebbe stato il
banalissimo e innocuo fatto di aver mormorato, poco ci mancava che
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l’accusa fosse di aver respirato! Ecco l’irrazionale violenza contro
l’innocenza ebraica, ecco l’antisemitismo, Adonai è il male assoluto!

Avrei pregato il lettore di non far leggere quest’ultima parte a un ebreo,
perché potrebbe non capire l’ironia e approvare seriamente questa tesi.
Purtroppo la raccomandazione è inutile in quanto gli amici giudei ci
sono già arrivati da soli: lo dimostra il fatto che il 90% di loro o si
professa apertamente ateo o pratica l’ateismo.

Muove a sincera compassione pensare alla vita che condurranno i
bambini ebrei una volta educati e indottrinati nelle loro pestifere
credenze, dato che saranno sempre immersi nel sospetto e in una
paranoica ostilità verso il mondo intero. Infatti la religione olocaustica è
in definitiva una forma di psicopatologia, ma di quelle di fronte a cui lo
psichiatra è impotente. Perché in presenza di certe affezioni la
competenza del medico non serve a nulla e bisognerebbe far intervenire
quella dell’esorcista.

Nicolas Burbaki

1) L’abiura del Galilei è trascritta in italiano moderno da Angela
Cerinotti, mentre quella di David Cole è stata tradotta e pubblicata
dall’impeccabile e infaticabile Carlo Mattogno, a cui dobbiamo la
conoscenza dei documenti sul caso.
2) In realtà la fisica moderna ha dimostrato che neppure queste,
compreso il pendolo di Foucault, sono prove effettive del moto della
terra e il concetto stesso di moto non ha senso se non è relazionato a un
sistema di riferimento.
3) La frase è di Evelyn Beatrice Hall, una scrittrice britannica che ha
prodotto (sotto lo pseudonimo di S.G. Tallentyre) una biografia su
Voltaire, intitolata: «Gli amici di Voltaire». Non solo si tratta di una
grossolana stupidaggine (vorrei vedere uno di quelli che la pronunciano
offrire la vita, ad esempio, per coloro che sostengono che la terra è
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piatta, dato che  un club di sostenitori di tale idea era attivo fino al
2001) ma, oltretutto, non risponde minimamente alle attitudini di
Voltaire, il quale si esprimeva con virulenta intolleranza e con autentico
odio per chi la pensava diversamente da lui.

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