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Emanuele Severino il rapporto tra etica e progresso

L'Occidente è dominato da una concezione progressiva del sapere. La scienza è l'esempio più formidabile di
questa immagine della conoscenza concepita come la conquista di traguardi sempre nuovi e la dissoluzione di
quelli precedenti. Ciò che caratterizza questa concezione del sapere non è il fatto di avere certe credenze sul
mondo, ma la possibilità di correggerle in modo non arbitrario. Così è stato, ad esempio, quando la Teoria della
Relatività di Einstein ha soppiantato la Teoria di Newton. Ma questa idea di progresso pone una sfida
fondamentale all'etica. Le nostre credenze morali infatti difficilmente riescono a resistere al punto di vista
scientifico. Nella prospettiva del progresso della scienza e della tecnica i valori e gli impegni morali
rappresentano legami spesso irrazionali(--si viene accusati di moralismo..perché tanto la tecnica ci porterà lei
alla felicità). L'etica si misura nella lealtà verso un insegnamento o verso un principio, legami di fiducia e di
coerenza che possono non trovare giustificazione agli occhi di un estraneo, ma che costituiscono l'identità di
una persona. Possiamo tenere saldo il valore di questa identità senza rinunciare all'idea del progresso? Scienza
e tecnica hanno un posto centrale nelle nostre vite. Ma l'immagine di un mondo svuotato di valori è ancora
troppo temibile per rappresentare una soluzione attraente del conflitto.

Considerando che i pochi paesi industrializzati ricorrono al depauperamento dei paesi in via di sviluppo
o sottosviluppati per promuovere il proprio progresso - ad esempio sfruttando il lavoro dei bambini
asiatici o trattando alcuni paesi alla stregua di discariche -, Lei non crede che questo stesso progresso
assuma una valenza ambigua?

In tali casi ci troviamo di fronte ad una tecnica amministrata in modo ideologico, ossia ad una forma di
capitalismo "ingordo": se questo è il progresso, certamente non si tratta un tipo di sviluppo auspicabile.
Dobbiamo costantemente guardarci da quegli atteggiamenti che si augurano un certo sviluppo della realtà:
giacché gli intellettuali e i politici non possono credere di essere capaci di modificare lo stato delle cose, si tratta
di vedere il senso autentico del progredire, ossia di una tecnica che non sia limitata e condizionata da alcune
forme ideologiche che se ne servano ai propri scopi. Sono d'accordo con Lei nel respingere una situazione che
non solo non è contemplata nelle nostre speranze, ma non è neppure destinata ad accadere. Il bieco
sfruttamento dell'umanità da parte della tecnologia dei paesi sviluppati non è nell'ordine dell'accadibile.

L'uomo odierno è sempre più impegnato a modificare il presente: ma qual è la sua prospettiva per il
futuro? Tale prospettiva esiste ancora? Lei crede che l'umanità sia consapevole del fatto che certe
acquisizioni dell'attuale progresso un domani potrebbero rivalersi su di lei?

E’ arrivato il momento di chiarire che cosa si intende per progresso. Nella storia dell'Occidente il termine
"progresso" indica un aumento indefinito della potenza dell'uomo. A che scopo ideare una trasmissione sul
rapporto tra etica e progresso? Perché l'aumento di tale potenza appare squilibrato rispetto alle esigenze che
l'uomo possiede indipendentemente dalla potenza che riesce a raggiungere. Se siamo d'accordo sulla
definizione di progresso come aumento della potenza, allora è opportuno ridimensionare un'altra immagine
della potenza in relazione al progresso tecnico. Questa immagine ci era suggerita dalla scheda, in cui veniva
mostrato un robot che dapprincipio sembra riscuotere le simpatie dei presenti e che in seguito diventa
minaccioso. In tal caso si allude all'aspetto più riduttivo della tecnica - ovvero al suo coincidere con la potenza -,
il quale emerge dalla interpretazione scientistico-tecnicistica della stessa. Non è detto che il modo in cui gli
uomini della tecnica interpretano quest'ultima sia il più adeguato. La tecnica è qualche cosa di enormemente più
profondo, intelligente e adatto all'uomo, di quanto non possa apparire nel film 2001: Odissea nello spazio, che
obbedisce ad una logica ben determinata. Anche per la tecnica dobbiamo pensare ad un aumento indefinito
della potenza, ossia ad una sorta di trascendenza di qualsiasi livello raggiunto dalla potenza umana, in grado di
soddisfare le stesse esigenze religiose. Qual è l'atteggiamento dell'uomo religioso? Egli afferma che, al di là di
tutto ciò che possiamo raggiungere e vedere, c'è sempre un Altro. Ebbene la tecnica coincide con tale capacità
di andare costantemente oltre i limiti - verso ciò che è Altro - tramite un processo capace di soddisfare perfino
l'esigenza spirituale e religiosa. Sarebbe bene impostare le domande sulla base della definizione che abbiamo
dato della tecnica e sulla base dell'esclusione che abbiamo proposto di alcune definizioni proprie della tecnica.

Volevo soffermarmi su un aspetto che ritengo importante: qual è il compito dell'etica? Quello di
intervenire per stabilire la direzione verso cui devono essere orientati lo sviluppo scientifico e la ricerca,
oppure quello di fissare le scoperte e, quindi, le tecniche che possono essere utilizzate e il modo in cui
possono essere utilizzate?
SEVERINO: Lei mi sta chiedendo se è l'etica a dover guidare la tecnica. È indubbio che, storicamente, ciò è
avvenuto. Etica deriva da ethos e indica la maniera in cui si sta o si abita, il modo in cui l'uomo vive. Questo
significato appare ostile all'emancipazione senza limiti della tecnica. Ma come si è conformata l'etica nella
cultura occidentale? Invito i convenuti a tener presente che c'è sempre uno scarto fra il significato che le parole
hanno - se iscritte nella cultura occidentale - e il significato che queste stesse assumono al di fuori di tale
cultura. Esiste un etica anche presso gli antichi Indiani, ma quella occidentale si connota differentemente
perché è in relazione alla filosofia. Oggigiorno intorno alla filosofia impera l’ignoranza, sebbene sia proprio dalla
filosofia che nasce la politica e, con un parto più doloroso, la scienza. Coloro che vogliono comprendere il
nostro attuale rapporto con la politica, la scienza o l'economia senza sapere nulla della filosofia, non otterranno
nessun risultato. Per inciso, val la pena di ricordare che Smith era scolaro di Hume. L'etica è la volontà di vivere
conformemente alla verità. Essere etici equivale a vivere sapendo che cos'è il mondo in cui ci muoviamo,
perché solo se ne conosce la struttura si può evitare di scontrarsi contro i limiti o le colonne che lo possono
sorreggere. Dobbiamo muoverci nel mondo allo stesso modo in cui ci muoveremmo in questa stanza: per
compiere delle azioni fruttuose e non dannose abbiamo bisogno di sapere quali sono oggetti amovibili e quelli
non amovibili. Seguendo tale atteggiamento, l'etica va alla ricerca della Suprema Potenza, di Dio. I Greci non
erano dei teologi, ma per salvarsi dal pericolo della vita inventarono Dio e la filosofia. Cos’è l'uomo etico? E'
l'alleato di Dio, è colui che intende allearsi alla Potenza Somma esistente nel tutto chiamandola col nome di Dio.
Partiti da una situazione in cui le due forze - etica e tecnica - appaiono in opposizione, iniziamo a scorgere un
orizzonte comune a entrambe : tutte e due puntano allo stesso scopo. L'etica mira alla Suprema Potenza
alleandosi con Dio, la tecnica contemporanea vive in una dimensione in cui, citando le parole di Nietzsche "Dio
è morto. E' bene che i giovani facciano i conti coi pensieri pericolosi". E' inutile nascondersi dietro a una foglia di
fico: Dio è morto e quindi la Prima Potenza tende a coincidere con la tecnica. Ma è l'etica a doversi subordinare
alla tecnica o viceversa? Attualmente la tecnica - essendo Dio morto o in via di sparizione - non corre più il
rischio di scontrarsi contro quei limiti di cui ho parlato in precedenza, anche perché la filosofia contemporanea
ha dimostrato che tali limiti sono abbattibili, e si è venuta a creare una sorta di "pianura" che può essere
dominata dalla tecnica: un'etica che detti leggi alla tecnica, quindi, va diventando sempre più obsoleta.

Per Lei ha senso parlare di un progresso o di un regresso dell'etica in contrapposizione o in


avvicinamento ad un progresso tecnico?

SEVERINO: Mi pare che Lei chieda se ha senso parlare di un progresso o di un regresso in ambito tecnico o di
un progresso e un regresso in ambito etico. Per definire il progresso o il regresso bisogna avere una pietra di
paragone. Relativamente a ciò di cui finora si è discusso, dovremmo parlare di un regresso in ambito etico. Lo
affermiamo in nome di quella forma di etica che è stata proposta e difesa dal Cristianesimo. Non esiste un
tribunale che possa sentenziare su cosa è in regresso o cosa è in progresso rispetto all'etica. Se cade la
dimensione metafisica della realtà, allora l'etica tramonta. Ma questo declino non è un regresso di cui ci si può
lamentare in nome degli stessi valori etici che stanno scomparendo. La "metafisica" implica che il mondo ha un
senso stabile e immutabile: coloro che hanno un'esperienza di fede cristiana sanno cosa significhi riferirsi ad un
reale inscritto nel divino. La metafisica è la prima forma di tale inscrizione e Il Cristianesimo discende proprio da
un’impostazione greca originaria. Metafisica è una dimensione di senso alla quale ci si deve adeguare e,
rispetto a tale dimensione, oggi stiamo vivendo un periodo di inevitabile regresso etico. In che cosa consista
l'inevitabilità del tramonto dell'etica, è un argomento che dovrebbe occupare un'altra trasmissione. In proposito
occorre essere ben chiari: l'uomo e la cultura contemporanei non affermano "Dio è morto, quindi occupiamoci di
altre cos", quanto piuttosto che ha avuto termine la dimensione metafisica, anche detta epistemico-teologica o
metafisico-religiosa. Se esiste un Dio, allora l'uomo non può considerarsi quello che è, vale a dire creatore del
proprio mondo. Se non esiste un Dio, allora l'etica, che è centrata su Dio, viene a cadere. Si tratta di un
regresso dal punto di vista della dimensione metafisico-religiosa. Quanto al fatto se vi sia un progresso o un
regresso nella tecnica, se tecnica sta a significare incremento indefinito della potenza, ci possono essere dei
momenti di saliscendi. Nel lungo periodo l'incremento della potenza è ciò che è destinato ad accadere.
Pertanto, se etica e tecnica sono alleate, se eticità significa alleanza con la Potenza Suprema, se la stessa
Potenza Suprema è la tecnica, allora oggi la vera etica è destinata ad imporsi, parlando dell'essenziale. Sono i
rivoli del particolare a complicare il discorso. Ma l'etica, che oggi è destinata ad imporsi, è la potenza crescente
della tecnica. Nel medio periodo avviene il saliscendi succitato, per cui possiamo assistere a un aumento o a
una diminuzione di potenza e di progresso. La tecnica di ieri ha visto la contrapposizione tra mondo capitalistico
e mondo del socialismo reale. Si presentavano due gestioni ideologiche dell'apparato scientifico tecnol ogico, e
quindi fra loro conflittuali. Quello ha rappresentato un momento di regresso. In quanto la potenza è in mano a
due che non vanno d'accordo la potenza è minore. Così non lo è quando è in mano a due che vanno d'accordo
o - meglio ancora - a uno solo.
In studio abbiamo portato un piccolo recinto. Di fronte all’inarrestabile avanzare del progresso
tecnologico, Le domando se è giusto porre dei paletti o delle recinzioni per circoscrivere tale tecnica.
Ritiene che il progresso tecnologico non conoscerà mai alcuna limitazione?

SEVERINO: Creda, non avevo visto il recinto, ma io avevo parlato di colonne. Intendevo con ciò evocare la
stessa immagine che Voi avete evocato col recinto. Chi si muove dentro al recinto non deve oltrepassare i limiti
dei paletti. Ma chi è che afferma esserci questi limiti? Lo dice la saggezza tradizionale. La critica alla tradizione
è la critica ad un mondo grandioso e può essere paragonabile alla "frana del divino" di cui scrive Kant a
Wagner. Quello che frana non è una sciocchezza. Chi erge i paletti e costruisce i recinti, impianta il senso divino
del mondo, invita l’uomo a muoversi quanto vuole ma all'interno di uno spazio ben definito. Si tratta di stabilire
che consistenza hanno i recinti e le colonne su cui è edificato il mondo divino. Se sono abbattibili, allora un Dio
che si fa sconfiggere merita di essere sconfitto. Etica in origine voleva dire rispetto di un ordine, di un recinto,
che è unaturris eburnea, è incorruttibile. Avete costruito il recinto in legno dimostrando di nutrire qualche
sospetto, anche perché non disponevate di materiali più consistenti. Il problema è la consistenza del recinto. Il
recinto è non abbattibile o può essere abbattuto? Se abbattibile, perché non uccidere Dio? Perché non uccidere
ciò che vi è di sacro e che ci limita, ci recinta, presentandosi come venerando, sacro, inviolabile? Se qualcosa si
lascia violare, per quale ragione non dobbiamo violarla? Occorre ripensare al concetto di castigo nel
Cristianesimo e nella più antica filosofia. Uno compie un delitto: compiere un delitto è dare una spallata al
recinto, però il recinto si sposta più in là e, una volta arrivati alla resa dei conti, allora il recinto si richiude e
punisce. All'inizio si pensava all'etica come a ciò che si trova di fronte a colonne non abbattibili. Si prenda come
esempio una scheda delleEumenidi di Eschilo. Eschilo è un pensatore che afferma ciò che in seguito verrà
sostenuto da Platone, Artistotele e Hegel. Egli afferma che non ci dobbiamo concedere né una vita anarchica -
in cui non esistono paletti - né una vita despotumenon, ossia "una vita guidata da un despota". Il concetto di
"vita senza limiti" viene espresso con anarcheton, che significa senza arché, senza "principio" o "recinzione".
Eschilo demonizza anche una vita chiusa e affidata all'arbitrarietà di chi pone i paletti. L'arbitrarietà di chi
costruisce il recinto è la situazione pre-filosofica. La filosofia tradizionale vuole invece stabilire un recinto, che
non sia l'invenzione di un despota, ma che esprima l'ordine autentico delle cose. La regia ci ha preparato
questa scheda delle Eumenidi.

Professore, Lei sta parlando del rapporto che c'è tra fede ed etica. Nel parlare di etica ha fatto
riferimento anche a Dio. Quindi c’è una fede in qualcosa. Fede in una forza che ha generato quello che
noi oggi stiamo vivendo e che non presuppone la tecnica. Quando fino a poco tempo addietro si è
creduto che la nostra vita fosse stata data da Dio, e se penso poi alla clonazione di una cosa o di un
essere vivente ottenibile solo attraverso laboratorio, Le chiedo se può coesistere una concezione tanto
religiosa che tecnica. Come può porsi l'uomo di fede di fronte a queste nuove scoperte? E l’uomo
scientifico come può spiegare quello che ha creato?

Riflettiamo sulla figura del recinto. Eschilo intitola la sua opera Eumenidi, che sono le entità in cui si erano
trasformato le vendicative Erinni: Eu- sta per bene ed Eumenides sono "quelle che pensano benignamente".
Anche se la benignità, nell'interpretazione offertaci nel contributo filmato da Ferrero, pare assente, essa viene
fuori perché, nel discorso delle dodici Erinni, che indicano la furia cieca, si comprende la forza del Logos, della
Sapienza, che già in Eschilo è "sapienza filosofica". Lei mi chiede - restando alla figura del recinto - come si
comportano l'uomo di fede e l'uomo di scienza. Pensiamo agli scienziati, ai fisici del Novecento. Einstein
studiava Spinoza, Eisenberg studiava filosofia. Born, Bohr, Minkowski, Boltzmann, Schroedinger, sono tutte
punte del sapere scientifico. Tutti questi scienziati sanno cosa è la filosofia, e in che senso devono fare i conti
con essa. Tuttavia, considerandone il lavoro sul campo, cresce sempre di più una figura di scienziato chiuso nel
suo laboratorio e che ignora la necessità di fare i conti col sapere filosofico, da cui la stessa scienza nasce. La
nascita è traumatica, ma è pur sempre la nascita di un figlio da una madre. Se ci si dimentica della madre uno
non si sa neanche che cosa sia. Ne discende che l'opzione fatta di frequente da questo tipo di scienziato è
quella di ordine religioso. Nasce la figura dello scienziato religioso che non ha a disposizione il sapere filosofico.
Risultato di un non volere a che fare col pensiero filosofico. Dal Suo, dall'altro punto di vista, l'uomo di fede è
colui che stabilisce il recinto non oltrepassabile. La proibizione della manipolazione genetica, la manipolazione
di comportamenti ritenuti contrari alle leggi naturali, le leggi naturali stesse, sono proprio i recinti. Oggi si pensa
- dopo l'esperienza della cultura contemporanea, in special modo della filosofia contemporanea - che esistano
solo leggi positive. Si dice che esistano solo leggi in cui i paletti sono piantati dall'uomo e che possono essere
sostituiti a seconda delle esigenze che storicamente si vanno presentando. Sono dei segnali storici, non
assolutamente inoltrepassabili. La Chiesa Cattolica, unica e grande erede della tradizione etica del passato,
parla invece di leggi naturali, non oltrepassabili, e intende i paletti come assolutamente inviolabili. Ammonisce la
scienza a non oltrepassare alcuni limiti. Precedentemente si è parlato delle colonne. Resta a vedere se le
colonne resistono o meno. Se questo discorso viene perduto di vista, allora tutto quello di cui parliamo è
cedevole e indeterminato. Dal punto di vista della fede, si ha fede nell'esistenza dei limiti assoluti. Dal punto di
vista della scienza, allorché questa si chiude ingenuamente in se stessa, si allea con la fede. Ma quando la
scienza capisce la propria relazione con la tecnica e con l'anima della filosofia contemporanea, allora l’unità di
scienza-tecnica-filosofia, dove dunque la separazione tra i due punti di vista è solo un'ingenuità, si rende conto
che non esistono limiti e che il raggiungimento dell'incremento infinito della potenza è lo scopo ultimo al quale
tutte le altre dimensioni e unità devono essere subordinate.

Le Erinni, che poi diventeranno Eumenidi, parlano, al di là della loro drammaticità, di questo giusto
mezzo, di questa misura. Volevo sapere il Suo parere riguardo alla possibilità di applicare questo giusto
mezzo e questa misura anche alla tecnica e al progresso che ci riguardano ogni giorno.

SEVERINO: Il "giusto mezzo" in Eschilo è la vera potenza della polis e dell'individuo. Si pone tra i due tipi di
vita, l' anarchetos bios e il despotumenos bios. Stare nel mezzo vuol dire evitare due errori. Sono due errori che
allontanano l'uomo dall'alleanza con la Somma Potenza. Dice il testo greco "Dalla salute della mente proviene
la felicità che a tutti è cara". Gli estremi ci conducono lontani dal massimo della potenza. Arrivati all’età della
tecnica - e noi ci siamo dentro -, il problema che si pone è quello di riuscire a realizzare il massimo della
potenza. In questo caso non si presentano due estremi, quanto invece le forze che intendono dire alla scienza e
alla tecnica dove devono arrestarsi. Raffrontando la situazione delle Eumenidi e quella della tecnica, deduciamo
che l'etica della tecnica deve stare lontana da ciò che impedisce il raggiungimento del massimo della potenza.
Avete posto l’esempio di una tecnica che, invece di potenziare, sfrutta. Si tratta di una gestione ideologica della
tecnica. Nel conflitto Est-Ovest, la tecnica era frazionata - parlando di tecnica parliamo di virtù etica, l'autentica
virtù oggi è la potenza della tecnica -. Ma una tecnica che è frazionata non raggiunge il massimo di potenza,
divisa, come è, tra due nemici, tra due antagonisti. C'è la possibilità di stabilire un'analogia tra il brano appena
discusso delle Eumenidi e la tecnica e l'etica della tecnica, ma nel senso che in entrambi i casi si tratta di evitare
ciò che riduce la potenza. La parola "virtù" inizialmente vuol dire "forza". E’ Cicerone, nelle Tuscolane, a parlare
di virtus. La parola virtus è riportabile alla radice vir. Allora quel sapore di melassa che oggi noi riscontriamo
quando sentiamo parlare di virtù deriva da una storia della parola che inizialmente voleva dire "forza",
"potenza". Quindi nessuna meraviglia se, parlando di tecnica, intendiamo parlare di virtù etica. Consideriamo il
termine greco areté. Areté innanzi tutto si riferiva non tanto alla virtù intimistica della cultura moderna, ma alla
"potenza", linguisticamente riscontrabile anche nella radice ars presente in arte.

Si parla sempre di più del binomio uomo-natura. Se ne parla in un'etica cristiana, che è anche laica,
quindi del rapporto dell'uomo con la natura, ovvero l'uomo è ospite di questo mondo. Mi sembra però
che con questo progresso, con questo continuo andare oltre, continuo abbattere i recinti, l'uomo si sia
dimenticato che non è il padrone di questo mondo, ma un ospite e che come tale dovrebbe comportarsi
in un modo ben diverso. La natura, se un giorno volesse, potrebbe distruggere pienamente tutto quello
che l'uomo ha fatto, tutto quello che ha costruito. Quanto può valere continuare a abbattere i recinti,
quindi a non avere colonne, a non avere limiti, se poi, di punto in bianco, ci si ritrova con la natura non
più schierata dalla nostra parte?

Sono in linea con quello che Lei sta dicendo. Occorre considerare che, per avviare una critica alla tecnica,
bisogna uscire dai parametri della cultura. La tecnica può essere criticata non in base a quelle forme di cultura,
di cui essa è la realizzazione più rigorosa. Questo non significa che quanto da me appena detto sia una sorta di
peana fatto alla tecnica. Il problema vero incomincia a quel punto, incomincia là dove noi finiremo. Dobbiamo
trattare del rapporto tra l'etica e la tecnica, così come si presenta nella nostra storia. La natura. E’ vero, l a
natura certo può ribellarsi a tutte le leggi della scienza. Quando si affermava "Dio è morto" la morte di Dio era
da intendere anche come morte della verità assoluta, morte di una verità che presume essere a sua volta un
recinto non violabile. Oggi la scienza si presenta come un sapere che è sì potente, ma è vero perché è potente,
non è che sia potente perché è vero. E' perché la scienza riesce a fare cose che altri non riescono a fare che
essa può meritare la qualifica di vera, dove "vera" sta per "capace di ottenere determinati scopi".

Ad un certo momento la scienza è quella che ha anche portato a tanti errori, a tanti sbagli commessi
dall'uomo, e quindi anche a tanti disastri, naturali e non. Ad esempio la frana che si è verificata di
recente a Sarno.

Non è la scienza a produrre quei disastri, è il modo, è l'amministrazione ideologica della scienza. Lo
sfruttamento dei popoli sottosviluppati non è dovuto alla capacità di aumentare all'infinito la potenza, quanto
all'uso ideologico, in quel caso, capitalistico, che si fa di quella capacità.
I fatti però non parlano di un rapporto così positivo.

Mi compiaccio del fatto che Lei i fatti li fa parlare e quindi vuole significare che hanno le parole. Hanno
importanza anche le parole con i fatti. Lei vuol dire che di fatto la scienza e la tecnica sono in mano alle forze
ideologiche, le quali possono sbagliare. Lo sfruttamento non è dovuto alla tecnica, ma all'amministrazione
ideologica della scienza, della tecnica. Il capitalismo non è la tecnica. Per avere successo economico, in
un'unica presa di capitale, in un impiego di capitale, bisogna produrre oggetti che non sono di produzione di
tutti. Occorre quindi fabbricare oggetti che abbiano la caratteristica della scarsità. Il capitale intende produrre
oggetti che saturano il bisogno di quelli degni di consumo, ma nello stesso tempo deve fare sì che la scarsità di
questi beni permanga di modo che possa continuare a venderli. Invece, quando la tecnica procede, ha come
scopo l'eliminazione della scarsità. Aumentare all'infinito la potenza vuol dire eliminare la scarsità. Allora il
capitale si serve di uno strumento che cospira contro il capitale stesso. Questa cospirazione, questa
contraddizione tra il padrone e il presunto servo, che è poi la tecnica, che cospira contr o il suo padrone,
determina una situazione di squilibrio, la quale, a un certo momento, porta a esplicitare la differenza tra i due.
Lei giustamente osserva: non bastano le parole, ci vogliono i fatti. Voleva dire: non bastano le parole stupide,
occorrono le parole vere, perché le parole vere sono proprio le parole dei fatti. Il rapporto esistente tra la tecnica
e le grandi forze della tradizione non è da intendere come indissolubile. Lo stesso discorso si può fare con la
democrazia. Non pensiamo che l'uso della tecnica da parte della democrazia stia a significare che i due poli
siano identici. La democrazia può provocare dei guasti. Ma anche lì si può separare il potenziamento infinito, al
quale l'uomo occidentale tende, e i modi ideologici di operare tale potenziamento. Rimane aperto il problema
del significato ultimo della tecnica e cioè del significato ultimo della forma suprema di etica, oggi a disposizione
dell'uomo.

Lo scrittore tunisino Tahar Ben Jelloun definisce Internet come una frontiera del progresso tecnologico,
ma esprime la sua preoccupazione che questa possa essere basata su un'etica immorale. Volevo
sapere che cosa Lei pensava al riguardo.

E’ una preoccupazione che appartiene a chi, facendo perno su una delle forme tradizionali dell'etica, critica ciò
che oggi si candida come etica autentica. Ritengo che si possa essere credenti senza essere metafisici e
viceversa, come si può essere l'uno e l'altro insieme. Il vero cattolico, per esempio, dovrebbe essere a un tempo
un metafisico e un credente. Se si ritiene che l'etica autentica sia quella della tradizione, allora si può fare un
discorso di questo genere. Tutto si decide in relazione all’interrogativo della resistenza o della non resistenza
delle colonne di cui abbiamo parlato. Si va verso una situazione in cui non esistono più colonne inabbattibili. La
preoccupazione dello scrittore da Lei indicato fa leva su qualche cosa che tende a mostrarsi sempre più
obsoleto. E’ anche vero che l’uomo si dirige verso una situazione in cui la tecnica gli offrirà ciò che non ha mai
avuto, un benessere che non ha mai posseduto, che però mancheranno dell'unica cosa che necessariamente
l'uomo del Paradiso della Tecnica non potrà avere, e cioè la "verità della felicità posseduta", la "verità dei
recinti". Questa è necessariamente superata, inevitabilmente superata. Il Paradiso della Tecnica, in cui sempre
più evidente si fa l'angoscia di non possedere la verità della felicità posseduta, è un luogo che confina con
l'Inferno. E’ il luogo dell'angoscia, ove dunque diventerà preoccupazione di tutti sapere che ne è della verità
della felicità posseduta. Non sarà più possibile ricostruire la "verità dei recinti" o "delle colonne", quanto un altro
senso della verità. In questo modo la tecnica stessa sarà messa in questione.

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