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I​Capitolo 

Il lago di Como ha due rami e quello che si volge verso sud si stringe fra due catene montuose,
acquistando per un breve tratto il corso di un fiume, specie nel punto dove le due rive sono unite
dal ponte di ​Lecco​. Poco più a valle il lago torna ad allargarsi e la riva si distende tra il monte di S.
Martino e il Resegone, con un profilo rotto in collinette e piccole valli, mentre tutt'intorno vi sono
vigne e campi coltivati. Lecco è la città principale di questa regione ed è sede, al tempo della
vicenda narrata, di un castello che ospita una guarnigione di soldati spagnoli, spesso intenti a
molestare le donne del luogo e a maltrattare i contadini, quando non depredano i raccolti della
vendemmia. Tra le alture e la riva del lago, così come tra le varie colline, si snodano strade che
talvolta scendono fra due muri infossati nel suolo e in altri casi si alzano su terrapieni, consentendo
a chi vi cammina di vedere un ampio tratto di paesaggio: i luoghi da cui si ammira questo
spettacolo sono da ammirare a loro volta, in quanto mostrano il profilo variabile delle cime dei
monti che tempera e raddolcisce il carattere in parte selvaggio della natura.
Per una delle stradine descritte, la sera del 7 novembre 1628, torna a casa dalla passeggiata ​don
Abbondio​, curato di un ​paesino di quelle terre il cui nome non è citato dall'anonimo, così come non
è specificato il casato del personaggio. Il curato cammina lentamente e con fare svogliato,
recitando le preghiere e tenendo in mano il breviario, mentre alza di quando in quando lo sguardo
e osserva il paesaggio, oppure prende a calci i ciottoli sulla strada. Oltrepassata una curva,
percorre la strada sino a un bivio alla cui confluenza è posto un tabernacolo, che contiene
immagini dipinte di anime del purgatorio: qui, con sua grande sorpresa, vede due uomini che
sembrano aspettare qualcuno, il primo seduto a cavalcioni sul muretto e l'altro in piedi, appoggiato
al muro opposto della strada. Entrambi indossano una reticella verde che raccoglie i capelli e
hanno un enorme ciuffo che cade loro sul volto; portano lunghi baffi arricciati all'insù e due pistole
attaccate a una cintura di cuoio; hanno un corno per la polvere da sparo appeso al collo e un
pugnale che emerge dalla tasca dei pantaloni, con una grossa spada dall'elsa d'ottone e lavorata.
Don Abbondio li riconosce immediatamente come individui appartenenti alla specie dei ​bravi.​

Ma chi erano in effetti i ​bravi​? L'autore cita una grida dell'8 aprile 1583, emanata dal governatore
dello Stato di ​Milano che minacciava pene severissime contro tutti quei malviventi che si
mettevano al servizio di qualche signorotto locale per esercitare soprusi e violenze, intimando a
costoro di lasciare la città entro sei giorni. Tuttavia il 12 aprile 1584 lo stesso funzionario emanò
un'altra grida in cui si minacciavano pene ancor più severe contro tutti quelli che avevano anche
solo la fama di essere bravi, e il 5 giugno 1593 un altro governatore fu costretto a emanarne
ancora un'altra con reiterate minacce, seguita da un'altra datata 23 maggio 1598 in cui si
ribadivano pene severissime contro i bravi che commettevano omicidi, ruberie e vari altri delitti. La
serie interminabile di gride prosegue con un provvedimento datato 5 dicembre 1600 ed emanato
da un nuovo governatore di Milano, che minacciava nuovi tremendi castighi contro i bravi (anche
se, osserva ironicamente l'autore, quel funzionario era forse più abile a ordire trame politiche e a
spingere il duca di Savoia a muover guerra contro la Francia). A quella grida se ne aggiunsero altre
prodotte da altri governatori nel 1612, 1618 e 1627, quest'ultima a firma di ​don Gonzalo
Fernandez de Cordova poco più di anno prima dei fatti narrati; ciò basta all'autore a concludere
che, ai tempi di ​don Abbondio​, c'erano ancora molti bravi in Lombardia.

Tornando a ​don Abbondio​, il curato capisce subito che i due ​bravi stanno aspettando lui, dal
momento che al vederlo essi si scambiano un cenno d'intesa e gli si fanno incontro. Il curato si
guarda intorno, nella speranza di scorgere qualcuno, ma la strada è deserta; pensa se abbia
mancato di rispetto a qualche potente, escludendo di avere conti in sospeso di questo genere; non
potendo fuggire, decide di affrettare il passo e affrontare i due figuri, atteggiando il volto a un
sorriso rassicurante.
Uno dei bravi lo apostrofa subito chiedendogli se lui ha intenzione di celebrare l'indomani il
matrimonio tra ​Renzo Tramaglino e ​Lucia Mondella​, al che il curato si giustifica balbettando che i
due promessi hanno combinato tutto da sé e si sono rivolti a lui come un funzionario comunale. Il
bravo ribatte che il matrimonio non dovrà esser celebrato né l'indomani né mai e don Abbondio
tenta di accampare delle scuse poco convincenti, finché l'altro figuro interviene con parole
ingiuriose e minacciose. Il compagno riprende la parola e si dice convinto che il curato eseguirà
l'ordine, facendo poi il nome di ​don Rodrigo​, che riempie don Abbondio di terrore: il curato fa un
inchino e chiede suggerimenti, ma il bravo ribadisce l'ordine impartito e intima al religioso di
mantenere il segreto, lasciando intendere che in caso contrario ci saranno rappresaglie. Don
Abbondio pronuncia alcune parole di deferenza e rispetto verso don Rodrigo, quindi i due bravi se
ne vanno cantando una canzone volgare, mentre il curato vorrebbe proseguire il colloquio
entrando in improbabili trattative. Rimasto solo, dopo qualche attimo di sconcerto don Abbondio
prende la strada che conduce alla sua abitazione.

Il curato, evidentemente, non è un uomo molto coraggioso e questa è una misera condizione in
tempi come quelli in cui gli tocca vivere, in cui la legge e la ​giustizia non offrono alcuna protezione
contro i soprusi. Le leggi non mancano e sono anzi sovrabbondanti, ma non vengono praticamente
mai applicate e l'impunità è profondamente radicata nella società: i malfattori trovano asilo nei
conventi, sono protetti dai loro padroni e dai privilegi nobiliari, cosicché le gride minacciano pene
che non trovano esecuzione e i delitti si moltiplicano. Gli uomini chiamati a far rispettare le leggi
sono impotenti, pavidi o spesso conniventi con i criminali che dovrebbero contrastare, per cui
accade non di rado che siano gli uomini onesti e tranquilli ad essere perseguitati dalla ​giustizia​.
Alcuni si riuniscono in leghe, associazioni e corporazioni, per scopi leciti o illeciti, ma queste non
hanno sempre un grande potere e, specie nelle campagne, un signorotto circondato da una
masnada di bravi senza scrupoli può esercitare un dominio quasi tirannico sul paese.
Don Abbondio non è ricco, né nobile, né coraggioso, quindi ha accettato volentieri in gioventù di
diventare prete come volevano i suoi genitori, non per sincera vocazione ma per entrare in una
classe agiata e dotata di alcuni privilegi. Non prende mai parte alle contese e, se costretto a
prendere posizione, si schiera sempre col più forte; deve ingoiare molti bocconi amari e a volte
sfoga il suo malanimo contro gli individui più deboli da cui non ha nulla da temere, criticando
sempre aspramente quei religiosi che si battono contro le ingiustizie e le vessazioni. L'incontro coi
bravi lo ha sconvolto e ora, mentre torna a casa, pensa come uscire d'impiccio: dovrà dare
spiegazioni a ​Renzo​, che sa essere una testa calda, e tra sé inveisce contro lui e ​Lucia che, a suo
dire, hanno il torto di volersi sposare e di metterlo nei pasticci. È irritato anche contro ​don Rodrigo​,
che conosce solo di vista e che ha spesso difeso e definito un nobile cavaliere, ma contro il quale
ora in cuor suo emette giudizi assai meno lusinghieri. Mentre è immerso nei suoi pensieri, il curato
giunge alla sua casa in fondo al ​paese​ ed entra richiudendo subito la porta.

Il curato chiama la sua domestica, ​Perpetua​, che da anni lo accudisce essendo rimasta zitella e
sopportando i brontolii dei suo padrone, il quale a sua volta subisce i suoi. ​Don Abbondio va a
sedersi sulla sua sedia in salotto e Perpetua capisce subito che è sconvolto: gli chiede spiegazioni,
ma il curato rifiuta di parlare e chiede del vino, che la serva gli dà non senza qualche resistenza.
La donna rinnova più volte le sue richieste, così alla fine il curato si decide a rivelare tutto in
quanto desidera confidarsi con qualcuno; Perpetua inveisce contro la prepotenza di ​don Rodrigo​,
quindi suggerisce al padrone di informare di tutto con una lettera il cardinale ​Borromeo​, che è noto
per la sua onestà e la propensione a difendere i religiosi contro i soprusi dei potenti. Don Abbondio
rifiuta l'idea adducendo il timore di ricevere una schioppettata nella schiena, benché Perpetua gli
ricordi che i ​bravi spesso minacciano a vuoto e rimproverando il curato di non mostrarsi
abbastanza deciso, attirando su di sé le soperchierie di ribaldi e malfattori. Don Abbondio non vuol
sentire ragioni, quindi decide di andare a dormire senza neppure cenare: prende il lume e sale le
scale, poi, prima di entrare nella sua stanza, si volta verso Perpetua e le rinnova la preghiera di
non farsi sfuggire parola dell'accaduto.

II​capitolo 
Diversamente dal principe di Condé, che prima della battaglia di Rocroi trascorse una notte di
placido sonno, il povero ​don Abbondio ne passa una piena di pensieri e tormenti, nell'incertezza di
cosa fare il giorno dopo in cui è fissato il matrimonio di ​Renzo e ​Lucia​. Il curato esamina alcune
possibilità e, scartata subito quella di celebrare le nozze, esclude anche di dire la verità a Renzo,
come un'improbabile fuga dal ​paese​. Alla fine decide di guadagnare tempo e di rimandare le nozze
con qualche pretesto, confidando nel fatto che il 12 novembre inizierà il "tempo proibito" in cui non
si possono celebrare matrimoni per due mesi, che saranno per il curato un periodo di respiro. Don
Abbondio si rende conto che Renzo è innamorato di Lucia, ma il curato è troppo timoroso di
rimetterci la pelle, pensando alle minacce dei bravi. Verso il mattino riesce a prendere sonno,
anche se è assediato da terribili incubi popolati dai ​bravi​, da ​don Rodrigo​, da fughe e inseguimenti.

Al mattino ​Renzo si reca a casa di ​don Abbondio​, per prendere accordi circa l'ora in cui lui e ​Lucia
dovranno trovarsi in chiesa. Egli è un giovane di vent'anni, rimasto orfano dall'adolescenza, che
ora esercita la professione di filatore di seta: nonostante la stagnazione del mercato, Renzo trova
tuttavia di che vivere grazie alla sua abilità e anche alla scarsità di operai, emigrati in gran numero
negli Stati vicini in cerca di lavoro. Il giovane possiede anche un piccolo podere che lavora quando
non è impegnato come filatore, per cui la sua condizione economica si può dire discretamente
agiata (specie perché egli amministra le sue sostanze con giudizio, da quando si è fidanzato con
Lucia). Si presenta dal curato vestito di tutto punto, con un cappello ornato di piume variopinte e il
manico del pugnale che spunta dal taschino dei pantaloni, che gli conferisce un'aria un po'
spavalda che a quei tempi era comune anche agli uomini più pacifici. Il curato accoglie Renzo con
fare un po' reticente, il che insospettisce subito Renzo.

Renzo chiede a ​don Abbondio quando lui e ​Lucia dovranno trovarsi in chiesa, ma il curato finge di
cadere dalle nuvole e di non sapere di cosa parla: il giovane gli ricorda delle nozze e don Abbondio
ribatte che non può celebrarle, accampando prima motivi di salute e poi impedimenti burocratici
che sarebbero di ostacolo al matrimonio. Il curato spiega che avrebbe dovuto eseguire più
accurate ricerche per stabilire che nulla vieta ai due promessi di sposarsi, mentre per il suo buon
cuore ha affrettato le pratiche: accenna ai superiori cui deve rendere conto e, per confondere le
idee a Renzo, inizia a parlare in latino citando il diritto canonico. Il giovane, irritato, gli chiede di
parlare in modo comprensibile e il curato ribadisce che si tratta di rimandare le nozze di qualche
tempo, proponendo a Renzo una dilazione di quindici giorni. La reazione del giovane è alquanto
stizzita, al che don Abbondio gli chiede di pazientare almeno una settimana: invita Renzo a dire
alla gente in ​paese che è stato un suo sbaglio e a gettare la colpa di tutto su di lui, cosa che
appaga il giovane solo in parte (Renzo non è molto convinto delle ragioni esposte dal curato). Alla
fine Renzo se ne va, ribadendo al curato che aspetterà una settimana e non un giorno di più per
sposarsi con Lucia.

Renzo si accinge a tornare di malavoglia a casa di ​Lucia​, mentre ripensa al colloquio appena avuto
col curato e si convince sempre di più che le ragioni accampate da ​don Abbondio suonano strane e
incomprensibili. Sta quasi per tornare indietro a pretendere spiegazioni, quando vede ​Perpetua che
sta per entrare nella porticina dell'orto, quindi la chiama e le si avvicina. Il giovane inizia a parlare
con la donna, cui chiede conto del comportamento del suo padrone, e Perpetua accenna subito ai
segreti del curato che ella, afferma, non può sapere. Renzo capisce che c'è qualcosa sotto, perciò
incalza la donna con altre domande, finché la domestica si lascia sfuggire che la colpa di tutto non
è di don Abbondio ma di un prepotente, per cui Renzo capisce che non si tratta certamente dei
superiori del curato. Perpetua rifiuta di rispondere ad altre domande ed entra nell'orto, quindi
Renzo finge di andarsene e poi, senza farsi vedere da lei, torna indietro ed entra nuovamente nella
casa del curato, andando con fare alterato nel salotto dove don Abbondio è seduto.

Renzo chiede subito a un esterrefatto ​don Abbondio chi è il prepotente che si oppone alle sue
nozze: il curato impallidisce e con un balzo tenta di guadagnare la porta, ma il giovane lo precede
e chiude l'uscio, mettendosi la chiave in tasca. In seguito Renzo chiede nuovamente al curato il
nome di chi lo ha minacciato, mettendo forse inavvertitamente la mano sul manico del pugnale, il
che riempie di paura il sacerdote che, non senza esitazioni, fa finalmente il nome di ​don Rodrigo​.
La reazione di Renzo è furibonda, ma a questo punto don Abbondio descrive il terribile incontro coi
bravi e sfoga la collera che ha in corpo, accusando anche il giovane di avergli esercitato una forma
di violenza nella sua casa. Renzo si scusa debolmente e riapre la porta, mentre il curato lo implora
di mantenere il segreto per il bene di tutti: gli chiede di giurare, ma Renzo esce e se ne va senza
promettere nulla, per cui don Abbondio chiama a gran voce ​Perpetua​. La domestica accorre
dall'orto con un cavolo sotto il braccio e segue un breve scambio di battute col padrone che
l'accusa di aver parlato e lei che nega di averlo fatto; alla fine il curato si mette a letto con la
febbre e ordina alla donna di sprangare l'uscio e di non aprire a nessuno, rispondendo dalla
finestra a chi eventualmente chiedesse di lui.

Renzo torna infuriato a casa di ​Agnese e ​Lucia​, sconvolto per l'accaduto e meditando vendetta
contro il suo nemico ​don Rodrigo​: egli è un giovane pacifico che non commetterebbe mai violenze,
ma in questo momento fantastica di uccidere il signorotto e immagina di correre al suo palazzotto
per afferrarlo per il collo. Poi pensa che non potrebbe mai penetrare in quell'edificio, dove il
signore è circondato dai suoi ​bravi​, quindi progetta di tendergli un'imboscata e di sparargli col suo
schioppo, per poi correre al confine e mettersi in salvo riparando in un altro Stato. Ma Lucia? Il
pensiero della sua promessa sposa tronca questi pensieri sanguinosi e lo induce a pensare ai
genitori, a Dio, alla Madonna, rallegrandosi di aver solo pensato un'azione così scellerata. Tuttavia
il giovane è preoccupato all'idea di dover informare la ragazza dell'accaduto e sospetta che Lucia lo
abbia tenuto all'oscuro di qualche cosa, il che lo riempie di dubbi e di sospetti. Renzo passa davanti
alla propria casa e raggiunge quella di Lucia, che si trova in fondo al ​paese​; entra nel cortile, cinto
da un piccolo muro, sentendo un vociare femminile che proviene dalle stanze del primo piano e
immagina che si tratti delle donne venute ad aiutare Lucia a prepararsi per le nozze.

Una ragazzetta di nome ​Bettina si fa incontro a ​Renzo nel cortile, chiamandolo a gran voce, ma il
giovane le impone di fare silenzio e le chiede di salire a chiamare ​Lucia​, facendola venire al pian
terreno senza che nessuno se ne accorga. La fanciulla sale subito e trova Lucia che sta ultimando
di vestirsi: la giovane ha i lunghi capelli bruni raccolti in trecce, con spilli d'argento infilati che
formano una specie di aureola sopra la testa (secondo la moda delle contadine milanesi); al collo
porta una collana di pietre rosse e bottoni dorati, indossa un busto di broccato a fiori, una gonnella
corta di seta di scarsa qualità, calze rosse e due pianelle di seta. Bettina le si accosta e le dice
qualcosa all'orecchio, quindi Lucia si congeda dalle donne e scende al pian terreno: qui trova
Renzo, che le dice subito cos'è successo e fa il nome di ​don Rodrigo​, al che la giovane è sconvolta
dal rossore. Renzo la accusa di essere a conoscenza della cosa, ma Lucia lo prega di pazientare e
corre di sopra a licenziare le donne, mentre intanto la madre ​Agnese è scesa e si è unita a Renzo.
Lucia dice alle donne che il curato è ammalato e per questo il matrimonio è rimandato, quindi le
sue compagne vanno via e si spargono per il ​paese​, raccontando a tutti l'accaduto. Alcune vanno
alla casa di ​don Abbondio per verificare se sia davvero malato e qui trovano ​Perpetua​, la quale si
affaccia dalla finestra e dice loro che il curato ha un febbrone. Le donne, alquanto deluse per non
poter spettegolare oltre, si ritirano nelle proprie case.

III c​apitolo 
Lu​cia​ torna da ​Renzo​ e ​Agnese​ e, incalzata dalle loro richieste, racconta tra i singhiozzi cosa è
accaduto pochi giorni prima: mentre tornava dalla filanda, era rimasta indietro dalle compagne e
aveva incontrato per caso ​don Rodrigo​, in compagnia di un altro nobile (il conte ​Attilio​); il
signorotto l'aveva importunata con parole volgari, quindi lei aveva affrettato il passo per
raggiungere le compagne, sentendo don Rodrigo che diceva all'altro signore "scommettiamo". Il
giorno seguente c'era stato un nuovo incontro, ma stavolta la giovane aveva tenuto gli occhi bassi
ed era rimasta in mezzo alle altre ragazze; in seguito Lucia aveva raccontato tutto al ​padre
Cristoforo​, in confessione, e giustifica il suo silenzio con la madre dicendo di non aver voluto
rattristarla, anche se un'altra ragione era il timore che la donna, alquanto pettegola, rivelasse la
cosa in ​paese​. Il padre Cristoforo le aveva consigliato di non uscire e di affrettare le nozze, motivo
per cui lei aveva pregato Renzo di accelerare le pratiche (nel dire questo non può evitare di
arrossire). Lucia scoppia in lacrime e Renzo inveisce contro don Rodrigo, manifestando propositi
bellicosi che però la giovane sopisce subito invitando il giovane a confidare in Dio. Lucia propone
addirittura di lasciare il paese, ma Renzo le ricorda che non sono sposati e ciò creerebbe infiniti
problemi; quanto a ​don Abbondio​, non c'è da sperare che celebri il matrimonio o li agevoli in
questa decisione.
I tre restano in silenzio, finché ​Agnese ha un'idea e consiglia a ​Renzo di andare a ​Lecco​, per
rivolgersi a un dottore in legge che tutti chiamano ​Azzecca-garbugli e che la donna descrive come
un uomo alto, magro, pelato, col naso rosso e una voglia di lampone sulla guancia. Agnese
raccomanda a Renzo di non chiamarlo col suo soprannome e gli suggerisce di portargli come
offerta i quattro capponi che avrebbe dovuto cucinare per il banchetto nuziale della domenica. Il
giovane accetta di buon grado e, presi i capponi, si reca subito nella vicina cittadina di Lecco,
camminando di buon passo e dimenando le povere bestie che tiene per le zampe, le quali si
beccano tra loro come di solito fanno i compagni di sventura.
Giunto a Lecco, Renzo si fa indicare la casa dell'avvocato e qui viene accolto dalla ​serva in cucina,
alla quale consegna i capponi non senza qualche esitazione (il giovane vorrebbe addirittura darli al
dottore in persona). Compare poi l'Azzecca-garbugli, che accoglie Renzo nel suo studio dopo che il
giovane si è prodotto in un profondo inchino.
Lo studio dell'avvocato è una grande stanza, che su tre pareti mostra i ritratti dei dodici Cesari
mentre la quarta è occupata da uno scaffale pieno di libri impolverati; in mezzo c'è un tavolo con
sopra gride e documenti accatastati alla rinfusa, circondato da qualche sedia e dalla poltrona
dell'avvocato, alquanto consunta dall'uso e dal tempo. Il dottore indossa una toga anch'essa
sgualcita dal tempo, che contribuisce a dare all'ambiente un carattere di trascuratezza e disordine.
L'​Azzecca-garbugli chiede a ​Renzo quale sia il suo caso e il giovane gli domanda, con qualche
esitazione, se chi minaccia un curato perché non celebri un matrimonio può incorrere in una pena.
L'avvocato cade in un equivoco e pensa che Renzo sia un ​bravo​, quindi gli dice di aver fatto bene a
rivolgersi a lui e si alza, cercando qualcosa tra i documenti sul tavolo. Dopo un po' trova una grida,
datata 15 ottobre 1627, e inizia a leggerla invitando Renzo a seguirlo (il giovane dice di saper
leggere "un pochino"): la grida commina pene assai severe a coloro che minacciano un curato per
non celebrare un matrimonio, al che Renzo si mostra soddisfatto e felice che la legge preveda il
caso che lo riguarda. Il dottore, che lo crede un malfattore, è stupito della sua calma e gli dice che
ha fatto bene a tagliarsi il ciuffo, cosa che ovviamente Renzo smentisce affermando di non averlo
mai portato in vita sua, cioè di non essere un bravo. A questo punto l'Azzecca-garbugli si irrita e,
credendo che Renzo voglia farsi beffe di lui, lo invita a dire tutta la verità perché solo in questo
modo l'avvocato potrà tirarlo fuori dai guai: gli prospetta poi il modo in cui lo assisterà, ovvero
invocando la protezione del signore che lo ha incaricato di eseguire le minacce, comprando
testimoni, minacciando a sua volta lo sposo offeso e il curato, facendo cioè capire a Renzo che un
abile leguleio è in grado di manipolare la ​giustizia e farsi beffe della legge, assicurando l'impunità
ai colpevoli e negando alle vittime il riconoscimento dei propri diritti.

Renzo continua ad ascoltare l'avvocato come inebetito, poi comprende l'equivoco in cui è caduto
l'​Azzecca-garbugli e svela finalmente la verità, affermando di non essere un colpevole ma la
vittima, e di non aver minacciato nessuno in quanto è lui la parte lesa nel mancato matrimonio. Il
dottore lo rimprovera per la poca chiarezza, quindi il giovane racconta per sommi capi la sua
vicenda (il fidanzamento con ​Lucia​, le nozze rimandate, il modo in cui ha fatto confessare il
curato...), ma quando fa il nome di ​don Rodrigo l'avvocato lo interrompe e inizia a storcere la
bocca. L'Azzecca-garbugli non vuole sentire altro da Renzo e lo accusa di raccontar fandonie,
invitandolo ad andarsene subito dalla sua casa: lo caccia via senza sentir ragioni, ordinando
addirittura alla ​serva di restituirgli i capponi, cosa che la domestica fa guardando il giovane come
se avesse combinato qualche grosso guaio. Renzo tenta ancora di difendere le sue ragioni, ma
l'avvocato è irremovibile e al giovane non resta che andarsene sconsolato, per tornare al ​paese
dalle due donne.

Nel frattempo ​Agnese e ​Lucia​, dopo essersi tolto l'abito della festa e aver indossato quello da
lavoro, stanno pensando al da farsi e Lucia vorrebbe avvertire il ​padre Cristoforo dell'accaduto per
avere da lui consiglio e aiuto, ma nessuna delle due sa come contattarlo (il convento di
Pescarenico dove il cappuccino si trova è lontano e loro non hanno certo il coraggio di andarci). In
quel momento si sente bussare alla porta e si sente qualcuno dire "​Deo gratias​", per cui Lucia
corre ad aprire e compare ​fra Galdino​, un cercatore laico cappuccino che porta al collo la sua
bisaccia per la cerca delle noci. Dopo i saluti, Agnese ordina alla figlia di andare a prendere le noci
per il convento e la ragazza ubbidisce, non prima però di aver fatto cenno alla madre, senza farsi
vedere dal frate, di non dire una sola parola circa quello che è accaduto quel giorno.

Fra Galdino chiede spiegazioni ad ​Agnese circa il matrimonio rimandato e la donna, memore
dell'ammonimento della figlia, dice che è stato a causa di una malattia del curato. Il cercatore
lamenta poi della scarsità della sua raccolta e dichiara che come rimedio per la ​carestia c'è solo
l'elemosina, come dimostra il "miracolo delle noci" che avvenne molti anni prima in un convento di
cappuccini in Romagna: il frate narra che in quel convento c'era un padre santo di nome Macario,
che un giorno vide in un campo il proprietario di un noce che ordinava ai suoi contadini di
abbattere la pianta; l'uomo disse al padre che il noce non faceva frutti, al che il cappuccino rispose
che quell'anno avrebbe dato un raccolto straordinario. L'uomo accettò di risparmiare l'albero e
promise che la metà delle noci sarebbe andata al convento. A primavera, in effetti, il noce
produsse una quantità incredibile di frutti, ma il proprietario era morto prima di raccoglierle e suo
figlio, giovane molto diverso dal padre, si era poi rifiutato di onorare la promessa e di consegnare
le noci al convento. Un giorno, però, il giovinastro stava gozzovigliando con amici suoi pari,
ridendo dei frati, e li aveva condotti in granaio a vedere le noci: al posto dei frutti trovarono solo i
fiori secchi della pianta, per cui la voce del miracolo si sparse in un baleno e il convento ne
guadagnò, perché in seguito ricevette tante elemosine da poterle poi ridistribuire tra i poveri, come
normalmente avviene.

Poco dopo ritorna ​Lucia​, che porta nel grembiule tante di quelle noci che la madre le lancia
un'occhiata di rimprovero: ​fra Galdino riempie la sua bisaccia e ringrazia di cuore, quindi la
giovane lo prega di riferire al ​padre Cristoforo che lei e la madre hanno bisogno di parlargli e che lo
faccia venire alla loro casa quanto prima. Il frate promette di riportare il messaggio e se ne va,
mentre Lucia è certa che il padre, un frate di grande autorità e di molto prestigio in quelle
contrade, non tarderà a farsi vedere (i frati cappuccini, del resto, godevano a quei tempi di
profondo rispetto come di disprezzo, essendo votati all'umiltà, alla carità, al servizio del prossimo).
In seguito ​Agnese rimprovera la figlia della sua generosa elemosina, specie in quell'anno di
carestia​, ma Lucia si giustifica adducendo il fatto che in tal modo fra Galdino tornerà subito al
convento e compirà senz'altro l'ambasciata, mentre se dovesse proseguire la cerca delle noci se ne
scorderebbe di certo. Agnese approva la sua decisione, quindi sopraggiunge ​Renzo che getta i
capponi sulla tavola e riferisce l'infelice esito del suo incontro con l'​Azzecca-garbugli​, lasciando
nella costernazione le due donne (Agnese tenta di dire che il giovane non ha saputo spiegarsi con
l'avvocato). Renzo torna a manifestare oscuri propositi di vendetta, al che le due donne cercano di
calmarlo e Lucia dichiara di sperare molto nell'aiuto del padre Cristoforo, che il giorno dopo verrà
certamente a visitarle. È ormai il tramonto e Renzo, sconsolato, lascia la casa della sua promessa
continuando a ripetere "a questo mondo c'è giustizia, finalmente".

​IV​capitolo 
Alle prime luci dell'alba ​padre Cristoforo lascia il convento di ​Pescarenico (un piccolo paese sulle
rive del lago, non lontano dal ponte di ​Lecco e abitato per lo più da pescatori) per recarsi alla casa
di ​Agnese e ​Lucia​. Il cielo è sereno e il sole illumina il paesaggio, in cui si vedono le foglie di gelso
che cadono a terra e quelle della vite ancora rosseggianti, mentre nei campi biancheggiano le
stoppie dopo la mietitura. Lo spettacolo sembra lieto, ma in realtà è rattristato dalla presenza di
mendicanti lungo la strada che riveriscono il frate, mentre i contadini spargono i semi nei campi
con parsimonia e lavorano svogliatamente con la zappa, e una ragazza conduce al pascolo una
vacca macilenta raccogliendo erbe che possono nutrire la sua famiglia (tutto ciò rammenta che è
periodo di carestia).
Ma per quale motivo il frate cappuccino ha risposto con tanta sollecitudine alla chiamata di Agnese
e Lucia? E, soprattutto, chi è padre Cristoforo? Si tratta di un uomo di circa sessant'anni, che
conserva ancora un atteggiamento fiero e inquieto nonostante l'abitudine all'umiltà; ha una lunga
barba bianca che incornicia un volto scavato dall'astinenza, che per questo ha acquistato gravità,
con due occhi che spesso sono chinati a terra ma talvolta si levano con improvvisa vivacità, simili a
due cavalli domati dal cocchiere che, a volte, non rinunciano a tentare di ribellarsi ai suoi comandi.
L'autore apre a questo punto un ampio flashback in cui racconta il passato di ​padre Cristoforo​, che
prima di diventare frate si chiamava Lodovico (il nome della città in cui è nato non viene
menzionato). Lodovico è figlio di un ricco ​mercante​, che alla fine della sua vita lascia gli affari e
inizia a vivere come un nobile, vergognandosi delle proprie origini che tenta in ogni modo di
celare: al punto che un giorno, durante un banchetto, un commensale dice senza malizia che fa
"orecchio da mercante", il che è sufficiente a fare incupire il padrone di casa e a spegnere l'allegria
della brigata (da quel giorno l'incauto ospite non verrà più invitato). Lodovico viene educato come
un aristocratico e acquista abitudini signorili, trovandosi assai ricco alla morte del padre, ma
quando tenta di mescolarsi agli altri nobili della sua città viene trattato con disprezzo e si allontana
da loro indispettito. In seguito tenta di competere con loro in sfarzo e spese futili, attirandosi
inimicizie e critiche, per poi diventare una specie di difensore dei deboli e degli oppressi che
subiscono angherie proprio da parte di quei nobili con cui ha avuto di che ridire. La sua indole è
onesta ma incline alla violenza, per cui Lodovico si circonda di sgherri e ​bravi ed è spesso costretto
a compiere atti moralmente discutibili per amore della ​giustizia​, il che gli provoca rimorsi di
coscienza (tanto che, a volte, è tentato dall'idea di abbandonare il mondo e farsi frate).

Un giorno Lodovico cammina per strada insieme a due ​bravi e un fedele servitore di nome
Cristoforo​, già dipendente del padre e ora suo maestro di casa, un uomo di cinquant'anni con una
numerosa famiglia. Il giovane incontra un ​nobile della sua città, noto per la sua arroganza, che
procede circondato anch'egli da quattro bravi: entrambi camminano rasente un muro, e poiché
Lodovico lo sfiora con il fianco destro avrebbe diritto che l'altro gli cedesse il passo, mentre il
nobile potrebbe esigere la stessa cosa in quanto aristocratico (dunque entrambi, stando ai codici
cavallereschi del tempo, avrebbero ragione). Quando i due si trovano di fronte, il nobile intima
imperiosamente a Lodovico di farlo passare e il giovane rifiuta in modo sdegnoso; segue un breve
scambio di battute in cui i contendenti si scambiano tipici insulti cavallereschi (il nobile dà a
Lodovico del "meccanico" e gli rinfaccia le sue origini borghesi, l'altro lo accusa di viltà), poi nasce
un duello cui prendono parte anche i bravi di entrambe le parti. Lo scontro è molto violento e
Lodovico viene ferito, quando il suo avversario gli piomba addosso con la spada: il servo Cristoforo
protegge il suo padrone e viene colpito a morte, quindi Lodovico uccide a sua volta il nobile
trafiggendolo con la sua lama. A questo punto i bravi di entrambi si danno alla fuga, mentre
Lodovico rimane steso in strada, malconcio, accanto ai corpi di Cristoforo e del suo rivale.

Attorno ai tre uomini si raccoglie una piccola folla di spettatori, i quali conoscono Lodovico come
giovane dabbene e il ​nobile ucciso come un noto prepotente, per cui non vogliono che il primo
finisca nelle mani della ​giustizia o dei parenti del morto: lo conducono allora a un vicino convento
di cappuccini, dove potrà essere curato e sarà al riparo da possibili ritorsioni (i luoghi sacri offrono
asilo a chi vi si rifugia). Lodovico è rimasto profondamente turbato dalla morte di ​Cristoforo che si
è sacrificato per lui, e soprattutto dalla vista dell'uomo che lui stesso ha assassinato; più tardi un
padre del convento gli riferisce che il nobile, prima di spirare, lo ha perdonato e ha chiesto a sua
volta perdono per il male commesso, il che accresce il suo scoramento e il rimorso per quanto ha
fatto. Frattanto i parenti del nobile ucciso, armati di tutto punto, giungono nei pressi del convento
per reclamare la consegna di Lodovico, cosa che non possono ottenere poiché quello è un luogo
sacro e inviolabile.
Il giovane prega i cappuccini di riferire alla vedova di Cristoforo che provvederà lui alle necessità
della famiglia, quindi matura la decisione di indossare la tonaca come espiazione del male
commesso: annuncia la sua decisione al padre guardiano, il quale lo ammonisce dal prendere
risoluzioni affrettate ma si dichiara disposto ad accoglierlo. Lodovico in seguito fa donazione di tutti
i suoi averi alla vedova di Cristoforo, mentre la sua scelta di farsi frate toglie i cappuccini
dall'imbarazzo di decidere cosa fare di lui, poiché la famiglia dell'uomo ucciso pretende vendetta e i
frati non possono certo consegnar loro Lodovico senza rinunciare ai loro privilegi: tuttavia la
monacazione del giovane può sembrare un'espiazione sufficiente per l'omicidio commesso, dunque
la cosa potrà soddisfare i parenti del nobile ucciso (che, del resto, non piangono la sua morte ma si
sentono offesi nell'onore nobiliare).

Il padre guardiano si reca dal ​fratello dell'ucciso e gli comunica la decisione di Lodovico, indicando
la monacazione del giovane come risarcimento sufficiente per l'onore della famiglia, al che il
gentiluomo protesta il proprio sdegno ma, alla fine, pone come unica condizione che il novizio lasci
immediatamente la città. Il padre acconsente e lascia credere che si tratti di un gesto d'obbedienza
(in realtà ha già preso questa decisione), per cui la questione viene risolta con soddisfazione di
tutti, specie di Lodovico che in tal modo potrà iniziare una vita di espiazione e penitenza. Ad
appena trent'anni diventa dunque frate e assume il nome di Cristoforo, in modo da ricordarsi
sempre del male commesso e accrescere così l'espiazione di quella morte causata indirettamente
da lui.
Fra Cristoforo dovrà compiere il noviziato in un paese a sessanta miglia di distanza, ma il giovane
chiede al padre guardiano di potersi prima recare dal fratello dell'ucciso a implorare il suo perdono
per il gesto compiuto. Il padre approva l'intenzione e si reca dal gentiluomo a rivolgere tale
richiesta, al che il nobile pensa che questa sarà l'occasione di una pubblica soddisfazione della
famiglia e risponde che Cristoforo potrà venire il giorno dopo. Il gentiluomo l'indomani fa
raccogliere tutti i parenti nel suo palazzo e attende il novizio circondato da aristocratici in abito da
cerimonia e le spade al fianco, in uno scenario di pompa e magnificenza tipica dell'aristocrazia di
quei tempi.

Fra Cristoforo giunge al palazzo accompagnato da un altro padre e prova subito un certo
imbarazzo al vedere tanti nobili riuniti, ma poi pensa che ciò sarà parte della sua espiazione per il
delitto commesso. Attraversa una grande sala piena di gente e si inginocchia ai piedi del ​fratello
del nobile ucciso, che lo guarda dall'alto con aria altera e sdegnata: il frate parla con voce sincera
e chiede con contrizione perdono per il male commesso, suscitando un mormorio di approvazione
da parte di tutti i presenti. Anche il gentiluomo padrone di casa è toccato e invita Cristoforo ad
alzarsi, aggiungendo parole di conforto e riconoscendo i torti del fratello defunto; quindi concede il
proprio perdono al frate, che si dice contento di ciò (anche se, ovviamente, ciò non cancella il male
compiuto ai danni dell'uomo ucciso).
Tutti si felicitano con il novizio, al quale i servitori di casa offrono delicate vivande; il frate rifiuta
con cortesia, limitandosi a chiedere solo un pezzo di pane con cui potrà rifocillarsi durante il
viaggio che lo attende. Il padrone di casa lo accontenta e un cameriere gli porge su un piatto
d'argento un pane, che il novizio mette nella sporta e di cui conserverà un pezzo come ricordo di
quel memorabile giorno (il cosiddetto "pane del perdono"). Fra Cristoforo lascia il palazzo riverito
da tutti, mentre il fratello del morto è stupito della sua benevolenza e da quel giorno diventa un
po' più affabile e meno altero, mentre tutta la sua famiglia ricorderà questa giornata nel segno del
perdono e della riconciliazione.

L'autore non racconta la vita di ​padre Cristoforo negli anni seguenti, se non dicendo che il
cappuccino esegue con obbedienza i doveri che gli sono imposti, cioè di predicare e assistere i
moribondi, anche se non rinuncia quando si presenta l'occasione a prendere le difese dei deboli
contro le ingiustizie degli oppressori: l'uomo conserva ancora un barlume dell'antica fierezza e
dell'indole animosa, per cui il suo contegno, abitualmente umile e posato, può diventare impetuoso
e sdegnato quando assiste a qualche intollerabile ingiustizia. Ciò spiega la sua sollecitudine nel
rispondere alla chiamata di ​Lucia​, che il padre conosce come una giovane innocente e vittima di
un'infame persecuzione da parte di ​don Rodrigo​: in ansia per lei e per quanto può esserle
accaduto, giunge infine alla casa della giovane e della madre ​Agnese​, le quali accolgono il
cappuccino con una benedizione.

 
​V​capitolo 
Padre Cristoforo entra nella casa di ​Agnese e ​Lucia e chiede loro il motivo della chiamata: Lucia
scoppia a piangere e la madre racconta in breve al frate che cos'è successo. Il cappuccino ascolta
non senza un profondo sdegno, quindi consola le due donne e le rassicura dicendo che non farà
mancare il suo aiuto, e di confidare nel soccorso divino. Sedutosi su uno sgabello, il frate inizia poi
a pensare tra sé e a esaminare le possibili vie d'uscita: scarta l'ipotesi di costringere ​don Abbondio
a celebrare il matrimonio, poiché è certo che il curato ha più paura delle minacce dei ​bravi che non
di lui; esclude anche di informare il cardinal ​Borromeo​, poiché occorrerebbe tempo e comunque, se
anche i due promessi si sposassero, questo potrebbe non bastare a fermare ​don Rodrigo​. Potrebbe
fare intervenire i suoi confratelli, ma, poiché il signorotto si atteggia ad amico del convento e dei
cappuccini, teme che ciò sarebbe addirittura controproducente. Decide infine di andare al palazzo
del nobile ad affrontarlo di persona, per tentare di farlo recedere dai suoi propositi e, al contempo,
valutare la sua ostinazione nel portare a termine i suoi sporchi progetti.Mentre ​padre Cristoforo è
assorto nei suoi pensieri sopraggiunge ​Renzo​, che ovviamente non sa stare lontano dalla casa
della sua promessa e che resta in silenzio per non disturbare il cappuccino. Questi si accorge della
sua presenza e lo saluta, al che il giovane pronuncia parole di accusa verso ​don Rodrigo e si
lamenta del fatto che gli amici del ​paese sembrano averlo abbandonato, nonostante le profferte di
aiuto in caso di bisogno per togliere di mezzo un nemico. Renzo capisce di aver toccato il tasto
sbagliato e infatti padre Cristoforo lo rimprovera e lo esorta a non nutrire propositi di violenza, a
confidare nell'aiuto di Dio e a non meditare vendetta per risolvere i suoi problemi. Renzo promette
che non farà colpi di testa e il frate comunica la sua intenzione di andare al ​palazzo di don Rodrigo,
assicurando che sarà di ritorno quanto prima. Consiglia ai tre di stare in casa e di evitare guai,
quindi lascia la casa e torna al convento di ​Pescarenico​, dove esegue gli uffici di sesta (verso
mezzogiorno) e da dove, dopo un pasto frugale, si dirige al palazzo del signorotto.Il ​palazzo di ​don
Rodrigo sorge su un'altura poco lontano dal ​paese e da ​Pescarenico​, ai piedi della quale c'è un
piccolo villaggio di contadini abitato da brutti ceffi simili a ​bravi (nelle case si intravedono armi da
fuoco) e dove persino i vecchi, le donne e i fanciulli sembrano avere un'aria bellicosa. ​Padre
Cristoforo attraversa il villaggio e sale al palazzo lungo una strada tortuosa, che conduce all'edificio
simile a una piccola fortezza squadrata: l'abitazione è talmente silenziosa da sembrare deserta e
infatti la porta è chiusa, come anche le finestre che sono protette da imposte consunte e da
robuste inferriate. Sui due battenti della porta sono inchiodate le carcasse di due avvoltoi e ai lati,
sdraiati su delle panche, ci sono due bravi che montano la guardia in modo svogliato. Uno di essi si
alza e accoglie in modo benevolo il frate, invitandolo a entrare e facendo osservazioni sarcastiche
circa il rispetto che nutre verso i cappuccini (nel loro convento, infatti, si è rifugiato varie volte per
sfuggire alla legge). Il bravo picchia all'uscio e questo è aperto da un anziano ​servitore​, circondato
da diversi cani, il quale accoglie padre Cristoforo con deferenza e lo invita a entrare. L'uomo
osserva stupito che la presenza del frate in quel luogo è sorprendente, anche se si può compiere
del bene dappertutto, quindi conduce Cristoforo attraverso dei salotti in penombra sino alla porta
della sala da pranzo, da cui proviene un gran fracasso di stoviglie e di voci concitate che si
accavallano l'una con l'altra.​Padre Cristoforo vorrebbe ritrarsi e attendere in un luogo appartato la
fine del pranzo, ma la porta della sala si apre e il conte ​Attilio chiama subito il frate, invitandolo a
entrare a gran voce. ​Don Rodrigo​, che gli siede accanto, è allora costretto ad invitare anche lui il
cappuccino ad entrare, anche se farebbe a meno di questa visita; Cristoforo avanza con fare
esitante e rivolge un inchino al padrone di casa, non per ossequio servile ma a causa della
soggezione che il nobile, seduto a tavola e circondato da amici potenti, inevitabilmente gli incute.
Don Rodrigo sta consumando un banchetto insieme a vari convitati, tra cui (oltre al conte Attilio,
suo cugino) vi sono il ​podestà di Lecco, il dottor ​Azzecca-garbugli e altri due commensali di cui
l'anonimo non riferisce il nome, intenti a mangiare e ad acconsentire a qualunque cosa venga detta
da uno degli altri presenti. Il padre viene fatto sedere e chiede con deferenza al nobile di poter
avere un colloquio riservato con lui, su una faccenda delicata; don Rodrigo acconsente, ma prima
vuole ad ogni costo che venga servito del vino al frate (questi si schermisce e allora il signorotto
afferma sardonico che un cappuccino deve bere il suo vino, proprio come un creditore insolente
deve essere bastonato con la legna dei suoi boschi). Tutti ridono e padre Cristoforo, per non
irritare il padrone di casa, beve a piccoli sorsi il vino versato da un'ampolla.
Tra il conte ​Attilio e il ​podestà è in corso una disputa su una questione cavalleresca, che concerne
la bastonatura che un nobile ha riservato al messaggero latore di una sfida: Attilio sostiene che
essa è legittima, mentre il podestà afferma il contrario in ossequio al diritto romano e all'usanza
per cui l'ambasciatore è persona inviolabile. ​Don Rodrigo​, volendo troncare la discussione, propone
di fare arbitro di essa ​padre Cristoforo​, cosa che trova Attilio d'accordo mentre il podestà è
perplesso: il frate si dichiara incompetente a dirimere la questione, ma don Rodrigo fa alcune
pesanti allusioni al suo passato di laico, lasciando intendere che sa che in gioventù aveva ucciso un
uomo proprio in un duello. Il padrone di casa illustra il fatto, che riguarda una sfida a duello
mandata da un cavaliere spagnolo a uno milanese, la quale era stata recapitata da un servo al
fratello dello sfidato che, irritato, l'aveva fatto bastonare. I due contendenti riprendono a discutere
e mentre il podestà cita il diritto degli antichi Romani, il conte Attilio ribatte che è pieno diritto per
un nobile far bastonare un plebeo, anche perché questo non è certo un atto proditorio come
vorrebbe il suo avversario. L'​Azzecca-garbugli​, chiamato in causa da Attilio, si sottrae ricordando
che l'arbitro designato è appunto il frate, il quale, dopo aver tentato anch'egli di schermirsi, è
costretto a dire il suo parere: padre Cristoforo afferma che, secondo lui, non dovrebbero esserci né
sfide, né duelli, né bastonature e ovviamente le sue dichiarazioni suscitano la viva sorpresa di
Attilio, che ribatte che un mondo simile sarebbe per lui "alla rovescia", senza cioè il "punto
d'onore" e la possibilità di punire i "mascalzoni". Anche l'avvocato sostiene che il parere del frate
non ha valore secondo le leggi del mondo e il cappuccino non ribatte nulla a un simile
ragionamento.​Don Rodrigo cambia improvvisamente argomento di conversazione e, alludendo alla
guerra per il possesso di Mantova che è in corso tra la Francia di Luigi XIII e la Spagna di Filippo
IV, dice di aver sentito a ​Milano che potrebbe esserci un trattato di pace. Il conte ​Attilio si dice
d'accordo, ma il ​podestà ribatte che ha saputo dal castellano spagnolo di ​Lecco che le cose non
stanno così e il padrone di casa lancia un'occhiata al cugino, invitandolo a non insistere oltre per
non irritare il suo ospite (il cui appoggio, ovviamente, gli è prezioso per non avere guai con la
legge). Il podestà inizia allora un bizzarro e sconclusionato discorso di elogio al conte-duca
Olivares, primo ministro spagnolo che, a suo dire, è un fine politico in grado di mettere nel sacco
tutti i suoi avversari, a cominciare dal cardinale Richelieu, primo ministro francese (il podestà
dimostra una certa vanagloria e una discreta ignoranza, per cui il suo elogio verso l'Olivares suona
piuttosto ridicolo e privo di senso). Per porre fine alla discussione, don Rodrigo fa portare dell'altro
vino con cui il podestà fa un solenne brindisi in onore del conte-duca, al quale è costretto ad unirsi
lo stesso ​padre Cristoforo​. Chiamato in causa, l'​Azzecca-garbugli si produce in un goffo elogio della
bontà del vino, i cui fumi lo hanno evidentemente inebriato, quindi loda il padrone di casa che offre
splendidi pranzi mentre fuori infuria la ​carestia​. L'accenno a questa induce i presenti ad accusare
gli incettatori di grano e i fornai, rei di nascondere il pane, per cui più d'uno invoca processi
sommari contro di essi. Padre Cristoforo assiste alla scena in silenzio, senza mostrare di volersene
andare prima di aver parlato con don Rodrigo: questi, per liberarsi di lui e non potendolo mandar
via per ossequio formale ai cappuccini, a un certo punto si alza da tavola (imitato dai suoi ospiti) e
fa accomodare il frate in una sala appartata, dove i due potranno parlare.

 
VI ​capitolo 
Don Rodrigo​, appartatosi con ​padre Cristoforo in una sala del ​palazzo​, invita il frate a parlare con
modi in apparenza ossequiosi, ma che nascondono una certa impazienza. Il cappuccino sgrana il
rosario che tiene alla cintola e, soffocando la propria indignazione per il nobile, lo informa del fatto
che alcuni ​bravi hanno fatto il suo nome per minacciare un povero curato e lo prega umilmente di
por fine a questa vicenda in nome della sua coscienza e dell'onore. Don Rodrigo ribatte che il frate
gli parlerà della sua coscienza in confessione, mentre del suo onore è lui l'unico custode: il frate
capisce che il nobile vuole trasformare il discorso in una contesa e per non irritarlo ulteriormente si
affretta a scusarsi e a ribadire la sua preghiera in favore di due poveri innocenti.
Don Rodrigo reagisce accusando fra Cristoforo di venire a fargli "la spia in casa", al che il
cappuccino trattiene la collera e invoca la potenza di Dio per indurre il signorotto a recedere dai
suoi propositi. Il padrone di casa ironizza sul fatto che non intende ascoltare una predica e in
seguito allude in modo volgare che al frate sembra "interessare" molto una fanciulla; fa per
andarsene, quando Cristoforo gli si pone davanti, sia pure in modo rispettoso, e rinnova in nome
della misericordia la sua preghiera affinché don Rodrigo, con una sua parola, faccia cessare la
persecuzione di cui la ragazza in questione è fatta oggetto.
Poiché ​padre Cristoforo insiste tanto nel voler proteggere questa fanciulla, ​don Rodrigo si dichiara
disposto ad aiutarla e avanza una proposta al frate: dovrà consigliare alla ragazza di venire a
mettersi sotto la "protezione" del signorotto, cosicché nessuno oserà più importunarla. A questa
incredibile affermazione, il frate perde le staffe e inizia ad accusare apertamente il nobile,
puntandogli contro l'indice della mano sinistra con tono risentito e dichiarando di non aver più
alcun timore del suo interlocutore. Questi è quasi attonito per il contegno del frate, il quale
prosegue affermando che ​Lucia è sotto la protezione di Dio e don Rodrigo non potrà farle del male
a Suo dispetto, in quanto la punizione divina non ha certo riguardo per il suo ​palazzo o i suoi ​bravi​.
Padre Cristoforo inizia una minacciosa profezia dicendo "Verrà un giorno...", ma a quel punto don
Rodrigo gli afferra il braccio puntato contro di lui e lo apostrofa con parole villane, rinfacciando al
frate le sue origini non nobili e intimandogli di uscire subito dalla sua casa, se non vuole ricevere
una bastonatura per l'insolenza dimostrata. Il frate ascolta a capo chino e atteggiamento umile gli
insulti del signorotto, quindi esce dalla porta che gli viene mostrata dal padrone di casa e si
accinge a lasciare l'edificio.

Mentre esce dalla stanza, ​padre Cristoforo vede un uomo che striscia lungo la parete e sembra non
voglia rivelare la sua presenza: è il vecchio ​servitore che l'aveva ricevuto al palazzo e che vive lì
dai tempi del padre di ​don Rodrigo​, il quale era stato uomo ben diverso da lui. Dopo la sua morte il
nuovo padrone aveva licenziato la vecchia servitù, ma aveva trattenuto costui per la sua alta
opinione della famiglia e la conoscenza del cerimoniale, anche se l'uomo disapprova la condotta di
Rodrigo e, pur non facendone parola in sua presenza, manifesta talvolta il suo sdegno con gli altri
servi più giovani che per questo lo deridono. Il servo fa cenno al frate di tacere, quindi lo
accompagna in un angolo appartato e gli rivela di sapere qualcosa di importante, che intende
riferirgli l'indomani al convento dopo averne saputo maggiori dettagli. Padre Cristoforo ringrazia
l'uomo e lo benedice, quindi se ne va non prima di aver fatto promettere al servo di venire
l'indomani a ​Pescarenico​.
L'autore aggiunge alcune osservazioni ironiche circa il fatto che il servo non si è comportato bene
origliando i discorsi del padrone, anche se a questa regola ci sono alcune eccezioni, per cui il
lettore è invitato a riflettere su questo aspetto. Padre Cristoforo esce dal ​palazzo di don Rodrigo,
lieto in cuor suo per quell'aiuto inaspettato e convinto che ciò sia un segno della Provvidenza
divina; si avvede che il sole sta ormai tramontando, quindi si affretta a tornare in ​paese per
parlare con i suoi protetti e poter quindi rientrare al convento prima di notte, come prescrive la
severa regola dei cappuccini.

 
Agnese propone il "matrimonio a sorpresa" 
Intanto, a casa di ​Agnese e ​Lucia le due donne si stanno consultando con ​Renzo e a un certo punto
la madre della giovane propone una sua idea che, secondo lei, risolverà l'impiccio più presto e
meglio di quanto non saprebbe fare ​padre Cristoforo​, a patto di usare coraggio e destrezza. Renzo
è subito interessato e quando Agnese gli ricorda che, se lui e Lucia fossero sposati, tutto sarebbe
risolto, il giovane ribatte che spesso suo cugino ​Bortolo lo ha invitato a trasferirsi nel ​Bergamasco
dove i filatori di seta sono molto richiesti, cosa che lui non ha mai fatto per via di Lucia. Agnese
allora spiega che per celebrare un matrimonio è necessaria la presenza del curato, ma non il suo
consenso: è sufficiente che i due promessi pronuncino i voti di fronte a lui e a due testimoni e il
gioco è fatto, a patto naturalmente di cogliere il curato senza dargli il tempo di scappare. Lucia è
perplessa e anche Renzo è incredulo, ma Agnese ribadisce che le cose stanno proprio così e ai
dubbi della figlia, che si chiede perché non sia venuto in mente a padre Cristoforo, la madre ribatte
che si tratta di un sotterfugio non propriamente cristallino, ma non per questo meno valido
legalmente. Renzo accoglie la proposta con entusiasmo e quando Agnese gli ricorda la necessità di
trovare due testimoni fidati, il giovane batte il pugno sul tavolo e afferma di aver avuto un'idea,
esponendo il suo piano alle due donne. Lucia tenta debolmente di opporsi, ma Agnese la zittisce e
Renzo esce di casa, deciso a realizzare il suo progetto.

Renzo ha escogitato un piano molto astuto e si reca a casa di un suo amico di nome ​Tonio​,
trovandolo in cucina intento a mescolare in un paiolo sul focolare una polenta scura, di grano
saraceno di poco prezzo. A tavola siedono la madre di Tonio, suo fratello ​Gervaso​, la moglie e i
figli, i quali sono accanto al padre e fissano la polenta affamati, consapevoli che la cena sarà
scarsa e che di sicuro non sazieranno il loro appetito (siamo infatti in tempo di ​carestia​). Renzo
saluta tutti mentre il padrone di casa scodella la polenta sul tagliere e le donne invitano
cortesemente Renzo a mangiar con loro, nonostante la tavola non offra molto visti i tempi di
scarsità. Il giovane declina l'invito e dice di voler parlare a Tonio da solo a solo, per cui rivolge a
sua volta all'amico l'invito a cenare con lui all'osteria. La proposta è subito accettata dal padrone di
casa, riuscendo gradita anche agli altri che, in questo modo, avranno più cibo a loro disposizione.

Renzo e ​Tonio vanno dunque all'osteria del paese, poco frequentata visti i tempi di ​carestia​, e dopo
una cena frugale Renzo chiede all'amico se vuol fargli un favore, al che l'altro si dice pronto a
qualunque cosa. Renzo ricorda a Tonio che quest'ultimo ha un debito di venticinque lire con ​don
Abbondio​, dicendosi pronto a pagarlo al suo posto se gli renderà un certo servizio; Tonio ne
sarebbe ben felice, dal momento che il curato lo tormenta con continue e pressanti richieste di
saldare il debito, (in tal modo potrà riscattare la collana d'oro della moglie data a garanzia), quindi
Renzo inizia a spiegargli tutto non prima di avergli fatto cenno di mantenere il più assoluto riserbo.
Il giovane espone lo stratagemma del "matrimonio a sorpresa" e chiede a Tonio di fargli da
testimone, cosa che l'amico accetta di buon grado proponendo poi il fratello Gervaso, uomo
semplice e non troppo intelligente, come secondo testimone. Renzo accetta e promette di pagare
da bere e da mangiare al fratello di Tonio, quindi i due si danno appuntamento per la sera dopo;
Renzo rinnova le sue richieste di mantenere il segreto e Tonio afferma che non ne parlerà neppure
alla moglie, con la quale è già in debito di parecchie bugie. I due escono dall'osteria dopo essersi
salutati, quindi Tonio torna a casa propria e Renzo a quella di ​Agnese​ e ​Lucia​.
Renzo torna trionfante da ​Agnese e ​Lucia​, spiegando di essersi accordato con ​Tonio e prendendo
poi con Agnese i concerti necessari per la sera dopo, non badando troppo a Lucia che continua a
mostrarsi titubante in proposito. Agnese ricorda a Renzo che bisognerà pensare a ​Perpetua​,
giacché la domestica del curato non farà certo entrare i due promessi in casa del suo padrone, ma
la donna ha già pensato a come distrarla toccando un certo tasto che lei sa essere molto sensibile.
Resta tuttavia da convincere Lucia, la quale continua a opporsi a quello che considera un
sotterfugio: Renzo cerca di persuaderla, ma la giovane continua a dire che sarebbe meglio
confidare nell'aiuto di Dio e che non sarebbe buona cosa tacere tutto al ​padre Cristoforo​. Mentre i
tre stanno discutendo, si sentono alcuni passi di sandali e lo stropicciare di un saio, per cui
capiscono che sta arrivando proprio il frate: Agnese va ad accoglierlo, non prima di aver intimato a
Lucia di non fare parola di quanto hanno progettato.

 
VII​capitolo 

Padre Cristoforo riferisce a ​Renzo​, ​Lucia e ​Agnese l'infelice esito del suo colloquio con ​don Rodrigo​,
invitando tuttavia a confidare nella Provvidenza che, afferma, ha già dato segno del suo aiuto.
Renzo è in collera e domanda quali giustificazioni abbia dato il signorotto per il suo
comportamento, al che il frate ribatte che le sue parole hanno poco significato, poiché il nobile non
intende rinunciare alla sua prepotenza e, del resto, non ha certo ammesso di voler esercitare un
sopruso ai danni di Lucia. Il cappuccino ribadisce quindi di nutrire una debole speranza e
raccomanda a Renzo di venire da lui al convento il giorno dopo (dove attenderà il servitore di don
Rodrigo), o di mandare qualcun altro se il giovane non potesse, raccomandando di avere pazienza
e di attendere pochi giorni senza compiere colpi di testa. Alla fine il frate se ne va affrettando il
passo per giungere al convento prima di notte, al fine di non incorrere in qualche penitenza che gli
impedisca il giorno seguente di essere pronto al bisogno.
Appena il frate è uscito, ​Lucia afferma che le sue parole devono indurre ad aver fiducia nell'aiuto
divino, anche se ​Agnese non è molto convinta e ​Renzo​, fuori di sé dalla rabbia, torna a proferire
minacce contro ​don Rodrigo​. Le due donne tentano di farlo ragionare, ma il giovane (che forse
accentua la sua reazione per indurre Lucia a acconsentire allo stratagemma) non vuol sentire
ragioni e si dice determinato ad uccidere il signorotto, incurante delle conseguenze (forse sarà
imprigionato o ucciso, ma almeno, dice, impedirà a don Rodrigo di mettere le mani sulla sua
promessa sposa). Agnese tenta inutilmente di calmare Renzo e Lucia piange e lo supplica di
rinsavire, poiché lei non si è certo promessa a un assassino o a un poco di buono: alla fine gli si
inginocchia di fronte e, per placarlo, promette che verrà dal curato per tentare il "matrimonio a
sorpresa", al che finalmente Renzo sembra acquietarsi. Il giovane promette a sua volta che non
farà niente di avventato, dunque (dopo aver preso gli accordi necessari) Renzo lascia a malincuore
la casa delle due donne, le quali poi trascorrono come lui una notte alquanto agitata e inquieta.
Il mattino dopo ​Renzo torna di buon'ora a casa delle due donne, per definire gli ultimi dettagli in
vista dello stratagemma che attueranno la sera. ​Agnese chiede a Renzo se andrà al convento da
padre Cristoforo​, ma il giovane rifiuta in quanto teme che il cappuccino potrebbe intuire cosa
stanno macchinando, quindi la donna decide di mandare là ​Menico​, un ragazzo di circa dodici anni
imparentato con lei. Agnese va a casa del ragazzo e gli promette due monete d'argento se andrà a
Pescarenico a sentire cos'ha da dire il frate, per poi tornare da loro a riferirglielo, al che Menico
promette che svolgerà la commissione in modo giudizioso.
Nel resto della mattina avvengono alcuni strani fatti che mettono in agitazione ​Lucia e ​Agnese​.
Prima un bizzarro mendicante entra a casa loro per chiedere del pane, non sembrando tuttavia
così male in arnese come sono di solito gli accattoni, e una volta ricevuta l'elemosina si trattiene in
casa con pretesti, guardandosi intorno con occhi curiosi. Nelle ore successive, sino a mezzogiorno,
altri strani figuri passano davanti alla casa e sembrano guardare in modo altrettanto sospetto,
finché quella processione ha finalmente termine. La cosa è accolta con sollievo dalle due donne,
che pure sentono crescere l'inquietudine per ciò che è successo e sembrano aver perso quel poco
di coraggio che hanno in serbo per lo stratagemma della sera.

L'autore a questo punto interrompe la narrazione e torna al giorno prima, al momento in cui ​padre
Cristoforo ha lasciato ​don Rodrigo nel suo ​palazzo​, intento a percorrere a passi rabbiosi la sala
dove si è svolto il colloquio. Alle pareti sono appesi ritratti di suoi antenati, davanti ai quali il
signorotto si ritrova andando avanti e indietro nella stanza: si tratta di un guerriero bardato di
tutto punto con l'armatura e un volto che ispira terrore ai nemici, di un magistrato famoso per
incutere timore in tribunale e che indossa la toga e l'ermellino (insegna dei senatori), di una
nobildonna temuta dalle sue cameriere, di un abate temuto dai suoi monaci. La vista di questi
personaggi fa salire in lui la rabbia di essere stato accusato in casa sua da un misero frate e lo
spinge a vendicare l'onore offeso, anche se la profezia monca di fra Cristoforo gli procura una certa
inquietudine. Un servo lo informa che gli ospiti sono usciti insieme al conte ​Attilio​, quindi don
Rodrigo esce a sua volta per una passeggiata con un ampio seguito di ​bravi​. Il nobile si dirige
verso ​Lecco e gode al vedere gli artigiani e i contadini che si inchinano al suo passaggio, come
pure gli abitanti più altolocati di quelle terre, mentre non incontra il castellano spagnolo che
sarebbe l'unico a cui anch'egli farebbe un inchino deferente. Per sgombrare la mente dai brutti
pensieri, don Rodrigo entra in una casa dove è ben accolto (probabilmente un bordello), quindi
torna al palazzo quando è rientrato anche il conte Attilio.
Durante la cena don Rodrigo è alquanto taciturno e il conte Attilio lo punzecchia invitandolo a
pagare la scommessa, dal momento che gli sembra evidente che non potrà vincerla. L'altro ribatte
che non è ancora passato il giorno di San Martino, al che Attilio rincara la dose dicendosi convinto
che padre Cristoforo ha addirittura convertito il cugino e aggiungendo parole di scherno ai danni
del signorotto, ma questi tronca la questione proponendo di raddoppiare la posta della
scommessa. Attilio accetta e rivolge altre domande insistenti a Rodrigo, che tuttavia risponde in
modo elusivo e rimanda al giorno fissato come termine per la scommessa.

 
Il giorno dopo ​don Rodrigo sembra avere scordato le ubbie provocate in lui dalla profezia di ​padre
Cristoforo ed è ben deciso ad andare fino in fondo coi suoi sporchi progetti. Fa dunque chiamare a
sé il ​Griso​, il temuto capo dei suoi bravi che, tempo prima, aveva ucciso un uomo in pieno giorno e
si era messo sotto la protezione del signorotto, ponendosi al riparo da ogni ​giustizia​: ciò gli ha
garantito l'impunità e lo ha reso più feroce esecutore di nuovi delitti, oltre ad aver dimostrato a
tutti che don Rodrigo può farsi beffe delle leggi e della giustizia. Il nobile ordina al Griso di fare in
modo che ​Lucia la sera stessa sia portata al palazzo, dandogli carta bianca circa i mezzi e gli
uomini da utilizzare e raccomandandogli di non torcere un solo capello alla ragazza, desiderio che il
bravo si impegna a rispettare. Questi spiega al padrone che la casa di Lucia è in fondo al paese ed
è posta accanto al rudere di un vecchio casolare andato a fuoco, che i popolani credono abitato
dalle streghe e che sarà dunque un ottimo nascondiglio per i bravi; l'uomo aggiunge altri dettagli
al piano che ha in mente, dopo di che don Rodrigo suggerisce di infliggere una buona bastonatura
a ​Renzo se capitasse l'occasione, per indurre il giovane a non fare storie dopo il rapimento di Lucia
e a non rivolgersi alla giustizia. Il Griso promette che tutto andrà a buon fine e il resto della
mattinata è speso in preparativi e sopralluoghi per l'azione serale, quindi il falso mendicante che si
era introdotto in casa delle due donne altri non era che il Griso travestito e i falsi passanti erano
suoi uomini, i quali si erano poi ritirati per non destare sospetti con la loro presenza.

Intanto il vecchio servitore di ​don Rodrigo che ha promesso il suo aiuto a ​padre Cristoforo sta
all'erta e riesce a capire cosa stanno macchinando il ​Griso e i suoi ​bravi​: decide di mantenere la
parola data ed esce con una scusa dal ​palazzo del padrone, diretto a ​Pescarenico per informare il
frate di quanto ha appreso, anche se è già molto tardi e teme che non farà in tempo a sventare i
piani del signorotto. Intanto il Griso e altri bravi raggiungono una piccola avanguardia che è già
stata mandata al casolare abbandonato, portando una lettiga che servirà per trasportare ​Lucia​,
dopodiché il capo degli sgherri ne manda tre all'osteria del paese ordinando loro di osservare e
spiare cosa accada in paese, mentre lui e gli altri restano appostati lì in attesa di entrare in azione.

 
È ormai il tramonto quando ​Renzo va a casa delle due donne dicendo che andrà a mangiare un
boccone all'osteria con ​Tonio e ​Gervaso e promettendo che tornerà a prenderle per attuare lo
stratagemma quando suonerà l'Avemaria. I tre giungono allora all'osteria e trovano in piedi
sull'uscio uno dei tre ​bravi mandati lì dal ​Griso​, che non si muove dalla sua posizione e squadra
Renzo con un'occhiata maligna. Il giovane entra senza rivolgergli la parola, dunque i tre
nell'osteria vedono gli altri due bravi seduti a un tavolo che giocano rumorosamente a morra, uno
dei quali scambia un cenno d'intesa con quello alla porta non appena vede Renzo. Il giovane è
insospettito, tuttavia non dice nulla e ordina la cena all'​oste​, dopo essersi seduto a un tavolo.
Renzo chiede poi all'oste informazioni sui tre individui che ha visto, ma l'uomo risponde in modo
evasivo, dicendo che non li conosce e che gli sembrano uomini onesti, quindi torna in cucina a
prendere delle polpette senza dare al giovane modo di aggiungere altro. In cucina l'oste è
avvicinato da uno dei bravi, che gli chiede a sua volta informazioni sui tre nuovi arrivati: l'oste è
fin troppo sollecito nel dargli numerosi dettagli sul loro conto, facendone i nomi e fornendo altre
indicazioni, dopodiché torna a servire le polpette a Renzo e agli altri due. Renzo chiede all'oste
come fa a sapere che quei tre sono uomini onesti e l'uomo spiega che dev'essere così in quanto
pagano il conto e non creano problemi, invitando poi il giovane a mangiare senza porsi troppe
questioni, visto che sta per sposarsi. L'oste se ne va e l'autore aggiunge considerazioni ironiche
circa la sua condotta con gli avventori della locanda.

Renzo​, ​Tonio​ e ​Gervaso​ cenano in fretta e parlano sottovoce per non dare nell'occhio, quando a un
tratto Gervaso esclama a voce alta che Renzo deve prender moglie e ha bisogno del loro aiuto, al
che il fratello gli intima di tacere dandogli di gomito. I tre finiscono di cenare ed escono, dopo che
Renzo ha pagato il conto pur avendo mangiato e bevuto meno degli altri, e giunti in strada il
giovane si accorge che due dei tre ​bravi​ lo stanno seguendo e si ferma in attesa delle loro mosse. I
due bravi parlano tra loro e osservano che sarebbe una buona cosa poter dare una solenne
bastonata a Renzo, come suggerito loro dal ​Griso​, tuttavia rinunciano in quanto non è tarda sera e
c'è troppa gente in ​paese​, per cui si ritirano lasciando che i tre se ne vadano per la loro strada. Nel
villaggio gli abitanti si stanno ritirando dopo la giornata di lavoro e si sente un vociare confuso,
mentre nelle case si accendono i focolari per cucinare delle cene molto misere a causa della
carestia​. I tre procedono per il loro cammino e giungono alla casetta di ​Lucia​ e ​Agnese​ quando
ormai è notte fonda.

Lucia è come stordita e pensa preoccupata allo stratagemma che dovranno attuare, per cui al
bussare di ​Renzo è colta da una tale paura che vorrebbe quasi tirarsi indietro e mancare alla
promessa fatta; tuttavia, quando vede che tutti sono pronti a muoversi, li segue macchinalmente
prendendo il braccio della madre ​Agnese​.
Il gruppo procede silenzioso nella notte e, anziché attraversare il ​paese​, compie un giro più lungo
per non dare nell'occhio, raggiungendo infine la casa di ​don Abbondio​. Qui i cinque si dividono, in
quanto i due promessi restano nascosti insieme ad Agnese, mentre ​Tonio e ​Gervaso picchiano
all'uscio del curato: si affaccia a una finestra ​Perpetua​, che chiede infuriata chi disturba a
quest'ora, al che Tonio spiega di essere venuto a saldare il debito di venticinque lire con don
Abbondio dal momento che ha ricevuto dei soldi e che l'indomani mattina potrebbe averli già spesi.
Perpetua si ritira dicendo che andrà a chiedere al curato se lui e il fratello possono entrare, dunque
Agnese rincuora Lucia e si unisce ai due fratelli, per trattenere in seguito Perpetua con chiacchiere
e dare modo alla figlia e a Renzo di introdursi in casa.
F. Gonin, Carneade
Don Abbondio è seduto in una stanza al primo piano della sua casa, intento a leggere un libro in
cui è nominato il filosofo Carneade, di cui lui non sa nulla (il curato si diletta a leggere e un
sacerdote suo vicino gli presta ogni tanto dei libri scelti a caso); quest'opera è un panegirico scritto
in onore di S. Carlo Borromeo, in cui quest'ultimo è paragonato ad Archimede e al filosofo del II
sec. a.C. ​Perpetua entra ad annunciare la visita di ​Tonio e ​Gervaso​, al che don Abbondio si
lamenta dell'ora tarda ma poi accetta di riceverli, ansioso di riavere indietro i suoi soldi. Il curato
chiede alla sua domestica se si sia accertata dell'identità di Tonio, domanda a cui la donna
risponde in modo alquanto stizzito, quindi Perpetua scende di sotto per fare entrare i due uomini.
Perpetua raggiunge ​Tonio e ​Gervaso​, trovando anche ​Agnese che la saluta: la domestica chiede
alla donna da dove viene e Agnese nomina un paesetto vicino, aggiungendo che lì ha sentito dei
discorsi che possono interessare Perpetua. La domestica invita i due uomini a entrare, mentre
Agnese dice che secondo alcuni pettegolezzi Perpetua in gioventù non avrebbe sposato due
pretendenti (Beppe Suolavecchia e Anselmo Lunghigna) perché non l'avevano voluta, al che la
donna reagisce stizzita affermando che nulla di tutto ciò è vero e chiedendo a gran voce chi sia la
fonte di simili menzogne. Agnese finge di voler sapere altri particolari, quindi inizia a parlare con
Perpetua e si allontana dalla casa del curato, addentrandosi in una viuzza che svolta dietro
l'abitazione e da dove non si può vedere l'uscio. Quando le due donne sono abbastanza lontane,
Agnese tossisce forte e questo segnale fa capire a ​Renzo e ​Lucia che è il momento di entrare in
casa: i due promessi si avvicinano con cautela, entrano nell'andito dove li attendono Tonio e
Gervaso, quindi i quattro salgono le scale con passi silenziosi, badando a non fare rumore per non
mettere in allarme ​don Abbondio​. Quando sono giunti al primo piano, i due promessi si stringono
al muro per non farsi vedere, mentre i due fratelli si affacciano all'uscio della stanza dove si trova il
curato e Tonio lo saluta con voce ferma, dicendo ​Deo gratias.

Don Abbondio invita i due fratelli ad entrare, al che ​Tonio e ​Gervaso fanno il loro ingresso aprendo
la porta e illuminando in parte il pianerottolo (dove ​Lucia è nascosta e trasalisce all'idea di essere
scoperta), per poi richiuderla lasciando i due promessi nel buio. Il curato è seduto al suo scrittoio,
alla luce di un debole lume che rischiara la sua faccia bruna e rugosa, i suoi capelli bianchi, i folti
baffi e il pizzo, nonché la papalina che porta in testa. Egli saluta i due nuovi arrivati, mentre Tonio
si scusa per l'ora tarda e riceve i rimproveri del curato, sia perché è da tempo che deve pagare il
debito, sia perché il sacerdote si dice ammalato (in realtà don Abbondio è più guarito dalla febbre
di quanto non voglia far credere). Il curato chiede a Tonio perché abbia portato anche il fratello, al
che l'uomo risponde che voleva compagnia e poi consegna a don Abbondio venticinque berlinghe
nuove di zecca, a pagamento del suo debito. Il religioso conta le monete e le controlla, quindi
Tonio chiede indietro la collana della moglie Tecla data a garanzia del prestito e don Abbondio la
estrae da un armadio; in seguito Tonio esige una ricevuta e il curato, sia pur brontolando un poco,
si accinge a scriverla su un foglio di carta con penna e calamaio, ripetendo a voce alta le parole. In
quel momento Tonio e Gervaso si mettono davanti allo scrittoio, coprendo la vista dell'uscio, e
iniziano a sfregare i piedi sul pavimento, per segnalare ai due promessi che è il momento di
entrare. Don Abbondio, tutto preso dalla stesura del documento, prosegue senza rendersi conto di
nulla.

Renzo afferra ​Lucia per un braccio e la conduce con sé, entrando con lei nella stanza: i due
avanzano silenziosi, mettendosi dietro ​Tonio e ​Gervaso che stanno proprio davanti a ​don Abbondio
e gli impediscono di vedere i due promessi. Il curato ha intanto finito di scrivere la ricevuta, quindi
la rilegge senza alzare gli occhi dal foglio e, toltisi gli occhiali, porge la carta a Tonio chiedendo se
è soddisfatto. Tonio allunga la mano per prendere il documento e si ritira da un lato, facendo
cenno al fratello di fare la stessa cosa, per cui i due fanno comparire Renzo e Lucia che si parano
subito di fronte a don Abbondio: nel breve tempo che questi, spaventato, pensa al da farsi, Renzo
è lesto a pronunciare la formula del "matrimonio a sorpresa" ("Signor curato, in presenza di questi
testimoni, quest'è mia moglie"), ma Lucia non fa in tempo a dire "e questo..." che il curato, con
rapida mossa, ha lasciato cadere la carta, ha afferrato con la mano sinistra il lume e con la destra
il tappeto che copre lo scrittoio, gettando il panno in testa alla giovane che non può dire altro. In
seguito il curato lascia cadere il lume a terra e preme con le mani il tappeto su Lucia, per impedirle
di parlare, mentre con quanto fiato in gola chiama ​Perpetua in soccorso; il lume si spegne sul
pavimento, per cui la stanza sprofonda nella più totale oscurità.

Don Abbondio è lesto a chiudersi dentro una stanza interna, continuando a chiamare ​Perpetua in
aiuto, mentre ​Renzo cerca a tastoni la porta e dice al curato di non fare schiamazzi, ​Tonio cerca
carponi sul pavimento la sua ricevuta, ​Lucia prega Renzo di andar via e il povero ​Gervaso saltella
qua e là come un invasato, cercando l'uscita. Manzoni fa alcune osservazioni ironiche sul fatto che
Renzo sembra esercitare un sopruso sul curato, mentre in realtà è lui la vittima, e don Abbondio
sembra essere un oppresso, mentre è lui a fare una prepotenza ai due promessi (così andavano le
cose nel XVII secolo, il che sottintende che vanno spesso allo stesso modo nel XIX). Il curato si
affaccia da una finestra della casa che dà sulla piazza della chiesa, illuminata quasi a giorno dal
chiaro di luna, gridando aiuto a gran voce e facendosi udire dal sagrestano ​Ambrogio​, che dorme
in uno stanzino sul muro laterale della chiesa. Questi apre una piccola finestra e chiede al curato
cosa succede, al che don Abbondio risponde che c'è "gente in casa": Ambrogio corre al campanile
e inizia a suonare le campane a martello, per richiamare quanta più gente possibile e dare così
aiuto al padrone. Tutti nel ​paese sono svegliati dai rintocchi e molti abitanti afferrano forconi e
schioppi, precipitandosi verso la chiesa da cui provengono i rintocchi.

I rintocchi vengono uditi da ​Agnese e ​Perpetua​, ma anche dai ​bravi che sono impegnati in ben
altre faccende: l'autore fa un passo indietro e spiega che i tre che stavano all'osteria si ritirano a
tarda ora e fanno un giro per il ​paese​, accertandosi che tutti siano andati a dormire, quindi
raggiungono il ​Griso e gli altri appostati presso il casolare abbandonato. Il capo dei bravi indossa
un cappellaccio e un mantello da pellegrino, impugna un bastone e si muove seguito dagli altri,
avvicinandosi alla casa delle due donne dalla parte opposta a quella da cui si erano allontanati
Renzo e tutti gli altri. Giunto all'uscio di strada, il Griso ordina a due sgherri di calarsi oltre il muro
di cinta e nascondersi dietro un fico nel cortile, mentre lui bussa per fingersi un pellegrino smarrito
che chiede ricovero per la notte. Poiché non riceve risposta, fa entrare un terzo bravo che
sconficca il paletto e apre l'uscio, quindi il Griso raggiunge l'uscio della casa bussando ancora e,
ovviamente, non ricevendo alcuna risposta (intanto gli altri bravi hanno raggiunto i compagni
nascosti). Il Griso sconficca anche questa serratura ed entra con cautela, chiamando con sé i due
bravi nascosti dietro il fico e facendo luce con una debole lanterna, poi si accerta che al pian
terreno non ci sia nessuno; successivamente sale adagio la scala, accompagnato dal Grignapoco
(un bravo originario di ​Bergamo che dovrebbe far credere con la sua parlata che la spedizione
venga da quella contrada) e seguito da altri uomini, giungendo alle stanze del primo piano. Entra
cautamente dentro una di esse, ma trova il letto intatto, così come avviene quando va a esplorare
l'altra stanza; il Griso pensa che qualcuno abbia fatto la spia, non sapendo spiegarsi l'assenza delle
due donne.

Intanto i due ​bravi rimasti a sentinella dell'uscio di strada sentono dei piccoli passi frettolosi che si
avvicinano: si tratta di ​Menico​, inviato da ​padre Cristoforo ad avvisare ​Lucia e ​Agnese di scappare
per via del rapimento e di rifugiarsi al convento. Il ragazzo fa per aprire il paletto della porta ma lo
trova sconficcato, per cui entra titubante ed è subito afferrato per le braccia dai bravi che gli
intimano con tono minaccioso di far silenzio. Menico caccia un urlo, al che un bravo gli mette una
mano sulla bocca e l'altro tira fuori un coltello per spaventarlo, quando all'improvviso il silenzio
della notte è rotto dai rintocchi delle campane a martello: i due bravi sono decisamente allarmati,
per cui lasciano andare Menico (che si affretta a fuggire via e a dirigersi verso la chiesa) ed
entrano in casa, dove gli altri complici cercano di guadagnare l'uscita in modo disordinato. Il ​Griso
cerca di tenerli insieme e di calmarli, come il cane che fa la guardia a un branco di maiali, quindi il
gruppo esce dalla casa in buon ordine e si allontana dal paese (la casa è posta al fondo di esso).

L'autore torna ad ​Agnese e ​Perpetua​, che nel frattempo continuano a parlare con la prima che
cerca in ogni modo di trattenere la seconda e di non farla tornare verso casa, ravvivando di
continuo il discorso con nuove domande (Agnese si rammarica di non aver concertato con ​Renzo e
Lucia un segnale che indichi il buon esito dello stratagemma). Quando le due donne sono a poca
distanza dalla casa del curato, si sente all'improvviso il primo grido di ​don Abbondio che chiama
aiuto, al che Agnese finge indifferenza; cerca di trattenere Perpetua, la quale però riesce a
divincolarsi e si precipita verso l'uscio, avendo capito che sta accadendo qualcosa. Agnese la
segue, mentre si sente l'urlo di ​Menico e quasi contemporaneamente inizia lo scampanio, quindi
raggiungono l'uscio della casa da cui escono di corsa Renzo e tutti gli altri. ​Tonio e ​Gervaso sono
rapidi ad allontanarsi, quindi Perpetua (che ha riconosciuto i due promessi non senza sorpresa)
entra e sale di corsa le scale. Renzo esorta Agnese e Lucia a tornare subito a casa, ma in quella
sopraggiunge Menico che invita tutti ad andare al convento di ​padre Cristoforo​, poiché "C'è il
diavolo in casa" (il ragazzo allude ai ​bravi che hanno tentato di ucciderlo); Renzo raccoglie l'invito
e i quattro si allontanano in fretta, dirigendosi al convento di ​Pescarenic​o tagliando per i campi.

Intanto un gran numero di abitanti del ​paese​, allarmati dalle campane a martello, raggiungono la
chiesa e chiedono ad ​Ambrogio cosa stia succedendo, al che il sagrestano risponde che c'è
qualcuno in casa del curato: gli uomini si dirigono subito là, ma trovano l'uscio intatto e chiuso e
tutto sembra tranquillo e in ordine. ​Don Abbondio sta ancora litigando con ​Perpetua che accusa di
averlo lasciato solo nel momento del bisogno, quando i paesani lo chiamano a gran voce: suo
malgrado, il curato deve affacciarsi da una finestra e tranquillizzare tutti, dicendo che gli intrusi
sono fuggiti e invitando i presenti a tornare a casa. La folla sta per disperdersi, quando arriva
trafelato un uomo che abita vicino alla casa di ​Agnese e ha visto i ​bravi armati nel cortile di
questa, nonché un pellegrino (che, in realtà, era il ​Griso travestito), per cui esorta il gruppo ad
andare subito là: la folla raggiunge la casa e non tarda ad accorgersi che l'abitazione è stata
violata e le due donne sono scomparse, dunque viene fatta la proposta di gettarsi all'inseguimento
dei rapitori. Alcuni sono titubanti, quando si sparge la voce che Agnese e ​Lucia si sono messe in
salvo in una casa vicina e poiché la cosa viene creduta la folla si disperde rapidamente, senza che
quella notte accada nient'altro di significativo. Il mattino dopo il ​console del paese riceverà la visita
di due bravi che gli intimeranno di non rendere testimonianza su quanto è avvenuto la sera prima
e di non sollevare scandali, se intende morire di malattia e non di morte violenta.

Frattanto ​Renzo​, ​Agnese e ​Lucia proseguono la loro fuga insieme a ​Menico​, finché i quattro
raggiungono un campo isolato dove non c'è nessuno e non si sentono più i lugubri rintocchi delle
campane. Renzo informa Agnese del triste esito dello stratagemma, quindi Menico racconta
dell'avvertimento ricevuto da ​padre Cristoforo e racconta cosa gli è successo a casa delle due
donne, al che gli altri si guardano l'un l'altro spaventati e poi accarezzano il ragazzo, per consolarlo
del pericolo corso. Agnese gli dà quattro monete d'argento e Renzo una berlinga, quindi Menico è
invitato a tornare a casa (Renzo gli raccomanda di non dire nulla di quanto appreso dal frate).
I tre proseguono verso il convento, con Renzo che cammina indietro per fare la guardia, mentre
Lucia, spaventata e turbata da quanto è successo, cammina appoggiandosi alla madre (questa
chiede che ne sarà della loro casa, ma nessuno risponde). Infine giungono al convento e Renzo ne
apre la porta, trovando padre Cristoforo che è in attesa insieme a ​fra Fazio​, il laico sagrestano dei
cappuccini. Il padre si rallegra che non manchi nessuno, quindi li fa entrare suscitando le proteste
di fra Fazio, che ha da ridire sulla presenza di due donne nel convento a notte alta: Cristoforo lo
mette a tacere con la frase latina ​Omnia munda mundis ("tutto è puro per i puri") e il sagrestano
non oppone altre resistenze.

Padre Cristoforo spiega ai tre quale avvertimento ha affidato a ​Menico​, rallegrandosi del fatto che,
come egli crede, il ragazzo li abbia trovati tranquilli nelle loro case: ​Lucia è turbata all'idea di non
rivelare la verità al frate, ma questa è la "notte degl'imbrogli e de' sotterfugi". Cristoforo afferma
che il ​paese non è più un posto sicuro per loro e che, per quanto la cosa sia difficile da accettare,
se ne dovranno andare: forse presto potranno tornare, ma nel frattempo egli provvederà a trovare
ai tre un rifugio sicuro e a soddisfare le loro necessità. Le donne dovranno andare a ​Monza​,
presentando una lettera al padre guardiano del convento dei cappuccini che penserà a trovar loro
una sistemazione. ​Renzo invece andrà a ​Milano​, dove presenterà a sua volta una lettera a padre
Bonaventura da Lodi, al convento di Porta Orientale, il quale gli troverà un lavoro in attesa di
tempi migliori. Il frate invita i tre a raggiungere la riva del lago, nei pressi dello sbocco del torrente
Bione, dove troveranno un barcaiolo al quale dovranno rivolgersi con un segnale convenuto (essi
diranno "barca" e alla domanda "per chi?", risponderanno "San Francesco"); questi li trasporterà
alla riva opposta, dove un calesse li porterà sino a Monza. Renzo e ​Agnese consegnano al frate le
chiavi delle rispettive case, perché qualcuno badi a custodirle in loro assenza, quindi il frate rivolge
una preghiera a Dio perché vegli sui tre fuggitivi e, al contempo, illumini con la sua grazia ​don
Rodrigo che cerca solo di compiere il male. A questo punto i tre si congedano da padre Cristoforo,
che si dice certo che si rivedranno presto, quindi raggiungono in fretta la barca nel luogo indicato.
Renzo​, ​Agnese e ​Lucia trovano subito il barcaiolo e questi, dopo i segnali convenuti, li fa salire
sull'imbarcazione e si stacca dalla proda, iniziando a remare verso la riva opposta. Non tira un alito
di vento e la superficie del lago è immobile, illuminata dal chiarore lunare; si sente solo il debole
rumore della risacca sulle rive e dell'acqua che si infrange contro i piloni del ponte. I tre sono
silenziosi e guardano il paesaggio, in cui si distingue il profilo delle montagne, il ​paese​, il
palazzotto di ​don Rodrigo che domina tutto dall'alto e assume un aspetto feroce, sinistro. Lucia
vede da lontano la sua casa ed è presa da una grande commozione, piangendo segretamente: la
giovane dice addio ai monti, il cui aspetto le è familiare come quello delle persone care, ai torrenti,
il cui suono le è noto come la voce di chi ama, alle case che biancheggiano qua e là sul pendio.
Colui che si allontana volontariamente dal paese natio, per fare fortuna altrove, parte a malincuore
e vorrebbe tornare indietro, all'idea di perdersi nelle tumultuose e caotiche città; Lucia, che parte
costretta da una prepotenza, che pensava di trascorrere in quel luogo tutta la sua vita, dice
tristemente addio alla sua casa, dove Renzo veniva a trovarla, alla casa del promesso sposo, in cui
pensava di entrare - non senza rossore - come sua moglie, alla chiesa, dove il rito del matrimonio
era stato preparato e si sarebbe dovuto celebrare nella santità del sacramento. Questi sono i
pensieri di Lucia, forse non espressi con queste parole, mentre quelli degli altri due non sono molto
differenti (intanto la barca si avvicina alla riva destra dell'​Adda​).

IX​capitolo 

Il barcaiolo fa scendere ​Renzo​, ​Agnese e ​Lucia sulla sponda opposta dell'​Adda​, quindi si allontana
dopo aver ricevuto i ringraziamenti dei tre e aver rifiutato i pochi soldi che Renzo tenta di mettergli
in mano. Il calesse è lì ad attenderli con il suo ​conduttore​, perciò i tre salgono e l'uomo parte
subito alla volta di ​Monza​. Che la meta del viaggio sia quella città è detto dall'autore in modo
esplicito, anche se l'anonimo tace il nome di quel luogo perché laggiù Lucia avrà a che fare con
una persona potente coinvolta in un intrigo assai torbido, e appartenente a un'antica famiglia
nobile che Manzoni, benché il casato si sia estinto da tempo, lascerà innominata.
Il baroccio giunge a Monza poco dopo l'alba e i tre vengono portati dal conduttore in una locanda,
dove possono riposare e rifocillarsi (l'uomo rifiuta qualsiasi ricompensa come già il barcaiolo).
Renzo vorrebbe trattenersi lì tutto il giorno per essere d'aiuto alle due donne, ma queste lo
esortano a partire subito alla volta di ​Milano per obbedire alle istruzioni di ​padre Cristoforo e per
non dare adito a pettegolezzi facendosi vedere in loro compagnia. Il giovane si congeda dunque da
Agnese e Lucia trattenendo a stento le lacrime, mentre la ragazza piange mostrandosi addolorata
per la separazione, poi Renzo lascia le due donne riprendendo il cammino.

 
Agnese e Lucia dal padre guardiano 

 
F. Gonin, Il padre guardiano

Il ​conduttore del calesse conduce ​Agnese e ​Lucia al convento dei padri cappuccini, che si trova
poco fuori ​Monza e dove, una volta arrivati, l'uomo fa subito chiamare il ​padre guardiano​. Questi si
presenta sull'uscio e legge la lettera scritta da ​padre Cristoforo​, in cui ci sono dettagli sulla vicenda
che ha come protagonista Lucia, quindi riflette e conclude che solo la "Signora" potrà essere loro
d'aiuto, invitando poi le due donne a seguirlo al convento delle monache dove le presenterà a
questa persona. Il frate raccomanda tuttavia a Agnese e Lucia di seguirlo a una certa distanza in
strada, per non dare adito a chiacchiere mostrando che il religioso se ne va in giro in compagnia di
due donne, una delle quali è una "bella giovine".
Lucia e Agnese chiedono al conduttore del calesse che le accompagna chi sia questa "Signora" e
l'uomo spiega che si tratta di una monaca, figlia di un nobile molto potente a ​Milano e a Monza,
per cui la donna è molto rispettata nel monastero come se fosse la badessa; dunque, se vorrà
accordar loro la sua protezione, potranno essere certe di trovare un rifugio assolutamente sicuro.
Poco dopo il gruppo giunge al monastero, che sorge non distante dalla porta del borgo, quindi il
padre guardiano prega il conduttore di tornare dopo un paio d'ore a ricevere la risposta e l'uomo si
congeda dalle due donne con saluti e ringraziamenti. Il frate fa entrare Agnese e Lucia nel cortile
del convento e le fa attendere nelle stanze della ​fattoressa​, mentre lui va a chiedere udienza alla
"Signora"; torna poco dopo (intanto la fattoressa ha rivolto alle due donne domande insistenti) e le
accompagna al parlatorio dando loro indicazioni su come comportarsi con la monaca, che potrebbe
prendere a cuore il loro caso.
Lucia non è mai stata in un convento e, una volta dentro il parlatorio, è stupita di non scorgere la
monaca cui vorrebbe fare il suo inchino: vede poi il ​padre guardiano avvicinarsi a una finestrella
protetta da una grata che si apre sulla parete, al di là della quale si presenta in piedi ​Gertrude​, la
"Signora" del monastero. La donna dimostra circa 25 anni e la sua bellezza è come sfiorita, con
qualcosa di lascivo e morboso; indossa un velo nero e una benda bianca di lino che circonda il viso
e la fronte, che si raggrinza spesso come se esprimesse un qualche dolore segreto. Gli occhi neri
fissano talvolta l'interlocutore con una certa curiosità, talaltra sono chinati e sembrano chiedere
pietà e affetto, mentre in qualche circostanza vi si può leggere un certo odio e risentimento,
quando non il travaglio di pene nascoste che traspaiono da un'apparente svogliatezza. La donna ha
guance molto pallide e labbra rosse che spiccano sul volto, mentre il suo abbigliamento mostra
alcuni segni di trascuratezza della regola monastica, giacché la tonaca è attillata in vita come una
veste laica e sotto il velo spuntano ciocche di lunghi capelli neri, che la suora dovrebbe tenere
sempre corti.
Agnese e Lucia non fanno caso a questi particolari e il padre guardiano presenta alla "Signora" le
due donne che si fanno avanti inchinandosi, mentre Gertrude osserva Lucia con una malcelata
curiosità. La monaca ha parole di apprezzamento per il padre e per i cappuccini, quindi chiede
ulteriori dettagli sulla storia di Lucia: la giovane arrossisce e Agnese inizia a parlare, ma il frate le
lancia un'occhiataccia e spiega poi a Gertrude che Lucia ha dovuto lasciare il suo ​paese a causa di
imprecisati pericoli, suscitando la curiosità della monaca che chiede altri particolari. Il frate si
schermisce affermando che si tratta di questioni delicate, precisando tuttavia che Lucia ha subìto la
persecuzione di un nobile prepotente, al che Gertrude invita Lucia a farsi avanti e a dire se quel
cavaliere era davvero per lei un "persecutore odioso".

Lucia è sconvolta dall'imbarazzo, dal momento che parlare di certe cose sarebbe per lei difficile
anche con una sua pari, figurarsi alla presenza di quella signora che insinua anche dei dubbi sulla
sua vicenda. La giovane inizia a balbettare senza dir nulla, quando interviene in suo aiuto ​Agnese
che spiega a ​Gertrude che la figlia odiava quel cavaliere ed era promessa sposa a un giovane
perbene, di cui sarebbe già la moglie se il curato del loro ​paese avesse avuto un po' più di
coraggio. Gertrude interrompe stizzita Agnese e la rimprovera di parlare senza essere interrogata,
mentre il ​padre guardiano accenna a Lucia che dovrà essere lei a spiegare alla monaca come
stanno le cose: Lucia vince la sua ritrosia e conferma la versione della madre, dicendo che lei
prendeva in marito ​Renzo di sua volontà e preferirebbe morire piuttosto che cadere nelle mani di
quel "cavaliere", supplicando poi la "Signora" di concedere loro la sua protezione. Gertrude crede a
Lucia e si dice pronta ad aiutarla, così decide di ospitare le due donne nell'alloggio lasciato libero
dalla figlia della ​fattoressa che si è sposata, le cui mansioni saranno ricoperte da loro nei giorni
seguenti. In seguito Gertrude congeda il padre e Agnese, trattenendo presso di sé Lucia e
prendendo gli accordi necessari con la badessa, mentre il frate va a scrivere una lettera in cui
fornirà ragguagli a ​padre Cristoforo su come ha sistemato le due donne (il cappuccino è piuttosto
fiero della facilità con cui, a suo dire, ha trovato un sicuro rifugio per la giovane e sua madre).
Intanto la monaca si apparta con Lucia e, abbandonato il ritegno che aveva mantenuto alla
presenza del padre guardiano, inizia a fare con la giovane e inesperta contadina dei discorsi assai
strani, su argomenti non molto convenienti a una religiosa.

A questo punto l'autore interrompe la narrazione e inizia un lungo flashback, in cui narra la storia
passata di ​Gertrude e spiega lo strano comportamento della monaca: costei è l'ultima figlia di un
ricco e potente ​principe di ​Milano​, il quale ha deciso che tutti i figli cadetti dovranno entrare nel
clero per non intaccare il patrimonio di famiglia e far sì che esso vada interamente al primogenito.
La bambina è destinata al chiostro prima ancora di nascere e, una volta venuta al mondo, le viene
imposto il nome Gertrude per volontà del padre, per ricordare immediatamente l'idea del velo
claustrale. I suoi primi giocattoli sono bambole vestite da monaca e ogni volta che i genitori o il
fratello maggiore le vogliono fare un complimento le dicono sempre: "che madre badessa!",
ricordandole che quando sarà la superiora di un convento potrà comportarsi a suo piacimento,
mentre ora che è bambina deve dominare il suo carattere un po' ribelle. Nessuno le dice mai in
modo esplicito che dovrà farsi monaca, ma la cosa è sottintesa in tutti i discorsi e tale idea le viene
insinuata nella mente in ogni modo, specie dal principe che, quando parla del futuro dei suoi figli,
assume un contegno imperioso e pieno di orgoglio nobiliare.

A sei anni ​Gertrude viene mandata come educanda nello stesso monastero dove poi incontrerà
Lucia​, posto cioè nella città di ​Monza della quale il ​principe padre è il feudatario: l'uomo sa bene
che la ​badessa e le altre monache "notabili" del convento saranno ben liete di assecondare i suoi
disegni per ottenere vantaggi politici, infatti Gertrude riceve subito un trattamento particolare che
la distingue dalle altre bambine (viene chiamata la "signorina", riceve molte attenzioni, gode di
infiniti privilegi...). Non tutte le monache sono complici del padre nel mettere in trappola Gertrude,
ma molte non sospettano di nulla e altre, pur nutrendo qualche dubbio, restano in silenzio per non
sollevare scandali.
Passano gli anni e Gertrude spesso si vanta con le compagne del destino di monaca e di badessa
che l'attende, senza tuttavia suscitare quell'invidia che si aspetterebbe: scopre, anzi, che le altre
educande sognano di sposarsi e di condurre una felice vita nel mondo, al che Gertrude comincia a
capire che lei pure si sente inclinata alla vita laica e che, dopoputto, nessuno potrà costringerla a
prendere il velo contro la sua volontà. Si tratta però di negare il suo consenso al padre, che lo dà
ormai per scontato, il che la porta a coltivare mille paure e ripensamenti: è invidiosa delle
compagne e spesso fa loro dei dispetti, o fa pesare la sua superiorità nel convento, salvo poi
cercare la loro complicità e la loro comprensione; la religione non è affatto una consolazione per
lei, diventa anzi fonte di ulteriori timori e paure, tanto da indurla a desiderare di chiudersi nel
chiostro per espiare una qualche colpa che sente di aver commessa.

Il diritto canonico stabilisce che una ragazza, per essere ammessa al noviziato, deve prima
inoltrare una supplica al ​vicario delle monache che di lì a un anno dovrà esaminarla per accertare
la sincerità della sua vocazione: la ​badessa sfrutta uno dei momenti di incertezza di ​Gertrude per
farle sottoscrivere la supplica, cosa di cui la giovane si pente molto presto. Dopo un periodo di
struggimento interiore, arriva il momento in cui la ragazza dovrà lasciare il monastero e
trascorrere un mese nella casa paterna, come prescrive la regola per essere ammessa all'esame;
Gertrude vorrebbe cogliere quest'occasione per dire al ​padre che non intende prendere i voti, ma
poiché non ha il coraggio di farlo apertamente accetta il consiglio maligno di una compagna, la
quale le suggerisce di informare preventivamente il principe con una lettera. La missiva viene
concertata e scritta con l'aiuto di alcune compagne, quindi fatta pervenire segretamente al padre,
senza tuttavia che arrivi mai una risposta. Gertrude, anzi, viene un giorno convocata dalla badessa
che la informa di una gran collera del padre, per un qualche misterioso peccato da lei commesso,
anche se potrà far dimenticare tutto comportandosi come si conviene, al che la giovinetta non osa
chiedere ulteriori spiegazioni.
Arriva il giorno del ritorno a casa, che ​Gertrude attende con ansia ma anche con timore, dal
momento che dovrà affrontare il padre e il resto della famiglia. La giovane pensa che riceverà delle
pressioni, nel qual caso lei opporrà un rispettoso ma netto diniego, oppure verrà presa con le
buone, al che li muoverà a compassione con lacrime e preghiere: ma non avviene né una cosa né
l'altra, dal momento che al suo arrivo a casa è accolta con estrema freddezza da tutti i familiari,
che la trattano come se fosse colpevole di qualcosa che, pure, non rivelano mai apertamente.
Gertrude è tenuta in una sorta di isolamento, venendo ammessa alla compagnia dei genitori e del
primogenito solo in ore stabilite, mentre nessuno le rivolge mai il discorso o le mostra un po'
dell'affetto che lei vorrebbe. Oltre a ciò non può mai uscire di casa (neppure per andare in chiesa,
poiché ce n'è una contigua al palazzo) e quando c'è una visita la ragazza viene mandata in una
stanza all'ultimo piano, insieme ad alcune vecchie servitrici con cui spesso deve anche cenare.
I membri della servitù mostrano verso di lei lo stesso contegno dei suoi familiari, tranne un
giovane paggio il quale mostra un certo rispetto e una forma di compassione nei suoi confronti,
sentimenti che attirano l'interesse di Gertrude per il ragazzo del quale, molto ingenuamente,
finisce per infatuarsi. Il suo comportamento viene notato da chi le sta intorno e la giovane viene
tenuta d'occhio, finché un giorno è sorpresa da una cameriera mentre scrive un innocente biglietto
d'amore per il paggio, che le viene strappato di mano e consegnato al ​padre​.

Il ​principe non tarda a venire a rimproverare la figlia, la quale al suono dei suoi passi è colta da un
sincero terrore: l'uomo si presenta con il biglietto in mano e un'aria terribilmente accigliata,
dicendole che per punizione sarà confinata in camera sotto la sorveglianza della cameriera che l'ha
scoperta, lasciando tuttavia intendere che seguirà un altro più grave e indeterminato castigo. In
seguito il principe licenzia il paggio intimandogli di non rivelare mai nulla dell'accaduto, mentre
Gertrude resta a tormentarsi in compagnia dell'odiata cameriera, che ricambia il suo malanimo in
quanto costretta a sorvegliarla per chissà quanto tempo. La ragazza si aspetta di essere di nuovo
rinchiusa nel monastero, esposta alla vergogna per il peccato commesso, mentre maledice se
stessa per aver scritto quel biglietto che, teme, potrebbe essere stato letto anche dalla madre e
dal fratello. La giovane è talmente prostrata che inizia a pensare che, forse, accettare il velo
sarebbe la soluzione a tutti i problemi e sanerebbe la situazione, anche perché Gertrude è
talmente pentita dell'errore compiuto che la monacazione le appare un mezzo efficace per espiare
la colpa. Inoltre la compagnia forzata della sua carceriera le rende ancor più odiosa la situazione,
giacché la donna non perde occasione per minacciare il castigo del padre, o per rinfacciarle la colpa
che l'ha condotta a tale punizione: dopo quattro o cinque giorni di prigionia, una mattina, dopo uno
scambio di dispetti con la cameriera, Gertrude decide di porre fine a tutto questo e si risolve a
scrivere una lettera al padre, in cui non solo chiede perdono per l'errore commesso, ma si dice
pronta a fare qualunque cosa gli piacerà pur di ottenerlo.

 
X capitolo 
L'autore osserva che ci sono momenti in cui l'animo dei giovani è particolarmente vulnerabile e chi
intende forzarli ad accettare un'imposizione può approfittarne per ottenere i propri scopi: il
principe​, leggendo la lettera di ​Gertrude​, capisce che l'occasione è propizia e le ordina di venire da
lui, quindi la giovane raggiunge il padre e gli si inginocchia piangente chiedendo perdono. Il
principe risponde che il perdono va meritato con le azioni e aggiunge che, se mai avesse avuto
intenzione di dare la figlia in sposa a qualcuno, ora il suo comportamento gli ha fatto capire che ciò
sarebbe sconveniente, perciò anche la ragazza dovrebbe aver capito che la vita laica è troppo
piena di insidie e tentazioni per la sua debole volontà. Gertrude si lascia sfuggire un "sì", che il
padre è abile a interpretare come l'accettazione da parte sua a prendere il velo: l'uomo scuote un
campanello e chiama subito la madre e il fratello maggiore della giovane, ai quali comunica
lietamente che Gertrude è risoluta a entrare in convento. I due si affrettano a felicitarsi con la
ragazza, la quale ascolta frastornata mentre il padre preannuncia che lei sarà la prima monaca del
convento e che appena avrà l'età necessaria diventerà badessa. Il principe vorrebbe addirittura
che Gertrude si recasse al convento di ​Monza​ quel giorno stesso, per chiedere alla ​badessa​ di
essere ammessa nel chiostro, ma la figlia riesce a ottenere che la cosa venga rimandata
all'indomani, illudendosi di poter cambiare qualcosa nel frattempo. Il principe si reca poi dal ​vicario
delle monache​, per fissare il giorno dell'esame cui Gertrude dovrà essere sottoposta per accertare
la sincerità della sua vocazione (l'appuntamento sarà di lì a due giorni).
Il resto della giornata vede ​Gertrude​ impegnata in molteplici occupazioni, che non le lasciano un
minuto di tregua e le impediscono di raccogliere i pensieri intorno al passo che sta per compiere in
modo irrevocabile: viene condotta nelle stanze della madre per essere pettinata e acconciata, poi
va a pranzo ricevendo i complimenti della servitù e di alcuni parenti fatti venire apposta per
l'occasione. Tutti la chiamano ormai "sposina", appellativo che viene dato alle giovani monacande,
e dopo pranzo la giovane esce in compagnia della madre e due zii per una passeggiata in carrozza,
lungo una strada centrale di ​Milano​ dove incontrano molti altri nobili. Al ritorno a palazzo, Gertrude
deve sostenere la visita di numerosi parenti e amici di famiglia che sono convenuti per
congratularsi con lei della sua decisione e ai quali, sia pure a malincuore, la giovane deve
rispondere facendo buon viso a cattiva sorte; al termine della serata riceve i complimenti anche
del ​principe padre​, lieto del suo comportamento degno del grado e della posizione sociale che
ricopre. Dopo la cena, Gertrude pensa di approfittare della benevolenza che sembra essersi
conquistata pregando il padre di allontanare da lei la cameriera che le aveva fatto da carceriera,
lagnandosi della sua condotta, e il nobile si mostra fin troppo sollecito ad accogliere le sue
lamentele e a promettere solenni rimproveri alla domestica. A Gertrude viene quindi assegnata
un'altra anziana cameriera e questa non esita a felicitarsi a sua volta con la giovane per la sua
decisione di entrare in convento, aggiungendo molte cose circa i vantaggi che a lei verranno
dall'appartenere a una delle famiglie più ricche e aristocratiche. La donna parla ancora mentre
Gertrude è già andata a letto e ormai dorme, vinta dalla stanchezza della giornata, anche se il
sonno è affannoso e turbato da brutti sogni.
Gustavino, Gertrude al convento
Il mattino dopo ​Gertrude è svegliata assai presto dalla cameriera, che la invita ad affrettarsi poiché
la madre è già in piedi e anche suo fratello la attende, impaziente come al solito e secondo il suo
carattere. La giovane si alza e si lascia vestire e pettinare, quindi è condotta alla presenza dei
familiari in una sala dove le è offerta una tazza di cioccolata, gesto che vuol sottolineare la sua
raggiunta maturità (si tratta infatti di una bevanda rara e preziosa). Prima di partire alla volta del
convento di ​Monza​, dove la ​badessa​, preavvertita, attende la visita di Gertrude, il ​principe si
rivolge alla figlia e la ammonisce a comportarsi bene e a rivolgere la sua supplica di essere
ammessa al convento con fare sicuro, con naturalezza, per non dare adito a dubbi e incertezze (il
nobile rammenta alla figlia il "fallo" commesso e ricorda che il segreto resterà tale, mentre lei nel
chiostro sarà riverita come una sua pari). In seguito Gertrude parte per Monza in carrozza,
accompagnata dai genitori e dal principino suo fratello, e l'ingresso in città è accompagnato da un
accorrere di gente che si raduna intorno alla nobile famiglia: Gertrude raggiunge l'ingresso del
convento dove l'attende la madre badessa, attorniata da tutte le monache del chiostro, dalle
converse e da alcune educande sparse qua e là, quindi la superiora chiede alla giovane cosa sia
venuta a chiederle in quel luogo dove, afferma, non le si può negar nulla. Gertrude è colta da
un'incertezza ed è sul punto di dire una cosa diversa da quella che tutti si attendono, ma poi lo
sguardo severo e impaziente del padre spegne in lei ogni velleità di ribellione e la ragazza rivolge
alla badessa la supplica di essere ammessa a vestire l'abito monacale in quel convento. La badessa
risponde che la decisione sarà presa di concerto con le altre monache e con i superiori, ma intanto
lei e le consorelle possono complimentarsi con la giovane per la decisione assunta. Vengono offerti
dei dolci alla "sposina" e ai suoi familiari, quindi la badessa conferisce in privato con il principe e, in
modo imbarazzato, gli ricorda che se mai avesse forzato la figlia a quel passo incorrerebbe nella
scomunica, dicendosi comunque sicura che ciò non sia avvenuto. Poco dopo la famiglia si congeda
dalle suore e lascia il convento per rientrare a palazzo, a ​Milano​.
Durante il viaggio di ritorno ​Gertrude​ ripensa alla sua debolezza e alla difficoltà di recedere dal
passo che ormai appare inevitabile, specie al pensiero della severità del ​padre​. Il resto della
giornata trascorre nelle stesse occupazioni di quella precedente, quindi al termine della cena il
principe inizia a parlare della scelta della madrina, ovvero la dama che dovrà accompagnare
Gertrude sino al momento della monacazione facendole visitare chiese, monumenti e ville che
rappresentano lo splendore del mondo che lei abbandona. Benché la scelta sia normalmente
assegnata ai genitori, il principe la rimette alla decisione della figlia fingendo che questa sia una
gran concessione: Gertrude indica il nome della dama che, durante la sera, l'ha lodata e
vezzeggiata più delle altre, scelta che trova d'accordo tutti i suoi familiari (è a lei che ha già
pensato il padre, tanto più che la dama in questione mira a far sposare sua figlia col principino,
dunque ha tutto l'interesse a spingere Gertrude in convento). Gertrude ha affrontato questo passo
ben sapendo che è un ulteriore progresso verso la sua entrata in convento, pure non ha avuto il
coraggio di deludere le aspettative del padre e del resto della famiglia.Il giorno dopo ​Gertrude​ si
sveglia di buon'ora in attesa del ​vicario delle monache​ che verrà ad esaminarla e la giovane sta
pensando in che modo possa sottrarsi a quel passo decisivo, quando il ​padre​ la fa chiamare a sé. Il
principe la esorta abilmente a completare l'opera tanto bene intrapresa e a non guastare tutto
mostrandosi esitante col vicario o, peggio, facendogli capire che la sua vocazione non è sincera:
ciò getterebbe discredito sull'onore della famiglia e del principe stesso, il quale sarebbe costretto a
quel punto a rivelare a tutti il "fallo" commesso da Gertrude (la ragazza, al solo sentirne parlare,
diventa rossa dall'imbarazzo). L'uomo aggiunge altri suggerimenti e rinnova le promesse di una
vita piena di privilegi nel monastero, quindi arriva il vicario e la ragazza viene lasciata sola con lui.
Il vicario è già abbastanza convinto delle intenzioni di Gertrude, dal momento che il principe ne ha
tanto lodato la vocazione, pure il prete inizia a chiederle se per caso non abbia subìto minacce o
lusinghe per essere forzata alla monacazione. Gertrude pensa subito a come stanno realmente le
cose e vorrebbe dire la verità al vicario, ma per far questo dovrebbe scendere in dettagli che la
imbarazzano troppo, quindi risponde che si fa monaca per sua volontà e senza subire costrizioni.
In seguito dice di aver sempre avuto questo desiderio e nega che a spingerla a ciò sia qualche
disgusto o delusione passeggera per la vita mondana, senza lasciare trasparire il turbamento che
quelle menzogne provocano nel suo animo. Gertrude sa bene che il vicario potrebbe forse
impedirle di entrare in convento, ma non potrebbe far nulla per proteggerla dalla collera del padre
all'interno di quella casa, dunque continua a mentire e alla fine convince il prete della bontà della
sua vocazione. Il vicario, uscendo dalla stanza del colloquio, si imbatte nel principe che sembra
passare di lì per caso e si congratula con il nobile per la buona disposizione d'animo in cui ha
trovato la figlia. Ciò solleva il principe dall'incertezza in cui era rimasto sino a quel momento,
perciò l'uomo si precipita a complimentarsi con Gertrude e a riempirla di lodi e promesse,
manifestando una gioia che, paradossalmente, in questo momento è sincera.Nei giorni seguenti
Gertrude​ è impegnata in una girandola senza fine di visite, di ricevimenti, di spettacoli che sono
per lei occasione di mille ripensamenti e di molta sofferenza, specie al pensiero che a quella vita
dovrà rinunciare per sempre andando a rinchiudersi in un freddo e solitario chiostro: tuttavia non
ha il coraggio di arrestare la macchina che la conduce a diventar monaca, soprattutto perché non
ha la forza di affrontare il ​padre​. Intanto si svolge il capitolo delle monache che devono decidere se
accettare Gertrude nel convento e, come previsto, la votazione ha esito positivo. La giovane chiede
a quel punto di entrare nel convento prima possibile, per porre fine a quello strazio di feste e
divertimenti che sono per lei ragione di sofferenza, e il suo desiderio è presto esaudito: dopo dodici
mesi di noviziato giunge il momento di pronunciare solennemente i voti e, dunque, di dire un no
più scandaloso che mai, oppure di ripetere un sì già detto tante volte. Gertrude sceglie questa
seconda e più facile possibilità, diventando così monaca per sempre.
La religione cristiana è tale, spiega l'autore, che ha la facoltà di dare consolazione a chiunque si
rivolga ad essa con animo puro, quindi Gertrude potrebbe diventare una monaca santa e devota
comunque lo sia diventata, se solo accettasse con rassegnazione e fortezza d'animo la condizione
in cui essa si trova. Ma la giovane, una volta indossato il velo, prova avversione e ripulsa per la
vita che è costretta a fare, invidiando la sorte di qualunque altra donna che, liberamente, possa
godere dei doni della vita; inoltre detesta le consorelle che hanno avuto una parte nel complotto
che l'ha condotta al convento, verso le quali usa numerosi dispetti e sgarbi, mentre disprezza le
altre che si mostrano amabili verso di lei, ignorando che esse nel capitolo hanno votato contro il
suo ingresso nel chiostro. Poca soddisfazione trae infine dall'essere riverita da tutti in monastero e
nell'esser chiamata la "Signora", non trovando peraltro neppure grande conforto nella religione da
cui il suo orgoglio nobiliare non fa che allontanarla.
F. Gonin, Gertrude e le educande
Poco dopo il suo ingresso in monastero, ​Gertrude diventa maestra delle educande: la donna pensa
con stizza al fatto che molte di loro sono destinate a quella vita nel mondo che a lei è stata negata,
perciò le tiranneggia e le tratta duramente, quasi a far loro scontare in anticipo la lieta esistenza
che le attenderà un giorno. In altre occasioni la monaca è presa da uno stato d'animo affatto
opposto, dettato dall'orrore per il chiostro e per la regola monastica, e in quei momenti eccita la
chiassosità delle sue allieve, si mescola ai loro passatempi, ne diventa la confidente e la complice;
arriva a imitare la madre ​badessa come in una commedia, oppure a farsi beffe di altre consorelle,
ridendo in modo sguaiato (anche se tutto ciò non le dà molte consolazioni e la lascia
paradossalmente più infelice e abbattuta di prima).
Gertrude trascorre così alcuni anni, non trovando altri diversivi alla vita nel chiostro che lei tanto
odia, finché un giorno le si presenta un'occasione ben più insidiosa. La monaca ha il privilegio di
alloggiare in un quartiere a parte del convento, che da quel lato è attiguo a una casa laica dove
vive ​Egidio​, un giovane scapestrato che si circonda di sgherri e si fa beffe delle leggi e della
giustizia grazie alle sue amicizie potenti. Costui da una finestrella che dà sul chiostro un giorno
nota Gertrude che passeggia solitaria in un piccolo cortile, avendo l'ardire di rivolgerle il discorso
senza provare timore per l'empietà dell'impresa: la sventurata risponde a quel giovane, iniziando
in seguito con lui una relazione clandestina.
Gertrude prova molta felicità per la sua nuova condizione e molte consorelle notano un
cambiamento nei suoi modi, una maggiore tranquillità che invero è solo una forma di ipocrisia per
celare la terribile verità (infatti questi modi gentili lasciano ben presto luogo ai soliti
comportamenti bisbetici della "Signora", che vengono attribuiti al suo carattere indocile). Un
giorno, però, Gertrude ha una violenta discussione con una ​conversa​ e la maltratta in modo
eccessivo: la donna si lascia sfuggire il fatto che lei è a conoscenza di un segreto sulla monaca,
manifestando l'intenzione di svelare tutto al momento opportuno. Gertrude ne è molto turbata e
non molto tempo dopo la conversa svanisce nel nulla, finché non viene scoperta una buca nel
muro dell'orto che lascia pensare a tutti che la donna sia scappata da lì; le ricerche a ​Monza​ e a
Meda, donde la conversa è originaria, non approdano a nulla e forse, osserva l'autore, anziché
cercare tanto lontano si sarebbe dovuto scavare vicino (la conversa è stata uccisa da Egidio con la
complicità di Gertrude e il corpo è stato sepolto nel convento). In seguito si sparge la voce che la
conversa è forse fuggita in Olanda e non si parla più di lei, anche se Gertrude è spesso tormentata
dal ricordo della donna e preferirebbe trovarsela viva davanti, piuttosto che sentirne la voce nella
sua mente che la rimprovera e la minaccia per il delitto commesso, senza lasciarle mai un solo
attimo di pace.
F. Gonin, Agnese e Lucia
È trascorso circa un anno da quei terribili avvenimenti, quando ​Agnese e ​Lucia sono state
presentate a ​Gertrude​: nel suo colloquio privato con Lucia, la "Signora" moltiplica le domande
riguardo alla persecuzione di ​don Rodrigo e trova strano il ribrezzo che la giovane mostra per il
signorotto, con un atteggiamento che sembra davvero singolare a Lucia visto che una monaca non
dovrebbe avere familiarità con simili argomenti. Appena può parlare con la madre, Lucia le confida
l'imbarazzo per quelle domande ed Agnese le spiega che i signori, chi più chi meno, sono tutti un
po' matti, per cui la figlia non deve farci troppo caso e pensare che, quando conoscerà il mondo,
non tarderà a capire che la cosa non è poi troppo strana.
Gertrude in realtà è molto ben disposta verso Lucia ed è davvero intenzionata a proteggerla,
perciò lei e la madre vengono alloggiate nelle stanze lasciate libere dalla figlia della ​fattoressa e
adibite al servizio del monastero. Agnese e Lucia sono ben contente di aver trovato questa
protezione e vorrebbero che la loro presenza lì rimanesse segreta, ma questo non può avvenire
per la caparbia volontà di don Rodrigo di ritrovare Lucia, quindi l'autore torna a mostrarci il
signorotto quando, la sera prima, attende al ​palazzotto l'esito della spedizione che doveva portare
al rapimento della giovane.

XI​capitolo 
 
F. Gonin, Il Griso e i bravi

Il ​Griso e i ​bravi fanno ritorno al ​palazzotto di ​don Rodrigo​, la notte in cui hanno tentato
vanamente di rapire ​Lucia​, simili a un branco di segugi con i musi bassi e la coda tra le zampe. Il
signorotto cammina nervosamente in una sala all'ultimo piano, buia, mentre attende con
impazienza l'esito della spedizione: rassicura se stesso circa le possibili conseguenze dell'atto
scellerato, dicendosi certo che né ​Renzo​, né tanto meno ​padre Cristoforo o ​Agnese verranno a
cercare Lucia nel suo palazzo e, quanto alla ​giustizia​, egli può contare sull'appoggio del ​podestà di
Lecco. Don Rodrigo già pregusta la soddisfazione di vincere la scommessa sul conte ​Attilio e pensa
alle infami lusinghe che rivolgerà a Lucia prigioniera, quando sente dei passi in strada e,
affacciatosi dalla finestra, vede con sorpresa che i bravi sono tutti rientrati senza la bussola. Il
Griso va subito a fargli rapporto e il nobile, che lo attende in cima alle scale, lo apostrofa con
parole dure e di scherno per il fallimento dell'impresa, al che il Griso riferisce fedelmente al
padrone tutto quanto è avvenuto nelle ore precedenti, incluso ovviamente il fatto che Lucia e
Agnese non si trovavano in casa. Don Rodrigo sospetta che ci possa essere una spia a palazzo,
come del resto pensa anche il bravo, il quale rassicura tuttavia il padrone sul fatto che, come
spera, lui e i suoi uomini non sono stati riconosciuti. Il signorotto ordina al Griso di provvedere il
mattino dopo a mandare due sgherri a minacciare il ​console del ​paese (cosa che l'autore ha già
narrato nelle pagine precedenti), di provvedere a portar via la bussola dal casolare vicino alla casa
delle due donne, e infine di sguinzagliare altri uomini nel villaggio per scoprire cosa sia accaduto la
notte prima. A questo punto sia don Rodrigo sia il Griso vanno a dormire, quest'ultimo (osserva
con ironia l'autore) stanco per i rischi corsi e avendo ricevuto ingiusti rimproveri.
Il mattino seguente ​don Rodrigo​ cerca il conte ​Attilio​ e questi lo prende in giro ricordandogli che è
S. Martino e che ormai la scommessa è perduta. Il cugino gli rivela cosa è accaduto la notte scorsa
e Attilio, con fare serio, osserva che ​padre Cristoforo​ è certamente coinvolto, rimproverando tra
l'altro Rodrigo di non aver fatto bastonare il frate quando due giorni prima lo aveva affrontato nel
suo ​palazzo​. Il conte promette che penserà lui a punire come si deve il cappuccino, rivolgendosi al
conte zio del Consiglio Segreto di ​Milano​ dove Attilio si recherà di lì a due giorni, benché l'altro lo
preghi di non peggiorare le cose. In seguito i due fanno colazione e il padrone di casa si dice certo
di non avere problemi con la ​giustizia​, tanto più che (come ricorda Attilio) il ​podestà​ è dalla sua
parte, anche se Rodrigo accusa il cugino di provocare di continuo il magistrato mettendo lui in una
posizione scomoda. Attilio osserva che don Rodrigo sembra avere un po' di paura, quindi lo
rassicura e promette che presto andrà dal podestà a portargli i suoi ossequi e a far sentire il peso
del suo potere. Il conte esce poi dal palazzo per andare a caccia, mentre don Rodrigo attende il
ritorno del ​Griso​ con le informazioni raccolte sulla notte precedente.
F. Gonin, Tonio minaccia Gervaso
La confusione in ​paese della notte precedente è stata troppa perché coloro che ne sono informati
non si lascino sfuggire qualche dettaglio, a cominciare da ​Perpetua che rivela a molte persone il
fatto che ​Renzo​, ​Agnese e ​Lucia hanno tentato il "matrimonio a sorpresa" ai danni di ​don
Abbondio​, benché la donna taccia il fatto di essere stata raggirata da Agnese. Anche ​Gervaso è
eccitato all'idea di rivelare ciò a cui ha preso parte e che lo fa sembrare un uomo come gli altri,
incurante del fatto che il fratello ​Tonio lo minacci perché non dica nulla, e del resto Tonio stesso si
lascia scappare qualche ammissione con la moglie che a sua volta ne parla in giro. Solo ​Menico
osserva il silenzio, in quanto i suoi genitori, atterriti all'idea che il ragazzo abbia sventato una
trama di ​don Rodrigo​, lo tengono chiuso in casa per alcuni giorni, salvo poi essere loro stessi a
rivelare ai compaesani dettagli di quella vicenda, incluso quello molto importante che i tre
scomparsi si sono rifugiati a ​Pescarenico​.
Gli abitanti del villaggio non sanno tuttavia spiegare l'incursione dei ​bravi nella casa di Agnese e
Lucia, né la presenza degli altri all'osteria (il cui padrone è abile a eludere qualsiasi domanda),
mentre il pellegrino visto da due paesani confonde le idee a tutti, poiché ovviamente nessuno
sospetta che si trattasse del ​Griso travestito. Quest'ultimo riesce poi a mettere insieme i pezzi
della vicenda grazie a tutte queste informazioni raccolte da lui stesso e dai suoi bravi, così all'ora
di pranzo raggiunge don Rodrigo al suo ​palazzo e gli fa una relazione abbastanza precisa
dell'accaduto: riferisce lo stratagemma tentato dai due promessi, che spiega l'assenza di Agnese e
Lucia smentendo l'ipotesi di una spia, quindi afferma che i tre si sono rifugiati a Pescarenico, dove
evidentemente hanno avuto l'assistenza di ​padre Cristoforo​. Il signorotto è furibondo per la fuga
dei due giovani e per la parte avuta dal frate, perciò manda subito il Griso a Pescarenico a
raccogliere altre più dettagliate informazioni, promettendogli denaro e la sua protezione.
L'autore osserva con una certa ironia che l'amicizia è una gran consolazione, specie perché
consente di rivelare ad altri dei segreti, ma poiché gli amici non formano coppie come gli sposi è
abbastanza ovvio che questi segreti vengano ampiamente diffusi tra un gran numero di persone.
Così il conduttore di calesse che ha portato i tre fuggitivi a ​Monza confida la cosa a un amico
fidato, e questi fa la stessa cosa ad altri, finché il "segreto", passando di bocca in bocca, giunge
all'orecchio del ​Griso che può rivelare a ​don Rodrigo​, a tarda sera, che ​Agnese e ​Lucia si sono
rifugiate in un convento a Monza e ​Renzo ha proseguito per ​Milano​. Il signorotto si rallegra della
separazione dei due giovani e il giorno seguente chiama subito il Griso, dandogli il denaro
promesso e ordinandogli di recarsi a Monza per raccogliere ulteriori notizie sulle due donne.
Il bravo si mostra esitante e chiede al padrone di mandare qualcun altro a Monza, poiché egli ha in
quella città una taglia di cento scudi sopra la sua testa e teme quindi di finire nei guai con la
giustizia​, cosa che ovviamente non rischia in ​paese in quanto è protetto dal nobile e dal ​podestà​.
Don Rodrigo lo rimprovera aspramente della sua vigliaccheria e gli dice che non dovrà certo andare
da solo a Monza e che potrà farsi accompagnare dallo Sfregiato e dal Tiradritto (due ​bravi al suo
servizio), dicendosi certo che il suo nome è abbastanza noto anche in quella città per assicurargli
una certa protezione. Il Griso parte dunque per la sua missione, non senza una certa vergogna,
simile a un lupo affamato che scende dai monti innevati in cerca di preda, mentre annusa l'aria
sospettoso (l'autore cita un verso di un poema ancora inedito di Tommaso Grossi, amico di
Manzoni che egli loda con bonaria ironia).
In seguito don Rodrigo pensa alla maniera per sbarazzarsi di Renzo usando la giustizia, magari
inducendo il podestà a farlo arrestare o bandire dallo Stato per il tentativo fatto in casa del curato,
ripromettendosi di parlarne al dottor ​Azzecca-garbugli​. Il signorotto, tuttavia, non può immaginare
che Renzo nel frattempo si sta comportando in modo tale da mettersi da solo nei guai con la legge,
senza bisogno di alcun intervento da parte sua.Manzoni interrompe la narrazione e afferma, non
senza una certa ironia, di aver visto più volte un "caro fanciullo" tentare senza successo di
radunare i suoi porcellini d'India che ha lasciato correre liberi per il giardino, poiché gli animali gli
sfuggivano da ogni parte e non si lasciavano ricondurre al coperto: alla fine il ragazzo finiva per
spingere dentro il recinto quelli più vicini all'uscio, andando poi a recuperare gli altri a seconda di
dove si trovassero. L'autore dovrà fare qualcosa di simile con i personaggi del romanzo, poiché,
dopo aver lasciato ​Agnese​ e ​Lucia​ per parlare di ​don Rodrigo​, dovrà ora tornare a ​Renzo​ che è in
cammino verso ​Milano​.
F. Gonin, Renzo in preghiera
Renzo percorre la strada che da ​Monza conduce a ​Milano​, pieno di pensieri cupi e di rabbia verso
don Rodrigo che lo ha costretto a lasciare il ​paese e ​Lucia​, anche se il ricordo della preghiera
recitata con ​padre Cristoforo lo raddolcisce e lo induce a inginocchiarsi in preghiera ogni volta che
trova un'immagine votiva (l'autore osserva ironicamente che, durante il viaggio, uccide e resuscita
col pensiero il signorotto varie volte). Il giovane percorre una strada infossata tra due rive nel
terreno, per poi salire in posizione più elevata grazie a un sentiero a scalini più ripido: da lì scorge
a un tratto la sagoma del duomo di Milano, restando meravigliato di fronte a quel monumento di
cui ha tanto sentito parlare fin da bambino. In seguito Renzo si volta e vede le sue montagne, tra
cui il Resegone che ha dovuto lasciare, quindi prosegue e giunge in prossimità della città, di cui
vede ormai case ed edifici. Si avvicina a un distinto viandante e gli chiede con cortesia quale
strada conduca al convento di padre Bonaventura: l'uomo, che si allontana di fretta da Milano a
causa del tumulto che è in atto, dice con altrettanta cortesia a Renzo che per indirizzarlo dovrebbe
sapere di che convento si tratta, al che il giovane gli mostra la lettera avuta da fra Cristoforo.
L'uomo legge "Porta Orientale" e mostra a Renzo la via per arrivarci, dicendogli di costeggiare il
fossato che circonda il ​lazzaretto fino ad arrivare alla porta, superata la quale troverà il convento
molto facilmente. L'uomo si congeda con grande gentilezza e Renzo rimane stupito dei modi
garbati dei Milanesi, non sapendo che in quella giornata tutti i signori si mostrano gentili con i
popolani a causa della ​rivolta​.
Renzo segue le indicazioni e giunge presto a Porta Orientale, che all'epoca è costituita da due
pilastri sormontati da una tettoia e con accanto la casupola che ospita i gabellieri. La strada che
conduce entro le mura della città è tortuosa, con al centro un piccolo fossato che la divide in due e
che si perde in una fogna presso la via del Borghetto (lì vicino c'è una grande croce detta di S.
Dionigi, posta su di una colonna). Renzo passa attraverso la porta senza che i gabellieri si
interessino a lui, cosa che lo stupisce molto ricordando i racconti di chi era stato a ​Milano e aveva
riferito dei controlli minuziosi che aveva dovuto subire. La strada è deserta e la città pare
disabitata, salvo il fatto che in lontananza si sente un vocio confuso.
Renzo prosegue il cammino e, a un tratto, vede sul terreno delle lunghe strisce bianche che
sembrano di neve, cosa impossibile anche per la stagione dell'anno; il giovane osserva con più
attenzione e scopre, con enorme sorpresa, che si tratta di farina. Renzo pensa che a Milano debba
regnare l'abbondanza, visto che la farina viene sciupata in questo modo, ma poco dopo, giunto
vicino alla colonna di S. Dionigi, vede sugli scalini del piedistallo delle cose simili a pagnotte e,
incuriosito, ne raccoglie una: si tratta proprio di un pane tondo e soffice, bianchissimo, il che
riempie il giovane di meraviglia e lo induce a pensare che questo sia il "paese di cuccagna", visto
che il pane viene gettato via così e per di più in tempo di ​carestia​. Renzo riflette sul da farsi e poi
decide di raccogliere alcuni pani, dal momento che sono stati buttati per terra, ripromettendosi di
pagarli al proprietario se mai lo incontrasse. Ne raccoglie due e ne mangia un terzo, proseguendo il
cammino e desideroso di capire cosa stia succedendo in questa città.
F. Gonin, I rivoltosi e la farina
Renzo prosegue e dopo un po' vede arrivare gente, a cominciare da una donna, un uomo e un
ragazzo: tutti e tre portano un carico pesante, sono infarinati e sembrano pesti, doloranti. L'uomo
regge sulle spalle un gran sacco che perde farina, mentre la donna regge i lembi della gonna che
contiene anch'essa farina, in quantità tale che ne vola via un po' a ogni passo. Il ragazzo porta
sulla testa una cesta di pani e, nel tentativo di tenere il passo dei genitori, fa cadere ogni tanto
alcune pagnotte a terra. La madre lo rimprovera aspramente e, muovendosi, fa cadere anche lei
un buon quantitativo di farina. Il marito invita ad andare via in fretta, mentre alcuni nuovi arrivati
da fuori città chiedono ai tre dove si va a prendere il pane: la donna risponde di andare più avanti
e poi osserva con l'uomo che i contadini finiranno per depredare tutti i forni di ​Milano​, mentre il
marito la invita a pensare che finalmente c'è abbondanza per tutti.
Renzo ha capito che è in corso un ​tumulto popolare e che i rivoltosi saccheggiano i forni per rubare
il pane, cosa che gli fa istintivamente piacere sia per le ingiustizie da lui sofferte, sia per la
convinzione (generalmente diffusa) che la ​carestia sia causata dagli incettatori di pane e che per
questo sia giusto, all'occasione, impadronirsi di ciò che viene negato al popolo affamato. Decide
comunque, per il momento, di tenersi fuori dalla sommossa e si affretta a raggiungere il convento
dove è stato indirizzato.
Renzo raggiunge il convento dei cappuccini, che sorge in una piazzetta con quattro grandi olmi
davanti: mette via il pane che stava mangiando, prepara la lettera di ​padre Cristoforo e tira il
campanello. Si apre uno sportello con una grata e il frate portinaio gli domanda cosa voglia: Renzo
dice di dover consegnare al padre Bonaventura una lettera di padre Cristoforo, al che il frate gli
domanda di darla a lui. Il giovane rifiuta e afferma di doverla dare in mano a padre Bonaventura,
ma il portinaio gli dice che è assente e rifiuta di fare entrare Renzo, consigliandogli di attendere in
chiesa il ritorno del padre. Lo sportello si richiude e il giovane, dopo essersi incamminato verso la
chiesa, è poi attratto dall'idea di vedere da vicino il ​tumulto​: si dirige pertanto verso il vociare del
popolo, incuriosito, mentre sbocconcella la mezza pagnotta che gli è rimasta. L'autore interrompe il
racconto per spiegare le cause e le origini di quella sommossa popolare.
 
 
 
 
 
 

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