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All'interno delle cento novelle, son facilmente individuabili i tratti che

caratterizzano il cosiddetto "industrioso" ovvero colui che, molto spesso ingenuo,


sciocco o credulone, viene ingannato dalla sorte o da altri personaggi del racconto
ma che, forse anche grazie alla sua stoltezza, perde d'animo e alla fine ne riesce
vittorioso. (esempio Andreuccio da Perugia).
Secondo quanto commenta Ferdinando Neri, infatti, "Ciò che l'uomo può fare, nel
Decameron, quando le sue due forze entrano sole nel giuogo, non è gran cosa:
correggere livemente la fortuna, essere arguto, industriarsi a godere."
Nell’ arco di queste bellissime cento novelle, le quali trattano dei più svariati temi
che riguardano l’ esistenza di noi comuni mortali, è possibile distinguere quelli che
sono i due cardini principali attorno ai quali ruotano la poetica ed il pensiero
boccaccesco: la Natura e la Fortuna. L’uomo, secondo la visione di Boccaccio, si
definisce entro queste due forze, ovvero entro la forza, percepita come interna,
della Natura, nella quale l’ uomo deve essere in grado di riconoscere gli istinti e gli
appetiti per farne l’utilizzo migliore, ed entro la forza esterna della Fortuna, che lo
condiziona in continuazione.
La Fortuna risulta essere la conseguenza di un insieme di forze naturali e sociali,
che può manifestarsi per mezzo di fenomeni naturali o per mezzo di imprevisti
dovuti alle azioni umane. E’ facilmente deducibile, a questo punto, comprendere
che la Fortuna sia l’ acerrima nemica dell’intelletto, dell’ ingegno umano, quello
che Boccaccio chiama “Industria Umana”. Ma questa industria, nella visione
prettamente mercantile bocaccesca, può e deve essere in grado di prevedere e
dunque di anticipare gli inganni della sorte. Non c’è più niente di religioso, più
niente di divino, ma solo qualcosa di puramente realistico, per il fatto che l’ uomo è
artefice del proprio destino ed in quanto tale ha tutti i mezzi possibili per evitare
che i suoi affari vadano in malora. La Fortuna, a cui è dedicata interamente la
seconda giornata, recupera la valenza semantica di vox media, ovvero di un
qualcosa in grado di assecondare o contrastare l’ agire umano non sempre volta al
bene, come in Dante.
Il disordine e il mutamento con cui si presentano all'uomo le cose temporali non
solo legittimano la struttura di novelle in cui le vicende si svolgono come
concatenazione imprevedibile di "casi" e di "accidenti", ma spiegano anche come
l'uomo, se dev'essere consapevole di una legge generale intrinseca alle cose, non
possa sempre dominarne il corso: può tutt'al più non provocarle o adattarsi a esse;
tra la Fortuna e l'energia più o meno avveduta dell'uomo non esiste armonia, ideale
pacificazione, ma lotta continua e serrata.
La realtà naturale serve a stabilire un nuovo rapporto tra l'individuo e se stesso, e
dunque tra l'individuo e il mondo, perchè questa realtà libera nuove energie
dell'uomo, anche quando viene in conflitto con un codice di convenzioni sociali.
Nel Decameron, in ogni modo, resta acquisito che di fronte al pessimismo
provocato nella vita umana dal caso, dalla Fortuna, si spiega la bontà dell'esistenza
vissuta come natura, come ottimistica liberazione di forze a lungo compresse. La
virtù non è più mortificazione dell'istinto, ma capacità di riconoscere, di appagare e
di dominare gli impulsi naturali.
Ma è necessario sottolineare che la tematica della fortuna, non è propria
esclusivamente del Boccaccio ma è riscontrabile anche nel pensiero di altri autori,
come ad esempio Ariosto, il quale attraverso la citazione "vincasi per fortuna o per
ingegno" dimostra di sostenere le tesi dell'autore del Decameron; Machiavelli, al
contrario, considerando la virtù antagonista della Fortuna, sostiene che rappresenti
la capacità dell'uomo di fare del bene per se stesso, come viene espresso all'interno
del suo Principe. Infine, per Dante, come emerge nel suo settimo canto dell'Inferno
e riassume Tartaro, "la fortuna è...una presenza capricciosa e assillante fra gli
uomini". Le origini della Fortuna, una divinità, risalgono già al tempo degli antichi
romani, i quali attribuivano l’ introduzione del culto al re Servio Tullio.

Cesare ha una concezione della storia pragmatica e razionalista, poichè fondata su


fatti.
Essendo epicureo non lascia spazio all'intervento soprannaturale e crede che la
storia sia una capacità della determinazione dell'uomo.
La fortuna non è una divinità per Cesare, ma rappresenta ciò che sfugge al
razionale, cioè, ciò che sfugge al controllo razionale dell'individuo e può essere
neutralizzata dalla VIRTUS.
"Tu porti Cesare e la fortuna di Cesare".

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