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MUSEOLOGIA

– di Adalgisa Lugli
1. Le Ragioni del Museo
Il museo è una delle istituzioni centrali del mondo occidentale; non è solo dove si
conservano opere e oggetti, ma è anche il passato di un luogo. Mal considerato dalle
Avanguardie, venne recuperato e rivalorizzato alla fine del XX secolo. In un mondo
che considerava di aver ormai visto tutto, in esso si cercava la meraviglia, il diverso e
vi si trovavano cose “non da tutti i giorni”. Ora il museo assume un ruolo
rappresentativo insostituibile in molte città. L’Ottocento gli ha costruito architetture
imponenti, il Novecento ha proseguito questa strada. Alcune città si sono rinnovate
a livello urbanistico attraverso il museo, come Parigi; in altri casi, le città si sono
ricostruite una nuova storia ed una nuova memoria, come in Germania. In Italia, la
situazione museale è soggetta a gravi carenze: indubbiamente quelle strutturali,
seguono poi i problemi di sopravvivenza delle opere, di custodia, tutela e accesso.
Ma non si può negare che l’attenzione e la discussione siano state vivaci al riguardo.
Negli ultimi decenni si è formata una strumentazione critica per leggere il museo: un
esempio è Walter Benjamin che, insieme ad altri teorici del collezionismo, ha
iniziato a parlare dello spessore simbolico del museo secondo cui una volta superata
la soglia si entra in un “luogo altro” completamente astratto dalla realtà. Dunque, al
momento della loro nascita ufficiale nell’Ottocento, i musei sono cimitero e deposito
di capolavori; successivamente conoscono il rifiuto delle Avanguardie che li
definirono “spazio della negazione”; con l’innesto del pensiero marxista nella cultura
italiana e francese, il museo diventa l’unica espressione (o quasi) di una società che
riesce a non farsi toccare dalla realtà capitalistica. Diventa così luogo dello Stato,
della proprietà pubblica e luogo dei divieti: gli oggetti che fuori possono essere
venduti, alienati o distrutti, all’interno non possono essere toccati. Secondo
Baudrillard, adesso all’interno del museo si legittimano e santificano gli oggetti
dando origine al «culto feticistico» (“il feticcio”). Oggi il museo conosce il suo
momento di centralità. Dopo essere diventato oggetto d’interesse di un pubblico di
massa, si evince che per molti basta anche solo percorrere le sale senza aver visto
nulla o quasi. Al visitatore basta anche solo dire di aver messo piede in quel museo.
Queste situazioni necessitano di riflessioni perché non si è arrivati per caso a dare
centralità al museo. Ovviamente la voglia di frequentare il museo esisteva già
nell’Ottocento, come molti romanzi narrano. Si ha l’impressione che solo al museo
sia stato possibile affidargli la “Storia” perché il museo è in grado di insegnare
tramite le immagini, tutto in maniera chiara e anche senza volerlo poiché ha
compiuto una selezione delle testimonianze all’interno del flusso della storia,
quest’ultima difficile da cogliere nella sua interezza; visitare il Louvre, il British
Museum o il Metropolitan dà l’impressione di aver percorso, e posseduto, un
manuale di storia dell’arte di tutti i tempi. Anche quando il museo non si preoccupa
di avere funzione didattica, esso riesce a trasmettere un’immagine di sé stesso
perché si tratta sempre di una selezione di oggetti rispetto a quanti ce ne sono nella
realtà. Tutto questo è la prova di quello che si diceva prima ovvero che il museo è
diventato il centro della civiltà del mondo moderno occidentale e il suo interesse si
condensa nell’edificazione di monumenti destinati al culto del passato o del
presente, per la scienza o per l’arte contemporanea. Per dare concretezza a tutto ciò
è stato necessario un percorso di quarant’anni che ha aiutato il museo a rinnovarsi.
Si è tentati di dire che è grazie alla museologia, ed effettivamente, in senso
terminologico, è grazie a lei. La museologia nasce nel secondo dopoguerra: nel 1948
venne fondato l’ICOM (International Council of Museum), filiazione dell’UNESCO,
che tutt’oggi si occupa di creare gli standard che deve avere un museo. All’epoca
coniò il termine «museologia» il quale andò a sostituire il più antiquato
«museografia» coniato per sottolineare l’aspetto descrittivo di un museo.
Quest’ultimo era stato coniato nel 1727 dal tedesco Caspar Friedrich Neickel,
autore di un Trattato sulla museografia in cui affronta problemi generali relativi al
museo del Settecento il quale muoveva i suoi primi passi verso la vocazione
educativa e pubblica. Egli analizza nel Trattato:
 le forme esistenti e le loro denominazioni nei vari Paesi (es. Kunstkammer,
Raritätenkammer in Germania);
 gli ambienti interni e la loro denominazione nei vari Paesi (cabinet e galerie in
Francia, galleria e studio in Italia);
 la definizione delle tipologie di oggetti collezionati distinte nelle due grandi
classi Naturalia e Artificialia;
 esaminazione e analisi della struttura delle raccolte e inventario di quelle
esistenti (con eventuale indicazione di appartenenza di una collezione, tipo se
si tratti di una istituzione ecclesiastica o privata, di un sovrano o di un
principe).
Nasce con Neickel un genere letterario che si impegna nella descrizione dell’aspetto
progettuale che si deve rispettare se si ha intenzione di realizzare un museo. Dopo la
Rivoluzione Francese, la situazione cambia totalmente: il museo è di pubblica utilità
mentre prima rimaneva appannaggio di un pubblico colto e selezionato; gli artisti
iniziano a raffigurare le stanze dei musei con visitatori, concentrandosi sull’effetto
che le opere hanno su di essi: sebbene infatti il pubblico sia una presenza abituale,
solo di recente ci si è iniziati a concentrarsi sull’effetto che la loro presenza ha nelle
sale.
2. Quarant’anni di museologia
La «museologia» degli ultimi quarant’anni ha come obiettivo primario quello di
considerare il rapporto tra museo e pubblico e verificare il suo corretto ruolo nella
società. La «museologia» nei suoi primordi dovette convivere con la «museografia»
e le due discipline iniziarono a condividere e a mutare gradualmente i loro compiti
fino a quando non si capì che il ruolo della «museologia» era impensabile insieme a
quello della «museografia». La «museologia» si domanda la destinazione e il
funzionamento del museo. In questo senso la svolta decisiva avviene con
l’introduzione del «tourniquet», lo sbarramento collocato all’ingresso del museo che
impose un pagamento per poter entrare. Una discriminante economica che allo
stesso tempo permette la visita del museo ad un pubblico più ampio, non più solo a
studiosi o accademici. La disciplina museologica di oggi è frutto di riflessioni iniziate
nel periodo illuminista e proseguite nell’Ottocento relative alla definizione e alla
funzione del museo: la «museologia» nasce infatti dal museo, istituzione in continua
evoluzione di cui è difficile fornire caratteri generali. In particolare, la «museologia»
si forma nel momento in cui il museo incentra la sua attenzione sul rapporto con il
pubblico diventando quella che è l’istituzione odierna; a tal proposito, la
«museologia» si impegna a dare organicità alle riflessioni al riguardo. Il termine
«museo» è di ascendenza rinascimentale e di origine italiana, la cui accettazione è
determinata dalla giovinezza della disciplina museologica e dall’assenza di una storia
del museo e dall’assenza di un’indagine sul termine o sul suo uso. Oggi per occuparsi
di «museologia» bisogna comprendere la centralità del museo nella società che lo
percepisce nella maniera in cui lo abbiamo descritto. Perciò per definire la
«museologia» è necessario analizzare il forte legame con il presente e il ruolo che il
museo ha assunto nel mondo contemporaneo, cercando di recuperare teorie,
norme ed esperienze che fanno della disciplina un ammasso informe di voci, studi, e
progetti piuttosto che una disciplina che vuole rigidamente orientare il percorso che
deve fare un museo. Ciò che si vuole proporre è un allargamento nel campo
disciplinare senza limiti per far luce più che mai, con la massima chiarezza, sulla
storia del museo e sul suo presente. Infatti «museografia» e «museologia» sono due
termini da definire ogni volta quando si parla sia del loro passato sia del loro
presente. Georges Henry Rivière, museologo autore di uno dei pochi testi organici
del settore (La muséologie selon Georges Henry Rivière, 1989) sostiene che i termini
«museo» museologia» e «museografia» mutino definizione in continuazione. Per
immaginare un percorso intorno alla museologia bisogna avere in mente un
progetto ideale di museo da perseguire, tenendo conto dei mutamenti e delle linee
importanti delle tendenze dell’istituzione museale. Nel secondo dopoguerra è chiaro
che ciò si vuole dal museo è non essere un’istituzione troppo influenzata dal gusto
personale, che dia troppo spazio alla soggettività. In Italia, Franco Russoli, direttore
della Pinacoteca di Brera dal 1952 al 1977, è uno dei primi ad entrare in contatto con
l’ICOM. Egli portò avanti l’idea, attraverso l’animazione di diversi progetti (tra cui il
restauro e la riapertura del Museo Poldi Pezzoli), di una nuova visione del museo:
questo non doveva essere né chiuso né “camera dei tesori” (come era invece
nell’Ottocento, influenzando anche la produzione artistica); l’idea del museo come
tempio del passato era il principale motivo della critica delle Avanguardie. Il
riconoscimento delle diversità è un altro dei punti cardine della «museologia»: il
museonon può essere unico e uguale ovunque, ma deve adeguarsi alla storia e al
patrimonio che contiene. I nuovi musei possono essere creati solamente in alcuni
casi, e bisogna approvare la progettualità, che non vuol dire creare nuovi musei ma
coordinare quelli già esistenti nella creazione di unità di insieme eterogenee che
formano una rete di produttori di cultura.
3. Museografia

Un museo che si identifica nei suoi rapporti con il pubblico e si interroga sul modo di
portare il suo messaggio al visitatore non potrà che costruirsi un metodo legato al
“funzionamento”. La «museologia» e la «museografia» puntano entrambe al museo
aperto per la società in quanto luogo di conoscenza. È per questo che la struttura
dovrà dotarsi di un sistema di esposizione, di un funzionamento generale, di una
conservazione materiale degli oggetti, di una leggibilità dei contenuti. La
«museologia» si appoggia alla storia della collezione, ritenendo la conoscenza degli
oggetti la chiave della loro tutela. La «museografia» è invece insieme indicazioni di
funzionamento, analisi di situazioni e problematiche pratiche e proposte di
soluzioni. «Museologia» e «museografia» sono interdipendenti: entrambe puntano
alla conoscenza, ma la «museografia» è una disciplina tecnica, si tratta infatti di
applicazione di idee e teorie alla situazione pratica del museo. Oggi le due discipline
tendono a scollarsi, soprattutto nel momento in cui avvengono più interventi pratici
e apparentemente senza riflessione teorica (maggiore invece negli anni Sessanta e
Settanta). Dalla riflessione teorica sul museo nasce il concetto di «Bene Culturale»,
concetto promosso soprattutto da coloro che provenivano dal museo, il quale si è
poi esteso anche all’esterno del museo, mettendolo in secondo piano. Il concetto
approda in Italia nel 1973, anno in cui nasce il Ministero dei Beni Culturali. L’idea
tramandata oggi di «museo» è quella dell’Ottocento: con i suoi limiti, fatto di
collezionismo ottenuto nelle più svariate maniere, conservati per essere salvati dai
mutamenti esterni. Gli anni ‘80 e ‘90 sono quelli che conoscono l’exploit della teoria
dei musei: ne vengono creati molti in Germania e in Francia (come il Centre
Pompidou, il Grand Louvre o il Muséed’Orsay), esemplari che sintetizzano i concetti
di «bene culturale» e «bene economico»; di fatto, specialmente negli ultimi anni, il
museo conosce l’influenza dei meccanismi economici in risalto, con i vari andamenti
del mercato. I grandi musei rappresentano ottimi investimenti se visti come luoghi di
accentramento dell’interesse sulla città, vista anche la domanda turistica che
possono soddisfare. Questi temi erano stati anticipati in Italia da Andrea Emiliani. Il
museo ora non è più il protagonista ma passa in secondo piano e subisce un gioco di
interessi: si afferma il peso del mercato e dell’economia nelle scelte culturali con
relative sponsorizzazioni. In Europa si afferma prepotentemente il modello
americano, modello che si spinge più verso l’arte contemporanea che è legata al
mercato, allo scambio e ai valori economici. La tradizione americana ritiene
importante il ruolo manageriale nei direttori di museo senza considerare i valori
legati alla storia della collezione, aspetto fondamentale invece nella tradizione
europea. Anche la possibilità di alienare opere per acquistarne altre rientra nella
tradizione americana, cosa che Rudi Fuchs ha cercato di introdurre anche in Europa.
4. Strumenti
Bisogna pensare in termini nuovi il museo, riformulando la funzione della
«museologia» con nuovi obiettivi: garantire una maggiore conoscenza tramite la
strumentazione. Dall’analisi della storia del collezionismo, vengono riprese le
modalità di rapporto pubblico – privato e mutuati termini come «museo»,
«raccolta» e «collezione». Quest’ultima in particolare era un gesto privato all’origine
del museo: un solo uomo decideva di preservare determinati oggetti dalla
distruzione. Si tratta di un’azione compiuta costantemente nel tempo. La figura del
collezionista fu studiata maggiormente alla luce delle teorie psicoanalitiche e
definita alla fine dell’Ottocento. Ed è proprio l’Ottocento, insieme al Quattrocento, a
segnare un cambiamento nella conservazione delle opere d’arte e ad essere dunque
una tappa fondamentale per lo sviluppo del museo. In generale, dunque, la storia
del collezionismo può essere considerata uno strumento della museologia, utile per
comprendere anche lo svilupparsi del fenomeno presso culture diverse. Esiste un
progetto alle origini di un museo o di una collezione e rappresenta una chiave di
lettura della stessa: si tratta dello strumento fondante della museologia, da cui
derivano ordine, allestimento, spazio. La storia di ogni opera, la conservazione, il
luogo per cui è realizzata, i documenti storici che la accompagnano, sono parte
integrante del progetto. Un buon allestimento è il primo veicolo per la
comunicazione non verbale. Carico di valenze simboliche, l’atto del conservare ha
origine nelle raccolte di chiese e santuari (“collezioni collettive”, nel Medioevo);
diventò solo successivamente un’azione individuale. Le collezioni esponevano ciò
che le comunità ritenevano opportuno conservare, fino alla realizzazione di vari
spazi espositivi (le Kunst und Wunderkammer). Le collezioni furono le vere
anticipatrici del museo moderno, con la preoccupazione per la collocazione e per la
fruizione pubblica. Il termine «museo» entra nell’uso moderno nel momento in cui
ci si interessa al legame tra oggetto e ambiente. Il termine nasce nell’antica Grecia,
dove era appunto il tempio delle Muse; fu ripreso da Petrarca nel XIV secolo per
indicare il luogo di ritiro dello studioso, e infine nel Quattrocento con la riscoperta
del mondo antico di interesse umanistico diventando il luogo in cui lo studioso ricrea
un “microcosmo”, proiezione dell’atto della riflessione e della meditazione: lo
studiolo è il vincolo tra ambiente di collezione e ambiente di conoscenza. Il termine
(Μουσεῖον) è sottolineato e utilizzato prima di tutto per essere luogo delle Muse,
ovvero quel luogo di solitudine in cui si svolgeva la propria attività intellettuale da
“offrire” alle Muse: il primo riferimento certo del luogo in cui si riunivano gli studiosi
era la Biblioteca di Alessandria. Con Petrarca si avvia verso un significato più
moderno: era il luogo di una funzione simbolica dell’oggetto, nel momento in cui il
contenitore – chiesa si imponeva sugli oggetti, afferendoli alla sfera del
meraviglioso, distaccato dal quotidiano e sotto una luce religiosa. Col passaggio agli
studioli gli oggetti assumono, insieme al valore di ispirazione morale, anche il valore
contemplativo: si tratta infatti di un ambiente laico in cui si impone “la religione
dell’immagine”. Il XVI secolo vede l’analogia del museo con il teatro: Samuel
Quiccheberg, nel 1565, scrive il Musaeum sive theatrum, primo trattato di
museologia e museografia. Nel 1543, Paolo Giovio a Como consacra ufficialmente il
termine creando una struttura nuova che comprende l’edificio, un programma
iconografico e la collezione aperta ad uso di una larga cerchia di persone. Nella
storia del termine «museo» si avverte la sua particolarità: esso è infatti sempre stato
avvolto da un’aura di sacralità, determinata soprattutto dalla distinzione dal
quotidiano, dalla diversità che si percepisce una volta varcata la soglia: questo è uno
dei problemi con cui deve combattere la museologia per estirpare l’idea di un sapere
che vada “meritato”. L’aura di sacro dell’antico, delle arti e della conoscenza si va
affermando con l’Illuminismo: nel periodo post-napoleonico il museo acquisirà
anche aura di potere politico. Ogni collezionista dà alla sua collezione la sua visione
al mondo collezionando determinati oggetti secondo un dato progetto. Tutti i dati
vengono poi raccolti nel catalogo, importante strumento per evitare la dispersione
degli oggetti. L’inventario e il testamento sono strumenti utili per garantire
continuità alla collezione oltre la vita del collezionista: possono determinare la
devoluzione della collezione alla pubblica fruizione o garantirne la conservazione
integra.
5. Il sistema degli oggetti
La singola opera d’arte entra in un sistema complesso legato agli altri oggetti: il
museo è al centro di questa riflessione; l’oggetto diventa altresì il punto centrale di
una critica alla società di consumo, che si contrappone ad un collezionismo sterile,
criticato e decaduto quale quello del privato. Il museo rappresenta un luogo utopico
di rinnovamento e progettazione della società ideale, come ad esempio nel suo
maggiore coinvolgimento dei giovani, nel suo rivolgersi alla ricerca globale e nel suo
interesse alle varie espressioni della creatività. Ogni oggetto richiede una certa
tutela: le storie di ogni singolo oggetto influenzano la loro disposizione e futura
collocazione. All’inizio del secolo, Murray e Schlosser hanno allargato il concetto di
museo a fenomeni quali il “meraviglioso”, la “magia”, la “curiosità”; in particolare,
Murray pubblica nel 1904 un’opera dal titolo Museums: their history, their use uno
scritto descrittivo in cui mostra di conoscere le varie letterature di cultura museale; il
museo è andato e sta andando ad affermarsi come istituzione principale per
conoscenza, sociologia e politica, dedicando attenzioni alle arti minori, insieme allo
studio dei materiali. Schlosser analizza invece la funzione della direzione del museo,
nell’ottica di una storia del collezionismo come riscoperta della storia e dei valori di
un oggetto.

Note:
ICOM (International Council Of Museums) è un consiglio che riunisce le istituzioni
museologiche di tutto il mondo, con sede centrale a Parigi.
Nello specifico i vari Stati si differenziano con associazioni proprie: in Italia, vige
l’Associazione Nazionale dei Musei italiani. Nel 1990 venne svolta la prima
Conferenza Nazionale dei Musei del Ministero dei Beni Culturali: fu creato il Centro
Studi per la Museologia, istituiti corsi per il personale dei musei di arte
contemporanea e istituita la disciplina Museologia nelle facoltà universitarie.

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