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Leopold Ziegler l'uomo eterno

L'uomo eterno

Ogni dottrina e ogni movimento spirituale non sviluppano unicamente una forma di teosofia, ma
anche una cosmosofia e una antroposofia. Leopold Ziegler non rinunciava al dialogo con gli
scienziati: aveva conseguito una seconda laurea con Ernst Haeckel e teneva molto a conciliare
il proprio itinerario di riflessione non solamente con i risultati della ricerca teologica e delle
scienze religiose, ma anche con quelli delle scienze naturali. Dal suo Dialogo didascalico
dell'uomo universale possiamo ricavare il principio che struttura la sua visione: «Fin
dall'organismo unicellulare originario l'animalità porta in grembo l'uomo. E questo il nucleo di
verità dell'intera teoria evoluzionistica, che si potrebbe dunque intendere come un'ininterrotta
antropofania». Ma come si realizza la tendenza dell'uomo a farsi uomo (Menschwerdung), sia
come specie sia come realizzazione di ciascun individuo?

Per Ziegler il mezzo e il fine sono l'"uomo", e precisamente l'uomo universale o eterno che
storicamente si chiama ed è Gesù Cristo. Questo è il convincimento di Ziegler che, senza
affermarlo espressamente, si pone nella linea della tradizione ortodossa. Il suo Cristo, perciò,
non è solo l'eone celeste colto dagli gnostici ma non riconosciuto come il Cristo incarnato in
Gesù di Nazareth. È ben di più: è la concreta realizzazione storica dell'uomo universale, eterno.
Nell'opera matura del filosofo questa figura è costantemente presente. È utilizzata per esempio
per chiarire la sua concezione estetica in L'ultima epifania di Apollo (1937), poi nei due libri di
cui abbiamo già parlato e infine, quasi a coronamento dell'intera sua opera, nel Dialogo
didascalico dell'uomo universale (1956).

E così nel nebuloso orizzonte della nostra coscienza si staglia per la prima volta l'astro
splendente dell'homo universalis, il vero uomo, l'uomo essenziale [che è] in tutti gli uomini,
l'uomo per eccellenza o l'uomo in sé e per sé.

È stato Ernst Benz (1907-1978), storico della Chiesa e della cultura, a inquadrare dal punto di
vista della storia delle idee la dottrina dell'uomo eterno di Ziegler. Secondo la sua ricostruzione,
Ziegler è un anello della catena della tradizione della gnosi cristiana, della mistica cristiana
orientale e della qabbalah giudaica, che giunge fino a noi, e che ha la sua «forma pienamente
sviluppata dal punto di vista teosofico negli scritti di Jakob Bòhme, F.C. Oetinger ed Emanuel
Swedenborg... L'uomo divinizzato, il superuomo, qui non è più una figura mitica dei tempi
remoti, ma la meta cui l'umanità odierna decaduta deve guardare per tornare a elevarsi, la meta
apparsa nella storia già in Gesù Cristo, "il primogenito".

La scienza storica delle religioni ha dimostrato che l'immagine originaria dell'"uomo" (Adamo,
Purusa, Manu...) si ritrova in tutte le tradizioni dell'umanità: quest'uomo eterno quale "archetipo
antropologico" è il centro "manifestamente segreto" della tradizione. Perciò nell'interpretazione
del "Padre nostro" tale centro è proprio il "farsi uomo" (Menschwerdung), che costituisce
l'oggetto specifico della meditazione. E quel che hanno percepito da sempre, dal loro punto di
osservazione e in base alla loro esperienza, i più acuti tra i primi lettori di Ziegler. Uno di essi, il
protestante Karl Bernhard Ritter, aperto alle suggestioni liturgiche e alla pratica della
meditazione, giunse a formulare una valutazione che è tutt'altro che un vago giudizio teologico:

Così incalzante, impetuosa, stimolante, ogni pagina di quest'opera, che è ormai affidata alla
nostra responsabilità, sembra dimostrare che la sua fortuna non è ancora incominciata. Essa
piuttosto è talmente proiettata nel futuro che i contemporanei non sono ancora in grado di
recepirne le idee e di abbandonarsi all'influenza della sua potente invocazione. Si tratta di un
grandioso tentativo, il più profondo, più vasto, condotto tirando le somme di un'intera epoca, per
aiutare una cristianità smarrita dinanzi al proprio compito e incapace di aprirsi un varco e avere
ancora qualche efficacia nel nostro mondo.

Dopo questa radicale critica del teologo Ritter nei confronti della propria corporazione, a
completamento del quadro resta da dire soltanto che l'intenzione di Ziegler non era di rivolgersi
unicamente agli specialisti delle "scienze dello spirito", ma di coinvolgere in un dialogo filosofia)
anche gli scienziati. L'uomo, questo essere incompiuto, lasciato libero tra le creature alla ricerca
della sua realizzazione, esiste anche per diventare consapevole del proprio destino e agire di
conseguenza. Ed ecco il bilancio di Ziegler:

Così abbiamo visto l'uomo universale svilupparsi dall'animale universale grazie a colui di cui egli
era ed è l'"antecedente" nel senso più profondo. Inarrestabile, l'uomo universale si mette
all'opera senza posa, come il ciclo di tutti i cicli teo-, cosmo- e antropogonici, e di conseguenza
come unica, continua, temporanea, retrospettiva divinizzazione, mondanizzazione, umanazione.
Ma comunque vogliamo chiamarlo, il portatore è mediatore dell'indimenticabile (cioè della
verità), colui che restituisce o colui che verrà rimanendo sospeso, finisce sempre per
identificarsi con il Figlio dell'Uomo della rivelazione... Io sono l'ultimo e sono il primo. Io sono
l'immemorabile, l'incontaminato, il contaminato. Sono colui che si è incarnato in ogni forma
corporea, colui che è stato crocifisso in ogni carne, colui che si è sottratto a ogni corporeità. Io
sono la morte, la resurrezione, sono la trasformazione e la vita. Io sono il cambiamento, il
rientro, il rimpatrio. Io sono il ritorno e la restituzione18.

Benché unica e indivisibile, la tradizione integrale assume molti volti. Soprattutto, non è
attaccata unicamente al passato. Consapevole di ciò che è stato tramandato all'intera umanità,
è spiritualmente presente e aperta al futuro.

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