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Una

dolcissima follia
Cecile Bertod
Questo libro è opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore, il più delle
volte in esubero di zuccheri. Qualsiasi somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, vive o defunte, è puramente casuale. O tutt’al
più può essere accaduto da qualche parte, ma se così fosse non è colpa dell’autore, che a stento ricorda cos’ha mangiato ieri
l’altro.

Tutti i diritti in ogni caso sono riservati e ci si augura che nessuna parte di questo romanzo venga copiata, usata in maniera
impropria, scritta con un pennarello sulla carta da parati di zia Brigida, che non prenderebbe bene il lato artistico della faccenda.


Tutti i miei romanzi:
L’assistente ideale
Tu mi appartieni
Non mi piaci ma ti amo
Nessuno tranne te
Ti amo ma non posso
C’era una volta a New York
Dopo di te nessuno mai
Mai più innamorata
Harem. La tigre rossa
Cruel Desire
Metti un giorno per caso
Niente di serio, almeno credo
Innamorarsi alle tre
Dimmi l’amore che cos’è
Principe azzurro e dove trovarlo.
Down on love
Up on love
A chiunque abbia scritto la ricetta dei pancake su internet.

BUGIARDO!
Capitolo 1
Nessuna chitarra, perlomeno.


In sostanza, Charlotte era una prostituta.
Non una da marciapiede, borsetta in mano e gonne troppo corte.
Lei era più una da casa. Divano, reggicalze e una clientela selezionata.
Come fosse finita in quella vita non è difficile da immaginare. Prospettive
scolastiche inesistenti, nessuna intenzione di sposarsi, lavoro come call center
che non le aveva dato le soddisfazioni che sperava. Così, era andata a finire che,
a un posto fisso, Charlotte aveva preferito il libero mercato.
Da ormai quattro anni, passava tre notti a settimana con sconosciuti. Prendeva
quattromila franchi a serata, pagamenti anticipati.
Aveva un appartamento in rue de Bouganville, Charlotte. Al numero tre. Un
terrazzino dove coltivava fiori e un cagnolino di nome Ottone II, conte di Paté.
Ottone era un giovane esemplare di razza bassotta, ma lei non lo diceva mai.
Preferiva chiamarlo “salsicciotto, naso a patata”.
Fin qui niente di straordinario, anche se magari non comune.
Quello che fa sorridere di Charlotte è che, a guardare bene la sua vita, lei non
aveva alcun bisogno di lavorare. Suo padre, Gastone Sourel, possedeva una
piccola fabbrica di lucido per scarpe. Sua madre, Augustine Vidal, era una
pittrice dalla discreta fama. Se non ricchi, i Sourel potevano definirsi
comunemente agiati. A Charlotte non era mai mancato nulla, tranne forse
l’aspirazione. Ad ogni modo, a lei la sua vita piaceva. E se c’era qualcosa che
non andava - come quella solitudine che ogni tanto provava, specie se fuori
pioveva - lei sorvolava, ritenendo che un po’ di tristezza fosse normale. Erano i
contro di un mestiere che, a ben dire, qualcuno doveva pur fare.
Dunque, abbiamo parlato di Charlotte, ma di Ottone no.
Ottone era un cane e sembra così di aver già detto abbastanza. D’altronde un
cane è pur sempre un cane.
Ottone, in particolare, era consapevole di esserlo e viveva la sua natura canina
con grande professionalità. Annusava con impegno, grattava con grande
costanza e non si risparmiava mai se c’era da rincorrere un grillo tra i vasi o se
magari, sulla ringhiera del terrazzo, passava Finferli, il gatto del signor Picard.
Ora, se così fossero state le cose e così fossero rimaste, non ci sarebbe bisogno
di raccontarvi ancora di Charlotte e di Ottone. Si dà il caso, però, che un
nuvoloso giovedì alle nove e trentasette, sole già alto di un dicembre
appiccicoso, il cartello “vendesi” che prendeva polvere al secondo piano fu
levato. Sostituito, qualche minuto dopo, da una targhetta di metallo. C’era scritto
sopra: “Studio del dottor Hubert Durand”.
Si dà il caso che Charlotte abitasse proprio lissù. Ma prima di parlarvi di quello
che successe a Charlotte, la giusta premessa è accennarvi qualcosa sul dottor
Durand.
Hubert Durand aveva trentasei anni, un aspetto piacevole, un taglio degli occhi
vagamente orientale e mani da pianista. Non passava inosservato il suo carattere
austero, un sopracciglio perennemente imbronciato e in generale un
atteggiamento critico nei confronti della vita, dei costumi del secolo, della
società – per lui prossima al collasso – della cultura hip hop e dei pantaloni a vita
bassa.
Hubert era un dottore, ma non di quelli che quando meno te lo aspetti prendono
un bisturi e te lo conficcano nello stomaco. A lui toccare gli altri piaceva poco,
anzi, se poteva evitava. Se per esempio non gli tendevi la mano per salutarlo, lui
te ne era profondamente grato.
Hubert aveva studiato psicologia a Parigi, si era laureato con il massimo dei voti
e da più di otto anni conduceva una vita tranquilla a Villaduville. Riceveva i
pazienti nel suo studio, li faceva stendere su una chaise longue e ascoltava
paranoie e fobie, appuntando su un taccuino le sue considerazioni.
“Il signor Garcia avrebbe bisogno di spuntarsi i baffi”.
“La signorina Dupuis dovrebbe aprire un libro ogni tanto. La sua proprietà di
linguaggio ne trarrebbe di sicuro giovamento”.
Era molto utile il signor Hubert. Curava il mondo dai suoi mali. Perversioni,
angosce, paure? Lui c’era. Combatteva strenuamente tutto ciò che era sbagliato.
La sua personale battaglia la conduceva contro ogni forma di immoralità, senza
risparmiare colpi alla sua penna. Perché, forse non ve l’ho detto, ma Hubert, nel
tempo libero, scriveva articoli per una rivista. Un periodico da due franchi e
ventisei che si chiamava “Oggigiorno”. I suoi articoli erano famosi a
Villaduville. Chi non conosceva Hubert Durand? Ogni giovedì c’era la fila dal
giornalaio, gente che sgomitava per accaparrarsi l’ultima copia del giornale.
Con chi ce l’avrà questa volta Hubert? Chi avrà preso di mira? Forse quei
ragazzacci che bevono fino a notte fonda? O magari quelle modelle sconsiderate
che posano per le cartoline con addosso solo reggiseno e mutandine?
La città ridacchiava sotto i baffi quando leggeva i suoi articoli. E Hubert si
accalorava sempre molto quando li scriveva. Convinto di portare un po’ di sana
morigeratezza in quel bieco mondo in cui viveva, dove tutti facevano un po’ quel
che volevano e nessuno aveva più rispetto per la decenza, e per la religione, e
per l’etica, e la morale e… E be’, com’era Hubert ormai vi è chiaro.
Andiamo oltre.
Erano come vi dicevo le nove, nove e tre quarti circa.
Hubert fissò l’ultima vite sulla sua targhetta e si fermò a guardare la porta di casa
con espressione soddisfatta.
Aveva comprato quell’appartamento per starsene tranquillo. Quello dov’era
prima era un vero disastro. Per carità! Due camere da letto, un bagno e una
splendida vista sul fiume, ma accanto a lui era andato ad abitare un violoncellista
squilibrato e da quel giorno non c’era stato più un attimo di pace. Tanto che
adesso, se sentiva il suono di una corda, Hubert era assalito da feroci mal di
testa.
No, così non poteva continuare. Perciò addio violoncellista, addio musica a tutto
spiano anche alle quattro del mattino. E addio a Chopin, a Mozart e soprattutto
addio alle opere dissolute di Vivaldi!
Da quel momento, per Hubert iniziava una nuova vita. Gli avevano assicurato in
agenzia: nessun violoncellista a rue de Bouganville.
Ne è sicura?
Glielo giuro!
Neanche un chitarrista?
Parola mia! E nemmeno un jazzista con il sax e neanche un batterista.
Hubert se l’era fatto scrivere nel contratto: al numero tre di rue de Bouganville
nessuno suona.
Quindi, diciamo che, quel particolare giovedì di inizio dicembre, per Hubert era
stato un giorno fortunato. Tranne quando, guarda un po’ il caso, provò a entrare.
Perché si ritrovò sul pianerottolo in cerca delle chiavi.
«Dove diavolo…».
Convinto di averle portate.
«Ma dove…».
Certo di averle prese.
«Inconcepibile! Le ho messe in tasca».
Assolutamente sicuro di non averle dimenticate in macchina.
Eppure, le chiavi non c’erano e la fortuna di monsieur Durand sembrava essersi
appena dissolta. Ne ebbe la conferma quando, sollevando gli occhi dal suo
tappetino di ingresso, vide lei. Charlotte.
«Uh, cerca forse queste?».
Saliva le scale con un sacchetto di mele per Ottone.
Passando lì vicino, si era accorta che c’era qualcosa a terra. Luccicava. Perciò
Charlotte si era chinata. Ed ecco com’era andata. Aveva trovato le chiavi di
Hubert e gliele aveva passate.
«Devono esserle cadute». Poi gli aveva sorriso.
E lui?
Lui le aveva prese. «Umpf… Sì, immagino che possa essere andata così».
Poi l’aveva guardata.
Bene.
Due volte.
Charlotte Sourel: capelli biondi, occhi da cerbiatta, labbra carnose. Una
maglietta davvero troppo scollata, un pantaloncino vertiginosamente corto.
Gambe lunghe, lunghissime.
Hubert aveva sentito uno strano pizzicore alle dita.
«Io sono Charlotte. È nuovo?», gli aveva chiesto lei.
«Appena acquistato», confermò Hubert.
«Sembra un buon investimento», ci pensò su Charlotte. «Ha un bel taglio di
naso».
Istintivamente, Hubert se lo toccò per darsi dello stupido l’attimo dopo.
Abbassò le braccia, la guardò con sospetto.
«Solitamente staziona qui o è solo di passaggio?».
Lei gli indicò le scale. «Ho un bilocale al piano di sopra». E gli strizzò l’occhio.
«Passi a trovarmi quando vuole. Le offro un tè».
Di tutti i motivi per cui Hubert si era trasferito, non ricordava il tè.
«La ringrazio, ma non credo che accadrà», declinò con eleganza.
«Oh, io dico di sì», decise lei e se ne andò con il suo pacco di mele, l’aria
divertita.
Così, tra i mille grattacapi di quell’infausto giovedì, se ne aggiunse un altro:
Charlotte aveva una voce davvero incantevole.
Ma non come Chopin.
No…
Forse più come Vivaldi.
Fu proprio allora che Hubert riconsiderò di tornare nel suo vecchio
appartamento, perché per un attimo, solo un secondo, ebbe il sospetto che forse,
dico forse, al numero tre di rue de Bouganville non si suonava, ma non sarebbe
stato lo stesso tranquillo come sperava.
Capitolo 2
Cigolii sospetti

L’arrivo di Hubert sconvolse il tranquillo tran tran del condominio, ma bene o
male gli inquilini del numero tre di rue de Bouganville finirono per adattarsi
all’eccessiva pignoleria del dottor Durand.
Era un personaggio di spicco, tutto sommato.
Un uomo affascinante, tra le altre cose.
Riuscirono a trovargli, in mezzo agli evidenti difetti, qualche piccolo pregio e
questo fu uno dei motivi per cui nessuno gli tirò un vaso di ortensie in testa.
Madame Hollande, per esempio, sosteneva che Hubert fosse un incompreso.
«Un uomo come lui, tutto d’un pezzo… È che i ragazzi d’oggi non sanno
apprezzare le buone maniere, ecco tutto», diceva. Era anche molto dispiaciuta
che Hubert non abitasse accanto a lei. Avrebbero potuto condividere la sua
passione per il bucato a mano.
Inés Hollande era vedova da venticinque anni, ma nonostante ne avesse già
settantotto era ancora un fiore. Specie con quel caschetto che le donava
deliziosamente. Sentiva un po’ la mancanza di un compagno di bridge, però.
Specie di sera, quando faceva buio e la stufa sbuffava un po’.
«Sa per caso se il dottor Durand gioca a bridge?», aveva domandato quella
mattina a Philippe, del terzo piano.
«Oh, non saprei, signora Hollande», le aveva risposto lui, rientrando con la spesa
in mano e un basco calato giù fino al naso. Ma chiedere qualcosa a Philippe era
un po’ come aspettarsi le previsioni meteo da uno scaldabagno.
«Dovrò chiederlo alla signora Fevre», si era detta Inés, immaginando in ogni
caso che la risposta fosse sì. Un uomo come Hubert non poteva non giocare a
bridge.
Quindi è evidente. Malgrado tutto, Hubert si era guadagnato presto un posticino
nel cuore delle inquiline di rue de Bouganville . Di sicuro, aveva fatto breccia in
quello di Marlene, del primo piano. A Marlene, Hubert piaceva per ragioni
astrologiche. Marlene era un’ottimista, chiromante e centralinista automunita di
“Oroscopo in città”. Era anche in cerca dell’anima gemella.
«Di sicuro è un Vergine», aveva detto, quando le avevano chiesto cosa ne
pensasse del nuovo arrivato. «Ascendente Acquario».
Le credettero tutti. D’altronde, era lei l’esperta di segni. Anche di tarocchi e
lettura della mano. Sulla sua, per dire, Marlene aveva letto che presto un
affascinante sconosciuto l’avrebbe portata all’altare. Strana coincidenza che
fosse arrivato Hubert, non vi pare? Specie dal momento che lei era Cancro,
ascendente Gemelli. E se c’erano due segni compatibili, quelli erano di sicuro il
Cancro e la Vergine.
Ecco perché, vi dicevo, tutti più o meno tolleravano l’eccentrica disciplina di
Hubert. I modi bruschi con cui salutava. I suoi cappotti grigi, sempre più grigi e
dritti e i suoi ombrelli neri.
L’unico che non riusciva ad abituarsi a Hubert era Martin, il portiere. Dal canto
suo, ce la metteva tutta per farsi piacere il dottor Durand. Se per esempio Hubert
gli chiedeva di rimettere a posto i tappetini all’ingresso, lui li sistemava. Se lo
chiamava e gli chiedeva di salire al terzo piano per dire al signor Picard di
smetterla di ciabattare in corridoio, lui prendeva fiato e andava. E se gli ordinava
di rimettersi a posto la divisa lui… Be’, Martin lo faceva. E senza lamentarsi, per
carità. Tuttavia, da quando c’era Hubert, il portiere aveva perso il suo vecchio
smalto e saliva e scendeva da un piano all’altro con una vaga aria di morte
appiccicata addosso.
«Martin, ma cos’ha?», gli domandava qualcuno, stupito.
E lui: «Mah…», rispondeva. Oppure: «Chissà? Forse il tempo».
E se gli chiedevano di Hubert, lui storceva un po’ il naso e ripeteva: «Non lo so.
Non è che non mi piaccia, no. Ma secondo me non va. Proprio non va». E
andava via, scuotendo il capo.
In realtà, l’inquilino che subì più di tutti gli effetti di quel trasferimento fu
proprio Hubert Durand.
Dal momento esatto in cui mise piede nel suo appartamento, non ebbe un solo
attimo di pace.
Colpa di chi? A volte delle ciabatte del signor Picard, altre del soffritto di
madame Hollande.
Ma quelli erano fastidi superabili, col tempo correggibili.
Il pallino, il vero tarlo per Hubert - fastidio ingestibile, puntina che gli
rosicchiava le meningi da giorni - era Charlotte. Charlotte Sourel, l’inquilina che
abitava al piano di sopra, proprio sul suo appartamento.
Hubert non era ancora riuscito a inquadrarla, malgrado fosse abituato a
classificare la gente. Gli bastava uno sguardo e TAC! Ce l’aveva. Per esempio,
Hubert era certo che il portiere, Martin Leroy, fosse un tipico esempio di N.N. e
cioè di Negligenza Negletta. Per dirla in parole semplici, Martin era un
fannullone bello e buono. E a lui, per scoprirlo, era bastato trovarlo stravaccato
su una poltrona quand’era arrivato.
Invece Charlotte, per quanto si sforzasse, Hubert non riusciva a capirla. Vista da
fuori era graziosa, cortese, anche piacevole. Molto piacevole. Forse troppo
piacevole, ma Hubert preferiva non soffermarsi su quanto fosse piacevole
Charlotte. Preferiva invece occuparsi di quanto fosse detestabile Charlotte.
Considerare, cioè, certi dettagli che per lui erano fonte inesauribile di irritazione.
Punto primo.
Il fatto che Charlotte sentisse musica ad alto volume notte e dì non lo rendeva
propenso a considerarla una brava persona. Più una pessima, pessima persona.
Eppure tutti gli avevano garantito che Charlotte fosse adorabile e lui era disposto
a crederlo. Restava il fastidio per il suo impianto stereo.
Punto secondo.
E allora cosa dire di quei continui cigolii dei mobili?
Non sempre, ma almeno tre giorni a settimana, l’appartamento di Hubert
tremolava come un budino alla gelatina per tutto il fracasso che veniva dal
soffitto! Si era convinto che Charlotte si mettesse a spostare l’armadio per il solo
gusto di infastidirlo. E ci riusciva benissimo. Quindi questo la rendeva di sicuro
una donna detestabile e socialmente pericolosa. Tuttavia… Eh, tuttavia non c’era
un solo individuo in tutto il quartiere che non amasse Charlotte, ormai Hubert lo
sapeva. Li spiava dal balcone, li osservava da dietro al giornale. Si era accorto di
come si toglievano il cappello per salutarla! E tutte quelle smancerie con cui
l’aiutavano a portare su la spesa, eh?
No, non poteva essere poi così detestabile Charlotte, se l’unico a detestarla per
ora era lui.
Quindi Charlotte restava un mistero, ma a Hubert i misteri piaceva risolverli,
specie se gli rompevano i timpani. Prese perciò il caso Sourel come un affare
personale. Gli dedicava ogni minuto libero che aveva.
Controllava. Annotava. Studiava.
Cosa? Per ora dettagli. Gesti, sorrisi.
“Miss Sourel oggi è tornata alle tre”, scriveva sul suo taccuino.
“Vestito blu, ieri era verde”, aggiungeva.
Prendiamolo come un gioco distratto, il suo, non un pallino fisso. Semplice
curiosità professionale.
Inquadrare le persone era qualcosa che faceva di continuo, un istinto quasi
naturale.
In quel caso necessario.
Si era chiesto che lavoro facesse una persona come lei, giusto per farsi un’idea di
quali fossero i problemi che aveva. E magari aiutarla, perché no? Consigliarle
uno specialista. Qualcuno che potesse darle una mano con i suoi problemi di
insonnia. Sì, perché Charlotte viveva principalmente di notte. Abitudine che
cozzava con quelle di Hubert, che di solito di notte dormiva o tutt’al più
guardava i documentari di National Geographic in tv.
Sulle prime, aveva immaginato che fosse una scrittrice. Una di quelle
romanziere un po’ eccentriche, sempre in cerca di ispirazione. Ma Charlotte
proprio non se la immaginava seduta per ore davanti a un computer. Si era per un
po’ convinto che fosse un’artista. Una scultrice, magari. Continuava però a non
immaginarsela in fila al botteghino di una mostra, con il basco e la sciarpa
arrotolata al collo. Non sapendo più cosa pensare, Hubert aveva chiesto con
discrezione ai condomini, ma nessuno per ora gli aveva dato una risposta
soddisfacente.
«Chi? Charlotte Sourel? Ah, credo faccia uno di quei lavori complicati su
internet che… Oh, ma quello è il mio autobus? Si sposti, dottor Durand, mi farà
perdere la coincidenza!». Il signor Bernard, per dire, era fuggito via.
«Charlotte? Che lavoro fa Charlotte, dice? Eh… Io… Sa, non è carino
impicciarsi degli affari degli altri. E poi per chi mi ha preso? Per una
pettegola?». La signora Eugenie Picard, invece, si era offesa. Gli era passata
davanti, naso all’insù.
Dunque, per il momento almeno, Charlotte restava un mistero. Così, sul
taccuino, accanto al suo nome, Hubert aveva messo un bel punto interrogativo.
Restava il problema. E cioè che Charlotte faceva un gran baccano almeno tre
volte a settimana. Hubert riusciva a stento a lavorare. La sua era una professione
delicata, come poteva ricevere i suoi pazienti e chiedere loro di aprirsi, di
confidargli i propri più intimi segreti, se il suo ufficio sembrava lo studio di
registrazione di un gruppo metal?
No. Così non poteva davvero continuare.
Se lo ripeteva, mentre cercava di dettare una lettera a mademoiselle Tautou.
Elise Tautou era la segretaria di Hubert.
Una ragazza davvero adorabile. L’unica in grado di sopportare il dottor Durand
per otto ore al giorno, conservando il suo sorriso gioviale e i toni tipici di chi non
ha davvero nulla da rimproverare a Dio.
Gonne longuette, capelli raccolti, gli occhiali che le scivolavano sul naso e le
ballerine col tacco abbinate alla borsetta. Vi dico, un angelo. E quel pomeriggio
era più vicina alla beatificazione di qualsiasi altro giorno dell’anno, perché
Hubert era inaccostabile!
«“Egregio direttore della rivista Oggigiorno”». Camminava attorno a lei che
cercava, seduta su una poltrona, di concentrarsi sul monitor del portatile
«Egregio direttore. Ha scritto, signorina Tautou? Direttore con due “t”!», la
correggeva, pedante come un metronomo.
«Sì, dottor Durand. Ho scritto». Lei si sistemava gli occhiali sul naso e aspettava
che continuasse.
Allora Hubert riprendeva.
«“Egregio direttore, scopro con disappunto che “Oggigiorno”, rivista che lei
dirige, ma con la quale io collaboro, ha ceduto al ricatto di commercianti privi di
etica professionale e di dignità, rendendomi involontariamente partecipe di un
piano che mira all’imbarbarimento della società”», le dettò, fermandosi a
guardare la città dalla finestra con il sopracciglio increspato e l’aria asciutta,
dolorosamente affranta. «Punto», aggiunse.
La segretaria pigiò il dito sulla tastiera e andò a capo. Poi lo guardò con la coda
dell’occhio.
Hubert sollevò dalla scrivania l’ultimo numero della rivista e fissò una pagina.
«“Polpettine di pollo e altre squisitezze”», lesse lo slogan di una pubblicità,
prima di crollare in un sospiro affranto e di lasciar cadere il giornale esattamente
dove l’aveva preso. A quel punto, osservò la sua segretaria. «È davvero questa la
fine che abbiamo fatto? Pubblicizzare surgelati in offerta?», scuoteva il capo.
Elise scriveva.
«E vogliamo parlare dell’effetto catastrofico ottenuto sui miei lettori, quando
avete inserito la foto di una ragazza poco vestita che mostra un barattolo di
quelle nauseabonde palline di grasso proprio sotto il mio articolo sui disturbi
alimentari?”», si inalberò Hubert, ricordando il motivo per cui si era deciso a
spedire quella email.
Polpettine Puff Puff!
Mai sentite?
Spopolavano da qualche settimana in supermercati e alimentari di Villaduville.
Una nota ditta di prodotti surgelati aveva avuto l’idea geniale. Polpette al sugo in
comodi barattoli, pronte da mangiare. Dovevi solo svitare il barattolo, potevi
affondare direttamente la forchetta nella scatola. C’erano di tutti i gusti. Alla
cipolla. Al curry. Allo zenzero. C’era perfino un’edizione limitata al gusto
“unicorno”. Per Hubert era già un affronto che nessuno dell’ufficio d’Igiene
avesse fatto chiudere la fabbrica. Trovare la loro pubblicità sotto un suo articolo
l’aveva considerata una dichiarazione di guerra. Era già pronto a lanciarsi in
un’arringa spietata contro il direttore del giornale, le industrie alimentari, i
supermercati, le vaschette di plastica e le polpette in generale, quando dal piano
di sopra partì la musica… e non era Chopin!
No, era uno di quei cantanti rap che andavano tanto da qualche anno. Tipo
quindici, forse vent’anni. Hubert non li aveva contati. In ogni caso troppi, per il
suo candido punto di vista.
«Ma cosa diavolo…», imprecò, quando il soffitto si mise a tremare.
Perfino Elise, abituata ai suoi sbalzi d’umore, si tappò le orecchie e fissò il
lampadario con un filo d’apprensione. «Non saprei, dottor Durand».
«Cosa ha detto?»
«Ho detto non… Non saprei», alzò la voce. Non riuscì lo stesso a farsi capire.
Da quel momento comunicare fu quasi impossibile, pretendere di dettare
qualcosa di sensato a mademoiselle Tautou si rivelò un’impresa penosa.
«Riprenda il pc, Elise. Mi dica dov’è arrivata».
«Dottor Durand, può alzare la voce? Non la sento».
La musica era troppo alta.
«Ah, sì. Credo fosse qui. Scriva: “Inserire la pubblicità Polpettine Puff Puff
all’interno del mio articolo…”».
Hubert doveva fermarsi ogni volta. Ricominciare da capo, fare mente locale.
«No. No, aspetti. Questa parte l’abbiamo già detta?», continuava a chiedere il
dottor Durand.
«Parte? Quale parte?», si sforzava di stargli dietro Elise, assordata dai bassi,
disturbata dalla batteria, dagli assoli di una chitarra ubriaca.
«Come sarebbe quale? Cosa ha scritto fino a ora? Mi faccia vedere!».
Alla fine, era comprensibile, Hubert perse la testa.
La raggiunse, teso.
Le chiese di mostrargli il monitor del pc, anche perché non ricordava più
neanche di cosa stessero parlando.
«Che cosa?». La povera segretaria gli passò il portatile, ma anche lei faticava a
sentirlo.
«Io stavo solo cercando…».

I wanted the fame but not the cover of Newsweek

«Quello che…».

For wantin' my cake, and eat it too, and wantin' it both ways

«Quello…».

Ooh! Hit the lottery, ooh-wee!

Finì per arrendersi. Hubert cadde sulla sedia, con la mano tra i capelli.
Alla segretaria fece davvero tenerezza.
«Vuole che le porti un po’ di caffè, dottor Durand?», provò, timida, tirandosi su
gli occhiali.
Era davvero carina mademoiselle Tautou, peccato fosse un po’ introversa, forse
un po’ rigida, ma con quegli occhioni color cioccolato…
«Caffè? Dico, è forse impazzita!», brontolò Hubert, che non si era mai accorto
degli occhi di Elise. «Non le sembro già sufficientemente provato dalla colonna
sonora?».
«Oh, no, certo. Mi scusi», si vergognò tanto Elise. Tornò ai suoi appunti, alle sue
matite, al suo portatile, ma si notava il leggero rossore sul suo viso.
Hubert si sentì terribilmente in colpa. Non avrebbe dovuto reagire così. Ma per
l’appunto, di chi era la colpa? Di Charlotte, sempre la sua. E ormai almeno di
una cosa Hubert era certo: Charlotte Sourel era nettamente peggio di un
violoncellista nottambulo. L’avrebbe tenuto a mente, se gli fosse venuta la
brillante idea di comprare un appartamento nuovo. L’avrebbe detto all’agente
immobiliare: niente Vivaldi, niente Chopin, niente trombe, violini, gran casse e
soprattutto nessuna Charlotte!
«A partire da adesso!», bofonchiò, alzandosi dalla poltrona.
«Ma… Ma dove va? Dottor Durand? Dottor…», mugugnò, stupefatta, Elise,
quando Hubert le passò davanti come un treno.
«A un raduno metal, a quanto pare!», rispose lui e se ne andò sbattendo la porta.
Considerazione? La seguente.
Hubert Durand, almeno per ora, non intendeva comprare un nuovo
appartamento. Quindi, in sostanza, bisognava che andasse bene quello che
aveva.
Decise di sistemarlo, partendo dai disastrosi problemi acustici del suo studio.
Capitolo 3
Colpi bassi in zona franca

Un piano, venticinque gradini, l’accidentale scontro con una pianta bonsai e
Hubert si ritrovò davanti alla porta di Charlotte.
In altre occasioni, una corsetta sulle scale sarebbe bastata a calmarlo, ma si
sentiva ancora quella musica infernale in corridoio. Perciò l’umore di Hubert
non cambiò affatto. Anzi, peggiorò drammaticamente.
«Mademoiselle Sourel?», bussò. «Sono il dottor Durand».
Bussò ancora, ma nessuno se ne accorse, oppure finse saggiamente di non
sentirlo.
Più propenso a credere alla seconda, Hubert strinse le labbra.
Furioso. Ecco come si sentiva in quel momento.
Ignorato! Sì, si sentì anche così e non lo trovò affatto giusto. Chi si era
scapicollato sulle scale? Lui! E di chi era la colpa, se aveva dovuto prescrivere
tre flaconi di sedativo al signor Simon perché, nel pieno di una seduta d’ipnosi,
qualcuno si era messo a cantare “stringimi le chiappe, baby”? Non la sua.
«Charlotte, esigo di parlare con lei!», le ordinò, seccato.
Fu indubbiamente sgarbato, ma la lentezza di Charlotte era infantile. Come era
imperdonabile, da parte sua, fingersi morta solo per non affrontarlo.
Ma glielo avrebbe fatto notare. Ah, se gliel’avrebbe fatto notare!
Si era preparato un bel discorsetto per Charlotte, mentre saliva le scale.
Semplice, conciso, lineare.
“Mademoiselle Sourel, sono estremamente rammaricato”.
Iniziava così.
“Mademoiselle Sourel, sono estremamente rammaricato per il suo
comportamento. Non solo non rispetta il regolamento del condominio, ma
continua a mettermi in difficoltà con i miei pazienti. Esigo un drastico
cambiamento delle sue abitudini, a partire dalla musica troppo alta, per finire al
trambusto che fa di notte, spostando senza ragione i mobili dell’appartamento.
Sono stato tollerante, le ho dato qualche giorno per abituarsi alla mia presenza,
ma è già da una settimana che non chiudo occhio!”.
Le avrebbe detto proprio così, Hubert, sempre se Charlotte fosse andata ad
aprirgli. Perché per ora, poteva discutere solo con lo spioncino della porta.
«So che è in casa. Anzi, dubito che ci sia qualcuno in città che non sappia
dov’è!», bofonchiò.
Poi suonò di nuovo. A dirla tutta, suonò ben otto volte e mezza. Mezza perché, a
metà trillo, la porta finalmente si aprì.
«Uh?».
Comparve Charlotte, con i capelli avvolti in un telo di spugna arancione. Tutta
bagnata, zuppa come un pulcino.
Dietro c’era anche Ottone, che le annusava le ciabattine rosa.
A Ottone l’odore del bagnoschiuma piaceva, anche leccare la schiuma o infilarci
il naso quando Charlotte non guardava. Soprattutto quella al gelsomino. E
Charlotte in quel momento era una nuvoletta piacevolissima di gelsomino e
vaniglia, coperta solo da un sottilissimo asciugamano giallo.
«Oh, ma è lei!». Si stropicciò gli occhi, riconobbe Hubert. «Signor Durand», lo
salutò.
Charlotte era forse la persona più soffice di Villaduville, pensò immediatamente
Hubert.
In realtà penso molte cose, solo che non riuscì a dirne nessuna.
«Sì, insomma, io…».
Vedendola apparire sulla soglia, più simile a un delizioso bon-bon da scartare
che a una demoniaca appassionata di musica rap, il dottor Durand si ritrovò
momentaneamente senza parole.
Fenomeno curioso.
Non gli era mai successo.
«Tutto bene?», gli chiese Charlotte, gocciolando sul pavimento.
Ottone, dal canto suo, strisciò con sentimento la lingua sulle mattonelle.
«Bene? Sì, bene, sì…», farfugliò invece Hubert. E si tirò il nodo della cravatta,
all'improvviso fastidioso, troppo stretto, claustrofobico. Anzi, si pentì di aver
mai messo una cravatta.
«È da molto che aspetta?», si preoccupò Charlotte.
«Molto? No. No, assolutamente», si affrettò a tranquillizzarla, ma poi perché?
Non era certo lei a dover essere tranquillizzata, era Hubert la vittima. Era lui che
non dormiva più, non mangiava più, neanche lavorava più e solo per colpa di
Charlotte.
La guardò malissimo, sperando che bastasse a farla sentire terribilmente in
colpa.
Non ci riuscì.
«Non vorrei non averla sentita. Sa… stavo facendo la doccia», si scusò
Charlotte, stringendosi.
Hubert pensò che fosse tatticamente scorretto da parte sua.
Specie perché, quando Charlotte si stringeva tra le braccia, sembrava ancora più
soffice di quanto avesse in mente Hubert.
Per quanto fosse irritato in quel momento, però, si ricordò di avere un compito.
Era quello il momento di portarlo a termine. Perciò il dottor Durand si schiarì la
voce e cominciò quel discorsetto che aveva provato più e più volte salendo le
scale.
«Mademoiselle Sourel, sono estremamente rammaricato», cominciò.
E così finì.
«Rammaricato? Per così poco? No, via, non dica così», gli sorrise Charlotte.
«Avevo appena finito. Ma cosa fa ancora lì fuori? Prego, entri».
E dal momento che c’era, gli fece cenno di seguirla in salotto.
Hubert era impreparato a un’eventualità del genere. Non era così che aveva
immaginato il loro piccolo diverbio. Era convinto che si sarebbero azzuffati in
corridoio, che si sarebbero scambiati occhiatacce permalose. Alla fine, Charlotte
avrebbe capito di aver sbagliato, si sarebbe scusata e allora lui, magnanimo, le
avrebbe concesso il suo perdono e poi, più sereno, sarebbe tornato nel suo studio
e avrebbe ricominciato a fare quello che faceva sempre.
Lavorare.
Insultare i barattoli di cibo precongelato.
Mangiare tofu.
Invece, quell’incontro stava per trasformarsi in un caffè, quattro chiacchiere, e
poi chissà cos’altro ancora!
Per di più, l’asciugamano di Charlotte era sempre più bagnato. E più
l’asciugamano di Charlotte si bagnava, più Hubert trovava insopportabile la sua
cravatta.
«No, guardi, credo abbia frainteso», cercò di svincolarsi, ripensando a Elise che
lo aspettava nel suo studio.
Così rassicurante, mademoiselle Tautou… Con quelle gonne marroni, i capelli a
modo.
«Ma no, venga. Devo solo mettere qualcosa addosso. Ci metto un attimo. Entri.
Entri su», lo pregò Charlotte e prima che fosse riuscito a sfuggirle, lo prese per
mano e lo trascinò nel suo appartamento.
Perciò Hubert Durand, noto per le sue arringhe contro i perizoma, i suoi
noiosissimi articoli di psicologia e i suoi ombrelli neri, finì suo malgrado nel
piccolo mondo di Charlotte Sourel.
Capitolo 4
Sbirciando solo un po’

Come te l’immagineresti l’appartamento di una prostituta?
La casa di Charlotte era colorata.
C’erano piante sugli scaffali, c’erano trapunte a fiori, tanti cuscini, quadri.
Collezionava bottoni, li metteva in grossi barattoli di vetro e dal terrazzo, se ti
affacciavi, vedevi i tetti della città.
Accanto a un camino, che d’inverno era sempre acceso, Charlotte aveva messo
due poltrone di velluto verde a pois.
Lei non aveva la tv, ma un vecchio giradischi. Non funzionava mai.
E poi c’erano lampade, lampadari, abat-jour e pentole che sbuffavano sul fuoco
tisane al bergamotto, tè verde, menta.
Sai com’era l’appartamento di una prostituta? Come Charlotte.
Accogliente, allegro, profumato.
Anche Charlotte lo era. Profumava tantissimo.
Ma non di quegli odori eccessivi, artificiali.
Secondo Ottone, che aveva un odorato sofisticato, lei sapeva di mirtillo blu e di
primavera.
O di sciarpe di lana.
Secondo Hubert, Charlotte sapeva di buono, ma non l’avrebbe mai ammesso.
E di cannella, ma non le avrebbe detto neanche questo.
Di gelsomino. Di vaniglia e…
Scrollò la testa, stordito. «Forse dovremmo rimandare», propose.
Ma la musica era così alta.
«Cosa ha detto?», si mise a strillare Charlotte, che non riusciva a sentirlo.
«Aspetti, spengo».
Allora corse via, verso la libreria, tenendosi l’asciugamano con un braccio.
«Oh, non ci arrivo. Accidenti…».
Salì sulle punte, a piedi scalzi. «Ah, no. Ecco, ho fatto». Finché non spense lo
stereo.
Smisero di colpo i rumori. Gli “Yo, yo, fratello!”. Quei fastidiosi “Ehi, bella” che
facevano sussultare mademoiselle Tautou mentre prendeva appunti.
Tornò invece al numero tre di rue de Bouganville un silenzio fatto i clacson in
sottofondo, di passi ovattati in corridoio.
Hubert decise che quella poteva essere l’occasione giusta per spiegare a
Charlotte il motivo della sua visita.
E poi scappare. Fuggire via. Il più lontano possibile.
«Signorina Sourel».
«Mi chiami pure Charlotte», propose lei. «O Scisci, se preferisce».
Tornò da lui, massaggiandosi le braccia.
«Sono sicuro di non preferirlo», le garantì Hubert, che aveva sempre detestato i
nomignoli.
«Non le piace?», domandò lei, colpita.
«Non ho detto che non mi piace», chiarì, perché era di quelli che ci tengono alla
precisione. Non aveva niente contro i soprannomi, ma li trovava poco
professionali. «Dico solo che…».
«Allora Scisci andrà bene. E io la chiamerò Hubì. Le piace Hubì?»
«No, non mi piace assolutamente», iniziò a innervosirsi.
Questa era davvero assurda! Hubì? Che razza di soprannome era Hubì?
Ci si vedeva, Hubert, durante uno dei suoi congressi di psicologia.
Buonasera Hubì, come sta Hubì…
Non era dignitoso, no.
«Hubert andrà benissimo. E se proprio non riesce, può sempre chiamarmi dottor
Durand», chiarì.
«Hubert è troppo pomposo», rifletteva Charlotte. «Perché non Bert? Oppure
Bebe?».
«Perché è… è stupido», perse la testa Hubert, che cercava ancora di capire come
diavolo ci fossero finiti a parlare del suo nome. «Se proprio non riesce a
chiamarmi non lo faccia affatto! Prometto di ricambiare», al culmine
dell’irritazione, spalancò le braccia.
Charlotte sgranò gli occhi.
«Oh…».
Hubert immaginò di aver esagerato di nuovo. Sì, doveva averlo fatto ancora.
Erano giorni, in effetti, che perdeva la testa facilmente. Bastava un nonnulla e
cominciava a sbraitare come un vecchio gufo brontolone.
Pensò di scusarsi. «Guardi…».
Voleva litigare con mademoiselle Charlotte, questo era fuori dubbio. Voleva
riprenderla, voleva di sicuro sgridarla, una piccolissima parte di lui voleva anche
fare altro. Ad esempio tirarle il naso e lasciarsi andare a tutta una serie di
comportamenti stupidi come romperle quel maledetto stereo. Oppure, non so…
Pungolarle una spalla. Sì, voleva pungolarla. Pungolarla tantissimo.
Ma non voleva spaventarla.
«Mademoiselle Sourel, mi creda…», mortificato, cercò di farsi perdonare.
Lei scoppiò a ridere.
«Ohoh». Ridacchiava. «D’accordo. Niente Hubì. Non le piace. E nemmeno
Bebe, va bene, ma non sia così suscettibile». Per farsi perdonare, si avvicinò e
gli lasciò un bacino sulla guancia.
Hubert pensò molto.
E arrivò alla seguente conclusione: Charlotte era una strega.
Una perfida, spietata canaglia travestita da pasticcino alle fragole.
Strinse gli occhi e la fissò con disapprovazione.
«Non sono suscettibile!».
«Sa che facciamo? La chiamerò solo Hubert. Anzi, no. La chiamerò tesoro. No,
meglio! Tesoro caro», gli promise Charlotte, riuscendo a chiudergli la bocca con
un sorriso che avrebbe sciolto un iceberg. Anche il microscopico cuore del dottor
Hubert ebbe un leggero sussulto. Tanto che si ritrovò in uno strano stato
emotivo. Sospeso a metà tra la voglia di mettersi a urlare e quella di mangiare un
biscotto.
Tra quelle strane considerazioni, strane per Hubert, almeno, che era abituato a
mantenere un rigido controllo anche nelle situazioni più disperate, si intrufolò la
voce di Charlotte.
«Ha visto che freddo stamattina?».
«Se si vestisse di più, sono certo che non lo noterebbe», bofonchiò lui, fissando
l’asciugamano come un generale in prima linea davanti al nemico.
«Non crederà che resti in accappatoio tutto il giorno!», si stupì Charlotte.
Gli indicò il telo con uno sguardo innocente. A Hubert aumentò la sua
recentissima allergia alle cravatte. Fu un effetto immediato. Iniziò a grattarsi il
collo con fastidio.
«Non vorrebbe sapere cosa credo», le assicurò, cercando di scostare inutilmente
il colletto della camicia.
«Pensi, sono uscita solo per qualche minuto. Una pioggia, signor Durand! Ero
tutta bagnata…».
Crudele.
Ecco come il dottor Durand qualificò Charlotte.
«Non lo trova strano? C’era il sole stamattina. Se ne è accorto?», insisteva
Charlotte, strofinandosi il naso.
«Accorto di cosa?», litigò Hubert, che non sapeva più se voleva liberarsi solo
della cravatta o della camicia o magari i tutti i vestiti e…
Il corso dei suoi pensieri prese strane pieghe. Per ritrovare la sua naturale
compostezza, immaginò sua zia Theresa. Carissima donna, un singolare porro
sul naso e la parrucca.
Zia Theresa salvò la cravatta di Hubert dal cestino dei rifiuti, quella mattina.
Strano perché i soufflé li bruciava tutti.
«Il sole. Dalla finestra», cercò di spiegargli Charlotte. «Ma venga qui. Qui vicino
a me». Gli prese una mano, lo tirò dolcemente verso la finestra.
«Guardi», gli indicò un po’ più giù il suo appartamento. Quello da cui, ogni
tanto, Charlotte lo osservava lavorare ai suoi articoli. «A volte mi affaccio e la
vedo, sa? Di mattina, quando prende il suo caffè, mentre osserva la città. È
sempre così solo, tesoro caro?».
Hubert, davanti a quella finestra, con le braccia di Charlotte che gli cingevano i
fianchi, dimenticò per un attimo le polpette al sugo, il giornale, dimenticò anche
la musica rap. E si domandò, così, per caso, cosa sarebbe successo se anche lui,
ignorando per un attimo cosa fosse giusto, cosa fosse sbagliato, avesse poggiato
una mano sulla schiena di Charlotte.
E magari si fosse chinato un po’, solo un po’.
E le avesse posato la bocca sul naso. Premendo un po’, ma solo un po’.
E poi magari, avesse seguito una goccia d’acqua sulla pelle, per ritrovarsi a
scivolare con le labbra sulla sua bocca.
Schiudendola un po’, ma davvero solo un po’…
Guardò Charlotte.
Aveva forse gli occhi più belli che avesse mai visto.
Azzurri, ma non l’azzurro annacquato di un cielo piovoso. Quello era l’oceano.
«Io non sono affatto solo!». Si fece immediatamente da parte, Hubert, con una
faccia che non lo avresti riconosciuto. «Sono un adulto indipendente, con una
vita soddisfacente e una carriera avviata e una reputazione più che dignitosa!».
Strattonò la camicia, strattonò la cravatta. Completamente fuori di sé, avresti
pensato. E prese senza una ragione precisa a camminare in su e in giù, con
Ottone che, per spirito di compagnia, gli correva dietro, immaginando che
sarebbe stato poco educato lasciarlo da solo a girare in tondo sul tappeto.
«Perché se la prende così, adesso?», gli domandò lei, sorpresa. Non si aspettava
una reazione talmente accalorata, specie da un uomo tutto d’un pezzo come
Hubert Durand. Perché lui era sempre così… così preciso, puntuale, così
educato.
Immaginò di averlo offeso.
«Non volevo dire che… Oh, tesoro caro», sospirò.
Non fu intenzionale, ma peggiorò le cose. Per Hubert quello sguardo
condiscendente, con un pizzico di dolcezza, fu come un affondo al petto. Giù
nell’orgoglio.
«E non mi chiami tesoro caro», le proibì, alterato. «E nemmeno con uno di quei
ridicoli vezzeggiativi che usa per il suo… cane». “Cane”, Hubert lo disse come
se fosse il peggiore degli insulti.
Ottone, risentito, si ritirò nella sua cuccia con il naso infilato sotto il cuscino.
Non riuscì a impietosirlo.
«Io da oggi per lei sarò solo il dottor Durand, e lei per me sarà solo
mademoiselle Sourel», chiarì Hubert. Charlotte fu costretta ad arrendersi.
«Se preferisce..». Sollevò le spalle, rassegnata.
«Sì, preferisco. E poi non sono qui per fare conversazione, né per perdere tempo
davanti a un caff軸 si inalberò Hubert, ancora deciso a farle quel discorsetto che
si era preparato.
«Ah no?», gli domandò Charlotte, impensierita.
«No!», precisò lui, puntandole un dito contro. «Sono qui per altre ragioni e
dovrebbe immaginarle! Mi sono trasferito qui da una settimana, lo sa?».
«Oh, sì», annuì Charlotte. «Me l’ha detto Martin. Martin è il portiere, l’ha
conosciuto già?».
Hubert alzò gli occhi al cielo.
Se c’era una persona che gli dava l’orticaria più di Charlotte quello era Martin!
«Sì, ho avuto questa incommensurabile fortuna», ironizzò.
«Vero, che brav’uomo…», sussurrò Charlotte, andando a rannicchiarsi sulla
poltrona con una ciocca di capelli sfuggiva all’asciugamano, solleticandole la
guancia.
Si accoccolò, abbandonando una gamba sul tappeto.
L’asciugamano le scivolò sulla pelle come una carezza. E la stoffa mostrò più di
quanto fosse concesso in un pallido martedì pomeriggio di inizio inverno.
Solo un accenno.
Ora, di cose ne succedono tante ogni giorno.
Per esempio, al quarto piano, il signor André Toulouse finì il suo primo Sudoku
imbrogliando selvaggiamente.
Al primo, invece, Marlene decise che lo shampoo “ricci perfetti” della “Ines &
Marie” non valeva gli otto franchi spesi per comprarlo. Perciò cestinò sia Ines
che Marie nell’indifferenziato, ripromettendosi di non rivolgere più a nessuna
delle due la parola.
Invece al terzo piano, così per caso, Hubert Durand si ritrovò senza rendersene
neanche conto con lo sguardo sul seno di Charlotte e immaginò di fare cose
davvero orribili, cose che mai aveva pensato di poter fare con un asciugamano.
Se solo avesse potuto…
Probabilmente lo avrebbe strappato, lo avrebbe annodato… Orribile mostro!
Di sicuro lo avrebbe buttato via, ma prima l’avrebbe ridotto in piccolissimi
pezzettini irricomponibili, giurando a se stesso e alla Francia che mai, mai un
asciugamano avrebbe più toccato il suolo nazionale.
Gli girò la testa, quando si rese conto delle assurdità che gli erano venute in
mente.
Si sfregò la fronte.
«Hubert?», mormorò Charlotte, preoccupata.
«Eh?».
Doveva essere impazzito. Non c’era altra spiegazione.
Perché lui non era così.
Lui era un uomo tranquillo, pacato.
E con le cose faceva solo quello che era più appropriato.
Con le tazze prendeva il tè, con le forchette mangiava, con le penne scriveva
interminabili articoli contro i surgelati.
E invece in quel momento, almeno nella sua fantasia, dove nessuno poteva
vederlo, Hubert scopriva di possedere, a trentasei anni suonati, l’animo di un
uomo senza scrupoli. Uno di quei delinquenti che ogni tanto comparivano sulle
pagine di cronaca nera. Ergastolani trovati con in mano i corpi senza vita di
giovani donne indifese.
Sguardi da brutti ceffi. Cicatrici.
La fantasia fa brutti scherzi.
Fissò il vuoto e vide i titoli del giornale, il giorno dopo. C’era la sua foto in
prima pagina. Lui, come quegli individui, scoperto a brutalizzare una donna, per
giunta malata. D’accordo, forse l’insonnia non è un male incurabile. Ma lui era
un dottore, uno psicologo. La gente la curava, non… Be’, non…
«No, indubbiamente non…», mormorò.
Si guardò intorno. Come c’era finito nel salotto di Charlotte?
Non lo ricordava. C’era come un vuoto tra i suoi ricordi.
Eccoli, i segni della pazzia!
Dio… In cosa si stava trasformando?
L’assenza di sonno può davvero indurre un uomo a introdursi nell’appartamento
di una fanciulla indifesa e approfittare del suo telo da bagno per placare le sue
sordide fantasie?
Guardò Charlotte, sperando di essersi sbagliato.
«Allora? Come mai è passato, dottor Durand?». Charlotte si mordicchiò il
labbro.
Riflesso immediato.
Hubert si ritrovò senza fiato.
Tornarono le immagini. Quelle in cui la prendeva tra le braccia e…
Pensò di chiamare la polizia e di denunciarsi seduta stante. Ma con quali accuse?
Per ora non era certo dei dettagli. Ma di sicuro aveva commesso uno o due reati,
dei più gravi.
«Devo andare».
Si avviò.
«Quello è il bagno!»¸lo avvisò Charlotte.
Stordito, decisamente irritato, Hubert si rese conto di aver sbagliato strada e
tornò indietro.
Raggiunse l’ingresso.
La guardò malissimo.
«Umpf …».
Poi spalancò la porta. «Addio». E la salutò, già deciso a non rimettere mai più
piede in quell’appartamento.
«Ma non mi ha neanche detto il motivo per cui è passato», notò Charlotte sulla
poltrona.
Se ne ricordò anche Hubert.
«Ah, già!».
E si ricordò perfino di detestarla. Così la guardò ancora peggio. Con sdegno! Sì,
esatto. Proprio con sdegno.
«Ha cambiato idea? Resta?», pensò ingenuamente Charlotte, notando che il
dottor Durand era tornato nel salotto. «Metto su il tè?», propose.
«No, penso proprio di no», tuonò Hubert.
«Non le piace?».
«Mi piace molto il tè!», precisò.
«Ho anche il caffè».
«A quest’ora il caffè?»
«Non dorme bene?», si informò Charlotte.
«Dormo benissimo!», la aggredì lui, piccato. «Se me lo consentono», aggiunse,
certo di averla ferita profondamente. A quel punto decise: «E adesso torniamo al
motivo della mia visita».
«Bene», annuì lei, che non aspettava altro. Unì le mani sulle gambe.
Aveva una serie di piccole manie, Charlotte. Hubert le notò involontariamente.
Tutte quante.
Modi di tirarsi indietro i capelli, di sbattere le ciglia. Di schiudere la bocca.
Di toccarsi il seno, solo sfiorarlo, per caso, indugiando più del dovuto.
«Mademoiselle Sorel…», recuperò il filo del discorso a stento.
Com’è che era quel discorsetto che voleva farle?
«Charlotte, non creda che non capisca le sue esigenze. Lei è indubbiamente una
persona solare, piacevole…».
No, forse non era così che doveva dire.
Riprovò.
«Quello che cercavo di dire è che riesco a comprendere il motivo per cui senta il
bisogno di ascoltare musica a tutto volume o robe del genere, tuttavia…».
«Parla dei Cani Marci? Il cd? Oddio, non ci credo!». Charlotte applaudì,
improvvisamente in estasi. «Li conosceva? Io no. Me li ha consigliati Berenice,
ha un negozio di cd all’angolo. Non riesco a smettere di ascoltarli».
«Sì, ce ne siamo accorti tutti», sottolineò Hubert.
«Oh, e l’ha sentita quella canzone. “Tu mi strapazzi”?», gli domandò Charlotte,
agitando una mano.
«L’ho sentita molte volte, in realtà», ribatté Hubert, con il suo sarcasmo
sferzante. «Pensi che prima non la sentivo mai, e torniamo al motivo della mia
visita».
Era quello il momento. Ora o mai più. Dirglielo, dirglielo a chiare lettere:
BASTA MUSICA, BASTA RUMORI MOLESTI.
«Signorina Sourel!», cominciò. Era di sicuro il miglior inizio che potesse
riuscirgli.
Pratico, conciso, intimidatorio.
Charlotte spalancò gli occhi.
Per un attimo Hubert fu molto fiero di sé. Ma durò davvero poco.
«Oddio, oddio ma è tardissimo!», si ricordò lei. Così. D’improvviso. Guardò
l’orologio. Segnava le quattro e tre quarti. «Dottor Durand, mi spiace, ma devo
proprio scappare. Ho appuntamento dall’estetista alle sei. Sono già le cinque e
mezza, non ce la farò mai».
Si mise a correre tutta agitata, ricordandosi solo in ultimo che c’era ancora lui
davanti alla porta. Tornò indietro, Charlotte. «Le spiace se rimandiamo?».
«Ah… No, io… No, credo di no».
«Oh, meraviglioso. Allora buona giornata, tesoro caro».
E fu così che Hubert fu messo alla porta con un bacino sulla bocca.
Poi la porta si chiuse.
Un tonfo.
Charlotte lo lasciò da solo a fissare un vecchio amico. Lo spioncino.
Be’…
Non era andata così male, tutto sommato.
Scese le scale con uno strano senso di quiete.
Aprì la porta del suo appartamento, passò davanti a Elise Tautou senza neanche
vederla.
Assente, si ritrovò a fissare la città dalla finestra.
Elise, la segretaria, non resistette. «Dottor Durand, io davvero non vorrei,
ma…». Si avvicinò, in punta di piedi. «Allora? Gliel’ha detto?», gli bisbigliò.
Hubert, risoluto, si girò e rispose: «Ovvio che gliel’ho detto».
«Quindi è tutto a posto?», insistette Elise.
«Naturale che è tutto a posto!», commentò Hubert. E per dimostrarle di essere
perfettamente in grado di tenere testa a una ragazzina, prese il portatile e glielo
passò. «Riprendiamo da dove abbiamo interrotto, vedrà che questa volta nessuno
ci interromperà. Dunque», riprese a dettare. «Al signor…».
Si sentì un boato. Un rumore infernale.
Nulla a cui Dio né il resto della città fosse pronta.
Gli strilli di una scimmia, qualcosa del genere.
Entrambi spalancarono gli occhi. C’era da temere che quella fosse l’Apocalisse.
«Ma cosa è stato?», mormorò Elise.
Intanto il frastuono cresceva, aumentando a dismisura.
Hubert si affacciò dalla finestra, chiedendosi se fossero gli unici o magari era il
palazzo che era stato preso d’assalto da una banda di terroristi.
Quando mise il naso fuori, si accorse di Charlotte, affacciata anche lei. Si
sbracciava, per farsi notare.
«Yu-hu… Dottor Durand, ha sentito? Ho messo il pezzo che mi piace di più.
Bello, vero? I Cani Marci. Li ha riconosciuti? Alzo ancora un po’, così li sente
meglio».
Spuff.
Charlotte richiuse la finestra lasciandolo da solo a contemplare la città che, a
differenza di loro due, ignorava chi fossero i Cani Marci.
Rientrò in casa, Hubert. Guardò Elise.
«Credo che per oggi possa bastare».
Lei prese il cappotto e annuì, costretta a convenire. «A domani, dottor Durand».
Ma sì, a domani.

Biglietto incollato sulla bacheca condominiale:

Richiedo con urgenza assemblea condominiale. Argomento all’ordine del
giorno: rumori molesti a tarda sera.

H. Durand.

Poco più sotto, attaccato con lo scotch, un volantino pubblicitario:

Ear Plus – venticinque comodi tappi per le orecchie. Offerta promozionale. Tre
franchi. Farmacia Le Salon.
Capitolo 5
Indiscrezioni da pianerottolo

«E quindi vuole farmi causa».
André Toulouse era l’amministratore del condominio da ormai dieci anni.
Baffetti, pochi capelli, altezza tipica dei Toulouse. Tutti sotto il metro e
cinquantasei.
André era anche noioso come un calzino blu, se può interessare.
Difficilmente qualcuno andava a disturbarlo, se non per chiedergli come
procedessero i lavori in cantina o se qualche volta l’ascensore si bloccava.
Quella mattina, invece, fu placcato davanti alle scale dal dottor Durand. E
malgrado fosse ancora più noioso del solito, non riuscì a liberarsene.
«Esatto. È quello che le ho detto, è quello che intendo fare. La cito in giudizio!»,
protestava Hubert.
Fino a quel giorno, André non aveva mai parlato personalmente con il dottor
Durand, ma aveva sentito spifferare in giro che avesse un pessimo carattere. Ora
ne aveva anche le prove.
«E per quale ragione, posso saperlo, ha deciso di trascinarmi in tribunale?», gli
chiese.
André aveva le buste della spesa in mano. Poca pazienza.
Durand, invece, sembrava non avere niente di meglio da fare che indispettirlo.
«Signor Toulouse, lei non è in grado di far rispettare il regolamento del
condominio, dunque è inadatto al suo incarico. Ho due pazienti con un
esaurimento nervoso».
«Riesco a capirli».
«Tre sono sotto sedativi».
«Lo farei anch’io, se dovessi incontrarla due volte a settimana».
«Tra poco arriverà la signora Lison», gli spiegò Hubert, sforzandosi di ignorare
la sua fastidiosa ironia. «Ha tredici personalità. Io, per quanto mi sforzi, non
riesco a fissare i nomi. Quindi, mi attende un pomeriggio a dir poco delirante».
«E mi fa causa per questo? Vuole un consiglio, dottor Durand? Si compri
un’agenda, oppure le chiami tutte e tredici “Mia cara”! Rimedio spiccio, poco
ortodosso, ma ha tenuto in vita generazioni di marinai. E ora si faccia da parte».
André cercò di passargli davanti.
Hubert lo trattenne per un braccio.
«Ho già un’agenda, quello che mi manca è la serenità necessaria per utilizzarla.
Ho perso metà degli appuntamenti di questa settimana, non ricordo neanche più
dove ho messo la macchinetta del caffè».
«Ah, ma allora… se è per questo!». Tenendo il suo pacco con una mano, André
Toulouse frugò nella tasca del pantalone. Gli passò un biglietto.
«Cos’è?», si domandò Hubert.
«Un ottimo ristorante, fanno un caffè che…». L’amministratore si baciò le dita.
«E adesso, se permette, andrei».
Si avviò su per le scale, sperando il peggio per Hubert.
Gli augurò in ordine di:
Scivolare su una buccia di banana.
Dover fare la pipì mentre teneva un discorso in tv.
Diventare l’amministratore di condominio di un palazzo abitato da tantissimi
Hubert Durand.
Ma non successe né la prima né la seconda e l’unico ad avere il grande privilegio
di ospitare un Durand continuò a essere solo André Toulouse.
Se non è ingiusta la vita, certe volte…
«Ah, l’ho sempre detto ai miei. Veterinaria, era quello il mio destino. Senza
considerare che gli animali sono così silenziosi. Specie le lumache», brontolò il
povero André, rendendosi conto che il dottor Durand non aveva nessuna
intenzione di lasciarlo andare. Per di più, quella mattina André Toulouse aveva
un terribile mal di testa. E dal momento che Ernestine, la domestica, era in
malattia, doveva fare la lavatrice. Già, ma come? Il rubinetto gli perdeva da
martedì, metà bagno era allagato. Forse sarebbe riuscito a convincere Terence,
l’idraulico, a passare.
O forse no?
Certo, non ci sarebbe riuscito se fosse rimasto a litigare con il dottor Durand.
Affrettò il passo.
«Non penserà davvero di potersi liberare di me?», lo rincorse Hubert, con un
impermeabile beige, l’ombrello più nero del solito e un paio di scarpe nuove che
scricchiolavano fastidiosamente.
«Chi, io? Oh, no. Assolutamente no, dottor Durand», lo rassicurò André,
bloccandosi a metà della rampa per guardarlo con quei sopraccigli un po’
arruffati. «Non nutro la minima speranza di liberarmi di lei, ma lasci almeno che
provi. Mi permetta di condurre inutilmente le mie battaglie personali». Scosse il
capo, desolato da una vita troppo stressante, e si avviò verso casa.
«Arrivederci, dottor Durand», si congedò.
André abitava al quarto piano, ma saliva sempre a piedi per tenersi in forma.
Hubert fu più veloce - alto un metro e ottantasei - gli sbarrò la strada. «No».
Braccia spalancate, l’ombrello che gli penzolava da un gomito. «Non la lascio
andare fino a quando non abbiamo risolto il mio problema!».
Allora André, che aveva una resistenza non indifferente, decise di cambiare
tattica. «Se permette, risolvo prima il mio». Deviò all’ultimo minuto e si rintanò
in ascensore. «E cioè lei. Ancora buona giornata, monsieur Durand!», lo salutò,
naso in su e baffetti arricciati. Dopodichè, il signor Toulouse cercò di chiudersi
nella cabina. Inutilmente, vorrei aggiungere, perché anche Hubert era difficile da
scoraggiare.
Gli rubò la maniglia e tenne aperte le porte con una mano.
«Io pretendo solo di riuscire a dormire nella mia camera da letto, lei ritiene le
mie aspettative di vita così sconvenienti? Sono seguito dallo studio legale
Arnold Dupont. Il nome le dice qualcosa, signor Toulouse?».
Hubert passò alle minacce, che andarono a segno perché non c’era nessuno a
Villaduville che non conoscesse il terrificante studio legale dell’avvocato Arnold
Dupont. Un uomo senza scrupoli, un viscido serpente capace di qualsiasi follia
pur di vincere una causa. Nonché un appassionato di giacche viola e sciarpine di
seta che André trovava semplicemente ripugnanti.
«Dottor Durand…».
Malgrado le sciarpe di dubbio gusto, però, Arnold Dupont era davvero
pericoloso come si diceva. Così, il povero André si vide costretto ad affrontare
Hubert.
«Lei non capisce», lo supplicò, stanco. «Ho un mal di testa terrificante.
TERRIFICANTE!».
Sperò nella sua compassione. E forse sarebbe riuscito a convincerlo, se non fosse
arrivata la signora Gertrude Velasquez in quel momento.
Scendeva le scale, probabilmente stava uscendo per fare la spesa.
Aveva messo un cappellino bluette.
«Uhm…»
Li guardò male. Tutti e due!
«È già mezz’ora che aspetto, André! Far fare le scale a una povera anziana…»,
lo rimproverò, affaticata. «Che razza di scellerato!».
«Aspetta? Aspetta cos… oh».
Solo in quel momento André Toulouse si rese conto di essere rimasto sulla soglia
dell’ascensore con le porte aperte, impedendo a tutti gli altri condomini di
usarlo.
Naturalmente, fu costretto a farla passare. «Le chiedo immensamente scusa,
signora Velasquez».
L’aiutò perfino a salire.
«Mi sembra il minimo».
E lei, con la sua borsetta in mano, la parrucca un po’scesa e quel terribile
cappellino bluette, gli rubò l’ascensore e chiuse la porta con un tonfo, sparendo
sotto al pavimento con i suoi vispi occhietti neri puntati sull’amministratore.
Passò qualche istante, il tempo di riprendersi mentalmente da una pessima
giornata.
«Venga. Venga qui, Durand». Alla fine André prese il braccio di Hubert e se lo
tirò in disparte, in un angolino del pianerottolo dove non poteva sentirli nessuno.
«Ora, mi può spiegare cosa vuole da me?», gli domandò, avvilito.
Hubert non aspettava altro. «Musica da mezzanotte alle quattro del mattino,
signor Toulouse».
«Ssh, abbassi la voce!», strillò André, premendosi il dito sui baffi.
«E non è solo questo. I mobili, li sposta di continuo. E poi le piante». Ma ormai
Hubert era partito, treno in corsa. «Vogliamo parlare delle piante?», sbraitò.
«Le piante…».
«Secondo lei le annaffia? No. Posso garantirle di no!».
«Cosa c’entrano adesso le piante? Ma quali piante?», perse la calma André, che
proprio non capiva cosa aveva da lamentarsi Hubert.
«Appunto! Quali piante? Quali?», si sbracciò Hubert. «Perché chiamarle piante,
mi creda, è un atto di pietà verso quelle povere creature in fin di vita. Sterpaglia,
ecco cos’è! Abbandonata sul balcone. Saranno almeno dieci, forse quindici vasi
di erbaccia ammuffita. Perdono di continuo strani animali e foglie morte sulla
mia finestra. Capisce adesso? Non che sia un problema, tanto non posso aprirla
la finestra, perché renderei ancora più invivibile un appartamento che già senza
aiuti è l’anticamera dell’inferno».
«Io, monsieur Durand, sfo tacendo davvero un incommensurabile sforzo per
seguirla, mi vede? Non le sembro disponibile al dialogo?», puntualizzò
l’amministratore, distrutto. «Eppure continuo a non capire», ammise, alla fine.
Hubert fu costretto a spiegarsi. «Sto parlando di mademoiselle Sourel».
E successe un fatto davvero singolare. Quel piccolo ometto che era André,
spalancò gli occhi.
«Cosa c’entra adesso Charlotte?». Glielo chiese con la voce ridotta a un
sottilissimo e inafferrabile sussurro, come se d’improvviso temesse anche le
formiche.
«È lei a fare tutto quel baccano! Charlotte Sourel», gridò invece Hubert, che le
formiche le aveva sempre affrontate con coraggio.
«Ah…». André sembrò capire di colpo. Si guardò intorno. «Ehm…».
Strano affare.
A Hubert sembrò stranamente… teso. Specie per il via vai di gente che passava
da un piano all’altro.
Il palazzo a quell’ora era frequentatissimo. Salirono due donne, forse in visita ai
signori Picard.
«Bonjour…».
Passò anche una mamma con un bambino piccolo.
«Oh… Buondì, Toulouse», gli mormorò.
«Buongiorno, madame Rupert».
André Toulouse le rivolse un sorrisetto nervoso, scherzò con il marmocchio.
«Che bel frugoletto».
Ma per quanto si sforzasse di apparire rilassato, non riuscì a convincere Hubert.
Forse perché tamburellava distrattamente con le dita, oppure perché saltellava da
un piede all’altro.
Cambiamento curioso, per un uomo statico come André Toulouse.
«Be’?», lo sollecitò Hubert, che si aspettava non dico una soluzione, ma almeno
un commento!
«Le parli. Charlotte è una donna ragionevole, capirà», gli propose André, con le
labbra belle strette e una goccia di sudore sulla fronte.
«Ho già provato a parlarle», lo avvertì Hubert.
«Lo rifaccia. Provi ad essere più convincente. A volte basta talmente poco per
trovare un accordo», insisteva André. E annuiva, come se fosse talmente
semplice. Come se quella fosse la soluzione al problema. Accordarsi.
Ma che razza di risposta era?, pensò Hubert. E poi, in che modo avrebbe dovuto
convincerla? Minacciandola con lo spolverino?
Ah…. Ah, no. Ecco cosa intendeva Toulouse. Pagarla! Alla fine Hubert riuscì a
leggere tra le righe. Per André bastava aprire il portafogli. Due, trecento franchi
passati sotto la porta ed ecco che mademoiselle Sourel avrebbe smesso di
ascoltare il rap.
Eh, no! Così proprio non andava!
«Io non intendo accordarmi, ho dalla mia il regolamento. Se solo lei lo facesse
rispettare…», insinuò Hubert.
«Io?». L’amministratore si mise a scuotere la testa. La dondolava penosamente.
«Ho una moglie, dottor Durand. Ho smesso di credere da tempo di poter dare
ordini a qualcuno».
«In qualità di amministratore, però…», spingeva Hubert. Ma per quanto
sembrassero ragionevoli le sue pretese, c’era la realtà con cui doversi
confrontare. E André era un uomo navigato, che dalla vita aveva imparato a
prendere quello che poteva, sopportando con pazienza gli spigoli.
«Dottor Durand, io non so come aiutarla, mi creda. Cosa vuole che faccia? Che
mandi la polizia a sfondare la porta della signorina Charlotte? E poi per cosa?
Per aver ascoltato un po’ di musica di sera?»
«Io…», borbottò Hubert, rendendosi conto di non avere una risposta pronta.
Si mise a riflettere. Un esercito armato gli avrebbe restituito la serenità che
aveva perso? Non sarebbe stato un inutile eccesso? Se lo domandò molte, molte
volte.
«Io… Si!». Finché decise che quella, in effetti, poteva essere l’unica soluzione.
«Sì, io credo che possa farlo», ribadì Hubert, sempre più convinto. «Sarebbe anzi
consigliabile. L’intervento delle forze dell’ordine riporterebbe nel palazzo un po’
di disciplina, quando è evidente che non c’è rispetto per le regole e nemmeno per
gli altri. Quindi perché no? La polizia, già… ottima idea. Va avvisata,
immediatamente».
«E perché non lo fa lei? Non sa comporre il numero, per caso?», gli rinfacciò
André, che non aveva alcuna voglia di denunciare un inquilino, specie Charlotte.
E chissà? Forse credeva che il dottor Durand, obbligato a cavarsela da solo, alla
fine avrebbe lasciato perdere.
Be’, si sbagliava.
«Vuole che chiami io? Ah! Va bene, lo farò!», gli rispose Hubert, tronfio. «Anzi,
lo faccio immediatamente!».
Se André Toulouse prima era bianco, in quel momento scomparve del tutto.
Una pozza di sudore e panico.
Hubert, dal canto suo, era tranquillissimo. Si avviò verso casa.
«No, no aspetti. Dove va? DOVE VA?», lo inseguì André, rischiando di perdersi
la spesa sui gradini.
Un’arancia rotolò sulle scale.
Poco dietro, correva affannato l’amministratore.
«Dottor Durand, vuole fermarsi a ragionare?», supplicava.
Ma Hubert procedeva spedito verso il suo appartamento con l’espressione
furente. «E perché? Mi ha chiesto di occuparmi da solo della questione. Non è
quello che sto facendo? Vado a chiamare la polizia!».
«Ma no, no…», piagnucolava André. «Cosa fa? Mi aspetti!», cercò di
dissuaderlo, perché c’erano di sicuro molte ragioni per desiderare che la polizia
bussasse al numero tre di rue de Bouganville, ma una sola per desiderare che non
entrassero mai: Charlotte Sourel.
«Dottor Durand…», lo pregò, tirandogli la giacca. «Si fermi, insomma!», fino a
quando perse la calma. Alla fine gridò.
«Si può sapere adesso cos’ha da urlare?», protestò Hubert.
Si girò, aggrottò la fronte e lo guardò con sospetto.
André riprese magicamente a respirare. Non lo aveva convinto, ma almeno era
riuscito bloccarlo.
«Ora si calmi, eh? Torniamo calmi, va bene?». Ansimava, André, piegato in due
con una mano sul ginocchio.
«Sono calmissimo», fece presente Hubert, impalato sul pianerottolo.
L’amministratore, invece, non lo era affatto.
«Ok. Bene. Sì. Mi fa molto piacere», annuiva convulsamente, ma dentro era un
groviglio di ansia e senso di morte.
Già immaginava i giornali: rue de Bouganville e le case del piacere.
Che figura! Che figura avrebbero fatto! Chi l’avrebbe avuto il coraggio di uscire
di casa? Non lui. Non con due figli, il terzo in arrivo!
«Allora? Cosa vuole?», lo spronò Hubert.
«Io… Io non credo che sia il caso di chiamare la polizia», riuscì a farfugliare
André, prima di ogni altra considerazione, ma questo Hubert l’aveva già capito.
«E quale alternativa propone?»
«Mah, io…».
«Sappia che se intende cacciarla ha il mio pieno appoggio!».
«No, io non credo proprio che caccerò la signora signorina Sourel», affermò
André.
Almeno di questo era certo. Non era ancora pronto a un condominio senza
Charlotte.
«E perché?», gli domandò Hubert, risentito.
«Perché trovo la signoria Sourel davvero simpatica», ammise André. «In ogni
caso, le sconsiglio vivamente di chiamare la polizia. Si solleverebbe un inutile
polverone. Non lo dico per me, eh?», minimizzò. «Ma per lei. Che figura
farebbe? Con la sua professione…», insinuò André, vecchio volpone. «Pensi alle
chiacchiere in giro». Si mise a imitare voci immaginarie, con gli occhi
spalancati. «Oh, cosa combina mai il signor Durand? È un attaccabrighe?
Guarda… Guarda! La polizia nel suo studio!», fece persino una vocina da donna
allarmata. Poi smise di fingersi una pettegola che spiffera notizie in giro e tornò
serio. Prese il braccio di Hubert, lo guardò come un padre. «Non farebbe bene al
suo lavoro, mi creda», e lo costrinse a riflettere. «Ha una reputazione da
proteggere, Durand».
Certo di averlo convinto, a quel punto André si spazzolò la giacca e lasciandosi
alle spalle un Hubert perplesso, se ne salì piano piano su per le scale,
recuperando arance e mandarini qua e là.
Passò qualche istante. André attraversò il pianerottolo, chiamò l’ascensore.
«E quindi significa che dovrò tenermela?», gli domandò Hubert, affacciandosi
dalla ringhiera.
«Può provarci. Altrimenti quel bistrot di cui le parlavo ha delle comode camere
per la notte. Faccia un tentativo», gli suggerì l’amministratore, facendo capolino
dalle rampe.
«Io…».
«Le parli», concluse André, bonario.
«Gliel’ho già detto, l’ho fatto!».
«Le parli di nuovo», insistette, quasi amichevole.
«E quando, se quella donna ha degli orari impossibili? Ma lei è riuscito a capire
come fa a mantenersi? Perché, in tutta la mia vita, non ho mai visto nessuno
dormire fino a quell’ora a meno che non fosse sotto terapia. Io non riesco a
capacitarmi, perché resta sveglia tutta la notte?», gli domandò Hubert, ancora
affacciato alla ringhiera.
«Direi che qualcosa da fare ce l’ha, non le pare?», insinuò André.
«Per l’appunto! È quello che cerco di capire. Cosa?»
«Signor Hubert, devo essere davvero io a spiegarle cosa fa Charlotte Sourel di
notte?», sbuffò André, massaggiandosi la fronte. Era indubbiamente un uomo
esasperato.
«A spiegarmi cosa?».
Ma quando il dottor Durand spalancò le braccia, l’amministratore capì che il
problema di Hubert non era la musica rap, ma che ancora non aveva capito chi
fosse Charlotte Sourel.
«Oh..».
E allora André si zittì misteriosamente.
Hubert strinse gli occhi e lo guardò di sottecchi.
«Lei sa qualcosa che non vuole dirmi».
L’amministratore spalancò improvvisamente gli occhi.
«Allora è vero. Lei è un genio! Un genio!», esclamò André Toulouse, trionfante.
«E io che non volevo crederci…».
Dopodichè si sentì una porta che si chiudeva e un cigolio di cardini.
L’amministratore sparì nel soffitto, chiuso nell’ascensore, in direzione opposta
rispetto alla signora Velasquez.
Capitolo 6
Nastri, nodi e legacci

Indubbiamente, qualcosa non andava al numero tre di rue de Bouganville.
Già, ma cosa?
Hubert Durand tornò nel suo appartamento con la convinzione di avere davanti
la verità ma di non riuscire a vederla.
«Uhm…».
«Buongiorno, dottor Durand», lo salutò Elise, la sua segretaria, che lo aspettava
già da un quarto d’ora all’ingresso con un caffè, il pc acceso e l’agenda aperta
sugli appuntamenti di quella mattina.
Alle nove e mezza sarebbe passata la signora Lison.
Alle dieci c’era un difficile caso di sdoppiamento della personalità.
A mezzogiorno avevano fissato una seduta di coppia.
Sarebbe stata una giornata piena, bisognava organizzare i dettagli. Decidere se
per esempio era il caso o no di servire del tè. Il tè andava bene quando Hubert
riceveva pazienti depressi, sociopatici o con personalità stravaganti, come il
signor Leconte. Henri Leconte era davvero una persona adorabile, ma quand’era
triste si spogliava in pubblico. Servirgli un tè prima della sua seduta lo aiutava a
tenere i boxer al loro posto. E cioè non in testa e nemmeno attorcigliati intorno al
collo del dottor Durand.
Per inciso, Hubert usciva sempre molto provato dalle sedute con il signor
Leconte.
Elise lo sapeva e faceva quel che poteva per tenere a freno gli sbalzi d’umore dei
suoi pazienti. Offrire della camomilla o una tisana al rabarbaro calmava le crisi
di panico del signor Pouille, mentre faceva un pessimo effetto a Cordelia,
l’infermiera di notte. Le bastava un sorso per scoppiare a piangere, ciuffi di
fazzoletti bagnati invadevano lo studio.
Ecco perché Hubert detestava le sedute con Cordelia, specie da quando si era
lasciata con il suo quattordicesimo fidanzato, un corriere di Bordeaux. Non
riuscivi a consolarla.
Ed ecco anche perché quella mattina, un po’ come ogni altra mattina, Elise
cercava di attirare la sua attenzione. Avrebbe voluto decidere con lui come
accogliere i clienti in arrivo. In cuor suo, Elise sperava di riuscire a rendergli la
giornata sopportabile.
«Dottor Durand?».
Ma Hubert era assente, distante.
«Uhm…».
Non la sentì nemmeno. Posò la giacca sul comodino, l’ombrello nel cestino dei
rifiuti e si ritrovò a guardare fuori dalla finestra del suo studio la città che
brillava.
Le tendine blu erano appena scostate, per permettere ai raggi di sole di entrare
nella stanza. Messe così, gli offrivano uno scorcio del viale.
C’era una certa pace a casa del dottor Durand.
I mobili scuri, le pareti grigie. I libri.
E poi c’era lui, così silenzioso, assorto.
Ripensava alla conversazione avuta con André Toulouse. Quell’uomo era strano,
pensava Hubert. Si era rifiutato di rispondere a domande tutto sommato banali.
Cosa gli aveva chiesto, in fondo? Solo che lavoro facesse Charlotte.
E lui? Era scappato via.
«Uhm…».
Hubert ebbe quasi il sospetto che l’amministratore non volesse rispondergli.
«Uhm…». Si massaggiò il mento.
Intanto, lì dietro, Elise sospirò, immaginando che Hubert fosse con la mente
altrove, chissà dove, a rimuginare su problemi importanti. Cose troppo difficili
da spiegarsi.
Per Elise, Hubert era un genio assoluto, una mente superiore. Quindi era logico
che non riuscisse a prestare attenzione a dettagli trascurabili, come la sua
segretaria, il caffè che si raffreddava oppure il computer, che aspettava aperto
qualcuno che leggesse le email.
Non voleva disturbarlo, perciò Elise Tautou prese l’agenda e si arrese a fare tutto
da sola.
«Hanno chiamato dal giornale. L’articolo sulla musica pop e l’inutilità del genere
umano va bene, ma ritengono che definire l’ultimo album di Beyoncé “il
prodotto di un sedere delle dimensioni di un grosso cocomero e di un cervello
poco più grande di una nespola” sia eccessivo. Si chiedevano se potesse
modificare “grosso cocomero” con qualcosa di meno aggressivo. Che ne pensa
di “frutto tropicale”? Crede che possa andare?», gli suggerì, rosicchiando la
gomma di una matita con gli occhi puntati su un quadernino. Uno chignon
impeccabile.
Lui non rispose.
Allora Elise sull’agenda segnò: trovare un sinonimo carino per cocomero. E poi,
quand’ebbe fatto, sfogliò un paio di pagine.
«Ah… Quasi dimenticavo, ci sarebbe sua madre. Ha chiamato poco fa. Non è
così sicura che le ciambelline al cioccolato facciano male come le ha detto. Ha
deciso di chiedere il parere di un altro medico», lo avvisò, cancellando l’appunto
dalle note.
Cosa restava a quel punto, prima che iniziasse la solita routine? Solo un paio di
raccomandate da leggere, fatture che il dottor Durand doveva firmare prima di
lunedì.
Andò a portargliele, senza staccare gli occhi dalle buste. Le sfilava una a una,
ricontrollando gli indirizzi.
«Bollette. Bollette. Bollette. Pubblicità…».
Quasi si scontrano.
«Oh, mi scusi…».
Lui che tornava indietro, lei che lo raggiungeva accanto alla finestra. Elise gli
andò a sbattere col naso su una spalla.
«Mademoiselle Tautou!», protestò Hubert, scostandosi. «Ma cosa fa?». Si
sistemò la camicia.
«Le chiedo scusa», gli rispose lei, che per un soffio non perse tutto: fatture,
buste, agenda. Riuscì a riafferrarle, ma le scivolarono gli occhiali sul naso.
«Oggi non ci sto proprio con la testa», si lamentò Elise, rimettendoli su.
A volte il destino lo decide il caso. Basta proprio questo, una distrazione. E
capita che anche il nodo più ingarbugliato si scioglie. Ritrovi il filo, tiri nel verso
giusto e ti rendi conto che non era poi così annodato.
«Uh? Che ha detto?», le chiese Hubert, come se si fosse appena accorto di avere
una segretaria. Si accostò, la guardò negli occhi.
Elise arretrò, preoccupata da quell’improvvisa attenzione. «In… in che senso?
Quando?». Si strinse l’agenda tra le braccia.
«Lei. Lei, poco fa. Ha detto qualcosa. Cosa ha detto?», incalzò Hubert.
«Ma, veramente, non saprei», mormorò la segretaria, confusa. Non le sembrava
di aver detto niente di interessante. «Solo che mi… Solo che mi dispiaceva di
averla urtata», si ricordò.
«Ma no, dopo. Dopo!», la aggredì Hubert. «Cosa ha detto dopo?».
Riuscì a mandarla in confusione. Elise farfugliava. Balbettava.
«Oh, io… Io non so…».
Si guardava intorno, confusa.
«Be’, si sforzi!», le ordinò Hubert.
Ed Elise, per accontentarlo, fece mente locale. Rivisse la scena una, due, tre
volte almeno.
«Stavo per inciampare», indicò il pavimento. «Poi ho ripreso l’agenda». Fissò il
vuoto ad un certo punto. «Il telefono! Il messaggio di sua madre... Quello che ha
lasciato in segreteria», le venne in mente. «Gliel’ho detto, dottor Durand? Sì,
credo di averglielo detto». Si mise a scuotere il capo. «E poi… Poi… Cosa ho
aggiunto dopo? Che non ci sto più con la testa», si lamentò, sconsolata, con le
mani tra i capelli. In pratica crollò. «Perché sì, perdo tutto di continuo. Sono
distratta. Dottor Durand, mi creda, è un periodo che…», cominciò a sfogarsi.
«ESATTO!», esclamò Hubert, senza permetterle di continuare. «Non ci sta con
la testa». Ed era un po’ come se si fosse fatto tutto chiaro. Almeno per lui.
«Non in senso clinico, più in senso figurato», ci tenne a specificare Elise.
Inutile precisazione, Hubert aveva smesso di ascoltarla già da tempo.
Camminava nella stanza, in preda a una febbrile eccitazione.
«E questo potrebbe spiegare ogni cosa. Esatto! Questo, sì. Come ho fatto a non
pensarci?», si chiedeva. E si ritrovò di nuovo davanti alla finestra, con la stessa
città incorniciata tra le tendine blu.
«Tutto bene, dottor Durand?», si azzardò Elise, sempre più preoccupata.
«Credo di sì, sa? Io credo proprio di sì», annuì Hubert. «Un caso disperato»,
rimuginò, fissando il vuoto.
«Disperato, dottor Durand?».
Dal soffitto, neanche a farlo apposta, si sentì un tonfo. Un tavolino che
strusciava sul pavimento.
Hubert sorrise, soddisfatto.
«Questi, mademoiselle Tautou, sono i segnali», profetizzò, sollevando un dito
per indicare alla sua segretaria i rumori che venivano dal piano di sopra.
Elise seguì con lo sguardo la mano di Hubert e si ritrovò a fissare il lampadario.
«Segnali?»
Capitò gusto in quel momento la risata di Charlotte. Arrivò nello studio di
Hubert ovattata, ma comunque chiara.
Poi si avvertì un porta che si chiudeva. E poi, ancora, passi pesanti sulle scale di
qualcuno che usciva di fretta, magari per un impegno urgente.
Elise provò a dire qualcosa, ma Hubert le chiuse la bocca con una mano.
«Ssh! Stia a sentire».
Tornarono entrambi ad ascoltare i suoni del palazzo.
Orecchie tese. Occhi sbarrati che fissavano il vuoto.
Ecco, in effetti da su venivano nuovi rumori.
Prima le scarpe.
Tic, tic, tic.
Poi ancora una porta. Poi la lavatrice.
Hubert controllò l’ora sul suo orologio da polso.
«E cinquantasette, e cinquantotto, e cinquantanove…». si mise a contare alla
rovescia.
E alla fine ZAC!
Undici precise. Partì la musica.
E ricominciarono gli “Yo-yo, fratello” e quei terrificanti “Ehi, bella, strizzami le
chiappe!” che Hubert detestava profondamente.
Ma quella mattina no. No, quella mattina Hubert trovava i Cani Bagnati quasi
interessanti.
«Dottor Durand, mi spiega cosa stiamo facendo?», cercò di capire Elise, non
appena le tolse la mano dalla bocca.
«Non ha sentito?», le domandò Hubert.
«Ma sì, ho sentito, solo che…».
«È tutto metodico, quasi disciplinato. L’ora a cui si sveglia, il tempo che impiega
per spostare i mobili. A lei sembra possibile? Quarantacinque minuti. Perché
quarantacinque minuti tutte le volte? Perché non trentadue? O trentasei?»,
ragionava Hubert. Solo che Elise faticava a seguirlo.
«Non capisco, dottor Durand, quali mobili? Di cosa stiamo parlando?»
«Un caso da studiare, una patologia affascinante», vaneggiava Hubert. E senza
risponderle, la lasciò sotto il lampadario e andò a recuperare la giacca. .
«Ma di che parla? Quale caso? La signora Lison?», provò a indovinare Elise,
osservandolo dal tappeto mentre si rivestiva in tutta fretta.
Hubert nel frattempo recuperava l’ombrello dal cestino dei rifiuti, le chiavi da un
cassetto.
«Chi? Lison? No, ma cosa c’entra adesso la signora Lison? Mi riferivo a
mademoiselle Sourel, naturalmente!», esplose, alla fine, come se si fosse appena
liberato di un peso.
«Sourel? Ma parla di Charlotte?», si chiese Elise.
Hubert si prese il mento. «Sono arrivato a una conclusione, Elise. Quella donna
ha dei problemi. Problemi gravissimi. Disturbi ossessivi compulsivi che cerca di
combattere. Sonnambulismo , crisi di panico. Non li ha percepiti?»
«Io in realtà…», farfugliò Elise, sempre più confusa.
«No, certo che no», scosse il capo Hubert. «Perché lei è una creatura
cerebralmente inferiore, non se la prenda», la tranquillizzò, prima di spiegarle,
professionale come lo era il più delle volte: «Vede, lei è una ottima segretaria,
ma… Ah, non ha spirito d’osservazione», sospirò Hubert. Poi fu costretto ad
ammettere. «Anche se questo è un caso difficile. Io stesso avevo sottovalutato i
segnali. Ma naturalmente la verità non poteva tardare a mostrarmisi, in tutta la
sua drammatica perversione».
«Mi perdoni, dottor Durand, ma non riesco a capire. Di quale verità sta
parlando?»
«Gliel’ho detto!», sbottò spazientito Hubert. «Mademoiselle Sourel».
«Sì, appunto. Charlotte. E allora?»
«L’insonnia, quei rumori, poi la musica… Erano tentativi disperati per attirare la
mia attenzione, Elise. È così evidente»
«Lei dice, dottor Durand?»
«Ma certo che lo dico! Charlotte deve aver subito un trauma di recente, ormai ne
sono sicuro. Qualcosa di terribile. Spiegherebbe perché nessuno vuole parlarne e
perché Charlotte si sia rinchiusa in casa. Ormai avrà perso il lavoro, è a un passo
dalla fine. Chi può dire cosa può fare una donna disperata? Un gesto avventato.
Una pazzia!», sbarrò gli occhi, immaginando Charlotte senza vita sul tappeto, il
suo corpo minuto coperto solo da un asciugamano rosa bagnato, un biglietto in
una mano, scritto con calligrafia incerta: “la mia vita non ha più senso. Addio,
dottor Durand. La prego di perdonarmi per la musica rap”:
«Bisogna intervenire immediatamente, Elise», decise Hubert, prima che fosse
troppo tardi.
Prese il telefono e davanti a una segretaria davvero molto scossa, compose il
numero di mademoiselle Sourel.
Come avesse imparato a memoria quel numero è qualcosa che non spiegheremo.
Sta di fatto che dopo due squilli rispose Charlotte.
«Qui Scisci. Con chi parlo?», gli rispose lei, allegra.
«Pronto? Pronto, mademoiselle Sourel?», parlò Hubert. «Sono il dottor Durand.
La disturbo? No? Mi fa piacere perché , vede, oggi è il suo giorno fortunato», le
comunicò, risoluto. «Ho appena deciso di mettere la mia preparazione, il mio
ingegno e…». Accarezzò un libro di Freud, dimenticato su un angolo della
scrivania. «E anni di ricerche a sua totale disposizione. Crede di poter venire da
me? Come quando? Quanto prima! Oggi pomeriggio? Oggi pomeriggio andrà
benissimo».
«Ma come oggi?», si spaventò Elise. «E i suoi appuntamenti?», provò a
chiedergli, ma Hubert la zittì facendole cenno di chiudere la bocca. I suoi
pazienti potevano aspettare, aveva casi più importanti da seguire. Persone
disperate, drammaticamente vicine a porre fine alle loro tristi esistenze. Il suo
dovere di psicoterapeuta era quello di intervenire immediatamente.
«Quindi è confermato? Oggi pomeriggio alle quattro? Be’, di solito le sedute
durano un’ora, ma se preferisce restare per quarantacinque minuti… Tariffa? Oh,
non si preoccupi per la tariffa, in qualche modo ci accorderemo».
Quando chiuse la conversazione era talmente soddisfatto di sé, Hubert, che
neanche si accorse che lo stereo di Charlotte aveva ricominciato a suonare.
«Si vedrà con la signorina Sourel?», gli domandò Elise, ma le cose tra Hubert e
Charlotte si erano spinte ben oltre un semplice caffè, quattro chiacchiere, parlare
del più e del meno.
«Oh…Io non voglio vedere mademoiselle Sourel», le rispose Hubert, chiudendo
con un tonfo il libro di Freud. «Io voglio curarla».
Un luccichio nello sguardo.
E in sottofondo, a sottolineare la tragicità del momento - “Ehi, ehi, sorella,
toccami qui! Ti voglio tutta!” – il latrato di un cane se non del tutto bagnato,
quantomeno umido e anche un po’ raffreddato. D’altronde era dicembre inoltrato
Capitolo 7
Charlotte in terza base

La notizia che il dottor Durand si fosse messo in testa di salvare Charlotte
dall’insonnia fece presto il giro del condominio.
«Insonnia… ». ridacchiavano.
«Vorrei soffrire di insonnia anche io», diceva qualcun altro.
In realtà, a parlarne erano principalmente gli uomini, perché per le signore del
numero tre di rue de Bouganville Charlotte era e solo una ragazza un po’ frivola.
Una figlia d’arte o qualcosa del genere. Che mademoiselle Sourel ricevesse
uomini a pagamento in salotto non aveva mai sfiorato le scabrose fantasie di
nessuna di loro.
«Ha fatto proprio bene il dottor Durand a prendere sotto la sua ala quella cara
ragazza. L’aiuterà», diceva spesso madame Hollande.
«Speriamo che sia Charlotte ad aiutare il dottor Durand», ribadiva qualcuno,
ridendo sotto i baffi. Ma erano battutine senza cattiveria, allusioni sussurrate tra
un piano e l’altro che non potevano far male a nessuno. E poi, erano tutti certi
che Charlotte non avrebbe mai accettato di farsi visitare. Quando si scoprì che
quel pomeriggio avrebbe visto il dottor Durand nel suo studio, in portineria si
scatenò un vero e proprio coro da stadio, con tanto di giro di scommesse
clandestine e radiocronaca della partita.
Chi avrebbe curato chi? Il match si preannunciava epico.
Si giocava in casa. E intanto, sul campo si schieravano le pedine.
Hubert Durand da un lato, Charlotte Sourel dall’altro. La scienza contro uno dei
lavori che, a ben vedere, era il più antico del mondo.
La vittoria di Charlotte era data per scontata un po’ da tutti, salvo un paio di
reticenti che pensavano in un colpo d’anca del professore in ultima battuta.
Intanto i minuti scorrevano, l’appuntamento si avvicinava e la tensione cresceva.
Alle dieci l’avresti detto un palazzo qualunque.
«A quanto stanno?»
Alle tre l’intero condominio era in delirio. Chi scendeva in portineria, chi
correva a sbirciare il corridoio del secondo piano. Non si era mai visto un
traffico così dal terremoto del Settantasei.
Per di più c’era il rischio di venire scoperti, perciò si respirava un’aria
cospiratrice. Si nascondevano nei corridoi, fingevano di portare la spazzatura
fuori al portone per assistere alla memorabile scena in cui il dottor Durand
avrebbe finalmente scoperto che Charlotte l’insonnia al massimo la faceva
venire, difficilmente ne soffriva.
«Allora? Come va?», sussurrava qualcuno, appostandosi dietro le cassette della
posta.
«Ancora non si sono incontrati», rispondeva qualcun altro, passando per
l’ingresso con il cappello piantato sul naso e il giornale sotto al braccio.
In quel putiferio Martin, il portiere, teneva il registro delle puntate.
«Il dottore sta visitando una paziente. Charlotte è dal parrucchiere. L’hanno vista
in cartoleria. C’è Philippe che la tiene d’occhio, si è nascosto dietro l’edicola»,
bisbigliava, dando un’occhiata ai suoi appunti. Aveva preso la cosa molto sul
serio. Sul suo quaderno segnava gli spostamenti di Hubert e di Charlotte, per
informare gli scommettitori sull’andamento della giocata.
Dal momento che erano quasi tutti convinti che Hubert sarebbe crollato al primo
sorriso, ci si domandava più che altro in che modo.
Chi puntava su un colpo apoplettico improvviso, chi sulla possibilità che il
giovane Durand si convertisse all’amore libero.
«Ah, qui stiamo a perder tempo!», bofonchiò il signor Bernard, un vecchio
brontolone del quinto piano con la barba lunga, neanche un capello e i
maglioncini infeltriti. Era passato in portineria con la sua tartaruga da passeggio
per chiedere aggiornamenti. Si era portato la pipa, sbuffava nuvolette di fumo,
grattandosi la pelata. «Dovremmo scendere in cantina e staccargli i fili del
telefono».
Il signor Bernard aveva scommesso ottocento franchi sulla sconfitta di Hubert,
che secondo lui avrebbe chiamato le forze dell’ordine alle quattro e due minuti.
Se così fosse andata, si sarebbe trovato in tasca un bel gruzzoletto con cui
comprarsi la dentiera nuova, ma per quanto la cosa lo mettesse di buonumore,
c’era sempre la preoccupazione di vedere il palazzo circondato dalle volanti. A
Bernard le divise mettevano agitazione e non era l’unico.
«Ci manca solo una retata della polizia! Come li spiego i due vasi di marjuana
sul balcone?», si lamentò il signor Fevre, torturandosi la fronte.
«Di’ la verità e cioè che tua moglie deve smetterla di fare acquisti online perché
è stupida come un babbuino!», gli suggerì Bernard, infastidito. Non era la prima
volta che la moglie del signor Fevre finiva al commissariato per ordini sospetti
su Amazon.
«E mi crederebbero, secondo te?», si irritò Albert Fevre.
«Io ti crederei!», fu la risposta di Bernard, che non aveva mai avuto molta stima
della signora Fevre, da quando gli aveva infilato un calzino rosso nel bucato,
trasformando la sua vecchia divisa da marinaio in un pallido rosa fumé.
«Taglio netto», sbuffò dalla pipa Bernard. «Scendiamo nello scantinato e
tagliamo i fili del telefono, per domani il tecnico li avrà rimontati. Date retta a
me, sono uno che certe cose le fiuta. Quello spiffera tutto agli agenti, sarà una
bella gatta da pelare». Spuff. Spuff. Fischiò due nuvolette di fumo.
«Già, bell’idea davvero. Lasciarci tutti senza il telefono! E se usa il cellulare?
Eh? Ci avete pensato?», sbottò il dottor Renard.
Per Baptiste Renard, medico veterinario in pensione, a Hubert sarebbe venuto un
colpo al cuore al quindicesimo minuto della seduta. Quindi, oltre a puntare venti
franchi, aveva anche contattato suo cugino, che gestiva un agenzia di onoranze
funebri in rue Poirer, avvertendolo di tenersi pronto. C’era la possibilità di un
lavoretto extra. Per i dettagli si sarebbero sentiti con più calma.
«No, vedrete che non la chiama la polizia». Seduto in prima fila, davanti
all’ingresso del palazzo, c’era André Toulouse, l’amministratore. Ottantasei
franchi puntati contro Hubert. André era certo che il dottor Durand non
l’avrebbe mai capito che Charlotte era una prostituta.
«Non è possibile che non lo capisca, ci arriverebbe anche un bambino», era stata
la reazione di Albert Fevre.
«Vedrai…», aveva commentato André, convinto. E poi aveva messo i soldi in
mano a Martin. «Li punto tutti».
«Oh, be’… ora», sbuffava Bernard dalla pipa. «Capisco tutto, ma fin qui
secondo me non ci arriva. È pur sempre un medico. Certe cose un medico le
vede. Dico, le vede!».
Per Bernard era un problema di anatomia. Ma André restava convinto. Secondo
lui Hubert avrebbe continuato a credere che Charlotte soffrisse d’insonnia.
«Ma dimmi tu come fai a esserne certo!», si era innervosito anche Picard, che
era sceso più che altro per dare un’occhiata.
«Ho le mie fonti», aveva ribattuto l’amministratore Toulouse, alzando gli occhi
al cielo. Ma non si era spinto oltre. D’altronde i soldi erano suoi, poteva farci un
po’ quel che voleva.
Ora, questo era quello che accadeva alle tre, minuto più minuto meno. E più
l’orologio ticchettava, più aumentavano le puntate, le discussioni, i litigi e i
giocatori pronti a scommettersi lo stipendio.
Andò a finire che la portineria si ritrovò intasata di gentiluomini in giacca e
cravatta con il sigaro in bocca.
Se arrivava qualcuno - magari il postino, oppure una delle coinquiline di ritorno
dal mercato - lo strano gruppetto si scioglieva. Chi fingeva di annaffiare le
piante, chi di leggere il giornale.
Poi quel qualcuno andava via e ritornavano tutti ad assaltare il gazebo di Martin.
«Io metto sei franchi. Segna. Segna sei franchi, Martin!».
Arrivarono nuovi scommettitori anche dai negozi del viale, perché la voce si era
sparsa ormai.
Si precipitò al numero tre di Bouganville perfino il droghiere all’angolo.
«C’è spazio per una puntata?», lo chiese trafelato, sui gradini dell’ingresso,
mentre teneva d’occhio il furgoncino parcheggiato in seconda fila.
Ma sì che c’era posto, certo che c’era.
«È qui che si scommette?»
Alle tre e un quarto si affacciò un ragazzino. Uno di quelli con i jeans strappati e
le cuffiette sempre nelle orecchie.
«E tu chi sei?», gli chiese Martin, brusco. Di minorenni non ne voleva in giro,
specie se c’era la possibilità che la polizia si presentasse a sirene spiegate.
«Mi manda Gustave, il barbiere», gli disse quello. Mise duecento franchi sul
banco e gli sussurrò: «Hubert arriva alla base appena si cala i pantaloni». Poi gli
strizzò l’occhio. Se ne andò fischiettando.
«E con questi che ci faccio?», si chiese Martin, sventolando le banconote. Si
diedero un’occhiata furtiva. Ma la scommessa sembrò a tutti regolare. Fu subito
registrata: duecento franchi per il signor Gustave.
«Ah, che il diavolo vi porti! Metto ottanta franchi anche io. La stessa puntata del
ragazzo». Perfino Picard, che fino ad allora aveva preferito rimanerne fuori,
giocò la sua paga di quel weekend.
Insomma, c’era un fermento tale, che neanche alle finali di bocce!
Eppure, quando Charlotte rientrò con un’acconciatura davvero carina e le guance
un po’ arrossate dal freddo, non trovò la portineria molto diversa da un normale
giovedì.
Non c’era nessuno, davvero nessuno. Solo Martin, il portiere.
«Oh, buongiorno mademoiselle Sourel», la salutò.
Se ne stava rintanato nel suo gazebo. Sonnecchiava, guardava la tv.
E poi? Poi c’era l’amministratore, André Toulouse. Era seduto su una
poltroncina, leggeva il giornale.
«Charlotte, buongiorno». Scostò appena il naso dalle pagine per fare un cenno.
«Buondì, Martin. Buondì, André», rispose Charlotte, solare.
Tirò il guinzaglio di Ottone, prima che mangiucchiasse una pallina di carta.
«Ottone, ma cosa fai? Su, saliamo. Ti do la pappa a casa. E le caramelle mou»,
lo tentò.
Ottone crollò davanti alle mou. La seguì dondolando la coda in ascensore.
E dunque, finché ci furono Charlotte e Ottone, quella rimase una portineria poco
trafficata, polverosa, del numero tre di rue de Bouganville.
Ma non appena andarono via, acquattati negli angoli, nascosti tra le piante,
momentaneamente appostati dietro le porte, sbucarono fuori gli inquilini del
palazzo e con gli occhi spalancati e il naso sollevato ascoltarono i passi di
mademoiselle Sourel che salivano le scale.
Fino a quando….
«Dottor Durand? È in casa?»
Fino a quando Charlotte non bussò alla porta di Hubert.
Allora si guardarono tutti con circospezione.
«Ci siamo».
Un gesto. Un cenno.
E da quel momento ebbe inizio lo scontro che restò nella storia di Villaduville
come: “Insonnia in déshabillé”.


Capitolo 8
Tra le altre cose…

Le sedute del dottor Durand duravano circa un’ora e si svolgevano bene o male
sempre allo stesso modo.
I pazienti arrivavano, salutavano la segretaria e le lasciavano il cappello.
«Signorina Tautou…».
«Buondì signor Monfils. Come va questa settimana?», si informava Elise.
«Sempre peggio. Ah, sempre peggio», rispondevano loro, poi si sedevano su una
poltroncina in corridoio e aspettavano il loro turno.
«Le porto qualcosa da bere, madame Naves? Ha già preso l’ultimo numero di
“Oggigiorno”? Sembra che la celebre cantante lirica, Sabrine Rouxe, si sposerà
di nuovo».
Elise cercava di metterli a loro agio. «Il dottore ha quasi finito. Ancora un
minuto e la faccio passare».
Poi, quand’era tutto pronto, li accompagnava nello studio del dottor Durand e se
ne tornava dietro la scrivania a rispondere al telefono e a controllare le email.
Hubert, dal canto suo, aveva i suoi riti.
Usava solo matite Les folies, metteva sempre cravatte scure, indossava completi
blu, neri o, se era di buon umore, grigi.
A volte visitava i suoi pazienti in piedi, affacciato alla finestra con le mani posate
dietro la schiena. Altre si accomodava su una bergère di pelle verde. Una di
quelle vecchie poltrone trapuntate che scricchiolano, che odorano di botteghe,
che fanno un po’ vecchio professore in pensione.
Appena i clienti comparivano sulla soglia, lui tendeva una mano e indicava il
divanetto che aveva fatto sistemare accanto alla parete, proprio di fronte alla
scrivania.
«Da quella parte».
Una chaise longue beige e marrone che Hubert considerava inutile, ma ai suoi
pazienti piaceva, così si era convinto e l’aveva acquistata.
«Prego, si accomodi», diceva sempre Hubert.
Loro annuivano con imbarazzo, perché Hubert metteva sempre un po’ di
soggezione. «Grazie, sì. Grazie». Poi si stendevano sul divanetto, intrecciavano
le dita e fissavano il soffitto.
«Oggi preferirei lo sciabordio delle onde, se per lei va bene, dottor Durand»,
chiedeva qualcuno.
Hubert aveva una collezione di cd su cui c’erano incisi rumori rilassanti. Le onde
del mare, il vento, la pioggia. Cose così.
Era convinto che aiutassero a rilassarsi. Perciò, prima di cominciare, Hubert
chiedeva ai suoi clienti che rumore avrebbero preferito. Se “mughetto bagnato di
rugiada”, “prato fiorito in primavera” o “rospo canterino”. Loro sceglievano e lui
con un telecomando accendeva lo stereo.
A quel punto la seduta aveva inizio.
«Parli, l’ascolto».
Hubert puntava la matita sul suo taccuino. Il paziente pian piano si lasciava
andare e la sua vita veniva fuori come un palloncino che si sgonfia. Così, quando
l’ora finiva, se non guarito, almeno usciva da casa Durand notevolmente
sollevato.
Quel pomeriggio, però, Elise non c’era. Era tornata a casa alle dieci assieme alla
signora Lison. Perciò Hubert non poté aspettare mademoiselle Sourel sulla sua
poltrona bergère, come faceva ogni volta.
«Dottor Durand?». Lei bussò alle quattro, come d’accordo. «Dottore, sono
Charlotte».
Ma non fu la signorina Tautou ad accoglierla, bensì Hubert.
Le aprì la porta, lisciandosi la cravatta. «La stavo aspettando, entri».
E dal momento che Elise aveva cancellato tutti gli incontri di quel pomeriggio,
Hubert non consigliò a Charlotte di sedersi in corridoio per aspettare il suo turno.
Non le portò il tè e non le propose nemmeno di leggere l’ultima uscita di
Oggigiorno, ma accompagnò Charlotte direttamente nel suo studio.
«Da questa parte. Subito dopo il corridoio».
In pratica, si occupò di lei come non aveva mai fatto con nessun altro.
Charlotte seguì Hubert Durand, sfilandosi un cappottino blu.
Aveva messo un vestitino bianco, solo un accenno di cipria e un cappellino di
lana con un fiocchetto azzurro.
Hubert pensò che Charlotte fosse molto diversa dalla signora Lison, che veniva
sempre con quegli orribili giacconi neri di piumino e il naso arrossato. Era
diversa anche dal signor Naves, un uomo con tutta una serie di tic nervosi e gli
scarponcini da neve. Ciononostante, per il dottor Durand in quel momento
Charlotte era solo una paziente, quindi non aveva alcuna importanza cosa
indossasse sotto il cappotto: se mutandoni a quadri o pantaloni a pois. Le
avrebbe dedicato le stesse attenzioni di chiunque altro. Deciso questo, le mostrò
il suo studio. E cioè la piccola biblioteca da cui Hubert analizzava il mondo.
Charlotte fece capolino nella stanza. Era una sala spaziosa, ma un po’ buia. La
libreria traboccava di trattati indecifrabili e vecchie enciclopedie impolverate, la
scrivania sembrava uno di quei posti che vedi sulle riviste, ma dove nessuno
entra mai.
Lo guardò, pensierosa. «Vuole farlo qui?».
A Hubert sembrò una domanda insolita, ad ogni modo le rispose: «Di solito è qui
che lo faccio. Per lei è un problema?»
Lo era?
«No, non credo», ci pensò su Charlotte.
Fu un buon inizio, rifletté Hubert. Intanto, le passò davanti e andò, come
d’abitudine, a sedersi sulla sua poltrona. Riprese, insomma, possesso della sua
routine. Taccuino in mano, una matita posata tra i fogli. Le indicò la chaise
longue.
«Ora, mademoiselle Sourel, vorrei che si sedesse su quel lettino».
Fu talmente serio, che Charlotte non riuscì a dirgli di no.
«Oh, d’accordo».
Perciò si avvicinò alla chaise longue, salì su e accavallò le gambe affusolate.
«Così, dottor Durand?».
Charlotte non era mai stata sul lettino di uno psicologo. Provò a mettersi in posa,
posò una mano sul fianco.
Indubbiamente, la signora Lison non si sedeva in quel modo, rifletté Hubert. E
neanche il signor Naves.
«Non propriamente così», le suggerì, mentre ricominciava a sentire quel
fastidioso prurito che da un po’ gli veniva alle dita.
«D’accordo. D’accordo». Lei, disponibile, cambiò posizione. Quella volta spostò
una mano su un ginocchio e scostò delicatamente lo spacco della gonna, tipica
posa da Miss Marzo.
Marzo le piaceva particolarmente. Era il mese dei primi fiori, delle piogge, delle
pozzanghere. Anche a Ottone, in effetti, piaceva marzo. A Hubert, invece, no.
Non piaceva affatto.
«No! No! Non così. Indubbiamente non così», si mise a litigare.
Charlotte a quel punto si stese su un fianco, accoccolata su un braccio. E con la
bocca che le accarezzava una mano, spinse la gamba fuori dalla chaise longue e
gli sfiorò il ginocchio con la punta di una scarpa.
«Adesso va meglio, dottor Durand?», sussurrò.
Lo prendeva in giro, ecco cosa stava facendo. Brutta strega!
«Molto… Molto divertente», bofonchiò Hubert. Punto nell’orgoglio, la scansò
delicatamente.
Charlotte scoppiò a ridere. «Oh, lei è sempre così serio». E si rimise a sedere,
per guardarlo con quel sorriso caldo, accogliente, proprio come era lei.
«Non sono serio. Sono professionale», la corresse Hubert.
«Immagino di sì», lei annuì e si guardò di nuovo intorno, cercando di cogliere
qualcosina in più di quell’uomo dall’arredamento. «Allora è qui che lavora?».
Osservò le tende. Beige. Poi la scrivania. Marron glacé.
Una lampada a forma di bottiglia. Un attestato ingiallito appeso su carta da parati
bleu.
«Sì», ammise Hubert con un sospiro.
Anche lui finì per dare uno sguardo alla libreria, al mobilio.
Per lui quello studio era perfetto. Avrebbe detto funzionale. Il posto ideale per
lavorare. Angoli di buio, alternati a zone di luce soffusa. Non lo avrebbe mai
cambiato. Eppure, dallo sguardo con cui Charlotte fissava la tappezzeria, Hubert
sarebbe stato pronto a scommettere che, se avesse potuto, lei avrebbe buttato via
tutto quanto, compreso il gufo di legno, quello che aveva comprato a un asta in
Svizzera tanti anni fa.
«Non è come se l’immaginava?», le chiese, cercando di sembrare curioso solo
un pochino. Si ostinava a fissare il taccuino, ma la sbirciò a un certo punto, con
la coda dell’occhio.
«Ah, no. È proprio come lo immaginavo», rispose invece Charlotte. Ed ecco che
succedeva ancora, continuava a prenderlo in giro!
Hubert la guardò di sottecchi, immaginando che fosse la giusta punizione per un
atteggiamento così sfacciato.
Lei si mordicchiò il labbro e ammise: «Ma non avrei mai pensato che un giorno
mi avrebbe chiesto di vederlo». Ed era sincera, perché per lei, Hubert era uno di
quegli uomini tutti d’un pezzo che di pomeriggio leggono libri molto noiosi e
ascoltano musica da sala.
«In effetti, tutto questo non rientra nelle mie abitudini», convenne Hubert,
indicando il suo cappottino e la chaise longue, che per inciso non era mai stata
utilizzata in modo così sconveniente come quel pomeriggio.
«Chissà perché lo sospettavo», scherzò Charlotte e poi, più a suo agio, gli
mormorò: «A cosa è abituato il dottor Durand?», con le ciglia che sbattevano su
due occhi azzurri incantevoli.
Il prurito di Hubert si fece quasi insopportabile.
Bofonchiò qualcosa, fu costretto a guardare altrove. Ma dove? Ah, sì! Il
taccuino.
Segnò: buttare la chaise longue. Poi fu costretto a risponderle.
Si schiarì la voce.
«Mi occupo di una vasta gamma di problematiche, anche se di solito preferisco
studiare casi complessi. Mi riferisco a patologie gravi, a volte incurabili».
Lei accavallò ancora le gambe. «Ovviamente».
Era impossibile non accorgersene.
Hubert richiuse il suo taccuino con un gesto improvviso. «Ma ho deciso lo stesso
di darle una possibilità», concesse.
«Davvero? Come mai?», gli chiese Charlotte, stupita.
«Diciamo che ho ragioni personali per desiderare che sia pienamente soddisfatta
della sua vita», le confidò, giocando con un angolino di carta. «E per fare in
modo che questo accada, sono disposto a offrirle il mio contributo professionale
in forma gratuita».
Non resistette oltre. Charlotte scoppiò a ridere.
«Non mi reputa all’altezza, forse?». Inutile dirlo, Hubert si imbronciò. «Lo sa
quanto costano le mie sedute?»
Charlotte scosse il capo. «No, tesoro ca…». Stava per farlo, chiamarlo “tesoro
caro”. Ma quando Hubert aggrottò la fronte come un vecchio rospo imbronciato,
fu costretta a correggersi. «Volevo dire “dottor Durand”».
Quel “dottore”, però, a Charlotte proprio non piaceva. Lei le persone le
chiamava per nome o non le chiamava affatto. Preferiva viverle, abbracciarle,
toccarle.
«Dovrò chiamarla davvero così tutto il tempo?», gli chiese, un po’ delusa.
Hubert prese fiato prima di risponderle, perché invece a Hubert essere un dottore
e nient’altro bastava.
«Sì, gliene sarei terribilmente grato».
«No, non è vero». Charlotte non gli credeva. Preferì dirglielo subito. E, già che
c’era, accarezzò la chaise longue, immaginando che ci fossero modi migliori di
usarla.
Poverina… buttata in un angolo a prendere polvere.
«Però è davvero comoda», rifletté tra sé, sfiorando le cuciture. «I suoi pazienti si
stendono qui?»
«Sì, loro lo fanno», puntualizzò Hubert, che non l’aveva ancora perdonata.
Charlotte decise di provarla.
Si sfilò le scarpe. Un paio di décolleté nere. Le lasciò cadere sul tappeto e si
stese, guardando anche lei all’insù. Sul soffitto grigio di Hubert.
«E si mettono così?»
Malgrado fosse proprio quella la posizione, il dottor Hubert proprio non riusciva
a vedere nulla di simile tra Charlotte e la signora Lison o qualunque altro
paziente avesse mai avuto.
In realtà, Hubert iniziava a sospettare che non esistesse nessuno come Charlotte.
Per quanto si sforzasse di comportarsi come chiunque altro, lei era…
«No, non così».
Si avvilì, Hubert, e cominciò a massaggiarsi convulsamente le tempie.
«Non ho mai conosciuto uno psicologo, lo sa?», gli raccontò Charlotte,
voltandosi verso di lui.
Neanche a lei Hubert sembrava come tutti gli altri, in effetti.
«In molti hanno paura della psicologia, può essere invece di grandissimo aiuto»,
le spiegò con calma il dottor Durand, perché di una cosa era certo: in quella
stanza qualcuno aveva bisogno di una seduta di psicoanalisi, il punto era solo
scoprire chi dei due.
«Oh, ma ne sono certa». Charlotte un’idea ce l’aveva già. Con tutta la
delicatezza di cui fu capace, gli bisbigliò: «Dottor Durand, rimarrà lì tutto il
tempo?»
Stralunato, Hubert alzò gli occhi dal taccuino forse per la prima volta da
quand’era arrivata Charlotte.
Una sirena soffice come spuma accoccolata sulla sua chaise longue, con i capelli
che le solleticavano il viso, le dita che si sfioravano le labbra.
Già… le labbra.
«Non è obbligatorio ma sì, mi aiuta», confessò Hubert, con la voce leggermente
alterata. Ma solo leggermente. E prima di dire altre sciocchezze, afferrò il
telecomando del suo stereo e fece quello che faceva sempre. Lo accese.
Si sentì lo sciabordio del mare.
No, non andava bene. Cambiò.
Un grillo, dagli altoparlanti, fece fastidiosamente: cri, cri, cri.
Cambiò di nuovo. E continuò a cambiare, fino a quando non si sentì dalle casse
una tempesta.
Tuoni.
Fulmini che rimbombavano nella stanza.
«E questo cos’è?». Charlotte si spaventò.
«Rumori della natura. Aiutano a rilassarsi», le spiegò Hubert, grattandosi
nervosamente il collo. Tirandosi un polsino.
Charlotte aggrottò la fronte. «Non è rilassato?»
«Non devono rilassare me», le ricordò Hubert, allontanando il colletto della
camicia.
«Io sono rilassatissima», gli confidò Charlotte. E quando dallo stereo tuonò
l’ultimo fulmine decise. «Non mi piace questo rumore».
«Preferisce quest’altro?». Hubert ritornò allo sciabordio delle onde, preferendolo
in ogni caso al grillo.
«Non c’è un po’ di musica?», propose Charlotte.
Per Hubert fu come vedere la luce in fondo al tunnel. Forse la seduta non era
stata del tutto inutile.
«No, ecco questa è una cosa che affronteremo. La sua dipendenza dalla musica
rap».
«Credevo le piacesse», mormorò Charlotte, con un pizzico di malizia.
Non passò inosservata.
«No, non lo credeva affatto, ma la divertiva tantissimo fingere di crederlo»,
insinuò Hubert, lasciandole capire di averlo sempre sospettato. Cosa? Ma come
cosa? Che Charlotte sapeva perfettamente di disturbarlo con la musica ad alto
volume e, in seconda battuta, che mademoiselle Sourel fosse una strega bisbetica
travestita da caramella, come tra l’altro aveva sempre sostenuto.
«A lei non sfugge niente, vero?». Charlotte incrociò le braccia, divertita.
«No», le garantì Hubert, poi tornò serio. Voleva aiutarla, esatto. E voleva capire
cosa aveva quella donna di così misterioso. «Sono un ottimo psicanalista, tra le
altre cose», ammise con incommensurabile modestia. «Mi permetta di essere
franco, al suo posto ne approfitterei. Non è così facile ottenere un appuntamento
con me», aggiunse. «Ora, dunque, perché non si stend… Perché non resta seduta
e mi parla di lei?», le propose, sforzandosi di tenere lo sguardo piantonato
sull’angolo del suo taccuino
«Vuole psicanalizzarmi?», si domandò Charlotte, sinceramente sorpresa.
«Perché no? Le dispiacerebbe?», le chiese Durand.
Charlotte aveva immaginato di fare molte cose quel pomeriggio. Quella no, ma
ci pensò lo stesso. Non capitava tutti i giorni di essere analizzati dal più
grande… No, che dico? Dal migliore psicanalista della nazione!
«No, certo. Sarebbe interessante», mugugnò. «Ma lei sa fare anche quel
giochino, vero? Quello con le macchie».
Hubert alzò gli occhi al cielo. Anni di carriera, di studi e per Charlotte non c’era
differenza tra lui e un quiz sulle affinità di coppia di Vanity Fair.
«Immagino che si riferisca al test di Rorschach. Sì, mademoiselle Sourel, so fare
anche il giochino delle macchie, ma non pensavo di proporglielo», le confessò.
«Oh… E cosa pensava di farmi?», tornò quel sorriso impudente sul viso di
Charlotte.
«Aiutarla!», sbottò Hubert, sbattendo la matita sul ginocchio.
«Me?». Charlotte si indicò.
«Sì, esatto, lei», protestò Hubert, con la precisa idea di litigare.
Due settimane. Due che non dormiva! Due che non bastavano sedativi, tappi per
le orecchie e mascherine. Era indubbiamente un uomo furibondo.
A Charlotte, invece, sembrò quello più dolce del mondo.
«Davvero, Hubì?». Il suo sorriso si sciolse. Con un gesto istintivo, gli accarezzò
i capelli, scostandoli dalla fronte.
Hubert si sentiva come quel gufo intagliato che aveva sistemato sull’ultimo
scaffale della libreria. Nervoso, infastidito, agitava le penne e sbuffava.
«Si rimetta giù», le ordinò, scansandole la mano. Atteggiamento che finì per
sfiancare anche Charlotte.
«Brontola sempre, possibile?»
«Non sto brontolando».
«Sì, lo fa», ribatté lei. E gli rimise giù la cravatta, che poverina era tutta arruffata
oramai. «È sempre così… rigido. Così freddo», sussurrò Charlotte,
aggiustandogli il nodo.
«E non sono rigido. Mi lasci. Ho detto ferma!», la scostava inutilmente Hubert,
sfilandosi dalle sue mani che puntualmente tornavano a toccarlo, tirarlo,
spingerlo solo per infastidirlo.
«Ho dimenticato di aggiungere educato», continuò Charlotte. «Sì, devo proprio
dirglielo. Lei è terribilmente educato, dottor Durand». Gli scompigliò i capelli.
«E va bene, confesso!», sbraitò Hubert, strappando la cravatta dalle mani di
Charlotte. «Sono educato, ma non mi sembra che sia un difetto», puntualizzò,
ancora con quella mezza idea di ricomporsi. Di sistemarsi la camicia, di
rimettere a posto i capelli.
Strano, vero? Pensare a cose come “avrò la riga a posto?”, quando in realtà le
domande importanti sono altre. Tipo: che odore ha una carezza?
«La signora Hollande dice che lei è un uomo d’altri tempi», gli raccontò
Charlotte, decidendo di lasciarlo in pace. Abbassò le braccia, si poggiò sul bordo
della chaise longue e lasciò dondolare i piedi scalzi tra le gambe di Hubert.
«Ah, così proprio non va!», brontolò il dottor Durand.
«L’ho pensato anche io. La signora Hollande potrebbe farsi gli affari suoi! Che
importa a lei? E poi cosa ne sa lei di com’è il dottor Durand?», si domandò
Charlotte e decise - sì, be’ - che la signora Hollande era una stupida pettegola!
«Parlavo della cravatta», precisò però Hubert, mentre si affannava a rimetterla al
suo posto.
Peccato che non fosse così facile. Perché ci sono cose che, quando le sposti, non
tornano mai proprio dove erano sempre state. Un po’ come se scoprissero per
caso di aver passato la vita nel posto sbagliato. Era quello che stava succedendo
ai vestiti di Hubert.
«La tolga», gli propose Charlotte, che a differenza di Hubert sapeva sempre dove
mettere le cose. Aveva una valida teoria anche su dove stessero bene i calzini.
«Come un uomo senza la sua cravatta!», bisticciò il dottor Durand, ma era
davvero troppo tardi per mettersi a litigare. Erano già passati trentacinque
minuti. Charlotte aveva previsto di andare via dopo quarantacinque.
«Ssh, faccia il bravo», lo zittì.
E così, malgrado le proteste quel nastro di stoffa scura scivolò tra le sue dita e
finì sul tappeto.
Perché per Charlotte quello era davvero il posto migliore dove si può mettere
una cravatta. A terra, accanto ai calzini.
«Sa, io penso che lei abbia solo bisogno di un po’ di allegria, Hubì».
Gli sbottonò il colletto, provò a capire come sta uno psicologo con la camicia
sbottonata.
«Ah sì? E quello che penso io se l’è chiesto, per caso?», bofonchiò Hubert, che
non riusciva più a dirle di no.
«No, non ci ho pensato», ammise Charlotte.
Si allontanò un po’, lo guardò meglio.
Hubert Durand, con i vestiti spiegazzati, il respiro profondo e lo sguardo per una
volta lontano dai suoi appunti, posato come un soffio tra le sue labbra.
Charlotte sorrise.
«Visto?», gli sussurrò. «Così sta molto meglio. Un affascinante scapolo di
Villaduville. Devono adorarla tutti», immaginò.
In effetti, Hubert era un uomo particolarmente piacevole. E senza quelle cravatte
scure e i capelli così perfettamente ordinati assomigliava tanto a quei sogni che,
di tanto in tanto, Charlotte faceva a occhi aperti. Posti che immaginava dove lei
non era più così sola e non c’era alcun bisogno di alzare il volume dello stereo
solo per non accorgersi del silenzio di una stanza.
Charlotte pensò a come fosse diversa dalla sua la vita di Hubert. Senza volerlo
pensò a Elise Tautou.
«Anche la sua segretaria deve pensarlo», mormorò quasi senza accorgersene.
Aveva visto Elise Tautou solo una volta. L’aveva incontrata in ascensore.
Le era sembrata così delicata, come lei probabilmente non lo era mai stata.
Una donna così, come Elise, si può non notare subito. Ma per Charlotte era una
di quelle donne di cui non si può più fare a meno, quando ci si accorge di loro.
Vestite con cura, timide, insicure. Inconsapevoli di una bellezza acqua e sapone
che ricorda quei vecchi film in bianco e nero che ogni tanto danno alla tv.
Segretamente, Charlotte avrebbe voluto essere anche lei un po’ come Elise
Tautou.
«A lei piace Elise?», chiese a Hubert. «È carina…».
Strana quella fitta al cuore, quando si ritrovò ad aspettare che lui rispondesse
qualcosa.
Hubert, però, non aveva mai pensato a Elise Tautou. Non come a una donna,
almeno. E poi non era proprio quello il motivo del loro incontro e non si sentiva
affatto a suo agio senza la sua cravatta.
Perché Hubert non era come Charlotte. Lui non l’aveva mai capito dove si
mettono le cravatte. E i calzini la sera li toglieva, li piegava e li riponeva nella
cesta dei panni da lavare.
«Charlotte…», sospirò.
«Cosa c’è?», sospirò anche lei, rifacendogli il verso. Abbassò come lui le spalle,
avvilita. Dondolò la testa.
«Sono qui per curarla», le ricordò Hubert. «E la seduta è quasi conclusa».
Charlotte guardò l’ora dal suo orologio. I minuti erano sempre più vicini a
diventare quarantacinque. E lei aveva una regola. Mai più di quarantacinque,
perché chi lo sa che succede se per caso diventano quarantasei? Può sempre
accadere, anche se non è detto, che un nome pronunciato solo per caso si
trasformi in qualcosa di più. In un viso a cui pensi prima di andare a dormire, in
un profumo che vorresti sentire sulle fodere del cuscino.
«D’accordo. Perché non viene qui?», gli chiese di nuovo, accarezzando
l’angolino di chaise longue.
Era una proposta molto sensata, pensò Hubert. Sembrava decisamente più
comoda della sua poltrona quella chaise longue, da quando c’era seduta
Charlotte.
A riportarlo alla ragione, prima che facesse una sciocchezza, arrivò un rumore
dal corridoio.
Qualcosa di… insolito.
Un grugnito? Un colpo di tosse?
Troppo lontano per capirlo.
Hubert scrollò le spalle.
«Si sta divertendo, vero?», domandò a Charlotte, convinto che lo stesse
prendendo ancora in giro.
Poi quel rumore tornò, forse solo un po’ diverso, e finì per distrarlo del tutto.
«Ha sentito anche lei?».
Era come… come una risata, possibile?
«Sarà il gatto del signor Picard», pensò Charlotte, senza farci troppo caso.
Hubert si ostinava a fissare la porta del suo studio con la fronte aggrottata.
«Perché si agita tanto?»
«Non sono affatto agitato!».
«No, infatti. Però se viene qui… Conosco un modo per farla rilassare», fece un
ultimo tentativo Charlotte. E allora fu evidente, qualcuno ridacchiava in
corridoio, proprio fuori dall’appartamento.
«Io ho sentito…».
Hubert strinse le labbra.
«Vuole passare tutta l’ora a fissare la porta con il muso?», esclamò Charlotte,
allibita.
«Esatto!», spalancò le braccia Hubert. Perché c’erano davvero troppe cose che
non quadravano.
E la loro seduta, diciamolo, era stata un totale fallimento.
Si alzò, decise di vederci chiaro per una volta. «Aspetti un attimo. Torno subito».
«D’accordo!», Charlotte, esausta, lo seguì portandosi dietro il taccuino.
«Il dottor Durand è affetto da psicosi», segnò a matita.
«Il dottor Durand sta benissimo!», le assicurò Hubert, mentre si aggirava tra i
divani, con quella risata ancora nelle orecchie
«Dove sei? Dove…».
Da dove veniva?
C’era qualcuno?
Ma chi?
E poi com’era entrato?
«Evidenti segni di paranoia», appuntò intanto Charlotte, quando gli vide alzare
un cuscino di una poltrona, come se fosse convinto di poter scoprire un ladro
nascosto lì sotto.
«Ah, immagino quanto ne sappia!», bofonchiò Hubert, rimettendo il cuscino al
suo posto. L’occhiata che le rivolse, se può tornarvi utile, non fu affatto educata.
Charlotte scrisse: «Senza considerare che è un uomo terribilmente scorbutico».
E per evidenziare la gravità dell’ultimo passaggio, gli tirò fuori la lingua.
Atteggiamento a cui Hubert rispose con una smorfia.
Ma tanto aveva ragione lui e presto Charlotte avrebbe dovuto ammetterlo, perché
era convinto di aver capito da dove venisse quel rumore.
«Ah-aah!», esclamò trionfante, spalancando d’improvviso la porta d’ingresso del
suo appartamento.
Ma fuori, sul pianerottolo… non ci trovò nessuno. Tranne forse il signor Febre,
che rientrava col cane.
«Ehm.. buongiorno dottor Durand»¸ lo salutò un po’ allarmato. Fin troppo in
fretta, pensò Hubert.
«Uhm…».
Tuttavia, non c’era proprio nessuno in quel corridoio. Così, davanti a una
Charlotte sempre più perplessa, richiuse e fissò il pavimento.
Eppure era certo.
Dire che era convinto…
No, doveva riprovare!
Spalancò la porta, ancora più trionfante. «AH-AAH!».
«Santi numi!». Spaventò la donna delle pulizie, che scappò via con gli occhi
spalancati.
«Uhm…».
E allora richiuse, il povero Hubert. E quella che doveva essere la seduta più
importante della sua vita risultò solo un terribile disastro per la sua brillante
carriera.
Era un uomo a pezzi, con la cravatta snodata, il colletto inamidato tutto sgualcito
e i capelli arruffati.
Si guardò allo specchio. Com’era potuto accadere? Lui, un uomo così
professionale?
«Uhm… Sì. Lei è indubbiamente malato, signor Durand», mormorò Charlotte,
pensierosa, abbandonando le braccia lungo i fianchi. Lo raggiunse all’ingresso,
lo guardò nello specchio.
«L’ha notato?», sospirò Hubert.
«Un caso gravissimo», annuì Charlotte.
«Ha una cura?». Si voltò e la osservò quasi sperando che lei dicesse di sì. Ma era
lui il medico e dal suo punto di vista non c’erano pillole in grado di salvarlo.
«Pensi che fino a ieri ero considerato il migliore». Lasciò lo specchio, pensando
che tutto sommato avrebbe potuto buttarsi di sotto e porre così fine alla sua
inutile esistenza.
Si avviò verso la finestra.
«Non so…», mormorò Charlotte, guardando l’orologio.
Erano appena trascorsi quarantacinque minuti. Avevano raggiunto il suo tempo
limite. Oltre non si era mai spinta.
Forse avrebbe potuto fare una piccola eccezione? Cosa sarebbe successo, tutto
sommato, se i minuti magari fossero stati quarantasei?
«Forse un modo c’è», mormorò, poi si sfilò il vestito, pensando che un solo
minuto in più non avrebbe potuto cambiare il mondo.
Forse non lo cambiò, ma lo rese un po’ più spigoloso e Hubert, abituato a quello
tondo, non se ne accorse e ci inciampò sopra, finendo ridicolmente a terra
insieme a una poltrona.
Fatti curiosi ne accaddero tre.
Primo.
Dal corridoio, dietro la porta, si sentì un coro da stadio, qualche “Yuppi!”, “Così,
si fa, Hubert!” e uno strano “André, mi devi ottantasei franchi!”
«Santo cielo! Dottor Durand… si è fatto male?».
Dentro l’appartamento, invece, ne successe solo uno.
IL dottor Hubert fece una sensazionale scoperta: a terra staranno bene cravatte e
calzini, ma gli psicologi stanno decisamente meglio su una chaise longue.
Capitolo 9
Confessioni peccaminose

Ciò che ottenne Hubert dall’incontro con mademoiselle Sourel fu una notte di
passione con una bistecca gelata.
Se la mise in faccia prima di andare a dormire, per scoprire all’alba che non era
servita a un granché.
Il naso gli faceva ancora male. Non si era rotto, ma era di un singolare color
melanzana.
E dal momento che non accennava a sgonfiarsi, quel giorno Hubert Durand non
poteva contare sul suo fascino.
Lo pensò anche la sua segretaria, Elise.
Mademoiselle Tautou arrivò come ogni giorno alle dieci, con in mano un caffè,
un croissant al miele e la sua impeccabile gonna grigia a quadretti.
«Dottor Durand? Dottor Durand, le ho portato la colazione…», lo avvisò.
Trovò ad attenderla un Hubert molto diverso dal solito.
«Non ho fame!».
Usciva dal bagno in quel momento con addosso ancora il pigiama e l’umore non
dei migliori.
Per di più, e non passava inosservato, aveva metà faccia blu.
«Ma… dottor Durand!».
Fu un momento terribile per Elise.
Immaginò le cose più orribili.
Pensò che avessero cercato di rapinarlo o, peggio, che fosse stato vittima di un
incidente automobilistico.
«Povero, povero dottor Durand». In preda al più profondo sconforto, Elise lasciò
tutto sulla scrivania – caffè, croissant, borsetta - e gli corse incontro. «Guardi lì,
è tutto sbucciato. Ma come è potuto accadere? Cosa le hanno fatto?».
Hubert si ritirò in un silenzio offeso.
«Umpf!».
Non le diede neanche la soddisfazione di assaggiare il caffè.
«Che cosa spaventosa! Si direbbe rotto…». Elise era troppo spaventata per
accorgersi del caffè. «Le fa molto male? Dio… Non riesco a crederci. Sembra
impossibile, eppure è successo. Oh, dottor Durand…», continuava a
piagnucolare, chiedendosi cosa fare prima. Chiamare la polizia? L’ambulanza?
Rassettare? Nel dubbio, continuava a girargli intorno come una chioccia,
toccandosi le guance. Reazioni che Hubert trovò da subito fastidiose ed
eccessive.
«Può per cortesia smetterla con questi inutili isterismi? Torni padrona di sé,
Elise, sto benissimo!», le intimò.
Secondo Hubert, mademoiselle Tautou soffriva della sindrome della
crocerossina. Ed era vero. Per di più aveva una fervida fantasia.
Quello che Hubert non sospettava, era che dietro quella facciata di efficiente
dattilografa, si nascondesse un animo appassionato.
Tra i più insospettabili segreti di Elise Tautou c’erano le videolezioni di Alonso
Rodriguez, un ballerino giamaicano che guardava tutte le sere alla tv mangiando
popcorn. Poi c’erano i pasticcini allo zenzero. Li nascondeva nel terzo cassetto
del comò. Infine lui, il più peccaminoso di tutti. Quello che non avrebbe mai
confessato a nessuno. Tutte le notti, da circa un anno, Elise sognava di arrivare al
lavoro e di trovare Hubert Durand ferito, dolorante, quasi in punto di morte e di
essere lei, con le sue cure amorevoli, a salvarlo. Di solito, il sogno finiva con
Hubert che la supplicava di sposarlo. Allora Elise, per non dargli un dispiacere,
acconsentiva strappandosi di dosso la camicetta. Seguiva un amplesso disperato
sul tappeto, con il caminetto acceso e la neve che copriva il vialetto di uno
splendido chalet abbandonato tra le colline.
Perciò, quando vide Hubert con il naso viola, Elise Tautou sentì che quello era
un segno del destino e lei, che da anni si preparava a quel momento, corse a
sorreggerlo.
«Ma ha sbattuto?»
«NO!».
Fu indubbiamente impeccabile.
Prese la cassetta del pronto soccorso.
«Forse mettendoci dell’acqua ossigenata»,
«Ma per cortesia».
«Vuole un tè?»
«Come avrò fatto a non pensare al tè?».
Non si può dire che non fece il possibile per aiutarlo.
«Oh, povero dottor Hubert…», si angosciava, senza stare un attimo ferma.
Chi invece non riusciva ad arrendersi al ruolo della vittima era Hubert, che per
tutto il tempo cercò di scansarla, impedendole fermamente di mettergli una borsa
d’acqua gelata sul naso, ordinandole tassativamente di non toccarlo e non
facendo che brontolare, brontolare, brontolare a tutto spiano.
«Ah, ora basta!».
Quando si rese conto di non riuscire a liberarsi di lei, Hubert corse a rifugiarsi in
camera sua.
«Io proprio non mi spiego.. L’hanno aggredita?», gli corse dietro Elise.
«Non iniziamo a dire assurdità».
«Allora i ladri? Hanno portato via qualcosa?».
Hubert, finalmente al sicuro nella sua stanza, afferrò la maniglia della porta e la
guardò dalla soglia con rigida fermezza.
«Mademoiselle Tautou, apprezzo il suo attaccamento al lavoro, ma ho bisogno di
vestirmi. Gradirei un po’ di privacy».
Che vergogna…
Rendendosi conto di essere quasi entrata in camera da letto di Hubert, Elise
arrossì.
«Oh, certo. Certo, ovviamente», si mise a farfugliare, tirando su gli occhiali.
Era così mortificata, così dispiaciuta, che Hubert si pentì di essere stato
antipatico.
«Perché non va a prendermi il giornale?», le propose, conciliante, prima di
rinchiudersi in camera.
«Lo faccio subito», annuì Elise, felice di potergli essere utile. Recuperò la borsa,
la giacca. Sulla porta gli domandò, ingenuamente: «Vuole che chiami un
dottore?»
«E io cosa sarei?», si affacciò Hubert, risentito.
«Be’, io… Intendevo…». Elise avrebbe voluto dire “uno vero”, ma era certa che
Hubert non avrebbe capito. Così, per non peggiorare le cose, chiuse la bocca.
«Sono sicura di riuscire a trovare una copia del Lafayette, oggi c’è in allegato
una guida alle migliori enoteche di Villaduville». E scappò via, giù per le scale.
Hubert Durand bofonchiò un’imprecazione.
«Perché no? Ubriachiamoci…».
Tolse il pigiama e si buttò sotto la doccia, dove per quieto vivere e per impedirsi
di commettere un efferato omicidio, oppure di lanciare una lampada contro la
finestra, ci rimase una buona mezzora.

Capitolo 10
Solo filet mignon

Quando Hubert Durand uscì finalmente dal bagno era gonfio esattamente come
prima, ma almeno era vestito.
Aveva scelto una camicia bianca, una giacca grigia, un pantalone nero.
Alla ricerca di una perfezione che sentiva smarrita, si era annodato la cravatta e
aveva spazzolato i capelli con più energia di quanto servisse.
In definitiva, non si sentiva meno scombussolato, ma era tornato padrone di sé.
Ritornò nel suo studio. La tv era accesa, davanti c’era Elise che ascoltava il
notiziario.
Hubert si guardò in giro. «Ha preso il giornale, Elise?», le chiese.
Accorgendosi solo in quel momento di lui, mademoiselle Tautou spense la tv.
«Cosa? Il giornale? Ehm… Certo. Sì. Ma perché non prende il caffè?», gli
propose, invece.
C’era in effetti un vago odore di caffè nella stanza. Hubert ricordò di non aver
ancora fatto colazione. Accettò con piacere il caffè, malgrado non fosse più
caldo.
Lo sorseggiò in piedi, cercando di ricordare gli impegni di quella giornata.
Trovò anche il giornale, alla fine, ripiegato sulla scrivania. Poggiato un po’ in
disparte, dietro a un vaso.
«A che ora arriva il primo paziente?», si informò, distratto dai titoli della prima
pagina.
Il Lafayette era un giornale catastrofico.
Quella mattina riportava quindici omicidi, un possibile attentato terroristico e
prevedeva, tra le altre cose, la fine imminente del pianeta per l’atterraggio di un
asteroide tra rue de Renard e il quarantadue di course la Fontaine.
Hubert amava leggere il Lafayette. Gli restituiva sempre il buonumore. Continuò
a sfogliarlo, alla fine si sentì così sollevato che decise di assaggiare un angolino
del croissant.
«Tra mezz’ora dovrebbe arrivare il signor Hanon», gli comunicò nel frattempo
Elise, che come un topolino aveva già raccolto le briciole dal tavolo e aveva
buttato bustina di zucchero e bicchiere di carta nel cestino. «Vuole controllare?».
Gli tolse di mano il quotidiano. Gli passò l’agenda.
Hubert avrebbe preferito il giornale. Ad ogni modo, diede un’occhiata veloce ai
suoi impegni.
La sua vita, a colpo d’occhio, gli sembrò per la prima volta… monotona.
Fu la sensazione di un attimo, solo un istante. Eppure, dando uno sguardo ai suoi
lunedì, ai suoi martedì, a qualche mercoledì e perfino ai giovedì, Hubert notò che
le sue giornate erano un ripetersi bene o male tranquillo di “signori Richard”, di
“signore Levon”. Nomi che si alternavano di ora in ora tra note e appunti noiosi.
Una bolletta da pagare, una riunione da disdire, qualcuno da chiamare. E poi,
quando arrivava la sera, le scritte smettevano e restavano sull’agenda tante righe
vuote. Segno che Hubert, passate le sei, non faceva mai niente di così
interessante da dover essere ricordato.
Ripeto, fu davvero una questione di qualche secondo.
L’attimo dopo gli sembrò invece che la sua fosse una vita davvero piena.
C’erano gli articoli da terminare per il giornale, i suoi congressi a fargli
compagnia. I riconoscimenti che riceveva a renderlo una persona importante. E
non tutti potevano dire lo stesso a Villaduville.
Qualche differenza, però, si fece sentire quella mattina.
Come se qualcosa fosse cambiata impercettibilmente.
«Il signor Riou ha disdetto?», notò Hubert, quando vide una linea che cancellava
una visita segnata per quel martedì.
Il signor Riou era un vecchio paziente del dottor Durand, lo seguiva da tanto ed
era sempre stato puntuale. Non mancava mai una visita, arrivava alle dieci e
venticinque, spaccato il secondo. E che piovesse o che ci fosse il sole, andava
via alle undici e zero sei.
Ma quel martedì sull’agenda c’era segnato: appuntamento rimandato.
«Ehm… ». Elise, in difficoltà, gli sorrise. «Sì, il signor Riou ha chiamato poco
fa. Non può venire».
«Ha detto perché?», chiese Hubert.
«No». Elise scrollò le spalle. «Forse è impegnato», suppose.
Il dottor Durand sospirò. Guardò fuori dalla finestra.
Era stata una strana settimana.
«Be’…», decise. «Meglio così. Non sono dell’umore per le nevrosi del signor
Riou».
«No, certo», annuì Elise, comprensiva.
Hubert, fiato trattenuto, si poggiò con il gomito sul vetro.
Guardò giù, la strada che scorreva.
Gli sembrò il momento adatto per concedersi una riflessione profonda. Qualcosa
che spiegasse episodi singolari come quelli che aveva vissuto negli ultimi giorni.
La sua, per esempio - e la sua agenda lo dimostrava - era una vita invidiabile.
Appuntamenti sincronizzati come un orologio svizzero. Alle dieci la sua
colazione, alle undici il primo paziente, alle sei staccava, alle otto scriveva, alle
nove cenava. Alle dieci, Hubert andava a dormire. Era la chiave del suo
successo: la precisione metodica.
Ma non tutti erano come lui. Le persone, le altre ovviamente, a differenza di
Hubert erano creature imperfette. Il più delle volte, vivevano vite sregolate,
infelici, senza rendersi conto che proprio quella totale assenza di regole era la
causa della loro insoddisfazione.
Il compito di Hubert era di aiutare queste persone a rimettere ordine nella
propria mente, di conseguenza di sottrarli alle proprie abitudini – il più delle
volte sbagliate - e di contribuire così alla loro serenità.
Non era detto che gli riuscisse. Non sempre Hubert Durand poteva guarire i suoi
pazienti.
Questo era quello a cui pensava, guardando le auto bloccate dal traffico.
C’era in mezzo a tutta quella gente anche qualcuno destinato a non salvarsi. E
quando Hubert provava ad avvicinarsi, cosa otteneva? Un naso rotto. I suoi orari
stravolti. Un caffè freddo. Un appuntamento cancellato.
Neanche una settimana a rue de Bouganville e la sua agenda si era arruffata,
come la sua cravatta.
Ma non era colpa sua, naturalmente. Non era colpa di nessuno, in realtà. Era solo
la natura che tra le tante regole, di tanto in tanto, prevede anche un’eccezione.
«Perché, vede signorina Tautou, ci sono dei casi che si ostinano a non voler
essere curati», rifletté ad alta voce. «Esiste il paziente impossibile? Quello che
comunemente viene definito un “caso perso”?», le domandò. «Sì, oggi ne ho la
conferma», ammise. Lui che credeva di essere infallibile. Be’, forse non lo era. E
se non poteva lui, allora non poteva nessuno. Quindi, in sostanza, Hubert
ammise in quel momento di aver fatto il possibile, ma di non poter fare altro.
Si arrese, in sostanza, alle previsioni del Lafayette, mettendo in conto la
possibilità che un piccolo meteorite fosse già caduto tra rue de Renard e il
quarantadue di course la Fontaine, in attesa di essere raggiunto da un pezzo di
roccia di dimensioni maggiori che, a differenza del primo, avrebbe arruffato
l’agenda di tutto il pianeta, non solo la sua.
Riprese con vigore il giornale, lo sbatté con forza.
«Sa di chi parlo?», chiese a Elise, sbirciando l’oroscopo mentre fingeva di
leggere le informazioni meteo.
Elise gli tolse il giornale prima che riuscisse a trovare il suo segno zodiacale.
«No», ammise, pacata come al suo solito. «E adesso vada pure a sedersi. Ci
penso io a buttare questo».
Spedito sulla sua poltrona, Hubert si allontanò senza protestare.
«Mi riferivo alla signorina Sourel», le spiegò, quand’era già dietro la scrivania.
Sentiva da ore l’esigenza di parlarne con qualcuno. Chi meglio di Elise Tautou.
«Otto anni che faccio questo lavoro e non ho mai incontrato un paziente più
ostinato a rimanere malato! Io…». Fu costretto a fermarsi.
Voleva sedersi, invece si ritrovò di nuovo in piedi con i pugni poggiati sul
tavolo.
Gli venne spontaneo, appena pensò a Charlotte sentì di non riuscire a stare più
fermo.
«Certo. Sì, certo… Era comprensibile», annuiva Elise, preparando la stanza per
la prima visita del dottor Durand.
Cose che faceva tutti i giorni.
Mettere nello stereo il cd dei rumori rilassanti, preparare una brocca di tè da
servire in sala d’attesa.
Hubert trovava irritante il distratto interesse di Elise, avrebbe desiderato una
maggiore partecipazione.
«L’incontro con Charlotte è stato un vero fiasco», ammise dolorosamente. Fu un
duro colpo per il suo orgoglio. Era disposto ad accettare che ci fossero dei limiti
alla sua professione, gli riusciva un po’ meno facile ammettere di averlo scoperto
durante una seduta. Avrebbe, per esempio, preferito spiegare a Elise che era stato
un altro psicologo a inciampare sul tappeto davanti a un paziente.
Forse fu per questo che la storia del tappeto, del naso rotto e della poltrona la
tenne per sé.
D’altronde, Elise non sembrò stupita neanche un po’.
«Lo immaginavo», gli confidò, serena.
Tanto che Hubert, che non aveva fatto troppo caso al suo strano atteggiamento,
finì per incuriosirsi.
«L’ho tenuta qui quarantacinque minuti. Mi crede? Ho acceso la musica, ho
cercato di metterla a suo agio. Tempo perso. Charlotte Sourel non ha fatto
progressi. Non sono riuscito a tirarle fuori neanche…», si fermò a metà di uno
sfogo per una sorta di sesto senso. Fissò la sua segretaria con perplessità. «Che
vuol dire che lo immaginava?».
Elise, colta in flagrante mentre cestinava il Lafayette, spalancò gli occhi. «Cosa,
dottor Durand?».
«Ha detto», ripeté Hubert, girando intorno alla scrivania. «Ha detto che lo
immaginava».
«Ah sì?», farfugliò Elise e nascose il cestino dei rifiuti dietro la schiena.
«Sì», confermò Hubert. «Mi spiega come faceva a immaginare che la seduta di
Charlotte sarebbe stata un disastro? Non ricordavo di avergliene parlato».
«No, infatti», ammise Elise. «Mi sarò confusa». Ma aveva una spiegazione
plausibile. «Volevo di sicuro dire: certo, dottor Durand. Se lo dice lei!». E gli
sorrise. Un bel sorriso tirato.
Hubert strinse gli occhi.
«Mademoiselle Tautou, probabilmente devo sembrarle un vero imbecille».
«Questo non è assolutamente vero, dottor Durand», sbiancò di colpo Elise.
«Allora mi faccia vedere quel giornale». Hubert tese la mano. Non gli erano
sfuggiti tutti quei tentativi per distrarlo. Pretese di riavere il suo Lafayette.
«Dimentichi il giornale», lo supplicò Elise.
«Adesso», si impose Hubert.
«Non le piacerebbe».
«Non mi piacerebbe cosa?»
«Prenda il caffè».
«Ho già preso il caffè!», le ricordò.
Lei continuava a tenere il cestino dietro la schiena. Lo avrebbe portato con sé
nella tomba, questa più o meno era la prospettiva.
Hubert ebbe un lampo di genio, d’altronde chi se non lui? Fissò la tv. «Ha spento
lei il notiziario?», le chiese, subdolo.
«Potrei averlo fatto», confessò Elise, distrutta dalla tensione dell’interrogatorio.
Hubert tornò a fissarla, dritto negli occhi. «Cosa sta cercando di non dirmi,
signorina Tautou?»
Mentire era inutile.
Gli passò il cestino e con lo sguardo più affranto possibile, Elise Tautou
mormorò: «Charlotte… È una prostituta».
Hubert osservò la sua segretaria come se avesse davanti un alieno. Uno di quelli
verdi, con le antenne, che fanno bzrz btrzz.
Prese il giornale dal cestino, sfogliò rapidamente in cerca di connessioni. Anche
ammesso che Charlotte fosse un prostituta, cosa c’entrava il Lafayette?
«Lo sapevano tutti», gli raccontava intanto Elise, avvilita. Se solo lo avesse
saputo prima, lo avrebbe detto a Hubert, ma anche lei non immaginava nulla.
«Sembra che gli inquilini del palazzo scommettessero su di lei, l’ho sentito dire
in edicola. Si chiedevano quando l’avrebbe capito».
Fu la parte più difficile da rivelare: il giro di scommesse clandestine in
portineria.
Hubert, stravolto, spalancò gli occhi. «Facevano cosa?».
Era incredibile, ma il peggio doveva ancora venire.
Delicata come una piuma che si adagia sul terreno, Elise gli aprì il giornale sulla
rubrica “Attualità”.
C’era un vistoso articolo.
Il titolo era gigantesco, occupava quasi tutta la pagina.
“L’irreprensibile dottor Durand schiavo del piacere!”.
Era firmato Serge Leclerc.
Serge era uno psicologo di Lione, ed era anche suo acerrimo nemico da quando
Hubert lo aveva definito in un articolo “ciarlatano, distributore di verità in
supposte”.
Tra loro non correva buon sangue, questo da tempo.
Serge era freudiano. In buona sostanza era convinto che qualsiasi cosa accadesse
tra Parigi e Timbuctù fosse colpa di sua madre. Hubert era convinto che Freud
più che uno psicanalista fosse un uomo molto scorbutico, affetto da gastrite.
Si erano scontrati per anni sulla questione, fino a quando Serge non aveva
accettato di scrivere per la rubrica “pillole di psicanalisi” del Lafayette. Un
simpatico spazio che proponeva ai suoi lettori di spedire in redazione domande
alle quali Serge rispondeva di venerdì.
Per Hubert era stato un vero spasso scriverci un articolo per Oggigiorno. Lo
aveva talmente ridicolizzato, che Serge non era stato più capace di trovare un
tavolo libero al Cigare!
Da quel giorno, gonfio di bile, aveva promesso a Hubert di rendergli pan per
focaccia. E finalmente l’occasione si era presentata. Già. E che occasione!
Hubert non volle neanche leggerlo l’articolo. Guardò di nuovo la finestra, forse
era ancora in tempo per buttarsi di sotto.
«Dottore… Dottore, cosa fa?», si allarmò Elise, quando lo vide trascinarsi con
aria penosa verso la scrivania.
Hubert aprì le imposte, si affacciò.
Le macchine scorrevano ancora, intervallate dai semafori.
Sarebbe bastato spingersi ancora un po’ e le avrebbe raggiunte.
Gli sembrò l’unica cosa da fare, ma a una seconda analisi ci ripensò, realizzando
che la sua era stata un’idea davvero sciocca.
Il dottor Durand abitava al secondo piano. Da quell’altezza, non c’era nessuna
possibilità che morisse. Tutt’al più, calcolando la sua attuale sfortuna, si sarebbe
rotto un osso.
Hubert pensò che per il momento gli bastava il naso.
«Mi faccia una cortesia, Elise», si voltò verso la sua segretaria e prima di
ritornarsene in bagno le chiese: «Vada a comprarmi un'altra bistecca».
Capitolo 11
Morto all’ordine del giorno

Si può reagire in molti modi scoprendo che la propria vicina, quella che credevi
fosse la ragazza della porta accanto, in realtà è una prostituta.
Ci si potrebbe porre il problema: chiamarla la polizia?
Ma poi magari: no, meglio non farlo. Troppe carte da firmare, domande a cui
rispondere.
E allora si potrebbe lasciar correre, far passare il tempo. Che il tempo, si sa,
qualche cosa di buono ogni tanto la fa.
Ci si potrebbe indignare! Oppure sbraitare: “Cos’è questa storia che c’è una
prostituta nel palazzo e non ne sapevo niente, eh?”
Perché se uno lo sa, magari si mette in lista, chiede un appuntamento come dal
dentista.
“Che faccio, le porto le analisi? Ho pure una radiografia del
millenovecentoottantadue. Roba da poco, solo un femore rotto. Ah, non serve?”.
No, per dire che ognuno la prostituzione la prende come può. Tra l’altro,
Charlotte accettava solo contanti. Niente carte di credito o assegni.
Certi se ne facevano una ragione. Era un lavoro come un altro, portava tante
soddisfazioni, tra l’altro.
Il nostro Hubert, però, non ce la fece. Fu un duro colpo per lui, che certe cose
non le aveva mai capite.
Charlotte una prostituta.
Una che andava con chicchessia.
E non con lui.
No, questa era una valutazione secondaria, giusto un pensiero fugace.
Insomma, Charlotte l’aveva toccata qualcun altro. E non lui.
E la toccava spesso, ogni volta che voleva.
Era un’idea che rifiutava, immagini a cui non voleva pensare. Così si chiuse nel
suo studio e non mise più il naso fuori dal suo appartamento. Neanche per
prendere giornale e latte.
Il primo giorno nessuno se ne accorse. Il secondo nemmeno. Pensarono fosse un
caso. Dal terzo, però, l’affare si fece strano. I condomini del numero tre di rue de
Bouganville si misero a bisbigliare.
Ma cosa gli sarà preso a Hubert Durand?
Ma starà bene il Durand?
Era diventato “il Durand”. E la sua recente sparizione era l’argomento principale
di conversazione.
Era scappato? Fuggito in piena notte per la vergogna? Era finito in gattabuia?
Ognuno aveva un’idea sua, ma nessuna spiegava che fine avesse fatto davvero
Hubert.
Arrivò lunedì.
Pioveva a catinelle. C’erano nuvoloni grossi così. Il cancello cigolava e le scale
scricchiolavano un po’ come le ginocchia di Martin, che rimase chiuso in
portineria tutta la mattina davanti alla stufetta accesa maledicendo quel
tempaccio balordo.
«Beato Hubert!», bofonchiò Martin Leroy. «Almeno lui se ne sta al caldo, non
come me. Guarda là che tempaccio!». Si affacciò sui gradoni, diede un’occhiata
fuori.
«Proprio così. Beato Hubert. Lui può permettersi di far quel che gli va. Non s’è
sposato, genio!», si accodò André, l’amministratore. Arrivò in quel momento,
era appena uscito dall’ascensore. Si fermò da Matisse per abbottonarsi il
cappotto. Aveva messo un cappello a bombetta. Aveva appena tagliato i baffi.
«Che bisbigliate voi due?», sbraitò il signor Bernard, rientrando con sua moglie
Elenoire dal mercato.
Aveva lasciato l’auto in garage, era salito con la sciarpa attorcigliata al collo,
l’aria sofferta, la pipa annacquata dalla pioggia.
«Ma niente. Si diceva così, per dire qualcosa», mormorò Martin, affacciato dalla
finestra del suo gazebo con i gomiti piantonati sulla scrivania e l’aria annoiata.
«Parlavamo del dottor Durand», spiegò André. «Ancora non è uscito, lo sa? Non
s’è visto, vero?». Per sicurezza chiese conferma a Martin, che fece cenno di no,
buttando un mazzo di bollette sul bancone.
«Ecco lo sapevo!», bofonchiò Bernard. Saliva le scale stanco, portandosi dietro
il carrello della spesa.
Aveva comprato due baguette e un sacco di mele quel giorno. Le mele le odiava,
ma il dottore gli aveva detto che fanno bene. A Elenoire, sua moglie, era
sembrato un buon motivo per rimpinzarlo come un vecchio cavallo. Torte di
mele, stufati di mele, decotti di mele. Facile, quindi, che Ivan Bernard, sergente
in pensione, fosse di cattivo umore. Ve l’ho detto che le mele proprio non le
mandava giù.
«C’è rimasto secco. Altrimenti non si spiega. No. No. Hubert Durand deve
essere morto stecchito. Lo capisco pure, quand’è che ti ricapita? Ma non aveva
l’età per certe cose», si mise a borbottare. “Certe cose” per Ivan erano Charlotte.
«Lo sforzo l’ha sfiancato. Sfido io!», fece una smorfia. «Con quest’umidità, uno
deve riguardarsi». E ne sapeva qualcosa lui di acciacchi! Ottantatré anni a
giugno.
«Senti, senti», si mise a borbottare Elenoire, che entrò in portineria dietro di lui.
«E se non ce l’ha lui l’età per certe cose allora tu? Eh? Tu ce l’hai, per caso?», lo
pungolò, indispettita. Cappellino blu e borsetta in coordinato. Una donnina a
modo. Eppure Elenoire era una che le cose se le legava al dito. Non sopportava
tutte quelle chiacchiere a sproposito su Hubert. Perché va detto, a Elenoire il
dottor Durand piaceva moltissimo. Lo trovava distinto.
Dunque, facile intuire che quella sera, per fare un dispetto a suo marito Ivan,
avrebbero mangiato mele arrosto, brodo di mele e mele mantecate.
L’umore del signor Bernard precipitò. «Dannato Hubert!».
«Mah, sarà una fase. Si riprenderà», tagliò corto il commercialista del terzo
piano, il signor Jerome, che si trovava in portineria giusto per caso. Sfogliava il
giornale, non riuscendo a decidersi. Andare prima dal barbiere o dal droghiere?
André, l’amministratore, si disse d’accordo. «Ma certo che si riprenderà.
Figuriamoci!».
Così sciolsero la seduta e ognuno se ne tornò agli affari suoi, pensando che
presto o tardi il dottor Hubert si sarebbe stancato di starsene rintanato in camera
sua e sarebbe venuto fuori.
L’idea tranquillizzò anche gli altri condomini, che ripresero le loro vite
indisturbati.
Passò una settimana. Fu di nuovo lunedì e, sentite un po’, ancora niente Hubert.
Neanche la signorina Elise veniva più. D’altronde, che senso aveva presentarsi al
lavoro se tanto Hubert aveva cancellato tutti gli appuntamenti in agenda? Non
c’era stato più un solo paziente nello studio Durand da quando… Be’, sì, da quel
fattaccio! E non era normale per uno come Hubert.
Doveva essere grave. Anzi, gravissimo.
Si diffuse un generale senso di colpa che teneva tutti sulle spine. Passavano nei
corridoi guardandosi con sospetto, a volte finivano per caso davanti al suo
appartamento e, sempre per caso, si ritrovavano con l’orecchio appiccicato alla
porta oppure con l’occhio incollato allo spioncino.
Non era curiosità, non era gente abituata a ficcare il naso in giro, speravano solo
che il dottor Durand desse un cenno di vita. Uno qualsiasi. Anche un rumore,
come un bicchiere che cade, per rassicurarli, far capire a tutti che stava bene. Ma
da quell’appartamento non arrivava neanche un respiro e la preoccupazione
cresceva. Tanto che venerdì i condomini decisero di incontrarsi per una riunione
straordinaria.
Organizzarono in gran segreto. Decisero di vedersi a casa di madame Hollande.
Quella con il salotto più spazioso.
Alle sei sgattaiolarono fuori dai loro appartamenti, incappottati fino al naso, e si
radunarono attorno al camino di Inés, che data l’occasione aveva messo nel
forno un pasticcio di pollo e fatto portar su dalla pasticceria biscotti e tortini al
profumo di agrumi.
La cameriera servì brandy e caffè.
C’era grande apprensione.
«Allora?». Il primo a parlare fu il signor Picard. Odiava starsene lì, fermo e zitto.
André Toulouse inzuppò un biscottino nel tè, scuotendo la testa. «Allora? Ah…
Allora, allora…».
Ritornò il silenzio, finché qualcuno non ebbe il coraggio di dire quello che
pensavano tutti.
«S’è ammazzato. Ormai è chiaro». Ivan Bernard si passò un dito sulla gola.
«ZAC! Colpo netto. Basta recidere l’arteria. Si va all’altro mondo in due minuti
o poco più».
Martin lo scacciò con una mano. «Non iniziamo a dire assurdità!». E borbottava,
tra sé. «Dice “ammazzato”, dice. Uno tutto d’un pezzo come Hubert Durand,
dico io. Ecco che dico».
«Come vuoi. Come vuoi», si arrese Bernard. «Ma vedrai, Martin. C’è rimasto
secco, quello. Quando troveranno il cadavere bello e stecchito sul tappeto mi
dirai: Ivan, avevi ragione!».
«O Gesù», la signora Velasquez lasciò cadere la tazzina di caffè e si portò le
mani sulle guance. Era stato un trauma scoprire che Charlotte era una prostituta
– già, perché alla fine il giornale l’avevano letto anche le signore del numero tre
di rue de Bouganville – ora si parlava di cadaveri. «Si è ammazzato. È morto!
Che Dio lo abbia in gloria, povero ragazzo. Morto», si mise a ripetere, scioccata.
«Ah», sospirò Martin, il portiere, guardando male Ivan.. «Ha visto cosa ha fatto,
signor Bernard?», lo rimproverò.
Ma ormai il danno era bello che fatto, si convinsero tutti che Hubert si fosse tolto
la vita. E non ci fu modo di convincerli del contrario.
D’altronde lo sapevano tutti, era stata la notizia della settimana: Hubert Durand
e la prostituta. Era finita sui giornali, non facevano che parlarne in città. Perfino
in tv! Chiaro che uno prende e si ammazza. Dopo uno scandalo del genere
cos’altro può fare un gentiluomo? O si suicida, o scappa in Messico.
La misero ai voti. Erano tutti certi che Hubert non fosse ad Acapulco. Non era il
tipo da spiagge assolate e oli abbronzanti. Quindi restava solo una possibilità: si
era ucciso. Tutt’al più, colpo al cuore e se n’era andato per il dispiacere.
«Povero Hubert. Povero Hubert. Tanto caro. Tanto caro», piangeva Marlene. .
«Gran giocatore di bridge», commentò, serafica, madame Hollande.
«Qui si parla senza il morto!», sentenziò Bernard.
«Che vuoi dire?», gli domandò André, l’amministratore, che già si chiedeva se
fosse il caso di mettere un annuncio per l’appartamento. Lasciarlo sfitto era un
peccato.
«Che serve il cadavere! Qualcuno dovrà andarlo a recuperare. Ci sarà una puzza
così tra qualche giorno». Storse il naso. «Topi grandi come braccia».
«Che orrore», fece una smorfia Elenoire.
«Io non intendo avvalorare l’ipotesi del suicidio, non è cristiano», era l’idea
della signora Fevre. A differenza del marito, un vero mangiapreti, andava in
chiesa ogni domenica ed era fermamente convinta di essere una pecorella
smarrita del Signore. «E se fosse stato ammazzato? Forse dovremmo chiamare la
polizia», propose.
«Polizia? No, per carità, no!», si impose André. «Come la spieghiamo Charlotte
alla polizia?»
«E perché dovremmo spiegarla?», si domandò Eugenie Picard. «Quel che fa nel
tempo libero sono affari suoi, mica sto lì a chiederle come passa il tempo? Sono
una persona seria, io!». E guardò con un’occhiataccia tutti quanti. Eugenie va
capita. L’aveva scoperto neanche due giorni prima che Charlotte era una
prostituta, le avevano sempre detto “fiorista” e lei, da brava persona, ci aveva
anche creduto.
«Resta che non sta bene. Il condominio non ci fa una bella figura se iniziamo a
dire in giro che qui abita una prostituta».
«André», lo riprese madame Hollande. «Non essere volgare».
«Perdonami, Inés, è l’agitazione». L’amministratore alla fine prese fiato e
bisbigliò: «Non possiamo dire in giro che qui vive una donna… Insomma, quel
tipo di donna».
«Bei rimbambiti che siete!», sbraitò Ivan Bernard. «Siamo finiti su tutti i giornali
della nazione, ancora ci preoccupiamo di parlare a bassa voce? Lo sanno tutti chi
ci abita qui».
«Non è assolutamente vero», puntualizzò il signor Fevre. «Hanno parlato di una
prostituta, nessuno ha specificato che abitasse nel nostro condominio».
«Io non ci posso credere. Charlotte», ci pensò su la signora Bernard. «Proprio
lei, così carina».
«Carina o no qui non ce la voglio», decise la signora Fevre. «Non è rispettabile.
Mandiamola via e poi chiamiamo la polizia».
«Mandare via Charlotte? Suvvia, Agnes», cercò di farla ragionare
l’amministratore. «Non sarebbe educato».
«Educato? Lei per caso è educata?», si indispettì Agnes Fevre.
«Lascia sempre un biscottino sul tappeto per il mio Finferli», ci pensò su la
signora Picard. A lei Charlotte piaceva anche se era un po’ prostituta.
«Non so, non so. Strano affare», mormorò la signora Hollande. «Certo, però, che
se Hubert è morto prima o poi se ne accorgerà qualcuno e allora verranno a fare
un sacco di domande».
«I giornalisti? No, io non posso vedere la stampa. Non ho fatto la piega», si
preoccupò Marlene. Si tastò la coda. Da quando non andava da un estetista? Ma
era sempre così indaffarata…
«Che proponete?», chiese invece Philippe, pratico. Non aveva detto una parola,
per lo più aveva mandato giù sorsi di brandy. Ma s’era fatta una cert’ora, c’era la
partita in tv. Sfregò le mani e cercò di tagliare corto.
«Quante scempiaggini tutte insieme. Qualcuno vada a bussare a casa del dottor
Durand e poi si vedrà. Magari Hubert sta bene e stiamo qui a cincischiare per
niente», brontolò Ivan Durand.
«Ivan ha ragione», pensò il signor Fevre, sovrappensiero.
«Sì, lo trovo ragionevole», fu d’accordo anche il veterinario, mentre girava un
cucchiaino nel suo caffè.
«Decisione presa, ora tocca scegliere chi deve andare a bussare», mormorò
Eugenie Picard.
E si voltarono tutti verso Martin.
Il portiere sospirò.
«Figuriamoci, tocca sempre a me fare il lavoro sporco. E se è morto davvero? Se
magari si è impiccato?»
Di colpo l’idea di trovare Hubert penzoloni gli fece accapponare la pelle.
«Oh.. Via, Martin, quante storie per così poco», si inalberò Bernard. «Se si è
impiccato meglio, no? Non c’è da pulire in giardino e non macchia la
tappezzeria».
La seduta fu chiusa. Decisero di vedersi il giovedì seguente per decidere di che
colore ridipingere i corridoi.
Capitolo 12
Saldi di fine stagione

E invece non c’era nessun morto al secondo piano del numero tre di rue de
Bouganville, ma c’era uno scaletto e sullo scaletto c’era Ernest.
Ernest non lo conoscete ancora. Posso dirvi che era uno vecchia maniera: sigaro
in bocca, canottiera anche in gennaio e barba rada.
Si arrangiava un po’ come poteva. Faceva lavoretti in giardino, sistemava
elettrodomestici rotti, turava buchi nel muro. E se il lavandino perdeva, lui
arrivava con la sua tuta da lavoro, le tenaglie infilate in tasca e nel giro di
qualche minuto ti metteva a posto anche il tubo.
Era uno che potevi chiamare per le emergenze il signor Ernest, lavorava a
qualsiasi ora se la paga era buona.
Hubert trovò il suo numero di telefono su una rivista specializzata. C’era una
sezione per gli annunci.
“Ernest Duval, tuttofare a prezzi ragionevoli”.
Sembrava affidabile, ma c’era davvero da fidarsi?
Nel dubbio, Hubert avrebbe preferito contattare una ditta specializzata, ma ormai
mancavano tre giorni a Natale. Anche volendo, non rispondeva più nessuno.
I centralini erano sempre occupati, gli uffici chiusi.
Dopo due chiamate a vuoto e due litigi furibondi con la segreteria di un’officina,
il dottor Durand si era dovuto arrendere. Non era rimasto neanche un muratore
libero a Villaduville. E nemmeno idraulici, elettricisti e pompieri. Esatto, erano
occupati anche i giardinieri.
E allora va bene! Va bene! Niente ditta specializzata! Perciò, stanco del
problema, disposto ad assumere anche un acrobata del circo, Hubert aveva
telefonato a Ernest e, cosa che non lo stupì affatto, Ernest aveva risposto subito.
«Oh, buondì dottor Durand! Sa che l’ho vista in televisione? Era lei quello con
quel bel fiore di ragazza?»
«Sorvoliamo, Ernest. Sorvoliamo», aveva borbottato Hubert al telefono. Ma in
fin dei conti non se l’era presa, perché ormai si era abituato. Era la celebrità del
momento, sperava solo che durasse poco. Perciò cambiò decisamente
argomento.
«Dica, sa per caso insonorizzarla una camera da letto?»
Aveva spiegato a Ernest cosa gli serviva. Aveva deciso di isolare l’appartamento,
così non avrebbe più sentito né mobili che si spostavano né tantomeno musica
rap, metal o peggio ancora hip hop. Roba da poco. Bastavano un paio di
pannelli, lavoro di chiodi e martello.
«Uff!», gli aveva risposto Ernest, dall’altro capo del filo. «Sa quante volte l’ho
fatto? Almeno mille! Ci metto niente. Che dice se vengo domattina?».
Domattina era sembrato il momento adatto anche a Hubert. Non ne poteva più di
quella situazione. Così i due si erano messi d’accordo per le nove e tre quarti.
Ernest gli promise che per quella sera non avrebbe sentito volare neanche una
falena
Il dottor Durand aveva riagganciato più sollevato e per la prima volta dopo quasi
una settimana e mezza aveva chiuso gli occhi e si era addormentato. Crollato
come un sasso, di colpo.
Quel mattino, come promesso, Ernest si era presentato davanti al suo
appartamento. Hubert gli aveva aperto, pensando da subito che quella era la
faccia di un tipo losco. Specie con quel sigaro in bocca. Ma c’era poco da fare.
«Avanti. Cerchi di non sporcare», lo aveva supplicato, facendogli strada in
salotto.
I lavori di ristrutturazione erano cominciati. Poche ore e Charlotte si sarebbe
trasformata in un ricordo, qualcosa da dimenticare. Perché Charlotte, malgrado
fosse deliziosa, era il più penoso ricordo di Hubert Durand.
L’arrivo di Ernest, in ogni caso - quell’andirivieni di materiali dal suo furgoncino
parcheggiato davanti al portone, il fracasso che faceva con gli attrezzi e quel
battere continuo del martello sul soffitto - non passarono inosservati. Arrivarono
le prime lamentele in portineria.
«Signor Leroy, ma che succede al secondo piano?»
«Ancora? Ancora tamburi? Chi fa quel baccano? Vada a vedere, Leroy. Vada a
vedere!», intimavano i condomini dal citofono.
Allora Martin chiuse la giacca, infilò il cappello della divisa, mise un bel cartello
sul vetro: torno presto, se Dio vuole. E poi andò a controllare che succedeva al
secondo piano, pensando tra sé che Hubert Durand riusciva a infastidire tutti
anche da morto impiccato.
Prendendo fiato, bussò alla porta.
«Dottor Durand? Dottore? Sono Martin. Martin il portiere. Dottore? Dottor
Durand, è in casa?»
Gli aprì lui, Hubert, vivo e vegeto.
«Che vuole? Non vede che sono impegnato?».
Fu allora che Martin si rese conto di quanto sembrasse stanco Hubert. Le
occhiaie, i capelli sfatti, non aveva messo neanche i suoi completi scuri, ma un
paio di pantaloni comodi e una camicia. Non aveva al collo neanche la cravatta!
Una cosa quasi impensabile per Hubert Durand.
Il portiere si sentì talmente in colpa, perché lui sapeva tutto. L’aveva sempre
saputo che Charlotte era… Be’, sì, era…
E se gliel’avesse detto, invece di tenergli il muso e sghignazzare di nascosto, a
quel punto non ci sarebbero mai arrivati.
«Mi scusi, dottor Durand, ero passato a chiederle se le serviva qualcosa»,
arrancò Martin, non sapendo cos’altro inventarsi.
Hubert storse il naso.
«Non la vedevamo da un po’», continuò Martin, in difficoltà.
«Sa che servirebbe qua? Una birra», si sentì la voce di Ernest, che gracchiava dal
salotto.
Hubert alzò gli occhi al cielo.
Giornata orribile, incominciata malissimo.
Personaggio singolare Ernest.
«No, non ci serve niente», spiegò a Martin, che sbirciò nell’appartamento,
incuriosito da tutto quel baccano.
«È forse caduto il soffitto, dottor Durand?»
«No, non è caduto un bel niente. Permette?», cercò di chiudergli la porta sul naso
Hubert.
Martin la riaprì. «Ma guardi che posso dare una mano». Convinto com’era di
dover rimediare, il portiere si intrufolò a casa del dottor Durand con la faccia
mortificata, la giacca un po’ appiccicata.
«Se proprio insiste. Certo di peggio non si può fare», commentò Hubert, poco
entusiasta.
E dal momento che ormai Martin era entrato, richiuse la porta e cercò di tenersi
il più lontano da Ernest che trafficava sullo scaletto, circondato da secchi
sporchi, giornali vecchi e tutta una serie di attrezzi di cui Hubert faticava a
ricordare i nomi e l’utilità.
«Che casino», fu il primo commento di Martin, quando raggiunse il divano.
Il pavimento sporco, i mobili accatastati addosso al muro.
«Concordo», commentò desolato Hubert, che però pensava a tutt’altro. Si sedette
sulla poltrona, aprì con irritazione il giornale.
Martin si grattò il sedere con gli occhi piantonati sul pavimento. C’erano almeno
tre dita di polvere. «Fa bene a rinfrescare, c’era bisogno di un po’ di luce qui
dentro. È talmente buio…».
«Non sto facendo ripitturare, sto insonorizzando l’appartamento», precisò
Hubert con un colpo di pagina. Passò agli articoli sportivi, malgrado ne capisse
davvero poco di hockey.
«Sta facendo… Ah», Martin per un attimo fissò il soffitto e capì. Il dottor
Durand stava insonorizzando Charlotte Sourel. Se avesse potuto sprofondare tre
metri sotto terra, probabilmente il portiere avrebbe comprato pala e piccone. Ma
il pavimento non si aprì per inghiottirlo e Martin Leroy alla fine crollò. «Signor
Durand, se solo avessi immaginato…».
Hubert abbassò di colpo il giornale e lo fissò con odio. «Immaginato cosa? Che
ricevere prostitute nel mio studio avrebbe potuto crearmi dei problemi? In effetti,
come arrivarci?»
«Ah, con quelle lì meglio stare attenti», decise Ernest, indicandoli tutti e due con
la tenaglia. Si mordeva il sigaro in bocca, come uno che le cose del mondo le sa.
«Quelle ti rubano anche l’anima. Gli dai tanto così, nah… Si prendono tutto.
Meglio le straniere. Conosco un paio di gallinelle niente male. Se ha bisogno di
compagnia, dottor Durand, lei chiami Ernest», si batté la tenaglia sulla salopette.
«Che la sistemo io, vedrà».
Hubert si massaggiò convulsamente la fronte, forse era il caso di insonorizzare
se stesso dal resto del mondo, perché non aveva proprio più voglia di sentire
nessuno.
Martin andò a sedersi sul poggiapiedi accanto a lui, con le mani in mano.
«È che non sapevo proprio come dirglielo», gli confessò.
«Già, come dirmelo?».
Hubert fumava di rabbia dietro ai suoi articoli di cronaca nera.
Lo sapevano tutti nel palazzo, questo era certo. E nessuno era venuto ad
avvisarlo. Bella figura che ci aveva fatto! Bella davvero! Finire su tutti i giornali
del paese. In copertina. Trattato come un poco di buono. LUI! A rendergli
quell’agonia insopportabile, l’immagine del sorrisetto di Serge Leclerc mentre
scopriva, per puro caso, cosa combinava Hubert con Charlotte. Quanto doveva
essersi divertito a prenderlo in giro sul Lafayette!
No, non sarebbe più uscito di casa… Di questo ormai Hubert era certo. Lo
aspettavano anni di eremitaggio. Tempo utile per ripensare a tutti gli errori
commessi. Probabilmente avrebbe sofferto di gastrite fino al giorno del giudizio.
«E poi, povera Charlotte», si mise a lamentarsi Martin, sconsolato.
Hubert lo guardò con un sopracciglio inarcato. «Ma sì, povera Charlotte!»,
bofonchiò, sarcastico. E sfogliò con più foga il giornale. «Povera, sì. Povera!
Dovrò mandarle una scatola di cioccolatini, sarà inconsolabile».
«Lei le capisce le persone, ma non va sempre così», mormorò Martin, che non
aveva colto la punta d’ironia. «Si sa come vanno a finire certe cose. Si fa presto
a dire che non importa. Li ascolti, quelli lì». Indicò fuori. «Che importa a me se
Charlotte fa la prostituta? Dicono tutti così, ma importa sempre a qualcuno.
L’avrebbero cacciata, lo sa? E chissà? Forse la cacceranno davvero, prima o poi.
Povera signorina Charlotte», ci pensava. «È così cara. E poi, non è mica colpa
sua».
«Non è colpa sua, dice?». Hubert ascoltò con attenzione lo sfogo del portiere,
c’era un fondo di verità in tutte quelle farneticazioni.
«Non è colpa sua, no», ribadì Martin. «È la vita che va così certe volte. E la vita
di Charlotte è finita a quel modo. Uno mica le decide certe cose».
«No, difatti», ragionò per una volta Hubert.
«Non le deciderà, ma se le fa pagare bene, dico io. Ma ce n’è ancora di brave
persone. Femmine oneste. Gliel’ho detto, no? Conosco due di quelle
pollastrelle… Dia retta a me, Hubert», gracchiò con troppa confidenza Ernest.
«Ed è tutto gratis, garantito al cento per cento!».
Tirò una martellata al soffitto, crollò il lampadario.
Un volo di due metri. Si schiantò sul pavimento.
Hubert lo guardò precipitare, finché non si distrusse in mille piccole briciole di
vetro.
Ecco che succede ad affidarsi a un giornale d’annunci, pensò.
Ma questo lo portò a riflettere su un altro dettaglio che in quei giorni aveva
dimenticato sbadatamente. Lui era un professionista, non uno di quegli psicologi
da strapazzo che mettono annunci sui giornali, come quell’Ernest.
Indubbiamente, gli ultimi giorni gli avevano dimostrato che l’errore è sempre in
agguato. Anche lui, che di esperienza ne aveva alle spalle, era scivolato.
Tuttavia, il compito di un medico è di salvare il suo paziente a qualsiasi costo.
C’era quindi un modo per uscire da quella situazione e non era scappare,
nascondere la testa come uno struzzo, barricarsi nel suo salotto, ma affrontare la
realtà.
Charlotte era una prostituta.
E lui, come aveva già deciso, l’avrebbe guarita.
Arretrò, finì davanti allo scaletto di Ernest, guardò il lampadario sul pavimento.
Era un po’ come lui, a pezzettini piccoli e aguzzi, ma l’avrebbe rimesso in piedi.
Sì, lo avrebbe fatto.
Aveva solo una considerazione da aggiungere.
«Non sarà così gratis, immagino».

In una cassetta della posta, diretta al giornale Lafayette, c’era una busta.

“Gent.mo direttore Buson, del giornale Lafayette. Si fa presto a saltare alle


conclusioni errate, ma dietro al quadro il più delle volte c’è solo il muro. E una
prostituta può fare la prostituta dove più lo desidera, ma non nello studio di uno
psicanalista. Le mie prestazioni con la signorina Charlotte Sourel erano di
natura professionale. Ho solo deciso, data la mia preparazione, di offrire aiuto a
qualcuno che ne avesse bisogno. Se non ne ho mai fatto parola con qualcuno era
solo perché ogni psicologo che si rispetti è legato al suo paziente dal segreto
professionale. Scriva questo nel suo prossimo articolo. Io aspetto di guarire la
signorina Sourel per scrivere il mio sul signor Serge Leclerc. Le manderò una
copia in omaggio con una confezione di supposte, mi è sembrato di capire che i
colpi del suo blister sono finiti da un pezzo”.

Dottor Hubert Durand


Capitolo 13
Il prezzo del successo

«Signorina Sourel?»
Hubert si mise a battere sulla porta.
Neanche piano. E questa volta chi se ne frega dell’educazione!
Ci aveva perso la reputazione, aveva il diritto di bussare come voleva sì o no?
«Signorina Sourel, sono Hubert!».
Charlotte andò ad aprire, sorpresa dal baccano.
«Arrivo! Arrivo! Oh…».
Per un attimo, aveva creduto che fossero i pompieri, magari era andato a fuoco il
palazzo. Invece, sulla soglia trovò solo il dottor Durand.
«È lei». Gli sorrise.
Hubert la squadrò. Non lo faceva apposta, gli succedeva e basta. La guardava e
gli rimanevano impressi i dettagli più insignificanti. Per esempio, quel giorno
Charlotte aveva messo un vestito bianco, morbido, di lana. Un rossetto rosa.
Perfida ricattatrice, pensò Hubert. «Posso entrare?», le domandò lo stesso.
Non c’era più nessuna traccia di rabbia o di rancore nella sua voce.
Charlotte ponderò la cosa. Aveva scoperto che incontrare il dottor Durand era
rischioso, succedevano cose strane: nasi rotti, tavolini in frantumi e tutta una
serie di spiacevoli disguidi a cui non era abituata. Ciononostante, ritenne di
essere all’altezza della situazione.
«Sì, può farlo».
Perciò gli indicò il salotto, discretamente convinta che quella volta non
avrebbero dovuto ricorrere al servizio mobile della polizia e neppure chiamare
un’ambulanza.
Lui entrò e si ritrovò per una volta ancora in quel mondo così distante dal suo.
Quel posto, per Hubert, era pieno di stupide piante, sciocchi nastrini e fastidiosi
profumi.
Insomma, un luogo insidioso, disseminato di trappole diaboliche.
Lo attraversò a lunghe falcate. Non aveva voglia di perdere tempo, c’erano
questioni urgenti di cui discutere.
«Venga, devo parlarle»
«Si sente bene, Hubì?», gli chiese Charlotte, piegando la testa. A una seconda
occhiata le sembrò agitato.
«No, non sto affatto bene. E lei sa perché», insinuò Hubert, risentito.
Oh, ecco cos’era…
Charlotte annuì, improvvisamente seria.
Aveva letto anche lei i giornali. Lei e il dottor Durand erano finiti su tutti i
quotidiani della città. In realtà ci era finito solo Hubert, di Charlotte non aveva
parlato nessuno. I giornalisti si limitavano a descriverla come una orribile
persona, ma dove vivesse, quale fosse il suo nome e perché avesse scelto quel
lavoro nessuno l’aveva accennato né era venuto a domandarglielo.
Lei, in ogni caso, non era passata in redazione a chiedere spiegazioni. Anzi, da
quando era scoppiato quel putiferio, Charlotte se ne stava per conto suo. Evitava
di incontrare clienti, di uscire a meno che non fosse necessario. Aspettava che la
città si dimenticasse di lei. Tra le altre cose, Charlotte si era tenuta lontana
dall’appartamento del dottor Durand. Non era più andata a trovarlo dal giorno
della loro seduta. Non perché fosse arrabbiata con lui, non voleva evitarlo, ma
aveva immaginato che Hubert non volesse incontrarla. Così, per non scoprire di
aver ragione, Charlotte aveva deciso di non passare a chiedergli come stava
Questo non lo disse a Hubert. In realtà non disse niente. Se ne rimase lì, davanti
a lui, mani dietro la schiena e l’espressione colpevole.
Almeno lo ammetteva, considerò Hubert. Restava un filo di amarezza.
«Mi ha distrutto la carriera», la accusò. «Non so nemmeno se ho ancora un
lavoro», ammise, scosso. Poi si calmò. Tirò fuori un lungo respiro e la osservò
con un pizzico di dispiacere.
Charlotte… Come aveva potuto mentirgli? Perché non gli aveva detto niente?
Per ferirlo? No, Hubert non lo credeva possibile.
Forse per prenderlo in giro? Se l’era domandato, ma no, Charlotte non lo
avrebbe mai fatto.
Allora perché? Forse una risposta Hubert ce l’aveva. Non gli aveva raccontato
chi era, per non essere giudicata. Anche perché l’unica a farsi del male, in quel
caso, sarebbe stata lei.
Sospirò, Hubert. «Eppure, tra i due, sono propenso a credere che quello che ha
più bisogno di aiuto sia lei», le confessò.
«Io?». A Charlotte venne da ridere, ma non se la sentì. Non voleva offenderlo.
Era già tanto che fosse salito a trovarla. «Certo, ovvio». Finse di essere
d’accordo. Eppure, quell’andamento desolato che stava prendendo la
conversazione non le piaceva. La faceva sentire ingiustamente fragile.
Charlotte sapeva benissimo chi era.
Una prostituta.
E sapeva anche che quello che faceva non piaceva a tutti. Per motivi diversi, non
per forza gli stessi. A volte per paura, a volte perché non la capivano fino in
fondo, oppure solo perché al suo posto un’altra persona certe scelte non le
avrebbe mai fatte. Tuttavia, Charlotte non si era mai sentita sbagliata. Nella sua
vita c’era solitudine, a volte rabbia, certe volte tristezza, ma c’era stata felicità. E
se non amore, portava anche lei qualcosa di buono nella vita degli altri. Certo, a
modo suo, fin dove le riusciva. Restando in superfice, magari. A volte capitava
che qualcuno bussasse alla sua porta. E lei, se il campanello suonava, apriva.
Vedeva le cose così, Charlotte. E detestava l’etichetta di “ragazza sfortunata” che
cercavano di attaccarle quando, messi davanti all’evidenza, provavano a
compatirla solo per non odiarla.
Ma Charlotte non si sentiva sbagliata e nemmeno sfortunata.
«Lei ha bisogno di un medico, signorina Sourel».
E non voleva che a pensarlo fosse Hubert.
Perciò, reagì come faceva sempre: ignorando i segnali, proseguendo per la sua
strada, l’unica che conosceva. Quella dove gli altri si fermano per
quarantacinque minuti esatti, pagano l’ingresso poi corrono via, parcheggiano
altrove.
«In effetti, mi sentivo un po’ raffreddata», arricciò il naso.
«Ci scherzi su, ma la verità è lampante».
«Lampante!», ripeté Charlotte, prima di incrociare le braccia e di chiedergli:
«Quanto pensa che mi resti da vivere?»
A questo Hubert non volle rispondere. «Più che quanto, perché non si chiede in
che modo?».
«Un modo si trova. Ritorniamo al quanto. Riuscirò a vedere il concerto dei
Muse?», insistette.
Il dottor Durand prese fiato. «Ah, ah… Ironia fuori luogo».
«Crede? Ho due biglietti. Viene con me? Sarebbe così carino da parte sua…
Allieterebbe le mie ultime ore».
«Lei è una donna ostinata», scosse il capo Hubert. «Ma sono lo stesso disposto
ad aiutarla».
«Allora viene?», ci sperò.
«Non sto parlando dei Muse».
«Un vero peccato». Charlotte si dispiacque molto. Anche Ottone. Gli piacevano i
Muse, trovava sempre qualche pop-corn a terra da sgranocchiare.
«Sa che continuo a chiedermi come ho fatto a non capirlo?». Hubert le girò
intorno. La squadrò. Vestiti, posizione, taglio di capelli. Non l’avrebbe
immaginata così una prostituta.
«Colpa del cartello. Di solito lo metto», lo avvisò Charlotte. «Qui, sulla schiena.
Escort a pagamento. Ma si è macchiato, l’ho portato in lavanderia».
Decisamente non voleva farsi salvare. Mademoiselle Sourel era un caso
disperato. Ecco tutto.
«Sarà più difficile di quanto pensassi, ma ce la faremo», le promise Hubert.
«A far cosa?», iniziò a chiedersi Charlotte, che più andava avanti, più perdeva il
filo.
Lui sorrise, perfido. «A renderla una persona rispettabile, naturalmente».
«Non lo sono già?», si stupì Charlotte, che in realtà credeva di essere una
bravissima persona.
«Eh, no», la contraddisse Hubert. Incrociò lui le braccia questa volta.
«O cielo!». Lei si premette il seno, angosciata. «Che orribile scoperta!».
«Sia seria, per una volta. Sono deciso ad andare fino in fondo».
Le scappò un sorriso. «Oh, Hubert… Così mi fa arrossire».
Sorrise anche lui, ma in modo diverso. «Molto, molto sciocco», le sussurrò,
accanto all’orecchio, con le labbra che le sfioravano i capelli. «Ma la perdono».
«E di questo la ringrazio», confermò Charlotte, abbassando la voce.
Non era la prima volta che qualcuno le si avvicinava piano dietro la schiena, le
mormorava qualcosa con la bocca a un soffio dal collo, con la mano che le
accarezzava distrattamente un fianco. Provò lo stesso il bisogno di allontanarsi.
Di farlo subito, prima che fosse troppo tardi.
«Che dice, le preparò un tè?», propose.
«No, grazie, l’ho già preso». Hubert si scostò. Fu lui ad andare via per primo.
Si spostò sul divano, andò a sedersi sul bracciolo e la guardò da lì, incrociando le
braccia.
Anche il suo profumo si dissolse. Charlotte rimase da sola, avvertendo al posto
delle mani di Hubert solo un vuoto che conosceva già. Amico di vecchia data.
Quello che resta quando chi passa a trovarla non ha più bisogno di lei e se ne
torna a casa.
«Vuole qualcos’altro? Un caffè? Un bicchiere di vino? Ho un ottimo Pinot
grigio», cercò di dissimulare, di non badarci.
Forse non se ne accorse, o forse sì, ma Ottone scese con pigrizia dalla poltrona
dove sonnecchiava e si accucciò accanto a lei.
Si stiracchiò, le leccò la caviglia.
Ottone sapeva sempre quando era il momento di un bacio. Era il suo compito,
esserci in ogni caso. Questo non valeva per Hubert.
«Per ora no, certe cose vanno fatte con ordine», avvisò Charlotte, mani in tasca e
gli occhi puntati su di lei.
«Mi sembra sensato. Stiamo ancora parlando dei Muse? No? Ah… ci spero
sempre».
«Mi riferisco alla sua terapia».
L’insistenza con cui il dottor Durand la spingeva a farsi analizzare, convinse
Charlotte che il suo non fosse uno scherzo. No, Hubert era serio. Voleva guarirla
davvero.
Le caddero le braccia.
«Ancora? No, via, non possiamo continuare a vederci così. Lei seduto su una
sedia, io sul lettino. Si rende conto di quanto sia… inconcludente?», non le
venne in mente un altro termine. Usò quello per praticità.
«Inconcludente è sapere dell’esistenza di un problema e non fare niente», disse
la sua anche Hubert, che vedeva la questione solo dal suo punto di vista.
«Già me l’immagino», borbottò Charlotte. E gli fece il verso: «Mademoiselle
Sourel, stia seduta! Mademoiselle Sourel, smetta di stropicciarmi la cravatta!».
Finché, con le guance gonfie per la rabbia cominciò a gesticolare: «Sarà uno
strazio. Lei con quel taccuino in mano: la signorina Sourel non sta mai ferma!
Oppure scriverà: la signorina Sourel mi fa le boccacce. E poi fulmini, tuoni,
grilli. La casa che sembra venire giù. So già come andrà a finire, lei si metterà a
brontolare come fa sempre», si ricordò Charlotte, avvilita. «Che modo è questo
di aiutare le persone, me lo spiega?».
Hubert scosse il capo.
Indubbiamente, le sue sedute non avevano fatto una buona impressione a
mademoiselle Sourel. Hubert riusciva a capirla, ma era anche certo che, quando
tutto fosse finito, Charlotte gli sarebbe stata grata. Doveva solo convincerla a
offrirgli una seconda possibilità.
«Charlotte». Tornò da lei. Le posò una mano sulla spalla. Quella scoperta. Le
dita strinsero delicatamente. La pelle di Charlotte era velluto caldo.
«Ha bisogno di aiuto, ma non se ne rende conto», le confidò Hubert. «Quella che
conduce è una vita sregolata. Prima o poi dovrà cambiarla. O pensa davvero di
poter continuare così per sempre? Senza nessuno accanto che le voglia bene.
Senza sapere chi entrerà da quella porta. Potrebbe essere chiunque. Un maniaco,
un criminale… E lei gli aprirebbe lo stesso. E poi per fare cosa? Passare la notte
con uno sconosciuto, convincendosi che sia una cosa normale?».
La mano di Hubert rimase sulla spalla di Charlotte, anche se si era detto di
spostarla.
Con il pollice seguì la curva della clavicola, risalendo con lentezza – tocchi
leggeri - accarezzando ogni più soffice tratto del suo corpo. Solo quello che gli
offriva, la sua spalla. Gli bastò guardarla, Hubert immaginò Charlotte tra le
braccia di un altro uomo. Fu un processo involontario. Erano settimane che si
imponeva di non farlo, eppure ci cascava ogni volta. Magari quand’era solo, a
letto. Guardava il soffitto e pensava a Charlotte. Si domandava se era da sola. E
se per errore si rispondeva di no, Hubert cominciava a chiedersi chi fosse
quell’uomo. Com’era fatto, che lavoro faceva, come era vestito. Man mano che
l’immagine dello sconosciuto si formava, aumentava l’inquietudine. Con lei,
tornavano i dubbi. La starà toccando? Dove? In che modo? Sarà gentile? Proverà
a costringerla?
A quel punto, Hubert si rendeva conto di non riuscire più a stare fermo.
Scendeva dal letto, cercava di distrarsi. Quante volte si era ritrovato davanti alla
porta, mano sulla maniglia, un bisogno inconfessabile di salire al piano di sopra,
di mettersi a fare il pazzo per farsi aprire? Prendere quel troglodita tra le mani,
rompergli il naso…
No, di nasi rotti ce ne erano stati già troppi, si diceva.
Allora ritornava a letto, Hubert, e passava il resto della notte a rigirarsi tra le
coperte.
Prima, almeno, c’erano i rumori a fargli compagnia. Con quelli sapeva sempre se
Charlotte era con qualcuno, se il suo cliente era andato via. Invece, da quando
aveva assunto Ernest, il suo appartamento era silenzioso. E Hubert si era reso
conto che in quel modo non c’era verso di prendere sonno.
Gli capitò qualcosa di molto simile in quel momento. Pensò a quel vestito
bianco, morbido, di lana tra le mani di un altro. E fece l’errore che faceva ogni
volta. Si chiese chi potesse essere quell’uomo.
Martin, il portiere? O forse Jerome, l’elettricista?
Meglio non saperlo. Malgrado provasse una discreta intolleranza verso il genere
umano, Hubert non era ancora pronto a detestare tutti quelli che prima o poi
avrebbero potuto lasciare una banconota sul comodino di Charlotte.
«Ha dei pessimi gusti in fatto di musica, mademoiselle Sourel, ma nel profondo
è una brava ragazza», le mormorò.
«Dunque c’è speranza?», gli chiese lei, con un filo di voce.
«Sì», confermò Hubert. «E faremo qualcosa anche per la sua spiccata ironia».
Charlotte ridacchiò.
«Ma prima ci occuperemo dei suoi interessi. E voglio scoprire cos’è che l’ha
portata a ridursi così».
«Ridursi?». Lei aggrottò la fronte.
«Preferisce dirla in un altro modo?»
«Sì, preferisco di sì», gli intimò.
Lui sbuffò. «E va bene. Diciamo allora che mi piacerebbe capire perché diavolo
di tutte le cose che potrebbe fare, ha scelto proprio quella!». La squadrò.
«Adesso va meglio?»
Charlotte era di nuovo tranquilla. «Come pensa di fare, esattamente?», si
domandò.
Lui piegò la bocca, si avvicinò al suo viso. Occhi negli occhi.
«Studiando ogni più piccola parte di lei, mademoiselle Sourel. Indagando sogni,
gesti, analizzando impercettibili variazioni, cambi di voce, reazioni involontarie.
Voglio scoprire cosa nasconde».
«Sembra una cosa complicata», rifletté Charlotte, catturata dal suo sguardo.
Ottone appoggiò il muso sulla sua scarpa e li guardò dal pavimento già molto
affaticato.
Anche lui, come Charlotte, pensava che i piani del dottor Hubert fossero
impraticabili. Per Hubert, però, il fine giustificava i mezzi. E il suo fine era
chiaro. Aveva un conto in sospeso con Serge Leclerc. Lo avrebbe costretto a
rimangiarsi ogni virgola di quell’articolo. E poi, tutto sarebbe tornato com’era
sempre stato. Ma per raggiungere i suoi obiettivi, aveva bisogno di un po’ di
collaborazione.
«Charlotte, mi rendo conto che la prospettiva di trascorrere il suo tempo libero
nello studio di uno psicologo non sia allettante, ma i problemi non si risolvono
così, di punto in bianco. C’è bisogno di impegno. Vedrà, col tempo le cose
andranno meglio», le promise. «Sono un professionista», ci tenne a precisarlo.
Ritornò al suo posto, si infilò le mani in tasca. Sistemò solo per un attimo gli
occhiali.
«Oh, lo so», gli assicurò Charlotte. «Ma, vede, ho un lavoro anche io. Pessimo,
pessimo davvero», si affrettò ad aggiungere, prima che fosse lui a ricordarglielo.
«Ciononostante è il mio lavoro, dottor Durand. E come lei, anche io sono una
professionista», ci tenne a sottolinearlo.
Hubert Durand prese fiato. Alla fine annuì, come se avesse già riflettuto a lungo
sulla questione. «Avevo previsto che saremmo arrivati a questo», la informò.
«Allora vorrà dire che le pagherò il suo tempo».
«Vuole pagarmi per…».
«Per curarla?», l’anticipò Hubert. «Sì, esatto», confermò.
Charlotte spalancò gli occhi.
Che il dottor Durand volesse pagarla poteva capirlo, ma non avrebbe mai, dico,
mai immaginato che volesse farlo per psicanalizzarla. Fino a quel giorno non
gliel’aveva mai chiesto nessuno. Ma di cose strane ne succedono e Charlotte da
tempo aveva smesso di cercare di capire gli uomini. Li prendeva per quello che
erano, pro e contro. Specie i contro, da qualche giorno.
«Be’, se proprio insiste», sollevò le spalle, rassegnata. La cosa strana è che si
sentì sollevata all’idea che si sarebbero incontrati ancora. Ma questa, come altre
cose, la tenne per sé.
«Sì, insisto», annuì Hubert. «Quanto prende di solito?»
«Via, Hubì…», sorrise Charlotte. «Non voglio i suoi soldi».
«Ho detto che avrei pagato, intendo farlo», fu irremovibile. «Quanto prende?».
Lei si mordicchiò il labbro. Tergiversò. Poi dovette dirglielo. «Quattro…». E lo
fece a voce bassa, bassissima.
«Quattrocento?», pensò ingenuamente Hubert.
«Mila», lo corresse Charlotte.
Notizie di quelle che ti fanno rivalutare un’intera vita. Studi accademici,
weekend buttati sui libri, invece di uscire, di ubriacarsi…
Hubert Durand si sentì leggermente daltonico in quel momento e un po’
indisposto di stomaco.
«Quattromila all’ora?». Non riuscì a trattenersi, quasi urlò per quant’era
incredulo.
«In realtà ogni quarantacinque minuti», gli ricordò Charlotte.
«Ah…». E Hubert pensò, anche se non lo raccontò mai a nessuno, che chi
doveva cambiare vita a quel punto non era Charlotte, ma lui. «Giusto, sì…
Quarantacinque minuti».
Quattromila franchi all’ora giustificavano qualsiasi tipo di attività, rifletté tra sé.
Ma fu la follia di un momento. Il dottor Durand rinsavì subito.
«Bene. Quattromila franchi ogni quarantacinque minuti siano», decise, anche se
la voce non era più così sicura. Si teneva lo sterno con una mano, fissava il
vuoto.
Charlotte trattenne una risata a vederlo così scombussolato, ad ogni modo
accettò. «D’accordo».
E dunque Hubert, più sollevato, tirò fuori un agendina dalla tasca dei pantaloni.
Controllò gli appuntamenti. Non ne aveva nessuno in programma, ma immaginò
che da quel giorno la sua vita sarebbe ricominciata e al posto delle righe bianche,
sulla sua agenda sarebbero ricomparsi i “signori Navil” e le signore “Lison”.
Si avviò verso l’ingresso, con gli occhi incollati alle pagine, cercando di stabilire
quante volte avrebbero dovuto incontrarsi.
«Uhm… Direi che per iniziare potremmo vederci due volte a settimana»,
propose, già sulla porta.
Charlotte lo seguì, preoccupata. «Dice che basteranno? Si ricordi che sto
rischiando la vita», gli bisbigliò, stando attenta a non farsi sentire da nessuno.
Ottone si offese. Cos’erano tutti questi segreti, eh? Girò il muso verso la finestra.
Hubert, invece, sfilò il naso dall’agenda. «Per più di due dovrei chiedere un
prestito o eventualmente vendere un rene. Faccia in modo che le siano
sufficienti».
Charlotte arrossì. «Le prometto di sì».
Si salutarono e quando fu finalmente nel suo appartamento Hubert sganciò la
cornetta del telefono.
Passarono tre squilli, gli rispose Elise Tautou.
«Casa Tautou, chi è?»
«Hubert».
«Dottor Durand… Che bello sentirla di nuovo». Era sincera.
«Signorina Tautou, chiami il giornale», le ordinò.
«Quale?»
«Come quale? Quello per cui scrivo. Oggigiorno. Ho un annuncio da fare».
Elise prese carta e penna. «Dica, sto segnando».
Lui tossì.
«Per la rubrica del giovedì: il dottor Durand non frequenta le prostitute, lui le
cura. Forse è il caso che il dottor Leclerc si cerchi un’altra attività. Quella
dell’investigatore privato gli riesce bene più o meno quanto quella dello
psichiatra».
Riagganciò e in quell’appartamento riecheggiò una malefica risata. Peccato che
nessuno poté sentirla, Ernest aveva finito di montare i pannelli insonorizzanti
proprio quella mattina.


Capitolo 14
Il genio della lampadina

“Villaduville a luci rosse. Un nuovo caso per lo psicologo più famoso della
nazione”.
Ricominciarono.
I giornali ne erano pieni. Come di cosa? Ma di articoli su Hubert!
La notizia che il dottor Durand avesse deciso di salvare Charlotte fece il giro
della città. Dunque non era per motivi personali se Hubert si incontrava di
nascosto con una prostituta, ma per lavoro.
“Il dotto Durand è un gentiluomo. Ha cercato di tenere la notizia per sé, non
voleva farsi pubblicità con un caso disperato come quello di una prostituta”,
dicevano alla tv gli stessi che fino al giorno prima avevano sostenuto che Hubert
fosse un ciarlatano in cerca di facili piaceri.
Perfino il Lafayette gli dedicò un articolo in prima pagina.
“Il caso Durand. Qual è la verità? Santo o forse il peggior briccone della
storia?”.
Le ipotesi, come si può immaginare, erano diverse, ma almeno nell’immediato la
reputazione di Hubert era ristabilita. Diciamo più che era in sospeso. Se fosse
riuscito o no a riconquistarsi i lettori di Villaduville dipendeva dal successo che
avrebbe avuto la sua impresa.
Se Charlotte si fosse trovata un lavoro meno esuberante, c’era la possibilità che
Hubert Durand venisse eletto l’uomo dell’anno. Il sindaco aveva già preparato la
targhetta commemorativa: “Cittadino modello di Villaduville!”. Ma se non ci
fosse riuscito? Se Charlotte avesse continuato a ricevere uomini d’affari nel suo
salottino in rue de Bouganville? Be’… Quello che sarebbe accaduto era chiaro.
Lo avrebbero additato tutti come un bugiardo patentato. Un uomo poco serio.
Perché come vuoi definirlo uno che paga per farsi baciare su un sofà?
«Un porco!», sbraitò la signora Holland, richiudendo la rivista di gossip che le
avevano passato dal parrucchiere. Lei non gliel’aveva ancora perdonata la
storiella con Charlotte, specie da quando Hubert le aveva detto di non giocare a
bridge.
Ma la gente è strana, si sa. Sui sofà preferisce che uno psicologo faccia altro. Ad
esempio parlare del tempo. Vai poi a capire perché? Ottone, per esempio, non se
lo spiegava. A lui sul sofà piaceva tantissimo stiracchiarsi e farsi grattare la coda.
Purtroppo non era monsieur Ottone Naso a Patata a decidere il destino di
Hubert. Perciò, le sedute con Charlotte ripresero. Avrebbero iniziato quel
pomeriggio alle tre.
Al numero tre di rue de Bouganville lo sapevano già tutti.

«Da non crederci!», sbottò André, sbattendo il quotidiano sul bancone di Martin,
in portineria. «Ti rendi conto? Siamo diventati un centro di riabilitazione per
prostitute con cambi di vocazione».
Non che André avesse nulla da ridire, ma tutta quella pubblicità sul loro
condominio non gli piaceva affatto.
«Diventeremo gli zimbelli di Villaduville, sta’ a vedere».
«Mah…». Martin era più moderato, vedeva quella storia come un’enorme bolla
di sapone che presto o tardi sarebbe scoppiata.
«Non ci sto. Io non ci sto!», si irritò invece Baptiste Renard, il veterinario.
«Psicologi che diventano protettori. Prostitute che si convertono e aprono
pasticcerie. In che mondo viviamo?».
Il signor Renard aveva le sue buone ragioni per entrare in portineria tutto
infuriato. Aveva messo gli occhi sull’appartamento di Hubert da quand’era
arrivato. Era già convinto che il dottor Durand stesse per fare le valigie e andare
via. Invece Hubert era restato, eccome se era restato! Con tanto di prima pagina
sul Lafayette. Il giornale l’aveva letto anche lui e c’era scritto che Hubert aveva
intenzione di continuare le sue sedute con Charlotte, quindi addio appartamento
al secondo piano!
Infuriato, buttò il quotidiano su quello di André e guardò tutti e due con il naso
arrossato. «L’ho sempre detto che quel tipo non mi piaceva. E non mi piace
affatto!».
«Io non ci credo. Curare una prostituta? Andiamo… Secondo me è tutto
inventato», disse Agnes Fevre. Arrivava dalla lavanderia con una cesta di panni
appena strizzati. In cima c’era un solo calzino rosso. L’altro l’aveva perso.
«E perché dovrebbero inventare una storia del genere?», si chiese André,
arruffando i baffi.
«Ovvio. Pperché fa notizia. E poi non sta bene abitare nello stesso condominio
di una prostituta. Secondo me è stato l’avvocato Chardy, quello che è venuto ad
abitare all’ultimo piano. Ha chiamato lui i giornali. Avrà raccontato che
Charlotte vuole cambiare lavoro per paura di perdere quei due clienti pidocchiosi
che ha!», spifferò sottobanco, con sguardo cospiratore.
«Uhm…».
Ci pensarono su anche gli altri, non era un’idea così strampalata.
«Buongiorno, André. Buondì, Martin…».
Finché passò di lì proprio Charlotte.
Ritornava dalla passeggiata mattutina con Ottone.
Smisero tutti immediatamente di spifferare, confabulare e spettegolare.
«Buondì Charlotte», la salutò Martin.
«Signorina Sourel», sorrise anche il signor Renard.
Anges fu l’unica a fingere di non averla vista. Agnes non l’aveva mai sopportata
Charlotte. Gonne troppo corte!
Eppure, quando mademoiselle Sourel entrò in ascensore, Agnes Fevre si chiese
come gli altri se stesse andando a trovare Hubert.
Be’… C’era solo un modo per scoprirlo. Venne la stessa idea a tutti e quattro.
«Io controllo le scale».
«Io aspetto l’ascensore».
«Vado a mettere questi in salotto e corro a vedere».
Si dileguarono in un nanosecondo, ugualmente decisi a scoprire che succedeva
quel pomeriggio nello studio del dottor Durand.
«E io?», si chiese Martin, che non poteva lasciare la portineria. Parlò da solo,
non c’era più nessuno.
Poi si guardò in giro, si grattò la testa e si ricordò - guarda caso - di quella
lampadina che doveva rimettere al lampadario del secondo piano.
Sei mesi che glielo chiedevano… Gli sembrò il momento adatto per farlo.
Così sparì anche Martin Leroy. Al suo posto, in portineria, comparve un cartello:
torno appena posso.


Capitolo 15
Qualcosa è cambiato

Charlotte bussò.
Quando la porta si aprì e sulla soglia comparve Hubert, lei tirò su il suo bassotto,
stringendolo tra le braccia.
«Ho portato anche Ottone, le spiace?».
Ottone colò ignominiosamente verso il pavimento, orecchie comprese. Aveva
messo su un po’ di pancia, si sentiva leggermente appesantito.
«No, prego».
Ad ogni modo, il dottor Durand scosse il capo e le fece cenno di raggiungerlo
all’interno, armato delle più solide intenzioni.
Rivoleva la sua vita indietro, in cambio le avrebbe dato tutto quello che poteva.
Eccetto una. Se stesso.
Si escludeva dal pacchetto. Gli era bastato farsi ridicolizzare dalla stampa per
giorni. Ma ora basta. Lui con Charlotte aveva chiuso, tranne per questioni
strettamente professionali.
Niente più pruriti, cravatte strette. Stop a tutte quelle strane fantasie sul suo
rossetto.
Hubert aveva preso una decisione importante: doveva togliersi Charlotte Sourel
dalla testa, altrimenti avrebbe detto addio al suo lavoro, alla sua reputazione, i
suoi articoli per la rivista Oggigiorno.
Ma come dire basta a qualcosa che non puoi controllare?
Domande del genere potevano spaventare chiunque ma non Hubert, che su
quell’unico dubbio aveva costruito la sua carriera.
La risposta era solo una, sempre la stessa: la psicanalisi.
Mentre aspettava di rivedere Charlotte, Hubert aveva fatto il possibile per
dimenticarla, mettendo in pratica anni di università, corsi di specializzazione, di
riviste lette, di esperimenti condotti sui suoi pazienti.
Servivano autodisciplina, ordine, meditazione. Uniti a una dieta leggera, erano la
chiave del successo.
Praticava yoga, lo aiutava a distendersi. Si svegliava presto, così era certo di
essere troppo stanco di notte per fissare il soffitto. Durante il giorno si teneva
occupato. Se per caso pensava a lei, cosa che poteva capitare, Hubert accendeva
lo stereo e ascoltava il cd del dottor Ferdinand Lee: “Liberati dell’amore o
l’amore si libererà di te”. Una pratica guida per scapoli in fuga dalle relazioni
stabili. E se neanche Lee funzionava, ricorreva a rimedi drastici.
Pensiero indotto.
Consisteva nel mettersi davanti allo specchio e ordinarsi di smetterla.
Sta’ lontano da Charlotte, razza di idiota! Vergognati. Sei ridicolo. Alla tua età,
tra l’altro. Solo una cotta passeggera, niente che non si possa risolvere con un
tonico. Insomma, comportati da uomo!
Ecco spiegato cosa faceva in bagno Hubert da giorni. Si ripeteva maniacalmente
di non pensarci.
Di solito funzionava. Poi c’erano i momenti di sconforto. Quelli in cui, per
qualche ragione ancora sconosciuta, Hubert immaginava di avere Charlotte tra le
braccia. Succedeva a volte, quando si metteva sotto le coperte, poco prima di
addormentarsi. Allora Hubert chiudeva gli occhi e rivedeva mademoiselle Sourel
sulla sua chaise longue. Le sue dita che si appoggiavano sulla gonna, che si
infilavano sotto la stoffa.
Erano i minuti peggiori, quelli più difficili da superare; ma il dottor Durand
aveva trovato un rimedio anche per loro. Si era dato alla lettura. Libri di
botanica, di araldica, noiose poesie di fine Settecento. E poi, nei casi più gravi,
quando l’immagine di Charlotte diventava così reale che riusciva a sentire
perfino il suo profumo tra le mani, Hubert rileggeva l’articolo di Serge Leclerc e
gli passava qualsiasi fantasia romantica.
Dunque, si poteva dire che ormai fosse guarito. Era Charlotte-repellente.
Glielo confermarono le sue reazioni, quando la ragazza, passandogli davanti, si
sfilò il cappotto.
Aveva messo una gonna troppo stretta, tacchi alti, profumo alla vaniglia.
Hubert non fece una piega. Non scivolò sul tappeto, non sentì nessuno strano
prurito.
Questo gli permise di seguirla nel salotto senza degnarla di uno sguardo.
Cosa che però non fece Charlotte.
Lei lo guardò per bene Hubert, con la fronte aggrottata.
Pensò che ci fosse qualcosa di strano in lui. Tanto per iniziare i vestiti. Si era
messo un completo scuro che metteva soggezione. Camicia abbottonata fino al
collo, cravatta nera.
Era talmente serio quel pomeriggio… Perfino peggio del solito.
E poi aveva i capelli così ordinati, i polsini stirati.
Non c’era niente fuori posto in lui, neanche l’orologio.
A pensarci bene, si era detta dopo un po’ Charlotte, il problema non era solo
Hubert.
Si guardò intorno.
Anche l’appartamento era diverso.
Ora, che Hubert fosse ordinato lo sapeva, ma non gli era mai sembrato un
maniaco della pulizia.
Dall’ultima volta aveva messo a posto. Non era rimasto nemmeno un granello di
polvere.
Era tutto così pulito, che Charlotte ebbe quasi paura di respirare.
«Vuole darlo a me?», le chiese Hubert, tenendole la mano. Le indicò il cappotto,
dal momento che non accennava a poggiarlo da nessuna parte.
«Uh, grazie».
«Potrà riprenderlo quando avremo finito». Glielo sfilò dalle braccia e lo chiuse
nel guardaroba dopo averlo appeso con cura su una gruccia.
«Certo».
Charlotte si sentì un po’ destabilizzata dalla sicurezza con cui Hubert si muoveva
nella stanza. Prima era sempre agitato quando c’era lei nei dintorni. Invece, quel
pomeriggio nulla. Calma piatta e un sorriso rassicurante, che Charlotte trovò da
subito odioso.
«E ora che facciamo?», gli chiese.
Hubert - professionalità ritrovata, recuperata dal cestino dell’indifferenziata - la
indirizzò verso lo studio.
«Cominciamo la seduta», la avvisò, indicandole il corridoio. «La strada la
conosce».
Quando la sfiorò, quando Hubert le posò una mano sul fianco per guidarla nella
camera accanto, non fu a disagio. Quella sulle spine, per una volta, era lei.
«Sì, credo di ricordarla», ammise Charlotte, stordita.
Poco abituata a essere trattata con indifferenza, si sentì un pesciolino fuor
d’acqua. In ogni caso si lasciò accompagnare.
«Accendo la luce. Aspetti».
Hubert non la degnò di uno sguardo fino a quando non si ritrovarono nello
studio. Lì le cose cambiarono, sembrarono tornare normali.
Charlotte ritrovò la poltrona dove la ricordava, il sofà proprio com’era, le piante
annaffiate come sempre, la lampada sulla scrivania com’era sempre stata. Brutta.
Con familiarità, andò a sedersi sulla chaise longue, proprio sul bordo, e quella
strana sensazione che l’aveva messa di malumore sparì, dissolta.
«Che fa, mi raggiunge?», chiese a Hubert, dondolando le gambe.
Il dottor Durand si tolse la giacca. Rimase in camicia, con la cravatta annodata, i
polsini abbottonati e un aspetto in generale rilassato.
«Certo». Si sistemò sulla poltrona, la sua preferita, davanti a Charlotte. Prese il
taccuino dal tavolino. «Prego, inizi pure a parlarmi di sé», la invitò.
Charlotte accavallò le gambe. Non se ne accorse.
Scostò un braccio, la spallina del vestito scivolò. Hubert non notò neanche
quello.
«Come si sente oggi?», le chiese, invece, mentre Ottone si sceglieva un posticino
al caldo sul tappeto dove sonnecchiare un po’.
«Come sto? Oh, benissimo», sorrise Charlotte. Poi si pentì di essere stata così
spudoratamente felice. «Ops… Forse non è il caso da parte mia. Crede che
dovrei almeno sforzarmi di stare un po’ male?».
Si aspettava di farlo infuriare, ma Hubert rimase calmo.
«Mi prende poco sul serio», notò, poco stupito. «È un modo per non sentirsi in
imbarazzo?»
E poi la guardò. E quello sguardo Charlotte non l’aveva mai visto, non su
Hubert. A volte su quegli attori in tv, quelli che fanno trattenere il respiro. Lei lo
trattenne, solo un pochino.
«Non sono in imbarazzo», reagì troppo in fretta. E lui, tranquillo, segnò qualcosa
sull’agenda.
Chissà che cosa?, si chiese Charlotte, apprensiva, anche se lei non lo era mai
stata.
Diede la colpa a Hubert. Che modo era quello di comportarsi? Così serioso, così
inaccostabile e poi quello sguardo, ancora lui, con cui la osservava come se
riuscisse a leggerle nel pensiero.
Oddio, si preoccupò Charlotte, e se ci riuscisse per davvero?
Trattenne di nuovo il fiato, questa volta un po’ di più.
Il cuore accelerò senza ragione.
«Allora? Cosa facciamo oggi?», gli domandò e guardò altrove.
Hubert accese lo stereo.
Si iniziarono a sentire fruscii del vento, ranocchie.
«Perché non si stende?», le domandò il dottor Durand.
Lei lo guardò, languida, ma Hubert era pronto anche a questo. Ormai era
vaccinato.
«Da sola», aggiunse, con un tono di voce che riuscì a farla rabbrividire. Glielo
mormorò senza smettere di guardarla, con le mani posate sulle gambe, con il
taccuino tra le dita.
Charlotte si soffermò sulle sue labbra, fino a quando si chiusero.
Si ricordò di respirare solo allora.
«Come vuole».
E prima che Hubert scoprisse come si sentiva, si abbandonò sulla chaise longue
e si mise a fissare un soffitto che ormai conosceva bene.
«Era più simpatico arrabbiato», aggiunse, però, con le mani posate sulla pancia.
Scarpe nere.
Calze trasparenti con una sottile cucitura sul retro.
Indubbiamente meravigliosa, terribilmente soffice. Possibile che Hubert non lo
vedesse?
Charlotte provò a sbirciare, ma lui scriveva, annotava, considerava. Insomma,
faceva davvero molte, molte cose, tranne accorgersi di lei.
E quando scostò lo sguardo dalla matita e lo posò sul suo viso…
«Bene, incomincerei parlando del suo passato. Perché non mi racconta qualcosa
della sua infanzia?», le propose.
«Tipo che cosa?», chiese Charlotte.
«Quello che vuole», propose Hubert. «Scelga lei».
«Vuole davvero parlare, Hubert?», gli domandò Charlotte, esterrefatta. Certo, lui
era stato chiaro e lei ricordava cosa le aveva detto. I loro erano incontri di
lavoro, voleva solo aiutarla a trovare un nuovo lavoro. Ma quelle sono cose che
si dicono, non che si fanno davvero. Specie davanti a una gonna a tubino.
Charlotte sbatté le ciglia.
Lui, però, confermò: «Esatto».
«Per quarantacinque minuti?», insistette Charlotte.
«Già».
«E scriverà tutto il tempo?», gli sussurrò, incredula.
Lui sopirò: «Proprio così».
E allora non ci fu altro da fare che collaborare, rassegnandosi a essere l’unica
prostituta in tutta la Francia ad essere pagata per non farla. Per quarantacinque
minuti esatti, orologio in mano, in sottofondo un vento uggioso, un ranocchio
annoiato.

Un paio di giorni e comparve sulla porta del dottor Durand un biglietto.
Era appeso alla maniglia.

“AAA. Donna molto malata cerca cravattino da compagnia”.

Due minuti dopo un bigliettino molto simile comparve sulla maniglia della
signorina Sourel.

“Il cravattino l’aspetta come ogni venerdì sulla chaise longue per la sua
psicoterapia”.
Capitolo 16
A colpi di chiffon!

La questione andò avanti.
«Chissà che combinano quei due lì dentro?», si chiedevano tutti quanti.
Erano convinti che quella delle sedute fosse solo una scusa.
«Figuriamoci! psicologia… So io che psicologia fanno lì dentro»¸ spifferavano
in ascensore le lingue biforcute.
Ecco perché continuavano a tenerli d’occhio senza sentirsi particolarmente in
colpa. La stampa internazionale ruotava intorno al numero tre di rue de
Bouganville e i condomini di rue de Bouganville migravano spontaneamente nel
corridoio del secondo piano ogni volta che ne avevano l’occasione.
«Sì e messo la cravatta blu», bisbigliavano.
«Quella con i pois?»
«No, quella la mette di giovedì, oggi è quella a righe».
In assenza di prove certe, si buttavano a indovinare, seguendo l’andamento delle
cravatte di Hubert come segni inequivocabili di intesa tra lui e Charlotte.
Cravatta a righe, c’era d’aspettarsi un litigio furioso. Quella a pois indicava mal
di testa il mattino dopo. Rossa a quadri, succedevano cose losche sulla scrivania.
C’era d’aspettarsi che il dottor Durand, uscendo di casa, quella sera fischiettasse
allegro. Ma erano solo congetture le loro, c’era poco di cui fidarsi. Tranne
qualche strano scricchiolio che proveniva dallo studio, non c’erano state
rivelazioni scottanti. A volte in corridoio arrivava una risata, altre si sentivano
strani rumori di pioggia, tempesta e fulmini, malgrado il clima di quei giorni
fosse particolarmente soleggiato.
Le visite, d’altronde, continuarono come da programma.
Per due settimane Charlotte e Hubert si videro tutti i martedì e tutti i venerdì.
Pagamenti puntuali, come da programma. Quattromila franchi in contanti.
Banconote da venti.
Charlotte metteva tutto nella borsetta e seguiva Hubert nello studio, preparata
psicologicamente a quarantacinque minuti di chiacchiere inutili.
Ecco il problema, l’unico di Charlotte, che di suo avrebbe trovato quasi
confortanti quegli incontri. Le piaceva la compagnia di Hubert, la rilassava
stiracchiarsi sulla chaise longue. Tutto sommato, iniziava ad abituarsi al suo
studio ombroso, la scrivania ottusa e la poltrona scomoda.
Quello che invece la infastidiva era il modo che aveva il dottor Durand di
trattarla.
Si comportava come se fosse solo una paziente e niente più.
Molto diverso da com’era all’inizio, la lasciava parlare e quando aveva finito la
rispediva a casa senza nemmeno un sorriso.
All’inizio, Charlotte aveva pensato: sarà ancora arrabbiato.
Ma Hubert non pareva avercela con lei per quell’articolo di giornale. Anzi, era
come se l’avesse dimenticato. Non brontolava, non litigava.
Il peggio era che non la vedeva. Era come se fosse diventata trasparente. Un
nome da segnare, un caso da ricordare o di cui parlare. Scriverci su un articolo,
come un animale esotico da studiare.
Non che a Charlotte dispiacesse, nel senso… Charlotte non era una che si
affezionava, su certe cose anche lei sapeva essere professionale. Quando
incontrava qualcuno il cuore lo metteva sempre in un cassetto, chiuso a doppia
chiave. Poi quando finiva e il suo cliente andava via, lei lo tirava fuori e lo
indossava. Ogni volta lo trovava più nuovo di prima, praticamente mai utilizzato.
Era un modo per non restarci male, perché i clienti non sono veri. Sono più
immagini passeggere su cui conviene non soffermarsi a lungo. Meglio
considerarli fotografie di un libro che sfogli di tanto in tanto
Quindi, tornando a Hubert, non era un problema se si era dimenticato di lei. Ma
Charlotte non era abituata a essere trasparente. Anzi, era sempre piuttosto
visibile. Quindi le venne spontaneo in quei giorni chiedersi cosa fosse accaduto.
Aveva sbagliato qualcosa? Forse il profumo? O magari i vestiti? A Hubert non
piaceva il suo rossetto rosa? Si era messa quel maglione che… Neanche uno
sguardo! Nemmeno uno! Dire che era così scollato…
E se non era il maglione a essere sbagliato, allora c’era la possibilità che fosse lei
a non andare bene? Come qualcosa di vecchio, di usato, Hubert si era già
stancato di lei?
Le si strinse un po’ quel cuoricino praticamente imballato.
Strano, perché per contratto l’aveva comprato con garanzia decennale,
funzionamento assicurato.
Ma il cuore di Charlotte da qualche giorno singhiozzava.
Si era detta: magari mi sbaglio, si era suggerita di distrarsi, di non pensarci più.
Eppure succedeva ancora che ogni tanto, in certi momenti a caso, le domande le
tornassero su.
Cosa aveva Hubert?, si chiedeva. Poi si diceva che non erano affari suoi.
Eppure martedì Charlotte era uscita – Ottone al guinzaglio - e prima di passare
da Hubert si era fermata dal parrucchiere e aveva cambiato acconciatura.
Decisione dell’ultimo minuto piuttosto inutile, perché era deliziosa anche prima,
ma a volte si fanno cose stupide, nel tentativo di trovare un senso a cose
altrettanto sciocche tipo l’amore, che di logica non ne hanno per condizione.
Oddio, ho forse detto amore? Ma no, no, che amore?
Charlotte non era innamorata, era solo preoccupata di aver fatto la piega
sbagliata.
Quando era arrivata da Hubert, con un caschetto fresco di taglio, Charlotte si era
sfilata il cappellino di lana sperando che quella sensazione sparisse. Le sarebbe
bastato uno sguardo di Hubert, solo uno. E magari un commento.
Andava bene un: “Come sta bene, Charlotte!”. Glielo diceva sempre André,
l’amministratore di condominio. Oppure poteva mormorarle: “Com’è graziosa
stamattina”, come faceva sempre il fioraio in fondo alla strada.
Invece era entrata e Hubert le aveva indicato la stanza. «Vada pure, la raggiungo
tra un attimo». Stessa tranquilla pacatezza di ogni volta.
Finché - e lei ci aveva davvero sperato - si era voltato e… «Le spiace lasciare
l’ombrello fuori? Sta bagnando tutto».
E le aveva graffiato quel cuore che per errore Charlotte si era dimenticata di
mettere in cassaforte, come faceva sempre.
Ora, ci sono cose che si tollerano, altre su cui non si può sorvolare.
Non notare un taglio di capelli può succedere, ma se non ci si accorge di un
caschetto di “Codini e Chignon– Coiffeur dal 1993” per colpa di un ombrello
che gocciola il problema è reale e va risolto.
Charlotte lo affrontò, a modo suo. E cioè con la più crudele slealtà.

Il venerdì successivo bussò.
«Dottor Durand?».
Un sorriso, un saluto. Charlotte entrò nello studio e si mise a suo agio come
faceva ogni volta. Salvo una piccola, sostanziale differenza.
Sotto quel meraviglioso cappottino bianco che ripose nell’armadio non c’era
nessun maglione di lana ad attendere Durand, ma un abito color ciliegia stretto
sulla vita, attillato sui fianchi.
Biancheria intima inesistente. Solo seta rossa che le colava sulla pelle, uno
scialle morbido che le cadeva sulle spalle. Caldo, avvolgente. Orecchini abbinati,
tacchi neri. Alti, altissimi e terribilmente acuminati.
Non era un vestito, in effetti, più una dichiarazione di guerra.
Il completo era stato acquistato presso la boutique di Madame. Il top per un
appuntamento shock!
Se volevi essere certa di abbagliarlo, potevi solo chiedere un vestito a Madame
Papillon, al numero quarantotto di avenue Saint – Claire.
Charlotte c’era passata quella mattina.
«Charlotte, che bella sorpresa!», l’aveva accolta Juliette Papillon. La sua
boutique era un’adorabile soffitta arredata con motivi floreali e decorazioni
shabby chic. Lei era meravigliosamente rotonda di fianchi, elegantissima.
Accolse Charlotte con un caftano viola, i capelli raccolti sulla nuca. Una piuma
dietro l’orecchio, trucco leggero. «Cosa posso fare per te?»
«Tutto, in fretta», le aveva risposto lei, infilandole duemila franchi tra le mani.
«Ti voglio perfida, demoniaca. È un caso impossibile».
«Ohoh. Sai che adoro i casi impossibili».
Juliette aveva tirato fuori l’artiglieria pesante. Campionario esclusivo per
occasioni speciali. Cose che vendeva solo ai clienti più affezionati, perché quelli
erano capi delicati, non roba con cui si potesse uscire tutti i giorni. C’era bisogno
di una certa preparazione per indossarli, si rischiava di far danni permanenti!
Charlotte era uscita dalla boutique con due buste e una scatola per borse. Era
tornata a casa a prepararsi, ricordandosi due pouf di cipria sul naso. Poi era corsa
da Hubert, senza aspettarlo era scivolata nel suo studio come una folata di vento
caldo del sud. Si era appoggiata alla sua chaise longue e lo aveva aspettato,
accavallando le gambe. Lo spacco vertiginoso mostrò la sua pelle candida come
la neve.
Hubert, che si era attardato per chissà quale ragione in salotto, entrò in quel
momento.
Distratto. Sovrappensiero.
Controllava se fosse tutto al suo posto.
Raccolse il taccuino dalla scrivania, posò la giacca sullo schienale della poltrona.
«È pronta?».
Finalmente sollevò lo sguardo, vide Charlotte e la sua corazza di
imperscrutabilità andò in frantumi.
Si ritrovò involontariamente a fissarla.
«Sì, credo di sì. Cominciamo?», gli propose Charlotte, mordicchiandosi il
labbro.
Lui non rispose, cercò di attirare la sua attenzione.
«Dottor Durand?»
«Che?». Hubert si rese conto di essersi distratto. Scrollò il capo. «Sì. Sì, certo.
Cominciamo pure», concordò, ma poco convinto, un po’ vago. «Si stenda. Io…
Io mi siedo», inciampò, girando intorno alla poltrona. «Dannato poggiapiedi». E
senza ragione tirò un calcio allo sgabello.
Alla fine, però, ce la fece a sedersi, solo che non riusciva più a trovare una
posizione comoda.
Come mai, ci si potrebbe chiedere? Vecchie abitudini di cui non potevamo fare a
meno, finiscono per infastidirci. E se prima le trovavamo confortanti, da un certo
momento in poi ci lasciano a borbottare senza sosta.
Borbottare…
Hubert non lo faceva da giorni. Si ritrovò lo stesso aggrovigliato ai cuscini della
poltrona con l’espressione accigliata e un pessimo umore.
Accese lo stereo, ma neanche l’intera foresta amazzonica riuscì a liberarlo di
quello strano, irritante fastidio.
Si mise a fare zapping tra le tracce del cd. Non gliene andava bene una.
Rane gracchianti. Orribili mostri!
Vento uggioso. Che strazio!
Decise di spegnere.
Lo fece con un gesto secco, poi buttò il telecomando sul tavolino e fissò
Charlotte in tralice.
Quella donna…
Quella… strega!
Doveva avergli fatto qualcosa. Un sortilegio, una fattura. Non lo sapeva, ma era
convinto che se avesse continuato a fissarla, lei avrebbe confessato.
Invece Charlotte se ne restava calma, raggomitolata sulla chaise longue.
Fu allora che l’occhio di Hubert cadde sul vestito.
Erano giorni che non faceva caso a quello che indossava mademoiselle Sourel.
Per precauzione si teneva lontano da certe considerazioni, felice di non provare
più quel genere di curiosità. Gli tornò tutta, compresi gli arretrati. Non riuscì a
soddisfarla neanche quando memorizzò la posizione esatta di ogni singolo filo di
stoffa. Com’era intrecciato, dov’era posizionato, di che colore era… Scoprirlo
non gli bastava più.
«Non mi chiede oggi come sto?», notò distrattamente Charlotte.
Lui posò il taccuino sulla gamba, per l’irritazione conficcò la matita sul primo
rigo. «Come sta, signorina Sourel?», si sforzò di chiederle con naturalezza,
anche se ormai aveva gli occhi ridotti a due sottili lame accusatrici.
Lei stese le braccia, inarcò la schiena. «Mmh… molto meglio». E poi sorrise.
Con un respiro lungo, si sdraiò su un fianco e lo guardò, seducente come un
gatto. «Lei come sta?»
Hubert la ignorava per principio. Si mise a scrivere sul taccuino. «Benissimo».
Perché non ho ancora bruciato la chaise longue?
«Sicuro?»
«Certo che sono sicuro!», si impuntò, sollevando gli occhi su Charlotte.
Quando se ne accorse, lei allungò la mano, gli accarezzò la cravatta. «Ha messo
quella a righe».
«Be’?», le domandò Hubert, stupito.
«Non so… Dicono che la mette solo quando è un po’ giù».
«Dicono? Chi dice?», cercò di capire Hubert, dando un’occhiata alla porta.
Erano ricominciati gli strani rumori, quella specie di risatine che era convinto di
sentire di tanto in tanto in corridoio, fuori dalla porta del suo appartamento.
Avrebbe dovuto far insonorizzare anche quella, peccato non averci pensato!
«I condomini… L’amministratore Toulouse, per esempio», gli raccontò
Charlotte.
«Impegnato, il signor Toulouse», bofonchiò Hubert.
«Anche la signora Marlene lo dice». Charlotte tirò un po’ la cravatta, Hubert si
ritrovò chinato su di lei, un po’ troppo per considerarla una posizione
professionale.
«Signorina Sourel…».
«Perché non mi chiama mai Charlotte?»
«Perché lei è una mia paziente», le ricordò, visibilmente in difficoltà.
«Non lo fa neanche se ci incontriamo nel corridoio o in ascensore…», notò
Charlotte.
«Non è vero», si ribellò Hubert. «Sono sicuro di averla chiamata solo Charlotte
molte volte».
«Solo quand’è arrabbiato», sorrise lei.
A differenza di Hubert, a Charlotte stare così vicini piaceva. Hubert lo trovava
soffocante. Anzi, era certo di avere la vista appannata. Magari era il freddo. No,
era il caldo. Poteva essere l’inizio di un raffreddore, riconosceva i sintomi. Forse
aveva la febbre.
«Mademoiselle Sourel», le mormorò, cercando di sfilarle la cravatta dalle mani.
Lei non lasciò la presa. «La prego, mi chiami Charlotte…», gli sussurrò.
«E va bene. Charlotte», si arrese Hubert. Si sforzò di restare calmo, di rimanere
impassibile, distaccato. Doveva toglierle quella benedetta cravatta di mano!
Come?
Le dita iniziarono a prudergli terribilmente.
Anche il collo.
E allora accidenti al collo! Ai colletti!
Doveva esserci qualcosa nell’amido, ne avrebbe parlato con la lavanderia.
«Ora, che ne dice di riprendere la seduta?», le propose, esausto.
«O Scisci», rifletté lei. «Mi chiami solo Scisci».
«Non la chiamerò mai Scisci», sentenziò Hubert, di questo era certo.
«D’accordo», sospirò Charlotte. «Ma io la chiamerò Hubì», decise. Lui non
reagì. «Non si arrabbia più, dottor Durand?», notò Charlotte.
«È mai servito a qualcosa?», le domandò Hubert, serio. «Tanto fa sempre come
vuole», bofonchiò, scrollando le spalle.
Che senso aveva lottare? Hubert, Hubì… Cosa importava? Non si ricordava
neanche più come si chiamava. Quel profumo, quel maledetto vestito, l’aria che
mancava, la sua cravatta arrotolata tra le dita di Charlotte. Era un uomo
perduto…
«Vuole continuare la seduta? No, immagino di no», rifletté Hubert, che ormai
aveva occhi solo per le labbra di Charlotte.
«No, in effetti no», ammise lei.
«Voglio aiutarla».
«Davvero?»
«Trovare una cura». Cominciò a farneticare Hubert.
«Una cura?»
«Sì, per impedirle di essere così maledettamente…».
«Maledettamente cosa, Hubì?»
«Maledettamente invitante», non resistette più, gli scappò di bocca. Non
l’avrebbe mai fatto, ma ve l’ho detto, Hubert ormai delirava.
Charlotte strattonò la cravatta.
«Venga qui».
Hubert decise che era finita.
L’avrebbe baciata, basta. Anzi no, l’avrebbe stretta, poi l’avrebbe baciata, poi
l’avrebbe baciata ancora e ancora e di nuovo e le avrebbe strappato di dosso quel
vestito o sarebbe diventato pazzo…
Ma c’era il suo lavoro di mezzo, la sua professione, la sua reputazione. E
Charlotte tra le sue braccia era un errore.
Cominciarono i sensi di colpa.
«Io non… Dannazione, non posso», si mise le mani tra i capelli.
«No, infatti», scosse la testa Charlotte, lasciando la presa. «Meglio di no, cosa
penserebbe la gente?»
Lui la guardò. Lei sorrise.
«Quanto deve trovarlo divertente».
«Fossi in lei non mi darei questa soddisfazione. Si indigni e mi tolga il saluto»,
gli propose Charlotte.
«Dovrei farlo! Anzi, dovrei scrivere un articolo su di lei». Arrabbiato le puntò un
dito contro. «Donne perfide e cattivi costumi della società. Che ne dice del
titolo?»
«Un po’ snob», ci pensò seriamente Charlotte.
«Allora meglio: “Donne e polpettine Puff Puff!. Tutto quello che non va a
Villaduville”».
«Cosa?». Charlotte non riusciva a crederci. «Cosa c’entrano le polpette?».
Hubert si accalorò, era una ferita ancora aperta quella delle polpette.
«C’entrano sempre! Sono il perfetto esempio dell’assurdità del mondo
moderno».
«Di cui lei ha dimenticato di far parte, a quanto pare», considerò Charlotte,
sedendosi davanti a lui. «E poi perché proprio le polpette?»
«Perché sono disgustose!».
«A me piacciono!»
«Non possono piacerle!»
«Ma le ha mai mangiate?», gli chiese Charlotte, colpita. Non si era mai sentito di
qualcuno che se la prendesse tanto per delle palline di carne. Invece Hubert era
livido.
«Giammai! Le pare che potrei mai mangiare quelle schifezze?»
«Cosa? Ma se non le ha mai provate come fa a dire che non sono buone?», gli
fece notare, incrociando le braccia. Si spinse verso di lui, le brillarono gli occhi.
Hubert sbuffò. «Ah. Ah… Molto furba, mademoiselle Sourel».
«Io? Ma che dice?», fece finta di non capire. Troppo tardi, il vestito di Madame
Papillon puntò e sparò il colpo.
La spallina, distrattamente, scivolò sulla spalla.
Hubert le infilò le mani tra i capelli e la trascinò verso di sé. «Vediamo…».
Chiuse gli occhi, si poggiò sulla sua bocca. Premette piano, finché non sentì il
suo sapore sciogliersi tra le labbra.
Il resto accadde da sé.
Charlotte si lasciò andare tra le sue braccia.
Colpito e affondato.
Hubert si ritrovò spiazzato, del tutto sconfitto.
Scivolò con le mani sulla stoffa, raggiunse l’orlo della gonna e come se quella
fosse la cosa più naturale del mondo, spinse Charlotte sulla chaise longue,
chinandosi su di lei, facendosi spazio tra le sue gambe. Nessun pensiero se non il
suo profumo, nessuna fretta, tranne quella di toccarla.
Era un sogno? Forse. Non era cosciente, non era neanche certo di cosa stesse
facendo.
Sentiva solo la sua pelle sotto le dita.
Le sfilò l’altra spallina, le accarezzò il seno, scendendo con la lingua sulla sua
pelle, raccogliendola in baci trattenuti, più intensi, più profondi.
Charlotte gli soffiò un respiro tra i capelli.
E fu tutto perfetto, esatto, come doveva esserlo da tanto.
La magia del momento, però, durò solo un minuto di quei quarantatré che
restavano.
Colpa dello sgabello, ancora tra i piedi. Hubert non lo vide, di nuovo, andò a
sbatterci sopra.
«Ahi».
«Si è fatto male?»
«Ma no, io…»
Non riuscendo a liberarsene lo scalciò dall’altro lato della stanza. Quello,
indispettito, urtò il tavolo, cadde la lampada e crash!
Andò tutto in frantumi, causando come unico effetto del caos una grossa,
fragorosa risata nel corridoio.
Hubert strinse gli occhi.
Finalmente tornò in sé.
E si rese conto, a freddo, di avere le mani dove proprio non era il caso di
metterle.
Lasciò immediatamente il lettino.
Cosa gli era venuto in mente? Dannazione a lui, allo sgabello, al vestito!
«Lei.. Lei è…».
Non gli vennero le parole, strinse i denti e andò a recuperare la lampada, prima
che qualcuno ci mettesse sopra i piedi.
Da quel momento, mi crederete, mando giù solo una lunga lista di improperi, in
mezzo ai quali Charlotte cercò di infilarsi ogni tanto, per ricevere in cambio solo
altre occhiatacce, ammonimenti e ordini perentori.
«Ma… Hubì».
«E non mi chiami Hubì!»
«Aspetti, l’aiuto…».
«No, ha già fatto abbastanza!»
«Ma adesso perché fa così?»
«Ah, e mi chiede perché? Ha il coraggio di chiedermi perché?»
«Su, non si arrabbi…»
«Non sono arrabbiato!»
«No, infatti, perché non mi fa un sorriso?»
Sguardo truce.
«D’accordo, d’accordo, non sorridiamo. Sa che facciamo? Guardiamoci in
cagnesco. Esatto, così! Vedo che le riesce molto meglio!».
L’avreste mai detto? Un litigio furibondo. Hubert era fuori dalla grazia di Dio in
quel momento.
«Anni di carriera. Anni di libera professione senza nemmeno un problema. Mi è
bastato incontrare lei. Due giorni con lei è ho distrutto tutto».
«Non crede di esagerare, adesso?»
«No, non esagero. Anzi mi sto contenendo!».
Nella foga andò a sbatterci di nuovo contro lo sgabello. Finché lo prese, lo lanciò
nella stanza accanto. Cosa si ruppe? Boh… Non gli importava.
«Ma, Hubert…». Charlotte spalancò gli occhi, sconcertata.
Lui attraversò il salotto furente. Raggiunse la porta d’ingresso contando fino a
trecento, perché fino a dieci non sarebbe mai bastato.
«Ora mi calmo. Giuro che mi calmo, ma si tolga dalla mia vista, non voglio più
vederla per il resto della mia vita», sbraitò.
«La seduta non è finita», gli ricordò Charlotte, recuperando il cappotto
dall’armadio.
«Le prometto di non dirlo a nessuno. E adesso fuori!». Di colpo, Hubert
spalancò la porta e la mandò via livido, anzi, direi plumbeo.
«Signor Durand, mi sta cacciando?», gli chiese Charlotte, avvilita, sulla soglia di
casa.
«Esatto!», confermò Hubert. «Per oggi ne ho abbastanza del tavolo, dello
sgabello e anche di lei».
Un dito e le indicò l’esterno. Poi si affacciò e urlò: «E anche di voi! Guardi che
l’ho visto, signor Toulouse. Esca fuori da quel cactus!».
Quando Charlotte se ne fu andata davvero, l’unica cosa che si ricordò Hubert fu
di chiudere due volte a chiave. Tre per sicurezza.
Attività sospese, esaurimento in corso, una sola pretesa: essere lasciato in pace
almeno fino a venerdì!
Perché è così che succede, quando si entra da Madame Papillon.
Non sono abiti che si possa usare con leggerezza i suoi. Ci vuole cautela. Pochi i
benefici, molte le controindicazioni.
Da tenere a mente per il prossimo acquisto, considerò Charlotte.


Sulla maniglia del dottor Durand, al secondo piano, comparve un biglietto
legato da un nastro.
“Secondo studi recenti, restare arrabbiati per più di due giorni invecchia la
pelle”

Dopo un giorno se ne aggiunse un altro.
“L’università di Bristol conferma: non rivolgere la parola ai propri vicini fa
uscire orribili macchie sul naso”.

I biglietti li trovò Martin nel cestino. Erano strappati.
Capitolo 17
Che strane idee

L’aveva fatta grossa Charlotte.
Bel pasticcio davvero.
Voi direte: ma c’era stato solo un bacio, niente di più.
Invece no, un bacio è un mucchio ingarbugliato di cose.
Specie se dato su un sofà, di pomeriggio, con mezzo condominio sul
pianerottolo.
Le prime conseguenze di quel gesto avventato si videro la mattina dopo,
macchie d’inchiostro che colarono su una carriera già abbastanza compromessa
come quella di Hubert Durand.
I giornali vennero a sapere che le sedute del dottore erano.. come dire?
Turbolente.
Il primo a sostenerlo fu proprio Serge Leclerc. Spedì una nota al quotidiano
Lafayette, chiedendosi:
“Cigolano le chaise longue? Chiedetelo al dottor Durand, ideatore di un nuovo
ed esaltante esperimento per scoprire quanto reggono le gambe dei sofà!”
Il giornale vendette più copie quel giorno degli ultimi dieci anni.
Dovettero andare in ristampa dopo due ore dall’uscita, non si trovava una copia
del Lafayette in tutta la nazione!
Ai lettori venne spontaneo chiedersi cosa ne sapesse Serge delle chaise longue di
Hubert. Semplice, qualcuno aveva spifferato. Non si riuscì a capire chi. Forse
proprio Martin, il portiere. O Marlene, chi poteva saperlo? Eppure uno degli
inquilini del numero tre di rue de Bouganville aveva parlato.
E così? E così successe quello che era già accaduto, solo triplicato, perché gli
articoli di giornale sul dottor Durand, quei trafiletti a fondo pagina che
sghignazzavano con discrezione, da quel giorno diventarono vere e proprie
indagini da prima pagina, con tanto di titoli allusivi. E quello che era stato
sempre un quartiere tranquillo si trasformò in un campo minato di macchine
fotografiche e giornalisti in cerca di scoop.
Intanto Hubert tolse il saluto a Charlotte. Non le parlò per tre giorni.
Tre, senza risponderle al telefono, ignorandola in corridoio, barricandosi in
ascensore prima che riuscisse a entrare anche lei.
«Signor Durand, la prego, non faccia così…», provò a far pace Charlotte. Bussò
un paio di volte alla porta, passò di lì mentre scendeva a fare commissioni. «Non
è successo niente, tutto sommato».
Ma Hubert non uscì. Saltò perfino la seduta di quel venerdì.
Così, sabato ventitré dicembre, con la neve che scendeva giù si poteva dire
conclusa la terapia della signorina Sourel. Esiti del trattamento? Non molti, a
parte un uomo molto nervoso al secondo piano del numero tre di rue de
Bouganville.

«E mi sembrava di aver detto che questi li doveva stampare in blu!».
Quella mattina iniziò sotto i peggiori auspici. Sembrava che nulla andasse come
doveva.
La signorina Tautou era arrivata in ritardo, il signor Navil aveva preso le pillole
sbagliate.
Continuava a litigare, Hubert. Perfino con la povera Elise. Dire che Elise era un
angelo, la persona forse più dolce al mondo.
Ebbene, Hubert riusciva a trovare difetti anche in lei.
Il caffè era troppo dolce, le riviste che aveva comprato poche. Ebbe da ridire
perfino sulla sua pettinatura. Un po’ esuberante per uno studio di psicanalisi.
«Ma dottor Dubert, li porto sempre così», si difese Elise.
«Rendiamoci conto», fu la risposta pragmatica di Hubert.
Tutto infuriato si chiuse nello studio. Sul lettino c’era Pierre Frémy che lo
aspettava.
Pierre aveva un disturbo non così grave, ma fastidioso. Era terribilmente timido.
Cercava di superare la sua incapacità di relazionarsi con gli altri da quand’era
piccolo, registrava scarsi successi. Era in cura già da sei anni, portava ancora i
gilet a quadri, gli occhiali tondi e la gelatina sui capelli.
Quando vide entrare il dottor Durand tutto infuriato si rannicchiò in un angolino
del muro.
Hubert sbatté la porta, trascinò la poltrona e si sedette buttando il telecomando
dello stereo sul tavolino con l’aria imbronciata.
«Bene. Iniziamo», ordinò a Pierre, brusco.
Lui deglutì.
«Parli!», gli intimò Hubert, aveva già puntato la matita sul suo taccuino,
“Il signor Frémi è un uomo impossibile!”, segnò.
Pierre provò ad aprire bocca. «B-be’…».
Hubert lo guardò. Scrisse un po’ più giù: E non fa che parlare!
«Oh, allora io…», trovò finalmente il coraggio di balbettare Pierre.
«Aspetti, suona il telefono», lo interruppe però Hubert, alzando una mano.
Sganciò la cornetta del telefono con un sopracciglio inarcato e le labbra strette e
sottili come una lama acuminata.
«Pronto? Qui Durand». Mentre rispondeva, urlò alla porta: «Signorina Tautou,
mi spiega a che serve? La pago per rispondere al telefono, non si è accorta che
ho un paziente?».
Si affacciò Elise, mortificata. «Le chiedo scusa, signor Durand. Ero uscita per
prender questo». Gli indicò il giornale.
Hubert la scacciò con un gesto svogliato, ritornò al telefono.
«Dicevo, qui Durand. Studio di psicanalisi, a volte…».
«Hubert! A te pensavo !», squillò dall’altro lato la voce fastidiosa e stridula
dell’unico uomo che Hubert avrebbe voluto evitare.
«Leclerc…», sibilò a denti stretti.
La faccia del dottor Durand si fece viola. Poi nera. Nero pece.
Sulla chaise longue, Pierre fece una smorfia preoccupata. Forse era il caso di
andare via? Nel dubbio, rimase a fissare il dottor Durand con la sua valigetta
stretta tra le labbra. Era arrivato da mezz’ora, non l’aveva ancora posata.
«Non è che ti disturbo?»¸chiese al telefono Serge.
«No, tranquillo. È solo un paziente».
«Ti è rimasto ancora un paziente? Davvero?», si stupì Serge.
«Non tutti leggono il Lafayette. Alcuni hanno gusti più raffinati».
«Pensa, riesci a finire su tutti Sei perfino su Ossobuco…», lo avvisò.
Comunemente chiamato Ossobuco, ma in realtà il suo nome era Science du
monde. Una rivista specializzata in neurologia, per lo più pubblicava articoli
medici. A quanto pareva, anche Ossobuco aveva dedicato qualche riga al caso di
Hubert, che si sentì sprofondare.
«Serge, c’era un motivo se chiamavi? O stai solo cercando di caprie come
funziona quello strano apparecchio nero che ti hanno messo sulla scrivania. Se
non suona mai non è perché è rotto, solo perché non piaci a nessuno».
«Molto arguto, Hubert. Ma no, ero in cerca di informazioni», ammise Serge.
«E non potresti iniziare con il vocabolario come abbiamo fatto tutti? Sei in…».
Hubert controllò sull’orologio. Tre e venti. «In leggero ritardo sui tempi», lo
avvisò. «Ma trovo ammirevole da parte tua riprendere gli studi. Per cosa ti
prepari? Asilo? Elementari?»
«Non giriamoci intorno. Mi servono informazioni dirette dalla fonte. Ho saputo
che le tue sedute con la signorina Sourel si sono interrotte. Cambio di rotta? Ti
sei stancato delle bionde? Chi sarà la prossima? Muoio dalla curiosità».
Cominciò a battere una penna sul tavolo. Hubert sentiva il ticchettio fastidioso
nel ricevitore.
Non gli sfuggirono i dettagli. Serge aveva parlato di Charlotte. Quindi Serge
conosceva il nome della donna con cui si incontrava. E perciò Serge li aveva
visti insieme.
«E io che pensavo fosse un barbone quello che da un mese dorme sotto le scale
del mio palazzo, invece eri tu!», mormorò. «Stasera ti lascerò una bottiglia di
whiskey. Non prendertela, sapevamo tutti che tua moglie non avrebbe retto a
lungo. Dovevi aspettartelo, ma se vuoi conosco un fittacamere economico».
«Rifugiati nell’ironia, serve a poco», gracchiò Leclerc. «Sei a un passo dalla
rovina. Farsi beccare con una prostituta…».
«Con una paziente».
«Hubert, le pazienti si visitano. Con le prostitute invece…».
«Invece?», si spazientì Hubert.
«Ah, non lo so. Sei tu l’esperto», ghignò Serge. «Quindi, possiamo dire che
l’esperienza si è conclusa, giusto? Storia chiusa».
«Non ho mai detto nulla del genere».
«Ma non vedi più la Sourel», puntualizzò Serge.
Insisteva perché questo significava che Hubert non era riuscito a curarla. E se
non c’era riuscito era probabile che non ci avesse neanche provato. Ritornava a
farsi avanti l’ipotesi che Hubert frequentasse giovani escort.
Non era così, naturalmente, ma le prove erano contro di lui.
«No, non la vedo», fu costretto ad ammettere. «Ma per quanto ti diverta scrivere
il contrario, il nostro era un rapporto puramente professionale», gli ribadì
Hubert.
«Oh, d’accordo. Era una paziente. Resta il fatto che non verrà più nel tuo studio.
Quindi ti arrendi?», A Serge quella versione dei fatti sembrò piacergli anche di
più.
Hubert era ormai nero carbone. «Non ho detto questo».
«Caso troppo difficile. Capita, sai? La psicologia non è per tutti. Vuoi mandarla
da me?», si fece avanti.
«A far cosa? Non ha problemi intestinali».
Hubert riagganciò, mentre in sottofondo si sentivano le risate di Serge.
Se avesse avuto il dottor Leclerc tra le mani, probabilmente gli avrebbe tirato
quei baffi ridicoli dal naso. Un conto era dire in giro che pagava una prostituta,
ma dargli del ciarlatano, dello psicologo da quattro soldi era assurdo. Hubert non
riusciva a tollerarlo, specie da uno come Serge.
Davanti al signor Frémi sempre più stranito, abbandonò la poltrona e si mise a
cercare tra gli scaffali della libreria.
Doveva esserci un modo per non darla vinta a Serge.
Tirò fuori trattati, vecchi saggi, pubblicazioni. Controllava titoli, dorsetti.
«Problemi?», gli chiese Pierre, per fare conversazione. Giusto per non starsene
lì, mani in mano. Si era accorto che Hubert non era del suo solito umore, un po’
gli dispiaceva..
Gran brava persona il dottor Durand! Che peccato vederlo così. Pierre cercò di
essergli d’aiuto. «Cerca qualcosa in particolare?»
«Un modo per disfarsi di un problema», sentenziò Hubert, distratto da un libro
molto pesante che aveva l’aria di essere anche incomprensibile.
Lo richiuse con un tonfo.
«Ah, la capisco, sa?», sospirò Pierre, più rilassato. Di solito Hubert se ne stava
seduto sulla poltrona, sempre così impeccabile, a modo, controllato. Invece
l’Hubert di quella mattina era irritato, un po’ in disordine. Con quell’Hubert,
Pierre si sentiva a suo agio.
Tre anni di terapia, tre anni che non spiccicava una parola.
Ma con un Hubert così… così umano, per una volta tirò fuori un sospiro. Gli
raccontò: «Non sa che significa. Stanno sempre lì, tutti quei pensieri. Quando
provo a dormire, poi finisco per guardare il soffitto e ricordarli tutti. Come
quando ho visto la signorina Elise».
«Cosa c’entra adesso la signorina Tautou?», sbuffò Hubert, lanciando sul tavolo
due quaderni fitti di appunti. Non c’era niente di utile lì in mezzo né per uccidere
Serge e passarla franca né tantomeno per convincere Charlotte a farsi suora.
«È molto graziosa», mormorò Pierre.
«Sì, lo è», si innervosì Hubert.
«E poi è così gentile».
«È solo scena, mi dia retta. Quella è una strega!», bofonchiò Hubert, fissando la
finestra.
«La signorina Elise? Davvero?», si stranì Pierre. Conosceva mademoiselle
Tautou da anni, non avrebbe mai pensato che avesse un caratteraccio.
«Chi? Ma no. Parlavo di Charlotte!», si sfogò Hubert. E andò a sedersi davanti a
lui, infilando le mani tra i capelli. «Finirò per impazzire».
Pierre lo guardò, annuì. «Brutto affare».
«E lo dice a me?», sbraitò Hubert, guardandolo negli occhi.
«Ma cosa le ha fatto?», provò a chiedergli Pierre.
Cosa poteva averlo ridotto così? Non era mai successo. Neanche una volta in sei
anni! Nemmeno quando il signor Rispoli, un barbiere originario di Napoli, cercò
di buttarsi giù dalla finestra del bagno .Hubert affrontò la crisi del signor Rispoli
con una freddezza invidiabile. Riacciuffò l’uomo dal cornicione della finestra e
lo riportò dentro, davanti a una folla che applaudiva. Che scene quelle! Ah,
grande psicologo il signor Durand… E invece adesso lo guardavi e ti dicevi: ma
è la stessa persona? Uno straccio con le occhiaie, i capelli spettinati.
Hubert perse la calma: «Cosa ha fatto? Mi chieda piuttosto cosa non ha fatto!
Perché non so davvero cosa manca alla lista». Si mise a elencare, tirando su le
dita. «Mi ha rovinato la reputazione, mi ha distrutto il tavolino di cristallo. Ho
dovuto chiamare uno strano tizio che fuma sigari per farmi insonorizzare
l’appartamento. Sa da quanto non dormo?»
«Oh, be’, no… Nel senso, io…», balbettò il signor Frémi.
«Dieci giorni! Dieci!»
«Un bel po’ di tempo», ammise Pierre.
«Per colpa di quella donna sono su tutti i giornali del paese». Si ricordò Hubert,
con una fitta di puro dolore allo sterno. «Perfino su Ossobuco!», crollò.
«Uh, sì. L’ho visto», ammise il signor Frémi, entusiasta. «Che bella foto le
hanno fatto».
«Ah, questo è l’inferno». Durand si coprì la faccia con le mani per non mettersi a
urlare. «Non potrò più praticare»
«Perché?», si domandò Pierre, sinceramente sorpreso. Non riusciva a cogliere il
collegamento. Per Hubert era lampante.
«Come perché? Ho giurato che avrei trasformato la signorina Sourel in una
donna onesta. Siamo al ventitré di dicembre e non ho fatto neanche un
progresso».
Pierre ci pensò. «Ha provato a parlarle?»
«Parlarle? Ho provato tutto. Ho provato con l’ipnosi, con il dialogo, le ho
perfino fatto fare il giochino delle macchie!», sbraitò.
Allora Pierre alzò le spalle. «Be’, la sposi».
Dapprincipio, Hubert Durand abbassò le mani e lo guardò con gli occhi
spalancati.
In un secondo momento, calò sul suo viso una tetra maschera di indignazione.
Pierre Frémi si sentì piccolo, piccolo, piccolo…
Hubert si alzò. «La seduta è conclusa». Troneggiò su di lui.
«Dottor Durand…», farfugliò Pierre, cercando di farlo ragionare, ma non ci fu
pietà.
Hubert allungò il braccio, gli indicò la porta.
«FUORI!».
«Non è mica la fine del mondo se…», provò a difendersi Pierre.
E forse non aveva tutti i torti. Quanti matrimoni si celebravano ogni giorno? E
nessuno era mai morto.
«HO DETTO FUORI!».
Tuttavia, c’erano soluzioni che Hubert Durand non intendeva prendere in
considerazione. Fu evidente quando Pierre Frémi - che ormai fumava dalle
orecchie – scappò fuori dal suo studio. Hubert lo seguì poco dopo, passò davanti
alla sua segretaria con il cappotto in mano e le urlò: «PER OGGI BASTA
PAZIENTI!».
«Ma… Dottor Durand, dove va?»
Non ci fu modo di saperlo perché, tra le molte controindicazioni di un bacio,
magari dato su un sofà, c’è la comparsa di un’improvvisa irrazionalità. Follia
dalla durata variabile, che spesso degenera in uno strano stato di malessere.
Possono insorgere complicazioni differenti: palpitazioni, sudori freddi, rabbia
inspiegabile, insonnia involontaria e tutta una serie di sintomi che alcuni
chiamano influenza, altri amore.
Capitolo 18
Funi, fauni, mimi. Di tutto un po’

Ma lasciamo per un attimo il numero tre di rue de Bouganville.
A Villaduville, superata l’edicola di Nicholas, proprio dietro un chioschetto di
hot-dog, c’era un grazioso gazebo dove si vendevano fiori e pot-pourri.
“Le petit violette”.
Il negozio aveva le vetrine esposte a est. Un’insegna in legno dal gusto
vagamente rustico ti invogliava a entrare.
Posavi l’ombrello, aprivi la porta, suonava un campanello.
Entri, è aperto.
Bastava fare un passo per ritrovarsi immersi tra le meravigliose composizioni di
madame Camille Chandelier. Cascate di girasoli, violette e nontiscordardime
cadevano a grappoli dalle pareti con grossi fiocchi, nastri colorati e biglietti
d’auguri. Ma se giravi intorno al negozio e superavi le aiuole, trovavi un piccolo
giardino protetto da piante rampicanti. Lì, madame Chandelier teneva alberi da
frutta e bonsai nani. C’era anche un espositore di cactus e semi di stagione.
In mezzo ai vasi, ogni tanto trafficava Lambert, il tuttofare. Potava, tagliava,
sforbiciava con le cuffiette dell’iPod nelle orecchie.
Quel giorno in giardino non c’era nessuno, colpa del temporale.
Il dottor Durand ci finì solo per caso.
Stava ritornando a casa, dopo aver comprato all’edicola un cruciverba e due
biglietti del tram. Trovò per strada un mimo che lo infastidì moltissimo e si
rifugiò senza volere tra i mandarini in offerta.
Un vero affare! Solo dieci franchi al vaso. Già impacchettato.
«Ohi!».
«Cosa…».
Arretrando tra gli attrezzi da lavoro, Hubert urtò qualcuno che, come lui, era
venuto a rifugiarsi dalla pioggia.
Si voltò, riconobbe Charlotte.
«Mi scusi», borbottò, brusco.
«È colpa mia», rispose lei.
Hubert la guardò di sottecchi. «È quello che penso anch’io». Poi si scostò.
Immerso tra i fiori si sentiva fuori posto, specie con un cappotto nuovo addosso.
«Se permette…». Fece per andarsene.
«Va già via?»
«Se mi riesce!», litigò con il ramo di un salice, che per lui piangeva un po’ poco,
ma avrebbe contribuito se gliel’avessero chiesto. «Dannate erbacce».
«Sempre meglio del mimo», sorrise Charlotte.
Hubert immaginò che l’avesse visto. «Umpf», bofonchiò, tirando un calcio a una
foglie di felce. «Un pericolo pubblico a piede libero».
«Ma chi? Il mimo?». Charlotte non riusciva a capacitarsene. Provò a sbirciare la
strada tra le foglie di una felce, lo vide mentre imitava una parete immaginaria,
posandoci le mani su. «Ha proprio l’aria del tipaccio», decise.
Hubert serrò gli occhi. Era tutto bagnato, aveva macchiato di fango i pantaloni
nuovi. Non aveva nessuna voglia di farsi prendere in giro da Charlotte. «Buona
giornata», la salutò.
«Suvvia, Hubì». Le venne spontaneo fermarlo, per lei quel battibecco era durato
anche troppo. Quando gli sfiorò il braccio, però, Hubert si girò e la fulminò con
lo sguardo.
«Dottor Durand», si corresse Charlotte, prima che le ricordasse di non chiamarlo
Hubì e nemmeno tesoro caro. «Ha davvero deciso di avercela con me?»
«Esatto».
Charlotte sospirò. Aveva messo i jeans, una giacca beige, il cappellino in
coordinato. Ottone invece sfoggiava il suo cappottino a quadri e si sentiva molto
chic!
«E non c’è modo di farle cambiare idea?», propose a Hubert, ancora disposta a
fare un passo indietro.
Lui ci pensò, poi la guardò. «Direi di no».
Atteggiamento assurdo, dal momento che tra loro, a parte un naso un po’
ammaccato e un vestito sgualcito, non c’era stato molto.
«Ah, è davvero un prepotente!». Charlotte puntò i piedi, indispettita.
«Io?». Hubert si indicò, incredulo. «È lei che rovina sempre tutto. Si comporta in
modo irresponsabile».
«Che vorrebbe dire?», lei non capì, ovviamente. Perché per Charlotte la sua di
vita era normalissima.
Venerdì omelette alle erbe.
Giovedì dal parrucchiere.
Lavava i vetri una volta al mese.
«Lei… lei si ostina a frequentare uomini per denaro», la accusò.
«Provi a immaginare cosa penserebbe di me se lo facessi gratis!», sbuffò
Charlotte.
Quella situazione iniziava a farla stare male. Soprattutto Hubert, con quel muso
lungo.
Charlotte non voleva ammetterlo, ma si sentiva in colpa e non le succedeva
spesso. Non sapeva neanche lei come comportarsi, cosa aveva sbagliato? Non lo
aveva ancora capito. Cosa fare per rimediare? Non le veniva neanche un’idea.
L’unica cosa che provò fu una fitta allo stomaco.
Hubert lo stesso.
Solo un po’ più su dello stomaco, la stretta gli venne al cuore.
Insolito. Fino al giorno prima era sicuro di non averlo nemmeno. Non gli serviva
un cuore, nel suo lavoro era meglio non lasciarsi trasportare.
Invece quella mattina gli faceva male. Non lo aiutava la tranquillità con cui
Charlotte parlava di sé, di quello che faceva, specie di notte e non con lui.
In realtà, Hubert si rese conto – e gli successe in quel momento - che a dargli più
fastidio era l’idea che ci fosse qualcuno nella vita di Charlotte che non fosse lui.
Qualcuno a cui mademoiselle Sourel tirasse le cravatte su una chaise longue.
Quel qualcuno probabilmente se le lasciava tirare, a differenza di Hubert.
«Lei è davvero impossibile», sentenziò, pronto a chiudere immediatamente la
discussione. «Stupido io a provarci!», si offese.
«Provare a far cosa?», gli chiese Charlotte, sotto la pioggia, a stento riparata
dalla grondaia.
«Curarla», ammise Hubert. «Perché lei in realtà non vuole farsi aiutare».
«Ah, già», si ricordò Charlotte, alzando gli occhi al cielo. «Sono in fin di vita.
Mi perdoni, sa? Ogni tanto lo dimentico».
«In senso figurato, sì. Si potrebbe dire anche così», pensò lui, sistemandosi il
cappotto. «Ma inutile discuterne. Ho appena scoperto di aver sbagliato
professione. Sembra che tutti abbiano idee migliori di me. Perfino il signor
Frèmi», ci ripensò, gli pizzicò il naso per il nervoso.
«Non conosco nessun Frèmi, mi dispiace», ammise Charlotte.
«Forse dovrei presentarglielo. Sono certa che vi trovereste bene».
Ricominciò a gocciolare, dopo qualche secondo di sole. Hubert aprì l’ombrello.
«Pensi che mi ha proposto di sposarla!», ironizzò, dandole un’occhiata. L’attimo
dopo guardò le aiuole. Se si fosse affrettato, forse sarebbe riuscito a evitare un
acquazzone.
«Una proposta da lei?», ci rifletté Charlotte, riparandosi sotto una mano. «Mah,
non so… Mi coglie un po’ alla sprovvista, dottor Durand».
Hubert era già sulle aiuole, pronto a scavalcarle. Tornò indietro allibito, anzi,
contrariato. «Non le sto facendo nessuna proposta!».
E su questo fu così categorico, che Charlotte gonfiò le guance.
Che razza di presuntuoso! Pensava davvero che morisse dalla voglia di sposarlo?
«Bene perché io non l’avrei accettata!», gli rinfacciò.
«Ah, ovvio! Difficile organizzare un matrimonio in quarantacinque minuti»,
reagì Hubert.
Della pioggia nessuno si ricordava più, presi com’erano a litigare.
Si guardarono negli occhi. Charlotte tutta bagnata, Hubert raffreddato. Ottone si
nascose sotto a un vaso. Li fissava da terra, sconsolato. Avrebbe preferito
continuare quella discussione a casa, sdraiato sul tappeto. Gli si stava
inzuppando il cappottino e nessuno se ne accorgeva.
Guaì.
Ma non c’era verso di farli andare via, neanche il diluvio ci riuscì.
«Considerando il suo amabile carattere… Che peccato perdermi una
dichiarazione del dottor Durand! Conoscendola almeno un po’, mi avrebbe
mandato la proposta in carta bollata, affrancata per due franchi. Espresso
ridotto».
«Mentre a lei piacciono frustino e manette», la affrontò Hubert. «È che non ero
pronto. Se l’avessi saputo mi sarei attrezzato, passa il Cirque du Soleil a
Villaduville. Se rimandassimo al venticinque le promesse? Forse riesco a
recuperare una gabbia e un leone.»
«Temo di essere occupata», si scusò Charlotte, scostandosi una ciocca di capelli
bagnati dalla fronte. Mezza Francia allagata. I vasi sporchi di fango, la terra che
schizzava . Un limone zuppo dietro di lei e il salice sempre più piangente, ormai
sciolto in un diluvio di lacrime. «Ho già un appuntamento per Natale. Uno
sceicco», allargò le braccia. «Direttamente dal Brunei, viene a trovarmi il
venticinque, riparte il ventisei. Cena fuori, a lume di candela», gli raccontò.
«Abiti di lusso, musica da sala… Non mi guardi così. So che non è abituato ma,
vede, la gente si frequenta, a Natale si incontra, si scambia i regali. Non le capita
spesso, vero?»
«A lei fin troppo di frequente», ringhiò Hubert.
Uno sceicco…
Come poteva competere con uno sceicco?
«A differenza di qualcuno di cui non voglio fare il nome, io la gente non la
pungolo con l’ombrello. Forse è per questo!», gli suggerì Charlotte, incurante di
essere uscita già da un pezzo da sotto la grondaia
Il viso umido, le labbra schiuse, le guance arrossate. Lo guardava con rabbia, gli
parlava con la voce un po’ incrinata.
Sì, pensò Hubert. Era proprio sotto alla camicia che gli faceva male.
Ma chissà? Magari non era il cuore, forse era solo una fitta intercostale.
«Allora si diverta. Io me ne vado, con lei non c’è molto da fare. È un caso senza
speranze», si infuriò e si avviò verso le aiuole.
Anche Charlotte aveva qualcosa da dirgli.
«E lei è un antipatico borioso!».
Pioveva davvero a dirotto.
Charlotte tirò fuori la lingua, si girò sui tacchi e se ne andò.
Hubert rimase a guardarla mentre correva tra le pozzanghere, inseguita da
Ottone.
Era così arrabbiato un attimo prima, eppure rimase bloccato in quell’aiuola, sotto
la pioggia che colava, senza riuscire più a dire una parola.
Sospirò.
Sentì un sospiro uguale al suo.
Si voltò appena.
C’era il mimo, guardava anche lui la strada, sconsolato. Il dottor Durand pensò
che quella fosse una persecuzione.
Il salice si disse d’accordo e singhiozzò.

Capitolo 19
Personalità sommerse

Se tra le vele soffia il vento, la nave prosegue.
Se il vento cala, la nave non può restare ferma, sceglie un altro mezzo per restare
a galla.
Immagine che forse non rende bene l’idea, ma è più o meno quello che accadde
quel ventitré dicembre.
Hubert se ne tornò ai suoi appunti. Charlotte ai suoi amanti.
La portineria rimase chiusa, c’era un cartello sulla porta: tornerò sbronzo, buone
feste!
Per il resto, al numero tre di rue de Bouganville la gente se ne stava chiusa in
casa.
Non si incrociarono nei corridoi che pochi condomini, di ritorno dai negozi con
pacchetti, regali, dolci appena sfornati.
D’altronde, mancavano poche ore alla vigilia.
Si mettevano a punto le ultime lampadine, si calibravano le palline. Presto ogni
abitante di Villaduville si sarebbe raccolto attorno a un tavolo per festeggiare.
La signora Bernard sbucciava mele seduta in cucina mentre guardava la tv.
L’amministratore Toulouse provò ad accendere PRALINATOR 2000, un sistema
automatizzato di ultima generazione che permetteva di illuminare
contemporaneamente i festoni sul portone e le stelle filanti sui cornicioni con un
solo bottone.
Roba da fare invidia a tutto il vicinato!
Al secondo piano, invece, Hubert si mise a letto anche se erano solo le dieci.
Lesse un buon libro in compagnia di un cognac.
Poco più su, al terzo piano, Charlotte spense la luce. Nessun romanzo ingiallito,
ma addosso le mani di uno sconosciuto e sul comodino cinquemila franchi,
tariffa aggiornata per i giorni festivi.
Non dormì nessuno.
A mezzanotte ci fu un cortocircuito. Si accesero in contemporanea le luci dei
corridoi, gli ascensori, le stelle di natale, i festoni, perfino i frullatori.
Due ore dopo, invece, il condominio precipitò nel buio e nel cassonetto
dell’immondizia ci finì PRALINAROR 2000, mentre un amministratore molto
seccato se ne tornava a letto, risalendo le scale del palazzo con un’imprecazione
per ogni gradino.
La luna salì su, poi si tuffò nella Senna e le macchine ripresero a scorrere lungo i
viali. A bordo gente incappottata, stivali pesanti.
Natale era arrivato.

La sveglia a casa Durand suonò alle nove.
A lui sembrò che fossero passati solo cinque minuti dall’ultima volta che aveva
controllato l’ora. In effetti erano passati otto minuti e trentasei. Aveva appena
preso sonno, decise di tornarsene a dormire. «Sta’ zitta, tu!». Perciò scaraventò a
terra la sveglia con una mano e infilò la testa sotto al cuscino.
Quello, però, non era un giorno qualsiasi, una domenica dove potersi lasciar
andare, era la vigilia di Natale.
Il telefono cominciò a squillare.
«Chi diavol…».
«Hubert, tesoro, sono la mamma».
E squillare.
«Dottor Durand, auguri dallo staff di Pasticci e Biscotti, passi da noi per un
coupon omaggio!».
«Chi ha detto di essere, scusi?»
E squillare.
«Hubert, ma non ti fai mai vivo. Auguri! Oh, Hubert, se sapessi, qui nevica, è
tutto bianco»
«Zia Olivia, ti prego, potremmo parlarne in un altro moment…»
E squillare!
«La banca Spicci in tasca le fa i suoi auguri per quest’anno felice, provi le nostre
promozioni. Due carte di credito e solo il dieci percento di interessi su ogni
acquisto».
«Al diavolo!».
Finché Hubert scagliò a terra anche quello, intendo il telefono.
Cominciò il citofono.
«Ma cos’hanno tutti oggi?», sbraitò. E dal momento che di dormire non c’era
verso, scese dal letto infilando i piedi nelle pantofole.
Si stiracchiò.
Che ore erano? Non lo ricordava. Controllò: nove e dieci.
Nove e dieci del ventiquattro dicembre ed era già sveglio.
Fece un calcolo approssimativo dei regali che avrebbe chiesto quell’anno a
Babbo Natale: un fucile. Canne mozze. Mirino di precisione.
Ma intanto si alzò, strisciò fino al citofono.
«Pronto? Chi è?».
Non fece in tempo a rispondere, bussarono alla porta.
Grattandosi la testa, Hubert lasciò penzolare la cornetta del citofono sul muro e
provò ad aprire almeno quella.
«Si può sapere chi diavolo…».
«Dottor Durand!», lo sorprese una voce carica di energia.
Era Elise, con un tailleur blu, un caffè per Hubert, il giornale fresco di stampa
sotto al braccio e un enorme pacco rosso in mano.
«Auguri, dottor Durand», lo salutò, con quel sorriso sempre a portata di mano.
Hubert sospirò, si stropicciò la faccia. «Ah… Sì, auguri. Sì», bofonchiò.
Le fece spazio. «Venga dentro, fuori si gela».
Elise raggiunse il salotto, lui la seguì poco dopo in pigiama. «Come mai è
passata? Le avevo dato una settimana di ferie». Avrebbe preferito essersi fatto la
barba. Si massaggiò la faccia.
«Le ho portato un pensierino, giusto una cosina», lo avvisò Elise,
improvvisamente timida.
«Non avrebbe dovuto», le garantì Hubert. Arrivò da lei, posò la mano sul pacco.
Elise l’aveva messo sul tavolo ed era andata ad appendere il cappotto al
guardaroba.
«Allora? Come passerà la serata?», le chiese Hubert, sfilando il fiocco.
«Passerò dai miei, ho l’auto parcheggiata davanti al portone. Parto adesso. E lei?
Va dai suoi?», gli chiese Elise, ritornando da lui ancora infreddolita dalla neve.
Aveva ripreso a scendere sui viali, sugli alberi, imbiancando tetti e bagagliai.
Hubert fece no con la testa. «Forse domani».
«E cosa farà tutto solo oggi?», si preoccupò Elise. «È il ventiquattro».
Il dottor Durand sbirciò nella scatola. C’era una cravatta. Nera.
Lasciò cadere il coperchio e lo sguardo gli cadde sulla borsetta di Elise,
dimenticata lì vicino con una copia del Lafayette infilata nella tasca.
Non ebbe neanche bisogno di prenderla.
Articolo in prima pagina: “Hubert Durand: il volto oscuro della città”:
Chiuse per un attimo gli occhi, quando li riaprì cercò di non pensarci, guardò
altrove, ma a Elise la sua occhiata al giornale non era sfuggita.
Agguantò la rivista e la buttò appallottolata nel cestino.
«Robaccia!».
Hubert era già vicino alla finestra, fissava il vento fuori, bevendo il suo caffè.
Lei si avvicinò, piano piano. Non l’aveva mai fatto, gli posò una mano sul
braccio.
«Vedrà che smetteranno», gli sussurrò.
Forse era vero, forse no. Di sicuro le cose non sarebbero state più le stesse.
Anche quel Natale era diverso, Hubert non aveva nessuna voglia di festeggiare,
di vedere gente, di parlare, scambiarsi gli auguri sotto l’albero o magari regalarsi
cravatte a pois.
Dopo che la sua segretaria fu andata via, per lo più ascoltò musica, si distrasse
con la tv, ma non davano niente di interessante.
Alle nove di sera, senza aver quasi toccato cibo, in realtà senza molta fame,
Hubert si rese conto
di non riuscire a rimanere chiuso in casa a pensare. Così prese la giacca e scese
in strada, pensando di fermarsi in una brasserie, giusto il tempo di distrarsi.
Hubert non era mai entrato in un locale, preferiva ristoranti di classe, concerti,
teatri, ma immaginò che per la sua nuova vita, quella dove non era nessuno o
forse lo era, ma non la persona che voleva, un locale che puzzava di fumo, di
frittura, fosse più adatto della musica da sala e dello champagne d’annata.
Meglio iniziare ad abituarsi, non era più il dottor Durand, affermato psicologo,
articolista di Oggigiorno. Adesso chi era? Lo avrebbe scoperto sul fondo di una
bottiglia di birra in un bar.
Capitolo 20
Proposte indecenti

«Per quanti faccio apparecchiare?», gli domandò il direttore di sala.
«Per uno».
Finì al Castore. Un piccolo bistrot che si era fatto un nome a Villaduville.
Musica jazz, baguette calde, discreta selezione di formaggi.
Hubert Durand, nessuna prenotazione. Tavolo per uno, in fondo alla sala per non
disturbare, non farsi disturbare.
Andò a sedersi, prima che il cameriere si decidesse ad accompagnarlo.
Posò la giacca sull’angolo della sedia e si accomodò. «Vorrei ordinare».
«Ci metto un attimo», gli promise un ragazzo. Era appena arrivato con una
tovaglia pulita.
Tolse in fretta la sporca, gli mise davanti un piatto di ceramica, appoggiato a un
sottopiatto di legno grezzo. Ordinò due posate. Finì sistemando un bicchiere a
testa in giù vicino al menù.
Al centro del tavolo, una candela spenta gli faceva tristemente compagnia.
Iniziò lo spettacolo, le luci soffuse della sala riuscirono a dargli la sensazione di
non essere osservato. A Hubert Durand non era mai successo di cenare da solo.
Per di più a Natale.
Si guardava intorno come se si aspettasse di essere sorpreso da una pattuglia
della polizia.
Intorno a lui coppie attempate, giovani innamorati - complice il vino, in delicata
intimità - riuscirono a farlo sentire a disagio.
Forse sarebbe stato meglio restare a casa, pensò, mentre gli servivano gli
antipasti.
«Gradisce altro?», gli domandò il cameriere. Sempre lo stesso. Tutto sudato.
«No, grazie».
Hubert lo mandò via seccato. Mise il tovagliolo sulle gambe e per lo più spiluccò
dal piatto senza mangiare nulla, assaggiando qualcosina in superficie.
Andò meglio con l’alcol. Si riempì il bicchiere abbastanza da stordirsi. Quando
raggiunse l’obiettivo, si chiese come c’era riuscito a rovinarsi la vita in così
pochi giorni.
Non se ne capacitava. Finire su un giornale. Farsi deridere da tutta la città…
«Ma guarda chi c’è…».
Sarebbe rimasto a crogiolarsi nel dolore, se non fosse stato interrotto dall’arrivo
di un uomo dall’aspetto importante.
Un sigaro stretto tra i denti, la faccia sudata anche se era quasi gennaio.
«Borislav», lo salutò fastidiosamente Hubert.
Borislav era il direttore di Oggigiorno. Viveva da vent’anni a Villaduville, ma
era originario di Novosibirsk. Uno di quei posti invivibili, dove la neve supera i
cinque metri appena calava il sole.
Cosa ci facesse al Castore, Hubert non lo immaginava. Non avrebbe mai detto
che in un locale del genere si riunisse l’élite culturale della città.
Dando un’occhiata alle sue spalle, si accorse che Borislav non era venuto da
solo. Tra i tavoli, Hubert intravide Serge Leclerc. Si stava dirigendo all’uscita,
con il cappotto piegato su un braccio e i capelli tirati indietro.
Doveva aver cenato con Borislav, questo era evidente. Probabilmente avevano
appena finito, se Borislav non lo avesse visto sarebbero usciti insieme.
«Si è fatto un nuovo amico»¸ mormorò Hubert, mandando giù l’ultimo sorso di
cognac.
Serge dovette sentirsi osservato, quand’era quasi al guardaroba si voltò verso di
lui. Lo riconobbe, anche se le luci erano suffuse, sollevò una mano per salutarlo.
Aveva un sorriso trionfante sotto i suoi ridicoli baffetti rossi, gli andava da una
parte all’altra della faccia.
Hubert gli indicò una sedia vuota. Non che volesse invitarlo – avrebbe preferito
mangiare un topo vivo piuttosto che bere qualcosa con Serge Leclerc - ma non
gli avrebbe dato la soddisfazione di mostrarsi irritato.
Serge per fortuna non poteva trattenersi. Sollevò il braccio e gli mostrò il
cappotto. Un modo come un altro per fargli capire di essere in ritardo.
Hubert provò una fitta di fastidio. Si forzò ugualmente di sorridergli, ma non
appena Serge Leclerc sparì dalla sua visuale, la sua attenzione si spostò su
Borislav, che si prendeva una sedia da parte per accomodarsi al suo tavolo anche
se non era stato invitato. In quel momento, Hubert smise di fingere. Ritornò
brusco, infastidito, poco incline alla socializzazione.
«Non va’ anche lei?»
Borislav scosse il capo. «Ho ancora qualche minuto» Chiamò di sfuggita un
cameriere schioccando le dita, poi si chinò verso di lui: «Offro io». E al
cameriere che arrivò disse, spiccio: «Porti una bottiglia di Pinot Grigio».
Il ragazzo si dissolse. Borislav si rimise a fissare Hubert.
Nessuno dei due aveva voglia di girarci intorno.
«Brutta rogna… Si faccia coraggio, dottor Durand, siamo tutti sulla stessa
barca». E gli strinse un gomito con fare confidenziale.
Hubert scansò il braccio. «Davvero?»
Borislav sorrise. Le notizie su Hubert non dovevano averlo scosso più di tanto.
«Suvvia, Durand. Chi può dire di non averci mai provato, eh?». Troppo in carne
per la giacca che aveva scelto, ma con l’aria di chi ha bevuto troppi gin, il
direttore di Oggigiorno piantò i gomiti sul tavolo e gli strizzò l’occhio. «Carina,
tra l’altro. Come si chiama? Charlotte Sourel. Sourel…», calcò, con il suo
accento russo. «L’ho vista in foto, niente male davvero».
La sensazione di fastidio durò, Hubert provò l’istinto di alzarsi. Tenuto a freno
solo dall’alcol, strinse le labbra.
I musicisti sul palco si davano il cambio.
La bottiglia di Pinot era arrivata.
«Si faccia versare un bicchiere di vino, Durand».
Coprì il suo bicchiere con una mano per impedire a Borislav di riempirglielo.
«Devo guidare».
«Ah… Come vuole».
Rimasero a fissarsi. Molti i non detti.
«Tra me e la signorina Sourel non è successo niente», sentì l’esigenza di chiarire
Hubert.
Il direttore finse di capire. Stette al gioco. «Ma certo! Non avrei mai osato
pensarla diversamente». Poi cambiò faccia, gli comparve una ruga sulla fronte.
«Però, sa… C’è la questione dell’immagine».
«Che intende?», gli chiese Hubert, anche se iniziava a sospettare lo scopo di
quella conversazione, così come si era fatto un’idea del perché uno come Serge
Leclerc avesse cenato con il direttore di Oggigiorno.
Che stessero pensando di sostituirlo?
Era una possibilità che Borislav non sembrava disdegnare. Tutt’altro, alimentò le
preoccupazioni di Hubert con le sue insinuazioni.
«La gente di Villaduville non è contenta della piega presa dagli eventi, Hubert.
Saranno anche solo pettegolezzi, ma uno psicologo affermato ha bisogno di
mantenere una certa… integrità», gli spiegò. «Ecco perché pensavo, per il bene
del giornale, ma anche del suo…». Il resto non lo disse, lasciò che Hubert ci
arrivasse da solo.
«Mi sta chiedendo di ritirarmi?».
«Non dica così, via…», scosse la testa Borislav. «Pensiamo piuttosto a cosa
accadrebbe se le chiedessi di scrivere un articolo. Esporla alle critiche di un
branco di bigotti… No. Non lo permetterei mai», gli garantì.
Lo stava silurando.
«Vada al sodo», lo spronò Hubert.
«Mah… Nulla, volevo solo avvisarla che da questo mese la sua rubrica sarà
sospesa. Lasciamo che le acque si calmino», propose Borislav.
Hubert sbatté il tovagliolo sul tavolo. «Mi sta licenziando, in pratica».
«No, no…», gli suggerì di calmarsi, agitando le mani. «Non si scaldi. La
consideri più una piccola pausa di riflessione».
«Sia onesto, siamo adulti», gli suggerì Hubert.
Borislav annuì, giù la maschera. «Io la riprenderei, Durand, ma ho le mani
legate. E poi in questo momento sono altri i volti noti in città.
«Mi faccia indovinare». Gli comparve un ghigno sarcastico sul viso. «Serge
Leclerc?», glielo disse, fingendosi stupito.
Borislav si allentò la cravatta. La conversazione si era appena fatta spinosa. «Sì,
be’, è solo una delle proposte. Stiamo valutando varie possibilità...».
«Sì, certo», bofonchiò Hubert. «Ad ogni modo, il giornale è suo», decise. «Non
spetta a me scegliere chi debba scrivere i suoi articoli».
Scostò la sedia.
«Senta, Hubert». Prima che se ne andasse, però, Borislav gli prese un braccio.
«Neanche a me piace quel pallone gonfiato di Leclerc, ma deve darmi qualcosa
di più della sua parola… Ho bisogno di prove», fu più chiaro, ma Hubert
continuava a non capire.
«Prove? Di cosa parla?»
«Scriva un pezzo!», gli propose Borislav, come se avesse avuto l’idea del secolo.
Gli brillarono gli occhi, si illuminò come un albero di Natale. «Sì, che idea!
Scriva un pezzo dei suoi. Quelli sferzanti, contro la società. Parli di questa
Charlotte, descriva la Villaduville più scura, scabrosa, ignobile. Faccia nomi,
butti giù dalle torri i re della strada. E io la riporterò tra le stelle, Durand. Io la
renderò una celebrità!», si entusiasmò.
«Mi sta chiedendo di screditare Charlotte su Oggigiorno per salvarmi la faccia?»
Borislav sorrise, più cauto. «Oddio, screditare… Non è che sia proprio una
suora, no? Certe cose se le va un po’ a cercare».
Impossibile contraddirlo. Charlotte sapeva quel che faceva, non era certo la
vittima di una gang. Non era nemmeno una ragazza senza nessuna possibilità,
finita per errore per strada. Gli aveva spillato quattromila franchi a serata!
Huber sospirò. «Mi lasci qualche giorno per pensarci».
Borislav, che era un naso fino, incrociò le braccia e si gustò il suo sigaro. «Pensi
un po’ alla faccia di Leclerc, quando si ritroverà in prima pagina su Oggigiorno».
Buttò l’amo.
«Che c’entra Leclerc?», si chiese Hubert.
«Conosceva Charlotte, sapeva dettagli che… Non dico che debba essere un
cliente fisso, ma si potrebbe far intendere che magari un po’ di dimestichezza
con l’ambiente ce l’avesse, no? Suvvia, Hubert!», scrosciò in una risata
squillante. «Dove finisce una strada, non è detto che ci sia un burrone!». Si
fermò solo per strizzargli l’occhio. «Buon natale, dottor Durand!». Ricominciò a
ridere.
Hubert neanche rispose, se ne andò con le mani sprofondate nelle tasche e le
parole di Borislav che gli ronzavano in testa.
Gli aveva dato l’opportunità di rifarsi, di dare una lezione a Serge Leclerc,
eppure qualcosa non andava.
E la neve scendeva ancora, senza toccarlo, su una strada deserta, tranne per un
taxi in solitaria, l’ultimo ritardatario che correva a casa.
Capitolo 21
La ricetta della felicità

Certe sere sono proprio no, anche se la città è bianca come zucchero a velo.
Hubert salì in un ascensore vuoto, scese su un pianerottolo dimenticato e
proseguì nel corridoio a luci spente.
Non c’era più nessuno in giro.
Sentivi soltanto, di tanto in tanto, voci divertite, canzoni natalizie dietro le pareti.
Auguri!
Buone feste!
Michelle, lascia quel tacchino, per l’amor di dio!
Oltre i vetri appannati dal freddo, la città si stringeva attorno a un albero, a un
camino acceso.
Lui no.
Naturalmente no.
Nessun impegno per quella sera. Invece sfilò la giacca, massaggiandosi il collo
tormentato da una sciarpa.
Si sentiva stanco, spossato. Del giornale non gli importava più e nemmeno del
suo studio. Sarebbe fallito? Non faceva molta differenza, aveva addosso il
freddo, in mente qualcos’altro che non riusciva a spiegarsi.
Quando arrivò davanti al suo appartamento, si appoggiò al muro, sul tappetino
d’ingresso. Scelse dalla tasca un mazzo di chiavi, controllò qual era quella di
casa. Solo quando fece per aprire, si accorse che dalla maniglia pendeva una
busta.
C’era dentro un pacchetto confezionato con cura.
«E tu? Che ci fai qui?».
Hubert lo aprì, diede un’occhiata. La carta della confezione non gli sembrava
familiare, non era qualcosa che aveva ordinato o che potesse ricordare. E
nemmeno riusciva a indovinare a chi fosse essere venuto in mente, alle undici
passate, di lasciargli un regalo di Natale.
«Uhm…».
Pensieroso, si affacciò nel suo salotto. Buttò il cappotto.
E mentre richiudeva con un calcio la porta, tirò fuori da quell’involucro di
fiocchi e carta velina una scatola di latta.
Sempre più perplesso, la girò tra le mani. Vide l’etichetta. Un cartoncino che
aveva l’aspetto vagamente familiare.
Polpettine Pouff Pouff! Come fatte in casa.

Ingredienti:
Tracce di carne
Fiocchi di formaggio disidratato
Aroma di affumicatura
Amido modificato di mais
Coloranti
Polvere di fata.


Polpette…
A chi poteva essere venuto in mente di regalargli un barattolo di polpette?
Le Pouff Pouff!, tra l’altro! Non c’era un solo abitante a Villaduville che non
sapesse quanto Hubert detestava quella porcheria.
Cercò di nuovo nella busta un indizio, ma non c’era neanche un biglietto. Solo
un assegno firmato Charlotte Sourel.
Controllò l’importo. Fece un rapido calcolo. Erano i soldi che le aveva dato per
le sedute di psicanalisi. Charlotte non aveva speso quel denaro, l’aveva messo da
parte un po’ alla volta e gliel’aveva restituito.
Insieme alle polpette, già…
Bel regalo davvero!, pensò Hubert, fermo sul tappeto, davanti al divano, con
quel pacchetto in mano.
«Palline di carne surgelate…».
Si spostò in cucina, appoggiò tutto sul tavolo e si massaggiò la fronte.
Un Natale un po’ fiacco, non c’è che dire. E se non bastava l’irritazione per la
conversazione con Borislav, c’era lo stomaco a metterlo di cattivo umore.
Hubert non aveva toccato cibo neanche al Castore. Il formaggio era troppo
salato, la musica assordante, il vino forte, il prosciutto gommoso.
Probabilmente non aveva fame, ma in quel momento, chiuso in cucina senza poi
molto da fare, si rese conto di avere un discreto appetito. Ed erano già
mezzanotte. Forse avrebbe fatto bene a mandare giù un boccone. Sì, ma di cosa?
Non aveva nessuna voglia di cucinare, c’erano poche possibilità che qualcuno
facesse consegne a domicilio a quell’ora il giorno di Natale.
Gli finì lo sguardo sulle polpette, che avevano un solo pregio quella sera. Erano
già pronte. Magari non un piatto da gourmet, non quello a cui era abituato, ma
tutto sommato commestibili. E poi veloci. Insomma pratiche. Economiche. E
soffici…
Strinse gli occhi. Le guardò in tralice.
Non mi avrete!
Sugo pronto, per giunta in scatola.
«Piuttosto la morte», bofonchiò Hubert.
Così, senza molte prospettive, aprì il frigo, prese uno yoghurt al ribes e dal bordo
del tavolo sfidò l’intera produzione di polpette Pouff Pouff!, infilandosi il
cucchiaio in bocca.
Certi lo chiamano cibo, quello, rifletteva.
Certi pagano per averlo. Anche i più insospettabili.
Manager troppo impegnati per concedersi una cena fuori, avvocati, sultani…
Abbandonò lo yogurt sul tavolo, decidendo di non avere più fame.
Stomaco chiuso dalla considerazione, magari eccessiva, che se non l’avesse fatto
lui, qualcun altro avrebbe mangiato volentieri quelle polpette.
Le sue polpette!
Esatto, le sue. Ok, forse aveva detto di detestarle. Erano pur sempre polpette
precotte, ma non aveva mai detto di non volerle. Non erano decisioni che si
potessero prendere così, su due piedi.
«Ah, sto impazzendo», si disse. Uscì fuori dalla cucina, decidendo di leggere un
libro. Un giallo. Qualcosa che iniziasse con un efferato omicidio, finisse con la
sconcertante scoperta che i sultani muoiono facilmente, specie in dicembre.
Una brutta malattia, o l’aggressione di un ladro, in agguato dietro un vicolo poco
illuminato. Il sultano passa, lui esce fuori e lo trafigge con una sciabola. Anzi,
no, meglio! Con un enorme martello da guerra.
Che storia accattivante! Che idea appassionante. Il serial killer dei sultani.
Riusciva a sterminarli tutti, non ne lasciava nemmeno uno!
Dovevano scriverla una storia così, rifletteva Hubert, senza riuscire a decidere
davanti alla libreria cosa leggere quella sera.
Purtroppo, un libro su un sultano assassinato non lo aveva. Peccato davvero che
l’unico sultano che conoscesse, anche se indirettamente, in quel momento fosse
altrove. Magari a cena, in una cucina che odora di ciclamino e tisane al tè verde.
«Quelle polpette sono mie».
Tornò defilato in cucina. Spalancò il cassetto, cercò sparpagliando alla rinfusa
forchette, coltelli.
Tirò fuori uno di quegli attrezzi che non aveva mai capito come si usassero e
riuscì con non pochi tentativi ad aprire la scatoletta di Polpettine Pouff Pouff!
Guardò dentro.
«Ah… Disgustoso».
Nel barattolo c’era una poltiglia rosso fragola con sottili venature violacee. In
mezzo, galleggiavano grumi mollicci dal colore indefinito. Provò ad annusarli,
non erano particolarmente invitanti, ma la sola idea che qualcun altro potesse
affondare la forchetta lì in mezzo per qualche assurda ragione lo indispettì.
«Che c’è? Ci avevi fatto un pensierino?». Hubert guardò in tralice il soffitto e si
mise in bocca una polpetta. Masticò con pura perfidia. «Vediamo un po’ chi le
mangia adesso! Non ne facevano di polpette nel Brunei?»
Finché masticando, masticando, masticando, riflettendo, rimuginando,
maledicendo l’intera popolazione degli Emirati Arabi, alla fine Hubert si ritrovò
a infilzare la forchetta nella latta, scoprendo tristemente che non era rimasta più
neanche una polpetta.
Le polpette, pensò Hubert, sono creature infide.
Tendono trappole sordide. Non fai in tempo a prenderne una, che sono già finite.
Sospirò, lasciò cadere la forchetta sporca nel lavabo. Si succhiò il pollice,
poggiandosi al bordo del tavolo.
C’erano molte cose nella sua vita che non andavano, rifletté Hubert, una di loro
non poteva essere quella. Perché, a conti fatti, per quanto assurdo potesse
sembrare, per quanto avesse lottato contro se stesso, a Hubert Durand le
Polpettine Pouff Pouff! piacevano. Tanto. Tantissimo.
Disperatamente.
Anche se erano prodotti inaffidabili, comprati un po’ da tutti. Anche se duravano
poco, pochissimo, solo quarantacinque minuti.
Hubert, secondo la signora Hollande, aveva incomparabili virtù.
Suonava divinamente il campanello di Martin, quando voleva impartirgli lezioni
di bon ton. Sapeva indicargli come si mette la divisa, in che modo tenere i
cappello.
Sapeva trovare almeno sei malattie mentali per ogni lettera dell’alfabeto.
Era preciso, ordinato, forbito.
Era bello. Questo magari la signora Hollande non lo diceva, ma lo pensava
spesso.
Era davvero bello. Affascinante. Alto. Elegante.
A quel punto, la signora Hollande arrossiva, si dava della sciocca, non ci pensava
più. No, non è vero, ci pensava, ma cercava di distrarsi, di non darlo a vedere.
Quello che invece non pensava davvero la signora Holland era che Hubert fosse
un ipocrita. E Hubert Durand non voleva deluderla.
Andò nel suo studio. Accese il computer, abbandonando l’idea di leggere.
Aprì la sua casella email, aspettò che la pagina caricasse, stiracchiandosi sulla
sua poltrona bergère. Scrisse:

Alla rivista Oggigiorno.

Ho riflettuto molto sulla sua offerta e non so come ringraziarla per avermi dato
la possibilità di rimettere le cose a posto.
Senza di lei non ci sarei mai riuscito.
Le allego pertanto le mie dimissioni.
Da oggi non scriverò più per il suo periodico, ho progetti importanti.
Un caso difficile tra le mani, che penso di poter risolvere grazie ai consigli di un
uomo molto saggio che mi è capitato d’incontrare.
Porga i miei più sentiti auguri al dotto Leclerc per la sua assunzione, ho
l’assoluta certezza che abbia appena trovato un giornale in grado di valorizzare
le sue spiccate capacità.
Sentitamente
Dottor Hubert Durand, ma preferisco Hubì.

Capitolo 22
A Natale può accadere
«Charlotte… Charlotte, apra».
Si buttò sulle scale, cominciò a sbattere i pugni sulla porta.
«Apra… Ho detto apra. Adesso!».
Alzò la voce, e al diavolo le apparenze.
Lo stava sentendo tutto il condominio? Perfetto! Almeno non lo avrebbero spiato
dallo spioncino.
«Charlotte, sono Durand… Hubert Durand. So che è in casa». Urlò abbastanza
da superare il chiasso di un cd di Manu Chao.
Je ne t'aime plus, mon amour
Je ne t'aime plus tous les jour
Sentì lo stereo che si spegneva. I passi di Charlotte nella stanza.
«Visto che c’era?», la sfidò, ancora livido di rabbia.
La chiave girò nella serratura, con lui che tamburellava con la punta delle dita
sul muro. Poi l’uscio si schiuse. Il viso di mademoiselle Sourel si affacciò in
corridoio.
«Hubert?».
Sembrò stupita di vederlo, probabilmente non si aspettava che passasse da lei di
notte, appena cominciato il venticinque dicembre.
«Deludente, ma sì, Hubert».
«Sta bene?», gli chiese Charlotte.
Aveva i capelli raccolti, un po’ spettinati. Non era truccata, si accorse Hubert.
Era importante? Si disse di no.
«Mi faccia entrare», le intimò, con l’espressione di chi non vuole essere
contraddetto.
Lei spalancò gli occhi.
«Adesso?»
Hubert guardò l’ora. Mezzanotte passata. E questo era rilevante? No, se si ha
qualcosa di importante da dire.
«Sì, adesso», ringhiò, pensando scioccamente che lo avrebbe fatto passare.
«Adesso non posso», gli disse Charlotte, appoggiata con una mano sulla porta, la
testa che faceva capolino.
Forse era il caso di andare via, ma quel rumore nella stanza… Cos’era stato?
Una porta che sbatteva?
«Io dico di sì», decise invece Hubert, guardandola in tralice. Spinse la mano
sulla porta e malgrado le proteste di Charlotte, la costrinse a farsi da parte.
«Io davvero non capisco perché non si possa aspettare domattina!», protestò, ma
tanto Hubert era entrato, si aggirava come un orso bruno nel salotto.
«Allora? Dov’è? Dove…», ripeteva, infuriato. Passò davanti al camino, iniziò a
spostare sedie, tende. Faceva agguati ai divani.
Charlotte, confusa, lo seguì stringendosi la maglia del pigiama sul seno.
«Dove? Ma cosa?».
Si stropicciò la faccia come se si fosse appena svegliata, un po’ assonnata.
Certo, come no!, pensò Hubert.
Certi giochetti con lui non funzionavano. Lo sapeva che c’era qualcuno, un
uomo. Anzi, non un uomo. Un sultano. E lui lo avrebbe trovato e poi lo avrebbe
ammazzato. O si sarebbe fatto ammazzare. O più probabilmente sarebbe finito in
galera per tentata aggressione, dopo aver sbattuto contro lo spigolo di un
cassettone.
I giornali ne avrebbero parlato per mesi. Hubert Durand, un uomo dedito al
vizio! Questa volta, però, avrebbe dato loro una valida ragione. Qualcosa di cui
parlare. Cose realmente accadute su cui ragionare.
Tornò da Charlotte, la guardò negli occhi.
«Dov’è?». Fu diretto. Pretendeva una risposta.
«Ma chi?», gli chiese lei, confusa.
Ovviamente mentiva. Anche davanti all’ovvio.
«Io non lo accetto». Hubert le puntò l’indice sul naso, aspettandosi che
confessasse. Charlotte smise di reagire. Scosse la testa desolata.
«Bene, mi ha costretta lei».
Allora Hubert si rassegnò all’inevitabile. Avrebbe dovuto fare tutto da solo.
Si scostò da lei e cominciò a perlustrare la casa, spalancando tutte le porte che
trovava.
Aprì quella del bagno, diede un’occhiata dentro. «Mmh…».
Finì in cucina.
Aprì la porta a soffietto con un gesto fulmineo.
Il cactus poggiato sul lavello perse una spina per lo spavento. Per il resto, Hubert
non disturbò nessuno, anche perché in cucina non c’era nessuno.
Non si arrese.
Si ritrovò davanti alla camera da letto. Era chiusa. Gli sembrò una prova
lampante.
Fissò mademoiselle Charlotte con un luccichio di trionfo nello sguardo.
Lei si morse il labbro con apprensione, ma non disse niente.
Altra inconfutabile prova della sua colpevolezza.
Hubert scosse il capo. Non sarebbe tornato indietro. Afferrò la maniglia.
Successe allora. Era rimasta nel suo angolino tutto quel tempo. Charlotte lo
raggiunse, gli trattenne il braccio.
«Perché non lascia stare?»
Hubert si sfilò dalla sua stretta, abbassò la maniglia con l’adrenalina che gli
stringeva le dita.
«Perché non posso».
Lo avrebbe preso a pugni, chiunque fosse l’uomo che lo attendeva dall’altro lato,
anche un sultano.
Lo avrebbe cacciato. Lo avrebbe minacciato. Gli avrebbe ordinato di raccattare
la sua roba, consigliandogli di non farsi più vedere da quelle parti. Perché se solo
avesse provato a toccare di nuovo Charlotte…
«Ma dov’è?»
Forse era stata la gelosia, o magari solo la paura di perderla.
Era salito a casa sua come un pazzo, si era preparato un elenco mentale di
improperi con cui offendere il cliente di Charlotte, ma quando Hubert entrò nella
camera da letto di mademoiselle Sourel, tra le lenzuola trovò solo Ottone.
Dormiva accucciolato su un cuscino. Infastidito dalla luce, sollevò il muso dalle
lenzuola con un orecchio arrotolato sulla testa.
Sbadigliò. Si accorse del dottor Durand che lo fissava dalla soglia.
L’orecchia gli cadde giù.
Hubert richiuse e si voltò verso Charlotte, che lo guardava poggiata alla parete
con espressione colpevole.
Quindi non c’era nessun sultano. In effetti strano un sultano a Villaduville.
Il dottor Duran si diede mentalmente dell’idiota.
Sorrise. Non particolarmente felice, ad ogni modo piegò l’angolo della bocca
considerando, con lo sguardo posato su Charlotte, quanto dovesse essergli
sembrato stupido.
Be’, se l’era cercata…
«Non era così che se l’aspettava», immaginò Charlotte.
«No, non lo è mai». Hubert era già accanto a lei. «E il sultano?», le sussurrò.
Lei scrollò le spalle. «Impegnato. Riunioni, affari…».
Mentre ascoltava, Hubert osservò il pigiama di Charlotte.
Aveva addosso uno di quei tutoni di flanella rosa che ogni tanto vedeva
comparire nelle pubblicità dei supermercati. Non esattamente l’abito che
immagineresti addosso a una escort. Quante cose non erano come le aveva
immaginate? Hubert se lo chiese, abbracciando con un’occhiata l’intera stanza.
L’albero di Natale, sotto nessun pacchetto. Fotografie vecchie sui mobili,
presente assente.
Charlotte Sourel, una persona racchiusa nella sua realtà, nascosta al resto del
mondo, esattamente come lui.
«Perché è salito?», gli chiese lei, a voce bassa, quando non riuscì più a
sopportare il silenzio.
Hubert sospirò. «Ho promesso che l’avrei salvata da se stessa. Intendo ancora
farlo».
«In che modo?», si informò Charlotte.
«Io…». Lui annuì, fissando il vuoto. «Io credo che la sposerò»
«Ah, lei crede?»
«Sì, io penso proprio di sì», confermò Hubert. «D’altronde, non mi lascia altra
scelta», si giustificò. Era sempre stato convinto che la colpa di tutto quello che
gli era successo fosse di Charlotte, non aveva cambiato idea. In ogni caso, a
mademoiselle Sourel non andava di costringerlo a occuparsi di lei per il resto
della vita solo per non ammettere di aver fallito.
«Non merito un tale sacrificio», ammise. E si aspettava probabilmente che
Hubert dissentisse.
«No, è vero», invece Hubert era d’accordo. «Lei è una persona detestabile,
Charlotte», le disse.
Charlotte si infuriò. Forse l’avrebbe cacciato di casa. Sì, forse l’avrebbe fatto.
«Motivo in più per sposare qualcun altro», ribatté. Gli tirò la giacca, Hubert
lasciò che la stoffa gli passasse tra le dita e le afferrò il polso, la trascinò tra le
sue braccia.
«Non potrei».
Le prese il viso in una mano, cercò i suoi occhi.
Dalle nuvole arrotolate sui camini di Villaduville, prese a scendere una
spolverata di neve. Vedevi la luna dalle finestre, appesa al cielo come un amo
d’argento.
«Non amo nessun altro», ribadì Hubert, sfiorandole le labbra. «Quindi, mi
spiace, sposerò lei».
«E non si è chiesto cosa penso io?», protestò Charlotte.
Lui ci pensò. «No», ammise, divertito.
Charlotte sentì che una lacrima le rotolava sulla guancia, non riuscì a fermarla.
Hubert Durand scosse il capo. Avrebbe voluto litigare, sfondare porte, tirare
pugni quella sera, invece si sentì stranamente svuotato. Strinse il fianco di
Charlotte, scese con le mani sulla sua schiena, l’abbracciò. Piano.
«Ahah…». Chissà perché gli venne da ridere?
Ancora incredulo, decisamente ironico, respirava il profumo di Charlotte a occhi
chiusi. Poi le sue dita sentirono la sua pelle calda, dimenticò tutto. A partire da
cose complesse, come il calcolo della circonferenza dell’orbita lunare, per
arrivare a quelle più semplici, magari banali, per esempio il suo nome.
Arricciò il naso.
«Cosa c’è?», gli mormorò Charlotte, che se ne stava racchiusa tra le sue braccia,
senza più muoversi.
«Le ho detto che sono innamorato di lei», le ricordò Hubert.
«Quindi?»
«Lei non ha detto niente», notò. «Non è sembrata nemmeno stupita».
«Non sa quante volte mi succede», minimizzò Charlotte, come se non desse peso
alla cosa.
Hubert Durand sciolse l’abbraccio e la guardò con espressione severa. Charlotte
si sentì ancora più in colpa, cercò di sfuggire quegli occhi che la scrutavano con
attenzione, cosa che però Hubert non le permise.
Le tenne il viso. «Questa volta però è vera», ammise. «Ti amo».
E Charlotte Sourel aprì quel cassetto che teneva sempre chiuso.
«Sono una pessima persona», lo avvisò.
«Concordo. Ti amo».
«Ho una vita sregolata», gli ricordò.
«E ti amo».
«Non… Non sono rispettabile», cercò di convincerlo.
«Nemmeno io», ammise Hubert, avvilito.
«Ah no?»
«Frequento donne di facili costumi», le raccontò in via confidenziale.
Charlotte non riuscì a scherzarci su.
«Cosa dirà Oggigiorno?»
Per Hubert quello non era più un problema.
«Non lo so, non ci lavoro più», le confessò, e sentì che non gli importava
davvero.
La neve scendeva ancora, più soffice.
Gli occhi di Charlotte, blu fumo, guardavano Hubert Durand un po’ sgranati,
insicuri, non così certi che quello fosse un sogno o forse la realtà
«Charlotte…», le mormorò Hubert. «Vuoi sposarmi?».
Charlotte aprì la bocca per rispondergli.
«Sì, vuoi farlo», decise Hubert, che non era più se stesso da circa venti minuti.
Così con il suo viso ancora tra le dita, si chinò sulle labbra di Charlotte e la
baciò, schiudendo le sue per scoprire che odore ha una carezza, che sapore ha un
abbraccio, di che colore è l’inverno. C’erano ancora troppe cose che non sapeva,
cose che non si era chiesto mai, cose importanti.
Le sbottonò il pigiama, senza lasciarla mai.
La spinse delicatamente dietro quella porta chiusa, tra le lenzuola.
Le sfilò il pigiama, cercandola sotto la stoffa.
Sotto un filo di luna, raggio che passò tra le persiane, Hubert si ritrovò Charlotte
tra le braccia, il suo corpo nudo affusolato, premuto al suo.
Percorse ogni piccolo segno.
Scese sul seno, affondò tra le sue gambe.
Alcuni dicono che le cose più strane succedono a Natale.
Quell’anno capitò a Hubert Durand. Forse era disposto a concedere alle
Polpettine Pouff Pouff! una piccolissima possibilità.
Epilogo
Anche Natale passò, neve a gogo.
E con gli ultimi granelli di ghiaccio aggrappolati ai lampioni, Villaduville
sciolse festoni, spense i lumini e si preparò all’anno in arrivo.
Al tre di rue de Bouganville, Martin trovò sotto l’albero un pacchetto. Un
cartello da appendere alla porta. Sopra scritto: Faccio un po’ quel che mi pare.
I soliti burloni, si disse Martin. Ma avrebbe scoperto chi era stato, gli avrebbe
tirato il naso!
Picard, senza ascoltare sua moglie, comprò un pesciolino rosso, scoprendo
troppo tardi che non andava affatto d’accordo con Finferli, il gatto.
Il dottor Durand e mademoiselle Sourel andarono a vivere nell’appartamento del
secondo piano. Era più grande, diceva Hubert. A Charlotte non importava, ma
appena entrò a casa buttò via la lampada dello studio. La chaise longue però la
tenne. Sopra ci mise un cuscino rosso a forma di cuore. Nessuno ebbe il coraggio
di dirle che non era professionale.
Hubert, invece, riaprì il suo studio, trovando fuori dalla porta molti più clienti
dell’ultima volta.
“Sa che adesso mi sta più simpatico?”, gli disse qualcuno.
“Oh, io l’avevo pensato: è solo apparenza, sotto sotto è una brava persona”,
diceva qualcun altro.
La signorina Elise? Rimase chiusa in ascensore mercoledì, corse a salvarla il
signor Pierre Frémi.
Se ne stava tornando a casa dopo una seduta, quando sentì le urla. Mai visto
tanto coraggio! Chiamò i pompieri, la polizia. Alla fine forzò le porte e la tirò su.
E che applausi! Che entusiasmo! L’episodio finì sulla prima pagina del
Lafayette.
“Salvataggio al terzo piano. L’eroe di Villaduville”.
Elise in effetti aveva sempre sognato di farsi salvare da un affascinante
professionista di città. Si sposarono a marzo. Elise prenotò un vestito azzurro,
non lo voleva bianco.
Il caso più singolare di quell’anno, però, fu madame Hollande. Scoprì per caso
un sito sul web. Bridge online. Da allora è diventata una celebrità. Duemila
partite, ancora imbattuta. Sul profilo c’è una foto di lei sul sofà con calze a rete e
un vestito di pelle. Si fa chiamare Miss Black. Roar.
Ah… Quasi dimenticavo. L’appartamento di Charlotte, al terzo piano. Fu messo
in vendita, lo comprò due settimane dopo un batterista di Seattle. Così andò a
finire che il signore Ernest dovette insonorizzare l’intero condominio oppure, era
nell’aria, qualcuno sarebbe finito al pronto soccorso col naso rotto.
Chi resta? Già… Serge Leclerc. Brutta storia. Si fece beccare in auto con la
moglie di Borislav, il direttore di Oggigiorno. Fu un vero scandalo, ne parlarono
tutti per giorni. Pare abbia deciso di cambiare città, non lo si vede più dopo un
po’.
Dunque, eccoci qua.
Giorni che va, giorni che sembra cadere giù ogni nuvola della città. Poi torna il
sereno, si sa.
Lo dice sempre anche Ottone: mai prendersela per un biscotto inzuppato. Basta
annusare in giro, prima o poi trovi sempre un pop-corn dimenticato da
sgranocchiare.
E la felicità sta tutta là.

In fondo al barattolo, tappo di sughero
in omaggio


Scritto di getto, quasi un mesetto.
Non pensavo di finirlo, come i mille file lasciati in sospeso. Invece è successo.
Non è un vero e proprio chick lit, che se qualcuno aspetta posso anticipare è in
già in forno, cottura lenta. Forse prima o poi lo sforno.
Invece questo qui, per me, è una piccola parentesi di gentilezza, in un periodo
che da un po’ ride poco. Co sì ci provo, solletico la vita sfogliando le pagine di
una storia. Chissà se strappo un sorriso? Lo spero. A tutti quelli che ne hanno
bisogno
Cecile e Ottone.
Ps: scopro che di Ottone non c’è n’è uno solo, ce n’era uno anche nel libro di
una mia cara, carissima amica. Virginia Bramati. E il suo Ottone è nella storia
“Quello che ancora non sai di me”. Stavo per toglierlo, sostituirlo con un altro
nome. Avevo pensato a Pistacchio. Non mi dispiaceva. Poi mi sono detta:
perché? Magari avevi ragione tu, Virginia. Così io e te qualcosa in comune ce
l’abbiamo, tu che sei stupenda, io che ti inseguo sperando di diventare brava
come te.
Un bacino a tutti quindi da me, da Ottone II, la vendetta, dal mio barattolo di
polpettine Puoff Pouff!
I miei romanzi


L’assistente ideale

Diciamoci la verità, Adel Simon è una persona normale. Drammaticamente
normale. In più detesta la sua vita, detesta essere quello che è e detesta il suo
lavoro a Lione. Allora perché parlare di Adel? Perché per una volta e per puro
caso le viene permesso di vivere per qualche giorno la vita che in realtà vorrebbe
e di essere non più la semplice correttrice di bozze della Seine Rouge, ma
un'avvenente escort dallo scintillante guardaroba estivo. Antoine Morel è stato
chiaro: per tre giorni dovrà essere impeccabile, l'assistente ideale. E dovrà
seguire il famosissimo Kilian Lefevre come se fosse un'ombra, questo almeno
fin quando non riusciranno a fargli firmare un contratto per la collana
Suggestive. Cosa sperare di più? È un sogno, ma c'è un però. Già. Un però
davvero insopportabile che si chiama Philippe, costretto a seguirla per impedirle
di combinare un pasticcio dopo l'altro.

Tu mi appartieni

Natalie lavora alla Union da quattro anni e da quattro anni conduce una vita ai
margini, tenendosi lontana da tutti, reprimendo ogni emozione. Ciò che nessuno
sa è che di notte, quando l’istinto prevale sulla ragione, quando i sogni si fanno
pressanti e le emozioni prendono il sopravvento, l’introversa segretaria di Carel
Faure abbandona i suoi abiti dimessi e si trasforma in Angel, ultima scoperta
del corpo di ballo del Toxique, il locale più trasgressivo ed esclusivo di Parigi.
Luogo di incontri spesso ai limiti del lecito, in cui ogni fantasia può
concretizzarsi, in cui ogni perversione trova sfogo per qualche ora, certa di
venire dimenticata alle prime luci dell’alba. A sconvolgere il già precario
equilibrio di Natalie, l’arrivo di Blake, ispettore inviato dall’America per
controllare i bilanci della compagnia. A stravolgere il mondo di Angel, K., un
misterioso cliente che d’improvviso si presenta al locale e paga per possederla
ogni notte senza che lei possa conoscere la sua vera identità. Pian piano i
confini tra quei due mondi si annullano e Natalie si troverà costretta a dover
scegliere. Non sarà facile, non se rischia di perdere tutto, tra i ricatti e le
pressioni lavorative.

Non mi piaci ma ti amo

Thomas e Sandy: lui nobile e ricchissimo, lei di semplici origini irlandesi. È solo
l’amicizia tra le loro famiglie a unirli. Capita così che ogni anno i due
trascorrano le vacanze estive a Garden House, la favolosa residenza dei Clark.
Sandy odia quei mesi, perché detesta Thomas, il suo stile di vita, i suoi amici.
Crescendo, i due si perdono di vista finché...
Alla morte del nonno, durante la lettura del testamento, Thomas si trova di fronte
a un annuncio sconvolgente: potrà ereditare ogni bene solo a patto che metta la
testa a posto e si sposi. E con chi? Proprio con quella Sandy Price che non vede
da almeno cinque anni. Deciso ad aggirare la volontà del nonno, Thomas cerca
di contattare la ragazza per convincerla a tirarsi indietro. Sandy, però, sta
attraversando un momento complicato: è disoccupata ed è sul punto di perdere
l’anticipo versato per acquistare un piccolo bistrot. E quando all’improvviso si
presenta la possibilità di coprire ogni spesa, finisce per accettare la bizzarra
proposta. Ma cosa ci si può aspettare da un fidanzamento, se lui e lei si odiano
sin da piccoli? Nulla di buono, a meno che, tra una finzione e l’altra, non accada
qualcosa di assolutamente imprevisto...

Nessuno tranne te

Trudy Watts ha tutto quello che ha sempre sognato: un lavoro in banca che le
piace, un ragazzo bello e di successo e un appartamento ultramoderno in una
delle zone più alla moda di Londra. Non cambierebbe nulla, neanche gli orari
impossibili in ufficio. Dopo sei anni dalla sua assunzione, quando ormai sta per
arrivare la tanto attesa promozione e anche il suo matrimonio è vicino, ecco che
una catastrofe le piomba addosso. Trudy viene trasferita in una sperduta cittadina
della Scozia, a gestire una piccola filiale in deficit. L’arrivo è traumatico: detesta
tutto e tutti e desidera solo scappare via. Finché compare lui, Ethan,
l’affascinante proprietario di un pub, che si diverte non poco a punzecchiarla. Ed
è proprio lì, in quel pub, che la sua vita improvvisamente cambierà…

Ti amo ma non posso

Sam lavora da quattro anni al «Chronicle» e, dal primo momento in cui l’ha
incontrato, è segretamente innamorata di Dave, il vicedirettore del giornale.
Nonostante faccia qualsiasi cosa per essere notata, non sembra avere speranze: è
timida, insicura e un po’ troppo in carne, mentre Dave ama il lusso, le modelle e
ai sentimenti preferisce i flirt di una sera. Quando lo vede in TV accanto a una
donna bellissima, Sam si rende conto che non può continuare a sprecare il
proprio tempo dietro a un sogno irrealizzabile. Basta con Dave! Durante la
settimana della moda di San Francisco, che vede Dave e Sam presenti per
lavoro, il bel giornalista scopre però una ragazza che non sospettava esistesse:
Sam è molto di più della schiva e silenziosa redattrice sempre infagottata nella
sua felpa di pile. Ma anche per lei quei giorni saranno decisivi. Forse ha più d’un
motivo per credere in se stessa. E forse c’è qualcuno che, molto prima di Dave,
se n’era già accorto…

C’era una volta a New York

Fin da bambina Sophie ha sognato di sposare un nobiluomo con una rendita
sufficiente a garantirle il tipo di vita a cui è stata abituata: circoli esclusivi, vestiti
d’alta moda, serate di gala. Ma, malgrado l’indiscutibile fascino, non è ancora
riuscita a realizzare il suo proposito e, alla soglia dei ventotto anni, sa di non
avere più molto tempo a disposizione. Alric, per quanto vecchio e terribilmente
noioso, potrebbe rappresentare l’ultima possibilità per sistemarsi e così, una
mattina, Sophie indossa il suo abito migliore e lo raggiunge, decisa ad accettare
la sua proposta. C’è però una cosa che Sophie non ha previsto: il suo nome è
Xavier. Un piccolo-borghese mai visto prima che irrompe nel salotto di rue
d’Orsel deciso a infangare il suo buon nome. Xavier sostiene che Sophie non sia
affatto la donna che vuol far credere, ma anzi, che un tempo sia stata la sua
amante e ora gli nasconda suo figlio. Xavier non intende lasciarla andare prima
di averlo ritrovato. Sotto lo sguardo sgomento di Alric, Sophie viene trascinata
via e condotta su una nave che salpa per New York. E da quel momento inizia la
sua sorprendente avventura…

Dopo di te nessuno mai

Duane è appena stato assunto alla Fusion, una importante società di Los
Angeles, e ha intenzione di concentrarsi sulla carriera, di dimostrare che può
farcela. Finché la sua vita non è stravolta da un imprevisto: Karen, uno dei pezzi
grossi della Fusion. La intravede in uno dei corridoi e da quel momento non
riesce più a togliersela dalla testa. Nessuno sa niente sul suo conto, se non che si
è fatta strada da sola e che rimane in ufficio sempre ben oltre l’orario di lavoro.
Escluso il giovedì. All’una stacca e non è più raggiungibile. Duane non resiste:
deve scoprire cosa accade quel giorno. Quando un giovedì sera va a trovarla nel
suo appartamento, Karen lo lascia entrare, pensando si tratti dell’uomo con cui di
solito trascorre due ore ogni settimana. Da quel momento, lentamente, Duane
s’insinua nella vita di Karen. Una vita che nasconde però molti segreti. E un
passato di dolore che ha lasciato segni indelebili…

Mai più innamorata

Daphne è una famosissima autrice di romanzi erotici e per il suo ultimo libro ha
appena firmato un contratto con un anticipo da capogiro. Però, dopo aver
incassato l’assegno, la sua ispirazione si è come bloccata. Non risponde alle
numerose email del suo editore e si barrica dentro casa, fino a quando non
decide di ascoltare il consiglio del suo commercialista, che le propone di tornare
nel paesino in cui è nata e trascorrere lì qualche giorno in totale relax. Sperando
di trovare la giusta concentrazione, Daphne va quindi a Banff, ma le cose non
migliorano affatto. Tutt’altro. A renderle la vita impossibile ci pensa Edward, un
architetto che ha un conto in sospeso con lei, perché uno dei suoi libri gli ha
causato non pochi problemi… Eppure, anche se è difficile da ammettere, Daphne
si rende ben presto conto che riesce a scrivere solo quando vede Ed. E lei non
intende in alcun modo rinunciare alla possibilità di terminare il suo romanzo…
Harem. La tigre rossa
Vivian lavora come medico volontario a Varanasi, forse la città più povera al
mondo. Non ricorda molto del suo passato, sa solo di non essere nessuno, di non
possedere nulla. Eppure, quando provano a rapirla, si risveglia in un palazzo
millenario, schiava di un uomo senza nome, su un'isola da cui è impossibile
scappare. E il mondo, per come lo conosceva, cessa di esistere. Anche il suo
nome non sarà più lo stesso.
Il destino tornerà per portare a termine qualcosa che aveva lasciato in sospeso,
un amore senza tempo che neanche la lontananza era riuscita a scalfire. Ma con
regole a cui Vivian non riesce ad arrendersi.

Cruel Desire

Cate Stuart non ha mai visto suo marito prima delle nozze, ma ogni settimana,
per mesi, le ha fatto recapitare una rosa in attesa del giorno in cui l'avrebbe fatta
sua. Pur non conoscendo quell'uomo, Cate accetta ugualmente di sposarlo, come
d'altronde tutti si aspettano da lei, e di seguirlo a Port Castle, un podere desolato
ai confini della penisola di Lost chiuso al resto del mondo dal gelo per gran parte
dell'anno, circondato da ettari ed ettari di foresta, ormai ricovero per ribelli e
banditi. Cate sa che da quel momento lascerà per sempre il suo mondo, la sua
stanza, la sua famiglia. Sa che non farà più ritorno. E sa che diventerà a tutti gli
effetti la duchessa di Lost mentre le rivolte si susseguono ai confini e la guerra
minaccia di scoppiare da un momento all'altro. Ciò che non sa, invece, è che
all'alba del primo giorno della sua nuova vita Lord Angus Danmark sparirà
lasciandola in balia di eventi che non sa gestire né controllare, con l'unico
appoggio di Sir Derek Danmark, il secondogenito della casata dei Danmark. Un
uomo sfuggente e misterioso, che per qualche ragione rifiuta di incontrarla e di
presentarsi a lei, trascorrendo gran parte del suo tempo recluso in una delle torri
del castello

Metti un giorno, per caso

Dorothy Dorfman è appena arrivata al 23 di Western Avenue.
Per un caso del tutto fortuito è riuscita ad affittare un grazioso bilocale arredato
vista parco. Arredamento nuovo. Portiere. Garage. Termosifoni. E neanche uno
scarafaggio! Garantito da contratto. Nulla che si possa confrontare con quel
piccolo sottoscala in cui abitava prima e di sicuro niente che Dorothy possa
permettersi con il suo stipendio da bibliotecaria. Eppure il 4/b del 23 di Western
Avenue è davvero suo, da quella mattina. Non riesce ancora a crederci, per una
volta qualcosa sembra andare bene. Spinta da un ottimismo mai provato prima,
si convince che da quel momento la sua vita cambierà. Cambierò davvero.
Purtroppo l'unica variazione significativa è l'inizio di una nuova soap da vedere
il venerdì sera sgranocchiando patatine con la sua migliore amica Nanette. Già,
perché dal momento esatto in cui mette piede in portineria, Dorothy non ne
combinerà una giusta e l'unico inquilino con cui riuscirà a scambiare quattro
chiacchiere è Chaz Kline, un insopportabile amministratore di condominio che
non sembra affatto felice del suo arrivo. E allora Dorothy inizia a chiedersi se
invece la sua vita è destinata a rimanere sempre la stessa.

Niente di serio, almeno credo
Dorothy Dorfman ha sempre sognato di lasciare il suo lavoro in biblioteca per
vivere un’avventura. Così Nanette, la sua migliore amica, le regala un libro delle
risposte e le suggerisce di smettere di ragionare, di pianificare sempre tutto e di
farsi guidare dal caso. Per Dorothy non può funzionare, non è possibile che un
libro delle risposte cambi improvvisamente la sua vita. E per dimostrarle di
avere ragione, mentre ritorna a casa prova a usarlo finendo con l’ascensore al
piano sbagliato. Quello che non immagina è di ritrovarsi tra le braccia di un
attore di Hollywood che le chiederà di sposarlo. Parliamo di Duke Kline, una
star delle soap appena tornata in città.

Innamorarsi alle tre

A pochi passi dal MIT, c'è il BIT.
Una delle storiche università di Boston. E a Boston insegna Stephen Gardner.
Ha la sua vita, la sua routine, i suoi programmi. Scienza. Progresso. Nobel. Tra
questi non ha inserito l'amore, che però passa a trovarlo lo stesso, perché è così
che funziona. Magari sollevi l o sguardo, vedi due occhi nocciola e ti innamori.

Dimmi l’amore che cos’è

Mable Hope è a un passo dall'esaurimento nervoso: nota più per le sue
apparizioni sui calendari universitari che per i suoi successi lavorativi, è alle
prese con gli appuntamenti al buio organizzati da suo padre e con gli esami di
fine anno. In più, c’è l’assegnazione del Premio Michael Moore di cui occuparsi.
Un fondo destinato alla ricerca che verrà affidato alla facoltà che presenterà il
progetto più interessante. Lei però se ne era completamente dimenticata e non ha
neanche uno straccio di relazione da consegnare alla commissione. Così, per non
rischiare di perdere la cattedra, prende dal cestino dei rifiuti un mucchio di
vecchie lettere mai aperte e le porta in direzione, fingendo che siano sue. Si
accorge troppo tardi, però, di aver proposto all’università di finanziare
un’assurda ricerca sull’amore. È già convinta che la cacceranno, quando scopre
che invece è proprio lei ad aver ricevuto i fondi della Michael Moore, battendo il
responsabile del dipartimento di Fisica, l’insopportabile professor Gardner, che
quell'anno era sicuro di vincere con la sua teoria sulle stringhe. Ora, Mable ha tre
milioni di dollari per scoprire che cos’è l’amore, ma non ha la più pallida idea di
come fare. Be’, da dove iniziare? Le serve qualcuno da far innamorare.

Principe azzurro e dove trovarlo

L'ultimo anno è iniziato e Joey non ha ancora trovato un accompagnatore per la
serata di inaugurazione. Finirà di nuovo al tavolo dei nerd e rimarrà l’unica a
non aver ancora dato il suo primo bacio. A complicare tutto, come se non fosse
già abbastanza complicato, arriva un nuovo iscritto, Lorence Wallace, che
sembra deciso a rubarle la regia dello spettacolo di novembre. Per fortuna c'è
Lara a darle una mano. Ha un piano infallibile per essere elette reginette del
ballo! Quindi, di che si preoccupa? Andrà tutto bene e, chissà? Forse Ryan si
accorgerà finalmente di lei. Chi è Ryan? La super-mega cotta di Joey.

Down on love

Quando a un party Madison incontra un affascinante sconosciuto che le chiede di
seguirla in auto, ancora non sa che ha davanti Nolan Carter, l'uomo più
chiacchierato del momento. Né tantomeno immagina che sia venuto a cercarla
solo per riprendersi quello che gli ha rubato, compresa la libertà. Perché è questo
che fa Madison, distrugge tutto quello che tocca. E Nolan vuole solo farle
scoprire cosa si prova a trovarsi dall’altro lato. Ma non è affatto facile. Perché,
dal momento in cui la sfiora, per Nolan non c’è più via d’uscita. E ciò che conta
è solo averla tra le sue mani, di notte, a luci spente

Up on love

Nolan Carter è l’uomo più potente della città. Ed è anche il più pericoloso.
L’unica in grado di mettere a repentaglio la sua vita è stata Madison Hill, una
giornalista del Sunset che riesce a incastrarlo per l’omicidio di uno spacciatore.
A distanza di un anno, le indagini su Nolan vengono archiviate per mancanza di
prove ed è finalmente libero di ricominciare a vivere. Edison, il suo avvocato, gli
dà solo un consiglio. Tieniti lontano da quella donna.. Nolan sa che Edison ha
ragione. Madison è sleale, inaffidabile, incostante. Deve togliersela dalla testa,
starle lontano. Ma non è così facile, specie se Madison dichiara in tv di aver
deciso di sposare Matthew Cosgrey, l’agente che da anni insegue Nolan,
cercando di sbatterlo dentro. A quel punto riprendersi Madison per Nolan
diventa una questione di principio, toglierle tutto quello che ha una vendetta di
cui non intende privarsi.
Sommario
Capitolo 1
Capitolo 2
Capitolo 3
Capitolo 4
Capitolo 5
Capitolo 6
Capitolo 7
Capitolo 8
Capitolo 9
Capitolo 10
Capitolo 11
Capitolo 12
Capitolo 13
Capitolo 14
Capitolo 15
Capitolo 16
Capitolo 17
Capitolo 18
Capitolo 19
Capitolo 20
Capitolo 21
Capitolo 22
Epilogo
In fondo al barattolo, tappo di sughero in omaggio
I miei romanzi

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