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ARRESTO, CONDANNA E PROCESSO A GIORDANO BRUNO

LE FASI PRINCIPALI, I CAPI D’ACCUSA E IL MEMORIALE DI DIFESA DEL FILOSOFO

L'arresto
Sembra che Giovanni Mocenigo non fosse soddisfatto degli insegnamenti di Bruno, forse perché pensava che
questi non volesse metterlo a parte delle sue conoscenze, come si dovrebbe dedurre dall'insistenza con la
quale cercò di trattenerlo, quando il filosofo gli comunicò la sua intenzione di partire per Francoforte e dalla
violenza che usò, la notte del 22 maggio 1592, facendolo rinchiudere dai suoi servitori in un solaio.
Il giorno dopo Mocenigo mise per iscritto una denuncia contro il Bruno che consegnò subito all'inquisitore di
Venezia Giovan Gabriele di Saluzzo; vi riportò accuse gravissime: Bruno avrebbe sostenuto «che è biastemia
grande quella de' cattolici il dire che il pane si transustantii in carne; che lui è nemico della messa; che niuna
religione gli piace; che Christo fu un tristo et che, se faceva opere triste di sedur popoli, poteva molto ben
predire di dover esser impicato; che non vi è distintione in Dio di persone, et che questo sarebbe imperfetion
in Dio; che il mondo è eterno, et che sono infiniti mondi, et che Dio ne fa infiniti continuamente, perché dice
che vuole quanto che può; che Christo faceva miracoli apparenti et che era un mago, et così gl'appostoli, et
che a lui daria l'animo di far tanto, et più di loro; che Chisto mostrò di morir mal volentieri, et che la fuggì
quanto che puoté; che non vi è punitione de' peccati, et che le anime create per opera della natura passano
d'un animal in un altro; et che come nascono gli animali brutti di corrutione, così nascono anco gli huomini,
quando doppo i diluvi ritornano a nasser. Ha mostrato dissegnar di voler farsi autore di nuova setta sotto
nome di nuova filosofia; ha detto che la Vergine non può haver parturito, et che la nostra fede catholica è
tutta di bestemie contro la maestà di Dio; che bisognarebbe levar la disputa e le entrate alli frati, perché
imbratano il mondo, che sono tutti asini, et che le nostre openioni sono dotrine d'asini; che non habbiamo
prova che la nostra fede meriti con Dio; et che il non far ad altri quello che non voressimo che fosse fatto a
noi basta per ben vivere; et che se n'aride di tutti gl'altri peccati; et che si meraviglia come Dio supporti tante
heresie di catholici. Dice di voler attendere all'arte divinatoria, et che si vuole far correre dietro tutto il
mondo; che san Tommaso et tutti li dottori non hanno saputo niente a par di lui, et che chiariria tutti i primi
theologhi del mondo, che non sapriano rispondere [...]».
La stessa sera del 23 maggio Giordano Bruno è prelevato dalle guardie dalla casa del Mocenigo e trasferito
nelle carceri del Sant'Uffizio di San Domenico di Castello. In questo carcere, non più esistente e che sorgeva
nell'attuale via Garibaldi, Bruno divide la cella con altri sette detenuti: è inevitabile che fra tanti si parli e ci
si confidi e di questo il Nolano farà presto amara esperienza.

Il processo veneziano
Le accuse
Dopo una seconda denuncia di Mocenigo, che non aggiunge nulla di nuovo alle accuse già formulate, e gli
interrogatori del capitano del Consiglio dei Dieci, Matteo d’Avanzo e dei librai Giovan Battista Ciotti e
Giacomo Brictano, il 26 maggio è la volta di Bruno, che racconta del litigio col Mocenigo e inizia a narrare
della sua vita, ricordando come fosse stato ordinato frate domenicano e anche di essere stato processato due
volte a Napoli dall'Ordine e di aver deposto l'abito; il 29 maggio Mocenigo presenta una terza denuncia, il
cui elemento nuovo è che a Bruno «piacevano assai le donne, et che non havea arivato ancora al numero di
quelle di Salamone; et che la Chiesa faceva un gran peccato nel far peccato con quello con che si serve così
bene alla natura».
Il 30 maggio, nel secondo "costituto", Bruno conclude la narrazione della sua vita, passata in gran parte in
Svizzera, Inghilterra e in Germania ove tace particolari compromettenti, come la sua conversione al
calvinismo; dopo le tre denunce e i due interrogatori, i capi di accusa a suo carico sono:
1 - avere opinioni contrarie alla fede cattolica
2 - avere opinioni eretiche sulla Trinità, la divinità e l'incarnazione di Cristo
3 - avere opinioni eretiche su Cristo
4 - avere opinioni eretiche sull'eucaristia e la messa
5 - credere nell'esistenza e nell'eternità di più mondi
6 - credere nella metempsicosi
7 - praticare la divinazione e la magia
8 - non credere nella verginità di Maria
9 - essere lussurioso
10 - vivere al modo degli eretici protestanti

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La difesa
Nel terzo costituto del 2 giugno, Bruno presenta la lista scritta di tutti le sue opere, difendendosi dalle diverse
accuse di eresia con il distinguere la sua attività intellettuale di filosofo, fondata dall'uso della ragione, dalle
opinioni che un cristiano deve tenere per fede: «La materia de tutti questi libri, parlando in generale, è
materia filosofica et, secondo l'intitulation de detti libri, diversa, come si può veder in essi: nelli quali tutti io
sempre ho diffinito filosoficamente et secondo li principii et lume naturale, non havendo riguardo principal a
quel che secondo la fede deve essere tenuto; et credo che in essi non si ritrova cosa per la quale possa esser
giudicato, che de professo più tosto voglia impugnar la religione che essaltar la filosofia, quantonque molte
cose impie fondate nel lume mio naturale possa haver esplicate».

Negato di aver direttamente mai insegnato contro la religione cattolica, ma semmai indirettamente, come
avviene insegnando di Aristotele e Platone, che non sono cristiani, riassume con particolare forza la propria
cosmologia, tratta dai suoi ultimi libri, De minimo, De monade, De immenso et innumerabilibus e De
compositione imaginum: «Et in questi libri particularmente si può veder l'intention mia et quel che ho tenuto;
la qual, in somma, è ch'io tengo un infinito universo, cioè effetto della infinita divina potentia, perché io
stimavo cosa indegna della divina bontà et potentia che, possendo produr, oltra questo mondo un altro et altri
infiniti, producesse un mondo finito. Sì che io ho dechiarato infiniti mondi particulari simili a questo della
terra, la quale con Pittagora intendo un astro, simile alla quale è la luna, altri pianeti et altre stelle, le qual
sono infinite; et che tutti questi corpi sono mondi et senza numero, li quali constituiscono poi la università
infinita in uno spatio infinito; et questo se chiama universo infinito, nel qual sono mondi innumerabili [...]»

«Di più, in questo universo metto una providenza universal, in virtù della quale ogni cosa vive, vegeta et si
move et sta nella sua perfettione; et la intendo in due maniere, l'una, nel modo con cui presente è l'anima nel
corpo, tutta in tutto et tutta in qual si voglia parte, et questo chiamo natura, ombra e vestigio della divinità;
l'altra, nel modo ineffabile col qual Iddio per essentia, presentia et potentia è in tutto e sopra tutto, non come
parte, non come anima, ma in modo inesplicabile [...]»
«Quanto poi a quel che appartiene alla fede, non parlando filosoficamente, per venir all'individuo circa le
divine persone, quella sapienza et quel figlio della mente, chiamato da' filosofi intelletto e da' theologi
Verbo, il qual se deve credere haver preso carne humana, io stando nelli termini della filosofia non l'ho
inteso, ma dubitato et con incostante fede tenuto; non già che mi riccordi de haverne mostrato segno in
scritto né in ditto [...] Così quanto al Spirito divino per una terza persona, non ho possuto capire secondo il
modo che si deve credere; ma secondo il modo pittagorico, conforme a quel modo che mostra Salomone, ho
inteso come anima dell'universo, overo assistente all'universo [...]»

«Da questo spirito poi, che è detto vita dell'universo, intendo nella mia filosofia provenire la vita et l'anima a
ciascuna cosa che have anima et vita, la qual però intendo essere immortale; come anco alli corpi. Quanto
alla loro substantia, tutti sono immortali, non essendo altro morte che divisione et congregatione [...]».

Dopo una pausa, è ancora interrogato: sul problema della Trinità, sostiene di credere in un Dio distinto in
Padre, Figlio e Spirito Santo, ma ammette di non aver potuto capire come essi «possano sortir nome di
persone; poiché non mi pareva che questo nome di persona convenisse alla divinità, confortandomi a questo
le parole di san Agustino». Anche i suoi dubbi sull'incarnazione di Cristo vengono spiegati attraverso
deduzioni filosofiche, «perché tra la substantia infinita et divina, et finita et humana, non è proportione
alcuna com'è tra l'anima e il corpo». Nega recisamente di aver dubitato dei miracoli, di aver disprezzato
Cristo, gli apostoli, la fede cattolica e i suoi teologi, sostiene di credere nella necessità delle buone opere per
ottenere la salvezza, nella transustanziazione e nella bontà della confessione e della messa, anche se ammette
di non praticarle da sedici anni, a motivo del suo abbandono dell'abito religioso. Riconosce di aver
considerato, per leggerezza e in occasione di discorsi oziosi, veniali i peccati della carne e ammette di aver
letto, per sola curiosità, libri di Melantone, di Lutero e di Calvino ma dichiara di disprezzare «li sopradetti
heretici et dottrine loro, perché non meritano nome di theologi ma de pedanti».

Sulla questione dell'immortalità delle anime e della loro possibile migrazione da un corpo all'altro, risponde
di ritenere che «l'anime siano immortali et che siano substantie subsistente, cioè anime intellettive, et che,
catholicamente parlando, non passino da un corpo all'altro, ma vadino o in paradiso o in purgatorio o in
inferno; ma ho ben raggionato, et seguendo le raggion filosofiche, che, essendo l'anima subsistente senza il
corpo et inexistente nel corpo, possa col medemo modo che è in un corpo essere in un altro, et passar de un
corpo in un altro: il che, se non è vero, par almeno verisimile l'opinione di Pitagora».
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Il re di Francia Enrico IV il giorno dopo, 3 giugno, ammise di aver trascurato i digiuni, risiedendo in paesi di
eretici, solo per non «disgustarli», come di aver ascoltato le loro prediche solo per curiosità, ma di non aver
mai celebrato la loro eucaristia. Ammise anche di aver lodato la regina Elisabetta, chiamandola «diva», nel
suo libro De la causa, principio et uno, non perché eretica ma per puro vezzo letterario. Negò di aver mai
conosciuto Enrico di Navarra né di averlo mai lodato se non per ottenerne favori che gli dessero possibilità di
lavoro, com'era avvenuto con il precedente regnante. Negò anche di aver mai praticato arti magiche e
nemmeno di possedere libri di tal genere, che dichiarò di disprezzare, soltanto, avrebbe voluto studiare
l'«astrologia giudiziaria», ma di non averne avuto mai il tempo. A questo proposito, il giorno dopo Bruno
precisò di aver «fatto trascrivere a Padoa un libro De sigillis Hermetis et Ptolomei et altri, nel quale non so
se, oltre la divinatione naturale, vi sia alcun'altra cosa dannata; et io l'ho fatto trascrivere per servirmene nella
giuditiaria; ma ancor non l'ho letto, et ho procurato d'haverlo, perché Alberto Magno nel suo libro De
mineralibus ne fa mentione, et lo loda nel loco dove tratta De imaginibus lapidum».

Il processo sembra essere giunto a un punto morto: i giudici sanno del passato eretico di Bruno e non
sembrano convinti della sua sincerità, ma non hanno elementi concreti e sufficienti per giungere a una
condanna: il 23 giugno il nobile Andrea Morosini, storico veneziano, che frequentò il filosofo nolano,
testimonia che il Bruno mai insegnò dottrine eretiche. Nel settimo e ultimo costituto, il 30 luglio 1592, gli
chiedono di «espurgar» la coscienza, dal momento che «l'apostasia de tanti anni» lo rende «molto suspetto
della santa fede». Bruno risponde che di aver confessato «li errori miei prontamente, et son qui nelle mani
delle Signorie Vostre illustrissime per ricever remedio alla mia salute; del pentimento de' miei mesfatti non
potrei dir quanto è, ne esprimere efficacemente, come desiderarei, l'animo mio».
Poi s'inginocchia: «Domando humilmente perdono al Signor Dio et alle Signorie Vostre
illustrissime de tutti gli errori da me commessi; et son qui pronto per essequire quanto dalla loro
prudentia sarà deliberato et si giudicarà espediente all'anima mia [...] et se dalla misericordia d'Iddio
et delle Signorie Vostre illustrissime mi sarà concessa la vita, prometto far riforma notabile della
mia vita, ché ricompenserò il scandalo che ho dato con altrettanta edificatione».
Il processo, per l'Inquisizione veneziana, sembra finito per il meglio, ma per quella romana doveva
ancora cominciare.

L'estradizione a Roma
Copia degli atti del processo vengono inviati al Tribunale di Roma, come previsto da un decreto del
Sant'Uffizio del 18 settembre 1581, e l'inquisitore romano, il cardinale di Santa Severina Giulio Antonio
Santorio, chiede formalmente l'estradizione di Giordano Bruno a Roma. La richiesta è respinta dal Senato
veneziano il 3 ottobre ma l'insistenza romana, l'intervento del nunzio pontificio Ludovico Taverna, il fatto
che Bruno non sia cittadino veneziano e infine la relazione, favorevole all'estradizione, del procuratore
Federico Contarini, incaricato dal Collegio di Venezia di valutare il caso, inducono il Senato a concederla il
7 gennaio 1593.
Bruno era il secondo cittadino di Nola ad essere consegnato dal Senato veneziano all'Inquisizione di Roma:
nel 1555 fu consegnato il luterano Pomponio de Algerio, che fu bruciato vivo in una caldaia di olio, di pece e
di trementina il 19 agosto 1556 in piazza Navona.
Il 19 febbraio una nave sbarca Bruno ad Ancona, in territorio pontificio, e di qui è tradotto a Roma dove il 27
febbraio è incarcerato nel palazzo del Sant'Uffizio. Al 1610 risale una descrizione delle carceri del Palazzo
del Sant'Uffizio, nella quale è scritto che «sono le carceri strettissime per i miseri colpevoli di lesa maestà
divina, alle quali sono addetti altri ministri [...] chiudendoli separati l'un dall'altro, in alcune piccole e
strettisime celle, dalle quali non possono veder altro che aria attraverso finestrelle così basse, che non si
possa più, come una volta, parlar loro di lontano».

Una nuova denuncia


Giordano Bruno aveva avuto compagni di cella a Venezia, almeno dal settembre 1592, il frate cappuccino
Celestino da Verona, il carmelitano fra' Giulio da Salò, il falegname napoletano Francesco Vaia, un
insegnante di Udine, Francesco Graziano, e un certo Matteo de Silvestris, di Orio. Fra' Celestino, già
processato per eresia a Roma dall'Inquisizione, aveva abiurato il 17 febbraio 1587; nuovamente incarcerato a
Venezia nel settembre 1592, fu rilasciato l'anno dopo. Era probabilmente uno squilibrato: confinato a San
Severino, nelle Marche, nel 1599 si autodenunciò all'Inquisizione di Venezia e di Roma, di accuse ritenute
talmente gravi, che su di esse fu mantenuto il segreto più assoluto e altrettanto segretamente fu pronunciata

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la sentenza di morte, finché, quasi nascostamente, di notte, fu bruciato in Campo dei Fiori il 16 settembre
1599, esattamente cinque mesi prima di Giordano Bruno e nello stesso luogo.
Si pensa che egli abbia denunciato il filosofo nolano perché ritenne che questi, durante gli interrogatori, lo
avesse denunciato di chissà quali colpe. Sta di fatto che egli, alla fine del 1593, presentò denuncia
all'Inquisizione veneziana, elencando una serie di gravissime accuse contro il Bruno.

«1. Che Cristo peccò mortalmente quando fece l'orazione nell'orto recusando la volontà del Padre [...].
2. Che Cristo non fu posto in croce, ma fu impiccato sopra dui legni [...].
3. Che Cristo è un cane becco fottuto can: diceva che chi governava questo mondo era un traditore, perché
non lo sapeva governar bene, ed alzando la mano faceva le fiche al cielo.
4. Non ci è Inferno, e nissuno è dannato di pena eterna, ma che con tempo ognuno si salva [...].
5. Che si trovano più mondi, che tutte le stelle sono mondi, ed il credere che sia solo questo mondo è
grandissima ignoranza.
6. Che, morti i corpi, l'anime vanno trasmigrando d'un mondo nell'altro, dei più mondi, e d'un corpo
nell'altro.
7. Che Mosè fu mago astutissimo e, per essere nell'arte magica peritissimo, facilmente vinse i maghi di
Faraone; e ch'egli finse aver parlato con Dio nel monte Sinai, e che la legge da lui data al popolo Ebreo era
da esso imaginata e finta.
8. Che tutti i Profeti sono stati uomini astuti, finti e bugiardi [...].
9. Che il raccomandarsi ai Santi è cosa redicolosa e da non farsi.
10. Che Cain fu uomo da bene, e che meritamente uccise Abel suo fratello, perché era un tristo e carnefice
d'animali.
11. Che, se sarà forzato tornar frate di S. Domenico, vuol mandar in aria il monasterio dove si troverà e, ciò
fatto, subito vuol tornare in Alemagna o in Inghilterra tra eretici per più comodamente vivere a suo modo ed
ivi piantare le sue nuove ed infinite eresie [...].
12. Quel c'ha fatto il breviario, ovvero ordinato, è un brutto cane, becco fottuto, svergognato, e ch'il breviario
è come un leuto scordato [...] dovrebbe esser abbrugiato.
13. Che quello che crede la Chiesa, niente si può provare».
L'Inquisizione veneziana effettuò i riscontri della denuncia di fra' Celestino con le testimonianze degli altri
compagni di carcere di Bruno, i quali non confermano tutte le accuse del cappuccino; il Graziano, tuttavia,
aggiunse un nuovo elemento di accusa, dichiarando che Bruno «non haveva alcuna divotione alle reliquie de'
santi, perché si poteva pigliare un braccio di un impiccato fingendo che fosse di santo Hermaiora, e che se le
reliquie, che buttò per il fiume e per il mare il re d'Inghilterra fossero state vere havriano fatto miracoli, et in
questo proposito ragionava burlando» e che «biasimava l'imagini e diceva ch'era un'idolatria, e se ne burlava
con certi gesti brutti e profani».
Esaurite le deposizioni, da Venezia la documentazione fu inviata al Tribunale di Roma: oltre ai dieci capi di
imputazione già accertati, risultavano ora altri dodici:
11 - opinioni eretiche su Cristo
12 - opinioni eretiche sull'inferno
13 - opinioni eretiche su Caino e Abele
14 - opinioni eretiche su Mosè
15 - opinioni eretiche sui profeti
16 - negazione dei dogmi della Chiesa
17 - riprovazione del culto dei santi
18 - disprezzo del breviario
19 - blasfemia
20 - intenzioni sovversive contro l'Ordine domenicano
21 - disprezzo delle reliquie dei santi
22 - negazione del culto delle immagini

L'ultima difesa
Alle vecchie e nuove accuse Bruno, dopo aver ammesso di aver qualche volta bestemmiato e aver negato
gran parte delle accuse, oppose una serie di precisazioni: non sostenne mai che Cristo fosse stato impiccato,
ma di aver discusso della forma della croce cui fu crocefisso; che delle arti magiche di Mosè parlano anche le
Scritture; che quello del verso dell'Ariosto era stato un episodio scherzoso di quando era ancora novizio nel
convento di Napoli. Scherzosi erano stati gli apprezzamenti su Caino ed Abele dal momento che se questi

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«amazzando gli animali era tristo, l'altro che aveva animo d'amazzar il fratello non poteva esser se non
preggio»; sul problema della metempsicosi precisò di aver sostenuto filosoficamente che l'anima, in quanto
immortale, e dunque puro spirito vivente senza un corpo materiale, avrebbe la possibilità, puramente teorica,
di penetrare in un qualsiasi corpo.
Interrogato ancora sulla pluralità dei mondi, ribadì che a sua opinione «il mondo e li mondi e l'università di
quelli esser generabili e corruttibili, e questo mondo, cioè il globo terrestre, haver havuto principio e poter
haver fine; similmente le altre stelle, che sono mondi come questo è mondo o alquanto megliori, o anco
alquanto peggiori per possibile, e sono stelle come questa è stella; tutti sono generabili e corruttibili come
animali composti di contrarii principi, e così l'intendo in universale, et in particolare creature, e che secondo
tutto l'essere dependono da Dio [...] in ciascun mondo dico che necessariamente vi sono li quattro elementi
come nella terra [...] quanto agl'huomini, idest creature rationali [...] è da credere che vi siano animali
rationali. Quanto poi alla conditione del loro corpo, se è corruttibile come il nostro o no, questo non si
conclude per scientia, ma è cosa creduta da Rabini et altri santi nel Testamento nuovo che siano animali per
gratia di Dio immortali [...] e san Tomasso dice non esser cosa che faccia scrupolo in fede se gli angeli sono
corporei o non, la quale autorità stante, credo mi sia lecito opinare che in quei mondi siano animali rationali
et viventi et immortali, quali per consequenza si chiamano più tosto angeli che huomeni e si diffiniscono con
li platonici tanto filosofi, quanto christiani teologi nutriti ne la disciplina platonica, animali rationali
immortali».

Alla fine del 1594 gli inquisitori concludono la raccolta delle testimonianze e passano gli atti al collegio dei
cardinali incaricati di emettere la sentenza. Questi non ritengono però sufficienti gli elementi raccolti,
ritenendo di dover esaminare le opere pubblicate da Bruno per penetrare al meglio le sue concezioni.
Relativamente pochi sono i libri del Nolano in possesso del Sant'Uffizio, il Cantus Circaeus, il De minimo, il
De monade e il De la causa, principio et uno: il papa stesso ordinò di reperire altri libri di Bruno - fu
controllata infine anche la Cena delle Ceneri - e in attesa che una commissione di teologi si pronunci sul loro
contenuto, la sentanza viene rinviata sine die.

Le censure
Finalmente, dopo più di due anni, il 24 marzo 1597, davanti alla Congregazione dei cardinali Giulio Antonio
Santorio, Pedro de Deza Manuel, Domenico Pinelli, Girolamo Bernerio, Paolo Emilio Sfondrati, Camillo
Borghese e Pompeo Arrigoni, oltre ad altri commissari, fra i quali il Bellarmino, che sarà nominato cardinale
due anni dopo, il Bruno viene interrogato sotto tortura, al termine del quali gli furono consegnate le censure,
le contestazioni scritte alle sue opinioni considerate erronee. Gli atti del processo romano sono andati
perduti, ma ne resta un Sommario, fatto allora per semplificare agli inquisitori l'esame della complessa mole
dei documenti.

La prima censura riguarda la generazione delle cose e i due principi dell’esistenza, l’anima del mondo e la
materia prima, individuate nel De causa, principio et uno. Bruno risponde che sono principi eterni a parte
post, cioè creati da Dio;

La seconda proposizione censurata è l’affermazione secondo la quale a una causa infinita corrisponde un
effetto infinito, che Bruno conferma;

La terza censura riguarda il problema della creazione dell'anima umana: nelle opere bruniane ogni anima
individuale si discioglie nell' anima del mondo, ma di fronte all’Inquisizione Bruno – certamente contro la
sua intima convinzione - preferisce ammettere un’eccezione per l’anima umana «perché la particolarità del
suo essere, che riceve nel corpo, lo ritiene doppo la separatione, a differenza dell’anime de’ bruti, le quali
ritornano nell’università del spirito»;

La quarta censura riguarda il principio secondo cui nulla si genera e nulla si corrompe secondo la sostanza,
giustificato dal motto biblico «Nihil sub sole novum»: Bruno risponde ripetendo le considerazioni svolte nel
suo De la causa, che il genere e la specie delle cose, ossia l’aria, l’acqua, la terra e la luce «non possono
essere altro che quel che sono, né alla loro grandezza o sostanza s’aggionge mai o mancarà ponto alcuno, e
solamente accade separatione e congiuntione, o composizione, o divisione, o translatione da questo luogo a
quell’altro»;

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La quinta censura riguarda il moto della terra e l’adesione di Bruno alla teoria copernicana, contraddicendo
le Scritture, che affermano che «la Terra sta in eterno» e «il Sole nasce e tramonta». Il Bruno risponde che il
modo e la causa del movimento terrestre sono state da lui dimostrate con «raggioni et autorità, le quali sono
certe e non pregiudicano all’autorità della divina scrittura, come ognuno ch’ha buona intelligenza dell’una e
dell’altra sarà sforzato anco al fine di ammettere e concedere». Quanto allo stare della Terra, nella Bibbia è
riferito al suo esistere nel tempo, non già nel suo essere immobile nel luogo e che il nascere e il tramontare
del sole è solo apparente, essendo dovuto alla rotazione terrestre. Quanto all’autorità dei Padri della Chiesa,
pur essendo «santi, buoni ed esemplari», essi «sono meno de’ filosofi prattichi e meno attenti alle cose della
natura»;

La sesta censura riguarda la definizione, data nella Cena delle ceneri, degli astri come angeli, corpi animati
razionali, che lodano Dio e annunciano la sua potenza e grandezza: il Sommario del processo, della risposta
del Bruno, riporta soltanto che intendeva dire che gli astri sono annunciatori e interpreti della voce divina e
della natura, in questo senso sono angeli sensibili e visibili, diversa cosa dagli altri angeli invisibili;
la settima censura riguarda l'attribuzione alla Terra di un'anima sensitiva e razionale. Secondo Bruno, Dio
attribuisce realmente un’anima alla Terra, essendo scritto nel Genesi (I, 24) «Producat terra animam
viventem», dal momento che la terra, come costituisce gli animali secondo il corpo, così anima ciascun
soggetto con il suo proprio spirito. La razionalità, intrinseca e propria, più che data dall’esterno della Terra,
si ricava dalle leggi del suo moto e, come ammettiamo razionalità nell’uomo e anche in esseri a lui inferiori,
«molto più degnamente deve trovarsi nella Madre, e non attribuirli un esteriore trudente, spingente, rotante,
saepe idem inculcando»;

L'ottava censura è nell'affermazione, fatta nel De la causa, che l'anima sta nel corpo come un nocchiero nella
nave, in contrasto con la definizione dogmatica, risalente al concilio di Vienne del 1312, secondo la quale
l’anima razionale e intellettiva è forma del corpo umano per sé ed essenzialmente. Bruno risponde che quella
è la definizione di Aristotele ma in nessun luogo delle Scritture l’anima è chiamata forma del corpo, bensì è
intesa come uno spirito che è nel corpo come abitante nella sua casa, come uomo interiore nell’uomo
esteriore, come prigioniera in un carcere, come l’uomo nei suoi vestiti e in altri mille modi.
Si noti come l'Inquisizione abbia trascurato le accuse, più plateali e perfino pittoresche, come quelle
eterodosse sui personaggi biblici o sulla blasfemia del Bruno, per concentrarsi sugli elementi fondanti della
sua filosofia, nella quale, trasformandosi ogni sostanza - anche l'anima - nell'infinito universo materiale,
viene messa in discussione la necessità e il senso dell'esistenza della stessa Chiesa.

L'intimazione all'abiura
Dopo un nuovo lungo rinvio del processo, dovuto alla lontananza da Roma di Clemente VIII, dal 13 aprile
al 19 dicembre 1598, il 18 gennaio 1599 la Congregazione intimò a Bruno di abiurare le otto proposizioni
entro il termine di sei giorni; il 25 gennaio Bruno presentò uno scritto dichiarando di essere disposto
all'abiura, purché si affermasse che tali proposizioni erano dalla Chiesa considerate eretiche soltanto ora, ex
nunc, richiesta che - se poteva essere legittima per quanto atteneva alle proposizioni sull'infinità dell'universo
e sul movimento della Terra - palesemente non poteva essere accolta per i temi riguardanti la concezione
della Trinità, dell'incarnazione e dell'anima. Il 15 febbraio gli fu pertanto rinnovata la richiesta di abiura, alla
quale Bruno rispose di «riconoscere dette otto propositioni per heretiche et essere pronto per detestarle et
abiurarle in loco et tempo che piacerà al Santo Offitio», e il giorno seguente presentò un memoriale di cui
non si conosce il contenuto.
Il 5 aprile Bruno presentò un nuovo scritto sulle otto proposizioni contestate, sul cui contenuto il Bellarmino
si pronunciò il 24 agosto di fronte alla Congregazione, rilevando in esso un'effettiva volontà di ritrattazione,
tranne che sulla questione del rapporto fra anima e corpo. Il 9 settembre la Congregazione si dichiara
favorevole a ricevere l'abiura degli articoli sui quali Bruno aveva manifestata piena confessione, riservandosi
di decidere l'applicazione della tortura per ottenere una piena confessione su altri punti contestati. Questi
ultimi riguardano il suo rifiuto della Trinità, i suoi dubbi sull'incarnazione, la stessa umanizzazione di Cristo
e l'identificazione dello Spirito Santo con l'anima del mondo, elemento essenziale del sistema filosofico di
Giordano Bruno, incentrato nell'animazione universale che produce un'eterna e infinita creazione, nella quale
rientra la concezione, incompatibile con la dottrina cristiana, dell'impossibilità dell'eternità delle anime
individuali.

«L'applicazione della tortura aveva effetto discriminante: se il suppliziato cedeva, diveniva senz'altro
confesso; se reggeva con inflessibile animo, conseguiva una dimostrazione formale di innocenza, purgava
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cioè gli indizi, cancellando col proprio arduo e sofferto diniego la taccia infertagli dai dubbi testimoni. Non
uno dei sei consultori [i consulenti dei giudici inquisitori] si mostrò contrario alla tortura».
Il 10 settembre Bruno è interrogato e si dichiara pronto ad abiurare ma il 16 settembre la Congregazione
legge un suo memoriale - del quale non si conosce l'esatto contenuto - inviato al papa, in cui il filosofo
rimettere in discussione tutte le proposizioni contestate. Gli venne allora intimata nuovamente l'abiura da
formalizzare entro quaranta giorni, non essendo pervenuta la quale, il 17 novembre la Congregazione
stabilisce di concludere il processo.
In attesa della sentenza Bruno, visitato in carcere il 21 dicembre e nuovamente invitato ad abiurare, risponde
di non avere nulla da abiurare. Il decreto della Congregazione, riunita, presente il papa, il 20 gennaio 1600,
riferisce dell'estremo tentativo di ottenere la ritrattazione operato dal generale domenicano Ippolito Maria
Beccaria e dal vicario Paolo Isaresi, ai quali Bruno rispose «di non aver mai scritto o pronunciato
proposizioni eretiche, che ma che gli erano state malamente estratte e opposte dai ministri del Sant'Uffizio.
Perciò era pronto a dar ragione di ogni suo scritto e parola, difendondoli contro qualunque teologo; ai quali
teologici non voleva sottomettersi ma soltanto alle determinazioni della santa Sede apostolica, se ve
n'erano, nei suoi scritti o parole, o ai sacri canoni, se si trovassero in essi affermazioni contrarie ai suoi scritti
e parole». Un ultimo scritto del Bruno, indirizzato al papa, fu aperto ma non fu letto.
Clemente VIII stabilì che si procedesse nella causa, pronunciando la sentenza e consegnando l'imputato al
braccio secolare.

La sentenza di condanna
Non si possiede più l’originale della sentenza, ma una copia parziale destinata al Governatore di Roma.
Nella casa del cardinale Ludovico Madruzzo, adiacente la chiesa di Sant'Agnese, in piazza Navona, i
cardinali inquisitori Madruzzo, Santorio, Dezza, Pinelli, Berberi; Sfondrati, Sasso, Borghese, Arrigoni e
Bellarmino sentenziarono:
«Essendo tu, fra Giordano [...] che tu avevi detto ch’era biastiema grande il dire che il pane si transustantii in
carne etc et infra.
Le quali proposizioni ti furno presentate alli XVIII de gennaro MDXCIX nella congregatione de’ signori
Prelati fatta nel Santo Offitio et assegnatoti il termine di sei giorni a deliberare et poi rispondere se volevi
abiurare le dette proposizioni o no; et poi alli XXV dell’istesso mese [...] rispondesti che [...] eri disposto a
revocarle; et poi immediatamente presentasti una scrittura indrizzata a Sua Santità et a noi [...] et
successivamente, alli quattro del mese di febraro MDXCIX, fu ordinato che nuovamente ti proponessero le
dette otto proposizioni, come in effetto ti furno proposte alli XV di detto mese [...] et dicesti all’hora di
riconoscere dette otto proposizioni per eretiche et essere pronto per detestarle et abiurarle [...] ma poi, avendo
tu dato altre scritture nell’atti del Santo Officio et dirette alla Santità di Nostro Signore et a Noi, dalle quali
apparisce manifestamente che tu perseveravi pertinacemente negli suddetti tuoi errori.
Et essendosi avuto notitia che nel Santo Offitio di Vercelli eri stato denunziato, che mentre tu eri in
Inghilterra eri tenuto per ateista et che avevi composto un libro di Trionfante bestia, ti fu alli diece del mese
di settembre MDXCIX prefisso il termine di XL giorni a pentirti [...] non dimeno hai sempre perseverato
pertinacemente et ostinatamente [...] siamo venuti all’infrascritta sententia.
[...] Proferimo in questi scritti, dicemo, pronuntiamo, sentenziamo et dichiariamo te, fra Giordano Bruno
predetto, essere eretico impenitente et ostinato [...] et come tale te degradiamo verbalmente et dechiariamo
dover essere degradato, sì come ordiniamo et comandiamo che sii attualmente degradato da tutti gl’ordini
ecclesiastici maggiori et minori [...] et dover essere scacciato, sì come ti scacciamo, dal foro nostro
ecclesiastico et dalla nostra santa et immacolata Chiesa, della cui misericordia ti sei reso indegno; et dover
esser rilasciato alla Corte secolare, sì come ti rilasciamo alla Corte di voi monsignor Governatore di Roma
qui presente, per punirti delle debite pene, pregandolo però efficacemente che voglia mitigare il rigore delle
leggi circa la pena della tua persona, che sia senza pericolo di morte o mutilatione di membro.
Di più, condanniamo, riprobamo et prohibemo tutti li sopradetti et altri tuoi libri et scritti come eretici et
erronei et continenti molte eresie et errori, ordinando che tutti quelli che sin’hora si son havuti, et per
l’avenire verranno in mano del Santo Offitio siano pubblicamente guasti et abbrugiati nella piazza di San
Pietro, avanti le scale, et come tali che siano posti nell’Indice de’ libri prohibiti, sì come ordiniamo che si
facci [...]
Finita di leggere la sentenza, scrive lo Schoppe, Bruno, rivolto ai suoi giudici, disse in tono minaccioso:
«Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla».
Al Governatore di Roma, il milanese monsignor Ferrante Taverna, che sarà nominato cardinale da Clemente
VIII, fu dunque affidato il condannato a morte Giordano Bruno, perché se ne prendesse cura, evitandogli
ogni «pericolo di morte o mutilazione di membro». Così, lo fece custodire nelle famigerate carceri di Tor di
Nona.
7
Il rogo
Le carceri di Tor di Nona, situate alla sinistra del Tevere, di fronte a Castel Sant'Angelo, erano costituite
dalla medievale torre Orsini e dagli edifici che vi si raggruppavano intorno. Furono trasformate cinquant'anni
dopo in teatro dopo la costruzione delle "Carceri nuove" nella vicina via Giulia e il teatro fu a sua volta
demolito alla fine dell'Ottocento per far posto ai muraglioni che fiancheggiano il fiume. Chiamate "la
prigione del papa", la maggior parte dei reclusi veniva poi giustiziata nella vicina piazzetta che si apriva
davanti al ponte Sant'Angelo; altri luoghi di supplizio erano piazza Navona e Campo de' Fiori.
Il 20 gennaio 1600 (anno di Giubileo eccezionale), il Papa Clemente VIII decise di consegnare Bruno al
braccio secolare. L'8 febbraio, nel palazzo del Cardinale Madruzzi lo si degrada da sacerdote e gli si
comunica la condanna.

Il 12 febbraio 1600, L' Avviso di Roma riportava quanto segue :

DI ROMA, LI 12 FEBBRAIO 1600 SABBATO

« Hoggi credevamo vedere una solennissima giustitia, et non si sa perché si sia restata, et era di un
domenichino di Nola, heretico ostinatissimo, che mercoledì, in casa del cardinale Madrucci sententiarono
come auttor di diverse enormi opinioni, nelle quali restò ostinatissimo, et ci sta tuttora, non ostante che ogni
giorno vadano teologhi da lui. Questi frati dicono sia stato due anni in Genevra; poi passò a legere nello
Studio di Tolosa, et poi in Lione, et di là in Inghilterra, dove dicono non piacessono punto le sue opinioni; et
però se ne passò in Norimbergh, et di là venendosene in Italia, fu acchiappato; et dicono in Germania habbia
più volte disputato col cardinal Bellarmino. Et in somma il meschio, s'iddio non l'aiuta, vuol morir ostinato et
essere abbruggiato vivo».
Vi fu un rinvio di quattro giorni. Il giornale dell’Arciconfraternita di San Giovanni Decollato, chiamata a
prelevare dal carcere di Tor di Nona i condannati per accompagnarli al rogo, registra il 17 febbraio che
Bruno «esortato da' nostri fratelli con ogni carità, e fatti chiamare due Padri di san Domenico, due del Giesù,
due della Chiesa Nuova e uno di san Girolamo, i quali con ogni affetto et con molta dottrina mostrandoli
l'error suo, finalmente stette senpre nella sua maladetta ostinatione, aggirandosi il cervello e l’intelletto con
mille errori e vanità. E tanto perseverò nella sua ostinatione, che da’ ministri di giustitia fu condotto in
Campo di Fiori, e quivi spogliato nudo e legato a un palo fu brusciato vivo, aconpagniato sempre dalla nostra
Compagnia cantando le letanie, e li confortatori sino a l’ultimo punto confortandolo a lasciar la sua
ostinatione, con la quale finalmente finì la sua misera et infelice vita».
Kaspar Schoppe che, oltre a esser stato presente alla lettura della sentenza, assistette anche al rogo, aggiunge
che il supplizio fu allestito di fronte al Teatro di Pompeo - dunque non al centro della piazza, dove ora sorge
il monumento al filosofo - e che «mentre veniva condotto al rogo e gli si mostrava, in punto di morte,
l'immagine del Salvatore crocefisso, torvo in volto la respinse con disprezzo; e così arrostito miseramente
morì, andando ad annunciare, io penso, a quegli altri mondi da lui immaginati, in che modo gli uomini
blasfemi ed empi sogliono essere trattati dai Romani».
Anche l' Avviso di Roma ne diede notizia il 19 febbraio: «Giovedi mattina in Campo di Fiore fu abbruggiato
vivo quello scelerato frate domenichino de Nola, di che si scrisse con le passate: heretico ostinatissimo, et
havendo di suo capriccio formati diversi dogmi contro nostra fede, et in particolare contro la Santissima
Vergine et Santi, volse ostinatamente morir in quelli lo scelerato; et diceva che moriva martire e volentieri, et
che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso. Ma hora egli se ne avede se diceva la
verità».

L'anonimo cronista, oltre a non essere ben informato sul processo, non aveva evidentemente mai
letto nulla di Giordano Bruno.

APPENDICE
Riportiamo alcuni atti della prima fase del processo a Giordano Bruno, svoltosi a Venezia. In queste
poche pagine riemerge il problema del rapporto fra il cristianesimo, con tutto il suo apparato
dogmatico, e la filosofia. Nello stesso tempo il fatto che la Chiesa cattolica si fosse data in quel
periodo un suo sistema di controllo delle idee (l’Inquisizione, l’Indice dei libri proibiti, ecc.) mette
in evidenza il rapporto fra sistemi repressivi e libertà di coscienza.

8
Documenti veneti del processo a G. Bruno

Ho detto, che me volevo presentar alli piedi de Sua Beatitudine con alcune mie opere approbate,
avendone alcune altre che non approbo [...], perché in esse ho parlato e discorso troppo
filosoficamente, disonestamente e non troppo da buon cristiano [...], fondando la mia dottrina sopra
il senso e la raggione e non sopra la fede.
La materia de tutti questi libri [...] è materia filosofica; [...] nelli quali tutti io ho diffinito
filosoficamente e secondo li principii e lume naturale, non avendo riguardo principal a quel che
secondo la fede deve essere tenuto; e credo che in essi non si ritrova cosa per la quale possa esser
giudicato, che de professo piú tosto voglia impugnar la religione che essaltar la filosofia,
quantonque molte cose impie fondato nel lume mio naturale possa aver esplicato.
Di piú in questo universo metto una provvidenza universale [...] e la intendo in due maniere: l’una
nel modo in cui presente è l’anima nel corpo... e questo chiamo natura; [...] l’altra nel modo
ineffabile col quale Iddio per essentia [...] è in tutto, non come parte, non come anima, ma in modo
inesplicabile.
Interrogatus: Se esso constituito in effetto ha tenuto, tiene e crede la Trinità, Padre Figliuolo e
Spirito Santo in una essentia ma distinti però personalmente secondo che viene insegnato dalla
catholica Chiesa. R. Parlando christianamente e secondo la theologia e che ogni fedel christiano e
catholico deve creder ho in effetto dubitato circa il nome di persona del Figliuolo e dello Spirito
Santo non intendendo queste due persone distinte dal Padre se non nella maniera che ho detto de
sopra parlando filosoficamente e assignando lo intelletto del Padre per il Figliuolo, et l’amore per il
Spirito Santo senza conoscer questo nome Persona che appresso S. Augustino è dichiarato nome
non antico, ma novo, et de suo tempo e questa opinione l’ho tenuta da disdotto anni della mia età
sino adesso, ma in effetto non ho mai però negato, né insegnato, né scritto, ma sol dubitato tra me
come ho detto.
Nelle mie opere si trovaranno scritte molte cose, quali saranno contrarie alla Fede Cattolica, e che
parimenti ne i raggionamenti avrò dette cose ch’avranno potuto portare scandalo, ma però io non ho
detto, né scritto queste cose ex professo, né per impugnar direttamente la fede cattolica, ma
fondandomi solamente nelle raggioni filosofiche.
Il praticar che ho fatto con heretici leggendo, raggionando, e disputando sempre ho trattato di
materie filosofiche, né mai ho comportato che da loro me sia trattato da altro, anzi che per questo
sono stato ben visto da calvinisti, da lutherani, e da altri heretici perché me tenevano da filosofo e
vedevano che non impacciava, né me intrometteva nelle loro opinioni, anzi che da loro era tenuto
piú tosto de nessuna religione piutostoché io credesse quanto tenevano loro, il che concludevano,
perché sapevano che io ero stato in diverse parti senza haver communicato, né accettato la religione
di alcuno di loro.
Io ho tenuto e tengo che l’anime sieno immortali, e che sieno substantie subsistenti, cioè l’anime
intellettive e che catholicamente parlando non passino da un corpo all’altro, ma vadino in Paradiso
o in Purgatorio o in Inferno; ma ho ben raggionato e seguendo le ragion filosofiche, che essendo
l’anima inesistente senza il corpo e inesistente nel corpo possa col medesimo modo che in un corpo
essere in un altro e passar da un corpo in un altro, il che se non è vero, par almeno verisimile
secondo l’opinione di Pitagora.
Queste spezie di religiosi li quali insegnano li popoli a confidare senza l’opera, la quale è fine de
tutte le religioni, essere piú degna di essere estirpata dalla terra, che serpi, draghi ed altri animali
perniziosi alla natura umana: perché li popoli barbari per tal confidenza devengono cattivi cosí
persuasi.
Non posso dir male della vita e miracoli di Christo suo capo et però non ho mai detto male di
Christo né della fede catholica cristiana e manco ho detto e tenuto che le Religioni non siano buone,
anzi le ho tenute et tengo per buone.

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