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IMMANUEL KANT

RISPOSTA ALLA
DOMANDA: che cos’è
l’Illuminismo
POSTFAZIONE DI PIER PAOLO CETERA
IMMANUEL

KANT

RISPOSTA ALLA DOMANDA: CHE COS'È L'ILLUMINISMO

Postfazione di Pier Paolo Cetera

EDIZIONE MILLENOVECENTOSESSANTANOVE

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L'illuminismo è l'uscita dell'uomo dalla minorità imputabile a lui
stesso. Minorità è l'incapacità di servirsi del proprio intelletto senza
la guida di un altro. Questa minorità è imputabile a se stessi quando
la sua causa consiste nella mancanza non dell'intelletto, ma della
decisione e del coraggio di servirsi di esso senza una guida altrui.
Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti del tuo proprio intelletto! —
ecco dunque il motto dell'illuminismo.

La pigrizia e la viltà sono le cause per cui un numero così alto di


uomini, dopo che la natura li ha da tempo affrancati dalla guida
altrui (naturaliter maiorennes [naturalmente maggiorenni]),
rimangono tuttavia volentieri minorenni per tutta la vita; e perciò
risulta così facile ad altri erigersi a loro tutori. Quant'è comodo
essere minorenni! Se ho un libro che capisce al posto mio, un padre
spirituale che ha coscienza al posto mio, un medico che giudica al
posto mio la dieta adatta a me ecc., non ho più bisogno di
preoccuparmi di me. Purché possa pagare, non ho bisogno di
pensare: saranno altri a sobbarcarsi al posto mio questa fastidiosa
occupazione. Non mancano mai benevoli tutori prontissimi a
sfruttare il fatto che la stragrande maggioranza degli uomini (tra cui
l'intero gentil sesso) considera il passaggio alla maggiore età non
solo difficile, ma pure assai pericoloso. Dopo averli inizialmente
rimbambiti come animali domestici e aver accuratamente impedito
che queste pacifiche creature potessero osare un passo fuori del
girello in cui le hanno imprigionate, successivamente questi tutori
mostrano loro quale pericolo le minacci se cercheranno di
camminare da sole. Ora, tale pericolo non è poi così grande, poiché
dopo qualche caduta alla fine imparerebbero a camminare; ma un
esempio di questo tipo mette comunque paura e in genere scoraggia
da ogni ulteriore tentativo.

Per ogni singolo uomo è dunque difficile svincolarsi dalla minorità


divenutagli una seconda natura. È perfino arrivato ad amarla, e al
momento è davvero incapace di servirsi del proprio intelletto, dato
che non gli è mai stato consentito di metterlo alla prova. Precetti e

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formule, questi strumenti meccanici di un uso razionale — o
piuttosto di un abuso — delle sue doti naturali, sono i ceppi di una
minorità perpetua. Anche chi se ne liberasse, non farebbe comunque
che un salto insicuro sopra i fossati più angusti, poiché non sarebbe
abituato a un movimento libero di questo tipo. Solo in pochi sono
perciò riusciti, con l'affinamento del proprio spirito, a staccarsi dalla
minorità e, nondimeno, a camminare con passo sicuro.

È invece più possibile che un pubblico si illumini da sé; anzi, se solo


gliene si lascia la libertà, è quasi inevitabile. In tal caso, infatti,
perfino fra i tutori ufficiali della grande massa si troveranno sempre
alcuni liberi pensatori che, dopo aver rigettato da sé il giogo della
minorità, diffonderanno lo spirito della stima razionale del proprio
valore e della vocazione di ogni uomo a pensare da sé. Nella
fattispecie avviene che il pubblico, inizialmente posto dai tutori
ufficiali sotto quel giogo, li costringe poi esso stesso a rimanervi, se
ne viene istigato da coloro tra i suoi tutori che sono a loro volta
incapaci di ogni lume; seminare pregiudizi è così dannoso perché
questi finiscono per vendicarsi di coloro che sono stati i loro autori o
predecessori dei loro autori. Ecco perché un pubblico può giungere
all'illuminismo solo lentamente. Con una rivoluzione si potrà forse
provocare la caduta di un dispotismo personale e di un'oppressione
avida di guadagno o di potere, ma non sorgerà mai una vera riforma
del modo di pensare; piuttosto, nuovi pregiudizi serviranno,
altrettanto bene dei vecchi, a mettere le bende alla gran massa
priva di pensiero.

Invece per questo illuminismo non occorre altro che la libertà; e


precisamente la più innocua di tutte quelle che possono chiamarsi
con questo nome, ossia: la libertà di fare un uso pubblico della
propria ragione in tutti i campi.

Ma da ogni parte sento gridare: non ragionate! L'ufficiale dice: non


ragionate, ma esercitatevi! Il finanziere: non ragionate, ma pagate!
L'ecclesiastico: non ragionate, ma credete! (Solo un unico signore al
mondo dice: ragionate quanto volete e su ciò che volete,
ma obbedite!).

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Qui c'è ovunque limitazione della libertà. Ma quale limitazione è
d'ostacolo all'illuminismo, e quale non lo è, anzi addirittura lo
favorisce? Rispondo: l'uso pubblico della propria ragione dev'essere
libero in ogni momento, e solo esso può realizzare l'illuminismo tra
gli uomini; l'uso privato della ragione può invece molto spesso
venire assai limitato, senza che per questo il progresso
dell'illuminismo ne risulti particolarmente impedito.

Per uso pubblico della propria ragione intendo l'uso che uno ne fa,
come studioso, davanti all'intero pubblico dei lettori. Chiamo invece
uso privato della ragione quello che a uno è lecito farne in un certo
ufficio o incarico civile affidatogli.

Ora, in molte occupazioni che concernono l'interesse della comunità


è necessario un certo meccanismo, e certi suoi membri vi si devono
comportare in maniera puramente passiva, affinché attraverso un
consenso coartato il governo indirizzi costoro verso i fini comuni, o
almeno li tenga lontani dal danneggiare tali fini. Qui certo non è
permesso ragionare, bisogna obbedire. Ma nella misura in cui questo
ingranaggio della macchina considera al contempo se stesso come
membro di un'intera comunità, anzi della società cosmopolitica,
quindi nella qualità di studioso che con degli scritti si rivolge a un
pubblico nel senso proprio della parola, allora a costui è sicuramente
lecito ragionare, senza per questo ledere le occupazioni a cui
attende come membro parzialmente passivo. Così sarebbe assai
sconveniente che un ufficiale, ricevuto un ordine dal suo superiore,
volesse in servizio ragionare pubblicamente sull'opportunità o
sull'utilità di questo ordine: egli deve obbedire. Ma, come studioso,
non gli si può impedire di fare le sue osservazioni sugli errori
commessi nel servizio militare e di sottoporle al giudizio del suo
pubblico. Il cittadino non può rifiutarsi di pagare le tasse che gli
sono imposte; e una critica inopportuna di questi tributi, quando
deve pagarli, può anzi venire punita come uno scandalo (potrebbe
infatti indurre a disubbidienze generali).

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Costui non agisce però contro il dovere di cittadino se, come
studioso, esprime pubblicamente il suo pensiero sull'inopportunità o
anche sull'ingiustizia di queste imposizioni.

Analogamente, un uomo di chiesa è vincolato a insegnare il


catechismo agli allievi e alla sua comunità secondo il credo della
Chiesa di cui è al servizio, poiché è a questa condizione che egli è
stato assunto. Ma come studioso ha piena libertà, anzi il dovere di
comunicare al pubblico tutti i propri pensieri accuratamente
esaminati e benintenzionati sui difetti di quel credo, e le sue
proposte di miglioramento della cosa religiosa ed ecclesiale. In ciò
non c'è nulla di cui si possa incolpare la coscienza. Infatti ciò che
costui insegna secondo il suo ufficio, da funzionario ecclesiale, lo
espone come qualcosa rispetto a cui non ha libero potere di
insegnare in base alle proprie idee, bensì il suo compito è di
insegnare secondo le prescrizioni e nel nome di altri. Costui dirà:
«La nostra Chiesa insegna questo e quest'altro, ed ecco qui le prove
di cui si avvale». E trarrà dunque ogni utilità pratica per la sua
comunità da precetti ch'egli stesso non sottoscriverebbe con piena
convinzione, ma nel cui insegnamento può nondimeno impegnarsi
perché non è affatto impossibile che in essi si celi qualche verità, e
in ogni caso, quantomeno, non vi ravvisa nulla che contraddica la
religione interiore. Se infatti credesse di trovare contraddizioni di
questo tipo, non potrebbe svolgere la sua funzione con coscienza;
dovrebbe dimettersi. L'uso che un docente ufficiale fa della propria
ragione davanti alla sua comunità religiosa è dunque solamente un
uso privato, poiché la comunità, per quanto grande sia, non è mai
altro che una riunione familiare; e in quest'ottica l'insegnante, in
quanto prete, non è libero e non può neanche esserlo, dato che
svolge un incarico affidatogli da altri. Invece come studioso che
mediante scritti parla al pubblico nel senso proprio della parola,
ossia al mondo, quindi come ecclesiastico nell'uso pubblico della
propria ragione, egli gode di una illimitata libertà di servirsi della
propria ragione e di parlare in prima persona. Infatti, che i tutori del
popolo (nelle cose spirituali) debbano a loro volta essere minorenni,
è un'assurdità destinata a perpetuare in eterno le assurdità. [...]

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Se ora si domanda: viviamo noi oggi in un'epoca illuminata?, allora
la risposta è: no, ma viviamo in un'epoca di illuminismo. Per com'è
la situazione attuale, ci vuole ancora molto tempo prima che tutti gli
uomini siano in grado — o anche soltanto possano essere messi in
grado — di servirsi sicuramente e bene del proprio intelletto nelle
cose religiose, senza guida altrui. Ma abbiamo segni evidenti che
oggi sia comunque aperto a tutti gli uomini il campo per lavorare
liberamente in tale direzione, e che a poco a poco diminuiscano
gli ostacoli alla diffusione del generale illuminismo, ossia all'uscita
dalla minorità a loro stessi imputabile. In tal senso questa epoca è
l'età dell'illuminismo, o il secolo di Federico III di Prussia] . [...]

Ho posto il punto culminante dell'illuminismo, cioè dell'uscita degli


uomini dalla minorità imputabile a loro stessi, specialmente nelle
cose di religione perché invece riguardo alle arti e alle scienze i
nostri governanti non hanno alcun interesse a esercitare la tutela sui
loro sudditi; e inoltre perché la minorità in cose religiose è la più
dannosa, dunque anche la più umiliante, fra tutte le minorità. Ma il
modo di pensare di un sovrano che favorisce l'illuminismo va ancora
oltre, in quanto egli capisce che perfino nei riguardi della legislazione
da lui stabilita non c'è pericolo a permettere ai sudditi di fare uso
pubblico della loro ragione e di esprimere pubblicamente al mondo le
loro idee su una migliore elaborazione della legislazione stessa,
addirittura criticando francamente quella vigente. Di ciò noi abbiamo
uno splendido, insuperato esempio nel monarca che veneriamo.

Senonché, solo colui che, di per sé illuminato, non ha paura delle


ombre, e nel contempo dispone di un esercito numeroso e ben
disciplinato per garantire la pace pubblica, — solo costui può dire ciò
che uno Stato libero non può osare: «Ragionate quanto volete e su
ciò che volete; però obbedite!». Emerge qui un aspetto strano e
inatteso delle cose umane; come del resto anche atri casi, a
considerarli su vasta scala, appaiono quasi tutti paradossali. Un
maggiore grado di libertà civile sembra propizio alla libertà dello

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spirito del popolo, e tuttavia le pone dei limiti insormontabili; al
contrario, un grado minore di libertà civile procura allo spirito lo
spazio per dispiegare tutte le sue potenzialità. Se infatti la natura,
sotto questo duro involucro, ha sviluppato il germe di cui s'è presa
cura con tanta tenerezza, cioè l'inclinazione e vocazione al libero
pensare, allora questa inclinazione e vocazione reagisce
gradualmente sul modo di sentire del popolo (per cui esso diventa a
poco a poco sempre più capace della libertà di agire), e infine anche
sui princìpi del governo, il quale trova vantaggioso trattare l'uomo,
che ormai è più che una macchina, in modo conforme alla sua
dignità.

Konigsberg in Prussia, 30 settembre 1784

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POSTFAZIONE
È stupefacente che la critica si sia rovesciata –come in uno specchio- contro il suo oggetto, e l’Illuminismo
sia stato tacciato di “oscurantismo”. La cultura borghese ottocentesca trova agio nel rovesciamento operato
dal Romanticismo e la cultura anti-borghese trova la sua espressività più incoraggiata e incoraggiante nella
“dialettica dell’illuminismo” novecentesca.

Che uomini e donne hanno vissuto per secoli una “struttura mentale” sostanzialmente anti-illuminista
(nessun credito alla ragione, opposizione a una conoscenza fondata sulle cause e gli effetti, principio della
realtà come estrinsecazione della “voluntas deorum”) induce a una riflessione più marcatamente sobria
sulle questioni sollevate dall’Illuminismo. La filosofia non ci viene in aiuto.

La riflessione proposta quindi può venire solo dalla vita.


Che cosa induce all’intolleranza, al rigetto della diversità e all’incomunicabilità tra gli uomini? Le idee
preconcette? Le tradizioni? Le paure?
Le spiegazioni che sono venute dalle più svariate discipline sono state in un primo momento contrastate,
poi accettate e infine rigettate da una critica più serrata che travolgendo lo statuto della scienza stessa ne
ha compromesso la leggibilità del Reale. E quest’ultimo si confonde con una “scena” ove gli stessi dilemmi
perdono la loro consistenza e “spiegabilità” e assumono la stessa forma e la materia dei sogni.

Dove trovare, quindi, il bandolo della matassa? Nell’ordito sociale della “coscienza reificata”?
Anche le risposte che, orientate verso la coscienza interiore (o la soggettività) risultano – pur nel loro
indubitabile fascino -, altrettanto superate.

Il paradosso è che si dovrebbe rientrare da dove siamo usciti: l’Illuminismo aveva indicato nell’aspetto del
“consensius gentium” la grande novità della questione e della libertà e della verità. Con l’accortezza di
esperire una “verità” e una “libertà” adatta alla condizione generale e suscettibile alla continua
modificazione attraverso il continuo proporsi di una contingenza che riduca al minimo l’instabilità del
sistema così concepito; e consentendo, ove il successo della sua parte maggiore sospende la minore, un’altra
organizzazione proprio per la sua parte minore.

Nell’ordine pratico è, quindi, la vera conflittualità possibile, atta anche a superare il conflitto stesso.
Quindi nessun ascetismo e rigorismo, ma flessibilità e tolleranza, ove lo stesso fanatismo potrebbe
rovesciarsi in un generoso altruismo.
PIER PAOLO CETERA, MIRTO DI CROSIA 2013

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