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LA REPUBBLICA DI ROMA - ANNI 510-493 A.C.

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LE NUOVE MAGISTRATURE

La ricostruzione del periodo regio, da Romolo a Tarquinio il Superbo, anche se buona parte ce lo
riferisce la tradizione, non tutto deve essere posto tra le leggende, nè a queste, d'altra parte, si
può non attribuire alcun valore, adombrando parecchie di esse la verità storica.
Se di questo periodo noi vogliamo tentare una ricostruzione storica, molti avvenimenti citati dagli
storici e molte leggende dobbiamo sacrificare, ma gli uni e le altre ci saranno di grande aiuto
perchè con i nomi, con i simboli, con le personificazioni agevoleranno grandemente questa
indagine.
Ci siamo affidati per la ricostruzione del periodo regio (le note sui SETTE RE DI ROMA)
alla Istoria di Tito Livio, che indubbiamente anche lui si è affidato alla tradizione.
La critica storica, spesso è stata spietata contro la tradizione romana, e ha perfino cercato di
dimostrare che i re di Roma non sono mai esistiti e che nessuno di essi ha un nome proprio, ma
un appellativo, in relazione con l'azione principale loro attribuita. E così Romolo significa romano,
Numa il legislatore, Ostilio lo straniero, Anco un ex servo, Tazio il rappresentante dei Tizii,
Tarquinio perchè era di Tarquinia.
I critici congetturano che gli antichi trovandosi di fronte a dei fatti compiuti di cui non sapevano
spiegarsi l'origine, quali la fondazione della città, gli ordinamenti religiosi, la tribù straniera dei
Luceri (Etruschi?), e la formazione della classe servile dei plebei, attribuiscono la paternità di
ciascuno di questi fatti ad un individuo immaginario, denominandolo dal fatto stesso (e se non
inventati, amplificati in tempi tardi). Seguendo lo stesso metodo di critica, i Tarquini
rappresenterebbero due periodi in cui Roma ebbero il supremo potere stirpi etrusche, e Servio
quell'altro periodo durante il quale cominciarono ad essere riconosciuti ed affermati certi diritti
della plebe.
Messa in dubbio poi da quasi tutti i critici, è giudicata la cronologia dei sette regni dell'antica
Roma, e molti sono del parere che la fondazione dell'urbe sia da porsi in una data di molto
anteriore a quella che la tradizione ci ha lasciata.
Secondo la cronologia tradizionale difatti il periodo monarchico sarebbe durato 244 anni, spazio di
tempo in verità troppo breve per tante conquiste, tanti lavori, tante leggi e tanto progresso sociale.
Se si osservi che Roma ha un numero ragguardevole di abitanti e un territorio abbastanza vasto,
che ha templi e monumenti considerevoli, che ha distrutto Alba Longa, fiaccati parecchi nemici
potenti e potuto conseguire l'incontrastata supremazia su tutto il Lazio, che ha totalmente
sviluppato il suo commercio marittimo ed acquistata tanta rinomanza da stipulare un vantaggioso
trattato con la potente Cartagine nei primi anni della Repubblica, che le sue leggi e i suoi riti hanno
un'organizzazione tutt'altro che rudimentale, se si osservi infine il grado di maturità a cui è giunta
la plebe, si deve convenire che tanto progresso non poteva essere compiuto in soli due secoli e
mezzo.

Di certo oggi sappiamo che il territorio in cui sorge Roma fu abitato in tempi molto antichi.
Ma è in questo oscuro periodo regio, che tutto induce a credere che gli Etruschi, nella loro
tendenza di espansione, riuscissero ad estendere il loro dominio o protettorato anche nel Lazio, o
per lo meno a Roma, importandovi le loro abitudini di gente raffinata, facilmente assimilate dai
rozzi abitanti della città fluviale e dei dintorni. Una popolazione primitiva divisa in
tre tribù,  corrispondenti a tre schiatte diverse: Ramni (Latini), Tizi (Sabini) e Luceri (stranieri,
Etruschi?).

Senonchè l'incremento della vita civile di Roma non valse a compensare i Romani della perdita
dell'autonomia; cosicchè, dopo vari tentativi fatti per scuotere il dominio straniero, vi riuscirono
finalmente in questo fatidico anno 510 a.C. in seguito ad un largo movimento di popolo, affiancato
dai cittadini appartenenti alle più ragguardevoli famiglie romane (un centinaio, legate fra loro da
vincoli di parentela (genti)  che componevano ciascuna delle "tre"  "tribù" (dal greco tris= tre  e da
"bhu"=essere (phy).
Queste ultime non vollero abdicare all'importanza acquistata nella lotta, rimettendo ad un "re"
nazionale tutti i poteri dello stato. Ma al re nominato non lasciarono che la suprema autorità
religiosa, per cui quegli si trasformò solo in un "Re delle cose sacre" (Rex sacrorum);  laddove i
poteri politici, che prima aspettavano pure al re, furono affidati - come vedremo più avanti- a due
magistrati elettivi, da rinnovarsi ogni anno (prima detti pretori,  più tardi consoli.

Con questi mutamenti politici, da questo anno 510 a. C., iniziamo ad avere più precisi riscontri
storici.
Infatti siamo oggi in grado di elencare tutti i consoli succedutisi nei 578 anni.
E in parallelo, molti fatti non sono più leggende, ma veri eventi storici.
Il primo di questi eventi è, che cacciato TARQUINIO il "Superbo", ed abolita la monarchia, si
stabilì di affidare il potere dello Stato a due magistrati ( pretori) che dovevano essere eletti ogni
anno nei comizi centuriati, e l'autorità religiosa affidata ad un magistrato chiamato "rex
dacrificulus", che non poteva arringare il popolo e non poteva coprire nessuna carica politica.
Quest'ultimo magistrato doveva inoltre dipendere dal pontefice massimo. Fu stabilito pure di
affidare l'amministrazione dell'erario pubblico a due "qaestores aerarii".
I primi a coprire la carica di "pretori", nome che poi fu mutato in quello di " consoli", furono i due
protagonisti della rivolta (che abbiamo letto nelle pagine di Tito Livio, nella storia dell'ultimo re di
Roma, il suddetto Tarquinio il "Superbo") cioè LUCIO GIUNIO BRUTO e LUCIO TARQUINIO
COLLATINO (che sono appunto i primi due consoli, che appaiono nel lungo, intero e preciso
elenco nel link riportato sopra), i quali fecero confermare dai comizi innanzitutto il bando contro la
famiglia reale, e giurarono che non si sarebbe mai più permesso il ritorno del regime monarchico.
Venne tuttavia ripristinata la Costituzione detta di Servio Tullio (il re fatto uccidere da Tarquinio).
Secondo le antiche leggende, fu questo re per primo che provvide ad inquadrare anche i plebei fra
i cittadini romani; sia allo scopo di accrescere le file dell'esercito, sia per interessarli alla cosa
pubblica. Dovuto o no a quel re, tale provvedimento fu il primo riconoscimento dell'importanza non
solo numerica, ma anche finanziaria, che ormai la plebe aveva acquistato in Roma.

Secondo tale riforma (una delle prime espressioni popolari della futura democrazia romana) che
presenta qualche affinità con quella greca di Solone, senza dubbio più antica, tutti i cittadini
indistintamente furono divisi, in base alle terre da essi possedute, in 5 classi. Ogni classe fu poi
suddivisa in "centurie", cioè in gruppi, ciascuno dei quali doveva, è da credere, fornire all'esercito
un corpo di 100 soldati o "centuria"; senonchè, costituendo i soli cittadini della prima classe 98
centurie, mentre tutte le altre classi insieme non ne formavano che 95, ne veniva di conseguenza
che i ricchi, appartenenti alla prima classe, dovessero molto spesso essere sotto le armi, laddove
il servizio militare incombeva molto più rado man mano che dalla prima si discendeva alla quinta
classe; mentre i "proletari", cioè coloro che non possedevano nulla, costituivano una sola centuria
fuori classe.
Non solo il nome di centuria, ma anche quello di classe aveva un significato militare: perché classi
erano dette le diverse parti dell'esercito romano, a cui spettava una particolare armatura e modo
di combattere: così la 1a classe costituiva la cavalleria e la fanteria pesante, cioé la parte
essenziale dell'esercito: la 2a, la 3a e la 4a tre diversi tipi di fanteria meno armata; la 5a era
rappresentata dai lanciatori di proiettili, con fionde od archi.
Donde si vede come la riforma di Servio Tullio fosse di carattere essenzialmente militare; allo
stesso modo che in origine dovette avere importanza pure esclusivamente militare la nuova
assemblea detta dei "Comizi centuriati", alla quale i Romani partecipavano ordinati per centurie,
probabilmente solo in quanto erano sotto le armi. Soltanto più tardi i Comizi centuriati
acquisttarono un'importanza preponderante, mentre pochissima ne veniva lasciata ai Comizi
Curiati.

Poichè questa riforma serviana, mentre eguagliava per importanza i plebei ricchi ai patrizi, sia
nell'esercito, sia nei Comizi centuriati, manteneva però sempre l'esclusione di tutti i plebei, poveri
o ricchi, dalle cariche pubbliche, è naturale che essa non potesse soddisfare alle aspirazioni di
una classe della cittadinanza romana che, ormai numerosissima, godeva nella città di grandissima
importanza finanziaria. (non dimentichiamo che qualcosa del genere accadde poi anche nel 1300
(nelle lotte Comunali), e poi ancora alla fine del 1700 (nella Rivoluzione Francese).
E fu per questo motivo, che fin dal primo anno della Repubblica, ci furono le lotte civile, protratte
per oltre un secolo, alimentate dalla volontà indomita dei plebei di conseguire assoluta
eguaglianza di diritti rispetto a coloro che si ritenevano i soli veri cittadini di Roma, e
dall'ostinazione dei patrizi di non rinunciare all'esclusivo godimento di quei diritti che li facevano
padroni della città.
Abbiamo detto fin dal primo anno della Repubblica, perchè la caduta della monarchia fu un danno
per i plebei, dal momento che si era formata una Repubblica aristocratica e dei più ricchi (ma ex
plebei - nel 1300 questi ultimi li chiameremo Ghibellini, e nel 1800 "borghesi").
Inoltre l'obbligo di partecipare alle guerre senza retribuzione e il fatto di stare lontani dai propri
interessi per lunghi periodi, aveva costretto i più poveri a contrarre dei debiti per mantenere se
stessi e le famiglie. E i debiti venivano puniti con pene gravissime, che arrivavano alla schiavitù e
perfino alla morte. Ecco perchè i plebei si organizzarono per resistere a queste prepotenze; e la
loro agitazione aveva il fine di una equiparazione politica e civile tra patriziato e plebe, e il fine
economico di migliorare la condizioni dei più diseredati. Vedremo più avanti (nel 494, con Agrippa,
poi nel 449 con la legge delle XII tavole) quando i plebei si organizzeranno per avere tribuni
propri, la cui presenza (veto) impediva ai magistrati di votare leggi contro di loro.

In questa prima repubblica, con il ripristino della costituzione serviana, fu portato a trecento il
numero dei senatori, che era stato ridotto dalle stragi di Tarquinio, e a questa carica furono
innalzati oltre che i patrizi i più influenti e i più ricchi tra i plebei che vennero chiamati "conscripti".
(anche nella Venezia del XV secolo, la chiusa casta del patriziato, accolse nel suo seno (alcuni
con disgusto) un certo numero di plebei diventati ricchissimi; e lo fecero solo perchè questi
portavano nelle casse della Serenissma tanti denari o erano disposti a fare alla stessa dei grossi
prestiti)
Poco tempo dopo, BRUTO, sapendo che il popolo non vedeva di buon occhio COLLATINO,
perchè parente dello spodestato monarca, consigliò il collega a dimettersi dalla carica e poichè
questi -che era un ottimo cittadino ed un magistrato esemplare- temporeggiava, lo fece destituire
dai comizi centuriati. Collatino lasciò Roma e si recò a Laviruo e in sua vece venne eletto P.
Valerio.
Frattanto TARQUINIO, non rassegnato alla sua sorte, tramava di ritornare sul trono e fingendo di
chiedere la restituzione dei suoi beni privati, mandò a Roma alcune persone di sua fiducia perchè
organizzassero presso i suoi aderenti dei gruppi armati o per preparare una congiura. Tutto
questo non riuscì molto difficile: parecchi maggiorenti di Roma si schierarono segretamente in
favore del re, fra i quali gli stessi figli di Bruto e due nipoti di Collatino, ma uno schiavo chiamato
Vindicio rivelò la trama che si ordiva e i consoli condannarono a morte i congiurati. Si narra che
Giunio Bruto con grande fermezza d'animo, preponendo l'amor di patria all'amore paterno, non
abbia esitato a firmare la sentenza contro i propri figli ed abbia assistito con freddezza alla
esecuzione della pena capitale.

I beni privati di Tarquinio, che lui reclamava, furono dal Senato distribuiti alla plebe, e l'agro tra il
Tevere e il Campidoglio fu consacrato a Marte, e sotto il nome di Campo Marzio, fu adibito a luogo
di riunione dei comizi centuriati. Tutto ciò non fece che acuire in Tarquinio il desiderio di ricuperare
il trono. Non essendogli riuscita la congiura, ricorse per aiuti alle città Veio e Tarquinia, e, ricevute
un contingente di soldati, marciò contro Roma.
Alla notizia che lo spodestato re si avvicinava alla testa di un esercito, le milizie romane uscirono
ad incontrarlo. I fanti li comandava il console GIUNIO BRUTO, e i cavalieri P. VALERIO. Venuti a
contatto i due eserciti, Bruto si scagliò contro ARUNTE, figlio di Tarquinio, che guidava i cavalieri
Tarquiniesi e Vejenti. In questo primo assalto, entrambi persero la vita.

Accesasi poi con violenza inaudita la battaglia, questa durò per tutta la giornata con sorte incerta.
Durante la notte - come narra la tradizione - dalla selva Arsia si fece udire la voce del dio Silvano,
che affermava che la vittoria era dei Romani, e i nemici, impauriti, lasciarono il campo e fecero
ritorno in Etruria.
Il corpo di Bruto fu trasportato a Roma dove fu sepolto dopo solenni cerimonie funebri. Valerio
tessé l'elogio del collega e le matrone romane si vestirono di gramaglie per un anno.
Morto Bruto, si tardò qualche tempo a nominare il successore, e poiché Valerio aveva cominciato
a costruirsi una casa sul Velia, accanto alla reggia di Tullo Ostilio, sorse nel popolo il sospetto che
il console aveva in mente di divenire ora lui il padrone della città; ma Valerio, venuto a
conoscenza delle dicerie, fece demolire la nuova casa, ordinò la costruzione di un'altra dimora alle
falde del Velia e, fatte approvare dai comizi centuriati due leggi che poi presero il nome di
"valerie"; in una vi si stabiliva di mettere al bando tutti coloro che volevanoo ripristinare il regime
monarchico, confiscandone i beni; nell'altra di permettere ai condannati a morte ed alla
flagellazione di appellarsi al tribunale del popolo; leggi che valsero a Valerio l'appellativo di
"Poplicola"; poi si procedette all'elezione del nuovo console. Risultò eletto SPURIO LUCREZIO,
ma essendo molto vecchio, morì poco tempo dopo. Gli successe M. ORAZIO PULVILLO.
GUERRA CONTRO PORSENNA
TARQUINIO il SUPERBO intanto, avuta ospitalità da PORSENNA, re di Chiusi, aveva ottenuto
che il sovrano etrusco prendesse le armi contro i Romani aiutandolo a ricuperare il trono.
Correva l'anno 508 a. C., quando Porsenna con un fortissimo esercito giunse presso Roma. I
Romani atterriti dalle imponenti forze degli Etruschi, non osarono uscire per attaccarle in aperta
campagna.
Il nemico ordinò che Roma fosse vigorosamente investita e una forte schiera etrusca, dato
l'assalto al Gianicolo, conquistò la cima sbaragliando la debole guarnigione; poi, esaltata dal
successo, fece un attacco verso il Ponte Sublicio.
L'eroismo di un uomo però salvò Roma dall'invasione. ORAZIO COCLITE, insieme a SPURIO
LARZIO e TITO ERMINIO; coraggiosamente affrontarono il nemico, il quale inutilmente si
accaniva per aprirsi il passo difeso dai tre impavidi soldati con le aste e gli scudi. Intanto, all'altra
estremità, i Romani lavoravano con lena a distruggere il ponte.
Rimandati indietro i due compagni, Coclite rimase solo contro l'orda sempre più crescente degli
Etruschi, infine, quando si accorse che il ponte stava per rovinare, innalzata al dio Tiberino una
breve invocazione, si lanciò armato nelle acque del Tevere, nello stesso istante che crollava
fragorosamente il ponte di legno; ma lui a nuoto fra un nugolo di frecce nemiche, giunse
miracolosamente all'altra sponda accolto trionfalmente dai Romani.
La città fu grata all'eroismo di Orazio Coclite, il quale come premio ricevette in dono tanta terra
quanta in un giorno poteva esser circondata dall'aratro. All'eroe poi fu eretta sul Comizio una
statua.
A quel punto Porsenna, decise di prender per fame la città e pose l'assedio, che non fu breve.
I viveri scarseggiavano a Roma e la prepotenza degli Etruschi era tale che il bestiame si era
dovuto ripararlo dentro le mura. Ma il console Publio Valerio volle dare una dura lezione al nemico
ed ordinò ai suoi di mandar fuori tutto il bestiame dalla porta Esquilina; poi fece uscire TITO
ERMINIO con un manipolo di soldati con l'ordine che si ponesse in agguato sulla via Gabinia, a
due miglia di distanza, ed appostò SPURIO LARZIO alla porta Collina con un gruppo di giovani
armati alla leggera.
Il console Lucrezio con una schiera uscì dalla porta Nevia e Valerio scese dal Celio con alcune
squadre di soldati scelti.
Saputo il nemico, da alcune spie, che il bestiame doveva uscire dalla porta Esquilina, mandò da
quella parte, oltre il Tevere, una numeroso gruppo di predatori, che però caddero nella trappola
preparata da Valerio. Difatti, mentre gli Etruschi erano alle prese con le forze di Lucrezio, Tito
Erminio li assalì con i suoi alle spalle, e i nemici, stretti anche dai Romani usciti da porta Nevia e
porta Collina, furono fatti a pezzi.
Questo successo rianimò i Romani, ma la carestia si faceva di giorno in giorno più grave. Allora
un giovane e valoroso patrizio, chiamato CAJO MUZIO, concepì l'arduo disegno di uccidere
PORSENNA allo scopo di liberare la città dall'assedio e, fingendosi disertore, ottenuta licenza dal
Senato, nascosto un pugnale sotto la veste, penetrò nel campo nemico e si spinse fino alla tenda
del re. Era giorno di paga e Porsenna sedeva accanto ad un suo funzionario che, come il re,
indossava magnifiche vesti. Non sapendo chi dei due fosse il sovrano e non parendogli opportuno
chiederlo ai soldati che si affollavano intorno al seggio reale, Cajo Muzio vibrò il colpo uccidendo il
funzionario e, fattosi largo tra la calca con il pugnale insanguinato nella destra, tentò di mettersi in
salvo; ma, arrestato dalle guardie del re, fu condotto alla presenza di Porsenna e, interrogato,
sprezzantemente rispose che era cittadino romano, che non temeva di affrontare la morte e che
se a lui era fallito, per sbaglio, il colpo, vi erano molti altri Romani che l'avrebbero ritentato.

Infiammato di sdegno, Porsenna ordinò che il prigioniero fosse torturato perché rivelasse le trame
ordite a Roma contro la persona del re. Muzio allora, avvicinandosi ad un braciere, acceso per i
sacrifici, esclamò: "guarda, e sappi come i Romani disprezzano la vita", detto questo, stese la
destra sulle fiamme come per punirla dell'errore.
Sbalordito Porsenna da tanto eroismo, ordinò che il giovane fosse rimandato incolume a Roma; e
Muzio - che poi fu chiamato "SCEVOLA" cioè "mancino", per ricambiare la generosità del re, gli
disse: "Poiché sai rendere onore alla virtù spontaneamente e per riconoscenza, ti svelerò quello
che da me con le minacce non avresti saputo. Trecento giovani di Roma hanno giurato di
ucciderti. La sorte ha voluto che io fossi il primo a tentare il colpo, fallito, ma gli altri ritenteranno".
Muzio fece ritorno a Roma, e la patria in premio gli regalò un pezzo di terra che poi da lui prese il
nome di "Mucia prata".
Spaventato PORSENNA dalle rivelazioni di Cajo Muzio, iniziò con Roma trattative di pace e prima
cercò di ottenere che fosse rimesso TARQUINIO sul trono poi, non essendoci riuscito, pose come
condizione che ai Vejenti fossero restituiti i "sette pagi" e che a lui, per lo sgombero del Gianicolo,
fossero consegnati venti ostaggi, dieci giovanetti e dieci donzelle, scelti fra le famiglie più
cospicue. Fra le fanciulle ce n'era una chiamata Clelia, la quale, essendo il campo etrusco non
lontano dal Tevere, alla testa delle sue compagne, riuscendo ad evitare con l'astuzia la vigilanza
delle sentinelle, riuscirono a fuggire, ad attraversare il fiume a nuoto, giungere Roma.
Porsenna reclamò presso i Romani e, perché la pace non fosse rotta, questi furono costretti a
rimandare le dieci donzelle.
Ma il re di Chiusi non era rimasto insensibile all'audacia di Clelia. Fattala venire davanti a sé, le
ridiede la libertà e, in più, le concesse di portarsi via alcuni degli ostaggi.
Si dice che la giovinetta scelse tutte le fanciulle minori di quattordici anni.
L'eroismo di Clelia non rimase senza premio: infatti, Roma decretò che in onore di lei fosse
innalzata all'inizio della Via Sacra una statua equestre.
Conclusa così la pace e rientrato in Etruria, Porsenna, perché non sembrasse di aver levato
invano in arme l'esercito, mandò il figlio Arunte con alcune schiere contro Aricia, fiorente città del
Lazio, la quale, non potendo con le sole sue forze opporsi agli Etruschi domandò aiuti a città
vicine ed amiche. Mandarono dei soccorsi Anzio, Tuscolo e Cuma, e gli Aricini, resi baldanzosi dai
rinforzi, uscirono dalle mura ed attaccarono gli Etruschi.
Questi però riuscirono a scompaginare gli assalitori, ed avrebbero ottenuta una vittoria decisiva se
ARISTODEMO, re di Cuma, non fosse giunto a tempo alle spalle del nemico, che, affrontato e
messo in fuga, nell'inseguimento fu quasi completamente distrutto.
Pochi Etruschi scamparono all'eccidio rifugiandosi inermi a Roma, che li accolse ospitalmente e,
dopo aver curato i feriti, rimandò in Etruria quelli che vollero tornare in patria e a quelli che vollero
rimanere diede come sede un quartiere che poi fu chiamato "Vico Tosco". Porsenna, per
ricambiare l'atto amichevole dei Romani, rimandò liberi i rimanenti ostaggi e restituì a Roma
i "sette pagi".
LA BATTAGLIA DEL LAGO REGILLO
Conclusa la pace tra Porsenna e Roma, Tarquinio si rivolse al suo genero OTTAVIO MAMILIO,
signore di Tuscolo, affinché convincesse altre città del Lazio a muover guerra ai Romani per
ripristinare la monarchia.
Mamilio accolse volentieri le richieste del suocero ed iniziò alcuni approcci con le città della lega la
quale per ben tre volte inviarono i loro rappresentanti nella Selva Ferentina per prendere gli
opportuni accordi. Finalmente fu dichiarata la guerra a Roma, ma non iniziarono subito le azioni
belliche, anzi si lasciarono trascorrere due anni forse in preparativi, forse anche perché tra l'una e
le altre città latine la concordia non era completa.
Era morto, nell'anno 502 a. C., VALERIO POPLICOLA, console quattro volte, al quale, erano stati
fatti solenni funerali a spese dello Stato e Roma in quel tempo aveva accolto nelle sue mura un
importante personaggio Sabino di Regillo, APPIO CLAUDIO, il quale essendo un sostenitore della
pace con i Romani, sopraffatto da quelli che volevano invece la guerra, era andato a stabilirsi con
cinquemila uomini a Roma. Appio Claudio era stato fatto patrizio e senatore e ai suoi uomini era
stata accordata la cittadinanza romana e della terra oltre l'Aniene.
I Romani approfittarono dell' indugiare dei Latini, ai quali Tarquinio si era rivolto, e mossero contro
i Sabini. Essendosi le colonie romane di Pomezia e Cora date agli Aurunci, i Romani - consoli
MENENIO AGRIPPA e PUBLIO POSTUMIO - sconfissero sanguinosamente un esercito di
Aurunci; poi, guidati dai nuovi consoli OPITERO VIRGINIO e SPURIO CASSIO, avanzarono
contro Pomezia una prima volta con risultato infelice ma nella seconda ottennero ciò che
volevano. Arresasi Pomezia, la città fu distrutta.
L'anno seguente, sotto il consolato di POSTUMIO COMINIO e TITO LARZIO, verificatosi una
rivolta a Roma, fu istituita la "dittatura" e Tito Larzio fu il primo ad essere investito di questa carica
straordinaria.
Assediata più tardi Fidena e presa Crustumerio, i Romani non aspettarono che i Latini iniziassero
le operazioni di guerra e con un forte esercito si mossero contro di loro.
Era dittatore AULO POSTUMIO e maestro della cavalleria TITO EBUZIO. I due eserciti si
scontrarono - correva l'anno 258 (498 a.C.) - presso il Lago Regillo, nel contado tuscolano, e la
battaglia che ne seguì fu violentissima. Tarquinio il Superbo si trovò di fronte a Postumio e, ferito,
fu dai suoi condotto indietro; EBUZIO sostenne un combattimento contro MAMILIO ed entrambi
rimasero feriti, l'uno al braccio, l'altro al petto, e dovettero ritirarsi nelle seconde linee. Ma ben
presto Mamilio ritornò nella mischia guidando, insieme con il figlio di Tarquinio, la schiera dei
fuorusciti romani.
Contro di questi mosse MARCO VALERIO, fratello di Poplicola, ma inoltratosi nelle file dei nemici
e circondato da tutte le parti, rimase vittima sul campo.
Si verificò allora fra i Romani un momento di esitazione che sarebbe riuscito fatale se il dittatore
con la sua coorte non avesse dato addosso al fuorusciti sgominandoli. Corse al riparo con truppe
fresche MAMILIO, che, riconosciuto da TITO ERMINIO, fu da questo risolutamente assalito ed
ucciso.
Anche Erminio però ci lasciò la vita, perché, ferito da un dardo mentre spogliava il vinto, spirò
mentre gli veniva medicata la ferita.
La fanteria romana era stanca dal lungo combattere. Il dittatore allora pregò i cavalieri che
smontassero e rinforzassero a piedi la battaglia. Ed ecco i cavalieri saltar di sella e correre in
prima linea, e i fanti, stanchi, riprender lena, nuovamente a osare e ributtare il nemico, mentre i
cavalieri, rimontati a cavallo, inseguivano i fuggiaschi.
Cruda, ma completa fu la vittoria. Si narra che, quando la mischia pendeva incerta, Postumio fece
voto ai Dioscuri di edificar in loro onore un tempio; e in quel momento furono visti due giovani
sconosciuti guerrieri, montati su bianchi cavalli, combattere valorosamente nelle prime file dei
Romani, poi, volgendo la battaglia al termine, abbandonare il campo. Erano - narra la leggenda- i
Dioscuri, i quali erano corsi a Roma a portar la notizia della sconfitta nemica e, lavati i cavalli alla
fonte Giuturna, si erano poi allontanati, né furono più visti.
Postumio sciolse il voto, innalzando a CASTORE e POLLUCE un tempio presso la fonte Giuturna.
Mentre lo sconfitto Tarquinio ottenne ospitalità a Cuma dal tiranno Aristodemo e qui finì i suoi
giorni si narra, molto vecchio.
LA TRADIZIONE E LA CRITICA STORICA
Come accennato all'inizio, riguardo alle leggende, non occorre molto acume per accorgersi del
carattere leggendario dei fatti sopra narrati, i quali, oltre essere dagli antichi storici raccontati in
modo diverso e contraddittorio, non reggono ad un esame rigorosamente critico e mostrano le
incongruenze, gli errori, le illogicità, le contraddizioni di cui sono pieni questi fatti.
Gli avvenimenti di questo periodo della storia romana dovettero svolgersi molto diversamente da
come ci sono riferiti dalla tradizione.
Perplessità innanzitutto il movente della rivolta che abbatté la monarchia, non possiamo
ammettere cioè che sia la plebe che, perseguitata da Tarquinio, si ribelli perché il Superbo risulta
invece amico dei plebei.
Dobbiamo piuttosto pensare ad una congiura di patrizi, che non vedono di buon occhio il potere
accentrato nelle mani di Tarquinio. Né possiamo ammettere che la cacciata di Tarquinio sia
avvenuta per unanime volontà dei Romani; infatti abbiamo visto molti dei fuorusciti che militano a
favore del sovrano spodestato e una congiura per rimetterlo sul trono è tramata dagli stessi poco
tempo dopo l'abolizione della monarchia.
E poiché alla testa della rivolta contro Tarquinio, la tradizione mette BRUTO e COLLATINO, due
parenti del re, non è illogico ed arbitrario supporre che causa dei fatti non fu la volontà di porre
termine al regime monarchico, ma semmai per una profonda discordia prodottasi nella casa dei
Tarquini (e sopra abbiamo visto che gli stessi figli e nipoti dei due che hanno spodestato
Tarquinio, sono a fianco del re.
Espulso il Superbo, noi troviamo al potere Bruto e Collatino e in questo fatto si legge chiaramente
il trionfo di uno dei rami della famiglia regnante.
Successivi dissensi sorti tra Giunio Bruto e Collatino giustificano la deposizione di quest'ultimo,
che può anche ascriversi al desiderio dei patrizi di liberarsi completamente dei membri della
famiglia regia.
Il passaggio dal vecchio al nuovo regime è, secondo la critica storica, graduale. S'inizia con un
colpo di mano, ben riuscito, del ramo cadetto della casa regnante, continua con la deposizione di
questo ramo operata dal patriziato, prosegue con il sopravvento sugli altri patrizi della famiglia dei
Valerii e col tentativo di Publio Valerio di consolidare il suo primato e finalmente si risolve nella
regolare rotazione dei consoli e degli altri magistrati.
Anche le vittorie dei Romani sugli Etruschi e sui Latini la critica le ha messe nel numero delle
leggende. Secondo i critici, gli episodi di Orazio Coclite, di Muzio Scevola e di Clelia non
sarebbero che romanzo inventato dagli storici per nascondere la realtà. E la realtà dovette essere
ben diversa. Ecco come gli storici ricostruiscono gli avvenimenti.
Alcuni anni dopo l'abolizione della monarchia a Roma, avvenne un'invasione di Celti nell' Etruria e
gli Etruschi premuti dal nord, cercarono compensi territoriali nell' Italia centrale e meridionale. Con
numerose milizie, sotto la guida di un re o di un dittatore, s'avviarono verso il Lazio, assediarono e
sottomisero Roma, poi scesero verso la Campania; ma ad Aricia soccombettero in una battaglia
campale.
Conseguenza della prime vittorie degli Etruschi sui Romani sono - secondo i critici - la guerra o
meglio la ribellione dei Latini contro Roma. Le città della lega, infatti, colgono l'occasione della
sconfitta della loro rivale Roma per liberarsi dal suo dominio, ma non vi riescono per i rovesci
subiti dagli Etruschi e per il conseguente risollevarsi delle sorti ad Aricia.
LE ISTITUZIONI
Se la storia romana di questo periodo è molto oscura ed incerta per quanto si riferisce alle
imprese di guerra e all'avvenuto mutamento di regime, molto esaurienti e chiare invece sono le
notizie che abbiamo sulle riforme politiche e sulle istituzioni. Che di quanto già detto all'inizio-
riepiloghiamo
La suprema autorità politica dello Stato passa dal re a due magistrati che durano in carica un
anno ed hanno eguali poteri. All'inizio essi prendono il nome di pretori, più tardi vengono designati
col nome di consoli e il primitivo nome viene dato, in seguito, al magistrato rivestito della podestà
giudiziaria. Nei primi tempi della repubblica i consoli detengono tutti i poteri che aveva il re, salvo il
religioso di cui invece è investito un sacerdote denominato rex sacrificulus o rex sacrorum.
I consoli vengono eletti nei comizi centuriati e confermati dalle curie e siccome la maggioranza dei
voti è assicurata ai patrizi, così loro soltanto sono gli arbitri delle elezioni consolari.
Altra magistratura importante è la dittatura. Discordi sono gli storici sulla sua origine e sulle cause
di una tale istituzione. LIVIO pensa che sia stata provocata dal pericolo delle guerre e dalla scarsa
fiducia che i Romani avevano dei consoli; DIONISIO invece ritiene che la dittatura sia stata istituita
per vincere la riluttanza della plebe al servizio militare.
Probabilmente la "dittatura" è comunque la prima carica creata dopo l'abolizione della monarchia,
in sostituzione della potestà regia. Abolita in seguito alla creazione dei consoli, viene più tardi
ripristinata nei momenti più delicati della vita dello Stato sia per tenere a freno la plebe sia per
dare unità di comando alle complesse azioni militari.
Ma come nell'elezione dei consoli anche di quella del dittatore sono arbitri i patrizi. Infatti, è il
Senato che designa il personaggio da eleggersi e dà mandato ad uno dei consoli di conferire la
carica al designato, il quale assume pieni poteri per sei mesi ed è coadiuvato e nel medesimo
tempo tenuto d'occhio dal "magister equitum" (capo della cavalleria) scelto fra i patrizi più influenti.
All'amministrazione del tesoro pubblico sono preposti i "questori dell'erario" e alla giustizia
i "questori criminali".
Del Senato sappiamo che, abolita la monarchia che lo aveva ridotto di numero, è ricondotto al
numero di 300, ed accoglie nel suo seno alcuni elementi scelti fra la plebe. Anche ora, come al
tempo dei re, il Senato rappresenta un'assemblea consultiva; esso è convocato dai consoli e da
esso presieduto però si limita a discutere le proposte dei consoli. Ma la sua inferiorità rispetto ai
consoli è più formale che sostanziale. I consoli, infatti, durano in carica un anno, e la loro autorità
può essere pure ridotta dal "veto" di uno di loro e dalla nomina di un dittatore, mentre i senatori
rappresentano un corpo vitalizio che ha un numero imponente di membri e dietro di sé un numero
non meno imponente di famiglie, di genti, di clienti, e nello stesso tempo può infirmare l'autorità
consolare, avendo diritto di esaminarne le proposte prima che siano portate davanti ai comizi.
Questi, infine, non sono un'istituzione nuova, ma la loro funzione acquista sviluppi ed importanza
nei primi tempi della repubblica.
I comizi centuriati eleggono i magistrati, confermano i trattati di pace, funzionano da suprema
corte d'appello nei processi capitali ed hanno il potere legislativo. E se non possono proporre delle
leggi - il che limita grandemente la loro funzione - possono però respingere le proposte fatte dai
consoli. Ma anche questa prerogativa ha la sua limitazione, perché le deliberazioni dei comizi
centuriati non sono valide se non dopo la sanzione delle curie, le quali è un organo
esclusivamente composto di patrizi, investito della funzione delicatissima della sanzione che lo
mette al di sopra di ogni altro organo politico dello Stato.
Da tutto quel che si è detto sopra, risulta chiaramente il carattere oligarchico della repubblica
romana. Difatti il potere è nelle mani del Senato e delle Curie, cioè nelle mani dei patrizi, essendo
il primo formato in maggioranza di patrizi e il secondo esclusivamente solo di questi.
Partecipa, è vero, anche la plebe al governo dello Stato, ma la sua partecipazione non ha
alcun'importanza e non può arrecare benefici a se stessa. Da questa condizione d'inferiorità del
ceto plebeo (che ricordiamo non è solo formato da poveri, ma anche da ricchi artigiani,
commercianti ecc.) e dalla sempre crescente potenza del patriziato nasceranno presto quei dissidi
d'indole economica e politica che causeranno aspre lotte per mezzo delle quali si giungerà a
quell'equilibrio che doveva essere il coefficiente fondamentale della potenza romana.
Questi primi dissidi, poi sfociati in aperte ribellioni,
iniziano quasi subito;
e di queste lotte parleremo appunto nel prossimo capitolo
periodo dall'anno 495 al 454 > > >

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