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DIREZIONE GENERALE ARCHIVI

ARCHIVIO DI STATO DI ROMA

IL MEMORIALE DI
ALDO MORO
1978 Edizione critica

Coordinamento di
Michele Di Sivo

a cura di
Francesco M. Biscione Michele Di Sivo Sergio Flamigni Miguel Gotor
Ilaria Moroni Antonella Padova Stefano Twardzik

DIREZIONE GENERALE ARCHIVI


DE LUCA EDITORI D’ARTE
MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI E PER IL TURISMO
DIREZIONE GENERALE ARCHIVI
SERVIZIO II - PATRIMONIO ARCHIVISTICO

Ministro per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo Dario Franceschini


Direttore generale Archivi Anna Maria Buzzi
Direttore del Servizio II Sabrina Mingarelli

Cura redazionale Michele Di Sivo


Sommario

Presentazioni
Dario Franceschini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5
Anna Maria Buzzi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7
Michele Di Sivo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9
PARTE PRIMA - SUL TESTO
Michele Di Sivo
Intelligenza prigioniera. L’edizione critica del Memoriale . . . . . . . . . . . . . . . . . 17
Francesco M. Biscione
Testo, storia, testo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 57
Antonella Padova
Il Memoriale: la scrittura al centro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 69
Stefano Twardzik
Scrivere e riscrivere. La costruzione del Memoriale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 109
Miguel Gotor
«Filtra fin qui»: lo scritto su Paolo Emilio Taviani . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 139
Ilaria Moroni
Oltre il muro. Il lungo itinerario del Memoriale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 167
PARTE SECONDA - IL TESTO
Criteri di edizione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 189
I. I primi scritti (ante 25 marzo - 5 aprile) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 193
II. Su Paolo Emilio Taviani (7-9 aprile) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 235
III. Undici temi (prima metà di aprile) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 249
IV. Decisioni finali (10-15 aprile) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 309
V. Dopo la condanna. I sedici temi (22 aprile - 2 maggio) . . . . . . . . . . . . . 327
VI. Amintore Fanfani, Giulio Andreotti (seconda metà di aprile) . . . . . . . . 417
VII. Epilogo (seconda metà di aprile - inizio di maggio) . . . . . . . . . . . . . . . . 437
Note storiche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 458
Indice dei testi del Memoriale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 492
PARTE TERZA - STRUMENTI. Analisi tecniche, ordinamento, tavole di raffronto
Michele Di Sivo - Antonella Padova
Il reperto. Analisi tecniche e ordinamento archivistico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 497
L’Appendice documentaria on line . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 512
Tavole a colori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 513
Tavole di raffronto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 529
Abbreviazioni, fonti, opere citate . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 581
Indice dei nomi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 591
57

FRANCESCO M. BISCIONE

Testo, storia, testo

È felice l’esperienza di uno studioso cui capiti di interessarsi di un testo


misterioso e problematico al punto di volerne arrischiare una prima edizione,
con i pochi e incerti elementi critici di cui si può disporre all’inizio di un
percorso 1, e si ritrovi molti anni dopo a riprendere in esame quel medesimo
documento, ma insieme a una scelta compagnia di sodali le cui competenze,
con le conoscenze nel frattempo acquisite, dilatano fortemente la compren-
sibilità del testo, rendendolo meno criptico e notevolmente più persuasivo.
Quel libro mostra ancora una sua vitalità e permane nelle bibliografie
degli studi su Moro e su vari argomenti collegati. Basato sulla documenta-
zione pubblicata dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo
e le stragi 2, esso ebbe fin dal suo apparire qualche notorietà, soprattutto in
quanto problematizzava il tema dell’autorevolezza e della lucidità, sino
allora sottovalutate se non addirittura negate, della scrittura di Moro pri-
gioniero.
Le differenze tra quella edizione del Memoriale e questa balzano agli
occhi e qui basteranno poche parole per richiamarle. Nel 1993 avevo cercato
di rendere al lettore l’essenziale dell’argomentazione quale traspariva da un
manoscritto notevolmente tormentato, ricco di rifacimenti, integrazioni,
cancellature, lapsus ecc.; avevo inoltre raccolto i brani secondo la numera-
zione tematica che Moro stesso aveva indicato, ovvero con un criterio non
arbitrario ma che si può oggi riconoscere, per ragioni altrove esposte, come
eccessivamente semplificatore.
Nella nuova edizione si è invece potuto attingere alla fonte originale,
che fornisce più informazioni di quante se ne ricavassero dalle riproduzioni
pubblicate dalla Commissione parlamentare (il cui scopo principale era
rendere noto un documento inerente all’inchiesta giudiziaria). Inoltre, qui
l’edizione a stampa aderisce al manoscritto in modo più piano e disteso,

1
Vedi Il Memoriale di Aldo Moro rinvenuto in via Monte Nevoso a Milano, a cura di F.M.
BISCIONE, Roma, Coletti, 1993.
2
CS, X legislatura, Relazione sulla documentazione rinvenuta il 9 ottobre 1990, in via Monte Ne-
voso, a Milano, comunicata alle Presidenze il 18 ottobre 1990, con annessa la documentazione
stessa, trasmessa alle Presidenze il 10 gennaio 1991, 2 volumi.
58 Francesco M. Biscione

fornendo notizia dei ripensamenti e delle strategie espositive di un autore


che aveva un forte senso della parola, della lingua, della scrittura; non solo,
dunque, viene reso il detto, ma sono riportate anche le alternative di volta
in volta scartate.
Ma soprattutto – a fronte del mio vecchio libro, che forniva pochi ele-
menti utili per la datazione dei brani – qui si cerca di restituire all’autore il
ritmo del suo pensiero come evolse nelle drammatiche settimane della pri-
gionia. Quest’ultima è la novità più importante, probabilmente destinata a
suscitare discussioni, peraltro già palesatesi nel nostro gruppo di ricerca, e
approfondimenti. La considerazione – e potremmo anche dire la scoperta
– che le modalità con cui era stato assemblato il Memoriale erano le mede-
sime con le quali Moro usava costruire i suoi saggi e i suoi interventi da
uomo libero 3, ha indotto a sperimentare sottili strategie investigative relative
a elementi sia documentali (la disposizione dei brani nel plico originario),
sia testuali (i rimandi interni e le datazioni implicite), sia infine grafologici,
vale a dire il confronto delle grafie laddove ciò è reso possibile dalla certa
o quasi certa datazione di alcune lettere coeve, talora presenti nello stesso
corpus documentario. L’insieme di queste indagini ha portato a conclusioni
innovative e a una diversa disposizione dei testi 4.
L’unico rammarico, nel licenziare il lavoro alle stampe, è non aver esteso
all’intero corpus rinvenuto nell’appartamento di via Monte Nevoso l’atten-
zione critica qui dedicata al solo Memoriale. Si poteva scegliere di rimandare
di qualche anno la pubblicazione, includendovi un’analoga edizione delle
lettere; si è invece preferito valorizzare il Memoriale, anche in considerazione
dell’importante lavoro critico compiuto abbastanza di recente sul materiale
epistolare 5, e rinviare il completamento del lavoro.

Il lavoro critico ed esegetico qui svolto induce a considerare il Memoriale


sotto una luce un po’ diversa almeno per quel che concerne l’autorialità del
testo e la sostanziale unitarietà del discorso. Si tratta di questioni di grande
delicatezza sulle quali un giudizio definitivo è per più versi ancora prematuro;
ci sembra però opportuno esplicitare alcune considerazioni maturate in chi
scrive soprattutto nel corso di questo lavoro.
Sebbene non vi sia dubbio che il Memoriale prenda le mosse dal “pro-
cesso” cui i rapitori sottoposero l’ostaggio – i testi, cioè, costituiscono in
più casi gli argomenti difensivi di un interrogatorio o la risposta a un que-

3
Vedi infra, i saggi di M. DI SIVO e di A. PADOVA.
4
Vi sono poi altri punti sui quali questa edizione supera la precedente mia, in relazione al tema
della completezza del testo e dei rinvii interni, sui quali vedi infra, il saggio di M. DI SIVO.
5
A. MORO, Lettere dalla prigionia, a cura di M. GOTOR, Torino, Einaudi, 2008.
Testo, storia, testo 59

stionario comunque connesso con la condizione di prigioniero e imputato


–, non è rinvenibile neanche indirettamente altro autore se non Aldo Moro.
Risulta inoltre largamente confermato il giudizio, già espresso anni addietro,
della vocazione unitaria del messaggio qualora si consideri la sua intima non
contraddittorietà, vale a dire che l’insieme delle affermazioni e dei giudizi
su un medesimo fatto, spesso provenienti da testi diversi, aggiungono sfu-
mature, ma non risultano in contrasto tra loro. Peraltro i molti episodi ri-
chiamati – autobiografici o dei quali l’autore ebbe diretta conoscenza –
sono veritieri e verificabili, mentre i giudizi forniti su fatti e persone, anche
quando non perfettamente coincidenti con le considerazioni espresse da uo-
mo libero, costituiscono di queste ultime il comprensibile sviluppo logico,
e sono dunque da considerarsi del tutto autoriali.
Inoltre, nel rapporto tra Moro e il suo partito è individuabile il filo con-
duttore attorno al quale ruota l’intero testo, una sorta di pensiero dominante
che si forma quasi incidentalmente nell’interlocuzione con le Brigate rosse,
maturando poi fino a esiti imprevisti. Si può dire che il Memoriale di Moro,
mentre delinea e argomenta le posizioni dell’uomo politico nel drammatico
frangente del sequestro, documenta il maggiore conflitto politico che abbia
mai attraversato il partito di maggioranza relativa, la Democrazia cristiana,
conflitto che con la morte di Moro divenne definitivo e irrimediabile.
Naturalmente il nodo del contendere non era costituito dal sequestro in
sé, operato da forze lontane dalla DC e sulle quali la DC non aveva influenza,
ma dal fatto che Moro – che aveva conoscenza diretta e pluridecennale di
persone, situazioni e linguaggi – percepì che non vi fosse nel suo partito una
determinazione netta e chiara alla sua liberazione: il no alla trattativa con
i rapitori, collegato con l’esplicita delegittimazione del suo pensiero (la non
ascrivibilità a lui delle sue parole) gli ingenerarono il timore che si andasse
verso una situazione senza controllo destinata a concludersi con l’esecuzione
e che presso alcuni settori del partito questa soluzione non fosse del tutto
sgradita (il punto è evidente già in quello che è qui individuato come il
primo testo del Memoriale e, con maggior nettezza, nel messaggio su Taviani,
dove peraltro affiora una possibile ragione di natura internazionale del
«tener duro contro di me» 6).
Ora, questa sensazione di isolamento non fu vissuta da Moro solo o
tanto con stupefazione, sofferenza personale e risentimento, sebbene anche
di queste emozioni vi siano chiari segnali. Aduso a ragionare in termini
storici e politici, Moro riversò nella scrittura le riflessioni di un uomo
politico – ma anche di un intellettuale dotato di grande libertà interiore –

6
Infra, testo n. 6, foglio 8.
60 Francesco M. Biscione

che aveva passato gli ultimi trentatré anni in quell’universo da cui si sentiva,
in quella contingenza, respinto. L’intero Memoriale appare quindi percorso
dalla domanda, implicita quanto insistente, se fosse possibile, e in che
modo, tenere insieme in un unico disegno la lunga e prestigiosa milizia po-
litica e l’assurda e imprevedibile vicenda di cui era vittima e protagonista,
tema che può prendere qualche spunto dalle rudi domande brigatiste, ma
che certamente non può ad esse sole essere ricondotto.
Dunque, il Memoriale costituisce non solo e non tanto la raccolta delle
memorie difensive del prigioniero (sebbene anche di questo aspetto vi siano
tracce evidenti) ma, innanzitutto e nel suo insieme, la rivisitazione della
storia repubblicana, della quale la biografia politica di Moro era stata parte
integrante, alla luce di un elemento di crisi e di frattura che – rivelatosi in
modo eclatante in quella situazione – compare, ancorché in forma più atte-
nuata e, per così dire, potenziale, nell’intero percorso repubblicano.

Seppure in modo frammentario, ma con passaggi che chiaramente indi-


cano l’unitarietà del discorso, il Memoriale ci dice molto su quanto Moro
avrebbe voluto ma non poté comunicare durante la prigionia, impedito da
ostacoli di vario genere cui più avanti faremo cenno. Il tema meriterebbe
approfondimenti in chiave critico-storiografica qui impossibili (le note sto-
riche al testo possono però fornire qualche indicazione); piuttosto, ci sembra
utile arrischiare una sintesi di quello che possiamo chiamare l’antefatto che,
chiaro nella mente del prigioniero, non trovò modo di essere comunicato
dal “carcere del popolo”.
Moro aveva partecipato sin dall’inizio – e dalla posizione privilegiata di
autorevole membro dell’Assemblea costituente – alla costruzione del sistema
politico italiano che rinasceva dalle macerie del fascismo e dagli esiti della
seconda guerra mondiale. Conosceva dunque le intime fragilità politiche del
Paese – rapprese e contenute nei solidi vincoli imposti dagli equilibri mon-
diali del dopoguerra – più di quanto esse fossero note a colleghi più giovani
e anche ad altri politici suoi coetanei che non avessero vissuto così dall’in-
terno il travaglio della costruzione dello Stato democratico. Alla base della
sua traiettoria vi era una visione dell’Italia che aveva una radice storica
quanto politica, e che Guido Formigoni ha riassunto in modo efficace:

«Dalla frequentazione e condivisione delle battaglie del gruppo dossettiano


[Moro] maturò la convinzione secondo cui il problema politico essenziale del
dopoguerra era perseguire e approssimare sempre meglio il progetto di Stato
democratico e sociale delineato nella prima parte della Costituzione. Dall’am-
mirazione per (e dalla prima collaborazione con) De Gasperi, invece, ricavò la
constatazione in qualche modo aggiuntiva che la Dc poteva muoversi in quella
Testo, storia, testo 61

direzione solo portandosi dietro faticosamente la gran parte del moderatismo


italiano: un concetto espresso primariamente nell’esigenza continua di unità del
suo composito partito 7».

Quindi, da un lato l’irrefutabilità dell’ordito degasperiano concretizzatosi


con il risultato elettorale del 18 aprile 1948, che aveva fatto della DC l’asse
centrale della politica del Paese; dall’altro, la DC come partito nazionale,
esso stesso da contendere su una prospettiva di sviluppo democratico 8.
Quando il centrismo non bastò più a sostenere l’esecutivo, Moro promosse
dunque l’apertura verso forze popolari anche al fine di scongiurare percorsi
conservatori o reazionari sempre possibili in un partito cresciuto anche con
l’apporto di destre politiche e sociali. Egli aveva costruito un linguaggio e
una strategia grazie ai quali, a partire dal 1959 – quando fu eletto, in modo
«occasionale» e «per una durata limitata» 9, segretario del partito, rimanendo
però in quella carica il tempo necessario per dar vita al centrosinistra orga-
nico in governi da lui stesso presieduti –, divenne un riferimento essenziale
del quadro politico repubblicano.
Se nessuno aveva infatti ereditato la guida della DC nella forma quasi so-
vrana che era stata di De Gasperi, Moro era stato il tenace, coerente e
duttile sostenitore di un particolare orientamento del partito che aveva se-
gnato profondamente il quadro politico imprimendogli quella particolare

7
G. FORMIGONI, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Bologna, Il Mulino, 2016, pp. 375-
376.
8
«I democratici cristiani» – Moro diceva al congresso della DC del 1962 – «hanno la stessa ra-
gione morale, la stessa ragione politica e quindi la stessa ripulsa e resistenza da opporre di fronte
a qualsiasi forza potenziale di sovversione dei liberi ordinamenti dell’Italia democratica. Anzi,
la nostra vigilanza e resistenza hanno da essere maggiori, proprio perché l’entità di questo rischio
per le istituzioni non si computa né in voti né in seggi parlamentari ed è pur vero che esso non
risiede intero, pur nell’innegabile riferimento ideale e storico che esso fa al fascismo, nel Msi.
Sappiamo bene, e lo abbiamo già rilevato, che la radice del totalitarismo fascista affonda nel
corpo sociale della nazione, là dove sono privilegi che non vogliono cedere il passo alla giustizia
che avanza fatalmente in una società democratica, là dove sono angustie mentali, egoismi e chiu-
sure, là dove si teme la libertà e non si crede alla sua forza creativa, redentrice e in definitiva or-
dinatrice e garante, là dove si guardano in superficie le cose ed il cammino della storia, là dove
ci si affida incautamente alla illusoria efficacia risolutrice della forza. La radice del male è nella
vita sociale e nelle coscienze, nelle quali, come del resto avviene per il comunismo, essa deve
essere compresa ed estirpata su di un piano ideale e con risorse morali. Se non si deve fare al-
leanza, non basta certo il non fare alleanza a destra, ma di più occorre combattere la battaglia
della giustizia, dare autorità alle istituzioni democratiche, fare credito alla libertà perché essa
sappia compiere la sua grande opera di redenzione sociale e di realizzazione di una fiduciosa
convivenza». Dalla relazione all’VIII congresso nazionale della DC (Napoli, 27-31 gennaio
1962), in A. MORO, Scritti e discorsi, a cura di G. ROSSINI, 6 voll., Roma, Cinque lune, 1982-
1990, II, pp. 1069-1070.
9
Infra, testo n. 20, fogli 1-2.
62 Francesco M. Biscione

torsione verso sinistra che aveva caratterizzato gli anni Sessanta e Settanta,
dapprima con i governi di centrosinistra (1963-68), quindi, dopo la sconfitta
elettorale socialista del 1968, nella fase di attenzione e di interlocuzione con
il Partito comunista. In questa traiettoria Moro si era confrontato con le op-
zioni riformiste della tradizione politica italiana impersonate da Pietro
Nenni, Ugo La Malfa, Enrico Berlinguer.
Naturalmente, in un partito policentrico e composito come la DC, la
linea di Moro era stata contrastata e più volte aveva subito battute d’arresto;
non solo, però, non era mai uscita di scena, ma aveva trovato modo, alla
fine del 1974, di riproporsi nel partito, non forse come tendenza maggio-
ritaria, ma certo come necessità ineludibile. Dopo l’esito del referendum
sul divorzio (maggio 1974), una DC profondamente ferita e delegittimata
si era riaffidata alla leadership ideale di Moro, il quale aveva dettato,
all’atto della formazione del suo quarto governo e nelle prime prese di po-
sizione successive, le linee direttrici di un percorso tendente a riformare il
sistema politico in base al progetto inscritto nella Carta costituzionale 10.
Vi erano state poi le elezioni amministrative del 1975 e politiche del 1976,
con il risultato dei due vincitori, e la formazione del governo di solidarietà
nazionale guidato da Giulio Andreotti. Ai primi del 1978 l’operazione ini-
ziata nel 1974 era ancora in corso e Moro ne conosceva i rischi e la fragi-
lità 11. Una prima essenziale verifica era stata concordata con i partiti della
maggioranza al rinnovo della presidenza della Repubblica, previsto alla
fine dell’anno.

Dunque, l’eccezionalità della condizione di Moro in carcere era duplice:


da un lato, nonostante rivestisse la carica di modesta visibilità di presidente
del Consiglio nazionale della DC, egli rappresentava il riferimento ideale di
quella fase politica e, nello stesso tempo, era la vittima di un agguato terro-
ristico compiuto manu militari apparentemente non collegato con la reale
partita in corso; da un altro, per il percorso compiuto e per l’insieme delle
conoscenze acquisite negli anni, era tra i pochi in grado di prevedere con
buona approssimazione le conseguenze della propria eliminazione dal quadro
politico.

10
Una vivida lettura di quel passaggio in P. CRAVERI, La Repubblica dal 1958 al 1992, Torino,
Utet, 1995, pp. 602-633.
11
Tina Anselmi ha raccontato di aver incontrato Moro alla vigilia del sequestro per riferirgli,
da parte di un dirigente del PCI, che questo partito aveva molte difficoltà a sostenere il nuovo
governo Andreotti. «Pochi si rendono conto che siamo sull’orlo di un abisso», commentò Moro
(T. ANSELMI con A. VINCI, Storia di una passione politica, Milano, Sperling & Kupfer, 2006, p.
107).
Testo, storia, testo 63

Se ne può concludere che Moro sapeva che senza di lui la DC avrebbe


perso quella sorta di motore interno che aveva alimentato il sistema politico;
che senza la spinta da lui esercitata – sempre ponderata e accorta, cioè
attenta agli equilibri interni e internazionali, e dunque con effetti necessa-
riamente lenti – il sistema politico non sarebbe stato in grado di resistere
alle crescenti pulsioni centrifughe, rischiando un’implosione che avrebbe
verosimilmente travolto lo stesso progetto costituzionale repubblicano; che,
dunque, la lotta per la propria liberazione, in qualunque modo fosse avve-
nuta, era comunque una battaglia politica di interesse nazionale e generale.
Che questa fosse la posta in gioco si sarebbe compreso solo a distanza di
tempo. La militarizzazione alla quale l’azione terroristica di via Fani aveva co-
stretto la vita politica e sociale non lasciava spazio a riflessioni distese e, nel
fibrillante tourbillon di quelle settimane – tra l’esorbitare delle emozioni in-
dividuali e collettive e i diversi piani dei discorsi, tra le trappole maligne tese
al prigioniero (come nella lettera a Francesco Cossiga del 29 marzo 12, scritta
come riservata ma resa proditoriamente pubblica dai carcerieri) e il discorso
della non ascrivibilità 13 (che delegittimava a priori qualunque cosa Moro
avrebbe potuto dire) sostenuto dal presidente del Consiglio e da buona parte
dei media –, le possibilità che il prigioniero riuscisse a trasmettere il suo pen-
siero erano pressoché nulle. Infine, il rumore sovrastò il ragionamento.
Moro comunicò quindi come poté, prestando particolare attenzione al
fronte democristiano della fermezza, che gli appariva non del tutto omogeneo
nelle sue motivazioni. A Moro sembrava che molti, e tra questi sono indicati
Benigno Zaccagnini e Cossiga, non comprendessero il significato della
partita che si stava giocando attorno al “carcere del popolo”; ma altri, forse
Paolo Emilio Taviani e certamente Giulio Andreotti, sembravano del tutto
consapevoli delle implicazioni delle posizioni prese 14. Per questo Moro si
sentì particolarmente colpito quando coloro da cui si aspettava sostegno si

12
A. MORO, Lettere dalla prigionia… cit., n. 3, pp. 7-9. La copia della lettera non è presente nel
corpus di via Monte Nevoso. Per la riproduzione dell’originale, conservato dall’Archivio di Stato
di Roma, vedi «Siate indipendenti. Non guardate al domani ma al dopo domani». Le lettere di
Aldo Moro dalla prigionia alla storia, a cura di M. DI SIVO, Roma, Ministero per i beni e le attività
culturali, Direzione generale per gli Archivi, 2013, n. 1, pp. 99-100 (Tavv. XVII-XXI).
13
La dichiarazione del presidente del Consiglio Giulio Andreotti in Camera dei deputati, VII
legislatura, Discussioni, seduta del 4 aprile 1978, p. 14682; vedi infra, Note storiche, nota 23.
14
Per Cossiga, Taviani e Andreotti i riferimenti contenuti nel Memoriale sono sufficienti. Per
Zaccagnini sono da vedere anche le lettere a lui indirizzate, specie quella recapitata il 20 aprile:
«Se questo crimine fosse perpetrato, si aprirebbe una spirale terribile che voi non potreste fron-
teggiare. Ne sareste travolti» (Fig. 3), ASR 47-55 in particolare ASR 49; vedi A. MORO, Lettere
dalla prigionia… cit., n. 40, pp. 71-76 in particolare p. 72; «Siate indipendenti…» cit., n. 3, foglio
3, pp. 102-104 in particolare p. 102.
64 Francesco M. Biscione

Fig. 1. Lettera a Francesco Cossiga, foglio 1 (non recapitata; nella riproduzione della Procura
di Roma).
Testo, storia, testo 65

pronunciarono invece sulla linea del presidente del Consiglio 15. Ma poiché
il discorso della non ascrivibilità era stato fatto dal capo dell’esecutivo in
sede parlamentare, e dunque coinvolgeva in certo qual modo l’intera mag-
gioranza di governo, Moro seguì con interesse anche l’evolversi delle posi-
zioni di altri partiti quali il comunista e il socialista, rispettivamente contrario
e favorevole alla trattativa da lui proposta per la liberazione.
Tra queste tensioni maturò il distacco di Moro dalla Democrazia cristiana,
che – pur nell’incertezza per la propria sorte – è espresso con coerenza nelle
lettere e nel Memoriale; date le premesse, esso ci appare del tutto compren-
sibile, tanto sul piano politico quanto umano.

Data la spiccata vocazione di Aldo Moro a ragionare in termini storici 16


– cioè la tendenza a contestualizzare l’azione propria e altrui in un vissuto
collettivo e in una prospettiva nazionale –, il Memoriale può essere letto an-
che come una riflessione e una testimonianza sulla storia e sulla politica ita-
liane. Del resto, molti lo hanno già utilizzato prescindendo dalla drammatica
condizione che lo ha generato, e ovviamente altri continueranno a farlo. Na-
turalmente si tratta di un uso legittimo, anche se dovrebbe sempre essere
accompagnato da una certa cautela: non si può dimenticare che il documento
non ci è arrivato in originale né integro e che, nei vari passaggi, verosimil-
mente sono state operate sottrazioni e/o manipolazioni che solo l’ingenuità
potrebbe far ritenere non motivate. Su questi terreni è dunque necessario
procedere su di un bilico delicato, tra lo scrupolo critico e la ricomposizione
dell’intera figura di Aldo Moro, ancora in parte insondata e oggi al centro
di una nuova importante riflessione.
Dalla prigionia il suo messaggio giunse flebile e pressoché incompren-
sibile, con la conseguenza che, a tragedia conclusa, la stessa immagine di
Moro si frantumò come in un caleidoscopio e, presso l’opinione pubblica,
fu a lungo introvabile. Di più, la figura di Moro fu oggetto di una sorta di
damnatio memoriae che fece sì che il suo pensiero e la sua opera quasi scom-
parissero dall’orizzonte culturale del Paese.

15
Si veda il comunicato, firmato da alcuni amici di Moro, pubblicato su «Il Popolo» del 26
aprile: «Moro, che conosciamo con la sua visione spirituale, politica e giuridica, che ne ha ispi-
rato il contributo alla stesura della stessa Costituzione repubblicana, non è presente nelle lettere
dirette a Zaccagnini, pubblicate come sue». «Non l’avrei creduto possibile» (Fig. 2), commentò
Moro nella lettera alla Democrazia cristiana recapitata il 28 aprile (ASR 24-33 in particolare
ASR 25, vedi A. MORO, Lettere dalla prigionia… cit., n. 82, pp. 140-146 in particolare p. 140 e
«Siate indipendenti…» cit., n. 5, foglio 2, pp. 106-108 in particolare p. 107).
16
Sul punto hanno insistito vari autori, per ultimo E. GENTILE, Il senso umano della patria
(2010), in Aldo Moro. Un percorso interpretativo, a cura di A. ALFONSI - L. D’ANDREA, Soveria
Mannelli, Rubbettino, 2018, pp. 116-130.
66 Francesco M. Biscione

Fig. 2. Lettera alla Democrazia cristiana, foglio 2 (recapitata il 28 aprile).


Testo, storia, testo 67

Fig. 3. Lettera a Benigno Zaccagnini, foglio 3 (recapitata il 20 aprile).


68 Francesco M. Biscione

Peraltro, per molti anni dopo il 1978 il dibattito pubblico fu largamente


assorbito dalla discussione sui cinquantacinque giorni del sequestro. Questa
discussione nasceva dall’assenza di una spiegazione esauriente da parte go-
vernativa della grave sconfitta dello Stato, che non era riuscito a salvare la
vita a Moro, e dalle stesse risultanze delle commissioni parlamentari d’in-
chiesta sul caso Moro e sulla loggia P2 che adombravano scenari ancora non
chiariti dei contorni di quel delitto e tuttora all’attenzione della magistratura
e della stampa.
Il quadro d’insieme iniziò a modificarsi in modo sostanziale attorno al
2007-2008. Probabilmente si manifestava in questo modo anche la diffusa
esigenza di riprendere il bandolo di una discussione sulla recente storia
d’Italia, dopo che la cosiddetta seconda Repubblica aveva mancato di man-
tenere le promesse fatte a suo tempo e nel momento in cui si diffondeva la
percezione che quella che era stata a lungo interpretata come una transizione
si stava manifestando invece quale una deriva di cui ancor oggi non si in-
travede la fine; si tornava dunque a riflettere sull’ultimo periodo in cui le
scelte della politica si articolavano tra programmi ponderati, interpretazioni
realistiche dei fenomeni sociali e intensa partecipazione popolare.
Abbiamo assistito da allora alla ripresa su larga scala degli studi su Aldo
Moro – una sorta di Moro renaissance – alla quale hanno concorso molti
studiosi di varie età e provenienze, centri di ricerca, università e istituzioni,
con decine di saggi, volumi, studi critici, antologie, biografie. Nuovi archivi
si sono resi disponibili ed è continuato il confronto sulle prospettive di ri-
cerca. La figura di Moro è così riemersa dall’ombra, con il supporto di solidi
elementi documentari, nei suoi aspetti intellettuali, strategici, politici – per
la politica sia interna sia internazionale – e umani. La qualità di questi studi
è tale da contribuire nel profondo alla riconsiderazione della nostra storia,
e non solo per quel che riguarda il periodo repubblicano.
Questa edizione del Memoriale di Moro, anche al di là del rapporto che
ciascuno di noi autori ha intessuto con quel documento, intende anche con-
tribuire a questa nuova fase degli studi, con un occhio rivolto alla critica
del testo e l’altro alla storia e al destino del Paese.

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