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La memoria

Lezione del Dott. Martino Riggio in data 29.04.11

Obiettivamente parlare di memoria è abbastanza difficile. Un po' perché c'è chi dice ad
esempio che l'uomo si identifica con la sua memoria, e quindi dovremmo parlare dell'uomo,
un po' perché nell'essere umano tutte le funzione psichiche lavorano e si esprimono in modo
integrato e quindi estrapolarne una e studiarla come se fosse una cosa isolata è abbastanza
improprio. Cercherò quindi di parlarvi della memoria non in senso strettamente nosografico,
come magari ci si aspetterebbe da una lezione universitaria, ma facendo un discorso più
discorsivo e in un certo senso più ampio.
E per iniziare volevo raccontare una storia che apparentemente non ha molto a che fare
con la memoria, ma poi alla fine vedremo che invece si lega perfettamente al discorso che
andremo a fare. Volevo iniziare parlando del caso, drammatico, di Primo Levi. Levi, come
tutti sapranno, è uno dei pochi sopravvissuti dei campi di concentramento nazisti. Deportato
ad Auschwitz non fu ucciso solo perché era un chimico, e ai nazisti faceva quindi più comodo,
più utile, che lui lavorasse. Liberato solo grazie alla rapidità d'avanzata dei russi, e quindi alla
conseguente, frettolosa fuga dei nazisti, rientrò in Italia, e soprattutto nei primi anni dal suo
rientro, fu preso da un unica idea, quella di raccontare, di ricordare, di far sapere, l'orrore che
era stato costretto a vivere. E' di quell'epoca un suo sogno ricorrente, che a suo dire facevano
altri reduci dei campi e che si svolgeva, con qualche differenza, sempre uguale in tutti. Il
soggetto stava a parlare a qualcuno, e raccontava quanto aveva vissuto, gli orrori di quanto era
stato costretto a vedere, e il suo interlocutore, pensando che fossero cose se non proprio
inventate, quantomeno esagerate, si alzava e se ne andava. Il pericolo di non essere creduto
era un pensiero che animò Levi e lo spinse a cercare credibilità attraverso la scrittura dei suoi
primi due libri, Se questo è un uomo e La tregua.
Dopo questo secondo libro Levi sembrò trovare un po' della sua serenità, riprese i suoi
studi di chimico e prese a pubblicare libri di argomenti diversi. Questo fino agli inizi degli
anni 80, quando cominciò a sentire nuovamente urgente la necessità di ricordare, di non far
dimenticare, di riproporre quanto aveva vissuto. Iniziò a ricercare dei sopravvissuti, con cui
faceva delle giornate di studio, partecipava ogni volta che poteva a incontri, dibattiti,
conferenze con un impegno continuo, esemplare, incessante, quasi febbrile, per ricordare
ancora, rievocare, per non far cadere nell'oblio, l'orrore vissuto. Scrisse allora un nuovo libro, I
sommersi ed i salvati, dove riproponeva nuovamente, unite a preziose personali
considerazioni, la sua esperienza.
Dopo un anno dalla pubblicazione del suo ultimo libro, nell'aprile del 1987, Primo Levi,
sembra, si tolse la vita gettandosi nella tromba della scale del suo palazzo dove viveva a
Torino. Chi lo conosceva bene disse che fu un gesto inaspettato, tanto più perché aveva ripreso
a pieno ritmo quella funzione che pensava doveroso avere, di testimone del tempo, e il tempo
e la cultura gli rendeva merito della sua memoria. Chi lo conosceva bene disse che non
riusciva a dimenticare, che dimenticare per lui sarebbe stato come morire, come rendere vane
tutte le sofferenze subite. Veniva raccontato un sogno, un sogno che era stato per primo lo
stesso Levi a raccontare nel suo libro La tregua, e che negli ultimi tempi si era riaffacciato in
modo ricorrente e insistente. Il sogno iniziava in modo diverso ma poi la fine era
inesorabilmente sempre identico. All'inizio il protagonista stava in ambienti sereni, tranquilli,
con amici, con parenti, con colleghi di lavoro, un ambiente, dice Levi, “placido e disteso. A
poco a poco tutto inizia a cadere, sparisce, lo scenario, le pareti, le persone e dietro compare
un caos grigio e torbido. Io so cosa questo significa, e so anche di averlo sempre saputo, sono
di nuovo nel lager, e nulla era vero all'infuori del lager. Il resto era breve vacanza, la famiglia,
la natura, la casa.”
Fu l'incapacità a dimenticare ad uccidere Levi? Perché però avrebbe dovuto
dimenticare? Certe cose è assolutamente ovvio che non possano essere dimenticate, e per
altro nessuno lo chiedeva, in quanto Levi era continuamente invitato proprio perché parlasse
della sua esperienza, della sua memoria. E il sogno cos'era? Un ricordo di quanto vissuto? Un
ricordo di quanto probabilmente vissero tutti quelli che entravano in un campo di sterminio
che vedevano dissolversi all'improvviso tutta la loro realtà precedente? O poteva essere un
pensiero sul presente?
Ma a questo punto lasciamo Levi, per riprenderlo magari alla fine, perché forse abbiamo
già detto troppo. Abbiamo già detto che forse un sogno può essere legato alla memoria, e
abbiamo già detto che tra il ricordare e il dimenticare c'è un legame tra i due termini non solo
perché l'uno è l'opposto dell'altro ma forse perché l'uno condiziona l'altro.

La definizione più comune di memoria è quella che accomuna questa ad un grande


magazzino entro cui esistono degli oggetti, i ricordi. Secondo la psichiatria ufficiale per
parlare di memoria devono esistere due presupposti indispensabili: il primo è che per essere
trasformato in ricordo un oggetto deve essere stato in precedenza percepito. E la percezione in
ambito psicologico va distinta dalla sensazione, in quanto in quest'ultima c'è una semplice
interazione tra stimoli e organi neurosensoriali, senza che questa sensazione conduca a
nessuna elaborazione psichica. Nella percezione al contrario c'è una ulteriore elaborazione
psichica in quanto si integrano le sensazioni attuali con le esperienze apprese. Il secondo
presupposto per parlare di memoria è che deve esistere una separazione, uno jato, tra
l'oggetto percepito e lo stesso oggetto ricordato. La persistenza della percezione impedisce di
parlare di ricordo. Fin quando ho davanti agli occhi un bellissimo paesaggio non posso dire di
ricordarlo. Si può quindi affermare che la percezione è una interazione con l'ambiente, il
ricordo è un processo invece interno, senza interazione con l'ambiente.
Se la memoria è un magazzino è ovvio che sarà tanto più prezioso quanti più oggetti
contiene. La capacita di memoria e di memorizzare è stata sempre vista come una
indiscutibile qualità umana. Un uomo sarebbe tanto più ricco quanto più conserva i propri
ricordi. Iniziamo però subito a fare qualche obiezione. Anche gli animali ricordano. Un gatto
sa bene che non deve fare la pipì sul letto o non deve affilarsi le unghie sul divano se dopo tali
esperienze, queste sono state accompagnate da una reazione diciamo punitiva del padrone di
casa. E gli esempi sono innumerevoli. Quindi il ricordo di ciò che è avvenuto, dei fatti
accaduti non è una prerogativa solo umana. La seconda considerazione è che noi
continuamente dimentichiamo. Il dimenticare vale a dire non sempre è una carenza come
nelle amnesie o nelle demenze. Se in questo momento io non stessi dimenticando dove ho
parcheggiato la macchina non potrei stare qui a parlare d'altro, la mia attenzione sarebbe
ovviamente convogliata esclusivamente su quel ricordo. Quindi dimenticare è necessario. Una
infinità di cose che forse sono ininfluenti, o magari così le giudichiamo noi, vengono, anzi
devono essere dimenticate.
E guai se non fosse così: intorno al 1930 un famoso neurofisiologo, Lurija, prese a seguire
un certo sig. Serensenskij. Il paziente presentava una caratteristica particolare, aveva una
prodigiosa memoria. Chiamato a memorizzare parole, formule matematiche anche inventate,
numeri messi a casaccio, riusciva a ricordare tutto, anche a distanza di anni. A fronte di questa
capacità apparentemente meravigliosa il sig S. ebbe numerosi problemi. Per lui una persona
vista di fronte o di profilo non veniva riconosciuta come la stessa persona, ma diventavano
due diverse persone, non fu mai capace di conservare un posto di lavoro perché ogni evento
nuovo interegiva con quanto già sapeva e rappresentando di fatto quasi un nuovo compito, e
dovendo quindi essere decodificato integralmente nuovamente, non poteva essere risolto,
non risulta ebbe mai storie significative con donne, e finì i suoi giorni come fenomeno di
baraccone in un circo ambulante. In questo caso una prodigiosa memoria non si
accompagnava ad una realizzazione di identità personale, e la stessa cosa si può vedere anche
in particolari pazienti psichiatrici (RAIN MAN). E quindi cominciamo col dire che avere una
prodigiosa memoria, nel senso di ricordare cose e fatti non necessariamente coincide con una
altrettanto prodigiosa identità umana.
La memoria è quindi quella attività psichica che consente di conservare, rielaborare ed
utilizzare le esperienze vissute e le informazioni acquisite. Tralasciamo la classica
suddivisione che considera tre fasi quella di fissazione, di conservazione e di rievocazione
delle tracce mnesiche, così come la suddivisione in memoria a breve termine, chiamata anche
memoria di lavoro, e memoria a lungo termine, così come tralasciamo di enumerare i vari tipi
di memoria quella dichiarativa o esplicita e quella implicita, perché facilmente riuscirete a
reperire queste notizie su ogni libro di testo di psicologia. Facciamo però solo una
considerazione. Anche se viene dichiarata una memoria cosiddetta implicita, vale a dire non
sotto il controllo della coscienza, questa si riferisce solo ad attività motorie o comunque
stereotipate che possono tranquillamente essere svolte in modo automatico, senza coscienza,
come ad esempio guidare un automobile. In realtà la memoria, in qualsiasi testo di psicologia
voi vogliate consultare viene intesa solo ed esclusivamente come funzione della coscienza. In
tale senso la memoria è tanto più valida quanto più si avvicina al dato oggettivo che è stato
percepito, quanto più si avvicina quindi al rigore e alla precisione di una fotografia. In tale
senso quindi la memoria viene considerata solo come registrazione e ripetizione delle cose
percepite. Ed è ovvio che in alcuni casi è sacrosanto che sia così. Io devo avere una immagine
ricordata quanto più fedele possibile della macchina che possiedo, altrimenti rischio di non
ritrovarla. La memoria cosciente, descrittiva, deve riprodurre i ricordi il più possibile fedeli
all'oggetto percepito. Il ricordo cosciente che viene descritto deve possedere alcune
caratteristiche che ora proviamo ad elencare:
_deve essere quanto più esattamente conforme alla realtà percepita
−deve essere quanto più preciso, circostanziato e ricco di dettagli
−deve avere una esatta collocazione nel tempo
−deve avere una esatta collocazione nello spazio
−non deve essere condizionato dallo stato affettivo.
Vale a dire un ricordo è tanto più valido quanto più si avvicina ad una foto. In tal senso
però consideriamo che un ricordo non racconta nulla di sé. Se un amico mi racconta come è
fatta la sua nuova automobile forse servirà un ricordo inteso in tal senso, perché è come sé mi
mostrasse una foto, ma se mi racconta il primo incontro che ha avuto con il suo primo amore
rischia di fare un elenco di fatti che nulla raccontano di sé, dell'altro e del rapporto avuto.

Sin dagli albori dell'uomo la memoria è stata sempre associata alla coscienza e alla
ragione, e sin da allora è stata sempre vista come in contrapposizione a qualcosa che
spaventava proprio perché in opposizione alla coscienza e alla ragione. Il terrore era
rappresentato da qualcosa in cui non c'era coscienza e ragione e che veniva chiamato oblio.
Nella mitologia greca Mnemosyne, la memoria, è infatti la madre della ragione e di altre
9 muse generate con Giove. Di queste Mneme e Melete rappresentano il ricordo, ciò che è
avvenuto, mentre Aoide rappresenta il pensiero, o l'idea di quello che dovrà accadere. Questo
non deve stupirvi più di tanto, la nostra memoria è continuamente usata per programmare
azioni future: ricordo che domani dovrò pagare la bolletta della luce, o che stasera viene un
amico a cena e quindi dovrò fare la spesa etc.
Per gli antichi greci comunque la memoria era sempre una qualità, il dimenticare era
sempre una carenza. Ricordare aveva sempre un legame non solo con la propria storia e la
propria identità, ma anche con ciò che si pensava, con i valori che occorreva ricordare. Il
ricordare si legava all'identità umana, il dimenticare, l'oblio, alla perdita della identità umana.
Gli uomini hanno avuto sempre, di conseguenza, il terrore dell'oblio. Lete è il fiume che
nella antica mitologia i defunti dovevano oltrepassare per giungere nell'aldilà, e in questo
passaggio perdevano la memoria di tutte le cose terrene. L'idea era che tra oblio e morte c'era
una terrificante similitudine. L'oblio è stato sempre pensato come morire, o forse come
impazzire.
All'epoca dei romani la damnatio memoria equivaleva quasi più che ad uccidere chi ci
incappava. Veniva cancellata qualsiasi effige, statua, immagine del reo, venivano cancellati i
suoi discorsi e il suo nome che nessuno poteva più ricordare o pronunciare. Questa
cancellazione del ricordo voleva dire che quella persona non solo non esisteva più ma era
come se non fosse mai esistita. Era forse più di un uccisione.
Il dimenticare è pericoloso, anche Omero l' afferma. In ben tre episodi dell'Odissea si fa
riferimento al dimenticare. Il primo è l'episodio dei lotofagi, i mangiatori di loto. I soldati di
Ulisse scoprono su un'isola su cui sbarcano un frutto dal gradevole odore di miele chiamato
loto che provoca per l'appunto l'oblio. Così chi mangia il loto non solo dimentica Itaca, ma
dimentica anche i propri doveri militari e si perde nel piacere del frutto proibito. L'astuto
Ulisse manda a prendere i suoi uomini vietando di assaggiare alcunché e così i primi vengono
ricondotti piangenti sulle navi. Il secondo episodio in cui l'oblio ricompare come grave
pericolo è l'episodio di Circe. E' noto che Circe trasforma gli uomini di Ulisse in maiali, ma
prima di trasformarli gli fa bere una pozione che toglie per l'appunto il ricordo della patria.
Ulisse che aiutato da Ermes riuscirà a rendere parzialmente innocua la bevanda, che gli
procurerà solo un oblio parziale che durerà comunque un anno. E in questo secondo episodio
è quindi esplicito il nesso tra il dimenticare e il non essere più esseri umani, essere animali. Il
terzo episodio è in realtà molto diverso. L'oblio in questo caso è l'amore ed è la ninfa Calipso
di cui Ulisse si innamora che lo distoglie per sette lunghi anni dal rientro a Itaca. E' nota la
sofferenza ed il conflitto di Ulisse prima di partire. Egli lotta contro la dimenticanza. Torna il
ricordo della moglie che l'aspetta, della famiglia, del trono, dei doveri, e decide di andare.
Anche l'amore, quindi, per Omero, facendo dimenticare i propri doveri, fa perdere le
caratteristiche umane. Caratteristiche umane che però risiedono nella patria, nella moglie,
nei doveri del re, in altre parole in una identità sociale e razionale. Ma per Omero ricordare
era proprio salvaguardare l'identità umana che evidentemente coincideva con un ruolo sociale
e razionale.
Il popolino, chi non aveva un trono o una moglie da salvaguardare ha avuto forse sempre
un atteggiamento un po' più possibilistico nei confronti dell'oblio sé è vero ad esempio che
nell'antica Roma i giovani si recavano alternativamente sia nel tempio di Venere, a chiedere
che i propri sogni d'amore diventassero realtà, sia nel tempio, collocato proprio a fianco,
chiamato dell’amor leteo, vale a dire dedicato a Lete, dove si chiedeva che l'amato o l'amata,
giudicato indegno del proprio amore, fosse dimenticato.
Nel corso dei secoli la filosofia e la letteratura hanno ripetutamente fatto menzione alla
memoria, al ricordare, al dimenticare.
Nel corso del tempo il dimenticare, il cadere nell' oblio, che da Omero coincideva nel
perdere i valori a cui ogni uomo immerso nella propria società doveva salvaguardare,
cominciò ad essere visto diversamente. La svolta ci fu con l'Illuminismo e forse con Kant.
Si sa che Kant era un gravissimo ossessivo. Si annotava di tutto e tutto nella sua vita era
scrupolosamente programmato. Qualunque cosa potesse accadere alle 15:30 di ogni
pomeriggio di tutti i giorni della settimana, di tutto l'anno, usciva di casa e percorreva per 8
volte il viale di tigli che ancora oggi, a Konigsberg, si chiama proprio “Viale del filosofo”.
Kant sin da giovane aveva un domestico di nome Lampe. Era lui che gli preparava i pasti
sempre alla stessa identica ora, che gli temperava tutte le sere le matite dello scrittoio nella
stessa identica maniera, che lo inseguiva con un ombrello, nelle giornate di pioggia, lungo il
“Viale del filosofo”. Alla venerabile età di 78 anni Kant decise di licenziare Lampe. Non si
conoscono bene i motivi e nulla di questo fa’ riferimento sui famosi taccuini. C'è solo una
piccola annotazione che recita così: “ora devo ricordarmi di dimenticare assolutamente
Lampe”. Cosa voleva dire Kant? Si poteva fare leva sulla coscienza e sulla volontà per
dimenticare? Il dimenticare non era qualcosa che accadeva al di fuori e quindi contro la
ragione e la coscienza? Kant forse fu il primo che tentò di non contrapporli. Per lui esistevano
tre tipi di memoria, la prima chiamata meccanica, per intenderci il ripetere a memoria,
andava assolutamente rifiutata, perché rendeva come pappagalli ammaestrati, privi di un
proprio giudizio. La seconda chiamata ingegnosa derivata dalla così detta memo-tecnica era lo
stesso da rifiutare in quanto per Kant fallace proprio come tecnica. La terza,unica a suo parere
valida era la memoria giudiziosa. Per Kant era il proprio giudizio che su una massa di
contenuti indeterminati sceglieva quelli che meritavano di essere ricordati. In questo modo la
dimenticanza si metteva al servizio della memoria. Ciò che va ricordato e ciò che va
dimenticato non passa attraverso registri emotivi, ma passa solo al vaglio della ragione, che
legittima o meno alcuni contenuti ad essere ricordati. L'oblio non è altro che la necessaria
destinazione a conoscenze che il proprio giudizio e la propria ragione hanno rifiutato.
Compare dunque per la prima volta il riferimento alla volontà, come esecutrice di questo
legittimo verdetto emanato dalla ragione che farà sì che i contenuti ideativi rifiutati
coscientemente non giungano alla mente.
E osserviamo come ci sia stato un notevole cambio di registro. Da Omero in poi
dimenticare significava abbandonare la ragione, cadere nell'oblio, non essere più degli esseri
umani. Era qualcosa che terrorizzava e verso cui ci si difendeva con l'osservazione ad una
condotta di vita quanto più conforme a certi valori condivisi, magari anche religiosi, che
avrebbero dovuto scongiurare la caduta nell'oblio, o forse nella malattia mentale. Con Kant
cambia tutto. Non esiste questo mondo terrorifico. Esistono solo delle tracce di memoria che
la ragione, il giudizio, può inesorabilmente bocciare e quindi allontanare dalla coscienza
senza alcun pericolo. Gli antichi si erano sbagliati, non esisteva nessun oblio, e nessun
pericolo. La ragione era vincitrice su questo terrorizzante, ma inesistente mondo della notte.
Nietzsche sembra riprendere Kant, anche se solo in apparenza. E' Nietzsche infatti che
parla di “dimenticanza attiva”. In realtà già con il Faust di Goethe si faceva riferimento ad un
oblio portatore addirittura di felicità e scopritore di un “nuovo”, ma è Nietzsche che sin
dall'inizio delle sue opere raccomanda al lettore “l'arte e la forza di poter dimenticare”.
Nietzsche fa proprio il motto di Faust “ che dietro di noi sparisca il passato”. E' un dimenticare
quindi che ha una notevole forza con sé e che porta ad un nuovo che si libera del passato ed
infonde “una vigorosa salute”.
Mentre Kant si limitava e decretare l'inesistenza di tutto un mondo irrazionale legato
alla dimenticanza, più che dei fatti e delle cose, dei valori sociali e identitari dell'uomo che
quindi cadeva nell'opposto, nel non essere più un essere umano, prima con Goethe poi con
Nietzsche sembra non venga negata l'esistenza di questo altro mondo, diciamo non cosciente
e non razionale. Il dimenticare assume una forma per l'appunto attiva, il mondo delle
passioni e dell'irrazionale esiste, ma dobbiamo e possiamo lottare per estirparlo. “Io ho fatto
questo, dice la mia memoria, io non posso aver fatto questo dice il mio orgoglio e resta
irremovibile. Alla fine è la memoria ad arrendersi.”. Il dimenticare non è quindi, almeno
secondo Nietzsche una carenza, un incidente, una defaillance ma è qualcosa che va cercato e
perseguito.
Abbiamo quindi l'obbligo di chiederci cosa è questo dimenticare in cui entra in gioco la
volontà di un individuo che lo potrà portare ad una “maggiore e vigorosa salute”? Che succede
in altre parole quando il rapporto con l'oggetto, la percezione presente nel rapporto con essa
cessa, e l'atto percettivo diventa traccia mnesica? Perché alcune tracce mnesiche vengono
ricordate ed altre no, perché per qualcuno la sparizione dalla mente di alcune tracce mnesiche
è sempre un problema mentre per altri è addirittura una ricchezza? E come fanno le tracce
mnesiche a sparire dalla mente? E forse la domanda più importante, considerando che le
tracce mnesiche si cancellavano solo, e non sempre, nei dementi in tarda età, cos'è la traccia la
cui sparizione era terrorizzante? Dimenticare che cosa?
Per Freud le tracce mnesiche non spariscono affatto. Un teorema fondamentale della
psicoanalisi è che “nella vita psichica nulla può perire una volta formatosi, tutto in qualche
modo si conserva, e in circostanze opportune ogni cosa può essere riportata alla luce.” ( Il
disagio della civiltà).
Per Freud quindi le tracce mnesiche non spariscono mai. E' noto come si opporrà
ferocemente quando Laforgue semplicemente nominerà lo scotoma, vale a dire la mancata
percezione di un oggetto esistente.
Per Freud i ricordi a volte scompaiono dalla coscienza, non perché spariscono, ma
perché vengono portati in altro luogo, Freud dice rimossi. Il luogo della rimozione viene
chiamato preconscio ed è l'unica realtà non cosciente ad essere accessibile nel corso di
un'analisi, perché l'inconscio per Freud rimane inconoscibile, in quanto eredità filogenetica di
milioni di anni e quindi inattaccabile.
Per Freud vengono rimosse quelle esperienze, quei ricordi che entrano in conflitto con il
super io di un individuo, con quello cioè che egli ha appreso culturalmente e che gli viene
richiesto dalla società. D'altra parte non potrebbe che essere così perché per Freud un
individuo mantiene la sua identità e il suo ruolo nella società solo grazie alla
accondiscendenza al super io, alle regole apprese, perché gli individui non avrebbero una
propria originaria identità. La sintomatologia nevrotica si avrebbe quando questa rimozione,
questo conflitto dal dimenticatoio dove era stato cacciato si riaffaccia anche sé in modo non
esplicito alla coscienza. Per Freud l'inconscio o meglio il preconscio è sempre un ex conscio
che è stato dimenticato ma non per questo è scomparso. E allora indicata la causa della
malattia, se ne indica la cura. La terapia sarà riaffrontare il conflitto, o meglio ricordare,
riportare alla coscienza ciò che un tempo era cosciente e fu rimosso, parola che per Freud
significa dimenticato.
Ma perché dovrebbe essere terapeutico il ricordare, il riportare alla coscienza ciò che un
tempo fu spiacevole, increscioso, imbarazzante, tormentoso? A questa domanda Freud
risponde con la metafora del processo e del giudice. La psicoanalisi è riaprire un processo,
risollevare un caso, rifare un dibattimento processuale. Il paziente dovrà confessare la colpa di
avere avuto pensieri, desideri, movimenti non consoni al super io e quindi inaccettabili dalla
società. Alla fine del dibattimento, il giudice, lo psicoanalista, darà l’assoluzione e il pz si
sentirà meglio, colpevole ma assolto, perché si assolverà un poco anche lui ( Io ti salverò di
Hitchcock) . La psicanalisi non è altro quindi che un esercizio di memoria in cui il ricordare il
fatto cosciente è il perno dell’ intero processo analitico. E quindi è abbastanza strano che
Freud abbia indicato come via regia per questo lavoro proprio i sogni che nulla hanno a che
fare con la coscienza. Anche se poi, a ben vedere con le libere associazioni il sogno viene
spezzettato e ogni immagine viene associata ad un ricordo cosciente, diventando così
memoria cosciente.
Facilmente si può obiettare che se il trauma che ha fatto ammalare risiede nella
memoria cosciente, questa può recuperare soltanto ricordi di fatti accaduti da una certa età in
poi, forse 6, 5 eccezionalmente 4 anni. E gli eventuali traumi subiti prima? Per Freud non
sono importanti, un individuo non può ammalarsi per traumi subiti prima, semplicemente
perché prima non ha una identità sana che può ammalarsi. Non si può vuotare una brocca che
è già vuota. Per Freud un individuo nasce già malato, lui dice polimorfo perverso, non può
quindi ulteriormente ammalarsi. Prima di 5, 6 anni gli eventuali traumi non produrrebbero
danni, in quanto un individuo è già abbastanza disastrato per suo conto. E' con l'acquisizione
della ragione, con l'educazione, con l'accettazione, o meglio l'introiezione, di certi valori
trasmessi culturalmente e accettati da tutti, il super io, che un individuo acquisisce
un'identità ed entra in società. E solo a quel punto può effettivamente perdere quanto così
faticosamente avrebbe raggiunto. Questa impostazione è stata ampiamente sconfermata da
tutti coloro che hanno studiato il neonato e l'interazione con la madre. Sono tutti concordi ad
affermare che la vita psichica, la salute psichica di un essere umano, è direttamente collegata a
come un bambino vive la sua prima infanzia e in particolare il suo primo anno, anno e mezzo
di vita.
Altra obiezione, ma potrebbero essere molteplici, è che se la sanità mentale
consisterebbe nell'assenza di ricordi rimossi, il deposito delle cose dimenticate, che ricorda
tanto il deposito delle cose smarrite, nel sano questo deposito sarebbe vuoto. Va da sé che
l'individuo sano sarebbe quello che ha presente a sé tutti i dettagli della sua vita, non
dimenticherebbe nulla, e questo ovviamente, e per fortuna, non accade.
Ma tralasciamo Freud ed iniziamo a fare un discorso diciamo più personale.
Sappiamo a questo punto che la memoria è stata considerata sempre e solo memoria
cosciente. Per tale motivo i ricordi dovevano possedere quei criteri di esattezza e obiettività
riscontrabili che abbiamo elencato prima. Sappiamo anche che nel corso della storia
moltissimi tra letterati e filosofi hanno fatto riferimento ad un dimenticare che da una parte
spaventava, quasi terrorizzava, dall'altra era portatore di “vigorosa giovinezza”.
E a questo punto per procedere sono costretto a ricorrere a una libertà letteraria, e
chiedere quindi anticipatamente perdono sia dei risultati sia della scarsa fantasia. Sono dei
esempi, costruiti da me, che a noi servono didatticamente per poter approfondire in modo più
semplice il nostro discorso.
Immaginate tre persone, tre uomini. Immaginate che stanno tutti e tre per
intraprendere un viaggio per le vacanze. Non si conoscono. Tutti e tre partono in coppia,
tutti e tre stanno sullo stesso treno. Immaginate che a ciascuno di essi venga chiesto un
brevissimo racconto, un ricordo appunto, della loro partenza.
Entra il primo: “Prima vacanza insieme. La partenza era prevista per le ore 7. Il treno che
doveva portarci nel luogo prefissato tardò per circa 10 minuti. In quei 10 minuti prendemmo un
caffè. Quando partimmo i posti erano occupati in misura del 95%. C'era una comitiva di
ragazzi, almeno 15, che vociferavano e a volte cantavano. Il treno arrivò a destinazione dopo 5
ore e 35 minuti di viaggio, aveva recuperato i 10 minuti di ritardo iniziale.”
Entra adesso il secondo uomo: “La partenza era fissata per le 7, neanche dovessimo
andare al lavoro. In ogni modo a quell'orario improbabile eravamo lì come due babbei. Era la
prima vacanza che facevamo insieme e già mi ero pentito. Come una beffa il treno tardò la
partenza per 10 minuti e allora andammo a prendere un caffè. Fu il caffè più amaro della mia
vita perché avrei potuto dormire 10 minuti in più. Ma il peggio doveva ancora arrivare. In un
vagone praticamente stipato c'era un branco di ragazzini impertinenti che non paghi del
rumore e del fastidio che davano agli altri passeggeri, iniziarono a cantare. Mi rassicurai solo
dopo avere constatato di avere portato con me le gocce per la mia emicrania che sicuramente
mi sarebbe venuta. Fu un viaggio d'inferno e non era che l'inizio della vacanza. Quella
sofferenza durò 5 ore e mezza che a me sembrarono 5 anni.”
E adesso sentiamo l'ultimo: “E finalmente si partiva. Per fortuna l'orario di partenza era
fissato per le 7, se fosse stato più tardi mi sarei morto dall'impazienza. Era la prima vacanza
che si faceva insieme e non vedevo l'ora d poter dimenticare tutto e avere solo lei come unico
pensiero fisso. Il treno tardò 10 minuti, giusto il tempo per prendere un caffè e ricordarci di
avere portato tutto quello che serviva. All'interno del vagone un gruppo di ragazzi ridevano
allegri e ogni tanto intonavano una canzone. Noi davamo i voti a chi cantava meglio. Fu un
ottimo diversivo per far passare più velocemente il tempo che ci separava dalle nostre vacanze.
Il viaggio durò 5 ore e mezza, ma ci sembrarono a entrambi una manciata di minuti.”
Sottolineiamo alcuni aspetti. Il fatto raccontato nelle tre versioni è essenzialmente
identico, tutti hanno vissuto, nei fatti la stessa esperienza. Eppure io sono certo che nella
vostra testa vi siete fatti un'immagine completamente diversa delle tre situazioni raccontate.
E l'immagine è diversa perché diverso è quello che viene raccontato di sé. Nel primo esempio
il racconto è basato solo su fatti, precisi, impeccabili, inoppugnabili, ma che non raccontano
assolutamente nulla di chi sta parlando. E' come se fossero impersonali. Raccontano i fatti
con precisione ma non raccontano niente di sé. E' la memoria cosciente, descrittiva,
fotografica.
Nel secondo e nel terzo caso qualcosa è cambiato. I fatti, che pure sono raccontati,
sembra facciano da contorno e attraverso loro viene raccontato qualcosa dei protagonisti. In
particolare è lo stato affettivo dei protagonisti che condiziona prima la percezione stessa di
quanto si vive poi, ovviamente, la memoria. Un ritardo può essere una sciagura, o al contrario
una fortuna, la stessa percezione del tempo cambia, può essere ricordato più breve o
interminabile, un gruppo di ragazzi che vocifera è un nemico che mi aggredisce o una alleato
che serve a fare passare prima il tempo. Sono quindi gli affetti che hanno condizionato la
percezione ed il ricordo.
Ma gli affetti possono non essere coscienti. La rabbia può diventare bramosia, l'odio può
diventare fredda negazione. Il rabbioso o l'invidioso possono non sapere di esserlo. Quindi
questo secondo e terzo racconto, pur essendo ricordi coscienti trasportano qualcosa che può
non essere cosciente.
Quindi, esiste un ricordo cosciente che a mò di macchina fotografica ripete esattamente
l'oggetto percepito. Ed è un tipo di memoria che ci serve continuamente per l'utile
quotidiano. Gli affetti in questo tipo di memoria vengono ignorati, forse non ci sono. Le cose
non sono amate o odiate, le cose sono cose, ed il ricordo di esse quindi deve essere il più
preciso possibile. Esiste però un ricordo, e siamo ancora nell'ambito del cosciente, in cui si
aggiunge qualcosa di personale, di proprio, qualcosa che è lo stato affettivo di chi ha vissuto
quella esperienza. Siamo ovviamente nell'ambito dei rapporti interumani. Qui è il rapporto
con altri esseri umani, che comunque si dice debbano essere significativi, vale a dire devono
rappresentare qualcosa di importante per il soggetto, a suscitare una risposta affettiva, che
unendosi alla percezione vissuta, in un certo senso deforma, ma arricchisce lo stesso ricordo.
E considerando i tre esempi presentati, anche se non viene praticamente mai nominata,
eppure noi ci facciamo un'idea abbastanza precisa, non tanto del treno, del baccano, etc, ma
del rapporto che lega il soggetto che racconta ad una donna. Nel primo caso questo rapporto
quasi non c'è. Si resta incerti, interdetti, non si sa quasi se il viaggiatore è solo. Si deduce che è
in compagnia dal plurale che viene usato. Non si sa con chi è in compagnia, non trapela
praticamente nulla. Già nel secondo caso immaginiamo un soggetto rancoroso, acredinoso,
astioso e immaginiamo di conseguenza una compagna che viene forse un po' svilita, sminuita,
svalutata. Siamo certi che c'è ma siamo anche certi che il loro rapporto è povero, silenzioso,
stanco. Nel terzo caso immaginiamo forse il contrario. La coppia sembra giovane, ma non in
senso anagrafico, sono contenti di andare in vacanza insieme, eventuali ostacoli non li
scalfiscono nella voglia di stare insieme. Probabilmente si devono sentire abbastanza
fortunati di trovarsi lì con l'altro. E' una coppia viva, affiatata, leggera.
Da quanto detto facciamo una deduzione, che a questo punto appare ovvia. Chi parla a
volte, anche se non sempre, può suscitare in chi ascolta una risposta, e più precisamente delle
immagini; in questi casi noi vediamo qualcosa che non ci è stato raccontato esplicitamente.
E ancora. Quelle brevi righe che vi ho proposto, coscientemente, non volevano parlare
del proprio rapporto di coppia, di come vivevano la relazione con la donna, eppure,
inconsapevolmente, finivano per farlo. E allora pur essendo un ricordo cosciente, un ricordo
che viene espresso coscientemente, è come se diventasse non più e solo un ricordo cosciente,
ma esprimendo qualcosa di sé inconsapevolmente, inconsciamente, possiamo chiamarla
memoria inconscia.
E non dico niente di eccezionale. Quante volte accade che in una frase, in un
movimento, in un atteggiamento, cogliamo una comunicazione che va oltre la frase o il
movimento percepito.
Ricordo una passeggiata in un parco e un piccolo bambino che gustava uno dei suoi
primi coni. Un movimento un po' brusco e il cono tocca la maglietta. Si sente subito la voce
irritata della madre che dice con rabbia “ti sei sporcato la maglietta” e si sente il bambino che
inizia a piangere. La madre non ha detto nulla di strano. Ha fatto una semplice constatazione,
in effetti è vero, il bambino si è sporcato la maglietta. E allora perché il bambino piangeva?
Forse perché la madre, senza dirlo, aveva detto “ siccome sei stupido, o peggio ancora, cattivo,
allora ti sei sporcato la maglietta”. Allora il bambino non faceva altro che recepire quanto,
senza nessun suono, forse era stato detto ugualmente.
Chi parla quindi spesso, anche se non sempre, trascina con sé il proprio vissuto psichico,
che racconta di sé e del proprio rapporto con l'altro. E spesso, anche se non sempre, questo
suscita una risposta, affettiva, in chi ascolta. Sta a noi recepire quanto senza parole, viene
detto.
Esiste quindi anche un ascolto che potremmo chiamare attivo. Se chi racconta, nel
proprio modo di raccontare, veicola qualcosa relativo ai propri affetti e alla propria immagine,
allora, chi ascolta “attivamente” può reagire con un movimento interno che può essere un
affetto o un immagine. (E' LA BASE DELLA TERAPIA DI GRUPPO)
Gli artisti fanno spesso delle immagini che raccontano altro, oltre quello che viene visto.
Prendiamo Guernica, di Picasso. Il quadro rappresenta un fatto accaduto, il bombardamento
sulla popolazione civile da parte dell'aviazione tedesca e spagnola nell'aprile del 1937. Si vede
una scena di distruzione, di guerra, ma non esistono particolari riconoscibili, quella scena può
raccontare di tutte le città bombardate. Picasso non vuole parlare di Guernica in particolare,
ma vuole raccontare della violenza, dell'odore della guerra, della mancanza di colore che il
fumo della guerra rende grigio. Eppure ancora non basta. Sentite lo stesso Picasso: “Per
qualche tempo sono stato anch'io un collegiale: Ero bambino. La prima sera ero molto triste di
trovarmi in una camerata. Sopra la mia testa c'era una mensola con dei libri. Ne presi uno e
l'aprii. Una cimice se ne volò via. Gettai il libro. Nascosi la testa sotto il lenzuolo. E piansi. E
forse con cose del genere dentro di me che ho dipinto Guernica. Quando penso alle persone che
mi invidiano perché i miei dipinti si vendono bene. Il vero prezzo delle mie tele, se essi lo
conoscessero, nessuno lo vorrebbe pagare.”
Non c'è bisogno di avere vissuto una esperienza in collegio per capire cosa intende
Picasso. Si parla di solitudine, di oppressione, di desolazione, di ingiustizie subite, di
violenza, e lui dice che è quello l'interno, il senso più profondo di quel quadro. Guernica dà
solo lo spunto, l'occasione, per parlare d'altro. Sta a noi recepire e vederne la presenza.
Chiediamoci però a questo punto come si faccia a riconoscere qualcosa che non viene
esplicitato direttamente. E usiamo le parole di San Agostino: “Una donna ha perso una
dracma. Vuol dire che ha dimenticato anche la moneta? Se cosi fosse mai potrebbe ritrovare la
sua proprietà. Può infatti sperare di recuperarla solo se sarà in grado di riconoscerla al
momento di ritrovarla. Quindi nella sua ricerca dovrà avere conservato nella memoria
l'immagine della moneta”. E' noto che Agostino risolve il problema in senso Platonico, esiste
una memoria innata, aprioristica, l'anima, che fa da memoria nella ricerca e nella
contemplazione di Dio.
Per noi, un po' più laicamente il problema si risolve in altro modo. E' la teoria di M.
Fagioli che già conoscete e su cui quindi non mi soffermo.
Diamo quindi per acquisito che alla nascita si forma una memoria fantasia, una prima
immagine, che servirà al neonato per conoscere le realtà umane con cui entra in rapporto. E'
solo se si riesce a mantenere questa realtà psichica, e a svilupparla, se poi riusciremo a
riconoscere e a confrontarci con altre realtà psichiche che riusciremo a “vedere” anche se non
esplicitate direttamente. E forse potremmo fare una considerazione che è senz'altro
importante ma che non approfondiremo. Abbiamo detto che per la memoria occorre che
l'oggetto ricordato sia prima stato percepito. La percezione potrà accompagnarsi ad un vissuto
affettivo che poi potrà essere trasmesso nel momento del racconto. Occorre quindi una
precedente percezione altrimenti l'oggetto non solo non potrà essere ricordato, ma neppure
potrà essere riconosciuto. La prima immagine della nascita permette al neonato di vivere il
rapporto con la madre e di riconoscerla. Dentro di sé dovrebbe avere quindi una immagine,
una memoria che gli permette di riconoscere la madre, o meglio la realtà interna, psichica
della madre. A rigor di logica ogni memoria, l'abbiamo detto prima, dovrebbe essere
preceduta da una percezione, ma il feto che nasce non può avere questo tipo di memoria
perché nell'utero non esiste percezione, ma solo sensazione. Esiste quindi la possibilità di
formare una “memoria” solo dalla sensazione? Esiste senz'altro, ma è una memoria
particolare. Quante volte il suono di una sveglia prima di svegliarci definitivamente nel nostro
sogno si trasformava in un treno che passava, o nella sirena di una fabbrica e così via, vale a
dire trasformava la sensazione in una immagine potremmo dire inventata? In questo caso
quindi è una memoria, una fantasia, non cosciente. Ma come fa ad esistere una memoria non
cosciente?
E a questo punto facciamo un ulteriore passo avanti. E per farlo riconsideriamo i tre
soggetti di prima. Immaginiamo che dopo essere arrivati a destinazione dopo il viaggio,
vadano a dormire, e immaginiamo che la mattina si sveglino e tutti e tre abbiano sognato. E
scusandomi ancora per la fantasia che potrebbe essere sicuramente più ricca sentiamo i loro
sogni.
Il primo dice: “Ho fatto un sogno. Stavo andando al lavoro, ero solo, la metro era molto
affollata. Impiegavo 5 ore e mezzo ad arrivare e pensavo che tutto quel tempo mi sarebbe stato
scalato dall'orario di lavoro ”. Il secondo dice: “Ho sognato che stavo fermo ad una stazione, il
treno non passava mai. Stavo vicino a qualcuno, forse una donna, che comunque aveva il viso
coperto da uno scialle nero. Passano dei vucumprà, che forse vogliono derubarmi, ed io li
mando via in modo deciso”. Il terzo: “Ho sognato che stavo con una donna. Era molto bella.
Sentivo che aveva un buon profumo che forse avevo già sentito da qualche parte. C'erano dei
bambini con cui giocavamo insieme.”
Tre sogni diversi, diversissimi. E' possibile ipotizzare che queste tre diverse immagini
corrispondono proprio a tre diverse realtà affettive vissute durante il rapporto? Nell'ultimo
sogno non si parla di viaggio o di treno, si parla solo di donna e del suo profumo, come se il
viaggio fosse solo il mezzo per vivere un rapporto con una donna. L'immagine percepita da cui
è partito il sogno è completamente stravolta, e quasi,non è più riconoscibile. Gli stessi ragazzi
che cantavano sul treno vengono trasformati in bambini giocosi. Ora non si può più parlare di
ricordo cosciente, ora il termine che va usato è quello di memoria inconscia. La percezione e il
rapporto vissuto vengono trasformati in memoria fantasia delle esperienza vissuta.
Nel secondo caso la trasformazione non è completa. C'è una stazione, con un treno che
però non passa mai. Si è immobili, quasi a dichiarare uno stato interno di immobilità e
staticità. La donna c'è, ma è un accessorio, non parla, quasi non esiste. Ha il volto coperto,
non ha nessuna identità, o meglio non viene vista nessuna identità. I ragazzi che cantano
vengono trasformati in vucumprà, che vorrebbero rapinarlo, quasi a raccontare di un ritiro
sociale che porta a pensare tutti gli altri come possibili nemici da scacciare.
Nel primo caso il problema è ancora più serio. Si va in vacanza come se si stesse andando
a lavoro, come un dovere, un obbligo. Il tempo che passa è soltanto una registrazione esatta
senza nessuna deformazione, e utilmente, è tempo che viene sottratto al tempo della vacanza.
Il soggetto è solo, la donna che stava con lui, pur essendoci stata materialmente, per lui non
c'è. E in quel non c'è un pensiero perché il soggetto è come se volesse dire inesistente, come se
non esistesse.
Tre esempi diversi, forse un po' banali ma era per mostrare come alla scomparsa della
percezione e quindi del rapporto vissuto, questo può essere raccontato o come ricordo
cosciente, o come ricordo che trasporta una memoria inconscia, o come memoria fantasia
dell'esperienza vissuta. Nel sogno c'è il racconto non tanto di quanto accaduto, ma nella
trasformazione che opera mostra a chi ascolta, viene detto un pensiero personale e quindi
viene, non descritto quello che è accaduto, ma raccontato quello che si è.

E a questo punto, avviandoci alla conclusione, e prima di riprendere Levi, chiediamoci,


alla luce di questi discorsi, cosa faceva tanta paura, o al contrario cosa affascinava cosi tanto
quegli autori che abbiamo citato prima? La risposta da un lato può essere telegrafica dall'altra
aprirebbe un altro intero capitolo. Quello che ha sempre terrorizzato non ha nulla a che fare
con la parola dimenticare, perché il termine esatto è annullare, realizzare con la mente che ciò
che è assolutamente esistente, presente, in realtà non c'è. Con la pulsione di annullamento il
ricordo cosciente, formale, descrittivo non solo permane ma non essendo più influenzato
dallo stato affettivo che scompare, può diventare ancora più nitido e preciso. Quello che non
esiste più sono i propri affetti per l'altro, il proprio vissuto, la conoscenza dell'altro.
La pulsione di annullamento è una possibilità umana riferita non tanto al dimenticare
quanto a rendere inesistente l'altro, all'impossibilità di conoscerlo.
Perché questa eventualità che condurrebbe ad una cecità sempre più marcata, ad una
pazzia, per qualcuno è stato come un canto di sirene, una strada per una insperata libertà.
L'uomo evidentemente ha sempre sentito il peso delle proprie catene. A volte il rapporto
con i propri simili poteva essere di odio mascherato, di ipocrisie, di doveri. E ha sempre
saputo, o meglio ha dovuto sempre sentire che c'era una scappatoia facile ma pericolosa,
annullare il rapporto con l'altro, rompere quelle catene che non permettevano di essere libero.
E l'uomo si è sempre ripreso la libertà senza accorgersi di perdere l'identità.
L'annullamento, conducendo ad una perdita della propria identità conduce a realizzare
dentro di sé il vuoto, il deserto, la pazzia. Le malattie mentali iniziano così, quando non si
sostiene quello che è doveroso, anche se doloroso, sostenere ed elaborare, e si ricorre
ripetutamente a questo facile meccanismo, l'altro non può mettermi in crisi per il semplice
fatto che non esiste. E alcuni, forse la maggior parte si fermano, avvertono il pericolo,fiutano
il prezzo che dovrebbero pagare. E accettano le catene, i conflitti, le ipocrisie.
Altri no. Sanno che quel vuoto, quella aridità, quella povertà, è un potere. E' un potere
perché riescono a spingersi dove altri si sono fermati. E' un potere perché liberandosi dal
conflitto e dai rapporti interumani, appaiono più sicuri, più certi, più forti di altri, che
stritolati nei propri conflitti da cui non riescono a liberarsi, non potranno che vederli come
dei superuomini, ideale di uomo irraggiungibile.
E Levi? Ovviamente non intendiamo né discutere la vicenda umana di Primo Levi, né
tentare di dare un interpretazione del suo sogno ricorrente. Il sogno lo utilizziamo solo per
discutere, per poter tentare di capire meglio. Poteva essere una memoria inconscia? Beh, forse
sì. Si raccontava di una realtà che letteralmente si sfaldava, si dissolveva, realtà che veniva
detto dallo stesso Levi era solo apparenza. Dietro c'era sempre il caos, il lager. E' da pensare
fosse proprio questa l'idea, il vissuto di chi entrava in un lager; la propria vita, la propria realtà
letteralmente scomparivano per lasciare il posto ad una realtà terrorizzante che era il lager.
Quindi forse nel sogno Levi rievocava quanto gli era accaduto.
Ma il sogno di Levi non era un ricordo cosciente. Non voleva raccontare quello che aveva
vissuto, lui e i suoi sfortunati compagni entrando ad Auschwitz. Levi parlava del presente, nel
suo sogno c'erano realtà attuali. E' ipotizzabile allora che egli raccontasse di una paura, un
ipotesi, una fantasia, vale a dire che dietro situazioni che possono sembrare normali,
tranquille, serene si può nascondere il nazismo, che forse adesso possiamo tradurre con si
può nascondere l'annullamento, l'anaffettività, il non vedere affatto l'altro come un essere
umano? Certo è ipotizzabile, ma perché il sogno era ricorrente ed interessava tutte le realtà
relazionali e sociali che viveva Levi? Possiamo allora forse pensare che il pensiero, l'idea del
sogno fosse che tutta la realtà, ogni rapporto interumano, nascondesse, o fosse gestito
dall'annullamento? Forse si. Si legge dalla prefazione di “I sommersi e i salvati”: “Le passioni e
i comportamenti umani non cambiano mai radicalmente e dunque anche se le istituzioni e le
tecnologie si trasformano, la storia si ripete. E' avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo
è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”.
Certo, giusto, la storia va ricordata perché non accada di nuovo. Ma non sono le passioni
degli uomini che hanno condotto ai campi di sterminio. Il fatto che esistano e siano esistite
realtà umane capaci di tanto, malati sanguinari, non significa che tutti gli esseri umani lo
siano, non significa che tutti debbano tenere sotto controllo le proprie passioni e i propri
comportamenti, perché altrimenti sfocerebbero nello stesso orrore.
Certo, a volte è vero. Nascosto, latente dietro un volto di qualcuno che ci saluta
sorridendo, dietro una mano che a volte ci accarezza, può esserci l'annullamento,
l'anaffettività nei nostri confronti. A volte, magari spesso, potrebbe avere ragione Levi, dietro
situazione placide e tranquille, serene, può nascondersi il nazismo, l'annullamento,
l'anaffettività. Ma non in tutti, non sempre. Insieme a situazioni di questo tipo ce ne sono
altre in cui sicuramente, dietro, nascosto, non c'è il nazismo pronto a saltare fuori. Se dovessi
condividere l'idea di Levi questo potrebbe gettarmi nella disperazione più totale perchè
significherebbe che anche dentro di me alberga un malato sanguinario che devo tenere a
freno. E invece sono certo che questo non è.
Allora non bisogna condividere questa idea pericolosa, questa credenza, anche quando a
proporcela sono dei potenti canali di comunicazione di massa che trasmettono l'ideologia
freudiana, junghiana, etc. Sentite qui: “ In un interno borghese, il demone-incubo, dai tratti di
scimmia, siede sul corpo di una donna addormentata, quasi soffocandola. Inoltre, una
giumenta minacciosa e spettrale, dagli occhi bianchi, si affaccia da dietro una tenda,
simboleggiando la bramosia sessuale di chi aggredisce una dormiente. Un’altra immagine
dell’inconscio raffigura un isolotto roccioso sopra una distesa di acqua scura e una piccola
barca a remi, condotta da un Caronte che trasporta una figura vestita di bianco ed una bara
ornata di festoni. E badate non sono due sogni di due malati di mente, sono due esempi di
come sarebbe l'inconscio normale, quindi anche il vostro, e sono stati pubblicati su un
giornale a grande tiratura nazionale pochi giorni fa.
Insomma, pur sapendo dell'esistenza e della possibilità di quanto indicava Primo Levi,
del rischio di incontrare l'anaffettività, o diventare anaffettivi noi stessi,, del dolore che
provoca l'odio o l'annullamento subito, forse ogni tanto ci farebbe bene, riuscire a
dimenticare tutto, pensarci diversi, prendere un treno con una donna, e andarsene al mare.