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Gli studiosi che hanno collaborato a questo volume,

come chi se ne è assunto la cura, credono al contrario che


riaffermare con chiarezza le ragioni della condanna storica
del fascismo non costituisca  un ostacolo a cercare di
comprenderne la natura e la storia. Con i loro saggi, che a
volte riprendono i  risultati di studi precedenti ma più di
frequente  avanzano nuove ipotesi o problemi di
interpretazione, intendono portare un proprio contributo su
alcuni degli aspetti al centro dell’attuale dibattito:
dai  rapporti tra liberalismo e fascismo alla strategia
dell’opposizione antifascista, dalla struttura della società e
delle istituzioni alla politica estera e militare  del regime
fascista.
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Ocr e conversione a cura di Natjus

Ladri di Biblioteche

Progetto Fascismo 2019

 
P. Alatri, G. Carocci V. Castronovo, E.
Collotti, G. Quazza G. Rochat, N. Tranfaglia

FASCISMO E CAPITALISMO
 

a cura di Nicola Tranfaglia

 
 
 
 

Feltrinelli
 
 
 
 
 
Prima edizione: maggio 1976
Copyright by
©
Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Indice
 
 
 
 
 

Premessa

1. Liberalismo e fascismo

DI PAOLO ALATRI

2. Antifascismo e fascismo nel nodo delle origini

DI GUIDO QUAZZA

3. Fascismo e classi sociali

DI VALERIO CASTRONOVO

4. Fascismo e nazionalsocialismo

DI ENZO COLLOTTI

5. La politica militare del fascismo

DI GIORGIO ROCHAT

6. Sul regime fascista negli anni Trenta


DI NICOLA TRANFAGLIA

7. Postilla all’“Intervista sul fascismo”

DI GIAMPIERO CAROCCI

Biografie degli autori

Indice dei nomi

Indice
Premessa
 
 
 
 
 
Il dibattito sul fascismo si è arricchito di recente di
significativi contributi. Monografie e saggi sull'uno o
sull’altro aspetto del fenomeno, così come si è storicamente
configurato in Italia, si sono infittiti. Dall'analisi
prevalentemente ideologica e concentrata sulla questione
delle origini si è passati a  un progressivo allargamento ad
altri tagli, a temi riguardanti soprattutto il fascismo come
regime. Vi  hanno contribuito fattori di vario genere:
alcuni, per così dire, “tecnici" (apertura di archivi, sviluppo
della saggistica storica in campo editoriale, ecc.) ma altri, e
sono i piti, politici. E tra essi sono da indicare la crisi
politica ed economica che vive il nostro paese da alcuni
anni, le cui radici hanno senza  dubbio un nesso con le
vicende e i problemi irrisolti  del ventennio, e il grande
interesse che le nuove  generazioni hanno mostrato per il
problema.
Fino all’estate del 1975, tuttavia, il dibattito non era
giunto a livello delle comunicazioni di massa: dei giornali e
della televisione. Ve lo ha portato la  pubblicazione presso
l’editore Laterza dell'Intervista  sul fascismo di Renzo De
Felice a cura di M. Ledeen.
Alle tesi sostenute dal biografo di Mussolini — tesi che
riprendevano, esplicitandole e a volte estremizzandole,
affermazioni già fatte nei quattro volumi finora usciti del
Mussolini — hanno replicato su giornali e riviste studiosi di
vario orientamento. Ma non è stato possibile in quella sede
riprendere su  basi scientifiche il dibattito sui numerosi
problemi  sollevati. Con il risultato di offrire a lettori non
sufficientemente informati delle implicazioni,
insieme  politiche e scientifiche, del dibattito,
l’impressione  falsa di una discussione fatta di contrasti
accademici o personali.
Che di ben altro si trattasse aveva già detto con
chiarezza un editoriale della direzione di
"Italia  Contemporanea” (n. 119, giugno 1975), la rivista
dell’Istituto Nazionale della Resistenza, quando
aveva  definito l’ultimo volume della biografia di Mussolini
scritta da De Felice (Mussolini il duce. Gli anni  del
consenso 1929-1936, Einaudi, Torino) il tipico frutto di "una
storiografia afascista per la ‘maggioranza silenziosa’.” Di
una storiografia, in altri termini, che si serve di un abito
avalutativo ed eclettico  per proporre una visione in
apparenza nuova, nelle  sostanza vecchia, del regime di
Mussolini: "In fondo  il fascismo," si diceva assai bene in
quell’articolo  tratteggiandone l’atteggiamento e gli
obiettivi, "se  non fosse stato per i suoi eccessi e per gli
aspetti,  pagliacceschi, rappresenterebbe pur sempre un
modello di ordine politico e di mediazione dei
conflitti  sociali (corporativismo) che agli storici della
storiografia afascista (più ancora che postfascista), tutto
sommato, non dispiace. Il loro fastidio per Vanti  fascismo
non nasce solo dal fatto che ai loro occh  imparziali la
pubblicistica antifascista sia sempre  agiografica e faziosa,
mentre le fonti fasciste, comprese le testimonianze rese a
posteriori da vecchi esponenti fascisti che forse non a caso
si sono aperti agli interpreti della ‘democrazia autoritaria
di  massa,’ sono sempre degne di attenzione [...] ma  dalla
convinzione che non si può essere insieme antifascisti ed
imparziali storici del presente e del più o  meno recente
passato. L’oggettivismo che tanto ostentano non è che la
copertura del loro giustificazionismo. ”
Gli studiosi che hanno collaborato a questo volume,
come chi se ne è assunto la cura, credono al contrario che
riaffermare con chiarezza le ragioni della condanna storica
del fascismo non costituisca  un ostacolo a cercare di
comprenderne la natura e la storia. Con i loro saggi, che a
volte riprendono i  risultati di studi precedenti ma più di
frequente  avanzano nuove ipotesi o problemi di
interpretazione, intendono portare un proprio contributo su
alcuni degli aspetti al centro dell’attuale dibattito:
dai  rapporti tra liberalismo e fascismo alla strategia
dell’opposizione antifascista, dalla struttura della società e
delle istituzioni alla politica estera e militare  del regime
fascista. C’è da augurarsi che il dibattito  possa proseguire
ancora: senza mistificazioni né elusione dei problemi
scientifici e politici che ad esso restano legati.
 
Nicola Tranfaglia
Torino, marzo 1976
1. Liberalismo e fascismo

DI PAOLO ALATRI

 
 
 
 
 
Che il fascismo sia stato un fenomeno complesso è ormai
un dato acquisito. Non hanno più corso le interpretazioni
semplicistiche, nell’illusione di  spiegare tutto con formule
che si rivelano di comodo: per esempio, il fascismo
strumento del grande  capitale, punto e basta. L’aver
concentrato l’attenzione sui dati strutturali, fino al limite
dell’economicismo, ha portato, nelle analisi del fascismo
da parte del movimento operaio, a riduzioni che non hanno
giovato alla comprensione piena del fascismo.  Se il
fascismo potesse essere spiegato come la forma statuale
dell'ultima fase del capitalismo nell’età  dell’imperialismo,
non si vede perché esso abbia  trionfato in Italia e in
Germania e non in Inghilterra  e negli Stati Uniti, paesi
questi ultimi con un capitalismo imperialistico molto più
avanzato almeno di  quello italiano. È quindi evidente che
quella formula va integrata con una considerazione attenta
di  dati sovrastrutturali e congiunturali, riferiti alle
situazioni concrete che si determinarono in Italia nella crisi
del primo dopoguerra e in Germania  nella grande crisi
seguita al crollo di Wall Street  del 1929, ma anche alle
tradizioni politiche, oltre che allo specifico sviluppo sociale,
dei due paesi.
Ciò non significa che sia lecito sostenere, come pure è
stato fatto recentemente, che non si possa  legittimamente
parlare di “fascismo” e neppure, al  limite, di “fascismi” —
sia pure limitatamente all’Italia e alla Germania — che
abbiano qualcosa in comune. Si tratta di una scomposizione
degli elementi unitari del fenomeno, che il più
elementare buon senso coglie e stabilisce quando pensa ai
regimi di Mussolini e di Hitler. Lo stesso De Felice, che è il
più deciso e oltranzista portavoce di questa  posizione,
ammette che “nei fascismi storici il nazionalismo è un
elemento essenziale.” Questa ammissione implica due
conseguenze logiche: che  “fascismi storici” siano esistiti e
possano essere come tali identificati e catalogati; e che essi
siano pur  riconoscibili per alcuni caratteri comuni ben
individuabili.
Per quanto riguarda il fascismo italiano, le origini vanno
considerate innanzitutto nelle sue radici ideologiche. Certo,
l’ideologia del fascismo è prevalentemente, se non
addirittura esclusivamente, quella del nazionalismo; ma col
nazionalismo, sviluppatosi  in Italia come movimento
letterario dal 1903-1904 e  come movimento più
propriamente politico dal 1907-1908 per darsi una vera e
propria organizzazione partitica nel 1909-1910, veniva a
sua volta impetuosamente a galla — come ha osservato
giustamente Franco  Gaeta — tutto un filone della cultura
italiana dell’Ottocento, nel quale vanno quindi ricercati gli
incunaboli ideologici dello stesso fascismo. Nella
antologia  delle riviste italiane del primo Novecento, Delia
Frigessi ha messo in rilievo come i Corradini e i Papini,  i
Prezzolini e i Borgese, cioè i primi elaboratori dell’ideologia
nazionalista, si trovarono ad assistere, al  momento della
loro formazione giovanile, alla sconfitta di Crispi e di
Pelloux, e a concepire quindi un  sentimento di delusione
per le condizioni della classe  dirigente, per i partiti e le
istituzioni, per il sistema  parlamentare e la stessa
monarchia, che doveva poi  lasciare un segno profondo nel
loro animo. Così, se  è giusto cogliere nel nazionalismo la
funzione storica più determinata, che venne configurandosi
nell’età  giolittiana, è anche giusto non trascurare le sue
più lontane origini revansciste: tutto quel confuso bagaglio
di aspirazioni, di pretesti e di miti, che egregiamente gli
servirono a porsi in posizione di protesta nei confronti
dell’Italietta postrisorgimentale, umbertina e liberale, e
quindi a preparare il terreno per il  fiorire, nella crisi del
primo dopoguerra, delle correnti di sovversivismo
autoritario e reazionario sfociate nel fascismo. I temi di
fondo dei nazionalisti,  che poi si riassumevano nel rifiuto
della democrazia  parlamentare, nell’esaltazione delle
aristocrazie, nella  lotta contro gli sviluppi democratici del
quadro istituzionale determinato dallo Stato liberale,
s’inserivano dunque in un orientamento e in un travaglio, di
cui l’ultimo scorcio del secolo XIX offre testimonianze
numerose, e non solo nella letteratura politica, ma anche in
quella narrativa e poetica.
Da Carducci a Pascoli, da Pietro Ellero a Pietro Sbarbaro
e a Rocco De Zerbi, da Verga a Capuana, da Alfredo Oriani
a Guido da Verona, da Matilde Serao a Federico De
Roberto, da Giuseppe Sergi a  Scipio Sighele, da Gaetano
Negri a Emilio Visconti  Venosta, per non parlare
naturalmente di un Crispi, di un Sonnino, di un Di Rudinì e
di un Pelloux, vediamo prepararsi, sul tronco
dell’ossessione unitaria  e del conservatorismo e
reazionarismo sociale, i successivi svolgimenti che
finiranno col dare i loro frutti  più maturi e più tossici col
nazionalismo militante  alla vigilia della prima guerra
mondiale e poi col fascismo nel dopoguerra.
Fin dal 1879, sulla scia delle invettive carducciane
contro la mediocrità della patria e dei suoi
frequenti  richiami alla romanità, Pietro Ellero condannava
la  borghesia — definita “vile ed egoista, scettica e
materialistica,” come faranno più tardi i nazionalisti Papini
e Prezzolini per spronarla ad assumere coscienza di classe
e a prendersi la rivincita sul proletariato —  e insieme la
plutocrazia e il socialismo, in un demagogico sincretismo
che sarà proprio anche del fascismo. Pochi anni più tardi
Pietro Sbarbaro — personaggio caratteristico dell’Italia
umbertina, poligrafo,  grafomane, ricattatore e mattoide —
e Rocco De Zerbi — giornalista e deputato della destra
finito suicida,  dopo aver fatto il moralista, perché
compromesso e travolto dallo scandalo della Banca Romana
— rinnovavano le loro tirate contro la decadenza politica ed
etica del paese e auspicavano bagni di sangue rigeneratori
della corrotta vita italiana. Nello sgangheratissimo romanzo
di fantapolitica di Sbarbaro, Regina  e Repubblica?, del
1884, in cui s'immagina che nel  1893 si effettui una
rivoluzione repubblicana, il regime parlamentare è
rappresentato come giunto al suo  punto massimo di
corruzione, composto di cialtroni  e di canaglie, e il libro
ottiene uno strepitoso successo.
 
La necessità di una guerra di espansione e l’anti-
parlamentarismo trovano poi in Pasquale Turiello, il cui
Governo e governati in Italia è del 1882, un’organica
sistemazione politica: il sistema parlamentare è visto come
usurpazione delle prerogative che lo Statuto albertino
assegnava alla monarchia, anticipando  così il famoso
articolo di Sidney Sonnino Torniamo  allo Statuto,
pubblicato nella “Nuova Antologia” nel  1897: il sistema
parlamentare che per Turiello ha tra  l'altro il difetto di
favorire le richieste delle classi meno abbienti (i “così detti
umili,” scriveva, “che sono per solito i più violenti”), con il
risultato di spendere il denaro pubblico per inutili riforme
sociali  invece di adoperarlo in una “sana” politica
espansionistica. In un libro anonimo di poco posteriore,
La monarchia democratica proposta da un italiano (Roux e
Favale, 1884), si sostiene che per riformare il paese occorre
“una dittatura temporanea con mandato definitivo [?!], da
affidarsi alla lealtà e al patriottismo  di S.M. il Re Umberto
in virtù di un plebiscito.”  “Tornerebbe la costituzione
liberale d’Italia a’ suoi principi,” scriverà ancora Turiello in
Politica contemporanea (Napoli, 1894), nuovamente
precorrendo  Sonnino, “se la Corona creasse un ministero
imparziale con evidente autorità di sciogliere la
Camera  una o due volte, finché ottenga da questa il
mandato di pubblicare alcune leggi dirette a porre fine al
nostro parlamentarismo.”
Sono le idee che Di Rudini e Pelloux cercheranno di
mettere in pratica durante la “crisi di fine secolo,” tra il
1898 e il 1900. E proprio nel '98 Luigi Capuana, nel suo
romanzo Re Brancolone, trasferisce nella letteratura questi
propositi, esponendo un programma di politica interna che
compendia tutte le  rivendicazioni autoritarie del partito di
corte e degli  ambienti più reazionari, attorno alle quali si
sta realizzando il blocco di tutta la borghesia. Capuana
immagina infatti che il suo re rivolga ai deputati il seguente
discorso: “Saremo [...] forti e inesorabili coi  nemici interni
[...]. Mi auguro che lor signori non si  lasceranno allettare
dalle sciocche sentimentalità della pace universale, del
disarmo, e dalle non meno  sciocche sentimentalità
dell’uguaglianza economica e  della comunità dei beni,
lustre con cui certi furbi, che non hanno beni da mettere in
comune e nessuna  voglia di lavorare, lusingano oggi i più
bassi appetiti delle classi agricole e operaie. Il mio governo
vi proporrà opportune riforme per rendere più solida
l’organizzazione dell’esercito e dell’armata [...].
Bisogna  tagliar corto alle agitazioni che han già creato
uno  stato nello stato, governo irresponsabile che
tenta  d’imporsi con la violenza degli scioperi al governo
costituito [...]. Ci fa difetto la dignità nazionale; bisogna
creare il nobile orgoglio di essa, spingerlo fino  all’eccesso
[...]. Se lor signori [...] dimenticheranno le bizze personali, i
pettegolezzi di partito, gruppi e  gruppetti, tanto meglio
[...], in caso contrario sappiano che sono deciso a
rimandarli alle case loro, e a ritornare a rimandarveli fino a
che gli elettori non  avranno messo giudizio.” Sembra il
discorso mussoliniano dell’“aula sorda e grigia.”
Se è di Pascoli l'immagine dell’Italia “nazione proletaria”
che trasferisce sul piano internazionale, mistificandolo, il
concetto della lotta di classe, un’immagine e una
trasposizione che avranno tanta fortuna col nazionalismo e
col fascismo per le imprese coloniali (Libia e Abissinia) da
essi patrocinate, Alfredo Oriani riassume nelle sue opere
tutti i motivi e le velleità della letteratura prenazionalistica:
profeta della  “grandezza nazionale,” egli fonde nella sua
dottrina  imperialistica l’elemento democratico-
rivoluzionario  della tradizione risorgimentale con quello
conservatore e reazionario: un’operazione che verrà
ripetuta,  alle sue origini, dal fascismo, il quale non a caso
vedrà in Oriani il principale dei suoi precursori.
Da notare che le opere degli scrittori sopra citati si
collocano nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, cioè  negli
anni in cui per la prima volta si stringe il vincolo tra
un’industria pesante non competitiva e il perseguimento di
una politica imperialistica, gli anni  in cui la politica
protezionistica inaugurata da Crispi con la tariffa doganale
del 1887 realizza l’alleanza tra  gli industriali del Nord e i
latifondisti meridionali,  gettando in crisi tutto il
Mezzogiorno, del resto già  tartassato nel trentennio
precedente dai metodi di  governo, e costituendo un
ostacolo di grande rilievo  sulla via di uno sviluppo
democratico e armonico del  paese. Così, già in questi
scrittori, il rapporto tra ideologia patriottarda,
espansionistica, autoritaria, antidemocratica, e sviluppo
capitalistico, appare evidente.
È ancora verso la fine degli anni Ottanta e negli anni
Novanta che, grazie soprattutto a D’Annunzio, si diffonde in
Italia l’ideologia dell’espansionismo imperialistico. Nel
1888 questa ideologia della potenza,  della gloria, della
vittoria dell’Italia da realizzare sul  mare si esprime negli
articoli che D'Annunzio pubblica nella “Tribuna,” dedicati
alla potenza navale  dell’Italia. E accanto e a contrappunto
degli ideali di grandezza, la deprecazione e il disprezzo per
l’Italia  ufficiale e parlamentare. Questa ideologia si
alimenta  successivamente del mito del superuomo, che
D’Annunzio mutua da Nietzsche, fa proprio e immette nella
letteratura e nella coscienza borghese. La conoscenza di
Nietzsche da parte di D’Annunzio risale quasi certamente
al 1892, quando per la prima volta  lo scrittore tedesco è
citato in un articolo dannunziano comparso sul “Mattino” di
Napoli. Nel 1894, nella dedica al pittore Michetti del
romanzo Trionfo della  morte, D’Annunzio preannuncia
l’avvento del superuomo nella sua arte. E finalmente, nel
gennaio 1895,  con la pubblicazione, nel primo numero del
“Convito,” la rivista di Adolfo De Bosis, della prima puntata
del suo nuovo romanzo Le Vergini delle rocce, il superuomo
fa la sua comparsa ufficiale e riceve una  compiuta
elaborazione nell’arte dannunziana, con la figura di Claudio
Cantelmo. In quell’occasione, nell’articolo di presentazione
di “Convito,” D’Annunzio  dà una sorta di manifesto
programmatico del nuovo  indirizzo. Delusione del
postrisorgimento, disgusto  per l’Italia contemporanea,
aperto invito alla lotta  rivolto a “gli uomini d’intelletto”
perché vogliano  “sostenere militarmente la causa dello
Spirito contro  i Barbari,” si mischiano in questa fase della
produzione dannunziana e resteranno costanti nella
sua  letteratura e nella traduzione della letteratura in
azione.
Rileggiamo qualche brano delle Vergini delle rocce·. “Il
mondo è la rappresentazione della sensibilità e del pensiero
di pochi uomini superiori, i quali lo  hanno creato e ornato
nel corso del tempo e andranno sempre più ampliandolo e
ornandolo nel futuro.  Il mondo, quale oggi appare, è un
dono magnifico  largito dai pochi ai molti, dai liberi agli
schiavi: da  coloro che pensano e sentono a coloro che
debbono lavorare.” “Aspettate dunque e preparate l’evento.
Per fortuna lo Stato eretto su le basi del suffragio popolare
[si noti che siamo nel 1895, col suffragio
ancora  ristrettissimo che caratterizza la legge elettorale
italiana prima della riforma giolittiana del 1911-12]
e  dell’uguaglianza, cementato dalla paura, non è soltanto
una costruzione ignobile, ma è anche precaria. Lo  Stato
non deve essere se non un istituto perfettamente adatto a
favorire la graduale elevazione d'una classe privilegiata
verso un’ideale forma di esistenza. Su  l’uguaglianza
economica e politica, a cui aspira la democrazia, voi
andrete dunque formando una oligarchia nuova, un nuovo
reame della forza; e riuscirete in pochi, o prima o poi, a
riprendere le redini per  domar le moltitudini a vostro
profitto. Non vi sarà  troppo difficile, in vero, ricondurre il
gregge all’obbedienza. Le plebi restano sempre schiave,
avendo  un nativo bisogno di tendere i polsi ai vincoli.
Esse  non avranno dentro di loro giammai, fino al
termine  dei secoli, il sentimento della libertà.” “Quando
tutto  sarà profanato, quando tutti gli altari del Pensiero
e  della Bellezza saranno abbattuti, quando tutte le
urne  delle essenze ideali saranno infrante, quando la
vita  comune sarà discesa a un tal limite di
degradazione  che sembri impossibile sorpassarlo, quando
nella  grande oscurità si sarà spenta pur l’ultima
fiaccola  fumosa, allora la Folla si arresterà presa da un
pànico ben più tremendo di quanti mai squassarono la sua
anima miserabile; e, mancata a un tratto la frenesia che
l'accecava, ella si sentirà perduta nel suo deserto ingombro
di rovine, non vedendo innanzi a  sé alcuna via e alcuna
luce. Allora scenderà su di lei  la necessità degli Eroi; ed
ella invocherà le verghe  ferree che dovranno nuovamente
disciplinarla.”
Questa ideologia, a dire il vero alquanto ripugnante, che
appare molto precoce nel panorama culturale italiano, si
manifesta e si sviluppa poi in tutta la produzione prosastica
e poetica di D’Annunzio,  conducendo così la borghesia
italiana lungo i sentieri  dell’antidemocrazia dalla fine del
secolo XIX fino alla  prima guerra mondiale. Se Le Vergini
delle rocce costituisce il manifesto politico della teoria del
superuomo, Il trionfo della morte ne rappresenta
quello  sensuale e Il fuoco il manifesto letterario. Le Odi
navali immettono direttamente D’Annunzio nella campagna
politica per l’espansionismo coloniale, il romanzo Forse che
si forse che no presenta, intorno alla  guerra libica, la
scoperta esaltazione del mito nazionalistico sostenuto dal
capitalismo industriale.
Questi sono anche gli anni in cui, nella scienza politica,
si affermano e si diffondono le teorie elitarie, che sono la
traduzione scientifica o pseudoscientifica delle stesse
tendenze aristocratiche e antidemocratiche già rilevate
nella letteratura. L’elitismo è una corrente europea: in Italia
i suoi principali rappresentanti sono Pareto, Mosca e
Michels. Questi tre sociologi avevano in comune due
atteggiamenti fondamentali: volevano smascherare
l'ipocrisia delle ideologie progressiste, e volevano mostrare
che si può  capire la storia e il meccanismo politico delle
società  soltanto se si parte dal presupposto che è sempre
una  piccola minoranza a dominare la maggioranza, e lo  fa
perché ha in mano la forza e non — o non soltanto —
perché convince gli altri delle sue buone intenzioni e della
sua sollecitudine per il bene generale.  Erano quindi
conservatori, ma attaccavano la democrazia con argomenti
non molto dissimili da quelli con cui, negli stessi anni tra la
fine dell’Ottocento e  il principio del Novecento,
l’attaccavano da sinistra i  critici socialisti. Come questi
ultimi, essi credevano  che il dominio dell’uomo fosse il
fondamento della  società umana, e che la lotta di classe e
l’alternarsi delle minoranze al potere fossero il motore della
storia. Soltanto che, a differenza dei socialisti, credevano
che le cose sarebbero continuate ad andare così anche nel
prevedibile futuro. Pensavano cioè che  la natura umana
fosse immutabile, non costruibile  dall’uomo stesso con il
proprio lavoro: ciò che invece pensavano i socialisti. D’altra
parte, si distinguevano  dal pensiero conservatore
tradizionale rifiutando la  società borghese e il sistema
capitalistico nel loro  complesso. In realtà, gli elitisti non
criticavano l’ordine sociale, ma l’ordine politico, e perciò
non rifiutavano il sistema capitalistico ma la democrazia.
Il Corso d’economia politica di Pareto è del 1896-97, il
suo trattato su I sistemi socialisti è del 1902; gli Elementi
di scienza politica di Mosca sono del  1896, ma egli aveva
già abbozzato l’opera fin dal 1884  nel trattato Sulla teoria
dei governi e sul governo parlamentare. Così Mosca
definisce il sistema parlamentare: un sistema “in cui la
vigliaccheria morale, la  mancanza di ogni sentimento di
giustizia, la furberia, l’intrigo, che sono appunto le qualità
che a preferenza conducono il popolo alla rovina, trovano il
loro migliore gioco”; e lamenta che “al giorno d’oggi  tutta
l’importanza politica del nostro paese l’hanno  degli
elementi che vengono su dalle elezioni popolari,” a scapito
della burocrazia e dell’esercito.
Questa teoria delle élites s’inquadra nelle correnti
antidemocratiche e antiparlamentari che si diffondono in
tutta Europa a partire dagli anni Ottanta del XIX secolo (si
pensi al dramma di Ibsen Il nemico  del popolo, che è del
1882, l’anno stesso del Governo  e governati in Italia di
Pasquale Turiello: quell'Ibsen che, norvegese, risiedè a
lungo in Italia tra il  1875 e il 1891), ma trova in Italia, a
causa delle sue  particolari condizioni di debolezza
istituzionale e politica, un terreno particolarmente adatto a
riceverla:  non a caso i maggiori rappresentanti
dell’elitismo teorico sono, in Europa, italiani.
Tutte queste correnti trovano poi nel nazionalismo
militante, tra il 1907 e il 1910, la loro composizione  ed
esaltazione. È chiaro che il nazionalismo trova
in  D’Annunzio la via già aperta e preparata, che il
nazionalismo e il dannunzianesimo s’incontrano e
fanno una cosa sola; così come quelli che saranno i temi e i
caratteri salienti del fascismo sono già
chiaramente  preannunciati e presenti nel nazionalismo
dannunziano. A questo proposito, nel suo recente
D’Annunzio a Fiume Michael A. Ledeen, un fervido seguace
di  Renzo De Felice col quale ha redatto l'Intervista
sul  fascismo, nega recisamente quello che egli
definisce  “uno dei luoghi comuni troppo spesso ripetuti a
proposito dell’avventura: e cioè che D'Annunzio a
Fiume  abbia preparato la strada al fascismo e che la
politica  di D’Annunzio sia stata essenzialmente di tipo
fascista.” Eppure mi pare che quel “luogo comune”
contenga, come il più delle volte avviene, buona parte
di  verità. Intanto, il discorso non può limitarsi al rapporto
tra la marcia di Ronchi e la marcia su Roma: D’Annunzio e
dannunzianesimo trovano una ben precisa collocazione in
quel vasto panorama, che qui stiamo cercando di tracciare
sommariamente, nel quale, tra fine Ottocento e primo
Novecento, è dato rintracciare tante premesse ideologiche
del fascismo.  Certo, qualche distinzione andrà pur fatta.
Leo Valiani ha scritto che non si può dar torto a chi,
come  Ledeen, dice che D’Annunzio non può essere
tacciato  di fascista, “anche se i suoi metodi d’azione e di
propaganda (dai colpi di mano alla coreografia, dai
riti  guerreschi ai dialoghi con la folla) anticipavano quelli
del fascismo.” Ma è lo stesso Ledeen a sostenere,
al  principio del volume, che “il movimento fascista seguì
l'esempio di D’Annunzio,” che “molto probabilmente senza
D’Annunzio la conquista del potere da parte dei fascisti non
sarebbe avvenuta” e che “in  pratica l'intero rituale della
politica fascista derivò  dallo ‘Stato libero di Fiume.’”
L’identificazione dei  rapporti di ereditarietà tra
dannunzianesimo e fascismo resta sostanzialmente valida, e
in definitiva ce  ne dà conferma lo stesso Ledeen, il quale
giustamente insiste ripetutamente sul fatto che “il genere
di  manipolazione politica elaborato con uno stile
tanto pittorico [recte: pittoresco] da D’Annunzio a Fiume è
stato precorritore dei fortunati movimenti di massa  dei
successivi decenni del nostro secolo” e che “lo stile politico
di D’Annunzio — la politica di manipolazione delle masse, la
politica del mito e del simbolo — è diventato una norma del
mondo moderno.”
Tornando ora al nazionalismo militante, il suo carattere
saliente è la presa di posizione contro la  democrazia e il
socialismo, in funzione di una difesa della borghesia, anzi di
un appello alla borghesia capitalistica perché acquisti
coscienza di classe e inizi la controffensiva nei confronti del
proletariato. Fin  dal 1903 (cioè nella fase ancora
prevalentemente letteraria del movimento affidato alle
riviste fiorentine “Leonardo,” “Hermes,” “Il Regno”), in una
specie di  manifesto pubblicato sul primo dei tre periodici
ora ricordati, Prezzolini scrive: “Se la borghesia fosse quale
i socialisti ce la dipingono, se adoperasse le  forze
dell’ingegno, le astuzie e le sottigliezze della dialettica, le
ricerche erudite e le audacie oratorie, la vigoria del verso e
l’asprezza della prosa, le forze dell’organismo sociale e
quelle che la tradizione ha accumulate in suo favore, per
difendere e mantenere  in mano propria le ricchezze che
l’eredità, il privilegio, il risparmio tenace, il furto e il gioco
veloci  adunatori di potenza, tutto quello che abilità,
forza,  inganno e ricompensa di servizi resi le dettero,
allora  la borghesia non sarebbe in decadenza. Se fosse
vero  che essa tende con un abile sistema di leggi, con
la  forza dell'esercito, l’aiuto del prete, la servilità del
magistrato ad escludere rigorosamente dalle
ricchezze, dalla potenza, dagli onori le classi proletarie, se
fosse  chiusa e superba come un antico castello, se
trasmettesse di generazione in generazione intatto il
sangue  le grazie e la vigoria, se si mostrasse capace delle
virtù aristocratiche, allora io sarei per la sua parte
e l’aiuterei nella lotta.” Ed ecco il programma che in quello
stesso articolo Prezzolini auspicava per la borghesia: “Di
fronte alla proclamazione dei nemici suoi  della lotta di
classe, condurre apertamente e disperatamente, con tutte
le forze e tutti i mezzi, la guerra, assorgere a coscienza di
aristocrazia e preferire la  bella morte della battaglia al
lento imputridire della senilità.”
Per Papini il nemico è il volgo, la folla, la plebe, che non
è soggetto né di libertà né di storia; su di  essa ha quindi
diritto di erigersi il superuomo; Nietzsche e D’Annunzio
sono i numi tutelari del nascente nazionalismo italiano.
Ciò che lo distingue è la sua ideologia schiettamente
classista, di cui è consapevole e fiero, che proclama con
orgoglio e con l’asserita volontà di realizzarla attraverso la
lotta. “Se noi borghesi monarchici,” proclama Papini,
“vogliamo tenere il nostro posto di classe direttrice, di
casta dominante,  che possiede e comanda, dobbiamo fare
una politica soprattutto nazionale.” Il discorso ha un senso
doppio: la borghesia, per poter mantenere la sua funzione
di classe dirigente, deve saper assolvere a una funzione
utile a tutta la nazione; ma — anche — l'unica politica che
convenga alla difesa e al potenziamento della borghesia
come “casta dominante che  possiede e comanda,” della
borghesia come casta  privilegiata che difende con ogni
mezzo i suoi privilegi, è la politica che esalta la nazione,
cioè la politica nazionalistica: politica estera di prestigio,
espansione coloniale e imperialistica, che consentano
l’assopimento ed anche il soffocamento delle rivendicazioni
dei ceti popolari prementi dal basso. Questa seconda
interpretazione è confermata da un altro passo dello stesso
Papini: “Siccome la borghesia è fiacca  ed inerte e non
pensa a salvarsi, non vede neppure i  mezzi della salvezza,
uno dei quali sarebbe il nazionalismo, cioè il perseguire dei
fini che concentrassero a un fine unico tutte le forze di tutti
gli individui e di tutte le classi.” E in una celebre lettera a
Pareto  del 1904 Prezzolini scrive: “Ella vede nella teoria
delle Aristocrazie una teoria scientifica; io ci vedo
invece  una giustificazione scientifica di una mia
presente  necessità pratica.” Il che scopre apertamente le
finalità di classe dell’ideologia nazionalista.
Ispirata dall’ideologia nazionalista, che a sua volta ne è
emanazione e ne esprime gli obiettivi, la borghesia inizia
dunque un’opera di corrosione e di attacco  alle istituzioni
liberali, democratiche e parlamentari.  Eliminare tali
istituzioni, considerate come le radici stesse del socialismo,
il terreno in cui il socialismo ha la possibilità di svilupparsi
e di affermarsi, significa sopprimere il libero gioco delle
competizioni politiche. Non resta allora che una via: la
dittatura. “La  classe,” scrive Papini, “è lo strumento della
nazione, e la classe può ridursi talvolta a una ristrettissima
oligarchia, può ridursi financo a un sol uomo.” E Prezzolini:
“È mancato finora un esempio e una voce: cioè un uomo.”
Questa chiara consapevolezza della propria ideologia,
unita a una più serrata volontà di impegno e di lotta sul
terreno politico e sociale, si accentua con  “Il Regno” di
Enrico Corradini. Egli intende essere il mèntore
intellettuale e politico di quella borghesia ambiziosa e
dinamica che ai primi del Novecento  parte alla riscossa
contro l’avanguardia proletaria e  socialista, per slanciarsi
alla conquista dello Stato e  alla corsa espansionistica e
imperialistica. Osserva giustamente la Frigessi: “Benché gli
intellettuali del  ‘Regno’ se ne immaginassero le guide e
gl’ispiratori,  avvenne piuttosto che fossero succubi e
interpreti di  quegl’interessi, economici e sociali, ch'essi
credevano  fosse loro ‘missione’ di risvegliare. Furono così
le ‘mosche cocchiere’ di quel capitalismo, che quindici anni
più tardi costituirà la grande forza del fascismo. ”
Si sviluppa così, negli ultimi anni dell’età giolittiana, una
concezione autoritaria che esaspera la critica del sistema
rappresentativo. “A un nazionalismo letterario e ideologico,
fatto di parole e celebratore  d’intelletti,” scrive a questo
proposito lo stesso Papini, “è succeduto un nazionalismo
economico, fatto  di cifre, costruito sul presente,
celebratore di forze produttive, di espansione di uomini e di
ricchezze.”  Quel nazionalismo è fatto anche delle cifre
relative  alle somme che i siderurgici e gli altri industriali
protetti versano al movimento nazionalista. Si accentua  la
propaganda per l’espansione; ma l’espansionismo  è
chiaramente inteso, oltre che come ricerca di mercati per
l’industria italiana e di commesse per la produzione bellica,
anche, se non addirittura soprattutto, come un espediente
di politica interna, come uno  strumento per rovesciare
l’esistente equilibrio delle forze politiche italiane. Scrive in
proposito “Il Regno”: Il miglior mezzo per aggiustare anche
le faccende di casa è quello di uscir fuori alla prima
occasione.” E Vilfredo Pareto fin dal 1904: “Se c’è
una  grande guerra europea, il socialismo è ricacciato
indietro per almeno mezzo secolo, e la borghesia è salva
per quel tempo.”
La guerra viene perciò esaltata in se stessa, come bagno
di sangue purificatore e rigeneratore; e Prezzolini passa
dall’esaltazione della guerra all’esaltazione della violenza,
del teppismo, dello squadrismo, dell’eversione: “Un
teppista,” scrive, “conta più d’un professore d’università
quando si tratta di tirar su  una barricata o di sfondare la
porta di una banca.  E se talora è necessario uno strappo,
una violenza, chi chiameremo a compierla?”
La guerra “sola igiene del mondo” è, com’è noto, lo
slogan lanciato dai futuristi. Infatti, oltre che
col  dannunzianesimo (dove del resto già si trova
questa  esaltazione della guerra), il nazionalismo
s’incontra  anche, a partire dagli anni della guerra libica,
col futurismo. Il primo Manifesto futurista, del 1909,
si  concentra sul trinomio: “orgoglio, energia, espansione
nazionale.” Il secondo Manifesto, diffuso da Marinetti dopo
l'occupazione di Tripoli nell’ottobre 1911, parla di “guerra-
igiene,” di “orgoglio nazionale,” di  “ingigantimento delle
ambizioni nazionali.” Il Programma politico futurista
redatto per le elezioni generali del 1913 (le prime a
suffragio universale maschile) merita di essere citato con
una certa ampiezza, perché contiene quasi tutti i canoni di
quella che  sarà la politica del fascismo: “La parola ITALIA
deve dominare sulla parola LIBERTÀ [...]. Una più  grande
flotta e un più grande esercito; un popolo orgoglioso di
essere italiano, per la Guerra, sola igiene del mondo, e per
la grandezza di un’Italia intensamente agricola, industriale
e commerciale [...]. Politica estera cinica, astuta e
aggressiva. Espansionismo  coloniale [...]. Irredentismo.
Panitalianismo. Primato  dell’Italia [...]. Antisocialismo.
Culto del progresso e della velocità, dello sport, della forza
fisica, del coraggio temerario, dell'eroismo e del pericolo,
contro  l’ossessione della cultura, l'insegnamento classico,
il  museo, la biblioteca e i ruderi [...]. Molti istituti
di  educazione fisica. Ginnastica quotidiana nelle
scuole.  Predominio della ginnastica sul libro. Un minimo
di  professori, pochissimi avvocati, moltissimi agricoltori,
ingegneri, chimici, meccanici e produttori d’affari.”
V’era certo, in una parte di questo programma,
un’adesione ai motivi della moderna civiltà industriale e
meccanica; ma, come ha notato Angelo Romano,  “il
discorso futuristico contro la tradizione, il passato,
l’accademia ha moventi pratici e politici e scopi attivistici e
mobilitatori che lo imparentano con l’aspetto
improvvisatore e retorico del nazionalismo e,  attraverso
questo, anche con le finalità eversive sul  piano statuale e
largamente politico.”
È nel fronte comune che si costituisce tra gli
interventisti nel 1914-15 che troviamo la saldatura
definitiva, foriera di decisivi sviluppi futuri, tra queste
diverse ma affini componenti: autoritarismo, elitismo,
antiparlamentarismo, espansionismo, nazionalismo,
dannunzianesimo, futurismo, mussolinismo. Come ha
osservato Giampiero Carocci nella sua recente  Storia
d’Italia, l’importanza della polemica conservatrice contro
gli abusi del regime parlamentare, da cui  avevano preso
origine un po’ tutti questi movimenti,  risiede nel fatto di
essere stata la matrice forse principale dentro la quale è
avvenuta la trasformazione  dei moderati risorgimentali in
conservatori reazionari: “è quella la matrice del tentativo
autoritario di fine secolo, dell’opposizione antigiolittiana di
destra,  degli interventisti alla Salandra e alla Albertini
nel  1915, dei fiancheggiatori filofascisti nel 1921-24”
e,  aggiunge ancora Carocci, “ dell’opposizione contro
il  ciellenismo e il tripartito nel 1944-47, delle
odierne  critiche alla ‘partitocrazia.’” Raccogliendone
l’eredità,  è Mussolini a trame partito quando nel primo
dopoguerra, con abile tattica, riesce ad utilizzare tutti
gli  elementi inseribili e strumentalizzabili per la sua
manovra, riuscendo in pari tempo, sia pure gradualmente,
a subordinare, a rendere inoffensivo per la sua egemonia e
ad emarginare quel tanto che in ciascuna di quelle correnti
poteva esserci di non adattabile al suo progetto di dominio
assoluto.
Se ci si rifà alle tradizioni ideologiche di queste correnti
conservatrici e reazionarie italiane che hanno dominato il
panorama letterario e politico dall’ultimo ventennio
dell’Ottocento alla prima guerra mondiale, riesce più facile
spiegarsi come potè avvenire che una classe dirigente la
quale si proclamava liberale e democratica covasse nel suo
seno un movimento così antiliberale e antidemocratico
come il fascismo. Al di là delle insufficienze e degli errori
dei partiti della classe operaia, che pure ebbero di
certo un’incidenza non indifferente, la vittoria del fascismo
fu infatti causata soprattutto dalle complicità  che esso
trovò in quella classe dirigente, la quale ne seguì le cruente
gesta con approvazione e simpatia  perché esse punivano
quegli operai e quei contadini che per un momento avevano
osato sperare di sostituirla nella direzione della cosa
pubblica. Il fatto  fondamentale che mi pare non vada mai
perso di vista è che protagonista della vicenda politica di
quel  tempo fu ancora una volta quella che era stata fino
allora la classe egemone della storia unitaria
italiana,  mentre la classe operaia rimase in posizione
subordinata: subì, non fece.
Comprendere le posizioni assunte dalle diverse forze
politiche del tempo non significa non reagire alla tendenza
di certa storiografia che, rifiutando categoricamente ogni
processo alla società liberale dell’Italia ottocentesca,
intendendola anzi come l'optimum in  cui poteva e doveva
sfociare il moto risorgimentale e  unitario, di fronte al
fascismo era poi rimasta muta,  nel migliore dei casi
ricorrendo all’irrazionalità della  storia e della cultura per
inquadrare un fenomeno altrimenti incomprensibile.
Vi è una continuità del “regime” (usando il termine in
senso dorsiano), sulla quale è facile portare il peso di
numerose testimonianze. Mi limito qui a riportarne una
sola, non sospetta, quella di Luigi Sturzo, che all’indomani
delle elezioni del 1924 scriveva  sul “Popolo”: “Il
proconsolismo giolittiano, famoso per i nomi di De Bellis e
di Peppuccio Romano, Cirmeni e Corradini, è nulla a
paragone del dominio dei  ras imberbi, che han trovato
l’appoggio, la guida, la  tutela, la protezione dei vecchi
uomini cariati, rimessi a nuovo con la camicia nera [...]. La
difesa di ieri  delle consorterie poggiate sulle famiglie
principali del paese e sulle amministrazioni comunali,
facenti capo a deputati democratici, resta la difesa di
oggi,  col solo cambiamento di nome: il democratico si
è  camuffato da fascista, e l’un l’altro si poggiano
sul  binomio mafia-polizia o mazzierismo-polizia,
con  un’aggiunta in più: il manganello [...]. Così il
vecchio  malcostume meridionale ha ritrovato la sua via
[...]. Anche popolari qua e là han ceduto a simili tentazioni,
e i loro atti non sono giustificabili neppure con  l’aria di
violenza che tirava e che rendeva i nervi tesi  e le volontà
incerte.” E ancora, all’inizio del 1925:  “Il fenomeno del
filofascismo dei soggetti eticamente  rispettabili è, secondo
me, un istintivo e sostanziale fenomeno di conservatorismo
nel senso politico della  parola. Dal punto di vista politico
costoro, anche se  prima del fascismo si chiamavano con
pomposi nomi  o liberali o democratici o popolari, non lo
erano affatto: erano sostanzialmente dei conservatori [...].
Un tacito e non confessato egoismo di classe vi era in fondo
al loro cuore: essi mal soffrivano di dover trattare con i
lavoratori, specialmente i contadini, come liberi contraenti,
potenziati dalle organizzazioni: gli eccessi nei quali caddero
leghe e unioni servirono di argomento ad una resistenza al
di là della misura; quando nell’Emilia e nella Romagna essi
videro i roghi delle cooperative e delle leghe, credettero
che il  loro vecchio diritto di comando risorgesse da
quelle  faville e da quelle fiamme [...]. La fiducia in
questo  elemento conservatore si era che i giovani
fascisti,  pur facendo la parte di bersaglieri e di goliardi,
sarebbero rimasti come forte strumento in mano ai liberali
di destra, i quali una volta arrivati al governo  avrebbero
ridotto i fascisti alla legalità. E quando videro che i fascisti
avevano invece preso la rincorsa e  arrivavano primi al
traguardo, per un momento ebbero paura delle
conseguenze. Ma si ripresero subito: il fiancheggiamento fu
assai utile ai loro ideali economici, al loro stato di
conservazione: al fascismo domandarono protezione e
l’ebbero; videro anche con  compiacimento sincero negli
uni, affettato negli altri, che la religione veniva rispettata e
favorita; che i movimenti operai e impiegatizi venivano
ridotti e che le turbolenze delle leghe venivano stroncate,
ed applaudirono. Gli avvenimenti rispondevano al loro
stato  d’animo e ai loro interessi; essi sentivano di
potersi  adagiare in questo nuovo ordine: hic
manebimus optime [...]. Quando una illusione cadeva, altra
ne subentrava [...]. Insensibilmente ma con dura catena
il fascismo li ha legati a sé, creando in loro lo stato d’animo
di una convergenza di interessi morali e materiali, che
difficilmente potrà rompersi.”
Nel convegno tenuto a Salerno nel dicembre 1975 su “Il
movimento democratico e antifascista nel Mezzogiorno dal
primo dopoguerra al 1960,” Giuseppe Galasso, che ha
svolto la prima relazione, dopo aver ricordato come il
Mezzogiorno abbia rappresentato per  il fascismo una
conquista tardiva, ha aggiunto che ciò non esclude precise
responsabilità meridionali nell’avvento del fascismo, anzi in
un certo senso le  rafforza e le aggrava: perché, se la
conquista del  Mezzogiorno fu più indolore che quella del
Centro-Nord, ciò fu dovuto al fatto che l’equilibrio sociale
e  il sistema di potere alla vigilia della marcia su
Roma  erano al Sud di gran lunga più conservatori che
nel  Centro-Nord, e dunque meno necessaria era
l’azione  violenta propria dello squadrismo settentrionale,
dato che il notabilato meridionale,
tradizionalmente  trasformistico, era pronto a trasferirsi,
armi e bagagli,  nelle file del nuovo potere trionfante. Solo
dove esistevano forti nuclei proletari, come in Puglia, il
fascismo mise in atto gli stessi sistemi violenti per battere
un’opposizione che altrove, nel Sud, poteva essere  invece
facilmente fagocitata. Ne derivò una fisionomia sociologica
del fascismo assai diversa: più urbana e meno agraria nel
Mezzogiorno, con un’adesione  più diffusa da parte della
borghesia professionistica e  intellettuale, con maggiore
conservazione dell’ordine  gerarchico e minore innovazione
e trasformazione del  paesaggio politico-sociale, cioè con
una fossilizzazione  dell’ordine sociale preesistente. La
politica del regime — battaglia demografica, battaglia del
grano e ruralizzazione, protezionismo, prevalenza dei
lavori  pubblici sugli investimenti produttivi, ostacoli
posti  all’emigrazione interna proprio quando si
chiudeva  l’emigrazione transoceanica: tutto ciò fu
controproducente per le sorti del Mezzogiorno, il cui
mercato  del lavoro venne congestionato e depresso, e
quindi  più facilmente dominato. Tale condizione del
fascismo meridionale condizionò anche l’antifascismo
meridionale: l’opportunismo e lo scetticismo che
caratterizzavano tanta parte del fascismo meridionale
rendevano più difficile la maturazione di un’opposizione più
decisa e combattiva: di qui la scarsa diffusione  del
movimento clandestino, il suo carattere di isola ancora più
accentuato che nel resto del paese.
Per questa via, seguendo — nella ricerca di una
spiegazione del successo fascista — le tradizioni politiche e
le aggregazioni sociali preesistenti, si torna  soprattutto ai
motivi di classe che spingevano il ceto dirigente del tempo,
sedicente liberaldemocratico,  verso la controrivoluzione:
asse centrale della spiegazione, cui vanno aggiunte
evidentemente tutte le concause. Perché, se il ceto
dirigente tradizionale appare così al contempo la chiave di
volta e il protagonista della situazione, ciò non significa non
mettere anche in rilievo l’incapacità del partito socialista di
resistere al fascismo, l’indebolimento oggettivo che al
fronte  di resistenza antifascista derivò dalla scissione
del  partito socialista nel gennaio del '21, il
settarismo  chiuso e miope dell’appena nato partito
comunista,  l’asfittico respiro delle analisi che da parte del
movimento operaio furono allora avanzate per
definire l’essenza del fascismo, e così via.
Ha compiuto infatti grandi progressi, in questi ultimi
anni, la consapevolezza dell’incidenza che sulla mancata
efficacia della resistenza al fascismo da parte delle sinistre
ebbe l’interpretazione meccanica e  rigida che esse davano
del fascismo stesso e da cui  vennero lentamente e
faticosamente liberandosi (non  senza del resto ricadute
come quella segnata dalle teorie della “classe contro
classe” e del “socialfascismo”) attraverso le polemiche
interne e le dure esperienze di lotta. Questa acquisita
consapevolezza è di grande momento dal punto di vista
politico attuale,  per le conseguenze che essa comporta
nella strategia e nella tattica del movimento operaio. Ma mi
pare che si debba insistere sul fatto che le sinistre, se nella
crisi del primo dopoguerra ebbero torti e commisero errori,
non compirono però mai il passo fatale di  appoggiare
direttamente o indirettamente il fascismo, mentre questa fu
la caratteristica principale dei liberaldemocratici.
La consapevolezza del problema al quale ho ora
accennato implica il ripudio e l’abbandono di
ogni  meccanica rigidità nell’interpretazione classista
del fascismo. Esso è stato una particolare forma di reazione
antiproletaria, antisocialista, antidemocratica. E  proprio
tale particolarità impone la necessità di ricostruire le
origini e il primo sviluppo del fascismo  e l’atteggiamento
tenuto rispetto ad esso dal ceto dirigente italiano su un
piano storico concreto, che pur  non ignorando il punto di
vista classista ed assumendolo anzi come proprio, tenga
però conto dei precedenti e dell'ambiente italiano,
mediando quindi le due tesi storiografiche: quella che fa del
fascismo null’altro che un fenomeno dell’insufficienza dello
Stato  unitario italiano e lo colloca nella prospettiva del
cosiddetto “carattere degli italiani”; e quella che,
ponendosi su un terreno esclusivamente e restrittivamente
classista, considera il fascismo come espressione di una
particolare fase della lotta tra capitalismo e socialismo.
La necessità di correggere la tesi classista in quello che
essa potrebbe avere di meccanico, non deve peraltro
indurci a respingere e rifiutare l’assunzione dello scontro di
classe come terreno sul quale si gioca il destino della lotta
politica nell’Italia del primo  dopoguerra. “Il fascismo,” ha
scritto Federico Chabod, “è un fenomeno molto complesso,
che non si può spiegare con una formula rigida. Vi è, certo,
in esso l’elemento ‘lotta di classe’; ma altri elementi vi
appaiono che non sono puramente e semplicemente
riducibili a quello della lotta di classe. Soprattutto, non è
possibile spiegare il fascismo come semplice espressione
della grande industria e della grande proprietà  fondiaria.
Anche dopo la marcia su Roma, quando  avrà in mano il
governo dello Stato, e nel corso della  sua successiva
evoluzione fino al principio della seconda guerra mondiale,
anche allora il fascismo non  potrà essere caratterizzato
unicamente in base a considerazioni di classe.” Vi è certo
molto di vero e di giusto in questa presa di posizione, e noi
stessi, nel  corso di questo scritto, non abbiamo detto cose
molto  diverse. Tuttavia questo tipo di prese di posizione
si  prestano, presso i seguaci di una metodologia
storica  puramente etico-politica, a scivolamenti in una
concezione del rapporto fra struttura e sovrastruttura
che pecca per scarso carattere dialettico, nel difetto di una
piena comprensione del rapporto non immediato  e
meccanico, ma mediato e dialettico, che i sostenitori  della
tesi la quale identifica la natura di classe del  fascismo
stabiliscono (o devono stabilire) tra economia e politica.
Nessuno si sognerebbe di pensare che  Mussolini fosse
puramente e semplicemente un pedissequo esecutore
materiale delle direttive degli industriali e degli agrari
italiani: politicamente, le cose  non procedono mai in modo
così semplice e lineare,  e il processo storico è molto più
complesso e articolato. Ma il riconoscimento di questa
complessità e  di questa articolazione non deve condurre a
una non  meno meccanica contrapposizione tra economia e
politica. La natura di classe del fascismo non esclude  che
essa si manifestasse e si realizzasse attraverso  mediazioni
politiche, le quali però erano il naturale  veicolo e il
passaggio in certo senso obbligato di quel  contenuto e di
quei fini classisti. Certo, è compito dello storico individuare
e illustrare tali mediazioni; ma la loro identificazione, lungi
dal costituire un ostacolo a una spiegazione unitaria dei
fenomeni storici,  e in questo caso del fascismo, ne
rappresenta anzi una condizione indispensabile e deve
fornire gli elementi necessari di una ricostruzione che
infine lo studioso ha pur l’obbligo di dare chiarendo le
molle essenziali del processo storico. Nel caso specifico,
che  il fascismo abbia ricevuto i suoi primi impulsi
ed  appoggi da chi si illudeva di potersene servire
come strumento di lotta contro i partiti di massa, per farlo
successivamente rientrare nell’alveo della tradizione
liberalconservatrice, che poi questo calcolo si  sia rivelato
illusorio e sbagliato, e che il fascismo  abbia realizzato una
sostituzione totale di classe dirigente e fatto quindi
intervenire le sue proprie esigenze di prestigio e di
potenza, non toglie che esso fosse sostanzialmente il
prodotto di una riscossa capitalistica prodottasi e
affermatasi nelle nuove condizioni  della lotta politica e
sociale del dopoguerra, indubbiamente diverse da quelle
del periodo giolittiano e  del periodo bellico (ma nate da
premesse che in quei  periodi, e specialmente nel secondo,
si posero).
Se è vero che di fronte allo sviluppo del socialismo la
classe dirigente tradizionale non vide più nei metodi di
governo liberali e democratici un margine  di sicurezza
sufficiente per conservare il sistema di  difesa delle classi
abbienti che fino allora avevano governato con metodi
almeno approssimativamente liberali e democratici, e se
questa valutazione derivava  da un calcolo economico e
politico dei margini di profitto e di potere che lo sviluppo
organico del movimento operaio e contadino lasciava alle
classi abbienti, è anche vero, però, che il calcolo della
riduzione  dei diritti politici delle masse non andava certo,
nei  rappresentanti di quella classe dirigente, fino
alla concezione della dittatura fascista quale poi si realizzò.
Nei loro disegni, il fascismo avrebbe dovuto essere soltanto
uno strumento per ridurre la lotta politica  e sociale a
condizioni generali più favorevoli al controllo degli ottimati.
Quello che poi avvenne è caratterizzato dal sopravvento
che il nuovo personale fascista prese sulla vecchia classe
dirigente, compieta-mente estromessa dalla direzione della
cosa pubblica,  almeno al livello politico (perché nei gangli
economici e finanziari della vita nazionale le cose
andarono  diversamente); ma anche questo fenomeno va
indagato alla luce del fatto che quel personale
fascista  riuscì — almeno fino alle avventure
imperialistiche,  le quali difatti gli alienarono gli appoggi
delle forze  economiche costituite e determinarono il colpo
di  stato del 25 luglio 1943 — ad esprimere in maniera  più
completa e conseguente le esigenze controrivoluzionarie di
quelle forze più dinamiche e spregiudicate che dalla
guerra, da esse voluta, erano state rafforzate e rese ancora
più ardite.
Una ventina d’anni fa, quando avanzavo queste tesi, ci fu
chi mi rimproverò di trasformare una crisi di volontà in una
deliberata politica. Io vorrei capovolgere quel giudizio, e
affermare che una parte della  storiografia tende a ridurre
una deliberata politica  in una pura e semplice crisi di
volontà. Crisi di volontà? Troppo poco per inquadrare la
politica di quei  leaders liberali e democratici che al
fascismo fornirono — direttamente o indirettamente —
armi, mezzi  finanziari, appoggi nell’apparato dello Stato;
che con Giolitti, presentatosi alle elezioni anticipate del ’21,
da lui promosse, in alleanza con i fascisti, non solo aprì loro
le porte del parlamento, ma soprattutto diede  una
indicazione politica generale che si fece fortemente sentire
sull'atteggiamento dell’alta burocrazia, della casta militare,
della polizia, della magistratura.  Non dico che alla vigilia
della marcia su Roma Orlando e Giolitti aiutassero
Mussolini a predisporre e a  mettere in atto i piani di
violenta conquista del potere; ma fino allora si erano
comportati in modo tale da rendere possibile a Mussolini di
studiare e di attuare il suo piano di conquista violenta del
potere; anzi, ad essere più precisi, da metterlo in
condizione di  potersi limitare alla sola minaccia della
violenza,  più per la facciata che per la realtà, in quanto
tutta  la politica precedentemente seguita da quei
leaders  aveva creato una situazione tale che la conquista
poteva attuarsi pacificamente: come difatti avvenne.
Cioè per collasso dello Stato liberale e non per vera e
propria conquista violenta di esso da parte del fascismo
armato. In Germania, un decennio più tardi,  la cosa si
ripeterà, perfino con un più accentuato carattere
legalitario.
La massa che il fascismo manovrò fu fornita dalla
piccola e media borghesia. Sul carattere specifico di questa
borghesia si è acceso recentemente un dibattito, cui ha
dato esca l’interpretazione presentata da  Renzo De Felice.
Essa era già contenuta nella biografia di Mussolini, ma è
stata più chiaramente enucleata e anche estremizzata
nell'Intervista sul fascismo. Tale interpretazione si articola
su due tesi fondamentali: la distinzione tra fascismo-
movimento e fascismo-regime, e la definizione dei ceti medi
che  appoggiano il fascismo come ceti “emergenti.” Per
De  Felice “il fascismo movimento è quel tanto di fascismo
che ha una sua vitalità”; il regime è la sua effettiva
traduzione nei fatti, nelle istituzioni, nella politica concreta
del governo. È una distinzione più che legittima: ai suoi
inizi, il movimento contiene elementi — anche se confusi e
contraddittori — che poi  non si traducono affatto nelle
istituzioni del regime o nella politica del governo fascista, e
ne vengono del tutto emarginati. Ma questa distinzione De
Felice la  esaspera e la strumentalizza per conferire al
fascismo  patenti di vitalità, di originalità, di positività
che esso non merita, per dare del fascismo delle definizioni
che non hanno alcun riscontro nella realtà storica, e che al
massimo si riferiscono ad alcuni di quegli elementi del
fascismo delle origini che il regime ridusse all'impotenza o
fece addirittura scomparire.  Se il fascismo-movimento
avesse posseduto una sua  propria insopprimibile vivacità,
vitalità e autonomia,  queste sue capacità le avrebbe
trasfuse nella realtà. Il che non avvenne affatto. Il fascismo-
movimento,  poi, sarebbe stato “l’idealizzazione, la velleità
di un  certo tipo di ceto medio emergente [...]: un ceto
medio emergente che tende a realizzare una propria
politica in prima persona. Dico emergente,” aggiunge De
Felice, “perché in genere questo discorso [...] è partito da
un punto fermo: un declassamento dei ceti  medi che si
proletarizzano e che, per sfuggire a questo destino, si
ribellano.” Già Galasso, in una tavola  rotonda organizzata
dall’“ Espresso” con -Procacci e  lo stesso De Felice, ha
osservato che “la fisionomia  di questi ‘ceti emergenti’ non
appare chiara. A quali sviluppi dell’economia e della società
si legano? In  quale rapporto stanno con i ceti borghesi, in
particolare medi e piccoli?” E De Felice ha dato una
risposta molto sfuggente: “Come si caratterizzano questi
ceti? È difficilissimo stabilirlo. In grandissima  parte sono
piccoli impiegati, persone che al tempo dei  loro padri e
nonni erano socialmente zero e al momento di iscriversi al
fascio sono già qualcosa di più.” Ma in realtà quali erano i
ceti che formarono la massa di manovra del fascismo?
Erano gli agricoltori, i  piccoli e medi negozianti, gli
impiegati, una parte degli studenti: cioè, per l’appunto, ceti
medi mortificati dai processi di concentrazione
capitalistica,  spinti verso la proletarizzazione, e al tempo
stesso  (il paradosso è solo apparente) desiderosi di
riaffermare la propria distinzione e supremazia rispetto
al proletariato. E, del resto, non è forse lo stesso De Felice
ad affermare, poche pagine oltre: “Sono le piccole
industrie, quelle che versano in maggiori difficoltà
economiche, che hanno meno riserve e meno capacità di
contrattazione, che più guardano al fascismo”? Altro che
ceti medi emergenti: si tratta di ceti  medi in via di essere
sommersi.
Questi ceti medi fascisti tenderebbero, per De Felice, a
“fare una rivoluzione.” Per il fascismo, egli insiste,
“checché dica tanta gente, si può parlare di fenomeno
rivoluzionario.” È vero che egli precisa, subito dopo: “però
nel senso etimologico della parola, perché se si pretende di
parlare di rivoluzione dando  alla parola un valore morale,
positivo o, ancor più, in riferimento a una concezione come
quella leninista, allora è evidente che il fascismo non fu una
rivoluzione.” Ma non c’è bisogno di riferirsi a Lenin per
negare al fascismo il carattere di una rivoluzione. Se non si
vuole confondere tutto, occorre tenersi ai significati che
per comune convenzione storiografica i termini hanno
assunto. Ora, si può parlare di rivoluzione quando di una
società siano profondamente modificate le basi strutturali.
Ma De Felice stesso riconosce che “l’assetto di potere a
livello delle classi che lo  detenevano non fu [dal fascismo]
sostanzialmente  modificato.” E allora? Allora bisogna
consentire con il Lyttelton (lo studioso inglese autore di un
recente  libro sul fascismo dal 1919 al 1929, uno dei
migliori  che siano stati scritti), il quale, in una “scheda”
critica sull'Intervista defeliciana, ha osservato che
“la  realtà dura della lotta di classe è troppo assente
dal quadro di De Felice.” È questo, probabilmente, il difetto
di fondo che sta alla base di tanti giudizi espressi da De
Felice e, in generale, della sua interpretazione del fascismo.
 
 

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2. Antifascismo e fascismo nel nodo
delle origini

DI GUIDO QUAZZA

 
 
 
 
 

1. Fascismo e ceti medi

Il 1919-25 è il momento più idoneo a vedere in qual


modo si configuri il rapporto tra antifascismo e fascismo nel
confronto con le forze realmente importanti della società
italiana perché è il momento delle “origini”: cioè quello nel
quale i giochi non  sono ancora fatti e scelte alternative
sono ancora possibili.
Il metro dell'atteggiamento rispetto all’uso della
violenza consente subito di rendersi conto di quanto
ambiguo sia l’insistere — l’insistere, s’intende, come se
fosse il vero e fondamentale centro dell’interpretazione
delle ragioni dell’affermarsi e del durare  del fenomeno —
sull’autonomia del fascismo. E lo  sia tanto più quando si
pretenda di fondarla — come si è venuto e si viene facendo
da una storiografia largamente accreditata — su un
riscontro “sociale” il quale in realtà elude quell’analisi seria
del  concetto di “forza” che è preliminare ad ogni discorso
sulla “continuità” e sulla “rottura.”
Già nell’interpretazione “liberale” si coglie un nesso tra
autonomia del fascismo e uso della violenza che è
particolarmente rivelatore della matrice  “sociale” di
quell’interpretazione e perciò anche della posizione politica
che essa teorizza in sede storiografica. Quando — nel testo
classico di essa, la Storia d’Italia del Croce, che è, come si
sa, del 1927 — si parla di invasione degli Icsos, di
“parentesi,” quando si addebita la vittoria del fascismo a
un’ondata violenta, a una malattia giunta improvvisa
a  corrompere un corpo fino allora sano, si nega di  fatto —
se si sta al filo logico — il nesso tra fascismo e storia
italiana. Si fa quindi del primo un quid autonomo. Ma nella
tesi liberale l'autonomia  non è affermata esplicitamente,
bensì è affidata al  carattere di violenza bruta del
movimento mussoliniano, e questa violenza è definita come
conseguenza di un non ben precisato “irrazionalismo,” di
una  “malattia morale” che avrebbe colpito l’Europa,
vincendo però — e non si dice il perché — unicamente  in
Italia.
È già significativo che questo carattere sia individuato
soltanto dopo il delitto Matteotti, anzi, dopo il discorso del
3 gennaio 1925 e dopo lo scioglimento dei partiti dell’Italia
liberale. Fino allora, Croce —  con Giolitti e gli altri
esponenti del ceto politico dirigente — era stato tra i
“fiancheggiatori” di Mussolini. Perché? Prima la violenza
non era che blandamente deplorata in quanto era in realtà
considerata un elemento essenziale della politica
degli  “opposti estremismi,” lo strumento
fondamentale  della lotta contro il “nemico di classe.”
Allora, il fascismo non era fuori della storia nazionale, in un
empireo autonomo: perché lo si sperava assai più efficace
restauratore della legge e dell’ordine che non il giolittismo
e il meccanismo politico parlamentare  classico. La
conferma più eloquente sta nella negazione di qualsiasi
rapporto tra la violenza fascista e la  violenza del vecchio
sistema oligarchico, anzi nella  negazione sostanziale di
questa.
Ecco, dunque, che attraverso il metro autonomia-
violenza subito si scoprono i tratti essenziali di un
antifascismo “morale” che in realtà proprio nel “morale”
registra il massimo di contraddizione, in quanto pone il
massimo scarto tra una concezione della  violenza che
rifiuta di cercarne le origini reali nella società e una prassi
che accetta la violenza quando è al servizio di un certo tipo
di ordine sociale. È dunque un antifascismo che prefigura
l'“attendismo” del periodo della Resistenza. Il germe di
quella contraddizione tra rivoluzione sociale e lotta
nazionale, che è al centro della Resistenza, si ritrova invece
nell’interpretazione schematicamente definita marxista: e
anche per essa il metro autonomia e violenza è illuminante.
Da malattia italiana a fenomeno universale. Il fascismo è
considerato — si sa — nelle tesi ufficiali della Terza
Internazionale, più che come espressione  della storia d’un
paese, una fase obbligata della storia  del capitalismo, lo
“stadio senescente del capitalismo,”  il “prodotto estremo
della lotta di classe.” Le lezioni sul fascismo tenute a Mosca
nel 1935 da Palmiro Togliatti sono, con la loro analisi ben
più complessa e  articolata, un’eccezione. Che cosa il
fascismo rappresenti di fronte ai problemi specifici della
società italiana non è domanda a cui si presti adeguata
attenzione da parte dell’antifascismo di classe: di qui le
radici  di tanta parte degli atteggiamenti delle forze
resistenziali nella lotta armata. Ciò però non toglie che
l’autonomia è negata e viene disgiunta dalla violenza, il cui
uso — cioè, la cui direzione offensiva— diventa l’essenziale.
Conseguenze non meno fondamentali che ne derivano sono
l’affermazione della centralità della  lotta di classe anche
nella storia d’Italia e la problematicità dell’atteggiamento
verso lo Stato e quindi  verso la possibilità di usare la
violenza dal basso contro la violenza dall’alto.
È troppo noto quanto più specifico sia il contributo della
terza interpretazione classica — quella “radicale” — al
nesso tra fascismo e società italiana, e quindi all’analisi che
in questo libro sta al centro del  discorso. L’esortazione
pressante — anzi quasi esclusiva — di un Giustino
Fortunato o un Francesco Saverio Nitti a cercare nella
storia passata del paese,  nelle tare dello sviluppo
economico, sociale e politico italiano, nei limiti della
vecchia “classe” dirigente  le ragioni del fascismo è la più
ferma enunciazione  della improponibilità d’una vera
autonomia del fascismo rispetto alle forze reali della
società italiana.  La violenza fascista è “rivelazione,” non
“rivoluzione.”
Autonomia e violenza sono in questa tesi dissociate, e la
seconda è anzi la negazione più eloquente della prima.
Certo, la “rivelazione” è colta quasi soltanto nella questione
meridionale, e questo limita fortemente il richiamo — ancor
oggi essenziale — al nesso tra fascismo e società italiana
nel suo complesso. La  “conquista” del Sud è soprattutto
“regia” — di istituzioni, non di classi — e “piemontese” — di
segno antropologico e geografico, non economico-sociale.
Il  panorama strutturale veniva così gravemente limitato, e
finiva col tornar fuori l’astrattezza “sovrastrutturale”
crociana, sebbene in termini diversi: di un moralismo bensì
rovesciato — i vizi antichi del popolo italiano non vaccinato
dalla Riforma e dalla Rivoluzione francese — ma pur
sempre indebolito dal  contenuto di recriminazione anziché
di analisi di forze. Finiva, anche, col risultare troppo
limitato il condizionamento dell’autonomia del fascismo,
perché lo  si ricollegava quasi esclusivamente al
reazionarismo  agrario del Sud, ai mazzieri, e sfuggiva il
legame profondo — strutturale appunto — tra “ sviluppo ”
settentrionale e “sottosviluppo” meridionale.
Negli ultimi anni, anche in Italia ha acquisito seguaci
una quarta tendenza, che giudica superate le impostazioni
problematiche generali e afferma di puntare sull’obiettività
della ricerca, prima in nome  dell’empirismo, poi in nome
dell’uso di mezzi interdisciplinari quali garanti della
scientificità della storiografia. Il prima e il poi non sono
necessariamente  momenti successivi. L’empirismo è, in
realtà, acritica giustapposizione di dati sovrabbondanti e
spesso  non controllati. L'uso di mezzi interdisciplinari è
quasi sempre un generico e approssimativo orecchiare
di  scienze sociali, e soprattutto di psicologia e
antropologia.1 In questo modo, quando si lascia il piano
dell’empirismo per salire a quello della scientificità,
l’organicità e coerenza dell’interpretazione annegano nella
confusione ideologica e metodologica, e ciò che  emerge è
un calcolo politico, ma un calcolo politico  mediocre, di
trasformismo “disponibile,” atto sia a non alte operazioni di
potere, sia, più in generale, a coprire aggregazioni di forze
eterogenee, sostanzialmente volte a conservare i rapporti
di forza esistenti.
Non dovrebbe essere difficile capire che cosa stia dietro
l’asserzione, in verità alquanto stantia, di una  storia
“oggettiva” e, in quanto oggettiva, “neutrale” e perciò vera
scienza. Quando però si vede crescere il  coro degli avalli
dalle più diverse parti del mondo culturale e politico, anche
da sinistra, l’allarme diventa d’obbligo, e tanto più perché
si tratta di idola che vengono offerti in pasto ad un pubblico
ben più  ampio di quello degli addetti ai lavori. Non può
sfuggire che con una simile tendenza si fa strada tutto
un  programma — non esplicito, s’intende — di
“organizzazione del consenso” a fini che possono
riassumersi  in una riproposizione “scientifica” della tesi
degli “opposti estremismi.”
Anche in questo caso autonomia e violenza sono
parametri in ottima misura “demistificanti.” Nella  tesi
“empirico-scientifica” autonomia e violenza si  celano sotto
specie di ricerca dei caratteri “tipici,”  di definizione del
fascismo “tipo.” Si celano — è il  caso di dire — perché, a
differenza delle tre tesi classiche, le quali non
nascondevano la propria matrice ideale, questa si presenta
come “avalutativa.” Il rifiuto dell’ideologia cela — qui come
altrove — il rifiuto della responsabilità di scegliere
quell’ordine di priorità che è inseparabile dalla schiettezza
e autenticità di ogni sforzo di valutazione. Nessuno vuol
negare — è evidente — che l’accorta utilizzazione
delle scienze sociali può aiutare a meglio distinguere tra le
forze presenti nella società, a individuare con maggior
precisione e minor schematismo le componenti singole e di
gruppo delle classi in conflitto. Ma neppure può esser
passato sotto silenzio che il primum, morale non meno che
scientifico, di ogni impegno  storiografico, sta nella regola
che la necessaria articolazione del giudizio non deve mai e
in alcun modo andare a scapito della franchezza con cui si
dichiarano le scelte interpretative di fondo. Se questa
franchezza — congiunta all’onestà nella ricerca e
nella  presentazione delle fonti — è la sola obiettività
possibile per chi faccia professione di studioso di
storia,  ogni tesi che si presenti come obiettiva in
quanto  neutrale e neutrale in quanto scientifica diventa
per  ciò stesso — come dicevo — disponibile alle più
varie  manipolazioni di persuasione “occulta” e di
prassi  politica, persuasione e prassi non liberamente
accettate e vissute ma forzatamente subite come ricatto del
potere, sia esso dei gruppi economici sia esso dei  partiti
politici.
In anni, come questi, di durissimo scontro sociale, è più
che mai necessario, per chi sia impegnato nella storiografia
o nella politica o in entrambe, stare e  mettere in guardia
dalla tentazione di usare problematica e metodologia psico-
sociale e filologia, quand’anche si usino bene, per “coprire”
come obiettiva  descrizione di caratteri tipologici una
ricostruzione  del fascismo (e non solo di esso,
naturalmente) incline a sfuggire alla sola obiettività
possibile, alla sola analisi che conta per misurare il peso di
un fenomeno  politico nello sviluppo di una società:
l’obiettività e  l’analisi che si confrontano con le “forze” in
movimento.
La difesa dell’autonomia del fascismo, che torna oggi in
una diffusa storiografia, non a caso fa centro sul tema della
“rivoluzione dei ceti medi” e traveste  da “scienza” il
discorso sul fascismo come “fenomeno rivoluzionario.” Non
a caso definisce sola “vera rivoluzione” quella “dei valori” e
pone il fascismo come terza forza tra le “altre rivoluzioni
contemporanee, quella comunista, illusoriamente politico-
sociale,  e quella tecnica del neocapitalismo, falsamente
democratica.”2 L’asserzione che il fascismo è fenomeno
dotato di una sua piena autonomia procede congiuntamente
alla tesi che fa del fascismo l’espressione in sede etico-
politica di una “forza” sociale che sarebbe a sua volta
autonoma, la piccola e media borghesia, recentissimamente
accreditata degli attributi  “ascendente” o “emergente”.3
Che il fascismo sia radicato nei ceti medi come il
capitalismo è radicato nel proletariato è certo una tesi, pur
nella sua genericità, non priva di qualche appiglio veritiero.
Che  molti “valori” proclamati dal fascismo siano tipica
e  diretta manifestazione di credenze, pregiudizi,
frustrazioni della mentalità piccolo-borghese, che il
fascismo sia in larga misura la traduzione nella
lotta politica e sociale dei modelli di comportamento propri
dei “ceti medi” visti nel loro abito comune di massa, non è
negabile. Non è negabile la presenza  nel fascismo — sia
pure dentro il magma caotico della sua “ideologia” — di
componenti psicologico-sociali proprie della piccola
borghesia, come il credo dell’interclassismo e
dell’“omogeneità sociale” e i miti  di nazione, coscienza
nazionale, destino nazionale, ed  è vero che i ceti medi
diventano in notevole parte fascisti nel 1919-22 perché
sono “colpiti da un senso  di risentimento e di frustrazione
profonda; sentono che la loro stessa idoneità è in pericolo;
avvertono  una minaccia di annientamento storico, che
produce  in essi una struttura di sentimenti dominata da
un  senso di isolamento e da una insicurezza, sul
piano  psicologico dell’autopercezione e su quello
oggettivo  della collocazione sociale, che li spinge nelle
braccia  dell’autoritarismo, verso un bisogno acuto della
figura del padre e verso comportamenti caratterizzati dalla
conformità automatica, cioè dalla tendenza a  conformarsi
in maniera istitutiva alle aspettative altrui, tendenza che dà
luogo a un conformismo di massa.” Si può anche accettare,
più in generale, l’asserzione che il fascismo “curi le anime
dei piccoli borghesi.”4
Insistere su questo non reca però un reale aiuto
all’individuazione dinamica del processo storico se  non si
procede oltre i tratti psicologici del fascismo  per
confrontarli con le reazioni di appoggio, di neutralità, di
ostilità che esso suscita nelle forze operanti nella società
italiana. Delineare il fascismo come  “tipo” può evitare di
essere un’esercitazione oziosamente scolastica e nella sua
gratuità inutile solo nella misura in cui i caratteri del
fenomeno sono cercati  come elementi di credito o di
discredito di esso verso altre forze, anzi, come punti di
riferimento per le  forze che realmente decidono di
coinvolgere il fascismo nella propria azione.
Se si fa questo, si scopre subito che i “valori” dei ceti
medi assumono nella politica fascista valenze diverse e
spesso anche contraddittorie a seconda delle forze verso le
quali Mussolini si muove e che Mussolini appoggiano. Anzi,
se da quei tratti si passa a verificare in quale effettiva
misura l’aver assunto i “valori” piccolo-borghesi abbia
pesato nel condurre il fascismo alla vittoria e quali
condizionamenti essi abbiano esercitato sull’avviarlo alla
sconfitta, subito ci  si incontra con forze diverse dai ceti
medi, subito si vede che, prima di tutto, il fascismo — come
scrive  Franco Ferrarotti — “difende il portafogli dei
grandi  borghesi.” Fuor di metafora, il fascismo
costituisce  lo strumento che consente alla grande
borghesia di  vincere una crisi “storica,” di battere il
proletariato in uno scontro decisivo proprio nella misura in
cui esprime e manovra il consenso dei ceti medi in nome e
a vantaggio del primo fra i due soggetti centrali  dello
scontro.
Il 1919-25, il tempo cioè dell’ascesa e della vittoria del
fascismo, è un test classico dell’incapacità dei ceti medi di
operare come forza sociale veramente autonoma. Anche in
Italia, intanto, essi soffrono della grande eterogeneità di
strati sociali che li compongono: coltivatori diretti,
artigiani, negozianti e  piccoli commercianti, funzionari
statali di livello inferiore e medio, membri delle “classi di
servizio.” Ulteriori elementi di disorganicità, di dispersione,
di contraddizione sono aggiunti dalle forti differenze tra le
“società regionali” — se vogliamo usare la terminologia di
un sociologo dotato di vivo senso a un  tempo teorico e
storico, Luciano Gallino5 — e dalle cospicue diversità di
stadio delle “formazioni sociali.” C’è, in più, per i coltivatori
diretti, gli artigiani, i negozianti, i piccoli commercianti,
una insuperabile debolezza dovuta sia alla subordinazione
di tutta la attività ch’essi svolgono ad un quadro economico
e  finanziario in cui le scelte sono fatte ben più in alto,  sia
alla loro gravissima incapacità associativa. C’è
una  dipendenza presso che assoluta delle “classi di
servizio” dai padroni. C’è negli impiegati del settore statale
— che viene citato come vivaio di aiuti determinanti al
fascismo perché, sembra ora di capire, serbatoio dei ceti
“emergenti” — una privazione reale della possibilità di
possedere e di gestire in proprio validi strumenti di difesa e
di offesa, mezzi efficaci nella lotta per il potere: assenti dai
“vertici” della gerarchia, dai posti di comando politico,
militare, amministrativo, i ceti piccolo-borghesi non hanno
se non  limitatissimi margini di iniziativa nei settori medi
e  bassi dell'apparato statale — già di per se stessi
generalmente esecutivi — nei quali sono per la gran  parte
confinati. Di più, tutto il loro modo di affrontare la realtà
politica generale, e quindi la “lotta,” è dominato dai ferrei
condizionamenti di un meccanismo  complessivo di
selezione che ha loro consentito di essere immessi
nell’apparato dello Stato soltanto perché implacabilmente
forgiati a subire il comando dei modelli e degli interessi di
un potere politico ed economico saldamente in mano di
un’oligarchia nobiliare e grande-borghese. La formazione
stessa dei “servitori dello Stato” — ecco uno studio da
approfondire  nei suoi aspetti tecnici — è fin dai livelli più
elementari irrevocabilmente segnata, sia nell’ambiente,
sia  nella scuola, sia nella rete dei canali di informazione  e
comunicazione, da contenuti e ritmi fissati da un  impianto
gerarchico il cui controllo sfugge ai “funzionari” come
singoli e come categoria perché è e non può non essere di
chi possiede ciò che solo consente  il controllo decisivo: la
proprietà dei mezzi di allestimento e mantenimento di
quegli strumenti.
Dipendenze e condizionamenti dei ceti medi sono tanto
più gravi nell’Italia del 1919-25 quanto più elevato è,
rispetto ad altri paesi, il grado di ristrettezza del “blocco di
potere,” quanto più limitata è la rappresentatività del
gruppo dirigente. Sappiamo bene che  alle tappe che
avevano segnato l’estensione del corpo  elettorale (dall’1,8
per cento del 1861 al 6,8 del 1882 fino al 23,2 del 1912)
aveva sempre e quasi puntualmente corrisposto il
rafforzamento del controllo del potere da parte dell’élite
dirigente, a partire dal patriziato progressista e dalla
borghesia agraria del Risorgimento per giungere alla
nascente industria pesante e ai gruppi in ascesa dopo il big
spurt dell’economia  italiana iniziatosi col 1896. Allargare
l’elettorato — chi ora seriamente più lo contesta? — voleva
dire si  consentire una maggiore varietà e articolazione
nell’interno dell’oligarchia dominante, ma anche
riaffermarne il dominio sostanziale, reprimendo con
durezza, con “violenza,” qualsiasi opposizione — da  quella
degli anarchici e degli internazionalisti a quella dei “fasci”
siciliani e dei socialisti — che apparisse  non
addomesticabile con il voto o l’elargizione assistenziale,
oppure tentando la cattura degli oppositori —       come
Giolitti di fronte ai riformisti e ai cattolici —    attraverso la
loro divisione. La prima guerra mondiale, all’intervento
nella quale i gruppi industriali e finanziari italiani si erano
decisi con largo consenso interno dal finire del 1914, aveva
accelerato il doppio  processo di concentrazione del potere
da un lato, di  repressione degli scontenti o insorgenti
dall’altro. E  non è da ricordare, perché troppo nota, la
confluenza — spesso anche nel personale di comando
politico-economico — tra il “nuovo” grande capitale giunto
alla fase monopolistica e a propaggini internazionali e i
“vecchi” centri di potere politico e amministrativo, né quali
conseguenze ne fossero venute ad accentuare moltissimo il
carattere già fortemente  autoritario dello Stato e a
perfezionare la sua macchina repressiva: quella macchina
che nel '17 aveva  celebrato i suoi trionfi con l’uso
larghissimo del  “plotone d’esecuzione,” ma che prima e
dopo aveva cementato il blocco di potere con le commesse
belliche date e ricevute, con la disciplina militaresca della
forza-lavoro, con la crescente spinta al controllo  politico
quale veniva dallo sviluppo del sistema oligopolistico.
Che alle ragioni dei sociologi si aggiungano dunque le
ragioni specifiche degli storici per togliere credibilità a
un'autonomia dei ceti medi in grado di  consentire loro
iniziative e mordente decivisi “in proprio” nella lotta per il
potere conferma largamente il “biennio rosso.”
L’esplodere della carica rivendicativa delle masse, fino
all’occupazione delle fabbriche nell’estate del ’20  e allo
strascico di “grande paura” a ritroso che essa  lascia,
rafforza più che mai la volontà dei vari gruppi  di comando
di difendere il grado di controllo dell’economia e della
società raggiunto durante il conflitto.
Alla testa sono i detentori del potere economico. Tra
essi, all’inizio specialmente, i grandi agrari, ma  presto un
fronte sempre più vasto di industriali e la quasi totalità dei
“vertici” dell’apparato statale: tutta la grande borghesia
insomma. “La classe superiore  legata alla proprietà
fondiaria e la classe degli alti dirigenti industriali” non esita
molto a trovare dinanzi alla gravità della crisi una
fondamentale unità,  superando nell’azione i contrasti
derivanti dalle differenziazioni e articolazioni delle
“strutture di classe  parziali” e dalle complesse diversità di
sviluppo delle  “formazioni sociali.” Nella volontà di
difendere il proprio reddito, il proprio prestigio, il proprio
controllo  del potere sta l’origine di quell’atteggiamento
verso il  fascismo e verso la violenza che consente di
parlare  di un “uso capitalistico” del fascismo contro
quello  che viene individuato come il solo nemico
veramente  pericoloso, il “proletariato.” La grande
borghesia sa che, per quanto possa essere diviso da bisogni
diversi o contrastanti fra lavoratori dell’industria e
lavoratori agricoli, e da altri elementi la cui analisi i
sociologi amano spesso portare a veri e propri eccessi
di frammentazione non chiarificatrice ma anzi fuorviante, il
proletariato ha nel suo insieme strumenti reali di potere dal
basso e può, diversamente dai ceti medi, combattere con
propria forza autonoma. Ciò non  soltanto per lo spirito di
lotta che gli viene dall’oggettiva sua posizione di conflitto
col padronato nel quadro del meccanismo di produzione,
ma anche per la  capacità di costruirsi un vasto apparato
sindacale,  cooperativo, assistenziale a fianco della non
limitata rete delle organizzazioni di partito.
Di fronte ai due maggiori contendenti, i “ceti medi” sono
dunque inevitabilmente destinati a diventare strumento
dell’uno o dell’altro. Come essi diventino, fra il biennio
rosso e l’autunno del '22, strumento del primo non è qui
ovviamente il luogo per analizzare nei particolari e nella
ricca serie delle variazioni di cronaca, ma chi guardi alla
gran massa di dati raccolta da storici e da cronisti discerne
facilmente  — anche quando il raccoglitore non vuole
renderlo  esplicito — alcuni elementi di fatto non
discutibili. In primo luogo, non è visibile nel 1919-20 quella
larga adesione iniziale di “ceti medi” al fascismo che  sola
potrebbe autorizzare, in sede di dati di fatto, a parlare del
movimento fondato da Mussolini come di  creazione-
espressione politica dei ceti medi medesimi. I consensi
sono limitatissimi non solo, ma anche  la maggior parte
degli ufficiali reduci di estrazione  piccolo-borghese — per
lo più modesti professionisti, impiegati, insegnanti — i quali
si impegnano politicamente, si impegnano piuttosto con
l’Associazione nazionale combattenti e ad essa forniscono i
quadri che permettono al movimento combattentistico, non
ai “fasci,” di svilupparsi, e di svilupparsi non dove sono più
forti i socialisti, come poi farà il fascismo,  ma in zone di
diversa situazione politica e sociale,  come varie parti del
Mezzogiorno.6 In secondo luogo, emerge chiarissimamente
dalla cronaca stessa del 1919-20 come il fascismo resti uno
sparuto movimento fino all'indomani dell’occupazione delle
fabbriche per crescere con vertiginosa rapidità fra
l’autunno 1920 e la primavera del '21 e prepararsi poi
all’assalto finale attraverso poco più di un altro anno  di
complessa politica giocata con un certo grado di autonomia
tattica nel quadro delle alleanze di fondo ormai stabilite.
In che cosa sta la differenza fra il primo periodo e i due
seguenti, il secondo specialmente? La differenza sta nella
capacità di usare la violenza, e in modo  ampio e intenso,
con dimensioni quasi nazionali e  con risultati di tremenda
efficacia, in una sola direzione, quella della reazione
padronale anticontadina  e antioperaia. Per molto tempo
negata o messa in  seconda linea, questa è la realtà che
emerge sempre  più eloquente dalle ricerche specifiche,
anche quando gli autori di queste tendono a negarla o ad
attenuarla.
Nato con un apporto notevole — quanto a percentuale,
s’intende, essendo il numero degli adepti minimo — di
sindacalisti rivoluzionari, il movimento aveva avuto però
subito il suo supporto essenziale  da arditi ed ex
combattenti, soprattutto sottufficiali  e ufficiali, e da
studenti vogliosi di menar le mani, e  aveva subito puntato
come a suo “compito precipuo”  (in questi termini si era
espresso il segretario Pasella)  sull'organizzazione di
squadre armate. Se l’azione  violenta non aveva potuto
assumere proporzioni consistenti, era — appunto —
soltanto perché non era  stata ancora colta da agrari e
industriali l’importanza  di essa ai fini dello scontro di
classe. Per questa ragione il piccolo coacervo di ex
interventisti democratici, di mazziniani, repubblicani,
“risorgimentali” e di arditi e reduci smaniosi di “picchiare”
aveva oscillato nel primo anno di vita fra azioni come
l’incendio  dell’“Avanti!” in aprile e battaglie come la
campagna  elettorale in novembre. La débàcle aveva fatto
riflettere sull’enorme divario fra la speranza di
“organizzare” il consenso di milioni di reduci e la realtà
dei poco più che 4.000 voti raccolti.
 

2. Fascismo e lotta di classe

Su questa lezione delle cose, l’avvio al sistematico uso


della violenza come mezzo fondamentale di azione politica
diventa più facile quando, nella seconda  metà del '20,
all’asprezza dello scontro nelle campagne si aggiunge lo
choc subito dagli industriali con  l’occupazione delle
fabbriche, poi, nel 1921, la crisi  economica permette agli
imprenditori di riprendere  l’iniziativa. L’occupazione delle
fabbriche chiude il  ciclo ascendente della combattività
operaia, e non  a caso coincide con il riflusso della “
rivoluzione mondiale,” ma dà con ciò stesso una spinta
decisiva alla  paura retrospettiva dei “padroni”,
convincendo definitivamente il grosso di essi a sferrare un
colpo che si spera decisivo alla classe antagonista. La crisi
del  '21 offre nuove possibilità ai grandi centri del
potere  industriale e finanziario di cercare “in un
capovolgimento del regime interno lo strumento di
difesa  contro la recessione produttiva e l’alternativa ai
disegni espansionistici coltivati nel 1919-20” sull’onda delle
illusioni di sviluppo alimentate dalla facile e rapida crescita
del periodo bellico.7
Sembra sempre più difficile, di fronte a un ognora
crescente accumularsi di prove inequivocabili, ostinarsi a
negare questo prevalere d’una linea “controrivoluzionaria”
da parte dei gruppi dominanti in  corrispondenza con la
crisi. E altrettanto difficile diventa voler mantenere l’analisi
all’interno del quadro nazionale. L’allargamento alla
situazione internazionale si impone come linea di ricerca
non solo opportuna ma necessaria. Lo hanno visto bene
alcuni  giovani studiosi politicamente impegnati nella
nuova  sinistra nata dal Sessantotto, fra gli altri
Giuseppe  Maione8 e Marco Revelli9. Il primo, facendo
centro  su Torino ma insistendo sui nessi fra capitalismo
italiano e capitalismo europeo e mondiale come essenziali
per capire la forza di una politica padronale fondata sulle
nuove forme tayloriane di organizzazione del lavoro, tutte
volte a razionalizzare, e quindi a incrementare, lo
sfruttamento della manodopera  per un aumento della
produttività. Il secondo, partendo da un punto di vista più
generale per sottolineare l’uso da parte del grande
capitale, nella crisi,  delle “armi del dominio della propria
composizione organica” per frantumare la classe operaia e
così stroncarne la combattività.
La ricerca sul “ciclo di lotta operaia” nel primo
dopoguerra di cui riferisce Revelli ha il merito di porre
l’accento come non si era ancora fatto sulla leva  “della
tecnologia, della scomposizione della forza-lavoro
attraverso il pieno dominio capitalistico sull’organizzazione
del lavoro e sulla articolazione del processo produttivo,
della manovra sul capitale fisso,”  come vie per capire in
quale modo il padronato abbia  nel '20-21 affrontato il calo
della produttività operaia  emerso durante la guerra e
diventato vera e propria “insubordinazione produttiva.”
Certo, l’analisi della spietata quanto accorta politica di
disgregazione dell’unità operaia e di punizione delle
avanguardie di fabbrica condotta dagli industriali dovrà
essere meglio misurata nei suoi strumenti principali, cioè
nella regolazione del salario e della  mobilità e nei
licenziamenti “selvaggi” nei centri principali dello scontro
di classe. Se, poi, l’esame verrà  ampliato oltre il 1922,
l’anno decisivo dell’attacco al  salario reale e al salario
nominale, per giungere fino agli anni Trenta, cioè agli anni
dell’estensione del sistema Bédeaux e dell’ulteriore
riduzione della forza-lavoro a mero fattore produttivo,
anche la posizione  del fascismo nel quadro della reazione
capitalistica uscirà meglio individuata.
È appena il caso di avvertire, in questa sede, che la
novità dell’impostazione, oltre a non sottovalutare  le
difficoltà tecniche della ricerca, non può dimenticare
neppure per un istante che l’attacco al movimento operaio
condotto attraverso le “squadracce” fasciste resta
strumento necessario e complementare di una lotta che non
a caso coinvolge non soltanto la  fabbrica, ma anche la
società e lo Stato. Sottovalutare questo aspetto e il suo
legame essenziale con l’altro vorrebbe dire precludersi la
comprensione della natura specifica dello sviluppo in senso
fascista del  capitalismo italiano e, in un certo senso,
ricadere  nell’errore, che giustamente Revelli imputa ai
partiti operai, di non riuscire “a trasferire a livello statale la
forza espressa dall'impetuosa ondata di lotte dal basso.” La
verità è che lo scontro non è solo frontale ma globale, che
la violenza sul lavoro non può stare senza la violenza nella
società e nella politica. I “padroni” non si limitano ad
eliminare dalle fabbriche  e dalle fattorie i militanti più
attivi con i licenziamenti e la disoccupazione, ma
accentuano su scala sempre  più vasta e sistematica l’uso
del terrorismo fascista. Bloccati ormai i progetti di Nitti di
introdurre la nominatività dei titoli e un’imposta sui
capitali, le  squadre di Mussolini diventano l’arma più
efficace  per distruggere fisicamente, o magari
“convertire,”  gli addetti alle leghe socialiste e ai sindacati
cattolici,  cioè le centrali dei “boicottaggi” e degli scioperi,
in  una parola la “forza” di contestazione al dominio
padronale nelle campagne. E dal canto suo Mussolini rivela
ancor più scopertamente, se possibile, la
sua  “disponibilità,” la sua non-autonomia politica
sostanziale, mostrandosi pronto a favorire l’ostilità degli
agrari all’imponibile di manodopera anche
contro  l’interesse dei fascisti di sfruttare quella
conquista  socialista, specialmente nelle zone padane, per
rafforzarsi presso i braccianti. Ad Alessandria, a Pavia,
ad  Arezzo è addirittura la Federazione agraria, cioè
l’organismo padronale, a fondare direttamente i Fasci.10  In
generale, come si sa, mentre nel Centro e nel Sud la spinta
dei contadini nullatenenti contro i  vecchi contratti agrari,
contro la scarsità delle giornate di lavoro, contro l’aumento
dei prezzi, che era  giunta per la prima volta fino
all’occupazione delle terre, era stata poi placata con il
decreto Visocchi del novembre 1919, nella valle padana la
lotta per il monopolio e l'imponibile di manodopera e per la
diffusione delle affittanze collettive, legata all’esuberanza
di forza-lavoro provocata dal ritorno dei soldati e dal blocco
dell’emigrazione, scatena la più violenta reazione degli
agrari. Sulla divisione fra braccianti  e mezzadri o piccoli
fittavoli favoriti nella corsa  all’acquisto della terra dal
polverizzarsi dei debiti e ipoteche a causa dell’inflazione gli
agrari speculano, e su di essa i fascisti fondano la loro
offensiva  contro i socialisti e le leghe, che puntano sulla
collettivizzazione o cooperativizzazione dei fondi e usano il
boicottaggio contro i coloni e i fittavoli non leghisti. Il crollo
dei prezzi internazionali favorisce  nel ’21 la controffensiva
padronale e l’uso dei fascisti, lanciati alla conquista dei
contadini con la parola  d’ordine “la terra a chi la lavora,”
oppure alla distruzione del potere contrattuale delle
camere del lavoro in favore dei diritti dei coloni.
Il fascismo agrario è dunque, nella prima fase, il più
diffuso, il più organizzato, il più duro. Esso non  avrebbe
tuttavia potuto diventare una forza nazionale  senza la
convergenza dei grandi gruppi industriali e finanziari, usciti
enormemente rafforzati dai profitti  di guerra ottenuti
specialmente con le commesse statali. Quando la crisi si
aggiunge ai debiti di guerra,  alle difficoltà di reperimento
delle materie prime, ai  progetti fiscali di Giolitti
(l’avocazione dei profitti di guerra, la nominatività dei titoli
azionari), anche gli  industriali decidono di affrontare di
petto la contestazione dal basso, ricorrendo all’arma
estrema della guerra privata, e dunque al fascismo. Il 1921
vede  il convergere dell’offensiva industriale con
quella  agraria e attraverso entrambe avanzare il
movimento capeggiato da Mussolini. Nel campo industriale,
in  quell’anno i fasci si offrono con crescente larghezza
come il braccio secolare che è capace al tempo  stesso di
colpire col terrore e di disgregare l’avversario di classe del
padronato: un esempio fra i tanti, quello dei portuali
genovesi, aggrediti quotidianamente  e insieme divisi con
l’arma dell’offerta ai pavidi e ai “traditori” del collocamento
presso gli armatori. Zuccherieri e trasformatori di prodotti
agricoli, elettrici, produttori di armi, proprietari di miniere
— dal  marmo di Carrara al ferro di Piombino e Valdarno
—, tessili — dal Biellese a Schio — forniscono quote ingenti
di denaro agli organi locali e a quelli nazionali  del
movimento mussoliniano per colpire le camere  del lavoro,
le sedi di partito, i circoli cooperativi e  culturali non più
soltanto nei paesi ma anche nelle città.
Ciò che non aveva dato il nazionalismo, offre il fascismo:
un partito militarmente organizzato, in grado di fornire i
servizi di un vero e proprio esercito addestrato alla lotta di
classe, “la guardia del corpo,” lo scrive allora uno dei capi
del movimento, Leandro Arpinati, “del pescecanismo.”11
Non è certo utile a chiarire l’analisi il ricorso a
interpretazioni che sottovalutino o considerino secondario
il fatto che dalle elezioni amministrative del novembre 1920
alle elezioni politiche del ’21 l’azione combinata tra grande
capitale e fascismo acquista un’evidenza da manuale. Tutti
gli studi locali mostrano come, mentre si continuano a
rompere le organizzazioni “economiche” socialiste, sia
sindacali sia cooperative, e si sostituiscono con i sindacati
“gialli,”  si dà l’assalto anche alle rappresentanze
“politiche”  del proletariato: le amministrazioni locali
“rosse” sono ora l’obiettivo diretto della riscossa
“borghese” e le liste per il parlamento vedono i fascisti nel
gran  blocco moderato, auspice il più esperto dei
manipolatori, Giolitti.
La conquista del consenso non è però così facile come
l’uso della forza non è altrettanto produttiva  di risultati.
Che i fascisti non abbiano più del 6-7 per cento di voti nelle
elezioni del '21 è la prova della fallacia delle tesi che, anche
da sinistra, puntano molto sul “consenso” per spiegare la
vittoria del fascismo. In realtà bisogna ribadire con
nettezza che la violenza resta anche dopo la metà del '21 la
via  più efficace per quella vittoria. Solo un
manifesto  spregio delle fonti può indurre, oltre che ad
alimentare dubbi sulla dipendenza del fascismo dal
“capitale,” a sopravvalutare la capacità di attrazione
pacifica delle masse di un fascismo definito come
espressione della forza autonoma dei ceti medi. Una
sorta  di controprova offre anche il confronto tra Nord
e  Centro da un lato e Sud dall’altro. “La prova
più convincente che il fascismo fosse essenzialmente, e alla
lettera, una reazione,” lo scrive uno studioso che mostra di
voler seguire le tesi del De Felice, “può  vedersi nel fatto
che prima del 1922 esso mise radici soltanto in quelle zone
in cui c’era un forte Partito  socialista. La cosa risulta con
particolare evidenza  nell’Italia meridionale, dove i fasci si
sviluppano soltanto nei luoghi che, come le Puglie, Napoli,
Siracusa, hanno sacche isolate di influenza
socialista,”  mentre negli altri spuntano dopo che si fa
“evidente  la forte possibilità che i fascisti ottengano
almeno  una partecipazione al governo.”12 Più volte
citato,  un passo del Nazionalfascismo di Luigi
Salvatorelli  merita d’esser ricordato ancora qui perché
scritto  in quegli anni da chi certo non era marxista.
Nell’osservare “in Mussolini e nei mussoliniani,” la
continuità col maggio del ’15, il giornalista e storico
scriveva:
“Già da allora essi incontravano nel mito-Nazione (nella
Nazione, cioè, presa come entità astratta e valore unico per
se stante) tutto il loro movimento, e  la loro
contrapposizione così al neutralismo dell’alta  borghesia
come al pacifismo del proletariato. Già  allora il mito-
Nazione era per la piccola borghesia il  vessillo della sua
rivolta; la sua lotta di classe contro  capitalismo e
proletariato consisteva nella negazione del concetto stesso
di classe, e nella sua sostituzione con quello di Nazione. E
non poteva essere diversamente; giacché la piccola
borghesia era troppo debole e inconsistente come classe
organica — cioè deferitrice di un potere e di una funzione
economica —  per poter lottare sul terreno classista contro
le altre due, e per portarvi una sua ideologia.”13
I recenti sforzi, di cui sopra parlavo, per trovare nel '21-
22 la prova del nove della necessità di mirare  al consenso
dei ceti medi non possono certo fondarsi  sulla vicenda di
oltre mezzo secolo fa, a meno di  ridurla a un’occasione di
generico riferimento. Ciò non solo per la grande diversità di
collocazione dei “ceti medi” nel quadro economico e sociale
di allora rispetto a quello di oggi. Anche perché il
successo  di consenso del fascismo presso quei ceti ha
origini  e vie di sviluppo assai meno lineari e irresistibili
di  quanto da molti si sia detto. Nella “folla” frustrata
e timorosa ma per ciò stesso abulica che già un articolo del
10-11 maggio 1921 del giornale “La Stampa”  descrive
come potenzialmente fascista, Mussolini trova certamente
un campo da mietere per le sue fortune, ma non
riuscirebbe a mietere se il “capitale”  non lo volesse,
offrendogli un appoggio diretto o indiretto con la propria
stampa. Dopo aver esteso il  proprio controllo sulle testate
grandi e medie dall’autunno del '20 in poi,14 industriali e
agrari si servono della massima arma di organizzazione del
consenso allora esistente per lanciare il fascismo
come  avanguardia della “riscossa della borghesia,”
per avallare, con la tesi degli “opposti estremismi,” la lotta
contro il solo estremismo che spaventa i ceti ricchi e irrita i
ceti medi inferiori. La “cronaca” — che dovrebbe esser più
sistematicamente studiata, ma già  è stata sorgente di
innumerevoli citazioni esemplari — giunge con crescente
frequenza fino a presentare gli episodi più sanguinosi della
violenza fascista  come dovuti ai “rossi.” Il consenso viene
manovrato,  e acquista negli stessi ceti medi dimensioni
notevoli,  soltanto dopo e in conseguenza della scelta dei
grandi agrari e industriali, i quali, del resto, sono
coloro  che hanno i mezzi per lanciare un’offensiva
generale  in nome dell’ordine e della legge. La difesa del
“sistema” in campo economico non passa attraverso le
dottrine e i progetti escogitati dagli economisti, dai grandi
operatori della produzione, passa attraverso  l’intuizione —
politica e non economicistica — che  per salvare il potere
economico e il dominio sui luoghi di lavoro deve essere
ripristinata l’“autorità,” cioè l’unità di “comando,” il potere
globale: per questo  il fascismo diventa lo strumento
sostitutivo del riformismo giolittiano. Dall’altra parte, il
fascismo si  presta: pronto, quando nasce contrasto o
conflitto  tra interesse dei ceti medi e interesse del grande
capitale, a preferire quest’ultimo.
Basterebbe ricordare l’esordio di politica economica del
governo insediato all’indomani della marcia su Roma.
Qualche concessione è fatta ai “ceti medi” con l’assunzione
di molto personale nella burocrazia,  nell’esercito, nel
partito, con la revoca delle sovvenzioni governative alle
cooperative, cioè ai concorrenti  dei piccoli bottegai, con
restrizioni alle norme per la  concessione delle licenze di
commercio al minuto,  con provvedimenti a favore di
numerose categorie artigianali. Ma il grosso, e il principale,
viene dato  alla classe padronale. Non dovrebbe essere
necessario  ricordare il definitivo accantonamento — già il
10 novembre 1922! — della legge sulla nominatività
dei  titoli, la pratica soppressione della Commissione
di  indagine sui sovrapprofitti di guerra, il
salvataggio  dell’Ansaldo e del Banco di Roma a favore dei
Perrone e dei gruppi cattolici moderati, i molteplici
e multiformi interventi a favore dei grandi monopoli privati.
Fra questi interventi, non è chi non veda come
fondamentali la fondazione dell’Istituto di credito  per le
imprese di pubblica utilità e dell’Azienda di  Stato per le
foreste demaniali, il trasferimento della  rete telefonica a
società private, l’abolizione del monopolio statale delle
assicurazioni sulla vita e il loro  ampio passaggio a mani
private, la riforma in senso  privatistico del regime fiscale
dei trasferimenti a titolo ereditario. E ancora, la
sospensione della legge di riforma agraria e l’abolizione di
fatto delle “otto  ore” e dello sciopero, la soppressione del
ministero del Lavoro e la sostituzione del 21 aprile al 1°
maggio come festa del lavoro.
La fase “liberale” della politica economica del regime
non si differenzia, per questa parte, dalla fase corporativa
se non per gli equilibri interni del quadro, non certo per il
suo effetto complessivo, che vede trionfare non i “ceti
medi” ma l’industria elettrica  e quella chimica, non la
piccola borghesia coltivatrice ma il grande capitale agrario,
non la fede liberale dei  credenti nell’età dell’oro
dell’iniziativa imprenditoriale ma l’interesse monopolistico
od oligopolistico dei  potenti della finanza, dell'industria,
dell’agricoltura.
Autonomia tattica, dunque, non autonomia strategica,
autonomia verso il gioco politico, non verso le strutture,
quella consentita a Mussolini. L’innegabile, pronta e
spregiudicata abilità personale del “Duce” nella manovra
tattica introduce indubbiamente  nelle regole del gioco
politico procedure e stile diversi da quelli prevalenti
nell’Italia liberale. Solo entro questi limiti è possibile
ripetere che fra i detentori del potere economico e di quello
statale ci fu  chi appoggiò il fascismo sperando di
“costituzionalizzarlo.” Se si scambiano queste velleitarie
speranze  per l’aspetto principale dell’atteggiamento del
grande capitale e dei vertici dello Stato si commette
un  errore madornale: madornale perché considera
più  importanti i desideri dei singoli che non la
pressione  complessiva degli interessi collettivi e dei
meccanismi strutturali; madornale perché — lo si è già
detto — dimentica che il porro unum era per quelle forze il
ristabilimento dell’“autorità,” e per il ristabilimento
dell’autorità bisognava pagare un prezzo  proprio sul
terreno politico-istituzionale. Non solo:  questo prezzo
veniva pagato non già dai controllori  dell'apparato
economico e dell’apparato statale, elementi necessari del
gioco mussoliniano e perciò non  liquidabili o emarginabili,
ma dai membri (e non da  tutti!) del personale politico
dell’Italia liberale.
Ciò dovrebbe apparire ormai addirittura ovvio, anche a
chi vuol insistere sulla ricerca dei tratti dell'“autonomia”
del fascismo.15 È negare l’evidenza il non ammettere che la
rinuncia di Mussolini ad esercitare qualsiasi azione che
incida sulle strutture dell’economia e della società
costituisce il pendant necessario di un’alleanza, nella quale
il vero padrone  resta chi quelle strutture continua a
dominare, non  chi procede a occupare una parte dei posti
direttivi,  introducendo modifiche politico-istituzionali che
hanno conseguenze sul terreno delle tradizionali lotte tra i
partiti, sulle procedure per giungere alle decisioni
di  governo, ma non incidono sull'esercizio del “comando”
reale. Le “grandi famiglie” restano — sempre meglio si
viene chiarendo nelle analisi più articolate — alla guida dei
settori portanti; anzi non si può neppur  dire che la
presenza in prima persona di operatori  economici entro il
personale politico si riduca dopo  il 1922: l’analisi
particolareggiata dei dati, che non  è stata ancor fatta,
proverebbe probabilmente addirittura il contrario. Non è,
in ogni modo, un caso che la Confindustria al tempo stesso
mantenga intatti il  quadro dirigente e le strutture
organizzative e nel  1923 affidi la presidenza a un uomo di
Mussolini, Benni. Ecco la “continuità” reale che consentirà
ai “capitalisti” di ricattare il “Duce” e di conservare intatte
le forze per il momento nel quale sarà loro conveniente
cambiare cavallo. Non basta. Anche la carta  politico-
istituzionale non è — neppure dopo la vittoria — tutta in
mano del fascismo. Anche lo “Stato”  aveva preso
largamente l’iniziativa di avvalersi del  fascismo per
difendere l'ordine e la legge. E l'aveva  presa come
organismo gerarchico, non come somma  di singoli. Anche
in esso, cioè, la presenza di funzionari appartenenti ai “ceti
medi” non era valsa se non da stimolante di un’azione che
era stata decisa in alto, dagli esponenti politici tradizionali
della classe dominante l’economia.
Non occorre qui invitare a tener presente quanto sia
complesso e articolato il rapporto tra potere economico e
Stato. Bisogna però non dimenticare che  complessità e
articolazione non mutano la sostanza di una realtà per la
quale l’apparato dello Stato non agisce come forza sociale
autonoma ma come un organismo di controllo dall’alto e
come meccanismo di repressione il quale mutua origine ed
efficacia dalla  forza sociale dominante. Vero è che esso
tende a riprodursi in parte da se stesso, all’interno di un
processo che muove dai suoi stessi centri di potere, ma ciò
avviene senza che sia insidiata l’acquisita e commaturata
vocazione alla difesa dell’ordine costituito.  Quand’anche si
volesse attribuire ad esso maggiore  autonomia di quanto
non abbia, si dovrebbe ammettere ch'esso, riproducendosi,
riproduce anche la propria natura di difensore del sistema.
Si è detto e si continua a ripetere che gli ufficiali
subalterni e i sottufficiali, sia nell’esercito sia nella  polizia
sia fra i carabinieri, erano favorevoli al fascismo. Non vi è
dubbio sulla sostanziale verità di  questo, né meraviglia,
poiché è il frutto naturale del  convergere dell'opera di
organizzazione del consenso  svolta dalla stampa con il
comportamento sociale tipico di chi sente il bisogno di
rivalersi contro chi sa  ribellarsi e contro chi si appella a
“valori” opposti  a quelli della gerarchia, dell’obbedienza e
del militarismo. Non si può per altro dimenticare che il
reale margine di iniziativa e di azione di costoro era scarso.
Che, cioè, senza gii ordini dall’alto, essi poco avrebbero
potuto fare per i fascisti. Sono invece i  capi della polizia e
dell’esercito, sono le circolari del  ministro dell’Interno e
dello Stato maggiore ai capi e ai prefetti a dare continuità e
organicità all’appoggio dello Stato allo squadrismo. Il “
patto di pacificazione ” del '21 è lasciato cadere dall’alta
burocrazia perché essa pensa che ne siano favoriti più  i
socialisti che i fascisti. E la circolare Bonomi del  21
dicembre 1921 ai prefetti per autorizzarli a sciogliere le
organizzazioni armate e a perseguirne i  membri è
interpretata dai capi delle province nel senso di sopprimere
non le squadre ma gli Arditi  del popolo. I subalterni sono
semplici esecutori, con  efficacia anche, ma limitata dalla
limitatezza della sfera d’azione. Più articolati sono gli
interventi della magistratura, ma perché essa è tutta
appartenente alla borghesia media e alta, più alta, anzi, che
media.  Venti anni dopo, nel luglio '43, Mussolini cadrà
soltanto quando i capi decideranno di abbandonarlo.
Gli  esecutori obbediranno, ma l’iniziativa verrà
dall’alto  dell’apparato statale. Bisogna riconoscere che
nel  campo dell’atteggiamento dei “servitori dello
stato”  verso il fascismo notevoli passi si sono fatti
negli ultimi anni quanto a raccolta di dati. Per la storia del
rapporto tra burocrazia statale e fascismo molto però
gioverebbero un’indagine sistematica di tipo  biografico
(prefetti, questori, impiegati medi e inferiori) “ a campione
” e un’analisi dei meccanismi attraverso i quali già durante
la prima guerra mondiale diventa più ampia e vincolante la
canalizzazione del rapporto di comando dall’alto al basso
e  al tempo stesso si va accelerando la meridionalizzazione
dell’apparato burocratico. Bisogna verificare — e non lo si è
ancora fatto, o lo si è fatto troppo  poco — come l’una e
l’altra producano una più pesante e più estesa dipendenza
dell'impiegato dal  “vertice,” un più grave distacco del
“servizio” dal cittadino, un più largo accumulo di pericolose
riserve di frustrazioni e di rivalsa, un più rigido
asservimento di singoli burocrati e di gruppi politici al
potere economico.
Quanto all’esercito, finora soltanto Giorgio Rochat16 ha
guardato con spregiudicata chiarezza ed eloquenti risultati
al peso e ai modi dell’adozione del fascismo come garanzia
della politica che già  nello Stato liberale le forze armate
avevano il compito di presidiare: “la politica di repressione
delle  masse popolari e di esaltazione della potenza
nazionale.” Rochat ha pure dimostrato come a
questa  continuità si unisse quella di una sostanziale
autonomia tecnica quale prezzo pagato, come già dall’Italia
liberale, così dal fascismo.
Per la magistratura, ai dati di Antonino Repaci sulle
condanne dei “rossi” e i rinvìi dei processi o le assoluzioni
di fascisti17 e alle prospettive di Guido Neppi Modona sui
rapporti col potere politico  e con le lotte sociali, si è
aggiunto un primo tentativo  dello stesso Neppi18 di
delineare come si possa e si  debba studiare, dopo tanto
parlare, e per tanti anni,  di resistenza oggettiva e
soggettiva della magistratura al fascismo, la reale
continuità tra Italia liberale e Italia fascista anche in questo
settore, analizzando le sue radici di classe, che sfumano e
spesso annullano anche nei singoli lo stacco tra
antifascismo e fascismo. Nicola Tranfaglia ha ribadito
e  precisato la strada da seguire,19 ma le citazioni che  si
possono per ora fare sono pochissime. Fra esse,  è quella
dello studio di un giovanissimo, Giancarlo  Jocteau,20 sulla
magistratura fascista del lavoro, anticipo di un volume
preparato nel quadro di una ricerca collettiva sulla società
piemontese dal 1911 al 1940 in corso da molti anni presso
l’Istituto di Storia della Facoltà di Magistero di Torino.
 

3. Fascismo e ideologia

Nei processi oggettivi, dunque, il fascismo è privo di


autonomia vera. Ne è altrettanto privo nei suoi  caratteri
soggettivi, siano quelli del suo “esemplare”  capo, siano
quelli del movimento.
Se non si può negare che le qualità del duce abbiano un
notevole peso nella sfera della tattica quotidiana e dello
“stile” del Regime, ogni asserzione demiurgica deve essere
semplicemente relegata fra i miti del passato legati alla
storiografia delle grandi personalità. Di più: proprio le
qualità di Mussolini giocarono contro l’autonomia perché
esse puntavano  tutte sulla pura conquista personale del
potere. La  stessa biografia apologetica dell'homme qui
cherche,  del politico-filosofo costruita da Renzo De Felice
è  una riprova schiacciante non soltanto della
povertà  culturale, ideologica e morale del duce, ma anche
e  più del fatto che il suo impegno politico, appunto nella
misura in cui è tutto rivolto al puro esercizio del potere
personale, impone una tale “disponibilità” da esautorare il
movimento in quanto tale.
Giunto in sella e consolidatosi, Mussolini non tollera più
un partito forte, la cui compattezza egli aveva del resto
anche prima del 1925 minato con lo spregiudicato gioco fra
l’ala moderata e l’ala intransigente. Il prefetto viene
preferito al federale, l’organismo statale a quello partitico,
la polizia alla milizia. È appena in corso la ricerca su questo
sintomatico  tema, ma già si hanno elementi sufficienti per
spiegare donde tragga origine la stupefacente
volatilizzazione del PNF la notte dopo il 25 luglio 1943:
volatilizzazione la cui necessaria storia precedente è in
un  rapporto verso le forze sociali e istituzionali non già  di
reale autonomia ma di penetrazione subalterna.21
Vani sono anche i recenti sforzi di ricercare una
autonomia soggettiva del movimento sul piano
della  “ideologia.” “L’uomo nuovo fascista” ha tratti
così contraddittori che non si prestano a fornire al fascismo
quel minimo di coerenza generale che non può  mancare
anche nella più rozza ed elementare delle ideologie. Si può
— forse si deve — individuare anche  nel fascismo un
elemento fondamentale di approccio alla vita, ma a patto di
definire l’ideologia secondo  un metodo diverso da quello
che consente — ad esempio per il liberalismo, il socialismo,
il comunismo — di dare una continuità a un movimento e
di  attribuirgli un certo tipo di nesso tra pensiero e azione.
Che però questo rischi di rendere arbitraria la  stessa
descrizione delle idee dimostra il tentativo di Emilio Gentile
di trovare tratti di un’ideologia fascista in positivo. Esso
non riesce ad altro che a raccogliere i testi più disparati,
dai quali emerge, per esplicita confessione di un testimone
non sospetto, Giuseppe Bottai, “la mancanza di un pensiero
centrale, organico e ben definito, intorno a cui raccogliere
tutte le fila del movimento e dargli una base e un’unità, così
come il marxismo costituisce la base  del socialismo, e il
mito della libertà e il diritto naturale e il liberismo
economico costituiscono quella del liberalismo.”22
Se di ideologia del fascismo si vuol parlare si deve cioè
badare soltanto a quell’elemento fondamentale di approccio
alla vita di cui sopra parlavo  e cercarne i tratti non nel
positivo, ma — come scrive Norberto Bobbio — nel
negativo, nell’essere “contro” qualche cosa, nel porsi come
antitesi della democrazia e del socialismo.
Sulla strada della ricerca del positivo e dell’originale, si
giunge a costruire come immagine di un “uomo nuovo”
quella che in realtà è la riproduzione  sia pure in termini
aggiornati su Nietzsche, del più  antico uomo dominatore
dei suoi simili per diritto divino o di conquista. La parafrasi
dei testi priva in  partenza energie di indubbia serietà e
diligenza di  risultati validi proprio perché si muove
isolando  l’espressione ideologica (in questo caso meglio si
direbbe pseudo-ideologica) da ogni effettivo riscontro  con
l’organizzazione economica, sociale e politica, da  ogni
confronto con le scelte concrete di tutti i giorni.
A questa stregua, inspiegabili sono tutte le oscillazioni
del movimento, inspiegabile quella che viene definita “la
svolta a destra” del 1920, inspiegabile  — correlativamente
— il consenso stesso dei ceti medi, il quale, oltre a
risultare, secondo quanto sopra  dicevo, esagerato rispetto
alle sue reali proporzioni,  appare soprattutto piovere
improvviso dall’iperuranio e non avere alcun legame con le
decisioni degli  agrari e degli industriali sull'uso delle “
squadracce. ”
E si potrebbe continuare a lungo se si volessero
esaminare adeguatamente i frutti di una storiografia  che
attraverso il filologismo interessato e l’empirismo
obiettivistico finisce sostanzialmente alla riabilitazione del
fascismo, quando, come nel caso di  Emilio Gentile, non
arriva addirittura ad attaccarlo da “destra.”
Su questa linea, altre cose appaiono significative. È
significativo che, nel dedicare un grosso volume
all’ideologia fascista, si guardi agli anni 1918-25,
quelli  della conquista del governo, e non agli anni del
regime,  i soli che potrebbero essere invocati, in quanto
densi  di atti e non di pure enunciazioni, come probativi
ai  fini della tesi del fascismo quale “terza forza,” quale
“rivoluzione” dei ceti medi, sottovalutando quindi
grandemente il nazionalismo, cioè il principale fornitore dei
contenuti dottrinali della “dittatura” stabilizzata dopo il
1925. È significativo che, in questo  modo, si consideri
secondario ciò che è primario, vale  a dire il fatto che i
nazionalisti vengono usati perché  sono i soli in grado di
dare un corpus ideologico e  teorico dotato di qualche
coerenza, e non è un caso che la coerenza nasca — ancora
una volta! — dal riscontro con forze ben definite, quelle
forze conservatrici e reazionarie che dal tempo della guerra
di  Libia preparavano la svolta autoritaria nel
“politico”  come corollario inevitabile della svolta
monopolistica o oligopolistica nell’“economico.” È
significativo  che si sorvoli sull’abbandono, dopo il 1925, di
ogni concessione all’“estremismo” di Farinacci, espressione
fin che si vuole rozza e generica d’un conato
di  “autonomia” nell'ideologia e nella prassi. È significativo
che ci si sbrighi delle motivazioni della scelta dello “Stato,”
che è teorizzata chiaramente dal Bottai e ancor più dal De
Marsanich come condanna del  partito, la cui stessa
“legittimità” è messa in dubbio  rispetto all’“autorità
costituita.” È significativo, infine, che anche fra i
nazionalisti Mussolini scelga,  dopo aver sbaragliato le
opposizioni, Alfredo Rocco  e non Giovanni Gentile,
preferendo al “liberalismo”  del filosofo l’autoritarismo del
giurista, anzi la sua  capacità di tradurre in norme cogenti
la teoria della  collaborazione forzata fra le classi, il
corporativismo,  relegando in soffitta anche il sindacalismo
fascista alla Rossoni.
Queste scelte sono ancor più importanti come principio
di spiegazione riguardo al problema dell’“autonomia” se si
passa ad affrontare il tema “fascismo e cultura.” La
“fascistissima” fra le riforme. quella dovuta al Gentile,
viene innestata direttamente sulla cultura liberale e con
questo tramite si vengono legando al carro del vincitore,
dando loro l’alibi  di un prezzo che pareva irrisorio proprio
per la preminenza della “continuità” sul mutamento, gli
operatori culturali, gli “intellettuali”: tutta la
vicenda  dell’Enciclopedia italiana è una prova da
manuale  della natura del rapporto tra antifascismo e
fascismo, che qui si affronta.
I       modi specifici dell’alleanza, al tavolo comune  del
proprio lavoro, fra uomini della vecchia cultura  e primi
esaltatori della nuova o dei conati della nuova, sono ancora
in gran parte da analizzare, tanto più se si guarda — come
si deve guardare —  non soltanto e non tanto ai contenuti
quanto al valore  politico della rapida adesione della larga
maggioranza degli intellettuali23 e del successo, più tardi,
dell’opera di coinvolgimento esercitata con sistematicità da
Bottai.24
Il    peso della tradizione del nazionalismo nel varo e nel
sostegno del corporativismo — è una sola annotazione fra
le tante possibili — va di pari passo con l’uso spregiudicato
del liberalnazionalismo autoritario gentiliano nella scuola:
sarebbe perciò utile  una ricerca svolta
contemporaneamente su due piani, in parallelo ma con la
coscienza dell’interdipendenza di essi. Per la scuola, sulla
quale ora possediamo, dopo la lunga stagione delle pur
meritorie  e talora ottime ricostruzioni filosofico-
pedagogiche,  la sintesi del Ricuperati e l’indagine del
Barbagli,25  sarebbe illuminante uno studio che, tenendo
conto  dell’importante ottica del mercato del lavoro,
estendesse lo studio al rapporto fra politica, strutture e
didattica, puntando sull’atteggiamento degli insegnanti, sui
libri di testo, sui collegamenti dei programmi  e dei metodi
con l’organizzazione fascista della gioventù, sui confronti
tra i meccanismi di controllo del  tempo libero (l’Opera
nazionale dopolavoro e altri Enti) e alcune ben determinate
iniziative nello spettacolo, nel turismo e soprattutto nello
sport. Per la cultura occorrerebbe accertare, attraverso una
serie di biografie di esponenti di essa, gli incarichi ricercati
o ricevuti nel ventennio e il modo di
assolverli.  Bisognerebbe proseguire (con ampie indagini
per  settori) i primi sforzi compiuti da Gabriele Turi e
da Mario Isnenghi26 in merito agli istituti culturali e ai loro
legami con il potere economico da un lato e con gli organi
statali dall’altro, tenendo conto dei dati  forniti
recentissimamente dal Cannistraro sugli enti  costituiti dal
fascismo e sulle “direttive” da questo  studioso ricavate
dall’Archivio centrale dello Stato,  ma dando ad essi un
inquadramento meno sommario  e superficiale, più attento
al ritmo cronologico dei  condizionamenti politici, meno
impreciso nell’informazione e nella definizione concettuale.
Restano da  studiare i legami della “ricerca” con il grande
capitale, la vicenda del CNR, il prosieguo
dell’esperienza  dell'Enciclopedia italiana, i rapporti fra
editori e  autori e nuovi organi centrali di
irreggimentazione e controllo. Una storia delle accademie e
istituti nazionali e locali (per fare un solo esempio,
un’indagine  sulla Società nazionale per la storia del
Risorgimento  italiano e sulle Deputazioni di storia patria)
toccherebbe il fondo della continuità tra monarchia,
nazionalismo e Regime, consule De Vecchi, e della
corruzione-intimidazione fascista. L’Università come
centro  di produzione culturale rispetto ai grossi gruppi
economici e al regime è un tema da esplorare.
Una prima traccia indicativa del metodo da seguire può,
in questa direzione, esser data dagli studi di Fabio Levi sul
Politecnico di Torino e di Bruno  Bongiovanni sulle facoltà
umanistiche della stessa  città.27 Ne emergerebbe meno
vaga e generica la continuità tra la vecchia cultura e gli
interventi fascisti e la mescolanza fra cultura e propaganda
e acquisterebbero maggiore rilievo le intelligenti
notazioni  dell’Isnenghi sull’uso fascista dell’informazione
di  massa, sulla “alleanza-concorrenza” con la chiesa,
sul  linguaggio politico-pedagogico. Soprattutto ne
uscirebbe chiara l’inconsistenza dell’“ideologia fascista”
proprio nel periodo in cui, essendo al “potere,” essa
avrebbe potuto fare le sue prove migliori: anche per questa
parte l'“autonomia” del fascismo denuncerebbe i suoi
gravissimi limiti, il suo ridursi, nonostante la macchinosità
degli impianti istituzionali, la  copiosità degli interventi, la
minuzia delle “veline,”  a poco più che l’arbitrio
esibizionistico del suo capo,  il “duce,” definito non a caso
dal Salvemini, nel suo  Mussolini diplomatico, un “genio
della propaganda.”
La politica culturale fascista si confermerebbe, ben
altrimenti che uno sforzo di costruzione dell'“uomo nuovo,”
la programmazione dei comandi e dei vincoli per imporre il
dominio di Mussolini non  tanto sulla cultura nel suo
complesso quanto sugli intellettuali. Ragione di più, questa,
per non sbagliare il taglio dell'approccio di ricerca, e per
guardare, più che ai contenuti, soprattutto agli
operatori culturali, e guardarli come categoria con proprie
caratteristiche condizionate dal tipo dei rapporti di  classe
in quella determinata società che era l’Italia  di allora, con
strutture non solo economiche generali  ma anche
economiche editoriali specifiche rimaste  permanenti e con
una università in grado, sotto lo  scudo dell’“autonomia”
funzionale più ancora che  dell’“autonomia” culturale
derivante dalla “neutralità della scienza,” di servire senza
perdere la propria fisionomia tradizionale.
I confini tra fascismo e antifascismo restano in questo
campo forse ancor più labili che negli altri,  e il cemento
della continuità è talmente forte, sull’onda della confusione
interventistica di conservatori e progressisti,28 che riesce a
incidere pesantemente  anche nelle “idee” riguardanti la
politica estera. Non è certo trascurabile in questo settore la
componente  della pura violenza squadristica, né si deve
dimenticare l’accento posto da Mussolini
sull’espansionismo  come valvola di sfogo delle “necessità
della produzione,”29 ma le tesi della guerra “sacra” per la
difesa  della Nazione restano il principale alimento del
primitivo revisionismo fascista e del successivo
imperialismo. Soprattutto, restano le connessioni fra
capitale italiano e straniero che avevano alimentato dal
1911 in poi quelle tesi. Le spie forniteci dal Rumi, dal
Carocci, dal Berselli, dal Castronovo sono già  sufficienti a
spiegare come dall’episodio di Corfù si  giunga alla
stabilizzazione della lira — lo ha mostrato  con dati nuovi
Gian Giacomo Migone30 — in un costante intreccio di trame
capitalistiche mondiali. Sono sufficienti a rilevare con
certezza che il filone di  continuità tra il nazionalismo
“puro,” ancora unitario nel fronte interventista del 1915,31
il bellicismo dei Perrone e degli industriali elettrici durante
la guerra  e la versione revisionista del primo fascismo ha
una  base comune nella offerta e insieme nella ricerca
di garanzia internazionale di quella “disciplina sociale” che
era stata predicata dal nazionalismo e veniva realizzata dal
fascismo come immancabile effetto  della “collaborazione
tra capitale e lavoro.”
Il prestigio nazionale, che a Mussolini serviva come
arma nel duro scontro interno di classe, valeva anche, per
quel tanto di patriottismo risorgimentale  che continuava a
richiamare, come elemento di attrazione o almeno di
confusione nei confronti non solo del personale diplomatico
(due soli ambasciatori,  Sforza e Frassati, si dimisero), ma
anche di quella  che impropriamente si chiama la “classe
politica,”  come concausa del ruere verso il fascismo o del
non  opporsi decisamente ad esso, come ragione di
quello che si può chiamare fascismo “strisciante” anche per
la sua idoneità a intorbidire il confine dell’antifascismo con
il suo avversario.
È questa un’altra ragione per non misurare il rapporto
antifascismo-fascismo con un metro puramente politico o,
peggio, di confronto fra “idee.” Tra i dati, notissimi, che si
potrebbero citare, alcuni sono esemplari. Ad esempio, la
già ricordata inclusione dei fascisti nelle liste dei vecchi
gruppi dirigenti patrocinati nel 1921 dal “mago” dell’Italia
liberale, Giolitti.  Ancora, l’atteggiamento dei vecchi partiti
verso la marcia su Roma; l’entrata nel primo governo
Mussolini di liberali, democratico-sociali, popolari e non
solo di nazionalisti; i commenti di Nitti, di Croce, dello
stesso Salvemini; la collaborazione degli
economisti  liberali, da Alberto De Stefani, ministro quasi
onnipotente delle finanze dal ’22 al ’25, ai Pareto,
Giretti,  Einaudi e De Viti de Marco, tutti
favorevolmente  colpiti dalle dichiarazioni e decisioni
mussoliniane  in favore dell’impresa privata. Altro
materiale, fin  troppo conosciuto, per un vero e proprio
“monumento” di continuità all’insegna dell'“ evitare
scosse pericolose,” come telegrafa il re a Facta il 26 ottobre
1922, viene dal voto alla legge Acerbo — sul quale, come si
sa, gli stessi popolari e Amendola si astennero, mentre i
liberali e molti socialisti riformisti  addirittura approvarono
—, dalla campagna elettorale del ’24, dal comportamento
nell'intera decisiva  crisi dopo il delitto Matteotti di tutto
l’arco delle forze antifasciste esclusi i comunisti.32
Il fronte che accetta il fascismo o non lo combatte a
fondo comprende molta parte della vecchia Italia liberale, e
ciò avviene perché la innegabile discriminante “politica,”
che è vista nell’uso della violenza,  non è considerata
sufficiente alla “rottura” in quanto prevale anche fra gli
antifascisti la discriminante  verso sinistra, cioè una
discriminante soprattutto  “economico-sociale,” “di classe.”
Al fondo sta il sostanziale convergere di una scelta nei fatti
univoca  di fronte allo scontro fattosi drammatico fra
violenza “illegale” dal basso e violenza “legale” o
“illegale”  dall’alto. In questo senso — ma non è elemento
trascurabile — l’antifascismo nasce già, in un suo
vasto  settore, intriso di un elemento di
compartecipazione col regime o almeno di debolezza verso
di esso. Nella  variatissima gamma dei differenti
atteggiamenti dei singoli, dei gruppi, delle zone, si coglie la
presenza  di questo dato di fondo. Al materiale che in
ampia  misura ma frammentariamente offre la
bibliografia  molto potrebbe essere aggiunto se si volesse
dar  mano, come in qualche parte si sta già facendo, a una
sorta di grande inchiesta alla Namier, traducibile, al limite,
in tabelle e curve statistiche. Utile per i “vertici,” essa
sarebbe fondamentale per la “base” del personale politico e
amministrativo-locale. Quanto si è fatto, ad esempio, per
Cuneo33 conferma, con  la continuità anche politica fra
Italia liberale e Italia fascista, l’ambigua origine di certo
antifascismo di poi. Il caso dell’atteggiamento dell’Albertini
verso la violenza fascista,34 che nel suo diametrale
contrasto fra la deplorazione teorica e l’accettazione
pratica, tra il dire e il fare è esemplare per i “grandi” della
vecchia Italia, diventerebbe, in una  ricerca sistematica sui
comportamenti medi della  classe politica anche ai suoi
livelli meno alti, tipico  dell’incerto limite tra due Italie per
tanto tempo considerate antitetiche.
Sembra ovvio che non sarebbe possibile intendere
l’ampiezza di questo fenomeno ai livelli medio e  basso
senza ricordare il formidabile agente di continuità
rappresentato dalla chiesa nelle sue gerarchie.  Dopo un
lungo periodo di silenzi o di reticenze, sono ora più chiari i
modi e i tempi di convergenza della  chiesa verso la
“restaurazione” dell’autorità in veste  fascista. Quanto ai
modi, le motivazioni religiose attente alla difesa contro il
“socialismo ateo” e il comunismo negatore della proprietà
hanno ceduto parte del loro quasi esclusivo dominio
nell’analisi storiografica interessata alle più terrestri
ragioni inerenti  all’altra faccia della chiesa, quella di
gigantesca organizzazione economica, di “multinazionale”
ante litteram. Ad ogni buon conto, le prime bastano da sole
a  spiegare in Italia l’enorme efficacia, ai fini del consenso
non solo nelle campagne ma anche nelle città, esercitata
dalla pressione filofascista del Vaticano e delle  autorità
ecclesiastiche periferiche. È abbastanza nota la celerità dei
tempi attraverso i quali le simpatie autoritarie di Pio XI
giungono ad avallare la mussoliniana “pacificazione delle
anime”: non si può dimenticare, fra le altre prove, che già
all’indomani del 28 ottobre 1922 l’“Osservatore romano” si
affretta a segnalare “con la più viva soddisfazione come alla
pia esortazione di Pio XI abbiano fin qui corrisposto
i  propositi dei supremi poteri, per volontà dei
partiti  dirigenti, e quegli stesso che oggi è chiamato a
comporre il governo.” La strada verso il saluto all’“uomo
inviato dalla Divina Provvidenza” è aperta, e presto — pochi
mesi dopo — arriva a toccare la sconfessione del partito
popolare, le dimissioni di don Sturzo, il consiglio ai cattolici
di restar neutrali dinanzi alla crisi Matteotti.
Molto rimane tuttavia da chiarire, specialmente nella
storia dei comportamenti delle organizzazioni  “sociali”
della chiesa, e soprattutto in “provincia,” là dove il contatto
con la “classe politica” si fa più  diretto e immediato.
Un’esauriente analisi, ad esempio, dell’Azione cattolica
come strumento di formazione del cattolico-cittadino e
arma di pressione sul  potere politico-amministrativo
aggiungerebbe molto  a quel che già si conosce sul
retroterra economico-finanziario della chiesa. Maggior luce
verrebbe anche  sulle prime tappe di quel processo di
surrogazione del partito liberale da parte dei cattolici come
espressione più moderna o “di massa” della classe
dominante che ora, sulle orme dei fautori della “continuità”
e di un primo esemplare saggio di Massimo L. Salvadori,35
si comincia a studiare senza più complessi di inferiorità
verso la già solidamente collaudata storiografia
dell'“opposizione cattolica.” Anche  riguardo alla regione
cattolica per eccellenza, il Veneto, ci si chiede finalmente:
“È esistita davvero e  quando, e con quale portata
complessiva, e con quale  impatto sulla realtà storica
regionale e nazionale, una egemonia cattolica in proprio? O
invece la presenza istituzionale della chiesa alle radici delle
strutture, della composizione sociale, del modo di vita delle
popolazioni venete, non ha condotto, nei momenti nodali, a
scelte differenziate rispetto agli orientamenti complessivi
proprietari; e si è quindi limitata a dotare quest'ultimi di un
retroterra ideologico, di un patrimonio di tradizioni e di riti,
e del supporto di massa di un ferreo controllo ideologico sui
ceti subalterni?”36 Uno dei “momenti nodali” è certo
il  1919-25, e non sembra dubbio che sia difficile spiegarlo
senza sciogliere la troppo netta contrapposizione fra i
“neri” nemici dello Stato liberale italiano e  i “neri”
sostenitori, anzi per certa parte addirittura forza trainante,
del blocco storico che porta il fascismo al governo del
paese.
L’episodio esemplare, la prova del nove del confluire di
questo blocco e del suo incidere anche sul primo
antifascismo, resta la crisi Matteotti, cioè l’ultima battaglia
combattuta dall’antifascismo prima di  cedere
definitivamente a Mussolini. L’assassinio del  deputato
socialista-riformista aveva mostrato la debolezza del
fascismo, la scarsa sua autonomia rispetto alle “forze” del
paese. Eppure l’occasione fu persa, e fu persa sul punto del
rifiuto, da liberali, democratici, popolari, socialisti di varia
tendenza, di  fare appello alle masse. Da molti si ascoltò
invece  il papa, da tutti si fece appello alla corona. Il
passo  compiuto da Giovanni Amendola presso un re
impaurito e inerte dopo esser stato responsabile del
28  ottobre e in attesa di essere aperto complice e
ammiratore del “duce” è l’indice più lampante
dell’“attendismo” che paralizza il Comitato delle
opposizioni di fronte al ricorso alla sola forza reale secondo
Gramsci ancora disponibile, la “violenza dal basso,”
di fronte, com’egli dirà il 6 febbraio 1925, all’“unico mezzo
di espressione della volontà politica delle  masse,
l’insurrezione.”37 Nel momento delle scelte supreme, per
l’intero arco antifascista, comunisti esclusi, il contrasto
politico cede il passo alle ragioni dell’“ordine” e della
“legge,” ed esse si fondano — lo confessino o no i
protagonisti — sulla comune radice di  classe. Come Croce
vota la fiducia dopo l’assassinio  di Matteotti, così i liberali
invocano la “preoccupazione giuridica” e il rispetto dei
“principi eterni della giustizia” e delle norme “sacre” dello
stato38 per giustificare la resa. Il tema della resistenza
armata è  assente nella grande maggioranza
dell’antifascismo del 1919-25. Ed è scarsissimamente
presente anche nell’antifascismo più organicamente legato
alla lotta di classe.
 

4. Le contraddizioni dell’antifascismo
proletario

La coscienza della drammaticità dello scontro non è


sufficientemente diffusa nel “naturale avversario di classe”
del padronato. Da un lato, manca, o è assai ridotta, la
considerazione del problema dei rapporti tra movimento
operaio e ceti medi. Dall’altro, è  limitatissima, quasi
marginale, la discussione sul “che  fare” da parte del
proletariato quando il “potere”  scatena contro di esso la
forza delle armi, in una combinazione complessa, e inedita,
di violenza “legale” e violenza “illegale.” Quanto ai “ceti
medi,”  risulta con sempre maggiore evidenza che, ancor
più  nelle campagne che nelle città, la guerra aveva
approfondito il solco fra proletariato e categorie
proprietarie piccole e medie, e anche affittuari e mezzadri,
e ciò nello sfondo di un generico senso di rivalsa  dei
contadini — di gran lunga prevalenti come componente
sociale nella truppa mobilitata — contro gli “imboscati,” fra
i quali erano posti in prima linea gli  operai. Giocava in
generale, come ben si sa, il malcontento o risentimento di
cinque milioni di contadini, i quali, mentre portano nella
smobilitazione la cocente esperienza dello sforzo durissimo,
della compressione spesso bestiale della vita in trincea,
vedono  vanificarsi la speranza nelle promesse più volte
ripetute della “ terra a chi la lavora, ” e in più assottigliarsi,
per il vertiginoso aumento dei prezzi, la capacità d’acquisto
delle proprie retribuzioni. Entro questo  quadro, la difesa
spesso dura, quando non addirittura  prepotente, dei
braccianti da parte delle leghe socialiste inasprisce uno
scontro già di per sé grave per ragioni oggettive. Nelle
città, le agitazioni e gli scioperi degli operai, dei ferrovieri,
dei telefonici, degli infermieri ospedalieri, dei netturbini,
degli insegnanti e di altre categorie addette ai servizi
pubblici, turbano la piccola borghesia, sulla quale soffia,
come si è detto, la ventata continua della stampa
padronale;  l’atteggiamento dei socialisti verso i
combattenti colpisce i credenti nella “Patria” e gli
intellettuali piccoli e medi che, spesso con coraggio e
sempre con  fede, avevano combattuto. Dappertutto
l’anticlericalismo delle sinistre, sebbene — come ha
mostrato Pier  Giorgio Zunino39 — sia meno compatto e
sicuro di un  tempo, continua ad aggiungere altri gravi
motivi di divisione fra le masse.
Sono cose che sono state ripetute molte volte, ma sulle
quali c’è stato e c’è, anche nell’ambito della storiografia di
sinistra, qualche eccesso di accentuazione, il cui primo
effetto è di indurre a sopravvalutare l’elemento “consenso”
rispetto all’elemento “forza” (o meglio, “violenza”) quando
si analizza il rapporto tra antifascismo e fascismo. Mentre,
infatti, si è troppo spesso introdotto il concetto di “errore,”
il quale s’addice più all’operare dei singoli che al muoversi
delle masse o dei gruppi collettivi, si sono trascurati alcuni
dati della realtà. Si è, ad esempio, sottaciuto il fatto che i
socialisti si impegnarono intensamente nell’assistenza ai
reduci per mezzo della Lega  proletaria. Si è dimenticato
che il movimento operaio  era nato, era cresciuto, era
diventato forte proprio nella lotta allo “stato di classe,” alla
Patria come  “valore” dell’egoismo nazionale e somma di
egoismi  dei gruppi al potere, all’esercito come strumento
principe di repressione, e così via. Chiedere che senza  un
mutamento dell’altra parte, e in ogni caso senza  un lungo
travaglio, si cambiassero temi e obiettivi è  fare del
moralismo, e del moralismo scadente.
Ciò non toglie — s’intende — che lo storico debba
segnare come elementi essenziali i nodi che questo passato
del movimento operaio recava con sé ad impedire alleanze
per un fronte di forze anticapitalistiche più ampio. La zona
più e meglio studiata — per limitarci ad un solo esempio —,
cioè il Ferrarese,  mostra come la Federterra, la CGIL, le
leghe — anche perché ormai basate su una struttura
sostanzialmente gerarchica — ispirassero la loro azione non
al tentativo di “egemonia” delle varie categorie di lavoranti
nelle campagne, ma a una pressione spesso brutale contro
gli affittuari e i coltivatori diretti, fatta di taglie, di
boicottaggi, di imposizioni di manodopera, di iniziative
contraddittorie e “indisciplinate,”  che presto avrebbero
scatenato la reazione dei colpiti (si sa bene che, ad
esempio, gli affittuari erano  cresciuti molto durante il
conflitto per aver beneficiato del blocco dei canoni) e
facilitato la manovra  degli agrari e dei fascisti per
strappare aderenti alle  leghe e formarsi nelle campagne
una base di massa.40
A lato di questo atteggiamento non c’è, d’altra parte,
una prospettiva di risposta con la violenza organizzata dal
basso alla violenza sistematica dall’alto. Gli avvertimenti di
pochi non vengono ascoltati. Invano Gramsci scrive già nel
maggio del ’2041: “Nessuna violenza sarà trascurata per
soggiogare il proletariato industriale e agricolo a un lavoro
servile:  si cercherà di spezzare gli organismi di lotta
politica  della classe operaia (Partito socialista) e di
incorporare gli organismi di resistenza economica (i
sindacati e le cooperative) negli ingranaggi dello
Stato borghese.”
Invano il delegato della Terza Internazionale ammonisce
il nascente Partito comunista d’Italia, al congresso di
Livorno del gennaio ’21, a tener conto del fatto che “la
borghesia ha organizzato un corpo speciale di mercenari ed
una guardia bianca con i quali  essa compie gli eccidi e le
provocazioni parziali per spezzare lo slancio rivoluzionario,
per disorganizzare le forze proletarie, per seminare tra
operai e contadini in lotta il terrore, lo smarrimento e
l’apatia.”  Invano quello stesso delegato aggiunge che “la
borghesia, se il proletariato le lascia il tempo di rafforzarsi
e di organizzarsi ancora di più, passerà dalla  difensiva
all’offensiva, e cercherà di dare colpi mortali alla
rivoluzione italiana schiacciando le forze del  proletariato
nei principali centri industriali.”42
Ai “vertici,” Turati e Matteotti, per non parlare dei capi
sindacali, dei Colombino, dei Baldesi, dei  d’Aragona,
respingono ogni discorso sulla necessità  della violenza in
un momento così decisivo e continuano a confidare nei
meccanismi preventivi e repressivi dello Stato borghese, ad
esso appellandosi contro le spedizioni punitive. Se si vuole
una citazione esemplare fra le innumerevoli possibili, si
rilegga quanto il pur intransigente e coraggioso Matteotti
dice nella mozione presentata alla camera il  27 gennaio
1921 e illustrata il 31 dello stesso mese. Alla “base,” salvo
casi tanto più notevoli quanto meno numerosi, si cede
giorno per giorno all’intimidazione fascista. Se l'Aventino —
come si è ricordato —  capitolerà disarmato di fronte alla
violenza del fascismo e del vecchio Stato, non è soltanto
perché  nello scontro decisivo l’appartenenza a una
certa  classe o a un certo sistema di classi, di ceti, di
gruppi  fa respingere a molti, “democratici” all’Amendola
o  di sinistra moderata, il ricorso alla violenza delle masse,
la sola carta possibile dopo l’alleanza del grande capitale e
dell’apparato statale col fascismo. È anche perché ormai
nella stessa classe proletaria la  spontanea ribellione alla
violenza repressiva non ha l’ampiezza e il vigore necessari
per controbattere  l’acquiescenza e la paura seminate da
lunghi anni di pratica riformistica. In realtà, tutta la storia
del socialismo italiano, e in tutte le sue “anime,” trova
il  suo epilogo in questa abdicazione volontaria, in  quanto
storia di una preparazione “soggettiva” minata dal
contrasto fra declamazioni rivoluzionarie verbali e prassi di
lotte economicistiche e per questa  via diventata
assuefazione opportunistica, sostanziale  accettazione della
strategia del padronato, rinuncia a  formare e a mantenere
il “lavoratore” — lo “sfruttato” — sul piede di guerra in un
pur sempre acuto scontro di classe, a tenere stretto il nesso
fra lotta  politico-sociale e lotta armata almeno come
possibilità permanente di organizzazione della “violenza
dal basso.” È merito di Pietro Secchia43 l’aver riportato con
la necessaria chiarezza, col mordente che l’importanza del
problema richiede, l’accento su questo elemento, che la
storia non soltanto europea del  tempo e, più, dei decenni
seguenti si è incaricata di porre in primo piano. Il rapporto
tra liberazione nazionale e liberazione sociale, la
complessità d’una  lotta di classe in tutte le sue forme e
motivazioni  — l’esempio più tragico e più recente è quello
del  Cile — non può prescindere nelle strette
storiche  dall’escludere a priori lo scontro tra la violenza
liberatrice dal basso e la violenza oppressiva dall’alto, non
deve, in ogni caso, ignorare il problema.
Nel silenzio, o quasi, non solo dei socialdemocratici di
varia tendenza, per i quali la questione già era, ed ora è,
definitivamente risolta per il no, ma  anche dei comunisti
del “partito nuovo,” politici e  storici, il problema delle
squadre armate del proletariato, degli arditi del popolo e
simili ha trovato  adeguata attenzione e intelligente
distinzione dal terrorismo individuale o di gruppo soltanto
nell’ampia  documentazione dell’attività clandestina del
Partito  comunista offerta da uno dei più attivi e
coraggiosi suoi capi di allora.
Molto, quasi tutto, resta dunque da esplorare per poter
rispondere al quesito centrale: in uno scontro frontale, nel
quale una delle parti gode, oltre che del  controllo del
meccanismo economico, del sostegno più  o meno generale
dell’apparato repressivo dello Stato, quale possibilità si
offre all’altra parte? “L’Ordine nuovo” tende, il 15 luglio
1921, a individuare la  “creazione di una forza armata
proletaria che sia in grado di sconfiggere la borghesia e di
presidiare l’organizzazione e lo sviluppo delle nuove forze
produttive generate dal capitalismo.” Ma, nel momento
in  cui ammonisce che “per impegnare una lotta non
bisogna aspettare che la vittoria sia garantita per
atto  notarile,” il giornale di Gramsci già tocca il
nocciolo del problema.
Lo studio dell’uso della violenza “dal basso,” cioè da
parte di chi non detiene gli strumenti del potere, è sul
piano storico quasi tutto da condurre, anche se  sul piano
teorico è stato più volte affrontato nell’interno stesso del
movimento operaio.44 Non mancano  tuttavia documenti di
come nel '19-25 la situazione dei  partiti, dei sindacati, dei
movimenti di opposizione allo Stato “borghese” fosse sotto
questo aspetto, come si è detto, profondamente
determinata — in Italia come in altri paesi (l’esempio della
socialdemocrazia  tedesca resta il più clamoroso) — dalla
lunga prassi riformistica. “I dirigenti dei nostri organismi e
del giornale ‘La scintilla’ — denunciava ‘L'Ordine nuovo’ il
13 aprile 1921 a proposito delle imprese di Italo Balbo nel
Ferrarese — che ostinatamente predicano  calma e
rassegnazione, come se il proletariato fosse  una massa di
vili, possono essere contenti del loro  operato! Gli operai
sembra comincino finalmente a  comprendere che costoro
sono gli unici responsabili  della tragica situazione e
pensino che, se alla brutalità e alla violenza altrui avessero
opposto subito e spietatamente la loro, questo stato di cose
non esisterebbe, ed essi non sarebbero ora a piangere
una disfatta che si avvia ad essere completa.”
Il foglio torinese ribadiva questo con crescente
preoccupazione il 15 luglio 1921: “Il cerchio si stringe di
giorno in giorno. Che attendiamo? La forza  dei fascisti sta
anche nel fatto che essi hanno sempre  potuto concentrare
le loro forze in luoghi prescelti  senza essere minacciati
dall’azione generale del proletariato. Se non si oppone ad
essi contemporaneamente la forza solidale dei lavoratori
liguri, piemontesi, lombardi, ad una ad una le città
cadranno in potere delle bande schiaviste, ad una ad una le
organizzazioni saranno distrutte.”
Il grido d’allarme, la segnalazione dell’incapacità a
reagire si uniscono — cito dal discorso alla camera  di
Antonio Graziadei il 3 febbraio 1921 — alla denuncia del
fatto che “le prefetture, i carabinieri, la guardia regia, la
giustizia e la stampa, tutto è al servizio  delle imprese del
fascismo”; ma ciò che per lo storico delle classi subalterne
resta prioritario è la passività, la rassegnazione del Partito
socialista e del sindacato più seguito. Lo dice un testimone
non sospetto, il socialista riformista Giacomo Matteotti,
in  un intervento alla camera il 10 marzo 1921: “Noi
continuiamo da mesi e mesi a dire nelle nostre
adunanze  che non bisogna accettare le provocazioni, che
anche la viltà è un dovere, un atto di eroismo.”45
È però ancora una volta Gramsci — nell’“ Ordine nuovo”
dell’ll giugno 1921, in un articolo non firmato — ad
ammonire con grande lucidità sulla drammatica
insufficienza dei socialisti di fronte ai fascisti  e
sull’esigenza di contrapporre alla forza dello Stato  alleata
con i fascisti la forza delle masse guidate dai  socialisti.
Nello scritto intitolato Socialisti e fascisti  egli dice: “La
posizione politica del fascismo è determinata da queste
circostanze elementari:
“1) I fascisti, nei sei mesi della loro attività militante, si
sono caricati di un pesantissimo bagaglio di atti delittuosi
che rimarranno impuniti solo finché  l'organizzazione
fascista sarà forte e temuta.
“2) I fascisti hanno potuto svolgere la loro attività solo
perché decine di migliaia di funzionari dello Stato,
specialmente dei corpi di pubblica sicurezza  (questure,
guardie regie, carabinieri) e della magistratura, sono
diventati i loro complici morali e materiali. Questi
funzionari sanno che la loro impunità e la loro carriera sono
strettamente legate alle fortune  dell’organizzazione
fascista, e perciò hanno tutto l’interesse a sostenere il
fascismo in qualsiasi tentativo voglia fare per consolidare la
sua posizione politica.
“3) I fascisti posseggono, disseminati in tutto il territorio
nazionale, depositi di armi e munizioni in  quantità tale da
essere almeno sufficienti per costituire un’armata di mezzo
milione di uomini.
“4) I fascisti hanno organizzato un sistema gerarchico di
tipo militare che trova il suo naturale ed organico
coronamento nello stato maggiore.
“Rientra nella comune logica dei fatti elementari che i
fascisti non vogliano andare in galera e che vogliano invece
usare la loro forza, tutta la forza di cui dispongono, per
rimanere impuniti e per raggiungere il fine massimo di ogni
movimento: il possesso del governo politico.
“Cosa intendono fare i socialisti e i capi confederali per
impedire che sul popolo italiano venga a gravare la tirannia
dello stato maggiore, dei latifondisti e dei banchieri? Hanno
stabilito un piano?  Hanno un programma? Non pare. I
socialisti e i capi  confederali potrebbero aver stabilito un
piano ‘clandestino’? Questo sarebbe inefficace, perché solo
una insurrezione delle grandi masse può spezzare un colpo
di forza reazionario, e le insurrezioni delle grandi masse, se
hanno bisogno di una preparazione  clandestina, hanno
anche bisogno di una propaganda  legale, che dia un
indirizzo, che orienti gli spiriti,  che prepari le coscienze. I
socialisti non si sono mai  posti seriamente la questione
della possibilità di un  colpo di Stato e dei mezzi da
predisporre per difendersi e per passare all’offensiva. I
socialisti, abituati  a rimasticare stupidamente alcune
formulette pseudomarxiste, negano la rivoluzione
‘volontaristica,’ ‘miracolista,’ ecc. ecc. Ma se l’insurrezione
del proletariato venisse imposta dalla volontà dei
reazionari, che non possono avere scrupoli ‘marxisti,’ come
dovrebbe comportarsi il Partito socialista?
Lascerebbe, senza resistenza, la vittoria alla reazione? E se
la resistenza fosse vittoriosa, se i proletari insorti e
armati  sconfiggessero la reazione, che parola d'ordine
darebbe il Partito socialista: di consegnare le armi o  di
continuare nella lotta sino in fondo?”
La lucidissima diagnosi di Gramsci resta tuttavia una
voce quasi inascoltata. Sebbene la consapevolezza della
crescente impotenza dei lavoratori sia diffusa e sempre più
si diffonda nel corso del '21, l’opinione prevalente sul “che
fare” è quella registrata  in “La Scintilla” del 14 gennaio
1922 da un anonimo  socialista, il quale, rivolgendosi ai
“compagni,” riconosce bensì che “vi siete fatti troppo
pecore, e i fascisti vi hanno mangiato,” ma
contemporaneamente nega che il proletariato debba
reagire opponendo violenza a violenza.
In verità, “nato come partito delle leghe sindacali, il PSI
si era trasformato in pochi anni in organizzazione
prevalentemente elettorale in cui il ruolo politico decisivo
era di fatto esercitato dal gruppo parlamentare.” Di qui,
oltre il dualismo debilitante tra organizzazione economica e
organizzazione politica,  la progressiva riduzione del
ricambio tra base e vertice e soprattutto la passività della
prima e il legalismo della seconda, con la conseguente
grave attenuazione della pratica militante, come risulta
anche  dalla scarsa attività degli organismi di base e dal
loro  pressoché generale distacco dalla fabbrica.
Questo  spiega il fatto che — come ha osservato Aldo
Riosa — “la violenza fascista trovò sul proprio cammino un
esercito avversario frantumato già prima della  battaglia.”
La CGdL e il PSI avevano favorito questa  frantumazione
con la pluridecennale divisione di competenze tra sindacato
e partito, e ora continuavano a favorirla “nella misura in cui
insistevano su  di una separazione dei vari livelli di lotta,
destinata  ad offuscare nei lavoratori la coscienza della
unicità  del bersaglio da colpire e della necessità di
garantire  più che mai una concreta unità e solidarietà di
classe, come sintesi a livello politico delle lotte economiche
settoriali.”46
Più in generale, a far nascere soggettivamente
indebolito anche l'antifascismo oggettivamente
più  autentico aveva contribuito e contribuiva un tipo  di
lotta che, mentre a parole continuava a lanciare  allo Stato
“borghese” l’accusa di essere al servizio  di una classe, di
fatto concedeva ad esso il credito  di uno Stato al di sopra
delle classi. Smarrito così  il senso più acuto della lotta di
classe come scontro che non può essere indolore, neppure
l’antifascismo  proletario era in grado di porsi il problema
della violenza armata, così come vent’anni più tardi si
porrà  nella Resistenza. L’inettitudine “a far la guerra
ai  briganti,” come ha scritto Danilo Montaldi,47 non viene
sostanzialmente corretta né dagli episodi individuali di
coraggio e di risposta dura, né dalle isolate azioni di
gruppo come la vittoriosa battaglia dell'Oltretorrente a
Parma combattutta dagli “Arditi del popolo” contro migliaia
di squadristi armatissimi.
Per il campo in cui opera, questa inettitudine è il segno
più grave del nesso che stringe fin dal
nascere  l’antifascismo al suo avversario: il segno più
grave,  perché riguarda l’antifascismo più autentico,
quello  che fin dall’inizio ha affrontato il movimento
mussoliniano, quello che in re ipsa, nella sua radice
di  classe, non poteva venire a patti col nemico. È perciò
necessario e urgente che ci si ponga — tanto più quando ci
si proclama studiosi discendenti politicamente da
quell’antifascismo — a lavorare su questo  terreno,
approfondendo con la scorta di adeguate  ricerche e di
corrette analisi teoriche la distinzione  fra terrorismo
individuale e lotta armata di classe.  Di qui si deve partire
per giungere a cogliere gli  aspetti di violenza di massa
della Resistenza; di qui  si deve partire per capire — le
testimonianze di Lelio Basso e di Rodolfo Morandi48
costituiscono un primo utile avvio — la maturazione di quei
giovani  che, specialmente dopo l’assassinio Matteotti e
il  pieno trionfo della dittatura, pervengono a
tradurre  l’opposizione “morale” dell’antifascismo
aventiniano  in un’opposizione pronta a cimentarsi sul
terreno  della lotta armata. Gli studi di Nicola Tranfaglia
su  Carlo Rosselli49 sono già un contributo importante
a  chiarire le ragioni per le quali, contrapponendosi
all’inerzia e all’impotenza di tanta parte dell’antifascismo
emigrato, la scelta dell’uso della violenza fatta  dai giovani
intellettuali di “Giustizia e Libertà” porta, sia pure con tutti
i limiti di un orizzonte ancora individualistico-
risorgimentale, all’attivismo e alla carica  di coraggio
dell'interventismo armato dell’“ Oggi in  Spagna domani in
Italia.”
L’immaturità della coscienza rivoluzionaria e la
sostanziale passività delle masse e dei loro partiti trovano
dunque anch’esse una spiegazione attraverso l’esame
dell’atteggiamento di fronte all’uso della violenza, e da
questo esame anch’esse emergono come una sorta di prova
dal basso della continuità tra Italia liberale e Italia fascista.
 
 

Note

1    Molta genericità presente nelle pagine degli scritti di Renzo


De  Felice (si vedano le note successive) su questi temi risalgono,
oltre  che a Reich e a Fromm, specialmente a E. Nolte, Der
Faschismus in  seiner Epoche. Action française, Italienischer
Faschismus, Nationalsozialismus, München 1963 (tr. it., I tre volti
del fascismo, Milano  1966) e, più indirettamente, a G.L. Mosse,
The Crisis of German Ideology, New York 1964 (tr. it.. Le origini
culturali del Terzo Reich,  Milano 1969). Il richiamo non può
tuttavia far dimenticare che perplessità metodologiche non
mancano nell’ambito stesso dei cultori  di queste discipline: per
alcune di esse e per la denuncia delle confusioni concettuali e degli
errori di fatto del Nolte vedi M. Kitchen,  Ernst Nolte and the
Phenomenology of Fascism, in “Science and  Society,” a. XXXVIII,
fasc. 2, estate 1974, pp. 130-149. Non si discostano molto da
questo approccio “tipologico” E. Weber, Varietes of  Fascism,
Princeton 1964; M.A. Ledeen, Universal Fascism. The Theory and
Practice of the Fascist International: 1928-1936, New York  1972
(tr. it., L’internazionale fascista, Roma-Bari 1973); A.J. Gregor,  The
Fascist Persuasion in Radical Politics, Princeton 1974.
2    Cfr. R. De Felice, Le interpretazioni del fascismo, 3 ed., Bari
1971,    pp. 277-278.
3       R. De Felice, Intervista sul fascismo, a cura di M.A.
Ledeen, Bari 1975, pp. 30, 33.
4       Per queste citazioni cfr. F. Ferrarotti, Fascismo di ritorno,
Roma 1973,    p. 27.
5       Cfr. L. Gallino, L’evoluzione della struttura di classe in
Italia,  in “Quaderni di Sociologia,” a. XIX, 1970, fasc. 2, pp. 115-
154.
6    Cfr. G. Sabbatucci, I combattenti nel primo dopoguerra, Bari
1974,    passim e specialmente pp. 47-48.
7       Piuttosto che agli studi generali, o generici, abbastanza
numerosi in proposito, rinvio alla stringata analisi di M. Legnani,
Espansione economica e politica estera nell’Italia del 1919-1921, in
“Il Movimento di liberazione in Italia,” a. XXIV, fasc. 108, luglio-
settembre 1972,    pp. 3-51. Da essa è tratta la citazione nel testo
(p. 3); vi sono rilevati con attenzione anche i contrasti interni legati
alle “due caratteristiche salienti” del '19-20: “le condizioni di stallo
dei settori industriali che avevano conosciuto il più indiscriminato
sviluppo negli anni della guerra; il rilancio tumultuoso ed euforico
delle imprese  commerciali e finanziarie in sintonia con la fase
espansiva che stava  vivendo tutta l’Europa occidentale e
principalmente l’area anglosassone” (p. 31).
8       Cfr. G. Maione, Il biennio rosso. Autonomia e spontaneità
operaia nel 1919-20, Bologna 1975, il quale sostiene che vi fu una
volontà  politica di crisi economica da parte degli industriali, nel
'20, dopo l’occupazione delle fabbriche, p. 278.
9       M. Revelli, Fascismo come 'rivoluzione dall'alto' (1920-
1925), in  “Primo Maggio. Saggi e documenti per una storia di
classe,” n. 5, primavera 1975, pp. 63-78.
10       Non è qui il luogo per avvalorare con citazioni quanto
sta  diventando ormai indiscutibile prova della fragilità di tante
affermazioni fatte su un Mussolini “rivoluzionario”: cfr. la
documentazione schiacciante di P.R. Corner, Il fascismo a Ferrara
1915-1925, Bari 1974, passim, e i dati e le valutazioni di A. Roveri,
Le origini del fascismo a Ferrara 1918-1921, Milano 1974, passim
e specialmente pp. 56-58. Tutti gli ormai numerosi studi locali sono
una fonte ricchissima a sostegno di quanto qui si dice. Per la
significatività della  zona rinvio alla ricerca di AA.VV., Fascismo,
guerra, resistenza. Lotte  politiche e sociali nel Friuli-Venezia
Giulia, 1918-1943, Trieste 1969. Molto utili sono anche, fra i tanti
più recenti, R. Cavandoli, Le origini  del fascismo a Reggio Emilia
1919-1923, Roma 1972, e L. Casali e Al.,  Movimento operaio e
fascismo nell'Emilia-Romagna 1919-1923, Roma 1973.
11       Vedi la lettera di Arpinati, del 26 aprile 1920, e molti
altri esempi in A. Lyttelton, La conquista del potere. Il fascismo dal
1919 al 1929, Bari 1974, spec. pp. 99, 110 sgg. e in generale: capp.
II e III. Per individuare gli inizi della svolta politica del padronato è
importante la mozione di Gino Olivetti alla camera nel marzo 1920:
cfr. su di essa e sulla successiva crescente richiesta di “autorità” e
di pace  sociale quanto scrive M. Legnani, Espansione economica,
cit., pp.  35 sgg. Sul rapporto tra Mussolini e gli industriali, molti
dati, sebbene non collocati in un quadro generale adeguato che dia
ragione  delle differenze dei singoli ma anche dell’omogeneità dei
gruppi, in  P. Melograni, Gli industriali e Mussolini. Rapporti tra
Confindustria e fascismo dal 1919 al 1929, Milano 1972.
12       Le citazioni sono tratte da A. Lyttelton, op. cit., pp. 303
sgg.,  110 sgg. Anche un recente tentativo statistico (quali che
siano i dubbi che il metodo può suggerire) di cogliere il problema
del rapporto tra Fascism, Industrialism and Socialism: the Case of
Italy (di A. Szymanski, in “Comparative Studies in Society and
History,” voi. 15, n.  4, ottobre 1973, pp. 395-404) finisce col
concludere: “The greater the strength of Socialism, the greater will
be the incidence of fascism,” mentre non altrettanto si può dire sul
nesso tra industrializzazione e  “incidence of fascism,” sebbene si
debba affermare, quanto al fascismo, che “its economie and
political support came largely from the economic elite, particularly
large industrialists of Milan, Turin and Genoa” (ibid., p. 402).
13    L. Salvatorelli, Nazionalfascismo, Torino 1923, pp. 18-19.
14       Vedi il quadro tracciato da V. Castronovo, La stampa
italiana  dall'Unità al fascismo, Bari 1970, spec. cap. IV e
appendice.
15    Vedi R. De Felice, Intervista, cit., p. 50, e, per l’insistenza
nell’“escludere che le grandi forze economiche abbiano teso a
portare il fascismo al potere,” ibid., pp. 48-49.
16       G. Rochat, L'esercito italiano da Vittorio Veneto a
Mussolini (1919-1925), Bari 1967.
17       A. Repaci, La marcia su Roma, Roma 1973, spec. vol. I,
pp. 186-190, vol. II, pp. 263-264.
18    G. Neppi Modona, Sciopero, potere politico e magistratura
1870-1922, Bari 1969 (si veda anche la comunicazione di G.
Bartellini Moech,  Il Pubblico Ministero dallo Stato liberale allo
Stato fascista. Significato di un ordinamento, in Atti del III
convegno nazionale dei Comitati di Azione per la giustizia, Roma
1969); e Id., La magistratura  e il fascismo, in Fascismo e società
italiana, cit., pp. 127-181. È ancora di qualche utilità P. Marovelli,
L’indipendenza e l’autonomia della magistratura italiana dal 1848
al 1923, Milano 1967; giustamente  impostato, oltre che
accuratamente documentato, il saggio di A. PiGNATELLi, I controlli
politici sul giudice dallo stato liberale al regime  fascista, in
“Politica del diritto,” a. VI, fasc. 1, febbraio 1975, pp. 103-126.
19       N. Tranfaglia, Dallo stato liberale al regime fascista.
Problemi e ricerche, Milano 1973, pp. 128 sgg., 155 sgg., 281 sgg.
20       G.C. Jocteau, Lo Stato fascista. Le origini della
magistratura del lavoro, in “Politica del diritto,” a. IV, fasc. 2, aprile
1973, pp. 163-221, fasc. 3, giugno 1973, pp. 347-402.
21       Sul rapporto fra apparato dello Stato e apparato del
partito utili osservazioni si trovano in Aquarone, L'organizzazione,
cit.,  passim, in A. Lyttelton, op. cit., pp. 402 sgg., 479 sgg. e in
generale  cap. XI, in E. Ragionieri, alle pp. 59-85 del vol. I su La
Toscana nel  regime fascista (1922-1939). Convegno di studi
promosso dall’Unione  regionale delle province toscane, della
Provincia di Firenze e dell'Istituto storico per la Resistenza in
Toscana, Firenze, Palazzo Riccardi,  23-24 maggio 1969, Firenze
1971.
22       Vedi E. Gentile, Le origini dell’ideologia fascista, 1918-
1925,  Bari 1975, p. 305. Per le tesi dello stesso autore, oltre
l’articolo  Alcune considerazioni sull'ideologia del fascismo, in
“Storia contemporanea,” a. V, fasc. 1, marzo 1974, pp. 115-125,
anche, nel volume  ora citato, le pp. 205 sgg., 303, 328 sgg., 386,
419. Ben altrimenti  meditato l’esame dell’apporto dei nazionalisti
condotto da P. Ungari,  Alfredo Rocco e l’ideologia giuridica del
fascismo, Brescia 1963. Lo  stesso Ph.V. Cannistraro, La fabbrica
del consenso. Fascismo e mass media, Bari 1975, pur partendo da
premesse vicine a quelle di Emilio  Gentile, è costretto a
riconoscere più volte che i “valori culturali del  regime” erano “in
buona parte una riformulazione, pur se in vesti  nuove e diverse,
del pensiero nazionalista” (p. 7, ma passim). Ben  altro impianto,
ora, in N. Bobbio, L'ideologia del fascismo, in “Quaderni della
FIAP,” 14, 1975.
23    Un modello di ricerca su questo tema si ritrova nel saggio
di  G. Turi, Il progetto dell'Enciclopedia italiana: l’organizzazione
del  consenso fra gli intellettuali, in “Studi Storici,” a. XIII, fasc.
1,  gennaio-marzo 1972, pp. 93-152. La discussione di metodo è
tuttavia ancora aperta: per essa rinvio soprattutto a N. Bobbio, La
cultura e  il fascismo, in Fascismo e società italiana, cit., pp. 211-
246, e a N.  Tranfaglia, Intellettuali e fascismo. Appunti per una
storia da scrivere, ora in Dallo stato liberale, cit., pp. 113-127, e di
nuovo Bobbio, Le colpe dei padri, in “Il Ponte,” a. XXX, fasc. 6, 30
giugno 1974,  p. 2, e Se sia esistita una cultura fascista, in
“Alternative,” a. I, n. 6, dicembre 1975, pp. 57-64.
24       Cfr. specialmente L. Mangoni, L’interventismo della
cultura. Intellettuali e riviste del fascismo, Bari 1974.
25       Cfr. L. Borghi, Educazione e autorità nell’Italia moderna',
Firenze 1951; A. Santoni Rugiu, Il professore nella scuola italiana,
Firenze 1959; T. Tomasi, Idealismo e fascismo nella scuola
italiana,  Firenze 1969; G. Ricuperati, La scuola italiana e il
fascismo, in “Rivista di storia contemporanea,” a. IV, fase. 4,
ottobre 1975, pp. 481-505;  M. Barbagli, Sistema scolastico e
mercato del lavoro: la riforma Gentile, in “Rivista di storia
contemporanea,” a. II, fasc. 4, ottobre 1973,  pp. 456-492, e dello
stesso autore il volume Disoccupazione intellettuale e sistema
scolastico in Italia, Bologna 1974.
26       M. Isnenghi, specialmente Per la storia delle istituzioni
culturali fasciste, in “Belfagor,” a. XXX, fasc. III, 31 marzo 1975,
pp. 249-275.
27       F. Levi, La Regia Scuola di Ingegneria di Torino dalla
riforma Gentile all'autarchia, in “Rivista di storia contemporanea,”
a. IV, fasc.  3, luglio 1975, pp. 332-362. Ma è in corso di
pubblicazione un suo studio più ampio sul tema, in un volume di B.
Bongiovanni e F. Levi,  L'Università di Torino nel periodo fascista,
nato da una ricerca su  La società piemontese dal 1925 al 1940
condotta presso l’Istituto di  Storia della Facoltà di Magistero
dell'Università di Torino.
28       Su questo punto, rappresentativo al più alto grado, vedi
ora  G. Rochat, L'Italia nella prima guerra mondiale. Mito e
storiografia fino al 1943, in “Rivista di storia contemporanea,” a. V,
fasc. 1, gennaio 1976, passim e spec. pp. 23 sgg.
29       Cfr. R. Vivarelli, Il dopoguerra in Italia e l’avvento del
fascismo (1918-22), vol. I, Napoli 1967, pp. 270-274; G. Rumi, “Il
Popolo  d’Italia” 1918-1925, in Dopoguerra e fascismo. Politica e
stampa in  Italia, a cura di B. Vigezzi, Bari 1965, pp. 425-524 e
spec. pp. 443 sgg. Anche E. Santarelli, Origini del fascismo (1911-
1919) Studi storici, Urbino 1963, pp. 168-216.
30       G.G. Migone, La statalizzazione della lira: la finanza
americana e Mussolini, in “Rivista di storia contemporanea,” a. II,
fasc. 2,  aprile 1973, pp. 145-185. Ancora fermo all’analisi tutta
“interna” del De Felice è, in merito a La rivalutazione del 1926-27,
gli interventi sul mercato e l’opinione pubblica, il pur tecnicamente
utile studio di P. Baffi, Nuovi studi sulla moneta, Milano 1973, pp.
101-122.
31       Osservazioni stimolanti sul nesso tra fascismo e
nazionalismo e  sul primo come “coerente versione di massa del
moderatismo conservatore in età di suffragio universale e di
sviluppo delle forze produttive” si trovano in S. Lanaro,
Nazionalismo e ideologia del blocco  corporativo-protezionista in
Italia, in “Ideologia,” 1967, n. 2, pp. 36-93,  e, dello stesso,
Pluralismo e società di massa nel dibattito ideologico  del primo
dopoguerra (1918-1925), in Luigi Sturzo nella storia d'Italia.  Atti
del Convegno intemazionale di studi promosso
dall’Assemblea  regionale siciliana (Palermo-Caltagirone, 26-28
novembre 1971), Roma 1973,    vol. II, pp. 271-315.
32    Ciò è ampiamente documentato da A. Landuyt, Le Sinistre
e l'Aventino, Milano 1973.
33       Cfr. la ricca e intelligente ricerca di A.A. Mola, Storia
dell’amministrazione provinciale di Cuneo dall’Unità al fascismo
(1859-1925), Torino 1971.
34       Vedi A. Lyttelton, op. cit., p. 187 e passim cap. V. Anche
i  dati, sia pur inquadrati in una diversa cornice interpretativa, di
O.  Barié, Luigi Albertini, Torino 1972, passim spec. cap. V, e in
parte  ancora l’Introduzione di P. Melograni, all’antologia Il
“Corriere della Sera,” 1919-1943, Bologna 1965.
35       M.S. Salvadori, Il movimento cattolico a Torino 1911-15,
Torino 1969.
36    Cfr. E. Franzina, M. Isnenghi, S. Lanaro, M. Reberschak, L.
Vanzetto. Movimento cattolico e sviluppo capitalistico. Atti del
Convegno  su “Movimento cattolico e sviluppo capitalistico nel
Veneto,” Padova 1974,    spec, alle pp. 8, 14 sgg.
37       Cfr. Landuyt, op. cit., pp. 137 sgg., 146 sgg. e spec. 339
sgg.
38       Lo scrive il liberale E. Artom, Il partito liberale nella
Resistenza, relazione al convegno tenuto dall’Istituto nazionale per
la storia del  movimento di liberazione in Italia il 16-17 novembre
1968 a Milano, non pubblicata, pp. 16-17 del ciclostilato.
39       Vedi P.G. Zunino, La questione cattolica nella sinistra
italiana  (1919-1939), Bologna 1975, passim, ma specialmente il
cap. II.
40    Esemplari in proposito le pp. 37 sgg., 75 sgg., 113 sgg. di
A. Roveri,  Le origini del fascismo, cit. Vedi anche P.R. Corner, Il
fascismo a  Ferrara, cit., pp. 71 sgg., 88 sgg., e passim cap. V,
sebbene lo studioso inglese tenda ad assumere integralmente le
fonti di polizia e  i documenti prefettizi. Sulla Lega proletaria e i
reduci vedi G. Sabbatucci, I combattenti, cit., pp. 78-86.
41       Cfr. il testo nell’antologia “L’Ordine nuovo” 1915-1920,
Torino 1954, p. 117.
42    Già citato, dal resoconto stenografico del congresso, in A.
Roveri, Le origini del fascismo, cit., p. 144.
43       P. Secchia, L’azione svolta dal partito comunista in Italia
durante il fascismo 1926-1932. Ricordi, documenti inediti e
testimonianze,  in “Annali dell’Istituto Giangiacomo Feltrinelli,” a.
XI, 1969 (Milano 1970), passim e spec. pp. 108 sgg., 149 sgg. Vedi
anche, dello stesso,  la breve sintesi Gli anni del fascismo, Milano
1971.
44       Vedi ad es. A. Gramsci, Gli “Arditi del popolo,” in
Socialismo e  fascismo. L'“Ordine nuovo” 1921-1922, Torino 1970,
pp. 541-542. J. Humbert Droz (L’Internazionale comunista tra Lenin
e Stalin. Memorie di un protagonista 1891-1941, Milano 1974, pp.
96-97) ricorda le critiche del diplomatico sovietico Vorovskij alla
passività dello stesso  Partito comunista d’Italia riguardo alla lotta
armata e cita il divieto fatto dal partito il 7 agosto 1921 ai militanti
di affiliarsi agli Arditi del popolo.
45       Gli episodi di cedimento non solo di braccianti e operai
socialisti, ma di attivisti politici e sindacali sono numerosissimi:
vedi in generale A. Lyttelton, op. cit., p. 372, e soprattutto le
ricostruzioni storiografiche locali, fra le quali particolarmente P. R.
Corner, Il fascismo a Ferrara, cit., cap. VII e pp. 221 sgg., e A.
Roveri, Le origini del fascismo, cit., passim e p. 189.
46       Per le citazioni vedi le pp. 61 e 67 di A. Riosa,
L’organizzazione  del PSI dalle origini all’avvento del fascismo, in
“Mondo operaio”, a.  XXVII, fasc. 4, aprile 1974, pp. 61-67. Sono
importanti soprattutto le  considerazioni a p. 65 sull’attività delle
sezioni, sebbene il Riosa non  affronti il problema del rapporto tra
sezione territoriale e organismi di fabbrica, allora e poi essenziale,
e su cui si auspicano studi per ora limitati quasi soltanto al vecchio
scritto di Roberto Michels, La sociologia del partito politico nella
democrazia moderna (ed. di Lipsia 1911  e di Stoccarda 1925),
Bologna 1966. Alla mancanza di un collegamento istituzionalizzato
— scrive lo stesso Riosa (p. 67) — “tra le sezioni, i circoli, le leghe,
le camere del lavoro, le cooperative persino della medesima zona”
si deve l'incapacità di stabilire “la rapida concentrazione dei loro
iscritti nei luoghi minacciati dalla violenza squadrista”; e ad essa si
ricollega anche il fatto che molti dirigenti del partito avevano a
questo aderito “unicamente per cercare al suo interno
quelle  gratificazioni personali che non erano riusciti a ottenere
nell’ambito  della loro attività professionale,” trovando spazio per
servirsi dei compagni di base “come trampolino di lancio, senza
condividerne intimamente le aspettative, i problemi e i drammi.”
Nel 1920-22, “in una situazione in cui era minacciata addirittura la
loro sopravvivenza fisica,” essi “si ritirarono a vita privata o
addirittura passarono all’avversario.”
47    Del Montaldi sono soprattutto interessanti le testimonianze
dei Militanti politici di base (Torino 1971, vedi spec. pp. 108 sgg.,
112, 120  sgg., 139-140), anche per i problemi di metodo che
sollevano.
48 Cfr. L. Basso, Dal delitto Matteotti alle leggi eccezionali, in
Trent'anni di storia italiana, Torino 1961, p. 103; e A. Agosti,
Rodolfo  Morandi. Il pensiero e l’azione politica, Bari 1971, pp. 52
sgg.
49 N. Tranfaglia, Carlo Rosselli dall'interventismo a Giustizia e
Libertà, Bari 1968: id., Carlo Rosselli dal processo di Savona alla
fondazione di G. L. (1926-1929), in “Il Movimento di liberazione in
Italia,” a. XXIV, fasc. 106, gennaio-marzo 1972, pp. 3-36.
3. Fascismo e classi sociali

DI VALERIO CASTRONOVO

 
 
 
 
 
Nello studio del fascismo è mancato finora un tentativo
di analisi globale della struttura della società italiana. La
posizione occupata dai vari ceti, la provenienza di quanti vi
appartenevano, le condizioni di vita e di lavoro, la
distribuzione dei redditi, i  vari margini di mobilità, le
caratteristiche funzionali  e gerarchiche dei diversi gruppi
sociali, sono altrettanti aspetti, essenziali per la
comprensione storica  del regime fascista, che restano
ancora da esaminare e da chiarire a fondo. La ricostruzione
della struttura sociale e della composizione interna delle
singole  classi implica, naturalmente, problemi concettuali
e  metodologici particolarmente complessi, a
cominciare  dall’uso di categorie e di termini classificatori
in grado di rispondere correttamente alla reale fisionomia e
alle differenziazioni specifiche delle varie  forze come si
presentano concretamente in una determinata fase storica.
Una ricognizione del genere risulta, d’altra parte, assai più
ardua in presenza (ed  è appunto il caso del nostro paese)
non solo di certe “zone di frontiera” fra i diversi gruppi
relativamente fluide o sfuocate, ma anche di situazioni
economiche e sociali scarsamente omogenee e
frammentarie a livello territoriale. Non minori difficoltà
comporta l’approccio, necessariamente dialettico,
all’analisi dei processi sociali in atto, in quanto essi  vanno
indagati in stretta interdipendenza con gli sviluppi politici,
economici e culturali. In ogni caso, nel definire la
collocazione, lo spessore, i vincoli o i gradi di mobilità, il
peso specifico e la gerarchia  delle varie classi, non è
possibile prescindere dall’esame, in termini correlati, di
alcuni fattori distintivi più o meno direttamente misurabili:
dai rapporti  prioritari delle diverse categorie con la
proprietà dei  mezzi di produzione e con la ripartizione del
reddito  sociale, alle loro funzioni e posizioni specifiche
nel  mercato del lavoro, al grado e alle modalità di
partecipazione al potere, dal tenore di vita
all’atteggiamento ideologico, ai modelli di comportamento
collettivo.
Queste premesse ci sono sembrate necessarie per
sgomberare il campo da parecchie improprietà
metodologiche e da certe deformazioni strumentali
accumulatesi, in questi ultimi anni, nel dibattito
sul  fascismo. Termini come “ceti emergenti” o all’opposto
“ceti declassati,” spesso proposti (con generico riferimento
ad alcune fasce di piccola borghesia)  per indicare la base
sociale sia pur non esclusiva del  sistema fascista, hanno
infatti ben scarso significato,  privi come sono sovente di
una precisa individuazione di soggetti e di contenuti reali, e
ancor più di un riferimento puntuale ai processi in corso
nell’ordinamento politico e nelle istituzioni pubbliche, nella
vita economica e nella struttura dell’occupazione,
nel  sistema scolastico e negli indirizzi culturali.1
Recenti  indagini condotte per il periodo iniziale di ascesa
del fascismo, con riguardo all’elettorato e alla composizione
professionale degli iscritti al PNF, hanno dimostrato
l’estrema difficoltà di giungere, sulla base  dei dati
disponibili, a conclusioni ugualmente valide  e
generalizzabili in rapporto alla fisionomia interna degli altri
partiti, alla situazione specifica delle diverse zone del paese
e alle differenti fasi del corso  politico-sociale; e sembrano,
semmai, confermare il carattere “fortemente borghese” del
nucleo propulsivo del movimento fascista, più che una sua
impronta autenticamente piccolo-borghese, di “quinto
Stato.”2 Anche per la definizione della classe dominante
durante il fascismo, è ormai tempo di giungere a una più
adeguata determinazione delle sue specifiche  componenti,
della dialettica interna fra le varie frazioni e delle loro
proiezioni espansive. Nel caso degli  agrari e degli
industriali, che del regime fascista  furono l’asse portante,
vantaggi e privilegi si ripartirono infatti non allo stesso
modo, ma in maniera diseguale e differenziata, in
coincidenza con importanti trasformazioni di ordine
strutturale. E diverso  fu anche il bilancio definitivo della
loro solidarietà  con il fascismo in termini di potere, di
direzione delle risorse, di incidenza sulle decisioni
strategiche, e  di prospettive avvenire. Né ci si può più
limitare a  identificare il blocco sociale egemone del
ventennio  fascista unicamente nella coalizione dei ceti
proprietari, integrata da alcuni parvenus del regime.
L’estensione delle forme di controllo sociale (sulla base
di  tendenze autoritarie già presenti in vario modo
nelle  vecchie istituzioni liberali) e l’intreccio fra
carattere  privatistico del sistema produttivo e intervento
organico dello Stato consentirono infatti a una nuova  élite
burocratica in formazione non solo di disporre  di più
efficaci mezzi di manipolazione della coscienza sociale, ma
di inserirsi anche (al di là dei meccanismi automatici del
mercato) nella mobilitazione e  nella gestione di risorse
variamente combinate per  quantità e natura, ma in ogni
caso collettivamente rilevanti. Si tratta piuttosto di stabilire
quale ampiezza e autonomia funzionale attribuire al
potere  decisionale e di contrattazione derivante dal
controllo e dall’utilizzazione di un complesso di leve e
di  strumenti difficilmente misurabili, ma sempre
più  importanti e articolati, come quelli concernenti
l’apparato normativo, la direzione degli interventi pubblici
e il funzionamento della macchina statale; e di  verificare
quali mutamenti tutto ciò ebbe a comportare nella
dislocazione delle forze produttive, nella  distribuzione del
reddito e nell’aggregazione di nuovi  interessi materiali e
ideologici, anche alla luce degli sviluppi successivi.
Si pone, naturalmente, per questo tipo di indagini un
problema di fonti, di materiali empirici adeguati da reperire
e da rielaborare; ma, soprattutto, un  problema di
sistemazione e di valutazione generale  dei dati secondo
categorie analitiche e metri di misura che stabiliscano
validi raccordi in senso orizzontale con altri elementi di
conoscenza e di giudizio concernenti il sistema politico e le
strutture produttive, l’ordinamento giuridico, i profili
ideologici  e culturali. D’altra parte, solo un’analisi di
lungo  periodo può rendere ragione dei movimenti di
fondo e delle transazioni in atto nell’identità, nei ruoli e nei
rapporti fra le varie classi, in relazione ai diversi aspetti
gerarchici e funzionali della scala sociale, e  condurre a
risultati confrontabili nello spazio e nel tempo. Alla luce di
tali considerazioni e di un primo bilancio della storiografia
sul fascismo, appare quindi evidente quanta strada resti
ancora da compiere in questa direzione. Tuttavia i risultati
finora acquisiti in sede di ricerca, per quanto parziali e
talora  lontani da un soddisfacente grado di
elaborazione,  consentono almeno di formulare alcune
indicazioni  interpretative da proporre alla riflessione
comune.  Senza la pretesa, naturalmente, di giungere a
conclusioni definitive, per le quali occorreranno tempi
più  lunghi e la maturazione di altre indagini; ma con
la  consapevolezza anche del rischio, in assenza di
alcuni  punti di riferimento essenziali e di valide ipotesi
di  lavoro, di lasciare il campo inevitabilmente a
tanto dilagante eclettismo storiografico.
Un primo dato di fatto, che sembra superfluo richiamare
ma che vale invece la pena di approfondire, è il risultato
non solo in termini politici, ma con riferimento alla
dialettica reale fra le varie classi, della sconfitta del
movimento operaio e della messa al bando dei partiti e dei
sindacati antifascisti. La liquidazione di ogni effettivo
potere contrattuale della classe operaia comportò infatti
rilevanti  mutamenti nella gestione delle risorse e del
sistema economico, ed effetti non meno considerevoli nella
ripartizione e nell’uso del reddito nazionale. Modalità di
svolgimento e destinazioni finali del ciclo produttivo
vennero sottratte a qualsiasi capacità di intervento diretto
o di correzione del proletariato organizzato, e cadde in pari
tempo la possibilità di far valere attraverso la lotta di classe
criteri meno automatici e sperequati nella distribuzione del
prodotto sociale. In queste condizioni non solo si stabilì
un  regime privilegiato di costi e di reperibilità della
manodopera senza precedenti rispetto al passato, ma venne
affermandosi anche una vera e propria disciplina dei salari,
quale variabile strumentale del processo di accumulazione
e della politica economica.  Né meno importanti (come
vedremo) furono le modifiche che un sistema del genere
implicò per la fisionomia dell’apparato produttivo e lo
spessore del mercato interno, in seguito alla riduzione o al
congelamento del potere d’acquisto di ampie categorie  di
popolazione e alla compressione dei consumi privati.
Il brusco ridimensionamento della quota dei salari nella
redistribuzione del reddito, verificatosi con l’avvento del
fascismo al potere, è largamente documentato dalle fonti
statistiche disponibili. Rispetto  ai tassi d’incremento dei
livelli retributivi e alla dinamica dei redditi da lavoro
dipendente tra il 1880 e  il primo ventennio del secolo, si
manifestò una netta  inversione di tendenza, destinata col
tempo ad accentuarsi: nel 1938 la quota complessiva dei
redditi  da lavoro dipendente era scesa dal 46,6 al 40,2
per  cento. In particolare, le remunerazioni delle categorie
operaie nel settore industriale, pressoché raddoppiatesi in
termini reali fra il 1918 e il 1921 per i salari orari, e
cresciute sino a un terzo per i salari giornalieri, accusarono
da allora una progressiva flessione; e vennero annullati
alcuni importanti miglioramenti normativi conquistati dalle
leghe sindacali nel  primo dopoguerra. Naturalmente,
l’andamento dei  salari risentì anche, almeno in una prima
fase, delle  perturbazioni congiunturali che fra il 1921 e il
1922 afflissero in diversa misura e in spazi territoriali
differenti (con prevalenza nelle regioni del Nord e del
Centro) alcuni settori portanti della grande industria,  a
cominciare dalla metalmeccanica e dalla chimica,  con
molteplici conseguenze negative sul mercato del  lavoro e
sulle condizioni d’impiego. Negli anni immediatamente
successivi la dinamica dei salari nell’industria obbedì
invece a una deliberata politica di contenimento delle scale
retributive in funzione di  una maggiore competitività sui
mercati d’esportazione e di un miglioramento della bilancia
commerciale. Sta di fatto che l’indice dei salari reali
giornalieri (calcolati in lire 1938) passò dall’indice 135
del  1921 all’indice 123 del 1926, mentre quello dei
salari  giornalieri si abbassò nello stesso periodo da 192  a
143, malgrado la vivace ripresa della
produzione  industriale e l’allargamento dell’occupazione
operaia. Vennero a cadere inoltre alcuni meccanismi
di formazione combinata del reddito delle famiglie operaie,
basati per l’innanzi sulla compresenza nel reddito
domestico di diversi spezzoni di entrate da lavoro e di altri
spezzoni di provvidenze sociali, in seguito alla progressiva
emarginazione della manodopera femminile da alcuni
settori industriali e agli  effetti di numerose inadempienze
contrattuali in materia di trattamento assistenziale.3
La decurtazione d’autorità e a più riprese dei salari
monetari, in occasione della rivalutazione della lira e quindi
delle misure assunte per fronteggiare la “grande crisi” del
1929, è un aspetto sufficientemente noto della politica del
regime fascista perché sia  qui il caso di indugiarvi sopra.
Basterà ricordare che  l’indice dei salari reali giornalieri
scese fra il 1927  e il 1932 da 125 a 115 (anche se
eccezionalmente fra il 1930 e il 1931 esso diminuì meno di
quello dei  profitti) mentre rimase sostanzialmente
invariato  (eccetto una lievitazione di qualche punto dopo
il 1934) l'indice dei salari orari in coincidenza peraltro con
il calo della durata del lavoro da una media di 7,7 a 6,7 ore
giornaliere. Ciò che importa rilevare è piuttosto il fatto che
la sostanziale stagnazione delle paghe orarie sugli stessi
livelli retributivi del 1926-27  già duramente penalizzati
dalla politica di stabilizzazione monetaria, senza adeguato
corrispettivo nella  diminuzione del costo della vita, non
ebbe paragone,  quanto a intensità e ad ampiezza, con la
flessione dei  salari registratasi in altri paesi dell’Europa
occidentale, escluso il caso eccezionale della Germania.
Tanto che nel più lungo periodo, fra il 1921 e il
1940,  l’Italia fu l’unico fra i paesi industrializzati a
denunciare un trend dei salari decisamente
discendente,  nonostante che la Carta del Lavoro
prevedesse formalmente (sia pur su base nazionale, e non
più a livello comunale o regionale come avveniva prima del
1927) l'allineamento automatico delle retribuzioni
industriali alle variazioni del costo della vita.
Più arduo è stabilire l’andamento della produttività del
lavoro, stante la complessità delle variabili cui far
riferimento per un’esatta valutazione del fenomeno e date
le difformità e incertezze degli indici statistici. A giudicare
dalle rielaborazioni più aggiornate, si ebbe fra il 1921 e il
1938 un tasso medio annuo di incremento del prodotto
lordo per lavoratore  pari all’1,4 per cento, con una
tendenza ascendente  fra il 1928 e il 1931 e un movimento
più pronunciato  dopo il 1932-33 in coincidenza con l’inizio
della ripresa economica. Se in termini complessivi la
variazione del prodotto per uomo-ora nell’industria italiana
—  stando a una serie di stime comparate peraltro
approssimative — rimase inferiore a quella verificatasi tra il
1929 e il 1932 in Svezia o in Germania, è un fatto tuttavia
(come risulta da alcuni sondaggi più  ravvicinati) che nelle
principali imprese industriali  il prodotto per addetto ebbe
ad aumentare in misura ben più consistente. E ciò non
tanto per una diffusione quantitativa e qualitativa delle
tecniche più  avanzate, o per la parziale trasformazione
degli impianti. Ad assicurare più marcati incrementi di
produttività, contribuirono, soprattutto, l’adozione o
l’incrocio, in unità già mediamente efficienti, e in presenza
comunque di un modesto tasso di accumulazione
aggregato, di vari sistemi di “organizzazione scientifica del
lavoro” e di più rigidi criteri di direzioni del personale (dal
taglio dei tempi tecnici alla revisione dei cottimi, alla
parziale introduzione del metodo Bedeaux).
In compenso si ebbe nel lungo periodo una cresci ta
progressiva dell’occupazione industriale. Tra il 192'  e il
1937 la popolazione addetta al settore secondario passò da
3.302.000 a 4.162.000 unità, sia pur comprensive (come
dieci anni prima) degli occupati in esercizi  a carattere
artigianale. E risultarono in aumento gl  operai impiegati
nei settori più moderni al confronto dei dipendenti censiti
nei comparti tessili e del  l’abbigliamento, nelle imprese
delle pelli e delle calzature, del legno e in altre attività
semi-artigianali o  marginali. La diminuzione del tasso di
attività ne rami più deboli, avvenuta in particolar modo fra
i  1931 e il 1936, non significò tuttavia un integrale
allontanamento dei precari dal mercato del lavoro L’edilizia,
in particolare, continuò a funzionare di sbocco provvisorio e
stagionale per una vasta massi  di emigranti interni e di
sottoccupati, al di là de  558.000 addetti ufficialmente
censiti nel 1937 (rispetto ai 332.000 del 1927), a seconda
dei vari cicli di investimento nelle abitazioni: altissimi per
tutto il quinquennio seguito alla prima guerra mondiale,
estremamente ridotti nel biennio 1925-1926, in
moderata  ripresa fra il 1927 e il 1930 per poi discendere
ne  triennio successivo, e di nuovo elevati tra il 1934  il
1935. Né l’inserimento di più consistenti quote di lavoratori
nei settori più dinamici, dal meccanico al  chimico, ebbe a
comportare automaticamente il passaggio a migliori
condizioni normative e salariai tanto più in presenza di una
fascia assai ampia di piccole e piccolissime aziende
collegate in vario mod  alle grandi imprese industriali ma
sorrette pur sen  pre nella loro attività da un regime
protezionistico  relativamente elevato e da un uso
particolarmene elastico e irregolare della forza-lavoro. Vero
è, piutosto, che si conservarono le differenze di livelli
retributivi fra i salari industriali e quelli agricoli (che
continuarono di norma ad essere proporzionalmente più
modesti e variabili, sia pur a seconda delle diverse zone).4
La mancanza di qualsiasi valido potere contrattuale da
parte sindacale e l’andamento ondulatorio dell’offerta di
lavoro nel settore industriale impedirono, d’altro canto, la
formazione e l’acclimatamento  tecnico-culturale di nuove
“aristocrazie operaie,” a  occupazione più stabile e
remunerativa. Se pur non  mancarono alcuni nuclei
privilegiati di manodopera, meglio retribuiti o ammessi alla
fruizione di determinati benefici, accessori, questo
fenomeno restò circoscritto ad alcune grandi aziende e fu
comunque il  risultato di iniziative unilaterali di
paternalismo aziendale. Né bastarono certo le elargizioni
dei nuovi  istituti nazionali di previdenza sociale, rimaste
sostanzialmente legate a direttive di clientelismo spicciolo
o a criteri preferenziali connessi alla politica  demografica
del regime, lo sviluppo dei patronati scolastici e dell’Opera
maternità e infanzia, o la diffusione del “dopolavoro,” a
mascherare una realtà di  relazioni industriali chiusa alle
innovazioni, fortemente gerarchizzata, con scarse
possibilità di specializzazione e di mobilità professionale.
L’abdicazione  del sindacato fascista alle sue funzioni
istituzionali  di emancipazione delle maestranze operaie, di
qualificazione e di difesa del posto di lavoro, per compiti
sempre più strumentali di irreggimentazione paramilitare
delle masse e di inflazione dei quadri burocratici, costituì
del resto un altro risvolto non meno  significativo della
staticità e della subordinazione della classe operaia durante
il fascismo. È vero che  l'inaugurazione di nuove forme di
incentivazione del  lavoro, il perfezionamento o l’uso più
spregiudicato  dei cottimi individuali nelle grandi aziende,
specialmente in quelle metalmeccaniche, suscitarono
l’avversione dei sindacalisti del regime. La diffusione
del  sistema Bedeaux o di certi modelli di ispirazione
fordista, e l’introduzione di nuovi criteri di valutazione
mediante la massificazione della struttura retributiva  e la
riduzione delle “qualità professionali” richieste  ai
lavoratori, erano tali infatti da rafforzare ulteriormente i
poteri di controllo e di decisione delle gerarchie aziendali a
scapito dei residui margini di contrattazione e di
conoscenza del processo produttivo dei sindacati ufficiali, e
da riaccendere nello stesso  tempo pericolosi focolai di
tensione diretta e spontanea all’interno delle fabbriche.
Tuttavia, nonostante che sul sindacato si riflettessero in
modo più  immediato le contraddizioni più vistose
dell’ideologia fascista della collaborazione corporativa e
certi  motivi insopprimibili della lotta di classe — in
coincidenza con la sistematica violazione degli stessi
patti  contrattuali (slittamenti degli organici verso il basso,
inosservanza delle norme sui minimi salariali,  straordinari
non pagati, ecc) — la sua libertà di azione fu quanto mai
labile e precaria, frenata all'occorrenza dalle imperiose
direttive del partito e della burocrazia ministeriale. Dopo
l’eliminazione tra il 1927  e il 1928 di ogni forma di
autodecisione degli iscritti  e l’avvento di un sistema
centralizzato di rigida designazione dall’alto e di
avvicendamento burocratico  delle cariche sociali, prefetti,
questori o podestà furono investiti di volta in volta di
deleghe quanto mai ampie nell’opera di allineamento delle
organizzazioni  sindacali periferiche (che costituivano un
elemento  ambiguo e permanente di vischiosità e di
attrito)  alle direttive delle autorità centrali e del governo,
in conformità alla prospettiva fatta valere da Alfredo Rocco
di un rigoroso inquadramento delle masse entro
organizzazioni strettamente dipendenti dall’esecutivo. In
questa situazione, pur riuscendo ad evitare  una forzata
dissoluzione nell’ordinamento corporativo, il sindacalismo
fascista perse qualsiasi legame  organico con la classe
operaia e rimase un semplice  strumento di garanzia degli
equilibri politico-sociali del regime.
Di fatto soltanto nel 1939 si giunse al riconoscimento dei
“fiduciari di fabbrica” (proprio in tempo perché la guerra
impedisse la loro pratica diffusione). Né certi
provvedimenti varati in compenso dal  regime (dal “salario
minimo” agli assegni familiari,  alla “tredicesima,”
all’assicurazione contro le malattie comuni e professionali,
ecc.) si possono far rientrare in un disegno coerente di
“legislazione sociale.” Quasi tutte le prestazioni
(dall’indennità di disoccupazione alla pensione di vecchiaia)
rimasero a un  livello eccessivamente basso: soltanto gli
assegni familiari divennero col tempo una componente
importante dei proventi complessivi di lavoro, in
coincidenza con le finalità di politica demografica
perseguite dal governo fascista. La “conquista” nel
1934  delle quaranta ore non significò, a sua volta, una
riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, ma  più
semplicemente una diminuzione delle ore lavorative con
riduzioni parallele e conseguenti della retribuzione. D’altra
parte, gli ingenti mezzi liquidi amministrati dai vari istituti
assistenzali furono utilizzati all'occorrenza per finanziare le
operazioni di  salvataggio dell’IRI e la creazione di aziende
parastatali, la politica coloniale, e le anticipazioni per
le  forniture dell'industria italiana alla sedizione franchista
in Spagna. Né minore fu l’apporto degli enti  previdenziali
alla sottoscrizione dei successivi prestiti nazionali e alle
iniziative assunte in “difesa della  valuta,” alla promozione
del credito fondiario, industriale e marittimo, allo sviluppo
di lavori pubblici,  ecc. Quanto alla “magistratura del
lavoro,” essa fu accettata dagli industriali solo nella misura
in cui la  sua attuazione venne fatta coincidere da
Mussolini  con il divieto assoluto di “autodifesa” della
classe  operaia in tutti i campi di produzione.
Quand’anche la nuova magistratura ebbe a pronunciarsi in
favore  della parte più debole nelle vertenze fra singoli
lavoratori e direzioni d’impresa, essa assolse comunque  il
compito di scongiurare — proprio in virtù del
tipo d’intervento posto in atto, atomizzato e settoriale — la
prospettiva di una verifica più generale dei rapporti di forza
fra la classe operaia e le organizzazioni padronali.5
Più complessa si presenta l’analisi delle condizioni di
vita dei ceti contadini, sia per le forti differenze ambientali
dei singoli distretti rurali, sia per il carattere misto e
frammentario dei diversi ruoli nel ciclo produttivo, sia
ancora per le funzioni di “zona spugna,” a relativa stabilità
occupazionale, assunte  dal settore agricolo rispetto agli
stessi sviluppi dell’industria e delle attività terziarie. Anche
su questo  versante l’avvento del fascismo ebbe a
comportare, in ogni caso, un radicale mutamento di
rotta  rispetto alle tendenze manifestatesi nel primo
dopoguerra sotto la pressione di un eccezionale movimento
rivendicativo presente per la prima volta, sia pur  con
diversa ampiezza e incidenza, dall’uno all’altro  capo della
penisola. L'assegnazione di un primo lotto  di 50.000 ettari
di terra a vari nuclei di contadini poveri nell’Italia centro-
meridionale, l’aumento di una volta e mezzo in media della
quota di prodotto di  spettanza a mezzadri e
compartecipanti, il blocco dei canoni di affitto, il passaggio
di proprietà di circa 800.000 ettari a numerose famiglie di
piccoli coltivatori diretti, soprattutto nelle province
settentrionali, e il miglioramento delle condizioni normative
e salariali di ampie frazioni di braccianti e avventizi nelle
zone più sindacalizzate della val Padana,  erano stati fra il
1919 e il 1921 altrettanti momenti significativi di un ampio
processo in atto di redistribuzione delle risorse fondiarie e
dei redditi agricoli. Bastarono tuttavia pochi anni, dal 1922
al 1925, per bloccare, e per capovolgere quindi a favore dei
settori del profitto e della rendita, questa situazione sia pur
fluida e non ancora definitivamente
assestata.  All’eliminazione con la violenza privata ed
extralegale di qualsiasi forma di potere contrattuale
della  manodopera agricola e all’annullamento della
conquista storica della gestione del collocamento
bracciantile, seguirono infatti l’abolizione delle previdenze
contro la disoccupazione e la riduzione delle assicurazioni
obbligatorie contro l’invalidità e la vecchiaia (metà delle
quali riversate sul lavoratore), il ripristino di molte vecchie
clausole normative a scapito di piccoli conduttori e
compartecipanti (su cui venne a gravare anche metà del
canone dei contributi assicurativi per gli infortuni), la
revoca del decreto Visocchi del 1919 per la legalizzazione
dell’occupazione delle terre incolte, l’aumento delle
imposte  indirette e la lievitazione di quelle sui terreni
nell’ambito complessivo delle imposte dirette.
La stabilizzazione della lira a “quota novanta” segnò, a
sua volta, la retrocessione di circa metà delle proprietà
contadine unifamiliari formatesi dopo la  guerra, in seguito
all’improvvisa e pesante rivalutazione dei debiti ipotecari
contratti a suo tempo per l'acquisto dei fondi, al cedimento
dei prezzi agricoli  sul mercato interno e al generale
peggioramento dei  rapporti di scambio fra prodotti della
terra e prodotti industriali destinati ad usi agricoli.6 Né i
massicci investimenti pubblici varati in coincidenza con  la
“battaglia del grano” e la mobilitazione di vaste  risorse
finanziarie per lo sviluppo della produzione nazionale, né la
“bonifica integrale” tendente all’aumento della proprietà
contadina e al rinnovamento  dei rapporti mezzadrili in
alcuni comprensori riscattati alla palude o interessati a
particolari opere di  sistemazione fondiaria, ma presto
impacciata dalla  latitanza di molti grossi proprietari agli
obblighi di  legge, riuscirono a ridurre sensibilmente le
posizioni  dei percettori di rendita assoluta e a impedire
l’approfondimento delle diseguaglianze fra le varie
categorie agricole, soprattutto fra la grande e la
piccolissima azienda coltivatrice. Nessun
miglioramento  concreto acquisì in ogni caso la massa dei
braccianti  e dei lavoratori senza terra. Col tempo si andò
sempre più affermando nei contratti collettivi di lavoro una
prassi tendente a sdoppiare il salario in una parte di danaro
e in un’altra in natura, ad accrescere proporzionalmente le
corresponsioni in derrate alimentari e in servizi accessori, e
a far dipendere l’entità di queste ultime dai diversi
ordinamenti produttivi, dalle consuetudini locali e dalle
dimensioni delle aziende, con forti sperequazioni di zona in
zona. In  ogni caso, sino al 1936 l’indice delle retribuzioni
non  superò il livello del 1928 (che risultava già
estremamente modesto per le gravi decurtazioni
salariali  varate in seguito alla politica deflazionistica) e
venne  anzi abbassandosi entro il 1938 da 100 a 72
rispetto agli stessi anni della stabilizzazione monetaria.7
Ma, soprattutto, le misure di sostegno delle quotazioni
del grano invocate dalle più forti imprese capitalistiche del
Nord (nella misura in cui la produzione granaria
comportava l’impiego di un numero più limitato di braccia e
un minor investimento di capitali rispetto ad altre colture),
l’abbandono alle  forti oscillazioni del mercato dei prezzi
dell’olio, del  vino, dei prodotti ortofrutticoli e delle colture
legnose, che rappresentavano la quota di produzione
più consistente delle piccole e medie aziende coltivatrici, e
l’inasprimento dei canoni di affitto e di vari obblighi
contemplati nei contratti di mezzadria, determinarono negli
anni Trenta un sensibile impoverimento dei
compartecipanti e dei conduttori e possidenti più modesti.
Tra il 1927 e il 1932, in concomitanza con il calo dei prezzi
dei prodotti agricoli, ascesero a più di 132.000 le vertenze
fra proprietari e  fittavoli coltivatori, inoltrate ufficialmente
alla Commissione per la revisione dei canoni, nonostante
la  decisione del governo di sgravare del 50 per cento  le
aliquote di tassazione dei redditi agrari e di ricchezza
mobile a carico dei gestori di fondi agricoli.8  Si estesero
inoltre varie forme di compartecipazione terziaria, assai più
vicine a una conduzione con salariati fissi (ossia con
assunzione di personale a tempo determinato sino alla
raccolta dei prodotti coltivati) che al normale rapporto
mezzadrile, e per giunta con pagamento delle relative
prestazioni soltanto in natura e non più in danaro e merci.
Un po’ dovunque, alle posizioni faticosamente conquistate
fino  al 1926-27 dalla piccola proprietà coltivatrice e dai
mezzadri, grazie alla favorevole congiuntura economica e a
una serie di parziali mutamenti nella distribuzione
percentuale del reddito aziendale a vantaggio della
remunerazione del lavoro manuale, seguì una  situazione
relativamente diffusa di progressivo esaurimento della
redditività delle tenute familiari, di contrazione delle scorte
e di compressione dei consumi. Se i colpi furono
particolarmente duri per  l’economia contadina dell’area
alpina e appenninica,  sino a determinarne la progressiva
disgregazione, non  meno significativo fu il processo di
marginalità economica cui si ridussero molti coltivatori
diretti e fittavoli di altre zone, costretti talora, per
rimediare alle limitate dimensioni della proprietà o alla
precarietà dei rapporti di impiego e dell’unità
d'occupazione, a offrirsi come coadiuvanti alle imprese
maggiori, per attività saltuarie e stagionali, o a un forzato
abbandono dei poderi.
Venne così meno alla distanza l’obiettivo del regime di
abbinare l’avanzamento sociale delle categorie rurali
intermedie con una politica di sviluppo agricolo, che aveva
sorretto all’inizio degli anni Venti  la penetrazione del
fascismo nelle campagne dell'Italia centro-settentrionale e
il varo di un primo autentico apparato propagandistico di
massa sulla base di un complesso di interessi oggettivi e di
aspirazioni reali di crescita dei piccoli affittuari, dei
mezzadri e degli ex obbligati. L’ascesa fra il 1921 e il 1936
dei  mezzadri e dei fittavoli dal 7 al 18 per cento
degli  addetti all’agricoltura, e l’incremento dei coloni
parziari a vario titolo dal 15 al 19 per cento furono
un  segno solo apparente e precario di “
sbracciantizzazione” delle masse rurali. Nella difficile
situazione  economica venutasi a creare dopo il 1928 e
nelle  strette determinate dal peggioramento dei
capitolati  colonici o dalla sproporzione fra riduzione dei
canoni d’affitto e flessione dei prezzi agricoli, raramente le
condizioni reali di tali categorie vennero corrispondendo ai
postulati del regime di “elevare, e non abbassare, il
lavoratore dei campi nella scala sociale” e alle norme
stabilite in linea di principio dai contratti collettivi. In ogni
caso, la preferenza data alle forme di conduzione agricola
socialmente più stabili  ma insieme più arretrate, come
quelle in compartecipazione, non contribuì a migliorare
realmente i rapporti d’impiego e di mercato dei ceti
contadini neppure nelle zone più congeniali alla mezzadria
integrale per la configurazione dei terreni o per la
combinazione di sistemi consociati di coltura arboreo-
erbacea; mentre il tentativo di rilanciare l’espansione delle
piccole proprietà, dopo i dissesti provocati  dalla
rivalutazione della lira, avvenne prevalentemente
attraverso l’insediamento di nuclei secondari di  coltivatori
sui terreni più marginali, bonificati dal lavoro e dalle spese
dirette dei coloni, destinati per ciò stesso a una produzione
di semplice autoconsumo. Di fatto nel 1931 le piccole e le
medie aziende  (sino a 10 ettari), che pur rappresentavano
oltre il 90 per cento del totale, detenevano non più del 32,9
per  cento del terreno coltivabile. Certo, anche i possidenti
più modesti (alleggeriti dopo il 1932 di una  parte delle
imposte straordinarie gravanti sull'agricoltura), i mezzadri
e i piccoli fittavoli (cui si riconobbero alcuni diritti
elementari nella decorrenza dei  contratti, nelle ferie ecc.)
ebbero a trarre qualche vantaggio dalla legislazione e dagli
stanziamenti statali, dall’istituzione degli ammassi o da
determinate  provvidenze assistenziali, strettamente
commisurate  peraltro — per la politica demografica del
regime, e  successivamente per gli indirizzi autarchici di
risparmio del lavoro meccanizzato — alla
maggior  composizione media e alla relativa stabilità delle
famiglie coloniche. Quantomeno, piccoli proprietari
e  mezzadri riuscirono a mantenere le distanze rispetto  ai
braccianti e ai salariati fissi nelle condizioni materiali di
vita, nelle esigenze più elementari legate alla  casa, ai
servizi, alla dieta alimentare. Da alcune indagini ufficiali a
livello regionale, risulta che, oltre a godere di una serie di
usi gratuiti di parte dei rustici  e dei campi, mezzadri e
coloni disponevano nel 1936 di razioni annue o stagionali,
per i consumi di prima necessità, superiori in media del 20-
30 per cento al  confronto dei giornalieri e dei salariati
fissi.9
Va escluso tuttavia, dopo il riassorbimento nel 1926
degli effetti positivi del corso inflazionistico sui  debiti
fondiari e sui prezzi dei prodotti agricoli, che  si possa
rintracciare nelle categorie rurali intermedie un qualsiasi
fenomeno generalizzato, o comunque rilevante, di ascesa e
di mobilità sociale. A meno di  voler scambiare la
sopravvivenza di una vasta fascia  di imprese
precapitalistiche o di gestioni agricole di  stentata
sussistenza per un segno di vitalità e di dinamico
adattamento. D’altra parte, l’andamento generale del
settore agricolo, dopo la pronunciata flessione del 1927,
andò aggravandosi in seguito alle molteplici perturbazioni
di lungo periodo provocate dalla  crisi del 1929. Già prima
di allora il reddito netto delle aziende più rappresentative,
per dimensioni aziendali e forme di conduzione, era
diminuito in genere del 20-25 per cento, quando non di un
terzo, rispetto  al biennio 1925-26.10 A maggior ragione
erano andate  esaurendosi le prospettive di profittabilità
economica delle piccole aziende, il cui reddito di proprietà
e di  impresa era oberato per di più da onerosi
indebitamenti precedenti e da un carico fiscale di norma
non  proporzionato alla reale produttività dei fondi;
ed  erano peggiorate le condizioni della compartecipazione
colonica per la stretta correlazione fra retribuzione delle
prestazioni lavorative e variazioni del prodotto netto
globale.
Di fatto fra il 1923 e il 1930, mentre la produzione
dell’industria manifatturiera crebbe a un tasso annuo di
circa il 4 per cento, quella agricola non riuscì  quasi mai a
liberarsi dalle secche della stazionarietà  e a realizzare
ordinamenti produttivi più dinamici  nell’ambito delle
colture di maggior reddito (foraggi,  allevamento, piante
industriali, ecc.). In questa situazione vennero a cadere
quei meccanismi che, attraverso le sollecitazioni di un
mercato di prodotti agricoli relativamente esteso e
differenziato e un m$1lioramento qualitativo delle tecniche
e dei servizi, avrebbero potuto imprimere un certo slancio
alle  piccole e medie aziende, e assicurare loro spazi
meno  marginali di contrattazione e di ricavi monetari.
Un limite notevole alla formazione di un tessuto sociale più
articolato nelle campagne e allo sviluppo di una  domanda
aggregata fu anche il sostanziale fallimento delle opere di
bonifica e di sistemazione fondiaria  nel Mezzogiorno,
concepite da Serpieri come una leva  decisiva, sotto
direzione statale, per il rinnovamento  delle strutture
tecnico-produttive e l’avvento di una  piccola impresa
coltivatrice attiva e intraprendente,  sostenuta dagli enti
pubblici di credito e da una serie di interventi propulsivi di
carattere professionale e  associativo. Si calcola infatti che
soltanto il 58 per cento dei lavori di bonifica iniziati furono
portati a  compimento e che non più del 32 per cento dei
progetti di irrigazione vennero completati. Ma non furono
tanto gli effetti della crisi del 1929 sulla finanza statale o il
costoso intermezzo dell’avventura coloniale in Abissinia del
1935-1936 a decretare il parziale insuccesso della “bonifica
integrale.” Gli ostacoli  più gravi all’allargamento delle
opere di trasformazione fondiaria vennero frapposti
piuttosto dai grossi proprietari terrieri, i quali riuscirono in
larga parte a evadere dagli obblighi imposti di pagare la
quota  di loro competenza in favore dei consorzi di
bonifica,  oppure preferirono, quando non ne poterono fare
a  meno, dare in locazione i loro fondi addossando così  a
piccoli conduttori e coloni parziari il carico delle  spese di
miglioria.11
Se al progressivo restringimento delle possibilità di un
rapporto più elastico con il mercato e fra redditieri e
affittuari si aggiungono gli effetti di una  politica
singolarmente discriminatoria in materia fiscale e di credito
agrario, risulta perfettamente chiaro come, lungi dal
trasformarsi in un settore in fase  di crescita, l’azienda
contadina abbia accentuato durante il fascismo il suo ruolo
precario di area di parcheggio per una parte della
popolazione agricola in eccesso. Sino al 1934 continuò
infatti a prevalere una progressività alla rovescia delle
imposte, pari in media al 5 per cento sui redditi più alti
contro il 10 per cento  su quelli più bassi.12 La legge
organica del 1928 sul  credito agrario, integrata da
successive disposizioni,  non accordò a sua volta molto
spazio per i prestiti  destinati alla formazione della piccola
proprietà coltivatrice e l’affrancazione di canoni e livelli, o
per la  trasformazione dei debiti fondiari, sia pur in
funzione  di particolari opere di miglioramento tecnico e
poderale. Nonostante i principi politici professati
dal  regime ed espressamente richiamati dalla legge, intesi
ad arrestare il decadimento dei piccoli esercizi  rurali e ad
assicurare “la fissazione stabile alla terra dei lavoratori,” le
restrizioni in fase di applicazione  erano talmente rigide e
complesse da escludere dai benefici del credito quanti non
si trovassero nella situazione eccezionale di offrire solide
prospettive di  stabilità economica e adeguate garanzie di
natura  reale.13 Né il rafforzamento numerico di fittavoli
e  compartecipanti valse a far emergere una nuova classe
potenziale di conduttori in economia, dotati di  mezzi
sufficienti per il rammodernamento delle attrezzature e il
passaggio a colture intensive di maggior reddito. Secondo i
dati per categoria di investimento, per ogni lira spesa in
fabbricati rurali, in sistemazione di terreni, in irrigazioni
ecc., la spesa per la meccanizzazione dell’attività aziendale
non superò dopo il 1925 la quota media di 0,05 lire contro
le 4  lire del periodo 1897-1913. Si profilò così una fase
di più intenso sfruttamento del lavoro fisico delle categorie
intermedie, malamente retribuite in natura  nella
ripartizione del prodotto a compenso del minor impegno in
scorte e strumenti tecnici derivanti da  una coltivazione
senza molte pretese come quella granaria.
In ogni caso, né l’andamento generale dell’economia
agricola (caratterizzato negli anni centrali del fascismo
dalla caduta del saggio di incremento del valore aggiunto),
né le variazioni intervenute nella distribuzione delle risorse
furono tali da introdurre consistenti elementi di evoluzione
nelle scelte di occupazione, nella gerarchia dei redditi, e
nella posizione sociale dei ceti rurali. La stabilizzazione
dei rapporti sociali nelle campagne dell’Italia settentrionale
perseguita fin dall’inizio dal fascismo — nella misura in cui
puntò sull’azione equilibratrice,  nella distribuzione del
reddito, delle forme di remunerazione agricola basate sulla
partecipazione al prodotto (senza tuttavia essere poi in
grado di assicurare  contratti colonici stabili e dignitosi) —
venne pagata infatti con l’abbassamento degli investimenti,
l’inutilizzazione di ampie riserve di capacità produttive e la
riduzione delle potenzialità espansive delle colture  più
pregiate e delle industrie collaterali, ossia con  il
restringimento di una serie di fattori suscettibili di mettere
in moto un reale processo di competizione economica, di
trasformazione della società rurale  e di mutamento delle
relazioni collettive. In coincidenza con la crisi dei piccoli
fittavoli, con la “terziarizzazione” della mezzadria e con il
pesante indebitamento delle famiglie contadine si
profilarono così,  verso la fine degli anni Trenta — a
cominciare dalla  Toscana, dall’Emilia e dall’Umbria (come
risulta dagli studi finora compiuti) —, i primi sintomi di
scompenso e di scissione fra regime e ceti rurali
intermedi.14
Né concreti segni di mutamento emersero al Sud dove
pur la politica del fascismo non fu condizionata  in termini
così immediati e stringenti come al Nord dal problema della
restaurazione dei vecchi equilibri  scossi dalle lotte sociali
del primo dopoguerra. Gli  obiettivi di sviluppo
produttivistico e di riorganizzazione delle risorse locali, che
erano nei programmi  originari del regime, segnarono il
passo di fronte alla  sorda resistenza opposta dalla
maggioranza dei proprietari di fondi rustici all’avvento di
nuove forme più progredite di accumulazione e di mercato,
anche  se la politica di bonifica venne ponendo in
determinate regioni — nelle Puglie, per esempio — alcune
premesse per il successivo decollo negli anni Cinquanta
delle nuove “aree di irrigazione.” Anzi, il valore della
produzione agricola, tranne poche eccezioni, diminuì tra il
1929 e il 1939 in tutte le principali province del Sud
aggravando il divario con il Nord,  per il maggior scarto
nella caduta della produttività  globale dall'1 allo 0,1 per
cento contro la flessione  dal 2 allo 0,6 per cento delle
regioni settentrionali. Il  risultato fu che — complici anche
la propaganda demografica e la chiusura delle frontiere
estere all’emigrazione, che assorbiva nell’anteguerra il 35
per cento dell'incremento naturale annuo — vennero
riprendendo il sopravvento nelle regioni meridionali
quelle  spinte d’ordine sociale e culturale che già in
altri  tempi avevano sorretto la politica di espansione
coloniale come valvola di sfogo all’eccesso di popolazione e
all’ineguale distribuzione della proprietà e  delle risorse.
Onde alla disoccupazione, all’indigenza e ai mali cronici del
mondo rurale il regime non trovò altro rimedio, dopo il
1934, che l’illusione di un  “posto al sole” sugli altipiani
etiopici, l’arruolamento  nell’esercito e nella milizia, il
“volontariato” per la  Spagna. Né le larghe correnti di
emigrazione interna,  che vanificarono di fatto le leggi
antiurbanistiche e  contribuirono ad attenuare certi
fenomeni di pressione demografica altrimenti esplosivi
nelle aree più  povere della dorsale appenninica e del
latifondo meridionale, valsero comunque a sostituire i
tradizionali  sbocchi all’estero con canali alternativi di
mobilità  occupazionale altrettanto ampi e suscettibili di
opportunità di ascesa nella scala sociale.15 A
giudicare  dagli stessi documenti ministeriali, si trattò
piuttosto  di spostamenti indotti più dalle condizioni di
vita ormai insostenibili nei luoghi di partenza che dal forte
richiamo di nuovi distretti in via di sviluppo, tali  da offrire
sicure possibilità di inserimento nel mercato del lavoro e di
un futuro migliore: di peregrinazioni randagie, insomma,
determinate assai più da fattori di espulsione che da
concreti incentivi di attrazione.
Sarebbe tuttavia un errore pensare che il fascismo si
reggesse soltanto sulla paura, l’interesse e la gerarchia:
sulla forza, in altri termini, dell’apparato repressivo e sul
sostegno diretto o sulla tattica compromissoria del vecchio
mondo conservatore e dei potentati economici (gli ambienti
d’affari e i grandi proprietari terrieri, la chiesa, la dinastia,
i fiancheggiatori clericali e nazionalisti). La composizione di
classe  del fascismo venne infatti allargandosi fra gli
anni Venti e Trenta. Ai motivi che avevano spinto nel primo
dopoguerra parte della piccola borghesia urbana  a
schierarsi in favore del fascismo — firmando in bianco (per
spirito di conservazione, per disaffezione  nei confronti del
vecchio Stato liberale o per assicurarsi contro i timori di
proletarizzazione) la cambiale  dell’“ordine” che l’alta
borghesia economica e parte degli stessi poteri costituiti le
offrivano16 — si assommarono altri fattori di interesse più
specifico: i vantaggi, per esempio, garantiti dal regime
sotto forma di  impieghi, di cariche, di appannaggi nella
burocrazia  corporativa, nel partito e in diverse nuove
organizzazioni parastatali. Si aggiungano, dopo gli aiuti o i
favori concessi a varie categorie di artigiani e
commercianti, la difesa a oltranza sino al 1936 della
politica  monetaria fissata dieci anni prima con il cambio
a  “quota novanta,” che aveva rivalutato i depositi
della  borghesia risparmiatrice e il potere d’acquisto
degli  stipendi, l’incremento relativo o la maggiore
stabilità  delle retribuzioni nel settore terziario,
nell’apparato  statale, nelle carriere dei quadri tecnici e
amministrativi delle imprese private. Anche se il discorso
va ancora approfondito, i dati statistici disponibili
indicano  che le riduzioni salariali decretate dopo il 1929
furono  sensibilmente inferiori per le categorie
impiegatizie  di quanto lo siano state invece per la classe
operaia;  mentre proporzionalmente superiori furono per
il  “monte stipendi” i raggiustamenti retributivi intervenuti
dopo il 1936-37.
Le categorie intermedie, dalla piccola borghesia
provinciale (degli esercizi, delle professioni e degli enti
periferici) ai ceti cittadini impiegatizi o relativamente
autonomi, beneficiarono inoltre per un certo periodo — più
del proletariato operaio — di alcuni  “prezzi politici”
garantiti per determinati servizi e  prodotti di uso corrente
(grazie al calmiere di alcuni  beni alimentari, al blocco dei
fitti e al controllo delle  tariffe elettriche), ossia di
vantaggiosi compensi in  termini di potere d’acquisto e di
capacità di consumo,  di nuovi posti di lavoro assicurati
dallo Stato, di un  volume proporzionalmente maggiore di
assegnazioni  nell’edilizia residenziale sovvenzionata con
contributi  pubblici, o di appannaggi a vario titolo nelle
pieghe  dell’organizzazione del partito e della burocrazia
sindacale, partecipando così sia pur a distanza
alla  spartizione delle quote di reddito confiscate al
lavoro  salariato, il “ventre molle” dell’Italia fascista. Non
a caso, il progressivo avvicinamento iniziatosi dal 1880 fra
le condizioni economiche degli operai dell’industria e
quelle degli impiegati pubblici lasciò il posto,  nel periodo
fra le due guerre, a una netta divaricazione nei saggi di
incremento annuo a favore di questi  ultimi, sino al
capovolgimento della situazione di partenza nell’ultimo
scorcio del periodo fascista. Né mancarono alcuni segni
esteriori del rinverdito “status”  sociale della classe media.
L’accrescimento dei quadri  della burocrazia statale e
parastatale, la nomina nelle  amministrazioni di tanti ex
combattenti, ufficiali superiori dell’esercito, rappresentanti
dell’artigianato e del piccolo commercio, spesso insigniti di
titoli cavallereschi, l’attribuzione di nuovi compiti
gerarchici a  uno stuolo di insegnanti nelle scuole, di
segretari comunali nel nuovo ordinamento podestarile, di
piccoli  burocrati negli enti periferici per
l’organizzazione  autarchica e corporativa, valsero a fugare
certi complessi d’inferiorità e di mortificazione della piccola
e  media borghesia, a darle l’illusione di partecipare
in modo effettivo alla gestione del potere.17
Ma si può dire, con tutto questo, che emersero allora
nuovi ceti e gruppi sociali, espressione di un movimento di
crescita della piccola e media borghesia, non
semplicemente come entità numerica, ma quale portatrice
di un mutamento strutturale della società,  o in funzione di
una propria ideologia organica e di più solide prospettive di
affermazione autonoma? In  realtà, il problema va visto più
in termini di aggregazione strumentale di consensi, e di
calibrata difesa di  particolari interessi corporativi e di
categoria, che di autentica promozione sociale, di apertura
di nuovi  concreti spazi di sviluppo, e di reale cooptazione
nelle sedi di elaborazione delle direttive politiche decisive.
Al di là della protezione di certe posizioni di partenza,
peraltro sempre più faticosa nel corso degli  anni Trenta
(anche se la crisi del 1929, a differenza di quanto avvenne
per esempio in Germania o in Austria, non travolse il grosso
dei ceti medi), non si ebbe infatti un processo di autentica
elevazione e mobilità  sociale, in relazione a reali funzioni
produttive, di raccorciamento delle distanze nei rapporti di
proprietà o nella distribuzione del reddito, di
allargamento  degli sbocchi professionali per le nuove leve
di lavoro.  Stando ai dati di cui si dispone, certo non
disaggregati come si vorrebbe ma pur sempre largamente
indicativi, difficilmente si potrebbero rintracciare —  se si
prescinde da alcuni casi particolari e da vicende individuali
che non rispecchiano comunque l'insieme dei ruoli collettivi
e degli atteggiamenti psico-sociologici propri di una classe
— nuovi specifici canali di  mobilità professionale e
intergenerazionale, né mutamenti consistenti e significativi
nelle disponibilità finanziarie, nell’uso del reddito, nei
modelli di consumo, nelle relazioni interpersonali. Non
esistono, in altri termini, dati di fatto univoci e rettilinei che
indichino la presenza durante gli anni centrali del regime di
una risposta dinamica, di un salto qualitativo  sia pur
graduale, nell’accesso a un maggior grado di istruzione, nel
miglioramento del tenore di vita materiale, nell’estensione
del reddito domestico, nella formazione di nuove possibilità
generalizzate di riuscita  individuale, di più rapide
progressioni di carriera, di esercizio di occupazioni più
prestigiose e meglio remunerate.
La selezione nell’ambito del sistema educativo, ri- —
formato da Gentile in funzione di un rilancio della  scuola
d’élite e di un’impostazione pedagogica di matrice
idealistica, agì in maniera abbastanza rigida nei  confronti
delle categorie meno abbienti della piccola borghesia, negli
accessi al liceo classico e ai gradi superiori. In pari tempo, i
corsi degli istituti magistrali furono ridotti drasticamente e
la scuola tecnica  venne sostituita da una scuola
complementare che non dava diritto al proseguimento degli
studi. Di  fatto il numero degli allievi delle scuole
secondarie,  salito da 210.000 a 337.000 fra il 1913 e il
1922-23, si  ridusse a 237.000 già entro l'anno scolastico
1926-27,  e la cifra degli studenti universitari diminuì fra
il  1920 e il 1925 da 54.000 a 40.000 unità. Solo dopo
il 1930 le barriere che limitavano in vario modo l’ascesa ai
più alti livelli dell’istruzione pubblica vennero
gradualmente rimosse per allentare la pressione
proveniente soprattutto dalle regioni meridionali, dove
andò pertanto accentuandosi la divaricazione fra condizioni
di sottosviluppo economico e livelli superiori
di  scolarizzazione. In ogni caso, nel 1932 erano ancora
i  figli di possidenti, industriali e liberi professionisti
a rappresentare la quota più elevata (pari al 42 per cento)
degli iscritti all’università, anche se i giovani provenienti da
famiglie di impiegati e commercianti  erano saliti dal 21 al
38 per cento (di contro, peraltro,  alla riduzione dal 5 al 3
per cento dei figli di operai e  artigiani, nonostante il
notevole aumento nel frattempo dell’occupazione nel
settore industriale e dei servizi). D’altra parte, lo sviluppo
degli istituti tecnici,  che nelle modifiche introdotte dal
regime dopo il 1930  avrebbe dovuto correggere i
meccanismi rigidamente  selettivi della riforma Gentile e
aprire nuovi ventagli di scelte e di possibilità professionale
ai ceti medioinferiori urbani, ebbe fino al 1937 un
andamento lento e irregolare. La popolazione scolastica si
concentrò  infatti nel quadriennio inferiore e i corsi furono
in genere sottofrequentati. Di fatto, mentre la quota
dell’analfabetismo non si ridusse che dal 27,5 al 20,9  per
cento nel decennio 1921-1931, le spese pubbliche  per
l’istruzione nella composizione del bilancio statale
diminuirono tra il 1929-34 e il 1934-1938 dal 7 al 5  per
cento. Soltanto con la ripresa del sistema industriale e la
preparazione dell’economia di guerra,  emersero nuovi
incentivi più diretti e immediati, al  di là di quelli promossi
sulla carta, tali da mutare progressivamente una situazione
di limitata scolarizzazione o di riproduzione dalle
competenze tecniche  sul posto di lavoro o per tradizione
familiare.
Quanto ai consumi privati, se più dura fu la stretta sin
dal 1924 sui generi alimentari di prima necessità, e quindi
sulle condizioni materiali di vita delle classi  più povere, è
anche un fatto che dopo il 1927 si registrò una sensibile
diminuzione anche dei consumi di  carne, di bevande, di
grassi, di frutta e ortaggi, e  (dal 1930) del vestiario e
dell’abbigliamento. L’incremento del reddito complessivo
fra il 1921 il 1938 non  si elevò del resto al di sopra di un
saggio medio composto dal prodotto interno lordo (in
termini reali) del  2 per cento, mentre la pressione fiscale,
dell’ordine  complessivo del 25 per cento, continuò a
rivolgersi di  preferenza alle imposte indirette. E se nella
composizione interna dei consumi privati assunsero
maggior peso specifico i servizi, i mezzi di trasporto privati
e  gli articoli domestici, questo fenomeno fu il risultato  più
degli effetti determinatisi nella distribuzione generale del
reddito in seguito al declino dei salari industriali e agricoli
e al diffondersi della disoccupazione nascosta, che di solidi
movimenti espansivi da parte dei ceti medi e a reddito fisso
nella scala dei  consumi e delle spese familiari.18 D’altra
parte, fra il 1921 e il 1938 la spesa in articoli domestici non
si spostò che dall'1,08 all’1,11, e nella densità dei veicoli in
circolazione (pari a 0,9 unità ogni 100 abitanti)  la quota
dell’Italia nel 1938 rimase assai lontana da  quella
dell’Inghilterra o della Francia oscillante fra il 5,3 e il 5,6.
In effetti, nonostante l’incipiente sviluppo di più solide
forme di capitalismo monopolistico, l’aumento della
produttività finì per essere assorbito  più dai consumi
pubblici legati agli indirizzi politici  del regime (le spese di
carattere militare e per le colonie aumentarono
costantemente dopo il 1934) che dall’accrescimento della
domanda privata e dalla promozione su più larga scala
dell’aggregato consumatore a livello individuale.
Ciò che la piccola borghesia riuscì ad acquisire fu
piuttosto la difesa dello “status quo,” e in primo luogo la
conservazione delle differenze retributive con  i lavoratori
manuali salariati, unitamente al mantenimento di certe
distinzioni simboliche tradizionali,  legate più a vecchi
codici di conformismo culturale o ad ataviche consuetudini
conservatrici che a un nuovo sistema di valori e di criteri di
preferenza sociale. In sostanza, i ceti medi scongiurarono o
ammortizzarono in qualche modo i rischi più vistosi di una
loro decadenza, derivanti dalla progressiva
concentrazione  delle risorse produttive e dal primo
profilarsi di  un’incipiente società di massa, ma entro
stentati margini di sicurezza e di opzionalità. Mentre il
mantenimento della propria identità, di certe
differenziazioni  di “status” sociale, di profili ideologici e di
stili di  vita avvenne nell’ambito di un circuito chiuso e
frammentario, caratterizzato più da sterili
gratificazioni retoriche, o da una formazione per tanti versi
teorica  e astratta, che da originali apporti ideologici e
dall’arricchimento culturale di nuove fasce sociali.
La garanzia di un reddito minimo (non senza parecchie
privazioni), o la salvaguardia dei titoli della rendita
pubblica (gli unici a mantenere un saggio di  retribuzione
pressoché uniforme fra il 1926 e il 1935 su una base media
del 5,5 per cento), fu quanto bastò alla grande massa degli
stipendiati, degli impiegati di concetto, dei piccoli rentiers,
dei tecnici subalterni,  dei professionisti ed esercenti più
modesti, per avere l’impressione di una qualche stabilità e
di un certo  decoro esteriore. Non mancò, in verità, una
graduale  crescita di nuovi profili professionali nell’ambito
s$1rattutto degli addetti all’industria, dove imprenditori e
“coadiuvanti” salirono fra il 1911 e il 1927 dal 18,2 al 21
per cento, e gli impiegati passarono dal 3,1 al 6,4 per cento
nella composizione interna degli occupati. E fu questo
certamente uno dei risultati di rilievo dell’aspirazione
comune della piccola e media  borghesia a volersi
conservare e salire. Ma, al di là di  qualche settore,
occasioni e prospettive reali di miglioramento delle proprie
condizioni materiali negli  spazi della vita lavorativa
individuale, di ascesa a qualificazioni più elevate e a più alti
livelli di reddito  e di consumo, rimasero pur sempre molto
limitate.  Congiunture economiche negative, rigidità di
ordine  istituzionale, restrizioni fiscali e altri fattori
ancora  impedirono del resto una piena mobilizzazione
delle  risorse e delle iniziative, il pieno dispiegarsi di
meccanismi generatori di permeabilità e di
avanzamento  nella scala sociale in termini significativi di
spazio e  di tempo. L'accumulo di risparmi privati, di
piccoli  depositi bancari e in libretti postali, subì una
netta  flessione dopo il 1933 in rapporto al prodotto
interno  lordo. La stessa condizione di parziale esonero
fiscale, o di moderata liberalizzazione del carico tributario,
a  favore dei ceti medi (a fronte, peraltro, di una politica
“produttivistica” a vantaggio delle forme di reddito più
elevate integrata, dopo i primi consistenti alleggerimenti di
imposte del 1922-23, da numerose agevolazioni dello stesso
tenore seguite nel 1926-1930),  venne continuamente
rimessa in discussione e subì  successive restrizioni in
seguito all’aumento della  spesa pubblica determinato
dall’avventura coloniale  e dal riarmo. Si giunse anzi a
prospettare l'estensione  della nominatività obbligatoria
anche ai titoli di Stato, i classici “beni-rifugio” della piccola
e media borghesia urbana,19 mentre sui ceti medi rurali la
pressione tributaria (soprattutto delle amministrazioni
e  degli enti autarchici locali) si risolse in un forte
incremento del carico fiscale sul valore locativo, sui foraggi
e sul bestiame, e nell’applicazione di nuove imp$1te anche
sugli edifici destinati ad abitazione del coltivatore.
D’altra parte, soltanto il flusso di incentivi e di spese
pubbliche assicurato dal regime con la guerra in Abissinia e
con l’opera di organizzazione dei nuovi  territori coloniali
valse a dare un po’ di ossigeno, e  qualche possibilità
speculativa, a tanti piccoli imprenditori ed esponenti
autonomi di attività più deboli o  tradizionali (imprese di
trasporto e di costruzione  stradale, officine meccaniche,
fabbriche di materiali  edilizi, di salmerie, di confezioni
tessili e di prodotti  più comuni), indipendentemente da
qualsiasi azione  pubblica nella promozione di processi
innovativi, di  più solide economie esterne o di opportunità
alternative di investimento. Di fronte al restringimento
della domanda, alla stretta creditizia e al processo
di  concentrazione consortile in atto fra i principali gruppi
d’affari (nonostante gli impegni di difesa della piccola e
media impresa più volte sottoscritti dai
fautori  dell’ordinamento corporativo), questi ceti ben
difficilmente avrebbero potuto trovare altrimenti un
qualche  sfogo alla crisi economica e forme adeguate di
elasticità nell’ambito del mercato interno. Ma si trattò  pur
sempre di un “piatto di lenticchie,” o di un modo di coprire
degli spazi che la grande impresa non era  interessata ad
assorbire o che controllava in maniera insufficiente.20
Vanno tenute in debito conto del resto altre due
circostanze di ordine generale: la caduta del
reddito  nazionale e le distorsioni della struttura
occupazionale.21 Il fatto che ci sarebbero voluti più di sei
anni dopo il 1931 per ritornare al livello affatto eccezionale
degli anni della rivalutazione monetaria indica chiaramente
come i margini di accumulazione non  fossero sufficienti a
destinare una parte più consistente del prodotto netto per
elevare sensibilmente  le condizioni dei ceti medi e per
estendere l’area delle attività terziarie a più alto livello
qualitativo (servizi legali e finanziari specializzati in
gestioni e documentazioni ausiliarie alla produzione, al
mercato, alle  comunicazioni, ricerca scientifica, sistemi di
sicurezza  sociale ecc.). Le deformazioni e l’elevato grado
di segmentazione nell’assetto dell’occupazione confermano,
a loro volta, quanto fossero estremamente esigue le
chances per un più proficuo inserimento nel  mercato e
nella divisione del lavoro, le prospettive di  mobilità
professionale e di passaggio ad attività specializzate e più
vantaggiose.
Il notevole aumento del tasso di attività del settore
terziario, pari a un saggio annuo dell’1,8 per cento, che
costituì uno dei tratti peculiari del mercato del lavoro fra il
1921 e il 1936, e che portò la popolazione addetta ai servizi
ausiliari a più di 5 milioni di unità  rispetto al milione e
mezzo del dopoguerra, fu il risultato più di una dilatazione
degli impieghi relativamente più instabili e precari che di
un consolidamento dei servizi civili e delle infrastrutture
sociali  tipico di un processo di autentica
modernizzazione,  di un cambiamento reale nelle
disponibilità e nell’uso del reddito, nell’organizzazione dei
consumi familiari e nella domanda culturale. Furono infatti
il  commercio al minuto e ambulante, soprattutto di generi
alimentari e di beni correnti (e non tanto il credito, le
assicurazioni, i trasporti e le comunicazioni, le attrezzature
di interesse collettivo), o il settore dei  “servizi per il
miglioramento e la conservazione della  persona,” che
comprendeva in massima parte collaboratrici domestiche e
addetti ad esercizi ancillari di  manutenzione e alle
prestazioni più umili, a denunciare le maggiori quote
proporzionali di incremento degli addetti (gestori di piccoli
banchi, minuti intermediari, bottegai, commessi, garzoni
ecc.). Una terziarizzazione, quindi, che funzionò più da
momento di riassorbimento o di parziale sistemazione in
“attività-rifugio,” ad altissima instabilità e a rapida
rotazione,  di lavoratori manuali espulsi dall’agricoltura e
dall’industria, o provenienti dal sottoproletariato e dalle fila
di migrazioni interregionali non operaie, che quale fase di
allargamento degli sbocchi e delle opzioni  di ceti medi
“emergenti.” Come risulta anche dalla prevalenza assunta,
nel rigonfiamento dei settori più disgregati e convenzionali
del terziario, dalle regioni  centro-meridionali, ossia da
quelle stesse aree contraddistinte nell’ambito dell’attività
manifatturiera  da un’estensione abnorme di lavorazioni
artigianali e a domicilio.22
Più complesso è il problema che pone l’espansione in
quegli stessi anni degli impiegati civili, in coincidenza con
l’ascesa della pubblica amministrazione  dall’8,8 al 18,6%
nella formazione del prodotto lordo. Di fatto, già nel 1932 il
numero dei dipendenti statali  era cresciuto del 94,4 per
cento rispetto al 1923, quando una prima riforma dei ruoli
burocratici aveva assicurato loro, in cambio di un rigido
sistema disciplinare, la stabilità del posto e un preciso stato
giuridico. Negli otto anni successivi, prima della guerra, gli
organici dei dipendenti dello Stato registrarono  un
ulteriore balzo in avanti salendo da 638.329 a oltre 990.000
unità, e quindi a circa un milione e mezzo nel  successivo
quinquennio. Escludendo l’apporto dei militari,
l’incremento degli effettivi dal 1930 in avanti fu  in ogni
caso considerevole, pari a più del 110 per cento.23
In che termini va giudicato questo aumento consistente
del pubblico impiego? Si trattò di un fenomeno di
adeguamento della macchina statale e dei servizi collettivi
ai nuovi bisogni indotti dalla crescita economica e
demografica, funzionale all’andamento  generale degli
investimenti e proporzionato al reddito del paese? O non fu
piuttosto il risultato di un allargamento dall’alto delle
istituzioni di controllo, conforme alla logica stessa della
dittatura, e dei meccanismi di aggregazione clientelare?
Stando ai fatti disponibili sulle modalità e sulle singole fasi
del processo di espansione del pubblico impiego, sembra
più  convincente la seconda ipotesi che la prima.
Innanzitutto, il più alto tasso d’incremento degli attivi si
registrò fra il 1921 e il 1931, ossia nel periodo iniziale  di
consolidamento del regime e di organizzazione dello Stato
totalitario. Sicché non par dubbio il collegamento fra la
rapida dilatazione degli effettivi dell’amministrazione e i
propositi del governo fascista (che badò bene, fra l’altro,
dal dar corso a una legge dell’agosto 1921 per lo
sfoltimento dei funzionari civili e  il consolidamento della
spesa corrente sino all’esercizio 1930-31) di allargare le
maglie del suo potere e la propria base sociale. Anche nelle
grandi città del Nord, a cominciare da Torino e da Milano,
furono  del resto le federazioni locali dei dipendenti
pubblici  a costituire sulle prime il più vasto serbatoio di
reclutamento di quadri minori del partito fascista. In
pratica, nel breve periodo fra il 1922-23 e il 1927-28
le  spese per il personale dello Stato aumentarono in
lire  correnti da 3.558 a 4.376 milioni e le pensioni ai
funzionari pubblici ebbero a raddoppiare: in rapporto  alle
uscite complessive del bilancio statale la spesa  per
l’amministrazione generale e gli interessi del debito
pubblico passò dal 15 per cento del 1913-19 al 32 per cento
del 1920-28 (e al 39 nel 1929-34). Particolarmente
significativo è anche il fatto che proprio fra  il 1923 e il
1929 vennero poste le basi, con tre successive disposizioni
legislative, per un ampliamento della burocrazia
ministeriale e una nuova disciplina dei rapporti di impiego,
di cui i principali capisaldi furono il miglioramento del
trattamento economico del  personale e la sua
irrevocabilità, il riordinamento gerarchico delle funzioni, e
la determinazione delle progressioni di carriera.
Non mancarono, naturalmente, di agire altre
componenti: dalla normalizzazione delle gestioni di guerra,
che contrariamente al suo programma originario Mussolini
ebbe a smantellare solo parzialmente, alla  domanda di
nuovi compiti da parte dello Stato sollecitata dagli sviluppi
dell’industrializzazione e della società civile. Ciò non toglie,
tuttavia, che nell’espansione degli addetti alla
amministrazione pubblica fu  pur sempre preminente
l’obiettivo di estendere l’adesione e il consenso alla nuova
classe di governo, in coincidenza sia con l’avvento di un più
ampio e metodico apparato di strumenti materiali e
ideologici di  costrizione e di persuasione nell’esercizio del
potere,  sia con una serie di spinte sezionali di
legittimazione  o di espansione di particolari uffici e
competenze. Del resto, tratti salienti dell’intervento statale
nel primo periodo del regime fascista, sino al 1928,
furono  da un lato l’assorbimento entro i quadri
istituzionali  di una serie di corpi militari “speciali,” e
l’estensione  degli organici dei ministeri più squisitamente
politici; dall’altro, la creazione di enti e organismi di diritto
pubblico con espliciti scopi di inquadramento e
di  organizzazione ideologica: dall’Opera Nazionale
Dopolavoro all’Istituto Luce, dall'Unione Militare all’Istituto
Nazionale Propaganda, al Poligrafico dello Stato ecc.24
In sostanza, più che di un mutamento della struttura
occupazionale connesso al funzionamento ottimale del
sistema economico, o a precise esigenze di miglioramento
dei servizi e di riqualificazione delle  carriere pubbliche, si
trattò di una distorsione del  mercato del lavoro
determinata, per un verso, da processi unilaterali di
assestamento politico e di equilibrio interno fra i massimi
organi ai vertici dello Stato, e per altro verso dalla
mediazione di una serie di  aspirazioni e di interessi
corporativi di frange della  piccola borghesia altrimenti
inquiete e insoddisfatte.  Attraverso l’accrescimento con
larghi spazi di discrezionalità dei quadri burocratici, il
potere del regime si estese dalla giustizia e dall’educazione
al governo  locale, basato nell’anteguerra su una struttura
largamente decentrata e ancora appannaggio in molte
zone  di ristretti gruppi, ereditari o quasi, di maggiorenti
e  grandi elettori provvisti di titoli di censo e di proprietà.
Dall'avvicendamento ai ruoli che erano stati  in passato
prerogativa del patriziato agrario parte  dei ceti medi ebbe
certamente a beneficiare in qualche modo, soprattutto in
alcuni centri minori della  provincia settentrionale; mentre
altre frazioni, fino allora bloccate alle soglie della
sopravvivenza per la limitata diffusione di attività
industriali e collaterali, come quelle presenti nelle aree più
deboli dell’Italia centro-meridionale, videro crescere — con
l’offerta di  nuove occasioni di impiego e di sistemazione,
estesesi  ulteriormente negli anni Trenta in seguito alla
politica autarchica e corporativa — i propri margini di
protezione o di stabilità economica. Ma tutto ciò
avvenne  indipendentemente da istanze autonome di
modernizzazione della società civile e da reali spinte
vincenti  di promozione sociale. Insomma, se è vero che
l'appoggio di larghe sezioni della piccola borghesia
(impiegati pubblici, piccoli rentiers e commercianti, ecc.) fu
una delle componenti integranti del regime fascista, è
anche un fatto che a tali ceti venne assicurata la possibilità
più di conservare in qualche modo la loro condizione
sociale, o di ampliare la loro presenza  in forme anomale e
contraddittorie, che di elevare  sensibilmente i loro ruoli
produttivi nel sistema economico e di migliorare realmente
i loro standards di reddito, di lavoro e di vita.
Si profilò piuttosto durante il fascismo un allargamento,
e insieme una parziale modifica, della struttura del potere.
Ed è questa, a nostro giudizio, la principale novità del
periodo fra le due guerre. Beninteso, la discussione su
questo punto va ancora approfondita e articolata sulla base
di altre ricerche. Tuttavia ci sembra di poter affermare,
senza la pretesa di fornire fin d’ora una spiegazione
completa ed esauriente, che nel corso degli anni Trenta si
verificarono  significativi cambiamenti nella composizione
interna  del blocco sociale dominante, in relazione sia ai
mutamenti intervenuti nell’impianto e nelle forme
istituzionali dello Stato, sia ai processi di
concentrazione  del capitale e di socializzazione del lavoro
in atto nel sistema economico.
In particolare, gli anni centrali del regime videro —
malgrado la battuta d’arresto del 1927-1933, la propaganda
ruralista e le leggi antiurbanistiche — non tanto una rivalsa
della rendita agraria sul profitto,  della proprietà terriera
sul capitale finanziario e industriale, quanto piuttosto un
ulteriore processo di espansione urbana e di rafforzamento
dei grandi gruppi imprenditoriali e del loro potere di
comando. Basterebbe ricordare in questo senso l’aumento
dell'occupazione e degli investimenti nel settore
manifatturiero (onde la quota dell’industria nella
composizione del reddito nazionale passò dal 27,8 al 32,4
per cento superando per la prima volta quella
dell’agricoltura), ma soprattutto i cambiamenti qualitativi e
dimensionali avvenuti nella mobilitazione delle risorse e
nelle economie di scala: dalla creazione di nuovi sistemi di
governo e di distribuzione del credito, al  potenziamento
dell’industria pesante, all’aggregazione di nuove risorse
produttive e finanziarie nei settori della chimica e della
meccanica, dall’aumento dei  profitti potenziali delle
imprese oligopolistiche, all’allargarsi della “forbice” dei
prezzi fra beni industriali  e agricoli. Sicché si ebbe allora
una fase di crescita,  dal punto di vista dell’accumulazione
capitalistica e  della trasformazione delle strutture
economiche, a  suo modo dinamica e non sostanzialmente
diversa,  nelle sue linee di fondo, da quella di altri
paesi  occidentali nell’uscita dalle strette della
“grande crisi.”25
Questo tipo di sviluppo, sia pur parziale e
contraddittorio (con tutti gli scompensi dell’autarchia e di
un modesto sviluppo della domanda di mercato nel lungo
periodo), e l’avvento dello “Stato banchiere e
imprenditore,” nella misura in cui vennero pagati con
il  massimo sfruttamento del lavoro al minimo costo e  con
l’irrigidimento delle condizioni di arretratezza dei  settori
meno dinamici (a cominciare dall’agricoltura),  diedero
luogo a un processo di ricomposizione del  blocco sociale
dominante che ebbe per asse centrale  un’alleanza sempre
più intima fra grande industria e  alti gradi
dell’amministrazione statale. Una nuova classe di servizio e
di burocrati di Stato, ispessitasi in  coincidenza con le
manifestazioni sempre più dirette  di dirigismo economico
(dalla formazione dell’IRI alla gestione diretta di importanti
aziende pubbliche,  dall'accentramento di notevoli poteri
decisionali da parte delle autorità ministeriali in materia di
politica  monetaria e creditizia, alla disciplina degli scambi
e dei prezzi), si trovò da allora a gestire alcune importanti
leve del processo di accumulazione economica  e degli
apparati di controllo sociale.26 Le spese del bilancio statale
si accrebbero rapidamente fra il 1934  e il 1938 passando
dal 20 per cento del reddito nazionale lordo a quasi il 30
per cento. E al vertice della  amministrazione statale si
affermò una robusta schiera di funzionari con attribuzioni
di rilievo nei ministeri economici (Finanze, Scambi e Valute,
Agricoltura e Foreste, Lavori pubblici, Comunicazioni) e
nei più importanti ispettorati e commissariati di controllo o
di direzione di particolari settori dell'attività  economica
(dal risparmio al credito, ai servizi pubblici in concessione,
dalle fonti energetiche e minerarie alla produzione
d’interesse bellico).
Contrariamente alle aspirazioni di parte degli uomini del
fascismo, per cui le più importanti funzioni normative
concernenti la gestione dell’economia e i vari enti pubblici
avrebbero dovuto passare dagli organi amministrativi
tradizionali a quelli corporativi,  fu la burocrazia
ministeriale, in continuo aumento e  gelosa delle proprie
prerogative, ad assicurare la realizzazione dei principali
provvedimenti della politica  economica governativa. Si
trattò, beninteso, di una  forza che trovò collocazione
subalterna entro il sistema di classe del regime fascista. Ma
— una volta inseritasi in un ordinamento autoritario e
sempre più  centralizzato — questa “aristocrazia di Stato,”
investita delle nuove prerogative d’intervento (e non
solo  più di controllo giuridico-formale) della macchina
statale, cercò di giustificare il suo ruolo creando
una  propria gerarchia di valori e di modelli di
comportamento, e di far valere, occupati alcuni posti-
chiave, le  sue aspirazioni di legittimazione autonoma e di
autoriproduzione di nuove deleghe e funzioni
amministrative.
Naturalmente, i margini di decisione e di discrezionalità
furono più o meno ampi a seconda dei diversi settori e delle
varie fasi, o del maggior o minor grado di competenza e
responsabilità. Se è vero che in alcuni campi
(autorizzazione di nuovi impianti, contingentamento della
produzione di alcuni settori ecc.)  gli organi della
Confindustria ebbero ad agire talora con deleghe e funzioni
di carattere pubblico o semipubblico, è anche un fatto che,
nella misura in cui la  sovrintendenza del governo sulla
Banca d’Italia assunse aspetti sconosciuti alle altre banche
centrali, l’estensione delle competenze statali nell’esercizio
del  credito e nel controllo del mercato dei capitali ebbe  a
superare i limiti di una semplice regolamentazione  “a
mezzadria.” In ogni caso, non v’è dubbio che nell’ultimo
decennio del regime fascista questi spazi d’intervento
normativo — quando non di surrogazione  dei meccanismi
privati di accumulazione e di mercato, al di là dei casi di
investimenti con finalità politiche rigidamente prestabilite o
a redditività differita — vennero allargandosi e assumendo
caratteri più  complessi, non necessariamente
corrispondenti alla  strategia del grande padronato, di pari
passo con i  nuovi indirizzi di mobilitazione militare e di
espansione coloniale e con un riordinamento di tipo
sempre  più protettivo e garantista dei vari ruoli
amministrativi inteso a consolidare le prerogative dei
funzionari  di grado superiore e degli alti quadri degli enti
pubblici esercenti attività economiche. Sicché furono
insieme i principali gruppi industriali e d’affari e i nuovi
feudi che controllavano il parastato, la finanza e  la spesa
pubblica (saldandosi all’interno degli “enti  di privilegio” e
degli organismi preposti alle operazioni di risanamento,
alla dislocazione degli impianti e  dei lavori pubblici, al
mercato dei capitali, al controllo dei salari e della forza
lavoro, al riarmo e al commercio con l’estero) a plasmare e
a gestire l’“ economia mista” di salvataggio emersa negli
anni Trenta  e a collaudare nuove forme coattive di
stabilizzazione sociale di massa. D’altra parte, non solo i
vari strumenti d’intervento pubblico adottati fra il 1929 e
il  1936 per garantire talune condizioni essenziali a
sostegno della ripresa economica, ma anche il sistema di
scambi internazionali affermatosi dopo la “grande crisi”
(con la regolamentazione governativa dei movimenti di
merci e valute) resero sempre più stretto l’intreccio fra gli
ambienti finanziario-industriali e la  struttura burocratico-
amministrativa nella mobilitazione e nell’uso delle risorse
produttive. Va aggiunto  in ogni caso che, rispetto alle
esperienze di altri paesi,  il dirigismo fascista assunse
caratteri suoi peculiari,  sia per l’alto tasso di repressione
politica che l’accompagnò, sia per le forme più accentuate
di direzione coercitiva del processo sociale di produzione.
Manca piuttosto, a tutt’oggi, un’analisi ravvicinata sia
delle modalità di distribuzione dei compiti fra  i singoli
apparati burocratici e di servizio (e dei  relativi conflitti di
competenza e d’interesse fra i vari  centri del potere
politico-amministrativo nei loro rapporti reciproci e con le
clientele esterne), sia della origine sociale e della
formazione culturale dei titolari  dei più importanti uffici e
delle “amministrazioni parallele.” Riguardo a quest’ultimo
punto — a giudicare da alcuni sondaggi nella
documentazione dei vari ministeri e dai risultati delle prime
indagini a ritroso  sulla provenienza dei funzionari
direttivi27 — si ha l’impressione di un corpo amministrativo
formato in  prevalenza da persone provenienti dalla classe
media  o media-superiore, con spiccate caratteristiche
di  cooptazione e di autoreclutamento.
Naturalmente,  nell’itinerario e nella personalità degli alti
burocrati  emersi durante il fascismo, ben pochi risultano i
punti di contatto o le analogie con il tipo di reclutamento e
di formazione dei grandi “commis d’Etat” di  scuola
francese, malgrado la promozione di particolari indirizzi di
specializzazione amministrativi nelle  nuove facoltà di
scienze politiche o in vari istituti  post-universitari di studi
corporativi e di diritto pubblico. Tuttavia, se non
mancarono (specialmente dopo  il 1938) numerosi ingressi
“laterali” di elementi immessi direttamente per meriti di
partito (senza esami di concorso) ai vertici della burocrazia
ministeriale  o a capo di taluni enti pubblici, non fu affatto
secondario l’apporto di uomini di notevoli competenze
tecniche (a cominciare da Beneduce, Sinigaglia e altri) e di
esperti provenienti dai quadri militari, da alcuni  enti
finanziari e di ricerca, e talora dalle fila degli ex  riformisti
(organizzatori sindacali, di cooperative  ecc.), chiamati a
operare in settori di grande responsabilità e di effettiva
elaborazione dell’indirizzo economico nazionale.
Al confronto dei gruppi di comando del capitale
finanziario-industriale e delle nuove gerarchie del  potere
burocratico, la proprietà terriera (che pur fu  una
componente non secondaria del blocco egemone durante il
fascismo) perse gradualmente terreno all’interno del
sistema. Non tanto, naturalmente, in termini di costi e
ricavi immediati e contingenti, giacché la grande
possidenza fondiaria ebbe a trarre parecchi benefici dagli
alti livelli di protezione doganale sul grano e sullo zucchero
o dalla difesa dei prezzi dei prodotti cerealicoli (sebbene
con risultati decrescenti rispetto alle prospettive indicate a
suo tempo di “rivalutazione delle campagne”). Quanto
piuttosto in termini di direzione politica e di confisca di una
parte consistente del reddito sociale, sia per
la  subordinazione dell’agricoltura alla logica espansiva  dei
settori trainanti della grande industria, sia per  le
conseguenze negative sui redditi delle campagne provocate
dalle sperequazioni nel carico fiscale e dal  declino dei
prezzi all’esportazione e, quindi, in periodo autarchico,
dalla legislazione vincolistica nella distribuzione di alcuni
beni e dalla compressione dei  consumi privati sul mercato
interno. Recenti interventi (E. Fano, Giarrizzo, Villari)
hanno sottolineato, anzi, l’ampiezza della crisi del blocco di
potere agrario, a cominciare dai ceti possidenti
meridionali.28
In conclusione, se di un blocco sociale preminente si
deve parlare durante il fascismo, questo sembra costituito,
più che dal binomio agrari-industriali,  dalla convergenza
fra grande industria e alta burocrazia statale, cresciuta in
forza negli anni Trenta in seguito al consolidamento del
parastato e all’intervento pubblico nell’economia, ma
irrimediabilmente “inquinata” anche da fenomeni negativi
di inefficienza amministrativa o di incompleta utilizzazione
di tutte  le risorse disponibili, sia di lavoro che di
capitale  fisso. Al confronto di altri paesi più aperti agli
insegnamenti keynesiani, la politica anticiclica allora
realizzata con il varo di nuovi strumenti creditizi, finanziari
e di bilancio pubblico, si rivelò infatti assai meno lucida e
consapevole. La teoria dell’equilibrio generale di Walras e
Pareto, allora prevalente in Italia,  anche se non forniva
all’atto pratico validi strumenti  per comprendere i reali
processi di sviluppo, servì  comunque di supporto alle
tendenze ideologiche nazionalistiche, che informarono di
fatto l’azione del  governo fascista, di riconversione
autoritaria dello Stato, concepito come una sorta di deus ex
machina,  di potere burocratico super partes in grado di
razionalizzare il sistema economico, di incanalare la
domanda collettiva e di mediare i conflitti d’interesse.
Alcune costrizioni imperative nella destinazione degli
investimenti e gli interventi correttivi di coercizione del
mercato e della dinamica salariale, con  cui vennero allora
assicurate le condizioni per la ripresa e la trasformazione
del sistema economico, senza per questo garantire alti tassi
di sviluppo o un  processo di crescita omogeneo e di lungo
periodo  (dalla forzosa riduzione delle retribuzioni alle
politiche restrittive sui consumi e sul potere di
acquisto  globale, dalla manovra congiunta di prezzi, dazi
doganali e cambi a vantaggio delle principali
posizioni  d’oligopolio, alla concentrazione della domanda
pubblica, più che sui servizi civili, su pochi settori portanti
della grande industria legati al riarmo e alla  congiuntura
bellica), sarebbero stati ben difficilmente realizzabili in un
regime parlamentare e in presenza comunque di un
qualche potere contrattuale  organizzato della classe
operaia. Va anche detto, tuttavia, che l’alleanza dei più forti
nuclei industriali con la nuova borghesia di Stato accentuò
le caratteristiche burocratiche del capitalismo italiano, di
un capitalismo per tanti versi assistito e protetto, e,
insieme, la struttura verticistica e corporativa
dell’amministrazione pubblica, fonte per ciò stesso di  non
pochi impacci alla produttività generale del sistema, con
effetti destinati ad andare oltre il periodo  della dittatura
fascista.
 
 

Note

1       In effetti non sembra che, in questi ultimi anni, si sia


andati molto più avanti rispetto alle indicazioni generali emerse nel
dibattito  sollevato nel 1923, e ripreso qualche tempo dopo, dalle
note tesi di  L. Salvatorelli sulle colonne di “Rivoluzione liberale,”
che vide protagonisti fra gli altri G. Ansaldo, A. Monti e T. Fiore
(ma cfr. anche R. Mondolfo, Il problema delle classi medie, Milano
1925; R. Michels,  Italien von heute, Zürich-Leipzig, 1930; e N.
Quilici, Azione, sviluppo  e insufficienza della borghesia italiana,
Ferrara 1932). Né elementi sostanzialmente nuovi apportano M. D.
Lasswell e R. Sereno, The Fascists: the Changing Italian Elite, in
World Revolutionnary Elites. Studies in Coercive Ideological
Movements, a cura di H. D. Lasswell e D. Lener, Cambridge, Mass.,
1965, dove l’accento è posto sul ruolo della  piccola borghesia nel
rinnovamento della classe dirigente. Un ampio  sommario delle
varie tesi è in R. De Felice, Le interpretazioni del fascismo, Bari
1972.
2    Si veda in particolare J. Petersen, Elettorato e base sociale
del  fascismo negli anni venti, in “Studi Storici,” luglio-settembre
1975. Al di là della forte presenza tra gli iscritti del PNF nel 1921
di impiegati pubblici e privati, non sembra che corrano sostanziali
differenze fra  le componenti piccolo-borghesi del movimento
fascista (commercianti, esercenti, artigiani ecc.) e quelle di altri
partiti, in particolare di  quello socialista. Resta comunque il fatto
che il nerbo del fascismo,  nelle sue rappresentanze di categoria e
nelle sue organizzazioni para-militari, era costituito da liberi
professionisti, studenti di formazione  universitaria e ufficiali della
riserva, prevalenti nei quadri interni e  tendenti ad aumentare in
progressione diretta nella scala gerarchica.  Per l'elettorato del
PNF cfr. anche A. Lyttelton, La conquista del potere. Il fascismo dal
1919 al 1929, Bari 1974; e per la presenza di forti  nuclei di
categoria di intellettuali e liberi professionisti (accanto a impiegati
statali, piccoli funzionari ed esercenti) nei primi sindacati  fascisti,
F. Cordova, Le origini dei sindacati fascisti, 1918-1926, Bari 1974.
3       Sul regime dei salari e sulla produttività del lavoro in
epoca fascista rinviamo ai seguenti studi: V. Zamagni, La dinamica
dei salari nel settore industriale, 1921-1939, in L’economia italiana
nel periodo  fascista, numero monografico di “Quaderni Storici,”
maggio-dicembre  1975; A. Caracciolo, Il processo
d’industrializzazione, in Lo sviluppo  economico in Italia, a cura di
G. Fuà, Milano 1969, vol. III; G. Merlin,  Com’erano pagati i
lavoratori durante il fascismo, Roma 1970. Si veda  inoltre P. L.
Profumieri, Capital and Labour in Italy 1929-1940. An Economic
Interpretation, in “The Journal of European Economic History,
1972, n. 3.
4       Per tutto ciò si veda in particolare: “Bollettino di notizie
economiche” 1928-1939 (ma anche A. Uggé, Prezzi, salari, costo
della vita e  occupazione operaia, in “Rivista internazionale di
scienze sociali,”  1937); C. Vannutelli, Occupazione e salari dal
1861 al 1961, in aa.vv..  L'economia italiana dal 1861 al 1961,
Milano 1961; Id., Le condizioni di  vita dei lavoratori italiani nel
decennio 1929-1939, in “Rassegna di statistiche del lavoro,” 1958,
n. 3; P. Sabbatucci Severini-A. Trento, Alcuni cenni sul mercato del
lavoro durante il fascismo, in “Quaderni Storici,” maggio-dicembre
1975, cit.; E. Sori, Emigrazione all’estero e migrazione interna in
Italia fra le due guerre, in ibidem, pp. 596-597. Sui tassi d’attività
dei singoli settori, si veda O. Vitali, Aspetti dello sviluppo
economico italiano alla luce della ricostruzione della popolazione
attiva, Roma 1971; e, in particolare per l’edilizia, M.
Talamona,  Fluttuazioni edilizie e cicli economici. Ricerche sul
comportamento degli investimenti in Italia dal 1863 al 1945, Roma
1958.
5       Tra la vasta letteratura sul sindacalismo fascista e sulla
“politica sociale” del regime, abbiamo fatto riferimento, ai fini del
nostro discorso, a: G. Lowell Field, The Syndacal and Corporative
Institutions  of Italian Fascism, New York 1938; M. Casolini, Le
realizzazioni del  regime nel campo sociale, Roma 1938; L. S.
Siliato, La riforma della previdenza e assistenza nel ventennale dei
Fasci di combattimento, Milano 1939, G. Geremia, La previdenza
sociale in Italia nell’ultimo secolo, in aa.vv.. L’economia italiana dal
1861 al 1961, cit.; C. Schwarzenberg,  Breve storia dei sistemi
previdenziali in Italia, Torino 1971; oltre ai  saggi di A. Aquarone,
La politica sindacale del fascismo, in “Nuovo  Osservatore,”
novembre-dicembre 1965; e di G. C. Jocteau, LO STATO FASCISTA
E LE ORIGINI DELLA MAGISTRATURA DEL LAVORO, in “Politica
del diritto,” 1973, n. 2.
6    Per tutto ciò si veda A. Serpieri, La guerra e le classi rurali
italiane, Bari 1930 (ma anche L. Einaudi, I contadini alla conquista
della terra nel 1920-1930, in “Rivista di storia economica,” 1939);
e G. LoRENZONI, Indagine sulla piccola proprietà formatasi nel
dopoguerra,  Roma 1938; oltre a G. Demaria, La variabilità dei
prezzi e dei redditi  nell’agricoltura italiana dal 1902 al 1952, in
“Rivista Bancaria,” 1954.
7       Sull’andamento dei salari agricoli e sull'inasprimento dei
rapporti di compartecipazione cfr. P. Arcari, I salari agricoli in
Italia dal 1905 al 1933, Roma 1934; i.n.e.a., Le vicende del reddito
dell’agricoltura  dal 1925 al 1932, a cura di G. Tassinari, Roma
1935; oltre ad A. Pagani,  I braccianti della Valle Padana, Milano
1932. Sull’evoluzione del riparto nei contratti di mezzadria, si veda
C. Severini, La mezzadria nel regime fascista, Livorno 1930.
8       Cfr. C.N.F.A., Dieci anni di attività sindacale: 1922-1932,
Roma  1933, pp. 52 sgg. Per un’analisi generale della situazione
agricola cfr. M. Bandini, Cento anni di storia agraria italiana, Roma
1963; e per  i contraccolpi sul regime contrattuale di mezzadri e
coloni, G. Giorgetti. Contadini e proprietari nell’Italia moderna,
Torino 1974, pp. 462  sgg.; oltre a G. Palladino, La disciplina dei
contratti agrari, in funzione autarchica, in aa.vv., Agricoltura e
autarchia economica, Roma 1937.
9    Cfr. Confederazione Fascista dei Lavoratori dell’Agricoltura,
L’alimentazione dei lavoratori agricoli in Italia, Roma 1936.
10       Si veda, in particolare, G. Tassinari, La distribuzione del
reddito nell’agricoltura italiana, Piacenza 1931; e anche i.n.e.a., La
distribuzione della proprietà fondiaria in Italia, Roma 1948.
11    Per un riepilogo generale degli effetti della politica agraria
fascista, si rinvia a: P. L. Profumieri, La “battaglia del grano”: costi
e  ricavi, in “Rivista di agricoltura,” 1971, n. 3; G. Tattara,
Cerealicoltura e politica agraria durante il fascismo, in Lo sviluppo
economico italiano 1861-1940, Bari 1973; E. Fano, Problemi e
vicende dell’agricoltura italiana tra le due guerre, in L'economia
italiana nel periodo fascista, numero monografico di “Quaderni
Storici,” cit.; oltre a G. Orlando, Progressi e difficoltà
nell'agricoltura, in Lo sviluppo economico  in Italia, a cura di G.
Fuà, cit., vol. III. Cfr. inoltre J. J. Cohen, Un esame statistico delle
opere di bonifica intraprese durante il regime  fascista, in Lo
sviluppo economico italiano 1861-1940, cit.
12    Si veda in particolare P. Corner, Rapporti fra agricoltura e
industria durante il fascismo, in “Problemi del socialismo,” 1972,
pp. 730  sgg.; e più in generale D. Preti, La politica agraria del
fascismo, in “Studi Storici,” 1973, n. 4.
13       Cfr. L. Pagani, Il credito agrario in regime corporativo.
Suoi aspetti fondamentali. Suo carattere reale, Venezia 1937.
14 Si vedano, a titolo esemplificativo, le relazioni di E. Sereni e
altri in La Toscana nel regime fascista, Firenze 1971; G. Muzzioli,
Le campagne modenesi durante il fascismo, in “Studi Storici,”
1974, n. 4; e E. Santarelli, Aspetti sociali e politici della guerriglia
partigiana nell’Appennino umbro-marchigiano, relazione al
Convegno su “L’Italia  e l’Umbria dal fascismo alla Resistenza:
contributi e problemi di ricerca,” Perugia 5-7 dicembre 1975.
15       Sulla situazione nel Mezzogiorno si rinvia — oltre al
quadro  generale di G. Galasso, Lineamenti di storia demografica
dell'Italia meridionale dopo l'Unità (1861-1951), Napoli 1958 — ai
dati riportati in Svimez, Statistiche sul Mezzogiorno d'Italia, 1861-
1953, Roma 1954; e  Id., Un secolo di statistiche italiane: Nord e
Sud, 1861-1961, Roma  1961. Si vedano inoltre le conclusioni
dell’inchiesta dell’l.N.E.A., Lo spopolamento montano in Italia,
Roma 1932-1937, 7 voli., integrati dai dati e dalle osservazioni di
E. Sori, op. cit., e di F. Barbagallo, Lavoro ed esodo nel Sud 1861-
1971, Napoli 1973. Ma si veda anche U. Giusti,  Caratteristiche
ambientali italiane agrarie-sociali-demografiche 1915-1942,  Roma
1943.
16       Per cui si rinvia a V. Castronovo, La crisi del dopoguerra,
Milano 1974, in aa.vv., Italia. Fascismo antifascismo, Resistenza
rinnovamento, Milano 1975; oltre a J. Petersen, op. cit., con la
relativa bibliografia.
17    Sulla crescita numerica della piccola borghesia si rinvia ai
dati  elaborati da P. Sylos Labini, Saggio sulle classi sociali, Bari
1974. Stando al suo schema, le classi medie sarebbero salite fra il
1881 e il  1936 da 7.470.000 a 10.760.000 unità (dal 45,9 al 54,8
per cento), con le  seguenti variazioni interne: per la piccola
borghesia impiegatizia (da  350.000 a 990.000), per i coltivatori
diretti e i coloni (da 3.650.000 a 7.000.000), per i commercianti (da
450.000 a 1.050.000) ecc. Quanto alla dinamica salari-stipendi cfr.
Id., Sviluppo economico e classi sociali, in  “Quaderni di
Sociologia,” n. s., 1972, n. 4; e R. Filosa-G. M. Rey-B. Sitzia, Note
per uno schema quantitativo dell'economia italiana negli  anni
1922-1938, in L’economia italiana nel periodo fascista, cit.; oltre ai
dati riportati da P. Ercolani, Documentazione statistica di base,
in  Lo sviluppo economico, cit., p. 455. Per altri vantaggi garantiti
dal regime si vedano: V. Castronovo, La storia economica, in Storia
d’Italia  Einaudi, IV, Dall’Unità a oggi, Torino 1975, pp. 326 sgg.;
per la difesa  della rendita pubblica: S. La Francesca, La politica
economica del fascismo, Bari 1971; per la politica edilizia: L.
Biggeri, Le abitazioni in  Italia nei censimenti dal 1881 al 1961,
Firenze 1967; L. Conosciani-S. d’AlBERGO-E. MATTIONI-E.
TORTORETO, L'organizzazione pubblica dell'edilizia, Milano 1969,
pp. 42 sgg. e G. Samonà, La casa popolare degli anni '30,  Padova
1973, con prefazione di M. Manieri Elia (esemplare la politica degli
Istituti per le case popolari favorevoli alla domanda delle
classi  medie: D. Franchi-R.Chiumeo, Urbanistica a Milano in
regime fascista,  Firenze 1972). Per il regime dei prezzi, cfr. D.
Tenderini, Analisi sui  prezzi in Italia dal 1901 al 1932, Padova
1936.
18       Per tutto ciò si veda oltre ai dati riportati da G. Mortara,
Prospettive economiche 1921-1934, Milano 1921-1934, 14 voli.,
quelli specifici, per settore, ordinati dall’ISTAT, Cento anni di
sviluppo economico  e sociale dell'Italia, 1861-1961, Roma 1961;
Id., Sommario di statistiche  storiche dell'Italia: 1861-1966, Roma
1967 (unitamente alle rielaborazioni in P. Ercolani,
Documentazione statistica di base, in Lo sviluppo economico in
Italia, vol. III). Sull’andamento dei consumi, cfr. in particolare B.
Barberi, / consumi nel primo secolo dell'Unità d’Italia 1861-
1960, Milano 1961. Per i livelli di istruzione, si vedano i dati di M.
Barbagli, Disoccupazione intellettuale e sistema scolastico in Italia
(1859-1973), Bologna 1974, pp. 106 sgg.; e le osservazioni di G.
Ricuperati, La scuola nell’Italia unita, in Storia d'Italia Einaudi vol.
V, tomo II, Torino 1973.
19       Cfr. in particolare, per le linee generali della politica
finanziaria  del regime nel primo periodo: G. Volpi di Misurata,
Finanza fascista,  Roma 1929. Sulla politica “produttivistica” in
favore dei redditi d’impresa, si rinvia a G. Borgatta, Natura fiscale
e andamento dei profitti  societari italiani, in “Rivista di politica
economica,” 1929; e a L. Lenti, Profitti e crisi di borsa in Italia dal
1922 al 1932, in “Rivista di politica  economica,” 1934. Per gli
effetti della politica fiscale e monetaria, cfr.  G. Bottai-F. Guarneri,
La politica monetaria e del credito, in “Annali di Economia,” 1934;
A. De Pietri Tonelli, Le variazioni delle quantità fiscali in Italia dal
1937-38 al 1949-50, in “Rivista di politica economica,” 1951. Sugli
indirizzi dell’ultimo periodo del regime fascista, si veda anche
G.  Minervini, Le origini delle nominatività dei titoli azionari, in
“Rassegna economica,” luglio-agosto 1973.
20    Cfr. L. Villari, Il capitalismo italiano del Novecento, 2 ed.,
Bari  1975; e i dati di G. Tattara-G. Toniolo, LO SVILUPPO
INDUSTRIALE ITALIANO  FRA LE DUE GUERRE, in L'economia
italiana nel periodo fascista, numero  monografico di “Quaderni
Storici,” cit. Si vedano inoltre le osservazioni  di S. Cassese,
Corporazioni e interventi pubblici nell’economia (in “Quaderni
Storici,” 1968, pp. 402 sgg.), per cui caddero le speranze dei
piccoli e medi operatori economici nel corporativismo come
strumento di  difesa nei confronti delle grandi concentrazioni
industriali. Di fatto, oltre alla “boccata di ossigeno” della guerra in
Abissinia, soltanto la maggio-razione dei prezzi interni consenti la
sopravvivenza delle imprese minori.
21    Nel 1938 il prodotto interno lordo per abitante in Italia non
era  che la metà di quello inglese: cfr. G. FuÀ, Formazione e
distribuzione  e impiego del reddito dal 1861: sintesi statistica,
Roma 1972, tav. 14. Per  altri dati più particolari si vedano F.
Coppola D’Anna, Popolazione, reddito e finanze pubbliche
dell’Italia dal 1860 ad oggi, Roma 1946; e istat, Indagine statistica
sullo sviluppo del reddito nazionale dell’Italia  dal 1861 al 1956,
“Annali di Statistica,” serie VIII, vol. IX, Roma 1959;  oltre a A.
Giannone, Valutazioni della ricchezza nazionale italiana negli ultimi
cinquant'anni, in “Moneta e credito,” 1964. Per un’analisi
comparativa con altri paesi si veda anche C. Clark, The Economics
of 1960, London 1962; e A. Maddison, Growth and Fluctuations in
the World  Economy 1870-1900, in “Banca Nazionale del Lavoro
Quarterly Review,” 1962, pp. 195-196.
22       Si veda in particolare P. Luzzatto-Fegiz, Sulla struttura
professionale della popolazione italiana, in “Annali di economia,”
1935; e P. Sabbatucci Severini-A. Trento, Alcuni cenni sul mercato
del lavoro durante il fascismo, in L’economia italiana nel periodo
fascista, numero monografico di “Quaderni Storici,” cit.
Significativi anche i dati sul numero  dei piccoli esercenti (più di
1.346.000 unità nel 1936 su 10.561.000 appartenenti alle classi
medie) secondi solo ai ceti medi agricoli, riportati da G. Pischel, Il
problema dei ceti medi, Milano 1946, pp. 202 sgg.
23       Sugli aspetti quantitativi dell’aumento degli addetti al
pubblico impiego, cfr. F. De Marchi, Dimensioni della burocrazia e
sua evoluzione  storica, in L’amministrazione pubblica in Italia, a
cura di S. Cassese, Bologna 1974; sul peso specifico della pubblica
amministrazione si veda  A. Pedone, Il bilancio dello Stato, in Lo
sviluppo economico, cit., vol. II  (oltre ai dati riportati da P.
Ercolani, Documentazione statistica di base, cit., tav. XII); F. A.
Repaci, Il bilancio dello Stato dal 1931-32 al 1957-59, in “Giornale
degli Economisti,” 1959; unitamente alle rielaborazioni del
Ministero del Tesoro, Il bilancio dello Stato italiano dal 1862  al
1967, Roma 1969, vol. IV, parte II, pp. 420 sgg.
24    Per tutto ciò si veda, oltre al quadro generale A. Aquarone,
L’organizzazione dello Stato totalitario, Torino 1965; G. Valois,
Finances italiennes, Paris 1930, cap. Vili; M. S. Giannini,
Evoluzione della legislazione sul pubblico impiego, in
L’amministrazione pubblica, cit.; E. RoTELLI, La Presidenza del
Consiglio dei ministri in epoca fascista, in  L’amministrazione
pubblica, cit.; oltre a S. Cassese, Aspetti della storia  delle
istituzioni, in Lo sviluppo economico, cit., vol. II. Utile anche
R.  Spaventa, Burocrazia, ordinamento amministrativo e fascismo,
con prefazione di A. De Stefani, Milano 1928.
25       Per un’analisi di tale sviluppo si rinvia a V. Castronovo,
Potere economico e fascismo, in “Rivista di storia contemporanea,”
1972, n. 3 (ora, più in particolare, in Id., La storia economica, cit.,
pp. 315 sgg.);  si veda anche G. Mori, Per una storia della grande
industria in Italia durante il fascismo, in “Studi Storici,” 1971, n. 1.
Per un esame specifico dei singoli settori, cfr. G. Tattara-G. Toniolo,
LO SVILUPPO INDUSTRIALE ITALIANO FRA LE DUE GUERRE, in
L’economia italiana nel periodo fascista,  cit.; e per un riepilogo a
livello comparativo, P. L. Ciocca, L’Italia nell'economia mondiale,
1922-1940, in L’economia italiana, cit.; istat, Indagine sulla
concentrazione industriale in Italia, a cura di P. Battara, Roma
1946; F. Coppola D’Anna, Le società italiane per azioni dal 1938
al  1948, in “Moneta e credito,” 1949; unitamente a Ministero per
la Costituente, Rapporto della Commissione Economica, vol. II,
Industria, appendice alla relazione, Roma 1946; e a P. L.
Profumieri, Capital and Labour, cit.
26    Su questi aspetti della nuova “aristocrazia burocratica” cfr.
G.  Righetti, L'industria italiana e l’ordinamento corporativo, in
“Annali di  economia,” 1934; L. Rosenstock-Frank, Corporativisme
italien, in “Archives de philosophie et de sociologie juridique,”
1938, nn. 3-4; oltre a P.  Calandra, Burocrazia e corporativismo, in
L’amministrazione pubblica,  cit. Ma si veda anche R. Faucci,
Amministrazione finanziaria e classe  di governo da Cavour al
fascismo (1859-1939), in “Annali della Fondazione Luigi Einaudi,”
1974, cap. IV, passim; e ID., Appunti sulle istituzioni economiche
nel tardo fascismo (1935-1943), in L’economia italiana nel periodo
fascista, cit.
27    Qualche cenno in F. Benvenuti, Evoluzione della dirigenza
del  pubblico impiego; e F. Cappelletti, Caratteristiche strutturali
dei quadri  direttivi dell’amministrazione, in L’amministrazione
pubblica, cit.; e in  P. Massari, L’estrazione sociale dei funzionari
dello Stato e degli enti  locali, in Il burocrate di fronte alla
burocrazia, Milano 1968. Interessa$1i anche le osservazioni di
prima mano di F. Guarneri, Battaglie economiche fra le due guerre,
Milano 1953, vol. I, pp. 282 sgg.
28 Nelle relazioni al Convegno promosso dall’Istituto siciliano
per la storia dell’Italia contemporanea su Nord e Sud nella crisi del
1943-1945, Catania 14-15 marzo 1975. Si veda inoltre A. Cadeddu-
S. Lepre-F.  Socrate, Ristagno e sviluppo nel settore agricolo
italiano (1918-1939), in  L'economia italiana nel periodo fascista,
cit.; e E. Fano, Problemi e vicende dell'agricoltura italiana tra le
due guerre, in L’economia italiana, cit.
4. Fascismo e nazionalsocialismo

DI ENZO COLLOTTI

 
 
 
 
 
Per una corretta discussione di questo rapporto è
necessario partire dalle premesse poste dal De Felice,
perché esse appunto offrono lo spunto per cercare di
approfondire il discorso che qui ci interessa,  non per
semplificare un discorso che è stato posto in  termini
addirittura semplicistici ma per avere un  punto di
riferimento al quale fare capo per intendere la natura e la
portata di determinate affermazioni  e di determinate
conseguenze, in altre parole per  comprendere le
implicazioni di una determinata interpretazione di quel
rapporto. Non ci soffermeremo ovviamente su tutti i passi
dei suoi ormai numerosi volumi nei quali De Felice fa cenno
di questo  problema senza affrontarlo mai direttamente e
in  maniera approfondita neppure quando gliene
sarebbe  stata offerta l’occasione. Bisogna anche evitare di
discutere dell’“intervista” astraendo dal corpo maggiore
della sua opera perché se è vero che l’“ intervista” presenta
in maniera radicalizzata e in forma estremamente succinta
(dire lapidaria sarebbe certamente troppo) determinate
tesi, altrettanto vero è che queste tesi sono implicitamente
affermate e più  analiticamente incorporate così nella
biografia mussoliniana come in altri lavori del De Felice.1 È
implicito quindi che non si può valutare della
generalizzazione estrema di certe tesi senza valutare anche
i lavori più analitici in cui esse trovano espressione
e diventano canoni di interpretazione.
Credo sia bene fissare anzitutto alcuni punti fermi —
ancorché non necessariamente privi di contraddizioni —
che percorrono a questo proposito tutta l’opera del De
Felice. La prima affermazione di notevole rilievo che si
ritrova nell’opera del De Felice  prende l’avvio dalla
valutazione del libro del Mosse  sulla “nazionalizzazione
delle masse,” che servirebbe anche per la valutazione del
fascismo ma solo “per contrasto”2: “In sostanza,” scrive De
Felice, “fra fascismo italiano e nazionalsocialismo le
differenze sono enormi; sono due mondi, due tradizioni, due
storie, talmente diversi, che è difficilissimo riunirli poi in un
discorso unitario. Io non sono dell’opinione che  non si
possa trovare un minimo comun denominatore; però si
tratta di individuarlo, di stabilirlo bene,  in concreto...”3. A
questa prima affermazione generale  fa seguito una prima
specificazione di estrema importanza per la valutazione del
fenomeno fascismo:  questo sarebbe un fenomeno
rivoluzionario, una forma di totalitarismo di sinistra mentre
il nazionalsocialismo sarebbe un fenomeno conservatore,
un totalitarismo di destra4. In questo caso l’elemento
discriminante tra i due tipi di regimi (e di
movimenti  insieme) sarebbe dato dal fattore del razzismo
che  riguarderebbe soltanto il nazismo tedesco mentre  ciò
che caratterizzerebbe l'aspetto progressista del  fascismo
sarebbe la volontà di creare “l’uomo nuovo” (“l’idea di
creare un nuovo tipo di uomo non è del nazismo”).
Attraverso altri passaggi, che ripetono in certo senso
l’affermazione di base dalla quale siamo
partiti  sbriciolandola in una rapida casistica di ciò che
diversifica il fascismo dal nazismo (si veda a p. 65
l’affermazione sul significato del rituale che a differenza
che in Italia in Germania “tende ad essere tutto” o ancora a
p. 74 quest’altra proposizione: “... per  Hitler l’avversione
per la democrazia e per gli Stati  democratici è tutt’uno,
mentre per Mussolini, che crede nell’idea di progresso [...]
il discorso ideologico e il discorso politico restano a lungo
[...] separati”), si approda all’affermazione circa le
differenze di fondo tra nazionalsocialismo e fascismo, che
non sarebbero superate dal denominatore comune che pure
esiste ma che è e rimane puramente negativo:  “riguarda
cioè una serie di cose che si rifiutano da parte dei fascismi,
in particolare dal fascismo italiano e dal
5
nazionalsocialismo” . Quali siano tuttavia queste differenze
di fondo De Felice non dice e il rinvio al libro del Mosse non
pare possa coprire questa lacuna. A questo punto l’unica
differenza di fondo sembra quella suggerita dal Ledeen:
ossia il razzismo in quanto elemento discriminante tra
fascismo e nazionalsocialismo.6
Nell’introduzione al libro del Mosse, certamente
suggestivo ed importante, ma la cui portata va
come  vedremo ridimensionata proprio per capire il
significato del libro, De Felice riprende il motivo delle
distinzioni tra i due regimi, radicalizzando ulteriormente
queste differenze che sono ancora una volta ricondotte a
fattori tutto sommato secondari: “la figura  carismatica del
‘duce’ e, sui tempi lunghi, la formazione — attraverso
l’educazione delle giovani generazioni — di un nuovo tipo di
italiano...” “Son questi  due elementi,” conclude De Felice,
“che da soli bastano a mostrare come la prospettiva dei due
regimi  fosse al fondo antitetica: nel caso italiano
fondato  sull’idea di progresso, nel caso tedesco sulla sua
negazione (da cui il razzismo). Al punto che non è
avventato chiedersi se a livello ideologico fascismo e
nazionalsocialismo non debbano essere distinti in
modo  assai più radicale di quanto sin qui è stato fatto
(e  cioè soprattutto in base alla loro posizione rispetto  al
razzismo) e non si debbano ricollegare il primo al filone del
totalitarismo di sinistra (nel senso del Talmon) e il secondo
a quello del totalitarismo di destra”7.
Tuttavia la sottolineatura delle differenze tra i due
regimi — perfettamente legittima e in sede
storica  necessaria per non perdere le specificità dei due
regimi che derivano da una diversa storia nazionale ed
anche da un contesto sociale relativamente diverso — se
impedisce a De Felice di accogliere senza riserve  il
concetto del fascismo come fenomeno internazionale non
gli impedisce nè di sottolineare ancora una  volta la
necessità di affrontare il discorso “delle differenze, non solo
marginali ma di fondo, tra i vari  fascismi e in primo luogo
tra quello italiano e quello  tedesco”8 né di definire la
Germania il “paese europeo, che, cioè, più era attanagliato
dalla crisi e in cui esistevano le premesse storiche, morali e
politiche  più adatte e più marcate per dar vita appunto ad
un  regime di tipo fascista”9. In tal modo, pur con la
sottolineatura di differenze di fondo che non vengono  mai
chiarite sembra che non sia disconosciuta l'esistenza di un
fenomeno generale che è appunto il fascismo tout court del
quale il fascismo italiano da  una parte e il
nazionalsocialismo tedesco dall’altra  non sarebbero che
specificazioni nazionali, i due esempi classici e
macroscopici di vie nazionali al fascismo.
Se l’impostazione del discorso fosse appunto questa non
si potrebbe in definitiva che concordare nelle  linee di
massima. Viceversa, una simile impostazione  qua e là
affiorante viene di continuo negata, non soltanto con
l’accento che viene posto sulle differenze e soprattutto sulle
diverse matrici dei due regimi  (l’una di destra, l’altra di
sinistra), ma soprattutto  attraverso l’assunzione come
elementi discriminanti  di elementi certamente di
diversificazione ma non fondamentali, fossero il razzismo o
il problema dei rituali affrontati dal Mosse nello studio sulla
“nazionalizzazione delle masse.” Proprio le sparse
citazioni  sul rapporto fascismo-nazismo che si ritrovano
nella  opera del De Felice stanno dando la riprova di
come  nella misura in cui si ingigantisce a dismisura la
biografia di Mussolini lo storico rischi di perdere il senso
della realtà storica effettiva e di dare peso sempre  più
dominante a fattori secondari del processo storico-politico.
Basti considerare come riesca a parlare in un intero
capitolo del problema del consenso, che oggi è certamente
uno dei nodi capitali per comprendere le  ragioni
dell’affermazione e i modi stessi di caratterizzazione e di
autorappresentazione dei regimi fascisti senza mai
affrontare l’analisi reale degli strumenti — in positivo e in
negativo — del consenso  ma riducendosi spesso a
parafrasare la propaganda fascista. Né meno sorprendente
si può considerare  l’affermazione che il processo di
“nazionalizzazione  delle masse” realizzato dal
nazionalsocialismo sulla  base di una più consolidata
tradizione serva a illuminare la storia del fascismo italiano
soltanto per contrasto. In effetti, aggredendo il problema
della “nuova politica,” il Mosse ha individuato un corretto
modo di affrontare il problema del consenso, che peraltro
era stato già affrontato negli studi sul nazismo (in modo più
parziale dal Gamm, in modo più generale dalla Brenner), in
termini che negli studi italiani sul fascismo non conoscono
ancora corrispettivi adeguati (tali non sono certo il libro del
Silva o lavori analoghi sull’ideologia del fascismo).
Un’altra osservazione che va anticipata riguarda la
banalizzazione con la quale viene schematizzata
la  distinzione fra fascismo e nazismo sulla base del
razzismo da una parte e del “tipo di uomo nuovo” dall’altro;
non si riesce a capire in quale senso la prima  ipotesi sia
conservatrice mentre la seconda sarebbe  rivoluzionaria. A
parte il fatto che, come è già stato  osservato, il discorso
dell’uomo nuovo è parte del bagaglio ideologico del
nazionalsocialismo altrettanto di quanto lo è del patrimonio
del fascismo, è facile  dimostrare che in entrambi i casi si
tratta di una mistificazione di sostanza fondamentalmente
conservatrice: infatti l’uomo nuovo del fascismo non è
meno  vecchio dell’uomo nuovo del nazismo, possono
esserne attenuati i connotati razzistici non il richiamo a un
modello arcaico, che per Mussolini era quello  della
romanità. E allora, dove va a finire tutta la novità del
modello umano proposto dal fascismo? Si ha  l’impressione
che procedendo per questa strada ben  poco cammino si
possa fare oggi verso una reale comprensione del fenomeno
del fascismo; si rischia addirittura sul piano storiografico di
fare passi indietro,  di tornare a discutere di cose che
sembravano essere state superate dalla ricerca storica solo
perché è accaduto che studiando il fascismo uno storico si è
imbattuto, inevitabilmente, nella propaganda fascista  e ha
finito per crederci. Ma l’infortunio personale di uno storico
non può condizionare il cammino della  ricerca, né tanto
meno dare dignità storiografica a  interpretazioni che sono
in gran parte prive di alcun fondamento.
Ora, per tornare al problema della “nazionalizzazione
delle masse” che tanto interesse — e giustamente — ha
suscitato nel De Felice, la cosa che stupisce è come mai egli
possa ritenere del tutto estraneo al regime fascista italiano
il problema sollevato dal  Mosse per la Germania. A ben
guardare, viceversa,  il problema sollevato dal Mosse
riguarda anche l’Italia molto più da vicino di quanto a
prima vista non  possa sembrare; può darsi che sia
fuorviante il peso  stesso che il Mosse dà a certi fenomeni
rituali indissociabili dai fenomeni di organizzazione delle
masse  e del consenso, quasi che in essi si esaurisse la
sostanza del nazionalsocialismo e non soltanto la
sua  esterna rappresentazione, ma resta il fatto che il
fascismo avvia in Italia proprio quel processo che
in Germania era già giunto a piena maturazione nell’impero
guglielmino e più ancora nella repubblica di  Weimar e del
quale il regime nazista si sarebbe appropriato
distorcendolo per i propri fini. Questa sfasatura di tempi tra
il nazionalsocialismo e il fascismo non sta a dimostrare una
differenza qualitativa sostanziale ma soltanto la diversa
fase di sviluppo capitalistico nella quale i due paesi
imboccano la strada del fascismo; è il fascismo che in Italia
avvia quel  processo di organizzazione delle masse, al di là
delle  tradizionali organizzazioni proletarie, che in
Germania  aveva già un ben più profondo passato. Non
vorremmo a nostra volta azzardare ipotesi avventate, ma
in  assenza ancora di studi sull’argomento non ci pare  fuor
di luogo ipotizzare che anche in Italia il fascismo abbia per
molti aspetti, soprattutto nell’organizzazione di determinati
ceti (per esempio i ceti contadini) già controllati dal
movimento operaio, utilizzato i modelli dell’associazionismo
proletario per adattarli  alla realtà e alle esigenze del
regime reazionario di massa.
Ciò premesso, si può ricordare che il problema dei
rapporti tra fascismo e nazionalsocialismo investe una serie
complessa di implicazioni: a livello ideologico la
caratterizzazione delle affinità e delle specificità, oltre che
delle divergenze, tra i due regimi; a livello politico-
ideologico il problema generale del fascismo come
fenomeno internazionale e del primato egemonico che i due
regimi si contesero in questo  quadro; dal punto di vista
della politica estera la  misura delle reali convergenze e
delle reali divergenze di interessi tra i due paesi e delle
alterne vicende  attraverso le quali maturò l’alleanza, non
fatalisticamente necessaria ma resasi inevitabile una volta
determinatesi circostanze precise, tra i due regimi e tra  i
due paesi. Tutto ciò sta a sottolineare come la presenza di
fattori antagonistici, che ci furono e anche assai forti, tra i
due regimi in quanto esponenti di  interessi statuali, di
interessi di potenza, non possa intaccare i momenti di unità
qualitativa tra i due regimi che consentono appunto di
utilizzare il concetto di fascismo nell’un caso come
nell’altro, senza per questo perdere le specificità dell’uno e
dell’altro regime. Si comprende la riluttanza del De Felice a
servirsi di concetti generali perché essi sono estranei
a  tutta la sua metodologia storiografica, al suo
criterio  sostanzialmente avalutativo che gli fa sbriciolare
i fenomeni storici in una serie di particolari, di dettagli tra i
quali diventa estremamente difficile recuperare una
dimensione unitaria e i termini di un processo dialettico.
Ancora una volta il problema dei  rapporti tra fascismo e
nazionalsocialismo ce ne offre  un esempio, laddove il De
Felice insiste a concepire e  a vedere i rapporti tra i due
regimi (e prima tra i due movimenti) unicamente attraverso
i rapporti tra alcuni leaders o tra i due principali leaders
senza vedere il quadro generale, che si allontana sempre
più quanto più ci si avvicina a tempi recenti10.
A questo punto mi pare anche superfluo sottolineare che
il limite principale di tutto il discorso sul rapporto fascismo-
nazionalsocialismo impostato dal  De Felice consiste
nell’avere assunto a criterio discriminante le categoria del
razzismo e nell’avere dato nella stessa caratterizzazione del
fascismo un peso  determinante a fattori per l’appunto
ideologici o puramente propagandistici. Se si cercasse nel
capitolo  sul “consenso” l’analisi reale anche soltanto di
uno  degli apparati attraverso i quali il regime fascista
si assicurò il controllo delle masse, organizzando fra l’altro
per la prima volta anche le masse della media  e piccola
borghesia, non si troverebbe un solo spunto  in questa
direzione; si trova al più la descrizione di  alcuni aspetti
della politica del fascismo (la ruralizzazione ad esempio)
senza una adeguata analisi dei risultati e del rapporto tra
propaganda e realtà neppure in questi casi. Ma dove è una
analisi seria della  scuola, dell’economia e delle
organizzazioni economico-sindacali-corporative, del
rapporto con la chiesa  cattolica o della stessa struttura
della famiglia, che  non fu certo l’ultima delle cellule
tradizionali sulle  quali fu esemplata, in Italia come in
Germania pur  partendo da tradizioni diverse, la struttura
autoritaria dello Stato fascista e nazista? Affiorano in
queste lacune anche le debolezze teoriche oltre che
metodologiche del lavoro del De Felice, il suo
privilegiamento al caso di certa sociologia di stampo
molto  recente e piuttosto superficiale dimenticando
che agli studi sul fascismo ben presto si sono dedicate ben
più ferrate scuole sociologiche e socio-psicologiche, dalla
scuola di Francoforte (gli studi sulla personalità autoritaria
da essa prodotti sono stati costantemente e a torto
trascurati da molti degli interpreti dei movimenti fascisti e
non adeguatamente utilizzati neppure dalla storiografia di
ispirazione marxista) al sempre vivo Beemoth di Franz
Neumann, ai saggi dello stesso Wilhelm Reich.
In realtà, se non si coglie il carattere strumentale che
ebbe per il regime nazista lo stesso razzismo e  se ne fa
l’asse della politica nazista è anche possibile  farne il
momento discriminante nel rapporto con il  fascismo, a
parte la difficoltà di conciliare le cose  nel momento in cui
anche il fascismo — e sia pure in funzione subalterna — si
fa essa stesso razzista. Ma a prescindere da questo aspetto,
sul quale torneremo, quello che non convince è il criterio di
fondo dal quale muove il De Felice, quando soppesando ciò
che  accomuna e ciò che divide i due regimi assume
come tipici o specifici dell'uno o dell’altro ciò che all’uno o
all’altro è estraneo, trascurando viceversa ciò che all’uno e
all’altro è comune. Operando in questo modo  è facile
dimostrare le diversità tra i due regimi ma  è anche un
modo di procedere del tutto arbitrario che non tiene conto
né della globalità del fenomeno  fascismo né del fatto che
questo cresce ed è espressione di un processo sociale che
si esprime soltanto superficialmente a livello di
propaganda, di ideologia,  di manifestazioni culturali o
meglio pseudoculturali.  Il fatto che su questo terreno De
Felice segua le analisi culturalmente ben più affinate del
Mosse non corregge per questo quella che a nostro avviso è
una distorsione fondamentale di metodo, di visione e
di concezione storiografica.
De Felice in sostanza non si limita a dire che fascismo e
nazionalsocialismo sono due cose diverse ma tende a
ridurne le differenze alle diverse personalità di Mussolini e
di Hitler, appiattendo la realtà di  processi sociali che non
hanno confine perché investono un modo di produzione e
processi di produzione che appartengono — con sfasature
di tempi ma  non con salti di qualità — all’intera area
dell’Europa industrializzata. Il dubbio che poi all’origine di
tante  fittizie distinzioni vi sia l’obiettivo di arrivare a
dimostrare o quanto meno ad affermare che il fascismo
italiano fu meno pernicioso del nazionalsocialismo tedesco
(ripetendo una valutazione che già ispirò l’indulgenza di
Churchill verso Mussolini e il fascismo italiano) autorizza le
più ampie riserve su  questo metodo di lavoro e su certe
interpretazioni del  fascismo. Se si intende dire che il
fascismo italiano  fu meno barbaro di quello tedesco,
argomento che  peraltro la politica d'occupazione italiana
nei Balcani potrebbe smentire perché proprio la
debolezza  dell’Italia spinse le forze d’occupazione ad
esasperare  una politica terroristica che nulla ebbe ad
invidiare a quella nazista, bisogna anche porsi il
problema  del perché accadde questo, che non fu certo il
risultato di condizioni caratteriologiche, se non
vogliamo ricadere in forme di positivismo storiografico che
in realtà sono ritorni di fiamma di primitivismo culturale.
Di fronte a un’opera come quella che De Felice sta
dedicando alla biografia di Mussolini, e che ci fa capire
molto bene perché egli ritenga che la biografia  di Joachim
Fest sia ai suoi occhi il miglior studio su Hitler 11, bisogna
tornare a porre il quesito se non sia il caso di smetterla di
parlare di Hitler e di Mussolini  e di affrontare il problema
generale del sistema sociale che ha prodotto il fascismo e il
nazionalsocialismo e del tipo di regime attraverso il quale si
è estrinsecata la loro dominazione, spostando il discorso
dal  feticcio dell’“uomo nuovo” alla realtà del modello,  del
tipo di proposta politica, del programma di
razionalizzazione del sistema che fascismo e nazismo hanno
portato avanti, con maggiore o minor rigore non per ragioni
casuali ma perché diverso era il retroterra politico-
economico-sociale, e quindi anche culturale, che stava alle
spalle dei due regimi. Il dibattito sul fascismo è tuttora
aperto, nessuno può  pretendere di dire una parola
definitiva, ma si tratta  di individuare intanto in quale
direzione deve procedere la ricerca, deve procedere la
discussione che è  insieme metodologica e politica, perché
la realtà del fascismo e del nazismo sono realtà tuttora vive
al di  là delle fortune istituzionali dei regimi. Lo scavo
esasperato del dettaglio non contribuisce a formulare alcun
giudizio di sintesi, tanto più quando volontariamente o
involontariamente ci si pone nella condizione di non potere
neppure coprire tutto l'arco dell’informazione, che viene
selezionata e spesso in maniera non certo casuale.
De Felice ha ragione nel considerare criticamente il
minimo denominatore comune che il Nolte pone  alla base
dei fascismi di varia natura e di diversa  estrazione, ossia
semplicemente l’anticomunismo 12,  ma ha torto nel dare
una interpretazione estremamente riduttiva del minimo
denominatore dei movimenti fascisti quando si appella al
generico stato  d’animo antidemocratico nell’Europa tra le
due guerre mondiali13. Il problema è più complesso. Il
fascismo come risposta alla crisi della democrazia e
dello Stato liberale tradizionale è un fatto, è certo qualcosa
di più di un generico stato d’animo, se non altro  perché
elabora anche una dottrina dello Stato che  poggia fra
l’altro su teorizzazioni addirittura anteriori alla prima
guerra mondiale (ciò è vero per l’Italia  e in misura forse
anche maggiore per la Germania).  Ma non è possibile
limitarsi a registrare il livello politico-istituzionale della
crisi della democrazia senza  considerare anche, se non
prioritariamente, la dimensione economico-sociale della
crisi. L’analisi comparata proposta negli ultimi anni tra gli
altri dal Kühnl,  dal Kuhn e da altri studiosi direttamente o
indirettamente influenzati dal marxismo (Clemenz e altri),
interpreta correttamente la crisi come crisi di un sistema e
la risposta del fascismo come tentativo globale di
ristrutturazione, razionalizzazione e restaurazione del
sistema, attraverso le vie diverse richieste  dal diverso
retroterra storico-sociale nei diversi paesi ma in un quadro
sostanzialmente uniforme nelle grandi linee della
restaurazione o della controrivoluzione, che è l’essenza del
fascismo come del nazionalsocialismo.
Nei confronti di certe interpretazioni dei rapporti tra
fascismo e nazionalsocialismo bisogna spostare  fasse del
discorso, che non deve assumere a suo fondamento il
razzismo come momento discriminante tra i due regimi ma
l’imperialismo come loro elemento unificante. Il fatto che i
due imperialismi fossero  destinati a scontrarsi e che il più
debole dei due fosse  destinato a finire in una condizione
subalterna rispetto al più forte nulla modifica della
sostanza qualitativa del fenomeno né di questo discorso. Il
nodo  centrale della discussione verte a mio avviso sul
modello di organizzazione dello Stato che i due
regimi  offrono proprio perché si tratta di una concezione
e di una organizzazione dello Stato concepite in vista dello
sviluppo e dell’espansione imperialista. Né la  democrazia
weimariana né l’Italia prefascista, con il suo regime liberale
spurio, potevano offrire un supporto istituzionale sufficiente
alla spinta imperialistica dei gruppi sociali dominanti. Il
superamento del  regime parlamentare democratico cui
miravano fascisti da una parte e nazionalsocialisti dall’altra
era  una funzione necessaria di questa spinta, nella
misura  in cui il pluralismo parlamentare significava
pluralismo partitico e per ciò stesso sopravvivenza di forme
di conflittualità sociale che il fascismo e il nazismo si
studieranno di comprimere e si illuderanno di  sopprimere
ma che in effetti si limiteranno unicamente a reprimere.
Tutta la dottrina dello Stato del fascismo è concepita
verso l'imbrigliamento delle masse allo scopo unico di
esaltare la solidità, la coesione del regime e dello Stato, con
la finzione della soppressione della  lotta di classe, verso
l’esterno, in vista di una esportazione verso l’esterno della
conflittualità, a livello di  lotta tra Stati, di competizione
interstatuale, di scontro tra popoli. Lo stesso fenomeno
avviene nel caso  del nazionalsocialismo sotto la spinta di
fattori imperialistici più prepotenti. In una struttura
economico-sociale più robusta, in cui la mediazione
corporativa  è assai meno sentita e soprattutto assai meno
necessaria perché il capitalismo tedesco è in grado di
sostenere lo scontro frontale con il movimento operaio,
scattano altri meccanismi di mistificazione ideologica; in
Italia il livello massimo di mistificazione è rappresentato
dal corporativismo, in Germania questa funzione è coperta
ed assolta dal razzismo e in modo  particolare da quella
specificazione particolare che  è l’antisemitismo, anche se
proprio in vista della prospettiva imperialistica non si deve
ridurre il razzismo nazista unicamente all’antisemitismo ma
bisogna considerare in tutta la sua importanza il fattore
dell’antislavismo, che è fondamentale per intendere la
spinta verso l’Est e la creazione di quegli strumenti
di  preparazione psicologica del nuovo Drang nach
Osten  che sono rappresentati sotto il profilo culturale
dalla  Ostforschung e da altri precisi connotati legati a
una  ben precisa realtà strutturale (la teorizzazione dei
valori autentici della razza contadina e la struttura della
proprietà fondiaria).
De Felice sottovaluta il processo di crescita che si
verifica all’interno dell’economia italiana di
settori  monopolistici e di determinati settori
monopolistici,  che sono quelli che saranno maggiormente
impegnati nello sforzo bellico delle guerre fasciste. Sono
d’accordo che non si possa e non si debba stabilire
una  dipendenza meccanica e automatica tra le scelte
politiche del regime e gli interessi della finanza e
della  grande industria, ma che si debbano considerare
le  oggettive convergenze di interessi mi pare fuori dubbio
ed anche troppo ovvio, ma altrettanto ovvio mi  pare che
attribuire un peso nella determinazione delle scelte del
regime fascista a quel fantomatico “ceto medio emergente”
del quale parla De Felice significa  ignorare il processo di
sviluppo dell’economia italiana e il processo di
stratificazione sociale che parallelamente si realizza nella
realtà italiana, che riflette  in misura attenuata gli stessi
fenomeni che a un livello più avanzato si verificano in
Germania: concentrazione industriale e falcidia della
piccola azienda, concentrazione terriera e falcidia della
piccola  proprietà (con la differenza che in Germania
l’introduzione del maggiorascato produce una fascia di
razionalizzazione della piccola proprietà che in Italia non
avviene), crisi del commercio al dettaglio e nascita dei
grandi magazzini (la cartellizzazione commerciale è forse
l’elemento di più spiccato rilievo  nella trasformazione del
mercato interno che si verifica in questa fase in Germania,
in dimensioni assolutamente abnormi rispetto ai primi passi
dei consumi  di massa e di una rete di distribuzione in
questa direzione che vengono compiuti in Italia).
La nazionalizzazione delle masse avviene anche per
queste vie e sarebbe unilaterale ridurre questo  fenomeno
unicamente a manifestazioni culturali o  subculturali. In
realtà, il processo di omogeneizzazione che viene creato
attraverso la standardizzazione dei consumi — la creazione
di bisogni, di gusti omogenei — è altrettanto se non
addirittura più profondo dello sviluppo e della incidenza di
modelli ideologici  e della formazione o della riesumazione
di mitologie  arcaiche. Certo, l’influenza dell’arte, di
quell’arte celebratoria e monumentale tipica dei regimi
fascisti,  è importante, se non altro per l’identificazione
che  essa opera con l’elemento più volgarmente
propagandistico, ma questo è soltanto un aspetto esterno di
un  movimento che avviene in profondità all’interno della
società italiana come della società tedesca e che mira a
creare con un costume nuovo un nuovo tipo di  rapporto
politico e sociale tra lo Stato e le masse, un  rapporto che
tendenzialmente mira a spogliarle di  ogni autonomia e ad
aggregarle unicamente entro  le organizzazioni e gli
apparati dello Stato, attraverso  le sue più diverse
articolazioni, dal partito unico alla corporazione o al Fronte
del lavoro, dalle organizzazioni dopolavoristiche (in
Germania la Kraft durch Freude) a quelle paramilitari.
È evidente che queste tendenze comuni dei regimi
reazionari di massa non annullano le diversità delle  loro
esperienze, che poggiano su basi storicamente  e
socialmente almeno in parte diverse. Giocano infatti in
questo senso i fattori più diversi; anzitutto la solidità della
struttura dello Stato tedesco tradizionale, la stessa solidità
della sua tradizione autoritaria da Federico II a Bismarck a
Hitler (e poi ancora ad Adenauer), è già di per sé un
elemento che condiziona in modo diverso, anche
qualitativamente, un rapporto quale è quello che si verifica
a livello istituzionale in seguito alla fusione di Stato e
partito; la  capillarità con la quale avviene in Germania
questo  tipo di processo non ha paragone con quanto si
verifica in Italia. Quel dualismo di potere che bene o  male
continuerà a sussistere in Italia per la presenza  della
monarchia, la cui importanza tornerà a pesare  nella crisi
del 1943 in maniera decisiva, in Germania  sarebbe stato
impensabile. Dal loro punto di vista  i nazisti non ebbero
torto dopo l'8 settembre del  1943 a criticare le debolezze
del regime fascista nei  confronti di centri di potere
istituzionali e sociali  che avevano di fatto contestato la
totalità della presenza dell’unità Stato-partito in tutti i
gangli vitali  della vita politica e sociale, in ciò rinvenendo
uno  degli elementi di instabilità del regime fascista e  in
definitiva la ragione ultima della sua condanna  nel 1943.
L’allusione dei nazisti non era soltanto alla monarchia; essa
sottintendeva comunque anche  la labilità del controllo che
il fascismo aveva stabilito sulle forze armate a differenza
dell’alleanza  ferrea che si era creata in Germania tra di
esse e  il nazismo, per le ragioni complesse oltre che
storiche che non è il caso di richiamare qui, ma era rivolta
non da ultimo anche alla presenza della chiesa cattolica.
Solo che nel diverso atteggiamento dei due regimi nei
confronti della chiesa (o meglio delle chiese) non giocava
unicamente il diverso rigore ideologico o la maggiore
intransigenza ideologica del nazismo; giocava la pluralità
confessionale che in Germania aveva consentito al nazismo
di rompere il fronte confessionale, di isolare gli irriducibili
delle due confessioni e di “ normalizzare ” i rapporti con la
chiesa cattolica da una parte, mediante il  Concordato che
fu il primo importante gesto di prestigio e di
riconoscimento internazionale nei confronti del Reich
nazista, e con il protestantesimo tedesco dall’altro, attratto
in gran parte dalla sua  tradizione nazionalistica più che
nazionale nell’orbita del nazismo. Con minore livello di
consapevolezza il protestantesimo finì per rappresentare
in  Germania un momento di aggregazione intorno
al  nazismo, specialmente di quelle masse della piccola  e
media borghesia che si erano riconosciute nel conservatore
partito tedesco-nazionale di Hugenberg, alla stessa stregua
in cui con ben maggiore consapevolezza e potremmo dire
premeditazione la chiesa  cattolica rappresentò un veicolo
di trasmissione del  consenso verso il regime fascista in
Italia non solo  dei ceti medio-borghesi ma anche dei ceti
contadini  e rurali in genere. Un fenomeno, del resto, che,
con diversi gradi di consapevolezza e di intensità, si ripetè
nell’appoggio del clero, dove cattolico, dove ortodosso, ai
movimenti fascisti nell’Europa orientale e sudorientale (per
non parlare del caso della Spagna o della Francia di Vichy),
a conferma di una fondamentale solidarietà conservatrice e
antibolscevica  delle chiese con i regimi autoritari e
totalitari di estrazione fascista.
Ho precisato queste diversità dei rapporti di potere
all’interno della società e dello stato in Italia e in Germania
perché il senso di ciò che accomuna i  regimi fascisti non
deve fare perdere di vista gli elementi storici e sociali che
sono alla base della specificità di ciascuna situazione, non
certo per negare il famoso denominatore comune. E questo
denominatore comune è tanto più forte proprio perché
trascende  ogni fattore di differenziazione quali quelli sui
quali  ho richiamato l’attenzione. Già Franz Neumann in
un  libro che troppi studiosi del fascismo si ostinano
a  ignorare aveva sin dal 1942 sottolineato come le
istituzioni democratico-parlamentari non fossero più capaci
di rispondere alle esigenze di economie in crisi come quella
tedesca alla fine degli anni Venti, che  potevano trovare
sbocco unicamente nel ritorno all’espansione imperialistica.
Personalmente ritengo che l’analogia sia valida anche per il
fascismo italiano,  per quanto concerne l’ascesa al potere
del fascismo e le spinte economiche che la motivarono nella
crisi  del primo dopoguerra: gli studi di F. Catalano,
V. Castronovo e altri su potere economico e fascismo, taluni
studi sulla politica estera del fascismo (alludo  al lavoro di
G. Zamboni sulla politica albanese del fascismo e agli studi
di Giampiero Carocci) si muovono a mio avviso
correttamente in questa prospettiva, anche se a molti punti
interrogativi si è ancora  ben lungi dal potere dare una
risposta se non definitiva quanto meno attendibile.
Attrezzarsi per l’espansione imperialista significava
smantellare ogni vestigia del pluralismo che tenendo in vita
una dialettica politica lasciava inevitabilmente  spazio ad
una opposizione, all’emergere di contrasti  all’interno dello
stesso fronte borghese, ma significava  soprattutto
schiacciare il movimento operaio che era  la fonte vera
dell’opposizione ad una politica imperialista. È ben vero
che su questo terreno il movimento operaio tedesco, nella
misura in cui si identificava  con la socialdemocrazia, era
tutt’altro che unito nell’opposizione antiimperialista; la
pubblicazione degli  atti della Reichskanzlei, ossia dei
carteggi dei governi del Reich nel periodo weimariano, per
le parti già  avvenute mostra come anche i governi e i
ministri  socialdemocratici perseguissero nei confronti
dell’Oriente europeo e in particolare della Polonia una
politica di penetrazione e di espansione imperialista
che  era la diretta continuazione della politica dell’impero
guglielmino e che rappresentava a sua volta una  delle
premesse della politica nazista: sotto questo  profilo la
continuità della politica estera tedesca da  Guglielmo II a
Hitler passa senza soluzione di continuità attraverso la
repubblica di Weimar: possono variarne i metodi ma alcuni
dei principali obiettivi di  fondo sono gli stessi. Ma pure
scontato tutto questo, il problema dell’esistenza di un forte
movimento operaio organizzato e di minoranze politiche e
intellettuali della sinistra non necessariamente borghese,
ma semplicemente democratica o anche francamente
riformista non acquisibili a una politica
imperialista  esisteva, e fu affrontato con i mezzi che
sappiamo. In  Germania l’incendio del Reichstag offrì
l’esempio tristemente luminoso della sorte che attendeva le
opposizioni.
Quando si parla del consenso intorno ai regimi fascisti
non bisogna mai dimenticare la varietà dello  strumentario
che viene attuato per carpire il consenso in una massa che
si esalta della retorica patriottarda  I o che semplicemente
si illude di trovare nel nuovo  ! regime l’antidoto a
condizioni di vita semplicemente impossibili anche sotto il
profilo strettamente esistenziale (la disoccupazione) e
l’apparato di brutale  violenza che schiaccia con
l’intimidazione, con la forza, con il terrorismo, con il
condizionamento di un multiforme apparato repressivo ogni
potenziale forza d'opposizione. Vuol dire questo che il
regime fascista o il regime nazionalsocialista non potevano
contare su nessuna area di consenso spontaneo o convinto?
Niente affatto. Vuol dire semplicemente che senza ricorrere
all’uso di un apparato repressivo e di controllo delle masse,
nuovo per la storia della dominazione borghese, essi non
sarebbero riusciti a conquistare e a mantenere il potere
come riuscirono a  fare. La loro ascesa al potere fu il
risultato della  sconfitta politica dei movimenti antagonisti,
che furono battuti anche dal nuovo metodo di lotta politica
introdotto dal fascismo, ma la loro conservazione al potere
fu assicurata non solo dalla capacità di soddisfare
nell’immediato esigenze di masse  disoccupate e domanda
d’ordine di ceti borghesi  sconvolti politicamente e
socialmente dalla crisi,  non fu assicurata soltanto
dall'assenza di forze antagoniste (e il problema dei limiti di
queste ultime è un altro discorso). Fu assicurato
essenzialmente dalla persuasione occulta esercitata
attraverso  gli organismi di massa e gli organismi di
condizionamento psicologico delle masse — dalla stampa
alla propaganda radiofonica —, fu assicurato con mezzi
meno occulti con il terrorismo del confino, delle carceri e,
al livello più macroscopico, dei campi di concentramento.
Si potrebbe obiettare che il fascismo non arrivò
qualitativamente al grado di efferatezza del
sistema  repressivo tedesco, ai vertici terroristici del
nazionalsocialismo. Sarà anche vero, anche se la politica
fascista nei confronti di certe minoranze nazionali
all’interno dello Stato italiano non si differenzia molto da
quella nazista. Ma differenti furono semmai gli strumenti di
estorsione del consenso (perché alle spalle del Terzo Reich
esisteva una struttura dello  Stato e dell’economia ben
diversa da quella caratteristica della situazione italiana),
perché diversi erano  anche i livelli di integrazione e di
aggregazione intorno all’apparato dello Stato dei diversi
ceti, non l’obiettivo di trasformazione comunque del regime
democratico (quale che fosse la forma da esso raggiunta,
in  Italia o in Germania) e di costruzione di uno Stato
autoritario in vista di determinati obiettivi. Si
potrebbe  dire, per adoperare un’espressione sintetica, che
i  due regimi miravano entrambi ad una sorta di
militarizzazione della nazione o di preparazione premilitare
collettiva, fare di ogni cittadino un potenziale guerriero, un
potenziale combattente. L’ideale dell’uomo nuovo,
lavoratore-soldato, di Ernst Jünger non  era lontano da
analoghe figure della propaganda fascista. Che poi la
propaganda e il regime fascista abbiano finito per diventare
soltanto la caricatura della ferocia e della serietà del
regime nazista è fatto  secondario, che non intacca gli
obiettivi e le ambizioni del fascismo, ma esprime soltanto le
tradizioni  culturali e politiche, ivi comprese le sue
debolezze, della società italiana. La cultura non accademica
tedesca era più compattamente all’opposizione; per questo
fu massiccia l'emigrazione culturale sotto il  nazismo. La
cultura italiana nel suo complesso fu più  conformista, si
adeguò più facilmente al fascismo, i  ribelli dell'età
giolittiana ricomposero la superficialità della loro ribellione
— salvo le debite eccezioni — nel più comodo e più
accomodante dei rapporti con il regime fascista.
Ho insistito nel sottolineare il comune obiettivo
imperialistico di fascismo e nazionalsocialismo perché mi
pare di intendere che nell’ottica di De Felice  vi sia
costantemente la tendenza a tenere separati  nei rapporti
tra i due regimi il piano ideologico e il  piano politico 14,
quasi si potesse arrivare, con una  evidente forzatura sulla
quale forse io a mia volta insisto per rendere più esplicito il
discorso, alla conclusione che il rapporto privilegiato tra i
due regimi  fu quello politico più labile essendo il loro
rapporto a  livello ideologico. E credo che questa forzatura
sia a  sua volta autorizzata dalla sottolineatura delle
differenze di fondo che De Felice riscontra “tra i vari
fascismi e in primo luogo tra quello italiano e
quello  tedesco”15. La conclusione alla quale tenderei ad
arrivare come ipotesi interpretativa è proprio di rovesciare
l’ordine di considerazioni e di priorità, se di  questo si può
parlare, stabilito da De Felice. L'affinità ideologica tra i due
regimi mi pare il dato costante,  fondamentale che
caratterizza per l’appunto il loro  rapporto, a patto
ovviamente di considerare in questo quadro anche
l’obiettivo imperialistico. Dal punto  di vista dei rapporti
politici vi furono viceversa numerose oscillazioni che furono
determinate da ragioni  di equilibrio, da conflitti di
interesse. Ma un problema politico e ideologico insieme di
conquista dell’egemonia dell’uno o dell'altro dei due
fascismi  maggiori sugli altri, un aspetto sul quale
richiama  l’attenzione proprio De Felice, non si sarebbe
posto se alla base non vi fosse stata una fondamentale unità
di intenti e di propositi, una comune volontà di scardinare il
vecchio mondo e di sostituire una costruzione di tipo
fascista.
Se cerchiamo di approfondire i principali momenti di
conflitto tra i due regimi dobbiamo constatare che si è
trattato sempre di conflitti meramente politici, di conflitti
tra Stati nel senso tradizionale dell’espressione: ciò vale
per la questione austriaca — il primo grande scontro di
interessi tra Italia fascista  e Germania nazista e certo
anche decisivo per ridimensionare immediatamente la
collocazione dell'Italia nel quadro del revisionismo
nazifascista —, per la questione albanese dopo la conquista
tedesca della  Cecoslovacchia, per la questione della
posizione privilegiata che il Reich nazista tende ad
attribuire pur  dopo la sconfitta alla Francia di Vichy, vale
ancora  per il conflitto per le aree di influenza nei Balcani
e in generale per la compartecipazione dell’Italia al Nuovo
Ordine europeo. Nessuna delle differenze di  carattere
ideologico porta a momenti di frattura di  rilevanza
significativa: la stessa diversità di atteggiamento nel
rapporto con la chiesa cattolica e il disappunto italiano per
il comportamento del Reich  è ricondotta puramente a
motivazioni di convenienza politica; il caso più clamoroso
quale quello del razzismo antisemita, lungi dal dar luogo ad
una netta  differenziazione, conferma la subalternanza del
fascismo italiano che rivaluta le sue potenzialità razzistiche
e si adegua goffamente allo stesso razzismo  nazista,
limitando la sua autonomia al compiacimento di ritrovare in
Mussolini il prototipo della razza italica.
Neppure cioè in questo momento il fascismo italiano
riesce ad esprimere una sua reale autonomia né politica né
ideologica (il che conferma la difficoltà di  separare i due
termini, esigenza giusta dal punto di  vista concettuale,
difficile da verificare nell’esperienza pratica dei rapporti tra
i due regimi). Le differenze tra i due regimi restano, ma
vanno ricondotte alle  particolarità nazionali e sociali nelle
quali si rifrange un modello sostanzialmente unico che
risponde ad  un’unica e medesima esigenza: schiacciare il
movimento operaio e dare via libera alla spinta
imperialistica delle forze economico-sociali portanti che
si esprimono politicamente attraverso il regime fascista.
 
 

Note

1       Ci riferiamo in particolare alle seguenti opere per quanto


riguarda il problema specifico del rapporto tra fascismo e
nazionalsocialismo:  Le interpretazioni del fascismo, 1969;
Mussolini il fascista, 1966-68; Mussolini il duce, 1, 1974; Intervista
sul fascismo, a cura di M.A. Ledeen,  1975; Mussolini e Hitler. I
rapporti segreti 1922-1933 (1975, nuova edizione arricchita delle
precedenti dispense universitarie I rapporti tra fascismo e
nazionalsocialismo fino all'andata al potere di Hitler (1922-1933)
del 1971).
2    Intervista sul fascismo, cit., p. 24. È in generale da vedere
l'Introduzione di R. De Felice a George L. Mosse, La
nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimento di
massa in Germania (1812-1933), Bologna 1975.
3 Intervista..., cit., p. 24.
4 Ibid., pp. 40-41.
5 Ibid., p. 89.
6 Ibid., p. 90.
7    Introduzione a G. L. Mosse, La nazionalizzazione..., cit., pp.
XVIII-XIX.
8 Introduzione a R. De Felice, Mussolini e Hitler..., cit., p. 5.
9 R. De Felice, Mussolini il duce, Gli anni del consenso, p. 540.
10 Vedi p. es. ibid., p. 423.
11    R. Db Felice, Intervista..., cit., p. 70.
12 Ibid., pp. 87-88.
13 Ibid.
14 Vedi l'Introduzione a R. De Felice, Mussolini e Hitler, cit., p.
6.
15 Ibid., p. 5.
5. La politica militare del fascismo

DI GIORGIO ROCHAT

 
 
 
 
 
Lo studio del regime fascista non può limitarsi
all’individuazione delle sue caratteristiche di fondo, ma
deve essere accompagnato da verifiche settoriali
che documentino e arricchiscano il quadro generale. Tra le
più importanti di queste verifiche settoriali è senza dubbio
l’analisi della politica militare del regime, cui  fu sempre
accordato un rilievo ben comprensibile  nel quadro delle
dichiarate aspirazioni di potenza dell’Italia fascista. Il ruolo
privilegiato delle forze armate nella propaganda del regime
e le guerre di  aggressione condotte in Africa e in Europa
non hanno  però avuto eco adeguata nella storiografia
italiana:  dovendo escludere lo studio di ispirazione
neofascista del Canevari, non banale ma privo di
serietà scientifica,1 e le opere troppo prudenti e generiche
degli uffici storici delle forze armate,2 siamo costretti  a
rilevare che solo le nostre ricerche3 hanno intaccato il
pesante disinteresse degli studiosi per la politica militare
italiana tra le due guerre mondiali.4
Questo disinteresse (è la prima e non trascurabile
osservazione) è in parte un prodotto del regime fascista.
Nell’Italia liberale la cultura militare e il dibattito politico
sui problemi della difesa avevano  avuto uno sviluppo
notevole, come dimostrano la  frequenza, l’importanza e
spesso il livello delle relative discussioni parlamentari.5 Fu
la crescita impetuosa del movimento operaio, in particolare
la protesta  di massa contro il conflitto mondiale e le lotte
del primo dopoguerra, a convincere la classe dirigente
italiana dell’opportunità di limitare il dibattito pubblico
sulle forze armate, per impedire che la loro  funzione di
classe venisse messa in discussione.6  L’evoluzione, iniziata
sotto Giolitti, culminò sotto il fascismo, quando non solo fu
schiacciata ogni forma di  antimilitarismo e consolidata
un’interpretazione unilateralmente patriottica della prima
guerra mondiale, ma fu drasticamente soppresso il dibattito
politico e  tecnico sui problemi della difesa, anche a livello
di  classe dirigente.7 Ne furono colpiti a morte la
cultura  militare (significativo il decadimento delle riviste
tecniche ufficiali) e l’abitudine ad una discussione pubblica
delle cose militari. Le vicende del secondo dopoguerra e
l’adesione italiana alla Nato nel clima isterico della guerra
fredda, in cui ogni critica veniva  rifiutata per non “fare il
gioco dei comunisti,” finirono successivamente di
consacrare una separazione  tra forze armate e paese e un
disinteresse degli ambienti politici e culturali per i
problemi militari, che  solo in questi ultimissimi anni si è
rotto. Non deve quindi stupire che gli storici del fascismo si
accorgano della politica militare solo al momento
dell’intervento italiano nella seconda guerra mondiale
e  quindi limitino il discorso alla descrizione più o meno
esatta del livello della preparazione bellica delle  forze
armate, senza una ricerca delle cause che esigerebbe ben
altra attenzione ai rapporti tra fascismo e forze armate nel
ventennio.8
Il punto di partenza di qualsiasi discorso sulla politica
militare italiana tra le due guerre mondiali, ci sembra, è
l’individuazione delle cause che indussero  la dittatura
fascista ad accettare un rapporto con le forze armate, anzi
con i gruppi dirigenti delle forze  armate, basato su una
separazione tra sfera militare  e sfera politica ancora più
marcata, malgrado le declamazioni propagandistiche, che
nell'Italia liberale.  Come è noto, la distinzione tra le due
sfere non è affatto una realtà oggettiva, se non nei limiti in
cui le gerarchie militari, non diversamente dagli altri
gruppi burocratici, tendono a difendere le loro esigenze
corporative e il loro prestigio; la distinzione diventa  una
realtà politica quando le gerarchie militari
fanno riferimento a forze politiche che, non identificandosi
con le forze di governo, difendono la loro  autonomia
“tecnica” per fruire in esclusiva del  loro appoggio. In
termini concreti, la distinzione tra sfera militare e sfera
politica fu invocata in Italia per sottrarre le forze armate al
controllo del parlamento e del paese, con un’evoluzione che
fu accentuata dallo sviluppo delle sinistre e in  particolare
del movimento operaio nei primi decenni  del Novecento.
Nell’Italia liberale ricadeva sulle truppe il peso maggiore
del mantenimento dell’ordine  pubblico e della difesa
dell'assetto politico-sociale costituito: era quindi logico che
le forze di destra  agitassero miti come la dipendenza
diretta dalla corona delle forze armate e il loro carattere al
di sopra  delle parti, poi l’autonomia tecnica dei problemi
della  difesa, per garantirsi la possibilità di continuare
a  monopolizzare i rapporti con le gerarchie
militari,  evitando ogni svolta democratica delle
istituzioni  militari che ne avrebbero indebolito la
funzione di classe.
Si pensi al ruolo di Cadorna nella prima guerra
mondiale, quando l’indipendenza del comando supremo dal
governo, anche in presenza della mobilitazione di tutte le
risorse del paese, fu difesa dalle destre perché assicurava
loro di fatto il monopolio  della direzione della guerra.
L’autonomia dell’esercito e della marina (l’aeronautica fu
costituita in ministero a sé nel 1925) da un controllo
pubblico fu  ribadita nel dopoguerra, come mezzo per
eludere le  richieste degli ex combattenti di un
rinnovamento  democratico delle forze armate e come
garanzia della  continuità del loro ruolo di classe nella
difficile situazione politica; si trattava evidentemente di
una  autonomia che aveva limiti ben precisi (un’autonomia
tattica e non strategica) e quindi l’appoggio che i militari
diedero allo sviluppo del movimento fascista e soprattutto
alla formazione del primo governo Mussolini e poi al
superamento della crisi Matteotti  va inquadrato nel
generale consenso della classe dirigente italiana all’avvento
della dittatura fascista.
I rapporti tra governo e forze armate, nel momento in
cui Mussolini saliva al potere, si basavano sulla separazione
delle reciproche sfere d’influenza,  che permetteva al
governo di indicare le linee generali su cui doveva
svilupparsi la difesa nazionale e di trattare gli stanziamenti
relativi, ma lasciava alle  gerarchie militari una piena
autonomia nell’organizzazione delle singole forze armate e
quindi la responsabilità di fatto della preparazione bellica
del paese.  In uno Stato forte e autoritario, come si
pretendeva  quello fascista, per di più dominato da un
partito  unico e caratterizzato da precise aspirazioni di
potenza e da una tendenza alla militarizzazione della
vita  nazionale, la distinzione tra sfera militare e
sfera  politica sembrava destinata a sparire. Nella
Germania  nazista, ricordiamo, la Wehrmacht strapotente e
gelosa della sua autonomia finì col soccombere dinanzi  al
regime che aveva aiutato a nascere, perdendo
progressivamente il suo carattere di corpo separato.
Un  processo analogo, ma senza contrasti, si
sarebbe  realizzato in Italia, a dare credito alla
propaganda  fascista ed alle dichiarazioni di Mussolini
(ministro  di ognuno dei tre dicasteri militari dal 1925 al
1929 e poi dal 1933 al 1943), che esaltarono ripetutamente
il  superamento di ogni separazione tra paese e
forze  armate, la crescente potenza bellica dell’Italia
fascista e il suo carattere di stato guerriero e militarizzato.
Si trattava però di declamazioni prive di fondamento, anzi
di uno dei casi più clamorosi di dissociazione tra
propaganda e realtà, perché Mussolini,  lungi dall’operare
per il superamento della separazione tra sfera militare e
sfera politica, la accettò pienamente, anzi la aggravò. La
politica militare del regime si ridusse infatti
all’instaurazione di un rapporto personale tra dittatore e
forze armate, evidenziato dalla assunzione da parte di
Mussolini dei tre dicasteri militari e dal suo ruolo nella
guerra d’Etiopia, ed alla scelta di capi militari che non
dessero ombra  al mito del duce (di qui i frequenti “cambi
della guardia” e, durante la guerra mondiale, il siluramento
di capri espiatori dopo le maggiori disfatte). Nella sostanza,
Mussolini difese le forze armate dalle ambizioni di
Farinacci e Balbo che ne reclamavano la “fascistizzazione,”
rinunciò a sviluppare una politica personale, limitandosi ad
avallare le decisioni delle  alte gerarchie e ad incoraggiare
un sistema di delazioni e appelli al duce che lo tenevano al
corrente  di quanto accadeva tra i militari, e accettò che
le  singole forze armate godessero di un’autonomia così
piena, che anche l'istituzione di un capo di stato maggiore
generale con compiti di coordinamento interforze (Badoglio
dal 1925 al 1940) fu svuotata di  qualsiasi significato
concreto. La maschera guerriera  dello stato forte nascose
così la rinuncia a una direzione politica effettiva della
difesa nazionale, a tutto  favore di spinte settoriali e
corporative.
La ricerca delle cause di questa rinuncia non può non
chiamare in causa la natura del regime e la  continuità del
ruolo di classe delle forze armate. La  prima essenziale
esigenza della classe dirigente in  materia di politica
militare era la disponibilità delle  truppe per la difesa
dell’ordine costituito, garantita  dalle tradizionali strutture
militari, che il fascismo non aveva interesse a toccare, visto
che ne approfittava per primo (l’appoggio dichiarato dei
vertici militari lo metteva al sicuro da qualsiasi
rovesciamento di forza). L’ostilità della corona, dei militari
e  della destra tradizionale (fatta propria dallo
stesso  Mussolini) a qualsiasi modifica delle strutture
tradizionali traeva concretezza dal timore che un eccessivo
coinvolgimento dell’esercito nel regime (la cosiddetta
“fascistizzazione”) ne compromettesse l’efficienza
antisovversiva. Il 25 luglio 1943, non a caso  l’unica
operazione perfettamente riuscita delle forze  armate nella
seconda guerra mondiale, avrebbe dimostrato la continuità
della capacità di intervento delle truppe nella politica
interna, in questo caso  come cavallo di ricambio della
classe dirigente italiana (un’operazione naufragata l'8
settembre, quando si trattò di affrontare non il nemico
interno, ma le truppe straniere). Fino a quando le sconfitte
della guerra mondiale non rimisero in discussione le scelte
di fondo della classe dirigente, l’appoggio delle  forze
armate al regime non venne mai meno e si  esplicò anche
nell’avallo dei vertici militari e dei  “generali di Vittorio
Veneto” alla propaganda fascista che, in polemica con
l’Italietta giolittiana, magnificava la potenza bellica
nazionale oltre ogni limite di credibilità. Il regime fascista,
in definitiva, puntò su un’alleanza con le gerarchie militari,
che in cambio del loro appoggio furono lasciate libere di
gestire  la effettiva politica militare italiana, con tutti i
prevedibili limiti di coordinamento con la politica estera e
tra le singole forze armate. La rinuncia del fascismo (e in
particolare di Mussolini, che di fatto  avocò a se i rapporti
con i militari) a una riforma degli ordinamenti militari, tale
da garantire la fedeltà al regime delle forze armate contro
ogni possibilità di un 25 luglio oppure una preparazione
bellica  adeguata alle sue aspirazioni di potenza, ci riporta
ai  limiti strutturali di un regime che aveva come compito
fondamentale l’organizzazione di una duratura repressione
antiproletaria più che lo sviluppo imperialistico italiano. A
giudicare dal nostro punto di  vista settoriale, ma
significativo, il regime fascista  non ebbe mai la forza di
imporre realmente alla nazione la tanto esaltata guida
sicura e lungimirante  alla conquista di una potenza e
grandezza nuove, ma  dimostrò piuttosto una scarsissima
capacità di incidere sui gruppi di potere economici e
burocratici che ne avevano favorito l'avvento, riconoscendo
loro  una sostanziale autonomia a detrimento della
possibilità di uno sforzo collettivo.
In sostanza il regime era contemporaneamente forte e
assai debole. Era debole, perché gli era affidata la gestione
della cristallizzazione dei rapporti di forza tra classi e
gruppi di pressione piuttosto  che lo sfruttamento di un
equilibrio dinamico scaturito da una lotta aperta; e quindi il
regime non poteva intaccare seriamente gli interessi dei
centri di  potere che lo avevano costituito, ma si limitava
a proteggere gli interessi economici e morali, per così dire,
della media e piccola borghesia in cui aveva trovato la sua
base di massa. Era forte, perché da  esso dipendeva
l’efficacia della repressione antipopolare su cui si basava
l’alleanza tra gruppi economici, vertici burocratici e
borghesia media e piccola;  e quindi Mussolini poteva
scatenare l’aggressione all’Etiopia, così gravida di
conseguenze, se questa appariva la più sicura via per il
rilancio della popolarità del regime. Il risultato di questa
combinazione di elementi di forza e di debolezza era per il
fascismo  l’impossibilità di definire una politica a lunga
scadenza, che avrebbe inevitabilmente leso
determinati  interessi, e il conseguente ripiegamento su
scelte a  breve termine, dettate da esigenze di immediata
conservazione più facilmente accettabili.
Il problema della preparazione bellica alla guerra
mondiale va visto in questa prospettiva. Ognuna delle  tre
forze armate lavorò per proprio conto, avendo di  mira
soprattutto le proprie esigenze, nel quadro della  politica
italiana fino al 1935, che considerava amica la  Gran
Bretagna e probabili avversarie Francia e Jugoslavia.
L’esercito preparò quindi una guerra di trincea sulle Alpi
con un’impostazione tradizionale che  rifiutava carri armati
e collaborazione aeronautica;  la preoccupazione per le
carriere degli ufficiali e il  cedimento sempre più marcato
alle esigenze propagandistiche del regime portò alla
dottrina della guerra “di rapido corso,” una specie di
farsesca Blitz-Krieg che faceva affidamento non sui mezzi
meccanizzati, ma sullo spirito aggressivo del fascismo
e  sulla moltiplicazione di divisioni leggere in uomini
e  mezzi, ma non in generali. La marina lavorò alla
realizzazione di una grande flotta armonica e brillante, che
aveva nella squadra di moderne corazzate la sua forza
principale, sempre nel presupposto di una guerra a fianco
della Gran Bretagna; non afferrò l’importanza
dell’aviazione, sia imbarcata sia di base a  terra, né seppe
tener dietro in tutti i campi al progresso tecnologico (grazie
anche al provincialismo  della politica culturale fascista).
L’aeronautica infine  affidò la sua affermazione come forza
armata autonoma non alla preparazione di una dottrina
bellica  globale (anche per la sordità corporativa
dell’esercito e della marina), ma ad una dinamica azione
propagandistica, alle trasvolate atlantiche ed ai bei record
sportivi, che le acquistarono un credito certamente
superiore alla modesta base industriale con cui doveva fare
i conti. Le non abbondanti risorse nazionali, in definitiva,
furono diminuite dalla mancanza  di un coordinamento
effettivo tra forze armate; ma  furono soprattutto le
conseguenze della svolta della  politica estera italiana
segnata dalla guerra d’Etiopia a dare la misura del
disinteresse del governo fascista per i problemi della
preparazione bellica. La  rottura con la Gran Bretagna e
l'avvicinamento alla  Germania spostavano infatti tutti i
presupposti della  preparazione fino a quel momento
seguita: nulla  prova però che il governo fascista se ne sia
preoccupato, impartendo nuove direttive alle forze
armate  o contemperando le proprie aspirazioni di
potenza alle concrete possibilità di successo bellico.
La via scelta da Mussolini, con il consenso degli
ambienti politici e degli alti comandi, fu quella
della  “guerra parallela”: una prospettiva basata sulla
consapevolezza che l’Italia non era in grado di affrontare
una guerra con le altre grandi potenze per la  spartizione
del Mediterraneo (su questo punto i capi  militari e politici
non avevano dubbi, come testimoniano i documenti,
rivelando la tendenziosità delle  leggende che vogliono
separare le responsabilità del  dittatore da quelle dei
militari), ma non poteva rinunciarvi senza mettere a
repentaglio le sorti del regime, che per troppi anni aveva
messo al primo rango dei suoi obiettivi propagandistici la
conquista di  una posizione di potenza. Governo e alti
comandi accettarono quindi il rischio della guerra europea
con  l’intenzione di non combatterla realmente, ma
di schierarsi dalla parte della Germania solo quando la sua
vittoria fosse certa e prossima, in modo da
poter  pretendere una parte del bottino. La “guerra
parallela,” iniziata con profitto con la triste aggressione alla
Francia del giugno 1940, naufragò
miseramente  nell’inverno 1940-41 sotto il peso delle
sconfitte in  Albania, a Taranto, in Libia: partecipare alla
guerra,  che la Germania non aveva ancora vinto, si
rivelava  più gravoso di quanto non si fosse sperato;
tuttavia  Mussolini e i suoi comandanti non potevano più
tirarsi indietro senza compromettere le sorti del regime.
Nel 1941-43 il filo conduttore delle scelte
politicostrategiche della guerra italiana fu ancora la difesa
del regime fascista. Fallito il sogno di strappare
una posizione di potenza autonoma rispetto alla Germania,
l’obiettivo diventava la difesa di un posto privilegiato tra i
vassalli del Reich nazista: quindi l’Italia doveva figurare su
tutti i fronti, per difendere l’apparenza della sua posizione
di potenza di livello pari  rispetto all’alleato. In una guerra
di coalizione fondata su accordi precisi, lungimiranti e leali,
l’Italia  avrebbe dovuto concentrare le sue non grandi
risorse  nel Mediterraneo, che rappresentava il
principale  teatro di battaglia per la Gran Bretagna, fino al
momento in cui la vittoria sul fronte russo non
avesse  permesso lo spostamento delle forze tedesche
verso  Sud. L’impossibilità di stabilire con la Germania
nazista una collaborazione autentica (per colpa
della  miopia delle due parti) costringeva invece l’Italia
a  disperdere le sue forze dalla Russia ai Balcani, con  un
indebolimento determinante delle sue capacità di resistere
alla pressione britannica nel Mediterraneo.  Il conto era
pagato dalle truppe mandate allo sbaraglio, ma ciò non
importava al regime, che come secondo punto fermo della
sua politica di guerra aveva il mantenimento nella penisola
di una forte riserva di divisioni, insufficientemente armate
per la guerra in corso, ma pur sempre capaci di tener testa
a eventuali insurrezioni popolari. La priorità della difesa
di  un dominio di classe era così riaffermata nella tragica
situazione; ma proprio la migliore difesa degli  interessi
della classe dominante avrebbe determinato la monarchia e
l’esercito, con l’appoggio dei centri  di potere dell'alta
borghesia, ad affossare il 25 luglio  1943 il regime fascista
che rappresentava ormai il  principale ostacolo al
cambiamento di fronte imposto dalle sconfitte rovinose.9
Questi rapidissimi appunti sulla politica militare del
fascismo, che trovano base documentaria e svolgimento
articolato nei nostri lavori già citati, sarebbero ancor più
incompleti se dimenticassimo le guerre africane, come
purtroppo è abitudine di quasi tutti  gli studiosi. Nella
cosiddetta riconquista della Libia durata dal 1922 al 1931,
e nella repressione della resistenza abissina (1936-41)
furono impiegati frazioni relativamente esigue dell'esercito
e dell’aeronautica,  per lo più reparti di mercenari africani
inquadrati da  ufficiali di carriera; la guerra di aggressione
all’Etiopia 1935-36 vide invece la partecipazione di
numerose  divisioni metropolitane, composte di uomini di
leva  (basti ricordare che furono inviati in Africa
orientale  circa mezzo milione di uomini). Tutte queste
guerre,  indipendentemente dal numero dei combattenti
italiani, presentano caratteristiche comuni, che concorrono
a gettare una luce sinistra sulla politica fascista: da una
parte una totale incapacità di comprendere e valutare le
forze nemiche, costantemente sottovalutate sul piano
politico e militare, e una direzione delle operazioni
subordinata a esigenze di prestigio e di propaganda;
dall’altra l’impiego delle armi e delle tecniche più moderne,
che colpivano direttamente le popolazioni con un crescendo
di distruzioni  che solo l’omertà internazionale e un’attenta
censura  nel paese rendevano possibile. Si tratta di
caratteristiche certo non nuove, che ritroviamo in tutti i
colonialismi, ivi compreso quello italiano prefascista, ma
che non per questo possono essere giustificate o passate
sotto silenzio.
Ricordiamo perciò almeno il momento culminante della
conquista italiana della Libia, ossia la repressione della
guerriglia araba in Cirenaica nel 1930-31, di cui Badoglio e
Graziani vennero a capo soltanto  deportando in campi di
concentramento le popolazioni seminomadi dell’altopiano,
circa 80.000 persone,  metà delle quali morirono in pochi
mesi di fame,  stenti e malattie. Contemporaneamente
venivano distrutte le greggi che costituivano la principale
ricchezza della regione (furono massacrati o lasciati morire
oltre un milione di ovini e molte decine di  migliaia di
cammelli, di cavalli, di bovini, circa il 90  per cento del
totale), in modo da sconvolgere alla  base l’economia
cirenaica, trasformando le fiere tribù  di allevatori
seminomadi in un sottoproletariato miserabile e senza
risorse, manodopera a buon mercato  per l’opera
colonizzatrice tanto propagandata dal fascismo.10 Ci
sembra indicativo dei limiti politici e  morali della
storiografia italiana il complice silenzio  che continua ad
avvolgere la politica fascista in Libia.11
La guerra all’Etiopia fu condotta dai comandanti e con i
metodi sperimentati in Libia, ma l’intervento  personale di
Mussolini trasformò una guerra coloniale in una guerra di
dimensioni europee per impiego di uomini e di mezzi. Per la
prima volta un’armata  di notevoli dimensioni fu rifornita
esclusivamente da  colonne di automezzi, grazie alla
costruzione a tempo di record di una rete stradale in un
terreno impervio, e l’aviazione fu impiegata su scala
relativamente vasta per la ricognizione, l’attacco alle
masse  nemiche e il rifornimento delle avanguardie.
Guerra  di tipo europeo per vari aspetti, e dominata
dalle  esigenze propagandistiche di Mussolini,
l’aggressione  all'Etiopia fu anche una guerra coloniale
tipica per  la sproporzione quantitativa e tecnologica delle
forze  contrapposte, la totale incomprensione della società
nemica e il ricorso a metodi terroristici, come l’impiego su
larga scala dei gas asfissianti contro una popolazione che
non disponeva di alcuna capacità di difesa attiva o passiva.
La grandiosità e facilità dei successi contro gli abissini,
non sottoposte ad una reale verifica critica  ma accettate
come dimostrazione della superiorità  della civiltà fascista,
ebbero grosse conseguenze su  due piani almeno. La
sopravvalutazione dei risultati  ottenuti spinse governo e
stati maggiori a un ottimismo senza fondamento sulla
preparazione bellica italiana; la guerra “di rapido corso” fu
appunto l’illusione di trasportare sui campi di battaglia
europei  l’esperienza della vittoriosa campagna contro un
nemico privo di armi e mezzi. Ne uscì rafforzata
la leadership di Mussolini, che aveva di fatto esautorato gli
organi di comando tradizionali accentuando fortemente la
priorità della politica e della propaganda  nella direzione
della guerra e il carattere personale  dei rapporti di
dipendenza tra dittatore e singoli comandanti. In sostanza,
il regime fascista fu incoraggiato a vedere la corsa alla
guerra mondiale in funzione delle proprie esigenze interne,
nell’illusione che fosse possibile sopperire alla deficienza di
forza con la capacità di manovra politica.
Sul piano più delimitato dell’organizzazione dell’impero
appena acquistato, i facili successi del 1935-36 illusero
Mussolini e i suoi collaboratori romani sulla solidità e
profondità della vittoria. La resistenza delle popolazioni
abissine alla instaurazione del  dominio diretto italiano fu
perciò vista come una  forma di ribellismo marginale, con
una sottovalutazione assoluta delle sue radici politiche.
Ancora una  volta fu usato senza risparmio il terrore, con
tanta  maggiore cecità per l’incapacità dei conquistatori
di  penetrare la situazione: fucilazioni e massacri
freddamente perpetrati (tremila morti nella capitale Addis
Abeba come risposta a un attentato al viceré Graziani), gas
asfissianti e bombe sulle popolazioni  sospette di
connivenza, pianificazione della eliminazione di
determinate categorie, dai feudatari e dai monaci a indovini
e cantastorie.12 Una pagina di sangue e di vergogna, che
caratterizza la bestialità e la  meschinità della politica
fascista, malgrado il tentativo di troppi protagonisti e
storici di nasconderla o di minimizzarla.13
 
 

Note

1       EMILIO CANEVARI, La guerra Italiana. Retroscena della


disfatta, 2 voll., Tosi, Roma 1949: un’opera ricca di spunti critici e
di documentazione (generalmente autentica anche se di
inconfessata provenienza),  viziata però da rancori personali e
politici che giungono fino alla forzatura e alla falsificazione dei dati
disponibili, incapace di distinguere  tra polemica e storiografia.
Un’opera quindi utile, ma che va controllata  in ogni sua
affermazione ed offre un quadro d'insieme largamente
inattendibile. Ugualmente inattendibili, ma assai meno
interessanti, le opere di Carlo De Biase, L'aquila d’oro. Storia dello
stato maggiore italiano,  Edizioni del Borghese, Milano 1969, e
Massimo Mazzetti, La politica militare italiana tra le due guerre
mondiali, Edizioni Beta, Salerno 1974.
2       UFFICIO STORICO DELLO STATO MAGGIORE
DELL’ESERCITO, L’esercito italiano tra la prima e la seconda
guerra mondiale, Roma 1954; Ufficio storico della marina militare,
L’organizzazione della marina durante il conflitto, tomo I: Efficienza
all’apertura delle ostilità, Roma 1972. Si veda  inoltre l’ufficioso
Historicus, Da Versailles a Cassibile. Lo sforzo militare italiano nel
venticinquennio 1919-43, Cappelli, Bologna 1954.
3       Citiamo solo i nostri lavori maggiori: L'esercito italiano da
Vittorio Veneto a Mussolini 1919-1925, Laterza, Bari 1967;
Mussolini e le forze armate, in “Il movimento di liberazione in
Italia,” 1969, n. 95; Militari e politici nella preparazione della
campagna d’Etiopia, Angeli, Milano 1971; Il ruolo delle forze
armate nel regime fascista, in “Rivista di  storia contemporanea,”
1972, n. 2; Il colonialismo italiano, Loescher, Torino 1973;
L’esercito e il fascismo, in Fascismo e società italiana, a cura  di
Guido Quazza, Einaudi, Torino 1973; Pietro Badoglio, in
collaborazione con Piero Pieri, UTET, Torino 1974; Mussolini chef
de guerre, in  “Revue d’histoire de la deuxième guerre mondiale,”
1975, n. 100. A questi  lavori facciamo riferimento per la
documentazione delle tesi esposte in queste pagine.
4    Per la bibliografia sulla partecipazione italiana alla seconda
guerra mondiale facciamo riferimento al saggio di Ernesto
Ragionieri, L'Italie dans la seconde guerre mondiale. Essai
d’historiographie, in “Revue  d’histoire de la deuxième guerre
mondiale,” 1973, n. 92.
5    Per qualche cenno sulla politica militare dell'Italia liberale,
rinviamo al nostro contributo L’esercito italiano negli ultimi cento
anni, in Storia d'Italia, vol. V: I documenti, Einaudi, Torino 1973, e
ai lavori in preparazione di Giulio Massobrio e Pietro Visani.
6       Cfr. G. Rochat, L'Italia nella prima guerra mondiale, in
“Rivista di storia contemporanea,” 1976, nn. 1 e 2.
7       Basti citare la circolare del generale Cavallero,
sottosegretario alla  Guerra (ministro era Mussolini), del 5
novembre 1925, che richiamava esplicitamente i comandi
responsabili ad una scrupolosa censura degli scritti tecnici e
politici degli ufficiali, con un’interpretazione consapevolmente
restrittiva di disposizioni di leggi ormai cadute in disuso  (Pieri e
Rochat, Badoglio, cit., pp. 559-60).
8       A titolo d’esempio del disinteresse degli storici, nei due
volumi della biografia di Mussolini che coprono il periodo 1925-36,
in cui il dittatore tenne per sette anni complessivi la responsabilità
diretta dei tre  ministeri militari, Renzo De Felice dedica alla
politica militare dodici  pagine su 1.500! (cfr. Renzo De Felice,
Mussolini il fascista. L’organizzazione dello stato fascista 1925-29,
Einaudi, Torino 1968, pp. 76-79 e 219-20; Id., Mussolini il duce. Gli
anni del consenso 1929-36, Einaudi,  Torino 1974, pp. 282-87).
Viene da chiedersi se tanto disinteresse non  sia dovuto alla
difficoltà di far rientrare la politica militare del fascismo negli
schemi agiografici del De Felice.
9    In appoggio a queste considerazioni, oltre ai nostri lavori già
citati, cfr. Lucio Ceva, La condotta italiana della guerra. Cavallero
e il Comando supremo 1941-42, Feltrinelli, Milano 1975.
10       Oltre ai nostri lavori già citati, cfr. il nostro articolo La
repressione della resistenza araba in Cirenaica nel 1930-31, in “Il
movimento di liberazione in Italia,” 1973, n. 110.
11    Ad esempio, la monumentale biografia di Mussolini del De
Felice  non dedica neppure una riga alla riconquista fascista della
Libia, che  pure avvenne sempre sotto il controllo diretto del
dittatore (il quale fu anche ministro delle colonie nel 1928-29 e nel
1935-36). Eppure gli  archivi così minuziosamente studiati dal De
Felice, a cominciare dalla  segreteria particolare del duce,
dell’Archivio centrale dello Stato, conservano un’abbondante
documentazione su questo argomento, che può essere ampliata
presso altri fondi dello stesso Archivio (anche se per uno  studio
sistematico bisognerà attendere l’apertura degli archivi del
ministero dell’Africa italiana). Evidentemente le preoccupazioni
agiografiche  hanno prevalso su quelle storiche, inducendo il De
Felice a espungere  dalla sua biografia una parte almeno del
materiale che meno si concilia con i tentativi di rivalutazione di
Mussolini e del fascismo.
12    Oltre ai lavori già citati, cfr. il nostro articolo: L’attentato a
Graziani e la repressione italiana in Etiopia 1936-37, in “Italia
contemporanea,” 1975, n. 118.
13    Anche su questi argomenti il De Felice sorvola o minimizza
secondo l’impostazione della propaganda fascista (per esempio a
proposito dell’uso dei gas asfissianti nella campagna di
aggressione: Renzo  De Felice, Mussolini il duce. Gli anni del
consenso 1929-36, cit., p. 724).  La parte avuta da Mussolini nella
repressione brutale di ogni forma di  resistenza abissina,
ampiamente documentata dai fondi da lui stesso  visti, viene pure
dimenticata dal De Felice, che liquida in due sole righe (ibid., p.
745, nota 1) gli anni di dura lotta che insanguinarono  l’Etiopia
dopo la conquista italiana.
6. Sul regime fascista negli anni Trenta

DI NICOLA TRANFAGLIA

 
 
 
 
 
1. Negli ultimi anni, dopo la massiccia e importante
ripresa di studi e ricerche sulla crisi dello Stato liberale in
Italia e sulle origini e l’affermazione  del movimento
fascista, verificatasi intorno agli anni Sessanta,1 l’interesse
è andato sempre più spostandosi su un necessario riesame
del fascismo come regime: nel tentativo, anzitutto, di
cogliere i caratteri essenziali di esso rispetto a quello
liberale che per  un sessantennio lo aveva preceduto ma
anche di individuare il peso e le conseguenze che la sua
durata  ventennale avevano avuto sul secondo dopoguerra,
di cui prima d’allora poco o nulla s’era ricostruito, almeno a
livello scientifico. Questi due nessi essenziali — il prima e il
dopo — hanno costituito a volte esplicitamente, più spesso
implicitamente (e soprattutto tra quegli studiosi cresciuti di
numero a cavallo  degli anni Settanta che respingono con
sufficienza qualsiasi accenno alle motivazioni politiche della
ricerca storica, salvo a mostrare essi stessi con la scelta dei
temi e la pregnanza delle tesi sostenute l’inconsistenza del
proprio dogma), il filo conduttore che ha  guidato i
ricercatori nell’individuazione dei problemi  rilevanti, nel
privilegiamento dell’uno o dell’altro taglio tematico,
nell’approfondimento di momenti e personaggi, di nodi e
avvenimenti specifici lungo il ventennio.
All’interno di tale significativa prospettiva, i tentativi che
si stanno sviluppando di ricostruire e quin di definire il
fascismo italiano come regime dal punto di vista politico ma
anche (o soprattutto) economico-sociale hanno come punto
di partenza più o meno dichiarato il riconoscimento
dell’insufficienza delle analisi compiute dai contemporanei,
e in particolare dall’opposizione antifascista, sia da quella
legata ai vecchi partiti prefascisti, dai liberali ai socialisti,
sia  dalla nuova opposizione che negli anni della
dittatura  ebbe come punto di riferimento il Partito
comunista e  “Giustizia e libertà.” Senza accettare, perché
indimostrata e preconcetta, la posizione di quegli studiosi
che  accantonano completamente quelle analisi,
occorre  dire con chiarezza che in esse troviamo oggi
elementi preziosi per la ricostruzione e l’interpretazione
del  fenomeno, valutazioni e spunti dai quali partire anche
per scegliere che cosa val la pena cercare, non tuttavia una
diagnosi completa ed esauriente del regime fascista
attraverso la quale intraprendere una narrazione critica di
quel periodo della storia d’Italia. Non è peraltro lecito
spiegare, soltanto o prevalentemente, con quella
inadeguatezza di giudizio storico la durata del regime e le
difficoltà delle opposizioni antifasciste poiché, così facendo,
si corre il rischio di confondere il piano pur importante
della ricerca storica, delle sue ragioni e della sua
strumentazione con altro piano, che è quello del confronto
e  dello scontro delle forze economico-sociali e politiche
all’interno della società e dello Stato. C’è il pericolo, in
questa operazione, di saltare ogni mediazione e giungere
alla conclusione che l’assenza di  una ricostruzione storica
del tutto soddisfacente sul  piano scientifico sta a provare
che l'opposizione antifascista non ha compreso né superato
il fascismo. Una conclusione che non regge di fronte al
fatto incontestabile che l’antifascismo ha espresso
un  giudizio politico chiaro e accettabile del
fenomeno  fascista e questo giudizio ha collaudato negli
anni  attraverso una lotta lunga e difficile ma vittoriosa.  È
anche grazie ad esso, di cui non ci sentiamo di  contestare
la validità nello stesso momento in cui segnaliamo
l’esigenza di articolarlo e approfondirlo, che è possibile
oggi impostare una ricerca su basi nuove e feconde.2
Questo non vuol dire — è bene sottolinearlo — che i
ritardi della ricerca non siano insieme gravi  ed evidenti in
maniera particolare riguardo alla dittatura fascista, e lo
siano tra gli studiosi che si richiamano in qualche modo al
marxismo quanto e forse  di più lo sono tra storici di
differente orientamento  metodologico. Non è possibile
neppur tentare in quest’occasione un inventario delle cause
dell’attuale situazione ma non c’è dubbio sul fatto che un
simile discorso sarà da fare con la massima chiarezza:
analizzando sia le strutture e l’organizzazione della ricerca
storica sull’età contemporanea in Italia3  sia le scelte
compiute nell’ultimo trentennio dalla  storiografia
d’indirizzo marxista.4 In attesa di quel  bilancio, uno
sguardo anche sommario allo stato degli studi consente di
verificare le caratteristiche dei  persistenti ritardi e di
individuare alcune possibili  strade per avviarne il
superamento.
 
2. Se mettiamo da parte, perlomeno in questa fase del
nostro discorso, tutta una serie di contributi  scientifici
apparsi nell’ultimo quindicennio, e con una maggiore
accelerazione negli ultimi quattro-cinque anni, che si sono
concentrati sui primi anni di  potere fascista (legando di
solito la narrazione di quel periodo all’analisi delle origini e
della vittoria fascista a livello locale: è il caso di studi
rilevanti come  quelli di Corner e Roveri sul Ferrarese, di
Sechi sulla Sardegna, della Colarizi sulla Puglia e di vari
autori sull’Emilia Romagna) o comunque sul problema della
“conquista del potere” (riesaminato appunto in  un’ampia
ricerca assai ricca sul piano documentario, a volte incerta e
oscillante su quello interpretativo  dell’inglese Adrian
Lyttelton) e non teniamo conto direttamente del contributo
fornito, in maniera necessariamente discontinua e non
rigorosamente documentata, dai militanti antifascisti
durante la lotta, il panorama non può dirsi confortante.5
S’infittiscono studi e ricerche settoriali sull’uno o sull’altro
aspetto del regime: sulla politica economica, su quella
culturale; su alcune istituzioni dello Stato come  sulla
politica estera. Gli apporti specifici che scaturiscono da
questi contributi sono fondamentali  per ricomporre il
mosaico complessivo ma, còme si  potrà verificare in
seguito, non intendono né a volte  riescono a suggerire
ipotesi d’interpretazione complessiva del fascismo come
regime. È questa una  scelta compiuta da molti studiosi
nella consapevolezza delle difficoltà esistenti a livello di
archivi pubblici (e soprattutto privati) ma ancor più di
orientamento generale per una valutazione
soddisfacente  del fenomeno: ed è una fase necessaria, per
molti  aspetti preliminare a una successiva
ricostruzione. Ma condizionata, senza alcun dubbio, da due
elementi che importa sottolineare: anzitutto, le storie
generali o i tentativi di analisi e narrazione critica finora
disponibili; lo stato e l’uso delle fonti documentarie.6
Sul primo punto, occorre appena ricordare la situazione
attuale degli studi, tanto i dati essenziali sono a
disposizione degli studiosi e di tutti i lettori. A parte la
cronistoria — utile e più utilizzata di quanto appaia a prima
vista ma caratterizzata da  lacune vistose e da un modulo
interpretativo del tutto inadeguato — di Salvatorelli e Mira,
si contano  sulle dita di una mano le opere generali che
esercitano ancora qualche influenza negli anni
Settanta:  Lezioni sul fascismo di Paimiro Togliatti
pubblicato nel 1970 da Ernesto Ragionieri, gli Scritti sul
fascismo di Gaetano Salvemini raccolti in tre volumi 
nell’edizione feltrinelliana, la Storia del movimento  e del
regime fascista di Enzo Santarelli; accanto a queste, più di
recente, due lavori che non coprono tutto l’arco del regime
e hanno andamento differente da molti punti di vista come
la biografia di Mussolini di Renzo De Felice giunta con il
quarto volume al 1936 e i saggi raccolti a cura di Guido
Quazza in Fascismo e società italiana.7 A ciascuno di questi
volumi corrisponde un’interpretazione del fascismo italiano
come regime che non è qui il caso  di riassumere. Resta il
fatto indubitabile che di essi soltanto gli ultimi due si
fondano sull’utilizzazione di archivi pubblici e privati del
tempo (che  né Salvemini né Santarelli in tempi e per
ragioni  differenti hanno potuto utilizzare) e che in
particolare al Mussolini occorre rifarsi per un tentativo
di  ricostruzione analitica del periodo 1922-36.
Tentativo  peraltro seguito da contributi particolari di
altri  studiosi che in maniera più o meno chiara e puntuale
si sono rifatti negli ultimi tempi alle tesi affacciate da De
Felice.8 In particolare, proprio l’ultimo  volume della
biografia mussoliniana (di cui per la  politica estera ha già
parlato in modo esauriente su “Studi Storici” Gianpasquale
Santomassimo)9 ha  affrontato anni — quelli dal 1929 al
1936 — e problemi — quelli dell’“organizzazione del
consenso,” della politica economica, dell’assetto
istituzionale e così via — che sono al centro d’ogni sforzo
interpretativo del “regime.” Di qui la necessità, sul
piano scientifico prima di tutto, di verificare in qual misura
l’interpretazione complessiva proposta dal biografo di
Mussolini risponde alle esigenze attuali della ricerca, come
essa si colloca rispetto alle altre opere generali cui oggi
possiamo riferirci ma anche rispetto ai contributi parziali
apparsi in questi anni  su alcuni tra i nodi essenziali della
prima metà degli anni Trenta. Dell’Intervista sul fascismo,
che pure è documento chiarificatore dell’orientamento
di  fondo entro cui si colloca l’opera di De Felice, e
che quasi sempre non fa che esporre in maniera più diretta
tesi già esposte nella biografia mussoliniana,  non terremo
conto in questa sede: sia perché essa è già stata oggetto da
parte di alcuni studiosi di critiche puntuali sia perché essa
non permette — a differenza del Mussolini — un confronto
sul contenuto  e neanche sul metodo, che si rivela
necessario per cogliere le connessioni che l’interpretazione
complessiva sottende a proposito del nesso fascismo-storia
d’Italia, oltre che presupposti e giudizi di valore cui la
ricostruzione è informata.10 Mussolini il duce, anche  per i
continui richiami al volume precedente sull'Organizzazione
dello stato fascista, offre, al contrario, tutti gli elementi che
occorrono per motivare le ragioni del nostro radicale
dissenso dall’interpretazione di De Felice.
 
3. “Il fascismo”, scrive l’autore a p. 5
dell'Organizzazione dello stato fascista, “era sorto come un
fenomeno sociale piccolo-borghese e in questo senso  con
una sua propria carica rivoluzionaria.” L’affermazione, con
sfumature e accenti particolari, ritorna in tutta l’opera e si
lega all’altra, secondo la quale dopo il 1920, e ancor di più
a conquista del potere avvenuta, sono i “fiancheggiatori”
del fascismo, espressione di ceti conservatori e medio-alto-
borghesi, a contenere, frenare, infine bloccare la
“spinta rivoluzionaria” di cui i “veri fascisti” sono portatori.
Insieme, le due affermazioni introducono alla  visione del
blocco di potere fascista come una coalizione tra piccolo-
borghesi “rivoluzionari” e borghesi e agrari
“fiancheggiatori” tenuta insieme e retta da Mussolini,
grazie alla sua eccezionale abilità politica e di mediazione.
L’equilibrio che ne deriva  è, secondo De Felice, fragile;
perciò, all’interno di una simile ricostruzione, le divergenze
tra gli industriali  e il governo, come tra la Santa Sede e il
regime, sia  prima del '29 sia dopo, assumono il significato
non  di temporali divergenze tra forze e istituzioni
che  hanno collaborato da molti anni, e già in
momenti  cruciali, nella lotta contro il movimento operaio
organizzato, che hanno contribuito ad accelerare la  crisi
dello Stato liberale come d’uno stato incapace
di controllare i conflitti di classe accentuatisi dopo la prima
guerra mondiale, bensì di scontro aperto tra  il fascismo
“rivoluzionario” e i fiancheggiatori che lo catturano. Alfredo
Rocco, incontestabilmente protagonista della costruzione
dello Stato fascista attr$1erso la legge sui conflitti di lavoro
dell’aprile 1926, la preparazione dei testi unici di pubblica
sicurezza  come del codice penale che porta il suo nome,
autore in massima parte di quel manifesto ideologico
del  fascismo che è la Carta del Lavoro, è un
personaggio  scomodo per una simile interpretazione:
l’autore dà  scarso rilievo al suo ruolo, trascura di
sottolineare  come venissero di lontano, quali radici
avessero nella  società italiana le teorizzazioni del
guardasigilli fascista, giunge a chiedersi con più d’una
perplessità le  ragioni per le quali Mussolini fornisce a
Rocco un appoggio così forte in quegli anni, dà uno spazio
così grande all’antico reazionario.11
La precisazione della natura autentica del fascismo, si
direbbe quasi della sua essenza genuina, è ossessivamente
al centro dell’indagine condotta da De Felice: Mussolini ha,
da questo punto di vista, un doppio volto. Quello del
creatore del movimento e del  suo massimo teorico; ma
anche — e in opposizione al primo — quello del gestore del
“compromesso” politico e istituzionale su cui si regge il
regime.  Di qui la ricerca di uomini e di scritti che
esprimano in maniera appunto “genuina” la sostanza
rivoluzionaria, e specificamente antiborghese e
anticapitalistica, del fascismo: una lettura ad hoc
della stampa fascista, in particolare di giornali e riviste che
fanno capo allo squadrismo provinciale e insieme di quelle
che sono dirette o ispirate da  Giuseppe Bottai, offre
all’autore gli spunti necessari per isolare ed esaltare motivi
polemici che possono definirsi “rivoluzionari.” Ogni lettura,
bisogna riconoscerlo, può risultare unilaterale ma
quella  che ci propone De Felice scaturisce senza
mediazione alcuna dalle tesi enunciate in precedenza
e  ignora sistematicamente altri temi di continuo evocati
nella stampa e pubblicistica fascista e la lettura che altri
studiosi, a cominciare da Salvemini,  hanno condotto di
quelle pubblicazioni.12
Il problema della formazione di una classe dirigente
fascista costituisce uno dei punti centrali di tutta
l’esposizione. Le ragioni del fallimento di un progetto come
questo che appare a Mussolini come a Bottai (ma — se non
ho capito male — anche  all’autore) la vera chiave di volta
per l’attuazione  della “rivoluzione” fascista sono esposte
con assai  scarsa chiarezza, nel senso che gli argomenti
usati per spiegare quel fallimento non emergono
direttamente dal testo né appaiono coerenti con
l’interpretazione di fondo del fenomeno proposta
dall’autore. Scelte e avvenimenti importanti come lo
“sbloccamento” della confederazione sindacale dei
lavoratori di Rossoni nel 1928 e il progressivo
esautoramento del PNF a vantaggio della burocrazia
statale, e  in particolare dei prefetti, sono descritti e
spiegati  non attraverso l’analisi delle forze (economiche,
sociali, istituzionali oltre che politiche) che si fronteggiano
ma invece con il ricorso alle due anime del fascismo o agli
umori e al carattere di Mussolini. Le  ragioni di fondo che
sono dietro all’una o all’altra  scelta e che affondano le
proprie radici nella natura effettiva del blocco sociale che
regge il fascismo,  un blocco di potere legato strettamente
alla monarchia, all'esercito, alla burocrazia statale ma
anche  alla grande industria e all’alta finanza, che non
poteva tollerare proprio per la sua composizione un
sindacato di lavoratori dotato di potere contrattuale
di  fronte agli altri organi dello stato e in grado di influire
sulla politica del regime né un partito che, al centro come
in periferia, si ponesse in alternativa alle  istituzioni
tradizionali dello Stato; quelle ragioni di  fondo, insomma,
diventano nelle pagine di De Felice conseguenze dei timori
e delle elucubrazioni del dittatore o decisioni da addebitare
esclusivamente alla componente conservatrice,
opportunista e fiancheggiatrice del fascismo. Una
componente, è importante  sottolinearlo, che in tutta la
narrazione ha un ruolo  ambiguo, essendo giudicata
marginale e non caratterizzante rispetto al fenomeno
fascista ma finendo  poi per contare sempre, e in maniera
determinante,  in tutte le scelte cruciali. Persino
l’imperialismo f$1cista appare legato come attraverso un
cordone ombelicale a quegli elementi poiché
nell’Organizzazione dello stato fascista l’espansionismo
coloniale  e le avventure militari sono annunciati
dall’autore  anzitutto come la conseguenza della sconfitta
del fascismo corporativo, quello autentico e
rivoluzionario,  e nello stesso tempo dell’esigenza di
Mussolini di trovare una “giustificazione storica” alla
propria dittatura.13
Malgrado il fallimento del progetto corporativo, gli anni
che seguono alle leggi eccezionali, alla costruzione del
nuovo stato di polizia, vedono mutare — secondo De Felice
— i termini del rapporto tra forza e consenso all'interno del
regime. “Negli anni precedenti,” è un giudizio centrale, che
val la pena riportare, “la forza era stato un elemento
decisivo del consenso; sia nel senso genericamente
deterrente sia  in quello più concreto e attivo di una
drastica azione volta ad eliminare le opposizioni; e, anche
se talvolta aveva varcato certi limiti che Mussolini
non  avrebbe voluto superati, aveva notevolmente
contribuito al suo successo politico [...] Con ciò la forza non
cessava certo di costituire uno dei cardini sui  quali si
reggeva il potere fascista, tanto è vero che  l’apparato
poliziesco che doveva esercitarla
venne  contemporaneamente rafforzato ed esteso (a metà
del ’27 le forze di polizia assommavano complessivamente a
circa 100 mila uomini [...] e verso la fine dello stesso anno
veniva costituito l’Ispettorato speciale di polizia, primo
nucleo della futura OVRA), ma — almeno formalmente —
passava in secondo piano e il suo  impiego — sempre
ufficialmente — diventava una  questione riguardante solo
gli avversari del regime  e dei suoi ordinamenti.”14 Il
culmine di questo processo si verifica a partire dal '29,
come l’autore afferma con sicurezza in Mussolini il duce:L
“Tra il ’29  e la fine del ’34 il consenso non raggiunse le
vette di  entusiasmo e di esaltazione che avrebbe toccato
nel  '36, in effetti fu però più esteso e soprattutto più
totalitario o, se si preferisce, meno venato di riserve, di
motivi critici, di preoccupazioni per il futuro [...] il
quinquennio ’29-34 fu per il regime fascista e, in sostanza,
anche per Mussolini il momento del maggior  consenso e
della maggiore solidità.” 15
Alla luce di questa valutazione — che si regge in
massima parte sull’immagine del regime quale emerge
dagli scritti o dagli appunti del duce, dai giudizi della
stampa fascista, ma soprattutto da un’analisi della
situazione politica che non tiene nessun  conto di elementi
fondamentali come la grande crisi  (non ne tiene conto,
voglio dire, da un punto di vista di connessione effettiva: se
ne parla, si descrivono alcuni dei suoi effetti ma senza
trarre da ciò le  conseguenze necessarie sul piano della
ricostruzione generale), le difficoltà del movimento operaio
internazionale, il consolidamento dello stalinismo
nell’Unione Sovietica — De Felice può ritrarre il
plebiscito  del marzo 1929 come una consultazione
elettorale  non molto differente da libere elezioni,
liquidare  rapidamente i nodi della politica economica
fascista in quegli anni esaltandone gli aspetti
positivi,  formulare un giudizio di dura condanna nei
confronti di notevoli componenti dell’antifascismo
all’estero, salvando all’opposto la funzione e i risultati  a
lungo termine dell’antifascismo conservatore raccolto
intorno a Croce.16
Ora, a questo punto, piuttosto che attardarsi nella
contestazione puntuale di molte delle affermazioni  che
sostanziano la visione di De Felice — come già in  parte è
stato fatto e si potrà in seguito meglio fare  attraverso
contributi e ricerche specifiche 17 — importa mettere in
luce su quali presupposti di metodo  impliciti o espliciti e
attraverso quali strumenti il biografo di Mussolini è giunto
a proporre l’interpretazione di cui ho cercato fin qui di
delineare le idee centrali ed ispiratrici. Il nostro giudizio su
quei presupposti e su quegli strumenti è preliminare
all’indicazione di differenti ipotesi e direzioni di ricerca per
lo studio del regime fascista.
 
4. Un primo elemento da sottolineare con forza è la
scelta da parte dell'autore dell’approccio biografico come
punto d’osservazione centrale del fenomeno fascista. De
Felice, è vero, ha più volte affermato nei suoi volumi, e
anche negli ultimi, che  la sua opera “vuol essere una
biografia di Mussolini e non una storia del fascismo o,
addirittura, dell’Italia sotto il fascismo”.18 Ma la
precisazione si scontra con due dati di fatto, l’uno legato al
modo in  cui l’autore ha sviluppato il suo lavoro, l’altro
allo  stato degli studi. Non c’è dubbio, cioè, sul fatto —
segnalato peraltro da molti tra quelli che hanno recensito
con attenzione l’opera di De Felice — che nella sostanza la
biografia è divenuta di volume in volume, e particolarmente
negli ultimi due, un tentativo di storia generale del
fascismo: lo confermano interi capitoli dedicati a problemi
che certo hanno  qualche connessione con la biografia del
duce ma che assumono nell’economia della trattazione uno
sviluppo giustificabile soltanto all’interno di un disegno
narrativo più generale, analisi e indagini che  riguardano
altri personaggi, accanto al protagonista, del movimento e
poi del regime, valutazioni e  giudizi che non appaiono di
per se stessi richiesti e necessari in un lavoro biografico. Si
potrà obiettare  che di biografia si tratta, sia pure di un
“Mussolini  e i suoi tempi” (l’accenno c’è già nella
prefazione di  Delio Cantimori al primo volume e
nell’introduzione  al medesimo stesa dall’autore), destinata
dunque a  comprendere tutti o gran parte dei temi e
problemi  che in qualche modo si collegano al personaggio
Mussolini. Ma, a voler accettare una simile obiezione,
la  difesa del carattere biografico dell’opera resta
meramente formale: e non ci interessa contestarla. Vero è
che, biografia o storia che si voglia chiamare,  l’opera
costituisce di fatto una ricostruzione del fascismo italiano:
e come tale va giudicata. Ricordando l’altro elemento cui si
accennava: la povertà  cioè di storie analitiche del periodo
che ha costituito  con ogni probabilità per De Felice uno
stimolo a offrir  materiali e giudizi su ogni aspetto del
fenomeno, per  lettori e studiosi l'invito a una chiave di
lettura corrispondente alle caratteristiche sostanziali — di
storia  del fascismo — e non formali — di vita di Mussolini
— dell’opera nel suo complesso.
Chiarito l’equivoco, è necessario segnalare le
conseguenze di una simile impostazione che dà un ruolo
non solo centrale (sul quale si può essere, ma solo in parte,
d’accordo) ma sempre determinante e a volte assorbente al
capo del fascismo e, in ragione di ciò, presenta e interpreta
decisioni e scelte strettamente  legate al modo di
produzione dominante nel paese, ai  rapporti tra le classi
sociali, all’assetto istituzionale così come si era stratificato
nel sessantennio liberale  come effetti a volte parziali ma a
volte totali del “temperamento” di Mussolini, dei suoi
umori, dei suoi  “complessi,” delle sue paure. Si sono già
fatti alcuni  esempi di un metodo così elusivo e fuorviante,
incapace di andare al fondo delle cose, ma altri se ne
possono  avanzare a proposito di problemi fondamentali
come  lo sviluppo e il significato del corporativismo.19 È
una  costante di metodo dell’autore quella di lasciare sullo
sfondo l’azione e il peso delle forze economiche  (in
particolare dell’alta finanza e della grande industria) come
di quelle sociali, e di privilegiare i problemi psicologici —
che nessun vuol negare — di Mussolini e quelli — anch’essi
esistenti — dell'equilibrio politico all’interno del regime.
Non credo sia giusto contestare a De Felice il merito di uno
scavo  ampio e notevole per delineare le varie
componenti che c’erano all’interno del fascismo ma occorre
rilevare come il metodo dell'autore lo conduca a porre per
questo in secondo piano o a trascurare del  tutto forze e
interessi cui il regime faceva riferimento. Interpretare anni
come quelli intorno alla  grande crisi con quelle lenti
significa precludersi  l’analisi di fattori e variabili di
fondamentale importanza, e prima di tutto i caratteri
generali, comuni all’Italia come alla Germania, agli Stati
Uniti, come all’Unione Sovietica, di una svolta sul piano
economico-sociale di fronte alla quale un'analisi condotta
solo sul piano politico rischia di aver le armi spuntate.20
Un secondo elemento riguarda la documentazione usata
dall’autore. De Felice, in particolare negli ultimi due
volumi, la presenta come completa ed esauriente. Ma se si
prova a risalire alle fonti usate dallo  studioso, è possibile
constatare i seguenti dati: I) le  fonti di gran lunga
privilegiate, ai fini della narrazione come d’ogni
valutazione, sono le carte della  polizia e della segreteria
particolare del duce, e in generale i documenti di
elaborazione fascista; II) del tutto inutilizzate, e comunque
trascurate, sono sia  le documentazioni costruite ed
elaborate durante il fascismo dall’opposizione (mi riferisco,
soprattutto, a quegli studi o ricerche che non avevano una
funzione propagandistica bensì essenzialmente
conoscitiva  all’interno dell’antifascismo, a certi articoli di
“Stato operaio” o a certe notizie che si trovano
nel settimanale “Giustizia e Libertà” o nei “Quaderni di G. e
L.”) sia i risultati della storiografia antifascista. A questo
proposito, è necessario almeno  notare che De Felice,
partito nel primo volume da  una valutazione dei lavori di
Salvemini come di  “studi ad altissimo livello... che
costituiscono altrettanti modelli ben difficilmente
eguagliabili,” giunga  nel quarto volume ad accusare lo
stesso Salvemini  di tendenziosità, ideologismo e scelte
aprioristiche21;  III) la stampa fascista è utilizzata in
maniera assai strana, con vistose lacune: è difficile sfuggire
al dubbio che non si tratti tanto di una lettura sistematica,
sia pure per campioni, bensì di articoli ritrovati tra le carte
del duce o della polizia politica.
Ma il discorso sulle fonti non può esaurirsi qui. Un
esame attento della documentazione fascista — come ha
già notato Giorgio Rochat recensendo l’ultimo volume del
Mussolini — utilizzata da De Felice  permette di giungere
alla conclusione di una notevole unilateralità, pur
all’interno di quella documentazione: il privilegiamento del
Fondo Segreteria particolare del duce, come di quelli sul
Consiglio dei ministri, e sulla Direzione di polizia, ha
conseguenze inevitabili sull’immagine del regime che ne
scaturisce. Pone in primo piano contrasti e problemi del
gruppo dirigente fascista, trascura l’azione di  governo e i
suoi effetti sul paese. Eppure, soprattutto sul piano della
politica economica, le fonti edite come gli studi più recenti
avrebbero consentito a De Felice una ben diversa visione
degli avvenimenti. Ma, con tutta evidenza, ci troviamo di
fronte a una scelta di metodo legata alle tesi che l’autore
sostiene. Soltanto così si spiega l’assoluta mancanza di
cautela critica che caratterizza la lettura  dei documenti di
polizia come degli appunti o degli  scritti di Mussolini:
l'immagine che il dittatore e il  gruppo dirigente fascista
vogliono, attraverso quei  documenti, offrire di sé, si
trasferisce senza mediazioni nella narrazione di De Felice.
Quando poi gli  stessi documenti fascisti consultati dallo
studioso  offrono dati in troppo clamoroso contrasto con
l’interpretazione generale essi subiscono la sorte di  quelli
non fascisti o dei risultati della storiografia  marxista: sono
accantonati o addirittura ignorati.22
È chiaro che, sulla base di questo giudizio complessivo,
non si tratta di respingere pregiudizialmente tutte le tesi
che emergono dall’opera di De Felice (e  che la recente
Intervista sul fascismo con la polemica che ne è seguita ha
diffuso a livello di massa, cioè  di decine di migliaia di
lettori) quanto di valutare  criticamente gli apporti e le
acquisizioni che in un  modo o nell’altro provengono anche
da quelle ricerche  ma all’interno di un’impostazione
metodologica differente da quella adottata dall’autore del
Mussolini, chiarendo a quali giudizi di valore ci si riferisce
proprio di fronte a una storiografia che non può
evidentemente farne a meno ma che si cura
particolarmente di nasconderli sicché è possibile venirne a
capo solo  attraverso l’analisi delle fonti prescelte, del
metodo usato, di alcuni concetti-chiave.
Tra questi ultimi ha rilievo centrale il nesso che si
stabilisce tra fascismo e storia d’Italia. Al di là di
chiarimenti ed esplicitazioni che potranno risaltare in tutta
la loro evidenza quando la biografia-storia del  fascismo di
De Felice sarà compiuta, è possibile individuare quel nesso
nella convinzione dell’autore che il periodo fascista segni in
Italia una fase di  accentuata modernizzazione e sviluppo
economico-sociale, come causa diretta del “progresso”
realizzatosi nel secondo dopoguerra.23
5. C’è sostanziale accordo tra studiosi di diversa
tendenza sul fatto che il periodo 1929-1936 segna insieme
il momento di maggior stabilizzazione del regime  e quello
in cui maturano, all’interno come nei rapporti con l’estero,
alcune scelte o non scelte che avranno grande influenza
sugli anni a venire. Indici non  omogenei ma tutti
significativi confermano una simile  valutazione: dalle
difficoltà in cui si trova palesemente l’opposizione
antifascista e il movimento operaio internazionale agli
effetti devastanti della crisi del ’29 in  tutti i paesi
dell’Occidente capitalistico possono enumerarsi una serie
di fattori che vedono il fascismo italiano all’offensiva, che
sembrano accreditare quel ruolo di “terza via” tra
capitalismo e bolscevismo cui il  regime aspira e che la
propaganda s’incarica di gonfiare e ribadire non solo in
Italia.24 La grande crisi, scoppiata negli Stati Uniti appunto
nel ’29 ma giunta  più tardi in Italia, ha la funzione
importante di porre  al blocco di potere fascista scadenze
decisive. Se, infatti, il fascismo aveva già compiuto passi
essenziali  sulla strada di una trasformazione istituzionale,
elaborata in primo luogo dai nazionalisti (Rocco
anzitutto,  per intenderci), che aveva accantonato
definitivamente lo Statuto Albertino e al posto di uno stato
liberale con forti tratti autoritari, quale si era avuto
nel  sessantennio precedente, aveva dato vita a uno
stato  nuovo, caratterizzato dall’abolizione delle libertà
politiche e civili, dall’accentramento dei poteri
nell’esecutivo e nella burocrazia che ne faceva parte,
dalla composizione forzata dei conflitti tra capitale e lavoro;
se, dunque, un moderno stato di polizia aveva eliminato sul
piano politico e ideologico pluralismo e dissenso, su altri
piani il fascismo pareva aver semplicemente ereditato la
situazione dell’età liberale.25
In particolare, sul piano dell’ordinamento economico-
sociale. La legge di Alfredo Rocco sui conflitti di lavoro è
dell’aprile 1926: in essa domina l’intento  di por fine allo
scontro aperto nelle fabbriche sostituendovi luoghi e
strumenti di mediazione favorevoli  ai datori di lavoro ma
controllati attraverso la istituzione della magistratura e la
presenza del sindacato  fascista da organi “neutrali” o
solleciti di umori o  istanze della base. Sullo sfondo, come
obiettivo lontano, s’intravvede l’idea della Corporazione
che supera la fase dello stato sindacale e dei conflitti,
sia  pure composti dalla magistratura o dal
sindacato.  Esattamente di un anno dopo è la Carta del
Lavoro, espressione anch’essa di una concezione ideologica
che  ribadisce la preminenza dell’iniziativa privata
sull’intervento statale nel campo economico e la
necessità  della collaborazione di classe nello stato
nazionale.  Negli anni successivi, Mussolini e il gruppo
dirigente  fascista non si scostano da questa linea: sul
piano  della politica economica, essa si dispiega con un
intervento nell’agricoltura che favorisce “i grossi produttori
e i grandi affittuari” e, “sia pure in misura minore, i
mezzadri più agiati” senza tentar di mutare  né il ruolo del
settore agricolo nell’economia nazionale né l’assetto
arretrato che lo caratterizzava e che  aveva giocato una
funzione importante nella genesi  e nella vittoria fascista;
con una serie di misure a  livello industriale e finanziario
che scartano qualunque possibilità di agire sulla proprietà
o sugli altri  redditi e tendono invece a puntare “sulla
riduzione  della domanda interna, sulla restrizione del
credito e  sull’abbassamento dei salari.”26 Giocano un
ruolo  fondamentale in questa politica i legami con la
finanza internazionale, e specialmente americana, e
l’esigenza del regime di riscuotere il consenso delle
classi sociali che ne hanno favorito l’avvento.27
Ma l’avvicinarsi della crisi mette in luce contraddizioni
già presenti nella struttura del fascismo. L'efficacia del
corporativismo come strumento ideologico di
organizzazione del consenso poggia sull’attesa illusoria da
parte della piccola borghesia della costruzione di uno stato
che non sia né del capitale né del proletariato, che si ponga
come arbitro non solo dei conflitti di classe ma anche delle
istituzioni fondamentali della società; che abbia regole
obiettive, applicate da funzionari permeati dell’ideologia
corporativa.  Quest’attesa è reale, si sostanzia delle
esigenze politiche di ceti e strati sociali che hanno fornito
la truppa di cui ha avuto bisogno il fascismo nel primo
dopoguerra e nella crisi seguita al delitto Matteotti,
che  hanno assistito senza soverchia emozione alla
creazione di uno stato di polizia soprattutto volto contro le
organizzazioni del movimento operaio ma che negli anni
successivi al superamento della crisi dell’Aventino da parte
della dittatura non hanno visto i segni di una politica
economica e sociale diversa da  quella dell’odiato Stato
liberale. Certo, la disoccupazione ha colpito gravemente le
masse operaie e così  la riduzione dei salari: meno, su
entrambi i piani, ha  sofferto la piccola borghesia degli
impieghi e del lavoro autonomo. Ma il mantenimento di una
“costituzione economica” sostanzialmente eguale a quella
del  periodo liberale sta li a provare che la
“rivoluzione fascista” si è fermata. Di questo stato d’animo,
di cui  è possibile cogliere a vari livelli i segni, si fa
interprete dopo il 1926 un uomo come Giuseppe Bottai sia
con  la sua attività di sottosegretario alle Corporazioni
sia  con quella di organizzatore di cultura su riviste e nella
università. Nel 1930, quando i prodromi della crisi  si
rivelano in Italia, viene approvata la legge n. 206  sulla
Riforma del Consiglio nazionale delle Corporazioni. “Una
legge,” ha commentato significativamente  Cassese nel suo
equilibrato lavoro su Bottai,28 “che  ebbe l’opposizione del
mondo della produzione perché si attribuivano al Consiglio
funzioni di normazione in materia economica; questa
tendenza finì per prevalere ma circondata di tali remore —
in particolare, la necessità dell’assenso del capo del
governo — che il Consiglio non ebbe di fatto l’iniziativa. ”
La vicenda di quella legge, come delle polemiche
intercorse nel successivo biennio a proposito del
corporativismo di cui in tempi recenti Lanaro, Santarelli e
Santomassimo hanno analizzato i termini essenziali,29 è
importante per cogliere la presenza all'interno del regime
di divergenze non solo ideologiche  ma legate alla natura
sociale della coalizione di potere. Strumento fondamentale
di organizzazione del  consenso verso le masse, piccolo-
borghesi prima e più  che operaie, il progetto corporativo
costituisce il tentativo di una corrente minoritaria e
destinata alla  sconfitta ma presente nel partito, nel
sindacato, tra  gli intellettuali fascisti di creare uno stato
“nuovo,”  a mezza strada tra il vecchio capitalismo e gli
esperimenti di pianificazione statale in corso negli
Stati  Uniti o nell’Unione Sovietica. Alla luce di questa
istanza — che non è meramente propagandistica ma è
in  qualche modo un “progetto inattuato” di governo —  si
può ricostruire l’interesse tutto particolare per il New Deal
rooseveltiano, segnalato di recente dai lavori di
Vaudagna.30 E si spiegano interventi e scritti  del periodo
che segue alla crisi tutti improntati alla visione del “vecchio
mondo (che) si sfascia e crolla  per interna dissoluzione,”
alla tendenza a concludere che “dappertutto si affacciano le
stesse esigenze e  dappertutto le diverse soluzioni tentate
sono indotte  a modificarsi in uno stesso senso dalla forza
della realtà.”31 Ma l’andamento degli avvenimenti mostra
con  estrema chiarezza quali sono le forze che hanno la
meglio all’interno del regime e a chi si collegano. Sul piano
politico, è del ’32 l’allontanamento di Bottai dal  Ministero
delle Corporazioni.32 Su quello economico,  il regime fa
pagare la crisi in massima parte ad operai e contadini
attraverso l’aumento massiccio della  disoccupazione e
l’ulteriore riduzione dei salari. “La  sostanziale tenuta del
‘monte stipendi’ e dei redditi  di lavoro autonomo,” ha
osservato a questo proposito Castronovo, “al confronto
della restrizione della quota parte dei lavoratori industriali
e agricoli sul reddito prodotto, rispose, in ultima analisi,
alla stessa genesi del movimento fascista e alla
dislocazione  sociale del regime fra le varie classi.”33 La
piccola borghesia non subisce i contraccolpi più gravi del
’29 ma  vede nello stesso tempo allontanarsi il progetto
di costruzione corporativa cui tiene, nella quale l’intervento
attivo dello Stato appare come una svolta anticapitalistica.
Proprio nel momento in cui la crisi raggiunge l’Italia — nel
’31-32 — matura si un progetto  di intervento statale
nell’economia: ma regolato dalle  caratteristiche strutturali
del capitalismo italiano.  Non a torto si è parlato di
“autogestione capitalistica” del sistema. Al di là dell’una o
dell’altra formula,  occorre ricordare che nessuna delle
condizioni progressive (dal punto di vista del capitale)
indicate, ad  esempio, da Gramsci nelle sue note su
“Americanismo  e fordismo” possono trovare applicazione
nel caso  italiano. Non si può affermare, sulla base delle
ricerche finora compiute come dei dati generali a
nostra  disposizione, che vi fu attraverso quell’intervento
programmazione complessiva della produzione industriale
per settore e nazionale, né costruzione di consenso operaio
per il sistema di produzione né a maggior  ragione
ristrutturazione dell’organizzazione statale sulla base delle
esigenze e degli orientamenti della  produzione industriale
né infine riduzione o eliminazione della burocrazia politica
e della speculazione  finanziaria. Simili risultati avrebbero
presupposto un  intervento statale capace di incidere
chirurgicamente  nell’apparato capitalistico industriale e
finanziario  così come era andato sviluppandosi nell’età
giolittiana e nella prima fase dello Stato fascista, e
avrebbe  di conseguenza innescato un contrasto grave tra
il regime e quei gruppi economici che ad esso si erano più
volte appoggiati garantendo in cambio un sostegno di cui il
gruppo dirigente fascista aveva avuto più volte bisogno: ma
questo, evidentemente, sarebbe  stato ipotizzabile solo nel
caso che il regime avesse  potuto disporre di un autentico
consenso delle masse.34 Tutti i documenti che possediamo
di quella svolta — a parte gli scritti o i discorsi
propagandistici — mostrano con chiarezza la
preoccupazione del gruppo dirigente fascista, a cominciare
da Mussolini, di adottare una soluzione che non
scontentasse i vecchi gruppi di potere. Le stesse procedure
adottate per giungere al varo dei provvedimenti sono
tipiche di una  ristretta élite burocratica saldamente
collegata all’alta finanza e alla grande industria: la
fondazione dell’IRI, dell’IMI, la successiva, importante
riforma bancaria del ’36 avvengono del tutto al di fuori di
organi  che postulassero una discussione politica, un
confronto di posizioni all’interno delle correnti del
fascismo. Appaiono fin dall’inizio come il frutto di un’intesa
non improvvisata né contingente tra i maggiori gruppi
industriali e finanziari e l’alta burocrazia  statale come
delegata e rappresentante del potere politico.35
Ne scaturirono insieme il fallimento definitivo del
progetto corporativo e una certa, limitata razionalizzazione
dell’apparato finanziario e industriale. Il fatto  che quel
processo di razionalizzazione venne iniziato  e portato
avanti da un gruppo dirigente come quello  fascista,
espressione cioè di strati sociali piccolo e  medio-borghesi
d’accordo con una burocrazia le cui  fortune si legavano
strettamente a quelle del regime,36  non poteva non avere
conseguenze sugli esiti del processo. “L’intervento statale,”
ha notato esattamente Castronovo, “mutuò alcuni elementi
tipici (presenti  nel trend di più lungo periodo) della
simbiosi fra banca, industria e potere pubblico e si realizzò,
di  fatto, sulla base di una serie di compromessi con
gli  interessi produttivi e le strategie di impresa dei
nuclei  più forti della borghesia economica italiana. I
processi di concentrazione e di oligopolio furono
incoraggiati anche per iniziativa di legge e l’intervento
dello  Stato non investì comunque i centri nevralgici
del sistema industriale emersi in forze nel corso dell’ultimo
decennio: dalla meccanica alla chimica, alle fibre tessili,
all’industria elettrica.”37
Nei mesi in cui quella soluzione maturava, proprio dagli
ambienti legati al progetto corporativo giunsero  critiche e
si espressero riserve, nella forma consentita all’interno di
un regime che vietava il dissenso,  sul carattere
“acorporativo” degli interventi, sull’assoluta mancanza di
collegamento tra la riorganizzazione industriale e
finanziaria e gli organi dell’edificio  in fieri. Non si resero
conto quei fascisti, e Bottai tra  essi (salvo a capirlo in
seguito, quando il processo  apparve in tutta la sua
evidenza), che le esigenze di cui si facevano rappresentanti
riguardavano ceti sociali che giocavano un ruolo subalterno
all’interno  del sistema economico e politico di quegli anni.
La particolare arretratezza che caratterizzava il capitalismo
italiano rispetto a quello tedesco o americano  consentiva,
in quel quadro politico-istituzionale, una  razionalizzazione
non confrontabile, se non nella forma, ad esperienze di
programmazione adottate in  altri paesi capitalistici: i
margini d’influenza dello  Stato, o meglio degli organi di
governo, crescevano  sulla base di un processo
inarrestabile, ma attraverso  strumenti e uomini legati agli
interessi degli oligopoli.
 
6. Dagli studi esistenti sulla struttura economico-sociale
ma anche politica e istituzionale italiana negli anni intorno
alla grande crisi si possono ricavare  alcuni primi elementi
di orientamento generale e  cioè: I) l’esistenza all’interno
della classe politica fascista, e tra gli intellettuali, di un’ala
minoritaria  con tendenze riformatrici, omogenee
formalmente (ma non nella sostanza) a correnti vittoriose in
paesi di  capitalismo avanzato; II) la necessità, dunque,
di  guardare al corporativismo come lente per indagare  su
una più articolata dislocazione politica e sociale all’interno
del regime, e non solo come strumento di  organizzazione
del consenso (che pure senza dubbio  fu, e con notevole
efficacia); III) l'attuarsi di una soluzione, tra il '31 e il ’34,
che parzialmente riorganizzò  e “razionalizzò” ma senza
mutare, almeno in quel quadro istituzionale, i rapporti tra i
più potenti gruppi del capitale e lo Stato; IV) l’emergere,
sempre a livello subalterno ma con un potere tendente a
crescere sia per l’accentuarsi della dittatura personale
e  dell’esautoramento del PNF sia per la necessità
del regime di mantenere l’appoggio della piccola borghesia
da cui proveniva in massima parte il personale burocratico,
di un ceto di dirigenti dell’amministrazione pubblica e delle
cosiddette “amministrazioni parallele.”38
Elementi come questi introducono ad altri e più specifici
problemi. È nota l’arretratezza degli studi  sull’apparato
economico e finanziario italiano che oggi come oggi
impedisce un’analisi più approfondita delle forze in campo,
del loro schieramento, dei rapporti con il regime. Il fatto
anzi che i pochi lavori  esistenti riguardino l’industria
meccanica, privata o di stato (penso alla FIAT o alla Terni),
piuttosto che  la chimica o l’elettrica, rischia di favorire
un’immagine deformata, più avanzata del reale,
dell'atteggiamento degli industriali di fronte alla crisi
come  al definitivo affondamento dello Statuto Albertino.  E
invece, sia pure per campioni significativi, è indispensabile
un’analisi documentaria dei settori industriali che
giocarono una parte rilevante in quegli  anni. Il problema,
occorre sottolinearlo, non è tanto  quello di fornire
ricostruzioni esaurienti di processi  che superano a volte il
mezzo secolo quanto di concentrare l’attenzione su alcuni
punti che ci riconducono ai temi di fondo.
Ci sono stati, ad esempio, negli ultimi anni stimolanti
sondaggi sul problema dell’organizzazione scientifica del
lavoro: sono state intraprese analisi delle elaborazioni di
parte imprenditoriale come dell’atteggiamento del
sindacato fascista di fronte all’introduzione delle teorie
tayloristiche in Italia dagli Stati  Uniti, si è incominciato a
riflettere sull’uso che di  quella ideologia venne fatto negli
anni Trenta.39
Ma quello che ancora è da fare a questo riguardo appare
di ancor maggiore importanza: fino a che punto
l’introduzione di quelle teorie si tradusse in un’effettiva
applicazione di tecniche nuove di razionalizzazione
capitalistica del lavoro in tutta l’industria? E  soprattutto
quali furono le modalità e gli obiettivi di quell'applicazione?
Non è indifferente accertare se si puntò ad essa come a un
modo per prevenire, canalizzare e controllare i conflitti di
lavoro piuttosto che  a uno strumento di effettivo
ammodernamento e razionalizzazione della base tecnica
della produzione.  L’accertamento dell’una o dell’altra
alternativa, già affacciata a suo tempo da “Stato Operaio,”
può fornire elementi non trascurabili di giudizio sul
rapporto tra repressione e rassegnazione operaia nella
fabbrica.40
E, da questo punto di vista, restando sempre nel mondo
della produzione, sarà importante cercar di precisare, sulla
base di ricerche che sono attualmente in corso, il ruolo di
repressione-mediazione nei  conflitti di lavoro espletato
dalla magistratura e dal sindacato fascista. Il caso di Torino
— centro non periferico per i problemi trattati — sembra di
poter  suggerire, sia pure in via provvisoria, conclusioni
significative: I) in primo luogo, la delega data nei
fatti  dall'esecutivo ai giudici di definire il nuovo diritto
del  lavoro, intervenendo appunto con sentenze che
precisavano e fissavano i limiti della mediazione
pubblica  nella forzata “collaborazione” di classe. Basti, a
questo proposito, l’esempio più chiaro (a cui molti altri,  e
più specifici, potrebbero tuttavia aggiungersi): fu
la  magistratura a precisare che cosa era e come si doveva
tener conto della Carta del Lavoro del 1927; II) la notevole
rapidità di giudizio nei conflitti di lavoro, spiegabile sia con
la funzione definitoria assegnata,  sia con l’esigenza di
servirsi di essa per evitare l’inasprirsi del conflitto; III) la
distinzione, al fine di giudicare l’orientamento dei giudici,
tra controversie che riguardano l'organizzazione del lavoro
e il potere in  fabbrica e sentenze che concernono altre
materie:  nel primo caso, l’allineamento ai desideri dei
datori di lavoro è assai maggiore.
Già queste conclusioni mostrano, nell’ambito del ruolo
subalterno alle esigenze politiche generali del  regime, una
funzione di mediazione e di organizzazione del consenso da
parte della magistratura che  non è senza importanza:
perché rivela la capacità del  fascismo di utilizzare
un’istituzione tradizionale dello stato in maniera più diretta
ma anche più duttile e  flessibile di quanto fosse accaduto
nello stato liberale. E analogo discorso può farsi per il
sindacato  fascista nello stesso periodo. Dalle indagini
compiute sulla magistratura del lavoro si ricava che il
sindacato affronta e risolve un numero di conflitti
assai maggiore di quelli demandati ai giudici, e soprattutto
quelli riguardanti le masse operaie. Purtroppo fino a questo
momento non è stato possibile compiere un esame analitico
di quelle controversie e  dei criteri adottati nella decisione
dal sindacato; comune, alle controversie portate in sede
giudiziaria, è  la rapidità della soluzione arbitrale. Sarebbe
assai  utile accertare — anche per un campione limitato
—  la misura e le specifiche modalità della
mediazione  sindacale in determinati momenti e su
determinate materie.41
Quanto al PNF e in generale alla classe politica fascista
nel suo insieme, possediamo soprattutto dati  che
riguardano il vertice (anche se biografie di personaggi
come Roberto Farinacci, Augusto Turati,  Giuseppe Bottai,
Achille Starace, Dino Grandi, eccetera non ci sono: o non
sono a un livello scientifico  soddisfacente), non i quadri
intermedi, le situazioni  locali così spesso profondamente
eterogenee: non sappiamo ancora fino a che punto l’ipotesi
avanzata  da Ernesto Ragioneri per la Toscana sulla
incapacità del partito di porsi come una forza politica
autonoma rispetto alle istituzioni tradizionali come
ai  gruppi prevalenti d’interesse e all’alta burocrazia
sia  valida per tutto il periodo fascista e per tutto il  paese.
Le eventuali differenze tra zona e zona, tra  un periodo e
l’altro ci consentirebbero di precisare  assai meglio il
rapporto tra “tecnici” e “politici" nella gestione del potere,
il peso della classe dirigente liberalconservatrice almeno
fino alla metà degli anni Trenta, le caratteristiche e i limiti
della frattura con il precedente regime. Gli strumenti
per  compiere una simile indagine ci sono, anche se non  in
misura tale da colmare tutte le lacune: ci vuole,  in questo
come in altri settori, un lavoro lungo, affidato a un’équipe
di ricercatori che adoperino forme  di approccio tipiche
della sociologia politica.
Analogo discorso dovrebbe farsi per la burocrazia, in
particolare per l’alta e media dirigenza statale e per il
personale direttivo degli enti pubblici di nuova creazione
negli anni Trenta. Gli assaggi  fatti in questa direzione
(penso al profilo di Beneduce tracciato molti anni fa da
Franco Bonelli)42  sono incoraggianti: l’analisi della
formazione politico-culturale, del tipo di carriera, dei
rapporti con la grande industria e con il potere politico può
costituire un indicatore importante per l’approfondimento
delle ipotesi avanzate sopra. Ma è necessario,
evidentemente, disporre di un numero maggiore di casi per
trarre conclusioni più generali.
Più avanti, e forse con maggiore attenzione ai nessi
generali, si trovano a questo punto gli studi dedicati
all’apparato di propaganda vero e proprio,  alla scuola, ai
mezzi di comunicazione di massa. Da una lettura attenta di
quei contributi che hanno affrontato aspetti più generali o
hanno indagato su situazioni particolari ma di notevole
importanza e  significato, è possibile ricavare alcune
provvisorie ipotesi.
Prima di tutto, è difficile contestare la capacità del
regime fascista di délineare una politica culturale per le
masse. Gli anni di precisazione di quella  politica si
collocano anch’essi intorno alla grande  crisi ma
riceveranno, come è noto, una decisiva accelerazione con il
riarmo e l’impresa di Etiopia. Per  condurre quella politica,
il regime aveva bisogno del  silenzio o della passività dei
grandi intellettuali tradizionali; dell’azione efficace di
intellettuali-funzionari che legavano le proprie fortune a
quelle del  fascismo (giornalisti, insegnanti, attori, ecc.).
Ebbe  l'una e l’altra. Maggior difficoltà incontrò a
formare  un’élite intellettuale nuova che proseguisse
l’opera dei Volpe, dei Rocco, dei Gentile. Significativamente
l’unica “scuola” o gruppo che ebbe seguito alla  caduta del
regime fu quello raccolto intorno a Bottai: l’ala più “nuova”
ma minoritaria e perdente delle correnti del fascismo. A
livello dei mezzi di comunicazione di massa, il regime segnò
tuttavia un momento di particolare importanza: vi
coincisero innovazioni tecniche e mobilitazione-promozione
sociale di strati piccolo-borghesi.43
In secondo luogo, è da raccogliere l’osservazione
generale fatta di recente da Guido Quazza a proposito
dell’organizzazione del consenso: “È la natura  stessa della
programmazione degli strumenti per ottenere il consenso e
il carattere dell'uso quotidiano  di questi strumenti,
comunque la si esamini, a denunciare l’alto grado di
coercizione al quale corrisponde — questo sì — non una
diffusa resistenza,  ma una passiva e spesso rassegnata
accettazione.”44
Aperta resta l’indagine sull’altro aspetto del problema:
vale a dire sull'articolazione dei temi e dei contenuti
all’interno della cultura giuridica, economica, storica di
quegli anni. Solo questa indagine potrà  dirci in maniera
esauriente rispetto a quello che  già si sa la coesistenza di
continuità e frattura tra  prefascismo e fascismo, tra
quest’ultimo e il postfascismo nel rapporto tra gli
intellettuali e la classe dominante.
 
7. Ma fin d’ora è possibile, io credo, ritornare al quesito
centrale che gli studiosi del fascismo si sono  posti in
maniera diretta o indiretta riguardo al ruolo ricoperto dal
regime nella storia italiana e al nesso che può stabilirsi tra
il ventennio e il periodo postfascista. La risposta, oltre a
mantenere — come altre affermazioni di questo scritto —
un carattere di  ipotesi che esige il confronto di ulteriori
ricerche,  presenta di necessità tratti generali e schematici
che non è il caso di nascondere. Malgrado limiti così
evidenti, essa scaturisce da elementi venuti alla luce  in
questi anni con sufficiente chiarezza in lavori
che  attengono ad aspetti diversi (da quello economico
a  quello istituzionale) della dittatura come dei primi  anni
della repubblica.
Senza alcun dubbio, il fascismo rappresentò in Italia una
parziale modernizzazione. Sul piano istituzionale, sostituì
alla lenta evoluzione dell’età giolittiana verso un cauto
liberalismo con forti venature  autoritarie, fondato sulla
superiorità dello Stato e  della sua autorità nei confronti
dell’individuo, suddito prima e più che cittadino, una
graduale ma  completa ristrutturazione dell’apparato
repressivo che vide una crescita di potere della burocrazia
e dei “corpi separati” a tutti i livelli: amministrazione della
giustizia, “ordine pubblico,” pubblica istruzione, mezzi di
comunicazione di massa.45 L'obiettivo essendo quello di
controllare e mediare i conflitti di classe a livello di massa,
la soluzione ebbe — rispetto a regimi autoritari tradizionali
ma con un solido retroterra politico — un grado di elasticità
e di duttilità maggiori e questa è una delle ragioni
“tecniche” della sopravvivenza parziale di quella
legislazione ma anche di molti di quegli istituti nel secondo
dopoguerra.46
Sul piano economico, lo sviluppo delle forze produttive
ruppe a vantaggio dei gruppi più potenti — attraverso
l’intreccio stato-grande capitale formalizzato negli anni
Trenta — l’equilibrio fissatosi nell’età liberale. Ne
derivarono parziali razionalizzazioni (quella del credito, in
primo luogo) che non mutarono tuttavia, nel breve periodo,
l’assetto di potere  esistente e tanto meno la struttura del
sistema produttivo.
Anche in Italia, come in Germania o negli Stati Uniti, si
può parlare — come ha fatto di recente Alberto Caracciolo
— di un’espansione del capitalismo  che comporta “un
progressivo aumento dell’unità di  politica ed economia e
quindi di stato e società”:  quest’espansione avviene in
forme ambigue e arretrate durante il regime, contribuisce a
determinarne  la crisi ma anche a salvarne negli anni
Quaranta istituti e soluzioni di non scarso rilievo, a rendere
per  molti versi perdente una battaglia che privilegiava  il
momento politico-istituzionale rispetto ai mutamenti
nell’assetto dei mezzi di produzione come  della classe
dirigente, dei “tecnici” come dei “politici.”
Sarebbe storicamente inaccettabile guardare al concetto
di continuità, così come alcuni studiosi (ed io tra questi)
hanno inteso in questi anni, come un criterio assorbente e
tale da precludersi l’analisi articolata delle numerose
fratture che anche durante il periodo fascista vi furono. Il
problema è piuttosto  quello di cogliere il grado e la
collocazione di quei  nodi (la grande crisi è forse il più
importante di  essi) all’interno dell’evoluzione di un
processo che  è caratterizzato, a livello dell’apparato
repressivo  dello stato, ma anche del grande capitale, da
una  notevole stabilità di fondo. Per andare avanti
nell’approfondimento delle ipotesi cui si è
accennato,  occorre prima di tutto un’impostazione
metodologica che ponga al centro l’analisi dei meccanismi
di produzione e di potere, che utilizzi approcci propri delle
scienze sociali, che veda gli avvenimenti italiani in stretto
collegamento con quelli di tutto l’Occidente capitalistico.
Ma, su questo piano, bisogna  dirlo ancora una volta, la
storiografia italiana muove solo da qualche anno i suoi
primi passi.
 

Note

1    Per una valutazione dei principali contributi di quel periodo


che è  strettamente collegata al discorso che qui si conduce cfr. il
mio saggio  Dalla neutralità italiana alle origini del fascismo:
tendenze attuali della storiografia, apparso in “Studi Storici”, n. 2,
1969, ora in Dallo  stato liberale al regime fascista, Feltrinelli,
Milano 1976, 3 ed.
2       Non mi sembra che sfugga sempre, e del tutto, a questo
rischio la recente Intervista sull'antifascismo di Giorgio Amendola
(Laterza, Bari 1976), pur ricca di spunti assai interessanti.
3       Per un primo, sommario tentativo in questa direzione vedi
il  mio articolo Gli studi di storia contemporanea in Italia: appunti
sull’organizzazione della ricerca, in “Rivista di storia
contemporanea”, n. 2, 1972.
4       Su cui per ora c’è Futile ma non esauriente dibattito
raccolto in La ricerca storica marxista, a cura di O. Cecchi, Editori
Riuniti, Roma 1974.
5       Per un recente, analogo giudizio sulla produzione
storiografica sul regime fascista cfr. l’editoriale apparso sul n. 119,
1975 di “Italia Contemporanea ”, specialmente p. 3.
6    Gli studi settoriali apparsi nell’ultimo quindicennio risentono
in  maniera determinante di due elementi: l’impostazione
metodologica  propria della maggior parte dei contemporaneisti,
anche delle nuove  generazioni, attenti al dibattito ideologico, ai
processi di vertice, alla ricostruzione della storia dei gruppi politici
dirigenti piuttosto che all’analisi delle singoli istituzioni e del loro
funzionamento, degli effetti reali dell’attività di governo, dei settori
economici attraverso campioni significativi; la difficoltà di accesso
agli archivi di alcuni ministeri (soprattutto quelli economici) del
periodo fascista, la mancanza di un censimento degli archivi privati
di maggior rilievo e in ogni caso l’impossibilità di consultare quelli
di cui si conosce l'esistenza. Un discorso esauriente sulle
conseguenze della persistenza di questi due elementi è in ogni
caso ancora tutto da fare a proposito della storiografia sul
fascismo.
7       Ambedue le opere sono apparse presso l’editore Einaudi
nel 1973 e nel 1974.
8       Son da ricordare, in questa prospettiva, almeno i seguenti
studi:
P. Melograni, Gli industriali e Mussolini, Longanesi, Milano
1972; F. Cordova,        Le        origini dei sindacati
fascisti,        Laterza,        Bari        1974;        E. Gentile,        Le        origini
dell’ideologia fascista,    Laterza,    Bari    1975;    P. Cannistraro,
La fabbrica del consenso. Fascismo e mass media, Laterza, Bari
1975.
9       G. Santomassimo, Il fascismo degli anni ’30, in “Studi
Storici”, n. 1, 1975, pp. 102-126.
10    Una raccolta degli interventi a proposito dell’Intervista sul
fascismo di Renzo De Felice (Laterza, Bari 1975) è stata fatta
nell’ottobre 1975 dalla direzione centrale per i rapporti esterni
della Confindustria in un volume di 64 pagine fuori commercio. La
raccolta curata dalla Confindustria è — per quanto mi risulta —
abbastanza completa, con l'eccezione significativa di tutti i fogli di
destra che  hanno fatto proprie le tesi dell’Intervista in numerosi
articoli: alla  rassegna mancano gli scritti apparsi, ad esempio, in
“Il giornale nuovo,” “Il secolo d’Italia,” “Candido” e “Borghese.”
11       Cfr. specialmente R. De Felice, Mussolini il fascista. II.
L’organizzazione dello stato fascista, Einaudi, Torino 1968, pp. 44,
268-269 e passim.
12    Si veda in particolare l’attenta lettura dei giornali fascisti
compiuta da G. Salvemini in Under the Axe of Fascism, Victor
Gollancz  Ltd, London 1936, ora in Scritti sul fascismo, vol. III, a
cura di Roberto Vivarelli, Feltrinelli, Milano 1974 e ivi, pp. XI e
sgg., le pertinenti osservazioni del curatore sull’uso delle fonti da
parte di Salvemini e sulla scarsa recezione da parte della
storiografia italiana  del secondo dopoguerra dei risultati e delle
indicazioni di ricerca contenuti nell’opera.
13    Per questi giudizi di De Felice e per le loro motivazioni si
vedano in particolare di Mussolini il fascista. II, cit., pp. 29, 32-33,
40, 66, 69-70, 164-165, 182, 188, 299-300, 302, 330, 359 e passim.
14    R. De Felice, Mussolini il fascista. II, cit., pp. 362-363.
15    R. De Felice, Mussolini il duce. Gli anni del consenso 1929-
36, cit., pp. 54-55.
16    Per il giudizio sul plebiscito vedi R. De Felice, Mussolini il
fascista, cit., p. 438; per la valutazione dell’antifascismo cfr.
Mussolini  il duce, cit., pp. 112-121. Le prime trenta pagine di
questo ultimo volume sono da leggere con attenzione perché,
insistendo sull’“idea morale” che sarebbe alla base della politica di
Mussolini, esplicitano assai  bene l’atteggiamento del biografo nei
confronti del biografato.
17       Oltre al saggio cit. di Santomassimo e ai contributi
raccolti in questo volume, vedi anche per alcune utili osservazioni
Un monumento al duce?, a cura di P. Meldini, Guaraldi, Firenze-
Rimini 1976.
18    Cfr. la Nota dell'autore in Mussolini il fascista. II, cit. e in
Mussolini il duce, cit. e l'Intervista sul fascismo, cit., p. 25 e
passim.
19    R. De Felice, Mussolini il duce, cit., pp. 129, 133, 147, 158,
162-163 e 175 ma gli esempi si potrebbero, senza difficoltà,
moltiplicare lungo tutta l’opera.
20    Nel recente intervento sul n. 28, 1975 di “Quaderni Storici”
dedicato a Dalle interpretazioni del fascismo all’analisi del sistema
mondiale dopo gli anni trenta, Alberto Caracciolo ha parlato di
“riduzione  [...] del momento politico-istituzionale nella storia più
recente [...]. Essa risiede [...] soprattutto nelle cose stesse; cioè nel
fatto che processi storici contemporanei lasciano al ‘politico’
un’autonomia nettamente inferiore a quella che la costruzione
liberale, costituzionale,  parlamentare aveva preteso assegnargli
nell'età della borghesia ascendente” (p. 240). L’osservazione è da
accogliere, a mio avviso, con tutta una serie di distinzioni e
articolazioni che qui non è possibile esporre.
21       Per il giudizio iniziale sulle opere di Salvemini vedi R.
De  Felice, Mussolini il rivoluzionario, Einaudi, Torino 1965, p.
XXVI; per i successivi, tra gli altri, Mussolini il duce, cit., pp. 336,
516, 650.
22    Cfr. la recensione di Giorgio Rochat a Mussolini il duce, nel
n. 122, 1976 di “Italia Contemporanea.”
23       Questa convinzione dell’autore non è espressa con
chiarezza in  passi particolari del Mussolini ma scaturisce da tutte
le singole valutazioni sulla positività dell'azione del fascismo a
livello economico-sociale e istituzionale sparse soprattutto negli
ultimi due volumi dell’opera.
24       Per gli indici richiamati nel testo cfr. specialmente N.
Poulantzas, Fascismo e dittatura. La terza internazionale di fronte
al fascismo, Jaca Book, Milano 1971, pp. 33 sgg.; P. Spriano, Storia
del partito  comunista italiano. II. Gli anni della clandestinità,
Einaudi, Torino 1969, pp. 327, 339 sgg.; U. Terracini, Sulla svolta.
Carteggio clandestino  dal carcere 1930-31-32, La Pietra, Milano
1975, pp. 31 sgg.; M. Vaudagna, Il corporativismo nel giudizio dei
diplomatici americani a Roma (1930-1935), in “Studi Storici,” n. 3,
1975, pp. 764-797, anche per i riferimenti  ivi contenuti alla
propaganda fascista.
25       Sull’evoluzione delle strutture statali e istituzionali, oltre
all’attenta analisi di A. Aquarone, L'organizzazione dello stato
totalitario,  Einaudi, Torino 1965, spec. pp. 111 sgg., cfr. il mio
Sulle istituzioni del regime fascista (1925-34) in Dallo stato liberale
al regime fascista, cit., pp. 128-152. Da quello che segue nel testo
dovrebbe essere chiaro  che quando si parla di eredità della
situazione esistente nel periodo  liberale ci si riferisce ad aspetti
specifici della situazione economico-sociale, non allo sviluppo
dell’economia nel suo complesso per cui  è da fare un discorso
diverso e più complesso.
26    Per queste citazioni cfr. V. Castronovo, La storia economica,
in Storia d’Italia, Einaudi, Torino 1975, vol. IV, I, pp. 279, 284, 302,
305.
27    Per i giudizi del testo cfr. G. G. Migone, La stabilizzazione
della  lira: la finanza americana e Mussolini, in “Rivista di storia
contemporanea,” n. 2, 1973 e V. Castronovo, op. cit., p. 294.
28    S. Cassese, Un programmatore degli anni trenta: G. Bottai,
ora  in S. Cassese, La formazione dello stato amministrativo,
Giuffrè, Milano 1974, p. 195.
29    Di E. Santarelli si vedano i giudizi espressi in Il problema
del  corporativismo: elementi di transizione storica, in “Critica
Marxista,”  n. 4, 1972, pp. 30 e 35 e in Dittatura fascista e
razionalizzazione capitalistica, in “Problemi del socialismo,” n. 11-
12, 1972, pp. 715, 716, 719. Di Lanaro cfr. Appunti sul fascismo di
sinistra. La dottrina corporativa  di U. Spirito, in “Belfagor,” n. 5,
1971, spec. pp. 590 sgg. Di G. Sagomassimo, oltre a Ugo Spirito e
il corporativismo, in “Studi Storici,” n. 1, 1973, pp. 66-114, si
vedano le recenti, utili osservazioni contenute in Aspetti della
politica culturale del fascismo: il dibattito sul corporativismo e
l’economia politica, in “Italia Contemporanea,” n. 121, 1975, spec.
pp. 13 sgg.
30       Di M. Vaudagna, oltre al citato Il corporativismo nel
giudizio  dei diplomatici americani a Roma (1930-1935), si veda la
puntuale analisi condotta in New Deal e corporativismo nelle
riviste politiche ed  economiche degli anni trenta in corso di
pubblicazione in un volume miscellaneo sui rapporti tra Stati Uniti
e Italia presso Marsilio, Padova.
31       La citazione è tratta dalla Prefazione di G. Bottai a
L’economia  programmatica, Sansoni, Firenze 1935, ma anche in
altri scritti di  Bottai del periodo 1932-35 si trovano giudizi
analoghi.
32       È stato Cassese nel saggio citato su Bottai a collegare
strettamente la destituzione dal Ministero delle Corporazioni con
la posizione assunta sugli interventi decisi nel settore industriale e
finanziario  al di fuori di qualunque nesso con le istituzioni
corporative. Cfr. S. Casssese, Un programmatore, cit., p. 200.
33    V. Castronovo, La storia economica, cit., p. 294.
34       Cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V.
Gerratana, Einaudi, Torino 1975, vol. III, pp. 2147 e 2153 sgg. Sul
discorso condotto da Gramsci a questo proposito vedi le
osservazioni di M. L. Salvadori, Gramsci e il problema storico della
democrazia, Einaudi, Torino 1973, pp. 162 sgg.
35       Per le tesi esposte vedi anche, a conferma di quanto si
dice  nel testo, le osservazioni di S. Cassese nel saggio citato su
Bottai e in Corporazioni e intervento pubblico nell’economia ora in
La formazione dello stato amministrativo, cit., pp. 65 sgg. e le
calzanti valutazioni complessive di Pier Luigi Ciocca, L’Italia
nell’economia mondiale 1922-1940, in “Quaderni Storici,” n. 29/30,
1975. In particolare, occorre richiamare l’attenzione del lettore su
due giudizi tratti dalla  comparazione della situazione italiana con
quella di altri paesi europei  nel medesimo periodo. A proposito
della “razionalizzazione capitalistica” di quegli anni, Ciocca scrive
a p. 362 del saggio citato: “Molto  limitata fu, in quegli anni, la
capacità della politica economica fascista di perseguire gli altri
obbiettivi indicati — razionalizzare le  strutture, effettuare scelte
tra settori produttivi, e migliorare, per  entrambe le vie, il saldo
merci con l’estero — attraverso un sistema di incentivi e remore di
mercato (prezzi relativi) o anche attraverso  disposizioni di
imperio.” E più specificamente per la politica industriale: “Al
progressivo venir meno degli stimoli concorrenziali ed  alla
completa assenza di pressioni salariali non si sostituì una
spinta  adeguata alla introduzione del progresso tecnico né da
parte dello Stato, né da parte dei principali gruppi privati,
autonomamente. Il risultato di tutto ciò fu che l’industria italiana,
in alcuni rami oligopolistica sin dalla nascita, accentuò alcune
forme da capitalismo maturo  — ‘markup pricing,’ tenuta dei
profitti, basso grado di utilizzo della  capacità — senza essere
caratterizzata dal sostenuto tasso di crescita  della produttività e
dall’indirizzo risparmiatore di lavoro, che furono  invece tipici
dell’industria dei paesi più sviluppati nel periodo tra le due guerre”
(ivi, p. 365).
36    Per il ruolo e le caratteristiche della burocrazia statale nel
periodo fascista vedi S. Cassese, L’amministrazione pubblica in
Italia,  Il Mulino, Bologna 1974, spec. p. 24 e i saggi inclusi nello
stesso  volume di Ettore Rotelli sulla Presidenza del Consiglio dei
ministri (pp. 84-85), di P. Calandra su Burocrazia e Corporativismo
(p. 91), di  F. De Marchi sulle Dimensioni della burocrazia e sua
evoluzione storica, nonché le note e preziose testimonianze di
Ettore Conti e di Felice Guarneri. Importante, ai fini di un giudizio
su quel periodo ma anche su quello postfascista, è la ricerca di R.
Faucci, Appunti sulle istituzioni economiche del tardo fascismo, in
“Quaderni storici,” n. 29/30, 1975, pp. 607-630.
37    V. Castronovo, La storia economica, cit., p. 305.
38       È stato Caracciolo nell’intervento citato pp. 235-236 a
riprendere  l’ipotesi già enunciata di una “costituzione degli anni
trenta” caratterizzata “soprattutto dalla maggiore autonomia dal
potere politico  di un numeroso corpo burocratico; dalla creazione
di amministrazioni  parallele e separate in alcuni settori chiave;
dalla crescente 'delegificazione,’ a vantaggio dei procedimenti in
via regolamentare e interna alle amministrazioni medesime.”
39    Oltre i testi citati in precedenza, e in particolare al saggio
di  Salvadori su Gramsci, ci si riferisce ai seguenti lavori: V.
Castronovo,  Agnelli, Utet, Torino 1971; G. Sapelli, Fascismo,
grande industria e  sindacato. Il caso di Torino 1929-1935,
Feltrinelli, Milana 1975., Di Sapelli è in corso di pubblicazione una
ricerca sulle teorizzazioni degli  imprenditori e dei dirigenti
industriali negli anni Venti e Trenta sull’organizzazione scientifica
del lavoro, che approfondisce appunto alcuni di questi temi.
40       L’organizzazione scientifica del lavoro in Italia, in “Lo
Stato  Operaio,” n. 5, 1929. A un saggio sull’organizzazione del
lavoro nell’industria italiana tra le due guerre, che si propone la
verifica di questi problemi, attende da tempo Fabio Levi.
41       Le ipotesi sulla magistratura del lavoro cui faccio
riferimento  scaturiscono da una ricerca di Giancarlo Jocteau sulla
magistratura italiana durante il fascismo, in corso di pubblicazione.
42    F. Bonelli, Alberto Beneduce in Dizionario biografico degli
Italiani, vol. VIII, 1966, pp. 3-14 dell’estratto.
43       Da questo punto di vista anche una ricerca, fondata su
un’interpretazione assai discutibile del fenomeno, come La
fabbrica del consenso, cit., di P. Cannistraro, fornisce notizie
significative.
44       G. Quazza, Resistenza e storia d’Italia, Feltrinelli, Milano
1976 (in corso di pubblicazione).
45       Alcuni aspetti del problema, soprattutto per quanto
riguarda la letteratura, hanno ricevuto una sistemazione critica nel
volume La cultura di Alberto Asor Rosa, in Storia d'Italia, Einaudi,
Torino 1976, spec. pp. 1411 sgg.
46       Su questo problema rinvio alle osservazioni e alle notizie
contenute nell’acuto saggio di C. Pavone, La continuità dello stato.
Istituzioni e uomini, in AA. VV., Italia 1945-48. Le origini della
Repubblica, Giappichelli, Torino 1975, pp. 139 sgg.
7. Postilla all’“Intervista sul fascismo”

DI GIAMPIERO CAROCCI

 
 
 
 
Fra le osservazioni e affermazioni contenute nella
Intervista di Renzo De Felice, concordo in particolare con
quelle che si riferiscono al consenso riscosso  dal fascismo
nel paese durante gli anni 1929-1934: un  consenso di tipo
particolare, caratterizzato dal fatto  che la politica
economica e sociale del regime rendeva, o sembrava
rendere, meno gravi in Italia che all'estero le conseguenze
della crisi economica mondiale. Mi sembra, anzi, che su
questo problema De  Felice sia ancor più convincente nella
Intervista che  nell'ultimo volume della sua biografia
mussoliniana,  dedicata appunto agli anni del consenso,
sulle orme  di una affermazione già fatta da Chabod nella
Italia  contemporanea. 1 Nella Intervista, se non sbaglio,
De  Felice sottolinea con più forza gli aspetti tipici
del  consenso fascista, un consenso di natura
essenzialmente passiva, basato non già sulla coscienza
dei  vantaggi recati all’Italia dal regime, bensì sulla
coscienza dei danni che avrebbe evitato.
Con altre osservazioni ancora concordo. Per esempio, là
dove De Felice rileva la profonda sfiducia riservata da
Mussolini ai giovani, dietro le frasi di  parata,2 sfiducia in
cui è da individuare una delle cause di quella che De Felice
definisce l’incapacità  del fascismo di crearsi una classe
dirigente. O là dove De Felice si dichiara “convinto che, se
non avesse  fatto la guerra, il fascismo sarebbe durato a
lungo.  Ma non poteva non farla, perché da Mussolini tutto
si poteva pretendere, tranne la neutralità (al limite è più
pensabile un suo intervento contro la Germania, che non un
atteggiamento neutrale)”.3 O là dove De Felice afferma che
dopo il 1934 il fascismo tentò “di rendere progressivamente
più totalitario il regime e di bruciare i tempi del processo di
fascistizzazione delle masse, ricorrendo alla molla della
politica estera”4; cioè, se ho ben compreso, là dove
De  Felice sottolinea la funzione di integrazione
sociale  assegnata da Mussolini all’imperialismo, concetto
peraltro che esula dalla tematica di De Felice.
Ma, a parte quelle sul consenso, che formano un tutto
organico, si tratta di osservazioni isolate, immesse in un
contesto il cui senso generale va in una direzione diversa e
che io non condivido. È vero, per  esempio, che il fascismo
come si è attuato fra il 1919  e il 1945 “è morto, ed è
irresuscitabile.”5 Ma questa  affermazione, in se stessa
giusta, diventa, a mio giudizio, inaccettabile perché non
viene inquadrata in un contesto più ampio che veda ancora
ben vive e vitali le spinte all’autoritarismo di cui il fascismo
è  stato una manifestazione particolarmente compiuta,  anzi
la più compiuta.
Le affermazioni di De Felice, nella loro maggioranza, mi
sembrano il frutto di una “filosofia della storia” cui manchi
il senso del concreto svolgimento  del reale. Frutto, per
molti aspetti, di questa “filosofia della storia” mi sembra la
contrapposizione tra  fascismo e nazismo, cui De Felice
perviene, riallacciandosi implicitamente al giudizio diffuso
negli anni Trenta tra i conservatori d'Europa e
d’America,  perché sopravvaluta le differenze di contesto
storico  sociale ideologico (che ovviamente nessuno nega)
e  sottovaluta l’analogia, che fu decisiva, nella
origine  sovversiva piccolo-borghese dei due movimenti e
nella azione autoritaria demagogica aggressiva.
Egualmente astratto mi sembra il giudizio, molto diffuso  e
che De Felice fa suo, che vede nel fascismo una rivoluzione
perché, pur non mutando l’assetto di potere a livello delle
classi che lo detenevano,6 mutò ai vertici la classe politica.
Astratto mi sembra il giudizio sui ceti medi fascisti, che
debbono per forza essere “emergenti” dal momento che
aspirano al potere; come se ceti in crisi non potessero
aspirare al potere proprio per frenare la loro crisi. Non
nego affatto la presenza di cosiddetti ceti medi
emergenti (penso in particolare ai contadini emiliani giunti
al  possesso della terra durante e dopo la guerra)
nel fascismo dei primi anni. Ma ritengo che nel promuovere
il fascismo abbiano avuto una importanza analoga, se non
maggiore, i ceti medi colpiti dall’inflazione postbellica o
socialmente spostati.
Una osservazione per vari aspetti analoga si può fare a
proposito dell’asserito carattere di sinistra del  fascismo
delle origini, che è un altro aspetto sul quale, come è noto,
De Felice ha insistito. Mi sembra che gli aspetti di sinistra
del fascismo delle origini  abbiano svolto una loro funzione
importante, nel  senso che contribuirono, anche per il loro
velleitarismo e la loro demagogia, a fare poi del fascismo
un movimento di massa. Se il fascismo fosse stato, fin dalle
origini, diretta emanazione dei ceti tradizionalmente
conservatori ben più difficilmente avrebbe acquistato il suo
tipico carattere di movimento di massa. Ma l’inconsistenza
reale di quegli aspetti è dimostrata dal fatto che il fascismo
non fu nulla finché si proclamò di sinistra e diventò un
movimento  importante quando sposò gli interessi della
reazione agraria e poi della reazione tout court.
Il discorso sui ceti medi emergenti e il discorso sul
carattere di sinistra del primo fascismo introducono a
quello che è forse l’asse centrale della Intervista di De
Felice: la netta distinzione tra quello che egli chiama
“fascismo movimento” (con tutti i suoi  aspetti positivi) e
“fascismo regime” (con tutti i suoi aspetti negativi). Di fatto
il solo fascismo di cui De  Felice parla nella Intervista è il
“fascismo movimento.” Egli vede con chiarezza il carattere
velleitario di tante affermazioni del “fascismo movimento.”7
Ma questo non lo distoglie dal concentrare l'attenzione sul
“fascismo movimento”: cioè — a me sembra — su una cosa
realmente importante solo per il suo carattere
mistificatore; ma, per il resto, inesistente, basata su una
visione del fascismo non già quale esso  fu realmente ma
quale disse di essere, frutto, insomma, di una idealizzazione
del fascismo stesso.
Quando esprimo i motivi del mio dissenso dalle
principali conclusioni cui De Felice è pervenuto non  dico
nulla di nuovo, mi limito quasi sempre a ripetere alcuni
giudizi fondamentali, e ormai tradizionali,  formulati
dall’antifascismo sul fascismo. Non c’è dubbio che nel mio
dissenso da De Felice ha un peso  rilevante la diversa
angolatura politica con cui consideriamo il problema
storico del fascismo. Ma in questa sede vorrei prescindere
da ogni considerazione di carattere politico, vorrei cercare
i motivi più propriamente storiografici del mio dissenso.
Vorrei soffermarmi, in particolare, sull'uso che De Felice
fa del documento.
Fra le fondamentali benemerenze di De Felice,
l'amplissima ricerca documentaria è forse la più
importante, quella che, com’è ben noto, ha fatto di lui  un
vero e proprio rinnovatore della storiografia sul  fascismo.
Grazie al suo fiuto di grande ricercatore e  grazie a quella
che Cantimori ha chiamato la sua voracità per il
documento, egli è riuscito a scovare negli archivi pubblici e
privati una quantità sterminata di  documenti che, senza la
sua opera, chissà se e quando sarebbero stati acquisiti agli
studi storici. Detto questo, debbo però aggiungere che
forse De Felice finisce col restare talora vittima della sua
stessa qualità  maggiore e che non sempre egli riesce a
padroneggiare compiutamente la mole ponderosa dei
documenti consultati. Talvolta si direbbe che l’amore per il
documento lo induca a vedervi, in modo quasi automatico,
la verità, e che questa, per lui, risulti più  dalla lettera del
documento che non dalla sua interpretazione critica. Come
ho già avuto occasione di  dire altrove, un simile
atteggiamento, sempre pericoloso, lo è in misura
particolare quando si fa la storia di Mussolini e del
fascismo, cioè di una personalità e di un fenomeno che si
affidarono per così gran parte al bluff e alla mistificazione.
Ma De Felice non si limita a privilegiare la lettera del
documento. Accanto a questo atteggiamento egli  ne ha un
altro, che ho definito sopra una sorta di  “filosofia della
storia.” L'Intervista contiene esempi  di entrambi questi
atteggiamenti. Quando De Felice  dice che “il regime
fascista [...] ha come elemento  che lo distingue dai regimi
reazionari e conservatori  la mobilitazione e la

partecipazione delle masse” (quasi che la mobilitazione e
la partecipazione delle  masse non sia invece proprio il
tratto reazionario tipico del fascismo), egli riprende una
affermazione  largamente diffusa nella pubblicistica
fascista: si  tratta, cioè, di una affermazione cui De Felice
perviene in base a una interpretazione letterale dei
documenti. Quando invece9 De Felice, per
dimostrare  supposti legami del fascismo con la rivoluzione
francese, cita Marcel Déat, secondo il quale “la rivoluzione
fascista non è altro che l’applicazione dei principi del 1789”
(è ben naturale che un fascista francese cercasse le pezze
d’appoggio nelle glorie passate della sua nazione), egli, De
Felice, fa propria una affermazione che è contraddetta da
tutto quanto ha  detto Mussolini sui vilipesi “immortali
principi.”
I due atteggiamenti di De Felice (quello che privilegia la
lettera del documento e quello che si abbandona a una
“filosofia della storia”) si contrappongono. E tuttavia è mia
opinione che il secondo discenda dal primo, che De Felice si
senta quasi autorizzato a divagare sul “fascismo
movimento” perché ha trovato questo nella interpretazione
letterale  dei documenti che ha consultato. Converrà
quindi,  per rendere concreto tutto questo discorso,
osservare più da vicino il modo di De Felice di usare i
documenti, esaminando alcuni passi dell’ultimo volume del
suo Mussolini.
Mi sembrano indicative alcune pagine di questo
volume10 dedicate a Mussolini uomo di cultura tra la fine
degli anni Venti e la metà degli anni Trenta. De Felice inizia
in modo del tutto corretto, parlando di velleità di Mussolini
ad atteggiarsi a intellettuale.  Ma poi, si direbbe, i
documenti che cita gli prendono la mano, la velleità
mussoliniana di atteggiarsi a intellettuale diventa volontà di
atteggiarsi a intellettuale, infine a poco a poco il duce non
si atteggia più  a intellettuale ma, semplicemente, è un
intellettuale  in mezzo ad altri intellettuali. Il
riconoscimento della  iniziale velleità mussoliniana appare
come una foglia  di fico che non riesce a bilanciare, come
forse vorrebbe De Felice, l’atteggiamento agnostico e
legato  alla lettera dei documenti citati, quale risulta
dal contesto generale delle sue pagine. Per esempio, non mi
sembra aderente alla realtà mettere, come fa De Felice,
due lettere di Gioacchino Forzano a Mussolini11 fra le
pezze d’appoggio del suo discorso, trascurando
completamente quello che invece le lettere di Forzano
dimostrano sopra ogni altra cosa, cioè il suo atteggiamento
cortigiano e adulatore.
Ma vorrei soffermarmi soprattutto sulle pagine dedicate
alla politica estera di Dino Grandi, che è  pressoché il solo
argomento, fra i tanti affrontati e  trattati nel volume, sul
quale mi senta in grado di  discutere con competenza
abbastanza approfondita  i giudizi di De Felice. Anche a
proposito di questo  argomento i meriti di De Felice sono
grossi: sia perché egli ci ha dato per primo una ampia e
sostanzialmente attendibile ricostruzione della politica
estera  di Grandi, ricostruzione che, allo stato attuale
degli  studi, è senz’altro quanto di meglio abbiamo; sia
anche perché egli è riuscito là dove nessuno finora
era  riuscito, cioè a consultare l’archivio personale
di Grandi, che sembra di importanza rilevantissima.
Proprio quest’ultimo aspetto, però, offre lo spunto a
qualche riflessione. Fra i documenti dell'archivio Grandi
finora da lui consultati, l'attenzione di De Felice si è posata
su alcune relazioni (che egli, con cortese liberalità di cui gli
sono grato, ha voluto  mettere a mia disposizione) scritte
dallo stesso Grandi nel 1930-1931 per il Gran consiglio del
fascismo e per il Consiglio dei ministri. L’importanza di
questi  documenti è fuori discussione. È strano però che
De  Felice non abbia avvertito e sottolineato la netta
differenza di tono esistente fra l’ultimo in ordine
cronologico di questi documenti (una relazione del 2
ottobre 1931 per il Gran consiglio) e i precedenti.
Nei  documenti precedenti Grandi parla quasi come
il  ministro degli Esteri di Sua Maestà, in quello del  2
ottobre 1931 egli invece parla per espresso incarico  del
duce, di cui non è che il portaparola. Questo mutamento di
tono è importante perché è una conferma  che, dopo che
l’Anschluss si era rivelato essere l’obiettivo principale del
revisionismo tedesco in seguito al tentativo di unione
doganale austro-tedesco  nel marzo 1931, e dopo
l’acutizzarsi della crisi economica in Europa nei mesi
successivi, la diplomazia  di Grandi era di fatto entrata in
crisi e Mussolini aveva, per un verso, ripreso a controllare
la direzione della politica estera, e si apprestava, per un
altro  verso, a riversare su Grandi la responsabilità di
eventuali insuccessi.
Ma quel mutamento di tono è importante anche per un
altro motivo, che risulta chiaro quando si  tenga presente
che la relazione del 2 ottobre 1931 è  — fra i documenti
dell’archivio Grandi usati da De Felice — il solo conservato
in originale, mentre gli  altri sono delle copie di epoca
posteriore, precisamente delle bozze di stampa fatte fare
da Grandi nel  1939-40, nei mesi della non belligeranza,
verosimilmente per dimostrare, con un libro che poi non
uscì, il pacifismo e la francofilia della sua politica estera, in
un estremo tentativo di impedire all’Italia di precipitare in
guerra a fianco della Germania.
È certo che in molte di queste bozze Grandi ha portato
delle correzioni. Per esempio, in una relazione, datata 23
maggio 1931, per il Consiglio dei ministri (dove peraltro
non risulta sia pervenuta), Grandi affermò ritenere giunto il
momento di concludere  un accordo politico con la
Jugoslavia. Ma lo stesso giorno Grandi scrisse, su una parte
degli stessi argomenti trattati nella relazione, anche una
lettera a Mussolini (la cui minuta si conserva
nell’archivio storico del ministero degli esteri) in cui quella
affermazione non esiste ed è anzi parzialmente
contraddetta da altre. Ancora: nella relazione sta scritto
che evitare o ritardare l’Anschluss è interesse dell'Europa,
nella lettera a Mussolini in pari data sta scritto  che
ritardare l’Anschluss è interesse dell’Italia. Poiché è
difficile (anche se, a rigore, non impossibile)  supporre che
Grandi facesse lo stesso giorno e sugli  stessi problemi
affermazioni diverse, tutte destinate  ad essere conosciute
da Mussolini, è plausibile l’ipotesi che il testo della
relazione del 23 maggio 1931 sia stato modificato. Anche la
data, che è Roma 23  maggio 1931, è stata manipolata
poiché il 23 maggio  Grandi si trovava a Ginevra e prese il
treno per Roma, dove giunse solo il 24. La cosa, in sé, non
avrebbe  importanza se non stesse a indicare il modo con
cui  Grandi trattava i suoi documenti nel 1939-1940.
Non sono in grado di dimostrarlo, ma ritengo che anche le
altre relazioni siano state sottoposte a modifiche  in
relazione allo scopo politico che Grandi si proponeva nel
1939-1940, quando si trattava di tentare di  dimostrare alle
potenze occidentali che la francofilia  e il pacifismo da lui
manifestati nel 1929-1932 non  erano stati solo fatti
esteriori ma avevano corrisposto  alfe reali intenzioni del
governo fascista.
Sarebbe errato sopravvalutare queste supposte
modifiche apportate da Grandi nel 1939-1940. In primo
luogo esse non toccano direttamente il lavoro di De Felice,
perché egli praticamente non ha fatto uso  della relazione
del 23 maggio 1931, la sola, ripeto,  nella quale sono
dimostrabili modifiche intervenute  successivamente. In
secondo luogo esse deformano solo in parte quello che era
nel 1930-1931 il pensiero  di Grandi; spesso, anzi, esse
dicono cose che Grandi  pensava davvero ma che non
riteneva opportuno dire  esplicitamente al suo capo e che
non era in grado di  tradurre in azione coerente. Ma
sarebbe anche errato non tener conto di quelle modifiche le
quali, pur senza stravolgerli, sollecitano i documenti nel
senso  che danno alla politica estera di Grandi una
coerenza  pacifista e francofila superiore a quella che in
realtà ebbe.
Sarebbe stato opportuno che De Felice, prima di usare
queste copie di documenti, ne avesse sottoposto il testo a
un esame critico. È questo un caso in  cui l’uso che del
documento fa De Felice lo induce  a dare della realtà una
visione in chiave un po’ idealizzata e idilliaca, quasi, per
usare le sue parole, una  realtà che si rifà al “fascismo
movimento” più che  al “fascismo regime.” Egli ci dà della
politica estera  di Grandi una visione leggermente
deformata, basata,  per vari aspetti, più su alcune sue
manifestazioni ufficiali e, per altri aspetti, più su quello che
Grandi *  pensava nel suo intimo (e magari comunicava a
Guariglia e a Rosso) che non su quello che faceva
realmente. Non è che De Felice non veda anche tutti
gli  aspetti negativi della politica di Grandi. Ma le critiche,
anziché fondersi in un discorso unitario e coerente, restano
isolate e quasi giustapposte al tema  dominante, quello un
po’ idealizzato e idilliaco.
Tale è la forza del tema dominante, della coerenza
pacifista di Grandi, che talvolta De Felice non reputa degno
di attenzione ciò che sta scritto sotto i suoi occhi. Penso a
un verbo che certamente egli ha  letto più di una volta, al
verbo “morfinizzare” o “cloroformizzare” che, introdotto da
Mussolini per  designare il tipo di relazioni che intendeva
avere con la Jugoslavia e con l’Etiopia, fu ripreso da Grandi
e dai suoi collaboratori. Nel 1939-1940 il verbo non piaceva
più a Grandi che lo sostituì con l’espressione “consolidare i
nostri buoni rapporti coll’Etiopia.” De  Felice non sente il
bisogno di rilevare la differenza,  che pure non è piccola.
“Cloroformizzare” infatti non  significa consolidare dei
buoni rapporti e nemmeno  rassicurare il negus sulle
proprie pacifiche intenzioni bensì fingere di consolidare dei
buoni rapporti e  fingere di avere intenzioni pacifiche. Si
tratta, a mio giudizio, di una conferma dei reali sentimenti
che nel 1930 a Roma si avevano nei confronti dell’Etiopia.
Del resto c’è, a questo proposito, un chiaro documento di
Mussolini già del luglio 1925, la cui importanza è stata
giustamente sottolineata da Petersen e che invece De
Felice sottovaluta.
Infine, per concludere, è curioso osservare come De
Felice, che pure non sottovaluta certo il valore di Grandi e
che ha ben definito la sua politica estera la politica del
“peso determinante” tra Francia  e Germania (ma come si
concilia questa politica con  la coerente francofilia?) non
veda quello che forse è  stato il suo merito maggiore di
ministro degli Esteri, cioè la chiara percezione del pericolo
che il revisionismo tedesco avrebbe costituito per l’Italia
quando  avesse superato determinati limiti, cioè, in
pratica,  quando avesse fatto dell'Anschluss il suo
obiettivo  prioritario. Dire, come fa De Felice, che la
politica  del “peso determinante” nella accezione di
Grandi  fu ripresa e continuata da Mussolini dopo aver
dimissionato Grandi nel luglio del 1932 significa non vedere
che, dopo quella data, un uomo avveduto  come Grandi, se
fosse rimasto ministro degli Esteri  con una sua autonomia
direttiva, ben difficilmente  avrebbe continuato a fare
dell’Italia il “peso determinante.” È questo, mi sembra, il
significato di una anonima relazione del luglio 1932, che De
Felice pubblica12 attribuendola (con buone ragioni) a
Vitetti:  non tanto, come dice De Felice, una critica alla
politica estera di Grandi quanto la riaffermazione,
con  argomenti che erano stati tipici di Guariglia (il
principale collaboratore di Grandi), della priorità da
dare  all’accordo con Belgrado e con Parigi, e della
impossibilità per l’Italia di continuare a usare la
pedina  tedesca nella misura e nei modi di prima, cioè
della  impossibilità, per tutto un periodo storico, di
continuare nella politica del “peso determinante” quale era
stata intesa da Grandi.
 
 

Note

1    CHABOD, Italia contemporanea, 1 ed., pp. 90-91.


2    R. De Felice, Intervista..., cit., p. 59.
3    Ibid., p. 60.
4 Ibid., p. 69.
5    Ibid., p. 6.
6    Ibid., p. 45.
7       Ibid., vedi a p. 34 quanto dice a proposito delle
corporazioni. »
8 Ibid., p. 8.
9 Ibid., p. 100.
10 R. De Felice, Mussolini, cit., pp. 26 sgg.
11 Ibid., p. 31.
12 Ibid., pp. 838-849.
Biografie degli autori
 
 
 
 
 
Paolo Alatri, nato nel 1918, insegna Storia moderna
all’Università di Messina, Tra le sue opere: Le origini del
fascismo, Roma 19715; L'antifascismo italiano, Roma
19733;  Nitti, d’Annunzio e la questione adriatica, Milano
19722.
Giampiero Carocci, nato nel 1919, è autore tra l’altro di
una Storia d’Italia dall’Unità ad oggi, Milano 1975; di  una
Storia del fascismo, Milano 19722; di Giolitti e
l’età  giolittiana, Torino 1961; di La politica estera del
fascismo, Bari 1969.
Valerio Castronovo, nato nel 1935, insegna Storia
moderna all’Università di Torino. Tra le sue opere: La
stampa italiana dall'Unità al fascismo, Bari 1970; Giovanni
Agnelli, Torino 1971; Potere economico e fascismo, in
Fascismo e società italiana, Torino 1973; La storia
economica, in Storia d’Italia Einaudi, vol. IV, Torino 1975.
Enzo Collotti, nato nel 1926, insegna Storia
contemporanea all’Università di Bologna. Tra le sue opere:
La Germania nazista, Torino 1962; Storia delle due
Germanie, Torino 1968; L’amministrazione tedesca
nell'Italia occupata, Milano 1963.
Guido Quazza, nato nel 1922, insegna Storia moderna
all’Università di Torino. Tra le sue opere: La
resistenza italiana, Torino 1966; Fascismo e società italiana
(a cura di), Torino 1973; Resistenza e storia d’Italia, Milano
1976.
Giorgio Rochat, nato nel 1936, insegna Storia dei partiti
e dei movimenti politici all’Università di Milano. Tra le sue
opere: L’esercito italiano da Vittorio Veneto a Mussolini,
Bari 1967; Militari e politici nella preparazione della
campagna d’Etiopia, Milano 1971; Pietro Badoglio  (in
collaborazione con Piero Pieri), Torino 1974.
Nicola Tranfaglia, nato nel 1938, insegna Storia
contemporanea all'Università di Torino. Tra le sue opere:
Carlo Rosselli dall’interventismo a Giustizia e Libertà, Bari
1968; Dallo stato liberale al regime fascista, Milano 19763.
Indice dei nomi
 
 
 
 
 
Acerbo, Giacomo 71
Adenauer, Konrad 151
Agosti, Aldo 90 n.
Alatri, Paolo 35 n.
Albertini, Luigi 24, 72, 88 n.
Amendola, Giorgio 200 n.
Amendola, Giovanni 71, 74, 78
Ansaldo, Giovanni 131 n.
Aquarone, Alberto 87 n., 132 n., 135 n., 202 n.
Arcari, Paolo Maria 132 n.
Arpinati, Leandro 55, 86 n.
Artom, Eugenio 88 n.
Asor Rosa, Alberto 204 n.
Badoglio, Pietro 163, 169
Baffi, Paolo 88 n.
Balbo, Italo 80, 163
Baldesi, Gino 78
Bandini, Mario 132 n.
Barbagallo, Francesco 133 n.
Barbagli, Marzio 67, 87 n., 134 n.
Barberi, Benedetto 134 n.
Bariè, Ottavio 88 n.
Bartellini Moech, Giorgetta 86 n.
Basso, Lelio 84, 90 n.
Battara, Pietro 135 n.
Bedaux, Charles 52, 98, 99
Beneduce, Alberto 129, 197
Benni, Stefano 60 Berselli, Aldo 70 
Bertelli, Sergio 35 n.
Biggeri, L. 133 n.
Benvenuti, Feliciano 135 n.
Bismarck, Otto von 151
Bobbio, Norberto 65, 87 n.
Bonelli, Franco 197, 204 n.
Bongiovanni, Bruno 68, 88 n.
Bonomi, Ivanoe 61
Borgatta, Gino 134 n.
Borgese, Giuseppe Antonio 10
Borghi, Lamberto 87 n.
Bottai, Giuseppe 64, 66, 67 134 n„ 179, 180, 189, 190
193, 196, 198, 203 n.
Bovero, Michelangelo 35 n.
Brenner, Hildegarde 141
Busino, Giovanni 36
Cadeddu, Alberto 136 n.
Cadorna, Luigi 161
Calandra, Piero 135 n., 204 n.
Canevari, Emilio 159, 171
Cannistraro, Philip V. 68, n., 201 n., 204 n.
Cantimori, Delio 183, 208
Cantelmo, Claudio 15
Cappelletti, Luciano 135 n.
Capuana, Luigi 11, 13
Caracciolo, Alberto 131 n., 199, 202 n.
Carducci, Giosuè 11
Carocci, Giampiero 24, 35 n., 70, 153
Casali, Luciano 86 n.
Casolini, M. 132 n.
Cassese, Sabino 134 n., 135 n., 189, 203 n., 204 n.
Castronovo, Valerio 35 n., 70, 86 n., 133 n., 135 n„ 153,
190, 192, 203 n„ 204 n.,
Catalano, Franco 153
Cavandoli, Rolando 86 n.
Cecchi, Ottavio 201 n.
Ceva, Lucio 172 n.
Chabod, Federico 29, 205, 215 n.
Chiumeo, Rosa 134 n.
Churchill, Winston 146
Ciocca, Pier Luigi 135 n., 203 n.
Cirmeni, Benedetto 25
Clark, Colin 134 n.
Clemenz, Manfred 147
Cohen, J. J. 133 n.
Colarizi, Simona 175
Colombino, Emilio 78
Conosciani, Luciano 133 n.
Conti, Ettore 204 n.
Coppola D’Anna, Francesco 134 n., 135 n.
Cordova, Ferdinando 131 n., 201 n.
Corner, Paul R. 86 n., 89 n., 133, 175
Corradini, Enrico 10, 21, 25, 35 n.
Crispi, Francesco 10, 11, 14
Croce, Benedetto 38, 39, 71, 74
D’Albergo, Salvatore 133 n.
D’Annunzio, Gabriele 14, 15, 16, 18, 19, 20
D’Aragona, Ludovico 78
Déat, Marcel 209
De Bellis, Vito 25
De Biase, Carlo 171 n. ·
De Bosis, Adolfo 15
De Felice, Renzo 5, 6, 10, 18, 33, 34, 35 e n., 56, 63, 85
n., 86 n., 88 n., 131 n„ 137, 138, 139, 140, 142, 143, 144,
145, 146, 147, 149, 156, 158 n„
172 n., 176, 177, 178, 179, 180, 181, 182, 183, 184, 185,
186, 187, 201 n., 202 n„ 205, 206, 207, 208, 209, 210, 211,
212, 213, 214, 215 n.
De Marchi, Franco 135 n., 204 n.
Demaria, Giovanni 132 n.
De Marsanich, Augusto 66
De Micheli, Mario 36 n.
De Pietri Tonelli, Alfonso 134 n.
De Roberto, Federico 11
De Stefani, Alberto 71, 135 n.
De Vecchi, Cesare Maria 68
De Viti de Marco, Antonio 71
De Zerbi, Rocco 11
Ercolani, Paolo 133 n., 134 n., 135 n.
Ercole, Francesco 36 n.
Ellero, Pietro 11
Einaudi, Luigi 71, 132 n.
Ercole, Francesco 36 n.
Fano, Ester 129, 133 n., 136 n.
Farinacci, Roberto 66, 163, 196
Faucci, Riccardo 135 n., 204 n.
Federico II 151
Ferrarotti, Franco 45, 85 n.
Fest, Joachim 146
Filosa, Renato 133 n.
Fiore, Tommaso 131 n.
Firpo, Luigi 36 n.
Fortunato, Giustino 40
Forzano, Gioacchino 210
Franchi, Dario 134 n.
Franzina, Emilio 88 n.
Frassati, Alfredo 70
Frigessi, Delia 10, 22, 35 n.
Fromm, Erich 85 n.
Fuà, Giorgio 131 n., 133 n 134 n.
Gaeta, Franco 10, 36 n.
Galasso, Giuseppe 27, 34, 133 n.
Gallino, Luciano 46, 85 n.
Gamm, Hans-Jo-chen 141
Gentile, Emilio 36 n., 64, 65, 87 n., 201 n.
Gentile, Giovanni 36 n., 66, 115, 198
Geremia, Giusto 132 n.
Gerratano, Valentino 203 n.
Ghidetti, Enrico 36 n.
Giannone, Antonino 134 n.
Giannini, Massimo Severo 135 n.
Giarrizzo, Giuseppe 129
Giolitti, Antonio 32, 39, 47, 54, 55, 70, 160
Giorgetti, Giorgio 132 n.
Giretti, Edoardo 71
Giusti, Ugo 133 n.
Golzio, Francesco 35
Gramsci, Antonio 74, 77, 79, 81, 82, 89 n., 191, 203 n.,
204 n.
Grandi, Dino 196, 210, 211, 212, 213, 214
Graziadei, Antonio 80
Graziani, Rodolfo 169, 170
Gregor, Alfred J. 85 n.
Guariglia, Raffaele 213, 214
Guarneri, Felice 134 n., 136 n., 204 n.
Guerra, Augusto 35 n.
Guglielmo II 153
Guido da Verona 11
Historicus 171 n.
Hitler, Adolf 10, 138, 145, 146, 151, 153
Hugenberg, Alfred 152
Humbert Droz, Jules 89 n.
Kitchen, Michael 85 n.
Kuhn, Axel 147
Kühnl, Reinhard 36 n., 147
Ibsen, Henrik 18
Isnenghi, Mario 36 n., 68, 87 n., 88 n.
Jocteau, Gian Carlo 63, 87 n., 132 n„ 204 n.
Jünger, Ernst 155
La Francesca, Salvatore 133 n.
Landuyt, Adriana 88 n.
Lanaro, Silvio 36 n., 88 n., 190, 203 n.
Lasswell, M. D. 131 n.
Ledeen, Michael A. 18, 19, 35 n., 36 n., 85 n., 139, 158
n.
Legnani, Massimo 85 n., 86 n.
Lehner, G. 36 n.
Lener, D. 131 n.
Lenin, Vladimir Il’ič 34
Lenti, Libero 134 n.
Leoni, Francesco 36 n.
Lepre, Stefano 136 n.
Levi, Fabio 68, 88 n., 204 n.
Levra, Umberto 36 n.
Lorenzoni, Giovanni 132 n.
Lowell Field, G. 132 n.
Luzzatto-Fegiz, Pierpaolo 134n.
Maddison, Angus 134 n.
Maione, Giuseppe 51, 85 n.
Mangoni, Luisa 87 n.
Manieri Elia, Mario 134 n.
Marinetti, Filippo Tommaso 23
Marovelli, Pietro 87 n.
Massari, P. 135 n.
Massobrio, Giulio 171 n.
Matteotti, Giacomo 39, 71, 73, 74, 77, 78, 81, 84, 162,
189
Mattioni, E. 134 n.
Mazzetti, Massimo 171 n.
Meldini, Piero 202 n.
Melograni, Pietro 86 n., 88 n., 201 n.
Merlin, Gianni 131 n.
Michels, Roberto 17, 89 n., 131 n.
Michetti, Francesco Augusto 15
Migone, Gian Giacomo 70, 88 n., 203 n.
Minervini, Gustavo 134 n.
Mira, Giovanni 176
Mola, Aldo A. 88 n.
Molinelli, Raffaele 36 n.
Mondolfo, Rodolfo 131 n.
Montaldi, Danilo 83, 89 n.
Monti, Augusto 131 n.
Morandi, Rodolfo 84
Mori, Giorgio 135 n.
Mortara, Giorgio 134 n.
Mosca, Gaetano 17
Mosse, George L. 85 n., 138, 139,    140, 141, 142, 145,
158 n. 
Mussolini, Benito 5, 6, 10, 24, 30, 32, 33, 39, 45, 49, 53,
54, 56, 57, 59, 60, 62, 63, 64, 66, 69, 70, 74, 86, 101, 122,
138, 140,       141,        145,        146,        157,        162, 163,
      164,        165,        166,        167,        168, 170,       171 n„ 172
n„    176,    177, 178,    179,    180,    181,    182,    183,
184, 186, 188, 192, 202 n„ 205, 206, 209, 210, 211, 212,
213, 214
Muzzioli, Giuliano 133 n.
Namiet 71
Negri, Gaetano 11
Neppi Modona, Guido 63, 86 n.
Neumann, Franz 145, 152
Nietzsche, Friedrich Wilhem 14, 20, 65
Nitti, Francesco Saverio 40, 53, 71
Nolte, Ernst 85 n., 147
Olivetti, Gino 86 n.
Oriani, Alfredo 11, 14
Orlando, Vittorio Emanuele 32
Orlando, Giuseppe 133 n.
Pagani, Aldo 132 n., 133 n.
Pagani, Luigi 133 n.
Palladino, G. 132 n.
Papini, Giovanni 10, 11, 20, 21, 22, 36 n.
Pareto, Vilfredo 17, 21, 22, 36 n„ 71, 130
Pascoli, Giovanni 11, 13
Pasella, Umberto 50
Pavone, Claudio 204 n.
Pedone, Antonio 135 n.
Pelloux, Luigi 10, 11, 13
Perrone, Alessandro 58, 70
Perrone, Ferdinando 58, 70
Peterson, Jens 131 η., 133 η., 214
Pieri, Piero 171 η., 172 n.
Pignatelli, Amos 87 n.
Pio XI 72, 73
Pischel, Giuliano 135 n.
Pizzorno, Alessandro 36 n.
Poulantzas, Nicos 202 n.
Preti, Domenico 133 n.
Prezzolini, Giuseppe 10, 11, 19, 20, 21, 22, 36 n.
Procacci, Giuliano 34
Profumieri, Paul L. 131 n., 133 n„ 135 n.
Quazza, Guido 171 n., 176, 198, 204 n.
Quilici, Nello 131 n.
Ragionieri, Ernesto 87 n., 171 n., 176, 196
Reberschak, Maurizio 88 n.
Reich, Wilhelm 85 n., 145
Repaci, Antonino 62, 86 n., 135 n.
Revelli, Marco 51, 52, 53, 86 n,
Rey, M. Guido 133 n.
Ricuperati, Giuseppe 67, 87 n., 134 n.
Righetti, G. 135 n.
Riosa, Aldo 83, 89 n.
Rizzo, Franco 36 n.
Rocco, Alfredo 36 n., 66, 100, 178, 179, 187, 188, 198
Rochat, Giorgio 62, 86 n., 88 n., 171 n., 172 n„ 185, 202
n.
Romano, Angelo 24, 35 n.
Romano, Peppuccio 25
Rosenstock-Frank, Louis 135 n.
Rosselli, Carlo 84
Rosso, Augusto 213
Rossoni, Edmondo 66, 180
Roteili, Ettore 135 n., 204 n.
Roux, Luigi 12
Roveri, Alessandro 86 n., 89 n„ 175
Rudinì, Antonio Starabba di 11, 13
Rumi, Giorgio 70, 88 n.
Sabbatucci, Giovanni 85 n. 89 n.
Sabbatucci Severini, Patrizia 132 n„ 135 n.
Salandra, Vittorio 24
Salinari, Carlo 36 n.
Salvadori, Massimo L. 73, 88 n., 203 n., 204 n.
Salvatorelli, Luigi 36 n., 56, 86 n„ 131 n„ 176
Salvemini, Gaetano 69, 71, 176, 177, 179, 185, 201 n„
202 n.
Samonà, Giuseppe 134 n.
Santarelli, Enzo 36 n., 88 n., 1, 3 n., 176, 177, 190, 203
n.
Santomassimo, Gianpasquale
177, 190, 201 n., 202 n„ 203 n.
Santoni Rugiu, Antonio 87 n.
Sapelli, Giulio 204 n.
Sbarbaro, Pietro 11, 12
Scalia, Gianni 35 n.
Schwarzenberg, Claudio 132 n.
Secchia, Pietro 78, 89 n.
Sechi, Salvatore 175
Serao, Matilde 11
Sereni, Emilio 133 n.
Sereno, R. 131 n.
Sergi, Giuseppe 11
Serpieri, Arrigo 108, 132 n.
Severini, Carlo 132 n.
Sforza, Carlo 70
Sighele, Scipio 11
Siliato, Leonardo Salvatore 132 n.
Silva, Umberto 141
Sinigaglia, Oscar 129
Sitzia, Bruno 133 n.
Socrate, Francesca 136 n.
Sonnino, Sidney 11, 12
Sori, Ercole 132 n., 133 n.
Spaventa, R. 135 n.
Spriano, Paolo 202 n.
Starace, Achille 196
Sturzo, Luigi 25, 73
Sylos Labini, Paolo 133 n.
Szymanski, Albert 86 n.
Talamona, Mario 132 n.
Talmon, Jacob 139
Tassinari, Giuseppe 132 n.
Tattara, Giuseppe 132 n., 134 n., 135 n.
Tenderini, Dionisio 134 n.
Terracini, Umberto 202 n.
Togliatti, Paimiro 40, 176
Tomasi, Tina 87 n.
Toniolo, Giuseppe 134 n., 135n.
Tortoreto, Emanuele 134 n.
Tranfaglia, Nicola 63, 84, 87n., 90 n.
Trento, Angelo 132 n., 135 n.
Turati, Augusto 77, 196
Turi, Gabriele 68, 87 n.
Turiello, Pasquale 12, 18
Uggé, Albino 132 n.
Umberto I 12
Ungari, Paolo 36 n., 87 n.
Valiani, Leo 19
Vallauri, Carlo 37 n.
Valois, Georges 135 n.
Vannutelli, Cesare 132 n.
Vanzetto, Livio 88 n.
Vaudagna, Maurizio 190, 202 n., 203 n.
Verga, Giovanni 11
Vigezzi, Brunello 88 n.
Villari, Lucio 129, 134 n.
Visani, Pietro 171 n.
Visconti Venosta, Emilio 11
Visocchi, Achille 54, 103
Vitali, Ornello 132 n.
Vitetti 214
Vivarelli, Roberto 88 n., 201 n.
Volpe, Gioacchino 37 n., 198
Volpi di Misurata, Giuseppe 134 n.

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