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DIRITTO ECCLESIASTICO:

Cap. 1 : Le fonti del diritto ecclesiastico

1. Il diritto ecclesiastico:

Nella vita di un’ aggregazione umana sono molti i fenomeni socialmente rilevanti e tra questi se
ne evidenziano alcuni che hanno anche rilevanza giuridica, si tratta dei rapporti che
costituiscono il complesso di doveri del singolo nei confronti della società, o di diritti che
l’ordinamento riconosce al singolo.
Tra i fenomeni socialmente rilevanti quello che si prenderà in questa sede in considerazione è il
fenomeno religioso, sia individuale sia collettivo. La libertà della sua espressione è
costituzionalmente garantita e le regole fissate per la libertà del fenomeno religioso
costituiscono quello che comunemente chiamiamo diritto ecclesiastico, che è; il ramo
dell’ordinamento di uno Stato nel quale si raccolgono le norme che riguardano il
regolamento del fenomeno sociale religioso.

Il diritto ecclesiastico denota tre peculiarità:


- interessi fondamentali coinvolti nel fenomeno religioso e che riguardano la persona nel
sua sfera più intima
- le regole giuridiche che costituiscono il diritto ecclesiastico non sono contenute in un
corpo unico ma sono disseminate in vari settori dell’ordinamento
- le regole giuridiche poste dallo stato per molte situazione sono il frutto di accordi con altri
ordinamenti con i quali l’ordinamento dello stato entra in rapporto.

Il diritto ecclesiastico non va confuso con il diritto canonico, che è: l’antichissimo diritto della
chiesa cattolica, fondato sul diritto divino che è il complesso di norme che non sono state
poste dalla chiesa, come società visibile, ma che da essa sono fatte valere perché contenute
nella rivelazione divini, in particolare la Bibbia, vecchio e nuovo testamento. Il diritto
canonico quindi si fonda su elementi teologici e religiosi ed è costituito dalle norme
giuridiche religiose poste dai competenti organi legislativi della chiesa.
Il diritto canonico insieme al diritto romano sono considerati le fonti del diritto moderno.
Il rapporto tra i due diritti, ecclesiastico e canonico, può oggi essere posto;
- Lo studioso del diritto ecclesiastico non può non considerare l’ordinamento giuridico
canonico, che è sovrano e governa l’istituzione giuridica religiosa diffusa in tutto il
mondo, al cui vertice c’è il Sommo Pontefice. Inoltre a seguito degli accordi stipulati tra lo
stato e la chiesa cattolica il diritto ecclesiastico e il diritto canonico su alcune materie
(matrimonio) devono essere considerati contestualmente.
- Lo studioso del diritto canonico, dall’altra parte, non può non tener conto dei caratteri del
diritto ecclesiastico ora vigente. Oggi il diritto ecclesiastico è fondato sui principi di
libertà e uguaglianza, e come è sancito dagli artt 7 e 8 della Cost. non c’è spazio per
alcuna forma di supremazia o egemonia.

Nel diritto ecclesiastico Italiano, si è verificata una progressiva espansione dei contenuti, da un
complesso di norme riguardanti soprattutto la chiesa cattolica si è giunti ad un complesso di
norme riguardanti 6 confessioni religiose che hanno stipulato accordi con lo Stato ai sensi
dell’art 8.3 della Cost. Quindi si è affermato il convincimento che il diritto ecclesiastico debba

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essere considerato come il diritto posto dallo Stato per tutelare la libertà di coscienza e alle
convinzioni di tutti, che non si riducono alle sole pratiche di culto. Infatti quando si parla
delle convinzioni di tutti si fa riferimento a quei patrimoni di idee che costituiscono la
concezione di vita di ogni persona e che riguardano l’adesione ad una fede religiosa o
all’ateismo e a quelle situazioni sociali nelle quali la coscienza individuale deve operare
una scelta in conformità alle proprie convinzioni.

1. Le fonti

Un fenomeno così complesso come quello religioso e confessionale ha una pluralità di fonti
normative che sono, l’insieme di fatti e atti mediante i quali vengono prodotte le norme
giuridiche:
- Fonti sulla produzione; determinano i fattori che devono essere considerati validi per la
disciplina normativa di situazioni concrete e le procedure di formazione del diritto.
- Fonti di produzione; sono gli atti e i fatti normativi volti a costituire l’ordinamento stesso
- Fonti di cognizione; sono gli atti e gli strumenti mirati alla conoscibilità delle norme
prodotte, come ad esempio la pubblicazione degli atti sulla Gazzetta Ufficiale.

Per l’individuazione pratica ed effettiva delle fonti è fondamentale la nozione di gerarchia


delle fonti, vale a dire la loro collocazione nell’ordinamento giuridico in ordine alla loro
efficacia normativa e al rapporto di ciascuna fonte con quella di grado superiore o inferiore:

a) Fonte primaria di ogni ordinamento giuridico, a cui tutte le altre rimangono


subordinate ad essa, è la costituzione, la quale assicura un fondamento comune
per la convivenza sociale. Questo fondamento va considerato tenendo presente le
norme contenute nelle convenzioni internazionali a protezione dei diritti
dell’uomo, ed in particolari vanno ricordati i principi fondamentali o supremi
dell’ordinamento Cost. e tra questi principi fondamentali se ne riconoscono
alcuni concernenti il rapporto tra lo stato e la chiesa cattolica. Nell’ordinamento
Cost. si hanno anche norme che indirettamente o direttamente riguardano il
fenomeno religioso e sono tali da farlo considerare come una espressione dei
diritti di libertà sanciti nella carta costituzionale.
b) Importante è anche il ruolo dell’Unione Europea nel diritto ecclesiastico, data
l’appartenenza dell’Italia all’UE. Infatti di rilevanza giuridica hanno particolare
rilievo le norme contenute nel trattato di Lisbona, varie norme riguardano il
fenomeno religioso e confessionale, vanno ricordati i Regolamenti Comunitari
che sono direttamente applicabili senza alcun atto normativo dello stato membro,
in particolare il Reg. CE n°2201/2003 relativo all’esecuzione delle decisioni
matrimoniali e in materia di responsabilità genitoriale.
c) Altra fonte del diritto ecclesiastico, di un livello inferiore delle disposizioni Cost.
sono le norme di derivazione pattizia o concordataria, che derivano dalla
stipulazioni di accordi tra lo Stato e le confessioni religiose. In questa circostanza
si può parlare di fonti rinforzate, che presentano varianti di forma e nelle quali il
potere legislativo deve essere esercitato con modalità particolari, e di fonti
atipiche, che vincolate ad un determinato presupposto. In questo tipo di fonte si

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fa una distinzione tra le norme che concernono la chiesa cattolica, e le norme
che concernono le altre confessioni religiose. Le norme che concernono la
Chiesa cattolica: In via preliminare esiste un evento normativo che è la
stipulazione di un accordo e poi la legge dello Stato che contiene l’autorizzazione
alla ratifica e l’ordine di esecuzione; l’ordine di esecuzione riproduce lo stesso
testo approvato dalle parti contraenti, trattandosi di due soggetti sovrani e posti
sullo stesso piano. L’ordine di esecuzione è lo strumento che consente
l’immediata attuazione delle norme internazionali pattizie. Per quanto riguarda le
norme che concernono le altre confessioni religiose esistono più eventi
normativi
o presupposti, cioè la stipulazione delle Intese, poste a base delle leggi che sono
emanate dallo stato per regolare i rapporti con tali confessioni. Le leggi dello
Stato che hanno approvato tali Intese riproducono i testi negoziati e firmati dal
competente organo dello Stato e dai rappresentanti delle confessioni religiose.
d) Un’altra fonte, sempre di livello inferiore alle norme Cost. sono le leggi che
contengono l’ordine di esecuzione delle convenzioni internazionali, con la
procedura prevista dall’Art. 80 Cost. che nella comunità internazionale sono state
adottate anche a tutela della libertà religiosa. Fra tutte va ricordata la legge 4
Agosto 1955, n°848 con la quale è stata ratificata la Convenzione europea per
la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, (CEDU).
e) Ulteriore fonte del diritto ecclesiastico, sempre ad un livello inferiore rispetto alla
Cost., sono le leggi emanate in modo unilaterale dallo Stato con il normale
procedimento legislativo concernenti materie di diritto ecclesiastico, le quali non
sono poste in un corpo unico pertanto permangono in vigore; la legge 24 Giugno
1929 n°1159 che detta norme sui culti ammessi, la legge 27 maggio 1929 n°847
la cosiddetta legge matrimoniale. Infine tutta una serie di altre leggi riguardanti
materie del diritto ecclesiastico.
f) Un’altra fonte è occupata dagli atti aventi forza di legge o di natura
regolamentare che disciplinano questioni che nelle norme di derivazione
concordataria si è previsto dovessero essere regolate da organi delle parti
contraenti di livello inferiore individuati come competenti. Ad esempio per
quanto riguarda la chiesa cattolica con decreto del Presidente della Repubblica
sono rese esecutive Intese tra i competenti Ministri e la Conferenza episcopale
italiana concernente; l’insegnamento della religione cattolica nella scuola
pubblica italiana, assistenza spirituale nella Polizia di Stato, la tutela dei beni
culturali, degli archivi e delle biblioteche.
g) Le norme regionali fanno parte delle fonti del diritto ecclesiastico. Le regioni
possono emanare norme interessanti le confessioni religiose rispondendo
all’esigenza di dare attuazione alle previsioni degli atti aventi forza di legge o di
natura regolamentare (vd. Punto F.)
h) Alla formazione del diritto ecclesiastico contribuiscono anche le norme
dell’ordinamento canonico e di altri ordinamenti confessionali, Per quanto
concerne la chiesa cattolica, le norme rimangono nell’ordinamento canonico ma
acquistano rilevanza giuridica nell’ordinamento statuale nella misura in cui
alcuni loro effetti sono riconosciuti dallo Stato. Ad esempio:
- norme civili che fanno riferimento alla condizione giuridica degli ecclesiastici hanno come
presupposto le norme canoniche che a determinati soggetti riconoscono questa qualifica.

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- La disciplina concordata che riconosce effetti civili al matrimonio celebrato secondo le
norme del diritto canonico presuppone la nozione di matrimonio propria della chiesa e
l’osservanza delle norme relative alla valida celebrazione del matrimonio.

Cap. 2: La libertà religiosa

1. La lotta per la libertà religiosa:

Per molti secoli l’Europa ha registrato la trasformazione dell’intolleranza ecclesiastica, vale a


dire l’assoluta e indiscutibile egemonia di una religione sull’altra, in intolleranza civile.
Gradualmente si è affermato il sistema che qualsiasi forma di dissidenza in materia di religione
era considerato un reato, con tutte le implicazioni che hanno segnato la storia dell’Europa
Cristiana; guerre di religione, torture, rogo, pena capitale. Tutti questi avvenimenti hanno
condizionato e caratterizzato le relazione tra lo Stato e le Chiese, e tra gli Stati e le Chiese fra
loro. Infatti la nostra coscienza di oggi giudica negativamente gli avvenimenti del passato e
nello stesso tempo la nostra convinzione, di dover rispettare la libertà di coscienza e di
religione di tutti è il risultato di lotte e di evoluzioni culturali e sociali, di una lunga marcia
nella quale noi possiamo identificare alcuni momenti determinanti. Infatti fra i vari diritti
dell’uomo e del cittadino che le dichiarazione del XVII e del XVIII sec. Proclamarono come
intangibili ed imprescrittibili, perché connaturali e insite nell’uomo il diritto alla libertà
religiosa fu il primo ad essere enunciato.
L’uomo europeo contemporaneo forte della sua tradizione culturale sembra avvertire che la
riflessione sul fondamento dei diritti umani identificato nella dignità della persona umana possa
rappresentare una convergenza fra tutti gli uomini di tutte le tendenze religiose e di tutte le fedi,
soprattutto dopo l’acquisizione da parte di partiti della necessità di dare effettivo vigore ad un
sistema di garanzie individuali e collettive circa le libertà personali, prima fra tutte quella
religiosa che vuol dire , libertà di coscienza, di opinione, di pensiero che consenta a
ciascuna persona indistintamente di avere, di praticare e di diffondere una propria
concezione di vita, del mondo e dei rapporti inter-personali e sociali.
Anche se nel mondo contemporaneo c’è da rallegrarsi che nella dimensione politica Europea
siano stati finalmente affermate le concezioni di libertà di pensiero e di religione, non bisogna
comunque dimenticare che l’uomo europeo, fondamentalmente Cristiano, anche in nome della
sua religione è stato artefice di lotte, guerre, rappresaglie, repressioni, uccisioni, intolleranze,
persecuzioni e sfruttamenti di popoli di altri continenti diversi per razza e religione.
Questa lunga lotta per la tolleranza e per la libertà religiosa, ha fatto si che oggi queste due
concezioni siano considerate come un valore universale. La libertà di coscienza è alla base di
qualsiasi altra libertà religiosa e di tutte le altre libertà civili e politiche.
Infine è di fondamentale importanza sottolineare che lo stato moderno non conosce più il
concetto di tolleranza ma solo quella di Libertà.

2. L’evoluzione della dottrina cattolica:

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La storia ha registrato il conflitto della chiesa cattolica con le libertà moderne. Le libertà e
soprattutto la libertà di coscienza, vengono prima rivendicate e poi definite in un clima di
rifiuto del vecchio regime, di opposizione alle istituzioni, alle tradizioni e anche alle autorità
ecclesiastiche. In questo clima si collocano anche le energiche condanne lanciate dalla chiesa
contro le libertà moderne, poiché le considerava delle false libertà, soprattutto per quanto
riguardava la libertà di coscienza, sia perché ritenute contrarie alla vocazione propria dell’uomo
di ricercare e di aderire alla verità oggettiva rivelata da Dio, sia perché secondo la chiesa,
avrebbero indotto all’indifferenza religiosa, al naturalismo ateo. In questo contesto la chiesa si è
impadronita sempre di più del problema della libertà dell’uomo e dei suoi diritti, in particolare
nella rivendicazione della libertà religiosa che spetta ad ogni persona a prescindere dalla sua
appartenenza confessionale. Quindi si deve sottolineare la riflessione approfondita che la
chiesa cattolica ha riservato nell’epoca contemporanea al problema della libertà di
coscienza e della libertà religiosa e si può cogliere i numerosi passi avanti nella sua
dottrina per quanto riguarda i contenuti e le condizioni.

3. Il movimento per la libertà religiosa in Italia:

In Italia il movimento dal punto di vista ideologico non fu parte diretta di quel circuito culturale
e politico europeo e americano che fu caratterizzato dalle “Carte dei diritti” proclamate a partire
dal XVII sec. In Italia il movimento fu quasi importato dall’estero e ha dovuto tener conto dei
diversi contesti sociali e politici presenti nella penisola. Quindi è una storia varia e frazionata
dove però risaltava la posizione di dominio della religione cattolica. L’Italia deve però ad alcuni
ecclesiastici cattolici, vescovi e religiosi, un primo impulso alla idee di tolleranza religiosa,
cosa che gli altri stati non ebbero. Inoltre diverse costituzioni del 700 iniziavano a professare
alcune libertà di religione. Fino ad arrivare nel Ducato di Savoia, poi Regno di Sardegna,
vedono la luce provvedimenti sempre più liberali fra cui la legge della Consulta Piemontese del
1800 nella quale si proclama che l’esercizio dei diritti civili è fondato su principi di libertà e di
uguaglianza e che le diversità di culto non possono provocare alcuna discriminazione e
distinzione tra gli individui nell’esercizio dei loro diritti civili.
Nei decenni successivi l’influenza Francese si consolida e costituisce l’impulso all’emanazione
dello Statuto da parte di Re Carlo Alberto nel 1848, rimasto in vigore fino all’emanazione della
Costituzione della Repubblica nel 1948. Ma si deve notare che già dallo Statuto Albertino si
confermò il ruolo dominante e ufficiale della religione cattolica, ma vennero comunque adottati
provvedimenti di carattere liberale nei confronti di altre credenze religiose.

4. I fondamenti della libertà religiosa:

I fondamenti della libertà di coscienza e della libertà religiosa, ci aiutano a comprendere le


motivazioni che possono determinare una persona e tenere alcuni comportamenti, o a
rivendicare alcune sue esigenze.
Ogni persona umana ha una natura razionale e responsabile, dunque libera nelle sue
determinazioni, a questa natura risulta inerente una dignità, propria dell’essere umano in quanto
tale, per il fatto stesso di essere persona umana. La dignità della persona è la sua condizione,
che per le qualità intrinseche (razionalità e libertà) è meritevole del massimo rispetto da
parte degli altri soggetti. Intesa in questo senso la persona vanta una dignità propria che non

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può essere annullata o violata, e da essa derivano i c.d. diritti inviolabili della persona. Questa
concezione trova riferimento nella Carta Costituzionale in particolare in due norme:
- La Cost. sancisce il riconoscimento e il rispetto dei diritti inviolabili dell’uomo sia come
singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità (Art2Cost). Si parla di
diritti inviolabili che sono riconosciuti espressamente o deducibili dalla Cost. e che non
possono venir meno nemmeno ricorrendo al procedimento di revisione Cost., poiché
formano il fondamento della dignità umana.
- La Cost. sancisce anche il principio di uguaglianza secondo cui; tutti i cittadini hanno pari
dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza,
religione, lingua, opinioni politiche, e condizioni sociali (Art3.1Cost). Pertanto la
situazione giuridica dei cittadini cattolici, protestanti, ebrei, ortodossi, mussulmani o atei è
identica. Nella moderna società il legislatore per regolamentare con il criterio della
ragionevolezza situazioni obiettivamente differenti e di assicurare l’esercizio dei diritti di
tutti può attuare regimi giuridici diversificati o differenziati, obbedendo anche
all’obbligo posto dalla Cost. di rimuovere tutti gli ostacoli di ordine economico, sociale,
che limitando di fatto la libertà, e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno
sviluppo della persona umana (Art3.2Cost)

5. La libertà religiosa nell’ordinamento dello Stato moderno:

La libertà religiosa può avere diverse interpretazioni, può essere intesa come:
- Principio filosofico: liberazione dello spirito dell’uomo da ogni preconcetto dogmatico.
- Principio teologico: la libertà degli appartenenti ad una determinata confessione di
conformare ad essa gli atti della vita.
- Principio giuridico: principio ispiratore della realizzazione e del mantenimento nella
società di un ordinamento giuridico tale che ogni individuo possa perseguire e raggiungere
a sua scelta il fine della salvezza dello spirito e della verità scientifica senza che gli altri gli
possano porre ostacoli.

In questo contesto quello che a noi interessa è la libertà religiosa intesa come principio
giuridico, infatti la libertà religiosa non è un concetto filosofico, o un principio ecclesiastico ma
è un principio essenzialmente giuridico.

6. I contenuti della libertà religiosa:

Lo stato moderno democratico sancisce il riconoscimento dei diritti e delle libertà e intende
garantirli con la forza della sua costituzione senza poter porre una gerarchia fra i vari diritti.
Esistono diverse concezioni dottrinali sui diritti di libertà:
- Secondo una concezione dottrinale tutti i diritti di libertà non sarebbero altro che versioni
diversificate dell’unico diritto di “libertà civile” che consiste nel potere giuridico
riconosciuto dalla legge alla persona, di disporre di se stessa e di autodeterminarsi ad
agire secondo le proprie convinzioni in merito alla propria vita personale.
- Un’altra concezione invece individua varie libertà giuridiche, quante sono i comportamenti
effettivamente consentiti e garantiti dall’ordinamento.

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In realtà quello che si deve tenere in considerazione sono due convincimenti uno filosofico e
l’altro storico. Il concetto filosofico concerne la priorità della persona umana nei confronti
dello Stato; ossia alla persona umana deve essere riconosciuta una centralità e un primato come
soggetto di diritti che si riflette nell’art 2 Cost. il quale sancisce il rispetto dei diritti inviolabili
dell’uomo da parte dello stato. il concetto storico si riferisce al fatto innegabile che in alcuni
ordinamenti giuridici o in determinate situazioni una rilevanza giuridica maggiore sia stata
riconosciuta ad alcune libertà piuttosto che ad altre.
Tutto questo è senza dubbio riconosciuto alla libertà religiosa e di coscienza che si sono
affermate progressivamente come prerogative della persona umana e fatte valere anche di
fronte alle varie forme di tirannia. Il fenomeno della libertà in materia religiosa si denomina
in dottrina e nella legislazione con diverse formulazioni non coincidenti tra loro; libertà di
coscienza, libertà religiosa, libertà di religione, libertà di culto.

- La libertà di coscienza:

La nozione di coscienza la possiamo considerare come la consapevolezza o il sentimento


interiore che spinge ogni persona umana a dare un giudizio di valore sui propri atti e sui fatti
esterni. In una concezione più ampia la libertà di coscienza è la libertà di avere e di seguire
anche nella condotta esterna le convinzioni personali circa i criteri di valutazione del bene e
del male con la propria facoltà critica interiore. E’ una libertà come si vede che non riguarda
esclusivamente la pratica religiosa ma va ad identificarsi con la libertà di pensiero. Inoltre
considerata la natura razionale e responsabile della persona umana, la libertà di coscienza oltre
ad essere un diritto è certamente un dovere, dato che la persona umana non può non essere
libera nella sua coscienza.

- La libertà religiosa:

Conseguenza della libertà di coscienza è la libertà religiosa, ossia la libertà di credere ad una
religione; vale a dire una concezione religiosa della vita e di riconoscere la Divinità e la
dipendenza da essa, manifestare con la parola, con lo scritto, o con altri mezzi la propria fede
religiosa.
Naturalmente si parla di libertà di credere in una fede religiosa ma si intende anche in libertà di
non credere e di non aderire ad una fede e quindi all’ateismo. La libertà religiosa va intesa
come un concetto giuridico nel senso che esiste per lo Stato l’obbligo di predisporre le
condizioni giuridiche perche ogni cittadino possa essere libero da qualsiasi interferenza e di
esercitare effettivamente tale diritto e rivendicarlo anche con strumenti di tutela nei confronti
degli altri cittadini e dello stesso stato. Questa autonomia è giuridicamente tutelata e costituisce
la libertà religiosa come un diritto soggettivo proprio di ogni persona, in più è un diritto
indisponibile e inderogabile. Nella Cost. Italiana si ha l’enunciazione del diritto della libertà
religiosa nell’art 19 Cost.; tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa
in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propagande e di esercitarne in privato o in
pubblico, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.

Cap. 3:

la libertà religiosa nell’ordinamento giuridico

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I contenuti di tale disposizione (Art. 19 Cost.) meritano una precisazione:

- La garanzia riguarda tutti, cittadini, stranieri, aploidi, considerato il carattere irrinunciabile


dell’interesse protetto.
- La garanzia è posta a tutela della libertà di aderire o non aderire ad una fede o
confessione religiosa e di mutare fede religiosa.
- La professione della fede è libera sia in forma individuale che associata: è rimessa alla
libertà del soggetto di praticare la propria fede sia in forma individuale che in forma
associata.
- E’ sancita la libertà di fare propaganda della fede religiosa professata, in tutte le forme
non proibite dalla legge, quindi con l’ insegnamento, con gli scritti o con i moderni mezzi
di comunicazione.
- E’garantita la libertà di praticare il culto, cioè compiere riti e cerimonie religiose, in
privato e in forma pubblica.

I contenuti dell’Art. 19 Cost. sono riferiti alla piena libertà di convinzioni religiose e di pratica
religiosa, ma le libertà riconosciute e garantite dalla Cost. vanno considerate strettamente
collegate tra loro, quindi quando si garantisce la libertà religiosa si intende garantire che, per
finalità interessi religiosi, si possono rivendicare anche:
1. la piena libertà personale (art. 13)
2. l’individuazione del domicilio (art.14)
3. la libertà e la segretezza di ogni forma di comunicazione (art.15)
4. la libertà di movimento (art.16)
5. la libertà di riunione ( art. 17)
6. la libertà di associazione (art. 18)
7. la libertà di manifestazione del pensiero ( art. 21.1)
8. la libertà di stampa (art. 21.2)

I diritti di libertà non posso sfuggire all’imposizione di limiti per l’ordinato svolgimento della
vita sociale. Tali limiti sono racchiusi nella semplice formula; riti contrari al buon costume, le
manifestazioni impedite prevedono comportamenti e fatti riguardanti il comune senso del
pudore in materia sessuale. Importante è sottolineare che l’intervento dello Stato può avvenire
dopo la violazione di tale limite e non preventivamente per non dar vita al perseguimento di
reati di opinione.
Questo principio fu di facile formulazione poiché l’Assemblea Costituente trovò subito
l’accordo, anche perché il panorama religioso allora esistente non era molto ampio dato che
ricomprendeva oltre alla fede cattolica, alcune denominazioni evangeliche protestanti, la
comunità valdese, le comunità ebraiche, comunità cristiane ortodosse, piccoli gruppi islamici.
Nessuna di queste confessioni avrebbe posto problemi in materia di buon costume.
Nell’epoca contemporanea il panorama generale confessionale in Italia è profondamente
cambiato se rapportato al momento della promulgazione della carta cost.
- Nel costume della società Italiana è avvenuta la piena acquisizione del principio della
piena legittimità del pluralismo ideologico e culturale, a tutti i livelli. Il pluralismo è la
dottrina che si oppone alla concezione totalitaria dello Stato e che da sostanza a quella
liberaldemocratica per garantire la libertà di manifestazione del pensiero.

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- Sono avvenuti profondi cambiamenti nella chiesa cattolica, l’Accordo stipulato nel 1948
tra la Santa Sede e lo Stato Italiano ha rappresentato una svolta nei rapporti con lo stato e
l’abbandono dell’attitudine di egemonia della chiesa sulla società italiana.
- Lo Stato ha stipulato accordi internazionali con le confessioni religiose diverse da
quella cattolica, dopo aver sancito la loro autonomia. Tali confessioni hanno acquisito
legittimamente spazi sociali e garanzie giuridiche per perseguire le loro finalità e interessi.
- Tra le confessioni e movimenti religiosi che hanno acquisito diritti in Italia vi è l’Islam
che, da piccoli gruppi, è passato ad una presenza assai numerosa, grazie
all’immigrazione. Lo stato italiano non può non riconoscergli le garanzie sancite dall’art
19 Cost. ma l’Islam pur essendo stato sempre presente negli stati europei è in qualche
modo “estraneo” alla cultura europea e alla concezione di vita individuale e sociale propria
dei popoli europei. La libertà di culto per gli islamici non è messa in discussione nel nostro
stato ma non si possono sottovalutare la rigidità delle norme coraniche che non
garantiscono la stessa libertà che viene riconosciuta dal nostro stato in molti stati islamici
per le altre confessioni religiose.

7. Manifestazioni della libertà religiosa:

Sulla base della rivendicata libertà di religione ogni persona può determinarsi a tenere
comportamenti rispondenti alle proprie convinzioni interiori che non rilevano per l’ordinamento
giuridico se rimangono nella sfera strettamente privata. Al contrario tali comportamenti ispirati
a concezioni di ordine religioso o etico o ideologico, sono socialmente rilevanti se superano la
sfera privata ed entrano in relazione con la collettività. In sostanza l’ordinamento giuridico è
organizzato in modo che, non impone alcun atto di carattere religioso o confessionale, opera per
far si che la persona non sia messa in condizioni di agire contro la propria ideologia. La
persona, soggetto di diritto nella vita sociale può tenere altri comportamenti collegati a
decisioni assunte nella propria coscienza e che vanno intesi come manifestazioni più o meno
dirette della libertà religiosa, cui il legislatore ha riconosciuto rilevanza e che ha regolamentato:
- La libertà matrimoniale. E’ la libertà propria di ogni persona di scegliere la forma
con cui celebrare il proprio matrimonio in corrispondenza delle proprie convinzioni.
Lo stato ha rinunciato ad imporre un’unica forma di celebrazione del proprio matrimonio,
quella civile; per cui, i matrimoni celebrati con rito religioso, cattolico o di altre fedi
religiose, assumono anche effetti civili.
- L’insegnamento religioso nella scuola. Nel rispetto della libertà di coscienza e della
responsabilità educativa dei genitori è riconosciuta la libertà di scegliere se avvalersi o
non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, agli
alunni e ai genitori appartenenti ad altre confessioni religiose che hanno stipulato intese
con lo Stato è riconosciuto il diritto di svolgere nella scuola attività di studio del fatto
religioso.
- La fruizione di servizi di assistenza religiosa nelle istituzioni pubbliche. Secondo le
norme vigenti tali servizi sono organizzati nell’ambito delle Forze Armate, della Polizia di
Stato, degli ospedali, e case di cura o di assistenza e degli istituti di prevenzione e pena per
consentire la cura degli interessi religiosi e la pratica del culto.
- La disponibilità dei luoghi di culto. Si tratta di un diritto delle persone e delle istituzioni
conseguente alla libertà di praticare in forma comunitaria la propria fede religiosa;

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pertanto, sono legittime le iniziative assunte per edificare i luoghi di culto nel rispetto del
diritto vigente.
- L’obiezione di coscienza all’aborto. La questione è delicatissima dato che fa riferimento
alla tutela del diritto alla vita del nascituro e ai diritti da riconoscere all’embrione. La
sostanziale diversità di interessi potenzialmente contrastanti con altri, quelli della madre e
quelli del nascituro, hanno fatto si che il legislatore abbia previsto che, il personale
sanitario ed esercente le attività sanitarie non è tenuto a prendere parte delle procedure
ed agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di
coscienza, con preventiva dichiarazione. Il legislatore ha inteso tutelare la decisione che,
sulla base di motivazione etiche o religiose, il personale sanitario è libero di assumere
volendo affermare i valori in cui crede.
- L’obiezione di coscienza alla vivisezione. Anche per questa situazione il legislatore ha
tenuto conto delle esigenze di coscienza del personale sanitario, medici, ricercatori, che
per obbedienza alla coscienza, nell’esercizio al diritto di libertà di pensiero, coscienza e
religione si oppongono alla violenza su tutti gli esseri viventi, pertanto essi, non sono
tenuti a prendere parte direttamente alle attività ed agli interventi specificamente e
necessariamente diretti alla sperimentazione animale.
- L’assegnazione della quota pari all’otto per mille dell’imposta sul reddito delle
persone fisiche e l’effettuazione di erogazioni liberali in denaro in favore di
confessioni religiose; le queste, le collette all’interno degli edifici di culto. I cittadini
Italiani hanno il diritto di versare l’otto per mille ad una confessione religiosa per scopi
generali di carattere religioso, al momento della dichiarazione dei propri redditi. Il diritto è
sancito per consentire ai contribuenti di sostenere finanziariamente la confessione religiosa
in cui crede di propria scelta. La libertà di scelta del contribuente costituisce una modalità
di esercizio della libertà di religione in forma associata e organizzata. Inoltre in questo
modo chi lo desidera può erogare donazioni in denaro ad una confessione religiosa e
detrarle dal proprio reddito fino ad un massimo di 1000 euro. Inoltre si considerano
manifestazioni della libertà religiosa l’erogazione di contributi da parte dei fedeli in
occasione di questue, collette organizzate all’interno dei luoghi di culto.

Oltre a queste espressioni della libertà religiosa, esistono altre libertà alle quali può essere data
rilevanza di appartenenza ad una confessione.

- Utilizzazione dei mezzi di comunicazione di massa. In questa situazione si fa


riferimento ai mezzi più tradizionali di comunicazione di massa, quali, la distribuzione di
stampa, la diffusione di pubblicazioni, e le affissioni.
- Giuramento in sede giudiziaria. Per lungo tempo il giuramento è stato identificato come
un valore generale sacro e religioso, tipico della religione cristiana, ma la Corte Cost. con
sent. n. 117/1979, ha ritenuto che la libertà di coscienza di una persona, riferita alla
professione sia di fede religiosa sia di opinione in materia religiosa, non sia rispettata
anche quando sia imposto al soggetto il compimento di atti con significato religioso. Sulla
base di questo presupposto nelle sedi giudiziarie si è inteso eliminare ogni riferimento a
Dio e al carattere sacro del giuramento a chi non è credente o se credente ha un divieto a
giurare dalla sua confessione religiosa.
- Prescrizioni in materia alimentare. Queste riguardano in particolare gli ebrei e i
musulmani per i quali il trattamento di alcuni animali e la conseguente alimentazione
assumono un carattere religioso. In particolare la questione risulta più evidente quando

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persone musulmane o ebree si trovino in istituti di prevenzione e pena o in ospedali o case
di cura o di riposo.
- Riposo settimanale. Nei paesi europei, tutti di tradizione cristiana, il riposo settimanale
domenicale ha avuto un iniziale valore religioso, a cui si è aggiunto successivamente un
valore civile correlato al mutamento delle condizioni di lavoro e della qualità della vita. Il
carattere multietnico, multiculturale, e multi confessionale che sta assumendo la nostra
società ha posto la necessità di prendere in considerazione le esigenze confessionali di
altre religioni, così lo stato ha assunto diversi impegni al fine di riconoscere carattere
religioso al riposo settimanale:
a. Con la chiesa cattolica: nell’accordo del 1984 sono stati riconosciuti come giorni festivi
tutte le domeniche e le altre festività religiose determinate dall’Intesa tra le parti.
b. Con l’Unione Italiana delle chiese cristiane avventiste del 7° giorno: nell’intesa stipulata è
riconosciuto il diritto di osservare il riposo sabatico biblico, per cui i dipendenti dello
Stato, degli enti pubblici o dei privati che esercitano attività autonoma o commerciale
hanno diritto di fruire su loro richiesta, del riposo sabatico come riposo settimanale.
c. L’Unione delle comunità ebraiche Italiane: nell’intesa stipulata sono state concordate
disposizioni analoghe a quelle degli avventisti circa il riposo sabatico.

8. La protezione della libertà religiosa nella convenzione europea per la salvaguardia dei
diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali:

La convenzione di Roma adottata nell’ambito del Consiglio Europeo nel 1950 è stata via via
integrata di Protocolli che ne hanno arricchito i contenuti. Tutti gli stati europei sono ora parte
della convenzione che è divenuta il documento fondamentale che sancisce il rispetto dei
diritti e delle libertà della persona negli Stati membri dell’ UE. Il diritto di libertà religiosa
deve essere rispettato dall’UE stessa. La convenzione europea fa riferimento alla libertà
religiosa nell’Art 9 e nell’Art 2 del primo protocollo.

La giurisprudenza della Corte di Strasburgo, la Corte della convenzione, sui temi che
concernono il diritto ecclesiastico; la libertà di coscienza, di religione, di pensiero. I
significativi elementi presenti nella giurisprudenza della corte sono:

1. La libertà di pensiero, di coscienza, e di religione rappresenta una base della società


democratica e uno degli elementi essenziali dell’identità dei credenti, ma è da
considerarsi anche un bene prezioso per gli atei, gli agnostici, gli scettici, o gli
indifferenti.
2. Con il riconoscimento esplicito della libertà di pensiero la convenzione ha posto una
proibizione dell’indottrinamento nel senso di un insegnamento ideologico impartito
ai giovani. L’introduzione di una religione di Stato potrebbe rappresentare una
violazione della norma.
3. Con la tutela della libertà di coscienza si è creato l’obbligo per lo stato a non esercitare
forme di costrizione sulle coscienze dei cittadini.
4. Per quanto concerne la libertà di religione nasce dall’intimo della persona ma implica
di per sé la libertà di manifestarla, come forma di testimonianza, con le parole, atti, di
convinzioni religiose. lo stato non può imporre religioni ne proibirle, non può imporre

11
alle persone di svolgere atti religiosi, inoltre non può porre differenze di trattamento tra
le varie religioni.
5. Facendo riferimento all’ obiezione di coscienza al servizio militare la convenzione non
pone nessun riconoscimento di diritto assoluto ma lascia gli stati liberi di riconoscerla
non ponendo alcun obbligo.
6. La convenzione lascia aperta la possibilità per un obbligo dello stato di proteggere in
maniera positiva la libertà di religione. L’art 9 della convenzione deve essere
interpretato come una garanzia alla tolleranza religiosa che comporta un obbligo dello
stato di salvaguardare la pace religiosa.
7. La convenzione garantisce anche il diritto essenziale di cambiare religione o
convinzione. Non si possono porre restrizioni.
8. Nella convenzione è riconosciuto il diritto di manifestare la propria religione o
convinzione e la manifestazione può essere esercitata individualmente o
collettivamente, in pubblico o in privato.
9. I limiti all’esercizio del diritto a cui fa riferimento la convenzione all’Art 9 si
differenziano da quelli posti all’esercizio di altri diritti e inoltre essi fanno riferimento
alla libertà di manifestare la propria religione o convinzioni, sono indicati in termini di
misure necessarie, previste dalla legge, in una società democratica. In una società dove
esistono più religioni è opportuno porre alcuni limiti mirati a conciliare i diversi interessi
dei vari gruppi religiosi.
10. Il diritto all’istruzione sancito nell’art 2 del primo protocollo allegato alla convenzione
è un diritto fondamentale e la corte ha precisato che su di esso si basa il diritto dei
genitori al rispetto delle loro convinzioni religiose e filosofiche.
11. Il rispetto delle convinzioni dei genitori deve trovare fondamento nell’ambito
dell’insegnamento pubblico. L’art 2 prescrive che lo stato deve rispettare tale diritto.
12. La giurisprudenza ha riconosciuto la possibilità di organizzazione dell’insegnamento
privato come una delle applicazioni del diritto dei genitori a veder riconosciuta la libertà
delle proprie convinzioni.

9. La protezione della libertà religiosa nella comunità internazionale:

La seconda guerra mondiale e l’emergere di uno standard minimo di comportamento civile


hanno dato l’impulso a movimenti che nell’epoca contemporanea si battono in favore dei diritti
dell’uomo e nell’interesse della libertà religiosa. Anche in conseguenza dell’azione delle
Nazioni Unite si è visto nascere una serie di documenti, dichiarazioni, trattati, convenzioni
riguardanti il tema dei diritti umani, compresa la libertà religiosa. I trattati e le convenzioni se
debitamente ratificati hanno valore di legge all’interno degli ordinamenti statali, ma va
comunque detto che anche se alcuni stati sono membri dell’ ONU non hanno ratificato accordi
assai significativi quali i Patti internazionali sui diritti civili, politici, economici, sociali,
religiosi, e impongono delle riserve interpretative, limitando di fatto l’efficacia delle clausole
sancite dal diritto internazionale all’interno del loro ordinamento. Tuttavia si nota una tendenza
generale che vede il diritto internazionale acquisire spazi sempre più rilevanti nell’ambito degli
ordinamenti interni degli stati membri in materia di diritti e libertà della persona. Anche se non
esiste ancora uno specifico strumenti internazionale volto a porre precisi obblighi giuridici agli
stati in materia di libertà religiosa, esiste un complesso di impegni politici, e obbligazioni
giuridiche che derivano da atti internazionali adottati o firmati e ratificati da moltissimi

12
stati che costituiscono un sistema assai ampio di tutela e di controllo e valido anche in
pratica. Le norme più rilevanti sono quelle contenute nella convenzione europea per la
salvaguardia dei diritti e delle libertà della persona. In questo modo la comunità internazionale
ha voluto dare un diritto di tutela e garantire all’individuo in godimento e il rispetto di un certo
numero di valori considerati comuni dalla comunità internazionale. Per ricostruire il sistema di
tutela internazionale della libertà religiosa è necessario tenere conto di tutti i documenti
internazionali che hanno portato ad affermare e tutelare tale diritto, e del complesso delle
disposizioni, norme, e impegni contenuti in questi documenti che possono essere trattati
con dei principi generali:

1. Le istituzioni, le organizzazioni internazionali e gli stati favoriscono il rispetto


delle libertà e dei diritti senza distinzione e discriminazione a causa della religione,
della fede e della convinzione.
2. La comunità internazionale condanna ogni forma di intolleranza o discriminazione
fondate sulla religione o la convinzione e gli stati adotteranno misure legislative e
amministrative efficaci per questa situazione.
3. Gli strumenti internazionali assicurano il pieno godimento dei diritti e delle libertà
senza discriminazione a causa della religione, o della convinzione.
4. E’ garantito il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza, di religione, di
convinzione.
5. E’ garantito il diritto alla libertà di cambiare la religione, la convinzione, di
manifestare la propria religione o convinzione, individualmente o collettivamente
in privato o in pubblico, con l’insegnamento, e le pratiche di culto e il compimento
di riti.
6. E’ garantito il diritto al matrimonio, alla famiglia, senza limitazioni di culto e il
compimento di riti.
7. E’ garantito il diritto al matrimonio e alla famiglia senza limitazioni a causa della
religione.
8. E’ garantito il diritto dei genitori di scegliere il tipo di educazione per i loro figli in
conformità alle proprie convinzioni
9. E’ riconosciuta la liberà degli individui e delle persone morali di creare e dirigere
istituti di educazione e di insegnamento.
10. Deve essere riservata una tutela particolare ai diritti del fanciullo, al suo sviluppo e
alla sua educazione.
11. E’ assicurata una tutela di diritti delle minoranze per praticare la propria religione.
12. E’ prevista l’assenza di ogni forma di costrizione per avere, conservare e adottare
una religione o una convinzione.
13. Le restrizioni nell’effettivo esercizio dei diritti e nel godimento della libertà di
religione o convinzione possono essere poste solo dalla legge.

10. La libertà religiosa e i regimi dei rapporti tra lo stato e le confessioni religiose:

La Pace di Augusta nel 1555, con la costituzione degli stati nazionali portò all’affermazione del
principio che ogni sovrano sarebbe stato libero di decidere sulla fede dei propri sudditi. Se
questo fattore fece realizzare l’omogeneità culturale di ogni nazione fece anche nascere
l’intolleranza, ma un regime di tolleranza prese vita consentendo ai sudditi la possibilità di

13
emigrare verso quegli stati dove si professava la loro religione. L’attenzione va posata su due
regimi storicamente significativi; il giurisdizionalismo e il separatismo:

1. il giurisdizionalismo; Fu un’attitudine politica dello Stato assoluto fondata su una


corrente di pensiero politica-filosofica mirata ad ingerirsi nell’ordinamento interno della
chiesa alla fine di controllarla e sottometterla, ribaltando il rapporto dei poteri esistente
nei secoli precedenti, nei quali il sistema della teocrazia con la subordinazione del potere
papale su quello temporale avevano comportato la supremazia del potere papale. Il
giurisdizionalismo fece registrare un’ampia diversificazione tra gli stati per l’esercizio dei
diritti vantati dallo Stato sia come protettore della chiesa dominante, sia a delle difesa
delle prerogative del sovrano nei confronti della chiesa.
2. il separatismo; La storia ne ha registrati due modelli quello francese e quello americano;

a) Il separatismo francese; conseguenza della filosofia illuministica e della Rivoluzione del


1789, sulla base della libertà e dell’uguaglianza affermate nel nuovo corso politico, reagì
all’ancien régime, e al potere della chiesa. Questi avvenimenti aprirono la strasa alla
dottrina etico-politica del separatismo volendo far trionfare la centralità dell’individuo e
per essa la libertà del pensiero, la libertà di coscienza, di stampa, di religione, di culto.
L’affermazione di questi principi non fu facile ma nell’epoca moderna la separazione fra
lo Stato e le confessioni religiose è stata sancita in Francia con la legge del 1905 tuttora
vigente e viene ritenuta come un principio fondamentale dell’ordinamento che si
proclama neutrale nei confronti del fenomeno religioso e confessionale.
b) Il separatismo americano; anche nell’America del nord la lotta per la libertà religiosa fu
lunga, circa 150 anni, ma non fu mai una lotta contro la religione, ma fu sempre più forte
l’esigenza di una libertà per tutti e per tutte le confessioni religiose che numerosissime
erano passate dal vecchio al nuovo mondo. All’inizio si operò negli stati con una
separazione fra i due poteri fino al 1791 quando il primo congresso degli Stati Uniti
sancì che non avrebbe emanato nessuna legge che si fosse riferita allo stabilimento della
religione o avesse proibito il libero esercizio di essa. Questa fu la separazione che gli
Stati Uniti al momento di costituirsi posero a base delle loro relazioni con le chiese, e a
tale separazione posero la garanzia della più ampia libertà religiosa.

11. Giurisdizionalismo e separatismo in Italia:

La situazione in Italia risultò particolare dopo il 1861 anno dell’ Unità, infatti:

1. In Italia in molti ambienti culturali e politici fu evidente l’influenza delle idee che
avevano trionfato in Francia, lo stesso Cavour era molto vicino ad esse, infatti la
formula Cavourriana sanciva “libera chiesa in libero stato” dove Cavour era la linea
politica da seguire per stabilire un corretto rapporto fra lo stato unitario e il Papato.
2. Nel Regno di Sardegna e poi nel Regno d’Italia vigeva un regime di giurisdizionalismo
separatista, cioè il riconoscimento della religione di Stato e l’esercizio dei diritti sovrani
di controllo sulla chiesa.
3. Conclusivamente si può affermare che nella storia Italiana né il giurisdizionalismo, né
il separatismo furono in grado di assicurare la piena libertà religiosa.

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Cap. 4: La libertà delle confessioni religiose

La libertà delle confessioni religiose può essere disciplinato in via generale da due disposizioni
costituzionali, quali l’art 8.1 e l’art 20. L’art 8.1 dispone l’eguale libertà di tutte le confessioni
di fronte alla legge, mentre l’art 20 afferma sostanzialmente un concetto negativo, il divieto di
discriminazione nei confronti delle istituzioni o associazioni di tutte le confessioni
religiose.

1. che cosa è una confessione religiosa:

Una definizione legislativa su cosa è una confessione religiosa non è stata data, quindi è
opportuno porre l’interrogativo. Per confessione religiosa si potrebbero intendere le comunità
sociali stabili e non dotate di organizzazione strutturata, con normazioni proprie rigide o
attenuate, con una concezione propria e originale del mondo basata sull’esistenza di un
Essere trascendente o superiore che è in rapporto con gli uomini. Tutto questo costituirebbe
i caratteri e le finalità di una comunità c.d. religiosa o confessionale. Questo tentativo di
definizione è ricco di elementi della tradizione europea, ma è necessario far rientrate in tale tipo
di concezione anche altre religioni orientali, ora presenti anche nel nostro paese anche se
estranee alla nostra cultura religiosa: è il caso dell’induismo, con i suoi caratteri di religione
sincretista, il Buddismo, che presenta numerose tradizioni, non prevede un culto della divinità
ma che costituisce un sistema filosofico-religioso per la salvezza dell’uomo con l’estinguersi
del nirvana. Queste confessioni religiose, anche se estranee alla tradizione europea, tali
istituzioni sono considerate religioni nei loro Paesi di origine, e in Italia hanno ottenuto il
riconoscimento della personalità giuridica. In conclusione si può dire che gli elementi presenti
in tutte le religioni sono la concezione di vita e i comportamenti che da essa conseguono.
In dottrina si è posta anche la questione della differenza esistente fra “confessione religiosa”
e “associazione religiosa” nel sistema giuridico Italiano. La differenza tra questi due termini
sembra esistere se si pensa al fatto che una confessione religiosa ha la sua concezione del
mondo che riguarda i rapporti con Dio e i rapporti fra le persone, ha la capacità di dettare
norme che regolano la vita sociale del gruppo e i rapporti del gruppo con altre comunità.
Invece l’associazione che ha fine religioso non ha una concezione sua propria del mondo, essa
è un organismo nato da una comunità più vasta da cui prende ispirazione circa i principi da
accettare e i comportamenti da tenere per realizzare quella concezione del mondo. Alle
associazioni religiose è riconosciuto il diritto di richiedere il riconoscimento giuridico come enti
morali o senza qualificarsi come religiose o come enti esponenziali di una confessione religiosa.
Da queste due definizioni si nota che la loro differenziazione non è poi così netta, infatti la
realtà contemporanea non risolve tutti i dubbi e non aiuta ad avere certi concetti sia per quanto
concerne la possibile definizione di confessione religiosa, sia per quanto concerne la
definizione di associazione religiosa.

2. l’eguale libertà:

l’Art 8 Cost. sancisce; tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Il concetto di eguale libertà mancò all’inizio dei lavori parlamentari ed insieme all’idea della
previsione di un uguale libertà di tutte le confessioni religiose e di tutte le istituzioni

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ecclesiastiche venne meno anche una previsione specifica dei rapporti delle confessione
religiose con l’ordinamento dello stato. Ma oggi il concetto di eguale libertà è stato sancito
nell’Art 8.1 Cost. e si intende che l’esercizio della confessione religiosa e sia libero con parità
tanto per quella religione che raccoglie l’approvazione della quasi totalità dei cittadini, sia per
quella confessione religiosa che raccoglie pochi credenti.

3. il contenuto dell’art 8.1 Cost.:

La formula inserita nella carta Cost. non si trova in nessun’ altra costituzione democratica
vigente, si tratta di una norma che ha assunto il ruolo di principio generale informatore di atti
normativi, espressione della laicità e della neutralità dello stato. l’art 8.1 della Cost.
sancisce l’eguale libertà correttamente intesa ed applicata ed è in grado di garantire tutte
le espressioni confessionali. La lettura coordinata di tutte le norme cost. e la stipulazione di
norme pattizie tendono a realizzare la più ampia libertà in un quadro normativo ispirato
all’uguaglianza sostanziale. In sostanza la norma dispone:
- La libertà di organizzazione della professione di ogni fede religiosa.
- La libertà di organizzazione di forme associate per la professione della fede.
- La libertà di organizzazione di culto pubblico.
- Il godimento di uguale tutela della legge per il raggiungimento delle finalità religiose
proprie di ogni confessione.
- La parità di tutela penale del sentimento religioso senza discriminazione dei cittadini e
delle confessioni.
- L’assenza di discriminazione dei comportamenti del legislatore, del giudice e della
Pubblica Amministrazione.

La norma costituzionale pone precisi limiti che garantiscono tutti gli individui e tutte le
confessioni. Le confessioni che non hanno stipulato Intese con lo Stato devono essere garantite
dall’assicurazione di uguale libertà e dalla previsione dell’art. 19 Cost.

4. il divieto di discriminazione art. 20 Cost.:

l’art.20 Cost. dispone: il carattere ecclesiastico e il fine di religione e di culto d’una


associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di
speciali gravami per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività.
Tale norma è un’altra disposizione Cost. che come l’art 8 Cost. ha assunto la funzione di
norma- principio di carattere generale. L’art. quando è stato emanato voleva sancire che il
carattere ecclesiastico o lo scopo di culto non possono essere causa di un trattamento odioso o
penalizzante o discriminante a danno degli enti stessi. Gli elementi essenziali per comprendere
l’esatto contenuto del disposto Cost. sono molteplici:
- Chi sono i beneficiari della tutela; la norma utilizza le parole associazioni e istituzioni.
Si tratta di soggetti giuridicamente riconosciuti o non riconosciuti, e si considerano enti
esponenziali delle confessioni religiose.
- La qualificazione propria dei soggetti; i soggetto beneficiari della tutela devono
possedere uno speciale riconoscimento, o il carattere ecclesiastico o il fine di religione e di

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culto o ambedue. Tale carattere e fine sono tra loro distinti, carattere ecclesiastico;
l’aggettivo ecclesiastico nella tradizione legislativa italiana era riservata agli enti e alle
istituzioni della chiesa cattolica, ma nel regime stabilito dalle Intese la qualifica
ecclesiastica è stata riconosciuta anche agli enti esponenziali di altre confessioni cristiane.
Fine di religione e di culto; concerne il funzionamento degli organi di governo della
chiesa o di altre confessioni religiose per l’organizzazione della cura pastorale, della
formazione spirituale dei fedeli, per la pratica del culto e delle cerimonie liturgiche.
- Significato della norma; lo stato può porre limitazioni legislative o gravami fiscali solo
nel rispetto delle norme costituzionali concernente l’esercizio dei diritti e delle libertà. Tali
limitazioni risulterebbero però come forme di discriminazione se poste soltanto nei
confronti di quelle strutture appartenenti alle confessioni religiose.
- Oggetto della tutela; la norma indica tre situazioni che possono interessare l’oggetto della
tutela: la costituzione dell’ente o dell’istituzione, la sua capacità giuridica, e le forme di
attività da essi svolte.
- Destinatari della norma; sono il legislatore nazionale, gli enti locali, i giudici e le
pubbliche amministrazioni nel momento in cui emanano norme regolamentari o assumono
decisioni a questi soggetti è posto il divieto di costituire o applicare limitazioni legislative
o speciali gravami fiscali.

Cap. 5: Il regime giuridico del rapporto fra lo stato e le confessioni religiose

1. La discussione all’Assemblea costituente sull’art. 7 Cost.

Durante l’Assemblea costituente, per l’elaborazione, formulazione, approvazione della norma


costituzionale che poi sarà l’art. 7 Cost. concernente il rapporto tra lo Stato e la Chiesa
cattolica, il dibattito fu molto ampio.
Nell’ambito di questi lavori, in sede della prima Sottocommissione iniziando a discutere del
rapporto tra il nuovo Stato democratico e la Chiesa cattolica l’on. Dossetti, relatore di parte
democristiana, pose il problema di un riconoscimento della Chiesa sotto il profilo
internazionalistico.

Dossetti; proponeva il riconoscimento dell’ordinamento della Chiesa da parte dello Stato; la


previsione che le norme diritto internazionale facessero parte dell’ordinamento dello stato,
intendendo sancire il principio dell’adattamento automatico del diritto interno al diritto
internazionale; infine il riconoscimento della religione cattolica come religione di Stato e i Patti
Lateranensi come base del diritto nelle relazioni tra lo Stato e la Chiesa cattolica. Egli ricordava
l’esigenza di non ignorare il fatto che la Chiesa cattolica è veramente un’istituzione con tutti i
poteri e le funzioni di un ordinamento giuridico. L’ordinamento giuridico canonico è un
ordinamento a sé stante e il suo fondamento non deriva dal riconoscimento di un altro
ordinamento.

L’on. Togliatti, capo del Partito comunista rilevò che c si trovava di fronte ad una situazione di
uno stato di fatto costituito dai Patti lateranensi e ad un’ esigenza di principio relativa
all’indipendenza dello Stato dalla Chiesa, quindi nell’ambito della completa libertà di culto e di
coscienza.

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Togliatti; sosteneva che si dovesse lavorare per una formula che riconosceva la piena
indipendenza reciproca dello Stato e della Chiesa.

L’on. Mastrojanni, comunista, non condivideva le argomentazioni di Dossetti, affermando che


la Chiesa anche se non venisse riconosciuta dallo Stato esisterebbe comunque, poiché essa è un
ordinamento giuridico originario.

Mastrojanni; la sua preoccupazione derivava dal fatto che avendo messo sullo stesso livello
tutti gli stati, la Chiesa, sia che sia riconosciuta si che non lo sia, esercita lo stesso i suoi diritti
in base all’originarietà del suo ordinamento giuridico e può imporli a tutti coloro che
aderiscono ai suoi principi. Secondo il Parlamentare, bisognava riflettere sui problemi e sui
gravi conflitti che sarebbero sorti se la Chiesa avesse imposto i suoi diritti e i suoi principi
anche a coloro che non avessero aderito alle sue concezioni.

L’on. Cevolotto, relatore di area laica, oppositore più tenace delle idee di Dossetti, riteneva che
la formulazione posta da Dossetti fosse in qualche modo strumentale. Non accettava il
riconoscimento dell’originarietà dell’ordinamento giuridico internazionale e di quello degli altri
Stati, dato che tale riconoscimento era previsto per arrivare all’originarietà dell’ordinamento
giuridico della Chiesa, non come città del Vaticano, ma proprio come Chiesa.

La discussione su questo termine fu molto ampia, e Dossetti intervenne ripetutamente durante i


lavori dell’Assemblea costituente, chiarendo il suo pensiero: Il riconoscimento della
originarietà dell’ordinamento della chiesa risponde alla posizione dottrinale largamente
condivisa che si oppone alla statualità del diritto; Dossetti sottolineava che la base della
teoria da lui sostenuta era il principio della distinzione fra l’ordinamento dello Stato e
quello della Chiesa, il cui ordinamento deve essere indipendente e non confondibile con
quello dello Stato cosicchè ambedue possano procedere per strade distinte ed
indipendenti.

Durante i lavori presero sempre più rilevanza le clausole concordatarie, l’on. Marchesi dopo
aver rilevato che nessuno poteva negare la personalità giuridica internazionale della Santa Sede,
chiedeva che la costituzione non si ritenesse impegnata dalle norme concordatarie.
L’inserimento o riconoscimento dei Patti Lateranensi nella costituzione, fortemente voluta dalla
Democrazia Cristiana in conformità a quanto la Santa Sede desiderava, sollevò un’ampia
opposizione fortemente motivata;

- Impossibilità di immettere per trasparenza nella Cost. le norme dei Patti.


- L’inserimento dell’ art. 1 del Trattato nella Cost. avrebbe dato la prevalenza della religione
cattolica, non conciliabile con i principi di libertà e laicità.
- Il contrasto insanabile tra alcune norme dei Patti e alcune della Cost.
- La cristallizzazione della posizione giuridico-plitica dei rapporti tra Stato e Chiesa.

Lo Stato con la stipulazione dei Patti aveva dato vita con la Santa Sede ad un rapporto
internazionale, avendone anche riconosciuto la piena sovranità e l’impegno questo rapporto
era entrato a far parte dell’ordinamento italiano. Ora si chiedeva di far diventare tale rapporto
con la Chiesa anche un impegno a carattere costituzionale. La svolta dei lavori si ebbe nel

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1946 quando Togliatti propose tre artt. riguardanti l’indipendenza e la sovranità dello Stato nei
confronti di ogni organizzazione ecclesiastica o religiosa; il riconoscimento della sovranità
della Chiesa e dei loro rapporti in termini concordatari. Dossetti in accordo con Togliatti
comunicò che l’argomento poteva rappresentare un’utile base di discussione, ma affermò che
non si potesse non introdurre nella costituzione un riconoscimento ai Patti Lateranensi.
Si stava costruendo un compromesso politico, che con qualche ulteriore modifica diventò
l’attuale art. 7 Cost. Dopo l’introduzione di questo art. in sede di Commissione si iniziò a
discutere su due situazioni;
- Il problema del rapporto tra lo Stato e la Chiesa (contenuto nel comma 1 dell’art. 7 Cost.) -
Il richiamo esplicito ai Patti lateranensi (contenuto nel comma 2 dell’art. 7 Cost.)

- rapporto Stato-Chiesa: Dossetti ritenne che la norma approvata aveva un significato


giuridico-politico che raggiungeva l’obiettivo di riconoscere l’originarietà
dell’ordinamento giuridico della chiesa cattolica affermandone l’indipendenza e la
sovranità. Per Dossetti ordinamento originario è qualsiasi ordinamento che non fa
derivare il proprio fondamento da un altro ordinamento.

- Richiamo esplicito ai Patti lateranensi: Dossetti rilevò l’inevitabile affermazione del


principio della bilateralità necessaria della disciplina dei rapporti fra le due società , che si
pongono su un piano di parità. Il comma 2 secondo Dossetti doveva essere inteso come
una norma strumentale, una norma di produzione giuridica.

2. L’interpretazione della norma costituzionale:

Durante i lavori dell’Assemblea costituente, un’attenzione particolare va riservata al problema


della definizione del rapporto tra il nuovo Stato italiano democratico e la chiesa cattolica, con
rilievo alla formula contenuta nel comma 1 dell’art 7 cost. collocato fra i principi fondamentali
della costituzione. Successivamente l’Assemblea costituente ha posto molta attenzione al
comma 2 dell’art 7 cost.

- il comma 1: lo stato e la chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti
e sovrani. Prendendo in esame tale comma si può ritenere che la Chiesa si trova in una
situazione di non dipendenza dallo stato quando opera nel suo proprio ordine. Secondo il
diritto canonico per giurisdizione ecclesiastica si intende l’insieme dei poteri di governo
che, per istituzione divina, competono alla Chiesa, nei confronti dei fedeli battezzati.
La lettura del comma 1 dell’art 7 cost. è stata fatta in funzione dell’identificazione del
sistema di relazioni tra i due enti, e gli elementi fondamentali che hanno permesso
l’interpretazione della norma sono essenzialmente:
1) la necessità e la difficoltà di definire il più possibile che cosa si intenda per ordine dello
Stato e della Chiesa
2) a chi spetti la competenza delle competenze
3) se, data la proclamazione dell’indipendenza e della sovranità reciproche, sia
giuridicamente impossibile il ricorso a mezzi di natura diversa da un concordato o da un
accordo per la disciplina di interessi ritenuti comuni o se dal testo possa risultare un
principio separatista.

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1) Per quanto concerne la definizione dell’ordine di esecuzione dello Stato e di quello
della Chiesa va precisato che “ordine” non sta per ordinamento giuridico, ma acquista
rilevanza su questo piano l’esercizio della giurisdizione, cioè l’insieme dei poteri di
governo, riconosciuti alla chiesa cattolica per volere divino, nei confronti dei fedeli
battezzati, quale funzione essenziale dell’ordinamento della Chiesa. Quando si fa
riferimento all’ordine della Chiesa ci si riferisce alla libertà delle istituzioni e degli
organi che operano secondo l’ordinamento canonico per il raggiungimento di fini
spirituali.
2) Il problema della competenza delle competenze va precisato affermando che nessuno
stato ha mai riconosciuto alla chiesa il potere di tracciare quella linea divisoria e che
ogni concessione fatta alla Chiesa con il regime concordatario non comporta certo quel
potere. La chiesa non ha mai rivendicato poteri di sindacato sui processi normativi statali
o sulle pronunce emanate da organi dello Stato.
3) Se sia inevitabile il principio dell’accordo o sia percorribile la via separatista, a
questa problematica si può rispondere argomentando dal testo dell’art 13.2 della legge n.
121/1985 Accordo di Villa Madama. Dalla norma si evince che potranno essere
identificate nuove materie, diverse da quelle disciplinate dall’Accordo e che potranno
essere oggetto di regolamentazione bilaterale ma lo Stato non si è obbligato, viene fatta
salva la potestà dello Stato di intervenire su materie non regolate dall’Accordo di Villa
Madama, infine non si esprime nessun intendimento separatista ma si assegna ad un
testo concordato il compito di organizzare la collaborazione fra Stato e Chiesa di cui si
avverte l’esigenza.

- Il comma 2: In conformità con il comma 1, i rapporti fra stato e chiesa cattolica sono
regolati dai Patti Lateranensi individuati. Come affermava Dossetti tale comma ha valore
di norma strumentale, cioè una norma che non ha a oggetto i precetti contenuti nel
Trattato ma solo la previsione che eventuali norme dirette a modificare le disposizioni
devono essere prodotte con l’iter dell’accordo bilaterale. In sostanza due sono i contenuti
di questa disposizione; 1) I Patti
Lateranensi sono lo strumento riconosciuto per continuare a regolare i rapporti tra lo
Stato e la Chiesa cattolica, 2) è tenuta presente l’esigenza di apportare modificazioni ai
Patti e ciò potrà avvenire d’intesa fra le Parti e senza procedimento di revisione
costituzionale.

3. Libertà di organizzazione delle confessioni di minoranza:

La costituzione ha consacrato il regime di legittimità del pluralismo religioso e confessionale


stabilendo un regime di libertà con una specifica norma, l’art.8.1 cost. “tutte le confessioni
religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Parlando di confessioni di minoranza, o
come dice la costituzione diverse dalla cattolica, non si intende discriminare tali confessioni ma
si deve tenere conto della situazione di parità per quanto concerne le garanzie di libertà
riconosciute a tutte le confessioni.

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Le questioni poste in dottrina sul regime giuridico di libertà sono molte e tutte volte a darne
attuazione, come ad esempio l’art 8.2 cost. che sancisce: “le confessioni religiose diverse dalla
cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con
l’ordinamento giuridico italiano”. Tale norma fa riferimento alle confessioni e non alle
associazioni, a meno che il regime associazione non sia utilizzato per indicare una vera e
propria confessione religiosa. La garanzia posta da questa norma costituzionale riguarda sia le
confessioni che hanno stipulato Intese con lo stato, sia quelle che sono senza Intese.

a) Le confessioni religiose come ordinamenti giuridici; Quando si dice che le


confessioni hanno diritto di organizzarsi, si intende che lo Stato ipotizza che esse
diano vita ad un ordinamento giuridico, ma non prevede che ne diano sempre vita
visto che molte confessioni potrebbero configurarsi come comunità meramente
spirituale non governata da regole giuridiche e senza l’adozione di modelli
istituzionali. In questo caso lo Stato non pone alcun obbligo sul tipo di
organizzazione da attuare, le confessioni sono libere di adottare statuti o di non
adottarli, quindi di esercitare o non tale diritto; lo Stato non opera alcuna
imposizione, non esige che tutte le confessioni diano vita ad
un’organizzazione. Nel caso in cui una confessione decide di dotarsi di
un’organizzazione giuridica e di adottare un proprio statuto significa che essa
costituisce un’organizzazione distinta dagli individui che la compongono, che è
in grado di porre regole di comportamento vincolanti per i propri aderenti e di
assicurarne la rappresentanza. L’ordinamento giuridico di una confessione
religiosa non entrerà a far parte dell’ordinamento giuridico dello Stato ma avrà
rilevanza nello stesso. L’ordinamento giuridico della confessione religiosa nasce
dall’impulso organizzatorio di un gruppo sociale e non dallo Stato, per questo è
originario. Un altro interrogativo che si pone: quale è la differenza esistente fra
l’ordinamento giuridico proprio della Chiesa cattolica e quello di un’altra
confessione religiosa presente nel nostro ordinamento giuridico? La risposta è
data dall’opinione secondo la quale, pur nella solennità formulata dall’art 7.1
cost. a proposito della chiesa cattolica, i due tipi di ordinamenti giuridici sono
identici nell’essenza. Anche se questa è l’opinione diffusa, non sembra possibile
dar senso a tale risposta, perché che tutti siano ordinamenti originari, e che non
ripetono la loro origine dall’ordinamento dello stato non può essere messo in
discussione, ma mentre l’ordinamento giuridico della Chiesa cattolica è un
ordinamento sovrano, l’ordinamento giuridico delle altre confessioni non lo è.
Questo si evince dall’art 8.2 cost. che sancisce che l’ordinamento giuridico delle
altre confessioni religiose non può contrastare con l’ordinamento giuridico dello
Stato, mentre nell’art 7.1 cost. si riconosce allo stato e alla chiesa cattolica la
qualifica di enti sovrani e questo fa si che i loro rapporti debbano essere regolati
secondo le regole del diritto internazionale. In conclusione; il rapporto tra lo
Stato e la Chiesa cattolica è da considerarsi di diritto esterno, in quanto
regolato dal diritto internazionale che è diverso da quello dello Stato e da quello
della Chiesa, mentre il rapporto tra lo Stato e le altre confessioni religiose è da
considerarsi di diritto interno, in quanto la sua regolamentazione si ha
all’interno dell’ordinamento dello Stato. Questo comunque non comporta
limitazioni all’esercizio della libertà religiosa.

21
b) Il potere statutario; la confessione religiosa è titolare del potere statutario che
può esercitare ma che può anche non esercitare. La confessione si può
organizzare secondo il proprio statuto che rappresenta la carta costituente e
contiene le finalità proprie della confessione, l’indicazione degli organi che la
compongono, il loro funzionamento e le loro competenze, le modalità di
amministrazione dei beni, delle risorse finanziare. La piena tutela dell’interesse
religioso a portato il riconoscimento a tali confessioni di emanare leggi
secondarie capaci di rilevanza giuridica purché non contrastanti con
l’ordinamento statale. Il riconoscimento della capacità delle confessioni religiose
di dotarsi di propri statuti corrisponde all’abbandono da parte dello stato della
pretesa di fissarne direttamente i contenuti o di esercitare un potere di ingerenza.

c) L’autonomia delle confessioni; Il riconoscimento del potere statutario delle


confessioni religiose da ad esse un potere autorganizzatorio, di
autoregolamentazione dei propri interessi, autonomia normativa. Tale autonomia
si manifesta con l’istituzionalizzazione dei modelli organizzativi, consentendo di
instaurare rapporti con altri soggetti attraverso le rappresentanze.

d) Il limite al potere statutario; Esso è rappresentato dal contrasto con


l’ordinamento giuridico dello Stato. Il limite riguarda il potenziale pregiudizio
che potrebbe derivare, all’interesse pubblico e agli interessi protetti dei singoli,
dagli obblighi imposti agli aderenti o da mezzi di azione previsti e adottati.
Questa considerazione è importante perché bisogna tenere presente che oltre alle
confessioni religiose da tutti rispettate e venerate, potrebbero sorgere anche culti
strani e bizzarri. In questo caso rimane per tutti il limite del compimento dei riti
contrari al buon costume per l’esercizio della libertà religiosa.

4. Le Intese:

L’art. 8.3 cost. regola i rapporti delle confessioni religiose diverse dalla cattolica e sancisce: “ i
rapporti delle confessioni diverse dalla cattolica con lo Stato sono regolati per legge sulla base
delle Intese con le relative rappresentanze”. Quindi dalla norma in esame si evince che
l’ordinamento costituzionale prevede la possibilità di dar vita ad un regime giuridico riservato
alle confessioni di minoranza e organizzato secondo il modello enunciato da essa, cioè;
l’ordinamento giuridico delle confessioni di minoranza è costituito da una legge dello Stato
emanata sulla base di un’Intesa preventivamente stipulata tra il competente organo dello
Stato e la legittima rappresentanza della confessione. In conclusione è la legge lo strumento
indicato dalla costituzione per regolare il rapporto tra lo Stato e la confessione religiosa, e
i suoi contenuti sono concordati bilateralmente.

a) I lavori preparatori: (vd. Libro.)

b) Che cosa sono le Intese: La parola indica accordi su interessi, ma è divenuta un termine
tecnico per indicare uno strumento di regolamentazione delle situazioni giuridiche.
L’intesa ha la funzione di costituire un presupposto o una condizione di legittimità
costituzionale, in quanto il legislatore non potrebbe avviare nessun procedimento

22
legislativo in materia di rapporti con una confessione religiosa diverse dalla
cattolica senza un preventivo accordo. La stipulazione delle Intese con le altre
confessioni mira a realizzare un trattamento analogo a quello della Chiesa cattolica. La
natura giuridica dell’Intesa si può definire come una convenzione di diritto pubblico
interno, cioè un accordo stipulato fra lo Stato, che è un ordinamento giuridico primario
e sovrano, e una confessione religiosa che è un ordinamento giuridico originario ma non
sovrano. Si discute spesso di identificare l’esatta differenza tra un’Intesa e un Accordo
stipulato dalla Santa Sede con lo Stato.

- Accordo stipulato dalla Santa Sede; è una convenzione di diritto esterno perché posta
secondo norme relative alla loro formazione e alla loro validità che sono esterne ai due
ordinamenti sovrani, cioè norme proprie del diritto internazionale.
- Intese; l’ordinamento giuridico di una confessione religiosa diversa dalla cattolica non si
considera in alcun modo come sovrano, poiché è regolata da norme di diritto dello Stato,
decise bilateralmente.

c) Rapporto fra legge e Intesa: La costituzione prevede che dove si creino le condizioni
sia la legge dello Stato lo strumento per regolare i suoi rapporti con una confessione
religiosa. La legge di cui si parla all’art.8.3 cost. non può essere emanata se non sulla
base di un’Intesa raggiunta tra lo Stato e la confessione religiosa, l’espressione sulla
base sta ad indicare che se la legge dello Stato ci deve essere essa deve dare forza
normativa alle clausole concordate fra le due parti. La legge di approvazione
dell’Intesa è a tutti gli effetti una legge dello Stato, è una legge ordinaria, ma nella
gerarchia delle fonti vanta una particolare resistenza in quanto condizionata da un
presupposto, l’Intesa, costituzionalmente previsto. Durante il dibattito in sede
parlamentare sull’approvazione delle Intese non si possono accogliere emendamenti o
modifiche se non con l’ulteriore accordo dell’altra parte interessata.

d) Chi negozia e chi stipula le intese: Le parti abilitate al negoziato sono; da un lato il
Governo, nel caso in cui l’intesa riguardi una specifica materia la responsabilità è
investita dal Ministro competente per materia. Successivamente si ha la verifica delle
clausole e la valutazione di opportunità che spettano al Parlamento che approva la legge.
Dall’altro lato, la capacità di negoziare e stipulare Intese spetta alle confessioni religiose
che presentano una struttura istituzionale e un’organizzazione interna. Solo sulla base
di queste condizione si possono avere le rappresentanze di cui parla la costituzione,
abilitate ad avviare i negoziati e a firmare il testo concordato.

e) Le Intese stipulate: Al momento sono state stipulate solo sei Intese; - Chiese
rappresentate dalla Tavola Valdese.
- Unione Italiana delle Chiese cristiane avventiste del 7° giorno.
- Assemblee di Dio in Italia.
- Unione delle comunità ebraiche italiane.
- Unione cristiana evangelica battista d’ Italia. - Chiesa evangelica luterana in Italia.

5. I contenuti delle Intese:

23
Al momento si può affermare che esiste una certa analogia tra l’accordo stipulato con la
Chiesa cattolica nel 1984 e le Intese, ferme restando alcune diversità. Ma una generale e
significativa analogia esiste tra i contenuti delle diverse Intese, e per comprendere meglio il
senso si devono tenere presenti alcuni punti:

- Le trattative tra lo Stato e le confessioni religiose, compresa la chiesa cattolica sono state
condotte nell’intento di dare piena attuazione al principio della libertà religiosa (art.19
cost.)
- I negoziati sono stati dati nell’intento di dare piena attuazione al principio della uguale
libertà, art 8.1 cost. ed al principio sancito dall’art.20 cost. sul divieto di discriminazione
nei confronti di tutte le istituzioni di tutte le confessioni religiose.

Le materie regolate dalle Intese sono molteplici e tutte basate sul rispetto di questi due principi:

a) Autonomia e indipendenza dell’ordinamento confessionale; Con identica formulazione


lo Stato da atto all’autonomia delle confessioni religiose liberamente organizzate
secondo i propri ordinamenti.

b) Attuazione del principio di bilateralità; E’ un principio che il costituente ha posto a base


del rapporto tra lo Stato e tutte le confessioni. Esso è tenuto presente oltre che per la
stipulazione e conclusione di accordi anche per l’elaborazione e emanazione di norme di
attuazione della legge, per un nuovo esame dei contenuti delle Intese dopo un
determinato periodo di tempo, per dar corso a modifiche dell’Intesa o a nuove Intese
anche integrative.

c) Ministri di culto; Questa espressione indica la qualifica civilistica riservata ai soggetti


che nelle confessioni religiose svolgono particolari funzioni istituzionali. Per tutte le
confessioni è sancita la piena libertà di nomina dei propri ministri di culto senza alcuna
ingerenza statale con il conseguente libero esercizio del loro ministero.

d) Assistenza spirituale; In attuazione delle leggi dello Stato viene confermato il libero
esercizio della libertà religiosa e delle pratiche di culto garantendo l’assistenza spirituale
e religiosa. E’ fatto obbligo ai responsabili negli ospedali e case di cura retti da
Comunità ebraiche di soddisfare le richieste di coloro che appartenessero ad altra
religione.

e) Celebrazione del matrimonio; Lo Stato, attesa la pluralità dei sistemi di celebrazione


cui si ispira il suo ordinamento, riconosce gli effetti civili al matrimonio celebrato
secondo il rito di tutte le confessioni religiose che hanno stipulato intese con lo Stato.

f) Libertà di istituzione di scuole; Gli istituti di istruzione facenti capo a tutte le


confessioni religiose possono concorrere alle forme di finanziamento, nazionale o
regionale, previste dalle leggi.

g) Cultura religiosa nella scuola statale; Questa è la materia dove è più evidente la
diversità di regime tra la Chiesa cattolica e le altre confessioni religiose le quali non
svolgono un normale insegnamento religioso relativo alla propria fede nelle scuole dello

24
Stato. Nelle Intese sono state comunque evidenziate delle garanzie che risultano di
carattere generale considerato che si tratta di leggi dello Stato:
- Il diritto di tutti di non avvalersi di insegnamenti religiosi.
- L’insegnamento religioso non deve avvenire in orari che possono risultare discriminanti.
- Non siano previste forme di insegnamento religioso diffuso nello svolgimento di altre
discipline.
- Non possono essere richiesti agli alunni pratiche religiose o atti di culto.
- Nelle Intese viene assicurato agli incaricati delle varie confessioni religiose di rispondere
ad eventuali richieste provenienti dagli alunni, dalle loro famiglie, in relazione allo studio
del fatto religioso e delle sue implicazioni.

h) Libertà di professione, di organizzazione e di attività; garanzia riconosciuta in tutte le


Intese in attuazione dei principi fondamentali.

i) Libertà per le affissioni, per la distribuzione di pubblicazioni a carattere religioso e per


la raccolta di collette; che può avvenire all’interno o all’esterno dei luoghi di culto.

j) Regime degli edifici di culto; Tutte le Intese, ad eccezione della Valdese, prevedono il
divieto di occupazione, espropriazione, requisizione, demolizione degli uffici aperti al
culto, se non per gravi pericoli e previo accordo con gli organi delle confessioni. Inoltre
è previsto il divieto di ingresso della forza pubblica negli edifici di culto senza preavviso
e senza l’accordo con i responsabili.

k) Tutela dei beni culturali; E’ sancito in tutte le Intese il principio della collaborazione fra
Stato e confessione per la tutela de beni afferenti al patrimonio storico e culturale.

l) Servizio militare; Ad eccezione di alcune, le Intese prevedevano agevolazioni per quanto


riguardava l’obiezione di coscienza al servizio militare, il servizio civile sostitutivo,
l’esenzione del servizio militare per i ministri di culto e il rinvio per gli studenti di
teologia. Ora dopo la legge 331 del 2000 risulta tutto cambiato, poiché essa ha dettato
norme che sospendono l’obbligatorietà del servizio militare e del servizio civile
sostitutivo a partire dal 1 gennaio 2005.

m) Riconoscimento dei titoli accademici; Sono previsti riconoscimento per alcuni titoli
accademici relativi a materie teologiche e bibliche rilasciati dagli istituti di livello
universitario propri delle confessioni religiose.
Infine, norme particolari sono previste in alcune Intese per esigenze specifiche solo di alcune
confessioni:

- Tutela penale; Valdesi, Assemblee di Dio, Unione battista, ritengono che la fede e il
sentimento religioso non necessitano di tutela penale.
- Festività e riposo sabbatico.
- Cimiteri: a tutela delle esigenze dei fedeli che aderiscono a una determinata confessione.
- Emittenti radiotelevisive; l’ordinamento radiotelevisivo si informa ai principi di libertà di
manifestazione del pensiero e del pluralismo.

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6. Il regime giuridico delle confessioni senza Intese:

Sono molte le confessioni che sono soggette al diritto comune perché o non ritengono
opportuno o necessario richiedere la stipulazione di un Intesa o perché non vi sono le
condizioni idonee per addivenire ad un accordo. I testi normativi base rimangono la legge 29
giugno 1929 n. 1159, il R.D.28 febbraio 1930 con le norme di attuazione. Si tratta di testi
emanati dopo la conclusione dei Patti lateranensi con la Chiesa cattolica, destinati a rinchiudere
in una rigida disciplina giuridica gli altri culti ammessi nello Stato.

Cap. 6: L’Italia e la Santa Sede

1. La stipulazione del Trattato del Laterano:

Con l’evento militare del 20 settembre 1870, quando cioè Roma venne conquistata dall’esercito
Italiano, lo Stato pontificio venne considerato debellato, con l’occupazione della gran parte del
territorio ad eccezione della basilica di S. Pietro, dei giardini, e di quella parte della città al di là
del Tevere, fino a Castel S. Angelo, chiusa entro le mura Vaticane fatte erigere da Papa Leone
IV.
Questa parte della città non fu occupata dall’esercito Italiano e avrebbe potuto costituire ancora
un’entità statale. Questa era l’intenzione del Governo Italiano quando occupò Roma, ossia
lasciare allo Stato pontificio una parte di territorio dove poter continuare ad esercitare i suoi
poteri. Ma il plebiscito di annessione di Roma riguardò anche il quartiere che si trovava fuori
del complesso del Vaticano. Successive leggi sancirono che Roma e le provincie romane
facevano parte del Regno, che il Sommo Pontefice conservava la sua inviolabilità e le
prerogative sovrane, e che sarebbero state sancite le condizioni per assicurare l’indipendenza e
la libertà del Pontefice. Alla luce di questi fatti si iniziarono a predisporre i progetti di quella
che sarebbe stata la legge delle guarentigie del 13 maggio 1871 n. 214. La questione romana
( così definita dopo l’occupazione di Roma) consisteva nell’esigenza di regolare sia la
condizione giuridica del Papa, che si trovava privato del suo Stato, sia le relazioni tra lo Stato
italiano e la Santa Sede.
Le difficoltà per risolvere queste problematiche erano rappresentate dall’intransigenza del Papa
Pio IX, che considerava l’occupazione di Roma come un’usurpazione che lo rendeva
prigioniero, e dalla soluzione che doveva essere adottata per rendere visibile l’indipendenza del
Pontefice e della sua attività di governo che aveva sede a Roma divenuta capitale del Regno
d’Italia e città nella quale doveva essere garantita la coesistenza del Papa e del Re. Lo Stato
Italiano aveva ritenuto di risolvere questa questione con la legge delle guarentigie del 1871,
perché il suo oggetto principale era quello di garantire l’indipendenza del Papato. Data
l’importanza che ebbe questa legge, il Consiglio di Stato, aveva affermato che essa dovesse
essere considerata come legge fondamentale dello Stato, alla stregua dello Statuto del
1848( Statuto Albertino). Essa aveva cercato di armonizzare le diverse esigenze affermando la
sovranità dello Stato su tutti i territori del debellato Stato Pontificio, inclusa tutta la città di
Roma e stabilendo una sorta di ius singulare, cioè uno speciale diritto relativo a singole
persone, per garantire al Papa che cessando di essere un sovrano politico per la caduta del
potere temporale veniva considerato un cittadino. La legge delle guarentigie permise alla Santa
Sede di continuare a svolgere la sua attività con la massima indipendenza e segnando anni
fulgidi per il papato. Ma essa era pur sempre una legge dello Stato, che manifestava il potere
unico di esso, e riconosceva alla Chiesa il diritto di rimanere a Roma, con privilegi per il

26
Pontefice e assicurando condizioni ritenute idonee. Quindi questa soluzione non fu la definitiva,
infatti agli inizi del 900 mentre maturavano le condizioni politiche per giungere alla più
conveniente soluzione del conflitto tra l’Italia e la Santa Sede, viene riservata attenzione al tipo
di strumento ritenuto più idoneo per assicurare l’effettiva indipendenza del Papato, senza
riprodurre il precedente potere temporale. La sistemazione dei rapporti tra lo Stato unitario e la
Santa Sede si è avuta con la stipulazione dei Patti Lateranensi, così chiamati perché firmati
nel palazzo del Laterano, l’11 febbraio del 1929.

Patti Lateranensi:

- Trattato: Con esso è stata regolata di nuovo la posizione della Santa Sede nei confronti
dell’ordinamento dello Stato Italiano.
- Concordato: Stipulato congiuntamente, sono state regolate le condizioni della Chiesa e
della religione in Italia. Modificato sostanzialmente nel 1984.
- Convenzione finanziari: Allegata al trattato, per la liquidazione dei crediti della Santa
sede verso l’Italia.

La stipulazione dei patti lateranensi portò da un lato lo Stato Italiano, che annullava la
situazione giuridica sancita con la legge delle guarentigie, dall’altro lato, la Santa Sede
riconosciuta sovrano internazionale e che governa e rappresenta la Chiesa cattolica,
vedendosi garantita la piena proprietà e giurisdizione dello Stato della Città del Vaticano.
La stipulazione dei patti lateranensi ebbe luogo in un particolare contesto storico, poiché dopo
aver consolidato il suo potere, il regime fascista chiuse la questione romana e recepì
un’opinione popolare favorevole alla Chiesa. Da parte sua la Chiesa, concordando con il
governo totalitario, decise di chiudere con il regime fascista il contenzioso che esisteva con lo
Stato Italiano. Il regime le offriva con il Concordato condizioni giuridiche favorevoli, diverse
da quelle offertegli dai precedenti regimi succedutisi dopo l’unità d’Italia, riguardanti materie
molto importanti per essa; come il matrimonio, gli enti ecclesiastici, l’insegnamento religioso, il
riconoscimento ufficiale della
religione cattolica. Da qui la grande importanza politica dei Patti lateranensi e della
Conciliazione.
In effetti il Trattato del Laterano ha costituito un Trattato di pace, destinato a chiudere il
conflitto durato circa 60 anni; un Trattato con il quale la Santa Sede rinunciava ai suoi
diritti sovrani sui territori occupati dall’Italia, ad eccezione di quella porzione sul quale
costituiva una nuova entità statale, cioè lo Stato della Città del Vaticano.
Come si è visto nel 1929 sono stati firmati due Atti, ma questo non deve distogliere circa la loro
natura giuridica che è la stessa, tanto che entrambi gli Atti sono stati dati esecuzione dalla stessa
legge; legge 27 maggio 1929 n. 810, risultano formalmente. Sarebbe stato inimmaginabile
stipulare un Trattato per chiudere la questione romana e non regolare con atto autonomo la
situazione della Chiesa in Italia che era stata fortemente condizionata dalla questione romana.

2. Gli obiettivi del Trattato:

Gli obiettivi che le Parti contraenti si sono posti stipulando il Trattato sono espressi nel
Preambolo e confermati nell’Art. 26:

27
- Assicurare alla Santa Sede in modo stabile una condizione di fatto e di diritto tale da
garantirle l’assoluta e visibile indipendenza per il compimento della sua missione.
- Per assicurare alla Santa Sede l’assoluta e visibile indipendenza si riconosceva la necessità
di garantirle una sovranità indiscutibile pur nel campo internazionale, costituendo allo
scopo la Città del Vaticano.
- Da parte della Santa Sede si esprimeva il conseguente riconoscimento che la questione
romana poteva considerarsi composta in modo definitivo e irrevocabile.

Posti tali obiettivi nel preambolo e con la solenne dichiarazione contenuta nell’art. 26 la Santa
Sede
:

- riconosceva che con gli Accordi sottoscritti le veniva assicurato adeguatamente quanto le
occorre per provvedere con libertà e indipendenza al governo pastorale di Roma e della
Chiesa in Italia e nel mondo
- considerava definitivamente e irrevocabilmente composta e eliminata la questione romana
- riconosceva il Regno d’Italia sotto la dinastia di Casa Savoia con Roma capitale. A sua
volta l’Italia riconosceva lo Stato della Città del Vaticano sotto la sovranità del Sommo
Pontefice.

3. La sovranità della Santa Sede:

Con l’art 2 del Trattato Lateranense l’Italia riconosce: “la sovranità della Santa Sede nel
campo internazionale come attributo inerente alla sua natura, in conformità alla sua tradizione
ed alle esigenze della sua missione nel mondo”. E’ una sovranità di natura religiosa e spirituale,
inoltre con tale art l’Italia ha concesso il riconoscimento di una sovranità che alla Santa Sede
compete e non perché essa glie l’abbia concessa. L’ordinamento giuridico proprio della Chiesa
cattolica, che possiamo denominare diritto canonico, fondato sui principi teologici e religiosi,
governa l’istituzione ecclesiastica che è una società di persone umane battezzate, a dimensione
universale e gerarchicamente ordinata.
Secondo l’ordinamento canonico la Santa Sede ha prerogative e diritti quale supremo potere
universale della Chiesa cattolica; le compete un primato posto a fondamento della Chiesa con
la pienezza dei poteri necessari per governarla. I canoni 331 e 331 del cod. canonico
sanciscono giuridicamente il principio teologico del pontificio sempre affermato e fatto valere,
il codice canonico sancisce; potestà ordinaria, suprema, piena immediata, e universale
propria del Pontefice. La sovranità riconosciuta al Papa, capo della Chiesa, è una sovranità
spirituale, e da essa scaturisce la reale personalità internazionale della Chiesa cattolica, la
dottrina canonica ritiene che tale sovranità, effettiva e inalienabile, esisteva prima che fossero
posti i principi del diritto delle genti, poiché il Papa anche se privato di ogni sovranità
territoriale si è presentato da sempre e sempre riconosciuto come un sovrano effettivo e
dunque poi soggetto di diritto internazionale. La sovranità della Santa Sede che è qualificata
come religiosa, universale, umanitaria, è considerata, come recita l’art.2 del Trattato
Lateranense, un attributo inerente alla sua natura, cioè alla natura della Chiesa cattolica che è
società spirituale, governata dal Sommo Pontefice titolare di tutte le sacre potestà. Il carattere
spirituale della sovranità riguarda la natura e le finalità proprie della Chiesa, e la cura e il
soddisfacimento degli interessi spirituali dei battezzati.

28
Alla Santa Sede viene riconosciuta, sempre in virtù dell’art. 2 del Trattato lateranense, la
sovranità in conformità alla sua tradizione, infatti tale sovranità fin dalle origini si è
manifestata effettiva e inalienabile.
La sovranità spirituale è riconosciuta dalla Santa Sede nell’art 2 del Trattato anche in
conformità alle esigenze della sua missione nel mondo, vale a dire la diffusione del Vangelo e
la conseguente attività pastorale. L’attività pastorale svolta nel mondo dalla Chiesa cattolica è
caratterizzata dall’indipendenza nei confronti delle autorità politiche, qualità che le consente di
attivarsi nella comunità delle nazioni perseguendo interessi di natura religiosa a livello
internazionale. La Santa Sede oggi si colloca in una posizione paritaria con gli altri soggetti,
rispettandoli, dialogando, negoziando con essi. In passato la dottrina canonica tradizionale
relativa alla Chiesa sosteneva che in forza del diritto divino la Chiesa e la Santa Sede dovessero
occupare una posizione preminente e superiore a quella degli altri membri della comunità
internazionale. Nell’epoca contemporanea questa visione è stata abbandonata, infatti va detto
che la regolamentazione giuridica internazionale è ispirata dal principio fondamentale
dell’uguaglianza sovrana e della parità di tutti i membri della comunità internazionale,
pertanto la Chiesa e alla Santa Sede non può essere riconosciuta nessuna posizione di
preminenza e superiorità rispetto agli altri membri. La sovranità è l’attributo che
consente alla Santa Sede di essere parte a pieno titolo dell’attività internazionale e, data la
sua natura, con una garanzia di imparzialità.

4. Lo Stato della città del Vaticano: uno “Stato atipico”

Gli artt. 3.1 e 4 del Trattato lateranense presentano una garanzia politica di fondamentale
importanza, con la previsione della costituzione dello Stato della Città del Vaticano. E’ stata
riconosciuta alla Santa Sede la piena proprietà, l’esclusiva ed assoluta potestà e
giurisdizione sovrana sul Vaticano. Si tratta di un territorio di modeste dimensioni (0,44 kmq)
con poche centinaia di residenti; il territorio comprende la basilica di S. Pietro e la piazza, il
palazzo apostolico residenza del Papa, altri palazzi ed edifici circostanti, nonché i giardini.
Il territorio è sottratto ad ogni ingerenza dello Stato Italiano Il territorio del piccolo Stato è di
proprietà dell’ente sovrano, esso va concepito come uno stato-patrimonio del sovrano e in
esso non esiste il concetto di proprietà privata. Lo Stato della Città del Vaticano costituisce un
enclave nel territorio italiano, cioè un territorio tutto circondato da altri Stati e senza il libero
sbocco al mare. Da un punto di vista internazionale la cosa più rilevante è la possibilità delle
libere comunicazioni che lo stato enclave deve avere con gli altri stati confinanti. La struttura
dello Stato Vaticano è di difficile collocazione negli schemi giuridici tradizionali a causa di
alcune anomalie:

29
-
Anche se minuscolo lo Stato Vaticano è un enclave addirittura all’interno della città di
Roma quale capitale d’Italia.
- La piena proprietà sul territorio Vaticano riconosciuta alla Santa Sede, oltre che la piena
giurisdizione.
- Lo Stato Vaticano veniva costituito non con fine a se stesso ma avente come fine la libera
attività della Santa Sede, soggetto sovrano e stipulante.

A parte queste anomalie con i Patti Lateranensi del 1929 si volle realizzare uno strumento che
rendesse visibile l’indipendenza della Santa Sede dallo Stato italiano e consentisse al Papa
di presentarsi in piena libertà e come Capo della Chiesa universale effettivamente
indipendente anche dallo Stato Italiano. Lo strumento identificato è stato quello della
costituzione del minuscolo Stato del Vaticano.
Un ulteriore elemento di chiarezza ci viene da quanto descritto nel Documento di Giovanni
Paolo
II; una comunità particolare detta Curia Romana. Il pontefice ha parlato espressamente di uno
Stato atipico, e forse questa è l’indicazione più precisa per indicare lo Stato Vaticano. I punti
salienti dell’esposizione del Pontefice che lo hanno portato a dare questa definizione allo Stato
della Città del Vaticano sono:

- La Santa Sede ha una natura specifica, non ha la configurazione delle vere entità statali, lo
Stato Vaticano è intimamente legato alla Santa Sede.
- Lo Stato Vaticano è sovrano ma non possiede tutte caratteristiche di una società politica.
- Lo Stato Vaticano è uno stato atipico poiché esiste a convenienza della garanzia
dell’esercizio della libertà della Santa Sede.
- Lo Stato Vaticano non possiede una propria società per il cui servizio sia stato costituito e
non si basa su forme di azione sociale che sono tipiche di ogni altro Stato.
- Le persone che coadiuvano la Santa Sede o che cooperano al governo nello Stato Vaticano
non sono suoi cittadini, non hanno diritti e oneri che scaturiscono dall’appartenenza ad
uno Stato.
- La Santa Sede non sviluppa un’attività economica propria di uno Stato.
- La base primaria per il sostentamento della Santa Sede oltre che dai cespiti costituiti da
quanto rimane dei fondi come indennizzo del Governo italiano nel 29, è rappresentato
dalle offerte spontanee dei cattolici di tutto il mondo.

Lo Stato Vaticano anche se atipico è da considerarsi una organizzazione politica pienamente


sovrana e viene riconosciuta anche una soggettività internazionale distinta da quella della Santa
Sede.
Nel 1929 furono emanate da Papa Pio XI le prime sei leggi dello Stato Vaticano, e tra queste la
legge fondamentale dello Stato della Città del Vaticano, tale legge è stata poi sostituita dalla
nuova legge fondamentale dello Stato promulgata da Papa Giovanni Paolo II nel
novembre del 2000. Secondo tale legge il Sommo Pontefice, Sovrano dello Stato Vaticano, ha
la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo, giudiziario. Tali poteri non si devono però
confondere con la potestà suprema, piena, immediata e universale del Pontefice. Si potrebbe
definire, usando la terminologia politica, che lo Stato Vaticano è una monarchia assoluta, in
quanto nell’unico organo supremo dello Stato si concentrano i tre poteri, ma per il Diritto
Divino è da escludersi nella Chiesa una costituzione democratica.

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-
Ma potrebbe trattarsi, in secondo luogo anche di una monarchia elettiva, in quanto il Sommo
Pontefice è sempre stato eletto pur se con modalità diverse.
Fra le leggi emanate nel 1929 da Papa Pio XI di particolare rilievo sono le leggi sulle fonti del
diritto;

- il codice di diritto canonico


le costituzioni apostoliche
- le leggi emanate per la Città del Vaticano dal Pontefice
- i regolamenti emanati dalle autorità competenti

Il governo dello Stato Vaticano si organizza:


1. Alla Pontificia Commissione cardinalizia per lo Stato della Città del Vaticano
compete il potere legislativo, con mandato quinquennale, per l’emanazione di leggi,
regolamenti. E’ presieduta da un cardinale e composta da altri cardinali. Il presidente
della Commissione esercita il potere esecutivo in collaborazione con la Commissione,
2. Il Consigliere Generale e i Consiglieri di Stato costituiscono un organo consultivo e
prestano la loro assistenza nell’elaborazione delle leggi e in altre materie.
3. Esiste un apparato amministrativo detto Governatorato al quale fa capo il corpo di
vigilanza dello Stato.
4. Con legge del 1988 sono stati regolati gli organi di potere giudiziario dello Stato. La
legge prevede il giudice unico, il tribunale, la Corte d’Appello e la Corte di Cassazione
che esercitano le competenze in nome del Pontefice.
5. Il Segretario Generale oltre che coadiuvare il Presidente della Comm. Sovraintende
all’applicazione delle leggi e delle altre disposizioni normative e all’attività
amministrativa e del Governatorato.
6. L’ufficio del lavoro della Santa Sede è competente per le controversie relative al
rapporto di lavoro tra i dipendenti dello Stato e l’amministrazione.

5. Le garanzie dell’Italia alla Santa Sede:

Nelle clausole del Trattato sono presenti diverse garanzie in favore della Santa Sede e dello
Stato Vaticano che l’Italia doveva riconoscergli. Le garanzie presenti nel Trattato consistono in
assicurazioni per il compimento di atti o per l’osservanza di procedure mirati a dare
effettività ad impegni ed obblighi cui l’una parte intendeva adempiere nei confronti
dell’altra. La Santa Sede in questo ambito ha assunto impegni di natura giuridica e
politica.

5.1 Garanzie politiche e giuridiche generali:

a) la religione dello Stato;

L’Italia nell’art. 1 del Trattato riconosce e riafferma il principio consacrato dall’art. 1 dello
Statuto Albertino del 1848, cioè la religione cattolica, apostolica e romana è la religione dello
Stato. Con tale espressione lo Stato italiano si proclamava uno Stato cattolico. Tale clausola

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-
rendeva più forte la posizione della Chiesa cattolica in Italia, infatti si parlava di doveri dello
Stato cattolico nei confronti della religione ;

- la professione sociale e non soltanto privata della religione del popolo da parte dello Stato
- l’ispirazione cristiana della legislazione
- la difesa del patrimonio morale e religioso del popolo.

Dopo la stipulazione del Trattato il legislatore italiano aveva confermato l’impegno assunto
circa la qualificazione religiosa dello Stato prevedendo nel cod. pen. del 1930 i delitti contro
la religione dello Stato:

- vilipendio alla religione dello Stato


le offese alla religione dello Stato mediante vilipendio di persone
- offese alla religione dello Stato mediante vilipendio di cose - turbamento di
funzioni religiose del culto cattolico.

Si trattava di norme poste a tutela della religione cattolica e non del sentimento religioso come
avveniva nel cod. pen. del 1889. Nel cod. pen. esisteva un’altra norma posta a tutela della
religione dello Stato, l’art. 724.1 che consisteva nella punizione di chi avesse bestemmiato
pubblicamente contro la Divinità, o i simboli o le Persone venerate nella religione dello Stato.
Una sent. della corte costituzionale ha fatto decadere il riferimento ai simboli e alle persone
propri della religione dello Stato mentre il reato previsto dalla norma è stato trasformato in
illecito amministrativo. La Corte Cost. si è occupata più volte della tutela penale:

1. La corte ha mostrato di accettare che il codice penale del 1930 abbia assunto ad oggetto
autonomo di tutela penale l’idea religiosa in sé e ponendo la religione cattolica in una
posizione diversa dalle altre confessioni. Parlando di religione dello Stato la Corte
ritiene che si faccia riferimento alla circostanza che questa è professata dalla quasi
totalità della popolazione.
2. In un’altra sent. la Corte Cost. ha tentato di difendere le norme penali impugnate per
limitare l’ambito di operatività dell’art.21 cost. riguardante la libertà di manifestazione
del pensiero. Il sentimento religioso è uno dei beni costituzionalmente garantiti e la
previsione dell’art. 21 può risultare limitata solo se la condotta vilipendiosa si riferisca a
situazioni precise, come additare a pubblico disprezzo. Infatti secondo la Corte il
vilipendio della religione non si confonde con la discussione su temi religiosi, con la
critica, con l’espressione di dissenso da ogni concezione religiosa.
3. Successivamente la Corte ha affrontato la questione riguardante il p.1 del Protocollo
Addizionale all’Accordo del 1984, che sancisce che Si considera non più in vigore il
principio della religione cattolica come religione dello Stato. A questo punto la Corte si
è chiesta se tale principio svuotasse il significato dell’art. 1 del Trattato lateranense,
esaminata la questione la Corte ha stabilito che il significato di religione dello Stato ne
abbia acquisito uno nuovo cioè religione cattolica, in quanto già religione dello Stato.
4. Da ultimo la Corte, in una sent. del 2000, ha sancito l’illegittimità cost. dell’art. 402 cod.
pen. ( religione dello Stato), argomentando tale conclusione in forza dei principi di
uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di religione, uguale libertà davanti alla

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-
legge di tutte le confessioni religiose. Ora vige in sede penale una certa parità di tutela
del sentimento religioso.

b) La sovranità e la giurisdizione sulla Città del Vaticano:

Nel Trattato è prevista la costituzione dello Stato della Città del Vaticano, inteso come
strumento volto ad assicurare e rendere visibile la piena indipendenza del Pontefice
nell’esercizio del suo potere di Governo sulla Chiesa e lo Stato che è sotto la sua completa
giurisdizione. Ma alcune norme particolari riguardano il regime giuridico che interessa la
piazza S. Pietro, il regime riguarda alcune particolari deroghe alle garanzie fornite relative al
carattere sovrano del territorio vaticano. La piazza è a tutti gli effetti territorio vaticano, ma è
anche vero che non avrebbe senso considerare una piazza che ogni anno è meta di milioni di
persone come una qualsiasi zona di confine. Il regime giuridico prevede:

- la piazza è aperta al pubblico e soggetta a poteri di polizia e vigilanza italiane


- l’esercizio di questi poteri di polizia giunge fino ai piedi della scalinata della basilica;
infatti le autorità di polizia non possono accedere ad essa, salvo i casi in cui siano invitati
ad intervenire dalla competente autorità vaticana
nel caso in cui la piazza sia temporaneamente sottratta al libero transito pubblico le
autorità di ritireranno al di là del colonnato del Bernini.

c) Il diritto di legazione e il libero transito:

Nel Trattato costituiscono garanzie secondo le regole generali del diritto internazionale gli artt.
12 e
19. Il rinvio a tali regole contenuto anche nel cod. can. Dove si ricorda; il diritto nativo e
indipendente del Pontefice di nominare e di inviare suoi rappresentanti diplomatici nel rispetto
delle norme del diritto internazionale. Le garanzie offerte hanno come destinataria la Santa
Sede quale ente sovrano della Chiesa;

- Riconoscimento del diritto di legazione attivo e passivo che compete al pontefice, cioè il
diritto di inviare e ricevere rappresentanti diplomatici secondo le regole del diritto
internazionale.
- Riconoscimento delle prerogative e immunità degli inviati dei governi esteri presso la
Santa Sede.
- Riconoscimento della libertà di corrispondenza da tutti gli stati con la Santa Sede.
- Riconoscimento sul territorio Italiano dei diplomatici della Santa Sede e ai corrieri spediti
in nome del Pontefice.
- Riconoscimento della libertà di transito attraverso il territorio Italiano per i dignitari della
Chiesa, per i diplomatici della Santa Sede e degli Stati esteri munito dei documenti.

Le due parti si sono impegnate a costituire fra loro relazioni diplomatiche con l’accreditamento
di un ambasciatore presso la Santa Sede e di un nunzio presso il Governo italiano.

d) La cittadinanza e la residenza vaticana:

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-
La sovranità propria della Santa Sede e la costituzione dello Stato della Città del Vaticano
prevedono “ in conformità alle norme del diritto internazionale sono soggette alla sovranità
della Santa Sede tutte le persone aventi stabile residenza nella città del Vaticano” e queste
soltanto. Le persone che si trovano solo temporaneamente nella Città del Vaticano non possono
essere considerate dalla Santa Sede come soggette alla sua sovranità, se non nel senso in cui
ogni straniero è soggetto alla sovranità dello Stato in cui si trova. La residenza non si perde a
causa di una temporanea assenza dalla città del vaticano, non accompagnata dalla perdita
dell’abitazione in Vaticano. Per tutte le persone soggette alla sovranità della Santa Sede e non si
applicano le disposizioni della legge italiana o dello stato di appartenenza quando si trovano
fuori della città del Vaticano, poiché la cittadinanza vaticana è compatibile a quella dello Stato
a cui la persona appartiene. Un quadro completo su quella che è la cittadinanza vaticana ci
viene data dalla legge sulla cittadinanza emanata da Papa Pio XI dopo la stipulazione dei Patti.
Tale legge sancisce che sono cittadini vaticani:

- i cardinali residenti nella Città del Vaticano o in Roma


- coloro che risiedono stabilmente nella Città del Vaticano per ragioni di dignità, curia,
ufficio, impiego, quando la presidenza sia prescritta o autorizzata da Pontefice
- coloro che, indipendentemente dalle caratteristiche di ufficio, impiego, curia, dignità,
risiedono nella Città del Vaticano espressamente autorizzati dal Pontefice
- il coniuge, i figli, gli ascendenti, i fratelli, le sorelle, di un cittadino vaticano purché
convivente e autorizzati alle condizioni previste dalla legge

e) Le esenzioni in favore degli enti centrali:

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Gli enti centrali della Chiesa cattolica sono tutelati con il divieto di ogni ingerenza da parte
dello Stato italiano (art. 11 Trattato). In dottrina per molto tempo è stato pacifico riconoscere
come enti centrali le Congregazioni romane, i Tribunali, e gli Uffici della Santa Sede. Sono gli
enti che costituiscono la Santa Sede. Lo scarso rigore terminologico non ha risparmiato la
formulazione dell’art. 11 , infatti nella dottrina si sono poste alcune ipotesi; se sia necessario
distinguere gli enti centrali da quelli propri della Santa Sede e situati anche fuori Roma, se gli
enti centrali siano da considerarsi italiani o straneri. L’orientamento prevalente della dottrina è
che tali enti sia denominati centrali o pontifici, siano da considerarsi stranieri quindi sfuggono a
qualsiasi potere di intervento statale quando operano all’interno della Città del Vaticano o degli
edifici che godono della stessa immunità, mentre sono garantiti da ogni ingerenza da parte dello
Stato nel momento in cui operano in sedi esistenti nello Stato italiano.

5.2 Garanzie reali:

a) La proprietà e le immunità degli immobili:

Il regime giuridico in materia di immobili è mutato rispetto a quello previsto dalla legge delle
guarentigie. Le norme del Trattato prevedono quelle che in dottrina sono chiamate garanzie
reali. Viene riconosciuta la piena proprietà e non solo il godimento degli immobili. Gli
immobili, e gli altri edifici nei quali la Santa Sede in avvenire cercherà di sistemare altri suoi
Dicasteri, anche se situati nel territorio dello Stato italiano, godono delle stesse immunità
riconosciute al diritto internazionale.
Non saranno mai assoggettati a vincoli o ad espressione o ad espropriazioni per pubblica
utilità se non previo accordo con la Santa Sede, e saranno esenti da qualsiasi tributo sia
verso lo stato sia verso altri enti gli immobili:

- di proprietà della Santa Sede che godono delle immunità diplomatiche


- gli edifici annessi alla basilica dei Santi dei XII Apostoli
- gli immobili sedi dell’ università Gregoriana, degli Istituti Biblico ecc…

b) L’assetto urbanistico e i servizi:

Una garanzia è prevista circa l’assetto edilizio e urbanistico, nel senso che lo Stato italiano si
è impegnato a non permettere costruzioni nel territorio intorno alla Città del Vaticano, e
qualsiasi mutamento edilizio o stradale che possa interessare la città del Vaticano si farà di
comune accordo. Altre garanzie sono previste per quanto concerne l’organizzazione dei servizi
che riguardano i settori;
- comunicazione
- circolazione ferroviaria
- collegamenti telefonici, postali, telegrafici, radiotelefonici, radiotelegrafici -
circolazione di veicoli e aeromobili vaticani in territorio italiano

c) L’esenzione da dazi e diritti doganali:

L’art. 20 del Trattato contiene un’ulteriore garanzia in favore della Santa Sede, ossia
l’esenzione da dazi e diritti doganali sulle merci provenienti dall’estero e dirette alla Città del
Vaticano o ad altri istituti o uffici riferito alla Santa Sede situati fuori dal Vaticano.

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5.3 Garanzie personali:

a) La tutela penale per la persona del Pontefice:

Il Trattato prevede la stessa tutela che lo Stato Italiano aveva previsto nella legge delle
guarentigie, considerando sacra ed inviolabile la persona del Pontefice riserva la stessa tutela
penale riconosciuta al Capo dello Stato italiano. La dottrina penalistica ed ecclesiastica riserva
al Sommo Pontefice una incapacità penale generale cioè non solo la sua non punibilità come
soggetto ma anche l’impossibilità di costituire soggetto di imputazione in un qualsiasi illecito
penale.

b) Le garanzie e le esenzioni per i cardinali e altri dignitari ecclesiastici:

Alcune garanzie si riferiscono ad altri soggetti che ricoprono i più alti uffici ecclesiastici o
particolari funzioni nella Santa Sede:

1. I cardinali, anche se residenti a Roma fuori della Città del Vaticano, sono considerati a
tutti gli effetti cittadini vaticani.
2. I cardinali godono in Italia di onori e precedenze nelle cerimonie e funzioni pubbliche.
3. E’ prevista l’esenzione dal servizio militare.
4. E’ garantita l’assenza di ogni impedimento, investigazione o molestia da parte delle
autorità italiane nei confronti dei cardinali.

c) Le garanzie per la celebrazione dei conclavi e dei concili:

Il codice di diritto canonico e la legge fondamentale dello Stato prevedono la situazione della
Sede vacante.
La vacanza della Sede apostolica si può verificare per morte del Papa, o per la sua rinuncia sia
come capo della Chiesa che come capo dello Stato Vaticano. Il Collegio dei cardinali è l’organo
competente per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice. Per procedere all’elezione il Collegio
dei cardinali si riunisce in riunione solenne plenaria, denominata Conclave. Lo
svolgimento del Conclave è molto delicato e dettagliato:

d) Il trattamento fiscale dei dipendenti della Santa Sede:

Il trattato prevede un trattamento fiscale di favore per i dignitari, impiegati, e salariati


dipendenti della Santa Sede, le loro retribuzioni sono prive di ogni imposta sia verso lo Stato
italiano, sia verso altri enti.

6. Gli impegni assunti dalla Santa Sede:

a) L’estraneità alle competizioni temporali:

L’art. 24 del Trattato ha rilevanza nei confronti dell’Italia ma anche degli Stati terzi ed è diretta
a rappresentare una conferma sulla qualifica originaria e permanente della Santa Sede. La

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norma recita: La Santa Sede in relazione alla sovranità che le compete anche nel campo
internazionale, dichiara che Essa vuole rimanere e rimarrà estranea alle competizioni
temporali fra gli altri Stati ed ai congressi indetti per tale oggetto, a meno che le parti
contendenti facciano concorde appello alla sua missione di pace, riservandosi in ogni caso di
far valere la sua potestà morale e spirituale. Il testo dell’art. 24 va inteso nel senso che la
Santa Sede intende rimanere estranea alle controversie di carattere politico e/o militare ed
alle istanze internazionali ad esse collegate. L’affermazione dell’estraneità alle controversie
fra gli stati da parte della Santa Sede è l’ affermazione di imparzialità, cioè la conseguenza
della sua natura religiosa, universale, e umanitaria della sua sovranità. Infatti il concetto di
imparzialità non va inteso come l’impossibilità o incapacità per la Santa Sede di
partecipazione attiva alla vita della comunità internazionale, ma imparzialità va intesa; la
Santa Sede perseguendo sempre i propri interessi rinuncia a far proprie le posizioni di
una parte e rinuncia ad alleanze politiche.

b) L’attività di mediazione e di arbitrato:

Nell’art. 24 si afferma che la Santa Sede è disposta ad adoperarsi per comporre le competizioni
temporali nel caso in cui le parti contendenti facciano concorde appello alla sua missione di
pace.
In questo caso farebbe valere la sua potestà morale e spirituale.
Le forme per favorire il negoziato:

- La forma dei buoni uffici: una parte, terza, cerca di indurre i soggetti della controversia a
raggiungere un accordo e a negoziare, la parte terza rimane estranea al negoziato.
- La forma della mediazione: vengono suggeriti punti di incontro e possibili soluzioni
della controversia. L’attività svolta non vincola le parti contendenti.
- La forma dell’arbitrato: il regolamento di liti fra Stati avviene per opera di giudici da
essi scelti. Il ricorso a tale strumento implica gli Stati ad assoggettarsi alla decisione.

c) La neutralità della Città del Vaticano:

Nell’art. 24 del Trattato è sancito anche il principi che la Città del Vaticano sarà sempre ed in
ogni caso considerata territorio neutrale e inviolabile. Il concetto di neutralità di cui si parla sta
a significare l’impegno assunto dalla Santa Sede ad escludere l’utilizzazione del territorio
dello Stato vaticano da parte di altri Stati e i suoi coinvolgimenti in caso di vicende
belliche.

d) La fruibilità delle opere d’arte e dei musei:

Il Trattato fa riferimento a i tesori d’arte e di scienza esistenti nella Città del Vaticano e nel
Palazzo Lateranense. La Santa Sede si è impiegata a renderli visibili ai visitatori e agli studiosi.

7. Norme di collegamento:

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Le norme che si definiscono di collegamento stipulate tra la Santa Sede e lo Stato italiano
concernono il collegamento tra l’ordinamento giuridico dello Stato italiano e
l’ordinamento giuridico dello Stato della Città del Vaticano.

a) La delegazione di giurisdizione penale:

L’art 22 del Trattato disciplina quattro situazioni:

1. Delitti commessi nella città del Vaticano; La Santa Sede può richiedere l’intervento
dello Stato italiano ma può anche non richiederlo, e in quest’ultimo caso lo Stato italiano
non può perseguire in alcun caso il soggetto che ha compiuto il delitto nello Stato
Vaticano se non c’è richiesta della Santa Sede.
2. Delitto commesso nella città del Vaticano, ma l’autore di esso si è rifugiato in
territorio Italiano; In questi casi non è necessaria la delegazione della Santa Sede
perché espressamente si afferma che è applicabile la legge italiana.
3. Persone imputate di atti penalmente rilevanti commessi in territorio italiano e
rifugiate nella Città del Vaticano; Si prevede una forma di estradizione semplificata,
con la
consegna del soggetto alle autorità italiane, alla condizione però che gli atti in questione
siano penalmente rilevanti in entrambi gli Stati.
4. La consegna alle autorità italiane è prevista per coloro che fossero imputati per
delitti commessi in territorio italiano e rifugiate in un immobile che gode delle
prerogative delle immunità; Si può verificare il caso che le autorità vaticane
preferiscano invitare gli agenti italiani ad entrare negli immobili per procedere
all’arresto, o saranno le stesse autorità vaticane a prendere il soggetto e consegnarlo alle
autorità italiane.

b) L’esecutorietà di sentenze e provvedimenti ecclesiastici:

L’art. 23 del Trattato contempla due ipotesi diverse fra loro:


- L’art. 23.1 sancisce un rinvio generale alle norme del dritto internazionale per
l’esecuzione nello Stato italiano delle sent. emanate dai tribunali della Città del Vaticano.
La norma si riferisce a sent. in materia civile o penale pronunciate dalla magistratura dello
Stato Vaticano secondo la sua normativa. Il riferimento all’applicazione degli strumenti di
diritto internazionale a primo impatto sembrerebbe riferirsi ad un rinvio a convenzioni
internazionali di cui la Santa Sede ne è parte, ma non ce ne sono, o a convenzioni bilaterali
tra Italia e Santa Sede, anche queste inesistente. Quindi la norma può essere intesa nel
senso che anche in assenza di specifiche convenzioni, le Parti ( Italia e Santa Sede) hanno
adottato un sistema utilizzando gli strumenti del diritto internazionale privato,
avranno perciò rilevanza per l’esecutività delle sent emesse dalla magistratura
vaticana sia la legge italiana sul diritto internazionale privato, sia le norme contenute
nei codici di procedura civile, procedurale penale, e penale. Ciò che la norma non

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riporta è il rapporto di reciprocità cioè la previsione di esecutività nello Stato Vaticano
delle sent. emesse nello Stato italiano.
- L’art. 23.2 prende in esame la situazione della Chiesa cattolica in Italia. Si attribuisce
piena efficacia giuridica anche a tutti gli effetti civili, alle sent. e ai provvedimenti
emanati dall’autorità ecclesiastica e ufficialmente comunicati alle autorità civili, circa le
persone ecclesiastiche o religiose e concernenti materie spirituali o disciplinari.

1. Le autorità ecclesiastiche che emanano le sent e i provvedimenti sono gli ecclesiastici


cui competono responsabilità di governo delle istituzioni della Chiesa, quali i dicasteri
della Santa Sede, i vescovi titolari di diocesi e i superiori degli ordini religiosi.
2. Le sent. e i provvedimenti sono atti emanati o dai tribunali ecclesiastici riguardanti
sanzioni penali, o da altra autorità competente per punire comportamenti con sanzioni
disciplinari. Hanno rilevanza giuridica in Italia solo ufficialmente comunicati alle
autorità civili.
3. Persone ecclesiastiche o religiose secondo il diritto canonico vanno intesi coloro che
hanno ricevuto il sacramento dell’ordine e che sono detti anche chierici o ecclesiastici, e
coloro che hanno emesso i voti per la professione dei consigli evangelici e che di regola
sono chiamati religiosi.
4. Materie spirituali o disciplinari sono l’oggetto delle sent. emesse. Si fa riferimento a
tutte le materie che sono oggetto della giurisdizione ecclesiastica e che prevedono
obblighi di tenere determinati comportamenti e di adempiere a doveri. Le sent. possono
prevedere irrogazioni di sanzioni penali, misure disciplinari, limitazioni o mutamenti
nell’esercizio di funzioni ecclesiastiche o l’imposizione di uscita da un ordine religioso.
5. Piena efficacia giuridica anche agli effetti civili alle sent. e provvedimenti se
comunicati ufficialmente al competente organo dello Stato.

8. Composizione del contenzioso finanziario:

(vd. Libro)

9. La Santa Sede nei confronti nell’ordinamento italiano:

Dall’esame del Trattato Lateranense si evince chiaramente che il rapporto tra i due enti Stato
italiano e Santa Sede risulti per natura assai complesso e caratterizzato da elementi che vanno al
di là di un rapporto tra due ordinamenti sovrani:

1. Con il nome Santa Sede si intendono non solo il Sommo Pontefice ma anche i vari uffici
e organismi della Curia Romana:
- si intende il Sommo Pontefice considerato nel suo ufficio che lo rende titolare della
potestà ordinaria, suprema, universale, piena, immediata, esercitata liberamente su tutta la
Chiesa
- si intende il Sommo Pontefice e gli organi che lo coadiuvano nel Governo della Chiesa, da
lui direttamente dipendenti.

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2. La Santa Sede è soggetto di diritto internazionale perché titolare di una sovranità come
attributo inerente alla sua natura; religiosa, universale, umanitaria e capace di
intrattenere relazioni con gli altri ordinamenti sovrani.

3. Il Trattato del Laterano ha stabilito una situazione unica in sede internazionale:

- La Santa Sede è presente a Roma, capitale dello Stato Italiano e questo comporta
situazioni giuridiche delicate, quali la tutela del Pontefice, lo svolgimento del conclave per
l’elezione di un nuovo Papa.
- La Santa Sede intrattiene rapporti anche con molti altri enti sovrani - La Santa Sede
governa l’entità territoriale.
- La Sente Sede è da considerarsi a tutti gli effetti come un ente ecclesiastico.

Cap. 7: L’Accordo di Villa Madama

L’accordo di Villa Madama, così denominato perché firmato il 18 febbraio del 1984
nell’edificio di rappresentanza del Ministro degli Affari Esteri Italiano, modifica e sostituisce in
buona parte il testo del Concordato stipulato nel 1929. Esso è stato reso esecutivo con la legge
di ratifica e di esecuzione.

1. Natura giuridica dell’Accordo:

L’Accordo del 1984 rientra nella disciplina giuridica dei Concordati, cioè strumenti diplomatici
che sono stati usati per sancire accordi, regimi giuridici, regolamentazione di situazioni e
concessioni di privilegi fra Santa Sede e autorità politiche Statali. L’Accordo è stato condotto
da una delegazione composta di esperti, nominata dal Governo italiano, da una delegazione di
parte vaticana ad alto livello, con esponenti della Segreteria di Stato. Si è utilizzato il termine
Accordo, al posto di Concordato, per sottolineare l’innovazione data agli strumenti di
regolamentazione delle materie di comune interesse tra lo Stato e la Chiesa cattolica. Ma la
natura giuridica e il carattere politico dell’Accordo del 1984 corrispondono a quelli di un
concordato tradizionale. La natura giuridica dell’Accordo come del Concordato è collocata
nell’ambito dell’attività internazionale, trattandosi di enti soggetti internazionali che negoziano
e stipulano con le procedure proprie degli accordi internazionali.

2. Un “Accordo di libertà”:

L’obiettivo dell’Accordo del 1984 era rappresentato da una situazione giuridica di consolidata
libertà, ed è per questo che l’Accordo di Villa Madama è stato definito Accordo di libertà. Esso
è una riforma che modifica profondamente il sistema dei rapporti Stato-Chiesa e tale sistema si
configura come una cornice di principi essenzialmente direttivi caratterizzata da una
aconfessionalità dell’ ordinamento cost., dalla libertà e volontarietà dei comportamenti
individuali. Quindi sembrerebbe corretta la tesi secondo cui nel 1984 si è dato vita ad un nuovo
Accordo e non semplicemente a modifiche del Concordato del 1929. Quando si parla di
riforma che modifica profondamente il sistema istituzionale generale dei rapporti Stato-
Chiesa si vuole affermare che i contenuti dell’Accordo del 1984 sono nuovi nei confronti

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di quelli del precedente concordato; altra è la sostanza del negoziato, altra è la procedura
adottata per concludere l’Accordo.

3. Preambolo dell’Accordo:

Nel Preambolo sono espresse le motivazioni giuridiche e politiche sulla base delle quali si è
regolato il rapporto Stato-Chiesa.

a) Processo di trasformazione politica e sociale che ha interessato l’Italia, inoltre un altro


fattore riguarda gli sviluppo promossi nella Chiesa dal Concilio Vaticano II. Questi due
fenomeni sottolineano il carattere quasi obsoleto del Concordato del 1929, poiché la
società civile e quella ecclesiale sono profondamente mutate; la società italiana ha
consolidato il suo sistema democratico sviluppando i valori di libertà, il Concilio
Vaticano II ha mutato l’organizzazione della Chiesa, la concezione della società
ecclesiale, in particolare con la teologia sul Popolo di Dio, sulla responsabilità e libertà
dei fedeli.
b) Principi della Cost. italiana e Dichiarazioni del Vaticano II circa la libertà religiosa e i
rapporti tra la Chiesa e la comunità politica e il nuovo codice canonico.

4. Garanzie generali:

Nella prima parte dell’Accordo sono presenti le garanzie generali che lo Stato Italiano
intende riconoscere alla Chiesa cattolica operante in Italia:

- l’art. 1 offre una garanzia politica e giuridica alla Chiesa che conferma una norma Cost.
l’art. 7.1 cost. relativo all’indipendenza e alla sovranità dello Stato Italiano e della
Chiesa cattolica. L’altro impegno menzionato nell’art.1 è la reciproca collaborazione per
la promozione dell’uomo e del Paese.

- Negli art.2 e 3 sono contenute alcune garanzie che costituiscono una specificazione dei
principi costituzionali di libertà, con riferimento alle istituzioni e strutture della
Chiesa, ai fedeli, alle associazioni, alla missione della Chiesa, alla sua attività.

5. Condizioni giuridiche particolari nell’interesse delle persone:

Le Parti hanno ritenuto di dover individuare i motivi e le modalità per costituire situazioni
giuridiche a tutela degli interessi delle persone.

5.1 Condizione giuridica degli ecclesiastici cattolici:

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L’art. 4 dell’Accordo detta norme a proposito della condizione giuridica degli ecclesiastici
cattolici. Gli ecclesiastici cattolici sono considerati ministri di culto, e hanno questa
denominazione tutti coloro che hanno ricevuto il sacramento dall’ordine sacro. Le
denominazioni contenute nell’Accordo per il clero riguardano diverse situazioni:

- art. 4.1: I sacerdoti, i diaconi, ed i religiosi che hanno emesso i voti hanno la facoltà di
ottenere, a loro richiesta l’esonero dal servizio militare, o essere assegnati al servizio
civile sostitutivo, o anche all’adempimento dell’obbligo del servizio militare come un
normale cittadino.

La legge del 14 novembre del 2000 n. 331 ha sospeso l’obbligo della leva, istituendo il servizio
militare professionale, quindi il comma 1 di questo art. non è più applicabile.

- art. 4.2: In caso di mobilitazione generale gli ecclesiastici non assegnati alla cura di
anime sono chiamati ad esercitare il ministero religioso presso le truppe, o,
subordinatamente assegnati ai servizi sanitari.

- art. 4.3: Gli studenti di teologia, quelli degli ultimi due anni di propedeutica alla teologia
ed i novizi degli istituti di vita consacrata e delle società di vita apostolica possono
usufruire degli stessi rinvii dal servizio militare accordati agli studenti delle università
italiane

- art. 4.4: Gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità
informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro
ministero.

5.2 Riconoscimento degli effetti civili al matrimonio celebrato secondo norme del diritto
canonico:

L’art. 8 dell’Accordo sancisce il riconoscimento degli effetti civili al matrimonio celebrato


secondo le norme del diritto canonico, e questo riconoscimento rientra nel quadro che
garantisce la cosiddetta libertà matrimoniale cioè la libertà propria della persona di scegliere
la forma di celebrazione del proprio matrimonio in corrispondenza delle proprie
convinzioni. È un riconoscimento valido anche per coloro che professano fedi religiose diverse
dalla cattolica. Il riconoscimento degli effetti civili al matrimonio canonico può avvenire alla
sola condizione che sia osservata la procedura predefinita, ed esso è subordinato ad un
presupposto che i due nubendi si trovino sia di fronte allo Stato, sia di fronte alla Chiesa
nella medesima condizione giuridica che consente di celebrare il matrimonio.

La celebrazione de matrimonio:

la disciplina prevede :

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- L’espletamento della procedura stabilita dallo Stato; cioè la pubblicazione presso la casa
comunale, il rilascio del nullaosta da parte dell’ufficiale di stato civile circa l’idoneità dei
soggetti a contrarre matrimonio.

- Celebrazione del matrimonio con il rito religioso canonico.

- La lettura da parte del parroco degli artt. del codice civile riguardante i diritti e i doveri dei
coniugi.

- La redazione dell’atto del matrimonio in doppio originale, dove potranno essere inserite le
dichiarazioni dei coniugi consentite dalla legge.

- La trasmissione da parte del parroco entro 5 giorni dalla celebrazione di un originale


dell’atto di matrimonio all’ufficiale di stato civile con la richiesta della trascrizione nel
registro di stato civile.

- La trascrizione deve avvenire entro 24 ore successive al ricevimento dell’atto, ove


sussistano le condizioni per la trascrizione, in questo caso si ha la trascrizione tempestiva.

- La produzione degli effetti civili è ex tunc, con efficacia retroattiva, cioè dal momento
della celebrazione del matrimonio.

Circa la natura giuridica della trascrizione la discussione appare divisa in due orientamenti,
c’è chi la qualifica come atto di certazione, cioè un procedimento di certezza quindi idoneo a
immettere nell’ordinamento una realtà giuridicamente rilevante che prima di esso pur esistendo
non aveva nessun valore civile. Poi c’è chi la identifica come un atto di natura costitutiva.

Nell’art. 8.1 dell’Accordo sono contenute altre importanti precisazioni:

- La Santa Sede ha preso atto che la trascrizione non può avere luogo quando gli sposi
non hanno il requisito dell’età matrimoniale secondo la legge civile, 18 anni, o 16 con
particolari autorizzazioni del Tribunale dei minori. Per il diritto canonico l’età
matrimoniale era 14 anni per le ragazze e 16 anni per i ragazzi, ma oggi è stata elevata a
18 per entrambi.

- La Santa Sede ha preso atto che la trascrizione non può avvenire quando sussista per
gli sposi un impedimento considerato inderogabile dalla legge civile: interdizione per
infermità di mente, precedente vincolo matrimoniale valido agli effetti civili, impedimenti
derivanti da affinità in linea retta.

- La trascrizione è tuttavia ammessa anche nei casi sopra indicati, quando secondo la
legge civile, l’azione di nullità o di annullamento non può essere più proposta. Questo
può riguardare il matrimonio del minore che non fu debitamente autorizzato, una volta
trascorso il termine previsto.

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- Non può essere trascritto il matrimonio contratto da una persona che non è in grado
di intendere e di volere perché non è in grado di comprendere il valore dei propri
atti.

- Non si può trascrivere un matrimonio dopo la morte di una delle parti.

La condizione per cui si può dare trascrizione ad un matrimonio è l’osservanza della


procedura e delle modalità previste dall’Accordo, quindi ciò che corrisponde alla procedura
ordinaria. Infatti i matrimoni celebrati in forma straordinaria non sempre possono essere
trascritti, essi sono:

a) Il matrimonio segreto: previsto dal codice canonico; per una grave e persistente causa
l’Ordinario del luogo può permettere che il matrimonio sia celebrato in segreto, senza
quindi gli adempimenti previsti dall’ufficio di stato civile. Tutte le parti devono mantenere
il segreto per il tempo e le modalità previste da codice. Se si adempie alle condizioni civili
il matrimonio può essere trascritto, trascrizione tardiva, ma fino a quel momento non può
avere nessuna rilevanza civile.
b) Matrimonio celebrato in pericolo di morte: il codice canonico prevede la validità di
questo matrimonio celebrato alla presenza di soli due testimoni nel caso in cui una o
entrambi le parti si trovino in tale pericolo. Per una possibile trascrizione oltre alla
presenza del parroco bisognerebbe adempiere a tutte le condizioni civili.
c) Il matrimonio celebrato in situazione eccezionale: rappresentato dall’assenza di almeno
un mese dell’ecclesiastico che possa assistere alla celebrazione ma sempre alla presenza di
due testimoni. Questo matrimonio non è trascrivibile.

Nullità del matrimonio canonico:

I Tribunali ecclesiastici hanno la competenza ad emanare sentenze di nullità di matrimoni


celebrati con rito canonico, lo Stato italiano rende esecutive nel suo ordinamento le sent. di
nullità di matrimoni celebrati nel rispetto degli effetti civili e che siano stati trascritti. Le sent.
ecclesiastiche sono provvedimenti che non sciolgono né annullano il vincolo matrimoniale,
ma ne dichiarano la nullità ex tunc, cioè dal momento della celebrazione. I motivi possono
essere diversi; o perché non era stato rimosso un impedimento esistente, o perché non era
possibile rimuoverlo con la dispensa della competente autorità ecclesiastica, o perché era stato
celebrato in presenza di un vizio di consenso.
Gli impedimenti previsti dal codice canonico che possono portare la nullità sono:
- l’impotenza copulativa
- l’età
- il vincolo da precedente matrimonio
- matrimonio fra una parte che ha ricevuto il battesimo riconosciuto dalla Chiesa cattolica e
una parte non battezzata
- ordine sacro
- voto pubblico perpetuo di castità
- rapimento e mancata liberazione della donna
- uccisione di un coniuge
- consanguineità

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- affinità

La Corte d’appello competente per territorio prima di riconoscere efficacia alla sent. di nullità
del tribunale ecclesiastico, deve compiere degli accertamenti:

1. Le sent. di nullità emesse nel Tribunale ecclesiastico, possono essere trasmesse alla
Corte d’appello competente per territorio, attivando così il procedimento di
delibazione. La competenza è determinata dal riferimento al comune in cui fu celebrato
il matrimonio poi dichiarato nullo.
2. Il procedimento di delibazione, è il procedimento necessario a rendere ammissibile un
provvedimento giudiziario in uno stato che però è stato emesso da una altro. Esso è
mirato a rendere esecutiva la sent. ecclesiastica ma può essere attivato solo su richiesta
di una delle parti o di una di esse, anche senza il consenso dell’altra parte.
3. Alla Corte d’appello spetta attivare una procedura di accertamento, che si conclude
con una sent.
4. L’accertamento della Corte d’appello riguarda:

- La competenza del giudice ecclesiastico a conoscere la causa concernente un matrimonio


canonico celebrato e trascritto secondo la procedura definita che aveva conseguito effetti
civili.
- L’esercizio del diritto di agire e resistere in giudizio che deve essere stato assicurato
alle parti dal Tribunale ecclesiastico. Gli elementi essenziali di tale diritto possono essere
identificati nel rispetto dei principi sulla competenza del giudice, sulla regolarità della
citazione, sulla legittimità della rappresentanza in giudizio e della dichiarazione di
contumacia.
- L’esistenza delle condizioni richieste dalla legge italiana per la dichiarazione di
efficacia delle sent. straniere

5. Se l’accertamento non fa rilevare elementi di contrasto con quanto stabilito, la Corte


emana la sent. con cui dichiara efficace nello Stato italiano la pronuncia del Tribunale
ecclesiastico, in caso contrario la sent. non ne consentirà la validità.
6. L’ufficiale di stato civile preso atto della sent. della Corte d’Appello, rende esecutiva la
pronuncia del tribunale ecclesiastico, trascrivendo nei registri di stato civile la
cessazione degli effetti civili del matrimonio.
7. La Corte d’Appello nella sent. che rende esecutiva la sent. del tribunale ecclesiastico,
potrà decidere provvedimenti economici provvisori a favore di una delle parti.

La c.d. riserva di giurisdizione:

La giurisdizione dello Stato e della Chiesa cattolica in materia di matrimonio ha portato


numerosi approfondimenti dottrinali sulla questione basilare dell’esercizio di detta
giurisdizione. La discussione ha portato numero dibattiti sotto il profilo della sopravvivenza
della c.d. riserva di giurisdizione in favore dei Tribunali ecclesiastici che emanano sent. di
nullità del matrimonio.

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Nel concordato del 1929 era sancito che le cause concernenti la nullità matrimoniali celebrati
secondo il rito canonico e che riconosceva anche effetti civili erano riservate ai Tribunali
ecclesiastici. Questa formulazione del Concordato aveva portato ad una procedura di
omologazione automatica delle sent. ecclesiastiche da parte dello Stato senza la possibilità di
intervanti di organi giurisdizionali dello Stato.
Ma in seguito la giurisprudenza ha avviato il processo di revisione della procedura fino ad
allora adottata per rendere esecutive le sent. ecclesiastiche. Durante i dibattiti in sede
negoziale, su questo argomento è stata presentata a soluzione; il superamento della esclusività
di giurisdizione ecclesiastica in materia di nullità di matrimoni, e tale superamento avrebbe
costituito l’innovazione più qualificante e l’aspetto più riformatore di una nuova disciplina
concordata.
La tendenza che si andò sviluppando era quella di instaurare il regime di doppia distinta
forma di celebrazione del matrimonio e il regime di duplice giudizio sul vincolo religioso e
civile. Naturalmente queste soluzioni non trovarono applicazione vista l’importanza che la
Chiesa annetteva al riconoscimento degli effetti civili al matrimonio canonico e sul quale essa
voleva mantenere la propria giurisdizione. Nel 1984 con la conclusione dell’Accordo finalmente
è stata revisionata anche la disciplina matrimoniale. Infatti quando si parla del superamento
della riserva di giurisdizione ecclesiastica si afferma che lo Stato con procedure proprie del
suo ordinamento o con altre procedure concordate sottopone le pronunce dei tribunali
ecclesiastici a valutazioni e giudizi con il procedimento di delibazione non riconoscendo
l’esclusività di giurisdizione ecclesiastica, non ammettendo che sia l’ordinamento canonico
a giudicare totalmente la validità del vincolo matrimoniale.
Il giudice ecclesiastico è ritenuto competente, nel rispetto delle norme canoniche, a
decidere circa la validità o nullità del vincolo matrimoniale.

Nell’ordinamento giuridico della Stato, nell’esercizio della sua giurisdizione, si distinguono due
procedimenti:

- Procedimento relativo alla costituzione del vincolo, i competenti organi dello Stato
intervengono, sulla idoneità dei soggetti a contrarre matrimonio, rilasciando l’apposito
nullaosta alla celebrazione che è l’unico documento capace di introdurre nell’ordinamento
civile un matrimonio celebrato con rito religioso consentendo effetti civili.
- Procedimento relativo alla validità del vincolo, l’intervento dei competenti organi dello
Stato è più incidente e consente allo Stato di richiedere e di accogliere la domanda delle
parti di rendere esecutiva la sent. canonica di nullità, di attivare il procedimento di
delibazione per accertare la competenza del giudice ecclesiastico, di decidere per la non
esecutività della sent. del giudice ecclesiastico per l’esistenza di impedimenti
essenzialmente confessionali o canonistici, di giudicare gli effetti civili di un matrimonio
con pronuncia di divorzio, di accertare tutte le condizioni per la pronuncia di
provvedimenti di carattere economico- patrimoniale.

La cessazione degli effetti civili:

Gli effetti civili di un matrimonio anche se celebrato con rito religioso sono di competenza
statale, quest’ultimo può decidere la cessazione degli effetti civili del matrimonio celebrato
secondo rito canonico regolarmente trascritto, pronunciando sent. di divorzio. Da qui si

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comprende come il vincolo sacramentale dell’ordinamento canonico, viene in questo caso
ignorato e resta valido solo per l’ordinamento canonico.

L’insegnamento della religione cattolica nelle scuole:

Nel Concordato lateranense, in armonia con il principio allora esistente di religione di Stato, era
stato sancito l’obbligo dell’insegnamento religioso nelle scuole, con possibilità di esonero per
gli acattolici. Ma le profonde trasformazioni della società hanno portato al cambiamento di
questo pensiero.

- La nuova disciplina:

Annullando l’ottica della disposizione contenuta nel Concordato, e sulla base dei principi di
libertà religiosa, legittimità del pluralismo culturale e ideologico, l’Accordo del 1948 ha
definito clausole che mirano a costituire situazioni giuridicamente rilevanti atte a soddisfare
un interesse religioso dei cittadini cattolici. Nell’Accordo all’art. 9.2 si stabilisce:

1. Lo Stato riconosce il valore della cultura religiosa e tiene conto del fatto che i principi
del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano. Le Parti hanno
inteso evidenziare l’importanza e la rilevanza che ha il cattolicesimo nella storia e nella
cultura dell’Italia.

2. Sulla base di questo riconoscimento lo Stato si obbliga a che l’insegnamento della


religione cattolica continui ad essere organizzato e impartito nelle scuole pubbliche di
ogni ordine e grado.

3. Al fine di rispettare libertà di coscienza e il fine educativo dei genitori, viene sancito il
diritto di ciascun studente di decidere liberamente se avvalersi o non avvalersi
dell’insegnamento religioso.

4. Tale diritto viene esercitato al momento dell’iscrizione da parte degli studenti


maggiorenni o dei genitori dei figli minorenni.

5. L’esercizio del diritto di avvalersi o non avvalersi dell’insegnamento religioso non deve
dar luogo a nessuna forma di discriminazione.

L’art. 9.2 dell’Accordo è stato integrato dal punto 5 del Protocollo Addizionale:

- L’insegnamento è impartito in conformità con la dottrina della Chiesa, l’insegnamento


deve essere svolto come una esposizione della dottrina Cattolica e non come un
generico insegnamento sulla religione o sul fatto religioso.

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- Gli insegnanti sono dei dipendenti pubblici, devono essere riconosciuti idonei dall’autorità
ecclesiastica e nominati d’intesa con essa dall’autorità scolastica. Il riconoscimento
dell’idoneità è prerogativa della Chiesa che individua anche i possibili titoli di studio in
scienze religiose. L’accesso ai ruoli avviene previo superamento di concorsi.

5.4 Assistenza spirituale in istituzioni pubbliche:

Lo stato, democratico, pluralista e laico, ha ritenuto opportuno creare condizioni giuridiche per
il soddisfacimento del diritto di libertà religiosa per i suoi cittadini, inoltre ha adottato misure
idonee per assicurare l’assistenza spirituale e la libera attività religiosa ai cittadini che si
trovano ed operano in pubbliche istituzioni ; Forze Armate, Polizia di Stato e servizi
assimilati, ospedali e case di cura o assistenza, istituti di prevenzione e pena.

- Forze Armate: servizio diretto dall’Ordinario Militare, che è un arcivescovo, ed


assicurato da un corpo di cappellani militari. All’Ordinario Militare è riconosciuto
l’esercizio di una vera giurisdizione ordinaria sui fedeli battezzati che appartengono in
modo continuativo o temporaneo alle strutture militari. I cappellani militari sono
dipendenti dello Stato.

- Polizia: al personale di polizia è assicurata l’assistenza religiosa nel rispetto dei principi
costituzionali, per assicurare la loro assistenza religiosa è escluso il ricorso ai cappellani
militari, le spese di assistenza religiosa sono a carico degli organi dell’Amministrazione di
pubblica sicurezza. Si devono precisare due aspetti rilevanti; l’assistenza spirituale è
assicurata a tutti secondo la propria fede religiosa, inoltre i sacerdoti cattolici che operano
nelle strutture di polizia non costituiscono un corpo di cappellani dell’Amministrazione
dello Stato.

- Ospedali, case di cura o di assistenza: le norme generali stabiliscono l’obbligo agli


ospedali di disporre di un servizio di assistenza religiosa nel rispetto della volontà e della
libertà di coscienza di tutti i cittadini, per l’assistenza religiosa ai seguaci di altre fedi è
compito della direzione sanitaria individuare i ministri di culto, gli oneri anche finanziari
sono a carico degli enti ospedalieri.

- Istituti di prevenzione e pena: si tratta di un servizio con organizzazione diversa da


quella dei cappellani militari e da quella negli ospedali. Per i cappellani degli istituti
penitenziari è dettata una disciplina particolare che prevede interventi delle competenti
autorità dello Stato. Le principali disposizioni disciplinano; la libertà ai detenuti e agli
interdetti di professare la propria fede religiosa, è assicurata l’organizzazione del culto
cattolico, la presenza di cappelle e cappellani, è riconosciuta la facoltà ai non cattolici di
chiedere l’assistenza dei ministri del proprio culto, durante il tempo libero i detenuti
possono praticare il proprio culto, purché non si tratti di riti pregiudizievoli all’ordine
dell’istituto.

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6. Condizioni giuridiche particolari nell’interesse delle istituzioni e delle strutture:

Le Parti, Santa Sede e Stato, nella organizzazione delle loro strutture e istituzioni hanno
preveduto condizioni particolari:

6.1 Gli enti ecclesiastici:

Nell’Accordo sono definiti i principi sulla disciplina giuridica degli enti ecclesiastici e la
specifica tutela dei loro interessi. L’Accordo procede sul terreno delle garanzie e della libertà,
tutto disciplinato dall’Art. 7:

- Richiama il principio enunciato nell’art.20 cost.: “il carattere ecclesiastico e il fine di


religione o di culto di una associazione o istituzione non possono essere causa di speciali
limitazioni legislative né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione capacità
giuridica e ogni forma di attività”. Tale principio è presente anche nell’Art.7
dell’Accordo. Questo sta a confermare l’impegno per l’armonizzazione costituzionale
dei contenuti dell’Accordo.

- Contiene l’impegno dello Stato al riconoscimento della personalità giuridica non di


tutti gli enti ecclesiastici ma di quelli aventi fini di religione e di culto con sede in
Italia. Il fine di religione e di culto concerne il funzionamento degli organi di governo
della Chiesa per l’organizzazione della cura pastorale e della formazione spirituale
dei fedeli nonché la pratica del culto e delle cerimonie liturgiche. Lo Stato quando
riconosce la personalità giuridica ad un ente richiede che lo scopo per cui tale
organizzazione è sorta sia lecito, di interesse collettivo, oltre che duraturo e
determinato. Questo vale anche per gli enti ecclesiastici. Inoltre per persona giuridica si
può intendere ogni unità organica che risulta da una collettività organizzata di
persone o da un complesso di beni, a cui, per il perseguimento di uno scopo sociale
lecito e permanente lo Stato riconosce la titolarità di diritti e doveri. Gli enti
ecclesiastici ai quali viene riconosciuta personalità giuridica costituiscono una categoria a
se stante poiché non sono applicabili le norme dettate dal c.c. in tema di costituzione,
struttura, amministrazione, ed estinzione delle persone giuridiche private. Inoltre non sono
considerati né enti privati, né pubblici poiché provengono dall’ordinamento canonico
quale ordinamento primario.

- Riconosce che l’amministrazione dei beni appartenenti ad enti ecclesiastici sia


soggetta controlli previsti dal diritto canonico. La materia riguarda gli acquisti dei beni
mobili e immobili, il reperimento di risorse finanziarie, la gestione dei patrimoni, le forme
previdenziali, ecc.

- Dispone che gli acquisti operati dagli enti siano soggetti alla disciplina italiana delle
persone giuridiche private.

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Il riconoscimento della personalità giuridica degli enti ecclesiastici prevede due procedure; la
procedura abbreviata, la procedura ordinaria.

- La procedura abbreviata riguarda solo alcuni tipi di enti per i quali si presume il fine di
religione e di culto, quindi per essi il competente organo dello Stato non svolge alcun
controllo:

a) enti che fanno parte della costituzione gerarchica della Chiesa; diocesi, parrocchie.
b) Istituti religiosi; ordini religiosi maschili e femminili.
c) I seminari; strutture di formazione del clero.

- La procedura ordinaria riguarda tutti gli altri soggetti:

a) Persone giuridiche canoniche.


b) Le fondazioni.
c) Enti che non hanno personalità giuridica.

La procedura per il riconoscimento ha come termine un provvedimento del Ministro


dell’Interno, cioè un atto amministrativo discrezionale. Gli enti che richiedono il
riconoscimento della personalità giuridica in presenza dei requisiti di liceità, interesse
collettivo, duraturo e determinato sono sottoposti alla procedura che consiste sostanzialmente in
un accertamento e valutazione compiuto dal competente organo dello Stato. Il
procedimento di accertamento concerne nell’acquisizione di fatti e dati al fine di poter
attribuire una qualità giuridica alla struttura. Infine una volta che l’organizzazione ha
presentato i documenti occorrenti ed esaminati dal competente organo dello Stato il
procedimento si conclude con il Decreto del Ministro dell’Interno. Le norme concordatarie per
due tipi di enti ecclesiastici prevedono ulteriori requisiti per il riconoscimento:

- Le chiese; cioè gli edifici sacri destinati al culto che non sono sedi parrocchiali, il
riconoscimento è possibile se:

a) sono aperte al culto pubblico


b) non siano annesse ad altro ente ecclesiastico
c) siano forniti i mezzi sufficienti per la manutenzione e l’esercizio del culto.

- Le fondazioni di culto; sono i patrimoni destinati ai fini di culto, operano come istituzioni
strumentali per finanziare le attività con fine di religione e di culto. Tali fondazioni
possono essere riconosciute a condizione che:

a) risulti la sufficienza dei mezzi per il raggiungimento dei fini


b) risulti la loro corrispondenza alle esigenze religiose della popolazione.

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- Mutamento ed estinzione degli enti ecclesiastici;

L’ente ecclesiastico può perdere la sua capacità di stare nell’ordinamento dello Stato o può
cessare di esistere. Sono tre le ipotesi previste per i quali sussiste un margine di discrezionalità
a favore dell’organo dello Stato:

1. Mutamento dell’ente: Ogni mutamento sostanziale nel fine, nella destinazione dei beni,
e nel modo di esistenza dell’ente è possibile ma con un provvedimento espresso dal
Ministro dell’Interno e con la procedura analoga a quella seguita.

- Mutamento sostanziale del fine; si manifesta quando il fine di religione o di culto e la sua
attività prevista per l’ente viene a cessare prevedendo l’altra attività o quando all’ente
viene assegnata un’altra attività sempre di religione o di culto.
- Mutamento di destinazione dei beni; se si verifica una diminuzione consistente dei beni
della fondazione. In questo caso va comunque tutelata la buona fede dei terzi.
- Mutamento del modo di esistenza; può avvenire nel caso di un accorpamento di più
persone giuridiche.

2. Soppressione o estinzione dell’ente: gli organi competenti a norma del diritto canonico
possono portare l’estinzione di un ente ecclesiastico civilmente riconosciuto. Il codice
canonico prevede l’estinzione dell’autorità ecclesiastica, che di regola perpetua:

- quando viene soppressa dall’autorità competente


- quando rimane inattiva per 100 anni
- quando si scioglie l’associazione secondo gli statuti o quando viene meno la stessa
fondazione a giudizio dell’autorità competente.

3. Cessazione dell’ente con provvedimento statale: la perdita o l’accertamento di una


mancanza di un requisito, sentita l’autorità ecclesiastica portano ad un provvedimento
con la procedura analoga a quella del riconoscimento e può essere di revoca o di
annullamento del precedente provvedimento.

- Il finanziamento della Chiesa cattolica e il sostentamento del clero:

La Chiesa prima dell’Accordo di Villa Madama basava il suo finanziamento sul c.d. sistema
beneficiale, che consisteva nell’unione dell’ufficio ecclesiastico di vescovo, di canonico, e di
parroco in una massa patrimoniale che serviva a garantire il sostentamento del suo titolare e
risolvere le esigenze dell’istituzione di cui faceva capo. Ma il sistema beneficiale nell’epoca
moderna si presentò non più redditizio e non in grado di garantire un dignitoso sostentamento.
Si sovvertì a questo problema con la riforma presentata nell’Accordo, e le disposizioni
legislative hanno previsto:

- In ogni diocesi viene eretto l’Istituto per il sostentamento del clero e l’istituto centrale
per il sostentamento del clero che opera a livello nazionale. Essi hanno personalità

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giuridica civile e sono enti autonomi, con la loro costituzione è venuto meno il sistema
beneficiale.
- Ogni Istituto diocesano ha un consiglio di amministrazione.
- Periodicamente la Conferenza episcopale diocesana determina la misura della
remunerazione per il congruo e dignitoso sostentamento del clero. Tenuto conto della
remunerazione ricevuta dagli enti ecclesiastici presso cui i sacerdoti prestano servizio,
viene stabilita l’integrazione spettante con l’intervento dell’istituto centrale.
- L’istituto centrale opera sulle remunerazione le ricevute fiscali e versa i contributi
previdenziali e assistenziali.
- I patrimoni degli ex- benefici ecclesiastici sono trasferiti all’istituto diocesano.
- I sacerdoti che prestano servizio in favore di una diocesi comunicano annualmente
all’istituto diocesano la remunerazione che ricevono.
- Le forme dei finanziamento della Chiesa sono due, le erogazioni liberali versate da
persone fisiche detraibili dal proprio reddito fino ad un importo di due milioni, e la
destinazione di una quota pari all’otto per mille dell’imposta sul reddito delle persone
fisiche sulla base delle dichiarazioni annuali a scopi di interessi sociali o di carattere
umanitario.
- La Conferenza episcopale italiana trasmette ogni anno all’autorità statale un rendiconto
sulla utilizzazione delle somme pervenute.

- Edifici di culto ed edilizia religiosa: ( vd. Libro)

6.2 Libertà della scuola e libertà di insegnamento: ( vd. Libro e sopra)

Cap. 8: Giurisprudenza della Corte Costituzionale

1. I principi della Corte Costituzionale:

La Corte Costituzionale è stata investita più volte di questioni riconducibili ad eventuali


contrasti fra alcune norme giuridiche del vecchio Concordato del 1929 e del nuovo Accordo del
1984, che disciplinano questioni concernenti il rapporto tra la Chiesa cattolica lo Stato Italiano.
Con un iter giurisprudenziale abbastanza lungo la Corte è giunta ad affermare l’esistenza di
principi supremi dell’ordinamento costituzionale, in quanto principi superiori alle norme
della costituzione in senso formale. Le pronunce della Corte non hanno portato assolute
certezze, infatti va rilevato che nella maggior parte delle sent. nei quali si è argomentato in
termini di principi supremi dell’ordinamento costituzionale il riferimento era al tema della
giurisdizione della Chiesa e dello Stato in materia matrimoniale. Altre sent. hanno
riguardato il diritto di libertà religiosa. L’art. 7 cost. secondo la Corte non sancisce solo un
principio pattizio per regolare i rapporti tra lo Stato e la Chiesa ma contiene un preciso

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riferimento al Concordato e ha prodotto diritto. La norma riconosce ai due ordinamenti
reciproca indipendenza e sovranità.
La Corte utilizzando la categoria dei principi supremi ha identificato alcuni principi supremi nel
momento in cui ha dovuto pronunciarsi su questioni ritenute fondamentali:

a) Diritto alla tutela di giurisdizione: cioè il diritto di ognuno di vedersi assicurato, per
qualsiasi controversia, un giudice e un giudizio.

b) Diritto di agire e resistere in giudizio a difesa dei propri diritti: connesso con il
diritto alla tutela di giurisdizione.

c) Inderogabile tutela dell’ordine pubblico: regole fondamentali poste dalla Cost. in cui
si articola l’ordinamento positivo.

d) Laicità dello Stato: la corte ha predisposto un quadro normativo volto a rispettare le


convinzioni della coscienza personale.

La Corte ha rilevato che i Patti Lateranensi non sono stati Costituzionalizzati in forza del
richiamo dell’art. 7 Cost. ma che tale disposizione contiene una norma di accoglimento del
principio concordatario all’interno della Cost. e attribuendo ai Patti una precisa copertura
costituzionale. Quindi le norme di derivazione pattizia che scaturiscono dall’ordine di
esecuzione;

- non hanno forza attiva di negare i principi supremi dell’ordinamento cost.


- sotto il profilo della forza attiva o passiva hanno la valenza di norme cost.
- esse possono essere contraddette solo con leggi di revisione cost.
- sono garantite dall’art.7.2 cost.

2. La laicità come principio supremo:

Il concetto di laicità dello Stato nel nostro ordinamento non è sancito formalmente in una norma
costituzionale o in una legge dello Stato. La laicità si può desumere da un concetto negativo,
ossia quando si afferma che uno Stato è laico si intende dire che le sue istituzioni prescindono
da una confessione e le sue istituzioni rifiutano qualsiasi ingerenza religiosa o ogni forma di
influenza sulla vita sociale e politica.
La Corte cost. con la sua giurisprudenza chiamata a pronunciarsi su questioni di carattere
religioso ha enunciato un concetto positivo di laicità. La corte considera la laicità un principio
supremo dell’ordinamento costituzionale e rappresenta uno dei profili fondatori della forma
di Stato delineata nella Carta costituzionale. La Corte ha riconosciuto alla laicità un carattere
fondamentale che non può più essere annullato.

1. L’evoluzione culturale, sociale, e religiosa avvenuta in Italia ha portato il nostro Stato da


una situazione di confessionalità ad una situazione di laicità.
2. C’è stata l’elaborazione di un concetto positivo di laicità, data dalla Corte cost. la quale
ha ritenuto la laicità un principio supremo e in quanto tale impedisce agli organi dello

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Stato una reintroduzione di schemi confessionali e impone ad essi l’utilizzazione di
criteri.
3. E’ di grande importanza la concezione di laicità come idoneo strumento a tutela della
libertà religiosa.
4. Gli artt. 7, 8 e 20 della Cost. devono essere valutati come norme poste a garanzie di
un’attitudine di imparzialità dello Stato, che deve rispettare in modo paritario la
libertà e l’autonomia di tutte le confessioni religiose e non assumere attitudini religiose.

In conclusione si può affermare che; la laicità è la qualifica propria di uno Stato che non si
ispira ad una determinata concezione religiosa e che non consente forme di ingerenza delle
confessioni religiose nel funzionamento delle sue istituzioni. Ma la laicità è anche qualifica
propria di uno Stato che sa assumere l’attitudine di imparzialità nei confronti di tutte le
confessioni e crea le condizioni giuridiche per l’esercizio effettivo della libertà religiosa in
tutte le sue forme e senza discriminazioni.

3. La laicità come metodo di governo:

ricostruendo il sistema di diritto ecclesiastico, cioè delle regole fissate dallo Stato per regolare il
fenomeno della libertà religiosa e confessionale, il nostro ordinamento è partito da una
posizione di confessionalità, dichiarata prima con lo Statuto del Regno e poi con i Patti
Lateranensi, per giungere con la costituzione ad una situazione che è difficile definire di
confessionalità dello Stato. Infatti è mancata una dichiarazione programmatica di laicità dello
Stato. In altre parole uno Stato si può considerare come laico in relazione al valore effettivo del
proprio ordinamento ed ispirare norme e comportamenti per l’esercizio delle libertà religiose o
confessionali, in altre parole come metodo di organizzazione statale, come metodo di
governo.
Il termine laico ha origine dal greco laòs ( popolo) e dal latino laicus che ebbe un significato
riferito alla chiesa per indicare colui che non era un chierico, ma un semplice fedele non
appartenente al clero, anzi ad esso soggetto. Questo riferimento è fondamentale per determinare
il concetto di laicità riferito allo Stato, infatti nel XIX sec. fu utilizzato il concetto di laico per
intendere ciò che è ben distinto dall’ordine ecclesiastico per affermare nella società civile il
concetto di laicità, come qualifica da attribuire allo Stato reso pienamente indipendente
dall’autorità e dal potere della Chiesa.

Cap. 9: L’unione europea e le confessioni religiose

1. Cenni introduttivi:

Le istituzioni politiche comunitarie oggi funzionanti hanno avuto la loro origine alla fine della
seconda guerra mondiale, quando i padri fondatori dell’Europa intesero mettere in atto un

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processo di unificazione di tutti gli Stati Europei anche con la prospettiva di eliminare in via
definitiva le potenziali cause di nuovi conflitti.

- La prima fase ha interessato l’Italia, la Germania, la Francia, il Belgio, Paesi Bassi, e


Lussemburgo, che con il trattato di Parigi hanno dato vita alla Comunità Europea del
Carbone e dell’Acciaio (CECA).
- Successivamente con due trattati firmati a Roma, furono istituite la Comunità Economica
Europea (CEE), e la Comunità Europea per l’Energia Atomica (CEEA).
- Fu istituito con un trattato unico, il Consiglio e la Commissione della Comunità Europea
( oggi UE).
- Ai primi sei paesi che aderirono ai trattati si sono poi aggiunti Gran Bretagna, Irlanda,
Danimarca, Grecia, Spagna, Portogallo, Svezia, Austria, Finlandia, Polonia, Repubblica
Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Lituania, Lettonia, Estonia, Malta, Cipro.
- Un'altra tappa importante è stata la firma dell’Atto Unico Europeo, che presentava un
progetto di trattato di unione europea.
- Il Trattato di Maastricht ha avviato una significativa riforma della istituzioni, con
modifiche apportate ai trattati precedenti istituendo l’ Unione Europea e la Comunità
Europea.
- Il Trattato di Amsterdam ha provveduto ad apportare modifiche al precedente trattato di
Maastricht con il fine di creare un unione più stretta con i paesi europei e sviluppare le
istituzioni per il raggiungimento degli obiettivi comuni di libertà, di sicurezza e giustizia.
- Il Trattato di Nizza oltre a modificare i precedenti trattati ha inserito previsioni relative
all’allargamento dell’Unione e si è pronunciato sullo statuto della Corte di giustizia.
- Dopo le varie modifiche introdotte nei vari trattati il Trattato che istituiva l’Unione
Europea (TUE) conteneva gli obiettivi dell’Unione, i principi generali, e le disposizioni
concernenti la politica estera e la sicurezza comune. Mentre il Trattato che istituiva la
Comunità Europea conteneva norme concernenti gli obiettivi primari, le politiche di
competenza della Comunità e il funzionamento delle istituzioni.
- Dal punto di vista istituzionale il processo di unificazione degli stati europei si credeva
completato con l’adozione del Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa nel
2004 ma non entrato mai in vigore, e così accantonato e sostituito dal Trattato di
Lisbona.

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