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Quaderni di Scienze del Linguaggio • 24

UNIVERSITÀ IULM

Libera Università di Lingue e Comunicazione


Quaderni di Scienze del Linguaggio

1. D. Antelmi, G. Garzone, F. Santulli, Lingua d’oggi. Varietà e tendenze.


2. D. Antelmi, Fisiologia e patologia dell’apprendimento linguistico.
3. F. Santulli, L’interferenza. Lezioni.
4. M. Cislaghi, A. Filippin, G. Rocca, F. Santulli, A. Zagatti, O Padre
nostro che ne’ cieli stai, a cura di M. Negri.
5. F. Santulli (a cura di), La linguistica tra naturalismo e storicismo.
Antologia di testi.
6. G. Rocca, Lezioni di glottologia. Temi ed esercizi.
7. G. Garzone, F. Santulli, La voce e la macchina. Fonetica, glottodi-
dattica, multimedialità (con CD-rom).
8. M. Negri, L’enigma della cifra.
9. S. Vassere, Legislazioni linguistiche contemporanee.
10. L. Airaghi, Le astuzie di Eva. Cenni di crittografia e crittoanalisi.
11. G. M. Facchetti, Antropologia della scrittura.
12. G. Rocca, Itinerari etnico-linguistici in Sabina.
13. M. Negri, EPI OINOPA PONTON. A Itaca nell’età degli eroi (con un
contributo di Ida Ruffoni su “Le navi di Omero”).
14. D. Antelmi, G. Rocca, Materiali ed analisi di testi.
15. C. Sessa, Itinerari di cultura alimentaria arbëreshe.
16. G. Rocca, Itinerari etnico-linguistici tra Marche e Abruzzo.
17. S. Vassere, Legislazioni linguistiche contemporanee. 2004.
18. P. Biavaschi, G.M. Facchetti, G. Rocca, Miscellanea italica.
19. M. Negri, Storie di Parole. Con un contributo di Clelia Sessa su “Il
nome della pizza”.
20. M. Treu, Cosmopolitico. Il teatro greco sulla scena italiana contem-
poranea.
21. G. Sarullo, Esercizi di Fonologia dell’inglese.
22. M.Giovini, Un conflictus terenziano del X secolo: il Delusor. Pre-
fazione di Ferruccio Bertini.
23. E. Notti, Lo spazio circolare nelle culture dell’Indeuropa.
24. Mlaχ Mlakas. Per Luciano Agostiniani, a cura di Giulio M. Facchetti.
Mlaχ mlakas
Per Luciano Agostiniani

a cura di Giulio M. Facchetti

Milano 2008
© 2008 Arcipelago edizioni
Via Carlo D’Adda 21.
20143 Milano
info@arcipelagoedizioni.com
www.arcipelagoedizioni.com

Prima edizione: marzo 2008

ISBN 978-88-7695-374-3

Tutti i diritti riservati

Ristampe:
7 6 5 4 3 2 1 0
2012 2011 2010 2009 2008 2007 2006

È vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata,


compresa la fotocopia, anche ad uso interno o didattico, non autorizzata.
INDICE DEL VOLUME
9 PRESENTAZIONE
di Giulio M. Facchetti
13 Augusto Ancillotti
Il nome del lago Trasimeno
27 Paola Bonucci
La struttura della conversazione in una sit-com per
l’apprendimento dell’inglese
61 Alberto Calderini
L’iscrizione CIL XI 5449 da Assisi ed il nominativo plurale
latino del tipo HEISCE MAGISTREIS
95 Margherita Castelli
Antonimia e terminologia metalinguistica
115 Giulio M. Facchetti
Ancora sull’interpretabilità dell’etrusco: il caso degli specchi
135 Giulio Giannecchini
Sulla semantica del teonimo Cautha
167 Franco Lorenzi
Dizionari elettronici e documentazione lessicografica.
Ipertesto e testo nel Dizionario generale plurilingue del
Lessico Metalinguistico
195 Riccardo Massarelli
Alcune osservazioni sull’etrusco *tuθ-
215 Enzo Mattesini
Il Perfettissimo Dittionario delle parole più scelte di Spoleto
(1702) di Paolo Campelli. Parte II: Riordinamento
alfabetico, riscontri lessicali, etimologie, SCAL-SCARM-
(con una postilla su it. mediano fallacciano ‘fico
primaticcio’)
241 Carlo Pulsoni
A margine della citazione provenzale di Lasso me (Rvf 70, 10)
257 Luisella Reali
La figura di Camillo Tarquini nel dibattito ottocentesco
sull’affinità tra etrusco e semitico
295 Domenico Santamaria
Ricerche storiografiche di Benvenuto Aron Terracini su
Graziadio Isaia Ascoli: osservazioni preliminari
Presentazione

Questa raccolta di contributi costituisce un omaggio pre-


sentato a Luciano Agostiniani da amici, colleghi e allievi lin-
guisti e filologi, tutti operanti, tranne il curatore, nell’ambien-
te di lavoro del festeggiato, vale a dire la Sezione di
Linguistica del Dipartimento di Filosofia, Linguistica e
Letterature della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università
degli Studi di Perugia.
L’idea di questo libretto è sorta con l’intenzione di offrire
un segno concreto di ammirazione e gratitudine. Una combi-
nazione, felice ma casuale, ha determinato l’uscita della pre-
sente raccolta a ridosso della presentazione degli Scritti scelti
di Luciano Agostiniani (editi a cura di Augusto Ancillotti,
Alberto Calderini, Giulio Giannecchini e Domenico
Santamaria), il che permette di osservare insieme e valutare
ancor meglio alcuni dei più pregevoli tra i molti frutti di una
così vasta attività scientifica.
Per i fini di questa breve presentazione non è necessario
che io cerchi qui di tracciare, sia pur rapidamente, un profilo
dell’umanità e della dottrina di Luciano Agostiniani. Per non
colorire, perciò, di tinte troppo celebrative questo discorso
delineerò appena, per il lato umano, quei tratti di disponibi-
lità, sincerità e apertura mentale, che si combinano con un
rigore e una “severità” logica non comune.
Come tale rigore logico, unito a una competenza, che io
certamente non mi permetterò qui di stimare, si rifletta poi,
sul lato della produzione scientifica, in un ammirevole acume
investigativo, risulta di immediata evidenza se, senza troppi
8 Mlaχ mlakas

giri di parole, ci limitiamo ad allineare alcune delle concrete


scoperte da lui effettuate, ad esempio, nello spinoso campo
della linguistica etrusca: l’individuazione dell’avverbio di
negazione ei(n) (prima erroneamente ritenuto un elemento
deittico: della negazione in etrusco si ignorava ogni cosa);
un’esatta identificazione e descrizione semantico-funzionale
dei morfemi dei plurali dei nomi (la situazione precedente era
assai confusa e molti casi ora chiari erano incomprensibili); la
spiegazione del genitivo arcaico -ia rispetto al recente -(ia)l
(con implicazioni basilari sul piano della descrizione diacro-
nica del sistema vocalico); l’identificazione e la descrizione
precisa dei pronomi relativi (sulla base dell’opposizione ani-
mato/inanimato, la cui pertinenza in etrusco era già stata indi-
viduata dallo stesso Agostiniani per i plurali); l’identificazio-
ne di suffissi marcanti l’appartenenza a classi di parole moti-
vate su base semantico-referenziale (cioè sul genere naturale
della referenza), portando chiarezza scientifica in un campo
prima largamente inficiato da erronee convinzioni basate su
ingenui parallelismi con le strutture delle lingue classiche;
l’individuazione di suffissi moltiplicativi per i numerali
(prima affatto sconosciuti); la precisazione, sul piano lessica-
le, dell’area semantica di alcuni notevoli termini come eθ/et
“così” o luθ- “campo” o mlaχ “buono”, quest’ultimo in un
esemplare articolo, del 1981, dove la sequenza etr. mlaχ
mlakas (da cui il titolo della presente raccolta) è stata per la
prima volta decifrata (come “cosa bella per una bella perso-
na”, “cosa buona per un buono” vel similia) sulla base del-
l’arguto accostamento di testi paralleli in greco e falisco.
Queste e molte altre scoperte “parlano da sole”, avendo
aperto e/o consolidato le nostre conoscenze su aree fonda-
mentali della grammatica e del lessico e avendo aggiunto vie
d’indagine (si veda la definizione del “metodo tipologico” per
lo studio dell’etrusco), con ricadute a catena, sul piano del-
l’ermeneusi dei testi, di portata notevolissima (e non ancora
esplicatasi appieno). Il fatto è che queste acquisizioni, nella
PRESENTAZIONE 9

loro validità, risultano, nel tempo, viepiù confermate e accre-


sciute non solo da successivi riesami delle basi argomentative
che le sostengono, ma anche dalla loro applicazione all’anali-
si del nuovo materiale epigrafico e dalla riconsiderazione dei
vecchi testi.
Si può affermare, dunque, che ciò che rimane della lingua
etrusca, un campo di studi particolarmente difficile e marto-
riato da miriadi di lavori rovinosamente antiscientifici, ha
avuto la grande fortuna di incontrare Luciano Agostiniani,
specialmente in questa fase avanzata delle ricerche (in altra
sede definita “fase del raffinamento”), in cui la descrizione
dell’etrusco è rinsaldata dall’applicazione di processi scienti-
fici che sorreggono su una base ora ferma e solida le nostre
conoscenze vecchie e nuove. Anzi, si può sicuramente asseri-
re che del passaggio a questa fase Luciano Agostiniani è stato
ed è il protagonista essenziale.
Gli autori dei contributi manifestano un ampio spettro
d’interessi, che va dalla toponomastica (Ancillotti) all’etrusco
(Facchetti, Giannecchini, Massarelli) all’epigrafia latina
(Calderini) alla pragmatica (Bonucci) alla semantica della ter-
minologia tecnica (Castelli) alla lessicografia computazionale
(Lorenzi) alla storia della lingua italiana (Mattesini) alla filo-
logia provenzale (Pulsoni) alla storia della linguistica (Reali,
Santamaria).
La molteplicità di questi argomenti trova il suo filo con-
duttore nell’esperienza scientifica di Luciano Agostiniani,
tanto ricca di sfaccettature quanto flessibile dal punto di vista
epistemologico: oltre alle tematiche antichistiche, egli ha
infatti coltivato anche ambiti di carattere dialettologico e di
impianto teorico. Sarebbe anzi auspicabile una riedizione dei
suoi scritti che si situano su tali versanti.
La sua cifra metodologica, del resto, si inserisce appieno
nel contesto culturale e scientifico proprio della gloriosa tra-
dizione linguistica italiana, volta a respingere ogni eccesso di
uniformità e di rigidità nei metodi e nelle teorie.
10 Mlaχ mlakas

Il gruppo di linguisti e filologi perugini, che hanno volen-


tieri aderito a questa iniziativa, testimonia la coesistenza di
diversi settori di ricerca, praticati in un clima di rispetto reci-
proco, clima inaugurato e favorito dai vari glottologi e filolo-
gi che si sono succeduti nella Facoltà di Lettere e Filosofia
dell’Università degli Studi di Perugia.

Giulio Mauro Facchetti


GIULIO M. FACCHETTI
Ancora sull’interpretabilità dell’etrusco:
il caso degli specchi

I problemi di interpretazione che sorgono attorno a una lin-


gua scarsamente attestata e genealogicamente isolata come
l’etrusco possono essere lentamente e pazientemente affronta-
ti per mezzo di particolari strategie euristiche di analisi inter-
na: in effetti la lingua etrusca è un campo in cui questo tipo di
approccio ha dato e continua a dare risultati molto rimarche-
voli.
Accanto ai vecchi (ma non esauriti) metodi di indagine
combinatoria, che è particolarmente rafforzata, quando possi-
bile, dal ricorso a “testi paralleli” (prodotti cioè, in lingue a noi
note, da culture vicine agli Etruschi nel tempo e nello spazio
per rispondere a medesime peculiari esigenze comunicative),
sono più di recente emersi nuovi strumenti di ricerca. Faccio
esplicito riferimento al “metodo tipologico”, inaugurato e
applicato per la prima volta in alcuni dei maggiori studi di
Luciano Agostiniani. Per esempio in Agostiniani 1992 e 1993
l’autore è riuscito a definire rigorosamente la distribuzione dei
morfemi dei plurali dei nomi, -r(a-) e -(χ/c)va, impiegati per
marcare nomi caratterizzati, rispettivamente, dalla presenza o
dall’assenza del tratto [+umano] (o [+animato]). Oltre a un’ac-
curata riconsiderazione combinatoria di tutto il materiale allo-
ra disponibile, tali studi instaurano, in effetti, parallelismi
tipologici che non soltanto giustificano una cosiffatta organiz-
zazione della categoria del genere naturale in etrusco, ma spie-
gano pianamente casi prima incomprensibili (che, anzi, ora
116 Mlaχ mlakas

risultano un’esplicita riconferma, in rapporto a comportamen-


ti analoghi in altre lingue, della validità del quadro ricostrutti-
vo). Mi riferisco agli esempi come ci clenar “tre figli” (mar-
cato con -r rispetto a clan “figlio”) e ci avil “tre anni” (non
marcato, cioè non **ci avilχva, rispetto ad avil “anno”): di
regola, dunque, in presenza di numerali solo i nomi animati (o
umani) recavano la marca morfologica del plurale, mentre gli
inanimati (o non-umani) no. Guardando le cose ex post tutto
risulta lineare e coerente: ma per arrivarci ci sono voluti l’in-
tuito e la competenza linguistica riversati in Agostiniani 1992
e 1993.
Sulla questione dell’interpretabilità dell’etrusco ho pubbli-
cato un lungo intervento (Facchetti 2005): ritorno qui sull’ar-
gomento sia per cercare di delineare qualche punto essenzia-
le delle mie riflessioni sia per cercare di prospettare ora in
concreto una soluzione precisa ai non lievi problemi emer-
genti.
Circa lo sviluppo dell’ermeneutica dell’etrusco, mi sembra
di aver giustamente individuato tre fasi fondamentali, in parte
sovrapposte tra loro, che ho chiamato “fase dei primordi”
(dalla seconda metà del XIX secolo fino almeno alla seconda
guerra mondiale), “fase dello sgrossamento” e (partendo dai
risultati precedenti), dall’inizio degli anni Ottanta, “fase del
raffinamento”, in cui hanno trovato applicazione più articola-
ti processi di analisi linguistica, rafforzando così punti già
“sbozzati” e chiarendone nuovi, altrimenti inaccessibili.
Tuttavia la presenza di troppo pochi etruscologi con ade-
guate competenze linguistiche (per l’estrema difficoltà della
materia e lo scarso numero di linguisti disposti a impiegare
ingenti fatiche in un campo spesso aprioristicamente giudica-
to poco o per niente fruttuoso) ha costituito, assieme alla
dispersione della bibliografia seria in molti rivoli non sempre
facilmente rintracciabili, un grosso ostacolo alla circolazione
e alla divulgazione di tali nuove idee, così che la consapevo-
lezza del passaggio a questa “fase del raffinamento” non è
GIULIO M. FACCHETTI ∼ IL CASO DEGLI SPECCHI 117

stata percepita immediatamente, ma per gradi, e solo negli


ultimi tempi in modo chiaro e definito. Di essa sono partico-
larmente rappresentativi i lavori di Helmut Rix e di Luciano
Agostiniani.
Un esempio vistosissimo di tale difetto di conoscenze è
proprio il caso della suaccennata teoria Agostiniani sui plura-
li: in Facchetti 2005, p. 368 s., si offre un esempio delle con-
seguenze di questa manchevolezza in alcuni recenti lavori di
Carlo De Simone, Dieter Steinbauer e Koen Wylin, dei quali
soltanto quest’ultimo è poi ritornato sul tema, senza precon-
cetti,1 e nonostante le ricadute, non leggere, che investono
vari punti dell’impostazione ermeneutica del suo libro sul
verbo etrusco.
Quanto a Steinbauer, avendogli scritto, nel settembre del
2002, per chiedergli una copia del suo Neues Handbuch des
Etruskischen (1999), contestandogli, nell’occasione, alcune
questioni relative alla sua trattazione dell’ablativo (sulla base
dei nuovi dati della Tabula Cortonensis) e, appunto, dei plu-
rali, ho ricevuto (invece del libro) una risposta piena di entu-
siastici apprezzamenti per i miei lavori, di cui non risulta,
credo, fuori luogo riportare uno dei brani più pacati:
«In mine eyes, the evidence of the Tabula Cortonensis isn’t of any
help, given the dubious circumstances of its discovery and publi-
cation. As yet, its genuineness hasn’t been scientifically tested
and/or proven. I’m not a credulous man. I worked hard on my
Etruscan grammar. So there’s no reason to revise it every now and
then under the pressure of dilettantish irregularities. (…) Following
Agostiniani, you are maintaining that the plural ending -r occurs
only with humans. Nevertheless, you translate naper as “misure”.
Where’s the logic of that?».

1
Wylin 2002, p. 102; cfr. Facchetti 2002, p. 589.
118 Mlaχ mlakas

La mia breve risposta successiva conteneva semplici chia-


rificazioni in merito alla specifica vicenda2 e, quantunque di
questo scambio di opinioni con Steinbauer io abbia inviato
(nel novembre 2002) una copia, tra gli altri, a Carlo De
Simone, quest’ultimo autore, ha poi risollevato contro di me3
un argomento del tutto simile a questo, insensato, di
Steinbauer:
«F(acchetti) premette invece alcune considerazioni tipologiche (...)
ritiene (...), prendendo spunto da L. Agostiniani, che nella lingua
etrusca sia operante, nel sistema nominale, l’opposizione tra
sostantivi caratterizzati al plurale dal tratto +umano in quanto
opposto a –umano (= marca zero); questa classificazione non è
però esente da problemi perché F(acchetti) stesso (...) ha reso la
voce tenθur della Tabula Cortonensis con ‘misure’ (tenθur ša
‘quattro misure’), da cui risulterebbe in modo consequenziale che
il nome di un’unità di misura terriera (!) era classificata in etrusco
come ‘+umano’; ma differente in questo punto è la posizione di
Agostiniani (...) che parla invece in relazione a tenθur decisamen-
te di tratto +animato (non ‘umano’), il che è ben altra cosa (anche
se parimente discutibile nel contesto specifico)».

Circa quest’ultimo punto (la pretesa asserzione per cui


Agostiniani tenderebbe a riscontrare il tratto [+animato] in

2
«(...) I wish you to succeed in finding other scholars able to sustain
the doubtful authenticity of the Tabula Cortonensis. (What is a really des-
perate attempt to deny the ablative). It is clear that you do not have a full
knowledge of the fundamental works of professor Agostiniani on the plu-
rals -r / -χva, since one of their most important (and typologically
argu[e]d) implications is that, with numerals, only humans mark the plu-
ral (by -r), while non humans are left unmarked (ci avil [not *ci avil-χva]
: ci clen-ar etc., see Agostiniani). On this perspective naper is simply a
non human name in -r, like caper “kind of pot” (attested marked plural:
caperχva). This lack of knowledge implies many negative consequencies
for an Etruscan grammar (...)».
3
Nella “recensione” (in “Gnomon”, 76, 2004) del mio libretto sulla
morfologia etrusca, in cui, smessi gli epiteti di “caro collega” e “profes-
sore”, fino ad allora riservatimi nelle sue lettere, De Simone mi gratifica
altrimenti della sua attenzione (v., per tutto, Facchetti 2004).
GIULIO M. FACCHETTI ∼ IL CASO DEGLI SPECCHI 119

tenθur) ho già altrove mostrato che si tratta di una delle fre-


quenti “sviste ad hoc” di De Simone,4 il quale prosegue la sua
“recensione”, rendendo ancora più esplicita la perfetta conci-
denza tra il suo lapsus e quello di Steinbauer sulla questione
dei plurali:5
«L’opposizione +umano : -umano viene esposta sistematicamente
nella certo assai utile tabella (pp. 11-12), ma la classificazione non
risulta del tutto coerente o simmetrica, perché l’‘Ass(olutivo)
Pl(urale) Um(ano)’ (= -r; marca obbligatoria) si oppone a zero (-
umano; cfr. ci avil ‘tre anni’: ci hušur ‘tre ragazzi’; il plurale
umano è quì (sic) marcato, in quanto opposto ad un plurale non
umano, cioè avil), mentre l’‘Ass(olutivo) Pl(urale) non um(ano)’
(con marca -(χ/c)va), appare al contrario pure marcato anche se
appunto -umano; la marca formale di -umano sarebbe facoltativa:
ma se un oggetto ha il tratto -umano perché dovrebbe poi essere
marcato al plurale, che caratterizza gli oggetti considerati +umano?
Esistono oggetti semiumani?».

Perciò entrambi questi autori hanno letto male o per nien-


te, e sicuramente non hanno capito, gli argomenti cardinali
che emergono da Agostiniani 1992 e 1993 sui plurali, che non

4
Facchetti 2004, p. 311: «riferendosi all’opinione espressa da
Agostiniani su tenθur nell’editio princeps della Tabula Cortonensis, De
Simone fraintende del tutto, sostenendo che Agostiniani “parla invece in
relazione a tenθur di tratto +animato”, mentre si vede bene, nell’editio
princeps di Agostiniani e Nicosia, a p. 90-91, che, Agostiniani, pur non
assumendo alla fine una posizione definitiva, afferma espressamente: “Vi
sono dunque alcuni indizi che puntano verso un valore di tenθur come [-
animato], a esclusione di una analisi tenθ-ur o tenθu-r con la marcatura
del plurale degli animati”, cioè proprio il contrario di quello che mostra
d’aver capito De Simone. Sulla mia scelta - peraltro presentata come ipo-
tetica allo stato attuale delle conoscenze - del tratto [umano] piuttosto che
[animato] per la descrizione di questi dati, basta rileggersi le semplici
affermazioni di Appunti, p. 9».
5
Il fatto che, come ho detto, De Simone fosse a conoscenza del con-
tenuto della mia corrispondenza con Steinbauer rende questo atteggia-
mento un po’ “sconcertante”.
120 Mlaχ mlakas

possono essere ignorati da nessun linguista che voglia occu-


parsi d’etrusco.
I risultati, assolutamente innovativi, di questi studi circa la
questione (fino ad allora caotica, cioè non ben chiarita né
tanto meno formalizzata) dei plurali dei nomi, ridotti all’osso
e volgarizzati il più possibile, possono così essere riassunti:

1. Le marche morfologiche del plurale dei nomi in etrusco


sono -r (per nomi di entità animate) e -(χ/c)va (per nomi
di entità inanimate).
2. La marcatura morfologica del plurale, con i numerali, è
obbligatoria solo per i nomi di entità animate, mentre
per i nomi di entità inanimate, con i numerali, sono
lasciati “al caso zero” senza la loro marca (-(χ/c)va).
La prima regola discende da uno studio combinatorio e
dettagliato del materiale epigrafico disponibile; la seconda
risulta da una riflessione condotta su certi dati (apparente-
mente anomali) del corpus epigrafico alla luce di parallelismi
tipologici risolutivi.
Che Steinbauer e De Simone, con le loro obiezioni alle mie
proposte interpretative per naper e tenθur, mostrino di non
aver letto o capito i lavori di Agostiniani in questione (in
sostanza, essi ignorano del tutto la regola 2.) risulta chiaro da
un passo (Agostiniani 1993, p. 38):
«E mi sembra che sia pressoché obbligato considerare naper, che
compare in sintagmi con numerali (naper ci, huθ naper, naper XII
“tre naper”, “quattro naper”, “12 naper”), nei quali indica una misu-
ra di superficie, un radicale in -r anziché un plurale, come vulgato».

da cui si vede bene come le “mie” idee su naper siano un sem-


plice calco di quelle di Agostiniani (come non ho ovviamente
mancato di segnalare nei miei scritti) e che la risposta alle
obiezioni di Steinbauer (e di De Simone) era già stata pubbli-
cata quasi dieci anni prima delle stesse.
GIULIO M. FACCHETTI ∼ IL CASO DEGLI SPECCHI 121

Ho ripreso questo episodio, ripassando i dettagli come


sotto una lente d’ingrandimento, perché (lasciando da parte i
problemi prodotti dalla massa di scritti prodotti incessante-
mente sull’etrusco da autori completamente inattendibili e
antiscientifici) qui risultano lampanti le carenze molto gravi
sul piano della circolazione perfino di idee nuove e importan-
ti, su punti-chiave del livello grammaticale (come, appunto, i
plurali dei nomi): la lentezza (o, per meglio dire, l’immobi-
lità) del dibattito e le conoscenze frammentarie o errate su
questi temi non certo secondari costituiscono un dato preoc-
cupante, proprio perché i citati autori (Steinbauer, De Simone,
Wylin,6 per non aggiungerne altri) sono linguisti di formazio-
ne che si sono più o meno vastamente occupati d’etrusco.
Dunque proprio in casi come questi repetita (et simplificata)
iuvant.
Ma come reagire a questi e ad analoghi problemi emergen-
ti attorno agli studi linguistici etruschi, con specialissimo
riguardo al modo di “codificare” e trasmettere informazioni
utili e attendibili a linguisti non specialisti e a studiosi colla-
teralmente interessati?
Vorrei riprendere a questo proposito l’idea che avevo appe-
na accennato in Facchetti 2005: vale a dire l’opportunità di
costituire una sorta di comitato permanente di linguistica
etrusca, con lo scopo fondamentale di ordinare e divulgare
adeguatamente le nozioni scientifiche più avanzate concer-
nenti l’etrusco, intendendo così frapporre un argine all’accu-
mulo di incertezze, pregiudizi e discredito che gravano sul
campo di studi.
Per perseguire tali finalità questo comitato dovrebbe anzi-
tutto proporsi di raccogliere le adesioni degli studiosi che si
sono applicati scientificamente a questo settore di studi, al
fine di costituire un punto di riferimento autorevole (in quan-

6
Che, come detto, ha però saggiamente rivisto le sue posizioni sul
punto: Wylin 2002, p. 102.
122 Mlaχ mlakas

to fondato sull’esplicita convergenza dei pareri di una plura-


lità di specialisti) per le discipline collaterali e comunque inte-
ressate.
L’insieme delle deliberazioni scientifiche di questo comi-
tato dovrebbe mirare principalmente a presentare una descri-
zione grammaticale, lato sensu, e lessicale (fondata sul pare-
re unanime o maggioritario dei componenti) di quei segmen-
ti dell’etrusco che risultano accessibili. Il giudizio del comita-
to sulle conoscenze circa l’etrusco si potrebbe articolare in
vari livelli, esplicitamente indicati: certezza, probabilità, pos-
sibilità. Oltre a questi livelli di conoscenza il comitato potreb-
be segnalare anche lo stato controverso di alcuni segmenti
dell’analisi linguistica (citando, come si riterrebbe più oppor-
tuno, opinioni di singoli autori a confronto), oppure esprime-
re un parere di assoluta oscurità circa altri segmenti di anali-
si.
L’insieme delle deliberazioni scientifiche di tale comitato
dovrebbe inoltre essere periodicamente sottoposto a un giudi-
zio di revisione complessiva, così che i nuovi componenti
possano via via esprimersi anche su deliberazioni precedenti
alla loro ammissione.
Questi sono alcuni primi spunti concreti per sostenere una
simile proposta: tuttavia ci si rende conto che, accanto all’in-
dubbia utilità di un simile comitato, con un suo organo infor-
mativo, che inizierebbe a costituire un forte nucleo unificante
del dibattito, si delineano, al momento di passare dalle parole
ai fatti, difficoltà notevoli sul piano organizzativo.
A prescindere dagli sforzi da compiere per la gestione
materiale dell’iniziativa, c’è l’esigenza, non sottovalutabile,
del momento costitutivo e quella, non meno delicata, di pre-
cisare le modalità per la formazione delle deliberazioni scien-
tifiche.
È dunque possibile che l’iniziativa proposta possa incon-
trare ostacoli di notevole entità; è certo, d’altro canto, che, se
non si fa nulla, la situazione generale delle conoscenze e della
GIULIO M. FACCHETTI ∼ IL CASO DEGLI SPECCHI 123

loro circolazione resterà nell’attuale stato di fluidità e semi-


caos.
La necessità di ridelineare ex novo, alla luce delle più
avanzate impostazioni scientifiche e metodologiche, i “punti
fermi” primari della nostra conoscenza dell’etrusco, derivati
da bilingui, parallelismi formulari più evidenti, ecc. (es. clan
“figlio”, larθ “Larth”, seχ “figlia”, zilaθ “pretore”, ci “tre”,
mi “io”, -s “genitivo”, ecc.), e quelli secondari, derivati da
procedimenti inferenziali applicati in modo contestuale e
cotestuale a segmenti del corpus parzialmente lumeggiati dai
punti fermi primari, porterebbe a una (ovviamente parziale)
descrizione grammaticale e lessicale dell’etrusco pienamente
“giustificata”, esplicitante cioè, per ogni frammento di cono-
scenza, la prova o il ragionamento a supporto.
Questo sforzo, che impedirebbe di poter fare così spudora-
tamente tabula rasa, senza discussione o tentativi di seria
confutazione, delle precedenti acquisizioni (viste come accu-
mulo confuso di opinioni discordanti), come anche di recente
si continua a fare (v. il caso di Alinei), e che metterebbe in
piena luce i punti davvero “fermi”, distinguendoli nettamente
dalla vulgata trasmessa da una lunga tradizione non mai ade-
guatamente revisionata,7 potrebbe essere durato da un singolo
autore, e sarebbe comunque utilissimo: tuttavia se esso risul-
tasse come il prodotto di un gruppo di studiosi (il comitato di
cui si è detto poc’anzi) il grado di autorevolezza (e fors’anche
di precisione) dell’insieme risulterebbe di gran lunga superio-
re.
Per la ricerca di questi “punti fermi”, primari o secondari,
su vari livelli dell’analisi linguistica, ma soprattutto sul piano
lessicale, un aiuto rimarchevole (ad es. per chiarificare, con
sufficiente precisione, il significato di alcuni lessemi) ci è for-

7
Si veda, nel presente volume, il caso di etr. tuθi trattato da Riccardo
Massarelli.
124 Mlaχ mlakas

nito dalle cosiddette “bilingui figurate”, vale a dire quella


sorta di “didascalie” che si trovano talora scritte, con scopo
esplicativo, accanto a ogni tipo di immagini o figure, ancor-
ché il loro esame debba condursi con la necessaria cautela.
Nella categoria delle “bilingui figurate”, emergono per
importanza qualitativa ed estensione testuale le iscrizioni
sugli specchi, ossia quelle “didascalie”, che frequentemente
sono associate alle figure esornative incise sulla superficie
non riflettente degli specchi bronzei etruschi.
Tali epigrafi, quantunque con un grado diverso di interpre-
tabilità, ci forniscono alcuni di questi “punti fermi” sul piano
linguistico, come pure l’opportunità di arricchire, beninteso
abbastanza frammentariamente, le nostre conoscenze su alcu-
ni tratti non irrilevanti del mondo culturale (soprattutto reli-
gioso) etrusco.
Un inquadramento classificatorio di questo tipo di iscrizio-
ni, oltre a permetterci di illustrare più ordinatamente alcuni
degli esempi più significativi, ci consente di porre nella giu-
sta luce il contributo degli specchi iscritti nel contesto dell’er-
meneutica etrusca.
Il genus delle iscrizioni sugli specchi in senso stretto
(“didascalie”) si potrebbe suddividere in tre species diverse, a
seconda della struttura testuale:
1. Parola singola. È il caso di una parola, di natura onomasti-
ca o meno, applicata a una immagine o a una scena;
2. Sintagma. È il caso di almeno due parole costituenti un’u-
nità esplicativa applicata a un’immagine o a una scena, e tut-
tavia non costituenti una frase (v. punto 3);
3. Frase. È il caso di un’intera frase (intesa come espressione
di senso compiuto con struttura predicativa) applicata a
un’immagine o a una scena.
GIULIO M. FACCHETTI ∼ IL CASO DEGLI SPECCHI 125

Più casi di parola unica possono ricorrere sullo stesso


specchio: e lo stesso vale, in linea di principio, per i sintagmi
e le frasi (quantunque siano attestati solo alcuni rarissimi
esempi di più sintagmi e nessuno di più frasi); inoltre le tre
diverse species possono cooccorrere, due alla volta e, in linea
di principio, tutte e tre assieme, sullo stesso specchio.
Vanno escluse dal novero delle “iscrizioni su specchio”,
come “didascalie” ossia sottocategoria delle “bilingui figura-
te”, le iscrizioni di dedica o esprimenti possesso o pertinenza
incise su specchi (questo concetto è stato ben chiaro agli
estensori di ET, che infatti, in quella raccolta, tengono netta-
mente distinte le due tipologie di epigrafi). Si tratta di parole
o frasi che non sono applicate a un’immagine o a una scena
della decorazione speculare, bensì riguardano, appunto,
un’indicazione di pertinenza o destinazione dell’oggetto stes-
so. Esempi in tal senso sono costituiti dalla parola šuθina
“tombale”, “funerario”, che compare (anche ripetuta) su molti
specchi di area volsiniese (es. Vs S.3, 4, 5, 14, 16 ecc., peral-
tro altrimenti iscritti con vere e proprie “didascalie”), oppure
dalla frasetta AH 3.4: mi titasi cver menace (“io sono stato
fatto come regalo per Tita”) su uno specchio che ugualmente
riporta “didascalie” ad immagini della decorazione (AH S.4).
Un caso perfettamente analogo a quest’ultimo è quello
dello specchio da Todi, famoso per riportare una bella scena
del giudizio di Paride, con “didascalie” (Um S.4, tra le quali
una, del tipo 2. -sintagma-, ci fornisce il possibile termine
etrusco per “ancella”, o simili: snenaθ turns “ancella di
Venere [= etr. Turan]”) e per riportare la frasetta marcante il
possesso dell’oggetto (e dunque esclusa dal genus di epigrafi
qui considerato) Um 2.3: mi malena larθia puruhenas (“io
(sono) lo specchio di Larth Puruhena”), da cui ricaviamo il
sicuro nome etrusco per “specchio”: malena, termine ricor-
rente nella forma sincopata malna in un contesto del tutto
simile (OI 3.2: arnt cn malna [turce] “Arnt [dedicò] questo
126 Mlaχ mlakas

specchio”, associato alle “didascalie” OI S.4) e, forse, presen-


tante una probabile variante malstria attestata in AH 3.3.8
Torniamo però ora ai casi di “iscrizioni su specchio” in
senso stretto, ossia in funzione di “didascalia”, come sopra
specificato.
La prima species, delle parole singole, è larghissimamente
rappresentata, trattandosi soprattutto di nomi di divinità, eroi
o personaggi mitologici in genere. Questo gruppo è di grande
interesse sul piano linguistico e culturale, poiché ci permette
di individuare, per lo più con grande precisione, il corrispon-
dente nome etrusco di un determinato personaggio mitologi-
co, soprattutto dei miti greci (es. Hercle “Herakles”, Aplu
“Apollon”, Castur “Kastor”, Pul(u)tuce “Polydeukes”,
Aχ(i)le “Achilleus”, Menle “Menelaos”, Aχmemrun
“Agamemnon”, Elχs(e)ntre/Elaχsntre “Alexandros”, ecc.),
fornendoci utili informazioni sul piano dei fenomeni fonetici
operanti in caso di prestito dal greco. Contemporaneamente
ricaviamo informazioni dettagliate sulla teonomastica pro-
priamente etrusca di corrispondenti divinità del pantheon
greco (es. Tinia “Zeus”, Uni “Hera”, Turan “Aphrodite”,
Šeθlans “Hephaistos”, Turms “Hermes”, Laran “Ares”, ecc.),
nonché la possibilità concreta e dettagliata, per quanto fram-
mentaria, di valutare l’elevato grado di recezione e fusione
dei miti greci nella religione etrusca, e - assai più raramente -
l’opportunità di gettare uno sguardo su episodi “originali”
della mitologia etrusca (connotati da personaggi come Raθlθ,
Veltune, Aminθ, Leinθ, Mariš, Malavisχ, Aχ(u)vizr [e varian-
ti]) più o meno o per nulla contaminati da elementi allogeni
(soprattutto greci).
Per quanto concerne, poi, i termini non-onomastici, anche
da questo primo gruppo, delle parole singole, è possibile infe-

8
La radice è sempre etr. mal- “vedere”, “guardare”, testimoniata per
la prima volta in modo indubitabile con questo significato nel testo della
tabula Cortonensis (Agostiniani-Nicosia 2000, p. 106).
GIULIO M. FACCHETTI ∼ IL CASO DEGLI SPECCHI 127

rire una serie “punti fermi”, relativi, ad esempio, alle personi-


ficazioni di entità astratte, come Mean (con ogni probabilità
etr. mean = “gloria” o “vittoria”); in OI S.38 compare Hinθial
“Immagine”, “Aspetto”, nel senso di ingl. look (hinθial
“immagine”, nel senso di “fantasma”, è senza dubbio ricava-
bile da bilingui figurate [Ta 7.67 hinθial terasia{l}s “fantasma
di Tiresia”; Vc 7.15 hinθial patrucles “fantasma di Patroclo”;
Vc 7.36 hinθia turmucas “fantasma di Turmuca”] e proprio da
uno specchio iscritto: Vc S.11 hinθial terasias “fantasma di
Tiresia”) come componente del corteo di Turan (= Venere),
nel quale, come risulta da questo e da altri specchi iscritti, si
annoverano anche Mlacuχ “Bellezza” e Munθ(u)χ
“Cosmesi”, nomi astratti formati (come giustamente enuclea-
to in Maggiani 1996, p. 122 s.) con un suffisso -(u)χ, altri-
menti noto, sulle basi mlaχ “buono”, “bello” (Agostiniani
1981) e munθ- “mettere in ordine” o simili (v. lat. mundus, di
verosimile etimologia etrusca).
Per quest’ultima base, probabilmente formata su una radi-
ce mun-, vorrei ricordare quanto ho scritto in Facchetti 2003
(cui rimando per i dettagli) sul caso degli ampliamenti in theta
in etrusco, che distinguerei in tre tipi:

– (I) -(a)θ/t < *-aθu suffisso d’agente


– (II) -θ(i) / -t < -θi posposizione “in” (col locativo)
– (III) -θ- < *-VθV-? suffisso verbale (aspettuale?)

dove le omonimie delle forme recenti sono il risultato degli


intervenuti mutamenti fonetici, che siamo in grado per lo più
di ricostruire. Nel caso del nostro munθ- di munθ(u)χ si trat-
terebbe del suffisso III, che parrebbe una specie di amplia-
mento radicale capace di modificare (intensificare?) il signifi-
cato della radice.
L’idea è suffragata dalla possibilità di ricostruire schemi
morfologici simmetrici.
128 Mlaχ mlakas

suff. (I) suff. (III)

ten- ten-aθ ten-(a)θ-


“completare” “misuratore” “misurare”
(“misurare”) (REE 57.37) (TCo; Ta 8.1)
ten-θ-ur
“misura” (TCo)

mun- mun-θ mun-θ-


(“mettere in ordine”) “ordinatore” (“ordinare
munis, *munica (Ta 1.182) bene”)
“luogo ordinato / sacrale” mun-θ-(u)χ
“cosmesi”

nun- nun-θ- nun-θ-


(“pregare”) (“pregatore”) “invocare” (TC)
nuna < *nun-na nun-θ-en-
“preghiera” “invocare”

Per le traduzioni rimando a quanto ho scritto in Appunti


(pp. 58 s., 89, 97, 101, 142; cfr. Rix 1991, pp. 678-680) e
Frammenti (pp. 23-25, 66; cfr. Agostiniani-Nicosia 2000, p.
90 s.). Ho messo tra parentesi i significati non direttamente
attestati dalle fonti, ma ricavabili dalle simmetrie morfologi-
che. Ho indicato il contesto di riferimento solo in caso di
hapax, di ricorrenza in un unico documento o di poche atte-
stazioni in generale.
Il caso del tenaθ graffito su un’anfora a figure nere del
primo quarto del V secolo a.C. (REE 57.37) va con ogni vero-
simiglianza interpretato come una “bilingue figurata”, dato
che la parola in questione è associata a un personaggio addet-
to alla misurazione di una gara di corsa.
In Appunti (p. 101) ho considerato la possibilità che nun-
θen- “invocare” sia formato su un nomen agentis in -(a)θ
GIULIO M. FACCHETTI ∼ IL CASO DEGLI SPECCHI 129

(nun-θ-, a sua volta da nun- “pregare”) normalmente riverba-


lizzato con -en-. Il suffisso verbalizzante neoetr. -(V)n- (< arc.
-a/eni-) è riconoscibile sulla base di una vasta documentazio-
ne di supporto (es. mulu-n- “offrire”, da mulu “don(at)o”;
ziχ(u)-n- “scrivere” da ziχ “(documento) scritto” / ziχu “scrit-
tore”; zilaχ-n- “esercitare una magistratura”, da zil(a)c/χ
“magistratura”; ceriχu-n- “costruire”, da “ceriχu” “cosa
costruita”;9 alpn-in- “omaggiare”, da alpan “omaggio”; cfr.,
per tutto, Rix 2000, p. 220).
Per quanto concerne la seconda species di iscrizioni su
specchi (il sintagma), a parte i già citati snenaθ turns “ancel-
la di Venere (= etr. Turan)” (Um S.4) e hinθial terasias “fan-
tasma di Tiresia” (Vc S.11), abbiamo rarissimi casi di formu-
la onomastica bimembre: avle vipinas e caile vipinas, i fratel-
li Aulo e Celio Vibenna, eroi etruschi parzialmente noti anche
da fonti antiquarie latine (oltre che da altre, famose, bilingui
figurate della tomba François di Vulci) e rappresentati su Vs
S.4, in un episodio affatto ignoto coinvolgente Cacu che sta
dettando “rivelazioni” a uno scrivente Artile. Un altro episo-
dio di “rivelazione” tipicamente etrusco è rappresentato sullo
specchio AT S.11, dove il sintagma onomastico avle tarχunus
corrisponde a un prenome seguito da patronimico al genitivo:
“Avle (figlio) di Tarchun” (si tratta del noto Tarchon delle
fonti greche, il fondatore di Tarquinia: cfr. anche OA S.1, OB
S.2 eivas telmunus “Aiace di Telamone”); circa l’altro sintag-
ma pava tarχies rimando a quanto scritto in Frammenti, p.
68-70 e in Facchetti 2003, p. 207-208.10 Altri esempi interes-
santi: lasa sitmica, lasa racuneta, lasa vecu(via) (da vari

9
V. Appunti, p. 97.
10
Aggiungo qui, collateralmente, che la lettura (di recente proposta
da De Simone in “AIΩN”) *tarχianêsi (invece del corretto tarχianês)
sulla tabula Cortonensis, è un miraggio linguistico (per via della -ê-, ma
qui non insisto sul punto) ed epigrafico, come si può ben vedere dalle
microfotografie di Agostiniani-Nicosia 2002.
130 Mlaχ mlakas

specchi), da cui si deduce che il termine lasa (ricorrente anche


come parola singola) sta per “ninfa” o simili, soprattutto sulla
base del notevole confronto tra lasa vecu(via) e l’altrimenti
nota ninfa Vegoia; esiste inoltre una serie di sintagmi costitui-
ti da specificazioni di Mariš (sorta di genietto infante), altro
personaggio peculiare della religione etrusca (mariš halna;
mariš husrnana; mariš isminθians), ma i suoi epiteti non sono
chiaramente accessibili.
Quanto alle frasi riportate sugli specchi iscritti, esistono
vari esempi più o meno ben studiati: da casi relativamente11
più semplici come ca θesan “questa (è) l’aurora” (AV S.6; tra
l’altro il significato di θesan “aurora” è ricavato da altri spec-
chi in cui il termine - come parola singola - compare quale
elemento onomastico designante la personificazione divina
della stessa entità), sopra l’immagine del carro solare che
sorge, ad altri di analisi morfologica (e lessicale) più impe-
gnativa, come aχlei truiesi θesθu farce “l’ira? penetrò
nell’Achille di Troia” (Vc S.23), vicino all’immagine splen-
dente di Achille armato su un carro (cfr. Iliade, 19, 15-16; v.
Frammenti, p. 48, nt. 282), e, addirittura, a un periodo con
una dipendente, nella “didascalia” della nota immagine di
Ercole allattato da Giunone, Vt S.2: eca . šren . tva . iχnac .
hercle . unial . clan . θra.šce “questa superficie mostra? come
Ercole divenne figlio di Uni” (cfr. Frammenti, p. 22, nt. 90;
Appunti, pp. 89 [per θraš- / eθrš-], 97 [per sran / šren]). Per
tva “mostra” (III pers. sing.), si deve forse pensare a una radi-
ce verbale in vocale (come capi-), presentante qui una forma
di ingiuntivo in -e con contrazione: tva < *tvae. La stessa
radice neoetr. tva- “mostrare” (probabilmente [t(u)wa]-)
dev’essere l’esito di un arc. teva-, che si riscontra in tevaraθ
“arbitro”, parola che ha però una forma neoetr. [t]eurat (v.
Frammenti, p. 11); dunque arc. [tew]- > rec. [tew]- / [t(u)w]-

11
Si veda, su questa frasetta, quanto scrive Giulio Giannecchini nel
suo articolo contenuto nel presente volume.
GIULIO M. FACCHETTI ∼ IL CASO DEGLI SPECCHI 131

(sarebbe interessante studiare se si tratta di una differenza dia-


topica nord-sud altrimenti riscontrabile).
Vorrei chiudere con una suggestione, che non presenta
apparentemente nessun “punto fermo”, ma anzi gravissime
difficoltà, ma che potrà forse tuttavia costituire l’oggetto di un
futuro studio ad hoc, vale a dire la presunta pseudoepigrafe
(così ritenuta da ET), o testo privo di senso, Cl 0.7.
In breve, si tratta del testo ordinato in quattro righe sulle
due “pagine”, o meglio tavolette cerate, di un dittico tenuto in
mano da un personaggio raffigurato su uno specchio con
“didascalie” (Cl S.11). Lo specchio è purtroppo rovinato, tut-
tavia si riconosce chiaramente un gruppo di personaggi che
assiste a un vaticinio pronunciato dalla testa di Orfeo (Urϕe),
la quale aveva profetizzato, per un certo periodo, dopo essere
stata deposta nella grotta di Antissa, sacra a Dioniso. Si vede
al centro un uomo barbato, forse designato come A[t]unis,
cioè Adone, vicino a una donna, identificata come Euturpa,
cioè la musa Euterpe; un giovane, infine, sul lato sinistro, è
chiamato Umaele (personaggio altrimenti noto dagli specchi,
anche nella variante Umaile), nome di non piana identifica-
zione (si è provato ad avvicinarlo a Eumelos, che tra l’altro è
il nome del figlio di Admeto e Alcesti presente alla guerra di
Troia, ma con debole verosimiglianza per quanto concerne
l’aspetto formale, cioè fonetico, e la possibile congruenza tra
le vicende dei due personaggi).12 Dei nomi di un altro perso-
naggio femminile seminascosto, che si copre la bocca con un
velo, così come di altre due figure secondarie sdraiate sullo
sfondo, restano solo lacerti. È rimasto integro invece il nome
di colei (anche se dall’incisione sembra quasi che una figura

12
Circa la figura di Umaele, come emerge dalle scene degli specchi,
restano valide le osservazioni di Cristofani 1985, p. 7 s.: «Umaele è dun-
que il sacerdote addetto all’oracolo, probabilmente anche l’interprete dei
vaticini che vengono trascritti da altri. (...) la testa di Orfeo, estratta dal suo
contenitore, proferisce il vaticinio, trascritto e esibito da un addetto».
132 Mlaχ mlakas

maschile seduta sia stata “corretta” con l’aggiunta dei seni)13


che, dal lato destro, registra sulle tavole cerate il responso di
Orfeo: Aliunea (che è presente anche nella scena di Vs S.3,
ancora associata, tra gli altri, a Umaele e ad Euturpa, benché
qui lo scriba sia Talmiθe).
In questo contesto, riesaminando un bell’ingrandimento
fotografico del testo delle tavolette di Aliunea,14 mi è parso
che il carattere pseudoepigrafico non emerga così nettamente,
considerata la possibilità di individuare, e segmentare, ele-
menti lessicali altrimenti noti.
L’epigrafe è così leggibile (le lettere effettivamente dubbie
sono la prima della prima riga: una l o, meno probabilmente,
una p, e la prima della terza riga: ϕ o θ):
liraeunrua
mieluhaet
etas
ϕaimlasira

di cui, mi pare, si possa tentare la scomposizione:


lira e un rua
mi elu haet
ϕai mlasira
etas
in cui sarebbero forse individuabili gli elementi e “o (interie-
zione)??”; un “tu?”;15 rua (di solito ruva [ruwa]) “fratello?”; mi

13
Un altro specchio (da Castelgiorgio), senza “didascalie”, riproduce
una scena molto simile, ma qui il posto di Aliunea è occupato da una figu-
ra maschile (che si può dedurre, da un altro frammento di specchio, Vs
S.3, essere Talmiθe, cioè Palamede), esattamente nello stesso atteggia-
mento, con lo stilo portato verso la bocca (sul dittico si intravede qualche
segno di scrittura): v. Cristofani 1985, p. 7.
14
In Maggiani-Simon 2000, p. 146.
15
Rix 1991.
GIULIO M. FACCHETTI ∼ IL CASO DEGLI SPECCHI 133

“io”; elu, “celebrare??” (cfr. ilucu “festa?”?); mlasira “altez-


za??” / “grandezza??” (cfr. *mlesia- “altura”);16 etas “di
costui”.
I restanti segmenti del testo (specialmente haet e ϕai) suo-
nano certamente un po’ “strani” e tutta l’“analisi” resta, senza
dubbio, nel campo delle mere congetture, ma forse una fonte
letteraria potrebbe fornire un inatteso sostegno.

Nota bibliografica

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ET H. Rix (herausgegeben von), Etruskische Texte, Tübingen, 1991.

Per *mlasia- v. Frammenti, p. 61, nt. 347; per l’alternanza a/e in


16

questo contesto, v. Appunti, p. 89; per il suffisso -ra, (mlasi-ra < *mla-
sia+ra) v. ibidem, p. 52.
134 Mlaχ mlakas

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