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William Bechtel

Filosofia della scienza


e scienza cognitiva
Traduzione di Massimo Marraffa
Proprietà letteraria riservata
Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari

Finito di stampare nel marzo 2001


Poligrafico Dehoniano -
Stabilimento di Bari
per conto della
Gius. Laterza & Figli Spa
CL 20-6322-0
ISBN 88-420-6322-3

È vietata la riproduzione, anche


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SOMMARIO

Prefazione IX

I. La collocazione della filosofia della scienza 3


Introduzione: che cos'è la filosofia della scienza?, p. 3 -
Aree della filosofia attinenti alla filosofia della scienza, p.
5 - Conclusione, p. 22 - Note, p. 23

Il. Il neopositivismo logico: la concezione standard nel-


la filosofia della scienza · . 25
Introduzione: le origini del neopositivismo logico, p. 25 -
La teoria verificazionista del significato, p. 27 - Il model-
lo nomologico-deduttivo della spiegazione e il modello
ipotetico-deduttivo dello sviluppo delle teorie, p. 32 - La
concezione assiomatica delle teorie, p. 39 - Sommario, p.
41 - Note, p. 44

III. Obiezioni al neopositivismo logico 45


Introduzione: obiezioni a tesi specifiche del neopositivi-
smo logico, p. 45 - L'attacco al concetto di conferma, p.
45 - Il ripudio del modello nomologico-deduttivo della
spiegazione, p. 51 - La critica della distinzione analiti-
co/sintetico, p. 56 - Un'obiezione alla distinzione tra os-
servazione e teoria, p. 60 - Sommario, p. 66 - Note, p. 66

La filosofia della scienza postpositivista 69


La comparsa della filosofia della scienza a orientamento
storico, p. 69 - La sfida di Kuhn: scienza normale e scien-
za rivoluzionaria, p. 70 - L'attacco di Feyerabend al me-

V
todo, p. 78 - I programmi di ricerca di Lakatos, p. 81 - Le
tradizioni di ricerca di Laudan, p. 85 - Studi sulla scoper-
ta scientifica, p. 89 - Sommario, p. 92 - Note, p. 95

V. La riduzione teorica come modello per stabilire con-


nessioni interdisciplinari 97
Introduzione: la connessione interdisciplinare attuata tra-
mite la connessione tra teorie, p. 97 - Il modello della ri-
duzione teorica e l'unità del programma della scienza, p.
98 - Argomenti contro il tentativo di ridurre la psicologia
alla neuroscienza, p. 103 - La riduzione come dispositivo
che agevola la co-evoluzione della psicologia e della neu-
roscienza, p. 111 - L'eliminazione della psicologia ingenua
a favore di una psicologia riducibile, p. 117 - Implicazio-
ni del modello della riduzione teorica per la connessione
tra la psicologia e la neuroscienza, p. 124 - Note, p. 125

VI. Un modello alternativo per l'integrazione delle disci-


pline 129
Introduzione: l'aspirazione a un modello alternativo, p.
129 - Difetti del modello della riduzione teorica, p. 129 -
La concezione delle teorie intercampo di Darden e Maull,
p.133 - Teorieintercampotralascienzacognitivaelaneu-
roscienza, p. 138 - Teorie intercampo all'interno della
scienza cognitiva, p. 149 - Conclusioni concernenti lari-
cerca interdisciplinare, p. 159 - Note, p. 161

Poscritto 163

Bibliografia 165

Indice dei nomi 187

Indice analitico 191


questo volume è dedicato alla memoria di Hanna,
che ha contribuito in modi che non poteva compren-
dere
PREFAZIONE

La filosofia è una delle discipline che fanno parte della scienza


cognitiva e opera al suo servizio essenzialmente in due modi. Da
un lato, la filosofia della scienza fornisce una prospettiva metateo-
rica sull'impresa scientifica, analizzando concetti come gli scopi
della ricerca scientlfica e le strategie messe in atto per raggiunger-
li. La filosofia della scienza offre dunque una prospettiva entro la
quale possiamo esaminare e valutare le attività della scienza co-
gnitiva. Dall'altro lato, la filosofia della mente offre tesi proprie sul-
la natura della mente e dell'attività mentale. Sebbene di norma
queste tesi non siano scaturite dalla ricerca empirica, sono filtrate
spesso nelle ricerche empiriche della scienza cognitiva o delle di-
scipline che hanno preceduto quest'ultima. Poiché questi due ruo-
li che la filosofia assolve in seno alla scienza cognitiva sono molto
diversi tra loro, abbiamo ritenuto opportuno dedicare ad ognuno
di essi un volume. Il presente libro ha come oggetto la filosofia del-
la scienza, mentre i problemi della filosofia della mente vengono
presi in esame in Bechtel, 1988a.
La strategia della presente opera è quella di presentare svaria-
te idee che, elaborate nel contesto della filosofia della scienza, han-
no fatto poi la loro comparsa nei dibattiti della scienza cognitiva.
Alcune di queste idee non godono più del favore di un tempo pres-
so i filosofi della scienza; nondimeno esse sono state è, in alcuni ca-
si, restano influenti al di fuori della filosofia. Inoltre alcune delle
idee più antiche hanno costituito il punto di partenza per l'attua-
le riflessione filosofica, che procede sullo sfondo dei precedenti
sforzi teorici, consapevole dei loro successi e dei loro fallimenti.
Dopo un capitolo introduttivo che presenta altri àmbiti della
filosofia attinenti alla filosofia della scienza, il presente libro si sud-
IX
divide in due parti principali. Il secondo, il terzo e il quarto capi"
tolo esaminano le concezioni generali della natura della scienza e
della spiegazione scientifica. Il secondo capitolo si occupa del po-
sitivismo logico, una visione globale della natura delle teorie scien-
tifiche e del loro statuto epistemologico elaborata nella prima metà
del secolo. Come vedremo nel terzo capitolo, molte delle dottrine
del positivismo logico sono state criticate e tale posizione non ri-
scuote più larghi consensi. Tuttavia essa continua a esercitare una
forte influenza sulla scienza, particolarmente evidente nelle espo-
sizioni canoniche del metodo scientifico presentate nei primi ca-
pitoli di alcuni manuali scientifici. Una ragione per cui il positivi-
smo logico continua a essere influente risiede nel fatto che nessu-
na prospettiva posteriore ha ottenuto un consenso paragonabile.
Tuttavia una nuova prospettiva si sta affermando presso quei filo-
sofi che prendono sul serio l'importanza dell'effettiva prassi scien-
tifica, concentrandosi in particolar modo sull'immagine che di es-
sa offre la storia della scienza. Questa nuova impostazione, inau-
gurata .da La struttura delle rivoluzioni scientifiche di Thomas
Kuhn (1962), verrà discussa nel quarto capitolo. ·
Il quinto e il sesto capitolo prendono in esame un problema che
riveste un significato particolare per coloro che praticano la scien-
za cognitiva: come istituire connessioni appropriate tra ricerche che
fanno capo a differenti discipline scientifiche. Il modello della ri-
duzione teorica, eredità del positivismo logico, rappresenta un mo-
dello molto discusso di connessione tra discipline differenti. Esso è
incentrato sul rapporto tra la scienza cognitiva e la neuroscienza e
propugna la concezione secondola quale le teorie della scienza co-
gnitiva dovrebbero essere riducibili alle teorie della neuroscienza.
Tale modello, recentemente difeso da Patricia Churchland nel suo
autorevoleNeurophilosophy (1986), verrà discusso nel quinto capi-
tolo. Tuttavia molti filosofi hanno respinto il modello della riduzio-
ne teorica e si sono messi alla ricerca di modi alternativi di concepi-
re le relazioni che sussistono tra discipline diverse. Una di queste
concezioni, che discuteremo nel sesto capitolo, fornisce una pro-
spettiva diversa non solo sulla relazione che intercorre fra la scien-
za cognitiva e la neuroscienza, ma anche sulle interazioni tra le di-
scipline che appartengono alla scienza cognitiva stessa.
Per coloro che non hanno già dimestichezza con la filosofia è
opportuno qualche commento sul modo in cui ci si dovrebbe ac-
X
costare al materiale filosofico. Sebbene si sia spesso dichiarato che
le tesi filosofiche non richiedono prove empiriche, questa opinio-
ne è oggi molto meno diffusa che in passato; resta tuttavia il fatto
che le prime tendono a situarsi abbastanza lontano dalle seconde.
Pertanto, in filosofia, esiste un margine molto più ampio per il di-
battito sulle virtù di particolari tesi di quanto non ci sia in molti ca-
si in cui le prove empiriche sono facilmente accessibili. Nel pren-
dere in esame le concezioni discusse in questo libro, il lettore do-
vrebbe tenere a mente il carattere polemico e argomentativo della
ricerca filosofica. Invece di limitarsi ad accogliere o respingere un
punto di vista, il lettore dovrebbe prendere in considerazione i ti-
pi di possibili argomenti che possono essere addotti pro o contro
quel punto di vista. Il lettore perciò partecipi all'argomentazione
stessa e non resti un osservatore passivo. Sebbene i contributi for-
niti dai filosofi costituiscano una risorsa per chiunque si cimenti
con i problemi che sono oggetto di questo libro, questi ultimi non
sono una prerogativa esclusiva dei filosofi e gli scienziati stessi so-
no invitati a partecipare al dibattito e a raggiungere conclusioni
proprie.

Nell'elaborare questo libro ho ricevuto sostegno e aiuto da


molte istituzioni e persone. In primo luogo ringrazio Larry Erl-
baum per avermi invitato a scriverlo. Ho imparato molto da que-
sta impresa, benché non si sia dimostrata cosl facile come sembra-
va quando egli mi invitò a intraprenderla. Devo un ringraziamen-
to particolare anche a Andrew Ortony per i suoi validi commenti.
Jim Frame è stato mfo assistente ricercatore per la maggior parte
della stesura del testo, e mi ha fornito un aiuto inestimabile, spe-
cialmente nell'organizzare e nel coordinare il materiale bibliogra-
fico. Robert McCauley ha fornito commenti dettagliati e utilissimi
su differenti versioni di questo libro. Anche Adele Abrahamsen,
Robert Almeder, Patricia Churchland, Donald Norman, Robert
Richardson e William Wimsatt hanno letto varie stesure di parti o
dell'intero testo e hanno fornito delle indicazioni importanti delle
quali sono lorò molto grato. Infine esprimo la mia riconoscenza al-
la Georgia State University per una sovvenzione per la ricerca che
ha costituito un sostegno essenziale per l'elaborazione del testo.
FILOSOFIA DELLA SCIENZA
E SCIENZA COGNITIVA
Capitolo primo
LA COLLOCAZIONE
DELLA FILOSOFIA DELLA SCIENZA

Introduzione: che cos'è la filosofia della scienza?

Il presente volume si propone di presentare alcuni dei proble-


mi fondamentali della filosofia della scienza a quanti sono impe-
gnati nelle varie discipline della scienza cognitiva: psicologia co-
gnitiva, intelligenza artificiale, neuroscienza cognitiva, linguistica
teorica e antropologia cognitiva. La filosofia della scienza è un
campo in cui ci si propone di analizzare la natura delle ricerche
scientifiche, cercando di rispondere a domande quali: che cos'è
una spiegazione scientifica? In quale misura le tesi scientifiçhe
· possono essere giustificate o si può dimostrare che sono false? Co-
me mutano nel tempo le teorie scientifiche? Quali relazioni sussi-
stono tra le teorie vecchie e nuove? Quali relazioni sussistono, o
dovrebbero sussistere, tra tesi teoriche elaborate in differenti cam-
pi della ricerca scientifica? Nei prossimi capitoli di questo libro
esamineremo svariate risposte che i filosofi hanno offerto a queste
e ad altre domande. Tuttavia, prima di dedicarci alle concrete con-
cezioni proposte dai filosofi, può risultare utile collocare in pro-
spettiva i tentativi di affrontare questi problemi.
Fin dall'antichità i filosofi si sono interessati alla scienza in
quanto quest'ultima si 'presenta come il tentativo più rigoroso
compiuto dagli uomini di acquisire conoscenze. Questo fatto ha
condotto alcuni filosofi a cercare un criterio in base al quale sia
possibile distinguere le pretese epistemiche prodotte dall'attività
scientifica da altre pretese epistemiche avanzate dagli uomini (per
esempio, quelle che si fondano sul misticismo o fanno appello al-
l'intuizione). Tuttavia i filosofi non sono state le uniche persone
che, affascinate dalla scienza, hanno tentato di spiegarne il funzio-

3
namento. Gli storici si sono a lungo interessati àll' evoluzione del-
la scienza, in parte anche come ambito della storia delle idee. Più
di recente la storia sociale e la sociologia hanno focalizzato la loro
attenzione sulla scienza e sul contesto sociale in cui viene svolta la
ricerca scientifica. L'attività scientifica è stata oggetto anche di al-
cune ricerche psicologiche. Benché spesso vi siano state aspre con-
trovètsie tra filosofi, storici, sociologi e psicologi della scienza su
quale metodologia fornisca lo strumento migliore per spiegare la
natura della scienza, quest'ultima inizia oggi a costituire l'oggetto
di indagine di un gruppo di studiosi provenienti da discipline di-
verse, un tipo di ricerca a cui ci si riferisce sempre più spesso con
l'espressione scienza della scienza. .
Tale espressione suggerisce che la ricerca sulla natura della
scienza, sia essa realizzata da filosofi o da altri studiosi, è un' atti-
vità riflessiva, che impiega quelle stesse capacità di cui si avvale la
ricerca umana per comprendere l'esempio più sistematico di ri-
cerca offerto dalla razza umana: la scienza. La ricerca riflessiva,
specialmente nei modi in cui viene portata avanti dai filosofi, ha
avuto profonde ripercussioni sulla scienza stessa. Molti scienziati
si sono interessati seriamente ai problemi della filosofia della scien-
za. È molto probabile che un simile interesse si esprima nel conte-
sto di dibattiti che si aprono in seno alla comunità scientifica quan-
do sorgono questioni relative alla strategia scientifica appropriata
o allo stile legittimo di spiegazfone scientifica (la recente storia del-
la psicologia è stata testimone di tali controversie nelle battaglie tra
comportamentismo e cognitivismo, mentre la scienza cognitiva sta
attualmente assistendo a un'analoga battaglia tra i connessionisti e
coloro che propugnano teorie della mente basate sui concetti di re-
gole e rappresentazioni). Alcuni scienziati che si sono occupati di
filosofia della scienza hanno poi offerto contributi alla letteratura
della disciplina (per esempio, Polanyi, 1958). Tuttavia la maggior
parte degli scienziati si limita ad adottare la filosofia della scienza
che gode di popolarità in un certo momento o quella che si adatta
meglio ai loro scopi, citandola come un'autorità. Questa tendenza
a prendere a prestito posizioni dalla filosofia è piuttosto diffusa ma
è molto pericolosa, perché una tesi altamente controversa in filo-
sofia può essere accolta da un particolare scienziato o gruppo di
scienziati senza che ne venga riconosciuto il carattere controver-
so1. Uno degli obiettivi di questo volume è quello di tentare di ri-

4
dimensionare questa situazione nella scienza cognitiva, fornendo
una breve esposizione introduttiva delle varie prospettive filosofi-
che antagoniste sulla natura della scienza; Pertanto, una volta let-
ta questa esposizione, chi adotterà una particolare concezione del-
la natura della scienza lo farà con una certa consapevolezza delle
posizioni alternative e di alcune delle controversie che infuriano
intorno a quella concezione.
Non esistono netti confini che separino le analisi della scienza
proposte dai filosofi da quelle offerte dagli storici, dai sociologi o
dagli psicologi. In generale, tuttavia, rispetto a questi ultimi i filo-
sofi hanno avuto la tendenza ad essere più interessati ai ragiona-
menti impiegati reahnente o ideahnente dagli scienziati e hanno cer-
cato di identificare i criteri che conferiscono validità oggettiva alle
tesi scientifiche. Inoltre, nello svolgere le loro analisi della scienza,
i filosofi portano con sé un retroterra frutto della formazione in al-
tre aree della filosofia. Di conseguenza, quando analizzano la scien-
za, essi ricortono agli strumenti concettuali elaborati in altri ambi-
ti della filosofia2 • Al fine di fornire a chi non si interessa professio-
nalmente di filosofia lo sfondo necessario per comprendere e valu-
tare le tesi formulate dai filosofi della scienza, il resto del capitolo
sarà dedicato a fornire una breve introduzione ad altre aree della fi-
losofia che sono attinenti alla filosofia della scienza.

Aree della filosofia attinenti alla filosofia della scienza

Il modo migliore di caratterizzare la filosofia, almeno nella for-


ma che questa ha assunto nel mondo occidentale, è probabilmen-
te quello di definirla come un tentativo di elaborare risposte siste-
matiche e giustificabili a questioni del seguente tipo: Quali sono le
forme corrette del ragionamento? Quali sono le categorie fonda-
mentali delle cose? In che modo l'uomo conosce il mondo natu-
rale? Come si dovrebbe comportare? Queste domande definisco-
no i domini fondamentali della filosofia: logica, metafisica, episte-
mologia e teoria del valore, ognuno dei quali ha una certa impor-
tanza per la filosofia della scienza. Quanto segue è una breve espo-
sizione dei problemi fondamentali di ciascuno di questi domini e
del modo in cui questi problemi influenzano la filosofia della
scienza.

5
Logica. Il problema centrale della logica è la valutazione dell' ar-
gomentazione, la quale è semplicemente uh insieme di proposi-
zioni, alcune delle quali fungono da premesse, o da base, per di-
mostrare un'altra proposizione (la conclusione). Ai fini della valu-
tazione dell'argomentazione sono importanti due criteri: (a) l' ar-
gomentazione è tale che se le premesse sono vere, anche la con-
clusione deve essere vera? (b) le premesse sono vere? Di solito si
definisce valida una argomentazione che soddisfa il criterio (a),
mentre un'argomentazione che soddisfa (a) e (b) viene definita
buona. La disciplina della logica è principalmente interessata al
criterio (a), cioè si propone innanzitutto di determinare se l'argo-
mentazione è tale che la verità delle premesse garantisce la verità
della conclusione. Il fatto che un'argomentazione sia in grado di
preservare la verità non dipende dal contenuto di ciò che si asse-
risce nell'argomentazione, ma esclusivamente dalla forma di que-
st'ultima. È possibile spiegare intuitivamente il concetto di forma
di un'argomentazione caratterizzandola come ciò che resta quan-
do tutte le parole o le proposizioni che hanno contenuto sono sta-
te sostituite da variabili, a patto che la sostituzione si sia realizzata
per tutti i casi delle parole o proposizioni che hanno lo stesso con-
tenuto (per esempio, la forma logica dell'enunciato «Piove e fa
freddo» potrebbe essere «X e y», dove x e y sono variabili).
Nel corso della storia della filosofia sono state elaborate due
teorie della forma logica. Là prima risale ad Aristotele e dà luogo
alla logica sillogistica, la seconda fu elaborata alla fine del XIX se-
colo e agli inizi del XX, principalmente ad opera di Frege e Rus-
sell, e costituisce ciò che viene comunemente chiamato logica sim-
bolica. Si può interpretare la logica sillogistica come una logica del-
le classi; essa utilizza informazioni sull'appartenenza di un ogget-
to a una classe o sull'inclusione di classi per determinare ulteriori
relazioni. La forma fondamentale di argomentazione è il sillogismo
in cui due asserti su relazioni di appartenenza tra oggetti e classi di
oggetti vengono offerti come base per dimostrare un terzo asser-
to. Un tipico sillogismo valido è il seguente:

Tutti gli uomini sono mortali.


Tutti i greci sono uomini.

Quindi, tutti i greci sono mortali.

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Benché la logica sillogistica si fosse dimostrata utile per coglie-
re svariate forme valide di argomentazione, essa era sprovvista dei
mezzi per trattare molte altre argomentazioni e la moderna logica
simbolica venne sviluppata per ovviare a questo inconveniente.
Tale disciplina ha due componenti: la prima è nota come logica
enunciativa o logica proposizionale, la seconda come logica della
quantificazione o calcolo dei predicati. La logica enunciativa o pro-
posizionale considera come unità enunciati o proposizioni sempli-
ci complete (ad esempio «Piove»); impiega quindi connettivi ve-
ro-funzionali per costruire proposizioni complesse. Un connettivo
è vero-funzionale se la verità o la falsità (il valore di verità) di ogni
proposizione costruita mediante quel connettivo può essere de-
terminata in modo univoco a partire dai valori di verità delle pro-
posizioni componenti. Benché i connettivi della logica proposi-
zionale siano definiti in base a precise regole che si allontanano da
quelle che governano le corrispondenti particelle italiane, i princi-
pali connettivi sono generalmente espressi usando le particelle
«non», «e», «O», «se ... allora ... » e «se e solo se». Grazie a una ta-
vola (detta tavola di vert'tà), si può mostrare come i valori di verità
delle varie proposizioni complesse dipendano da quelli delle pro-
posizioni componenti (rappresentate dalle lettere A e B).Il valore
di verità di una proposizione è indicato collocando una V (<<Vero»)
o una F («falso») nel posto appropriato della tavola. Le tavole di
verità delle proposizioni formate usando i fondamentali connetti-
vi sopra citati sono le seguenti (sotto le proposizioni complesse in
cui compaiono le particelle italiane sono riportati i simboli più co-
munemente usati per designare i corrispondenti connettivi):

Glossa italiana non A AeB AoB Se A allora B A se e solo se B


Notazione 1 -A A·B AvB A-7B At-7B
Notazione2 A. AnB AUB A::>B A=B

A B
V V F V V V V
V F F F V F F
F V V F V V F
F F V F F V V

7
La tavola di verità per la maggior parte di questi connettivi è
esattamente quella che ci si sarebbe aspettata. L'unico connettivo
problematico è «se A allora B», a cui, in modo alquanto controin-
tuitivo, è assegnato il valore di verità vero ogni volta che A (l'an-
tecedente) è falso. Si può comprendere almeno in parte il motivo
di questa interpretazione considerando in quali circostanze si po-
trebbe riconoscere la falsità dell'asserto. L'unica circostanza è
quella in cui A è vero e B (il conseguente) è falso. Tuttavia è im-
portante rilevare che, data questa interpretazione del connettivo
«se ... allora ... »,non è corretto considerarlo equivalente all'impli-
cazione. I logici parlano infatti di «condizionale materiale»3 •
Nella logica proposizionale le derivazioni si avvalgono di pre-
messe e conclusioni che consistono o di asserti semplici o di asserti
complessi costruiti a partire da asserti semplici usando i connetti-
vi vero-funzionali. Vi sono molte forme di derivazione valida; una
delle più importanti, nota come modus ponens o «affermazione
dell'antecedente», è la seguente:

Se A, allora B
A

Quindi, B

Un'altra forma molto importante, nota come modus tollens o


«negazione del conseguente», è la seguente:

Se A, allora B
NonB

Quindi, non A

Trattare queste e alcune altre forme come regole che autoriz-


zano inferenze da asserti della forma delle due premesse ad asser-
ti della forma della conclusione, dà luogo a un sistema di deduzio-
ne naturale. In un simile sistema si parte da un insieme di premes-
se e si applicano una serie di tali regole per derivare una conclu-
sione finale.
Naturalmente non tutte le forme diragionamento sono valide.
Vi sono in effetti due forme invalide che assomigliano molto alle

8
forme valide sopracitate. La prima forma, nota come affermazione
del conseguente, è la seguente:

Se A, allora B
B

Quindi, A

La seconda forma, nota come negazione dell'antecedente, è la


seguente:

Se A, allora B
Non A

Quindi, non B

Si può riconoscere l'invalidità delle forme sostituendo «Piove»


ad A e «La partita verrà sospesa» a B. Ora, supponiamo che in cia-
scun caso le premesse siano vere e consideriamo se la conclusione
potrebbe essere falsa. Dal momento che chiaramente potrebbe es-
sere falsa, la forma del ragionamento non è valida.
Il calcolo dei predicati' estende il potere della logica proposizio-
nale, rivelando la struttura interna degli asserti di base utilizzati
nella logica proposizionale e mostrando come una molteplicità di
forme valide si basino su questa struttura. La struttura in questio-
ne è la fondamentale struttura soggetto-predicato, che troviamo
ad esempio nell'enunciato «il cielo è blu». Per rappresentare que-
sta struttura, si sostituisca il soggetto dell'enunciato (l'espressione
che si riferisce all'oggetto di discorso) con una delle prime lettere
dell'alfabeto in carattere minuscolo e il predicato con una delle ul-
time lettere dell'alfabeto in carattere maiuscolo: il precedente
enunciato può dunque essere rappresentato come «Pa», dove P =
.«è blu» e a = «il cielo». In questo caso il predicato comprende un
solo oggetto ed è dunque monadico. È possibile avere anche pre-
dicati relazionali, che comprendono due o più oggetti (per esem-
pio, «più alto di» è un predicato relazionale e l'enunciato «Mario
è più alto di Giovanni» può essere rappresentato come «Tab»).
Oltre a rappresentare asserti che si riferiscono a specifici ogget-
ti, il calcolo dei predicati consente generalizzaziÒni che asseriscono .
che un asserto è vero per ogni oggetto o per almeno un oggetto.

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Dunque l'asserto «Tutti i cani hanno il cuore» può essere simboliz-
zato nel modo seguente: (x)(Fx ~ Gx), che si legge «Per tutti gli x,
sex è un cane, allora x ha un cuore». Parimenti, l'asserto «Esiste un
cane bianco» viene simbolizzato come: (3x)(Fx · Gx), che si legge
«Esiste un x tale che x è bianco ex è un cane». Nei sistemi di dedu-
zione naturale per il calcolo dei predicati vi sono regole specifiche
che stabiliscono quando è ammissibile introdurre o eliminare que-
sti quantificatori. Tali regole forniscono una potente struttura de-
duttiva al calcolo dei predicati (per un'introduzione alla logica sim-
bolica e a molti problemi logici importanti per la scienza cognitiva,
si veda McCawley, 1981).
Tuttavia l'interesse per la logica va oltre la possibilità di usarla
per produrre dimostrazioni dettagliate: è possibile dimostrare in-
teressanti proprietà dei sistemi logici stessi e molte delle dimo-
strazioni di quelli che sono chiamati metateoremi furono elabora-
te nel contesto del tentativo di fornire un fondamento all'aritmeti-
ca. Per esempio Frege s1 propose di mostrare che tutte le verità del-
la matematica potevano essere tradotte nei termini dell'aritmetica,
e che a loro volta i principi dell'aritmetica potevano essere tradot-
ti nei termini della logica (progetto noto come la riduzione della
matematica all'aritmetica e dell'aritmetica alla logica). F rege do-
vette troncare sul nascere il suo programma quando Russell rilevò
una contraddizione nel sistema che lo studioso tedesco aveva ela-
borato. La logica richiede sistemi coerenti perché, altrimenti, è
possibile derivarne qualunque asserto. Pertanto una delle cose ba-
silari che si devono stabilire nei riguardi di un qualsiasi sistema lo-
gico è che esso è coerente. La dimostrazione che il sistema fregea-
no per la derivazione dell'aritmetica dalla logica era incoerente
minò l'interesse per il progetto del logico tedesco.
Il programma di ridurre l'aritmetica alla logica si rivelò impos-
sibile da realizzare, ma il tentativo di realizzarlo diede luogo a pa-
recchie scoperte importanti. Per esempio, oltre alla coerenza,
un'altra importante proprietà di un sistema logico è la completez-
za. Un sistema completo è un sistema la cui struttura assiomatica
è sufficiente a consentire la derivazione di tutti gli asserti veri nel-
1' ambito di un particolare dominio. Kurt Godel dimostrò che il
calcolo dei predicati è completo: ogni asserto che deve essere ve-
ro ogni qual volta le premesse sono vere può, in linea di principio,
essere derivato usando le regole di inferenza normali del calcolo

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dei predicati. Ma il fatto che il sistema sia completo non significa
che esista una procedura per generare una dimostrazione di ogni
data conseguenza logica delle premesse. Se esiste una tale proce-
dura il sistema è anche decidibile. La logica proposizionale è de-
cidibile e tali sono alcune versioni ristrette del calcolo dei predi-
cati. Ma Church dimostrò che a livello generale esso non è decidi-
bile. Nel calcolo predicativo generale il semplice fatto che non sia-
mo riusciti a derivare un risultato dai postulati non vuol dire che
esso non possa essere derivato; forse semplicemente non abbiamo
ancora costruito la dimostrazione corretta. Ancora più importan-
te per il programma di fondazione della matematica sulla logica fu
la prova di Godei secondo cui, diversamente dal calcolo dei pre-
dicati, non esiste alcuna coerente assiomatizzazione dell' aritmeti-
ca che sia completa. Ci si riferisce a questo risultato come all' in-
completezza del!' aritmetica ed è comunemente presentata come la
tesi che per qualsiasi assiomatizzazione dell'aritmetica vi sarà un
asserto vero che non può essere dimostrato all'interno del sistema
(per trattazioni particolareggiate di questi teoremi, si veda Quine,
1972 e Mates, 1972).
Alcuni di questi teoremi sulla logica hanno svolto ruoli impor-
tanti nello sviluppo della scienza dei computer. Altre tesi della lo-
gica, che sono comunemente considerate vere ma che non sono o
non possono essere dimostrate, hanno avuto una fondamentale
importanza nel motivare l'uso dei computer per lo studio della co-
gnizione. Un esempio è la tesi di Church, la quale sostiene che ogni
processo decidibile è completamente decidibile o computabile, il
che vuol dire che può essere automatizzato. Se questa tesi è vera,
ne consegue che è possibile implementare un sistema formale su
un computer che genererà la dimostrazione di ogni particolare
teorema che segue dai postulati. Tale assunto ha dato impulso al-
l'uso dei computer negli studi dei processi cognitivi: supponendo
che la cognizione si fondi su procedure decidibili, questa tesi ci di-
ce che tali procedure possono essere implementate tanto su un
computer digitale quanto su un cervello (per una critica di questo
assunto, si veda Smolensky, 1988). La logica simbolica ha svolto un
ruolo più generale nell'intelligenza artificiale. Molti hanno suppo-
sto che le procedure della logica simbolica caratterizzino gran par-
te del ragionamento umano, e poiché queste procedure possono
essere facilmente implementate su un computer, molti ricercatori

11
hanno cercato di sviluppare simulazioni del ragionamento umano
usando computer muniti di queste procedure di inferenza. Ai fini
della nostra trattazione, tuttavia, l'interesse per la logica è giustifi-
cato dal fatto che numerosi filosofi hanno cercato di spiegare le
teorie scientifiche come strutture logiche e la struttura delle spie-
gazioni scientifiche in termini di derivazioni logico-formali. Que-
sti temi verranno discussi nel secondo e nel quinto capitolo.

Metafisica. La metafisica si propone di determinare quali sono e


che natura hanno le categorie dell'esistente. Tradizionalmente la
metafisica si è occupata di problemi quali l'esistenza di un essere
supremo o di un dio creatore, l'esistenza di fenomeni mentali o
spirituali diversi dai fenomeni fisici, l'esistenza del libero arbitrio
(per un'antologia di scritti concernenti questi problemi, si veda
Taylor, 1978). In tempi più recenti la metafisica si è posta il pro-
blema di quali tipi di entità è legittimo includere nelle teorie scien-
tifiche. Per esempio, un evento mentale è il tipo di entità che si do-
vrebbe postulare in una teoria dell'azione umana? Generalmente
si dice che l'insieme delle entità postulate in una teoria specifica
l'ontologia a cui quest'ultima si lega.
È importante osservare che in genere si ritiene che la natura di
un problema metafisico sia diversa da quella di un ordinario pro-
blema empirico, quale potrebbe essere la questione se esistono an-
cora dei dinosauri. Per risolvere un problema empirico di questo·
tipo noi ci affidiamo a tecniche quali l'osservazione comune; ma le
questioni ontologiche sono giudicate più fondamentali e non riso~
lubili mediante le ricerche empiriche usuali: tradizionalmente si è
ritenuto che per affrontare i problemi classici dell'esistenza di Dio·
o il dualismo mente/corpo fosse necessario un tipo di indagine che
andasse oltre la ricerca empirica usuale, ma talvolta si è anche af-
fermato che tali problemi possono essere affrontati avvalendosi
semplicemente degli strumenti della logica. Per esempio l'argo-
mento ontologico è un tentativo di inferire la concreta esistenza di
Dio dall'idea della Sua perfezione; la legittimità di questa inferen-
za riposerebbe sul principio secondo cui se Dio non esistesse, vi
sarebbe un essere più perfetto, un essere esattamente simile a Dio
ma esistente nella realtà. Pertanto la supposizione che Dio non esi-
ste è contraddittoria e da ciò discende la necessità della Sua esi-
stenza. Gli odierni problemi ontologici riguardano il modo in cui

12
dovremmo istituire le categorie in base alle quali condurre la no-
stra ricerca empirica. La questione delle categorie appropriate si
pone prima dell'osservazione empirica e dunque non può essere
facilmente risolta avvalendosi di questa stessa osservazione.
Agli occhi di coloro che non si occupano di filosofia le que-
stioni ontologiche classiche e contemporanee si presentano parti-
colarmente remote e sterili. Che valore avrebbe una risposta a un
problema ontologico? Il carattere stesso di tali problemi suggeri-
sce che essi sono privi di rilevanza pratica. Se le differenze ontolo-
giche non implicano differenze fisiche, sembra che si possa ab-
bracciare l'ontologia che si preferisce senza che ciò influisca mini-
mamente sul proprio rapporto con il mondo fisico. Quando le co-
se vengono poste in questo modo, i filosofi si trovano spesso in dif-
ficoltà a fornire una risp6sta soddisfacente. In realtà alcuni filoso-
fi hanno cercato di abbandonare i problemi metafisici. I positivi-
sti logici, le cui dottrine costituiranno l'oggetto del prossimo capi-
tolo, ritengono che la maggior parte delle classiche questioni del-
1'ontologia siano prive di significato, mentre Ludwig Wittgenstein
cerca di convincere i lettori delle sue Ricerche filosofiche (1953)
che quando i filosofi hanno affrontato tali questioni, mandavano
«in vacanza» il loro linguaggio, cioè non stavano affatto ponendo
veri problemi.
Altri filosofi hanno cercato di ridurre lo scarto tra ricerche on-
tologiche e ricerche empiriche. Quine (1961a; 1969a), per esempio,
ha sostenuto che la scelta di una teoria scientifica ci consente diret-
tamente di risolvere il problema relativo allo schema ontologico che
veniamo ad accettare insieme alla teoria stessa. Facendo ricorso al
quadro di riferimento del calcolo dei predicati, dovetutti i termini
che si riferiscono a oggetti possono essere rappresentati come va-
riabili in espressioni quantificate, Quine propone la massima: «Es-
sere è essere il valore di una variabile» (1961a, p. 15 [trad. it. 1966,
p. 16]; cioè gli oggetti a cui noi attribuiamo proprietà nelle nostre
teorie sono quelli di cui accettiamo l'esistenza). Benché questo ten-
tativo di collocare i problemi ontologici nel contesto della ricerca
scientifica possa risultare particolarmente attraente per chi è con-
sapevole di quanto tali problemi siano enigmatici allorché vengano
considerati in altro modo, non si dovrebbe pensare che in questo
modo essi vengano davvero evitati. Ciò che viene trascurato da que-
sta proposta è il fatto che molti dibattiti sull'adeguatezza delle teo-

13
rie scientifiche si incentrano proprio sull'ontologia presupposta
dalla teoria. Ciò vale in particolare per la psicologia di questi ultimi
anni, dove si è vigorosamente dibattuto il problema se considerare
gli eventi mentali come fattori causali in una teoria esplicativa. Ma
la questione non si limita alla psicologia: spesso anche in fisica e in
biologia si sono accese dispute teoriche tanto su problemi ontolo-
gici quanto su problemi empirici. Per esempio nel corso dei secoli
XVII e XVIII vi fu una lunga controversia tra cartesiani e newto-
niani in merito alla legittimità del ricorso alla nozione di azione a di-
stanza (ammessa dal concetto di gravitazione di Newton). Alla fine
del secolo scorso l'embriologia fu dilaniata da una lunga disputa tra
vitalisti e meccanicisti volta astabilire quale dovesse essere la spie-
gazione dei fenomeni dello sviluppo.
A proposito di questi esempi storici si può osservare che, seb-
bene a quell'epoca i problemi ontologici rivestissero una grande
importanza, oggi sono stati risolti e la soluzione è scaturita dal suc-
cesso di una teoria scientifica. Questa osservazione non è del tut-
to sbagliata: tali controversie rivelano che le considerazioni empi-
riche sono rilevanti per la soluzione di problemi ontologici; tutta-
via esse non mostrano che simili problemi sono privi di importan-
za per lo sviluppo della scienza e possono essere semplicemente
ignorati. Un esame della fisica e della biologia contemporanee mo-
stra che in queste discipline i quesiti ontologici restano cruciali.
Nella fisica quantistica i teorici sono divisi in merito al problema
di stabilire se sia necessaria una teoria unificata delle forze fonda-
mentali della natura o se sia accettabile una teoria dualista. Nella
biologia evòluzionistiça vi è un forte disaccordo sulla questione se
la selezione operi solo su individui o se operi anche su entità di or-
dine superiore come i gruppi e le specie (per un'introduzione a
questo dibattito, cfr. i saggi in Sober, 1984). Analoghe controver-
sie esistono nella scienza cognitiva, perfino tra coloro che sono
concordi nell'accettare la legittimità della spiegazione mentalista.
Barwise e Perry (1983 ), ad esempio, hanno proposto un approc-
cio alla semantica secondo il quale il contenuto semantico non è
totalmente rappresentato in simboli all'interno del sistema cogni-
tivo, ma dipende dal contesto in cui è inserito quest'ultimo. Inol-
tre essi hanno sostenuto che anche la legittimità dell'inferenza 'di-
pende dal contesto e non potrebbe essere specificata totalmente
dai principi formali che governano la manipolazione dei simboli.

14
Con ciò sembra che essi abbiano violato un principio ontologico,
il vincolo della formalità, che Fodor (1980) ha formulato per la
scienza cognitiva e secondo il quale tutte le informazioni che ven-
gano a influenzare il comportamento del sistema devono essere
rappresentate formalmente. In tal modo viene sollevata la que-
stione se la condizione di formalità sia un principio ontologico ap-
propriato per la scienza cognitiva (due scritti rappresentativi del
dibattito sono Fodor, 1987, e Barwise, 1987).
Spesso la valutazione delle teorie dipende dal giudizio sulla
coerenza dei loro assunti ontologici. Teorie che fanno assunzioni
ontologiche incoerenti, o assunzioni ontologiche che i ricercatori
contemporanei giudicano inaccettabili, sono criticate nella stessa
misura delle teorie che fanno false previsioni empiriche. E tuttavia
in qualche modo i criteri empirici devono essere applicabili se si
vogliono risolvere le questioni ontologiche. Il legame tra problemi
ontologici e ricerca empirica deriva dal fatto che, sebbene tali pro-
blemi svolgano spesso un ruolo nello sviluppo di un particolare ti-
po di programma di ricerca, la capacità di un tale programma di
produrre una tradizione di teorizzazione progressiva influenza
spesso i successivi giudizi sull'adeguatezza della posizione ontolo-
gica alla base del programma.
Il paragrafo precedente può suggerire l'idea erronea che, dal
momento che i problemi ontologici sono in parte risolti dall'ade-
guatezza· dei programmi di ricerca che si basano su di essi, dob-
biamo attendere il verdetto della storia sulla produttività di tali
programmi di ricerca per valutare le posizioni ontologiche. Tutta-
via le posizioni in dialogo sono spesso molto più ricche e intrec-
ciate. In base all'esperienza collettiva del tentativo di fornire spie-
gazioni dei fenomeni naturali, è possibile valutare se è verosimile
che particolari posizioni ontologiche saranno soddisfacenti o con-
durranno a problemi insolubili: quando riconosciamo che è pro-
babile che certe assunzioni produrranno problemi, possiamo pre-
venirli. Talvolta questi stessi problemi possono essere evitati ri-
modellando la teoria all'interno di un differente quadro ontologi-
co. Dunque per non incorrere in problemi è utile prendere sul se-
rio gli impegni ontologici che vengono assunti e riformulare le ipo-
tesi in un quadro che eviterà tali problemi.
·Le questioni metafisiche sono chiaramente importanti per la
scienza ma, come ho già accennato, alcuni filosofi della scienza, tra

15
cui i positivisti logici, hanno cercato di eliminarli quali pseudo-
problemi. Nondimeno altri filosofi, di cui parleremo nel quarto ca-
pitolo, hanno sostenuto che i problemi metafisici svolgono un ruo-
lo importante nella determinazione della direzione e del progres-
so della scienza. Inoltre, come vedremo nel quinto capitolo, perfi-
no il positivismo logico, con il modello della riduzione teorica, ha
fornito un quadro di riferimento entro il quale unificare le onto-
logie di differenti teorie. I problemi metafisici sono dunque della
massima rilevanza ai fini dell'elaborazione di una teoria filosofica
della scienza.

Epistemologia. Mentre la metafisica si occupa di delimitare le ca-


tegorie dell'esistente, l'epistemologia è interessata al problema
della natura e della possibilità della conoscenza. La discussione
epistemologica è stata spesso prodotta dal dubbio scettico secon-
do cui quello che crediamo potrebbe essere falso. Benché nel cor-
so della storia vi siano sempre stati scettici che hanno messo in di-
scussione le pretese. epistemiche degli individui, la sfida scettica
più profonda è probabilmente quella lanciata da Cartesio,. che
apre le sue Medt'tazioni metafisiche (1647) sottoponendo a quanti
più dubbi è possibile le nostre credenze ordinarie. Egli inizia con
alcune comuni strategie per sollevare dubbi: per esempio fa nota-
re che noi tutti siamo consapevoli di essere stati ingannati dai no-
stri sensi in qualche circostanza (ad esempio da illusioni percetti-
ve) e si interroga sul modo in cui possiamo sapere in un qualsiasi
partiColare momento di non essere ingannati nuovamente. Inoltre
egli rileva che talvolta abbiamo fatto sogni così realistici che ab-
biamo pensato di essere svegli e che anche dopo il risveglio non
siamo stati in grado di distinguerli dall'esperienza reale. Infine egli
propone un'ipotesi che, qualora fosse vera, metterebbe in que-
stione praticamente ogni nostra credenza. Secondo tale ipotesi noi
. saremmo la creazione di un genio maligno la cui principale preoc-
cupazione è quella di ingannarci: a tal fine esso disporrebbe le co-
se in modo tale che si abbia l'impressione di vivere in un mondo
reale, di avere un corpo reale e di conoscere altri individui, ma tut-
to ciò non sarebbe altro che una gigantesca illusione creata dal ge-
nio. Una volta sollevati tali dubbi, il compito dell'epistemologia è
di superarli e dimostrare che l'uomo possiede una conoscenza au-
tentica.

16
Un assunto epistemologico generale che risale a Platone è che
la conoscenza è legata alla credenza (doxa) ma gode di uno statu-
to speciale: una sua proprietà specifica è che ciò che è conosciuto
deve essere vero, mentre ciò che è creduto può essere falso. Quan-
to meno la conoscenza sembra perciò richiedere credenze vere.
Ma ciò non è sufficiente perché qualcuno la cui credenza vera è so-
.}o una congettura fortunata non si potrebbe certo dire che abbia
una conoscenza autentica. Dunque si ritiene comunemente che la
conoscenza sia una credenza vera giustificata. Questo pone il pro-
blema di ciò che costituisce la giustificazione. Prima di considera-
re questo problema, tuttavia, dobbiamo notare che diversi episte-
mologi hanno messo in discussione la definizione di «conoscenza»
come credenza vera giustificata: essi hanno proposto svariati con-
troesempi che soddisfano. }a definizione ma non sembrano costi-
tuire casi di conoscenza. Un tipico controesempio implica un ca-
so in cui una credenza è vera e in cui la persona ha informazioni
che sembrano giustificarla, ma dove la relazione tra le informazio-
ni giustificato rie e l'oggetto di credenza è inappropriata. Per esem-
pio qualcuno potrebbe credere correttamente che davanti a lui vi
è un oggetto a circa tre metri di distanza, dove la giustificazione è
fornita dalla percezione. La scena potrebbe tuttavia essere il risul-
tato di alcuni specchi disposti in modo tale che, sebbene vi sia real-
mente un oggetto a tre metri di distanza di fronte alla persona,
l'oggetto della visione è un oggetto identico che si trova alle spal-
le di quella persona: di conseguenza quest'ultima non saprebbe
realmente chel' oggetto è lì (si veda Gettier, 1963). I sostenitori
della definizione di conoscenza come «credenza vera giustificata»
hanno tentato di perfezionare la definizione di conoscenza per far
fronte a questi esempi, dando luogo a una sequela di controesem-
pi e.definizioni.
Dopo aver definito la conoscenza, la questione centrale che si
sono posti gli epistemologi è stata quella di specificare quale tipo
di giustificazione si richiede per avere conoscenza. Nel corso del-
la storia dell'epistemologia sono stati tentati diversi approcci (per
esempio Platone e Cartesio hanno entrambi argomentato a favore
di qualche forma di giustificazione a priori della conoscenza), ma
la maggior parte degli epistemologi contemporanei adottano uno
o l'altro di due fondamentali approcci alla giustificazione: il fon-
dazionalismo o il coerentismo. L'approccio fondazionalista para-

17
gona la conoscenza a una struttura architettonica: la base per la
maggior parte degli asserti conoscitivi è un insieme di asserti fon-
dativi, da cui vengono derivate altre conoscenze. Il problema a cui
si trova di fronte il fondazionalista è quello di identificare gli as-
serti fondativi; in generale, i fondazionalisti fanno appello alle cre-
denze percettive. Secondo un approccio che attualmente non in-
contra più grandi favori, vi sono oggetti di percezione diretta, chia-
mati dati sensoriali, che consistono di semplici qualità percettive,
come le macchie di colore. Si sostiene che noi percepiamo diretta-
mente questi dati sensoriali e dunque su di essi abbiamo credenze
completamente giustificate; ogni altra conoscenza è logicamente
derivata da tali credenze. Questo approccio è stato abbandonato,
in parte perché i filosofi hanno messo in discussione l'idea che sia
possibile avere una consapevolezza diretta di dati sensoriali, in
parte perché si sono dissolte le prospettive di derivare da questi
fondamenti primitivi perfino la conoscenza degli oggetti più co-
muni. In genere i fondazionalisti contemporanei ricorrono a un
criterio, come l'indubitabilità o l' autogaranzia, per identificare le
credenze fondative (si veda Chisholm, 1976, 1982). Una recente
variante di questo approccio è quella di cercare un fondamento nel
processo di formazione di una credenza attendibile (si veda Gold-
man, 1986).
·L'approccio coerentista ripudia completamente la rtozione di
fondamenti esterni a favore della giustificazione nella relazione tra
credenze. L'idea è che, in un insieme di credenze, queste o sono
coerenti tra loro oppure sono incoerenti. Alcune delle credenze
che sono coerenti si giustificano l'un l'altra in modo tale che, an-
che se nessuna di queste credenze può essere sostenuta indipen-
dentemente dalle altre, nel suo insieme l'intera rete risulta stabile
(si veda Lehrer, 1974). Il coerentista generalmente si trova di fron-
te a due richieste di chiarimento. In primo luogo dovrà spiegare
che tipo di relazione deve sussistere tra le credenze perché il loro
insieme sia giustificato interamente; possiamo immaginare sempli-
ci insiemi di asserti, ognuno dei quali potrebbe essere falso ma ac-
cordarsi bene con gli altri asserti. Al coerentista occorre fissare dei
criteri per stabilire quali insiemi cli credenze coerenti vadano inte-
si «giustificati» e quindi possano valere come conoscenza. In se-
condo luogo dovrà chiarire perché si dovrebbe ritenere che la coe-
renza di un insieme di credenze, comunque sia caratterizzata, pro-

18
duca conoscenza (per un'antologia a carattere introduttivo di
scritti di epistemologia contemporanea che presentano sia il fon-
dazionalismo sia il coerentismo, si veda Chisholm e Schwartz,
1973 ).
In generale i punti deboli dell'approccio fondazionalista coin-
cidono con i punti di forza dell'approccio coerentista e viceversa:
il fondazionalista cerca di identificare alcune credenze che ci por-
tino fuori dalla nostra struttura di credenze e ci pongano a diretto
contatto con il mondo esterno, ma si trova di fronte alla difficoltà
di identificare quali credenze possono stare per proprio conto in
quanto asserti conoscitivi. Sembra che la maggior parte delle no-
stre credenze, anche le nostre credenze percettive, siano intercon-
nesse e dipendano l'una dall'altra. Il coerentista evita la difficoltà
del fondazionalista concentrando tutta la sua attenzione sull'inter-
connessione delle credenze; tuttavia a questo punto il coerentista
si trova di fronte al problema di spiegare perché la coerenza do-
vrebbe fornirci indicazioni sulla realtà della natura. Attualmente
nella letteratura epistemologica si possono trovare sofisticate ver-
sioni di entrambi gli approcci e ciascun partitÒ ha tentato di coop-
tare alcuni dei punti di forza dell'altro. Tuttavia nei dibattiti epi-
stemologici si assiste essenzialmente a un conflitto tra intuizioni in-
coerenti riguardo a ciò che è essenziale per trasformare una cre-
denza in una conoscenza.
I problemi dell'epistemologia sono evidentemente di grande ri-
levanza per la filosofia della scienza, specialmente nella misura in
cui si ritiene che gli asserti scientifici costituiscano casi paradig-
matici di conoscenza. La tradizione del neopositivismo logico, che
discuteremo nel prossimo capitolo, adotta l'approccio fondazio-
nalista e cerca di giustificare la nostra conoscenza delle teorie
scientifiche mostrando come tali teorie sono fondate sulla perce-
zione. I critici del programma positivista, a cui chi scrive si unirà
nel terzo e quarto capitolo, hanno criticato l'idea di una base os-
servativa oggettiva che fonda le teorie scientifiche, sollevando con
ciò interrogativi fondamentali relativi a come devono essere giu-
stificate le credenze.
Prima di lasciare questo tema, va rilevato che alcuni importan-
ti filosòfi, fra i quali anche Quine (1969b, 1973), hanno concluso
che l'epistemologia classica è fondamentalmente sbagliata; spesso
questa critica assume la forma della tesi che è impossibile rispon-

19
dere allo scettico che ci chiede di giustificare la nostra conoscenza
in un modo che sia immune dal dubbio. Un modo di abbandona-
re l'epistemologia classica è quello di rifiutare la tesi che ciò che è
conosciuto deve essere vero e concentrarsi invece sulle credenze
giustificate; questa strategia incorre tuttavia nelle obiezioni di co-
loro che riscontrano un'incoerenza logica nell'affermazione «Ros-
si sapeva che stava piovendo, ma si sbagliava». Un altro modo di
abbandonare l'epistemologia classica è quello di mettere da parte
il concetto di conoscenza giudicandolo inutile e di concentrarsi sol-
tanto sulla questione di ciò che giustifica la credenza; in generale
coloro che compiono questa mossa tendono anche ad adottare un
punto di vista molto diverso nei confronti della giustificazione: in-
vece di cercare tipi di giustificazione che garantiscano la verità, es-
si cercano forme di giustificazione che accrescano la probabilità di
raggiungere giudizi veri o almeno giudizi che si continuerà a rite-
nere veri anche in seguito. In questo contesto divengono rilevanti
conoscenze empiriche relative al modo in cui gli esseri umani ela-
borano l'informazione e formulano giudizi. Varie parti della scien-
za cognitiva, tra cui la psicologia cognitiva e l'intelligenza artifi-
ciale, nonché ricostruzioni storiche del modo in cui gli esseri uma-
ni hanno eseguito compiti di ragionamento, possono fornire infor-
mazioni pertinenti. Di conseguenza si parla comunemente di un si-
mile approccio all'epistemologia come di un'epistemologia natura-
lizzata. Un'impostazione particolare, molto dibattuta negli ultimi
anni, istituisce un confronto tra il processo di acquisizione della
cre~enza e il processo evolutivo, assumendo che le credenze più
adeguate siano paragonabili a specie ben adattate e che il modo di
acquisire credenze adeguate comporti una vagliatura molto simile
alla selezione naturale (si vedano Campbell, 1974a, Popper, 1972,
Toulmin, 1972, Hooker, 1987, per il sostegno di questa idea; Tha-
gard, 1980, per una critica; e Bradie, 1986, per una valutazione ge-
nerale).

Teoria del valore. Alcune delle aree della filosofia che ho esami-
nato possiedono già una dimensione normativa. Il termine «nor-
mativo» implica un interesse per i canoni a cui ci si dovrebbe
conformare, non una semplice descrizione della realtà delle cose.
La logica, ad esempio, è generalmente concepita come normativa
in quanto ricerca i canoni delle argomentazioni valide, così come

20
è normativa I'epistemologia dato che aspira a canoni che consen-
tano di valutare se qualcuno possiede la conoscenza o soltanto la
credenza. Tuttavia molti altri domini della filosofia sono anche più
chiaramente interessati ai valori o all'analisi della fonte dei valori:
tra queste si possono menzionare I'etica, che tenta di identificare
le norme che dovrebbero guidare il comportamento umano; la fi-
losofia politica, che si pone il problema di determinare quale tipo
di stato dovrebbe essere creato; e l'estetica, che si propone di sta-
bilire che cosa si dovrebbe considerare un'opera d'arte: mi riferirò
a tutti questi ambiti con I'espressione teoria del valore. Uno dei
problemi fondamentali che si pone in tutte le aree della teoria del
valore è quello di determinare se sia possibile pronunciarsi su que-
stioni di valore e istituire delle norme in modo razionale. A pare-
re di Hume (1759) è impossibile derivare logicamente un asserto
normativo, un asserto relativo al «dover essere», da un asserto de-
scrittivo, I'affermazione di un fatto; ciò induce a ipotizzare che gli
asserti normativi non siano razionalmente difendibili. Un compi-
to fondamentale che ha impegnato molti filosofi interessati alla
teoria del valore è stato quello di cercare di mostrare che Hume
era in errore e che è possibile derivare asserti normativi da infor-
mazioni puramente descrittive, o quanto meno che è possibile di-
fendere razionalmente le nostre proposizioni valutative. Altri che
hanno accettato la tesi di Hume hanno cercato di mostrare quale
dovrebbe essere lo status accordato agli asserti di valore qualora
non si cerchi di giustificarli razionalmente.
. Nella maggior parte dei casi i problemi della teoria del valore
sono molto distanti dagli interessi della filosofia della scienza. Vi
sono tuttavia alcune intersèzioni su cui è opportuno soffermarsi
brevemente. Alcuni scienziati, specialmente quelli impegnati nel-
le discipline più teoriche e matematiche, parlano spesso della «ele-
ganza» di una particolare teoria, suggerendo che lè teorie della na-
tura dovrebbero conformarsi a un canone estetico. Una versione
di questa prospettiva è la concezione secondo cui si dovrebbe pre-
ferire una teoria più semplice a una più complessa purché rispet-
tino entrambe il principio dell'adeguatezza empirica. Negli ultimi
decenni si è sviluppata anche l'interazione tra la teoria morale e
politica e la filosofia della scienza, specialmente in seguito a una
accresciuta consapevolezza delle «conseguenze» della scienza. In
tal modo si sono prodotti svariati argomenti a favore della tesi che

21
alcuni problemi, come la questione delle basi genetiche dell'intel-
ligenza, non dovrebbero essere oggetto di indagini .scientifiche,
considerato il danno che potrebbe venir arrecato dalla conoscen-
za delle risposte a simili problemi. A tale proposito alcuni hanno
sostenuto che la ricerca scientifica andrebbe concepita come una
forma di azione e sottoposta agli stessi criteri morali a cui si sotto-
mette ogni altra azione umana; ne consegue che la filosofia della
scienza dovrà discutere i problemi morali che possono scaturi-
re dalla ricerca scientifica. Nel presente testo, tuttavia, non ap-
profondiremo oltre questa questione.

Conclusione

La filosofia della scienza cerca di rispondere a domande del se-


guente tipo: che cosa costituisce una spiegazione scientifica? In
che modo si devono giustificare le pretese epistemiche della scien-
za? Pertanto la filosofia della scienza attinge da altre aree della fi-
losofia, in particolare dalla logica, dalla metafisica e dall' episte-
mologia. Nei prossimi capitoli esamineremo alcune autorevoli teo-
rie filosofiche della scienza, ne rileveremo alcuni dei punti di for-
za e gli rivolgeremo un certo numero di obiezioni. Come abbiamo
osservato all'inizio, questa indagine è significativa perché gli scien-
ziati spesso impiegano prospettive elaborate in seno alla filosofia
della scienza per argomentare a favore del proprio lavoro o per cri-
ticare quello dei loro avversari. Nei prossimi capitoli, man mano
che esamineremo svariate risposte, è importante ricordare che
questi problemi sono controversi e che vi sono molte prospettive
diverse sulla maggior parte delle questioni importanti nella filoso-
fia della scienza. Le risposte che i filosofi hanno offerto a queste
questioni possono essere infirmate e le loro opinioni non dovreb-
bero essere concepite come le autorità finali a cui ricorrere per ri~
solvere importanti problemi della scienza. Leloro concezioni do-
vrebbero essere esaminate e valutate accuratamente da tutti gli
scienziati che ricorrono a esse per prendere decisioni sulla propria
attività scientifica.
Tuttavia, prima di andare avanti, si impone un'ultima precisa-
zione. La filosofia occidentale del nostro secolo si biforca in due
tradizioni principali: la filosofia analitica è stata dominante sia nel-

22
la maggior parte del mondo di lingua inglese sia in Scandinavia e
in alcune zone della Germania; uno dei punti su cui il movimento
analitico ha incentrato maggiormente il proprio interesse è stato
l'analisi logica del linguaggio e delle proposizioni, tra cui quelle
scientifiche, che il linguaggio consente di formulare. D'altro can-
to l'esistenzialismo e la fenomenologia hanno dominato il lavoro fi-
losofico in gran parte del continente europeo. Rispetto alla filoso-
fia analitica, la filosofia continentale si è interessata molto di più
alle componenti soggettive dell'esistenza umana e ha tentato di de-
scriverle sistematicamente e di indagare le loro implicazioni per di-
verse attività umane, compresa la ricerca scientifica. Questa non è
la sede appropriata per una discussione particolareggiata dei ri-
spettivi meriti dei due approcci; entrambi hanno manifestato un
notevole interesse per la scienza, ma all'interno di prospettive as-
sai diverse. Le concezioni discusse in questo testò fanno capo prin-
cipalmente al versante analitico. Tuttavia negli ultimi decenni l' ap-
proccio alla filosofia della scienza proprio di questa tradizione è
mutato a tal punto che si può· dire che oggi esso non possiede più
chiare affinità con l'eredità filosofica dell'analisi logica, ma è più
interessato a fornire una descrizione fedele dell'effettiva prassi
scientifica.

Note
1 Il fatto che gli scienziati abbiano fatto ricorso a svariate posizioni messe a

punto nella letteratura sulla filosofia della scienza richiede che in questa sede non
mi limiti a presentare le posizioni oggi predominanti, ma anche quelle che hanno
avuto un certo rilievo nel recente passato e che continuano a vivere nel pensiero
di molti scienziati.
2 Un'utile introduzione alla metodologia filosofica è Woodhouse, 1984.
3 Esiste una connessione tra il condizionale materiale e l'implicazione. Se un
asserto condizionale è una tautologia, cioè un asserto che non può essere falso, al-
lora si può dire che il conseguente è implicato dall'antecedente. Ma questo non
vale nel caso degli ordinari enunciati condizionali. Questo trattamento del con-
nettivo «se ... allora ... » dà luogo a molti teoremi che alcuni logici hanno giudica-
to paradossali e dunque chiamato paradossi dell'implicazione materiale. Un teore-
ma è l'asserto «-A-7(A-7B)», che afferma che se A è falsa, allora se A allora B è
vera. Se si interpreta «se ... allora ... » come« ... implica ...», si ottiene il paradossa-
le asserto <<non A implica che A implica B». Un altro esempio di un paradosso del-
l'implicazione materiale è il teorema «(A·-A)-7B». Anche qui se interpretiamo
l'asserto usando «implica», avremo <<la contraddizione A e non A impone qua-
lunque asserto». I logici si sono divisi riguardo al problema se qui sia presente

23
qualcosa di realmente paradossale e se sia necessario apportare qualche muta-
mento per rimediare alla situazione. Coloro che difendono il condizionale mate-
riale si limitano a sostenere che rion dovrebbe essere interpretato in base al con-
cetto di implicazione (per una critica del èondizionale materiale basata sui para-
dossi, si veda Anderson e Belriap, 1975; per una difesa del condizionale materia-
le, si veda Hughes e Cresswell, 1968).
Capitolo secondo
IL NEOPOSITIVISMO LOGICO: LA CONCEZIONE
STANDARD NELLA FILOSOFIA DELLA SCIENZA

Introduzione: le origini del neopositivismo logico

Il neopositivismo logico si affermò come la più autorevole con-


cezione filosofica della scienza nel corso della prima metà del se-
colo. Sebbene da qualche decennio la sua popolarità sia in decli-
no, tale prospettiva continua a fornire le coordinate per molte di-
scussioni filosofiche attuali e a fissare i criteri di cui molti scienziati
(ivi compresi gli scienziati cognitivi) si avvalgono per circoscrive-
re l'ambito della buona scienza. Il neopositivismo logico nacque
negli anni Venti in Austria (col Circolo di Vienna), in Germania
(con la Scuola di Berlino) e in Polonia, ma con l'avvento del nazi-
smo molti dei suoi principali teorici, tra cui Rudolf Carnap, Her-
bert Feigl, Hans Reichenbach e Carl Hempel, furono costretti a
emigrare negli Stati Uniti. Più tardi le loro idee verranno conside-
rate parte integrante della filosofia analitica angloamericana. Tra i
fondatori del neopositivismo logico figurano molti fisici e mate-
matici, tutti ben consapevoli del fatto che gli sviluppi della fisica,
in particolare l'avvento della meccanica quantistica e della teoria
della relatività, non erano compatibili con la concezione allora im-
perante della ricerca scientifica. I neopositivisti, quali ammiratori
della scienza in generale e della nuova fisica in particolare, si pro-
posero di chiarire la natura della scienza in modo tale da esplicita-
re le proprietà che la rendono un'attendibile fonte di conoscenza.
I termini che compongono l'espressione «neopositivismo logi-
co» sono un eloquente biglietto da visita. Il sostantivo «neopositi-
vismo» affonda le sue radici nella filosofia di Auguste Comte, un
filosofo del XIX secolo che professò lo scetticismo nei confronti
dei sistemi filosofici e della metafisica in generale, dando risalto al-

25
la conoscenza basata sull'esperienza. Egli considerò la scienza il
paradigma della conoscenza, individuandone il punto di forza nel
fatto di avere a fondamento l'esperienza. Tuttavia a questo propo-
sito gli empiristi del XVII secolo (soprattutto David Hume) e i lo-
ro eredi (comeErnst Mach) furono più influenti di Comte. In ac-
cordo sia con Comte sia con gli empiristi, i neopositivisti afferma-
rono la necessità di fondare tutta la conoscenza sull'esperienza 1,
benché la specifica natura di questo fondamento costituisse mate-
ria di dibattito.
L'aggettivo <<logico» rispecchia il ruolo che la logica simbolica
moderna (si veda il capitolo precedente) ha svolto nelle concezio-
ni dei neopositivistt Questi ultimi si awalsero dei mezzi della lo-
gica nel tentativo di fornire una rappresentazione formale della
struttura della scienza. Poiché il discorso ordinario è sovente
difforme dai canoni della logica simbolica, i neopositivisti ritenne-
ro opportuno utilizzare, per la presentazione delle loro analisi, lin-
guaggi formalizzati conformi a tali canoni. Dietro a questo propo-
sito vi era la speranza che una simile descrizione della scienza, for-
male e chiara, confermasse la tesi secondo la quale la scienza è una
fonte di conoscenza e contribuisse a risolvere problemi scientifici
imputabili alla mancanza di precisione.
Una difficoltà manifesta che non può sfuggire a uno scienziato
attivamente impegnato nella ricerca è che spesso il pensiero scien-
tifico non si conforma ai rigidi canoni del pensiero logico. Tutta-
via i neopositivisti non si proposero di dar conto di tutta l'attività
scientifica. In primo luogo essi distinsero tra il contesto della sco-
perta, nel quale le ipotesi scientifiche vengono elaborate, e il con-
testo della giustificazione, nel quale tali ipotesi sono vagliate razio-
nalmente (si veda Reichenbach, 1951). Il contesto della scoperta
può avere senz'altro un carattere non logico: un esempio famoso è
quello di Kekulé, che si racconta abbia scoperto la formula ciclica
del benzene mentre era intento a fissare un ceppo ardente. Egli vi-
de nelle fiamme catene di atomi che si muovevano e si torcevano
come serpenti; improvvisamente uno di questi serpenti si afferrò
la coda, formando un anello chiuso. Kekulé applicò immediata-
mente l'idea di una struttura ciclica al benzene. D'altro canto si ri-
tiene che il controllo della correttezza di questa idea si fondi sulla
relazione logica tra l'ipotesi e le evidenze sperimentali che la sor-
reggono. Pertanto i neopositivisti proposero di lasciare agli psico-

26
logi il compito di spiegàre il modo in cui gli scienziati scoprono
nuove idee e focalizzarono l'attenzione sul problema di esplicita-
re le procedure di giustificazione atte a mostrare la verità delle teo-
rie scientifiche sulla base di evidenze sperimentali.
Tuttavia i neopositivisti erano ben consapevoli del fatto che
perfino nel contesto della giustificazione gli scienziati spesso non
osservano i canoni della logica formale. La loro tesi era che il ra-
gionamento sotteso alla giustificazione scientifica, se valido, può
essere «ricostruito» in accordo con un'interpretazione del ragio-
namento scientifico fondata sulla logica moderna. Dunque i neo-
positivisti proposero canoni normativi: una scienza che aderisce a
questi canoni o che è ricostruibile in modo tale da conformarsi a
essi appartiene alla buona scienza che fornisce la conoscenza del
mondo.
Al fine di chiarire il fondamentale concetto di giustificazione
scientifica proposto dai neopositivisti, esaminerò tre elementi cru-
ciali della loro dottrina. Il primo è la teoria del significato dei ter-
mini delle leggi scientifiche (teoria strettamente legata al professa-
to empirismo); il secondo è il modello nomologico-deduttivo del-
la spiegazione e l'annesso modello ipotetico-deduttivo della giu-
stificazione; il terzo è la concezione assiomatica delle teorie (il se-
condo e il terzo elemento rispecchiano l'uso dell'analisi logica).
Poiché i neopositivisti misero a punto il loro concetto di scienza
con la mente rivolta soprattutto alla fisica, la nostra esposizione del
programma neopositivista farà abbondantemente uso di esempi
tratti da tale disciplina; quindi, nel paragrafo conclusivo del capi-
tolo, prenderò in esame il modo in cui si potrebbe applicare il neo-
positivismo a ricerche svolte nell'ambito della scienza cognitiva.

La .teoria verzficazionista del significato

I neopositivisti imputarono molte delle confusioni e delle in-


certezze della scienza (specialmente quelle riscontrate nelle scien-
ze del comportamento e nelle scienze sociali) a un uso non chiaro
del linguaggio. Essi affermarono con una risolutezza perfino mag"
giore che i dilemmi che tormentano altre aree della ricerca umana,
tra cui la politica, la religione e ambiti della filosofia come la me-
tafisica, scaturiscono da un uso non perspicuo del linguaggio.

27
Quando il linguaggio non è governato da regole di significato ri-
gorose, domina la confusione e ciò rende possibile la proliferazio-
ne di asserti completamente privi di significato. Quando i neopo-
sitivisti definivano un asserto privo di significato, non si limitava-
no ad affermare la sua falsità, ma intendevano qualcosa di più gra-
ve: l'incomprensibilità dell'asserto. Essi avevano in mente asserti
del tipo «Dio è amore» e dunque ritenevano che i dibattiti teolo-
gici non vertessero su questioni reali che potevano ricevere delle
risposte oggettive, ma rappresentassero semplicemente un esem-
pio di discorso confuso. Per rimediare a tale confusione si deve fa-
re molta attenzione ai principi che governano il discorso dotato di
significato e limitarsi a quei domini in cui il linguaggio può essere
impiegato in modo sensato. I neopositivisti erano consapevoli che
il linguaggio può assolvere ad altre funzioni oltre a quella di con-
ferire un valore di verità agli asserti (per esempio essi ritenevano
che fosse possibile utilizzare la letteratura e la poesia per suscitare
risposte emotive o per ispirare l'azione); ma la scienza si occupa
della verità e deve perciò limitarsi al discorso per cui sono dispo-
nibili chiari principi di significanza.
Con la loro teoria del significato i neopositivisti.si inseriscono
nella tradizione dell'empirismo classico, il quale istituisce un col-
legamento tra conoscenza ed esperienza, ma con una differenza
importante: gli empiristi concepiscono le idee come unità di pen-
siero e le considerano prodotti causali dell'esperienza sensoriale; i
neopositivisti ripudiano la nozione di idea, giudicandola un'entità
vaga, e ritengono che i veicoli basilari del significato siano entità
linguistiche (enunciati e parole). Essi proposero il criterio di veri-
ficabilità per spiegare come si potesse mettere adeguatamente in
relazione queste entità linguistiche con l'esperienza. Questo crite-
rio afferma che il significato di un enunciato è l'insieme delle con-
dizioni che, se si registrano, stabiliscono la verità del!' enunciato.
Benché tali condizioni non si registreranno se l'enunciato è falso,
noi possiamo ancora asserire ciò che avverrà se l'enunciato è vero.
Poiché solo gli enunciati e non le singole parole possono essere ve-
re o false, il significato delle parole deve essere analizzato tenendo
conto dei loro ruoli nel contesto degli enunciati. Questo resocon-
to del significato è noto come teoria veri/icazionista del significato.
I neopositivisti erano convinti che alcuni enunciati (i cosiddet-
ti enunciati protocollari od osservativi) potessero ricevere una ve-

28
tifica diretta da parte dell'esperienza; nel caso di questi enunciati
lesposizione sensoriale sarebbe sufficiente a informarci immedia-
tamente del loro valore di verità. L'identificazione di tali enuncia-
ti è un problema intorno al quale vi fu un notevole disaccordo tra
i neopositivisti. Alcuni, come il primo Carnap (1928), annovera-
rono tra gli enunciati osservativi solo quelli che caratterizzano la
nostra esperienza fenomenica («Ora percepisco una macchia blu»
ad esempio). Altri, come Neurath (1932), sostennero che solo gli
enunciati relativi a parti osservabili del mondo («Il sole splende»
ad esempio) sono passibili di verifica diretta. In ogni caso l'opi-
nione prevalente fu che gli enunciati osservativi si riferiscono a sta-
ti fisici del mondo, un'opinione che inaugura una predilezione per
ciò che è fisicamente osservabile.
Altri enunciati possono non essere direttamente verificabili in
base all'esperienza. Per esempio vi sono gli enunciati che conten-
gono termini teorici (come «forza»), i quali non si riferiscono di-
rettamente a oggetti o proprietà osservabili. Per chiarire il signifi-
cato di questi termini, i neopositivisti si concentrarono sul modo
in cui il valore di verità di un enunciato contenente questi termini
può essere determinato indirettamente a partire da altri enunciati
osservativi. Qui l'analisi logica assunse un ruolo importante, dal
momento che si imponeva di chiarire quale relazione logica lega
due enunciati in modo tale che un enunciato è in grado di spiega-
re il significato dell'altro. In un primo momento alcuni neopositi-
visti proposero di «tradurre» in enunciati osservativi tutti gli enun-
ciati che si riferiscono a entità teoriche (Carnap, 1923). Dal mo-
mento che si avvalevano esclusivamente degli strumenti della logi-
ca simbolica, il tipo di traduzione a cui questi neopositivisti erano
interessati non mirava a conservare la connotazione dell'enuncia-
to teorico, bensì a identificare enunciati che fossero veri nelle me-
desime condizioni empiriche. Tali traduzioni consistevano dunque
di enunciati bicondizionali asserenti che un asserto (l'asserto teo-
rico) è vero se e solo se un altro asserto complesso (l'asserto os-
servativo) è vero. Questi asserti hanno una proprietà inconsueta:
poiché esplicitano il significato di un enunciato in base a un altro
enunciato, essi non dipendono in alcun modo dall'esperienza e
pertanto non possono essere confutati da essa. Spesso questi as-
serti vengono chiamati asserti analitici per distinguerli dagli enun-
ciati la cui verità dipende da stati di cose reali2 •

29
Questo tentativo di esplicitare il significato di tutto il discorso
scientifico in termini di condizioni osservative è strettamente im-
parentato con l'operazionismo, una dottrina molto influente per la
prima volta formulata in maniera esplicita dal fisico e matematico
americano Percy Bridgman (1927). Secondo questa dottrina,
quando si introduce un termine teorico, è necessario specificare le
operazioni in base alle quali si può confermare o infirmare asserti
contenenti quel termine. La nozione di definizione operazionale di
Bridgman amplia il concetto di termine osservativo dei neopositi-
visti, specificando procedure atte a produrre le osservazioni ri-
chieste.
Uno dei problemi della scienza cognitiva a cui è stata applica-
ta la teoria verificazionista del significato è il quesito se una mac-
china possa pensare. Per far diventare tale quesito una domanda
sensata, i neopositivisti richiesero che venisse tradotto in un enun-
ciato confermabile o infirmabile in base all'osservazione. Il famo-
so test di Turing (1950) fornisce la richiesta definizione operazio-
nale del pensiero. Turing suggerisce che si dovrà rispondere affer-
mativamente al quesito nel momento in cui sarà impossibile di-
stinguere il comportamento della macchina (per esempio rispon-
dere a domande o portare avanti una conversazione) da quello di
un essere umano pensante. Senza dubbio noi ci troviamo in diffi-
coltà anche quando dobbiamo determinare se un altro essere uma-
no sta pensando o se non sia invece un mero automa. Tuttavia la
teoria verificazionista del significato invita a trattare questo caso
nello stesso modo: spiegare che cosa significa pensare in base ai ti-
pi di comportamento che un essere umano metterebbe in atto. In
tal modo il pensiero viene a essere un concetto che si riferisce a
qualcosa di rilevabile nel comportamento degli organismi o dei
calcolatori, e non a un'entità inosservabile (per un'analisi filosofi-
ca del pensiero in termini di comportamento, si veda Ryle, 1949).
La consapevolezza dell'eccessiva forza del criterio per cui i ter-
mini teorici devono essere traducibili in termini osservativi non
tardò a venire. In primo luogo è un fatto consueto che i termini
teorici siano legati all'esperienza in più di un modo. Ciò vale in
particolare per i termini che si riferiscono a misurazioni, per i qua-
li vi possono essere parecchi criteri osservativi distinti. In genere
gli scienziati non accettano come definizione soltanto uno di que-
sti criteri, ma considerano tutti questi criteri come alternativi. Al-

30
cuni di questi criteri possono essere trascurati qualora una cospi-
cua parte dei restanti converga su una misurazione comune. Non
è possibile comprendere questo procedimento se si sostiene l'esi-
stenza di un'unica definizione che traduce termini teorici in ter-
mini osservativi. In secondo luogo è possibile che alcuni termini
teorici (ad esempio termini disposizionali come «solubile») non
siano traducibili in termini osservativi. La solubilità di un oggetto
è una proprietà che può essere correlata direttamente con pro-
prietà osservabili dell'oggetto soltanto quanqo quest'ultimo viene
posto in acqua; e molti oggetti solubili non saranno mai collocati
in acqua. Cosa ancora più problematica, il termine disposizionale
non può essere tradotto in un enunciato condizionale (per esem-
pio, sex è posto in acqua, allora x si scioglie). La ragione di ciò ri-
siede nel fatto che in logica simbolica un enunciato della forma «se
... allora ... » è definito vero se l'antecedente è falso (si veda il capi-
tolo precedente). Ciò renderebbe solubile un oggetto che non è
mai stato posto in acqua.
Per dar conto del significato di tali termini, di cui la scienza
contemporanea sembra chiaramente aver bisogno, i neopositivisti
tentarono di indebolire le loro condizioni di verificabilità. Carnap
(1936, 1937) propose che si sarebbe potuto tradurre un termine
disposizionale come «solubile» con il seguente enunciato (chia-
mato enunciato di riduzione):

Se x è posto in acqua, allora x si scioglie se e solo se x è solubile.

Un tale enunciato riduttivo si sottrae alla precedente .obiezione


perché non implica la solubilità di qualcosa che non è mai stato
posto in acqua. L'enunciato ha anche la conseguenza che in casi in
cui le condizioni di controllo sperimentale non saranno mai inda-
gate (per esempio casi in cui l'oggetto viene distrutto prima di po-
ter essere posto in acqua) noi non saremo in grado di determinare
la verità dell'enunciato teorico. Purtroppo ciò vuol dire che non si
è raggiunto l'obiettivo che il criterio di verificabilità si era inizial-
mente prefissato, poiché vi sarà un enunciato di riduzione per un
termine anche se in casi particolari possiamo essere impossibilita-
ti a verificarne l'effettiva applicabilità. Tuttavia, secondo i neopo-
sitivisti, sappiamo almeno quali sono le condizioni di cui affer-

31
miamo la validità nel momento in cui facciamo un'asserzione che
utilizza il termine stesso.

Il modello nomologico-deduttivo della spiegazione e il modello ipo-


tetico-deduttivo dello sviluppo delle teorie

Finora abbiamo discusso il criterio per valutare la significanza


degli asserti scientifici, ma lo scopo della scienza non è solamente
quello di formulare asserti sensati, siano pure asserti sensati veri.
Per i neopositivisti i compiti fondamentali della scienza erano la
spiegazione e la previsione dei fenomeni naturali. I due compiti so-
no strettamente collegati. Sulla scia di una tradizione che risale
perlomeno ad Aristotele, i neopositivisti sostennero che la spiega-
zione di ùn evento consiste nella derivazione di un asserto che de-
scrive quell'evento da asserti di leggi scientifiche e da asserti che
descrivono fatti empirici antecedentemente noti (condizioni ini-
ziali). Dunque la deduzione svolge un ruolo essenziale in questa
concezione tanto che questa ha preso il nome di modello «nomo-
logico-deduttivo» (N-D) della spiegazione scientifica. Questo fon-
damentale modello è rappresentato dal seguente schema, in cui Ll'
L2 , ... L 0 rappresentano le leggi generali, Cl' C2 , ... C 0 rappresentano
le condizioni iniziali ed E rappresenta l' èvento che deve essere
spiegato:

Quindi, E

Le leggi che questo s,chema richiede sono asserti condizionali


della forma «Se X accade, y accade»; le condizioni iniziali d dico-
no che x è accaduto. Un esempio di un asserto di legge è un asser-
to della forma «Se un essere umano viene privato della vitamina C
per un certo numero di giorni, contrarrà lo scorbuto». La condi-
zione iniziale sarà allora che un certo individuo è stato privato del-
la vitamina C per quel dato numero di giorni. Ciò fornirà una spie-
gazione della ragione per cui l'individuo ha contratto lo scorbuto

32
(per un'ampia discussione, si vedano Hempel, 1965 e Nagel,
1961). .
Si dovrebbero rilevare due caratteristiche di questo schema. In
primo luogo i neopositivisti ritenevano che per spiegare un even-
to non fosse sufficienteJimitarsi a indicare un fattore che avrebbe
potuto causarlo. Per esempio, per spiegare perché una finestra si
è rotta non basta osservare che qualcuno le ha scagliato una pietra
contro. Una spiegazione richiede una derivazione completa dell' e-
vento da leggi generali e fatti conosciuti. Pertanto le leggi svolgo-
no un ruolo cruciale in ogni spiegazione. In secondo luogo stando
a questa concezione esiste una simmetria tra spiegazione e previ-
sione: la struttura logica è la stessa, cosicché il tipo di derivazione
richiesta dalla spiegazione, se realizzata prima del verificarsi del-
l'evento, consentirà la sua previsione. La differenza è semplice-
mente di ordine temporale in quanto le previsioni sono fatte pri-
ma che si sia verificato -1' evento, mentre le spiegazioni sono offer-
te per eventi che si sono già verificati. Alcuni critici hanno giudi-
cato tale simmetria controintuitiva perché vi sono dei casi in cui
sembra che siamo in condizione di spiegare eventi che non avrem-
mo potuto prevedere. Per esempio possiamo spiegare un inciden-
te automobilistico dopo che si è verificato anche se non acquisire-
mo mai informazioni sufficienti circa le condizioni iniziali o non
elaboreremo mai una legge esplicita in grado di prevedere accura-
tamente il momento in cui si verificheranno degli incidenti. Pos-
siamo attribuire la responsabilità di un incidente a un semaforo di-
fettoso; ma non abbiamo informazioni sufficienti sul movimento
dei veicoli per prevedere il momento in cui si verificherà un inci-
dente (questo tipo di obiezione viene sviluppata da Scriven, 1962,
su cui torneremo nel prossimo capitolo). Tuttavia i neopositivisti
hanno difeso questa simmetria, respingendo la tesi secondo cui l' e-
vento è stato spiegato anche se le informazioni non sono sufficienti
per determinare esattamente quale incidente si sarebbe dovuto ve-
rificare. Nel caso in cui ci vengano fornite tali informazioni, pos-
siamo spiegare perché si è verificato quel particolare incidente; se
invece le informazioni fossero già state in nostro possesso, avrem-
mo potuto prevedere l'evento.
Finora abbiamo discusso le spiegazioni deterministiche, nelle
quali, ogni volta che le condizioni iniziali soddisfano gli asserti no-
mici, si deduce il conseguente. Alcuni neopositivisti tentarono di

33
generalizzare questo modello in modo da includervi leggi probabi-
listiche secondo le quali, dato un insieme specificato di condizioni
iniziali, esiste una certa probabilità che ne seguirà un effetto del ti-
po specificato. In un simile caso non abbiamo una rigorosa dedu-
zione di un asserto che specifica levento che si è verificato, ma qual-
cosa di più debole, una dimostrazione che un certo tipo di evento è
probabile. Per esempio lassunzione di un particolare farmaco può
curare una malattia la maggior parte delle volte, ma non sempre. In
un tal caso possiamo spiegare e prevedere la cura citando la rela-
zione statistica e il fatto che la persona ha avuto la malattia e ha pre-
so il farmaco. Hempel (1962) ha dunque proposto una modifica del
modello N-D per rendere possibili spiegazioni «statistico-indutti-
ve» che consentano di inferire che l'evento è altamente probabile.
Tuttavia questa strategia ha funzionato soltanto nel caso di eventi a
cui la regolarità statistica e le condizioni iniziali assegnavano oltre il
50% di probabilità. In base a questa teoria non si potrebbero né
spiegare né prevedere eventi che si susseguono con una frequenza
relativamente bassa, come contrarre un tumore al polmone dopo
aver fumato. Molti critici hanno giudicato controintuitiva questa
conseguenza del tentativo di ampliare l'approccio N-D per inclu-
dere la spiegazione statistica (cfr. capitolo terzo).
Ritornando alle leggi deterministiche, dovremmo notare che
una deduzione del tipo richiesto dal modello N-D della spiegazio-
ne costituirebbe una spiegazione se le leggi in essa addotte fosse-
ro vere. Gli asserti nomici necessari per le spiegazioni N-D sono
generalizzazioni che includono un numero potenzialmente illimi-
tato di eventi; cioè sono asserti della forma «Se un qualsiasi ogget-
to contiene ferro esposto all'aria, allora è destinato ad arrugginir-
si» [(x) (Fx ~ Gx)]. Il fatto che tali asserti si applicano a un nu-
mero potenzialmente infinito di stati di cose può sembrare apri-
ma vista rendere inverificabili tali asserti e dunque, se accogliamo
la teoria verificazionista, renderli privi di significato. Ma i neopo-
sitivisti utilizzano le stesse relazioni deduttive delle spiegazioni N-
D per dare significato agli asserti nomici. Inoltre essi ritengono che
gli stessi eventi spiegati dalle leggi forniscano le prove della verità
della legge. Pertanto il precedente asserto nomico sarebbe confer-
mato da casi particolari in cui il ferro si arrugginisce.
I neopositivisti chiamarono metodo ipotetico-deduttivo (I-D) la
procedura per sviluppare leggi scientifiche. L'idea fondamentale

34
del metodo I-D è che gli scienziati partono da un evento che ri-
chiede spiegazione. Al· fine di illustrare tale metodo, Hempel
(1966) cita l'esempio delle scoperte sulla febbre puerperale com-
piute da Ignaz Philipp Semmelweis durante gli anni Quaranta del
secolo scorso. Questi notò che molte donne che partorivano nel
suo ospedale contraevano una malattia fatale nota come «febbre
puerperale». Tuttavia il tasso di mortalità era molto più alto nei re-
parti in cui erano i medici a occuparsi dei parti che non nei repar-
ti in cui le partorienti erano affidate alle cure delle levatrici. Per
spiegare questo fatto era necessario formulare un'ipotesi da cui si
potesse derivare la differenza tra i due reparti. Prima di Sem-
melweis erano state proposte alcune ipotesi, ma nessuna sembra-
va adeguata per spiegare la differenza in questione. Tuttavia il me-
dico austriaco trovò un indizio quando scoprì che un collega, do-
po essersi ferito nel corso di un'autopsia, aveva contratto una ma-
lattia fatale molto simile alla febbre puerperale. Semmelweis
avanzò l'ipotesi che «la materia organica putrefatta» con cui il suo
collega era entrato in contatto durante l'autopsia potesse essere
l'agente responsabile sia della malattia di quest'ultimo sia dei casi
di febbre puerperale.
Dopo aver formulato l'ipotesi (si ricordi che per i neopositivi-
sti la genesi di un'ipotesi non è indagabile logicamente), se ne do-
veva accertare la verità. Se fosse risultata vera, essa avrebbe forni-
to la legge necessaria per spiegare l'evento. Semmelweis avrebbe
ragionato in modo circolare se l'unica prova offerta in favore del-
l'ipotesi fosse stato l'evento da cui aveva preso le mosse la sua ri-
cerca. Ma l'ipotesi era un asserto generale e dunque poteva essere
controllata prendendo in considerazione altre condizioni iniziali e
derivando previsioni relative a quello che sarebbe accaduto in
quelle condizioni. Nel caso in cui queste previsioni si fossero rive-
late vere, l'ipotesi sarebbe stata confermata; se si fosse constatata
la loro falsità, l'ipotesi sarebbe stata infirmata. Semmelweis con-
trollò l'ipotesi introducendo delle misure profilattiche consistenti
nella disinfezione delle mani e degli strumenti dei medici che do-
vevano esaminare le pazienti. Egli previde che la percentuale del-
le febbri puerperali nel reparto dei medici avrebbe subito un calo
(una conseguenza derivata dalle nuove condizioni iniziali e dalla
legge ipotizzata); una previsione che si rivelò vera, offrendo una
prova in favore della verità dell'ipotesi.

35
Sia il modello nomologico-deduttivo della spiegazione sia il
modello ipotetico-deduttivo dello sviluppo delle spiegazioni si
presentano molto plausibili quando si prendono in esame casi co-
me quello della febbre puerperale. Tuttavia entrambi i modelli si
scontrano con alcune difficoltà fondamentali, che gli stessi neopo-
sitivisti ammisero. Il modello N-D esige che una delle premesse
della spiegazione deduttiva di un evento sia una legge. Tuttavia
spiegare che cosa fa di un asserto una legge è un problema diffici-
le dati gli strumenti della logica simbolica a cui i neopositivisti si
affidavano. È chiaro che un asserto nomico deve essere un asserto
generale vero della forma: «Per tutti gli x, sex è F, allora x è G»
[(x)(Fx .,.-? Gx)] (per esempio, per ogni persona, se la persona è
contagiata da materia organica putrefatta, allora la persona con-
trae la febbre puerperale). È altresì chiaro che ciò non è sufficien-
te visto che non si vuole certo definire legge ogni asserto generale
vero. Per esempio, se è vero che nel portafoglio porto soltanto ban-
conote da un dollaro, il seguente asserto è generale e vero: per ogni
x, se x è una banconota nel mio portafoglio, allora è una banco-
nota da un dollaro. Ma intuitivamente questa non è una legge
(Goodman, 1947); e questo perché non sembra esservi nessun mo-
tivo, se si eccettua il caso o l'ostinazione, per avere nel portafoglio
soltanto banconote da un dollaro. Comunemente si ritiene che le
leggi siano qualcosa di più di asserti generali accidentalmente ve-
ri. Noi pensiamo che ci dicano qualcosa sui limiti di come devono
essere le cose. .
Talvolta si cerca di definire le caratteristiche distintive delle leg-
gi dicendo che devono essere in grado di dare sostegno a condi-
zionali controfattuali, cioè condizionali che si riferiscono a ciò che
sarebbe il caso se i fatti fossero diversi da quello che sono. Nor-
malmente i condizionali controfattuali assumono la forma «Se
qualcosa fosse F (contagiato da materia organica putrefatta), allo-
ra sarebbe G (malato di febbre puerperale)». Ciò esclude l'esem-
pio precedente della valuta nel mio portafoglio poiché pochi pen-
sano che se qualcuno mettesse nel mio portafoglio una banconota
da dieci dollari, questa diventerebbe una banconota da un dolla-
ro. Tuttavia il problema è che i condizionali controfattuali non
possono essere rappresentati nell'ambito della logica simbolica di
base. Alcuni filosofi hanno proposto svariate logiche per trattare i
condizionali controfattuali comunemente chiamate logiche moda-

36
li. Tali logiche contengono operatori che specificano ciò che è pos-
sibile o ciò che è necessario (per un tentativo di applicare le logi-
che modali alle leggi scientifiche, si veda Stalnaker, 1968). Alcuni
neopositivisti hanno sondato questa possibilità (per esempio Car-
nap, 1956; Reichenbach, 1956). Tuttavia ai neopositivisti in senso
stretto l'adesione alla teoria verificazionista del significato ha im-
pedito l'uso delle logiche modali. Non c'è nulla nell'esperienza che
potrebbe fondare una distinzione tra generalizzazioni comuni e as-
serti modali perché le uniche prove che possiamo acquisire sono
costituite da ciò che sorregge la generalizzazione. Le circostanze
controfattuali, per definizione, non si verificano e dunque non si
può ricorrere a esse per tracciare la differenza tra una generalizza-
zione vera e un controfattuale vero. Perciò ai neopositivisti non è
rimasto che imbarcarsi nel tentativo di distinguere gli asserti no-
mici dalle generalizzazioni vere in base al modo in cui gli asserti
sono spiegati dalle teorie. Le generalizzazioni che sono sorrette da
teorie hanno maggiore sostegno empirico e dunque è più proba-
bile che siano vere in nuove circostanze (Hempel, 1966). Il ruolo
di tali teorie nella concezione neopositivista della scienza è il tema
centrale del prossimo paragrafo. Quello che è importante rilevare
per il momento è che l'unico fattore a cui il neopositivista può ri-
correre per distinguere le leggi dalle generalizzazioni universali è
il fatto che a differenza delle seconde le prime vengono spiegate da
teorie.
Anche l'uso della logica simbolica pone problemi per l'analisi
ipotetico-deduttiva dello sviluppo delle ipotesi. Fu David Hume .
(1759) a rendersi conto che le prove induttive non possono mai
stabilire definitivamente la verità di una tesi generale. È sempre
possibile che esista un controesempio per una tesi generale che
semplicemente non è stato ancora scoperto. Tuttavia i neopositi-
visti sostenevano che la raccolta delle prove a conferma di un'ipo-
tesi dovrebbe accrescere la nostra fiducia nella sua verità. La ra-
gione è chiara: le previsioni confermate sono l'unico mezzo rico-
nosciuto dal modello 1-D per raccogliere prove per la verità di ipo-
tesi o di leggi. Ma data l'adesione alla logica simbolica standard,
anche questo rischia di essere messo in discussione. Furono pre-
sentati alcuni paradossi per revocare in dubqio il presupposto se-
condo cui le prove confermanti dovrebbero rafforzare la nostra
credenza in particolari ipotesi.

37
Uno di questi paradossi (comunemente noto come il paradosso
del corvo) si fonda sul fatto che un asserto nomico della forma

Per ogni x, sex è F, allora x è G

è logicamente equivalente ali' asserto

Per ogni x, sex non è G, allora x non è F.

Se F sta per «corvo» e G per «nero», la legge «Tutti i corvi so-


no neri» (per esempio, per ogni x, sex è un corvo, allora x è nero)
è logicamente equivalente a «Tutte le cose che non sono nere non
sono corvi» (per esempio, per ogni x, sex non è nero, allora x non
è un corvo). Per controllare il primo asserto il modello I-Dci con-
durrebbe a esaminare corvi per determinare se sono neri. Tanti più
corvi neri osserviamo, tanto maggiore è il sostegno che la legge ri-
ceve (finché non ci imbattiamo in corvi che non sono neri). Ma la
forma a cui l'asserto in questione è logicamente equivalente ri-
chiede soltanto che si prenda in esame cose che non sono nere e si
controlli la previsione che queste cose non saranno corvi. Ogni og-
getto che non è nero e di cui l'osservazione ci informa che non è
un corvo confermerà la presunta legge. Dunque è possibile con-
trollare la legge che tutti i corvi sono neri rimanendo seduti nella
stanza in cui ci troviamo in questo momento e assicurandosi che
tutti gli oggetti non neri non sono corvi. È chiaro che qualcosa è
andata storta!
A fronte di questa e di altre eccentricità logiche3, i neopositivi-
sti hanno cercato di rendere più sofisticata la loro concezione del
modo in cui i fatti confermerebbero le ipotesi (per un esame del
problema, si veda Swinburne, 1971). Tuttavia nel cuore di questi
problemi si inscrive l'adesione dei neopositivisti alla logica simbo-
lica e in particolare la loro adesione a leggi che fondamentalmen-
te sono generalizzazioni universali. Pertanto non è stato facile ri-
solverli. Inoltre le mosse compiute per salvare il neopositivismo
tendono a offuscare l'immagine chiara e intuitiva della natura del-
la spiegazione e della conferma che la teoria neopositivista sem-
brava offrire.

38
La concezione assiomatica delle teorie

Ho rilevato in precedenza che i neopositivisti proposero di di-


stinguere le leggi dalle generalizzazioni accidentali in base al fatto
che le leggi possono essere fondate sulle teorie scientifiche. Gene-
ralmente quando i neopositivisti parlano di teorie, hanno in men-
te imponenti sistemi di riferimento come l'astronomia tolemaica e
copernicana, che offrono descrizioni basilari del modo in cui vari
corpi celesti si muovono l'uno rispetto all'altro; come la meccani-
ca newtoniana, che offre un insieme fondamentale di principi che
mettono in relazione il moto e l'attrazione degli oggetti; o come la
teoria batteriologica che offre un resoconto delle cause delle ma-
lattie e delle modalità della loro diffusione. A fondamento della
concezione neopositivista delle teorie è l'idea che, proprio come
un evento è spiegato mostrando come un asserto sull'evento può
essere derivato da una legge, così una legge (per esempio una leg-
ge relativa alla caduta libera dei gravi sulla superficie terrestre) è
spiegata derivandola da una teoria (per esempio la meccanica new-
toniana che specifica la forza di attrazione tra due oggetti qualsia-
si). Una teoria è dunque una rete strutturata di asserti da cui si pos-
sono derivare leggi specifiche (si vedano Hempel, 1966 e Nagel,
1961). Un modello del genere di struttura a cui pensavano i neo-
positivisti è reperibile nella geometria euclidea, in cui vi sono un
insieme di termini primitivi e di postulati da cui si possono deri-
vare vari assiomi. In modo analogo i neopositivisti erano convinti
che fosse possibile rappresentare le teorie scientifiche come delle
strutture deduttive in cui è identificabile un insieme di termini pri-
mitivi e di postulati. Le leggi particolari sarebbero gli assiomi de-
rivabili da questi assunti e postulati. Dunque per i neopositivisti il
modo migliore di concepire una teoria è di considerarla una strut-
tura assiomatica4 • Sebbene fossero consapevoli del fatto che la
maggior parte delle teorie non sono presentate in una veste assio-
matica, essi rivendicarono la possibilità di assiomatizzare le teorie
e proposero la termodinamica quale esempio di una teoria già as-
siomatizzata. Inoltre essì sostennero che tale assiomatizzazione sa-
rebbe potuta risultare utile agli scienziati. In primo luogo essa
avrebbe introdotto rigore nel discorso scientifico, costringendo gli
scienziati a essere precisi nella definizione di nozioni che altrimenti
sarebbero potute rimanere intuitive e .di conseguenza non chiare.

39
In secondo luogo essa avrebbe permesso agli scienziati di scopri-
re alcune conseguenze teoriche che altrimenti non sarebbero stati
in grado di prevedere. Ciò avrebbe consentito di fare ulteriori pre-
visioni in modo tale da allestire altri controlli della teoria e stima-
re appieno il potere esplicativo della teoria.
I neopositivisti contemplarono inoltre la possibilità che l' assio-
matizzazione delle teorie avrebbe portato all'unità della scienza.
Supponiamo ad esempio che la teoria copernicana sia stata assio-
matizzata con successo. Qualcuno potrebbe mettere in discussio-
ne i postulati fondamentali della teoria ed esigere che vengano
spiegati. Come risponderebbe un copernicano? Secondo i neopo-
sitivisti il copernicano procederebbe come negli altri casi in cui si
cerca una spiegazione: ricercando asserti più generali da cui de-
durre le leggi copernicane. In tal caso gli asserti più generali non
sarebbero gli asserti sui fenomeni astronomici, perché si è assunto
che la teoria astronomica sia già completa. Il copernicano tenterà
invece di generalizzare oltre l'astronomia, escogitando principi fi-
sici generali che si applichino non solo all'astronomia ma anche a
tutti gli altri oggetti fisici. Tale è l'impresa che Newton portò a ter-
mine con successo, dimostrando che i postulati fondamentali del-
la teoria astronomica erano a loro volta assiomi derivati da una teo-
ria fisica più basilare. In tal modo l'astronomia fu sussunta sotto la
fisica. I neopositivisti preconizzarono che alla fine tutte le scienze
sarebbero state sussunte sotto un unico edificio teorico, quello
della scienza unificata.
L'unificazione della scienza tramite la derivazione dei principi
di una scienza da quelli di un'altra è comunemente chiamata ridu-
zione teorica. Riprenderemo questo tema nel quinto capitolo. Per
il momento, tuttavia, si dovrebbero rilevare soltanto alcuni aspet-
ti di questa concezione. Innanzitutto essa suppone che la scienza
sia essenzialmente un'impresa cumulativa. Gli scienziati incorpo-
rano costantemente i risultati di indagini precedenti in reti teori-
che sempre più ampie. In secondo luogo questa concezione ritie-
ne che le leggi delle discipline specializzate (come la fisiologia o la
psicologia) siano leggi derivate che in linea di principio possono
essere derivate dalle leggi fondamentali della fisica. Pertanto se-
condo questa impostazione la fisiologia e la psicologia saranno in-
fine sussunte sotto la fisica quali applicazioni speciali di leggi fisi-
che. La suddivisione della scienza in discipline distinte con le loro

40
teorie e leggi è semplicemente il risultato dell'incompletezza del-
l'indagine attuale. Una volta assiomatizzate le teorie di queste di-
scipline, saremo in grado di integrarle in una più ampia descrizio-
ne della natura.

Sommario

I neopositivisti logici hanno delineato un'immagine del pro-


getto della scienza sistematica ed estremamente attraente; hanno
proposto una teoria del significato che mostra come il discorso
scientifico sia fondato sull'esperienza sensoriale e dunque sicura-
mente dotato.di significato; hanno fornito una teoria della spiega-
zione che si avvale della deduzione al fine di mostrare come le leg-
gi possano spiegare eventi particolari e una teoria della conferma
che mostra come eventi particolari forniscano prove in favore del-
le leggi che vengono via via elaborate; infine hanno mostrato co-
me le leggi di ogni scienza possano essere unificate entro struttu-
re assiomatiche e in ultimo trovare fondamento in una descrizione
unitaria della natura. Molti studiosi hanno giudicato questa con-
cezione della scienza molto attraente (per ulteriori dettagli circa il
programma neopositivista, si vedano Suppe, 1977 e Brown, 1979;
per un'utile raccolta di letture basate sugli scritti dei neopositivi-
sti, si veda Ayer, 1963).
A titolo di conclusione vale forse la pena di illustrare breve-
mente il modo in cui si possono applicare queste dottrine neopo-
sitiviste alla scienza cognitiva. Alcuni psicologi di una generazione
precedente adottarono la concezione neopositivista come guida
per promuovere la loro scienza. Molte dottrine qui discusse eser-
citarono un'influenza significativa su comportamentisti come
Spence e Skinner. In particolare molti comportamentisti ritenne-
ro che la teoria verificazionista del significato avesse dimostrato
l'illegittimità di postulare o ammettere eventi mentali che non fos-
sero esplicitamente collegati a comportamenti osservabili. Anche
il modello nomologico-deduttivo della spiegazione e la concezio-
ne assiomatica delle teorie ebbero un'influenza profonda su un
comportamentista come Clark Hull, la cui teoria dell'apprendi-
mento assunse una struttura assiomatica estremamente elaborata.
Inoltre il metodo ipotetico-deduttivo dello sviluppo delle teorie è

41
stato uno dei cardini dell'insegnamento della metodologia della ri-
cerca psicologica sia durante il periodo in cui è stato predominan-
te il comportamentismo sia in questi ultimi decenni di predominio
cognitivista.
Sebbene la popolarità del neopositivismo si sia ridimensionata
nel trapasso dal comportamentismo al cognitivismo, si possono il-
lustrare le tesi fondamentali dei neopositivisti mostrando come si
potrebbero applicare a teorie formulate nell'ambito della recente
scienza cognitiva. Nell'ultimo decennio un'area fondamentale di
ricerca è stata la struttura dei concetti e dei processi di categoriz-
zazione umani. Filosofi e studiosi di altre discipline hanno tradi-
zionalmente considerato le categorie come insiemi matematici,
cioè come strutture con ben definite condizioni di appartenen-
za (generalmente indicate come condizioni necessarie e sufficienti
di appartenenza). Questa idea è stata criticata da Wittgenstein
(1953), il quale, prendendo come esempio il termine «gioco», si'
chiede quali possano essere le condizioni necessarie e sufficienti
dell'applicazione del termine «gioco» ai vari giochi. Egli giunge al-
la conclusione che non esistono condizioni necessarie e sufficien-
ti in grado di definire la categoria dei giochi, ma che questi ultimi
sono collegati fra loro soltanto da «somiglianze di famiglia». A ciò
i neopositivisti obietterebbero che per mettere a punto una teoria
scientifica dei concetti è necessario prima di tutto fornire criteri di
significato per i termini usati nella teoria, specialmente per termi-
ni come «concetto». Eleanor Rosch (1975, 1978) ha messo a pun-
to uno strumento che in una prospettiva neopositivista (benché
probabilmente non in quella della Rosch) si potrebbe considerare
una definizione operazionale dei concetti. Questa studiosa chiese
ai suoi soggetti di stimare il grado di tipicità di casi particolari di
una stessa categoria. Su queste basi la Rosch non solo ha dimo-
strato che in riferimento a svariate categorie, naturali e artificiali, i
soggetti stimano senza difficoltà il grado di tipicità di un partico-
lare esemplare della categoria, ma anche che generalmente vi è
un'alta percentuale di accordo intersoggettivo (si veda tuttavia
Barsalou e Sewall, 1984). In tal modo la maggior parte degli italia7
ni giudicherebbe un pettirosso un uccello estremamente tipico e
un pollo un uccello assolutamente atipico. In una prospettiva neo-
positivista si può affermare che la misura di tipicità fornisce un

42
fondamento.osservativo in base al quale è possibile comprendere
il significato della nozione mentalista di concetto.
Come abbiamo visto i neopositivisti ritengono che il compito
della scienza sia la spiegazione e la previsione dei fenomeni natu-
rali in base a leggi. In quest'ottica si deve dunque determinare se
gli scienziati cognitivi siano stati in grado di presentare un'ipotesi
sul funzionamento dei concetti. Un'ipotesi proposta da alcuni
scienziati cognitivi è quella per cui i concetti verrebbero imma-
gazzinati nella mente come casi prototipici a cui è annessa una me-
trica in base alla quale nuovi casi vengono posti a confronto con il
prototipo. Il pensiero consiste nel ricondurre questo concetto sot-
to la memoria di lavoro [working memory] e nel manipolarlo for-
malmente in conformità a delle regole. Il metodo ipotetico-dedut-
tivo richiede che una volta proposta una simile ipotesi, si debbano
derivare da essa svariate conseguenze controllabili. Una previsio-
ne è che formulare giudizi sui casi meno tipici di una categoria ri-
chiede più tempo che non formulare giudizi sui casi più tipici,
giacché i primi sono più lontani dal prototipo, una previsione con-
fermata dai dati della Rosch (Rosch, 1975; Rosch e Mervis, 1975)5
e di altri (per una rassegna, si veda Smith e Medin, 1981). Un'al-
tra previsione è che tra i soggetti vi sarà un accordo maggiore qua-
lora gli venga chiesto di giudicare se appartengono a una catego-
ria gli oggetti più vicini al prototipo, una previsione che ha rice-
vuto anch'essa conferme sperimentali (per esempio McCloskey e
Glucksberg, 1978). A questo punto, in base agli standard dei neo-
positivisti, l'ipotesi ha ricevuto sostegno dai controlli, ma non è an-
cora stata sussunta sotto una teoria generale e assiomatizzabile.
Tuttavia si può immaginare il tipo di teoria prevista dalla teoria
neopositivista della scienza. I ricercatori dovrebbero innestare le
nozioni di prototipo e di metrica in una teoria generale della strut-
tura del sistema cognitivo, in modo tale che l'idea secondo la qua-
le i concetti vengono codificati come prototipi a cui è annessa una
metrica sarebbe una conseguenza derivabile6.
Sembra abbastanza semplice scegliere all'interno della scienza
cognitiva esempi di ricerche (come le ricerche sui concetti e le ca-
tegorie) e spiegarli avvalendosi della teoria neopositivista della na-
tura della scienza. A prima vista questa pare offrire una descrizio-
ne convincente del carattere delle spiegazioni scientifiche. Mal-
grado la sua forza iniziale, abbiamo incontrato nel corso di questo

43
capitolo alcuni problemi a cui si trova di fronte ogni tentativo di
esplicitare pienamente questa concezione. Quando il neopositivi-
smo era al suo acme, molti ritenevano che tali problemi potessero
essere risolti e che a quel punto si avrebbe avuto una chiara teoria
della natura della ricerca scientifica, che avrebbe potuto giustifi-
care la tesi secondo cui la scienza fornisce la conoscenza della na-
tura. Tuttavia negli ultimi decenni questo ottimismo si è dissolto.
Benché alcuni filosofi siano ancora convinti della correttezza del-
l'immagine fondamentale della scienza offerta dai neopositivisti,
molti hanno ritenuto che le obiezioni siano fatali e si sono messi al-
la ricerca di alternative. Nel prossimo capitolo inizierò a esamina-
re le critiche che sono state sollevate contro il neopositivismo lo-
gico, mentre nel quarto capitolo discuterò le alternative alla con-
cezione neopositivista.

Note

1 Più tardi, per porre in rilievo questo aspetto della loro posizione, alcuni neo-
positivisti logici preferiranno designare la loro dottrina «empirismo logico».
2 Questo tipo di enunciato viene spesso chiamato asserto sintetico.
3 Un altro paradosso è il paradosso del «blerde» di Goodman. Per definizio-
ne, un oggetto è blerde se e solo se è verde prima del tempo t ed è blu dopo. Se t
è lanno 2050 e cerchiamo un oggetto prima di quell'anno e appare verde, non
possiamo concludere che loggetto è verde; in realtà potrebbe essere blerde. Da-
ta la possibilità di predicati come «blerde», è impossibile determinare quale ipo-
tesi è realmente confermata dalle evidenze disponibili al presente.
4 I positivisti e i loro eredi non sono stati totalmente in accordo sulle virtù del-
!' assiomatizzazione. Suppes (1968), Kyburg (1968) e Feigl (1970) hanno sostenu-
to con forza l'assiomatizzazione delle teorie, laddove Hempel (1970) ha indicato
i limiti di un simile approccio. In generale l'assiomatizzazione è stata accolta con
maggior favore dagli studiosi che si sono interessati soprattutto di fisica, ma alcu-
ni filosofi della biologia (soprattutto Williams, 1970 e Rosenberg, 1985) sono sta-
ti risoluti fautori dell'idea che per risolvere dei problemi scientifici la prima cosa
da fare è quella di procedere all'assiomatizzazione delle teorie.
5 La Rosch (1978) ripudia esplicitamente l'idea secondo la quale i datf delle
sue ricerche conforterebbero la tesi secondo cui i concetti sono immagazzinati co-
me prototipi e metrica, sebbene molti psicologi abbiano interpretato la sua teoria
in questo modo.
6 Per un punto di vista molto diverso circa il significato di questo lavoro sui
concetti e la categorizzazione, si veda .il sesto capitolo.
Capitolo terzo
OBIEZIONI AL NEOPOSITIVISMO LOGICO

Introduzione: obiezioni a tesi specifiche del neopositivismo logico

Una delle virtù del neopositivismo logico è quella di essere una


teoria della spiegazione scientifica che si articola in dottrine speci-
fiche ed esposte chiaramente. Ciò ha reso possibile un accurato la-
voro di analisi e di critica, dal quale sono emerse varie obiezioni ri-
volte a dottrine specifiche. A queste prime obiezioni, che hanno
avuto la funzione di intaccare le fondamenta del neopositivismo,
sono poi seguite critiche a più ampio raggio che, investendo il pro-
gramma neopositivista nel suo insieme, propongono di abbando-
narlo in favore di un approccio del tutto differente alla filosofia
della scienza. In questo capitolo prenderò in considerazione alcu-
ne delle obiezioni più specifiche, differendo al prossimo capitolo
un esame dei principali orientamenti epistemologici alternativi che
sono stati proposti negli ultimi decenni.

1-:attacco al concetto di conferma

Una delle prime grandi sfide venne lanciata da Karl Popper, fi-
losofo spesso in contatto con i membri del Circolo di Vienna e da
questi considerato. un critico simpatetico. Come i paradossi della
conferma di cui si è trattato nel capitolo precedente, le critiche di
Popper si sono incentrate sul modello ipotetico-deduttivo dello svi-
luppo e del controllo di un'ipotesi. Abbiamo già osservato che i neo-
positivisti erano consci di non poter risolvere il problema dell'in-
duzione, ma ritenevano nondimeno che un'ipotesi potesse ricevere
sostegno da controlli caratterizzati da un esito positivo. Nella Logi-

45
ca della scoperta scientifica Popper ha giudicato falsa questa assun-
zione, ed estendendo la dimostrazione di Hume dell'impossibilità
di provare la verità di un enunciato generale, ha sostenuto che non
è possibile dimostrare neanche la sua verità probabile. Il grado di
sostegno di cui può godere un enunciato generale dipende sempre
dai pochi casi che è possibile esaminare; dunque finché si conside-
rerà il grado di conferma di una tesi generale come una probabilità
misurata in base alla percentuale di tutti i casi che sono stati real-
mente esaminati e che hanno dato un esito positivo, non si potrà mai
dimostrare che un'ipotesi generale è dotata di una probabilità più
che minima di essere universalmente vera.
Popper ha proposto un rimedio radicale per owiare a questo
inconveniente, consigliando di abbandonare completamente il
tentativo di giungere a teorie ben confermate e suggerendo che gli
scienziati dovrebbero preoccuparsi di dimostrare la falsità delle
ipotesi. La ragione da lui addotta per questa nuova strategia è che,
per quanto non vi sia una forma deduttiva valida e neanche una
buona forma induttiva di ragionamento in base alla quale si possa
derivare una proposizione generale a partire da casi specifici, vi è
nondimeno una forma di argomentazione valida in virtù della qua-
le è possibile dimostrare che le prove sperimentali confutano un'i-
potesi. Questa forma è il modus tollens o negazione del conse-
guente:

Se H, allora P
NonP

Quindi, non H 1 •

Se H è l'ipotesi in questione e P è una previsione che ne di-


scende, quando P si rivela falsa è possibile inferire che H è falsa.
Popper ha preso le mosse da questo semplice presupposto lo-
gico per proporre uno schema generale a cui l'indagine scientifica
dovrebbe conformarsi: la ricerca empirica dovrebbe cercare di
confutare ipotesi. Benché questa idea possa suonare disfattista,
egli ha cercato di mostrare come essa possa costituire la base di
un'impresa costruttiva in grado di rendere la nostra scienza sem-
pre più accurata. Nella caratterizzazione che egli stesso ne dà, il
suo è un programma di congetture e confutazioni. Uno scienziato

46
dovrebbe com~ciare con il fare congetture sul mondo e poi cer-
care di confutarle: se l'ipotesi viene confutata, va scartata; se uno
scienziato cerca diligentemente di confutare un'ipotesi e non vi
riesce, l'ipotesi acquista spessore. Sebbene la mancata confutazio-
ne non equivalga a una conferma dell'ipotesi e non dimostri che
quest'ultima è vera e nemmeno probabile, Popper definisce tale
ipotesi corroborata. La virtù di un'ipotesi corroborata è quella di
essere, diversamente dalle ipotesi confutate, almeno candidata al
titolo di teoria vera.
Per Popper la sostituzione del termine «conferma» con il ter-
mine «corroborazione» non è un mero accorgimento linguistico,
bensì un mutamento di vasta portata, un rifiuto anche di altri
aspetti dell'epistemologia neopositivista: segna il rifiuto del tenta-
tivo di distinguere il discorso dotato di significato da quello privo
di significato sulla base del principio di verificabilità. Popper in-
troduce un programma di demarcazione affatto diverso, che de-
marca il discorso scientifico da quello non scientifico, ponendo in
rilievo come le teorie autenticamente scientifiche affrontino il ri-
schio di essere in errore. Accettando il rischio di essere in errore,
la teoria «proibisce» a certe cose di verificarsi (Popper 1963, capi-
tolo primo): se la teoria è vera, certe cose non possono verificarsi;
se si verificano, è segno che la teoria è falsa. Questa capacità di
proibire a certe cose di verificarsi è ciò che conferisce alle teorie
scientifiche il loro potere, poiché una teoria discrimina tra le cose
che sono possibili e quelle che non lo sono nef caso in cui essa sia
vera. Più cose la teoria esclude, più essa è potente; si potrebbe di-
re che il suo contenuto informativo è maggiore (essa ci dice che,
tra tutte le circostanze che potremmo reputare possibili, solo un
certo limitato sottoinsieme di esse è veramente tale). Pertanto, se-
condo Popper, più cose la teoria esclude, maggiore è la sua vera
forza, perché ci dice più cose sulla realtà del mondo.
Anche se Popper intende applicare questa tesi principalmente
ad asserzioni teoriche, possiamo illustrare la sua tesi con una sem-
plice affermazione a carattere osservativo. Vi sono svariate condi-
zioni che potrebbero rendere falso l'enunciato «Oggi splende il so-
le». La sua verità ci informa dunque che le circostanze che lo ren-
derebbero falso non si verificano. Pertanto un enunciato informa-
tivo esclude possibili configurazioni del mondo e un enunciato do-
tato di alto contenuto informativo esclude un gran numero di mo-

47
di in cui il mondo potrebbe essere. Al contrario un enunciato che
è certamente o quasi certamente vero («Oggi splende il sole o non
splende il sole») esclude poco e dunque ci dice poco sulla realtà
del mondo.
Per applicare questa concezione alle asserzioni teoriche, Pop-
per si richiama alla controllabilità delle teorie scientifiche. Le teo-
rie scientifiche vere sono quelle che possono essere sottoposte a
controlli cruciali, dove sia possibile specificare in anticipo quali ri-
sultati deporrebbero a sfavore della teoria. Un esempio più volte
citato da Popper è il controllo della teoria della relatività generale
di Einstein che prevede che la luce delle stelle venga deviata dal
campo gravitazionale del Sole. Tale previsione può essere control-
lata solo nel corso di un' eclisse totale di Sole ed è per questo che
Eddington organizzò una spedizione all'isola Principe per studia-
re l'eclisse del 29 maggio 1919. Dato che la previsione era rischio-
sa, poteva benissimo rivelarsi falsa. D'altro canto, Popper ha sem-
pre ritenuto impossibile congegnare simili controlli per la psicolo-
gia freudiana e adleriana dal momento che a suo giudizio le due
teorie sono applicabili a qualsiasi circostanza si possa presentare.
Ciò vuol dire che tali teorie non sono dotate di contenuto infor-
mativo e non sono perciò autentiche teorie scientifiche, malgrado
si conformino ai canoni neopositivisti di significanza.
Popper raccomanda di iniziare ad applicare il metodo delle
congetture e delle confutazioni a partite dalle nostre teorie attua-
li. Finora alcune di queste teorie hanno superato tutti i controlli,
mentre altre hanno fallito in uno o più casi. Queste ultime pongo-
no problemi al teorico, e il compito di quest'ultimo è di proporre
nuove teorie in grado di risolvere tali problemi2. Popper impone
poi tre tipi di vincoli a queste nuove teorie, due attinenti alle teo-
rie stesse e il terzo incentrato sui risultati del controllo delle teorie.
Egli richiede per prima cosa che «la nuova teoria dovrebbe di-
scendere da qualche idea unificante, semplice, nuova ed efficace,
concernente qualche connessione o relazione (come l'!lttrazione
gravitazionale) fra oggetti (come i pianeti e le mele), oppure fatti
(come la massa inerziale e gravitazionale), o nuove 'entità teoriche'
(come il campo e le particelle), fino ad allora slegati» (1963, p. 241
[trad. it. 1969, p. 413]). Questa condizione è motivata dal fatto che
lo scopo della teorizzazione è quello di scoprire le proprietà fon-
damentali della natura e non meramente di postulare relazioni ad ·

48
hoc in modo da risolvere problemi di precedenti teorie. La secon-
da condizione è che la nuova teoria sia controllabile indipenden-
temente, cioè la teoria dovrebbe avere nuove implicazioni con-
trollabili precedentemente non indagate. È qui che la teoria deve
essere audace e arrischiata, ed è proprio perché possiede tali im-
plicazioni che promette di dirci qualcosa di nuovo.
Una teoria ci dice qualcosa di nuovo anche nel caso in cui le sue
nuove implicazioni si siano dimostrate false, perché in tal caso
avremo appreso nuovi fatti empirici di cui le future teorie dovran-
no dar conto. Ma Popper formula una terza condizione della vali-
dità di una teoria: essa deve superare alcuni di questi nuovi e se-
veri controlli. La ragione è che non si avrebbe alcun progresso se
continuassimo a proporre nuove teorie che non superano almeno
qualcuno di questi nuovi controlli. Per prima cosa, se i nuovi espe-
rimenti dessero costantemente esito negativo, non avremmo più
alcuna chiara idea di quali sono i punti in cui la teoria si accorda
con la natura e dove avanza proposte nuove e arrischiate. In tal
modo si verrebbe a perdere la possibilità di escogitare esperimen-
ti cruciali atti a distinguere le teorie false da quelle vere. Un espe-
rimento cruciale comporta la necessità di individuare una situa-
zione in cui una teoria che globalmente si conforma al mondo na-
turale possa essere precisamente messa a confronto con esso in una
ben definita circostanza, di modo che una specifica parte della teo-
ria possa venire falsificata o ulteriormente corroborata. Tali espe-
rimenti, qualunque sia il loro verdetto, ci forniscono informazioni
precise, ma non sono possibili se le nostre teorie non si accordano
in gran parte alla nostra esperienza.
Quello che il metodo delle congetture e delle confutazioni of-
fre, secondo Popper, è uno strumento per riorientarsi continua-
mente in direzione della verità. Siamo in grado di rifiutare idee che
si rivelano false e di impiegare teorie che continuano a venire cor-
roborate. Per quanto·la·corroborazione non ci fornisca una base
logica per riporre una maggior fiducia nel fatto che l'ipotesi non
sarà falsificata al prossimo controllo, essa serve a restringere il ven-
taglio delle opzioni ad un sempre più ristretto campo di ipotesi che
potrebbero essere vere. Popper ha accostato questo procedimen-
to alla selezione naturale, dal momento che sia gli organismi non
adattati sia le teorie false vengono eliminati, lasciando che siano i
più forti a continuare la competizione. Ma egli indica un'impor-

49
tante differenza. Se il nostro adattamento all'ambiente è difettoso,
siamo noi a morire, ma se sono le nostre teorie a non adattarsi, pos-
siamo lasciarle morire e decidere di seguire teorie migliori, possia-
mo, come dice Popper, lasciarle morire al nostro posto (anche al-
tri teorici hanno proposto l'idea che la dinamica delle teorie pos-
sa essere analoga al processo evolutivo fondato sulla selezione na-
turale: si vedano, ad esempio, Campbell, 1974a; Toulmin, 1972).
Il falsificazionismo di Popper ha implicazioni notevoli per le
discipline della scienza cognitiva. In psicologia cognitiva, per
esempio, si hanno dei casi in cui teorie in competizione fanno af-
fermazioni empiriche contrastanti. Per esempio Sternberg (1966)
ha posto a confronto tre diversi modelli del modo in cui l'uomo
potrebbe accedere a elementi immagazzinati in memoria. Dato
che ciascun modello prediceva un differente pattern di tempi di
reazioni, Sternberg fece memorizzare una lista di numeri a dei sog-
getti sperimentali e poi chiese loro di stabilire se certi numeri era-
no presenti nell'elenco. In tal modo l'esperimento contrapponeva
l'un l'altro i vari modelli in modo tale da scartare quelli non con-
cordi con i dati dei tempi di reazione3. Tuttavia è ampiamente ri-
conosciuto che molte teorie della psicologia cognitiva e della lin-
guistica, nonché la maggior parte delle simulazioni in intelligenza
artificiale, non riescono ad accordarsi con i dati già disponibili.
Non è necessario che tali teorie facciano nuove radicali previsioni
per essere controllate ed eventualmente falsificate, perché è chia-
ro che sono già state falsificate. In base all'epistemologia di Pop-
per queste teorie andrebbero scartate.
Il problema con cui si confronta la scienza cognitiva è l' estre-
ma difficoltà di creare teorie che si conformino ai dati sperimen-
tali esistenti. Ma forse ad essere in difetto non è la prassi della
scienza cognitiva, bensì la tesi popperiana secondo la quale l'uni-
co modo di far progredire la scienza è quello di impiegare il me-
todo delle congetture e delle confutazioni, una conclusione questa
che viene suggerita da alcuni studi di psicologia del ragionamen-
to. Proprio sulla scia dell'analisi di Popper furono realizzati degli
studi che misero in rilievo come l'uomo non cerchi di falsificare ri-
gorosamente le proprie ipotesi, ma vada erroneamente in cerca di
dati che le confermino4 • Tuttavia altri studi suggeriscono che cer-
care dati di conferma per ipotesi primitive può essere del tutto ra-
gionevole in vari ambienti problematici, dove non sono ben com-

50
presi il carattere dell'ambiente e la natura del problema (cfr. My-
natt, Doherty e Tweney, 1978). Può essere necessario acquisire
qualche dato concreto e strutturare modelli plausibili prima che
abbia senso impegnarsi in una rigorosa falsificazione. Forse i pro-
grammi di ricerca in molti settori della scienza cognitiva si trova-
no proprio a questo stadio in cui si impone un tipo di ricerca esplo-
rativa, non falsificazionista.
A prescindere dalle difficoltà che si incontrano nell'applicare il
falsificazionismo di Pop per all'attuale scienza cognitiva, è impor-
tante osservare come il suo approccio alla filosofia della scienza se-
gni una significativa rottura con l'immagine della scienza proposta
dal neopositivismo logico. Abbandonando la ricerca di teorie al-
tamente confermate, Popper accantona anche il progetto di co-
struire una struttura teorica sempre più ampia di proposizioni ben
confermate. Egli esorta la scienza a fare nuove e audaci congettu-
re che correggano fallimenti precedenti piuttosto che ampliare e
rendere maggiormente adeguata una teoria già sorretta da molte
conferme. In questa maniera egli comincia a minare la concezione
cumulativa della scienza che emerge dal neopositivismo logico e
inaugura un interesse per il modo in cui la scienza muta .. Ciò non
toglie che permangano delle affinità tra la concezione della scien-
za di Pop per e quella dei neopositivisti. Per quanto egli tragga con-
seguenze differenti dall'uso della logica e non presenti l'assioma-
tizzazione come lo scopo della teorizzazione, sostiene nondimeno
che la logica moderna è in grado di fornire un quadro di riferi-
mento per l'analisi della ricerca scientifica e che quest'ultima va
fondata sull'indagine empirica. Per esempio l'attenzione è ancora
sul contesto della giustificazione, non su quello della scoperta, e la
spiegazione consiste ancora nella deduzione di un fatto da una leg-
ge e da un insieme di condizioni iniziali.

Il ripudio del modello nomologico-deduttivo della spiegazione

Sia i neopositivisti sia Popper hanno ritenuto corretto il mo-


dello nomologico-deduttivo della spiegazione; ciò malgrado esso
è stato criticato da molti filosofi. Questi hanno sostenuto che la
spiegazione necessita di qualcosa di diverso dalla deduzione da
leggi e da condizioni iniziali. Si sono profilate due concezioni al-

51
ternative: una richiede che la spiegazione identifichi una causa per
levento da spiegare, mentre per laltra la spiegazione consiste nel
rispondere a certi tipi di domande. I sostenitori di entrambe le
concezioni affermano che è possibile spiegare un evento anche se
la sua descrizione non è stata derivata da leggi più fondamentali.
Il ricorso alle cause nel ruolo di spiegazioni è motivato in parte
dall'insoddisfazione per il trattamento neopositivista della spiega-
zione statistica. Ho osservato in precedenza che i neopositivisti ten-
tarono di generalizzare il modello N-D per dar conto della spiega-
zione statistica, sostenendo che in questa è possibile derivare un' as-
serzione secondo la quale l'evento in questione ha buone probabi-
lità di verificarsi. Contro questa impostazione si è detto che essa
funziona soltanto con eventi con più del 50% di probabilità e che
non ci consente di spiegare eventi con probabilità relativamente
basse, come ammalarsi di cancro dopo aver passato tutta la vita a fu-
mare; tuttavia spesso lo scopo è proprio quello di spiegare eventi
scarsamente probabili. Salmon (1970, 1984) sostiene che qualora si
concepisca la spiegazione come identificazione di cause, diviene
possibile trattare tali situazioni in modo molto naturale. A suo pa-
rere tali cause sono comunemente identificate attraverso un proce-
dimento di «schermatura» [screening of!J. Per spiegare questa idea
egli invita a immaginare una situazione nella quale si cerca di indi-
viduare la sorgente di una luce: se si riesce a trovare un punto su cui
porre uno schermo per smorzare la luce, si sarà identificata la fon-
te di provenienza della luce. Generalizzando, l'idea è che se si rie-
sce a trovare il modo di interrompere un effetto, si individuerà la ca-
tena causale: ciò che è stato interrotto può essere considerato parte
della catena causale, che si può continuare a percorrere fino a quan-
do non si è trovata la fonte che la genera.
L'idea della «schermatura» funziona bene sia in situazioni pro-
babilistiche sia in situazioni deterministiche. Se abbiamo una si-
tuazione in cui leffetto (per esempio una malattia) interessa il
10% della popolazione e intraprendiamo un'azione che interrom-
pe il percorso causale, ridurremo la percentuale di incidenza del-
1'effetto sulla popolazione. In tal modo sarà possibile identificare
la causa che inizialmente ha condotto il 10% della popolazione a
patire la malattia. Inoltre l'idea funziona anche per cause parziali.
Se non si riduce la percentuale a O ma solo al 5%, si può inferire
che è stato interrotto uno dei percorsi causali, ma non tutti. Per far
comprendere quello che avviene in situazioni del genere, Salmon

52
introduce la nozione di rilevanza statistica: nel caso di due eventi
senza alcuna relazione fra loro, la probabilità che si verifichino en-
trambi contemporaneamente è semplicemente il prodotto delle
probabilità che ciascuno dei due ha di verificarsi. Quando la pro-
babilità che entrambi gli eventi hanno di verificarsi contempora-
neamente è maggiore del prodotto della probabilità che ciascuno
ha singolarmente, Salmon dice che i due eventi sono statistica-
mente rilevanti l'uno per l'altro. Un esempio di tale rilevanza sta-
tistica si ha nel caso del fumo. La probabilità di essere un fumato-
re e di morire prima dei 70 anni è maggiore della probabilità di
morire prima dei settanta anni e della probabilità di essere un fu-
matore prese singolarmente. In tali casi, sostiene Salmon, o un
evento è la causa dell'altro o entrambi sono effetti di una causa co-
mune. Una volta che abbiamo appurato di trovarci di fronte ad
una situazione determinata da una causa comune, possiamo usare
tecniche come la <'<schermatura» per individuarla.
Un fattore particolarmente degno di nota della concezione di
Salmon è che, nella sua ottica, la spiegazione non comporta la ne-
cessità di dedurre un'asserzione dell'evento da spiegate, come i
neopositivisti avevano sostenuto. La spiegazione non è affatto una
relazione tra leggi e asserzioni di eventi; si tratta invece di unari-
sposta relativa a una domanda «perché» che menziona 1'evento o
l'entità causalmente responsabile del fenomeno (nel proporre que-
sta concezione, Salmon rifiuta l'impostazione neopositivista che si
limitava a esaminare unicamente il linguaggio della scienza; egli vol-
ge invece la propria attenzione agli eventi del mondo e alle loro in-
terazioni causali). L'approccio di Salmon alla spiegazione differisce
da quello dei neopositivisti anche nell'assegnare un ruolo fonda-
mentale alla causazione. Nel modello neopositivista il concetto di
causa non aveva alcuno status speciale ed era senz'altro possibile
spiegare un evento senza conoscerne la causa. Alcune leggi a cui si
faceva ricorso nelle spiegazioni potevano asserire relazioni causali,
ma non era necessario che fosse così. In realtà i neopositivisti non
avevano alcun mezzo per distinguere le leggi causali da altre gene-
ralizzazioni inserite nella struttura assiomatica della teoria. Con-
centrandosi su procedure che permettono di interrompere catene
causali, Salmon propone di identificare relazioni causali e di accor-
dare ad esse un posto centrale in una teoria della spiegazione.
La seconda alternativa al modello N-D ha come punto di par-
tenza il contesto in cui la gente cerca spiegazioni. Tanto Bromber-

53
ger (1968) quanto Scriven (1962) sostengono chela spiegazione ha
origine quando qualcuno pone una domanda perché gli mancano
delle informazioni. Ciò che vale come spiegazione dipende da qua-
li informazioni mancano alla persona. Per esempio una persona
può chiedere perché si è rotta una certa finestra. La persona po-
trebbe non sapere che è stata colpita da una palla da baseball. In
questo caso dire alla persona che cosa ha colpito la finestra sarà
una spiegazione sufficiente. In altri contesti la persona potrebbe
sapere che la finestra è stata colpita da una palla da baseball, ma
voler sapere perché l'impatto di una palla da baseball ha provoca-
to la rottura della finestra. In tal caso la persona cercherà infor-
mazioni sulla struttura delle finestre che spieghino perché queste
si rompono quando vengono colpite da certi tipi di oggetti eri-
mangono intatte all'impatto con altri oggetti.
La collocazione del problema della spiegazione in questo con-
testo di domande e risposte ha tra le altre conseguenze quella per
cui fornire una spiegazione può corrispondere ad attività diverse.
Chiedere una spiegazione può significare chiedere cose molto di-
verse in contesti differenti: talvolta si può trattare della richiesta di
una teoria scientifica e di un resoconto teorico della meccanica de-
gli avvenimenti; talvolta si può trattare della richiesta di identifica-
re una causa ignota. In generale, tuttavia, i critici sostengono che
quando si richiede una spiegazione, non si richiede la deduzione di
una descrizione di un evento da una legge generale e da un' asser-
zione di condizioni iniziali. È su questo punto che appare chiara la
rottura con i neopositivisti, per i quali non vi è spiegazione senza
struttura deduttiva. Questi ammettevano che nella pratica, quando
si chiede una spiegazione a uno scienziato, è possibile che questi for-
nisca non la totalità bensì solo una parte del resoconto deduttivo;
ma questa era copsiderata una sorta di stenografia, dal momento
che per spiegare la natura della spiegazione si reputava necessario
presentare l'intera struttura deduttiva. I critici sostengono, al con-
trario, che in una spiegazione adeguata non è necessaria la presen-
za, nemmeno implicita, di una simile struttura deduttiva.
Bromberger e Scriven hanno avanzato una tesi analoga in rela-
zione alla spiegazione teorica. Per i neopositivisti una spiegazione
teorica implicava lo sviluppo di una struttura assiomatica in cui la
legge particolare veniva derivata da assiomi più fondamentali. Sia
Bromberger sia Scriven sostengono che anche quando chi pone la

54
domanda richiede una spiegazione teorica, non richiede necessa-
riamente una struttura assiomatica. Spesso infatti la produzione di
una struttura assiomatica metterà chi pone la domanda in condi-
zione di dover chiedere ultetiori spiegazioni. Questi può essere in
grado di effettuare la derivazione all'interno della struttura assio~
matica e ciò malgrado avere l'impressione di non comprendere l' e-
vento. Per spiegargli l'evento può essere necessario fornire un mo-
dello del fenomeno in questione, di modo che possa capire in che
modo fattori differenti, descritti dalle equazioni della teoria assio-
matizzata, interagiscono fra loro.
In alcune discipline della scienza cognitiva (la linguistica ad
esempio) vi sono ampie strutture teoriche che si possono conside-
rare in grado di fornire spiegazioni paragonabili a spiegazioni N-
D. I programmi per calcolatore che stanno alla base delle simula-
zioni cognitive possono avere una struttura logica tale da rendere
plausibile l'idea che essi sussumono in uno stile N-D il comporta-
mento da spiegare sotto leggi. Ma in altre discipline legate alla
scienza cognitiva, come la psicologia cognitiva, gli sforzi esplicati-
vi sono spesso di gran lunga più modesti. I ricercatori non hanno
elaborato teorie dalle quali possano derivare comportamenti spe-
cifici a partire da condizioni iniziali date. Si osserva piuttosto un
aspetto particolare del comportamento e si cerca di identificare un
fattore che potrebbe spiegarlo. Per esempio la distinzione di Tul-
ving (1983) tra memoria episodica (preposta al ricordo di eventi
particolari) e memoria semantica (preposta al ricordo di proposi-
zioni generali come quelle relative al significato del linguaggio o a
fatti generali concernenti il mondo) può essere vista come parte di
un tentativo volto a spiegare differenti tipi di risultati che si pos-
sono avere nell'esecuzione di vari compiti mnemonici. La teoria
non viene presentata assiomaticamente come un insieme compiu-
to di leggi a partire dalle quali vengono presentati particolari even-
ti, ma in modo molto più informale descrivendo le differenze tra i
due sistemi di memoria proposti e mostrando poi come queste dif-
ferenze diano conto dei differenti risultati nell'esecuzione di com-
piti mnemonici relativi ai due tipi di memoria. La teoria di Tulving
può quindi essere considerata un tentativo di isolare un potenzia-
le fattore causale che interessa il comportamento mnemonico sen-
za creare una struttura N-D per dedvare asserzioni relative al com-
portamento mnemonico da leggi generali e da asserzioni di condi-

55
zioni iniziali. Essendo il lavoro di Tulving abbastanza rappresen-
tativo degli sforzi esplicativi degli psicologi cognitivi, questi sforzi
potrebbero essere meglio intesi nella prospettiva dei critici del mo-
dello N-D, che non cercando di inserirli a forza nella struttura del-
le spiegazioni N~D. ,
Queste obiezioni mosse al modello nomologico-deduttivo han-
no ridimensionato il desiderio di alcuni filosofi di interpretare tut-
te le spiegazioni come deduttive e tutte le teorie scientifiche come
oggetti da assiomatizzare alla maniera della geometria euclidea.
Tuttavia esse hanno anche condotto a una situazione in cui non vi
è alcun modello chiaro e ampiamente accettato né della natura del-
le leggi o delle teorie né del ruolo che queste debbono avere nella
spiegazione. È stato attaccato il nucleo della concezione della
scienza dei neopositivisti, ma non vi è affatto parere unanime su
cosa dovrebbe prenderne il posto. Ma, come vedremo, anche gli
assunti più fondamentali sui quali la concezione dei neopositivisti
è stata edificata sono stati oggetto di critiche, inducendo a pensa-
re che sia il tipo stesso di impresa filosofica da essi intrapresa a es-
sere sbagliata.

La critica della distinzione analitico/sintetico

Nel capitolo precedente abbiamo visto che la teoria verifica-


zionista del significato chiama in causa gli enunciati analitici, che
sono spesso definiti come enunciati che sono veri in virtù dei si-
gnificati delle parole in essi contenute e che perciò sono indipen-
denti dalle prove empiriche. Sotto questo aspetto si distinguono
dagli enunciati sintetici che avanzano pretese empiriche per le qua-
li è appropriato parlare di prove. La distinzione tra enunciati ana-
litici e sintetici è un pilastro fondamentale della filosofia neoposi-
tivista e in effetti di buona parte della filosofia analitica, la quale
ha cercato di risolvere i problemi filosofici analizzando i significa-
ti di importanti concetti. Oltre agli enunciati analitici che esplici-
tano il significato di enunciati teorici, i neopositivisti si interessa-
rono anche ad altre due classi di proposizioni analitiche: le pro-
posizioni matematiche e le proposizioni logiche. Poiché si ritene-
va che la verità di tali proposizioni fosse accertabile indipendente-
mente dall'esperienza, le si poteva impiegare per sviluppare una

56
disciplina scientifica o per esplicitare i fondamenti filosofici della
scienza, senza che fosse contemplato alcun margine di errore. Per-
tanto, come abbiamo già visto, l'analisi neopositivista della scien-
za usufruì liberamente della logica simbolica, in base al presuppo-
sto che la verità di questo sostegno logico non dipendesse dalle
pretese empiriche della scienza.
All'inizio degli anni Cinquanta W.V.O. Quine sferrò un attacco
contro la distinzione tra enunciati analitici e sintetici che ha avuto
uno spettro molto ampio di conseguenze sia per la filosofia della
scienza sia-per la filosofia analitica in generale. La strategia di Qui-
ne è quella di mostrare che il concetto di analiticità può essere defi-
nito solo ricorrendo ad altri concetti come quello di significato, che
a sua volta può essere definito soltanto ricorrendo alla nozione di
analiticità. Il risultato è un circolo vizioso. Perciò termini come
«analiticità» e «significato» non riescono a soddisfare il criterio
neopositivista di significanza secondo il quale solo termini per cui
siano disponibili chiari criteri di verificabilità sono dotati di signifi-
cato (si veda il primo paragrafo del secondo capitolo). Quine con-
clude affermando che credere che si debba tracciare una distinzio-
ne tra enunciati analitici e altri enunciati di un qualsiasi linguaggio,
formale o naturale, è «un non empirico dogma degli empiristi, un
metafisico articolo difede» (196lb, p. 37 [trad. it. 1966, p. 35]).
Quine si basa su questo rifiuto della distinzione analitico/sinte-
tico per sferrare un attacco radicale contro il programma generale
della teoria verificazionista del significato. A suo giudizio l'assun-
zione che tutti gli enuQ.ciati di un linguaggio dovrebbero essere ri-
dotti uno per uno all'esperienza è un secondo dogma non empirico
dell'empirismo e propone di sostituirlo con la concezione secondo
la quale «i nostri asserti sul mondo esterno vengono sottoposti altri-
bunale dell'esperienza sensibile non individualmente, ma solo co-
me un insieme solidale» (1961b, p. 41 [trad. it. 1966, p. 39]). Egli
sostiene che i termini del nostro linguaggio sono interconnessi l'u-
no con l'altro in una vasta rete, di modo che non possiamo distin-
guere tra quelle connessioni nella rete che stabiliscono i significati
di termini teorici da quelle che presentano risultati empirici.
La conclusione che Quine ne trae è sorprendente e rivoluziona-
ria e va assai oltre la pura critica della teoria verificazionista del si-
gnificato. Egli sostiene che bisogna rinunciare all'idea di poter usa-
re l'esperienza per confermare o per falsificare ipotesi scientifiche

57
particolari. Quando l'esperienza contraddice la nostra scienza,
questa va modificata, ma a suo avviso ciò può essere fatto in svaria-
ti modi: è sempre possibile proteggere particolari ipotesi modifi-
candone delle àltre. Per esempio, se uno studioso convinto che l'u-
so del linguaggio sia una proprietà esclusiva dell'uomo si trova di
fronte ai resoconti della capacità linguistica dei primati, egli può ri-
tenere che tali resoconti siano prove empiriche che confutano la sua
convinzione, oppure può restringere il concetto di linguaggio in
modo da proteggere la tesi originale. In assenza di un'analisi inva-
riabile del significato, viene messa in discussione l'idea fondamen-
tale secondo la quale un'ipotesi scientifica dovrebbe essere confer-
mata o falsificata in base alle prove empiriche. Questa tesi secondo
la quale le prove empiriche di per sé non determinano la nostra va-
lutazione delle ipotesi è nota come la tesi di Duhem-Quine, dal mo-
mento che mezzo secolo prima di Quine il fisico Pierre Duhem
(1914) avanzò una tesi analoga.
Come ho osservato nel capitolo precedente, il concetto di de-
finizione operazionale rappresentò un'estensione della teoria veri-
ficazionista del significato. L'esigenza di definire i termini in mo-
do operativo è stata avvertita fortemente nelle scienze sociali, e
nella psicologia ha avuto il positivo effetto di spingere ad ancora-
re la teoria ai risultati sperimentali e a evitare la speculazione che
rasenta l'insensatezza. Tuttavia se l'obiezione di Quine è corretta,
le definizioni operazionali vanno viste in una luce differente da
quella usuale: non le si dovrebbe considerare specificazioni di si-
gnificato assolute e immodificabili, bensì affermazioni sintetiche,
soggette a revisione nel corso dell'indagine, cioè quando una tesi
teorica viene messa a repentaglio da un risultato sperimentale ba-
sato su definizioni operazionali di termini teorici, si dovrebbe con-
siderare tra le varie opzioni quella di rivedere la definizione ope-
razionale per preservare la tesi teorica. Il fatto di avere a disposi-
zione una simile opzione comporta che i giudizi sulle tesi teoriche
non saranno determinati esattamente dai risultati sperimentali nel
modo che era apparso possibile in base all'impiego delle defini-
zioni operazionali; tuttavia Quine sosterrebbe che questo genere
di ambiguità è qualcosa che dobbiamo accettare e non tentare di
eliminare normativamente.
Un risultato della critica che Quine rivolge alla distinzione ana-
litico/sintetico è che la decisione di modificare una tesi scientifica

58
dovrebbe essere considerata una decisione pragmatica e non logi-
ca. Un'altra conseguenza è che, in presenza di risultati sperimen-
tali negativi che impongono di apportare modifiche alla nostra
struttura teorica, possiamo decidere di modificare non solo le pro-
posizioni più comunemente ritenute parte della scienza empirica,
ma anche le proposizioni logiche e matematiche; e ciò vuol dire
che questi principi non hanno lo status privilegiato che i neoposi-
tivisti attribuivano loro. Quine riconosce che in genere vi sarà ri-
luttanza a modificare i principi della logica; tuttavia, a suo dire, ciò
non è dovuto a uno status privilegiato, bensì al fatto che essi sono
così «fondamentali» per la nostra rete di tesi scientifiche che mo-
dificarli avrebbe conseguenze enormi sulla scienza e in generale
sui nostri sistemi concettuali. Pertanto è il principio pragmatico
del conserv'atorismo e non uno status privilegiato che spiega per
quale ragione troviamo quasi inconcepibile rifiutare i principi del-
la logica e della matematica.
Il fatto che la logica sia privata di un qualsiasi status privilegiato
ha una conseguenza di enorme portata. Il programma dei neoposi-
tivisti si basa sull'assunto che l'analisi logica sia inviolabile e che le
analisi filosofiche, fondandosi sulla sola logica, non possono rice-
vere sostegno dalla ricerca empirica. Privata di tale fondamento, la
filosofia non può più pretendere di informarci attraverso il sempli-
ce veicolo dell'analisi logica. Alla luce di ciò Quine afferma che bi-
sogna abbandonare qualsiasi speranza in una «filosofia prima» in-
dipendente dall'esperienza e stabilita anteriormente ad essa. Biso-
gna invece trattare le discussioni filosofiche della scienza come par-
te integrante della ricerca empirica (Quine, 1969b, 1975). Pertanto
egli propugna una «epistemologia naturalizzata» che si integri con
il lavoro condotto in psicologia (tuttavia per Quine la psicologia do-
vrebbe essere comportamentista, non cognitivista: cfr. Bechtel,
1988a, capitolo terzo). Rientrando nell'ambito della psicologia, le
tesi filosofiche sul modo in cui è possibile acquisire conoscenza del
mondo e sul modo in cui la scienza riesce a produrre conoscenza so-
no aperte a revisione come qualsiasi altra parte della scienza.
Non c'è bisogno di dire che le argomentazioni di Quine non
hanno incontrato l'unanime approvazione dei filosofi analitici il
· cui modus operandi viene messo in discussione (si vedano Grice e
Strawson, 1956; Katz, 1964; Putnam, 1962). Tuttavia vari filosofi
hanno preso a cuore l'obiezione di Quine e hanno accolto l'esi-

59
genza di basare l'analisi filosofica sulle scoperte empiriche. Una
generazione di filosofi della scienza ha riconosciuto l'importanza
di studiare sia la storia della scienza sia la scienza contemporanea
e di sviluppare descrizioni della scienza che si accordino con il mo-
do in cui la ricerca scientifica procede effettivamente. L'adozione
di questo quadro naturalizzato ha dei costi: questi filosofi non pos-
sono più pretendere di essere rigorosamente normativi, di pre-
scrivere come la scienza dovrebbe essere fatta per avere validità lo-
gica; devono invece contentarsi di essere commentatori pragmati-
ci della scienza, di spiegare ciò che è rivelato dalle ricerche empi-
riche sulla scienza e di dare consigli pragmatici sul modo in cui gli
scienziati potrebbero apprendere dalle pratiche del passato e rea-
lizzare meglio i loro obiettivi.

Un'obiezione alla distinzione tra osservazione e teoria

Un altro assunto cruciale dei neopositivisti era l'idea secondo


la quale l'esperienza osservativa costituisce una base oggettiva per
valutare le tesi scientifiche. Poiché essi definivano la relazione pro-
bativa in termini di relazioni tra enunciati; richiedevano che le pro-
ve fornite dall'esperienza fossero codificate in un insieme di enun-
ciati, che andava distinto dall'insieme di enunciati esprimenti le
leggi o le teorie da controllare in modo da costituire una base a cui
ricorrere nei controlli. L'attacco di Quine alla distinzione analiti-
co/sintetico ha cominciato a mettere in discussione questo assun-
to nella misura in cui si oppone all'idea che si possa distinguere
chiaramente tra gli asserti empirici di una disciplina scientifica e i
significati dei termini impiegati per formulare questi asserti. Egli
sostiene che la scienza costituisce una rete che può essere modifi-
cata in vari punti, dove nessun punto gode di una posizione di pri-
vilegio. Tuttavia Quine continua ad accettare la fondamentale con-
cezione empirista secondo la quale le nostre teorie della natura de-
vono essere fondate sull'esperienza sensoriale e propone dei crite-
ri per distinguere una classe di enunciati osservativi dalle reti teo-
riche costruite su di essi. A suo giudizio tali enunciati possono for-
nire una base neutrale per controllare tesi teoriche differenti. Tut-
tavia l'assunto secondo cui esiste un insieme oggettivo di osserva-
zioni, neutrali rispetto alle teorie, è stata sottoposta a un numero

60
crescente di critiche dopo che vari autori hanno proposto la tesi
della pregnanza teorica dell'osservazione.
Uno dei sostenitori più vigorosi di questa tesi è stato Hanson
(1958), il quale ha affermato che ciò che percepiamo è influenza-
to da ciò che sappiamo, crediamo o ci è familiare. Egli offre esem-
pi di oggetti c:he noi percepiamo direttamente ma che i membri di
generazioni passate non riconoscerebbero, risultandogli estranei.
Un semplice esempio può essere un persona! computer, che ognu-
no di noi riconosce immediatamente ma che nessuno avrebbe ri-
conosciuto mezzo secolo fa; noi lo vediamo direttamente in virtù
della conoscenza di sfondo che introduciamo nel contesto percet-
tivo. Quando Hanson sostiene che percepiamo direttamente que-
sti oggetti, egli rifiuta la tesi secondo la quale vediamo un oggetto
caratterizzabile in modo neutrale per poi inferirne la natura. Tal-
volta facciamo inferenze basate su ciò che vediamo, ma questa non
è la situazione abituale quando vediamo oggetti usuali o anche og-
getti speciali di laboratorio con i quali abbiamo familiarità. In tali
casi vediamo ciò che la nostra conoscenza e formazione ci consen-
tono di vedere. La posizione di Hanson su questo punto coincide
con quella di molti scienziati cognitivi che sostengono l'esistenza
di un qualche grado di elaborazione dall'alto verso il basso [top-
down] attraverso cui la conoscenza si introduce nell'osservazione.
Nel classico paradigma sperimentale lo stimolo viene presentato in
una situazione in cui l'informazione contestuale orienta i soggetti
verso una particolare interpretazione dello stimolo, malgrado ne
siano possibili altre. Per esempio nella fig. 3 .1 la seconda lettera di
ciascuna delle due parole è scritta in modo identico, ma ·quasi tut-
ti vedono la prima come una «H» e la seconda come una «A»5 .

T/-\E C/-\T
Fig. 3 .1. La seconda lettera in ciascuna parola è stampata nello stesso mo-
do e al di fuori del contesto risulterebbe ambigua. Nel contesto, tuttavia, vie-
ne vista come una «H». nella prima parola e come una «A» nella seconda (da
Selfridge, 1955).

Per Hanson l'apprendimento di una certa disciplina scientifiça


è in parte imparare a vedere il mondo in un modo particolare. Egli

61
suggerisce che la differenza tra l'osservatore addestrato e l' osser-
vatore non addestrato è simile alle commutazioni gestaltiche che
ognuno di noi può sperimentare quando osserva figure ambigue.
La figura 3 .2 fornisce un esempio classico: molti di voi possono ve-
dere sia una vecchia sia una giovane, ma non è possibile vedere en-
trambe nello stesso tempo; guardando la figura in un modo la ve-
dete come una giovane donna, guardandola in una maniera diffe-
rente la vedete come una vecchia. L'espressione <<Vedere come»
suggerisce che si sta facendo un'inferenza, ma questo è ciò che
Hanson contesta. Noi non vediamo la figura in modo neutrale co-
me un insieme di linee e poi inferiamo che una curva rappresenta
il naso, la bocca ecc. Vedere la figura come un insieme di linee ri-
chiede in realtà un addestramento sofisticato, che manca a molti
di noi; vediamo invece o la giovane o la vecchia6.

Fig. 3.2. Una figura ambigua che può essere vista come un'anziana di profilo
sinistro o come una giovane di profilo sinistro girata verso destra (da Boring,
1930).

Hanson era consapevole della gravità delle conseguenze di


questa tesi per la concezione neopositivista della scienza: essa mo-
stra che l'osservazione non rappresenta una base neutrale per va-
lutare le teorie, ma ne è essa stessa influenzata; due scienziati ade-
renti a teorie differenti vedranno il mondo in modo differente.
Hanson fornisce l'esempio di Tycho Brahe (tardo fautore di un'a-
stronomia geocentrica) e Copernico (creatore dell'astronomia
eliocentrica) che osservano un'alba: Tycho vede il Sole sorgere,
mentre Copernico vede la Terra ruotare verso il Sole. Il riconosci-
mento di questi fatti presuppone un addestramento a vedere cer-
te proprietà del mondo in un certo modo (cioè in accordo con una
particolare teoria). Questo è vero anche in contesti naturalistici

62
(come nel caso delle osservazioni di Tycho e Copernico), nei qua-
li non si adopera alcuna attrezzatura sperimentale sofisticata. È ve-
ro anche quando il problema non è quello di scegliere tra teorie in
competizione; ad esempio in una situazione in cui un terapeuta de-
ve valutare se un particolare tipo di terapia ha modificato il com-
portamento di un individuo. Tale valutazione richiede la capacità
di identificare il comportamento e di riconoscervi modificazioni
specifiche, una capacità che può senz'altro mancare al profano.
Ma l'influenza delle teorie è ancora più chiara nel caso di esperi-
menti che richiedono un apparato complesso per la registrazione
dei dati. Il tracciato di un elettrocardiogramma verrà immediata-
mente riconosciuto e interpretato come attività cardiaca da un tec-
nico addestrato, mentre sarà solo un insieme di linee agli occhi del
profano.
Questa obiezione alla distinzione teoria/osservazione ha impli-
cazioni anche per la scienza cognitiva. Generalmente si suppone
che i dati della scienza cognitiva siano costituiti dal comporta-
mento; il compito delle sue teorie è di spiegare questo comporta-
mento. Si ritiene che il comportamento sia qualcosa di relativa-
mente oggettivo, in base al quale possiamo controllare le implica-
zioni di differenti teorie del funzionamento della mente. Tuttavia
la tesi della pregnanza teorica dell'osservazione suggerisce che il
comportamento non è così chiaramente oggettivo: come lo classi-
fichiamo può dipendere dalla teoria impiegata per cercare di com-
prenderlo. Il problema può essere in parte colto esaminando il mo-
do in cui si potrebbe distinguere tra un'azione e un mero movi-
mento corporeo. Per un cognitivista la distinzione si fonda presu-
mibilmente sugli stati mentali che attribuiamo a un individuo: se
gli attribuiamo desideri e credenze appropriate, J' atto di sollevare
un braccio può apparire un'azione (un atto compiuto al fine di rea-
lizzare un desiderio); ma se abbiamo una teoria del tutto differen-
te di quello che accade nella testa dell'individuo, si potrà ascrive-
re al medesimo movimento corporeo un significato affatto diver-
so, o come parte di un'azione differente o come mero comporta-
mento che non è di per sé un'azione. Benché tali difficoltà si fac-
ciano più gravi quando si entra in contatto con altre culture (nei
casi in cui non si ha una comprensione adeguata della prospettiva
cognitiva dell'altro individuo), si manifestano anche in normali di-
segni sperimentali. Un problema consueto è quello di determina-

63
re come il soggetto ha interpretato il compito mentre lo eseguiva.
Data una interpretazione differente del compito, il comportamen-
to del soggetto, che costituisce la nostra evidenza osservativa, può
essere adeguatamente descritto in maniera molto diversa.
Alcuni filosofi hanno ritenuto che la tesi secondo la quale tut-
ta la percezione è impregnata di teoria abbia gravi implicazioni per
la valutazione della scienza, minando loggettività e rendendo la
scienza totalmente soggettiva (Scheffler, 1967; Shapere, 1966).
L'oggettività è minata dal fatto che dobbiamo preventivamente ac-
cettare la teoria per fare le osservazioni necessarie (per esempio
dobbiamo accettare la classificazione del comportamento o la teo-
ria presupposti dall'elettrocardiografo dell'esempio precedente).
Senza un punto di riferimento oggettivo, teoricamente neutrale, i
fautori di teorie antagoniste vedranno semplicemente ciò che la lo-
ro teoria li predispone a vedere e non vi sarà alcun punto di riferi-
mento svincolato dalla teoria al quale poter fare riferimento per
comporre le controversie.
Tuttavia questi timori sono quasi certamente eccessivi. Chi so-
stiene che tutta la percezione è impregnata di teoria non nega che
gli stimoli del mondo esterno svolgono un ruolo cruciale nel de-
terminare quello che vediamo. Questi stimoli sono fattori che vin-
colano la percezione e segnano una differenza fondamentale tra
l'immaginazione e la percezione. La pregnanza teorica non com-
porta che possiamo vedere tutto ciò che vogliamo. Dato il modo
in cui siamo stati addestrati a vedere, ciò che vediamo è determi-
nato da ciò che vi è da vedere (per esempio, una volta che siamo
stati addestrati a leggere un elettrocardiogramma, leggiamo il trac-
ciato che abbiamo davanti agli occhi e non qualcos'altro). Possia-
mo vedere cose che si contrappongono alle nostre teorie ed essere
costretti a rivederle. Poniamo, ad esempio, di aver formulato l'i-
potesi secondo la quale due compiti sperimentali richiedono tem-
pi di reazione identici. Tuttavia, quando si va a eseguire I'esperi-
mento, si scopre che i tempi di reazione per un compito sono at-
tendibilmente più lunghi di quelli per laltro, un fatto che (igno-
rando il problema posto dalla tesi di Duhem-Quine) impone una
revisione della teoria.
Quando si correggono le proprie teorie alla luce dell'esperien-
za, queste possono condurre a effettuare differenti tipi di osserva-
zione. Si può mettere a punto un apparato diverso e impiegare tee-

64
niche differenti per registrare ciò che si osserva. Ancora una volta,
tuttavia, la natura può non cooperare fino in fondo. Ciò che si ve-
de può non corrispondere a ciò che ci si aspetta anche se il modo
in cui si vede è influenzato dalla propria teoria. La natura può con-
travvenire alle nostre aspettative, costringendoci a correggere ul-
teriormente la teoria. Pertanto, anche se l'osservazione è impre-
gnata di teoria, è possibile scoprire che la nostra teoria è sbagliata.
La tesi della pregnanza teorica dell'osservazione non rende la
scienza totalmente soggettiva, come i suoi critici sembrano teme-
re. L'oggettività non è intaccata perché è sempre possibile (e acca-
de di frequente) fare osservazioni che. contraddicano le nostre pre-
visioni teoriche, mostrandoci in tal modo che le nostre teorie sono
sbagliate.
Questo non vuol dire che la pregnanza teorica dell' osservazio-
ne non produca problemi autentici. Questi sorgono quando colo-
ro che usano prospettive teoriche differenti cercano di produrre
prove per mostrare all'altro che il proprio modo di interpretare il
mondo è corretto. Questi individui possono senz'altro non essere
d'accordo su ciò che vedono ed entrambi possono ritenere che
quello che vedono dia sostegno alla propria teoria. In tal caso, sen-
za un insieme neutrale di osservazioni, può risultare impossibile ri-
solvere dispuiè tra teorie in competizione su mere basi osservati-
ve. Tuttavia questo può non essere troppo grave se vi sono altri
modi di dirimere tali controversie. Un problema potenzialmente
più grave è che si può essere sprovvisti di modi di confrontare qua-
dri teorici in competizione. Per i neopositivisti il quadro di riferi-
mento osservativo fornisce una base per spiegare il significato de-
gli asserti scientifici, e senza tale quadro un confronto tra quadri
di riferimento antagonisti può risultare impossibile, una difficoltà
nota come il problema dell'incommensurabilità delle teor:ie. Que-
sto problema è stato messo a fuoco da quei filosofi che si sono con-
centrati sullo sviluppo storico della scienza, la cui posizione verrà
presa in esame nel prossimo capitolo. Vedremo allora come questi
filosofi concepiscono la pregnanza teorica dell'osservazione come
una delle varie ragioni che infine ci impongono di adottare una vi-
sione affatto diversa della scienza.

65
Sommario

In questo capitolo mi sono occupato di quattro obiezioni fon-


damentali mosse contro il neopositivismo. Talvolta questo ha adot-
tato la metafora di una scienza simile a una struttura architettoni-
ca innalzata a partire dalle fondamenta. Ho presentato queste cri-
tiche in un ordine che separa la struttura dalla sommità dell'edifi-
cio. Nel secondo e terzo paragrafo ho passato in rassegna le obie-
zioni mirate contro la sovrastruttura: il metodo ipotetico-dedutti-
vo dello sviluppo teorico, il modello nomologico-deduttivo della
spiegazione e la concezione assiomatica delle teorie. Le obiezioni
discusse negli ultimi due paragrafi si sono incentrate sugli assunti
fondativi: la teoria verificazionista del significato e l'idea di un fon-
damento osservativo neutrale (per ulteriori discussioni di queste e
altre critiche al nc::opositivismo logico si vedano Suppe, 1977 e
Brown, 1977). Nell'insieme, le critiche tratteggiate in questo capi-
tolo si sono dimostrate così distruttive che solo pochi filosofi con-
temporanei aderiscono ancora all'impostazione neopositivista nel-
la sua forma originaria7 • Tuttavia l'immagine neopositivista della
scienza rimane la più completa di cui disponiamo. Il fallimento del
neopositivismo logico, se in effetti di fallimento si tratta, è dunque
della massima nobiltà e lascia un'eredità. La maggior parte dei fi-
losofi della scienza giudica impossibile fare completamente a me-
no dell'eredità neopositivista pur riconoscendone i vari difetti. Nel
capitolo successivo, tuttavia, descriverò un approccio alternativo
alla filosofia della scienza che a molti filosofi è sembràto fornire i
presupposti di un'alternativa.

Note

1 Se si cercasse di produrre un'argomentazione analoga per confermare un'i-

potesi, si cadrebbe nella fallacia dell'affermare 1' antecedente: ·

Se H, allora P
p

Quindi, H.
Cfr., nel primo capitolo, il paragrafo dedicato alla logica.
2 Popper riconosce che i problemi da risolvere potrebbero non scaturire solo

da falsificazioni empiriche di precedenti teorie, ma possono essere problemi teo-

66
rici riguardanti l'unificazione di due teorie o la rinuncia a principi apparentemente
ad hoc presenti in teorie attuali. Questo interesse nei confronti dei problemi teo-
rici viene sviluppato in modo molto più compiuto da Laudan, del quale mi occu-
po nel quarto capitolo.
3 I tre modelli erano i seguenti: (a) la mente controlla tutti i numeri contem-
poraneamente per determinare se il numero è sull'elenco; (b) cerca il numero se-
quenzialmente e si ferma quando raggiunge il numero richiesto per registrare un
risultato positivo e registra un risultato negativo quando non vi sono più numeri
nella lista; (c) esamina l'elenco sequenzialmente, ma non registra né un risultato
negativo né un risultato positivo finché non ha raggiunto la fine della lista. I pri-
mi due modelli vennero scartati sulla base dei tempi di reazione, mentre solo il ter-
zo (un modello alquanto controintuitivo) risultò corroborato.
4 Un esperimento condotto da Wason eJohnson-Laird (1972) assegna ai sog-
getti la consegna di cercare di cogliere la regola sottesa alla sequenza 2, 4, 6. La re-
gola potrebbe essere un principio di carattere generale come «ogni tre numeri in-
teri positivi». I soggetti vengono esortati a proporre altre sequenze per testare le
regole che hanno ipotizzato prima di riferirle allo sperimentatore. Di norma i sog-
getti partono dal presupposto che la regola sia «tre numeri pari in sequenza». Tut-
tavia, invece di tentare di falsificare questa ipotesi proponendo una sequenza co-
me «3, 2, l», i soggetti cercano di confermarla proponendo sequenze come «8, 10,
12». Per inciso, questo problema può essere usato per realizzare una utile simula-
zione del procedimento scientifico. Si può realizzare tale simulazione assegnando
a un gruppo di persone i:l ruolo di membri di una comunità scientifica che com-
petono per il premio Nobel e a una persona (per esempio un insegnante) la parte
della natura. Ogni membro del gruppo può compiere un «esperimento» propo-
nendo una sequenza, alla quale la natura dà il «risultato» dicendo «SÌ>> (per esem-
pio se si conforma alla regola) o «No». Ogni membro del gruppo può anche ren-
dere pubblica una legge ipotizzata enunciandola. Come nella scienza reale, lana-
tura non dice se la legge è giusta o sbagliata, ma lascia che questo venga determi-
nato da altri membri del gruppo per mezzo di ulteriori esperimenti. La simula-
zione terìnina quando il gruppo sceglie il membro più idoneo a ricevere il premio.
Durante la simulazione sia le leggi sia i risultati sperimentali possono essere scrit-
ti su una lavagna per permettere ai partecipanti, al termine della simulazione, di
ripercorrere gli eventi sequenzialmente e discutere le strategie che sembrano es-
sere all'opera in corrispondenza di ogni stadio dell'attività di soluzione del pro-
blema. Una cosa che può essere messa in rilievo alla fine della simulazione è che
la regola scelta alla fine dal gruppo può non essere quella «giusta» (cioè quella se-
guita dalla natura). Nella scienza è possibile scoprire che l'ipotesi è sbagliata an-
che dopo l'assegnazione del premio Nobel.
5 Tuttavia Hanson si sarebbe opposto alla tentazione di caratterizzare l' ela-

borazione dell'informazione che entra in gioco nel riconoscimento di oggetti in


termini di inferenze e problem solving.
6 Ci si può rendere conto di quello che non va nella tesi di un'inferenza po-
steriore alla visione quando si cerca di aiutare qualcuno che non riesce a vedere la
figura in una delle modalità alternative e si cerca di indicare le caratteristiche del-
la figura. Benché questo possa essere· di aiuto, non garantisce il successo. Per mol-
ti anni non sono riuscito a vedere la giovane anche se numerose persone avevano
cercato di indicarmi le caratteristiche dell'immagine. Poi preso dalla frustrazione
capovolsi una copia del disegno di fronte ad un collega, chiedendogli per lenne-

67
sima volta dove fosse mai questa oscura immagine. Nel momento in cui collocai il
disegno sul tavolo la giovane divenne visibile: la vidi semplicemente, non inferii
alcunché.
7 Tuttavia un elemento importante della tradizione neopositivista, lenfasi sul-
1' analisi formale della scienza, viene affermato da vari filosofi contemporanei.
Esempi autorevoli sono lo sviluppo della concezione semantica delle teorie di Van
Fraassen (1980), difesa da Giere (1979), Lloyd (1984) e altri; un gran numero di
interpretazioni probabilistiche della scienza, molte derivanti dal Teorema di Bayes
(Levi, 1967); e l'analisi di Glymour (1980) basata sul concetto di bootstrapping
[<<Bootstraps» sono letteralmente i lacci degli stivali. Attraverso la metafora di reg-
gersi o sollevarsi tirando su i lacci degli stivali, lespressione bootstrapping, usata
per la prima volta in fisica, indica una teoria che, anziché fondarsi sui dati esterni,
mira a una conoscenza che si fonda sull'autonomia e sulla coerenza interna dei
suoi componenti (N.d. T.)].
Capitolo quarto
LA FILOSOFIA DELLA SCIENZA
POSTPOSITIVISTA

La comparsa della filosofia della scienza a orientamento storico

Dopo il tramonto del neopositivismo lo sviluppo più impor-


tante nella filosofia della scienza è consistito nell'adozione di una
prospettiva storica, derivata da un maggior interesse per la descri-
zione della natura reale della ricerca scientifica e per i modi in cui
gli scienziati decidono quali teorie accettare o almeno perseguire
nella ricerca futura. Nell'ambito concettuale del neopositivismo e
di molti dei suoi critici (con la notevole eccezione di Popper) si ri-
teneva generalmente che il fattore di primaria importanza nel de-
cidere sull'accettabilità di una teoria fosse la misura in· cui que-
st'ùlrima corrisponde ai fatti1. I filosofi postpositivisti negano in-
vece risolutamente il ruolo centrale di tale fattore e sostengono
che, concentrando l'attenzione su di esso, i loro predecessori han-
no elaborato teorie epistemologiche che non descrivono accurata-
mente la scienza reale. Se la filosofia della scienza vuole avere qual-
che valore deve occuparsi di quei fattori che governano la prassi
scientifica effettiva e che hanno permesso alla scienza di divenire
un'attività preziosa in grado di produrre conoscenza.
Dal momento che criticano i neopositivisti per non essere riu-
sciti a descrivere la scienza reale, i filosofi della scienza postpositi-
visti si propongono di elaborare le loro analisi non più a partire da
considerazioni logiche di ordine generale, ma sulla base di esami
accurati degli autentici percorsi seguiti dalla scienza, attenendosi
in particolare all'immagine che di essa dà la storia. Tuttavia ciò ha
dato luogo a un problema cruciale: mostrando come le teorie po-
tessero essere logicamente giustificate o corroborate in base a pro-
ve oggettive, i neopositivisti speravano di spiegare perché la scien-
za fosse in grado di produrre descrizioni vere della natura e per-

69
ché essa dovesse essere considerata una fonte oggettiva di cono-
scenza. Inoltre essi proponevano il loro approccio come una gui-
da normativa per la buona condotta scientifica. Concentrandosi
sul modo in cui gli scienziati ,prendono effettivamente decisioni
nella prassi concreta e ammettendo fattori diversi dai criteri che
potrebbero accrescere la probabilità di fornire descrizioni vere, i
sostenitori di un approccio storico sembrano precludersi ogni pos-
sibilità di fornire una teoria della scienza normativa e non resta lo-
ro che il tentativo di offrire una mera descrizione.
Una filosofia della scienza basata sulla storia si espone a obie-
zioni anche per un altro ordine di motivi. Alcuni storici e sociolo-
gi della scienza contemporanei affermano che gli strumenti diana-
lisi di cui dispongono permettono loro di fornire una descrizione
più adeguata - rispetto a quella dei filosofi - dell'effettivo funzio-
namento della scienza. In particolàre essi accusano i filosofi di oc-
cuparsi delle ragioni esplicitamente addotte dagli scienziati e del-
la logica delle loro argomentazioni, quando in realtà non sono que-
sti i fattori decisivi delle ricerche scientifiche. Gli storici e i socio-
logi caratterizzati da questo orientamento sostengono che a gui-
dare la condotta della scienza è, in realtà, un insieme di fattori isti-
tuzionali e sociali. Questo pone il problema di determinare se esi-
sta un compito specifico per la filosofia.della scienza, una volta ab-
bandonata la pretesa di poter fornire, sulla base dell'analisi logica,
un resoconto normativo di ciò che la scienza dovrebbe essere.
L'ispirazione principale per lo sviluppo della filosofia della
scienza postpositivista, nonché per molti recenti lavori di storia e
sociologia della scienza, ha tratto origine dalla pubblicazione della
Struttura delle rivoluzioni scientifiche di Thomas Kuhn (1962).
Questo libro, pur non avendo fondato una nuova teoria generale
della scienza, ha offerto un quadro concettuale radicalmente nuo-
vo all'interno del quale ripensarne la natura. Perciò la prima parte
di questo capitolo sarà dedicata a un'esposizione della concezione
di Kuhn; in seguito riassumerò sviluppi più recenti all'interno di
questa impostazione.

La sfida di Kuhn: scienza normale e scienza rivoluzionaria

, Kuhn mise in discussione l'assunto di molti epistemologi pre-


cedenti secondo cui la scienza offre un corpo di conoscenze che si

70
accumulano con regolarità, affermando che le discipline scientifi-
che attraversano stadi distinti e che il carattere della ricerca in una
certa disciplina varia da stadio a stadio. Egli distingue cinque sta-
di: (a) sciehza immatura, (b) scienza normale matura, (c) crisi, (d)
scienza rivoluzionaria, (e) risoluzione, quest'ultima seguita da un
ritorno alla scienza normale. Ne risulta un anello (vedi la fig. 4.1)
che include gli stadi (b), (c), (d), (e).

scienza
immatura
~--~
_.. scienza B·
al _.. cr1s1 _.. rivoluzione _.. risoluzione
norm e

Fig. 4 .1. I cinque stadi nella storia delle discipline scientifiche secondo Kuhn.

Seguendo l'indicazione del titolo del libro di Kuhn, gran parte


della discussione si è incentrata sulle rivoluzioni scientifiche. Tut-
tavia alcune delle asserzioni più innovative di Kuhn non riguarda-
no la scienza rivoluzionaria, bensì ciò che egli chiama «scienza nor-
male». Dunque comincerò a esaminare la sua concezione della
scienza normale.
La scienza normale richiede l'istituzione di ciò che Kuhn ha va-
riamente chiamato «paradigma» o «matrice teorica», ma nel suo
libro egli non ne caratterizzò il concetto in maniera precisa, cosic-
ché numerose pubblicazioni successive hanno cercato di chiarire
tale nozione (si veda Kuhn, 1970b). Tuttavia l'idea intuitiva che sta
a fondamento dell'uso che Kuhn fa del termine «paradigma» può
essere spiegata in breve. Un paradigma fornisce un quadro di rife-
rimento per definire i fenomeni che ùna disciplina particolare as-
sume come propri oggetti di studio e potrebbe riguardare un mo-
dello di base oppure una teoria generale. Kuhn ha in mente casi
come il modello copernicano delle rivoluzioni planetarie attorno
al Sole o la teoria dei corpi fisici che si attraggono reciprocamen-
te secondo le leggi di Newton. Nella scienza cognitiva il paradig-
ma potrebbe essere l'idea secondo la quale la mente è un sistema
di elaborazione di informazioni.
Un paradigma non è semplicemente uh modello o una teoria,
ma contiene anche istruzioni circa il modo in cui una teoria o un
modello devono essere sviluppati e applicati nella ricerca succes-
siva. Queste istruzioni possono assumere la forma di esempi che

71
mostrano come derivare qualcosa dalle teorie secondo quanto vo-
levano i neopositivisti, anche se non sarebbe necessario restrin-
gerle.a tali casi. Nel descrivere queste istruzioni Kuhn si richiama
ai manuali: le teorie generali di una disciplina sono comunemente
insegnate attraverso una serie di esempi che mostrano come ap-
plicare la teoria ai fenomeni del suo dominio. Per esempio un ma-
nuale può illustrare i principi di Newton mostrando come essi pos-
sono essere usati per determinare l'attrazione gravitazionale che la
Terra esercita su un corpo posto sulla sua superficie. Gli esempi
utilizzati didatticamente sono spesso le prime applicazioni svilup-
pate nella disciplina grazie alla teoria e divenute, ora, modelli per
nuovi studenti. In psicologia cognitiva l'esempio potrebbe venire
dagli esperimenti usati per stabilire la distinzione tra memoria a
breve termine e memoria a lungo termine e l'uso del raggruppa-
mento [chunking] per spiegare come gli esperti sembrano sùpera-
re i limiti normalmente imposti all'informazione nella memoria a
breve termine. Kuhn qualifica come esemplari queste applicazioni
standard del quadro di base (ma ne parla anche come di paradig-
mi, usando ora il termine in un senso più ristretto). Un'importan-
te funzione di un esemplare è di istruire gli studenti, fornendo lo-
ro un modello da imitare. Gli studenti cominciano imitando in
modo letterale l'esemplare, per esempio risolvendo la stessa equa-
zione per differenti valori. Più tardi essi imparano a modificare e
a estendere l'esemplare per risolvere nuovi problemi in analogia
alla soluzione del problema originario.
Anche se ho usato il termine «teoria» per caratterizzare un cer-
to aspetto dei paradigmi kuhniani, la concezione che Kuhn ha del-
le teorie è completamente diversa da quella dei neopositivisti o dei
loro critici considerati fino a ora. Per Kuhn una teoria non è qual- ·
cosa che necessariamente possa essere rappresentata in una strut-
tura assiomatica, né un insieme di postulati dai quali sono dedotte
osservazioni. Essa consiste spesso in uno schema alquanto vago di
come la natura si comporta, uno schema che è impreciso e richiede
una notevole chiarificazione ulteriore (come l'idea che la cognizio-
ne richiede l'elaborazione dell'informazione). Inoltre Kuhn offre
un resoconto affatto diverso da quello proposto dai neopositivisti o
da Popper in merito al ruolo svolto dalle teorie nella ricerca nor-
male: a suo giudizio lo scopo dello scienziato non è né di conferma-
re né di falsificare le teorie, bensì di adattare la teoria alla natura. La

72
teoria iniziale è incompleta: offre una descrizione generale del mo-
do in cui avvengono i processi naturali, che ha bisogno di essere mi-
gliorata e completata. La scienza normale deve individuare ciò che
va aggiunto a tale descrizione, in modo da poterla applicare a situa-
.zioni specifiche. Ciò può comportare la determinazione delle tec-
niche con cui eseguire misurazioni in contesti specifici, oppure l'in-
troduzione di assunti addizionali, necessari a includere quei conte-
sti. Coloro che praticano la scienza normale continQano a fare quan-
to appresero da studenti: imitano in contesti nuovi gli esemplari ap-
presi a scuola. Attraverso questa attività essi estendono l' applicabi-
lità della teoria generale o paradigma.
·Lo sviluppo ulteriore di un paradigma promosso dalla sua ap-
plicazione a casi nuovi non è sempre un compito facile. La testi-
monianza storica, sostiene Kuhn, mostra che solo raramente le teo-
rie calzano perfettamente alla natura; anche durante il periodo in
cui una particolare teoria o paradigma (ad esempio la meccanica
newtoniana) viene adoperata e generalmente accettata, ci sono
previsioni che non risultano confermate dalle osservazioni. In re-
gime di scienza normale queste differenze tra previsioni teoriche e
osservazioni empiriche non sono considerate falsificazioni della
teoria, bensì fonti di nuovi problemi che gli scienziati dovranno ri-
solvere. Talvolta, quando la teoria non riesce ad accordarsi con la
natura, il ricercatore dovrà sistemare la teoria in qualche modo, ma
questo non è l'unico mezzo. Kuhn ritiene che, generalmente,
quando gli esperimenti forniscono esiti in disaccordo con una teo-
ria, non sia quest'ultima a essere giudicata in difetto, bensì gli espe-
rimenti. Il compito dello sperimentatore è di approntare esperi-
menti i cui risultati si accordino con la teoria accettata. In questo
tentativo la teoria si ritiene per lo più corretta e il compito sta nel
farla lavorare. Il successo di uno scienziato durante uri periodo di
scienza normale è valutato in base alla sua capacità di risolvere
problemi o rompicapo derivanti da fallimenti sperimentali e di esi-
bire nuove applicazioni della teoria accettata. Ecco qui una diffe-
renza chiave tra la concezione kuhniana della scienza e quella dei
neopositivisti: per questi il compito della scienza è di valutare le
teorie, laddove per Kuhn esso consiste nell'elaborare i dettagli e
nello sviluppare le loro applicazioni sperimentali.
Data la natura del compito che viene svolto nel corso della
scienza normale, le varie attività sono definite chiaramente e il sue-

73
cesso è facile da valutare, col risultato che, in seno alla comunità
scientifica, regnano accordo generale e armonia. Per Kuhn questo
accordo e questa armonia testimoniano che una comunità è impe-
gnata nella ricerca normale e caratterizzano l'esistenza di un para-
digma. Prima dell'adozione di un paradigma, un tale accordo sarà
raro: le attività non saranno guidate da un paradigma general-
mente accettato, ma ci saranno scuole concorrenti, ognuna con la
propria visione del modo in cui la disciplina dovrebbe svilupparsi
e ognuna volta a imporre l'egemonia del proprio approccio. Que-
sto conflitto di scuole caratterizza il primo dei periodi riconosciu-
ti da Kuhn, quello della scienza immatura. A suo giudizio molte
delle scienze sociali sono ancora in questa fase, in attesa che si af-
fermi il primo paradigma. Invece di cominciare a rendere il para-
digma operativo, i ricercatori trascorrono molto tempo scontran-
dosi su quale approccio generale debba essere adottato. È solo
quando un tale paradigma si sia imposto che la disciplina comin-
cerà a progredire, in quanto il progresso richiede l'adattamento al-
la natura di un paradigma già accettato (le battaglie tra le varie
scuole di psicoanalisi sono un chiaro esempio di quello che Kuhn
ha in mente; presumibilmente, la psicologia sperimentale era in
questa situazione alla fine del XIX secolo, quando associazionisti,
funzionalisti è strutturalisti proponevano ognuno la propria visio-
ne della scienza della psicologia).
Per raggiungere lo stadio di scienza normale non è necessario
che i ricercatori dimostrino la correttezza del loro paradigma; in-
vece un paradigma viene adottato perché sembra offrire un po-
tenziale esplicativo per un particolare dominio di fenomeni e sug-
gerisce un programma di ricerca sul quale vari scienziati possono
continuare a lavorare assieme. In psicologia il primo caso chiaro di
scienza normale si instaurò probabilmente con l'avvento del com-
portamentismo. Benché alle origini non si distingueva dalle altre
scuole, esso offrì svariate tecniche (per esempio il condiziona-
mento classico e più tardi il condizionamento operante) e un
obiettivo (mostrare quanta parte del comportamento possa essere
descritta da leggi comportamentali) che diedero luogo a un tenta-
tivo prolungato di costringere la natura a prendere la forma del pa-
radigma. Kuhn afferma che, nonostante eclatanti successi iniziali,
la maggior parte dei paradigmi finisce per raggiungere una situa-
zione nella quale i problemi irrisolti cominciano ad accumularsi,

74
decresce sensibilmente il successo nella risoluzione dei problemi e
anziché la soluzione di nuovi problemi, cominciano a verificarsi
fallimenti o «anomalie». Ciò dà luogo al terzo degli stadi teorizza-
ti da Kuhn, quello della crisi. In reazione al ridotto tasso di pro-
gresso e all'accumularsi di problemi irrisolti, le regole di ricerca
prodotte durante il peri9do in cui il paradigma era coronato da
successo sono applicate con minore rigidità e i ricercatori cercano
di immaginare dei modi in cui si potrebbe modificarlo. Quindi,
per riprendere l'esempio del comportamentismo, dopo il suo suc-
cesso iniziale si presentarono svariati problemi ai quali i ricercato-
ri erano interessati, ma che sembravano fuori della portata della
spiegazione comportamentista: tra questi erano il linguaggio, la
pianificazione razionale e l'attività di risoluzione di problemi. Ver-
bal Behavior di Skinner (1957), benché si proponesse di estendere
il programma comportamentista nel dominio del linguaggio, finì
per convincere molti studiosi dei limiti del comportamentismo,
che entrò allora nella fase di crisi.
Talvolta, sostiene Kuhn, l'immaginazione esibita durante una
crisi scientifica dà luogo allo sviluppo di nuovi paradigmi alternati-
vi che operano con differenti principi e modelli fondamentali e che
promettono ciascuno di creare una tradizione di risoluzione di pro-
blemi. Se questi nuovi paradigmi cominciano a svilupparsi, là di-
sciplina entra nel periodo della scienza rivoluzionaria. L'uso del ter-
mine politico «rivoluzione» non è casuale. Una rivoluzione è un pe-
riodo di lotta accesa fra i difensori del vecchio paradigma e i fauto-
ri di quello nuovo; come in una rivoluzione politica, le regole vigenti
in tempi normali non sono più applicabili (in quanto legate al para-
digma che ora subisce l'attacco) e così parte di ciò che è in discus-
sione riguarda quali regole usare per decidere tra i paradigmi con-
trapposti. È qui che Kuhn fa le asserzioni più controverse, soste-
nendo che i paradigmi antagonisti sono incommensurabili poiché
non possono essere confrontati e valutati su fondamenti razionali.
Kuhn basa la tesi dell'incommensurabilità sulla pretesa pre-
gnanza teorica dell'osservazione discussa nel capitolo precedente.
In accordo con Hanson, Kuhn nega che ci sia un linguaggio os-
servativo neutrale e sostiene che coloro i quali applicano un para-
digma, imparano a riferire le loro osservazioni in una forma im-
pregnata di teoria (o di paradigma). Poiché ogni paradigma avrà il
suo proprio modo di comunicare le osservazioni, i sostenitori di

75
paradigmi antagonisti non caratterizzeranno allo stesso modo ciò
che essi vedono nel mondo. In un'occasione Kuhl;l parla di scien-
ziati che lavorano con paradigmi differenti come di persone che vi-
vono in mondi differenti. Egli concorda anche con Quine (si veda
il capitolo precedente) nel ripudiare la distinzione analitico/sinte-
tico e l'idea che al vocabolario di un linguaggio possano essere as-
segnati significati indipendenti dalle teorie presentate nel linguag-
gio stesso: quindi per Kuhn non c'è alcun linguaggio neutrale nel
quale si possano confrontare paradigmi. Il risultato è che le parti
che si contrappongono in una rivoluzione scientifica devono ri-
correre a mezzi non razionali per risolvere il contrasto fra loro; ·
fondamentalmente ciò comporta che i fautori di uno dei paradig-
mi convincano un numero consistente di scienziati ad adottarlo.
Durante una rivoluzione i ricercatori si ritrovano in una situa-
zione molto simile a quella che si riscontra nella scienza immatu-
ra. Coloro che applicano programmi in competizione litigano tra
loro proprio come fanno i fautori di scuole differenti in una scien-
. za immatura. Per esempio alla fine degli anni Cinquanta e duran-
te gli anni Sessanta ci furono accesi dibattiti tra i comportamenti-
sti e coloro che sostenevano il nuovo approccio cognitivista (per
degli esempi di critiche cognitiviste, si vedano Chomsky, 1959 e
Miller, Galanter e Pribram, 196ò); i due gruppi dibatterono aspra-
mente sulla legittimità di postulare stati mentali e usarli nelle spie-
gazioni. Comportamentisti e cognitivisti avevano concezioni diffe-
renti sul fine della psicologia e criteri differenti riguardo a ciò che
dovrebbe costituire una spiegazione psicologica adeguata. Data la
loro natura, queste differenze non si potevano risolvere allo stesso
modo in cui lo sono quelle che sorgono nella scienza normale,
giacché non c'era accordo sul senso di una spiegazione psicologi-
ca adeguata: anzi, l'oggetto della disputa risiedeva proprio in ciò.
Alla fine la ebbero vinta i cognitivisti, soprattuttd attirando nuovi
ricercatori e mostrando che era possibile perseguire un program-
ma di ricerca che prometteva il successo. Alcuni dipartimenti ri-
masero la roccaforte dei comportamentisti, che proseguirono la lo-
ro ricerca, mentre altri adottarono tranquillamente alcuni elemen-
ti dell'approccio cognitivista; nell'insieme, comunque, il cognitivi-
smo soppiantò il comportamentismo.
Questi eventi sono in accordo con la caratterizzazione fornita
da Kuhn di ciò che costituisce il tipico esito di una rivoluzione: il

76
conseguimento dell'autorità (ossia il controllo sull'assegnazione
dei titoli, l'accesso alle riviste ecc.) da parte di un nuovo gruppo di
ricercatori, che ha imposto il proprio paradigma sulla disciplina e
creato un nuovo periodo di scienza normale. Questo processo è ti-
pico di ciò che si verifica nell'ultimo stadio teorizzato da Kuhn,
quello della risoluzione, durante il quale una certa scuola riesce a
rendere dominante il suo paradigma. La risoluzione genera un
nuovo periodo di scienza normale e, così, il ciclo riprende. Alcuni
indizi fanno pensare che il ciclo si stia per ripetere ancora. Gli
scienziati cognitivi che vanno sotto il nome di «cùnnessionisti»
hanno indicato difetti nel tradizionale programma dei cognitivisti,
e questi ultimi anni hanno conosciuto dibattiti accesi, talvolta as-
sai aspri tra i cognitivisti tradizionali e i nuovi connessionisti. La
comparsa di programmi di ricerca connessionisti indica che il pa-
radigma alternativo è in divenire e che potrebbe riuscire a dar luo-
go alla propria scienza normale.
La tesi di Kuhn secondo la quale i paradigmi in competizione
sono incommensurabili, così che le rivoluzioni scientifiche posso-
no essere risolte solo mediante il ricorso ad argomenti non razio-
nali, è stafo il fulcro di molte controversie successive (si vedano
Gutting, 1980; Scheffler, 1967; Shapere, 1966). La ragione è ovvia:
la tesi sembra minare la validità della scienza in quanto impresa ra-
zionale. Invece di fondare l'accettazione di un paradigma o di una
teoria su una solida giustificazione razionale (cioè su buone argo-
mentazioni logiche), la concezione di Kuhn prevede che la deci-
sione di accettare un paradigma sia una questione di gusto o di
persuasione. L'autore offre un criterio extraparadigmatico per va-
lutare i paradigmi: il loro carattere progressivo. Egli ritiene che gli
scienziati scelgano un paradigma in base alla sua capacità di risol-
vere rompicapo ed estendere la sua gamma di applicabilità, ma
molti filosofi hanno giudicato ciò inadeguato. Se l'uso di paradig-
mi differenti determina differenze drastiche come quelle descritte
da Kuhn, i rompicapo considerati da due paradigmi non saranno
gli stessi; l'identità dei problemi sarà legata al paradigma. In mo-
do ancor più drastico, noi non saremo neanche in grado di deter-
minare quando due paradigmi sono in competizione nello stesso
dominio, perché essi offriranno decrizioni radicalmente differenti
del dominio per cui costituiscono un paradigma2 • Come vedremo,

77
questo è uno dei problemi che molti filosofi della scienza post-
kuhniani hanno cercato di affrontare.
Con la sua descrizione della scienza normale e della scienza ri-
voluzionaria, Kuhn ha trasformato la riflessione filosofica sulla
scienza, ma non è riuscito a creare una nuova ortodossia. Egli ha
nuovamente incentrato la riflessione filosofica sulla dinamica ef-
fettiva delle attività scientifiche, staccandola dalla logica astratta
della conferma e della falsificazione delle teorie scientifiche. Le
idee di Kuhn hanno inaugurato un nuovo tipo di critica della teo-
rizzazione filosofica, che l'accusa di non rispecchiare accurata-
mente i processi che governano la ricerca scientifica effettiva. Ta-
le accusa è stata rivolta contro la teoria di Kuhn stessa da filosofi
che hanno seguito le sue orme e cercato di studiare la dinamica ef-
fettiva delle ricerche scientifiche. Benché non possa ambire a di-
scutere tutte le concezioni antagoniste proposte dopo Kuhn, met-
terò in evidenza alcune tesi rispetto alle quali queste concezioni si
sono differenziate dalla sua, rivelando il carattere della riflessione
contemporanea sulla natura dell'impresa scientifica.

/}attacco di Feyerabend al metodo

Molti critici di Kuhn hanno obiettato che la sua descrizione del


modo in cui i paradigmi si succedono l'un l'altro nelle fasi rivolu-
zionarie sacrifica troppo del carattere razionale o logico della
scienza; tuttavia Paul Feyerabend, anch'egli critico di Kuhn, si è
spinto verso una posizione ancor più radicale. Nei suoi primi scrit-
ti (1962, 1963a, 1965) egli avanzò delle argomentazioni contro due
elementi della filosofia neopositivista della scienza ai quali dà il no-
me rispettivamente di condizione di coerenza e di condizione di in-
varianza del significato: in base al primo le nuove teorie dovrebbe-
ro essere coerenti con le teorie ritenute valide nel medesimo pe-
riodo; in base al secondo i significati dei termini dovrebbero ri-
manere costanti da una teoria all'altra (per esempio in virtù di
qualcosa di simile alla teoria verificazionista del significato). Le
obiezioni mosse da Feyerabend a queste due condizioni si fonda-
no su un esame della prassi scientifica effettiva e sulla dimostra-
zione che tali condizioni sono state violate in casi in cui si è realiz-
zato un progresso scientifico importante. Per esempio spesso si at-

78
tribuisce alle leggi di Newton la capacità di sussumere la legge del-
la caduta libera di Galileo e la legge del moto planetario di Keple-
ro, mentre per Feyerabend tali leggi sono in realtà incoerenti fra
loro (per esempio Galileo postula un'accelerazione costante nella
caduta libera, mentre le leggi di Newton prevedono un'accelera-
zione decrescente). Contro la nozione di invarianza del significato
Feyerabend sostiene innanzitutto che il significato dei termini di-
pende dal contesto teorico nel quale vengono impiegati, e poi mo-
stra come termini cruciali (per esempio «massa») mutino signifi-
cato da una teoria (quella di Newton) a un'altra (quella di Ein-
stein). A suo giudizio tanto il principio di coerenza quanto la con-
dizione di invarianza impongono alla scienza un conservatorismo
distruttivo e paralizzante.
Feyerabend individua un conservatorismo nocivo in ogni ten-
tativo di specificare una metodologia della scienza. In particolare
egli rifiuta l'idea che i ricercatori dovrebbero continuare ad accet-
tare una teoria fino a quando non sia stata falsificata. Egli sostiene
al contrario la necessità di considerare teorie alternative al fine di
scoprire i dati che potrebbero falsificare una teoria. Ogni teoria
che sviluppiamo porterà alla luce nuovi dati, gli unici fattori che
possono permetterci di falsificare le nostre teorie precedenti.
Feyerabend ricorre nuovamente a esempi, citando il caso del mo-
to browniano, che non poteva essere scoperto da coloro che cer-
cavano di controllare la seconda legge della termodinamica feno-
menologica, ma solo da chi indagava sulla teoria cinetica dei gas,
che è non coerente con la seconda legge fenomenologica (Feyera-
bend, 1965). Pertanto Feyerabend rifiuta il modo in cui Kuhn con-
cepisce la scienza normale, affermando che periodi in cui la ricer-
ca viene totalmente svolta all'interno di un singolo paradigma non
solo sono rari, ma finirebbero per annientare la scienza; questa de-
ve invece mantenere una molteplicità di obiettivi.
Avendo rifiutato sia la descrizione neopositivista sia quella kuh-
niana della metodologia scientifica, Feyerabend (1970, 1975) pro-
pone un principio di anarchismo metodologico che nega la passi~
bilità di imporre alla scienza un qualsiasi saldo principio metodo-
logico. Egli afferma che ogni principio proponibile è stato violato
da scienziati brillanti e doveva essere violato perché la scienza po-
tesse progredire. Egli conclude che «c'è un solo principio che pos-
sa essere difeso in tutte le circostanze e in tutte le fasi dello svilup-

79
po umano. È il principio: qualsiasi cosa può andar bene» (1970, p.
22 [trad. it. 1975, p. 25]). Feyerabend, pur essendo sotto molti
aspetti in accordo con Popper, lo contraddice quando sostiene che
bisogna difendere anche teorie che sono state largamente falsifi-
cate, perché questa prassi potrebbe far emergere nuove informa-
zioni, utilizzabili per invalidare i presunti dati falsificanti. In par-
ticolare egli sostiene che è quasi inevitabile che le nuove teorie ven-
gano falsificate dai dati prodotti da teorie precedenti, ma potreb-
bero essere in grado di presentare nuovi dati a proprio favore. Al
fine di spezzare l'egemonia delle vecchie teorie e portare alla luce
dati nuovi in grado a loro volta di sconfiggere tali teorie e sostene-
re la nuova idea, Feyerabend invita gli· scienziati a procedere in
modo «controinduttivo»: formulare e difendere teorie che paiono
già confutate efficacemente dalle evidenze sperimentali disponibi-
li al momento. La sua opinione è che sia stato proprio chi ha in-
franto le regole ad aver dato un maggior contributo al progresso.
Per difendere la controinduzione Feyerabend cita Galileo, che
egli ritrae come un uomo approdato al successo solo sabotando
l'imperante fisica aristotelica per mezzo di un'efficace propaganda
e di ragionamenti circolari. Quando Galileo presentò per la prima
voltale sue nuove teorie del moto, l' establishment aristotelico fu im-
mediatamente in grado di produrre prove contrarie. Per esempio
contro la teoria del moto terrestre sembrava sufficiente lasciar ca-
dere un oggetto per poi osservare che cadeva direttamente nel pun-
to a esso perpendicolare e non un po' più indietro come si sarebbe
dovuto verificare se la terra si fosse mossa durante la caduta. Per
smontare tale prova Galileo dovette ricorrere a ragionamenti cir-
colari che facevano appello a metodi di ricerca non ortodossi per
stabilire tesi teoriche non ortodosse e impiegavano poi i risultati per
giustificare l'impiego dei metodi stessi. Galileo, per esempio, cercò
di fornire prove a sostegno della nuova astronomia copernicana se-
condo la quale la Terra gira intorno al Sole. Uno dei capisaldi della
sua argomentazione era la tesi che corpi celesti come la Luna fosse-
ro in realtà oggetti fisici come la Terra. Per dare fondamento a tale
tesi egli fece ricorso al telescopio, per mezzo del quale si poteva
scorgere il montagnoso paesaggio lunare. Tuttavia gli aristotelici re-
spinsero l'uso del telescopio, sostenendo che se veniva impiegato
per scrutare i cieli produceva distorsioni a causa del mezzo etereo
alquanto differente attraverso il quale passava la luce. Perciò Gali-
leo dovette appellarsi a una nuova teoria ottica. Solo presentàndo

80
la sua concezione alternativa come una totalità e poi continuando a
rispondere a tutte le obiezioni su basi irtterne alla nuova concezio-
ne, Galileo fu in grado di fondare la sua nuova fisica.
Sulla base di analisi storiche di questo tipo Feyerabend sostiene
che i tentativi di prescrivere metodologie particolari alla ricerca
scientifica sono volti soprattutto a proteggere interessi costituiti e a
ostacolare lo sviluppo di nuovi approcci. Egli mette in guardia dai
tentàtivi di escogitare criteri razionali per scegliere tra varie teorie,
ivi compresi quei criteri che sottolineano il progresso che ima teo-
ria ha realizzato e promette di realizzare in futuro. Le nuove idee
per le quali non sia stato possibile approntare metodi di prova van-
no protette dall'abbandono prematuro. Egli sostiene anche che do-
vremmo preservare vecchie concezioni dimostratesi inadeguate,
come l'alchimia, perché non si può mai escludere che possano pro-
durre nuove intuizioni e rendere manifesti errori nelle teorie del
present~. Feyerabend porta la sua tesi a conseguenze che molti con-
sidererebbero estreme. Egli sostiene che ogni descrizione, non im-
porta quanto possa sembrare assurda a chi ragiona secondo i cano-
ni della scienza moderna (egli cita il creazionismo, l'astrologia e la
parapsicologia), potrebbe rivelarsi istruttiva.
In generale le idee di Feyerabend sono state giudicate troppo
estremistiche per meritare seria considerazione e in tal modo egli
ha perso di credibilità. Ad ogni modo egli ha contribuito in modo
efficace a mostrare quanto possa essere conservatrice la scienza uf-
ficiale e come ciò che viene generalmente definito progresso scien-
tifico richieda talvolta di uscire dai confini dell'ordine costituito.
Tuttavia la maggior parte dei filosofi è interessata a comprendere
quali strategie razionali si possano adottare per ottimizzare l'effi-
cacia degli sforzi operati dagli scienziati al fine di migliorare la pro-
pria scienza. Perciò, a differenza di Feyerabend, la maggior parte
dei filosofi della scienza postkuhniani hanno cercato di mostrare
in che modo considerazioni di ordine razionale possano fornire
un'utile guida.

I programmi di ricerca di Lakatos

Nel tentativo di spiegare in che senso la scienza costituisca


un'impresa razionale, alcuni filosofi, unanimemente concordi sul-

81
l'importanza di adottare una prospettiva storica, hanno cercato di
restituire un ruolo all'analisi logica in seno alla filosofia della scien-
za e di ridestare alcuni degli stessi interessi che avevano ispirato il
neopositivismo logico, come l'esigenza di valutare e giustificare
l'impresa scientifica. Un chiaro segno di questa tendenza si scorge
nell'opera di Lakatos (1970, 1978), che analizza casi tratti dalla
storia della scienza ma adotta liberamente la strategia neopositivi-
sta di ricostruire tali episodi in modo tale da mostrare come si sa-
rebbe potuto progredire aderendo a canoni razionali. Egli sostie-
ne che a fini filosofici si possono trascurare alcuni dettagli riguar-
danti le concrete modalità di progresso di una scienza ed elabora-
re una descrizione alternativa che mostri come essa avrebbe potu-
to progredire in modo razionale3. Tuttavia, a differenza dei neo-
positivisti, Lakatos è interessato sia alla scoperta sia alla giustifica-
zione e, in particolare, ai modi in cui una scienza può svilupparsi
nel corso del tempo, La sua descrizione del carattere della scienza
può quindi essere considerata un tentativo di ricomporre le intui-
zioni di Kuhn sulla natura effettiva della scienza in una prospetti-
va storica che possa spiegarne la componente razionale.
Innanzitutto Lakatos prende le distanze dalla tesi di Kuhn se-
condo la quale è possibile distinguere differenti stadi di scienza
normale e rivoluzionaria, sostenendo al contrario che difficilmen-
te si può ritenere la scienza dominata da un solo paradigma come
Kuhn afferma nella sua descrizione della scienza normale e che,
anzi, la competizione tra paradigmi è in genere concomitante con
processi di sviluppo all'interno di un paradigma. Lakatos dissente
anche dal modo in cui Kuhn presenta la scienza normale, come
un'attività che articola e applica un singolo paradigma. A giudizio
di Lakatos la ricerca consiste spesso nello sviluppo di una succes-
sione di teorie, nella quale le nuove teorie sostituiscono le prece-
denti, preservando però importanti elementi di queste ultime. Per
dar conto di questa successione di teorie egli sostituisce il termine
paradigma di Kuhn con l'espressione programma di ricerca. Il nes-
so che lega le differenti teorie in un programma di ricerca comu-
ne è un «nucleo» di assunti fondamentali condivisi da tutti i ricer-
catori e circondato da una «cintura protettiva» di ipotesi ausiliari.
Tale nucleo (che può consistere di assunti come «non è possibile
nessuna azione a distanza») rimane intatto finché il programma di
ricerca continua, ma i ricercatori possono mutare le ipotesi ausi-

82
liarie della cintura protettiva per adeguarsi alle prove empiriche
accumulate nel corso della ricerca.
Per Lakatos il criterio ultimo in base al quale valutare un pro-
gramma di ricerca è il suo carattere più o meno progressivo. Il pro-
gresso consiste nello sviluppare nuove teorie nella cintura protet-
tiva attorno al nucleo. Lakatos distingue due tipi di progresso:
quello teorico e quello empirico. Il progresso teorico consiste nel-
1'estendere la portata empirica di una teoria applicandola a nuovi
domini empirici. Il progresso empirico consiste nel corroborare
empiricamente le nuove tesi proposte nel corso del progresso teo-
rico (in queste nozioni di progresso teorico ed empirico possiamo
scorgere l'influsso dei principi popperiani sul pensiero di Laka-
tos). Per essere considerata progressiva la tradizione di ricerca de-
ve realizzare progressi su entrambi i versanti, anche se Lakatos ri-
conosce che il progresso empirico può essere più intermittente del
progresso teorico. Lakatos definisce in stagnazione un programma
di ricerca che non progredisce ma, a differenza di Popper, non
considera la stagnazione una ragione sufficiente per abbandonar-
lo, perfino quando le nuove teorie della tradizione di ricerca ap-
paiono falsificate. Un verdetto che sancisce il carattere stagnante
di un programma di ricerca non è conclusivo e non dovrebbe, a
parere di Lakatos, condurre a un totale rifiuto di esso. Un pro-
gramma può registrare molti progressi per un certo periodo di
tempo, stagnare per un po' e ritornare nuovamente a essere pro-
gressivo. Nell'ambito della scienza cognitiva si può individuare un
esempio di un simile programma nel connessionismo che, dopo un
periodo di stasi, ha ricominciato a registrare progressi. Grazie al
percettrone (Rosenblatt, 1962) e alla descrizione del riverbero di
attivazione nelle reti neurali ad opera di Hebb (1949), il modello
connessionista inizialmente apparve assai promettente. In parte a
causa delle critiche (per esempio la critica del modello del percet-
trone da parte di Minsky e Papert, 1969) e in parte a causa della
mancanza di successi importanti, il modello connession:ista è ri-
masto in una situazione di stasi finché non è tornato in auge nel-
1' attuale letteratura connessionista. Ora il programma connessio-
nista sembra nuovamente avanzare grazie ai perfezionamenti ap-
portati ai modelli impiegati, e i connessionisti stanno sviluppando
modelli che forniscono prestazioni realistiche in numerosi compi-
ti cognitivi.

83
Per Lakatos il modo in cui un programma di ricerca progredi-
sce non è totalmente casuale, bensì guidato da euristiche, che egli
distingue in negativa e positiva.L'euristica negativa di un program-
ma è semplicemente l'obbligo di non modificare i principi nucleari
del programma. Più importante è l'euristica positiva, la quale «con-
siste in un insieme abbastanza articolato di proposte o di suggeri-
menti su come cambiare e sviluppare le 'varianti confutabili' del
programma di ricerca, sti come modificare e sofisticare la cintura
protettiva 'confutabile'» (Lakatos, 1970, p. 135 [trad. it.1976, p.
211]). Tali euristiche hanno un ruolo cruciale nello sviluppo di un
programma di ricerca, perché sono esse a determinare se un pro-
gramma di ricerca sarà progressivo. Nei programmi coronati da
successo queste euristiche conoscono un periodo di buona riuscita
durante il quale guidano i ricercatori allo sviluppo di nuove teorie
applicabili, ma poi quasi inevitabilmente finiscono per esaurirsi. In
tal caso il programma scivola nella stagnazione, ma potrà essere ri-
vitalizzato se qualcuno elabora nuove euristiche per rilanciarlo o
trova un modo di innestarlo in una nuova impresa progressiva. Ta-
le innesto può non essere totalmente coerente, dal momento che gli
assunti delle nuove e delle vecchie teorie possono essere in disac-
cordo, ma se suggerisce modi di risolvere problemi all'interno del
vecchio programma di ricerca, l'incoerenza non risulterà fatale.
Le idee di Lakatos sulla scienza saldano le riflessioni poppe-
riane su ciò che conferisce razionalità alle ricerche scientifiche con
la prospettiva kuhniana secondo la quale sono le unità su larga sca-
la a rappresentare le vere unità costitutive nel progresso scientifi"
co. Una delle importanti intuizioni di Lakatos, che lo allontana da
Popper e lo avvicina a Feyerabend, sta nell'aver riconosciuto che
inizialmente un nuovo programma di ricerca non avrà ancora con-
seguito il successo dei programmi precedenti. Inoltre, dal mo-
mento che all'inizio le teorie proposte nel contesto del program-
ma sono solo degli abbozzi preliminari, vi saranno molti fenome-
ni apparentemente in grado di falsificarle; tuttavia, se si consente
al programma di svilupparsi, questi fenomeni potranno essere
spiegati da versioni sofisticate di quegli. stessi abbozzi teorici. È
questo il motivo per cui è necessario proteggere i nuovi program-
mi di ricerca che rivelano potenzialità finché non hanno avuto
l'opportunità di svilupparsi. Dal punto di vista di Lakatos sia il pri-
mo cognitivismo sia l'attuale connessionismo possono rivendicare

84
un periodo di clemenza prima che si possa pretendere di metterli
in competizione con i precedenti programmi di ricerca.
Rifiutando la nozione kuhniana di scienza normale che impli-
ca il dominio di un solo programma di ricerca e proponendo la te-
si secondo la quale si perseguono sempre programmi di ricerca in
competizione, Lakatos introduce un nuovo tipo di valutazione
della teoria: una valutazione che stabilisce i meriti relativi di un
programma di ricerca rispetto agli altri. Per Lakatos il criterio di
giudizio è il progresso, misurato in base alla capacità di estendere
la portata teorica ed empirica delle teorie all'interno del program-
ma. Uno degli sviluppi più interessanti del suo lavoro è il tentati-
vo di elaborare una descrizione più completa della natura di que-
sto progresso e delle modalità della sua misur~zione.

Le tradizioni di ricerca di Laudan

Laudan (1977) propone una teoria delle attività scientifiche


che si propone di inglobare alcuni punti di forza delle concezioni
di Kuhn e di Lakatos owiando tuttavia ad alcuni dei loro difetti.
L'autore concorda con Kuhn e Lakatos sul fatto che la scienza è in
primo luogo un'attività di soluzione di problemi, ma offre una tas-
sonomia più completa dei problemi con cui gli scienziati si con-
frontano e anche un'analisi più raffinata del modo in cui questi rie-
scono a valutare la gravità dei problemi e l'importanza delle solu-
zioni. A fondamento della concezione della scienza come attività
di soluzione di problemi Laudan pone l'idea che nella scienza sus-
sistano unità su vasta scala alle quali dà il nome di «tradizioni di ri-
cerca». Come i programmi di ricerca di Lakatos esse consistono in
una sequenza di teorie, ma sono prive di un nucleo comune al ri-
paro da qualsiasi revisione. Il fattore coesivo di una tradizione di
ricerca risiede semplicemente nella condivisione di assunti onto-
logici circa la natura del mondo e di principi metodologici che pre-
scrivono come modificare le teorie e come svilupparne di nuove.
Laudan distingue due tipi di problemi a cui può trovarsi di
fronte una tradizione di ricerca: inadeguatezze empiriche delle
teorie attuali e problemi concettuali posti dalle teorie che costitui-
scono la tradizione. Il modo in cui Laudan tratta i problemi empi-
rici è nell'insieme coerente con quello di Kuhn e Lakatos: gli scien-

85
ziati affrontano problemi empirici quando vengono contraddette
aspettative fondate sulle teorie interne alla loro tradizione di ri-
cerca. Laudan rivendica un suo contributo originale introducen-
do l'idea che i problemi concettuali siano fattori importanti che
guidano la ricerca scientifica. Tali problemi non sono il frutto del
mancato accordo con l'esperienza, poiché sorgerebbero ançhe se
le teorie fossero totalmente adeguate sotto il profilo empirico. Il ti-
po più semplice di problema concettuale può essere un'incoeren-
za intrinseca alla teoria o un'incoerenza tra due teorie congiunte
all'interno della tradizione di ricerca. Ma Laudan sostiene che vi
sono anche altri tipi di problemi teorici: assunti ontologici incoe-
renti; conflitti tra concezioni ontologiche e teorie; conflitti tra le
tesi di una teoria e le più vaste concezioni del mondo che domina-
no la società, ivi comprese le concezioni religiose e politiche. L' au-
tore ha in mente conflitti come quelli tra l'assunto dell'unitarietà
del fenomeno della luce e il dualismo onda/corpuscolo; come
quelli tra la teoria dell'evoluzione e il fondamentalismo religioso.
Nel caso della scienza cognitiva un problema analogo potrebbe es-
sere la tensione che si è venuta a creare tra l'ipotesi secondo cui la
mente è una macchina di elaborazione dell'informazione che ope-
ra secondo principi deterministici e i principi morali che sembra-
no esigere l'esistenza del libero arbitrio. ·
Laudan non solo estende il nostro concetto di ciò che può es-
sere considerato un problema che una tradizione di ricerca deve
affrontare, ma cerca anche di allestire un'analisi più approfondita
di quali problemi è importante risolvere. Sebbene in linea di prin-
cipio valga la pena risolvere qualsiasi problema empirico o teori-
co, molti vengono accantonati in quanto giudicati di minore im-
portanza. A suo parere i problemi empirici vengono valutati in ba-
se allo spessore della difficoltà che essi sembrano presentare alla
tradizione di ricerca e alla capacità di risolverli o meno esibita da
altre tradizioni rivali. Prendiamo il caso di un'anomalia empirica
che né è derivata da controlli espliciti di importanti assunti teori-
ci né è stata spiegata da un'altra tradizione di ricerca. Tale anoma-
lia non pone assolutamente un problema di portata paragonabile
a quello posto da una scoperta che confuta direttamente un prin-
cipio importante della tradizione di ricerca ed è già stata spiegata
da teorie appartenenti a una tradizione rivale. I problemi concet-
tuali possono andare da un problema grave come quando sussiste

86
una chiara incoerenza logica tra due proposizioni accettate, a un
problema moderato come quando sembra implausibile che due
proposizioni accettate siano contemporaneamente vere, a un pro-
blema relativamente minore come nel caso in cui due proposizio-
ni logicamente coerenti non riescono a sostenersi l'un l'altra nella
misura auspicata.
Il compito degli scienziati è di risolvere i problemi tanto empi-
rici quanto concettuali in cui si imbattono. Nell'ambito di questa
attività diviene importante valutare tradizioni di ricerca rivali e la
capacità di compiere tale valutazione è ciò che rende razionale la
scienza. Come Lakatos, Laudan sostiene che il metro della valuta-
zione è la progressività della tradizione; ma egli, oltre ad ampliare
la concezione di ciò che va considerato un problema, propone an-
che diversi standard idonei a misurare il progresso in contesti dif-
ferenti. Un contesto è quello in cui bisogna intraprendere azioni
pratiche, ad esempio quando ci si trova a impiegare i risultati di ri-
cerche scientifiche nella cura di una malattia. È qui che assume im-
portanza il progresso globale compiuto dalla tradizione di ricerca.
Tuttavia quando siamo chiamati a decidere quale tradizione di ri-
cerca prometta di risultare più feconda nel futuro (per esempio se
dobbiamo scegliere la tradizione da finanziare), concentreremo
l'attenzione sulla promessa che questa offre di risolvere problemi
futuri. Possiamo adottare come principio normativo la rapidità
con la quale la ricerca progredisce all'interno della tradizione e
scegliere una tradizione che non ha risolto tanti problemi quanto
un'altra, ma che sta compiendo rapidi progressi rispetto a una tra-
dizione ricca di successi passati ma che al momento sembra esse-
re in stagnazione. Pertanto Laudan sostiene che potremmo per"
mettere che a guidare le nostre azioni sia una certa tradizione,
mentre nella ricerca ne perseguiamo un'altra.
Vi è un aspetto caratteristico della teoria della scienza di Lau-
dan di cui non abbiamo ancora parlato. La maggior parte dei filo-
sofi che hanno adottato una prospettiva storica in relazione alla
scienza e che si sono interessati alla progressività della ricerca
scientifica ha supposto che la scienza sta progredendo verso una
concezione della natura vera. Laudan al contrario, pur adottando
la nozione di progresso, non pensa che la scienza si stia avvicinan-
do in alcun modo alla verità e argomenta questa idea in parte os-
servando quanto spesso gli scienziati abbiano ripudiato le teorie

87
·precedenti per sostituirle con altre radicalmente differenti. Egli
nega che vi sia una qualsiasi metrica in base alla quale si possa va-
lutare che nuove teorie siano più prossime alla verità rispetto alle
precedenti o in base alla quale ci si possa ritenere più vicini alla ve-
rità rispetto ai propri predecessori, e reputa secondaria l'idea del-
la verità come scopo dell'indagine scientifica: il progresso è suffi-
ciente.
La teÒria di Laudan del mutamento scientifico, come le altre, è
stata fatta oggetto di svariate critiche. Da una parte, nella misura
in cui egli consente a elementi come le incoerenze tra una partico-
lare teoria scientifica e una particolare tradizione religiosa di svol-
gere un ruolo importante nella valutazione di una scienza, egli
sembra ammettere che in tale valutazione possano entrare in gio-
co fattori non scientifici. Benché sia fuori· discussione che simili
considerazioni esterne influenzino l'orientamento della scienza,
sono in molti a contestare che debbano avere tale ruolo in una
scienza sviluppata su basi razionali. Laudan tuttavia difende l'im-
piego di tali considerazioni esterne nella valutazione di un pro-
gramma di ricerca perché le considera parte anche del nostro ap-
paràto cognitivo. Egli sostiene infatti che anche in domini non
scientifici come la politica e la teologia trova applicazione lo stes-
so concetto di razionalità misurata in base alla capacità di soluzio-
ne dei problemi, cosicché questi domini fanno egualmente parte
della nostra attività cognitiva razionale.D'altra parte Laudan è sta-
to criticato anche per rion aver attribuito abbastanza peso ai fatto-
ri sociali, visto che si propone di restringere il ruolo svolto da que-
sti ultimi negli sviluppi della scienza e a porre in risalto le consi-
derazioni razionali. In tal modo egli si oppone alla linea seguita da
alcuni sociologi della scienza che trattano gli sviluppi scientifici co-
me se fossero fenomeni di natura puramente sociale e continua ad
assegnare un ruolo privilegiato alle analisi filosofiche del ragiona-
mento degli scienziati, una posizione che molti, filosofi e non, con-
siderano problematica4 • Nonostante queste e altre critiche, la teo-
ria di Laudan è al momento una delle analisi filosofiche più com-
plete della natura della ricerca scientifica. Anche se non offre nul-
la di così comprensivo e preciso come le analisi dei neopositivisti,
la sua analisi dei problemi e la loro valutazione prefigura un itine-
rario promettente verso nuovi sviluppi.

88
Studi sulla scoperta scientifica

Una conseguenza del crescente interesse filosofico per la storia


della scienza è consistita in un sempre maggiore interesse per la
scoperta scientifica. Come ho spiegato nel primo capitolo, i neo-
positivisti avevano tracciato una netta distinzione tra i contesti del-
la scoperta e della giustificazione. Si supponeva che la scoperta
fosse un processo non razionale e pertanto l'attenzione dei filoso-
fi si incentrava sul modo in cui si potevano giustificare le teorie,
non sul modo in cui si erano inizialmente sviluppate. Hanson
(1958, 1960, 1967) fu uno dei primi a esortare i filosofi a dedicare
nuova attenzione alla scoperta, ma il suo approccio costituì solo un
passo modesto nella direzione dello studio della scoperta: egli pro-
pose di riprendere ciò che Charles Peirce, pragmatista americano
del XIX secolo, aveva chiamato inferenza abduttiva. In base a tale
procedura si parte da un fenomeno sorprendente, si individua il ti-
po di ipotesi (in parte sulla base dell'esperienza passata) che lo
spiegherebbe e poi ci si impegna a sviluppare tale ipotesi.
Il richiamo di Hanson allo studio della scoperta venne recepito
solo gradualmente, in parte perché l'impresa non sembrava pre~
starsi all'analisi logica. La scoperta non si fondava sul ragionamen-
to deduttivo poiché questo non può far altro che condurci da pre-
messe a conclusioni che devono essere vere quando lo sono le pre-
messe. È del tutto chiaro che non vi sono regole tali da garantire che
le ipotesi formulate nel corso delle ricerche scientifiche siano cor-
rette: le procedure della scoperta sono, nella migliore delle ipotesi,
fallibili. In genere si ritiene che l'alternativa al ragionamento de-
duttivo sia l'induzione e, in particolare, si parla solitamente dell'in-
duzione enumerativa nella quale si procede da casi singoli ad affer-
mazioni di carattere generale (per esempio si potrebbe erronea-
mente inferire dall'aver osservato cento cigni bianchi e nessun ci-
gno nero la tesi generale che tutti i cigni sono bianchi). Ma a dispetto
della tesi di Bacone (1620) secondo cui tale induzione potrebbe
condurre a principi teorici fondamentali, di solito si ritiene che es-
sa non sia in grado di generare il tipo di principi teorici che com-
paiono nelle spiegazioni scientifiche; per esempio non consente di
comprendere i processi causali soggiacenti ai fenomeni.
Uno dei fattori che ha generato un rinnovato interesse per la
scoperta è l'ammissione, in parte motivata dal lavoro svolto nel

89
campo della psicologia empirica, che il ragionamento umano non
si esaurisce nelle modalità di pensiero della logica deduttiva e del-
l'induzione enumerativa. La gente fa ricorso a strategie di ragio-
namento per gestire problemi che possono funzionare alla perfe-
zione nella maggior parte dei contesti ma violano le norme della
logica formale (si vedano i saggi contenuti in Kahneman, SloviC e
Tversky, 1982). Dato che il ragionamento scientifico non è altro
che un'estensione del comune ragionamento umano vi è ragione
di credere che tali strategie figurino anche nella scienza e che uno
studio dettagliato della storia della scienza possa permetterci di
identificarne alcune (per un'utile raccolta di saggi a questo pro-
posito, si veda Tweney, Doherty e Mynatt, 1981).
Simon (Newell, Shaw e Simon, 1962; Simon, 1980) ha reso po-
polare l'idea secondo cui, per risolvere problemi complessi, ci affi-
diamo a principi euristici che semplificano il processo di ricerca del-
la soluzione. Eutile porre in contrapposizione le euristiche con gli
algoritmi anche se spesso entrambi possono essere formulati come
regole esplicite e in tal modo implementate in un computer. Wim-
satt (1980) identifica tre caratteristiche distintive delle euristiche:
(a) semplificano il problema e rappresentano perciò modi <<Vantag-
giosi» di giungere a delle soluzioni; (b) non garantiscono che si giun-
ga a una soluzione o che la soluzione a cui si è giunti sia corretta e
(c) gli errori da esse prodotti sono sistematici cosicché è possibile
prefigurare situazioni nelle quali una certa euristica fallirà. Se gli
scienziati, nel compiere scoperte, ragionano veramente facendo ri-
corso a euristiche, è ragionevole cercare di studiare la scoperta
scientifica al fine di identificare tali euristiche. Gli errori sistemati-
ci prodotti da queste ultime forniscono uno strumento per identifi-
carle (per avere un esempio di un simile tentativo di identificazione
delle euristiche, si veda quanto detto a proposito dello studio del ra-
gionamento di vari costruttori di modelli nel campo della genetica
delle popolazioni in Wimsatt, 1980). Inoltre, individuando queste
euristiche e le circostanze in cui possono non funzionare, i filosofi
sono nuovamente in grado di svolgere un ruolo normativo nella va-
lutazione della pratica della scienza (Bechtel, 1982).
Di recente vi è stato un considerevole interesse sia da parte dei
filosofi della scienza sia da parte degli studiosi di intelligenza arti-
ficiale (IA) per la possibilità di utilizzare l'IA come strumento per
studiare il ragionamento scientifico. Simone i suoi colleghi hanno

90
sviluppato vari programmi mirati a scoprire schemi ricorrenti in
dati numerici (BACON) e certi tipi di leggi qualitative (GLAU-
BER; Langley, Simon, Bradshaw e Zytkow, 1987). Attualmente Si-
mon sta collaborando con uno storico della scienza, Frederic L.
Holmes, per sviluppare un programma che sia in grado di rappre-
sentare in dettaglio la scoperta del ciclo dell'acido citrico in bio-
chimica da parte di Hans Krebs. Anche due filosofi hanno parte-
cipato al tentativo di impiegare l'IA per comprendere la natura
della scoperta. Thagard, in collaborazione con altri scienziati co-
gnitivi (Holland, Holyoak, Nisbett e Thagard, 1986), ha realizza-
to una simulazione al computer per cogliere il procedimento at-
traverso il quale si giunse alla teoria ondulatoria del suono. Dar-
den, in collaborazione con Rada (Darden e Rada, in corso di stam-
pa), ha realizzato un programma per computer in grado di indivi-
duare relazioni tra la parte e il tutto (in grado di scoprire relazioni
come quella tra i geni e i cromosomi). Darden (1987) e Thagard
(in corso di stampa) auspicano entrambi l'impiego dei processi di
ragionamento dell'IA come strumento strategico per futuri studi
nel campo della filosofia della scienza ma vi è una difficoltà che si
para di fronte a un simile approccio: la terribile diversità di sche-
mi di ragionamento esibiti nel caso delle scoperte scientifiche.
Benché sia possibile sviluppare strategie di ragionamento che spie-
ghino particolari casi di scoperta, persiste il considerevole proble-
ma di determinare quale procedura sia appropriata per una data
circostanza. Ciò nonostante.l'introduzione di simulazioni al com-
puter negli studi sul ragionamento scientifico ha dato nuovo vigo-
re all'impresa (dato che nelle simulazioni le procedure devono es-
sere esplicitamente enunciate) fornendo un mezzo per studiare
empiricamente tali procedure.
Le simulazioni al computer non sono l'unico mezzo per stu-
diare la scopetta. Vari filosofi si sono impegnati nel tentativo di
cercare di estrapolare da episodi della storia della scienza i princi-
pi fondamentali che governano il processo di scoperta. Nickles
(1978, 1980a) per esempio, prendendo le mosse dalla concezione
dei problemi scientifici esposta da Laudan (si veda quanto detto
in precedenza), ha cercato di stabilire, attraverso una varietà di ca-
si storici, in che misura tali problemi siano vincolati da informa-
zioni note o accettate e quale ruolo possano avere tali vincoli al
momento di individuare soluzioni ai problemi (per altri studi sto-

91
rici sui procedimenti di scoperta, si vedano i saggi contenuti in
Nickles, 1980b). Un elemento emerso da questi studi storici è che
il contesto della scoperta non è uniforme. Alcuni hanno sostenuto
l'esistenza di una varietà di stadi nella scoperta scientifica, com-
presi stadi di generazione e di ricerca, con differenti strategie ap-
propriate per ognuno di essi (per una trattazione del tema, si veda .
Nickles, 1980c).
I filosofi hanno appena ricominciato a studiare la scoperta
scientifica e già sussiste un considerevole disaccordo riguardo al
modo di procedere. Molti filosofi rimangono scettici circa la pos-
sibilità che l'impresa produca qualcosa di valido. Altri sostengono
al contrario che la filosofia della scienza, se vuole dare un'imma-
gine fedele della scienza reale, deve sviluppare accurate descrizio-
ni di quella fondamentale attività scientifica che consiste nel ra-
gionare sui problemi per giungere a nuove soluzioni. Si tratta di
un'area in cui la filosofia della scienza promette di svilupparsi ne-
gli anni a venire, intrattenendo fruttuose collaborazioni con altre
discipline della scienza cognitiva.

Sommario

In questo capitolo mi sono occupato di alcune delle concezio-


ni più importanti sviluppate dai filosofi della scienza dopo la pub-
blicazione de La struttura delle rivoluzioni scientifiche di Kuhn
(1962). Gli approcci esposti non hanno finora raggiunto lo status
una volta detenuto dal neopositivismo ma hanno nondimeno frut-
tato utili intuizioni sulla natura della scienza, oltre a indurre i filo-
sofi a prestare attenzione alla natura reale della scienza in misura
molto maggiore rispetto al passato. A seguito di tali analisi sono
emerse nuove questioni che si sono proposte come temi di discus-
sione fondamentali nell'ambito della filosofia della scienza. Per
esempio Shapere (1984) ha inaugurato una nuova linea di indagi-
ne sulla natura delle unità costitutive dell'indagine scientifica, so-
stenendo che il modo in cui si definisce il dominio della ricerca
scientifica è un importante fattore normativo degli sviluppi scien-
tifici. Un altro problema, forse quello attualmente più dibattuto,
consiste nello stabilire se le teorie scientifiche vadano trattate co-
me reali descrizioni di fenomeni naturali o, alla maniera di Lau-

92
dan, come semplici mezzi per caratterizzare i fenomeni che espe-
riamo (per introduzioni a tale dibattito, si vedano Leplin, 1984;
Churchland e Hooker, 1985).
Le analisi storiche della scienza sulle quali mi sono concentrato
in questa sezione hanno attirato lattenzione di vari ricercatori di
scienza cognitiva interessati a cogliere lo sviluppo di questo campo
dell'indagine. Ho già osservato che i primi ricercatori della moder-
na scienza cognitiva si concepivano autoconsapevolmente in rivol-
ta contro il dominio del comportamentismo e molti autori succes-
sivi hanno usato la nozione di rivoluzione scientifica formulata da
Kuhn per caratterizzare lo sviluppo dell'orientamento cognitivo
(Reese e Overton, 1970; Weimer e Palermo, 1973 ). Tuttavia lo svi-
luppo di analisi alternative dello sviluppo scientifico da parte di
Lakatos e Laudan ha spinto alcuni ricercatori a indagare se fosse
possibile dare un quadro più esauriente della storia della psièologia
e di altre scienze cognitive impiegando il quadro concettuale dita-
li autori. Gholson e Barker (1985) sostengono che la teoria di Laka-
tos è di gran lunga più compatibile con la storia della psicologia di
quella di Kuhn visto che le tradizioni rivali del cognitivismo e della
teoria dell'apprendimento comportamentista hanno conosciuto un
lungo periodo di competizione: non si è verificato che una abbia
semplicemente prevalso sull'altra nel contesto di una rivoluzione
kuhniana. Inoltre tra le due tradizioni vi era, oltre alla competizio-
ne, anche un'interazione a causa della quale ricercatori apparte-
nenti alla tradizione della teoria dell'apprendimento adottarono al-
cuni elementi della prospettiva cognitivista, mentre gli stessi cogni-
tivisti nello sviluppare le proprie teorie fecero uso di contributi de-
rivati dai teorici dell'apprendimento. Gholson e Barker sostengo-
no inoltre che, in conformità all'analisi di Lakatos, questi program-
mi di ricerca hanno avuto ciascuno un periodo di progresso segui-
to da periodi di stasi o stagnazione prima di ricominciare a progre-
dire. Se si interpretano gli sforzi compiuti alla fine del XIX secolo
da Wundt, James e altri coi:ne i prodromi del cognitivismo moder-
no, si potrebbe sostenere che anche quest'ultimo ha attraversato un
periodo di stagnazione durante buona parte del periodo in cui ha
imperato l'analisi comportamentista, riemergendo negli ultimi de-
cenni come un programma progressivo.
Pur ritenendo che la teoria di Lakatos sia in grado di fornire

93
una descrizione più accurata dell'evoluzione delle scienze cogniti-
ve rispetto a quella di Kuhn, Gholson e Barker finiscono per chia-
mare in causa la teoria di Laudan, alla quale riconoscono il grosso
vantaggio, tra gli altri, di ammettere la possibilità di un cambia-
mento nel nucleo concettuale, un fenomeno che cercano di evi-
denziare nella storia della teoria dell'apprendimento. A loro giu-
dizio l'idea di un gruppo di teorie, quelle sostenute contempora-
neamente e quelle sostenute in successione, fornisce una migliore
descrizione di ciò che si è realmente verificato nello sviluppo del-
la psicologia. Essi sostengono infine che i fattori concettuali han-
no modellato la psicologia quanto quelli empirici, preferendo di
nuovo l'analisi di Laudan a quella di Lakatos. Per esempio negli
scambi tra còmportamentisti e cognitivisti buona parte della con-
troversia si è incentrata su discussioni come quella riguardante la
possibilità che il computer digitale costituisca un utile modello del
sistema cognitivo e la stessa discussione è riemersa con lo svilup-
po del connes_sionismo. A favore di questa linea di ricerca si so-
stiene che un sistema di reti costituisce un modello della cognizio-
ne biologicamente più realistico di quello offerto da un computer
digitale.
Queste descrizioni della scienza postpositiviste sembrano for-
nire mezzi adeguati per spiegare sviluppi in vari campi della ricer-
ca scientifica, ivi compresa la scienza cognitiva, ma si deve fare
molta attenzione a non scambiare la facilità di applicazione con la
correttezza di una descrizione. Al momento vi è una varietà di de-
scrizioni filosofiche rivali del modo in cui la scienza opera, ognu-
na delle quali sembra trovare applicazione in vari casi, ma per va-
lutarne la correttezza occorrono indagini di gran lunga più rigo-
rose che mettano a confronto le teorie filosofiche con la storia rea-
le. Questo processo ha avuto inizio (si vedano Laudan et al., 1986;
Laudan, Donovan e Laudan, in corso di stampa) ma si trova di
fronte a un interessante problema di autoreferenzialità. Nello svi-
luppare analisi filosofiche della scienza storicamente adeguate, i fi-
losofi della scienza hanno trattato la loro impresa come se fosse es-
sa stessa scientifica. Ora ci si trova di fronte al problema di deci-
dere a quale modello della scienza appellarsi nel dirimere la di-
sputa tra modelli rivali della scienza. Per questa e altre ragioni la
filosofia della scienza può tuttora venir considerata come una di-

94
sciplina in fieri. Le analisi postpositiviste hanno sollevato nuove
questioni e introdotto nuove idee che sembrano potenzialmente
fruttuose, ma al momento non vi è ancora alcuna interpretazione
chiara e largamente accettata della natura della scienza.

Note

1 Anche i positivisti riconobbero che questo non costituiva un criterio suffi-

ciente. Almeno in linea di principio le teorie sono sempre sottodeterminate dalle


prove empiriche. Vi sono sempre svariate teorie possibili che si adattano a ogni in-
sieme di prove. Tuttavia ciò non rappresenta un problema terribilmente grave per
gli scienziati, perché spesso è molto difficile trovare anche una sola teoria che si
adatti perfettamente alle prove disponibili. Ma anche allora vi è un'importante
sottodeterminazione nella scienza. Quando le teorie falliscono vi sono vari modi
di rivedere il quadro teorico per sistemare le prove che sembrano in grado di in-
validarlo. I neopositivisti e i loro seguaci hanno proposto alcuni criteri per guida-
re tali decisioni. Quine e Ullian (1970), per esempio, propongono cinque criteri
del genere: conservatorismo, moderazione, semplicità, generalità e confutabilità.
In base a essi dovremmo preferire quelle nuove teorie che richiedono il minor
cambiamento delle concezioni accettate correntemente, che risultino le meno ar-
rischiate nelle loro pretese, che siano le più semplici, ma che tuttavia abbiano am-
pia generalità e per le quali sia concepibile acquisire prove falsificanti. Benché gli
autori riconoscano qualche tensione tra i loro criteri, argomentano in loro favore
evidenziando come seguendoli è probabile che aumenti la nostra capacità di svi-
luppare teorie vere.
2 Per ciò che concerne la psicologia cognitiva e il comportamentismo si deve

osservare che le due imprese non sono interessate alla stessa cosa e non dovreb-
bero essere considerate in competizione fra loro. Il comportamentismo si pro-
pone di identificare i fattori· esterni al comportamento, mentre il cognitivismo è
interessato alle strutture mediatrici all'interno della mente. Si potrebbe facilmen-
te riconoscere l'importanza di entrambi e cercare metodi per attuare una sintesi
delle indicazioni teoriche tratte dall'uno e dall'altro (si vedano Bechtel, 1988b e
Schnaitter, 1987).
3 Questo modo di procedere da parte di Lakatos ha suscitato l'indignazione

di vari storici e sociologi della scienza ed è stato ripudiato da molti filosofi della
scienza posteriori.
4 Laudan in effetti assume una posizione molto decisa nei confronti delle ana-

lisi sociologiche, sostenendo che il ricorso ad esse deve essere limitato a quei casi
in cui le analisi basate sulla nozione di scelta razionale non riescono a spiegare il
comportamento degli scienziati (Laudan, 1981). In parte la sua è una reazione al
«programma forte della sociologia della conoscenza», secondo cui tutte le cre-
denze, razionali o irrazionali, andrebbero spiegate nella stessa maniera e, dal mo-
mento che i fattori razionali non possono mai determinare fino in fondo cosa si
dovrebbe credere (a causa della sottodeterminazione delle teorie ecc.), i fattori so-
ciali sono sempre pertinenti alla spiegazione della prassi scientifica (si vedano Bar-
nes, 1977; Bloor, 1976, 1981). Non tutti i filosofi hanno trovato tale programma

95
inconciliabile con gli interessi filosofici (si veda Resse, 1980). Vi sono inoltre alt~i
programmi nella sociologia della scienza (per esempio gli studi di laboratorio di
Latour e Woolgar, 1979, Knoor, 1981 e gli studi delle istituzioni scientifiche di
Whitley, 1980, 1982) che possono avere un grande valore informativo per chi è in-
teressato a sviluppare analisi filosofiche del modo in cui vengono prese le deci-
sioni scientifiche.
Capitolo quinto
LA RIDUZIONE TEORICA·
COME MODELLO PER STABILIRE
CONNESSIONI INTERDISCIPLINARI

Introduzione: la connessione interdisciplinare attuata tramite la con-


nessione tra teorie

Negli ultimi tre capitoli mi sono occupato della natura gene-


rale della ricerca scientifica e delle teorie scientifiche. Ora mi de-
dicherò a un problema più specifico, la questione di come le di-
scipline scientifiche sono o dovrebbero essere connesse fra loro.
Molti scienziati sono interessati a questa questione, ma soprat-
tutto quanti sono impegnati in quelli che chiamo gruppi di ricer-
che interdisciplinari, di cui la scienza cognitiva costituisce un
esempio. In tali gruppi l'obiettivo dichiarato è quello di integra-
re i contributi di varie discipline per affrontare un problema co-
mune. Una delle ultime eredità del neopositivismo è stata un mo-
dello di unificazione delle discipline scientifiche.che ha esercita-
to una grande influenza: il modello della riduzione teorica. Que-
sto rappresenta un naturale sviluppo del modello nomologico-
deduttivo della spiegazione (vedi il secondo capitolo). Al pari di
altre parti della loro teoria della scienza, il resoconto della ridu-
zione fatto dai neopositivisti è chiaro e preciso, il che spiega in
parte .perché abbia continuato a esercitare un'influenza anche
dopo il rifiuto di molte altre dottrine neopositiviste. Recente-
mente, tuttavia, è cresciuta l'insoddisfazione nei suoi confronti e
sono emerse concezioni alternative delmodo in cui realizzare l'u-
nificazione della scienza. Nel prossimo capitolo esaminerò le ra-
gioni di questa insoddisfazione e i tentativi di elaborare prospet-
tive alternative nei riguardi della relazione tra discipline. Tuttavia
il presente capitolo si incentrerà esclusivamente sul modello del-
la riduzione teorica.

97
Al pari di molti altri termini, «riduzione» ha un significato spe-
ciale per i filosofi. Mentre molti scienziati applicano questo termi-
ne a qualsiasi tentativo di ricorrere ai mezzi di una disciplina più
fondamentale per spiegare fenomeni che appartengono al domi-
nio della disciplina di livello superiore (Wimsatt; 1976a, l976b,
1979), i filosofi hanno imperniato il loro resoconto della riduzio-
ne sulla relazione tra le teorie. Per evitare confusioni userò l' e-
spressione «modello della riduzione teorica» per designare tale si-
gnificato. Si ricordi che i neopositivisti concepivano le teorie come
strutture linguistiche e la spiegazione come una forma particolare
di deduzione; analogo trattamento fu riservato alla relazione tra
teorie, nella speranza che l'enfasi posta su queste strutture lingui-
stiche e sulle relazioni logiche esistenti tra di esse consentisse di
evitare questioni potenzialmente insidiose concernenti l'effettiva
modalità di relazione tra gli oggetti a cui queste teorie si riferisco-
no (per una recente difesa di questa concezione, si veda Church-
land, 1986).
Nel prossimo paragrafo definirò il modello della riduzione teo-
rica e poi, nei successivi paragrafi, esaminerò il problema di con-
nettere le teorie cognitive a teorie più fondamentali sulla base di
tale modello. Poiché la riduzione teorica si propone di derivare
una teoria da una teoria più fondamentale, coloro che si awalgo-
no del modello della riduzione teorica si sono concentrati sulla re-
lazione tra psicologia e neuroscienza, che pertanto sarà l'esempio
che ricorrerà più di frequente in questo capitolo. Nel capitolo suc-
cessivo, in cui saranno esaminate alternative al modello della ridu-
zione teorica, esaminerò qualche altro· esempio di relazioni inter-
disciplinari all'interno della scienza cognitiva.

Il modello della riduzione teorica e l'unità del programma della


scienza

I neopositivisti svilupparono il modello della riduzione teorica


come mezzo per unificare tutta la scienza: alla fine le leggi di ogni
disciplina si sarebbero dovute tradurre nel quadro concettuale
della fisica e derivare dai suoi principi. In questa maniera si sareb-
be dimostrato che tutta la conoscenza scientifica è un' applicazio-
ne dei principi della fisica (si veda Carnap, 1938)1.

98
Dietro il modello della riduzione teorica vi è una concezione
della natura come un insieme di entità collocate a differenti livelli
di organizzazione, dove le entità di un livello sono costituite dalle
entità dei livelli inferiori. In tal modo le molecole sono costituite
dagli atomi, le cellule sono a loro volta costituite da molecole e gli
organi sono composti da cellule (per un'altra analisi dei livelli di
organizzazione della scienza, si vedaAbrahamsen, 1987). Varie di-
scipline si sono sviluppate al fine di caratterizzare le interazioni tra
entità appartenenti a livelli specificL Le teorie che cercano di ca-
ratterizzare i fenomeni dei livelli superiori, per esempio le teorie
sul comportamento èellulare, descrivono in realtà il comporta-
mento di entità costituite da parti di livello inferiore (per esempio
le macromolecole). Il comportamento di queste componenti è de-
scritto in base a teorie di livello inferiore, le teorie della biochimi-
ca ad esempio. Il compito del modello della.riduzione teorica è
quello di mostrare come le teorie di livello superiore (per esempio
quelle che descrivono il comportamento cellulare) potrebbero es-
sere connesse logicamente alle teorie di livello inferiore (per esem-
pio quelle della biochimica). Il riduzionismo ha dunque un orien-
tamento verso il basso perché lo scopo è quello di connettere le
teorie di livello superiore a quelle di livello inferiore. Questa è la
ragione del grande interesse manifestato dai filosofi per la relazio-
ne tra psicologia e neuroscienza.
Un problema con cui si scontra immediatamente l'elaborazione
di una riduzione teorica è che le teorie del livello superiore e quelle
del livello inferiore usano una differente terminologia per descrive-
re la natura; prima che si possa istituire una relazione logica tra due
teorie è necessario connettere le rispettive terminologie. Ciò richie-
de la redazione di un manuale di traduzione per tradurre il lin-
guaggio in cui sono espresse le teorie di livello superiore in quello
in cui sono enunciate le teorie di livello inferiore; manuale che con-
siste in un insieme di regole (generalmente chiamate leggi ponte) che
specificano le equivalenze tra i due vocabolari. Benché la redazio-
ne di un simile manuale possa sembrare un compito abbastanza
semplice, si dovrebbe osservare una caratteristica importante di
questa traduzione: se è vero che lo stesso genere di unità di livello
superiore (le cellule ad esempio) può essere costituito da differenti
tipi di costituenti di livello inferiore (per esempio le diverse macro-
molecole), in ciascun caso si richiederà una legge ponte differente.

99
Riprenderemo questo problema più avanti. Si dovrebbe notare
inoltre che il progetto di traduzione non è di per sé una riduzione,
bensì un progetto di interesse limitato. Tutto ciò che esso mostra è
che possiamo definire le entità di livello superiore in base alla loro
composizione di livello inferiore; non mostra che le leggi di livello
superiore possono essere messe in relazione con le leggi che descri-
vono il comportamento di livello inferiore.
Il principale motivo di interesse per il programma riduzioni-
sta e la sua capacità di unificazione della scienza derivano da un
secondo requisito: gli asserti legali concernenti le entità di livello
superiore devono essere derivati dalle leggi elaborate per spiega-
re i fenomeni di livello. inferiore. In tal modo, riprendendo l' e-
sempio della cellula, le leggi sul comportamento cellulare (ora
formulate nel linguaggio del livello inferiore e dunque con i ter-
mini che si riferiscono alle strutture molecolari) devono essere
derivate dalle leggi sul comportamento molecolare (per esempio
le leggi della biochimica). L'uso delle relazioni di derivazione è
un'estensione dell'uso neopositivista della derivazione nella spie-
gazione. Si ricordi che, secondo il modello nomologico-dedutti-
vo della spiegazione, un fenomeno è spiegato derivando un as-
serto che lo descrive da leggi generali e da un asserto relativo al-
le condizioni iniziali:

Asserzione della legge


Asserzione delle condizioni iniziali

Quindi, asserzione del fenomeno che viene spiegato

Lo scopo della riduzione teorica è molto simile: far derivare una


legge di una scienza dalle leggi di altre scienze. La derivazione ri-
chiede sia un'asserzione delle leggi di livello inferiore sia un' asser-
zione paragonabile a quella che specifica le condizioni iniziali. Que-
ste ultime, chiamate condizioni di contorno [boundary conditions],
descriveranno dettagliatamente le particolari condizioni in cui il fe-
nomeno di livello superiore sarà prodotto dal fenomeno di livello
inferiore (per esempio le condizioni in cui gli eventi chimici all'in-
terno della cellula daranno luogo al fenomeno della meiosi). La de-
duzione completa della legge di livello superiore dalla legge di li-
vello inferiore avrà perciò la seguente forma generale:

100
Leggi di livello inferiore (leggi della biochimica)
Leggi ponte (che connettono i termini della biochimica e i termi-
ni della biologia cellulare)
Condizioni di contorno (che specificano le condizioni in cui gli
eventi biochimidprodurranno gli eventi cellulari)

Quindi, leggi di livello superiore (leggi della biologia cellulare)

Un esempio spesso citato di una riduzione coronata da succes-


so è la derivazione della legge di Boyle (una legge della termodi-
namica classica che descrive la relazione tra temperatura e pres-
sione in un gas perfetto) dai principi della meccanica statistica. I
termini cruciali della legge di Boyle, come «temperatura» e «pres-
sione», sono identificati con i termini che si riferiscono alle pro-
prietà cinetiche delle molecole ideali postulate nell'analisi mecca-
nica. Queste equivalenze (per esempio tra temperatura ed energia
cinetica media) costituiscono le leggi ponte che consentono la tra-
duzione della legge di Boyle nel vocabolario della meccanica stati -
stica. Le condizioni di contorno identificano i tipi di molecole (per
esempio molecole di gas monotone), il contenitore in cui è limita-
to il loro movimento e la gamma di temperature e di pressioni pre-
sa in considerazione. Dati questi principi ponte e queste condizio-
ni di contorno, la legge di Boyle può essere derivata logicamente
dalle leggi della meccanica statistica.
Il programma della riduzione teorica viene spesso criticato per-
ché ignora il ruolo delle interazioni di livello superiore (quelle che
comportano l'interazione delle unità di livello superiore), che di-
pendono dalle proprietà di livello superiore delle unità. Attri-
buendo la supremazia a leggi di livello inferiore come possono es-
sere quelle della biochimica, sembra che i riduzionisti ignorino il
fatto che oggetti di livello superiore come le cellule possono esse-
re dotate di proprie caratteristiche (per esempio la motilità) che
determinano il modo in cui interagiscono tra loro. Tuttavia questa
obiezione non può essere rivolta contro modelli sofisticati di ridu-
zione teorica. La maggior parte dei riduzionisti sono perfettamen-
te disposti ad ammettere l'esistenza di processi di livello superio-
re. Resta uh punto fermo la possibilità di derivare i principi che go-
vernano il comportamento di questi sistemi di livello superiore
dalle leggi della scienza di livello inferiore (date le appropriate
condizionidi contorno). Causey chiarisce questo punto:

101
Modelli adeguati di microriduzioni devono tener conto del fatto che
alcuni oggetti sono totalità strutturate composte di parti più piccole che
sono legate assieme in vari modi. Queste totalità strutturate hanno spes-
.so attributi che non sono attributi delle singole parti. Una microriduzio-
ne appropriata deve essere iri grado di descrivere questi attributi delle to-
talità e spiegare la ragione per cui le totalità hanno questi attributi in spe-
cifiche condizioni interne ed esterne (1984, p. 460; per un argomento at-
tinente, si veda Hooker, 1981).

Si potrebbe domandare perché qualcuno dovrebbe essere in-


teressato a ridurre la teoria di una disciplina a quella di un'altra. I
sostenitori della riduzione hanno decantato un certo numero di
vantaggi offerti da essa, tutti derivanti dalla capacità da parte del-
la riduzione teorica di integrare le teorie di discipline differenti e
dunque promuovere l'unità tra le scienze. Un vantaggio è il fatto
che una riduzione teorica semplifica la nostra ontologia, mostran-
do che certi fenomeni considerati «fondamentali» dai professioni-
sti di una disciplina sono in realtà conseguenze di altri fenomeni
più fondamentali: di conseguenza nel nostro schema della natura
non si devono ammettere nuovi tipi fondamentali di entità o fe-
nomeni (per esempio la dimostrazione che la temperatura di un
gas è equivalente all'energia molecolare media mostra che la tem-
peratura non deve essere considerata come un altro fenomeno na-
turale fondamentale). Spesso si afferma che questo sarebbe un
grosso vantaggio della riduzione delle teorie cognitive alle teorie
delle neuroscienze. I comportamentisti si opposero alle teorie co-
gnitive poiché esse sembravano considerare fondamentali gli even-
ti mentali, ma se questi potessero essere identificati con eventi ce-
rebrali, la nostra ontologia ne risulterebbe semplificata e non sa-
rebbe più necessario interdire la teorizzazione su eventi mentali.
In secondo luogo si ritiene che la riduzione teorica fornisca uni-
ficazioni esplicative, offrendo spiegazioni di livello più profondo
di fenomeni di livello superiore. Abbiamo già visto che il modello
della riduzione teorica è in realtà un'estensione del modello no-
mologico-deduttivo della spiegazione: nella riduzione la deriva-
zione può essere concepita come una spiegazione delle leggi della
scienza di livello superiore (le leggi della biologia cellulare sareb-
bero spiegate come conseguenze delle leggi della biochimica; ana-
logamente, le leggi della psicologia potrebbero essere spiegate se
si potesse dimostrare che sono conseguenze delle leggi della neu-

102
roscienza). Un vantaggio correlato, frequentemente citato a credi-
to della riduzione teorica, è che questa apporterà coerenza alle
scienze, incrementando la giustificazione nel credere alle leggi sia
delle scienze riducenti sia di quelle ridotte. Per esempio il fatto che
sia possibile usare gli stessi principi per spiegare sia i fenomeni bio-
chimici sia i fenomeni cellulari ci dà ulteriore motivo di credere di
essere in possesso dei principi corretti. Analogamente, se possia-
mo ridurre le teorie della psicologia a quelle della neuroscienza, il
supporto che ciascuna teoria ha acquisito indipendentemente può
essere condivisò dall'altra (si veda Churchland, 1986).
La maggior parte dei filosofi che accettano il modello della ri-
duzione teorica concorda sul fatto che non è possibile ridurre la
maggior parte delle teorie psicologiche odierne a quelle della neu-
roscienza. Non si tratta tuttavia di un risultato molto sorprenden-
te. Il modello della riduzione teorica fu concepito per trattare teo-
rie compiute, non teorie ancora in via di sviluppo. Sia la psicolo-
gia sia la neuroscienza sono costituite da teorie in divenire non an-
cora sufficientemente elaborate per consentire la derivazione del-
le leggi sviluppate in una disciplina da quelle proprie di un'altra.
Tuttavia ciò solleva la questione se il modello della riduzione teo-
rica fornisca la descrizione di uno scopo a cui la psicologia e la neu-
roscienza dovrebbero aspirare. A questo proposito le opinioni so-
no svariate ed esse costituiranno il tema del prossimo paragrafo.

Argomenti contro il tentativo di ridurre la psicologia alla neuro-


scienza

Uno dei motivi più comuni che spingono a opporsi alla riduzio-
ne è la sensazione che la riduzione delle teorie di una disciplina a
quelle di un'altra elimini la prima delle due. I sostenitori della ridu-
zione affermano spesso che questa è una sensazione erronea perché
lo scopo della riduzione non è di eliminare la disciplina ridotta, ben-
sì di incorporarla all'interno del quadro scientifico più ampio (si ve-
da Churchland, 1986). Nondimeno esiste un senso in cui una ridu-
zione teorica riuscita mina lo status della disciplina la cui teoria è
stata ridotta: il senso per cui le teorie della disciplina ridotta (la psi-
cologia) sono mere applicazioni di principi più fondamentali (quel-
li della neuroscienza), relegando quindi gli specialisti della discipli-

103
na ridotta al ruolo di scienziati che si limitano a sviluppare le appli-
cazioni di principi più basilari in domini specifici. Pertanto gli av-
versari della riduzione temono che se le teorie della psicologia fos-
sero infine ridotte a quelle della neuroscienza, il ruolo degli psico-
logi ne uscirebbe drasticameme ridimensionato: invece di scoprire
nuove verità fondamentali sulla natura, gli psicologi si limiterebbe-
ro a sviluppare lapplicazione delle teorie scoperte dai neuroscien-
ziati; poiché questi, almeno in linea di principio, potrebbero forni-
re una spiegazione completa dei fenomeni psicologici, gli psicologi
sarebbero impegnati in un compito superfluo. Come mostreremo
nel prossimo paragrafo, vi sono buone ragioni per rivalutare questa
concezione delle implicazioni della riduzione, concezione che ha
generato molte opposizioni al riduzionismo. .
Provare awersione per una posizione non vuol dire mostrare
che è scorretta. Alcuni filosofi si sono dunque impegnati a dimo-
strare l'impossibilità della riduzione delle teorie della psicologia a
quelle della neuroscienza. Fodor (197 4) persegue questo obiettivo,
argomentando che non è possibile enunciare leggi ponte in grado
di identificare i termini delle teorie psicologiche con i termini delle
teorie neuroscientifiche. Egli sostiene che, anche se usiamo i termi-
ni di entrambe le teorie per riferirci agli stessi fenomeni naturali,
non possiamo identificarli. Sebbene il termine psicologico (come
pianificare una vacanza) e il termine neuroscientifico (che descrive
un pattern di scarica neurale) possano, in una particolare circo-
stanza, descrivere entrambi il medesimo stato cerebrale, in altre cir-
costanze tali descrizioni possono riferirsi a stati diversi: infatti i due
vocabolari classificano le cose in modi completamente diversi. A ti-
tolo di analogia, consideriamo i nostri termini per designare i colo-
ri («blu», «tosso», <<Verde» ecc.) e le dimensioni («piccolo», «gran-
de» ecc.). In generale, la classificazione dei colori non corrisponde
alla classificazione delle dimensioni (vi possono essere oggetti ros-
si grandi e piccoli e oggetti blu grandi e piccoli), anche se tutti gli
oggetti colorati possono essere descritti anche in base alle loro di-
mensioni. Fodor sostiene che una situazione analoga sussiste fra la
terminologia psicologica e il vocabolario della neuroscienza. In tal
caso non vi può essere alcuna legge ponte tra i vocabolari delle due
discipline, e dunque non è possibile realizzare la riduzione delle leg-
gi di una disciplina a quelle dell'altra.
Una ragione che si cita spesso a favore della tesi secondo la qua-
le non è possibile identificare i termini psicologici con quelli della

104
neuroscienza è che noi usiamo gli stessi termini psicologici per de-
scrivere attività in altri organismi e in manufatti come i computer,
quando sappiamo che non stanno avendo luogo gli stessi processi
neurali (si veda Putnam, 1975a). Fodor offre anche altre ragioni
per ritenere impossibili leggi ponte tra psicologia e neuroscienza.
Il vocabolario di una disciplina ha lo scopo di enunciare le rela-
zioni che cerchiamo di rappresentare nell'ambito di essa. Perciò,
sostiene Fodor, la psicologia e la neuroscienza tentano di cogliere
tipi differenti di relazioni. Questo fatto con tutta probabilità ge-
nererà sistemi di classificazione incommensurabili.
Per illustrare questa tesi, si consideri un caso in cui si è inte-
ressati a scoprire generalizzazioni sulle condizioni in cui le perso-
ne mantengono o non mantengono le promesse. Per sviluppare
questa generalizzazione è necessario identificare le situazioni in
cui viene fatta una promessa, ma è altamente.improbabile che tut"
ti i casi di promessa condivideranno caratteristiche fisiche tali da
consentire di classificarli insieme in termini fisici. La ragione è che
in contesti differenti promettiamo in modi radicalmente differen-
ti (per esempio stringendo la mano o dicendo «Promesso!»); ciò
malgrado.si sarà ancora disposti a classificare insieme queste si-
tuazioni allorché si elabora una teoria della promessa. Fodor af-
ferma inoltre che questo risultato non è una semplice anomalia, ma
qualcosa che dovremmo aspettarci se prendiamo in considerazio-
ne lo scopo della teorizzazione al livello superiore. Le scienze di li-
vello superiore sono sviluppate perché si vuole scoprire e com-
prendere le relazioni naturali che non sono semplicemente rela-
zioni tra le entità definite nelle scienze di livello inferiore. Regola-
rità differenti appaiono rilevanti a differenti livelli della natura
(per un approfondimento di questa tesi, si veda Wimsatt, 1976a);
è il nostro interesse per queste regolarità a guidare il modo in cui
sviluppiamo la classificazione degli eventi e dobbiamo impiegare i
termini in modo tale da cogliere queste relazioni, a prescindere da
come quegli eventi vengono classificati nei livelli inferiori. Ciò va-
le in particolar modo per la psicologia, le cui ragioni per classifi-
care gli eventi sono diverse da quelle della neuroscienza.
Fodor (1978) afferma inoltre che la psicologia risulterebbe im-
poverita se identificassimo i termini psicologici con i termini neu-
rali. A suo giudizio il compito della psicologia è in parte quello di
spiegare l'azione umana razionale, il che richiede che si sia in gra-

105
do di descrivere lo stato psicologico di una persona in base al suo
atteggiamento (la credenza ad esempio) nei confronti di una pro-
posizione («Roma è in Lombardia») (per un'ulteriore discussione
degli «atteggiamenti proposizionali» in psicologia, si veda Bechtel,
1988a). La struttura interna della proposizione è spesso cruciale
per le nostre spiegazioni psicologiche. Se una persona crede che
Roma è in Lombardia e desidera non recarsi mai in Lombardia,
possiamo spiegare perché la persona non ha mai voluto recarsi a
Roma. La persona ha fatto un'inferenza che possiamo rappresen-
tare nei sistemi di logica formale. Se noi ci limitassimo agli stati
neurali che sono a fondamento di questi due stati mentali (la cre-
denza e il desiderio), la relazione logica tra queste proposizioni,
cruciale per la nostra spiegazione psicologica, andrebbe perduta e
tutto ciò che avremmo sarebbe la relazione causale tra i due stati
neurofisiologici. Con la sola informazione sugli stati neurali a di-
sposizione, non potremmo giudicare la razionalità della persona;
non saremmo in grado di distinguere la persona dell'esempio, che
ha ragionato adeguatamente a partire da informazioni false, da
un'altra persona che ha ragionato illogicamente a partire da infor-
mazioni vere· (per esempio la persona che crede che Roma è nel
Lazio, desidera non recarsi mai in Lombardia e su questa base de-
cide che non si recherà mai a Roma). Pertanto, se avessimo a di-
sposizione soltanto la teoria della neuroscienza, noti potremmo
giudicare la razionalità e avremmo perputo potere esplicativo2 •
Dunque sotto alcuni rispetti la teoria della neuroscienza è più de-
bole della teoria psicologica, e pertanto Fodor sostiene che non
dovremmo tentare di ridurre la teoria psicologica a quella neuro-
scientifica (su argomenti analoghi formulati in biologia in relazio-
ne alla possibilità di ridurre la genetica mendeliana alla genetica
molecolare, si vedano Hull, 1974 e Rosenberg, 1985).
Lo sviluppo delle leggi ponte, che spesso appare un requisito
non problematico del modello della riduzione teorica, può porre
gravi difficoltà. Alcuni filosofi hanno tratto la conclusione che, a
causa delle difficoltà nell'elaborare leggi ponte adeguate, è possi-
bile che le scienze di livello superiore (come la psicologia) non sia-
no riducibili alla corrispondente scienza di· livello inferiore (per
esempio la neuroscienza). Fodor, per esempio, trae la conclusione
ancora più forte che le scienze di livello superiore sono, in un sen-
so forte, autonome dalle scienze di livello inferiore, cosicché la ri-

106
cerca in una scienza di livello superiore come la psicologia deve
svilupparsi indipendentemente dal lavoro che viene svolto in una
scienza di livello inferiore come la neuroscienza. Inoltre, dal mo-
mento che le due discipline classificano gli oggetti dei loro domi-
ni in modo assai diverso, le scienze di livello inferiore e quelle di
livello superiore non possono fungere reciprocamente da guida,
ma ognuna deve limitarsi a perseguire i propri problemi nella ma-
niera che le è peculiare. ·
La conclusione dell'autonomia forte appare molto problemati-
ca, sia per ragioni di principio sia per motivi di ordine pratico. Una
ragione di principio è che il modello della riduzione teorica non ri-
chiede quel tipo di corrispondenza [mapping] uno a uno fra ter-
mini di livello superiore e termini di livello inferiore contro il qua-
le si sono appuntate le critiche. Richardson sostiene che perfino
N agel, uno dei maggiori sostenitori del modello della riduzione
teorica, ha lasciato spazio per molteplici realizzazioni della stessa
proprietà di livello superiore così da poter spiegare perché i diffe-
renti stati di livello inferiore realizzano lo stesso stato di livello su-
periore:

La riduzione esige soltanto che vi sia una relazione funzionale tra i do-
mini fisiologico e psicologico: ciascun tipo fisiologico, entro condizioni di
contorno specificate, dovrebbe corrispondere a un tipo psicologico. Le
«relazioni appropriate» richieste dalle condizioni di connettibilità [nel re-
soconto di Nagel] non devono essere necessariamente bicondizionali. La
derivabilità, con la sua parsimonia esplicativa, è adeguatamente spiegata,
a sua volta, solo se troviamo condizioni sufficienti a un livello inferiore di
organizzazione in grado di spiegare fenomeni inizialmente trattati a un li-
vello superiore; e ciò richiede non più di una corrispondenza fra tipi di li-
vello inferiore e tipi di livello superiore e non una corrispondenza fra ti-
pi di livello superiore e tipi di livello inferiore (1979, p. 548)3.

Patricia Churchland (1986; si vedano anche Paul Churchland,


1984; Enc, 1983) si rifà al caso della termodinamica per mostrare
come essa venga ritenuta riducibile alla fisica di base, malgrado la
temperatura (una proprietà di livello superiore)non sia sempre rea-
lizzata nello stesso modo (nei gas equivale all'energia cinetica me-
dia, ma non nel plasma o nei solidi): la riduzione viene realizzata
considerando ciascuna riduzione come relativa al dominio. La
Churchland sostiene che riduzioni relative al dominio di leggi psi-

107
cologiche a leggi neuroscientifiche saranno egualmente accettabili:
«se i cervelli umani ei cervelli elettronici godono entrambi di un cer-
to tipo di organizzazione cognitiva, possiamo ottenere due distinte
riduzioni relative al dominio» (1986, p. 357).
Oltre a questa obiezione di principio alla posizione dell'auto-
nomia forte, esiste anche un'obiezione pragmatica. Coloro che in-
terpretano la psicologia come totalmente autonoma dalla neuro-
scienza la rendono incapace di trarre profitto dalle ricerche neu-
roscientifiche (e presumibilmente incapace di fornire una qualun-
que guida al lavoro in neuroscienza). Simili pretese di autonomia
sono state avanzate in passato da altre scienze e la storia suggeri-
sce che l'insistenza su tale autonomia è stata dannosa per queste
discipline.
Un esempio del tipo di errore che scaturisce dal sostenere tale
forte autonomia è offerto dalla storia della chimica fisiologica. Ne-
gli anni Quaranta del XIX secolo i fisiologi si trovarono di fronte
a un compito che sotto diversi aspetti è simile a quello cui si tro-
vano di fronte gli odierni ricercatori di psicologia cognitiva: de-
terminare i processi mediante i quali gli animali trasformano i lo-
ro input alimentari in calore ed energia meccanica. Liebig (1842),
uno degli scienziati che più ha contribuito ai primi progressi della
chimica. organica, si propose di escogitare una teoria di questo
processo in base alla sua conoscenza della composizione degli in-
put alimentari e degli output di rifiuto degli organismi. Egli aderì
inoltre a un forte principio di autonomia, negando che fosse ne-
cessario realizzare ricerche sui concreti processi intermedi che ave-
vano luogo riell' organismo. Egli affermò che in base ai soli dati
esterni poteva determinare i processi che dovevano verificarsi al-
l'interno dell'organismo. Lo studio dei meccanismi interni poteva
. servire soltanto a completare il suo modello con i dettagli, ma non
poteva mostrare che quest'ultimo era sbagliato. Dunque, al pari di.
Fodor, Liebig postulò processi interni, ma negò il bisogno di esa-
minare i meccanismi fisici grazie ai quali questi processi venivano
eseguiti. Nel suo modello del metabolismo animale Liebig distin-
se nettamente tra le funzioni delle proteine e quelle dei grassi e dei
carboidrati. Poiché la struttura muscolare è in larga misura pro-
teica, egli propose che le proteine fossero semplicemente assorbi-
te dalle strutture del corpo e poi decomposte dal lavoro muscola-
re, mentre i grassi e i carboidrati erano consumati per mantenere
la temperatura corporea.

108
Il modello di Liebig era elegante ma presentava un grave difet-
to nell'assunzione cruciale, secondo la quale le. reazioni che av-
vengono nel corpo sono tutte cataboliche, mai anaboliche. A prio-
ri questa assunzione è del tutto plausibile; cionondimeno è sba-
gliata. Fu possibile dimostrare questo soltanto quando Claude
Bernard realizzò quegli studi chimici che Liebig aveva giudicato
superflui: Bernard scoprì che le reazioni anaboliche sono comuni
nel corpo animale. Gli organismi decompongono alcuni materiali
e ne ricostruiscono altri a partire da quelli decomposti, quindi le
proteine della dieta sono metabolizzate in aminoacidi e sono sin:
tetizzate nuove proteine per produrre tessuti animali. L'energia
prodotta dalla decomposizione delle proteine non è trattata diffe-
rentemente da quella prodotta dai grassi e dai carboidrati. Questi
pattern di reazioni cataboliche e anaboliche hanno perfettamente
senso quando si consideri il bisogno di mantenere l'omeostasi nel
corpo, ma il punto importante è che il concetto di processo omeo-
statico comparve soltanto dopo che Bernard ebbe scoperto l'esi-
stenza dei processi anabolici: i primi non furono previsti in base ai
secondi limitandosi a cercare relazioni tra input .e output. L'insi-
stenza sull'autonomia della chimica fisiologica diede dunque luo-
go a un modello dei processi nutritivi fondato su un'assunzione er-
ronea (ho discusso questo e altri casi in Bechtel, 1982).
Gall (1822-25), il fondatore della frenologia, è un altro ricerca-
tore che limitò la sua attenzione a una disciplina e a causa di ciò
non si avvalse di informazioni derivanti da altre discipline che
avrebbero potuto fornire un'utile guida. Sebbene egli sia stato
spesso bollato come pseudoscienziato a causa della inattendibilità
dei frenologi (per i tentativi di prevedere i tratti della personalità
in base alla conformazione del cranio), la sua è una strategia di ri-
cerca consueta. Il suo primo passo fu quello di. identificare le fa-
coltà psicologiche responsabili di diversi tratti comportamentali.
Egli cercò anche di localizzare queste facoltà psicologiche in spe-
cifiche regioni del cervello, ipotizzando che un individuo esibisse
il tratto nella misura in cui era sviluppata la regione cerebrale cor-
rispondente: l'impiego delle protuberanze craniche non era altro
che il modo in cui Gall rilevava lo sviluppo di particolari regioni
cerebrali, in base all'assunto scorretto che il cranio rispecchiasse
direttamente la struttura cerebrale soggiacente. La parte essenzia-
le del programma di Gall è semplicemente quella di stabilire che
vi sono facoltà specifiche responsabili dei tratti comportamentali.

109
Cosa interessante, Fodor (1983) paragona il proprio progetto di
psicologia a quello di Gall, dal momento che anche lui è interes-
sato a identificare facoltà (moduli) responsabili di differenti tipi di
elaborazione dell'informazione. Il paragone istituito da Fodor tra
lui e Gall è appropriato, ma rivela anche i punti deboli del pro-
gramma fodoriano, che sviluppa la teoria della mente indipen-
dentemente da ricerche ad altri livelli.
Una differenza apparente tra il programma di Gall e quello di
Fodor è che il primo pare interessato alla questione della localizza-
zione cerebrale delle facoltà e dunque sembra integrare le sue ri-
.cerche psicologiche e neuroscientifiche. Malgrado tale apparenza,
Gall sostenne anche una sorta di autonomia dell'indagine psicolo-
gica, che si rivela nel modo in cui sviluppò le sue proposte teoriche
e affrontò le obiezioni. Egli elaborò la sua teoria delle differenti fa-
coltà limitandosi ad analizzare le dimensioni della variabilità del
comportamento umano; poi considerò ciascuna dimensione corri-
spondente a una facoltà e attribuì le differenze individuali a diffe-
renze nello sviluppo di queste facoltà. Nel programma di Gall que-
sto passo equivale a postulare sottosistemi modulari per ciascun
tratto (per una discussione di una versione più sofisticata di questa
strategia, si veda Kauffman, 1971). Egli cercò quindi di correlare lo
sviluppo delle facoltà con lo sviluppo del cervello, ma nelle sue ri-
cerche questo passo non influenzò le modalità di identificazione
delle facoltà, come rivela il modo in cui reagì alle prove neurofisio- ·
logiche. Flourens (1824) tentò di lesionare aree a cui Gall assegna-
va funzioni particolari al fine di mostrare che i deficit che ne risul-
tavano non erano correlati con i deficit della facoltà specifica che
Gall aveva assegnato a quella determinata regione; in particolare,
gli animali conservavano le funzioni quando venivano distrutti i
centri appropriati. Gall mise da parte tali evidenze, rna si trattava
del genere di prove che potevano mostrare nel modo più efficace
cosa non funzionava nella sua analisi delle facoltà, dal momento che
potevano minare l'assunto che i tratti del carattere fossero dovuti
alle facoltà mentali discrete da lui postulate. La configurazione dei
deficit prodotti dalle lesioni cerebrali poteva mostrare, ad esempio,
che i tratti del carattere assegnati a singole unità funzionali erano in
realtà il risultato della cooperazione di una molteplicità di compo-
nenti e non il risultato di un'unica facoltà localizzabile.
L'opera di Gall rappresenta un esempio particolarmente incisi-
vo del pericolo di isolare la psicologia dalle prove neuroscientifiche.

110
La ricerca della neuroscienza può mostrare almeno che le opera-
zioni proposte in una particolare teoria psicologica non sono in cor-
relazione con i processi eseguiti dal cervello. Ciò fornisce quanto
meno prima facie una ragione per ricercare una teoria psicologica
alternativa che consideri fondamentale un differente tipo di fun-
zione. Vi sono anche altri contributi che la neuroscienza potrebbe
dare: informazioni relative al tipo di processi che hanno luogo nel
cervello quando viene eseguita una specifica attività cognitiva pos-
sono suggerire modelli di elaborazione dell'informazione che gli
psicologi potrebbero indagare fruttuosamente. Sembra dunque
quanto meno plausibile che le informazioni della neuroscienza ser-
vano allo sviluppo e alla valutazione delle teorie psicologiche. L' af-
fermazione dell'autonomia forte della psicologia significa privarsi
di questa utile guida e di queste informazioni preziose. Detto que-
sto, dobbiamo esaminare più a fondo il modo in cui le ricerche psi-
cologiche potrebbero integrarsi con quelle della neuroscienza.

La riduzione come dispositivo che agevola la ca-evoluzione della psi-


cologia e della neuroscienza

All'inizio del precedente paragrafo ho indicato che una ragione


per opporsi alle aspirazioni di ridurre la psicologia alla neuroscien-
za è il timore che qualora si realizzasse una simile riduzione, la pri-
ma non avrebbe più alcuna rilevanza per la seconda. Tuttavia molti
riduzionisti sostengono che questa idea trascura il contributo che la
riduzione teorica può dare allo sviluppo di una scienza e rappre-
senta erroneamente ciò a cui tale riduzione dà luogo effettivamente.
Il timore che la riduzione di una teoria a un'altra renderà la teo-
ria ridotta una mera applicazione della teoria riducente trascura il
ruolo cruciale svolto dalle leggi ponte e dalle condizioni di con-
torno nel portare a compimento una riduzione. La comprensione
del modo in cui applicare una teoria generale a circostanze speci-
fiche non è di poco conto; gran parte della fisica classica è soltan-
to un'applicazione dei principi newtoniani come la legge:
forza = massa x accelerazione
Tuttavia si resero necessarie molte ricerche per determinare co-
me applicare questa legge a circostanze differenti. Inoltre, quando

111
questa legge viene applicata a circostanze specifiche, spesso pro-
duce risultati che non erano previsti da coloro che avevano già fa-
miliarità con il principio generale. Anche se queste sono solo ap-
plicazioni speciali della teoria generale, non per questo sono me-
no interessanti.
Potremmo concepire lo status delle teorie psicologiche, anche
se fossero ridotte a teorie della neuroscienza, come molto simile a
quello delle applicazioni speciali del secondo principio della dina-
mica. Le teorie psicologiche descriverebbero conseguenze speciali
dei principi più generali della neuroscienza, conseguenze che sor-
gono soltanto in speciali circostanze o condizioni di sfondo. Le leg-
gi della psicologia forniranno perciò altre informazioni oltre a quel-
le fornite dalle stesse teorie della neuroscienza, perché specifiche-
ranno le particolari condizioni di sfondo che si applicano in situa-
zioni particolari. Inoltre gli sforzi attuali degli psicologi volti a ela-
borare le loro teorie non saranno stati uno spreco di energia. Lasco-
perta di teorie di livello superiore che infine saranno ridotte di nor-
ma svolge un ruolo importante nello sviluppo della riduzione. Sol-
tanto alla luce di tali teorie sarà possibile identificare le condizioni
di sfondo a cui si deve ricorrere per realizzare la riduzione.
Un'obiezione più seria al ricorso del modello della riduzione
teorica nel caso della scienza cognitiva e della neuroscienza è che la
possibilità di ridurre le teorie della prima alle teorie della seconda
appare piuttosto remota al momento. Una teoria non può essere de-
rivata da un'altra finché non esistono in èntrambe le discipline teo-
rie precise e pienamente formulate. Più di recente; tuttavia, alcuni
filosofi hanno proposto un ruolo molto diverso per il modello del-
la riduzione teorica. Wimsatt (197 6a, 197 6b, 1979) e la Churchland
(1986), tra gli altri, hanno suggerito che sviluppare riduzioni può
svolgere un ruolo nello sviluppo teorico, non soltanto nel consoli-
damento retroattivo di teorie già sviluppate. Laloro idea è che se la
riduzione teorica è lo scopo ultimo, nel corso dell'elaborazione del-
le teorie si dovrebbero usare le informazioni appartenenti sia alle di-
scipline di livello superiore sia a quelle di livello inferiore. Se le teo-
rie co-evolvono in questa maniera, allora, una volta elaborate le teo-
rie, la riduzione teorica sarà realizzata senza difficoltà.
Questa immagine di una co-evoluzione riceve sostegno dal fat-
to che nella maggior parte dei casi di riduzione la teoria che è ri-
dotta a una teoria di livello inferiore non è l'originaria teoria di li-

112
vello superiore, tna una sua forma modificata. Dunque non è la
teoria della termodinamica fenomenologica originale che è ridot-
ta alla meccanica statistica, bensì una versione corretta; parimen-
ti, non è la teoria genetica di Mendel (o di Morgan) che è ridotta
alla genetica molecolare, ma una versione modificata. Per dar con-
to di questa caratteristica, Schaffner (1967) ha elaborato una ver-
sione del modello della riduzione teorica più generale di quellà ori-
ginariamente proposta dai neopositivisti, che definisce la riduzio-
ne un processo a due passi. Il primo passo è quello della deriva-
zione dalla teoria di livello inferiore (insieme alle leggi ponte e al-
le condizioni di contorno) di una versione corretta della teoria di
livello superiore. Il secondo passo consiste nel mostrare che que-
st'ultima si approssima alla teoria di livello superiore originaria ab-
bastanza bene da permetterci di comprendere perché questa fun-
zionava cosl bene (anche se falliva in quei casi in cui la nuova teoria
costituisce un miglioramento). È senza dubbio possibile (anche se
Schaffner non ha discusso questa eventualità) che venga sviluppa-
ta anche una nuova teoria di livello inferiore, nel qual caso dovre-
mo.mostrare come la nuova teoria di livello inferiore si differenzia
da quella precedente. Applicando questa versione estesa del mo-
dello di Schaffner alla psicologia e alla neuroscienza, l'obiettivo fi-
nale non è quello di ridurre la teoria psicologica attuale alla teoria
della neuroscienza attuale, ma.di ridurre una teoria psicologica fu-
tura a una teoria neuroscientifica futura (vedi fig. 5.1).

• sostituzione t
Vecchia teoria psicologica - - - - - - - - - Nuova teoria psicologica

i ren..tlv. di rid.W= I· dtth=io~


Vecchia teoria Nuova teoria
neuroscientifica -----------~ neuroscientifica
sostituzione

Fig. 5 .1. Schema di riduzione complessa che include la sostituzione delle


vecchie teorie della psicologia e della neuroscienza da parte delle nuove, e de-
rivazione della nuova teoria psicologica dalla nuova teoria neuroscientifica.

Nel resoconto di Schaffner i due passi di una riduzione sono


eseguiti dopo che sono state sviluppate le teorie finali. La riduzio-

113
ne ci permette di comprendere come la nuova teoria di livello su-
periore e la vecchia teoria di livello inferiore sono in relazione tra
loro. Per creare un modello co-evolutivo (come quello illustrato
nella fig. 5.1), è necessario modificare il modello di Schaffner e in-
terpretare il processo di sviluppo di una nuova teoria di livello su-
periore che si accorda con la teoria di livello inferiore (potenzial-
mente nuova) come un passo dello sviluppo teorico. Inoltre dob-
biamo essere consapevoli che l'uso dell'unico termine «riduzione»
può indurre a confondere due attività: una che implica la relazio-
ne di una teoria di livello superiore con una teoria di livello infe-
riore; l'altra che concerne la relazione di una nuova teoria con una
che l'ha preceduta (per altre ragioni per sostenere questa distin-
zione, si veda Nickles, 1973; Wimsatt, 1976a, 1976b). Dunque ab-
biamo in effetti un processo a due passi: la sostituzione di una teo-
ria di livello superiore con un'altra, dove la relazione sussiste tra
una vecchia teoria e quella che le è succeduta; e la riduzione in-
terlivello della nuova teoria psicologica a una teoria della neuro-
scienza. Una ragione per distinguere questi passi è che i fattori che
motivano lo sviluppo della nuova teoria a un dato livello possono
avere a che fare tanto con lo sviluppo di un resoconto adeguato a
quel livello quanto con la spiegazione di relazioni interlivello (si
veda McCauley, 1986a).
La domanda che si pone.è: in che modo le due teorie, una del-
le quali sarà alla fine ridotta all'altra, devono svolgere un ruolo l'u-
na nello sviluppo dell'altra? A questo proposito Wimsatt (1976a,
1976b, 1979) sostiene l'importanza dello sviluppo di leggi ponte
che identifichino i processi di livello inferiore e di livello superio-
re (o i termini che si riferiscono a questi processi) a uno stadio pre-
coce deW elaborazione della teoria. A questo stadio lo scopo non è
quello di dedurre le leggi di livello superiore da quelle di livello in-
feriore, bensì di individuare i punti di disaccordo tra le tesi avan-
zate dalle teorie di livello inferiore e da quelle di livello superiore.
Per esempio agli inizi del secolo Boveri e Sutton accumularono
prove che mettevano in relazione i geni mendeliani con i cromo-
somi; che in precedenza erano stati identificati semplicemente co-
me corpi strutturali elettivamente impregnabili contenuti nel nu-
cleo, che sembravano svolgere un ruolo nella divisione cellulare. I
due scienziati si concentrarono poi sui punti in cui le tesi sui geni
mendeliani differivano da quelle sui cromosomi. Date queste dif-

114
ferenze, le informazioni offerte a Un livello suggerivano ricerche al-
1'altro livello, dando luogo a revisioni delle teorie sviluppate a cia-
scun livello. In questo caso l'identificazione interlivello servì da ge-
neratore di ipotesi e dunque assolse un ruolo costruttivo nello svi-
luppo teorico (nel prossimo capitolo discuteremo una diversa pro-
spettiva sul tentativo di mettere in relazione i fattori mendelianie
i cromosomi) 4 .
I sostenitori della riduzione della psicologia alla neuroscienza,
come Patricia Churchland, prefigurano un processo di integrazio-
ne analogo inan mano che queste discipline si sviluppano. Ognuna
può costituire il quadro di riferimento entro cui viene condotta la
ricerca nell'altra,_ma può anche trarre profitto dal tentativo di dar
conto delle scoperte dell'altra. In tal modo la Churchland sostiene
che «la neuroscienza ha bisogno della psicologia perché ha bisogno
di sapere che cosa fa il sistema» (1986, p. 373 ). Il compito della neu-
roscienza è in parte stabilito dalla psicologia proprio come il com-
pito della genetica cromosomica fu stabilito dalla genetica mende-
liana: le teorie neuroscientifiche devono spiegare i fenomeni psico-
logici. Tuttavia la conoscenza del funzionamento del sistema neu-
rale sottostante può condurrè in un secondo momento ad apporta-
re modifiche alla descrizione psicologica dell'effettiva attività del si-
stema. Ciò si verificherà nel caso in cui divenga manifesto che il si-
stema nervoso non è attrezzato per eseguire il compito che la psi-
cologia gli ha attribuito, ma ne esegue in realtà uno abbastanza di-
verso. Per usufruire di questo nuovo vantaggio si deve istituire una
corrispondenza provvisoria tra le due teorie, e poi far sì che le dif-
ferenze tra di esse fungano da guide per nuove ricerche.
La Churchland offre un certo numero di ragioni per attender-
si che un programma di ricerca ca-evolutivo tra scienza cognitiva
e neuroscienza sarà coronato da successo. Primo, noi supponiamo
che i processi mentali siano in realtà processi che hanno luogo nel
nostro cervello e che sia gli scienziati cognitivi sia i neuroscienzia-
ti indaghino i tipi di attività strettamente correlati che hanno luo-
go nella mente-cervello quali l'apprendimento e la memoria. Se-
condo, quando elaboriamo le nostre idee in un qualsiasi dominio
è assai comune che ci si basi su modelli, e la Churchland sostiene
che, al fine di studiare i fenomeni psicologici, i cervelli si propon-
gono come un modello migliore dei computer, i quali sono comu-
nemente presi a modello dai ricercatori di psicologia cogrìitiva5. La

115
studiosa sostiene inoltre che, dato che i nostri cervelli sono il pro-
dotto evolutivo dei cervelli che si trovano in altri organismi e poi-
ché l'evoluzione è generalmente conservatrice (visto che preserva
i progetti coronati da successo già utilizzati), la ricerca su altri or-
ganismi forniti di cervelli più semplici può fornirci modelli utili
per comprendere l'elaborazione delle informazioni che ha luogo
nell'uomo.
I critici della riduzione menzionati nel paragrafo precédente
hanno sollevato una serie di obiezioni che dovrebbero escludere la
possibilità della riduzione delle teorie cognitive a quelle della neu-
roscienza non solo nel presente ma anche nel futuro. Si obietta ad
esempio che, dal momento che lo stesso fenomeno psicologico po-
trebbe essere realizzato in sostrati differenti (dai cervelli umani e
animali a calcolatori e ipotetici cervelli alieni), è impossibileiden-
tificare una classe di fenomeni psicologici con una classe di feno-
meni neuroscientifici. Un'altra obiezione è quella secondo la qua-
le lo schema di classificazione che descrive ifenomeni mentali è
impiegato per fini diversi da quelli per cui è utilizzato quello che
descrive i fenomeni neurofisiologici, cosicché non ha alcun senso
cercare di identificare i due schemi. Nel difendere il proprio pro-
gramma co-evolutivo, la Churchland offre risposte a entrambe
queste obiezioni. In relazione alla prima, la studiosa afferma che
dobbiamo semplicemente realizzare riduzioni differenti per ogni
diverso tipo di sostrato in cui sono rèalizzati i fenomeni psicologi-
ci. Possiamo eseguire riduzioni differenti delle teorie sugli stati
mentali dei computer, dei marziani, dell'uomo e di altre specie, ma
questo, sostiene la Churchland, non è diverso dallo sviluppo di dif-
ferenti teorie della temperatura nel caso dei gas, del plasma o dei
solidi. La termodinamica ha accolto tale biforcazione senza subire
alcun danno, dunque non si vede perché tale conseguenza do-
vrebbe essere dannosa per la psicologia.
In riferimento alla seconda obiezione la Churchland sostiene
che il fatto che le categorie della psicologia paiano avere fini di-
versi rispetto a quelli della neuroscienza è un prodotto dell'attua-
le livello di sviluppo teorico nella neuroscienza. Attualmente la
teoria neuroscientifica si è incentrata su livelli molto bassi, per
esempio sul livello dei singoli neuroni. Ma la neuroscienza guarda
sempre più a livelli superiori di organizzazione ed esamina cose co-
me l'elaborazione e l'immagazzinamento delle informazioni rea-

116
lizzato da assembramenti neuronali. In questo caso, sostiene la
Churchland, è del tutto ragionevole attendersi che la neuroscien-
za elabori un apparato concettuale compatibile con gli obiettivi
della psicologia. A conforto di questa tesi la studiosa descrive tre
quadri teorici per l'elaborazione dell'informazione di livello supe-
riore da parte del sistema nervoso, che a suo dire possono fornire
un utile mezzo per connettere i concetti della neuroscienza con
quelli della psicologia: la teoria delle reti tensoriali di Pellionisz e
Llinas (1982, 1985), elaborata per spiegare il controllo sensomo-
torio acquisito dal cervelletto, il modello dei processi attentivi di
Crick (1984) e i modelli connessionisti della percezione basati sul
concetto di elaborazione distribuita in parallelo (si veda McClel-
land e Rumelhart, 1986; Rumelhart e McClelland, 1986). L'ultimo
esempio, quantunque costituisca un programma perseguito so-
prattutto da ricercatori nel campo dell'intelligenza artificiale, è in
parte ispirato dalla conoscenza di alcune proprietà fondamentali
del sistema nervoso e dell'architettura delle reti neurali, e dunque
rappresenta il tipo di ponte interdisciplinare che potrebbe servire
a unire l'opera della neuroscienza e l'opera della psicologia e age-
volare il tipo di riduzione della psicologia alla neuroscienza cal-
deggiato dalla Churchland.

I.: eliminazione della psicologia ingenua a favore di una psicologia ri-


ducibile

Fondamentale per la teoria della ca-evoluzione discussa nel pa-


ragrafo precedente è l'idea che sia la psicologia sia la neuroscienza
dovranno mutare man mano che verrà realizzata la riduzione. Si po-
ne allora la questione di quanto mutamento si può tollerare prima
che la vecchia teoria sia sostanzialmente messa da parte e semplice-
mente sostituita da una nuova. Nel modello corretto della riduzio-
ne teorica proposto da Schaffner e impiegato dalla Churchland, la
teoria che viene ridotta dovrebbe approssimarsi alla vecchia teoria
di livello superiore e non sostituirla completamente. Tuttavia la sto-
ria della scienza è ricca di casi in cui le vecchie teorie scientifiche so-
no state semplicemente ripudiate in quanto false. In questi casi i fau-
tori della nuova teoria di norma non si curano di connettere la loro
nuova teoria alla vecchia perché non riconoscono a quest'ultima

117
neanche lo status di approssimazione alla verità. Pertanto non si ha
una riduzione della vecchia teoria, bensì la sua eliminazione. Alcu-
ni filosofi hanno sostenuto che un tale destino toccherà ad almeno
una parte della psicologia attuale.
La tesi che le vecchie teorie vengono eliminate e dunque non
vanno concepite come approssimazioni alle teorie che le rimpiaz-
zano, riceve sostegno dall'analisi delle rivoluzioni scientifiche di
Kuhn (si veda il quarto capitolo). Nel descrivere queste rivoluzio-
ni, egli presenta le nuove teorie come incommensurabili con le teo-
rie che le hanno precedute nella misura in cui queste utilizzano
concetti incompatibili per descrivere il mondo e fanno afferma-
zioni incoerenti su di esso. Un esempio frequentemente citato a
questo proposito è la sostituzione della teoria del calorico da par-
te della teoria cinetica del calore: invece di concepire il calore co-
me un fluido, la teoria cinetica considerò il calore come moto mo-
lecolare. Coloro che accettarono questa nuova teoria ne concluse-
ro che il termine «calorico» molto semplicemente non si riferiva
ad alcunché. In tal modo nella nuova teoria non vi fu alcun termi-
ne con cui esso potesse venir identificato. Altri esempi sono l' a-
stronomia copernicana che sostituisce quella tolemaica, la fisica
dell' impetus di Aristotele che viene rimpiazzata dalla fisica del mo-
mento di Newton 6 , la fisica einsteiniana che sostituisce la fisica
newtoniana, l'alchimia che viene rimpiazzata dalla chimica7 •
Negli anni Sessanta alcuni filosofi, tra cui Feyerabend (1963b)
e Rorty (1965), adottarono l'idea che una nuova teoria può essere
incommensurabile con una vecchia teoria per sostenere che do-
vremmo aspettarci che le attuali teorie degli stati mentali saranno
sostituite dalle teorie della neuroscienza. Essi affermarono che,
una volta sviluppate le teorie della neuroscienza adeguate,. avrem-
mo assunto nei confronti degli stati mentali lo stesso atteggiamen-
to che abbiamo oggi nei confronti del calorico o di entità folclori-
stiche come i demoni: ci saremmo limitati a negare l'esistenza di
tali entità e avremmo espunto dal nostro vocabolario scientifico i
termini che ad esse si riferiscono (per una ulteriore discussione di
questa concezione comunemente nota come materialismo elimi-
nazionista, si veda Bechtel, 1988a).
Il caso della psicologia e della neuroscienza appare, sotto un
aspetto cruciale, del tutto diverso dagli altri casi di eliminazione
precedentemente citati e diverso dai casi di rivoluzione scientifica.

118
In tutti questi casi la teoria che sostituiva era una teoria concer-
nente fenomeni posti allo stesso livello naturale dei fenomeni del-
la teoria che veniva sostituita; tuttavia le teorie della neuroscienza
si collocano a un livello diverso (si veda McCauley, 1986a). Se la
teoria psicologica contemporanea deve essere eliminata a favore di
una nuova teoria, appare molto più plausibile che la teoria in gra-
do di sostituirla dovrà essere posta al medesimo livello. Paul e Pa-
tricia Churchland, i quali, come abbiamo visto nel paragrafo pre-
cedente, hanno ripetutamente argomentato a favore della co-evo-
luzione delle teorie della psicologia e della neuroscienza, sosten-
gono anche una versione modificata della tesi della sostituzione;
cioè, mentre prefigurano un processo ca-evolutivo che avrà luogo
tra la scienza cognitiva e la neuroscienza, essi si aspettano anche
che gran parte della psicologia attuale, in particolare quella che
viene comunemente chiamata «psicologia ingenua» fjolk psycho-
logy], sarà semplicemente eliminata, sostituita da una nuova psi-
cologia cognitiva che è riducibile alla neuroscienza.
L'espressione «psicologia ingenua» si riferisce alla nostra ca-
ratterizzazione ordinaria delle persone in base a credenze, deside-
ri, speranze, dubbi, e così via. Nella vita di tutti i giorni usiamo
espressioni come «Catia dubita che Giacomo terminerà il dotto-
rato entro l'anno» non solo per descrivere lo stato mentale di una
persona, ma anche per spiegare e prevedere quale sarà la sua con-
dotta futura. Dunque è possibile spiegare in base alla convinzione
di Catia il fatto che non prenderà in considerazione Giacomo per
un incarico accademico. I Churchland sostengono che con tutta
probabilità questo tipo di discorso psicologico sarà sostituito da
una nuova forma di discorso psicologico, una forma più conforme
ai tipi di teorie che la neuroscienza sta sviluppando. Sebbene oggi
queste teorie non siano in grado di offrire esempi particolareggia-
ti di tale discorso, l'idea è che quest'ultimo ricorrerà a concetti re-
lativi all'elaborazione dell'informazione più in armonia con l'atti-
vità cerebrale rispetto a concetti come «credenza» e «desiderio».
L'argomento dei Churchland a favore dell'eliminazione della
psicologia ingenua ha due lati. In primo luogo, al fine di rendere
plausibile la sostituzione, essi cercano di determinare le somi-
glianze tra psicologia ingenua e altre teorie ingenue che sono sta-
te abbandonate dalla scienza. In secondo luogo, essi cercano di
mostrare perché il quadro di riferimento della psicologia ingenua

119
costituisca un fondamento dubbio per edificare una solida psico-
logia.
I Churchland devono prima mostrare che la psicologia ingenua
è effettivamente una teoria, dal momento che molte persone con-
siderano le descrizioni della psicologia ingenua, almeno le proprie,
come resoconti osservativi. L'affermazione «Credo che piove»
sembra una pura registrazione del mio stato attuale, non fondata
su una teoria. Tuttavia, sulla scia di Sellars (1963 ), i due studiosi
sostengono che la nostra caratterizzazione delle persone (tra cui
noi stessi) in base a credenze, desideri ecc. è in realtà basata su una
teoria (Churchland, 1979). Un modo di riconoscere il carattere
teorico di tali attribuzioni è quello di riconoscere l'interdipenden-
za delle varie attribuzioni. Quando noi attribuiamo una particola-
re credenza a noi stessi o ad altri, ci formiamo delle aspettative cir-
ca molte altre attribuzioni: se queste si rivelano false, possiamo ri-
trattare la nostra originaria attribuzione di credenza . .Un secondo
modo di riconoscere il carattere teorico delle attribuzioni ingenue
è fornito da recenti lavori di psicologia sociale che suggeriscono
che le persone spesso conversano sui propri stati mentali, attri-
buendosi ragioni per l'azione che possono rion essere le ragioni
che hanno per compiere quell'azione (Nisbett e Wilson, 1977).
Ciò induce a ipotizzare che, quantunque noi pensiamo di star sem-
plicemente riferendo i nostri stati interni, in realtà è possibile che
stiamo teorizzando su di essi.
Se la psicologia ingenua è una teoria, si pone la questione del-
la sua verità. A questo proposito i Churchland richiamano la no-
stra attenzione sul destino di altre teorie ingenue, come quelle del-
la fisica ingenua. Un tempo si riteneva che queste teorie fossero ve-
re, ma oggi sono rifiutate perché ritenute false. Una teoria di que-
sto tipo è la teoria del moto di Aristotele, che ancor oggi corri-
sponde alle intuizioni della maggior parte delle persone che non
hanno ricevuto un'istruzione specifica nel campo della fisica (per
una discussione di come a tutt'oggi molti studenti abbiano idee
che si accordano meglio con queste primitive spiegazioni scienti-
fiche che con la scienza contemporanea, si veda McCloskey, 1983).
Secondo la teoria aristotelica un oggetto continuerà a muoversi
soltanto finché continua a essere spinto. Benché si ammettesse il
fatto che alctJni oggetti continuassero a muoversi una volta cessa-
ta la spinta esterna (per esempio un~ palla continuerà a muoversi

120
nella direzione in cui è stata lanciata), si riteneva che ciò si verifi-
casse perché una certa forza, un impetus, veniva trasmessa all'og-
getto. Una volta estinta questa forza, l'oggetto avrebbe smesso di
muoversi nella direzione in cui era stato spinto. Dunque una pal-
la lanciata in aria si innalzerà fino a dove la porterà l' impetus e poi
ricadrà verso il basso. Benché l'idea di impetus svolgesse un ruolo
essenziale nella fisica aristotelica e conservi un posto nella fisica
ingenua sostenuta oggi da alcune persone, non esiste nulla di si-
mile. Un oggetto posto in movimento vi rimarrà a meno che non
venga sottoposto all'azione di un'altra forza. Nell'esempio prece-
dente le altre forze che agiscono su un proietto e arrestano il suo
volo sono la resistenza dell'aria e la gravità. Il fatto che il concetto
di impeto sia stato a lungo accettato e continui a essere accolto da
coloro che non h~nno ricevuto un'istruzione nella fisica moderna,
non rende vera la teoria di Aristotele. I Churchland sostengono
che, analogamente, il fatto che si siano a lungo accettati stati della
psicologia ingenua come le credenze e i desideri non la rende ve-
ra: quest'ultima può senz'altro fare la fine della fisica ingenua.
Il fatto che altre teorie ingenue si siano dimostrate erronee non
assicura di per sé che alla psicologia ingenua toccherà una sorte
analoga, dal momento che potrebbe essere I' eccezione che confer-
ma la regola. Tuttavia i Churchland sostengono che la psicologia
ingenua è inficiata da gravi difetti che conducono all'esigenza di
eliminarla. Il principale difetto riguarda il ruolo che la psicologia
ingenua assegna a enunciati o proposizioni. La rappresentazione
canonica di credenze, desideri, timori ecc. prevede che essi verta-
. no su enunciati o proposizioni che esprimono il loro contenuto.
Dunque si può avere l'atteggiamento proposizionale di credere
che Roma è nel Lazio e l'enunciato «Roma è nel Lazio» specifica
il contenuto della credenza. Inoltre il ruolo degli enunciati nella
psicologia ingenua non è casuale: noi confrontiamo gli stati psico-
logici di individui differenti esaminando se questi credono lo stes-
so enunciato o proposizione. Ancora, noi rappresentiamo il ragio-
namento delle persone in base alle inferenze logiche che esse com-
piono sugli enunciati che specificano il contenuto ·dei loro stati
mentali.
I Churchland sostengono che il ruolo svolto da enunciati o pro-
posizioni all'interno della psicologia ingenua è assai problematico,
specialmente quando si consideri coine il cervello esegue le ape-

121
razioni cognitive. Non sembra esservi nulla di simile nel quadro di
riferimento della neuroscienza. Inoltre lassunto secondo cui la co-
gnizione implica inferenze logiche eseguite su enunciati crea un di-
lemma: gli organismi che non usano il linguaggio o gli infanti nel-
lo stadio prelinguistico rappresentano in forma enunciativa i con-
tenuti dei loro stati mentali? Non sembra accettabile né una ri-
sposta positiva né una negativa. Se gli enunciati sono usati dagli
utenti del linguaggio ma non dagli infanti né dai membri di altre
specie che non si servono del linguaggio, abbiamo introdotto una
soluzione di continuità nei processi dell'evoluzione e dello svilup-
po e non possiamo considerare la cognizione umana uno sviluppo
da precedenti forme cognitive. Se si ritiene che gli organismi che
non usano il linguaggio o gli infanti facciano uso di enunciati (ma-
gari in un linguaggio del pensiero come quello proposto da Fodor,
1975), è del tutto misterioso come essi abbiano acquisito il loro lin-
guaggio (Churchland, 1980) 8 • Data questa e altre difficoltà, i
Churchland sostengono che è probabile che la psicologia ingenua
(e qualsiasi psicologia dell'elaborazione dell'informazione costrui-
ta sulla falsariga di essa) si riveli erronea e destinata alla sostitu-
zione. Avendo fatto ricorso alla neuroscienza per ripudiare la psi-
cologia ingenua, non è sorprendente che essi ricorrano ad essa an-
che per trovare una guida per elaborare una nuova psicologia:

Questo approccio «dal basso verso l'alto» [bottom-up] [che deriva la


psicologia dalla neuroscienza] non è l'unico approccio che potremmo se-
guire, ma vanta un certo numero di vantaggi: è fortemente empirico; non
è vincolato dai preconcetti della psicologia ingenua; ha la capacità di im-
porci sorprese; consente un confronto non comportamentale delle diffe-
renze cognitive tra specie diverse; gode di dirette connessioni con l' eto-
logia evolutiva; e almeno in linea di prindpio può rivelare l' organizzazio-
ne funzionale di cui siamo alla ricerca (Churchland e Churchland, 1981,
p. 143).

La concezione secondo la quale la neuroscienza guiderà lo svi-


luppo di una nuova psicologia è apparsa a molti implausibile. In
effetti i Churchland ammettono, come abbiamo visto nel prece-
dente paragrafo, che la psicologia, perfino una psicologia erronea,
è necessaria per fornire le descrizioni comportamentali di quello
che le teorie della neuroscienza dovrebbero spiegare. La loro opi-
nione è semplicemente che la neuroscienza mostrerà un modo per

122
soppiantare la psicologia attuale. Tuttavia molti filosofi dubitano
che la neuroscienza possa mai costringerci ad abbandonare le ca-
tegorie della psicologia ingenua. Le nostre nozioni psicologiche
basilari sono profondamente radicate non solo nell'uso ordinario,
ma nei quadri teorici delle scienze sociali. Inoltre esse compaiono
direttamente nei nostri tentativi di fornire norme per la ricerca
scientifica (si veda Horgan, 1987; McCauley, 1987a; Putnam,
1983 ). Molti scorgono anche un'altra importante differenza tra lo
status della psicologia ingenua e quello della fisica ingenua. La fi-
sica ingenua non ci permette di comprendere loggetto della mec-
canica; essa è semplicemente un tentativo di spiegare fenomeni
meccanici, oggi fallito. I concetti della psicologia ingenua, d'altro
canto, sembrano caratterizzare in modo cruciale la natura della co-
gnizione: senza di essi non sapremmo nemmeno che cos'è che la
scienza cognitiva deve spiegare.
Vi è un'importante distinzione che può forse chiarire questo
problema. Benché sia vero che gli idiomi della psicologia ingenua
sono stati importanti per lo sviluppo delle teorie della moderna
psicologia cognitiva (si vedano Dennett, 1981; Palmer e Kimchi,
1986), le descrizioni della psicologia ingenua sono impiegate più
comunemente per descrivere le persone, non le loro operazioni in-
terne. Come sono usate nelle scienze sociali le teorie ingenue non
sono necessariamente concepite come teorie dell'elaborazione in-
terna, bensì come descrizioni di ciò che cert~ sistemi sanno sul lo-
ro ambiente e di come questi sistemi sono pronti a comportarsi in
esso. Questo ruolo può continuare a essere importante anche se la
psicologia dovesse scoprire che le attività di elaborazione interna
non sono descritte adeguatamente in termini di elaborazione di
enunciati e dunque ripudiasse le teorie cognitive che hanno im-
piegato strumenti esplicativi ereditati dalla psicologia ingenua (Be-
chtel, 1985a, 1988b).
Se la psicologia ingenua sopravviverà o sarà rimpiazzata sulla
scorta di nuove ricerche è una questione sulla quale è lecito soltan-
to congetturare. Sebbene alcuni studiosi ritengano che l'uomo non
possa cavarsela senza la psicologia ingenua, i Churchland ci ram-
mentano che le teorie ingenue mutano e quadri di riferimento che
in un'epoca apparivano naturali, in un'altra sono stati giudicati
completamente sbagliati; non si può dunque escludere la possibi-
lità di revisioni drastiche anche della psicologia (ingenua e scienti-
fica) attuale. Tuttavia lammissione della corteggibilità della teoria

123
psicologica non conduce di per sé alla posizione dei Churchland: si
può infatti discutere quali sono i criteri che devono guidare la revi-
sione della psicologia contemporanea. I Churchland hanno come
punto di riferimento la neuroscienza, ma altri potrebbero sostene-
re ragionevolmente che la neuroscienza dovrebbe essere recettiva
nei confronti della teoria psicologica e orientarsi in base alla strut-
tura generale di quest'ultima (McCauley, 1986a).
La preoccupazione per l'eliminazione è un sottoprodotto del
tentativo di comprendere le implicazioni della riduzione per la psi-
cologia. Questo problema aggiunge alla discussione della riduzio-
ne teorica la prospettiva di sbarazzarsi di teorie che non si confor-
mano al programma riduzionista (come teoria ridotta o riducen-
te). Ciò può essere inevitabile se si sostiene fermamente l'impiego
della riduzione teorica per mettere in relazione la scienza cogniti-
va e la neuroscienza; senza dubbio coloro che si oppongono al pro-
gramma di ridurre la psicologia alla neuroscienza (o coloro che co-
me Fodor affermano un'autonomia di principio della psicologia, o
coloro che rifiutano la tesi che il modello della riduzione teorica
sia idoneo a promuovere l'integrazione interdisciplinare) non han-
no bisogno di eliminare la teoria di una certa disciplina nel caso in
cui la riduzione si dimostri impossibile.

Implicazioni del modello della riduzione teorica per la connessione


tra la psicologia e la neuroscienza

In questo capitolo si è esaminato il modello della riduzione teo-


rica come dispositivo per collegare discipline scientifiche e il mo-
do in cui esso tratta la relazione tra scienza cognitiva e neuro-
scienza. Nel secondo paragrafo si è mostrato che il modello è par-
te integrante dell'eredità del neopositivismo logico. A chi ritenga
che esso sia in grado di caratterizzare le relazioni tra discipline si
rendono disponibili due opzioni fondamentali: si può sostenere
che il modello non si applica e non dovrebbe applicarsi alle rela-
zioni tra psicologia cognitiva e neuroscienza, e affermare quindi
che in linea di principio la psicologia (e in generale la scienza co-
gnitiva) dovrebbe essere autonoma dalla neuroscienza; oppure si
può affermare che il modello dovrebbe applicarsi alle relazioni tra
psicologia cognitiva e neuroscienza e sostenere che se non si ap-

124
plica, offre almeno uno scopo a cui le discipline dovrebbero ten-
dere attraverso un programma di ricerca co-evolutivo. Queste op-
zioni sono state esaminate nel terzo e nel quarto paragrafo. Infine
ho discusso quello che accade se si accetta il modello della ridu-
zione teorica e si constata che le teorie attuali non sono riducibili.
In questo caso l'unica opzione che si ha è quella di eliminare una
delle teorie attuali in favore di una teoria sostitutiva riducibile. Co-
me ho mostrato nell'ultimo paragrafo, coloro che adottano questa
opzione di norma propugnano l'eliminazione delle teorie della
psicologia ingenua e la creazione di nuove teorie psicologiche ri-
ducibili alle teorie della neuroscienza.
Un assunto fondamentale del modello della riduzione teorica è
che a ogni livello della scienza le teorie sono impiegate essenzial-
mente per lo stesso scopo - spiegare e prevedere gli eventi della
natura - e perciò dovrebbe essere possibile porle a confronto fra
loro. I sostenitori dell'autonomia della psicologia sostengono che
i tipi di previsioni e di spiegazioni a cui è interessata la psicologia
possono essere diversi da quelli della neuroscienza. Tuttavia la te-
si dell'autonomia comporta che la psicologia e la neuroscienza so-
no incapaci di informarsi l'un l'altra. Il problema è che, quando
l'unico strumento per attuare l'integrazione interdisciplinare è il
modello della riduzione teorica, è difficile capire come possano
esistere discipline differenti che, pur avendo obiettivi diversi, pro-
muovono l'una gli obiettivi dell'altra. Questo modello ritiene che
tutte le teorie siano interessate esclusivamente alla spiegazione e
alla previsione dei fenomeni naturali e concepisce le teorie di li-
vello superiore come applicazioni speciali di teorie di lìvello infe-
riore più fondamentali. Nel prossimo capitolo prenderò in consi-
derazione un modello alternativo di integrazione interdisciplinare
che può offrire un margine più ampio al riconoscimento di diffe-
renti obiettivi esplicativi e predittivi di discipline differenti, con-
sentendo tuttavia ai ricercatori di ciascuna disciplina di trarre pro-
fitto dai contributi di altre discipline. .

Note

1 L'esposizione classica del processo di riduzione teorica per derivazione si .

trova in Nagel, 1961. Per la presente discussione ho attinto a piene mani dall'e-
sposizione offerta da Causey (1977), che sotto molti punti di vista rappresenta lo

125
sviluppo più dettagliato del modello della riduzione teorica tradizionale. Per
un'alternativa, si veda Schaffner, 1967.
· 2 Fodor ammette che se lo stato neurofisiologico avesse lo stesso tipo di strut-
tura interna della rappresentazione, questa perdita di informazione non si verifi-
cherebbe. Ma, a suo parere, l'esigenza di identificare tale struttura a livello neu-
rale impone una condizione ulteriore alla riduzione della scienza cognitiva alla
neuroscienza, che distinguerebbe questo da altri casi di riduzione scientifica: nor-
malm.ente la teoria di livello inferiore viene sviluppata senza riferimento a consi-
derazioni di livello superiore e quindi viene sviluppata la derivazione logica. Nel
successivo paragrafo avanzerò dei dubbi su questa tesi.
3 Il fatto che lo stesso stato di livello inferiore potrebbe realizzare differenti
stati di livello superiore secondo Richardson non ostacola la riduzione teorica. Il
riduzionista non sostiene che i processi di livello inferiore identificati isolatamen-
te realizzino sempre le stesse proprietà di livello superiore, ma solo quando essi
sono inseriti nello stesso contesto. I critici della riduzione (Putnam, 1978) sosten-
gono che nella pratica non si può ricorrere all'intero contesto in modo da per-
mettere la riduzione. Sebbene ciò possa portare a svalutare l'utilità della riduzio-
ne teorica in quanto strategia generale per integrare il lavoro in discipline diffe-
renti, Richardson sostiene che non dimostra l'obiezione di principio fatta da Put-
nam e Fodor contro la riduzione.
4 Hooker (1981, p. 49) offre un altro esempio in cui il tentativo di sviluppare

la riduzione servì a guidare lo sviluppo delle teorie ad entrambi i livelli implicati:


«In primo luogo, lo sviluppo matematico della meccanica statistica è stato forte-
mente influenzato proprio dal tentativo di costruire una base per le corrispondenti
proprietà e leggi della termodinamica. Per esempio furono le discrepanze tra l' en-
tropia di Boltzmann e l'entropia termodinamica che portarono allo sviluppo del-
le entropie di Gibbs, e fu il tentativo di far corrispondere quantità statistiche me-
die a valori di equilibrio termodinamico che condusse allo sviluppo della teoria
ergodica. Viceversa, tuttavia, la termodinamica è sottoposta essa stessa a un pro-
cesso di arricchimento attraverso la 'retro' introduzione in essa di costrutti della
meccanica statistica, per esempio le varie entropie possono essere 'retro' intro-
dotte nella termodinamica, dal momento che le differenze tra di esse costituisco-
no una base per la soluzione del paradosso di Gibbs».
5 A giudizio della Churchland (1986), «I cervelli sono gli elaboratori di infor-
mazioni di gran lunga più sofisticati accessibili allo studio. In materia di adattabi-
lità, plasticità, adeguatezza della risposta, controllo motorio, e via dicendo, non è .
mai stato approntato alcun programma che si approssimi a fare quello che riesco-
no a fare i cervelli (neanche quello che riescono a fare i modesti cervelli dei topi).
Se riusciamo a capire come i cervelli fanno qualcosa, possiamo capire come far si-
mulare a un computer come i cervelli fanno quel qualcosa» (p. 362).
6 Per il concetto di impetus, si veda il Glossario a cura di L. Sosio contenuto
in Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, Einaudi, Torino
1970, p. 568 [N.d. T.].
7 Analisi particolareggiate di questi casi rivelano alcune differenze. In alcuni
casi sembra possibile mostrare connessioni tra la vecchia teoria e la teoria che la
sostituisce. Per esempio Tycho Brahe fu in grado di mostrare modi in base ai qua-
li era possibile applicare l'astronomia copernicana sull'astronomia tolemaica e fe-
ce ricorso a questo resoconto per mostrare perché l'astronomia tolemaica sem-
brava fornire un buon resoconto del movimento osservato dei pianeti anche se le

126
sue tesi teoriche non erano considerate vere. Talvolta è possibile rendere mate-
maticamente precise le relazioni. Per esempio si può dimostrare che la fisica new-
toniana è un caso limite dclla fisica relativistica di Einstein in svariate situazioni.
In situazioni di bassa velocità i risultati einsteiniani si approssimano fortemente ai
risultati newtoniani. Similmente, se si assume una velocità massimale infinita, le
equazioni einsteiniane danno luogo a quelle newtoniane. Tuttavia, anche se si pos-
sono istituire questi confronti, rimane il fatto che in questi casi la nuova teoria è
incoerente con la vecchia e la sostituisce.
8 Per .una discussione più approfondita di questo problema, si veda Bechtel,

1988a, cap. 4.
Capitolo sesto
UN MODELLO ALTERNATIVO
PER L'INTEGRAZIONE DELLE DISCIPLINE

Introduzione: l'aspirazione a un modello alternativo

Nell'ultimo capitolo si è presentato il modello della riduzione


teorica come uno strumento per istituire nessi interdisciplinari e
sono state prese in esame varie opinioni riguardo la possibilità di
avvalersene per collegare la scienza cognitiva e la neuroscienza.
Tuttavia, come ho osservato al principio del capitolo precedente,
vi è una insoddisfazione crescente nei confronti di tale modello e
nel paragrafo che segue prenderò in esame alcune delle obiezioni
che gli sono state mosse. Nel resto del capitolo esaminerò un mo-
dello altern.ativo, che ci consentirà di sondare non solo le relazio-
ni fra la scienza cognitiva e la neuroscienza, ma anche le relazioni
interdisciplinari esistenti all'interno della scienza cognitiva.

Di/etti del modello della riduzione teorica

Molt_e delle critiche rivolte al modello della riduzione teorica si


appuntano sulla richiesta che le leggi della teoria ridotta siano de-
rivabili dalle leggi della teoria riducente. Una simile derivazione
potrebbe risultare inattuabile perfino nel caso in cui si avessero a
disposizione teorie pienamente sviluppate sia al livello inferiore sia
a quello superiore: potrebbe darsi che le informazioni incluse nel-
le leggi di livello inferiore siano insufficienti per derivare le leggi
di livello superiore. Secondo la teoria di Causey (1977) le leggi di
livello inferiore comprenderanno quelle informazioni sulle com-
ponenti delle entità di livello superiore che possono essere appre-
se studiando tali componenti in isolamento 1• Le leggi di livello su-

129
periore caratterizzeranno il modo in cui queste parti si comporta-
no quando vengono inserite in strutture di livello superiore. Il
compito della riduzione sarà quello di derivare asserti concernen-
ti il modo in cui queste entità si comporteranno una volta divenu-
te parti di strutture di livello superiore a partire da ciò che si sa sul
modo in cui si comportano quando sono in condizione di indi-
pendenza e da ciò che si sa sul modo in cui vengono combinate in
strutture di livello superiore.
Non è sempre vero che le proprietà scoperte studiando in iso-
lamento le entità di livello inferiore siano quelle essenziali per spie-
gare la loro prestazione in un sistema complesso. Studiando per
esempio un transistor tolto da una radio potremmo non prestare
attenzione alle proprietà che lo mettono in grado di svolgere la sua
funzione all'interno della radio. In modo analogo, sebbene studia-
re in isolamento le proprietà degli amminoacidi possa rivelare le
loro proprietà di legame primarie, potrebbe non rivelarci le pro-
prietà di legame che danno origine alle strutture secondaria e ter-
ziaria quando gli amminoacidi sono incorporati in molecole pro-
teiche. È possibile che si crei una situazione analoga nel caso del-
le strutture neurali: i ricercatori possono rendersi conto delle pro-
prietà dei sistemi neurali che consentono loro di eseguire compiti
cognitivi soltanto quando studiano tali sistemi mentre questi sono
impegnati iri autentiche operazioni cognitive, non quando li stu-
diano in isolamento. Oltretutto non si tratta di una semplice
preoccupazione ipotetica visto che spesso i ricercatori, dopo aver
suddiviso un sistema e studiato le sue parti isolatamente, si sono
resi conto alla fine di non essere riusciti a identificare quelle pro-
prietà delle componenti che consentono loro di svolgere il proprio
ruolo nel sistema normale.
Un modo in cui i ricercatori possono aggirare questa difficoltà
è quello di sviluppare la teoria di livello inferiore per includervi
quelle proprietà che le entità rivelano quando vengono incorpora-
te in strutture di livello superiore. Ciò pone il problema di stabili-
re in che misura ci dovrebbe essere permesso di modificare la teo-
ria di livello inferiore per agevolare la derivazione da essa della teo-
ria di livello superiore. Causey è riluttante ad ammettere margini
di modifica poiché una revisione senza vincoli della teoria di livel-
lo inferiore potrebbe banalizzare il problema della riduzione: ci si
potrebbe limitare a inglobare nella teoria di livello inferiore, in

130
qualità di leggi addizionali, tutte le informazioni acquisite nella
teoria di livello superiore.
Inoltre la modificazione delle leggi di livello inferiore per age-
volare la riduzione potrebbe essere inutile al fine dell'unificazione
della scienza, uno degli obiettivi principali del modello della ridu-
zione teorica. Se le leggi che vanno aggiunte alla scienza di livello
inferiore per consentire la derivazione di leggi di livello superiore
non si integrano bene con quelle già formulate al livello inferiore,
non si giunge ad alcuna unificazione. Per esempio, se le proprietà
che consentono agli amminoacidi di formare le strutture seconda-
ria e terziaria sono differenti da quelle che inducono i legami pri-
mari, ci troviamo ad avere due descrizioni di livello inferiore inve-
ce di una sola. Tuttavia Causey non ha da proporre criteri specifi-
ci in base ai quali limitare le modifiche accettabili (per teorie del-
la riduzione di gran lunga più permissive nei confronti di modifi-
che delle teorie di livello inferiore volte ad adeguarle ai fenomeni
di livello superiore, si vedano Hooker, 1981eChurchland,1986).
Considerare il modello della riduzione teorica come strumen-
to per unificare la scienza pone anche un altro problema. Nume-
rosi studiosi hanno sostenuto che sistemi dal comportamento si-
mile possono avere una composizione interna molto diversa (si ve-
da quanto detto a proposito di Fodor nel capitolo precedente), ma
il modello della riduzione teorica ci richiede di trattare questi casi
separatamente. Se due sistemi di memorizzazione fossero organiz-
zati allo stesso modo ma uno fosse fatto di silicio e l'altro di neu-
roni, dovremmo ridurre i principi di livello superiore della memo-
ria a due differenti descrizioni di livello inferiore, una relativa ai si-
stemi di silicio e una concernente i sistemi neurali. Questa strate-
gia non consente di unificare la scienza ma, al contrario, la fram-
.menta, poiché ci porta ad avere leggi differenti laddove, prima del-
la riduzione, si potevano trattare i singoli casi in accordo con una
comune legge di livello superiore. Pylyshyn (1984) si avvale di que-
sto argomento per criticare la riduzione dei principi della psicolo-
gia alla neuroscienza: egli sostiene infatti che i principi della psi-
cologia ci consentono di giungere a delle generalizzazioni (per
esempio alla previsione che la gente risponde al telefono se lo sen-
te suonare) che andrebbero perdute e sostituite da una miriade di
principi differenti se ci ostinassimo a distinguere i singoli casi sul-
la base del processo neurale che soggiace a ognuno di essi.

131
Finora si è messa in discussione la tesi secondo cui la riduzio-
ne teorica unificherebbe la scienza ma, posto anche che riuscisse
in tale intento, permarrebbe il problema di stabilire se la scienza
unificata sia un obiettivo importante da perseguire. Come ho os-
servato nel precedente capitolo, i fautori della riduzione teorica
pongono in rilievo due suoi presunti benefici: per prima cosa la
semplificazione e l'unificazione ontologica; in secondo luogo un
accresciuto potere esplicativo. La semplificazione e l'unificazione
ontologica derivano dal fatto che gli scienziati alle prese con un
campo sottoposto a riduzione teorica non dovranno preoccuparsi
dello statuto delle entità descritte dalle loro leggi; tuttavia rara-
mente simili preoccupazioni ontologiche sembrano avere. grande
peso nella prassi scientifica. La maggior parte degli scienziati pa-
re, anzi, contentarsi della massima di Quine secondo la quale ciò
di cui supponiamo lesistenza sono i valori delle nostre variabili
vincolate: gli oggetti a cui si fa riferimento nelle nostre teorie. Vi
sono momenti in cui la rilevazione di nessi ontologici fornisce un
contributo al lavoro dello scienziato. Per esempio la scoperta che
i geni sono porzioni di cromosoma consentì ai ricercatori di inda-
gare e di identificare con maggiore precisione la natura dei geni.
Allo stesso modo, lapprendere il modo in cui il cervello pone in
atto i processi cognitivi potrebbe accrescere la nostra compren-
sione di questi ultimi. Questi benefici, però, non sono legati alla
semplicità ontologica e, come argomenterò in seguito, si possono
acquisire senza ricorrere al modello della riduzione teorica.
L'altro scopo dei programmi di ricerca riduzionisti (guadagna-
re potere esplicativo) apparirà significativo se si accetta la conce-
zione secondo cui la spiegazione scientifica consiste nel derivare
un asserto che descrive I'explanandum da altri asserti. Come si è
osservato nel terzo capitolo, tuttavia, in anni recenti ladeguatezza
del modello nomologico-deduttivo della spiegazione ~ stata seria-
mente impugnata. Inoltre gli scienziati sviluppano spesso spiega-
zioni dei fenomeni che appaiono perfettamente adeguate ferman-
dosi a un solo livello e ricostruendo i processi causali che operano
a tale livello: non sempre la riduzione appare necessaria. Questo
non vuol dire che talvolta non vi siano buone ragioni per traspor-
re la spiegazione a un altro livello della natura. Richardson (1980a)
sostiene che uno dei più importanti contributi di Dennett è stato
quello di mostrare che spesso gli scienziati si volgono ad altri livelli

132
quando un sistema che stanno studiando non si comporta nel mo-
do previsto dai principi che essi ritenevano si applicàssero al siste-
ma. Tali deviazioni impongono una spiegazione che talvolta può
essere trovata passando a un altro livello. In altri casi sarà la pura
curiosità a spingere gli scienziati a indagare sul modo in cui la co-
. stituzione di un sistema fa sì che esso si comporti in un determi-
nato modo. Tuttavia, come vedremo anche in seguito, è possibile
raggiungere questi obiettivi esplicativi senza ricorrere al modello
della riduzione teorica.
Dopo aver preso atto di queste limitazioni del modello della ri-
duzione teorica in quanto fattore in grado di correlare il lavoro
svolto in differenti discipline, è giunto il momento di vedere se è
disponibile un' altemativa2 •

La concezione delle teorie intercampo di Darden e Maull

Una delle alternative più chiare al modello della riduzione teo-


rica è il concetto di teoria intercampo proposta da Darden e Maull
(1977; si veda anche Maull, 1977). Le teorie intercampo non cer-
cano di derivare una teoria dall'altra, ma tentano di individuare le
relazioni tra i fenomeni studiati da due differenti campi di ricerca.
L'interesse di Darden e Maull per i campi di ricerca è frutto di un
distacco dalla concezione neopositivista della scienza secondo la
quale lo scienziato si limita a giustificare le teorie e a connetterle
logicamente fra loro. La nozione di campo mette nella giusta luce
il ruolo svolto dai problemi e dalle tecniche di soluzione dei pro-
blemi nell'ambito delle ricerche scientifiche. Darden e Maull
(1977) definiscono un campo come:

un'area della scienza costituita dai seguenti elementi: un problema cen-


trale, un dominio composto da elementi che si assume siano fatti correla-
ti al problema, fattori e scopi esplicativi generali che producono aspetta-
tive riguardo al modo in cui si dovrebbe risolvere il problema, tecniche,
metodi e, talvolta ma non sempre, concetti, leggi e teorie che sono corre-
lati al problema e tentano di raggiungere gli scopi esplicativi (p. 44).

Per Darden e Maull l'esigenza di sviluppare. una teoria inter-


campo nasce nel momento in cui i ricercatori si rendono conto che

133
i fenomeni per cui nutrono interesse sono connessi ai fenomeni
studiati da altre discipline e che per rispondere ai problemi da es-
si posti è necessario tracciare le necessarie connessioni tra i feno-
meni. Dato che lo scopo di una teoria intercampo è semplicemen~
te quello di individuare tali relazioni, non vi è alcun bisogno di de-
rivare una teoria di uno dei due campi da una teoria dell'altro; il
che rappresenta una considerevole frattura con il modello della ri-
duzione teorica.
Una teoria intercampo potrebbe individuare svariate relazioni
tra fenomeni che sono oggetto di ricerca in campi differenti. Per
esempio potrebbe individuare in un campo la localizzazione fisica
di un'entità o di un processo che viene indagato in un al~ro cam-
po, portando spesso alla luce una relazione parte/tutto tra le en-
tità studiate nei due campi; può inoltre stabilire un'identità tra
un'entità caratterizzata fisicamente in un campo e un'entità carat-
terizzata funzionalmente in un altro, o può individuare in un cam-
po la causa di un effetto constatato in un altro. Darden e Maull il-
lustrano l'idea di teoria intercampo con vari esempi, uno dei qua-
li è stato presentato nel capitolo precedente dal punto di vista del
modello della riduzione teorica, ed è utile constatare come sia dif-
ferente la prospettiva che emerge se lo si esamina come un caso di
elaborazione di una teoria intercampo. La teoria cromosomica del-
1'eredità mendeliana stabilì dei nessi tra fenomeni citologici e fe-
nomeni genetici. Nel 1903 i genetisti avevano ormai riconosciuto
i fattori mendeliani come le unità di base dell'ereditarietà, ma non
avevano individuato la loro localizzazione fisica. I citologi aveva-
. no scoperto in maniera del tutto indipendente l'esistenza dei cro-
mosomi e avevano attribuito loro un influsso sulle funzioni eredi-
tarie, ma non erano in grado di spiegare in che modo svolgessero
tale ruolo. Fu in questo contesto che Baveri (1903) e Sutton (1903)
ipotizzarono che i fattori mendeliani fossero localizzati sui o nei
cromosomi. Tale ipotesi non venne avanzata per giungere a una
semplificazione ontologica: si trattava di una tesi empirica concer-
nente le. modalità di relazione tra due tipi di fenomeni. Partendo
dal presupposto che la relazione esistesse realmente, i ricercatori
fecero nuove previsioni e furono in grado di svolgere nuovi tipi di
indagine sia sui fattori mendeliani sia sui cromosomi. L'identifica-
zione dei fattori mendeliani con i cromosomi fornl il fondamento
del programma della genetica classica della scuola di Morgan, che

134
sviluppò una mappa dettagliata della collocazione dei geni sui cro-
mosomi e fornì una spiegazione del motivo per il quale alcuni ge-
ni paiono concatenati mentre altri si assortiscono indipendente-
mente (per un altro caso in cui si ebbe una simile convergenza fra
tre campi, si veda Darden, 1986).
Nei casi presi in esame da Darden e Maull in un campo vi era-
no chiari problemi la cui soluzion~ necessitava delle risorse di un
altro campo. In altre occasioni il collegamento tra i fenomeni di
domini di campi differenti venne invece scoperto fortuitamente:
come quando si scoprì che diverse vitamine B costituiscono il so-
strato a partire dal quale vengono sintetizzati vari coenzimi della
respirazione. Questo nesso non era evidente né ai ricercatori nel
campo dell'alimentazione né agli studiosi del metabolismo, dal
momento che entrambi consideravano il cibo come materiale da
consumare per produrre energia; esso venne stabilito solo dopo
che i ricercatori di ciascun campo ebbero riconcettualizzato i fe-
nomeni che stavano studiando. Una volta istituito, tuttavia, tale
nesso fornì un utile orientamento per nuove ricerche dato che i ri-
cercatori potevano ora usare quanto era noto sulla vitamina B per
confermare le proprie ricerche sul metabolismo intermedio, e vi-
ceversa (si veda Bechtel, 1984).
La nozione di teoria intercampo sviluppata da Darden e Maull
presenta due caratteristiche· particolarmente degne di nota. Per
questi due autori le teorie intercampo si evolvono per perseguire
gli effettivi fini esplicativi degli scienziati; in particolare esse ven-
gono sviluppate e accettate perché facilitano ricerche prima im-
possibili. Pertanto, a differenza del modello della riduzione teori-
ca che rappresenta un modello filosofico astratto, la descrizione
delle teorie intercampo viene elaborata appositamente per rap-
presentare teorie concretamente formulate dagli scienziati e in tal
modo può offrire uno strumento più efficace per comprendere la
ricerca interdisciplinare. Un'altra caratteristica peculiare delle teo-
rie intercampo è che di norma finiscono per dar luogo a una teo-
ria in grado di gettare un ponte tra due campi, non a due teorie
connesse da una relazione di derivazione. Ciò riflette il fatto che
comunemente i ricercatori sono interessati non a mostrare in qua-
le modo si possa derivare una teoria da un'altra, ma solo alle con-
nessioni tra i fenomeni nei due campi.
Come ho osservato nel capitolo precedente, il sistema di riferi-

135
mento della riduzione teorica doveva dar conto di relazioni tra li-
velli della natura. Nel caso delle teorie intercampo, pur non es-
sendo un fatto necessario, è certamente possibile che si interse-
chino diversi livelli. Tuttavia il fine di sviluppare una teoria inter-
campo che connetta fenomeni appartenenti a differenti livelli del-
la natura non è quello di fornire un resoconto completo dei feno-
meni appartenenti a un livello nei termini di processi appartenen-
ti a un livello inferiore, bensì quello di rispondere a domande alle
quali non si può rispondere rimanendo al livello di partenza. Mol-
te domande hanno risposte formulate in base ai processi causali in
atto al livello di partenza e non richiedono il ricorso ad altri livel-
li; ma alcune domande ci costringono a passare ad altri livelli. Non
sempre si tratterà di un ricorso a un livello inferiore: ad esempio,
se si vuole spiegare per quale motivo i miei geni hanno una certa
collocazione nel mondo bisogna prendere in considerazione ca-
ratteristiche delle persone e il modo in cui i geni migrano in quan-
to parte di sistemi sociali, non solo di processi di sintesi e duplica-
zione del DNA. In questo caso facciamo riferimento a processi di
livello superiore per spiegare il destino di entità di livello inferio-
re (Campbell, 1974b definisce tale fenomeno «causazione verso il
basso»).
Una delle circostanze in cui è importante far riferimento a pro-
cessi di livello superiore è quando ci si trova a dover spiegare fe-
nomeni che sono orientati a uno scopo. Si usa spesso laggettivo te-
leologico per designare tali fenomeni, ma la teleologia ha goduto di
una cattiva reputazione durante gli ultimi tre secoli, nel corso dei
quali è stata in auge la spiegazione meccanicistica. Indicare lo sco-
po di qualcosa sembra in conflitto con le aspirazioni della scienza
meccanicistica poiché quest'ultima: cerca di spiegare i fenomeni
non facendo riferimento· a qualcosa di proiettato nel futuro come
gli scopi, ma sulla base di eventi passati. Tuttavia sembra pratica-
mente impossibile descrivere fenomeni biologici e psicologici sen-
za ricorrere alla terminologia degli scopi o delle funzioni. Per
esempio sembra importahte individuare lo scopo o la funzione del
fegato nella produzione di glucosio utilizzabile dall'organismo.
Il modo di trattare i fenomeni teleologici all'interno di una
scienza meccanicistica esiste, ma richiede di ammettere lesistenza
di processi appartenenti a livelli differenti di organizzazione della
natura e di individuare le relazioni appropriate tra di essi. È spes-

136
so possibile mostrare come dispositivi finalizzati siano il frutto di
processi di selezione: il dispositivo finalizzato si trova in un certo
organismo perché.la sua presenza all'interno di un organismo pre-
cursore ha favorito la sopravvivenza di quest'ultimo (Wimsatt,
1972; Wright, 1976). Quello che conta in questo caso è che la se-
lezione operi a un livello più alto di quello del dispositivo finaliz-
zato: la selezione, per fare un esempio, privilegia l'organismo che
possiede il fegato. Machamer (1977) riconosce che questa relazio-
ne interlivello che dà origine a formulazioni teleologiche pone in
relazione differenti livelli in maniera molto diversa dalla riduzione
teorica. Nello spiegare fenomeni teleologici non si deriva una de-
scrizione di quanto accade a uno dei livelli dall'analisi di un altro
livello, ma si mostra come i fenomeni di un livello rientrino in, e
siano influenzati dai, processi di un livello superiore. In tal modo
si possono spiegare i fenomeni teleologici tramite una teoria inter-
campo la quale mostra in che modo un fenomeno di un livello sia
situato in un contesto di livello superiore e sia presente in virtù del
contributo che apporta in tale contesto (si veda Bechtel, 1985b).
Tra i vari possibili modi di interpretare le tesi avanzate a favo-
re di un approccio ecologico alla psicologia (Gibson, 1979; Neis-
ser, 1975) vi è quello di concepirle come un invito a riconoscere
come le stesse capacità cognitive siano adattamenti degli organi-
smi che soddisfano i bisogni di questi ultimi. Si può interpretare
un approccio ecologico come una strategia elaborata per esamina-
re l'attività psicologica nel contesto dell'organismo e delle forze di
selezione che operano su di esso. Un approccio ecologico dovreb-
be pertanto richiedere lo sviluppo di teorie intercampo in grado di
collegare le ricerche sull'elaborazione psicologica con le descri-
zioni ecologiche del modo in cui gli organismi si sono adattati per
sopravvivere in determinati ambienti?.
Appurato che talvolta la teorizzazione intercampo può richie-
dere che i ricercatori integrino le loro teorie con quelle di livello
superiore, il resto del capitolo si incentrerà sul modo in cui il mo-
dello delle teorie intercampo dà conto delle relazioni tra scienza
cognitiva e neuroscienza, nonché delle relazioni tra discipline ap-
partenenti alla stessa scienza cognitiva.

137
Teorie intercampo tra la scienza cognitiva e la neuroscienza

Se al modello della riduzione teorica si sostituisce quello delle


teorie intercampo, la relazione tra scienza cognitiva e neuroscienza
appare sotto una luce molto diversa. Possiamo concepire tale rela-
zione come parte di un tentativo di sviluppare un particolare tipo
di teoriaintercampo, unaspiegazùJne meccanicistica: l'ultimo di una
lunga serie di tentativlCli comprerrdere-iHenem~n.o..della.<;0gi:iizio-
-"-ne-mosit'aiìoo-coiiiè'ei;'soi'appresehti"il'l'lrtJdotte-àir"t1n.particolare
~'iipcf'dtmaéchiiia. 'Nél'còfso''dèlla's'fòfìa''lè"Va:tie-"coneezioni della
~enteéomèmàcchina proposte dai ricercatori hanno trovato un li-
mite nel tipo di macchine che si aveva concretamente a disposizio-
ne per istituire l'analogia. In passato si è preso a modello dèlla men-
te la macchina a vapore e il centralino telefonico; oggi si ricorre al
computer, ma lo scopo della ricerca meccanicistica è rimasto inva-
riato: comprendere la cognizione mostrando come questa possa
scaturire da processi riscontrati in macchine note.
Almeno fino a tempi molto recenti, l'uomo ha costruito mac-
chine il cui funzionamento si basa su parti che eseguono compiti
sussidiari rispetto al compito svolto dalla macchina nel suo com~
plesso. Di regola, quando ci imbattiamo in una macchina che non
ci è familiare e vogliamo spiegarne il funzionamento, la smontia-
mo, vediamo come funzionano le singole parti e poi cerchiamo di
ricostruire la macchina con parti differenti. I ricercatori che con-
cepiscono i sistemi naturali (per esempio il sistema cognitivo) alla
stregua di macchine, cercano di fare la stessa cosa: cercano di
smontarli per determinare quali siano i loro componenti, vanno a
vedere come questi funzionano e poi o assemblano nuove mac-
chine con parti artificiali oppure mostrano come le parti, funzio-
nando assieme, siano in grado di dar luogo al comportamento di
tali sistemi. A un dato livello le parti della macchina cognitiva uma-
na sono strutture neurali, e dunque il compito di spiegare il suo
funzionamento potrebbe portarci sul terreno della neuroscienza;
tuttavia questo non è necessario, almeno inizialmente, perché
spesso possiamo descrivere le parti sulla base di ciò che fanno, sen-
za fare riferimento alla loro costituzione neurale. Ciò che distingue
gli scienziati cognitivi dai neuroscienziati spesso consiste sempli-
cemente nel fatto che i primi concepiscono le parti del sistema co-
me componenti in grado di eseguire compiti cognitivi, mentre i se-

138
condi le considerano strutture neurali. Questi differenti modi di
caratterizzare il sistema sono spesso legati all'impiego di tecniche
differenti nello studio del comportamento di tali componenti. Tut-
tavia la strategia complessiva tanto per la scienza cognitiva quan-
to per la neuroscienza rimane la stessa: mostrare come le compo-
nenti della mente-cervello e le loro interazioni producano il com-
portamento che interessa studiare. Nella misura in cui collegano il
comportamento al meccanismo che lo produce, i ricercatori svi-
luppano teorie interlivello; e nella misura in cui questi livelli sono
oggetto di studio in campi differenti (per esempio la scienza co-
gnitiva e la neuroscienza), i tentativi di riunirli daranno luogo a
teorie intercampo.
Anche se i filosofi hanno avuto poco di sistematico da dire cir-
ca lo sviluppo dei tipi di teorie intercampo presenti nelle spiega-
zioni meccanicistiche, si tratta di un argomento maturo per essere
indagato. Alcune caratteristiche essenziali delle imprese di ricerca
meccanicistica sono particolarmente rilevanti per gli scienziati co-
gnitivi. Innanzitutto a fondamento della maggior parte della ricer- ,
ca meccanicistica vi è l'assunzione che la natura sia organizzata in .J
un modo definito da Simon (1980) «quasi scomponibile»: le parti ..
del sistema vengono concepite come moduli che funzionano in .
. maniera quasi autonoma. Un dato modulo riceve il suo input da
un altro modulo e a sua volta invia il suo output ad altri moduli,
ma esegue la sua operazione sull'input prima di inviarlo all' ester-
no. La capacità di ciascun modulo di eseguire il proprio compito
è dovuta principalmente alle sue proprietà interne. Si può traccia-
re un'analogia con un ufficio o una fabbrica, dove ciascun indivi-
duo sa come eseguire un compito specifico e svolge il compito in
occasioni appropriate (quando si presenta il lavoro appropriato da
svolgere in ufficio o in fabbrica, o quando un altro lavoratore del-
l'ufficio o della fabbrica invita !'.individuo a eseguire il proprio
compito). L'assunzione che il sistema indagato sia effettivamente
quasi scomponibile potrebbe rivelarsi falsa4, ma fino a tempi re-
centissimi non si aveva alcuna idea riguardo al modo in cui si po-
tessero costruire macchine o indagare sistemi naturali a prescin-
dere da tale assunzione.
Nella prassi concreta i ricercatori che cercano di sviluppare
spiegazioni meccanicistiche si trovano a dover prendere varie de-
cisioni importanti, alcune delle quali possono essere descritte bre-

139
vemente (per una trattazione più dettagliata, si veda Bechtel e Ri-
chardson, in preparazione). La prima decisione da prendere ri-
guarda la necessità di individuare un sistema naturale che rappre-
senti un focus di controllo per il fenomeno in questione. In pratica
si tratta spesso di una decisione molto controversa. Il conflitto tra
l il cognitivismo e il comportamentismo deriva in buona misura dal
j problema di stabilire se la mente-cervello possa essere considera-
i ta il locus di controllo del comportamento (che riceve solo input
I dall'ambiente e produce comportamento come output), o se inve-
Ì ce il controllo del comportamento vada localizzato all'interno di
·I un sistema più ampio che include il rinforzo da parte dell'am-
biente. Si tratta di una decisione cruciale poiché non ~ possibile
cominciare a suddividere un sistema finché non se ne siano iden-
tificati, almeno per grandi linee, i confini. Ad ogni modo, di nor-
ma gli scienziati cognitivi concordano nell'indicare il locus di con-
trollo nella mente-cervello5.
Per spiegare in che modo un dato sistema sia un locus di con-
trollo bisogna scomporlo e mostrare come le sue parti diano ori-
gine al comportamento. Una strategia comune è quella di cercare
un singolo componente del sistema che esegua esso stesso il com-
pito per conto del sistema. Questa strategia, che Bechtel e Ri-
chardson (in preparazione) definiscono «localizzazione diretta», è
illustrata dalle ricerche di celebri scienziati come Gall e Braca. Il
primo (si veda il capitolo precedente) cercò di spiegare differenze
nei tratti caratteriali postulando un insieme di facoltà, ognuna del~
le quali era responsabile di un determinato tratto. Le differenze ca-
ratteriali erano dovute a differenze nello sviluppo delle corrispon-
denti facoltà. Egli cercò inoltre di identificare tali facoltà con re-
gioni cerebrali, correlando l'esibizione dei tratti associati a una fa-
coltà con protuberanze del cranio (che a suo parere indicavano il
grado di sviluppo della parte cerebrale in questione) e in tal modo
esemplificò la principale strategia della ricerca della localizzazio-
ne diretta: quella di correlare le attività del sistema con le caratte-
ristiche di una parte del sistema. Alla base della ricerca di Gall vi
era un'assunzione di modularità forte in base alla quale un tratto
comportamentale deriva da una componente del sistema. Una vol-
ta accettata tale assunzione, la strategia di ricerca appare subito
chiara: si devono cercare prove di correlazioni per mostrare quale
componente sia.responsabile del tratto. L'accettazione di tale pre-

140
supposto costituisce la seconda decisione importante che caratte-
rizza un programma di ricerca meccanicistico.
Benché il giudizio su Gall sia spesso assai severo, la strategia
che consiste nel cercare di correlare le attività di un sistema con le
caratteristiche di un suo componente è una prassi consolidata. Lo
stesso Broca (18~1), ad esempio, nell'ipotizzare che una regione
del lobo temporale sinistro della corteccia cerebrale è responsabi-
le del discorso coerente, si basò su prove correlazionali, anche se
di tipo differente: si basò sulle correlazioni tra il danno riportato
in una zona e la perdita della funzione. Spesso questa tecnica cor-
relazionale si trasforma in procedura sperimentale giungendo a in-
durre lesioni per far emergere un deficit. Un'alternativa alle tecni-
che di lesione sono le procedure di stimolazione, nel caso delle
quali si stimola una regione considerata sede di una particolare
funzione per vedere se la funzione viene eseguita (Fritsch e Hitzig,
1870, si servirono di tale tecnica per stabilire l'esistenza di un'area
motrice nell'area 4 di Brodmann, 1909).
Sia le tecniche di lesione sia le procedure di stimolazione mira-
no in primo luogo a stabilire semplici correlazioni: la correlazione
di una lesione con un deficit o di una stimolazione con l'esercizio
di una funzione. Per quanto abbiano spesso avuto un ruolo di pri-
mo piano nella ricerca, queste due tecniche non sono molto atten-
dibili. La correlazione di una lesione con un deficit non stabilisce
se il sito interessato sia di per sé responsabile dell'esercizio della
funzione o svolga solo un ruolo ausiliario 6 • In modo analogo, la
correlazione della stimolazione con un incremento di prestazione
non dimostra di per sé che in un certo sito viene esercitata la fun-
zione, perché la stimolazione della regione potrebbe servire sem-
plicemente a dare inizio all'attività in un'altra regione7 • Ancora più
importante, tuttavia, è forse il fatto che la localizzazione diretta, a
prescindere da quanto sia corretta, non fornisce di per sé una spie-
gazione meccanicistica. Quest'ultima esige che si mostri in quale
modo un sistema sia in grado di produrre la funzione, e la localiz-
zazione diretta non ci prova nemmeno: si limita a individuare un
sottosistema responsabile.
Il requisito minimo della spiegazione meccanicistica di una
funzione è quella che io e Richardson definiamo «localizzazione
.complessa» della funzione; questa impone non soltanto di assu-
mere che il sistema sia quasi scomponibile, ma anche di presup-

141
porre l'esistenza di componenti differenti che svolgono sottocom-
piti differenti. Una spiegazione localizzazionistica complessa si ba-
sa perciò su due presupposti: una scomposizione funzionale del
compito globale in compiti costituenti e una dimostrazione del fat-
to che vi sono componenti incaricati di eseguire ognuno di questi
compiti. Per effettuare la scomposizione il ricercatore deve imma-
ginare in che modo si potrebbe eseguire il compito globale suddi-
videndolo in un insieme di compiti più semplici che potrebbero 1
essere realizzati da componenti differenti. In filosofia della mente i'
i
queste scomposizioni delle attività cognitive in attività componen- 1
ti prendono il nome di analisi omuncolari, poiché postulano che al- i\
l'interno della mente vi sia un gruppo di piccoli agenti (homuncu- \·.
li), ognuno dei quali esegue un compito ristretto. Benché possa ap-
parire una petizione di principio presupporre l'intervento di agen-
ti intelligenti per spiegare il comportamento intelligente dell'uo-
mo, il circolo vizioso si evita ponendo la condizione che, a ogni
stadio, gli homunculi postulati siano meno intelligenti del sistema
complessivo e svolgano compiti più semplici (si vedano Bechtel,
1988a; Dennett, 1978; Lycan, 1981). Il secondo requisito è una di-
mostrazione empirica del fatto che vi sono componenti del siste-
ma che eseguono i compiti specificati dall'analisi omunculçire. In
questo caso i ricercatori devono impiegare le stesse tecniche pre-
sentate nel caso della localizzazione diretta: tecniche che mettono
in correlazione il comportamento del componente con variazioni
del comportamento del sistema. Anche in questo caso le tecniche
più importanti saranno le procedure di lesione o di stimolazione;
la differenza è che in questo caso le variazioni del comportamen-
to complessivo non consisteranno semplicemente nell'inibizione o
nella stimolazione del comportamento complessivo del sistema,
bensì in varie modalità di alterazione di tale comportamento con-
cordi con le previsioni ricavate dall'analisi funzionale concernen-
te il modo in cui il comportamento dovrebbe essere alterato.
Dal punto di vista storico queste spiegazioni localizzazionisti-
che si sono sviluppate in vari modi, ma un paio di esempi servi-
ranno a illustrare alcune delle possibilità e dei problemi in gioco.
Un esempio ci è offerto da recenti ricerche di neuroscienza cogni-
tiva. O'Keefe e Nadel (1978) hanno fornito prove sperimentali a
sostegno dell'esistenza di due tipi di sistemi di memoria spaziale,
uno dei quali implica una mappa oggettiva dell'ambiente, mentre

142
l'altro si basa su insiemi di direzioni per spostarsi da un luogo al-
i' altro. Inoltre essi hanno fornito prove a sostegno dell'ipotesi che
la capacità di elaborazione di mappe oggettive sia localizzata nel-
l'ippocampo. Si trattava di una localizzazione diretta della funzio-
ne di «mappamento», ma O'Keefe e Nadel avvertirono l'esigenza
di spiegare in che modo l'ippocampo potesse eseguire tale funzio-
ne; a tal fine procedettero a una scomposizione dell'ippocampo in
varie parti su basi morfologiche e neurofisiologiche. Q~indi, ela-
borarono un'analisi del modo in cui le attività delle varie parti del-
l'ippocampo potessero spiegare la funzione globale in esso loca-
lizzata: la capacità di elaborare mappe mentali. L'aspetto impor-
tante in questo caso è che O'Keefe e Nadel iniziarono con una lo-
calizzazione diretta della funzione e poi decisero di passare a un li-
vello inferiore per spiegare in che modo tale funzione venisse ese-
guita. Essi si servirono di informazioni sull'attività neurale dell'ip-
pocampo per sviluppare un'analisi omunculare del modo in cui ta-
le struttura eseguiva questa funzione.
In altri casi i ricercatori hanno seguito strade diverse nel per-
venire alla formulazione di localizzazioni complesse. Una volta
identificate le cellule come locus di controllo delle ossidazioni bio-
logiche alla fine del XIX secolo, i ricercatori cercarono di capire
in che modo le cellule svolgessero tale funzione. Nel caso di una
reazione ossidativa (la fermentazione) i ricercatori inizialmente
proposero una localizzazione diretta di tale attività in un' enzima.
Le prove si accumularono rapidamente, infirmando tale ipotesi e
mostrando che la reazione presupponeva l'intervento di una mol-
teplicità di enzimi. Perciò, invece di passare a un livello inferiore
ed elaborare una spiegazione del modo in cui l'enzima realizzava
la fermentazione, i ricercatori decisero di sviluppare un'analisi
omunculare al livello studiato. In questo caso i ricercatori non fu-
rono in grado di avvalersi nella loro ricerca di informazioni fisiche
concernenti gli enzimi, perché all'epoca l'identificazione degli en-
zimi avveniva esclusivamente in base alla loro funzione di cataliz-
zatori di reazioni specifiche. Perciò essi proposero possibili se-
quenze di reazione e poi cercarono di fornire le prove che esiste-
vano gli enzimi appropriati per ciascun enzima delle sequenze.
Sulla scorta di tali ricerche Neuberg (si veda Neuberg e Kerb,
1913) elaborò un plausibilissimo modello della fermentazione
confortato da un supporto empirico davvero notevole.

143
Dal confronto tra il caso della ricerca sulla fermentazione ora
descritto e quello della ricerca sulla memoria spaziale emergono
due differenze. In primo luogo nel caso della ricerca sulla fermen-
tazione l'iniziale localizzazione diretta si rivelò errata, e perciò il
tentativo di spiegazione non si trasferì a un altro livello; in secon-
do luogo i componenti vennero identificati funzionalmente, non
strutturalmente. In questo caso, però, la storia ha un seguito. La
ricerca successiva, volta a individuare stadi fisici nel processo di
fermentazione, rivelò che la scomposizione iniziale era stata trop-
po semplicistica avendo separato, in particolare, il sistema di fer-
mentazione da altri sistemi ai quali è strettamente connesso, e
avendo trascurato il fatto che gli stadi della reazione sono ~pesso
strettamente legati ad altri stadi in modo tale da costituire un si-
stema che non è scomponibile ma altamente integrato. Il risultato
finale fu che negli anni Trenta emerse un nuovo modello della fer-
mentazione molto più complesso di quanto ci si attendesse in ori-
gine, ma sempre conforme alla modellistica meccanicista (Bechtel,
1986b). La fermentazione viene ora concepita come il risultato di
un sistema meccanicistico complesso nel quale svariate parti con-
tribuiscono ciascuna al compito complessivo, ma dipendono l'una
dall'altra per quanto concerne l'esecuzione del loro compito.
Come questi brevi cenni rivelano, i ricercatori sono chiamati a
prendere molte decisioni determinanti riguardo al modo in cui si
sviluppano le spiegazioni meccanicistiche. Ciò che conta ai nostri
fini è il frutto di tali decisioni: non la derivazione di una teoria dal-
1' altra, bensì una teoria intercampo. I ricercatori producono un' a-
nalisi del modo in cui una funzione viene esercitata facendo riferi-
mento alle parti interne del sistema, e non tentano di derivare una
teoria dall'altra ma cercano di mostrare come certi tipi di opera-
zioni svolte al livello inferiore diano origine al fenomeno del livel-
lo superiore. La scienza del livello superiore non è sussunta sotto
la scienza del livello inferiore perché i fenomeni studiati al livello
superiore (per esempio la memoria spaziale e la fermentazione) so-
no il prodotto di attività che hanno luogo al livello inferiore. La
teoria intercampo mostra in che modo ciò avvenga, connettendo
in tal modo due livelli di teorizzazione:
Inoltre lo sviluppo di queste teorie intercampo «translivello»
tende a svolgere un ruolo importante nello sviluppo di teorie a
ogni livello. Per esempio la divisione tra due tipi di sistemi di me"

144
moria spaziale diresse il lavoro di O'Keefe e N adel, indicando qua-
le tipo di memoria dovessero cercare nell'ippocampo. A loro vol-
ta le informazioni concernenti la struttura dell'ippocampo forni-
rono indizi relativi ai tipi di processi coinvolti nell'esecuzione di
compiti di memoria spaziale. Vièeversa, la ricerca degli enzimi del~
la fermentazione fu guidata da assunzioni sui tipi di stadi necessa-
ri per dar luogo a tale reazione. Le prove che emersero in relazio-
ne al sostrato fisico, tuttavia, consentirono di rivedere le assunzio-
ni iniziali sulla natura del sistema e condussero i ricercatori a una
nuova analisi omunculare del processo.
Nel capitolo precedente abbiamo visto come i critici di unari-
duzione della psicologia alla neuroscienza operata sulla base del
modello della riduzione teorica, abbiano sostenuto che l'autonomia
totale delle teorie cognitive da quelle della neuroscienza rappre-
senta l'unica alternativa alla riduzione. Le teorie intercampo mec-
canicistiche qui tratteggiate delineano un'altra possibilità. Questo
modello può, senza essere riduzionista, far spazio all'interazione tra
la ricerca sulla cognizione e la ricerca sul sistema nervoso; esso con-
sente ai due tipi di analisi di scambiarsi reciprocamente informa-
zioni nel tentativo di sviluppare una teoria intercampo, ma non im-
pone di sussumere una spiegazione sotto l'altra. La Eckardt (1978)
propone un'utile analogia. Si potrebbe elaborare un'analisi funzio-
nale del modo in cui una certa friggitrice frigge le uova, ma le fasi
della nostra analisi potrebbero non corrispondere a quelle real-
mente seguite dalla friggitrice. Un modo di appurare l'errore della
nostra analisi consiste nello scoprire che non vi sono componenti
all'interno del sistema incaricati di eseguire i vari compiti indivi-
duati dall'analisi funzionale (la storia della scienza offre esempi si-
mili; si veda a questo proposito quanto si è scritto su Gall e Liebig
nel quinto capitolo). Tuttavia il contributo offerto dal modello non
si limita al mero ripudio di un'analisi funzionale errata: il tentativo
di individuare componenti che svolgono funzioni può determinare
nuove intuizioni riguardo al modo in cui l'analisi funzionale va svi-
luppata; partendo da quello che fanno le parti, possiamo essere con-
dotti a una concezione differente delle effettive modalità di funzio-
namento del sistema.
Adifferenza del modello della riduzione teorica, il modello del-
la teoria intercampo non richiede che sia il livello inferiore a pro-
mulgare il verdetto finale. Un altro esempio ricordato dalla. Ec-

145
kardt illustra come il livello superiore possa avere la precedenza
sulle considerazioni legate al livello inferiore. La studiosa critica la
tesi di Geschwind e Kaplan (1962) secondo cui i pazienti comu-
nemente classificati come agnosici si sarebbero dovuti riclassifica-
re in quanto affetti esclusivamente da i,m deficit concernente la de-
nominazione. Secondo Geschwind e Kaplan non era necessario
postulare un centro del riconoscimento degli oggetti e perciò, ispi-
randosi a un criterio di semplicità, sostennero l'opportunità di ri-
classificare due deficit come uno solo. Per la Eckardt i dati non
contraddicono il modello più classico che postula un centro di ri-
conoscimento dell'oggetto, e si dovrebbe accogliere l'idea dell' esi-
stenza di un simile centro perché il riconoscimento dell'oggetto
svolge un ruolo cruciale in altre teorie psicologiche basate sul con-
cetto di elaborazione dell'informazione. Postulare l'esistenza di un
tale centro fornisce una spiegazione migliore del comportamento
umano. Pertanto la capacità dell'analisi funzionale di spiegare il
funzionamento complessivo del sistema viene a essere un elemen-
to da tenere in considerazione nel valutare l'interpretazione del ri-
sultato di una particolare lesione (per altre discussioni di poten-
ziali interazioni tra livelli, si veda Wilkes, 1978, 1981).
Un altro caso in cui considerazioni di ordine funzionale hanno
condotto a una riconsiderazione fruttuosa di tesi formulate unica-
mente sulla base di ricerche neurofisiologiche è costituito da re-
centi reinterpretazioni del ruolo svolto dalle aree di Braca e di
Wernicke nell'elaborazione del linguaggio. L'interpretazione tra-
dizionale individuava nell'area di Wernicke il centro della com-
prensione del linguaggio e nell'area di Braca il centro deputato al
controllo della produzione linguistica. Questa interpretazione si
basava non solo sul fatto che le lesioni nell'area di Braca si ac-
compagnano in modo evidente a deficit nella produzione del lin-
guaggio mentre quelle nell'area di Wernicke compromettono la
comprensione, ma si fondava anche su un modello associazioni-
stico secondo il quale gli input venivano elaborati in un canale fin-
ché non aveva inizio un processo associato di output. Le categorie
analitiche della linguistica moderna, tuttavia, non pongono l' ac-
cento sulla distinzione tra comprensione e produzione formulata
dagli studiosi dell'afasia, ma impiegano invece le categorie dell' a-
nalisi fonologica, sintattica, semantica e pragmatica. Fu così che ri-
cercatori al corrente degli studi di linguistica moderna cercarono

146
di reinterpretare i dati relativi all'afasia entro la cornice della teo-
ria linguistica.
Una volta portata a termine questa nuova analisi, gli studiosi
avevano accumulato prove del fatto che, contrariamente a quanto
voleva l'interpretazione tradizionale, gli afasici di Braca manife-
stano deficit di comprensione che risultano evidenti quando certi
elementi sintattici o sincategorematici sono essenziali per il signi-
ficato della frase e quando tale significato non è codificato in ma-
niera ridondante dalla semantica di altri termini. Per esempio nel-
la frase «Metti il tovagliolo sul piatto» la parola «sul» è determi-
nante perché si potrebbe senz'altro istruire qualcuno a porre il to-
vagliolo sotto il piatto. Di fronte a tali frasi gli afasici di Braca ten-
dono a manifestare deficit di comprensione. Successivamente i ri-
cercatori riuscirono a dimostrare che, mentre i soggetti normali
elaborano parole che costituiscono indicatori sintattici (per esem-
pio «SU») molto più rapidamente delle parole di contenuto ordi-
nario (per esempio «tavolo»), gli afasici di Braca non sono in gra-
do di farlo (Bradley, Garrett e Zurif, 1980). Questi ricercatori
avanzarono quindi l'ipotesi che l'area di Braca fosse responsabile
dell'analisi sintattica, non della produzione del linguaggio. In que-
sto caso una prospettiva psicolinguistica svolse un ruolo fonda-
mentale nella revisione di una descrizione derivata da studi sull' a-
fasia condotti su basi più strettamente neurofisiologiche, ma svi-
luppi più recenti della ricerca sembrano indicare possibili revisio-
ni della stessa prospettiva linguistica. È stata avanzata l'ipotesi che
l'area di Braca potrebbe non essere specificamente coinvolta nel-
la funzione linguistica ma essere, più in generale, implicata in fun-
zioni automatiche (Grodzinsky, Swinney e Zurif, 1985). Un'ipote-
si simile mette in dubbio la nozione stessa di un'unità di elabora-
zione modulare del discorso che è stata fondamentale sia per la tra-
dizione delle ricerche sull'afasia sia per la tradizione chomskiana,
e suggerisce un'integrazione più stretta delle capacità linguistiche
con altre capacità cognitive (per un approfondimento della pro-
blematica, si veda Richardson, 1986).
L'elaborazione di spiegazioni meccanicistiche basate sulla loca-
lizzazione complessa che si è qui descritta fornisce un quadro delle
relazioni tra i livelli della scienza alternativo a quello proposto dal
modello della riduzione teorica, ma è importante porre in rilievo co-
me esso si fondi sul presupposto che la natura è strutturata in mo-

147
do scomponibile, modulare. Benché il programma meccanicista
abbia compiuto progressi importanti nelle scienze della vita duran-
te gli ultimi tre secoli, spesso è stato anche oggetto di critiche. Nel
campo della biologia i critici del meccanicismo sono stati in genere
chiamati vitalisti; mentre i suoi avversari nel campo della psicologia
sono stati definiti dualisti. Simili etichette sussumono in realtà
un'ampia gamma di posizioni differenti, ma si sono tutte scontrate
con un problema comune. Senza il presupposto della scomposizio-
ne non pare possibile fondare alcun programma di ricerca esplica-
tivo. Uno scienziato può descrivere il comportamento di un sistema
ma, senza suddividerlo, non sarebbe in grado di spiegare per quale
ragione si comporti a quel modo. La sola spiegazione possibile è di
ascrivere il comportamento a un'energia vitale o a una mente im-
materiale che si manifesta nel comportamento particolare.
Di recente, tuttavia, si è presentata una prospettiva alternativa
che non obbliga a scomporre le funzioni globali in funzioni com-
ponenti. I modelli cognitivi tradizionali hanno scomposto i com-
piti cognitivi in regole per manipolare rappresentazioni. Questo
non vale per i sistemi di elaborazione distribuita in parallelo che
sono stati proposti di recente (i sistemi PDP, noti anche come si-
stemi connessionisti). Questi sistemi sono costituiti da unità molto
semplici che sono connesse l'una all'altra in modo tale da potersi
attivare o inibire a vicenda. Il sistema funziona secondo principi
termodinamici di modo che, dopo un input iniziale, le unità si tra-
smettono attivazioni e inibizioni a vicenda finché non si iristaura
uno stato stabile di energia minima. Lo schema di attività fornito
al sistema come input rappresenta l'assegnazione di un compito al
sistema, mentre lo schema stabile che ne risulta rappresenta la so-
luzione del problema da parte del sistema. Il comportamento di
quest'ultimo è determinato interamente da queste operazioni lo-
cali, in particolare dalle connèssioni tra unità, e dunque non è go-
vernato da regole che suddividono il compito complessivo in com"
piti parziali. Benché l'elaborazione complessiva possa più o meno
accordarsi con certe regole cognitive, queste non incidono sul fun-
zionamento del sistema. Il comportamento rispondente a delle re-
gole è solo un prodotto emergente (McClelland e Rumelhart,
. 1986; Rumelhart, 1984; Rumelhart e McClelland, 1986).
Nei sistemi PDP il compito globale non scaturisce dall'esecu-
zione di sottocompiti classificabili in relazione al compito cogniti-

148
vo globale e pertanto non è possibile scomporre il sistema in ope-
razioni cognitive elementari al fine di spiegarlo. Le operazioni al-
l'interno del sistema sono di tipo completamente differente: tra-
smissione di eccitazioni e inibizioni tra nodi. Il comportamento
non risulta dal prodotto di speciali operazioni eseguite da singole
componenti, ma dalla natura degli schemi complessivi di intera-
zione tra un gran numero di componenti molto elementari. Sulla
base di questo presupposto i ricercatori possono dedicarsi a mo-
strare come il sistema risultante si comporti in un modo che si pre-
sta ad una caratterizzazione in termini cognitivi senza bisogno di
ricostruire il comportamento passo per passo.
Perciò i sistemi PDP violano il principio di scomposizione sul
quale si basano i più tradizionali sistemi meccanicistici e fornisco-
no un'alternativa alle descrizioni da essi proposte. Se il nostro si-
stema cognitivo è un sistema di tipo PDP, le strategie di ricerca
meccanicistica delineate in questo paragrafo potrebbero non fun-
zionare, perché ci indurrebbero a cercare componenti discrete e
non a centrare l'attenzione su schemi di interazione. Questo in-
conveniente, tuttavia, non dimostrerebbe che il tentativo di trac-
ciare connessioni tra livepi sia fuorviante, ma metterebbe sempli-
cemente in luce la necessità di formulare una teoria intercampo di
tipo diverso. Tale teoria dovrebbe mostrare in che modo i sistemi
PDP siano in grado di produrre comportamento descrivibile in
termini cognitivi. Nell'elaborarla si dovrebbe seguire una strategia
differente, perché non sarebbe possibile giungere alla compren-
sione suddividendo il sistema, ma solo avvalendosi di modelli ma-
tematici in grado di mostrare che sistemi di un certo tipo si com-
portano in un certo modo. Ma si tratterebbe comunque di una teo-
ria intercampo che mostra in che modo certi tipi di processi diano
origine a un altro processo (Bechtel, 1986c).

Teorie intercampo alt'interno della scienza cognitiva

Nel paragrafo precedente ho mostrato come il concetto di teo-


ria intercampo permetta di considerare sotto una diversa prospet-
tiva la relazione tra scienza cognitiva e neuroscienza, una relazio-
ne che è stata di interesse centrale per i fautori del modello della
riduzione teorica. Ma vi è un altro tipo di relazione intercampo a

149
cui il modello della riduzione teorica non è mai stato applicato:
quella tra le discipline appartenenti alla scienza cognitiva (per
esempio psicologia, intelligenza artificiale, linguistica, antropolo-
gia e filosofia). Poiché queste discipline si occupano di fenomeni
che si collocano all'incirca allo stesso livello di organizzazione del-
la natura (cosicché non esiste alcuna relazione parte/tutto), non ha
senso proporre di derivare le teorie di una di queste discipline da
quelle di un'altra. Si avrebbe una relazione di riduzione soltanto
nel caso in cui un certo numero di queste teorie fossero sussunte
SQtto la medesima teoria appartenente a un livello inferiore. Tut-
tavia è chiaro che i creatori della scienza cognitiva hanno prefigu-
rato lo sviluppo di relazioni teoriche interessanti tra le discipline
costituenti senza alcun riferimento a quel tipo di riduzione.' La no-
zione di teoria intercampo può essere applicata con profitto in ta-
li contesti. In ciò che segue mi occuperò principalmente di alcune
relazioni tra la psicologia e la linguistica. .
In un precedente lavoro (Bechtel, 1986a) ho coniato l'espres-
sione gruppi di ricerche interdisciplinari per designare aree come la
scienza cognitiva in seno alle quali specialisti di discipline diffe-
renti, rendendosi conto che stavano studiando fenomeni stretta-
mente correlati, hanno cercato di promuovere l'integrazione delle
rispettive ricerche. In parte questi gruppi di ricerche interdiscipli-
nari sono caratterizzati da organizzazioni istituzionali: lo sviluppo
di conferenze congiunte, di riviste interdisciplinari e di program-
mi o centri interdipartimentali nelle università. Queste strutture
istituzionali sono di fondamentale importanza perché aprono dei
canali per una formazione professionale che altrimenti sarebbe im-
possibile. Le discipline tradizionali sono spesso «etnocentriche»
(Campbell, 1969) a causa dei loro sistemi di remunerazione. Per
esempio i dipartimenti devono formare gli studenti nei settori fon-
damentali della disciplina e le riviste più prestigiose si concentra-
no sui problemi cruciali di questa. L'esistenza di riviste, conferen-
ze e ·centri universitari a carattere interdisciplinare delinea un per-
corso alternativo per la formazione professionale e pone in condi-
zione gli specialisti di discipline diverse di· imparare l'uno dal-
1'altro.
In questa sede sono particolarmente interessato al tipo di teo-
rizzazione a cui possono dar luogo questi gruppi di ricerche inter-
disciplinari. Abrahamsen (1987) ha introdotto un'utile distinzione

150
tra un contatto tra discipline che infrange i confini e un contatto
tra discipline che supera i confini, ciascuno caratterizzato da un
differente tipo di impegno teorico. Un contatto che infrange i con-
fini ha luogo quando gli specialisti di una disciplina si volgono a
un'altra disciplina per trovare un nuovo modo di interpretare la
propria, o quando cercano di portare parte del territorio dell'altra
disciplina sotto la loro egida. Un contatto che supera i confini,
d'altro canto, si verifica quando degli studiosi tentano di basarsi
sul lavoro svolto in una disciplina connessa alla loro per risolvere
alcuni problemi, che continuano a essere definiti nei termini della
loro disciplina. Abrahamsen cerca di mostrare che entrambi i tipi
di contatti hanno avuto luogo e hanno svolto un ruolo importante
nella storia dell'interazione tra psicologia e linguistica.
In genere sono i casi in cui vengono infranti i confini a riceve-
re maggiore attenzione. Blumenthal (1987) descrive due impor-
tanti casi in cui sono stati infranti i confini tra psicologia e lingui-
stica. Entrambi hanno avuto luogo in un momento in cui gli spe-
cialisti di una disciplina giudicarono immiseriti i loro mezzi teori-
ci e cercarono di potenziarli incorporando nella propria scienza il
quadro teorico dell'altra. Alla fine del XIX secolo l'insoddisfazio-
ne spinse i linguisti a interessarsi alle nuove prospettive psicologi-
che aperte da studiosi come Herbart e Wundt. Tali prospettive ali-
mentarono la speranza che anche nello studio del linguaggio sa-
rebbe stato possibile introdurre le procedure di quantificazione
proprie di una scienza empirica. In parte il tentativo dei linguisti
fu quello di mostrare come gli strumenti che la psicologìa: aveva ~r
dispos1z1one-pe'tfilaagare1proèesSf·mentaICsT sarebb"er"O]otuti
-mtlizzare pei-dàr"co-ìrtoaelfirst'rutftir'itaeiliìiguaggio:=sI;;· ~sa
dei-gran riiimerooCcoiicez1òiirctèTprocéssicagnmvroftèffO'tlalla
psicologia sia a causa dell'avvento del comportamentismo, agli ini-
zi del secolo questo tentativo interdisciplinare sieraçgJ)fl_Q8-Q~Iµt:
tavta ·il· périOdo di coiffatli -Cciii Tà ·psicologia lasCiò un'eredità agli
che
sfuafdilliigiìisfica'' (la1rngwstica"siri:itt~rilisi:a)' perdurÒ~aJun­
go0atiè:he dòj:fo l'mterruzione di tali contatti.
Negli anni Sessanta la linguistica restituì il favore informando
la_p~~C:o~c)~ìà.·~on ~a, §g,?;r~: pf§S,p~t'tiy~:-«;:n?~sk'y-erainfafrfifu­
pegnato a:· riconcettualizzar.~,µ c;2P.Pi!2.9..~M~J!Qg§rsg~~;-·e-m]:>at:
ticOlare-·propose"ff'iiiodéllo·a~n.l!.gnuru:natica..generatiY.iLqìiale al-
teriii\lfY:i~l,fiiij:@§f~fri!itµ~;.ìfo~ç~. c:lel -~guag~i_o. Du~ante questo
151
periodo numerosi psicologi (tra cui George Miller, Thomas Bever
e David McNeill) giudicarono impoverito il quadro teorico costi-
tuito dalla psicologia comportamentista e scorsero nella linguisti-
ca di Chomsky un utile quadro di riferimento per la psicologia. Le
trasformazioni contemplate dalle grammatiche di Chomsky in-
dussero a ipotizzare operazioni che avrebbero potuto aver luogo
nella mente, e sembrò anche possibile andare alla ricerca di dati
empirici che avrebbero confermato la «realtà psicologica» di tali
trasformazioni (Miller, 1962).
Non solo la moderna psicologia cognitiva ha mutuato idee da
Chomsky fin dai suoi esordi, ma quest'ultimo ha espressamente
concepito la sua opera come un contributo alla psicologia (Chom-
sky, 1968). Egli ha preteso di poter ricavare conclusioni psicologi-
che dalla propria analisi linguistica, come la tesi secondo cui la co-
noscenza della grammatica è innata, non appresa. Questa tesi fu
sostenuta in parte sulla base di prove linguistiche (prove a favore
dell'esistenza di una grammatica universale), ma anche sulla base
di argomenti psicologici (per esempio l'argomento secondo cui
l'input linguistico che il bambino riceve dagli adulti è troppo scar-
so per consentirgli di apprendere una lingua). Un altro contribu-
to che la linguistica di Chomsky ha cercato di fornire alla psicolo-
gia è stato la distinzione tra competenza ed esecuzione, volta ad as-
segnare alle due discipline compiti distinti nell'ambito delle ricer-
che sul linguaggio. Dal momento che la grammatica universale è sia
universale che innata, la linguistica potrebbe sviluppare, basando-
si sui propri mezzi, la teoria della competenza, lasciando ai ricer-
catori di psicologia lo studio dei limiti imposti all'esecuzione lin-
guistica concreta dalle capacità di memorizzazione e di elabora-
zione dell'informazione.
In questi due casi di infrangimento dei confini si cercò di ri"
correre a (o di imporre) una teoria di una disciplina per ristruttu-
rare l'altra. Le discipline non cooperarono su un piano paritario
per la creazione di una teoria intercampo; non si fece altro che
estendere una teoria già sviluppata in una disciplina per risponde-
re a questioni proprie dell'altro campo. Poiché si chiamava in cau-
sa la teoria linguistica per rispondere a domande assai diverse da
quelle per le quali era stata ideata (per esempio domande sull'ela-
borazione mentale invece che sulla struttura dei sistemi linguisti-
ci), non sorprende che nuove ricerche finirono per porla in di-

152
scussione, decretando il fallimento di questo tentativo di integra-
zione tra discipline. Di conseguenza l'interesse per il programma
interdisciplinare proposto da Chomsky è andato scemando sia in
psicologia sia in linguistica. Secondo Reber (1987) e McCauley
(1987b) ciò è in parte dovuto al fatto che le teorie della linguistica
e quelle della psicologia dovevano far fronte a esigenze differenti,
e psicologi e linguisti badarono soprattutto alle esigenze della pro-
pria disciplina, non a costruire una teoria intercampo.
Tuttavia, qualora si concepisca la relazione tra psicologia e lin-
guistica come un tentativo di superare i confini tra le due discipli-
ne, l'immagine che si profila è affatto diversa (si veda Abraham-
sen, 1987). In tal caso non vi è alcun tentativo di far fare alla teo-
ria di una disciplina il lavoro di un'altra, ma si cerca piuttosto di
istituire tra le ricerche di entrambe le discipline utili connessioni,
dalle quali possano scaturire vere e proprie teorie intercampo. Per
comprendere che cosa significhi concepire l'interazione tra psico-
logia e linguistica come un'impresa intercampo, bisogna innanzi-
tutto prendere atto che psicologia e linguistica, pur studiando en-
trambe le proprietà del linguaggio, interpretano quest'ultimo in
modo differente. Per molti linguisti (ma non per Chomsky) il lin-
guaggio è in primo luogo un prodotto culturale in possesso di una
struttura interessante che deve essere analizzata su un piano astrat-
_to. Gli psicologi considerano il linguaggio come qualcosa che vie-
ne prodotto e compreso da certi organismi e sono interessati a stu-
diarne la produzione e la comprensione su un piano concreto. .
Queste differenti concezioni del linguaggio possono meglio
adattarsi alle esigenze dei rispettivi campi di ricerca in cui vengo-
no applicate ma, nel contempo, ciascuna delle due è in grado di
fornire informazioni ai ricercatori dell'altro campo. Per sviluppa-
re un modello informazionale del processo attraverso il quale gli
organismi rappresentano e manipolano il linguaggio, gli psicologi
hanno bisogno di una descrizione di tale processo. Le descrizioni
dei linguisti costituiscono un utile punto di partenza, ma devono
spesso essere riformulate per rendere possibile lo sviluppo di una
teoria informazionale. Una ricerca di Clark e Clark (1977; rispet-
tivamente uno psicologo e un linguista) illustra come l'indagine
psicologica possa prendere le mosse da descrizioni del linguaggio
tratte dalla linguistica per poi riformularle nel contesto di ricerche
psicologiche. Questi due studiosi hanno riformulato le descrizio-

153
ni linguistiche di fenomeni quali la negazione e i comparativi pre-
sentandole come strutture suscettibili di essere elaborate, che so-
no state poi incorporate in modelli informazionali. Si sono quindi
serviti di dati psicologici come pattern di errori e latenze di rispo~
sta per valutare l'adeguatezza dei modelli.
Questa ricerca e altri tentativi interdisciplinari da parte di psi-
cologi che si servono di analisi linguistiche nel loro lavoro
(Abrahamsen, in preparazione; Gleitman e Gleitman, 1970; Ka-
plan e Bresnan, 1982; Klima e Bellugi, 1979) non si limitano ad ap-
plicare una teoria sviluppata nell'ambito di una disciplina a un'al-
tra disciplina, ma riformulano una prospettiva teorica o il risulta-
to di un campo in modo tale da renderlo fattore normativo per la
ricerca svolta nell'ambito di un altro campo. Nel far ciò gli psico-
logi possono individuare nessi tra l'elaborazione del linguaggio e
la struttura astratta del linguaggio e sviluppare in tal modo teorie
intercampo che abbracciano entrambe le discipline. Tali teorie
mostrano in che modo i meccanismi studiati dalla psicologia pos-
sano dare origine alle strutture del linguaggio concepite come pro-
dotto culturale. Nel portare a termine queste ricerche, tuttavia, gli
psicologi non tentano né di soppiantare l'opera dei linguisti né di
propugnare l'egemonia della propria disciplina.
Il rapporto tra psicologia e linguistica non è unilaterale e non
si esaurisce nel fatto che gli psicologi prendono a prestito le de-
scrizioni dei linguisti e le modificano per tramutarle in fattori nor-
mativi della propria ricerca sul meccanismo dell'elaborazione del-
l'informazione. La psicologia può contribuire a spiegare fenome-
ni linguistici mettendo in evidenza alcuni fondamenti del linguag-
gio e alcuni limiti alla gamma delle ipotetiche lingue utilizzabili da-
gli esseri umani. Ad esempio le conoscenze sui limiti dell'elabora-
zione dell'informazione fornite dalla ricerca psicologica possono
spiegare tanto il predominio di certi tipi di strutture linguistiche
quanto la prevalenza delle strutture ramificate a destra sulle strut-
ture ramificate a sinistra o incassate [center-embeddec!J (Yngve,
1960). In questo caso l'indagine psicologica è in grado di spiegare
fenomeni che la linguistica può solo descrivere. Pertanto sia l'uti-
lizzo in psicologia della teoria linguistica sia il ricorso a spiegazio-
ni psicologiche di fenomeni linguistici danno luogo a sviluppi teo-
rici che oltrepassano le frontiere disciplinari: si istituiscono corre-
lazioni tra le proprietà della struttura astratta del linguaggio e le
proprietà del sistema che comprende e produce il linguaggio (per

154
maggiori dettagli, si veda Abrahamsen, 1987, da cui è stata tratta
la ricostruzione storica dei rapporti tra psicologia e linguistica ap-
pena delineata).
Le frontiere disciplinari vengono oltrepassate nei casi in cui ap-
pare più plausibile incontrare quel tipo di teorizzazione ìntercam-
po che Darden e Maull descrivono, perché in tal caso non si cerca
di mutuare o imporre teorie, bensì di tracciare connessioni tra fe-
nomeni studiati in discipline differenti caratterizzate da differenti
orientamenti. In casi simili i ricercatori di ciascuna disciplina pos-
sono arricchire la propria comprensione dei fenomeni studiati sco-
prendo in che modo questi ultimi siano correlati ad altri fenomeni.
Esempi di una simile teorizzazione interdisciplinare si possono
individuare anche in altre aree della scienza cognitiva. Attualmen-
te specialisti di varie discipline lavorano intorno a un progetto co-
mune, tentando di sviluppare una prospettiva teorica che alla fine
potrebbe costituire un ponte interdisciplinare: l'indagine sulla na-
tura dei concetti e della categorizzazione (in questa sede la nozio~
ne di concetto viene intesa come la rappresentazione mentale o lin-
guistica di una categoria di entità) 8 • Le radici di questo progetto
vengono spesso rintracciate nell'opera di Wittgenstein (1953) che
mise in discussione la concezione tradizionale secondo cui si po-
trebbero definire i termini enunciando le condizioni necessarie e
sufficienti di appartenenza a una determinata categoria. A suo giu:
dizio perfino nel caso di un termine semplice come «gioco» si trat-
tava di una operazione impossibile e su tale base sostenne che non
esiste un insieme comune di proprietà condivise da tutti i giochi
ma piuttosto un insieme di proprietà che si sovrappongono: un
gioco può possederne alcune ma non tutte. Per Wittgenstein la si-
tuazione è paragonabile a quella di una famiglia: ogni membro
possiede alcuni tratti appartenenti a un insieme di tratti che si so-
vrappongono, ma non vi è nessun tratto che sia posseduto da, e so-
lamente da, tutti i membri della famiglia.
La critica all'immagine tradizionale dei concetti venne ulte-
riormente sviluppata da Berline Kay (1969), due antropologi in-
teressati alle strutture linguistiche. Contrariamente a quanto si era
generalmente ritenuto in passato, ossia che culture differenti clas-
sificassero in modo diverso i colori, essi mostrarono che in cultu-
re differenti, dotate di lingue estremamente diverse, laddove si
aveva una parola per indicare un colore particolare, i parlanti giu-
dicavano «focale» lo stesso campione di quel colore. Le lingue po-

155
tevano differire in relazione alla varietà di termini disponibili per
denominare i colori, ma non per quanto concerneva quelli che ve-
nivano considerati i colori focali 9 • Questo lavoro venne ulterior-
mente sviluppato dalla psicologa Eleanor Rosch e dai suoi colle-
ghi. Inizialmente la Rosch mostrò che anche in culture nelle quali
le lingue erano sprovviste di termini per indicare i colori fonda-
mentali, le persone elaboravano comunque esempi focali di tali co-
lori come se fossero più fondamentali rispetto ai colori non focali
(Heider [Rosch], 1971, 1972).
La Rosch estese poi quest'idea al di là del dominio dei colori
applicandola a Un'ampia gamma di concetti (come quello di uc-
cello) e mostrò come anche tra questi ultimi vi fosse un'analogia
strutturale in virtù della quale alcuni esemplari di una categoria
(per esempio un pettirosso) venivano giudicati più prototipici di
altri (per esempio un papero) (Rosch, 1975; Rosch e Mervis, 1975).
Oltre a portare prove linguistiche, la Rosch e altri psicologi hanno
compiuto una vasta gamma di rilevazioni (per esempio, hanno mi-
surato tempi di reazione che si rivelano più rapidi per la catego-
rizzazione degli esemplari maggiormente prototipici di una cate-
goria) che contribuiscono a chiarire ulteriormente questa teoria
della struttura dei concetti.
La Rosch ha in seguito ripudiato la tesi secondo cui le prove da
lei raccolte dimostrerebbero che le persone formulano realmente
giudizi ~ull' appartenenza di un oggetto a una categoria sulla base
della sua somiglianza a uno specifico prototipo o che i concetti
vengono rappresentati nella mente in forma di prototipi (si veda
Rosch, 1978). Molti altri psicologi, tuttavia, hanno interpretato i
suoi risultati a questo modo. Brooks (1978) e Medin e Schaffer
(1978) per esempio hanno proposto un modello delle rappresen-
tazioni mentali basato sull'idea degli esemplari: secondo tale mo-
dello il singolo campione di una categoria (un cane che conoscia-
mo bene) funge da punto di riferimento per. decisioni di catego-
rizzazione, e una persona giudica se un altro oggetto è membro di
quella categoria sulla base della sua somiglianza con l'esemplare
(per un'analisi di questa ricerca, si veda Smith e Medin, 1981).
Questo nuovo approccio ai concetti e alla categorizzazione in-
centrato sui prototipi ha ricevuto svariate critiche. Due gruppi di
psicologi, Osherson e Smith (1981) e Armstrong, Gleitman e
Gleitman (1983) hanno criticato l'idea che le categorie abbiano

156
una struttura prototipica nel senso letterale del termine, come han-
no affermato alcuni sostenitori della teoria del prototipo. Arm-
strong e i suoi colleghi, per esempio, hanno mostrato che effetti di
prototipicità si verificano anche nel caso di un concetto come quel-
lo di numero dispari, che parrebbe essere l'esempio paradigmati-
co di un concetto definito in base a condizioni necessarie e suffi-
cienti. Osherson e Smith sostengono una concezione, già proposta
da Miller e Johnson-Laird (1976) e da Smith, Shoben e Rips
(1974), secondo la quale nel caso dei concetti si può parlare sia di
un nucleo definitorio (che stabilisce condizioni necessarie e suffi-
cienti di appartenenza categoriale) sia di una procedura di identi-
ficazione (che induce gli effetti di prototipicità). Anche il filosofo
Georges Rey (1983) ha unito la sua voce al coro delle critiche alla
tradizione roschiana, sostenendo che la corretta comprensione del
significato linguistico è una questione metafisica che andrebbe te-
nuta distinta dai fatti della psicologia. Sulla falsariga di· Putnam
(1975b) egli ritiene che il nucleo del significato consista nella rela-
zione di riferimento che connette le parole al mondo esterno. Gli
oggetti a cui si fa riferimento costituiscono l'estensione della pa-
rola e l'estensione di un termine è una questione oggettiva, indi-
pendente dal modo in cui un qualunque individuo determina ciò
che cade entro l'estensione di un termine. Pertanto egli nega che i
giudizi di prototipicità abbiano affatto rilevanza per il significato
linguistico (per un approfondimento del dibattito, si vedano Rey,
1985 e Smith, Medin e Rips, 1984).
Altri studiosi si sono associati alla critica in modi differenti.La
linguista Anna Wierzbicka (1987) ha preso sul serio l'invito rivol-
to da Wittgenstein ai sostenitori della concezione tradizionale (se-
condo la quale i concetti sono definiti in base a condizioni neces-
sarie e sufficienti di appartenenza categoriale) di non limjtarsi ad
assumere l'esistenza di tali condizioni ma di mostrare in concreto
quali esse siano. Tuttavia, a differenza di Wittgenstein e di quanti
hanno adottato la concezione del prototipo, l'autrice sostiene che
è possibile fornire condizioni necessarie e sufficienti per concetti
come quello di gioco e propone delle possibili definizioni. La
Wierzbicka, a ogni modo, non liquida completamente l'approccio
prototipico: a suo parere le definizioni di alcuni termini come
«rosso», «uccello» e «salita» codificano effettivamente nelle loro
condizioni necessarie e sufficienti un giudizio comparativo e per-

157
ciò si basano su casi prototipici nella stessa definizione. Due psi-
cologi, Medin e Ortony (in corso di stampa), fanno proprie molte
di queste critiche e propugnano un essenzialismo psicologico se-
condo il quale le rappresentazioni dei concetti codificano effetti-
vamente essenze. I due studiosi ritengono tuttavia che tali essenze
risiedano in teorie alquanto approfondite, non in carattçristiche di
superficie. Essi sostengono che queste teorie generano un insieme
più superficiale di caratteristiche (per esempio caratteristiche visi-
ve) utilizzabili per identificare esemplari di una categoria e che il
nostro sistema visivo si è evoluto in modo da essere sensibile esclu-
sivamente a tali proprietà, le quali non corrispondono però alle
proprietà definitorie.
Anche alcuni teorici favorevoli alla tradizione roschiana hanno
cominciato a chiamare in causa strutture cognitive più profonde
per dar conto dei giudizi di prototipicità. ~p._p_sirnfogo Neisser
(1986) sostiene che la nostra capa<:;itll, dJ.,ç~1~0.ri~~e, per quanto

;;~~=:a!~~\~~.~~!i~;:~.~;~~~~~~s~~~~
arialisisuteoriè''cne~sià'bilì.sZotiò- cosa-·appai:t'feneitùha caregoria
comune-( si.veda anc1ìeMurpfìy'eMeatil;Ti'.T8J'Y:.ff1iìigllisiaGeor-
iè"Lakotf"'(l 987) ha introdotto la nozione di «modelli cognitivi
idealizzati» per__definire__t~__l,!!1lt~...Qrg~!!i':'.L della conoscenza
che influiscono ~!lllaJJQS.tt:a,c.at~gQri.~zazione degli{)ggeffi:-Sec0n-
doLakoff itiff~o-deÌli forniscono ~i p-~n~1ero-d'erpfinCipi di orga-
nizzazione e danno origine ai giudizi di prototipicità. Una di que-
ste nozioni organizzatrici è quella di modelli metonimici, che
Lakoff ha elaborato nel contesto di un'analisi della metafora com-
piuta in collaborazione con il filosofo Mark J ohnson (Lakoff e
Johnson, 1980). Si tratta di modelli nei quali una parte di una ca-
tegoria rappresenta l'intera categoria in operazioni cognitive qua-
li il ragionamento e il riconoscimento. Per fare un esempio ponia-
mo caso che un determinato concetto di madre, quello della ma-
dre casalinga, rappresenti l'intera categoria. In tal caso si avranno
giudizi di prototipicità, come quello secondo cui una madre lavo-
ratrice è un esemplare di madre meno valido rispetto a una casa-
linga. Un altro principio organizzativo è costituito dalla presenza
di categorie radiali che si vengono a creare quando, a partire da un
caso centrale, definiamo una gamma di varianti. Ritornando al
concetto di madre, possiamo partire dal caso paradigmatico di una
madre che ha dato alla luce un bambino, gli ha fornito metà dei ge-

158
ni, lo ha nutrito ecc. e poi definire casi speciali che deviano da
questo modello (per esempio matrigna, madre adottiva, madre na-
turale ecc.). Questi modelli deviano tutti dal nostro modello idea-
lizzato e anche questo, secondo Lakoff, contribuisce a generare
giudizi di prototipicità 10 • Egli ipotizza che concetti e categorie sia-
no il prodotto di questi modelli cognitivi più profondi e che non
siano quindi semplici atomi di pensiero (una presentazione com-
plessivamente favorevole di questa visione dei concetti e della ca-
tegorizzazione viene proposta da un altro filosofo: McCauley,
1986b) 11 •
Da questo lavoro sui concetti e la categorizzazione emerge che
vari ricercatori attivi in settori differenti della scienza cognitiva so-
no impegnati ad affrontare il medesimo problema: la natura dei
concetti. Tuttavia, per via della provenienza da campi differenti,
questi studiosi hanno introdotto differenti modelli teorici e modi
di indagine nella ricerca sui concetti e la categorizzazione. Per
quanto vi sia considerevole disaccordo circa i primi risultati con-
cernenti i giudizi di prototipicità, i ricercatori lavorano per forni-
re una descrizione dei concetti e della categorizzazione in grado di
soddisfare le esigenze delle varie discipline che operano nel con-
testo della scienza cognitiva. Tale descrizione costituirebbe un al-
tro esempio di teoria intercampo in grado di oltrepassare il confi-
ne tra discipline senza operare alcuna sorta di riduzione di una di-
sciplina a un'altra.

Conclusioni concernenti la ricerca interdisciplinare

Nel capitolo precedente mi sono occupato delle relazioni in-


terdisciplinari dal punto di vista del modello della riduzione teo-
rica e ho presentato varie concezioni sul rapporto tra scienza co-
gnitiva e neuroscienza sostenute da studiosi che hanno accettato
tale modello come strumento per istituire relazioni interdiscipli-
nari. Il presente capitolo si è aperto con un'analisi delle critiche al
modello della riduzione teorica per poi sviluppare una concezio-
ne alternativa delle relazioni interdisciplinari basata sulla nozione
di teoria intercampo proposta da Darden e Maull. Ho cercato di
mostrare che la relazione tra la scienza cognitiva e la neuroscienza
appare sotto una prospettiva diversa se si considera come un suo

159
presupposto la formulazione di una teoria intercampo e se non la
si interpreta come un caso di riduzione teorica. In particolare, ho
cercato di mostrare come tale relazione possa emergere dal tenta-
tivo di sviluppare spiegazioni meccanicistiche e ho esposto alcune
delle ~trategie che queste ultime presuppongono. Ho anche cer-
cato di mostràre come il quadro di riferimento costituito dal mo-
dello delle teorie intercampo fornisca un punto di vista che per-
mette di prendere in considerazione le relazioni interdisciplinari
in seno alla scienza cognitiva, obiettivo del tutto estraneo al mo-
dello della riduzione teorica.
Come molti dei tentativi attraverso i quali la recente filosofia
della scienza cerca di fornire alternative alla teoria neopositivista
della scienza (si veda il capitolo quarto), il modello delle teorie irì-
tercampo non può competere con il modello della riduzione teo-
rica sotto il profilo della precisione. Ciò in parte è dovuto al fatto
che tale modello non si fonda eminentemente sui principi della lo-
gica,. bensì sull'analisi empirica di tentativi concreti di superare
confini disciplinari. Darden e Maull hanno sviluppato la loro teo-
ria dopo aver analizzato un insieme di esempi di ricerche inter-
campo e hanno esplicitamente riconosciuto che la loro teoria
avrebbe richiesto delle modifiche se fossero stati analizzati nuovi
casi. Gli esempi di imprese interdisciplinari presentati negli ultimi
due paragrafi di questo capitolo costituiscono una nuova ricerca
empirica sulla natura delle imprese interdisciplinari. Il modello
che ne emerge, basandosi su casi reali, non ha il carattere prescrit-
tivo a priori del modello della riduzione teorica. Le attività svolte
in seno alla scienza cognitiva rappresentano dei materiali con i
quali il modello va costruito, non semplicemente dei materiali da
giudicare sulla base del modello. Ciò non equivale, però, a svuo-
tare completamente di carattere normativo la descrizione delle re-
lazioni interdisciplinari. Nella misura in cui si basa sull'analisi tan-
to dei successi quanto dei fallimenti del passato, il modello in que-
stione può aiutare a stabilire quali strategie di integrazione inter-
disciplinare abbiano maggiori probabilità di successo. Inoltre, se
veramente si basa su critiche corrette al modello della riduzione
teorica, esso può svolgere l'utile funzione di contribuire a dilegua-
re descrizioni mitiche del modo in cui le discipline sono correlate,
descrizioni che, perdurando, potrebbero costituire un notevole
impedimento allo sviluppo di fruttuose attività interdisciplinari.

160
Note

1 In realtà non vengono studiate in totale isolamento da qualsiasi altra cosa,

dal momento che lo studio si svolge nell'ambiente di laboratorio: le si studia in iso-


lamento rispetto al loro normale contesto all'interno del sistema.
2 ·Per altre critiche particolareggiate al modello della riduzione teorica, si ve-
da McCauley (1981).
3 Talvolta l'approccio ecologico viene posto in contrapposizione all'approc-

cio dell'elaborazione dell'informazione. Gibson, per esempio, parla di organismi


che raccolgono informazioni e ripudia ogni interesse per il modo in cui potreb-
bero elaborarle. Pedui la psicologia dovrebbe concentrarsi unicainente sul com-
pito di individuare le informazioni disponibili all'organismo, non sul modo in cui
quest'ultimo le elabora internamente. Il modello della teoria intercampo, tuttavia,
suggerisce che questa reciproca esclusione non è necessaria: la descrizione basata
sul concetto di elaborazione dell'informazione e la descrizione ecologica appar-
tengono a campi differenti, e potrebbero trarre entrambe beneficio dallo svilup-
po di connessioni intercampo (si vedano Bechtel, 1985a; Glotzbach e Heft, 1982).
4 Simon propone argomenti a priori al fine di spiegare per quale motivo i si-
stemi dovrebbero essere strutturati a questo modo, ma tali argomenti suonano so-
spetti.
5 Stabilire che un sistema è il locus di controllo di un particolare fenomeno
non equivale a dire che esso non sia sensibile a fattori esterni o che possa venire
esaurientemente studiato in isolamento' dal suo ambiente. Vi sono moltissimi mo-
di in cui fattori esterni a particolari cellule possono influire sui processi di ossida-
zione all'interno della cellula. Analogamente, se identifichiamo nella mente-cer-
vello la sede della funzione mnemonica, non dovremmo pensare che i fenomeni
della memoria possano essere studiati senza preoccuparci dell'ambiente circo-
stante. Gli indizi esterni possono infatti svolgere ruoli cruciali nel funzionamento
della memoria. Ciò non confuta la tesi che il locus di controllo della memoria sia
interno nel senso che i fondamentali meccanismi causali che rendono possibile il
ricordo si trovano all'interno del sistema, ma significa solo che i ricercatori devo-
no prestare molta attenzione ai fattori esterni in grado di esercitare un influsso cru-
ciale sul funzionamento del sistema. Si può istituire un'utile analogia a questo pro-
posito con l'impiego degli esperimenti in vitro in biologia.L'assunzione che si pos-
sa studiar.e un particolare sistema in vitro presuppone che il locus di controllo del
fenomeno a cui si è interessati vada rintracciato all'interno del sistema. L' assun-
zione potrebbe essere corretta ma questo non significa che qualsiasi risultato ot-
tenuto tramite uno studio in vitro dia informazioni sulle modalità di funziona-
mento del sistema in vivo. Si rischia di trascurare fattori ambientali di cruciale im-
portanza per il normale funzionamento del sistema e di essere fuorviati da arte-
fatti prodotti dall'ambiente sperimentale. Si tratta di una questione di cautela che
riceve particolare enfasi da parte di coloro che hanno invocato maggiore <<Validità
ecologica» nella ricerca cognitiva.
6 Sotto questo aspetto è ragionevole imputare a Broca un errore: egli ha sco-
perto una parte del cervello responsabile della produzione del linguaggio ma ri-
cercatori successivi, a cominciare da Wernicke, hanno individuato anche altre re-
gioni che hanno un ruolo nell'ambito del comportamento linguistico. Ad ogni mo-
do Broca scoprl una regione del cervello importante per la funzione linguistica; e

161
come ha dimostrato Gregory (1961) è possibile commettere errori ancora più gra-
vi di quello di Broca localizzando una funzione in un'area che ne è del tutto alie-
na: «Benché gli effetti di un particolare tipo di ablazione possano essere specifici
e ripetibili, non ne consegue che la connessione causale sia semplice, e nemmeno
che, se ne sapessimo di più, la regione interessata andrebbe considerata funzio-
nalmente importante per l'output (come la memoria o il linguaggio) che risulta
compromesso. Potrebbe darsi che qualche importante parte del meccanismo che
contribuisce al comportamento sia compromessa dal danno anche se è correlata
in modo del tutto indiretto ed è proprio questo a rendere così difficile l'indivi-
duazione di un difetto in una macchina complessa» (p. 323).
Gregory fornisce un esempio di come potremmo essere indotti in errore: po-
tremmo eliminare una resistenza in un apparecchio radio provocando l'emissione
di strani rumori e questo potrebbe indurci a pensare che la funzione della resi-
stenza sia quella di sopprimere il brusio nel sistema (Gregory, 1968, p. 99).
7 L'interpretazione del lavoro di Fritsch e Hitzig, che impiegarono la tecnica
di stimolazione, si rivela molto più complessa. Si è scoperto che l'area 4 di Broad-
mann, contenendo fibre sia sensoriali sia motorie, non è una pura area motrice.
Inoltre l'effettivo controllo del comportamento motorio dipende da attività colla-
terali in molte altre regioni cerebrali. Un altro buon esempio di come si possa es-
sere fuorviati da studi basati sulla stimolazione deriva dalla ricerca sui centri di
gratificazione. Olds (1965) ipotizzò l'esistenza di un centro di gratificazione sulla
base di ricerche sull'autostimolazione intracranica: dei ratti premevano ripetuta-
mente una leva per procurarsi brevi scariche di stimolazione elettrica attraverso
elettrodi impiantati in punti particolari del cervello. Tuttavia ricerche successive
hanno dimostrato che la stimolazione di altre aree produce il medesimo effetto,
mettendo in dubbio l'interpretazione secondo cui il fenomeno è dovuto a uno spe-
. cifico centro di gratificazione (si veda anche Valenstein, 1973 ).
8 Di ciò si è già parlato da un'angolazione completamente differente alla fine
del secondo capitolo. . ·
9 Kay e McDaniel (1978) cercarono di fornire un fondamento neurofisiologi-

co a questo risultato.
10 Lakoff sostiene inoltre che i nostri modelli cognitivi derivano in modo mol-
to diretto dal fatto che siamo esseri cognitivi dotati di un corpo. Pertanto egli so-
stiene che non possiamo capire la cognizione interpretandola formalmente come
un processo di manipolazione simbolica ma dobbiamo interpretarla in relazione
al tipo di corpo che abbiamo e al modo in cui viviamo nel mondo.
11 Lo psicologo Barsalou (in corso di stampa) ha presentato prove empiriche

in base alle quali i nostri giudizi di prototipicità non sono così stabili come i pri-
mi dati della Rosch potevano far pensare. Per Barsalou questo dato indica che i
concetti potrebbero non essere unità stabili conservate nella memoria a lungo ter-
mine ma strutture temporanee, costituite lì per lì a partire da unità più profonde,
una concezione compatibile con quella che Lakoff nutre in relazione ai concetti e
ai giudizi categoriali.
POSCRITTO

In questo volume ho presentato varie concezioni proposte dai


filosofi della scienza circa la natura delle ricerche scientifiche in ge-
nerale e delle relazioni interdisciplinari interne alla scienza in par-
ticolare. Come dovrebbe apparire evidente dalle numerose conce-
zioni discusse, la filosofia della scienza non è una disciplina che ha
raggiunto conclusioni definitive circa i problemi dibattuti. Si trat-
ta piuttosto di una disciplina in fase di transizione. Le concezioni
dei neopositivisti logici, che dominarono la filosofia della scienza
agli inizi del secolo, sono state in gran parte abbandonate ma suc-
cessivamente nessuna dottrina è riuscita a raggiungere lo status un
tempo goduto dal neopositivismo.
Anche nel suo stato di precarietà, tuttavia, la filosofia della
scienza può risultare utile per la scienza cognitiva, offrendo una
gamma di prospettive che consentono di esaminare le ricerche
condotte nel contesto della scienza cognitiva con l'obiettivo di
comprenderle. Tali prospettive possono essere utili agli scienzia-
ti cognitivi quando cercano di tracciare i percorsi che le loro ri-
cerche prenderanno in futuro.
Tuttavia bisogna fare attenzione a una cosa: le prospettive
proposte dalla filosofia della scienza non sono verità incontro-
vertibili, essendo anzi tentativi fallibili di usare gli strumenti del-
l'indagine umana per capire come conduciamo tale indagine.
Malgrado chi scrive incoraggi altri scienziati cognitivi a interes-
sarsi alle questioni tradizionalmente discusse dai filosofi e a con-
siderare le concezioni da questi proposte, è necessario mantene-
re un atteggiamento critico.
Questo volume ha cercato di fornirvi un'introduzione ai pro-
blemi e alle concezioni della filosofia della scienza che vi consen-
ta di prender parte alla discussione. Se vi occupate di tali que-

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stioni, tuttavia, dovete anche assumervi la responsabilità delle
concezioni che adottate, difendendole da voi stessi. Non vi ap-
pellate ai filosofi come autorità conclusive!
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INDICI
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Clark,E.V., 153.
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Barker, P., 93-4. Cresswell, M.J., 24.
Barnes, B., 95. Crick, F.H.J., 117.
Barsalou, L., 42, 162.
Barwise,J., 14-5. Darden,L., 133, 135.
Bechtel, W., 59, 90, 95, 106, 109, 118, Dennett, D.C., 123, 142.
123, 127, 135, 137, 140, 142, 144, Doherty, M.E., 51, 90.
149-50, 161. Donovan, A., 94.
Bellugi, U., 154. Duhem, P., 58.
Belnap,N.D.,24.
Berlin, B., 155. Eckardt, B., 145.
Bloor, D., 95. Enc,B., 107.
Blumenthal, AL., 151.
Boring, E.G., 62. Feigl, H., 44.
Boveri, T., 134. Feyerabend, P.K., 78-80, 118.
Bradie, M., 20. Flourens,J.P.M., 110.
Bradley,D., 147. Fodor,J.A., 15, 104-5, 110, 122.
Bradshaw, G.L., 91. Fritsch, G., 141.
Bresnan,J., 154.
Bridgman, P.W., 30. Galanter, E., 76.
Broca, P., 141. Gall, F., 109.
Brodmann, K., 141. Garrett, M., 147.
Bromberger, S., 53-4. Geschwind, N., 146.
Brooks, L., 156. Gettier, E.L., 17.
Brown, H., 41, 66, 94. Gholson, B., 93.
Gibson,J., 137.
Campbell, D.T., 20, 50, 136, 150. Giere, RN., 68.
Carnap,R,29,31,37, 98. Gleitman, H., 154.
Cartesio, 16. Gleitman, L., 154, 156.
Causey, RL., 102, 125, 129. Glotzbach, P., 161.
Chisholm, R.M., 18. . Glucksberg, S., 43.

187
Glymour, C., 68. Lloyd, E., 68.
Goldman, A., 18. Lycan, W.G., 142.
Goodman, N., 36, 44.
Gregory, R.L., 162. Machamer,P., 137.
Grice, H.P., 59. Mates,B., 11.
Grodzinsky, Y., 147. Maull, N., 133.
Gutting, G., 77. McCauley, R.N., 114, 119, 123-4, 153,
159, 161.
Hanson, N.R., 61, 89. McCawley,J.D., 10.
Hebb, D.O., 83. McClelland,J.D., 117, 148.
Heft, H., 161. McCloskey,M.E.,43, 120.
Heider [Rosch], E., 156. McDaniel, C., 162.
Hempel, C.G., 33-5, 37, 39, 44. Medin, D.L., 43, 156-8.
Hesse, M., 96. Mervis, C., 43, 156.
Hitzig, E., 141. Miller, G.A., 76, 152, 157.
Holland,J., 91. Minsky, M., 83.
Holyoak, K., 91. Murphy, G.L., 158.
Hooker, C.A., 20, 102, 126, 131. Mynatt, C.R., 51, 90.
Horgan, T., 123.
Hughes, G., 24. Nadel, L., 142.
Hull, D., 106. Nagel, E., 33, 39, 125.
Hume,D.,21,37. Neisser, U., 137, 158.
Neuberg, C., 143.
Johnson, M., 158. Neurath, O., 29.
Johnson-Laird,P., 67, 157. Newell, A., 90.
Kahneman, D., 90. Nickles, T., 91-2, 114.
Kaplan, E., 146. Nisbett, R., 91, 120.
Kaplan, R.M., 154. O'Keefe,J., 142.
Katz,J.J., 59. Olds,J., 162.
Kauffman, S., 110. Ortony, A., 158.
Kay, P., 155, 162. Osherson, D., 156.
Kerb,J., 143. Overton, W.F., 93.
Kimchi, R., 123.
Klima, E., 154. Palermo, D.S., 93.
Knoor, K.D., 96. Palmer, S., 123.
Kuhn, T.S., X, 70, 92. Papert, S., 83.
Kyburg, H.E., 44. Pellionisz,A., 117.
Perry,J., 14.
Lakatos, I., 82, 84. Polany, M., 4.
Lakoff, G., 158. Popper, K.R., 20, 47-8.
Langley, P., 91. Pribram, K.H., 76.
Latour, B., 96.
Putnam,H.,59, 105, 123, 126, 157.
Laudan, L., 84-5, 94-5.
Pylyshyn, Z.W., 131.
Laudan, R., 94.
Lehrer, K., 18. Quine, W.V.O., 11, 13, 19,57,59, 95.
Leplin,J., 93-4.
Levi, I., 68. Rada, R., 91.
Liebig,J., 108. Reber, A., 153.
Llinas,R., 117. Reese, H.W., 93.

188
Reichenbach, H., 26, 37. Suppes, P., 44.
Rey, G., 157. Sutton, W., 134.
Richardson, R.C., 132, 140, 147. Swinhurne, R.G., 38.
Rips, L.J., 157. Swinney, D., 147.
Rorty, R., 118.
Rosch, E., 40, 43-4, 156. Taylor, R., 12.
Rosenberg, A., 44, 106. Thagard, P., 20, 91, 94.
Rosenblatt, F., 83. Toulmin, S., 20, 50.
Rumelhart, D.E., 117, 148. Tulving,E.,55.
Ryle, G., 30. Turing, A.M., 30.
Tversky, A., 90.
Salmon, W., 52. Tweney, R.D., 51, 90.
Schaffer, M.M., 156.
Ullian,J.S., 95.
Schaffner, K., 113, 126.
Scheffler, I., 64, 77. Valenstein, E.S., 162.
Schnaitter, R., 95. Van Fraassen, B.C., 68.
Schwartz, R.J., 19.
Scriven, M., 33, 54. Wason,P.C.,67.
SeHridge, O.G., 61. Weimer, W.B., 93.
Sellars, W., 120. Whitley, R., 96.
Sewall, D.R., 42. Wierzhicka, A., 157.
Shapere, D., 64, 77, 92. Wilkes, K.V., 146.
Shaw,J.C., 90. Williams, M.B., 44.
Shoben, E.J., 157. Wilson, T., 120.
Simon, HA., 90-1, 139. Wimsatt, W.C., 90, 98, 105, 112, 114,
Skinner, B.F., 75. 137.
Slovic, P., 90. Wittgenstein, L., 13, 42, 155.
Smith,E.E.,43, 156-7. Woodhouse, M,, 23.
Smolensky, P., 11. Wright, L., 137.
Sober, E., 14. Wykstra, S., 94.
Stalnaker, R.C., 37. Yngve, V.H., 154.
Sternberg, S., 50.
Strawson, P.F., 59. Zurif, E., 147.
Suppe, F., 41, 66. Zytkow,J.M., 91.
INDICE ANALITICO

Analisi funzionale, 141-6. Esistenzialismo, 23.


Analitico vs. sintetico, 56~60, 76. Estetica, 21.
Anarchismo metodologico, 78. Etica,21.
Anomalie, 75.
Atteggiamenti proposizionali, 106; ve- Falsificazionismo (Popper), 45-51.
di anche Psicologia ingenua. Fenomenologia, 23.
Autonomia delle discipline di livello Filosofia analitica, 22, 59.
superiore, 106-11, 123-5, 145-6. Giustificazione, vedi Conferma e giu-
Categorizzazione e concetti, 42-4, 155- stificazione.
159. Incommensurabilità delle teorie
- teoriedelprototipo,43-4, 156-9. (Kuhn), 75-6, 118.
Cognitivismo, 4, 42, 84, 93-5, 140. Induzione, 45-9, 89.
Comportamentismo, 4, 41-4, 76-7, 93-
95, 102, 140, 151. Leggi scientifiche, 27, 32-43, 51-6, 71,
Condizionali controfattuali, 36-7. 78-9, 98-108, 129-33.
Conferma e giustificazione, 16-20, 26- - leggi probabilistiche, 34.
27, 45-5 l, 77,82,89-90, 102-3. Livelli di organizzazione, 99, 116-7,
Connessionismo (teorie dell'elabora- 136, 150.
zione distribuita in parallelo), 56- Logica, 6-12, 26-30,32-8, 58-9, 66, 89-
57, 83-4, 148-9. 90.
Controinduzione (Feyerabend), 80. - metateoremi, 10.
- modale,36-7.
Definizioni operazionali, 30, 58. - predicativa, 7, 9-12.
- proposizionale, 7-9.
Empiristi, vedi Positivismo logico. - tavole di verità, 78.
Enunciati analitici, 29, 56.
Enunciati di riduzione, 31-2. Metafisica, 12-6, 27.
Enunciati sintetici, 44, 56. - eriduzionedelleteorie, 102, 132.
Epistemologia, 5, 16-20, 59. - ontologia, 12-6.
- epistemologia evoluzionistica, - ruolo nella valutazione dei pro-
20. gramini di ricerca, 85.
- epistemologia naturalizzata, 20, Metodo ipotetico-deduttivo, 32, 34-8,
59. 41-2.
- teorie coerentiste, 17 -9. - paradosso del corvo, 38.
- teorie fondazionali, 17 -9. Modello delle leggi di copertura, vedi

191
Spiegazione: modello nomologi- - riduzione diminativa, 117-24.
co-deduttivo. Rivoluzioni scientifiche (Kuhn), 74-7.

Osservazione,27-32,43, 60-5, 75. Scienza normale (Kuhn), 70-8, 82-3.


- enunciati osservativi, 28, 60. Scetticismo, 16, 20.
- pregnanza teorica della, 60-5, 75. Scopertascientifica,26, 82, 89-92, 133-
137, 139-45; vedi anche Riduzione
Paradigma (Kuhn), 71-8. teorica: co-evoluzione di teorie.
- esemplari, 72. - suo ruolo nell'euristica, 84, 90.
Positivismo logico, 25-69, 97-100. Spiegazione, 32-40, 51-6, 97-101, 133-
- critiche al, 45-68. 136, 138-49.
- tesi dd, 25-44. - causale, 52.
Programmi di ricerca (Lakatos), 81-5, - funzionalismo omuncolare, 142-
93. 143.
Programmi di ricerca localizzazionisti, - meècanicistica, 136, 138-49.
141-4, 147-8. - modello nomologico-deduttivo,
Progresso scientifico, 49, 69-70, 73-4, 27,32-8,41,50-6, 97-103.
78-88, 93. - probabilistica,34,52.
Psicologia ecologica, 13 7. - statistico-induttiva, 34.
Psicologia ingenua, 117-24.
Teoria dd valore, 20-2.
Ricerca interdisciplinare, 117, 135, Teoria verificazionista del significato,
138-60; vedi anche Riduzione teo- 27-32, 37, 57-8.
rica. Teorieintercampo, 133-7, 144-7, 149-
- gruppi di ricerche, 97, 150 .. 164.
- infrangimento dei confini, 151- Teorie scientifiche
152. - assiomatizzazione delle, 39-41.
- superamento dei confini, 151, - sottodeterminazione, 95.
153,155. Tesi di Duhem-Quine, 58.
Riduzione teorica, 4Ò, 97-13 3; vedi an- Test di Turing, 30.
che Teorie intercampo, Ricerca in- Tradizioni di ricerca (Laudan), 85-8,
terdisciplinare. 94.
- co-evoluzione di teorie, 111-7. Unità della scienza, vediRiduzione teo-
- condizioni di contorno, 100 rica, Ricerca interdisciplinare.
- leggi ponte, 99, 101, 103-7, 111-
112, 114. Vetificazionismo, vedi Teoria verifica-
- obiezioni, 103-11, 129-33. zionista dd significato.

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