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Elisa Fumis

La fabbrica dei cuori


abbandonati
Title: La fabbrica dei cuori abbandonati
Author: Elisa Fumis
Cover: photo by Jill Wellington from Pixabay
Fonts by: Kingthings from 1001fonts, Parry Mason from FontSpace and Anna
Zakharchenko from Fontesk
Editing: Anna Russo
Copyright © 2020 by Elisa Fumis
All rights reserved. This book or any portion thereof may not be reproduced or
used in any manner whatsoever without the express written permission of the
publisher except for the use of brief quotations in a book review or scholarly
journal.
A tutti i cuori abbandonati, con la speranza di essere raccolti… E magari anche
aggiustati.
1

Il bambino, che poteva avere cinque, massimo sei anni,


seduto davanti a me stringeva un pupazzo lercio a forma di
coniglio. In alcuni punti la stoffa si era scucita e faceva
fuoriuscire l’imbottitura; aveva addirittura perso un occhio.
Nonostante le pessime condizioni del coniglietto, il piccolo
non era intenzionato a disfarsene: lo trascinava con sé quando
andava al bagno e gli preparava una ciotola con un pugno di
riso durante i pasti giornalieri. Avevo dedotto, quando lo
incontravo tra i corridoi e la mensa che cercare di separarli
sarebbe stato troppo doloroso per lui.
La sua innocenza mi aveva stretto il cuore in una morsa: mi
era sembrato così solo quando il mio sguardo si era posato per
la prima volta sui suoi occhi vitrei.
Una donna aveva preso posto accanto a me. I lunghi capelli
neri le nascondevano il viso pallido. Sospirò, una sigaretta
spenta tra le dita affusolate. Ci giocherellò per qualche minuto,
spazientita. La sua gamba destra iniziò a tremare. Se fossimo
stati in confidenza, le avrei appoggiato una mano sul
ginocchio e l’avrei accarezzato con dolcezza. Con rammarico
e dispiacere pensai che l’ultima volta che lo avevo fatto ero
ancora sposato. Invece mi limitai a guardarla e a sorriderle
senza sortire alcun effetto.
La stanza era calata in un silenzio innaturale e la luce del
sole, che filtrava dalle finestre, era quasi del tutto sparita. Il
palcoscenico improvvisato di fronte a noi si intravedeva
appena nella penombra.
Gli occhi della sconosciuta mi fissarono con una tale
intensità da farmi sudare le mani. Continuarono a non darmi
tregua per un tempo indefinito. Deglutii. Senza volerlo, il suo
nervosismo mi aveva contagiato.
“Faccia un respiro profondo,” le suggerii.
“Cosa?”
“Dovrebbe rilassarsi, mi sembra un po’ troppo tesa.”
Inspirai, trattenni il respiro per cinque secondi ed espirai con
la speranza di essere imitato, ma lei non lo fece.
“Le piacciono lo yoga e tutte quelle sciocchezze orientali,
giusto?”
Mosse la testa seguendo il ritmo di una canzone
immaginaria, quindi spostò di lato la sua voluminosa chioma.
Soltanto allora mi accorsi che il suo sguardo era assente; per
un istante si sovrappose a quello del bambino.
“Cosa ci accomuna?” domandai ad alta voce, più a me stesso
che agli altri.
Un faro da teatro illuminò la figura di una strana creatura:
due orecchie a punta vennero subito nascoste sotto un cappello
troppo largo.
“È un elfo di Babbo Natale!” esclamò il piccolo sprizzante di
gioia.
Fui sorpreso, era la prima volta che sentii la sua voce,
nonostante fossimo in quel posto da cinque giorni ormai e
l’avessi incrociato più volte.
“Babbo Natale non…”
“Sì,” interruppi la donna seduta accanto a me. “Sembra
proprio un elfo di Babbo Natale. Forse vuole chiederci
qualcosa.”
Un colpo di tosse ci zittì. “Ora che ci siete tutti, possiamo
iniziare con le spiegazioni. Io sono l’elfo Nut, piacere di fare
la vostra conoscenza. Sono uno degli aiutanti di Babbo Natale,
colui che vi ha condotti fino a qui con i suoi poteri.”
“Stupidaggini,” sussurrò lei.
“Questa è la fabbrica dei regali abbandonati. Ogni anno
migliaia di doni vengono gettati via come se fossero
spazzatura. Noi abbiamo il compito di raccoglierli e, in caso di
rottura, aggiustarli. Qualsiasi oggetto proveniente dal Polo
Nord ha un piccolo meccanismo a forma di cuore ideato da
Babbo Natale, che va in frantumi quando viene buttato. Il
nostro compito è quello di ripristinarne il congegno e inserirlo
prima di spedirlo a qualcun altro, diciamo che diamo nuova
vita alle cose. Siamo contro gli sprechi, noi.”
“Tutto molto bello, ma a cosa vi serviamo?” chiese la nuova
arrivata.
“Purtroppo quest’anno alcuni elfi si sono ammalati e
abbiamo bisogno di manodopera. Non dovrete far altro che
impacchettare i regali che vi porterò, un gioco da ragazzi. In
cambio vi offriamo vitto e alloggio. Manca poco meno di due
mesi a Natale e siamo nei guai.”
“Ok, ma perché proprio noi tre e non qualcun altro?”
Annuii. Avrei voluto fargli la stessa domanda, ma lei mi
aveva anticipato.
“Ottimo quesito, signorina. Non posso darvi questo genere di
informazione, sono soltanto un umile aiutante. Dovrebbe
chiederlo al grande capo” rispose piatto l’elfo, mentre la donna
lo guardava alquanto infastidita e scettica.
Il bambino gli si avvicinò. “Dov’è? Possiamo vederlo?”
Scosse la testa. “Sono desolato, Eric. In questo momento non
è possibile parlare con lui, mi ha chiesto di non disturbarlo.
Puoi comunque scrivergli una lettera.”
L’elfo si allontanò.
“Io non so scrivere.”
Appoggiai una mano sulla sua spalla e lui trasalì. Si voltò e
mi osservò a metà tra lo spavento e la curiosità.
“Non preoccuparti, posso aiutarti io.”
“Dici sul serio?”
Quando annuii, Eric lanciò in aria il suo pupazzo. Poi si
diresse in corridoio. Io e la donna restammo soli in quella sala
tornata completamente buia dopo lo schiocco delle dita della
creatura magica. Uscimmo in fila indiana. Prima che potessi
recarmi nella stanza che mi era stata assegnata, lei mi prese
per il braccio.
“Babbo Natale?” rise. “Perché vuole illudere quel povero
bimbo?”
“E lei perché vuole privarlo della magia?”
Incrociò le braccia, senza però distogliere lo sguardo. “Deve
imparare fin da piccolo a vivere.”
“Con l’aggressività?”
“Io la chiamo autodifesa.”
I suoi occhi, simili a pozze d’acqua limpide, non smisero di
squadrarmi.
“Capisco. Lei per caso fa la strizzacervelli di professione?”
“No, perché?”
Feci spallucce e me ne andai, un sorriso stampato in faccia.
2

Rientrato nella mia stanza, avevo trovato dei fogli e mi ero


messo a leggerli. Ci era stato assegnato un programma da
rispettare, che aveva degli orari specifici per quanto concerne
la sveglia, la colazione, le mansioni da svolgere, il pranzo e la
cena; le attività ricreative, come leggere o scrivere, potevamo
gestirle in totale libertà, purché non coincidessero con il resto.
Ognuno di noi aveva ricevuto inoltre una scheda con
informazioni scarne sugli altri. Avevo perso la cognizione del
tempo. Malgrado fossi in ritardo, trovai il cibo ancora
fumante.
La mensa era vuota. Qualcuno aveva fatto preparare tre
vassoi con altrettanti piatti e li aveva lasciati sul bancone
all’entrata.
Fu un’accoglienza asettica, ben diversa da quella delle volte
precedenti e la cosa mi sembrò molto strana e me ne domandai
il motivo: gli eccentrici cuochi che ci avevano serviti con pasti
caldi e sorrisi contagiosi erano stati sostituiti da un semplice
self-service.
Mi strinsi nel maglione, come se il freddo glaciale
dell’esterno fosse entrato di nascosto nel refettorio.
Mi accomodai e pochi minuti dopo mi raggiunse Eric.
“Aspetta, ti aiuto.”
Gli andai incontro, presi il vassoio e lo appoggiai di fronte al
mio.
“G… grazie,” balbettò.
“Prego. Oggi ci siamo soltanto noi, forse gli elfi hanno
deciso di risparmiare anche sul personale.”
Il piccolo non replicò.
La porta si aprì e alzai lo sguardo. La donna, che avevo
scoperto chiamarsi Roxie, non si sedette accanto a noi. Si
spostò le ciocche dei capelli dietro le orecchie e mi fissò
incuriosita, come se mi stesse esaminando per valutarmi. I suoi
occhi seguitavano a scrutare la mia figura senza dire una
parola.
Eric soffiò sulla minestra ancora calda, quindi ne prese un
cucchiaio.
“Ti piace?” gli chiesi, spezzando il silenzio.
“Sì, molto.”
Sorrisi. “Mio nipote invece detesta le verdure, è impossibile
fargliele mangiare.”
“Perché fai tanto l’amicone con noi?” si intromise lei.
Non accettai la provocazione. Finii di mangiare e riposi il
vassoio sul bancone. Un tepore familiare si diffuse nella
mensa tanto che faticai a rimanere sveglio. Il ricordo della mia
ex moglie riaffiorò con l’intento di minare quell’unico istante
di benessere dopo più di un anno di sofferenze, lo scacciai
come si farebbe con un insetto fastidioso. Chiusi gli occhi e
feci alcuni respiri profondi prima di potermi calmare. Roxie
sfiorò la mia mano. Non mi ero accorto che si era avvicinata e
che mi guardava con apprensione.
“Sta bene, Mister Yoga?”
Annuii. Non avevo voglia di parlare, desideravo soltanto
rientrare nella mia camera e addormentarmi. Il mio viso si era
riempito di lacrime tante volte, inumidendo il cuscino.
Mentre percorrevo il corridoio, udii la voce della donna. Non
capii cosa dicesse, ogni suono mi appariva ovattato. Una volta
entrato nella stanza che mi era stata assegnata dagli elfi, crollai
sul pavimento. In quella fabbrica non potevo rifugiarmi nella
musica o negli alcolici. Era difficile rimanere solo con me
stesso.
Una fila di libri accatastati sulla sedia cadde con un tonfo.
Raccolsi il manuale sulla meditazione, un regalo del mio
migliore amico e della mia ex. Il frontespizio era stato
riempito di parole vuote scritte con le loro grafie illeggibili.
“Sei importante, certo. Allora perché mi avete tradito?
Perché mi avete abbandonato?” mi rivolsi alla pagina che
strappai senza alcuna remora.
Qualcuno bussò alla porta: era Roxie.
“La disturbo?”
Un maglione oversize le nascondeva le forme e le mani, e la
faceva apparire innocente, come se avesse lasciato la propria
aggressività a casa.
Scossi la testa. “No, prego, si accomodi. Ha bisogno di
qualcosa?”
“Sì, mi servirebbe una coperta.”
Rimasi perplesso: gli aiutanti di Babbo Natale si erano
premurati di farci trovare maglioni e coperte in abbondanza.
Capii che era una scusa per parlare.
“Ho freddo,” aggiunse.
I suoi occhi incrociarono i miei, che non mantennero il
contatto troppo a lungo. Mi sentivo a disagio.
Presi uno dei tanti plaid che non avevo utilizzato, profumava
ancora di ammorbidente. In quel luogo ogni cosa rimaneva
invariata anche a distanza di ore o di giorni: se ti spettava un
pasto caldo, l’avresti trovato fumante al tuo arrivo; se ti veniva
consegnato un maglione pulito, non si sarebbe sporcato o
impolverato prima del suo utilizzo. Si trattava di un
incantesimo per rendere il nostro soggiorno più ospitale.
Si avvolse nella coperta. “Grazie.”
“Se ha ancora bisogno di me, sono qui.”
“Cosa avete fatto lei ed Eric prima che arrivassi? E come
abbiamo raggiunto questa fabbrica?” chiese.
“Siamo stati serviti da due maggiordomi, che si sono presi
cura di noi durante la giornata. Non abbiamo fatto molto, in
realtà. È probabile che gli elfi volessero aspettarla prima di
iniziare il lavoro.”
“Anche loro si sono travestiti da aiutanti di Babbo Natale
come Nut?”
“Certo che no. Comunque siamo stati portati in questo posto
con la magia.”
Rise scettica e quasi schernendomi. “La magia non esiste, lo
sa meglio di me.”
Un’improvvisa stanchezza si impossessò del mio corpo.
“So soltanto che siamo arrivati alla fabbrica dei regali
abbandonati per un motivo. Ora è meglio andare a dormire
perché domani dobbiamo svegliarci presto” proposi assonnato
e leggermente infastidito.
“Ho capito. Grazie per la coperta.”
“Si figuri. Buonanotte.”
“Buonanotte, Mister Yoga” salutò addolcendosi.
3

La prima giornata di lavoro proseguì spedita fino a


mezzogiorno. Lo stupore che avevo provato appena arrivati
era stato sostituito dalla voglia di lavorare per distrarmi dai
miei pensieri negativi. Eravamo stati divisi dopo la colazione:
Roxie si sarebbe occupata del confezionamento dei regali, Eric
era stato chiamato da Nut, mentre io avevo seguito un elfo di
nome Los all’esterno.
“Devi aiutarmi a trasportare i sacchi da una fabbrica
all’altra,” erano state le sue indicazioni.
Mi aveva fatto indossare un pesante cappotto realizzato da
altri suoi simili per sopportare meglio le rigide temperature del
Polo Nord. Avevamo camminato per oltre un chilometro prima
di raggiungere la destinazione. Ero sprofondato nella neve
fresca in più di un’occasione e lui, che camminava troppo
veloce, mi aveva aspettato pazientemente.
“Manca molto?” gli avevo domandato.
“No, siamo quasi arrivati.”
La fabbrica dove venivano portati gli oggetti da smistare e da
aggiustare, come aveva spiegato Los, era più piccola dell’altra,
che comprendeva anche i nostri dormitori.
Eravamo entrati da una porta sul retro e avevamo trovato
almeno una dozzina di sacchi ammucchiati sulla parete. Ne
avevamo portati sei a testa per un massimo di tre tragitti. La
seconda volta Los si era fermato a metà strada: i suoi occhi si
erano illuminati. In quel momento avevo pensato agli sguardi
magnetici di Roxie ed ero scoppiato a ridere. Una volta tornato
in sé, l’elfo aveva rovistato tra gli oggetti per recuperare una
sciarpa tarmata sul fondo.
Scosse la testa. “È sempre il solito. Se potesse, Nut
salverebbe qualsiasi cosa. Lui soffre più di tutti quando
qualcosa si rompe, viene perduto o gettato via. Vorrebbe
sempre intervenire, ma il nostro compito non è quello di
interferire con il corso degli eventi, come ad esempio restituire
un oggetto al suo proprietario. Noi ci limitiamo a raccogliere il
potenziale dono quando il meccanismo al suo interno si spezza
e a portarlo al Polo Nord. Fine.”
“Perché è così importante per lui recuperare i regali
abbandonati?”
“Credo la consideri una missione, una sorta di sfida con se
stesso per non sentirsi inutile. Dopotutto, è stato pure lui
abbandonato.”
“E da chi?”
“Da una famiglia umana. Una volta si era introdotto in una
casa per lasciare un dono, sostituendosi al capo. Era curioso di
provare una nuova esperienza ed era stato accontentato.
Purtroppo il figlio della coppia accortosi della sua presenza lo
aveva costretto a rimanere con loro trasformandolo in un
servo. Quando si sono stufati di lui, l’hanno rispedito al
mittente.”
“Come mai Babbo Natale non lo aveva salvato?”
“Oh, ci aveva provato, ma la testardaggine di Nut aveva
avuto la meglio. Quest’ultimo non voleva andarsene, voleva
vivere in pieno quella nuova esperienza e si sentiva in dovere
di obbedire agli ordini della sua attuale famiglia.”
Los aveva rimesso la sciarpa nel sacco, sospirando
dispiaciuto.
“Perché nasconde le orecchie sotto il cappello?”
“E chi lo sa? Forse ha qualche forma di insicurezza.” Si
lisciò le sue con fierezza. “Nessun elfo dovrebbe
vergognarsene, eppure penso che Nut abbia delle ferite che
continuino a sanguinare. Nella sua vita ha perso e al contempo
ha guadagnato il bene più prezioso di tutti.”
“Quale?”
“Il valore delle cose. Se non l’avessero gettato via come
l’immondizia, non l’avrebbe imparato e non avrebbe potuto
insegnare a noi. I doni sono importanti e non bisognerebbe
darli per scontati. È così che è nata la fabbrica dei regali
abbandonati.”
Los aveva smesso di parlare e si era dedicato al canto. Aveva
intonato un brano natalizio in una lingua che non conoscevo.
Quelle parole sconnesse, forse elfico, avevano avuto il potere
di cullarmi, di lenire il dolore sordo del mio cuore.
Eric scoppiò a ridere appena entrai in mensa. Roxie si
trattenne, quindi aprì la borsetta e mi passò il suo specchio
tascabile.
“Sembri una renna!” esclamò il bambino.
Guardai la mia immagine riflessa e mi accorsi che avevo il
naso arrossato per il freddo.
“Com’è andata?” mi domandò lei.
“Bene.”
Consumai il mio pasto in silenzio, con calma,
concentrandomi su ogni sapore. Mi feci prestare da Roxie un
block notes dove appuntai le emozioni che avevo provato
durante il lavoro mattutino e il pranzo. Dopo il racconto
riguardante Nut, avevo capito che le cose non sono scontate e
decisi di cominciare ad appuntarmi le emozioni che provavo.
“Hanno ragione Nut e Los, a volte crediamo che ci sia tutto
dovuto, che le cose siano ovvie, invece non è così” dissi senza
rivolgermi a nessuno in particolare.
Alle tre del pomeriggio raggiungemmo una stanza vuota
dove ci aspettavano i regali da incartare.
La donna realizzava dei pacchetti perfetti.
“Lei è una commessa, vero?”
Scosse la testa divertita. “No, ma forse prima o poi
indovinerà la mia occupazione.”
Malgrado mi sforzassi, non ero capace di chiudere la carta
con il nastro. Eric non era messo meglio di me. Roxie alzò gli
occhi al cielo.
“Siete due imbranati, lo sapete?” Il suo sguardo si posò su di
me e sentii le guance avvampare.
“Eric, prendi queste coccarde e attaccale sopra, è più
semplice.”
“Grazie.”
“Ora veniamo a lei, Mister Yoga. Voglio mostrarle come si
incarta un regalo.”
Si avvicinò, quindi si sedette accanto a me. L’odore dello
shampoo che usava penetrò nelle mie narici e una ciocca dei
suoi capelli mi solleticò il viso. Mi mostrò tutti i passaggi,
quasi fosse una maestra con il proprio alunno.
“Capito?”
“Lei va troppo veloce, mi sono perso.”
Sospirò, per poi spiegarmi altre due volte con
un’insospettabile pazienza.
Il pupazzo che il bambino aveva posizionato su una scatola
vuota cadde sul pavimento.
“Come si chiama?” chiesi, raccogliendolo.
“Pluff.”
“Che nome buffo. E come mai Pluff ha perso un occhio?” si
intromise Roxie dolce. “Aspetta, ci penso io.”
Eric le diede il coniglietto controvoglia. Lei tirò fuori dalla
borsetta un piccolo set da cucito e attaccò un bottone nero nel
punto mancante.
“Non mi dica che è una sarta.”
“No, mi spiace deluderla.”
Quando ebbe concluso, mostrò il risultato finale al bambino.
“Lo so che non è la stessa cosa, ma ho fatto del mio meglio.”
“G… grazie.” Una lacrima rigò la guancia di Eric. “Che
bello, Pluff è tornato a vedere.”
“Prego.”
Il piccolo si ritirò nella sua camera prima della cena. Lanciò
in aria il suo peluche per tutto il corridoio. Malgrado Roxie
sorridesse, i suoi occhi erano velati di tristezza.
“A dopo,” mi salutò.
Se ne andò portando con sé una scia di profumo e un peso
nel cuore. Mi resi conto che lei, proprio come Nut, aveva delle
ferite che non si erano del tutto rimarginate. Spensi la luce e
uscii anch’io dalla stanza.
4

La luna piena splendeva e rischiarava l’ambiente come una


grande lampadina. Nella terra di Babbo Natale tutto era più
luminoso e salubre. Quando ero uscito dalla fabbrica, avevo
potuto respirare l’aria pulita, così differente da quella delle
nostre metropoli.
Era passata una settimana dall’arrivo di Roxie e avevo
scoperto che cancellava i giorni sul calendario; non vedeva
l’ora di tornarsene a casa.
Non riuscivo a dormire così presi il cappotto che mi aveva
dato Los e lo indossai. Non c’era stato vietato di trascorrere
del tempo all’esterno, quindi ne approfittai per osservare la
distesa di neve incontaminata. Le stelle tappezzavano il cielo.
Era uno spettacolo incantevole. Helen non sarebbe mai venuta
al Polo Nord, si sarebbe ribellata a qualunque sortilegio con la
sola forza di volontà. Quando eravamo sposati, il termostato
d’inverno era sempre impostato a 25°C.
Un rumore mi fece trasalire. Mi voltai e vidi la donna:
scompariva nel giubbotto che aveva addosso. Si sedette
accanto a me sulle scale degli alloggi e mi guardò dritto negli
occhi.
“Neanche lei riesce a dormire?” domandò.
“No. Comunque potremmo iniziare a darci del tu.”
I nostri aliti si fusero in un’unica nuvola che per un istante
coprì la visuale.
“Che differenza fa? Tra meno di due mesi ognuno di noi
tornerà alla propria vita.”
Fece spallucce. Il suo sguardo passò dalla mia figura al
paesaggio che avevamo davanti per poi ritornare su di me.
Restammo qualche minuto a guardarci senza parlare. Soltanto
il sibilo del vento spezzava il silenzio che si era creato.
“Prova a indovinare cosa vorrei in questo momento,” disse
Roxie.
“Una cioccolata calda con i marshmallow dentro?”
Scoppiò a ridere. “Mi deludi, Mister Yoga.”
“Qual è la risposta?” chiesi incuriosito. Mi sarebbe piaciuto
scoprire qualcosa sul suo conto: da quando era arrivata, non
aveva fatto altro che punzecchiarmi o scrutarmi e questo suo
modo di fare mi aveva portato a interessarmi alla sua storia.
“Vorrei che mia madre fosse qui.”
“Mi spiace per la tua perd…”
La donna mi colpì con una minuscola palla di neve preparata
mentre ero girato.
“Non è morta, ha la depressione. Passa le giornate a fissare il
soffitto o a stare al buio o a dormire. Devo imboccarla perché
non vuole mangiare e devo aiutarla a lavarsi. A volte, di
domenica, le propongo di fare una passeggiata al parco, ma
rifiuta sempre. Dice di essere stanca, di non avere voglia.
Dovrebbe venire al Polo Nord, a lei piacerebbero queste
sciocchezze.”
“Quali sciocchezze?” La guardai incredulo.
“La magia del Natale, gli elfi, i regali. Tutto questo.”
Mi alzai in piedi. “Perché odi tanto queste cose?”
Fece lo stesso, quindi salì un gradino per essere alta come
me. I suoi occhi, fissi sui miei, parlavano più delle parole.
“Perché sono sola.”
Si voltò per andarsene.
“Roxie, aspetta!”
“Che c’è, Mister Yoga? Vuoi dirmi che basta un respiro
profondo per risolvere le cose? Che basta essere stati portati
nella fabbrica dei regali abbandonati per poi tornare alla vita
reale più felici di prima? Che Babbo Natale può aggiustare il
mio cuore distrutto come qualsiasi altro oggetto? Non
funziona così, pensavo che lo sapessi.”
“No, io…”
“Tu cosa? Hai una soluzione? Perché è tutto uno schifo. Io
sono difettosa, rompo tutto quello che tocco. È colpa mia se la
mamma sta male, le ho dato tanti dispiaceri. Per non parlare di
papà.”
Avrei voluto raccontarle quello che mi era successo prima di
arrivare al Polo Nord, invece preferii lasciarla sfogare. Si coprì
il volto con le mani.
“Tutti dovrebbero essere felici a Natale,” continuò, la voce
rotta dal pianto.
Rimasi ad ascoltarla finché non si calmò. Avevo imparato
che dire qualcosa di inopportuno in un momento tanto delicato
avrebbe soltanto peggiorato le cose.
“Scusami, non avrei dovuto urlarti contro. È la prima volta
che posso scoprirmi con qualcuno, non avevo mai esternato i
miei sentimenti in modo tanto diretto.”
“Non preoccuparti. Sei stata te stessa e l’ho apprezzato.”
“Mi sento più leggera.”
Raccolsi un cumulo di neve e gliela lanciai piano. “Perché
per un attimo non proviamo a divertirci?”
“Non ho mai fatto una battaglia a palle di neve.”
“Meglio, sarà più divertente.”
“Sei sempre così positivo?”
L’aiutai a scendere gli scalini per paura che scivolasse,
quindi ci mettemmo a giocare come due bambini. I capelli di
Roxie erano bagnati e le si appiccicavano sul viso. Il mio naso,
mi informò lei, era rosso. Trascorse un tempo indefinito prima
che decidessimo di risederci, stremati.
“Ho freddo,” mi sussurrò all’orecchio.
Appoggiò la sua testa sulla mia spalla e mi cinse la vita.
Malgrado mi sentissi solo, non ne approfittai. Helen aveva
smesso di sfiorarmi molto prima di chiedere il divorzio.
Accarezzai l’anulare sinistro, dove una volta spiccava la fede.
Le lacrime bagnarono il mio viso.
“Si è fatto tardi, è meglio andare a dormire,” dissi con
dolcezza.
“Va bene.”
Le labbra di Roxie si posarono sulla mia guancia.
“Grazie ancora.”
Non ero più abituato al contatto fisico con una donna, non
avendo avuto più nessun’altra dopo la ex moglie. Mi sentivo
insicuro e persino un po’ dispiaciuto di non riuscire a
ricambiare il gesto di quella magnifica ragazza, ma soprattutto
non volevo approfittarne.
Ci alzammo e rientrammo nel dormitorio. All’entrata
trovammo degli asciugamani, dei maglioni asciutti e una pila
di coperte. Forse Nut e gli altri avevano un sesto senso o
l’alloggio poteva leggerci nel pensiero. Quella fu un’altra
magia per dimostrare alla donna di essere nel posto giusto.
“Buonanotte, Mister Yoga.”
“Buonanotte.”
5

“Buongiorno, Gabriel.” Roxie aveva iniziato a chiamarmi


per nome.
Distese le braccia e sbadigliò. I suoi capelli, che di notte si
erano inumiditi con la neve, apparivano indomabili. Provò a
sistemarli con le mani senza alcun successo.
“Ciao. Dormito bene?”
Le passai una tazza di cioccolata calda.
“Non ci sono i marshmallow,” osservò, fingendosi offesa.
Si avvicinò al mio piatto e prese quattro dei cinque biscotti
alla cannella che avevo dato a Nut in cambio del mio libro
sulla meditazione. Mi aveva fermato in corridoio e mi aveva
domandato di offrire qualcosa alla fabbrica. Quell’oggetto
aveva perso il suo valore affettivo ed ero stato felice di
barattarlo.
“Ehi, sono miei!”
Corse verso il tavolo dalla parte opposta del refettorio,
inzuppandoli nella bevanda. Sospirai.
Eric ci salutò assonnato.
“Vuoi un biscotto? Ne è rimasto solo uno perché gli altri li ha
mangiati Roxie.”
“Sì, grazie.”
“Sei proprio altruista,” commentò la donna con una punta di
sarcasmo nella voce.
“Meglio generoso che ladruncola.”
Scoppiammo a ridere: punzecchiarci era diventato divertente
per entrambi. Il fatto che si fosse confidata con me mi aveva
portato ad avere un atteggiamento più rilassato in sua
presenza. Alcune briciole le finirono sul maglione, che poi si
tolse per cambiarlo.
Mentre mi alzavo per incominciare la giornata lavorativa, le
appoggiai sulle spalle una coperta che portavo con me in
mensa.
“Copriti bene, oggi fa più freddo del solito.”
Non fece commenti, si limitò a mordersi il labbro inferiore.
Dopo esserci messi a incartare i regali, Nut entrò nella stanza
per domandare a Eric e a Roxie di lasciargli un oggetto
personale.
“Non vi basta il nostro aiuto?” domandò lei con una punta di
sarcasmo nella voce.
L’elfo rimase in silenzio e in attesa sulla porta.
Il piccolo strinse forte il pupazzo logoro, quindi cercò di
ricacciare indietro le lacrime.
“Non… non posso.”
Roxie sospirò, arrendendosi, quindi si tolse un braccialetto,
un anello e una collana.
“Puoi prenderli tutti, se vuoi. L’importante è donare
qualcosa, no? Questi possono sostituire il peluche.”
“Certo, grazie della tua generosità,” rispose l’elfo prima di
congedarsi.
Il bambino ringraziò la donna con fare timido. Le orecchie
gli si erano tinte di rosso e aveva abbassato il viso.
“Perché Pluff è così tanto importante per te?” gli chiesi.
Mi avvicinai e gli scompigliai i capelli affettuosamente. Eric
trasalì, per poi allontanarsi, come se fosse spaventato. Aprii la
bocca per dire qualcosa, ma la richiusi subito.
“È l’unico regalo dei miei genitori ed è anche il mio unico
amico.”
Aveva un modo di parlare sommesso, quasi sofferente.
Ascoltandolo, non potei fare a meno di ripensare alle parole
che mi aveva urlato contro Roxie. Entrambi erano soli e
dovevano combattere delle battaglie troppo dolorose. In
confronto, le mie mi parvero delle questioni di poco conto.
Trascorremmo tutta la giornata insieme, tra un pacchetto e
l’altro, tra un aneddoto divertente e l’altro.
“Questo è l’ultimo,” dissi.
Portammo i sacchi nella stanza accanto prima di andare a
mangiare.
Stavolta la donna si sedette al tavolo con noi e gustò tutti i
piatti. Eravamo affamati, stanchi, pensierosi. Non parlammo,
non ci guardammo, ci concentrammo soltanto sulla squisita
cena che gli elfi ci avevano offerto.
Per la prima volta li ringraziammo a voce alta, come farebbe
una famiglia credente.
Malgrado volessi ritirarmi nella mia camera, Roxie mi
intercettò. I suoi occhi erano vivi, mi suggerirono che tramava
qualcosa.
“Perché stanotte non ci intrufoliamo nei dormitori degli elfi?
C’è anche una zona proibita, l’ho vista una volta.”
La guardai attonito. “Non dirmi che te ne vai sempre a zonzo
per la fabbrica invece di dormire?”
“Non farmi la predica, è capitato un paio di volte. E
comunque non è facile prendere sonno qui, lo sai bene.”
Non aveva intenzione di cedere: pensai che il suo sguardo
sarebbe stato capace persino di perforare la pelle di una
persona e di scavare per cercare la sua anima e sconquassarla.
Mi sentii indifeso.
“Verrò con te,” dissi alla fine. “Non voglio che ti cacci nei
guai.”
“Troviamoci davanti alla mensa a mezzanotte.”
Quando la raggiunsi dopo la nostra conversazione, il mio
stomaco era sottosopra. Non avevo mai fatto una bravata in
vita mia, mi sembrava di tradire me stesso.
“Sei pallido. Stai bene?”
Annuii.
“Cosa state facendo?” Eric, che era appena uscito dalla sua
stanza, si stropicciò gli occhi.
“Facciamo un giro, vuoi venire con noi?” gli domandò la
donna.
Non aspettò neppure la risposta, lo prese per mano e lo
trascinò con sé. Li seguii sconsolato, non avrei voluto
mettermi nei guai, non era mia abitudine, ero sempre stato un
tipo tranquillo, ma per una volta decisi di osare.
Percorremmo il lungo corridoio, per poi prendere una scala
che portava a una zona sotterranea. Roxie si voltò verso di me,
quindi aprì la porta davanti a sé.
L’ambiente era illuminato da tante piccole candele. Al centro
campeggiava un nastro trasportatore. Los e altri elfi, che non
avevo mai visto, si muovevano a destra e a manca tanto rapidi
da dare l’impressione di materializzarsi da una parte all’altra.
“Non si riposano mai?” chiese Eric in un bisbiglio.
Prendevano un giocattolo rotto, lo smontavano, gli
toglievano il meccanismo a forma di cuore, lo aggiustavano
con la magia che scaturiva dalle loro mani, infine lo
rimettevano dentro e l’oggetto si riparava in automatico. I loro
gesti erano rapidi e al contempo precisi. Li osservammo per
una buona decina di minuti, prima che lui ci pregasse di
tornare indietro. Faticava a rimanere sveglio, la testa
ciondolante.
Lasciammo gli aiutanti di Babbo Natale affaccendati. Mentre
il bambino entrava nella sua camera, Roxie mi trattenne per il
polsino della felpa.
“Vieni con me.”
“Dove vuoi andare?”
Mi condusse all’archivio di Nut, il cui accesso era proibito.
Estrasse una torcia elettrica dalla borsa e si fece strada tra le
scaffalature. Sulla scrivania accanto alla finestra trovammo dei
fogli con tutte le nostre informazioni riservate e le nostre foto
allegate.
“Divorziato?” lesse ad alta voce.
“Non è carino ficcare il naso nelle faccende degli altri.”
Riappoggiò il mio fascicolo sopra al suo e si sedette. “Sei
stato sposato? Non me l’avevi detto.”
Presi posto accanto a lei. “Non mi andava di rivangare il
passato. Non mi farebbe bene parlarne qui, adesso, con te.”
“Come mai? A me è servito.”
“Lo so e ne sono contento.” Feci una pausa, poi ripresi: “In
questo posto abbiamo tanto tempo per pensare e io non voglio
pensare. Se tornassi al punto di partenza, sarebbe come
cancellare i progressi fatti finora. E non mi va, non mi va di
buttare al vento tempo e sforzi. Ho faticato molto per andare
avanti.”
“Le cose non si possono eliminare soltanto smettendo di
pensarci.”
“Hai ragione, infatti le ho richiuse in un cassetto, come
quando metti degli oggetti che non ti servono più in una
scatola che sai che non aprirai mai.”
Si morse il labbro inferiore: lo faceva sempre quando non
sapeva cosa dire o non voleva farlo.
Cercai qualcosa nella stanza che mi aiutasse a cambiare
argomento. In uno schedario lasciato aperto c’erano delle
lettere scritte a mano.
“Cosa sono?” domandò Roxie incuriosita.
“Credo siano le nostre richieste a Babbo Natale. Allora ci
credevi da bambina?”
“Come tutti. Comunque nessuno l’ha mai visto in carne e
ossa, potrebbe esistere o potrebbe essere frutto
dell’immaginazione collettiva.”
“Caro Babbo Natale, vorrei la bambola uguale a quella che
ha Betty. Grazie.”
“Ti sei voluto vendicare,” fece lei dopo essere arrossita.
“Il rossore ti dona, mia cara.”
“Ah, sì? Allora non ti dispiace se leggo la tua.”
“Fai pure, non ho nulla da nascondere.”
“Perfetto.” Aprì la busta e ne lesse il contenuto: “Caro Babbo
Natale, fai tornare in vita il nostro cane Ted. Mi manca tanto.
Grazie. Gabriel.”
Le lacrime le rigarono le guance.
“Ero proprio un idiota, all’epoca pensavo che le persone e gli
animali potessero resuscitare,” cercai di sdrammatizzare con la
speranza di calmarla.
“Mi dispiace, Gabriel.” Riuscì a dire tra un singhiozzo e
l’altro. Poi si asciugò il viso con un fazzoletto.
“Va tutto bene.”
“La morte di un cagnolino mi fa sempre piangere, è più forte
di me.”
Le raccontai alcuni aneddoti legati a Ted. Senza
accorgermene, avevo finito per posare la mia mano sul suo
ginocchio. Sentii le guance avvampare per la vergogna: dopo
essermi separato da Helen, non avevo sfiorato nessun’altra
donna e Roxie meritava di essere accarezzata dalla persona
giusta.
“S… scusa.”
“Mister Yoga che fa il timido, questa mi è nuova. Comunque
non ti devi scusare.”
Si avvicinò e mi diede un buffetto sulla guancia. “Parlami
ancora del tuo cane, voglio ascoltarti.”
“Una volta, lo avevo portato a correre in un campo di
girasoli. Siccome era piuttosto vasto, non riuscivo a trovarlo
tra i fiori. Mentre lo cercavo, mi ero perso. Dopo averlo
chiamato un’infinità di volte, Ted mi aveva raggiunto e
insieme avevamo trovato l’uscita.”
“Non ci credo.”
Scoppiò a ridere e io con lei. La sua risata era contagiosa.
Qualsiasi sua emozione lo era. Mi fermai un momento a
guardare, con estrema dolcezza, Roxie sorridente.
“No, è successo davvero. Avevo all’incirca otto anni. In
realtà quella non è la mia prima lettera a Babbo Natale.”
“Cosa gli avevi chiesto? Possiamo cercarla.”
Si alzò dalla sedia per raggiungere lo schedario, ma le
afferrai il polso.
“Aspetta! Ho sentito uno strano rumore.”
Qualcuno aprì la porta e ci fissò incredulo. “Cosa ci fate voi
qui?”
6

Gli elfi prepararono due slitte trainate dalle renne di Babbo


Natale. Roxie aiutò Eric a riempire il suo zaino di provviste e
io lo caricai sul mezzo. Los controllò ogni dettaglio con i
propri occhi, che si sarebbero illuminati qualora ci fossero
state dei problemi tecnici di qualche tipo.
Andammo a sederci sulla scalinata che portava al nostro
dormitorio per non intralciarli.
“Siete pronti?” domandò Nut, facendoci l’occhiolino.
L’elfo ci aveva sorpresi nell’archivio. Non si era arrabbiato,
si era limitato a invitarci alla spedizione in programma la notte
successiva. Poiché la sua ci era sembrata quasi
un’imposizione, non avevamo avuto il coraggio di rifiutare.
Prima di mandarci in camera, ci aveva raccomandato di
dormire tutta la mattina e anche il pomeriggio, se fosse stato
necessario, e che il giorno successivo saremmo stati esenti dal
lavoro per riposarci.
“Sì, non vedo l’ora!”
Roxie era elettrizzata all’idea di volare sopra le città
dell’emisfero boreale. Mi guardò con lo sguardo di una
bambina davanti a un pacchetto di caramelle o a un giocattolo
tanto atteso, quindi tornò a scrutare gli elfi all’opera. Non
c’era più durezza nella sua voce e la maschera che indossava
per autodifesa era calata.
“Sono contento che ti sia rasserenata.”
“Dalla notte in cui mi sono aperta con te le cose sono
cambiate, ora mi sento un po’ più leggera.”
La luce proiettata dalla luna, mescolata a quella delle candele
e delle lampade magiche, le illuminava il viso. Mi incantai a
osservarla: non mi ero accorto che quando sorrideva le si
formavano delle adorabili fossette sulle guance. Quando si
accorse che la fissavo, si voltò verso di me, inclinando
leggermente la testa di lato. Il cuore prese a martellarmi nel
petto. Mi alzai di scatto: per l’imbarazzo non riuscivo più a
mantenere lo sguardo.
“Ho dimenticato di prendere una cosa, torno subito.”
Avevo inventato una scusa per potermi allontanare.
Raggiunta la mia camera, feci una decina di respiri profondi,
quelli che mi aveva insegnato Helen. Era a lei che piacevano
lo yoga e la meditazione, non a me. Cominciavo a sentirmi
agitato in presenza di Roxie. Trascorrere tante ore accanto a
una donna come lei, spalla contro spalla, rischiava di minare il
poco equilibrio che avevo faticato per ottenere. Si insinuava
con prepotenza in ogni pensiero e nei sogni che facevo dopo
averle parlato così a lungo di Ted e della mia infanzia.
Bussò alla porta. “Tutto bene? Non è che soffri di vertigini?
Se non te la senti di venire con noi, posso convincere Nut a
farti rimanere qui.”
Appoggiai la fronte sulla porta che ci divideva. Mi
immaginai davanti a lei mentre le spostavo una ciocca di
capelli dietro l’orecchio, perdendomi nelle profondità dei suoi
occhi e nelle pieghe del suo sorriso che avrei voluto sfiorare
almeno una volta. Scossi la testa come a voler scacciare quel
pensiero patetico.
“No, non è quello.”
“Pensi ancora a lei, non è vero?” Il tono della voce di Roxie
si era fatto d’improvviso triste.
“Ascolta…”
“Se vuoi unirti a noi, sai dove trovarci. Dirò agli altri di
aspettarti cinque minuti.”
Uscii dalla stanza poco dopo e trovai la sua torcia elettrica
sul pavimento, poco distante dalla porta. La raccolsi, il sorriso
disegnato sul volto. Quella donna mi sorprendeva sempre: era
capace di prendersi cura degli altri con accortezza e
semplicità, tanto da essere riuscita a scaldare il mio cuore
temporaneamente ibernato. Era il mio modo per proteggermi
dal dolore.
Illuminai il corridoio per uscire dalla fabbrica. Dalla
scalinata notai che la donna mi faceva segno con la mano di
raggiungerli. L’altra slitta era già andata via.
Mi scusai con Nut, Haf e Fir, ma loro non sembravano
essersela presa.
“Roxie ci ha chiesto di aspettarti. Allora non hai le
vertigini.” Fir si mise a ridacchiare e le guance arrossate
risaltarono, facendole apparire come dune al tramonto.
Mi accomodai accanto a lei. Malgrado fossimo vicinissimi,
percepii una certa distanza tra noi. Aveva di nuovo eretto il
muro che ero riuscito ad abbattere le notti precedenti.
Sovrastammo innumerevoli città alla ricerca di oggetti
abbandonati. Gli occhi degli elfi brillarono nella notte buia al
posto delle stelle. Io e la donna non potevamo introdurci nelle
case, quindi di tanto in tanto ci facevano camminare in attesa
del loro ritorno.
In un parco a Parigi incontrammo un senzatetto, che dormiva
su una panchina. Il suo corpo era nascosto soltanto da una
coperta lercia e bucherellata. Roxie gli si avvicinò con cautela
e gli posò altri due plaid sopra. Poi tirò fuori dallo zaino il
portafoglio e gli lasciò qualche banconota nel cappello
accanto. Feci lo stesso, aggiungendo anche un panino e
qualche merendina. L’uomo si mise a sedere. La donna gli
prese le mani nelle sue.
“Lei non ha nessuno che si prenda cura di lei?”
Nessuna risposta.
“Prenda questi maglioni.”
Li lasciai accanto al resto. Ci guardò negli occhi con la
tristezza di chi non aveva mai avuto nulla. Non proferì parola.
“Forse non capisce la nostra lingua,” ipotizzai.
Roxie gli parlò in francese, ma il senzatetto continuò a non
rispondere.
“Credo sia sordo.”
Haf ci raggiunse e puntò il cappello. Nut ci aveva spiegato
che loro erano in grado di scovare un regalo abbandonato a
chilometri di distanza grazie al cuore rotto al suo interno.
Erano, per così dire, dei potentissimi metal detector.
“Non possiamo rubare a un senzatetto,” osservò la donna.
L’uomo non ci udì, ma capì che volevamo il suo cappello e
non si fece problemi a consegnarcelo.
“Dobbiamo andare.”
Lasciammo la capitale della Francia per raggiungere l’Italia.
Non rimanevamo troppo a lungo nello stesso posto,
ripartivamo sempre dopo una mezz’ora scarsa. Quando ci
fermammo in una landa desolata e innevata della Danimarca,
mi accorsi che innumerevoli oggetti brillavano nella neve.
Nut li indicò. “A volte siamo noi ad andare dai regali
abbandonati, altre sono loro a venire da noi. Per favore,
raccoglieteli tutti e metteteli nei sacchi. Lasciamo la slitta qui,
per voi.”
Sparirono a una velocità maggiore rispetto a quella
impiegata in fabbrica. Mi ricordarono i ninja.
“È come essere in un videogioco,” esclamai mentre prendevo
il primo.
Avevo l’impressione di sentire il battito di un cuore quando
tenevo un dono tra le mani. Mi domandai se si trattasse del
meccanismo di cui ci aveva parlato Nut. Non potevamo
vederlo, ma potevamo percepirne la presenza sottilmente.
Il lavoro proseguì in silenzio. Mi misi a canticchiare un
brano natalizio famoso, con la speranza di stemperare la
tensione che si era creata tra me e lei. La donna mi seguì,
sottovoce. Il silenzio attorno a noi mi permise di udirla, ma
finsi di niente. Finita la performance, applaudì.
“Sei bravo. Hai studiato canto?”
“No, ma ogni tanto mi sono esibito con il mio amico Matt e
la sua band in qualche locale.”
Rammentai le serate al pub, tra una canzone e una birra. Lui
mi chiamava spesso sul palco, troppo ubriaco o annoiato per
cantare in modo decente. Io dovevo rimanere sobrio per lui.
Sospirai.
“Tutto bene? Ho toccato un tasto dolente?”
“No, stai tranquilla. È solo che non voglio pensare.”
“Giusto. Ma permettimi di darti un consiglio, prima o poi
dovrai affrontarlo per andare avanti.”
Roxie aveva ragione: dovevo perdonare quei due e
soprattutto me stesso in modo tale da vivere il presente in
modo sereno. La ringraziai nella mia mente.
La donna aveva riempito un sacco, io due. Li portammo alla
slitta e aspettammo il ritorno degli elfi.
“Stavolta ci stanno mettendo tanto,” le feci notare.
Non mi ascoltò, si andò a sedere e chiuse gli occhi un attimo.
“Sono stanca e ho freddo.”
“Aspetta.”
Aprii lo zaino e la avvolsi in una delle coperte che avevo
portato con me. I nostri visi erano vicinissimi e il cuore prese a
battermi all’impazzata. Volevo che la smettesse, che le mie
braccia non desiderassero stringerla, che il mio corpo non
prendesse il sopravvento sulla ragione.
“Grazie, Gabriel. Sei gentile.” La sua voce era un misto di
malinconia e dolcezza.
Appoggiò il volto sulla mia spalla nello stesso istante in cui
io mi girai dalla sua parte: le nostre labbra distavano pochi
centimetri. Sfiorai le sue con le dita.
Una voce sconosciuta ci colse alla sprovvista.
7

Un ragazzino sui dodici anni ci fissava con disprezzo.


“Chi siete?” domandò.
Aveva con sé una pala e i pantaloni che indossava erano
sporchi e fradici. Roxie mi strinse forte il braccio. Le
accarezzai il ginocchio per calmarla.
“Chi sei tu?” ribattei.
“Mi chiamo Paul. Non potete stare qui, andatevene.”
“Certo che possiamo. Piuttosto cosa ci fai tu in giro a
quest’ora? Non sei un po’ troppo piccolo per uscire di notte?”
“Sto cercando una cosa.”
Impugnò la pala e scavò nella neve. Un ciuffo di capelli rossi
gli ricadde sul viso, che spostò con le mani sporche. La donna
lasciò andare la presa e scese dalla slitta per avvicinarsi a lui.
“Di cosa si tratta? Possiamo aiutarti?” gli chiese con
dolcezza.
Il ragazzo ricacciò indietro le lacrime, ma non disse nulla.
Lei lo invitò a sedersi con noi e a rifocillarsi. Gli presi un
panino e un succo di frutta dallo zainetto.
“Grazie.”
Lo addentò con troppa voracità e in un paio di minuti l’aveva
già finito. Si pulì dalle briciole e accarezzò le renne.
“Questa è la slitta di Babbo Natale?”
Io e Roxie ci guardammo allarmati.
“So che è così! E ditemi, con voi c’è anche un elfo di nome
Nut?”
“Lo conosci?” gli domandammo all’unisono.
Annuì. “Per un breve periodo è stato con me.”
“In che senso?” La donna non sapeva la storia dell’elfo,
quella che mi era stata raccontata da Los.
“Dovresti andartene,” gli consigliai.
“Perché?”
“Non penso che lui ti vorrebbe vedere.”
“Vorrei soltanto scusarmi con lui. E restituirgli il suo
cappello. L’ho perso e non riesco più a trovarlo da nessuna
parte.”
Paul abbassò il capo, sconsolato.
“Come posso ottenere il suo perdono? Vi prego, datemi una
mano.”
Il suo sguardo si posò su di me per poi passare a quello di
Roxie e infine si voltò, sperando di vedere Nut arrivare.
“Lui ha un animo buono, forse sarà in grado di accettare le
tue scuse,” lo confortò lei.
“Una settimana fa non avresti parlato così,” le sussurrai
all’orecchio.
La donna mi diede una gomitata.
“Eccolo!” Il ragazzo indicò i tre elfi che correvano nella
nostra direzione carichi di sacchi.
“Mi spiace averci messo tanto, Fir ha avuto qualche
problemuccio con un cane.”
Scoppiò a ridere. Non si accorse subito della presenza di
Paul, troppo indaffarato com’era. Quando lo vide, gli scivolò
qualcosa dalle mani. Si trattava di una scatola contenente un
pupazzo simile a Pluff.
“Paul?”
“Quel Paul?” chiese Haf, per poi coprirsi la bocca con le
mani.
“Sì, lui.”
Nut non voleva guardarlo in volto, disegnava dei cerchi nella
neve con il piede.
“Mi dispiace per il male che ti ho fatto. Ho… ho cercato il
tuo cappello ovunque, ma non sono riuscito a trovarlo.”
Il volto gli si rigò di lacrime.
“Penso sia davvero pentito,” mi intromisi.
“Lo so, infatti l’ho già perdonato. Se non l’avessi fatto, non
avrei potuto mandare avanti la fabbrica dei regali abbandonati.
Ormai è questo il mio ruolo nel mondo.”
“E cosa fai lì?” gli domandò dopo essersi asciugato il viso.
“Te lo spiegherò un’altra volta, ora dobbiamo proprio
rientrare.”
“Aspetta un secondo! Non sei arrabbiato per il cappello? So
che non volevi mai toglierlo.”
“Non ha importanza, ne ho uno nuovo. La verità è che mi
serviva soltanto per coprire le orecchie.”
“A proposito, perché le nascondi?” gli chiesi.
Sospirò. “Perché sono strane e brutte rispetto a quelle degli
altri. Ogni elfo si differenzia per l’aspetto delle orecchie,
nessuno le ha uguali. Quando ero piccolo, mi prendevano
sempre in giro per questo. Un giorno, stanco di vederle e di
soffrire, avevo deciso di celarle. Mi vergogno a guardarle.”
“Invece sono bellissime! Ve lo assicuro, una notte sono
riuscito a vederle.”
“Grazie, Paul” disse quasi balbettando. Le sue guance si
tinsero di rosso, tanto da vedersi costretto a calare il berretto
fino al naso.
“Le mostreresti anche a noi?” lo supplicai.
“Solo per cinque secondi,” rincarò la dose Roxie. “Stando
con voi, ho capito che le paure vanno affrontate e superate.”
Mentre pronunciava la seconda frase, mi guardò dritto negli
occhi.
“E va bene, ve le mostro un attimo, ma voi non ridete.”
Si tolse il cappello per farci vedere le tanto odiate orecchie.
Non avevano niente di brutto. Ognuno di noi andò ad
abbracciarlo, diventando un tutt’uno di umani ed elfi.
“Non sono buffe,” cercai di confortarlo.
“Ora dovresti andare, sei scappato di nascosto da casa tua,
per fortuna è qui vicina.” Si rivolse a Paul. “E noi dobbiamo
tornare al Polo Nord.”
“Un giorno potrò venire a trovarti?”
“Forse.”
“È una promessa?”
Nut e il ragazzino si strinsero la mano. Le renne si alzarono
in volo e Paul corse verso casa.
8

Arrivammo al Polo Nord con le prime luci dell’alba. Roxie si


era addormentata sulla mia spalla e anche Haf e Fir, di tanto in
tanto, avevano chiuso gli occhi e si erano riposati.
“Gli elfi hanno il sonno leggero,” aveva spiegato Nut.
Ne avevo approfittato per parlare da solo con lui.
“Come mai Babbo Natale ci ha voluti nella vostra fabbrica.
Perché è stato lui a sceglierci e a portarci lì, non è vero? Voglio
dire, il giorno prima eravamo nelle nostre case e il giorno dopo
ci siamo ritrovati nella vostra fabbrica.”
Non rispose.
“Potresti dirmi la verità?” lo incalzai sperando in una
risposta.
Mi ero sporto un po’ in avanti per osservarlo. L’espressione
del suo viso era imperturbabile: quando non si parlava di
regali o di orecchie strane, era difficilissimo comprendere i
suoi pensieri o le sue emozioni.
“Non ha importanza. Il grande capo sa sempre quello che
dice e quello che fa. Nessuno dovrebbe dubitare di lui.”
Nut era rimasto in silenzio per tutto il resto del tempo e io
non gli avevo posto più alcuna domanda.
L’elfo fermò la slitta davanti al nostro dormitorio per farci
scendere.
“Grazie per l’aiuto,” disse. “Noi andiamo a portare questi
sacchi al Grande Deposito. Un giorno ve lo mostreremo.
Buonanotte.”
“Buonanotte.”
Presi in braccio la donna, che non riusciva neppure a tenere
gli occhi aperti, e l’accompagnai nella sua camera, dove la feci
coricare e le rimboccai le coperte. Prima di uscire, le diedi un
bacio sulla fronte.
“Sono successe tante cose oggi, non trovi?” domandò con
voce impastata.
Si mise a sedere e mi invitò ad accomodarmi accanto a lei.
“Non mi sarei mai immaginato di vedere l’Europa dall’alto o
le orecchie di Nut. Tutto sommato è stato divertente.”
“Tu lo sapevi.”
“Sì, è stato Los a raccontarmelo.”
Quando mi alzai, lei mi afferrò per i polpastrelli. Rimasi
nella stanza; la guardai negli occhi e intrecciai le dita con le
sue. Le mani della donna erano fredde, quindi le mie
avrebbero potuto scaldarle. Le mie labbra avrebbero potuto
sfiorare le sue per quanto fossimo vicini, proprio come era
accaduto prima di conoscere Paul. Scesi dal letto, presi una
ciocca dei suoi capelli tra le dita e la lasciai andare subito
dopo.
“Buonanotte, Roxie.”
Una volta raggiunta la mia stanza, cercai di addormentarmi.
Malgrado fossi sfinito, non riuscivo a togliermi dalla mente il
viso di quella donna. Avevo ancora il suo profumo nelle narici,
sulla pelle. Feci una doccia per lavarlo via, per cancellare il
pensiero di lei tra le mie braccia, per eliminare ogni traccia
delle emozioni che avevo provato standole accanto, non
potevo lasciarmi andare.
Crollai con il sorgere del sole e mi svegliai nel pomeriggio.
Un odore di biscotti appena sfornati proveniente dalla mensa
mi investii nel momento in cui Roxie vi uscì.
Andai a sedermi e fissai la porta finché lei non tornò.
“Ti piace cucinare?” le chiesi.
“Sì, mi rilassa molto. A volte preparo qualche dolce per la
mamma, spero sempre che le torni la gioia di gustare un buon
piatto.”
Una lacrima le rigò la guancia sinistra, che prontamente
asciugai con il pollice.
“Tu cosa fai di solito nel tempo libero?” Piegò la testa da un
lato.
Ci pensai su. “Ogni tanto faccio qualche passeggiata al
parco, leggo un libro, vado al cinema o gioco a scacchi con
degli sconosciuti su internet.”
Si tolse i guanti da forno e riprese a tirare la frolla con il
matterello. Mi avvicinai al vassoio dei biscotti per assaggiarne
uno.
“Mani in alto! Non puoi mangiarli, quelli sono per domani.”
“Perché? Cosa succede domani?”
“È il compleanno di Eric.”
Si avvicinò e mi sfiorò il naso con le dita sporche di farina.
Nel farlo, sorrise come una bambina. Mi piaceva quel suo lato
giocoso, quasi infantile, che non aveva potuto condividere con
gli altri. Corsi a infarinarmi le mie e le strofinai sulle sue
guance.
“Così non vale, Mister Yoga.”
“Sei stata tu a cominciare.”
“Ma io l’ho fatto per tirarti su di morale, mi sei sembrato
triste.”
Abbassai lo sguardo, incapace di proferire parola.
“Hai di nuovo quell’espressione. Che succede?”
All’improvviso mi sentii spossato, avrei voluto prendere una
slitta di Babbo Natale e fuggire via. “Nulla, è solo che non so
cosa dire. Anche prima, tu hai parlato della cucina, di tua
madre e del compleanno di Eric, mentre io non ho nulla di
bello da raccontare.”
“Giochi a scacchi, non è una cosa da poco. Io non ho mai
fatto neppure una partita e mi sembra complicato.”
“Non capisci, Roxie. Io ho sempre pensato prima agli altri
che a me stesso. Ogni volta che il mio migliore amico era nei
guai, io andavo in suo soccorso. Non importava che ora fosse,
dove e con chi mi trovassi, lui doveva avere la priorità. Per
non parlare della mia ex moglie, che voleva che fosse caldo
tutto l’anno e che si lamentava se le davo poche attenzioni a
causa del lavoro, quando lei per prima non voleva più neppure
sfiorarmi.”
Serrai i pugni. Lo sguardo della donna che avevo davanti era
comprensivo. Malgrado le avessi sputato addosso tutta la
rabbia che avevo represso negli ultimi anni, mi cinse la vita e
mi fece una carezza sul viso.
“Invece ti capisco. Io e te non siamo poi così diversi.”
L’allontanai. “Ti sbagli, non siamo uguali. Tu non sai quello
che si prova quando si è soli con gli altri.”
“Hai ragione. Non so quello che hai passato nella tua vita,
ma almeno ho cercato di farti sentire apprezzato.”
Si spostò i capelli da una parte e fece un respiro profondo
con l’intento di trattenere le lacrime. Prima che potessi
scusarmi con lei, riprese a parlare.
“Ho tentato in tutti i modi di mostrarti un po’ di affetto, ma
forse non sono stata in grado di trasmetterlo fino in fondo. Che
stupida. Non pensavo che facesse così male affezionarsi a
qualcuno.”
La guardai correre fuori dal refettorio senza riuscire a
fermarla o dire qualcosa di sensato. Se anche l’avessi seguita
fino in camera, non avrei saputo come rimediare. L’impasto
che aveva abbandonato sul tavolo mi fece venire in mente
un’idea per ottenere il suo perdono e al contempo per
dimostrarle il mio affetto.
“Dov’è Roxie?” domandò Nut.
“Sei arrivato al momento giusto. Se non ti fossi presentato in
mensa, sarei venuto a cercarti. Sai preparare i biscotti?”
Mi guardò confuso, quindi scosse la testa. “No, mi dispiace.”
“Non puoi utilizzare la magia?”
“Impossibile. Non esiste incantesimo migliore delle proprie
mani per creare qualcosa.”
“Voi usate i vostri poteri per riparare i giocattoli rotti.”
Alzò gli occhi al cielo. “Nelle nostre dita risiede una
particolare energia, collegata al cuore. Noi aggiustiamo i regali
rotti con amore e tecnica.”
“Ma se siete velocissimi.”
“Non c’entra la rapidità dei movimenti, è il gesto che conta.
Malgrado la magia sia la strada più facile, c’è qualcosa di
molto più importante da considerare. Se ne facessimo uso, il
dono perderebbe il suo valore. Lo stesso vale per i biscotti di
Roxie, lei si è servita di un ingrediente fondamentale per
realizzarli.”
Non riuscivo a cogliere il senso delle sue parole, quindi mi
innervosii. “Quale?”
“Ci arriverai.”
Prima di uscire, mi strinse la mano e mi trasmise una
sensazione di calma che non avevo mai provato in vita mia.
“Nut?”
Fir ci raggiunse.
“Tu sei un bravo cuoco, potresti dargli una mano. Ogni tanto
fa bene distrarsi dal lavoro.”
I due elfi si lanciarono uno sguardo d’intesa. “In cosa posso
esserti d’aiuto?”
“Aiutami a preparare dei biscotti per Roxie.”
9

La forma degli omini di pan di zenzero non era aggraziata


come quelli della donna. Il corpicino di uno di loro appariva
deformato e un altro aveva addirittura perso un pezzo del
braccio.
“Ciao cara. Un goloso ha voluto assaggiare un mio arto, ma
tu puoi mangiare tutto il resto,” dissi con la voce da bambino e
una punta di sarcasmo.
Lo feci camminare sul tavolo per sdrammatizzare; dopo
qualche movimento si ruppe del tutto e, cadendomi dalle mani,
andò a spiaccicarsi sul pavimento.
Fir trattenne le risate soffocandole in un colpo di tosse.
La piccola cucina si riempì di elfi e di ilarità. Incominciai a
imitare ognuno di loro. Lo facevo spesso anche con Matt,
quando mi supplicava di cantare al posto suo. Von mi imprestò
il suo cappello con il quale nascosi le orecchie.
“Questo è Nut!” indovinò Haf.
Gli battei il cinque e scoppiammo a ridere. Myr se ne stava
appoggiato al muro con le braccia conserte, ma un debole
sorriso si fece largo sul suo viso. Poi presero un biscotto e lo
divisero in sette parti uguali per assaggiarlo.
“È buono!” esclamarono in coro.
Lo accompagnarono con la vodka degli elfi, che mi fecero
assaggiare. Aveva un sapore particolare, quasi fruttato. Pensai
che mi sarebbe piaciuto se la donna fosse con noi a bere quella
strana bevanda alcolica e a divertirsi.
“Vorresti tenerla, non è così?”
Era come se gli aiutanti di Babbo Natale mi avessero letto
nella mente.
Annuii.
“Se non fosse l’ultima bottiglia e non costasse molto, te
l’avremmo data volentieri. Ci dispiace.”
“Non fa niente.”
Quando tornarono a lavorare, consumai un pasto frugale e mi
ritirai in camera senza incrociare Eric o Roxie. Puntai la
sveglia un’ora prima del solito e mi abbandonai a un sonno
sereno.
Otto ore dopo raggiunsi il refettorio a grandi falcate,
convinto di essere il primo. Invece a un tavolo i due si
scambiavano sorrisi.
“Tanti auguri, Eric!” esclamai.
Quando gli posai una mano sulla spalla, sussultò.
Nell’alzarsi di scatto, ribaltò il piatto con i pasticcini.
“Mi dispiace.”
Il bambino corse fuori. La donna mi guardò torva, come a
volermi dimostrare che rovinavo sempre tutto. E non potevo
neppure darle torto.
Eric ritornò dopo qualche minuto con il suo pupazzo.
“Posso parlarti un momento da solo?” domandai a Roxie,
che si alzò controvoglia e mi seguì.
Ci sedemmo lontani dal piccolo.
“Questi sono per te, li ho fatti insieme a Fir.” Le consegnai il
sacchetto con i biscotti. “Sono bruttissimi, ma sono
commestibili. Gli elfi non si sono sentiti male, quindi è già una
buona cosa.”
Ne prese uno e lo scrutò, quindi lo assaporò con calma,
morso dopo morso. “Gli ingredienti non sono stati amalgamati
bene e hai esagerato con le dosi, ma nel complesso è buono.”
Ci fu un breve silenzio. Malgrado l’avessi ferita, non mi
sentivo a disagio con lei senza parlare. Ci guardavamo negli
occhi per studiarci e per conoscere il momento esatto per
riprendere la conversazione.
Aprimmo la bocca in sincrono: “Scusa.”
Le nostre voci combaciarono alla perfezione, come quando
riproducevo contemporaneamente due canzoni molto simili tra
loro.
“Perché ti scusi? Non ne hai motivo.”
“È come se ti avessi imposto la mia presenza. Sono ancora
inesperta con le persone, mi sembra sempre di sbagliare tutto.
Non sono insicura o fragile, ma con te è diverso.”
Le presi le mani. “Non mi ha mai dato fastidio la tua
presenza, anzi è sempre bello parlare con te.”
“Dici sul serio?”
L’attirai a me per poterla abbracciare. “Sì. Comunque sono io
che dovrei farmi perdonare, ti ho trattata male senza alcun
motivo.”
“Ci sei riuscito con i biscotti. A proposito, ho una cosa per
te.”
Si liberò dalla stretta e m’invitò ad andare con lei. Ci
avvicinammo a un tavolo poco distante da quello dove era
seduto Eric. Vi era appoggiato un oggetto quadrato avvolto in
una stoffa, che Roxie scoprì.
“Una scacchiera?”
“L’ho comprata da Nut.”
“Grazie.”
Le cinsi le spalle con il braccio e le scoccai un bacio sulla
guancia. Andò a sedersi e cercò di disporre tutti i pezzi nella
giusta posizione, seguendo le istruzioni datele dall’elfo.
“Hai detto che non ti va di pensare, quindi ho immaginato
che potremmo dedicarci al tuo passatempo preferito. Almeno
così hai la possibilità di guardare i giocatori in faccia.”
Abbassò lo sguardo e con esso pure la voce. “Potresti
insegnarmi, se ti va.”
“Volentieri. Eric, vieni con noi,” lo chiamai.
Si avvicinò e prese posto accanto alla donna. Spiegai le
regole, che entrambi trovarono troppo complicate.
“Forse è meglio fare una partita di prova.”
“Bene, iniziamo.”
Ogni volta che faceva una mossa, alzava lo sguardo in cerca
di una mia conferma oppure sperava di ricevere un
suggerimento dal piccolo, che però non arrivava.
Un sorriso tra il divertito e il dispiaciuto si dipinse sul mio
volto.
“Scacco al re.”
“Ho perso?”
“Non ancora. Hai almeno tre possibilità per eliminare la
minaccia.”
Osservò la scacchiera senza sapere cosa fare. Presi la sua
mano e la indussi a interporre il Cavallo tra il mio Alfiere e il
suo Re.
La partita proseguì.
“Scacco matto!” esclamai trionfante dopo una decina di
minuti.
“Te l’avevo detto che gli scacchi sono un gioco da
intelligentoni.”
“Come se tu fossi stupida.”
Los, Haf e Von entrarono nel refettorio.
“Dov’è il festeggiato?” Abbiamo una sorpresa per lui.”
Eric arrossì. “Q… quale sorpresa?”
“Non fare il timido, oggi è il tuo compleanno e meriti un
regalo. Tieni.”
I tre gli diedero un pacchetto, che scartò. Si trattava del
pupazzo che avevano raccolto durante la spedizione.
“Pluff, ora hai un nuovo amico.”
“Anche gli altri ti fanno gli auguri.”
“Grazie.”
“Ora dobbiamo tornare al lavoro,” sentenziò Los, l’indice
alzato.
Il bambino sistemò i due coniglietti sulla sedia accanto alla
sua. Malgrado avesse ricevuto un dono dagli elfi e i biscotti da
Roxie, era rimasto in silenzio con un’espressione imbronciata
sul viso.
“Ti mancano i tuoi genitori?” chiesi.
Solo a sentirli nominare sbarrò gli occhi e scosse la testa
come in preda a una crisi. Mi alzai di scatto dalla sedia e lo
raggiunsi.
“Calmati, Eric.”
Cercai di tenerlo fermo e di accarezzargli la schiena.
Nonostante l’avessi appena sfiorato, urlò dal dolore.
“No, basta!”
Si divincolò dal mio abbraccio e scappò via davanti ai nostri
occhi sgomenti.
“C’è qualcosa di strano in lui,” osservai.
“Dobbiamo scoprire cosa nasconde. Sei disposto a tornare
nell’archivio?”
10

Camminammo in punta di piedi. La donna aveva con sé la


torcia elettrica, ma non l’accese. Passando davanti alla porta
della stanza del piccolo, non udimmo alcun rumore.
“Penso si sia addormentato,” bisbigliò la donna.
Una volta raggiunto l’archivio, cercammo il suo fascicolo tra
le scartoffie dello schedario.
“Non c’è.”
“È probabile che li abbiano spostati dopo la nostra prima
irruzione.”
“Trovato!” esultò lei.
Quella che mi sembrava la voce di Nut ci costrinse a uscire.
Roxie mi prese per mano e ci infilammo nella sua camera, che
era anche la più vicina.
“Cosa dice?” le chiesi impaziente, dopo aver ripreso fiato.
Diede un’occhiata al foglio. “Poco o niente. Ho letto il nome
e, nella fretta, non ho controllato. Ho preso il fascicolo
sbagliato.”
Lo lessi anch’io da sopra la sua testa. “Questa è la scheda
che ci hanno dato il primo giorno.”
Si morse il labbro inferiore, quindi si addossò alla pediera di
legno. Mi appoggiai a lei, dalla parte sinistra e l’avvolsi tra le
braccia. Sentii il suo cuore martellarle nel petto all’unisono
con il mio. La mia mente e il mio corpo non andavano molto
d’accordo.
Le coprii le gambe con una coperta trovata accanto al letto.
“Grazie. Helen era molto fortunata ad averti nella sua vita.”
Mi accarezzò la testa e la guancia.
Risi. “Non penso che lo fosse.”
“Come vi siete conosciuti?”
“A una festa,” risposi laconico.
Roxie mi guardò con gli occhi di un orso in attesa del miele.
Le raccontai del primo incontro con la mia ex moglie: Matt le
aveva vomitato sul vestito e mi aveva costretto a raggiungerla
in bagno per scusarmi al posto suo. A diciassette anni ero
troppo timido per parlare con le ragazze, ma non riuscivo a
dire di no al mio migliore amico. Allora non avevo capito che
era una scusa, che sperava di aiutarmi a sbloccarmi. Lui era il
collezionista di ragazze, mentre io soltanto un tipo strano e
imbranato.
“Cosa le avevi detto, alla fine?” mi interruppe la donna.
“Niente, non ero riuscito a spiccicare neppure una parola. Lei
si era tolta il vestito davanti a me e io ero arrossito.”
“Non ci credo!”
“Giuro.” Intrecciai le dita con quelle di Roxie. “A scuola era
circolata la voce che avessi una relazione con Matt.”
“Ma non era pieno di donne, lui?”
“Nel nostro istituto erano molto severi e non voleva deludere
i genitori, quindi ci provava con qualcuna dopo i concerti con
la band, ma mai durante le lezioni.”
“Comunque immagino l’imbarazzo nel vederla in intimo.”
disse in tono serio, ma poi scoppiò a ridere.
“Le avevo intravisto la schiena, poi mi ero girato.”
Continuai a parlarle di Helen, che era rimasta delusa quando
aveva scoperto che non ero innamorato del mio migliore
amico.
“Il suo sesto senso, per una volta, aveva fallito.”
Sbadigliai. Malgrado fossi stanco e al contempo preoccupato
per Eric, proseguii. Non volevo disattendere le aspettative
della donna: ormai ero riuscito ad aprirmi con lei, dovevo
andare fino in fondo.
“E dopo quattro anni di convivenza, le avevo chiesto di
sposarmi.”
Un fragore proveniente dalla stanza del bambino interruppe
la storia. Ci alzammo per andare a controllare e trovammo una
valigia riversata sul pavimento e poco distante lui con il
pigiama bagnato di urina. Lo raggiunsi con l’intento di aiutarlo
a cambiarsi, ma me lo impedì. Si mise a urlare, a scalciare, a
tirare pugni.
“Non vogliamo farti del male,” lo rassicurò Roxie con un
tono pacato.
Lo tenne fermo per le caviglie, mentre io gli sollevavo la
maglia. Sbiancai: un grosso livido gli ricopriva la pelle sulla
parte bassa della schiena assieme a diverse bruciature da
sigaretta. Ne aveva anche sotto le braccia. Avrei voluto che la
donna non vedesse quell’orrore.
“Chi è stato a ridurti così?” gli chiese, la voce rotta dal
pianto.
“Sono stati i tuoi genitori?” lo incalzai.
Annuì.
Spostai i capelli all’indietro, sconvolto. “Sono da denuncia.”
“Ora sei al sicuro. Chiederemo agli elfi, a Babbo Natale, agli
assistenti sociali, a chiunque di trovarti una nuova famiglia. Te
lo prometto.”
“P… posso scrivergli una lettera? Non mi interessano i
giocattoli, voglio solo una mamma e un papà.”
“Certo, ti insegneremo noi a scrivere.”
Eric sorrise per la prima volta da quando lo avevo conosciuto
e ci strinse con le sue esili braccia.
Lo accompagnai nel bagno adiacente, dove gli diedi una
mano a lavarsi e a indossare i vestiti nuovi.
“Ti chiedo scusa se non me ne sono accorto subito. Il primo
giorno avevo notato una macchia bluastra sul tuo braccio, ma
non ci avevo dato molta importanza. A volte i bambini
giocano, cadono e si fanno male o prendono colpi da qualche
parte.”
Gli scompigliai i capelli con il suo permesso.
“Grazie. Tu sei buono e lo sono anche Roxie e tutti gli altri.
Da quando sono qui vedo di nuovo tanti colori, prima c’era
solo il nero.”
“In che senso?”
“Loro mi tenevano in una stanza al buio, non volevano farmi
vedere la luce e nemmeno il resto.”
Il mio pensiero andò alla madre della donna, la cui vita era
tinta di bianco, come le pareti che era solita fissare.
“Anche a me è capitato, in un certo senso, ma l’ho voluto io.
Quando sarai grande, dovrai combattere ogni giorno per
poterli scorgere tutti e non sempre ci riuscirai. Non sarà facile,
ma non dovrai permettere a nessuno, neppure a te stesso, di
impedirtelo. La vita è bella proprio perché ha tante sfumature.”
Si grattò la nuca. “Non ho capito bene il tuo discorso.”
“Non preoccuparti, con il tempo imparerai molte cose.”
“Anche a leggere e a scrivere?”
“Certo, possiamo insegnarti io e Roxie.”
Sbadigliò. “Grazie.”
Uscimmo dal bagno e lasciai il bambino nelle mani della
donna. Avevano entrambi delle vistose occhiaie.
“Non aspettatemi,” dissi, scoccandole un bacio sulla fronte.
Portai il pigiama in lavanderia, dove incrociai Nut.
“Tu lo sapevi, vero? Perché non ci hai detto nulla?”
Dapprima mi guardò confuso, poi abbassò lo sguardo sul
sacchetto con gli indumenti bagnati di Eric e annuì.
“Quali sono le vostre reali intenzioni? Perché siamo qui? Di
certo non per una bella vacanza al Polo Nord spesata da Babbo
Natale o per rifilarci un po’ del vostro lavoro.”
“Noi vi abbiamo salvati. Se non foste arrivati qui, vi saresti
rotti definitivamente e niente e nessuno, compresa la magia,
avrebbe potuto aggiustarvi. Se fossimo arrivati troppo tardi,
per voi sarebbe stata la fine.”
Lo presi per il colletto e lo fissai dritto negli occhi. “Non si
scherza e non si gioca con le vite umane. Noi non siamo le
vostre pedine e neppure un esperimento sociologico.”
“Non mi permetterei mai. Noi sette siamo stati riparati.
Alcuni elfi ci considerano dei difetti di fabbrica, altri provano
pena per noi. Sono pochi quelli che ci accettano.”
Lo lasciai andare. “Non è quello che mi ha raccontato Los.”
“Loro non conoscono la verità, il capo ha cancellato loro i
ricordi. Paul non c’entra nulla con la storia della fabbrica, ho
proposto di crearla per i miei amici.” Strinse i pugni, poi
proseguì: “Non volevo che accadesse di nuovo, che soffrissero
come avevo sofferto io.”
“Cosa intendi?”
Si sbottonò la giacca e indicò una cicatrice all’altezza del
cuore. “Babbo Natale ha tolto il mio cuore rotto, che avevo
udito andare in frantumi con queste mie brutte orecchie. Lui ne
ha impiantato uno provvisorio, ha sistemato il mio e poi ha
ricucito tutto.”
“Cos’hai provato?”
“Quello che provate voi umani quando perdete una persona
cara. Non possono ripararvi il cuore con questo metodo, che è
valido soltanto nel mondo elfico, ma potete guarire grazie a un
altro tipo di potere. Ecco perché siete qui.”
“Cosa devo fare per lenire le ferite di Eric e di Roxie? Ti
prego, dimmelo.”
Le lacrime caddero sul pavimento come pioggia novembrina.
Nut mi strappò via dalle mani la busta con il pigiama.
“Vai da loro, penso io ai panni da lavare.”
Corsi dai due. Li trovai addormentati sul letto. Malgrado
avessi detto a Roxie di non aspettarmi svegli, mi sarebbe
piaciuto essere accolto con un caloroso abbraccio o con un
sorriso.
“L’importante è che stiate bene,” sussurrai.
Mi rannicchiai accanto a loro, per poi afferrare la coperta che
era scivolata dalla spalla di lei e rimettergliela sopra. Crollai
all’istante.
11

Una domenica di fine novembre nevicò. Osservai i fiocchi


depositarsi sul manto mai sciolto, come se la natura volesse
ricordarmi che la vita andava avanti senza aspettare nessuno.
“Finalmente è arrivato il dormiglione,” mi accolse la donna
sulla scalinata del dormitorio.
“Non posso neanche riposare nel mio unico giorno libero?”
Sorrisi mentre le sfioravo il naso.
Si schiacciò un cappello di lana sulla testa. Aveva i capelli
inumiditi e le mani arrossate. Le porsi i guanti che avevo nella
tasca del giaccone e una tazza di cioccolata calda che avevo
preso in mensa prima di raggiungerla.
“Grazie.”
“Dov’è Eric?”
“È rientrato con Los. Si sta esercitando a leggere le lettere
per Babbo Natale e a dare istruzioni agli elfi. Vorrei essere una
mosca per vederli.”
Scoppiammo a ridere.
Il piccolo aveva imparato a scrivere l’alfabeto in poco tempo.
Si era esercitato ogni mattina prima del lavoro e ogni sera e
durante tutta la giornata quando non dovevamo svolgere le
nostre mansioni abituali. Aveva preso la faccenda sul serio.
“Devo farcela prima del venticinque dicembre, altrimenti
non potrò dire il mio desiderio a Babbo Natale.”
Roxie lo aveva fatto sedere sulle proprie gambe e gli aveva
letto dei libri per bambini e aveva preparato degli esercizi da
svolgere mentre noi giocavamo a scacchi o cucinavamo
qualche pietanza.
Il mio era stato il nome più difficile da scrivere. Per un
attimo si era lamentato per la presenza di troppe lettere, ma io
gli avevo fatto notare che erano solo sette e alla fine aveva
ceduto.
La neve non voleva saperne di placarsi. Si depositava sui
nostri vestiti mentre camminavamo per raggiungere una zona
isolata dove la donna aveva realizzato un pupazzo.
“Allora, ti piace?”
Non trovavo le parole adatte, sembrava l’opera di uno
scultore.
“C’è bisogno di chiederlo?”
Le guance le si tinsero di rosso. “Ti ringrazio. Ah, devi farne
uno anche tu. E alla fine Eric e gli elfi decreteranno il
migliore.”
“Non c’è storia. Hai già vinto, te lo dico io. Torniamo
dentro?”
“Non fare il guastafeste.”
Mi prese per mano e ci inoltrammo in un bosco di pini fino a
raggiungere uno spiazzo in cui era situata una graziosa casetta
di legno. In lontananza si poteva scorgere un villaggio con
abitazioni simili: erano tutte a un piano, con i tetti innevati e le
lampade da parete esterne.
“Che meraviglia!” esclamò Roxie.
Una staccionata aperta indicava la via d’accesso al paese.
Seguimmo il sentiero, guardandoci intorno.
Lungo la strada principale un gruppo di giovani elfi correva
e si tiravano addosso la neve fresca. Vennero sgridati dalle
madri che avevano un banchetto con ninnoli di vario genere.
“Potremmo dare un’occhiata,” propose la donna, che mi
confessò di non essere mai stata a un mercatino di Natale con
qualcuno.
Si avvicinò a una bancarella, trascinandomi con sé per il
braccio. Prese tra le mani una sciarpa da uomo lavorata a
mano. Mi chiese di abbassarmi un po’, quel tanto che bastava
per accostarla ai miei occhi: si intonava.
“Peccato, non posso comprarla,” disse amareggiata.
“Perché?” domandò la venditrice. “Potresti pagarla con quei
bellissimi orecchini.”
La donna si sfiorò il lobo. “Va bene, tanto non hanno un
valore affettivo.”
“Penso ti abbia imbrogliata,” le dissi una volta che ci
eravamo allontanati.
Fece spallucce. “Non potevo non regalartela. A proposito,
quand’è il tuo compleanno? Mi sono dimenticata di
chiederlo.”
“Il 13 marzo. E il tuo?”
Sospirò. “Il 7 luglio. Sarebbe stato bello se tutti noi avessimo
compiuto gli anni tra novembre e dicembre. Avremmo potuto
organizzare una grande festa.”
Le accarezzai il braccio. “Non devi essere triste per questo,
Roxie. Ne faremo una la vigilia di Natale.”
“E poi?”
“Poi cosa?”
“Cosa faremo quando tutto questo finirà? Quando la magia si
esaurirà?”
“Non lo so. Cerchiamo di goderci il presente, intanto.”
Camminavamo per le vie del centro, tra banchetti, botteghe e
locande. Alcuni elfi alzavano lo sguardo mentre passavamo,
altri abbozzavano un sorriso.
Trovammo una panchina ripulita dalla neve, che aveva
smesso di scendere, e con sopra una pesante coperta. Un
abitante del posto ci offrì una mela caramellata a testa. Aveva
un sapore più buono di quelle che avevo assaggiato nella mia
vita. O forse era la presenza di Roxie a rendere ogni cosa
meravigliosa.
“Ti piace?” chiesi con un tono di voce dolce.
Annuì.
“Aspettami qui, vado a comprarne altre.”
Cercai l’elfo tra la folla, ma era scomparso. Mi allontanai
dalla donna con la speranza di trovare qualcosa da donarle.
Una bottiglietta familiare esposta su un bancone attirò la mia
attenzione.
“Quanto costa la vodka?” domandai al negoziante.
Ci era stato spiegato che al villaggio si potevano acquistare
beni attraverso il baratto; capitava di rado che si pagasse
qualcosa con la valuta elfica.
Socchiuse gli occhi. “Il giaccone, prego.”
“Sta scherzando? È troppo cara.”
“Prendere o lasciare.”
“Cosa posso comperare con questi guanti?” Li sfilai dalle
mani e li agitai davanti al suo viso.
“Un sacchetto di datteri, due bastoncini di zucchero e cinque
marshmallow oppure una barretta di cioccolata. A lei la
scelta.”
Lo fulminai con lo sguardo. “Mi dia i bastoncini e i
marshmallow.”
“È bello fare affari con lei, signore. Torni a trovarmi.”
Sbagliai strada diverse volte prima di raggiungere Roxie.
Malgrado ci fossero centinaia di bancarelle da scoprire in quel
posto, i miei occhi puntavano in direzione della sua chioma
voluminosa che ondeggiava con il vento. Quando c’era lei,
tutto il resto scompariva.
Un gruppo di elfi le si era radunato intorno e l’avevano
invitata a cantare. Rimasi in disparte ad ascoltarla, le braccia
conserte e gli occhi chiusi. Quando li riaprii, era di nuovo sola
su quella panchina. Mi sembrò la creatura più triste
dell’Universo. Non le avevo raccontato quello che mi aveva
detto Nut: ne aveva passate tante e aveva bisogno di svagarsi.
“Se ne andrà anche lei.” Un elfo la fissava.
“Mi scusi?”
Quella che doveva essere la moglie lo strattonò. “Lo scusi,
ha ingerito uno strano intruglio. Non sa cosa dice. Caro,
andiamo via.”
Le mani cominciarono a sudarmi e la testa a girarmi; mi
mancava il respiro. Dopo essermi calmato, la raggiunsi e
affondai il viso nei suoi capelli. Le mie narici bramavano quel
profumo irresistibile. Erano ancora un po’ umidi e li pettinai
con le dita. Mi prese la mano, continuando a darmi le spalle.
La stoffa dei suoi guanti mi pizzicò la pelle.
“Non dirmi che li hai venduti.” Se ne sfilò uno e me lo diede.
“Avrei voluto comprare la vodka degli elfi. È buonissima,
me l’hanno fatta provare Los e gli altri. Purtroppo è molto cara
e ho dovuto accontentarmi di questi due bastoncini di
zucchero.”
Ne porsi uno a Roxie, sconsolato. “Mi sento povero in
questo villaggio.”
Rise. “Sono felice. Grazie, Gabriel.”
Pranzammo in una tavola calda, dove ci servirono senza
chiederci niente in cambio, e riprendemmo a passeggiare nel
mercatino. Nel primo pomeriggio riprese a nevicare.
“Torniamo alla fabbrica?” domandò la donna.
Si strinse nel cappotto e nella sciarpa. Le tolsi qualche fiocco
dai capelli, quindi la seguii lungo il sentiero per uscire dal
paese degli elfi. In quel punto eravamo più riparati grazie alla
presenza degli alberi.
“Quella è la casa di Babbo Natale, secondo te?”
Ci avvicinammo a quell’abitazione solitaria, che aveva
attirato la nostra attenzione anche all’andata. Non c’erano
insegne, campanelli o cassette delle lettere che potessero
indicare il nome del proprietario. Bussammo alla porta, ma
nessuno rispose. Con un semplice movimento si aprì da sola,
come se volesse invitarci a entrare.
Afferrai la donna per il braccio. “Non possiamo.”
Lei mi fissò con i suoi occhi pieni di vita, differenti da
com’erano il giorno che era arrivata al Polo Nord.
“Diamo soltanto una rapida occhiata e ce ne andiamo. Non
sei curioso?”
“Sì, però…”
Era inutile cercare di fermarla: se si metteva in testa di fare
una cosa, niente e nessuno sarebbe stato in grado di farle
cambiare idea. Sospirai. Mi ero abituato al suo modo di fare
deciso, ma soprattutto ero affascinato da lei; anche se avrei
preferito non cacciarmi nei guai, finivo sempre con il seguirla.
Il camino era acceso. Il tepore che emanava quell’unica
grande stanza ci incoraggiava a chiudere gli occhi. Mi
accomodai sulla poltrona e Roxie si sedette sulle mie gambe,
avvinghiandosi al mio collo con le sue braccia.
“Rimaniamo qui per sempre,” mi sussurrò all’orecchio.
Il fuoco scoppiettava, mentre fuori imperversava una bufera.
Quei due suoni insieme creavano una melodia dal potere
anestetico. Mi assopii.
Era calata la sera quando mi svegliai. Scossi con dolcezza la
donna, che si era addormentata sulle mie ginocchia senza
scomporsi.
“Dobbiamo andarcene,” la avvisai. “Credo ci sia un
sortilegio in questa casa.”
Aveva le gambe anchilosate e non si reggeva in piedi dalla
stanchezza, quindi si aggrappò al mio braccio per non cadere.
La tempesta era svanita, ma ci aveva donato della neve nuova.
Ci allontanammo in fretta dall’abitazione, raggiungendo il
bosco che avevamo attraversato prima di pranzo.
Il suo pupazzo era andato distrutto.
“Che peccato. Mi sarebbe piaciuto conservarne l’immagine
in qualche modo.”
“Scemo, c’è sempre tempo per realizzarne uno nuovo.”
“Lo so, ma quello di oggi è stato il primo che ho visto. Non
potrà piacermi più degli altri che farai.”
Arrossì. Mentre avvicinava le sue labbra alle mie, la voce di
Eric ci accolse.
“Roxie! Gabriel! Dove siete stati?”
Il bambino ci venne incontro, il viso rosso. Prese la mano a
entrambi e ci condusse davanti alla scalinata del dormitorio,
dove si teneva una gara a palle di neve tra elfi.
Los colpì Myr, che, come sempre, voleva stare in disparte.
Nut aveva costruito una sorta di cannone per sparare agli
avversari.
Haf e Fir vennero a nascondersi dietro le nostre schiene. “Lui
imbroglia, fate qualcosa.”
“In amore e in guerra tutto è lecito,” gridò.
Tutti insieme, compreso l’elfo scostante, ci lanciammo
contro Nut, che si diede subito alla fuga. Raccogliemmo
quanta più neve possibile e lo inseguimmo. Schivò alcuni
colpi, altri invece gli finirono addosso. Corremmo intorno alla
fabbrica decine di volte.
“Perché ce l’avete tanto con me?”
“L’hai detto tu che ogni mezzo è permesso,” lo canzonò Fir.
La donna andò a sedersi su un gradino, stanca e accaldata.
“Tutto bene?” chiesi.
“Sì, mi riposo un attimo.”
“Finalmente abbiamo degli amici con i quali divertirci,”
constatai, osservando Eric e gli elfi.
Annuì.
Nut bombardò gli altri di neve.
“Più che una battaglia, sembra una guerra. Andiamo?”
Ci tenemmo la mano con i rispettivi guanti, il sorriso
stampato sul volto di entrambi.
“Aspettateci!”
12

“Mettilo un po’ più su,” mi ordinò Los.


Nut socchiuse gli occhi. “Non vedete che è storto?”
Attesi nuove istruzioni sulla scala mentre i due litigavano per
il festone. Con l’arrivo di dicembre c’era un gran fermento
nella fabbrica. Gli aiutanti di Babbo Natale avevano deciso di
anticipare la Grande Festa, quindi dovevamo decorare le sale e
al contempo finire tutti i pacchetti.
Li lasciai a discutere e raggiunsi i miei compagni in
refettorio.
“In questo periodo gli elfi diventano intrattabili, l’avete
notato?”
La donna mi passò una tazza di cioccolata calda. Sorrisi: non
le avevo ancora dato i marshmallow comprati al mercatino,
volevo farle una sorpresa.
“Oggi ho scritto tre pagine,” mi avvisò Eric.
“Fammi vedere.”
Lessi con attenzione le prime righe finché non trovai un
errore. “In questa frase hai scritto Rocsie invece di Roxie,” lo
corressi.
Si colpì la fronte. “È vero, ci va la x.”
Continuò a esercitarsi prima di andare a lavorare. Nella solita
stanza Nut aveva svuotato una dozzina di sacchi. Centinaia di
splendidi doni aspettavano soltanto di essere incartati.
“Domani si festeggia, sei contenta?” le domandai.
Avevamo trovato un buon ritmo ed eravamo più veloci e
precisi a impacchettare i doni. Los, che era il più severo, si era
complimentato con noi.
Non rispose, ma i suoi occhi parlarono al posto della voce.
Le due giornate lavorative trascorsero veloci e arrivò la sera
della Grande Festa. La donna si ritirò nella sua stanza e fece
ritorno dopo tre ore. Gli elfi la fissarono incantati mentre
entrava in refettorio. Le si radunarono intorno proprio come
era accaduto al villaggio. Senza che se ne accorgesse, la
guardai sorridere e il cuore prese a martellarmi nel petto. La
fecero girare su se stessa, stretta in un maglione bianco
piuttosto lungo; i leggings neri le fasciavano le gambe
affusolate. I boccoli incorniciavano il suo viso truccato
appena.
Quando si accorse dei miei occhi puntati su di sé, distolsi lo
sguardo, presi un biscotto e lo sgranocchiai.
Mi raggiunse e ci salutammo con due baci sulla guancia.
“Ti stai divertendo?” domandai, concentrandomi sulle
bevande per mascherare l’imbarazzo.
“Sì, avrei sempre voluto andare a una festa.”
Fir trascinò Eric al centro della sala. Avevamo spostato i
tavoli di lato per permettere a tutti di ballare o di cantare al
karaoke. Il piccolo saltava divertito.
“Trenino! Trenino! Trenino!” urlò Nut.
Haf gli appoggiò le mani sulle spalle e gli altri, compreso il
bambino, si unirono a loro volta. Invece io invitai la donna a
esibirci in una performance canora. Scelsi la canzone più
romantica che conoscevo e la intonammo. Le sue guance si
tinsero di rosso, per l’emozione o per il caldo.
La Grande Festa proseguì tra risate, balli di gruppo, racconti
divertenti, scherzi e quant’altro. Dovetti ammettere che gli elfi
sapevano come rendere felici le persone. Anche il cibo che
avevano fatto preparare era gustoso.
Prima di tornare in camera, uscì dal dormitorio per prendere
una boccata d’aria. Roxie era seduta sulla scalinata, come la
notte che mi aveva parlato di sua madre.
“Ti ricordi? Tutto è cominciato qui.”
Si voltò e mi invitò a prendere posto accanto a lei. Le
appoggiai il giaccone sulle spalle e le chiesi di aspettarmi.
Tornai poco dopo con due bicchieri e una bottiglia di vodka.
L’avevo scambiata con tutti i miei libri.
“Cos’è?”
“Questa è la famosa vodka degli elfi. Basta berne un sorso
per sentirsi subito leggeri e felici e due per dire con lucidità
tutto quello che non si ha il coraggio di esprimere. Me l’ha
spiegato Nut.”
Scoppiò a ridere. “Ti ha preso in giro.”
“Proviamo?”
Ci coprimmo con un unico cappotto e le feci assaggiare la
bevanda. Accostai la mia fronte alla sua, lei mi sfiorò il
ginocchio. Le sorrisi.
“Bevi ancora un goccio, voglio sapere ciò che vorresti dire.”
Ingollai il secondo sorso delle vodka e guardai la donna con
estrema serietà. “Roxie?”
“Dimmi,” mi prese in giro lei.
“Potrei dirti che sei bellissima quando ti mordi il labbro
inferiore, quando mi guardi senza darmi tregua, quando cerchi
di sistemarti i capelli in disordine la mattina. Quando sorridi e
ti compaiono delle fossette agli angoli della bocca, quando ti
preoccupi per me e per Eric o quando piangi dal dolore per
qualsiasi creatura di questo mondo, ma non sarebbe
abbastanza. Meriti di meglio, meriti più di tutte queste
banalità.”
Nascose il viso tra le mani, che spostai per vedere le lacrime
copiose scenderle lungo le guance. Ne raccolsi una sul pollice.
“Ecco, tu sei bellissima anche quando piangi.”
Scosse la testa. “Gabriel…”
Le appoggiai un dito sulle labbra. “Non ho ancora finito.
Quello che vorrei dirti non è quanto tu sia bella, fuori e dentro,
ma ciò che sei riuscita a fare in così poco tempo. Io ero rotto
prima di arrivare alla fabbrica dei regali abbandonati e tu mi
hai aggiustato, ogni giorno, con i tuoi gesti, con i tuoi sguardi,
con le tue parole. Nessuno si è mai interessato davvero a me,
tu invece ti sei preoccupata che non mi mancasse niente.
Grazie di essere qui e di esserti accorta della mia esistenza.”
“Lo pensi sul serio o sei ubriaco?”
“Sono sobrio. Se non avessi bevuto due sorsi di vodka, non
sarei riuscito a parlarti stasera. Forse mi sarei limitato a
guardarti e a lasciarti andare.”
“Perché?”
Non risposi. Le sistemai una ciocca di capelli dietro
l’orecchio, quindi la presi sottobraccio.
“Mi concede un ballo, signorina?”
Volteggiammo come due pattinatori, emozionati e goffi, per
poi ribaltarci nella neve e scoppiare a ridere.
“Sei sbronzo, ammettilo.”
Ci girammo a guardarci. Le accarezzai la nuca, quindi mi
avvicinai al suo volto. Le nostre labbra si sfiorarono e tutto il
resto scomparve. Percepii soltanto il sapore del nostro primo
bacio e il profumo dei suoi capelli. Accostai una mano
all’altezza del suo cuore, che le martellava nel petto proprio
come il mio.
La magia descritta nei libri si era impossessata di me, cosa
che non era mai accaduta con Helen. Aprii un occhio per
vederla, per vedere le sue lunghe ciglia, ma lo richiusi subito.
Mi abbandonai alle emozioni che non avevo mai provato.
Quando ci staccammo, mi scompigliò i capelli.
Le si formarono delle piccole rughe sugli occhi nel momento
in cui sorrise. Le cinsi i fianchi e le toccai il mento prima di
baciarla di nuovo. Avevo bisogno di eliminare ogni distanza
tra me e lei, come se i nostri corpi ci ostacolassero al posto di
venirci incontro.
“Se potessi, vorrei essere ancora più vicino a te.”
“In pratica siamo incollati,” scherzò lei.
Le spostai le ciocche di capelli dagli occhi. “Non mi
stancherei mai di guardarti.”
“Come se fossi bella…”
“Lo sei.”
“Non me l’aveva detto nessuno prima di te, eccetto i miei
genitori.”
Il freddo pungente non fermava il mio desiderio di posare
ancora una volta le mie labbra sulle sue.
Ci godemmo il silenzio per un po’. La tenni tra le mie
braccia per paura che se ne andasse e che mi abbandonasse.
“Cosa succederà appena torneremo alle nostre vite?” indagò
poi.
Sapevo di doverle dare una risposta, tuttavia non ci riuscivo.
L’effetto della bevanda alcolica degli elfi era svanito e con
esso anche la mia sicurezza.
“Forse non proviamo gli stessi sentimenti.” Si alzò per
andarsene, ma la fermai.
Rimase immobile per qualche secondo, poi si voltò e mi
guardò con gli occhi di chi aveva capito.
“Non hai il coraggio di dirmelo, vero?” continuò, la voce
rotta dal pianto.
“Tu mi piaci, ma non possiamo stare insieme.”
Si morse il labbro inferiore, quindi lasciò andare la presa.
Rimasi da solo con un giubbotto troppo grande per una sola
persona e una dolorosa sensazione di vuoto.
13

Tornai in camera, dove feci una doccia calda. Mi coprii per


bene con maglioni e coperte, ciononostante non riuscivo a
scaldarmi. Mentre cercavo, senza alcun successo, di dormire,
il ricordo della rottura con la mia ex moglie tornò a farsi vivo.
Helen era uscita alle undici di sera ed era rientrata alle due
passate. Aveva scalciato le sue scarpe tacco dodici e aveva
barcollato fino al divano.
“Dove sei stata?” le avevo domandato. “Hai detto che saresti
tornata subito. Mi sono preoccupato quando non ti ho vista.”
“Voglio il divorzio.”
“Cosa stai dicendo? Hai bevuto?”
“Sto dicendo che sono stufa, Gabriel. Di tutto questo, di te,
di noi. Non ti amo più o forse non ti ho mai amato.”
Le avevo appoggiato una mano sulla spalla, ma si era
scansata.
“Ascoltami, sei sconvolta. Andiamo a dormire, ne riparliamo
con più calma dopo esserci riposati, okay?”
“No, sono arrivata al limite. Perché non ti accorgi mai di
nulla?”
“Di cosa dovrei accorgermi?”
“Sono stata a letto con Matthew.”
Tirai un pugno al cuscino. “Tu mi hai tradita con il mio
migliore amico?”
“No, parlo del suo coinquilino. Ci ha presentati lui.”
“Lo sapeva?”
“Sì, mi ha coperta tante volte con te.”
“Stai scherzando?” chiesi
“Devo andare a vomitare” concluse mia moglie.
Ero salito in camera e avevo chiuso la porta a chiave. Mi ero
addormentato dopo più di un’ora, tra le lacrime.
Quando ero andato in cucina per la colazione, avevo trovato
Helen davanti a una tazzina di caffè amaro. Quell’odore mi
aveva infastidito, tanto quanto il caldo opprimente della nostra
casa. All’improvviso ogni cosa era diventata insopportabile.
Avevo preso un bicchiere di spremuta e avevo osservato la
sua schiena appoggiato alla parete.
“Voglio il divorzio,” aveva ripetuto.
Mi ero dato un pizzicotto sul braccio per controllare se fossi
stato davvero sveglio.
“Da quanto tempo va avanti la storia con questo Matthew?
Se è stato soltanto per una notte, possiamo provare a
ricominciare. Potremmo cambiare città, trasferirci da qualche
altra parte. Hai sempre sognato di andare in California.”
“Non è questo il punto. Ti ho sempre voluto bene, sei una
brava persona, eppure non sono mai riuscita ad amarti
davvero.”
Avevo sfiorato la fede che avevo al dito. “Allora perché hai
accettato di sposarmi?”
“Non lo so. Forse l’ho fatto per Matt, è sempre stato lui a
spingerci insieme. Ma non era te che volevo.”
“Volevi lui? Ami il mio migliore amico e non me?”
“Mi dispiace, Gabriel.”
“Ti dispiace?”
Durante tutto il giorno avevamo litigato, quindi avevo deciso
di preparare la valigia e di pernottare in un albergo. Le parole
di Helen avevano riecheggiato in quella stanza asettica finché
non avevo ricevuto una chiamata dall’ospedale: i miei genitori
avevano avuto un incidente.
Mi ero precipitato a casa per prendere l’automobile. Avevo
guidato per una ventina di minuti prima di arrivare a
destinazione. Una volta dentro, ero riuscito a parlare con un
medico, che mi aveva informato che avevano avuto una
commozione cerebrale e che la prognosi era riservata.
Avevo provato a telefonare a mia moglie e al mio migliore
amico una decina di volte senza successo, per poi lasciare a
entrambi un messaggio in cui avevo spiegato l’accaduto.
“Perché mi ignorate?”
Mi ero rivolto allo schermo del cellulare, la voce strozzata
dal pianto.
Quella notte, la peggiore di tutta la mia vita, mi erano passate
accanto diverse persone, ma nessuna si era fermata. Nessuna
mi aveva abbracciato, mi aveva fatto una carezza o aveva
preso posto vicino a me. Ero rimasto seduto, la testa tra le
mani.
Dopo tutti gli accertamenti, il dottore si era avvicinato con
una cartella medica.
“I suoi genitori non sono in pericolo di vita,” mi aveva
comunicato. “Devono comunque rimanere sotto osservazione
per uno o due giorni. Torni pure a casa.”
Ero crollato sulla sedia. Non avevo più ricevuto risposte da
Helen o da Matt, mi avevano abbandonato come un giocattolo
rotto.
Mia madre e mio padre erano stati dimessi il giorno dopo e li
avevo riaccompagnati a casa, che distava pochi minuti di
automobile da dove ero nato e cresciuto. Ero rimasto con loro
una settimana.
“Noi stiamo bene, perché non torni da tua moglie? A
proposito, come sta?”
Avevo spiegato che il mio matrimonio era finito, che avevo
fallito, che non ero felice, che mi ero sempre sentito molto
solo con gli altri e che avevo bisogno di andarmene.
Seduti sul divano, ci eravamo abbracciati. “Se è questo ciò
che vuoi, noi non possiamo fare altro che appoggiarti.”
Mi avevano riempito di parole gentili e persino di
raccomandazioni, malgrado fossi un adulto.
Li avevo salutati, la valigia in mano. Avevo lasciato la mia
città natale, la città dei traditori.
Avevo rivisto Helen soltanto per sbrigare le faccende
burocratiche del divorzio, che non si era mai scusata per il suo
comportamento. Da quel momento avevo tagliato i ponti con
tutti i conoscenti del posto, eccetto i miei genitori. Non li
andavo a trovare molto, tuttavia ci sentivamo spesso.
Mi addormentai e sognai Roxie, che prendeva per mano Eric
e si allontanava da me nell’oscurità.
“Addio, Mister Yoga. Non abbiamo più bisogno di te.”
“No, ti prego, non andare.”
“Devo. Sei stato tu a dirmi che non possiamo stare insieme.
Allora che senso avrebbe rimanere?”
Il suo cuore sanguinava. Nonostante tamponasse la ferita,
non smetteva di perdere sangue.
“Fa male, lo sai?”
“Lo so. Per favore, tornate indietro. Vi voglio bene.”
“A volte il solo affetto non basta.”
Le gocce rosse tracciavano un macabro percorso nella neve.
All’improvviso il buio aveva ceduto il posto al Polo Nord e
tutto era diventato più nitido.
Più cercavo di avvicinarmi, più la ferita si apriva. “Posso
farlo aggiustare, fidati di me.”
“Fidarmi di te? E come potrei? Mi hai abbandonata. Tu sei
innamorato ancora della tua ex, per te esiste solo lei.”
“Non è così. Mi spaventa l’idea di una nuova storia d’amore,
di una nuova cicatrice sul petto.”
“Siccome tu hai paura, è giusto che sia io a pagarne le
conseguenze? Stai lì! Continuando a starti accanto, rischierei
di dissanguarmi.”
I volti degli elfi alle sue spalle erano affranti. Non riuscivo a
udire le loro parole, ogni suono arrivava alle mie orecchie
ovattato.
Qualcuno bussò alla porta e mi svegliò.
“Gabriel, svegliati!” Era la voce di Nut, che sembrava
allarmata.
“Che succede?”
“Roxie se n’è andata.”
14

Perlustrammo la zona attigua alla fabbrica e chiamammo la


donna a squarciagola senza successo.
“Roxie, dove sei? Ho una cosa per te.”
Tra le mani tenevo una tazza di cioccolata calda con i
marshmallow, che non si sarebbe mai raffreddata per la
presenza degli elfi.
Nut mi accarezzò il braccio. “La troveremo, non
preoccuparti. Non può essere andata molto lontana.”
“Come lo sai?”
“Il Polo Nord è accessibile soltanto con l’intercessione di
Babbo Natale. Può chiedergli di andarsene, ma non penso che
l’abbia già incontrato.”
“Non potete rintracciarla tramite i vostri occhi?”
Scosse la testa. “Funziona soltanto con i regali abbandonati.
Però credo di sapere dove possa essersi rifugiata.”
Guardò gli altri in cerca di approvazione, che gli annuirono.
“Dove?” domandai.
“Al Grande Deposito. Conosco una scorciatoia.”
“Non possiamo prendere le slitte?”
“No, dobbiamo andarci a piedi.”
Mi voltai in direzione di Eric. “Tu rimani qui con Los.”
“Voglio venire anch’io. Roxie è una mia amica.”
Gli appoggiai le mani sulle spalle. “Ascoltami, qualcuno
deve restare al dormitorio in caso tornasse e avesse bisogno di
aiuto o qualsiasi altra cosa. Ti affido la tazza.”
Dopo avergli scompigliato i capelli, seguii gli elfi, che si
muovevano a una velocità troppo sostenuta.
Prendemmo un sentiero che costeggiava il bosco di abeti e in
breve tempo raggiungemmo il magazzino. La porta di legno
era socchiusa.
Diverse lampade illuminavano l’ambiente. Sul pavimento,
accanto a uno scatolone, giaceva il corpo della donna.
“Roxie!”
Si era avvolta in una coperta come meglio aveva potuto e
aveva disseminato i vestiti bagnati che si era tolta per
indossarne di asciutti ovunque.
Mi accostai a lei e le strinsi la mano. La sua pelle era pallida
e fredda al tatto; le labbra che sfiorai appena erano bluastre.
Batteva i denti.
La chiamai ancora. “Ti prego, svegliati.”
“Gab…” Aprì gli occhi, mi fissò per un attimo e poi li
richiuse.
Il Grande Deposito era gelido e non c’era modo di
riscaldarlo. Non potevamo spostarla e prima che arrivassero i
soccorsi per volere di Babbo Natale, sarebbe stato troppo tardi.
“Cosa facciamo?” domandai agli elfi.
Formarono un cerchio tenendosi le mani, dalle quali scaturì
una scintilla. La stanza si intiepidì. Si strinsero con più forza.
Giunti allo stremo delle forze, mollarono la presa, ansanti.
Ripresero fiato e riprovarono. Il magazzino non voleva
saperne di scaldarsi.
Presi altri plaid da qualche scatola e coprii la donna.
“Non funziona.”
“Siamo troppo affaticati, non ci siamo riposati molto in
queste ultime settimane e ora i nostri poteri sono troppo
deboli.”
“Dobbiamo trovare una soluzione.”
Haf, Fir e Von si muovevano a destra e a manca.
Nut alzò l’indice. “Manteniamo la calma, proviamo con lei.”
I cinque elfi le si adunarono intorno. Malgrado si
sforzassero, non riuscirono a emanare alcuna magia.
L’abbracciai, speranzoso di trasmetterle calore con il mio
corpo. Le bagnai il viso con le lacrime.
Nut, che si reggeva a malapena in piedi, si avvicinò alla
porta. “Ascoltatemi, vado a chiamare il Medico. Farò in fretta.
Intanto voi cercate rinforzi.”
Tutti, a eccezione di Myr, uscirono a chiamare altri elfi.
Dapprima socchiuse gli occhi, le braccia conserte, poi prese a
svuotare gli scatoloni alla ricerca di qualcosa.
“Resisti,” continuai a dire a Roxie. “Sono qui con te.”
L’elfo si sedette sul pavimento accanto a noi, la testa tra le
mani.
“La colpa è mia. Se dovesse succederle qualcosa, non me lo
perdonerò mai.”
“Smettila di piagnucolare.” Mi mise una mano sulla spalla.
“Nut sa sempre quello che fa, è un tipo in gamba. Un po’
troppo emotivo e cocciuto, ma è l’amico più leale che io abbia
mai conosciuto.”
Formò un cerchio con l’indice attorno al cuore.
“Lo sai? Sai quello che ha fatto per voi?”
Annuì. “Sono l’unico che l’ha scoperto. Mi ha fatto
promettere di non dirlo a nessuno.”
“Dove si trova il Medico?” chiesi dopo un istante di silenzio.
“Al villaggio degli elfi.”
“Ma è lontanissimo!”
Si distese alle spalle della donna e mi aiutò a infonderle
calore. “Abbi fiducia in lui.”
“È che non voglio perderla.”
La guardai. Le disegnai il contorno sul naso, sugli zigomi,
sulle labbra. Rammentai il suo sorriso, le fossette che le si
formavano sulle guance. Quelle pieghe, in cui avrei voluto
incastrare le dita, erano sparite.
“Perché l’hai lasciata andare?”
“Per paura,” ammisi, più a me stesso che a lui.
“Di cosa?”
“Mi spaventa l’idea di una nuova cicatrice.”
“È la vita. Non puoi scappare dalle sofferenze, dopotutto. So
che con il suo gesto Nut ha voluto proteggerci, tuttavia mi
sarebbe piaciuto conoscere il motivo del mio dolore. Perché
mi sono rotto? Forse, se sapessi la verità, potrei rimediare ai
miei errori, essere migliore.”
Fece una pausa, poi proseguì. “L’unica mia certezza è che ho
degli amici meravigliosi, che mi accettano e che mi
permettono di essere l’elfo che sono, compresi i difetti. Anche
tu ti senti così con lei?”
La strinsi più forte. “Sì, mi ha insegnato l’affetto sincero.
Prima di conoscerla, odiavo me stesso.”
“Perché?”
“Perché pensavo sempre ai bisogni degli altri e mai ai miei e
mi consumavo, un pezzo alla volta. Era come essere in una
stanza al buio. Io non mi vedevo, nessuno mi vedeva. Più
cercavo di fare del bene, più un pesante masso invisibile
cresceva sulla mia schiena pronto a schiacciarmi. Quando sono
arrivato alla fabbrica, ero sull’orlo di un baratro. E lei, in
qualche modo, non so quale, ha acceso la luce e mi ha visto.”
“Tu e Nut siete proprio uguali.”
Dopo quella conversazione, non parlammo più. Myr si mise
a piangere, il volto schiacciato contro le coperte che
avvolgevano il corpo di Roxie. D’improvviso il suo cuore
incominciò a illuminarsi; un rumore simile a quello di un vetro
rotto squarciò il silenzio nella stanza.
La donna riprese un po’ di colore e la sua pelle non appariva
più gelida come prima. Nonostante la lenta ripresa, non si
svegliò subito.
Il Grande Deposito si riempì di una trentina di elfi, che si
illuminarono dalla testa ai piedi. Con loro c’erano anche Fir,
Haf e Von. Volteggiarono per tutta la stanza, mano nella mano.
Un tepore simile a quello percepito nella casetta al limitare del
bosco si diffuse e sciolse la tensione che avevo accumulato.
Anche il viso di Roxie si rilassò.
Fir si avvicinò a Myr e lo scosse con delicatezza; sembrava
come pietrificato.
“Non si muove.”
Il suo cuore, fuoriuscito dal petto lacerato, si era infranto in
centinaia di pezzi.
“Si è rotto, il suo cuore si è rotto!” urlò, stropicciandosi il
cappello.
“E non è ancora arrivato il Medico,” aggiunse Haf.
Von aiutò gli altri a raccogliere i frammenti. “Se Babbo
Natale non avesse l’influenza, forse, potrebbe sistemarlo.”
La porta si aprì e comparve Nut con un elfo in camice, lo
stetoscopio al collo.
“Datevi una calmata, ora siamo qui.”
“Nut!” esclamarono in coro i suoi tre amici, che gli corsero
incontro e gli gettarono le braccia al collo.
“Come sta Roxie?”
L’elfo entrò barcollando. Non fece in tempo ad avvicinarsi al
suo corpo che perse i sensi.
15

“Gabriel.” Una voce femminile mi svegliò. Le avevo tenuto


la mano per tutto il tempo e mi ero addormentato con le gambe
sul pavimento.
Ci trovavamo ancora al villaggio degli elfi: il Medico aveva
scaldato Roxie utilizzando una particolare coperta adatta ai
casi di ipotermia e aveva trasportato lei e Nut all’ospedale con
un’ambulanza trainata dalle renne. Io mi ero unito a loro,
mentre gli altri avevano portato Myr da Babbo Natale.
“Come ti senti?” le domandai.
Le sfiorai il viso e abbozzò un sorriso.
“Ancora un po’ stanca e frastornata.”
Mi invitò a prendere posto accanto a lei sul letto. Dopo
averle scoccato un bacio sulla fronte, le chiusi le palpebre con
le dita.
“Riposati. Vado a vedere se Nut si è ripreso.”
“Cosa gli è successo?”
“È svenuto per la stanchezza.”
Abbassò lo sguardo, senza dire nulla. Le presi la mano. “Non
devi sentirti in colpa, ormai siamo una squadra.”
Le feci compagnia finché non si riaddormentò, quindi lasciai
la stanza per raggiungere quella dove si trovava Nut.
“Come stai?”
“Sto bene.” L’elfo si tolse le coperte di dosso e si alzò in
piedi, barcollante.
“Dove pensi di andare?” lo ammonii.
“Ho riacquistato le forze. Ora posso tornare alla fabbrica, gli
altri hanno bisogno di me.”
“Rimettiti a letto.” Lo spinsi con delicatezza.
“Ma manca pochissimo a Natale!” esclamò mentre scrutava
il calendario appeso alla parete.
“Non preoccuparti, se ne stanno occupando gli elfi del
villaggio.”
“Impossibile, ti ho già detto che noi siamo rotti e che la
società non ci accetta.”
“Ho parlato io con loro e hanno capito.”
“Com’è possibile?” Mi guardò confuso.
“Li ho convinti a darti una possibilità. Ho spiegato loro che
sei un elfo dall’animo buono e che se ti conoscessero, non
resterebbero delusi. Non si può vivere con i pregiudizi. Solo
perché hai una cicatrice all’altezza del cuore?”
“E delle brutte orecchie,” aggiunse.
Le coprì con le mani, che gli spostai. Lo fissai negli occhi.
“Tutti abbiamo delle ferite che talvolta nascondiamo, a noi
stessi e agli altri, perché ce ne vergogniamo o perché abbiamo
paura. Ho capito che non voglio più scappare. Quando Roxie
si sarà ripresa, le racconterò tutto. E tu dovresti accettarti
perché sei bellissimo così come sei.”
Arrossì. “Grazie.”
“Mi raccomando, riposati.”
Los, Haf e Fir vennero a prenderci con una slitta dopo pochi
giorni.
“Nut! Come stai?” gli si radunarono intorno.
“Sono in ottima forma. Vi sono mancato?”
Lo abbracciarono tra le lacrime di gioia.
“Senza di te la fabbrica dei regali non è più la stessa.”
Aiutai Roxie a salire e lasciammo il villaggio. Quando
arrivammo a destinazione, Eric ci venne incontro.
“Finalmente siete tornati!”
Sventolò un foglio di carta.
“Cos’è?” gli chiesi.
Si schiarì la voce e lesse. “Caro Babbo Natale. Vorrei una
mamma e un papà. Potresti esaudire il mio desiderio? Grazie.
Firmato Eric.”
Controllai la lettera e non c’erano errori. “Bravo.”
Ridacchiò. “Los mi ha aiutato a scriverla in vostra assenza.”
Gli scompigliai i capelli. Il piccolo prese me e Roxie per
mano e salimmo le scale insieme. Ci guardava raggiante,
prima uno e poi l’altra.
“Bentornati,” ci disse.
“Siamo felici di essere di nuovo a casa,” si lasciò sfuggire la
donna.
Scoppiai a ridere e lei mi seguì. Accompagnammo Eric nella
sua stanza, per poi andare nella mia.
“Possiamo parlare?” chiesi, chiudendomi la porta alle spalle.
Annuì, ma non aggiunse altro. Andò a sedersi sul letto e si
coprì con una coperta.
“Come mai hai lasciato la fabbrica senza dire niente a
nessuno? È per quello che è successo tra di noi?”
“Ti sbagli. L’ho fatto perché sono stanca. Stanca di essere
quella che sono. Di non vedermi, prima ancora di essere vista
dagli altri. Stanca di non riuscire a smettere di odiare me
stessa. Dite che tutti meritano di essere felice almeno il giorno
di Natale, ma ho capito che non ci sarà mai una porzione di
felicità per me.”
“E tutto questo l’hai capito dopo il nostro bacio? Mi spiace
che ti sia sentita rifiutata, ma ho avuto paura di ricominciare.”
Scosse la testa. “Il bacio non c’entra. Mi spaventava l’idea di
perderti.”
Le presi la mano. “Sei stata tu la prima a dire che
bisognerebbe affrontare le proprie paure, ma poi sei fuggita.
Se ti fosse successo qualcosa di grave, sarei stato molto male.
Mi sono preoccupato, lo capisci?”
Abbassò lo sguardo e si morse il labbro inferiore. Mi sedetti
accanto a lei e aspettai che riprendesse a parlare.
“È che io…” tentennò.
Continuai a guardarla. Le spostai i capelli dal viso e non
dissi nulla, come quando si era aperta riguardo la madre.
“L’ho detto prima che diventassi importante. In quel
momento non avevo niente da perdere. Ma adesso, adesso ci
sei tu. E io ti vorrei nella mia vita, indipendentemente da tutto
questo. Forse non sei pronto o non provi gli stessi sentimenti.”
“Anch’io sento che sta nascendo qualcosa di bello tra noi.”
Accostai la mia mano all’altezza del suo cuore e lei fece lo
stesso. Poi ripresi a parlare: “Mi sono affezionato a te, come
non mi è mai capitato in vita mia. Helen non era quella giusta,
una parte di me lo sapeva. Lei non mi avrebbe mai rubato i
biscotti alla cannella dal piatto. Non avrebbe mai giocato a
palle di neve con me e non avremmo mai bevuto una
cioccolata calda con i marshmallow insieme. A lei non
piacciono i film romantici di Natale e vorrebbe che facesse
sempre caldo. Ma non è quello che desidero. Mi piacerebbe
che la mia compagna fosse anche un’amica, che scherzasse
con me.”
“Perché l’hai sposata, allora?”
“Perché mi sono sempre accontentato, mi sono lasciato
trasportare dagli eventi. E ho vissuto a metà. Lei mi ha fatto
vedere soltanto un lato della vita, io invece vorrei scoprirli
tutti, con te. Sempre che tu sia d’accordo.”
Mi gettò le braccia al collo. “Assolutamente sì! Eravamo due
cuori abbandonati in cerca di un luogo dove abitare ed eccoci
qui, insieme, guariti.”
Le afferrai la nuca e l’avvicinai a me, tanto che le nostre
labbra si toccarono.
“Roxie?”
“Sì?”
“Non so come andranno le cose, ma ti prometto che non ti
abbandonerò nei momenti di difficoltà.”
Feci un respiro profondo. Le racconti l’ultima parte della mia
storia con Helen, quell’ultimo tassello mancante del puzzle
che le avrebbe chiarito ogni dubbio. Mi ascoltò, il suo solito
sguardo intenso. Ormai non mi metteva più a disagio.
“Tu sei diversa. Negli ultimi tre anni sono sempre stato da
solo, non ho sfiorato nessuna donna. Portami via con te.”
Mi baciò, prima con dolcezza, poi con passione. Mi piaceva
guardarla arrossire, sorridere, muovere le mani lungo il mio
viso, il mio collo, la mia schiena con incertezza. Quando
chiudeva gli occhi a ogni nuovo bacio, le lunghe ciglia le
tremavano. Impressi la sua immagine nella mente, come se
temessi di perderla o che fosse soltanto un bellissimo sogno.
Roxie si avvicinò alla finestra. “Sta nevicando. Usciamo?”
Mi prese per mano e corremmo fuori. La colpii piano con un
pugno di neve, quindi si vendicò. Ci rincorremmo a vicenda,
cadendo poi a terra. Ci rotolammo nel manto nevoso. I fiocchi
si impigliavano nei nostri capelli. Mi tirò su la cerniera del
giaccone.
Prima di ritornare in stanza, ci sedemmo sul gradino più alto
della scalinata del dormitorio. Si posò sulla mia spalla e
fissammo il panorama davanti a noi.
“Facciamo venire tua madre qui.”
“Non so, Gabriel.”
“Abbi fiducia nella magia del Polo Nord. Chiediamo a
Babbo Natale di portarla alla fabbrica.”
“Non siamo troppo cresciuti per scrivergli una letterina?”
“Non si è mai troppo grandi per aprirsi al mondo e credere
nei suoi poteri.”
Rientrammo e, a turno, ci cambiammo i vestiti bagnati. Si
dovette accontentare del mio pigiama, che era troppo grande
per lei.
“Ti dona molto,” la presi in giro.
Mi tirò un cuscino in faccia. “Non ti piaccio così? Allora
torno in camera mia.”
La presi tra le braccia. “Ma dove vai!”
Mi baciò, per poi infilarsi sotto le coperte insieme a me.
16

Gli elfi organizzarono una grande cena prima dell’arrivo di


Babbo Natale. Roxie diede una mano in cucina, mentre io ed
Eric ci occupammo di apparecchiare la tavola in mensa. Era la
prima volta che mangiavamo tutti insieme e lui era
emozionato, gli brillavano gli occhi.
“Non vedo l’ora di incontrarlo e dargli la mia lettera.”
Nut e gli altri si sedettero con noi e mangiammo un piatto
dietro l’altro fino a sazietà. Bevemmo tutti un sorso di vodka
degli elfi, eccetto Eric. L’avevano acquistata per l’occasione.
Ci sentimmo subito più allegri. Anche Myr, a cui era stato
ricucito il cuore, si unì alle risate. Malgrado apparisse
scostante, era molto sensibile e si prendeva carico delle
sofferenze altrui, proprio come la donna seduta accanto a me.
La osservai mentre punzecchiava Nut e dispensava sorrisi a
tutti. Si spostò i capelli dietro le orecchie e passò il pane a Los.
Nell’istante in cui si accorse del mio sguardo, mi fece la
linguaccia.
Gli elfi ci chiesero di sparecchiare e uscirono dal refettorio in
fretta.
“Sta per arrivare?” domandò impaziente il piccolo.
Gli sorrisi. “Penso proprio di sì.”
“Posso andare nella mia camera a prendere la lettera?”
“Non vedo perché non dovresti.”
Non se lo lasciò dire due volte: corse fuori, quasi più veloce
di Nut e degli altri.
“Ho un regalo per te.” La mia voce tremò.
“Anch’io,” fece lei.
Mi invitò a seguirla. Sul soffitto era appeso un ramoscello di
vischio.
“Vuoi darmi un bacio?”
“Anche. Ma prima vorrei che scartassi il mio dono.”
Mi passò un pacchetto dalla forma quadrata. Una volta
aperto, mi ritrovai tra le mani una scacchiera pregiata e molto
costosa, che desideravo da tempo. Spalancai la bocca.
“Sei rimasto senza parole, vero? Così almeno faremo una
partita, voglio la rivincita.”
Le scoccai un bacio tenero. “Grazie. Ora è il mio turno.”
“Stupiscimi.”
La feci sedere sul tavolo, andai a prendere la chitarra che
avevo appoggiato in un angolo nascosto e le intonai una
canzone che avevo scritto per lei con i pochi accordi che
conoscevo. Appoggiò una mano sul ginocchio e si lasciò
cullare dalle parole che le avevo dedicato.
“Non è una granché.”
Mi tirò un pugno sul braccio. “Smettila di sottovalutarti.”
Eric irruppe nel refettorio e si mise a gridare. “È arrivato!
Babbo Natale è arrivato!”
Lo seguimmo in corridoio, per poi scendere le scale del
dormitorio. Davanti a noi c’era una slitta, dalla quale scese un
uomo vestito di rosso.
Nut e gli altri lo circondavano e lo aiutarono a caricare i
sacchi sul mezzo.
Quando ci vide, l’uomo si lisciò la lunga barba bianca. “Oh,
oh, oh. Sono onorato di fare la vostra conoscenza.”
Sorrise e venne a stringerci la mano, partendo da Eric. Poi si
voltò in direzione degli elfi.
“Lasciate perdere per un momento quello che state facendo,
entriamo.”
Nut lo fissò. “Capo, sei sicuro? Manca pochissimo alla
partenza e…”
“Fa’ come ti ho detto. Ho qualcosa per voi, seguitemi.”
Ci fece accomodare nell’auditorium, dove tutto era iniziato.
Si schiarì la voce. “Innanzitutto vorrei ringraziarvi per l’aiuto
che ci avete dato. Senza di voi non ce l’avremmo mai fatta. Se
avete qualche desiderio, io posso esaudirlo.”
Eric gli si avvicinò timidamente e gli porse la lettera con
entrambe le mani. Babbo Natale lo scrutò.
“Il tuo sogno si è già avverato.”
Il piccolo si guardò intorno. “Sono confuso.”
“Tu vorresti una mamma e un papà.”
“Sì, ma dove sono? Qui ci siamo soltanto noi.”
“Non l’hai ancora capito? Tu hai già due persone adulte che
ti vogliono bene.”
Indicò me e Roxie.
“Possiamo adottarlo? È legale?” le chiesi.
“Sì, no, forse. È fattibile?”
Noi tre guardammo l’uomo.
“Tutto è possibile, quando c’è di mezzo la magia più
potente.”
“Quale?” domandò Eric.
“L’amore, mio caro. Per il resto, non dovete preoccuparvi, ho
già sistemato anche le questioni civili.”
Ci fece l’occhiolino.
“Mi volete con voi?”
“Certo,” rispondemmo all’unisono.
“E ora veniamo a lei, signorina. Cosa vorrebbe?”
“Mi piacerebbe che mia madre tornasse a sorridere e a stare
bene. Potrebbe farla venire al Polo Nord? Le piacerebbe e
forse ritroverebbe un po’ di gioia, come è capitato a me.”
“Sì, mi organizzerò dopo le feste. Ora ho molto lavoro da
svolgere. E ora tocca a lei, signore.”
“A me basta che Eric e Roxie siano felici.”
“Le fa onore.”
“Grazie,” dissi, sentendo le guance avvampare.
“Da ultimo chiedo ai miei aiutanti se vogliono qualcosa.”
Gli elfi spinsero Nut davanti al loro capo.
“I… io vorrei delle orecchie nuove.”
“E perché mai? Sono così graziose. Ma se è questo ciò che
vuoi, ti accontento subito.”
Le sue orecchie cambiarono forma: assomigliavano molto a
quelle umane. Gli amici gli portarono uno specchio. Lui si girò
a destra, poi a sinistra. Il suo riflesso non lo convinse del tutto.
“Cosa c’è?” domandò Babbo Natale.
“È solo che…” indugiò. Fece un respiro profondo, poi
riprese: “Qualcuno, una volta, mi ha detto che dovrei
accettarmi per quello che sono e penso che avesse ragione.”
Mi fece l’occhiolino. “Senza le mie brutte orecchie non sarei
più Nut.”
L’uomo alzò gli occhi al cielo. “E va bene, torniamo alle
vecchie.”
Dopo averle accarezzate, l’elfo lanciò in aria il cappello.
“Non dirmi che d’ora in poi non le nasconderai più,” lo
punzecchiò Roxie.
“Esatto.”
Gli scoccò un bacio sulla guancia. “Ti voglio bene.”
Lo abbracciò e mi unii a loro. Subito dopo anche Fir, Von,
Haf e Myr, seguiti da Eric, ci strinsero.
“È giunta l’ora di salutarci. I miei aiutanti vi daranno un
passaggio.”
Schioccò le dita e uscì dalla stanza. Lo ringraziammo
sull’uscio; scoppiò a ridere, senza voltarsi, prima di
scomparire del tutto.
“Prendete le vostre valige e raggiungeteci fuori.” La voce di
Nut era tremolante.
Andammo nelle rispettive camere. Guardai un’ultima volta
la mia stanza, mi concentrai su ogni dettaglio: la fila di coperte
e di maglioni in dotazione, il comodino dove avevo
appoggiato tutti i libri che avevo regalato agli elfi, le risate con
Roxie. Le udii riecheggiare. Una lacrima scese lungo la mia
guancia, ma non mi presi neppure la briga di asciugarla.
Quando la vidi arrivare dalla parte opposta del corridoio con
il suo trolley, il cuore mi martellò nel petto. Si sistemò una
ciocca di capelli dietro l’orecchio. Al solo pensiero che l’avrei
tenuta ancora tra le braccia, un sorriso si dipinse sul mio volto.
“Sei bellissima,” le sussurrai.
Eric appoggiò Pluff sulla parete accanto alla porta d’entrata.
“Non lo porti con te?” gli chiesi.
Scosse la testa. “Ormai non mi serve più. Comunque d’ora in
poi vi chiamerò mamma e papà.”
“Suona bene.”
Un velo gelido ci investì. Gli elfi vennero ad aiutarci con i
bagagli, che caricarono sulla slitta.
Mi voltai un ultimo secondo verso la fabbrica e pronunciai
un “grazie” a voce bassa, prima di raggiungere la donna che
aveva raccolto e aggiustato il mio cuore e baciarla.
Gli aiutanti di Babbo Natale erano pronti per condurci a casa.
Una nuova e incredibile avventura ci aspettava.
RINGRAZIAMENTI

Innanzitutto vorrei ringraziare la mia famiglia e tutte le


persone che hanno creduto in me, in particolare mia mamma,
Claudia S., Melania, Dario, Andrea.
Un ringraziamento speciale va alle persone che mi hanno
aiutata a migliorare La fabbrica dei cuori abbandonati: la mia
editor Anna Russo e le lettrici Elena e Anna S.
Un grazie va a Lucia per i consigli medici.
Ringrazio anche tutte le persone che mi sono state accanto in
questi quattro, quasi cinque, anni di pubblicazione. I lettori
affezionati e quelli più recenti, insieme alle blogger, mi hanno
dato la forza di continuare e mi hanno insegnato tanto.
Vorrei dire grazie a Debora, che mi ha dato una mano con il
review party.
E infine mi piacerebbe esprimere la mia gratitudine in
anticipo a chiunque leggerà quest’opera.

Elisa Fumis
PLAYLIST

Queste sono le canzoni che mi hanno aiutata durante la


stesura:
Asleep, The Smiths
A Stupid Game Called Love, Junk Snakes
1973, James Blunt
I know it’s over, The Smiths
Valtari (full album), Sigur Rós
Perfect, Ed Sheeran
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