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La moda del petrarchismo: l'elogio della donna stereotipata

Nel Cinquecento il fenomeno del “petrarchismo”(l'imitazione della poesia di Petrarca) assume grande
rilievo in Italia e si estende anche ad altri paesi europei, quali l'Inghilterra, la Francia e la Spagna. Il
Canzoniere di Petrarca (1304-1374) diventa un repertorio di temi (amore idealizzato, bellezza femminile), di
sentimenti e stati d'animo (inquietudine, tensioni interiori), di figure retoriche (metafore), di lessico
raffinato e omogeneo.

È l'umanista e poeta veneto Pietro Bembo (1470-1547) nel trattato Prose della volgar lingua (1525) ad
indicare Petrarca quale unico modello poetico di riferimento valido. Nelle sue Rime, pubblicate nel 1530,
Bembo ne ricalca la poetica(non a caso il “petrarchismo” venne detto anche “bembismo”), come dimostra il
sonetto Crin d'oro crespo e d'ambra tersa e pura, uno dei testi fondamentali del petrarchismo
cinquecentesco.

Il celebre Erano i capei d'oro a l'aura sparsi, come tutte leliriche del Canzoniere di Petrarca, celebra la
bellezza fisica e morale della donna amata, Laura, che appare come una creatura soave e luminosa, dai
biondi capelli splendenti, allo stesso tempo irraggiungibile e vicina, fonte di tomento e di conforto. Evidenti
sonoalcuni elementi tipici della tradizione cortese e stilnovistica: l'amore impossibile, la donna
irraggiungibile; l'esaltazione della donna rappresentata come creatura celeste; le sofferenze dell'amante.
Tuttavia Petrarca introduce profonde e personali innovazioni, a cominciare proprio dalla figura della donna:
Laura è più umana della Beatrice dantesca e delle creature femminili stilnoviste e, pur restando una figura
evanescente e sfuggente, non è ferma in una dimensione atemporale, anzi è soggetta all'azione del tempo,
che ne offusca la bellezza. La passione che il poeta prova per lei è umana, fisica, tormentata, fonte di
conflitti interiori: è un sentimento insopprimibile, un desiderio irrealizzabile ma irrinunciabile.

Bembo in Crin d'oro crespo e d'ambra tersa e pura si sforza di seguire il modello petrarchesco, con l'intento
di fornire una perfetta definizione della bellezza femminile (il sonetto costituirà in effetti un riferimento
esemplare per i trattatisti cinquecenteschi).

Nei primi dodici versi il poeta esalta la bellezza e le virtù della donna amata attraverso un lungo ed elegante
elenco delle sue qualità fisiche e spirituali. I vari elementi dell'elenco (tutti soggetti del predicato “fur” al v.
13) sono collocati all'inizio dei versi: “crin” (v. 1), “occhi” (v. 3), “riso” (v. 5), “rubini e perle” (v. 6), “man” (v.
8), “cantar” (v. 9), “senno” (v. 10), “leggiadria” (v. 11), ognuno seguito da una specificazione, da cui emerge
il ritratto di una creatura impareggiabile e rara per “beltà” e “onestade”.

Per celebrare la donna il poeta attinge a piene mani al repertorio di immagini e metafore petrarchesche: dal
poeta aretino riprende le caratteristiche fisiche della donna (capelli biondi, occhi luminosi, sorriso
rasserenante, mani candide, voce armoniosa, bellezza e leggiadria, saggezza e virtù); gli attributi metaforici
(l'oro per i capelli, la neve per la pelle); il gusto dei contrasti e delle antitesi (“da far giorno seren la notte
oscura”, “senno maturo a la più verde etade”); l'allusione alle sofferenze e ai dolori della vita che trovano
conforto nella grazia femminile; sostantivi e aggettivi propri del vocabolario petrarchesco (“aura”, “esca”) o
stilnovistico (“onestade”); interi versi, come l'ultimo, calco del verso iniziale del sonetto CCXIII Grazie ch'a
pochi il ciel largo destina.

Si tratta di un procedimento rigido e impersonale, il cui esito è freddo e meccanico, esteriore e non
autenticamente rivissuto, per cui la figura femminile descritta nel sonetto appare convenzionale, scontata,
stereotipata. Non resta traccia della complessa interiorità, di quell'esperienza puramente soggettiva,
privata, tesa all'esplorazione delle inquietudini dell'io poetico che le liriche di Petrarca esprimevano e che
fanno di lui il primo poeta moderno europeo.
Burle in versi: l'elogio della bruttezza

La reazione al classicismo non tarda ad arrivare e dà vita nel corso del Cinquecento ad una controtendenza
che rifiuta i modelli letterari, le regole prestabilite, il principio dell'imitazione codificati dalla cultura
ufficiale.

Il principale bersaglio della polemica anticlassicista è proprio Pietro Bembo: a Firenze si afferma la parodia
del “bembismo”, il cui principale interprete è il poeta Francesco Berni (1496-1535). Berni, ricollegandosi alla
tradizione comico-giocosa toscana del Duecento, irride la ricerca del sublime propria del petrarchismo, che
finisce per cadere nel ridicolo e per ridursi a luoghi comuni e parole vuote, limitandosi ad una scialba
imitazione, ad una meccanica e arida applicazione di forme e contenuti del Canzoniere. Una delle sue
parodie più note è il sonetto Chiome d’argento fine, irte e attorte, abile contraffazione e capovolgimento
dell'ideale di bellezza femminile celebrato da Bembo.

Chiome d'argento fine, irte e attorte ad una prima lettura sembra una seria e ortodossa lirica d'amore, ma
in realtà rifà il verso a Crin d'oro crespo e d'ambra tersa e pura. Berni lascia apparentemente intatto
l'aspetto formale del modello, infatti riprende lo stile enumerativo usato da Bembo, ma le caratteristiche e
le qualità elencate sono tutte negative e danno vita all'immagine di una donna vecchia, straordinariamente
brutta, repellente e arrogante, una donna dai capelli bianchi e spettinati (chiome d'argento irte e attorte,
ciglie di neve), rugosa (fronte crespa), dalla grossa bocca sdentata (bocca ampia celeste, denti d'ebano rari
e pellegrini), dal colorito giallastro (bel viso d'oro), dallo sguardo strabico (luci torte da ogni obbietto
disuguale a loro), dall'aria altera e superba (costumi alteri e gravi).

È una parodia ingannevole, perché la forma è talmente modellata sui canoni tradizionali da camuffare
l'intento burlesco e polemico; è infatti costruita attraverso un sottile e ambiguo gioco di antitesi tra
significante e significato: il significante (la forma) conserva apparentemente le caratteristiche della lode e
dell'esaltazione della figura femminile, mentre il significato le nega. La strategia dell'autore consiste nel
manipolare abilmente le immagini e i termini consueti del repertorio della lirica d'amore, per ottenere un
esito antitetico: l'esaltazione della bruttezza anziché della bellezza. Termini tipici del repertorio “cortese”,
quali gli aggettivi “fine” (v. 1), “bel” (v. 2), “rari e pellegrini” (v. 10), l'avverbio “dolcemente” (v. 8), il
sostantivo “armonia” (v. 11) nel sonetto di Berni sono usati e combinati in modo tale da indicare qualità
tutt'altro che gentili e leggiadre. Il sonetto è un susseguirsi di doppi sensi, di espressioni ambigue ed
equivoche, che depistano il lettore, celando, sotto un'apparente raffinatezza ed eleganza, sensi negativi e
spregiativi:

“Chiome d'argento fine” (v. 1) sembra un'immagine leggiadra, invece indica i capelli bianchi;

l' “oro” del viso (v. 2) non allude alla luminosità, ma ad un malsano colorito giallastro;

il verbo “scolorarsi” (v. 3), spesso usato da Petrarca per indicare l'impallidire dell'uomo di fronte alle virtù
della donna amata, in Berni indica la repulsione e lo spavento di fronte alla bruttezza della donna;

il riferimento agli “strali” di “Amore e Morte” (v. 4), classico binomio della tradizione lirica, è qui indizio
della straordinaria bruttezza della donna, tale da respingere sia l'amore che la morte;

l'espressione “inaudita ineffabile armonia” (v. 11) potrebbe essere intesa in senso positivo (voce soave e
armoniosa), ma il contesto le attribuisce un valore negativo (voce sgraziata);

Rispetto al modello Berni attua inoltre dei capovolgimenti in negativo o degli abbassamenti. Ecco alcuni
esempi:
l'aggettivo crespo che in Berni indica l'ondulazione dei capelli viene usato per descrivere la fronte piena di
rughe;

la metafora delle perle (“occhi di perle”), che Bembo usa per indicare il candore dei denti, associata agli
occhi, indica una qualità sgradevole, ossia la loro cisposità.

La poesia comico-giocosa del Medioevo

Con la sua donna dalle chiome d'argento,come già detto, Berni siricollega alla tradizione medievale della
poesia comico-giocosa nata in età comunale (fine Duecento - inizio Trecento) in ambito toscano, in
particolare riprende la cosiddetta “lode” della donna brutta o vituperium in vetulam (invettiva contro la
vecchia), vero e proprio capovolgimento dell'elogio della figura femminile bella, giovane e cortese, alla
quale subentra una ben poco ortodossa vecchia, figura di uno spietato realismo.

Ecco la vecchia descritta dal poeta fiorentino Rustico Filippi (1230 ca. - 1291 ca.), l'iniziatore della poesia
comica in volgare, in un suo sonetto:

[...] buggeressa vecchia puzzolente, quale-unque persona ti sta presso/si tura il naso e fugge
inmantenente./[...] Ch'e' par che s'apran mille monimenta/ quand'apri il ceffo: perché non ti spolpe/o ti
rinchiude, sì ch'om non ti senta? [...]

(vecchia zozzona e puzzolente, chiunque ti si avvicina/ si tura il naso e subito fugge a gambe levate./ Perché
sembra che abbiano scoperchiato mille tombe/ quando apri bocca: perché non crepi/ o vai a rinchiuderti, in
modo da non impestare più la gente?).

La vicinanza della vecchia produce un effetto a dir poco degradante, opposto a quello miracoloso e salvifico
della donna stilnovistica. In questo caso anche il linguaggio diventa violentemente espressivo e aggressivo,
in aperto contrasto con quello fine e rarefatto della poesia cortese e dello stilnovismo.

La poesia comico-giocosa medievale nasce proprio come rifiuto e rovesciamento delle convenzioni della
poesia cortese e dello “stil novo”: i valori della cortesia e dell'amore vengono capovolti e ridicolizzati; i
sentimenti elevati cedono il posto ad argomenti volgari, terreni o addirittura blasfemi; il desiderio sessuale
prende il posto dell'amore spirituale e nobilitante, la donna plebea, sensuale e rozza soppianta la dama
gentile e idealizzata, l'elogio del vizio sostituisce quello della virtù.

La tecnica più utilizzata dalla poesia burlesca è la parodia, che consiste appunto nel trattare soggetti vili e
spregevoli con una struttura formale rispettosa delle regole metriche e retoriche della poesia tradizionale.
L'elaborata costruzione formale e la presenza di precise norme stilistiche dimostrano che, nonostante
l'argomento “basso”, non si tratta di opere trasandate o improvvisate. Ulteriore prova della raffinatezza e
della letterarietà dell'operazione è il fatto che spesso lo stesso poeta pratica sia la maniera “alta” sia quella
“bassa”: sia pur occasionalmente, sperimentarono la tendenza burlesca, talora persino sotto forma di
autoparodia, gli stessi Guinizzelli (Chi vedesse a Lucia un var capuzzo) Cavalcanti (Guata, Manetto, quella
scrignutuzza) e Dante Alighieri, gli iniziatori della maniera delle rime “dolci e leggiadre”.

Non si può non ricordare un altro esponente di spicco del genere comico-parodico medievale: il senese
Cecco Angiolieri (1260 ca. -1312 ca.), autore del celebre sonetto S'i fosse foco, tanto moderno per la sua
irrequieta carica anticonformista e anarchica, per il gusto beffardo della protesta, da essere riproposto in
un suggestivo adattamento musicale dal cantautore Fabrizio De André nel “caldo” 1968. Contemporaneo di
Dante, Cecco è autore di poesie vivaci, canzonatorie e irriverenti, dalle quali emerge l'immagine di una vita
irregolare e inquieta, spesa tra le taverne, il gioco, le donne: Tre cose solamente m'ènno in grado,/[...] cioè
la donna, la taverna e 'l dado. La donna celebrata nei suoi versi è Becchina, una specie di anti-Beatrice, che
non ha proprio nulla di angelico (oncia di carne, libra di malizia); l'amore cantato dal poeta è un piacere
puramente sensuale (S'i fosse Cecco, com'i sono e fui,/torrei le donne giovani e leggiadre:/le zoppe e
vecchie lasserei altrui).

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