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ESAME DI STATO 2020/2021

Elaborato di Vanessa Lappa VA Liceo Classico

La guerra ci è stata presentata dalle parole dei vincitori come strumento di conquista o di difesa
dagli attacchi dei nemici, ma attraverso le parole dei vinti è stata descritta come strumento di
sopraffazione e portatrice di lutti e distruzione.

La guerra è fin dalle origini l’aspetto che accomuna ogni civiltà. Nella letteratura greca e latina
molte volte il tema viene affrontato, in quanto legato all’onore e alla maestosità del proprio
popolo. Questa però è un’arma a doppio taglio; mentre ai vintori porta gloria e fama, sui vinti si
abbatte il lato oscuro dell’essere sopraffatti dalla violenza. Raramente nell’antichità troviamo testi
scritti dai vinti, poiché questi venivano resi schiavi e assoggettati in ogni aspetto. Per la storia
dell'antica Grecia o del Medio Evo, si ha l'impressione che tutti i fatti storici siano a nostra
disposizione; dunque, il compito dello storico era “semplicemente quello di mostrare come le cose
erano andate”, ma gli stessi documenti a cui lo storico fa riferimento sono ciò che l’autore pensava
e l’uso che egli fa dei fatti è l’elaborazione di una elaborazione. In verità, l'immagine di cui
disponiamo è stata preselezionata da individui che giudicavano degni di memoria soltanto quei
fatti che confermavano la particolare concezione a cui, più o meno consapevolmente, aderivano.
La storia che leggiamo, per quanto basata su fatti, non è, a parlar propriamente, composta di
giudizi di fatto, bensì da una serie di giudizi tradizionalmente accettati. Solo nella prima metà
dell’800 con i positivisti, desiderosi di portare acqua al mulino della storia come scienza, si
intensificò il culto dei fatti, dando così un’accezione empirista allo studio della storia. La
gnoseologia empirista, infatti, presuppone un’assoluta separazione tra soggetto ed oggetto: i fatti
storici sono indipendenti dalla coscienza. Nel Novecento c’è un cambio di tendenza; Benedetto
Croce affermava “ogni storia è storia contemporanea”, volendo così dire che la storia consiste nel
guardare il passato con gli occhi del presente e alla luce dei problemi del presente. Perciò lo
storico di oggi ha il duplice compito di scoprire i fatti realmente accaduti e di trasformarli in fatti
storici (l’opposto dell’eresia ottocentesca secondo cui la storia consisterebbe nell’elencare il
maggior numero di fatti oggettivi e inconfutabili). Dunque, la storia è un continuo processo di
interazione tra lo storico ed i fatti storici, un dialogo senza fine tra il presente ed il passato. La
guerra da sempre viene intrapresa per diversi fini: difesa, attacco, successione dinastica, religione.
Lo storico Arnaldo Momigliano afferma che la guerra era accettata dai greci come "un fatto
naturale come la nascita e la morte", mentre il filosofo Eraclito afferma che Pòlemos, dio della
guerra, è padre di tutte le cose, poiché tutta la realtà si origina dallo scontro tra i contrari. Il
conflitto era considerato un mezzo fondamentale per il conseguimento della pace, per cui vi erano
sempre buoni motivi per intraprendere delle lotte, basti pensare all’ “Iliade” di Omero, il quale ci
racconta lo scontro tra gli Achei e i Troiani, scoppiato perché Paride rapì Elena. Che poi ci fossero
anche intenti commerciali è chiaro ai nostri occhi, però un torto personale che metteva in
discussione l’ἀρετή di un generale o un re era un motivo più che valido per iniziare una battaglia,
poiché erano stati attaccati quei valori tradizionali alla base della civiltà greca. Al tema dell’ira
viene associato dunque quello della gloria che l’eroe conquista combattendo con valore. Omero ci
descrive gli Achei come personaggi particolarmente forti o dotati di singolari caratteristiche che
permettevano loro di compiere grandi imprese. Dall’altra parte Euripide nell’opera le “Troiane”, ci
presenta la guerra di Troia secondo la visione dei vinti. Nella tragedia viene raccontato il dramma
delle donne e dei bambini sopraffatti; emerge la presenza viva ed acuta del dolore congiunta con
la convinzione dell'eroicità per aver preso parte alla battaglia nonostante esserne usciti sconfitti
dal nemico. Tale vittoria è però solo apparente, poiché ognuna delle protagoniste dell'opera trova
il modo di reagire, a proprio modo, alla tremenda sventura che le ha colpite. I vincitori, invece, che
sono poi alcuni dei più grandi eroi della mitologia greca, si comportano solo come insensati
aguzzini, capaci della più bruta barbarie senza la minima remora. Le donne troiane insomma
hanno perso tutto, ma non la loro dignità umana, che invece gli spietati soldati greci sembrano
non aver mai posseduto. Testimonianze importanti sono date dai racconti degli storiografi.
Nell’opera “Storie” Erodoto ci narra le guerre persiane, mostrandoci il significato ideologico che
assunse la battaglia. Infatti, mentre il popolo greco è esaltato nella sua magnificenza, va a
descrivere tutto ciò che era estraneo alla polis come un rude nemico, un βάρβαρος da eliminare.
Contrariamente, Senofonte nell’ “Anabasi” oltre a riprende la famosa concezione omerica secondo
la quale la morte di un eroe non riduce la gloria raggiunta, ma contribuisce a esaltarla e a elogiarla
(a questo proposito, infatti, Senofonte fa notare che anche Ettore e Achille sono morti, ma non per
questo sono stati dimenticati, anzi sono rimasti impressi), emerge anche l'animo "nuovo" il quale
sceglie come esempio della più elevata kalokagathìa un persiano, superando così, non solo la
rigida barriera che separava i Greci dai barbari, ma anche gli angusti confini dell'antica ἀρετή
militare. Un altro effetto indiretto della guerra ce lo presenta lo storiografo Tucidide nel racconto
della guerra del Peloponneso; questo ci narra dell’epidemia che colpì la città di Atene e dunque gli
effetti della guerra sui civili. I Greci, infatti, avevano la pessima usanza di attribuire le cause della
pestilenza a popoli nemici: in questo caso gli Spartani avrebbero avvelenato i pozzi della città.
Anche Aristofane affronta questo tema, ne è un esempio la commedia gli “Acarnesi”. La guerra
viene vista come elemento di distruzione della città; per questo motivo il cittadino Diceopoli
intende ripristinare la pace nella polis ateniese ponendo fine al conflitto con Sparta. Questa
visione della pace portatrice di felicità contrasta con quella della guerra mitica cantata da Omero
come una necessità inevitabile, che dona gloria agli eroi e agli dèi. Opera perfetta per cogliere il
punto di vista sia dei vinti che dei vincitori è la trilogia “Orestea” di Eschilo. Infatti, abbiamo il
personaggio di Agamennone che raffigura il tipico eroe greco interessato solo al proprio ἀρετή e
alla gloria personale, mentre Clitemnestra è la vittima della guerra e di questi valori poiché a causa
di questa perde la figlia Ifigenia, sacrificata dal padre per poter avviare la spedizione verso Troia, e
da qui si sviluppa il suo risentimento e la voglia di una vendetta. Nella trilogia Agamennone
tornando verso Micene è accecato dalla fama della vittoria e pensa solo all’invidia degli altri verso i
suoi confronti, non curante di ciò che aveva procurato alla moglie(Tragedia Agamennone vv. 834-
837): “δύσφρων γὰρ ἰὸς καρδίαν προσήμενος/ ἄχθος διπλοίζει τῷ πεπαμένῳ νόσον·/ τοῖς τ'
αὐτὸς αὑτοῦ πήμασιν βαρύνεται/ καὶ τὸν θυραῖον ὄλβον εἰσορῶν στένει.”

Dall’altra parte invece Clitermenestra racconta quanto sia terribile ciò che comporta la guerra
(Tragedia Agamennone vv326-333): “οἱ μὲν γὰρ ἀμφὶ σώμασιν πεπτωκότες/ἀνδρῶν κασιγνήτων
τε, καὶ φυταλμίων/ παῖδες γερόντων, οὐκέτ' ἐξ ἐλευθέρου/ δέρης ἀποιμώζουσι φιλτάτων μόρον·/
τοὺς δ' αὖτε νυκτίπλαγκτος ἐκ μάχης πόνος/ νήστεις πρὸς ἀρίστοισιν ὧν ἔχει πόλις/τάσσει, πρὸς
οὐδὲν ἐν μέρει τεκμήριον,/ ἀλλ' ὡς ἕκαστος ἔσπασεν τύχης πάλον.”

Contemporaneamente esprime il risentimento verso il marito che è stato carnefice verso di lei e
verso la città di Troia(Tragedia Agamennone vv. 343-347): “δεῖ γὰρ πρὸς οἴκους νοστίμου
σωτηρίας/ κάμψαι διαύλου θάτερον κῶλον πάλιν·/ θεοῖς δ' ἀναμπλάκητος εἰ μόλοι στρατός,/
ἐγρηγορὸς τὸ πῆμα τῶν ὀλωλότων/ γένοιτ' ἄν, εἰ πρόσπαιά πη τεύχοι κακά.”

Una riflessione che si può captare dalla tragedia è che in un conflitto può esserci uno scambio di
ruoli tra vittima e carnefice. A favore di questa tesi Giampaolo Pansa ha scritto il saggio storico “Il
Sangue dei Vinti” che racconta delle esecuzioni e dei crimini compiuti da partigiani dopo il 25
aprile 1945, verso fascisti e presunti tali o antifascisti non comunisti. La tesi centrale del libro è che
tra i giustiziati e le vittime vi furono persone responsabili di crimini sia militari che civili, ma anche
persone che, pur legate al fascismo, non avevano compiuto direttamente atti criminosi. Tornando
però alla visione della guerra per i greci è evidente sia legata fortemente all’etica ed al rigore
morale. Basti pensare a Sparta, nel quale il culto del guerriero che vince ogni battaglia doveva
essere un esempio per la comunità. L'esercito spartano non combatteva per conquistare ma per il
proprio ἀρετή. Ad Atene l'addestramento militare non riguardava solo la pratica delle armi e della
guerra, ma tutta una serie di norme comportamentali per diventare un buon cittadino, proprio a
dimostrazione di come la guerra non fosse solo un semplice combattimento ma un’ideologia. In
combattimento se si tradiva o si fuggiva davanti al nemico, ciò comportava punizioni molto pesanti
come la decapitazione. Piuttosto grave era anche la degradazione, che consisteva nella privazione
del grado o nel trasferimento in una formazione meno importante per i soldati semplici. Nella
cultura latina non meno importante è il tema della guerra che viene associato maggiormente ad
una visione politica. L'adagio "Si vis pace, para bellum" anche se non è attestato in nessun autore
latino, costituisce il motto della politica estera romana e di ogni politica egemonica che colleghi la
pace e il beneficio al controllo del territorio, e la formazione dell’Impero Romano è frutto di
questa politica. Lo stesso Cesare narra le sue imprese nel “De Bello Gallico” col fine di giustificare
le sue azioni politiche davanti al senato. Non meno importante è il saggio “De Bello Civili” nel
quale attraverso le guerre civili denuncia il contesto di disagio sociale in cui i ricchi si arricchivano
ancor di più mentre i poveri continuavano a impoverire, delineando due opposti schieramenti
politici: quello degli optimates, e quello dei populares; chiaro come l’opera fosse finalizzata a
risaltare il suo partito politico. In età augustea anche Lucano nella “Pharsalia” lamenta l'orrore
dell'idea stessa di guerra civile, narrando il clima di terrore che aveva portato, ed esprimendo una
visione pessimistica di vedere il popolo romano così potente auto-distruggersi. In età repubblicana
Sallustio nel “Bellum Iugurthinum” con la frase chiave dell’opera “Romae omnia venalia esse”, ci fa
capire che tutto può essere ottenuto attraverso la guerra esprimendo una sorta di critica verso la
nobiltà che con le sue azioni si stava allontanando dalla virtus. Denuncia l’incompetenza della
nobilitas nella conduzione della battaglia, e la sua corruzione generale. Lo storiografo Livio in “Ab
urbe condita” ci presenta il popolo romano vittorioso, guerriero e conquistatore. Questo perché
attraverso la sua opera vuole insegnare la morale. Crede che la grandezza di Roma sia legata alle
virtù degli uomini al comando e perciò assume un carattere patriottico e celebrativo nei confronti
della Roma idealizzata del passato. Duplice è la presentazione della guerra da parte di Virgilio nell’
“Eneide”. Da una parte la ritiene elemento indispensabile affinché si possa realizzare Roma,
dunque un qualcosa di positivo e predestinato dagli dei; dall’altra, attraverso gli occhi di Enea,
giudica negativamente gli Achei per le loro azioni, e compatisce i troiani per il loro infausto
destino. È da considerare, infatti, che la sua visione dei fatti è raccontata dall'occhio di un vinto, e
ciò cambia decisamente la prospettiva del racconto: il tono da epico diventa drammatico poiché
visto dalla parte di chi è stato sconfitto. Omero, per esempio, nel poema dell'Iliade, riprende più
volte l'orrore e la violenza delle battaglie ma il motivo principale per cui si combatte è la gloria,
infatti per i greci i valori più importanti si concentravano sull'arricchimento del potere, sulla
dimostrazione della propria forza e del proprio valore. Combattere diventava un'occasione per
mostrare a tutti la potenza fisica di cui si era dotati, ovvero un'opportunità per ottenere la tanto
sperata gloria, per cui poi a parer loro si diveniva immortali, vivendo nel ricordo. Omero predilige
perciò l'aspetto positivo della guerra preferisce evidenziare la vittoria e la grandezza, piuttosto che
il lato negativo di essa. Mentre Enea racconta della caduta di Troia, il ricordo è assai penoso anche
per chi ascolta: Virgilio strumentalizza Enea per rimarcare il cinismo, la perfidia e l'astuzia dei Greci
su un popolo che viene ritratto come ingenuo e un facile bersaglio della scaltrezza e dell'arroganza
del nemico. Ciò riprende quello che oggi i civili di ogni fazione combattente pensano dei nemici,
indipendentemente dal fatto che la suddetta fazione sia nel bene o nel male. Infatti questi, visti
negativamente dalle vittime, senza alcuna pietà o compassione distruggono e riducono in macerie
il luogo dove centinaia di uomini donne e bambini hanno vissuto la loro vita, spargono stragi e
sangue dappertutto con brutalità senza risparmiare innocenti. Anche Seneca si concentra nella
tragedia “Troades” sulla infelice sorte delle donne troiane fatte prigioniere; pone così una nuova
concezione del mito come exemplum, anche se il mirum, il voler stupire, è comunque l’intento
principale. Lo storiografo Tacito invece si lamenta di non aver avuto la possibilità di narrare un
periodo ricco di guerre, poiché vive nell'età imperiale, e che ciò è deprimente perché mostra
un’involuzione della storia di Roma (infatti la realtà storica dell'impero, sopprimendo la libertà,
aveva finito per deprivare la vita civile di ogni creatività e originalità). Nell’opera “Agricola” questo
ci racconta la guerra in Britannia col solo fine di esaltare la figura di Agricola, per lui rappresentate
del perfetto funzionario dello stato, congiungimento della collaborazione tra potere e nobiltà
attraverso la via mediana. Nell’opera colpisce il discorso di Calgaco, che Tacito compone in modo
fittizio per renderlo realistico proprio come se stesse riferendo parole di un nemico di Roma
(Agricola, par.30, 4/5): “Raptores orbis, postquam cuncta vastantibus defuere terrae, et mare
scrutantur: si locuples hostis est, avari, si pauper, ambitiosi, quos non Oriens, non Occidens
satiaverit: soli omnium opes atque inopiam pari adfectu concupiscunt. Auferre, trucidare, rapere,
falsis nominibus imperium, atque, ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.”

È chiara dunque come la visione celebrativa di Roma cambia alla vista del nemico. Reputo che la
più vergognosa "usanza" dell'antica Roma era la mancanza del rispetto per i vinti: i Romani
avevano l'usanza di umiliare i vinti facendoli sfilare incatenati dietro il carro trionfale del vincitore
(ad esempio Cesare denigrò Vercingetorige, facendogli girare Roma incatenato per tre volte).
Credo che sia stato l'aspetto più disonorevole e vergognoso che mi ha colpito della civiltà romana,
celebre per la sua grandezza, in confronto ad Alessandro Magno che rispettò i Persiani nonostante
li avesse vinti. Ritengo che questo sia dovuto al fatto di non avere affinità verso l’altro e rispettarlo
anche nella sconfitta. Pur vero che parlando di secoli fa, il progresso culturale e il rispetto verso
l’altro erano meno comuni, ma a mio avviso si sono toccati i massimi in età contemporanea, basti
pensare alla Shoah. A mio parere è importante analizzare entrambi i profili di vittime e carnefici.
Uomini e donne naziste che commettevano crimini orribili tirando le somme erano persone
comuni. Ce ne parla la filosofa Arendt nel libro “La banalità del male” nel quale dice che è l’uomo
comune, senza premeditazione o tendenze aggressive o drammi personali, a causa di influenze
esterne, può diventare un omicida efferato. Non è da sottovalutare l’impatto psicologico che può
avere una determinata teoria su una mente debole, esempio Gustave Le Bonche che nel 1841 ha
segnato più generazioni e annientato ulteriormente famiglie già di per sé distrutte con il libro
“Psicologia delle folle” dedicata alla giustificazione del colonialismo delle potenze europee. La sua
teoria principale difendeva l’esistenza di razze superiori e ben distinti. Non a caso spirò Hitler alla
scrittura del Mein Kampf. Se si pensa che dopo la Prima guerra mondiale la Germania era in gravi
difficoltà sia economiche e sociali, ci si può avvicinare a comprendere come persone comuni
continuamente sottoposte alla propaganda di Goebbels, abbiano avuto una sorta di
“brainwashing”. Questo fenomeno è presentato molto bene da George Orwell nel romanzo
“1984”, nel quale all’interno vi è il personaggio Big Brother is Watching You, che attraverso la
propaganda e il terrore psicologico crea un regime totalitario. Molti studiosi analizzarono la
comunicazione politico-sociale secondo i dettami della propaganda nazista, approfondendo i
principi su cui era incentrata e come era riuscita a far percepire gli ebrei come il nemico prima da
sconfiggere, poi da eliminare. Il tutto si racchiude nel Principio della semplificazione e del nemico
unico, che dice “È necessario adottare una sola idea, un unico simbolo. E soprattutto identificare
l’avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali”. Non c’è poi da stupirsi se nel
processo di Norimberga i nazisti risultino senza emozioni e totalmente staccati dai crimini che
hanno commesso. Osservando il processo ad Eichmann è stupefacente come egli non provi alcun
rimorso verso i lavori che aveva compiuto, sia disinvolto e staccato verso le accuse. Questo perché
il regime nazista era organizzato affinché ogni persona diventasse pezzo di un meccanismo e che a
sua volta potesse scaricare i propri doveri a un gerarca di livello maggiore fino ad arrivare allo
stesso Hitler. Ovviamente anche davanti questa ridimensione delle azioni da parte dei nazisti, le
testimonianze parlano chiaro. Un uomo sopravvissuto alle marce imposte dallo stesso Eichmann,
nel processo, testimonia come abbia agito con entusiasmo fino alla fine davanti al massacro di
decine di ebrei. Lo stesso Primo Levi nell’opera memorialistica “Se questo è un uomo” racconta gli
orrori, l’odio antisemita e le paure di chi ha subito la storia all’interno del campo di
concentramento di Auschwitz, una delle armi più letali del nemico nazista. Ma anche le idee
totalitarie del fascismo, l’assolutismo, l’appiattimento dei valori umani, l’imposizione di
determinate regole ed il completo disconoscimento della libera espressione di parola e di
comportamento, causarono la ribellione di molti intellettuali, come Eugenio Montale che nella
raccolta “La bufera” ci rende partecipi degli orrori della guerra e del lutto collettivo che il conflitto
ha portato all’interno di tutte le case; infatti, considera la storia come un elemento negativo, dove
il cosmo materializza le sue ombre infernali, per la pena di tutti i viventi. Non meno importanti
sono le altre vittime della Seconda guerra mondiale spesso non considerate, come a volerle
dimenticare: si tratta delle violenze sulle donne italiane, abusate dai Nazisti quanto dagli Alleati.
Questo conflitto, al contrario delle battaglie ottocentesche, puntava anche alla fetta di
popolazione più debole: donne, bambini, anziani. Eppure, dello stupro di guerra si parla sempre
come di un comprensibile incidente di percorso, raramente lo si descrive per quel che è: uno
strumento di tortura e di sottomissione, un abuso che va al di là della religione, dell’età, della
fazione politica. È in realtà una pratica di dominazione psicologica applicata sul vinto dal vincitore.
Purtroppo, come direbbe Karl Marx "La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come
tragedia, la seconda come farsa". Infatti, già la Prima guerra mondiale aveva segnato
particolarmente le nazioni. Durante il primo conflitto mondiale, attraverso gli studi della
psichiatria moderna, si acquisì per la prima volta l'idea che lo stress della guerra poteva arrivare a
fare impazzire i soldati. Gli inglesi l'hanno chiamata shellshock: era la malattia nata sui campi di
battaglia e nelle trincee. I soldati colpiti dalla sindrome misteriosa avevano una varietà di sintomi:
palpitazioni, tremori, paralisi o tremori in tutto il corpo. Lo stesso Giuseppe Ungaretti fu testimone
della crudeltà delle trincee e della spietatezza della guerra nei suoi aspetti più comuni, un esempio
è la poesia “Pellegrinaggio” nel quale la vita del soldato è descritta quasi in modo subumano o
“Veglia” in cui il senso dell’orrore macabro e ossessivo della battaglia spoglia di ogni retorica ed
eroismo la guerra. Testimone di questo conflitto è anche Clemente Rebora che attraverso la
poesia “Viatico” sottolinea il carattere disumano della guerra nel quale ogni rapporto di fratellanza
e di solidarietà appare inconcepibile. Anche Umberto Saba ci mostra come la violenza sia
portatrice di dolore e non motivo di gloria. Nella poesia “La Stazione” l’atmosfera è triste e lugubre
a causa della partenza dei soldati soffocati dal tragico destino di morte a cui vanno incontro.
Emblema della decadenza dell'Europa dopo la prima guerra mondiale, quando l'umanità perde
ogni punto di riferimento spirituale e cade nella barbarie è certamente “The Waste Land” di T.S.
Elliot. Questo libro conferma la modernità di molte sue teorie, alla cui base sta la convinzione di
un’Europa divisa anziché unita. I temi della sua opera, la degradazione della civiltà umana, la
decadenza dei valori morali, l'apocalisse incombente ben si sposarono al clima pre-bellico
(nazismo) e post-bellico (guerra fredda) che l'hanno vista diffondersi. Infatti, Eliot mette davanti
agli occhi offuscati del mondo odierno l'alienazione e la solitudine morale della seconda
rivoluzione industriale: l'aridità spirituale e fisica dell'uomo contemporaneo è quindi il tema di
questa poesia. Attraverso le immagini di una città degradata, piena di vie sordide e di quartieri
miserabili e malfamati, l'autore spietatamente mette a nudo la disumanizzazione del mondo,
l'alienazione sociale e il vuoto spirituale provocato dalla civiltà industriale. Ritengo che tutti noi
dobbiamo trarre insegnamento dal passato e non farci abbindolare da ideologie interveniste dei
nazisti e i fascisti del 2000 che esaltano la guerra, o dai movimenti patriottici che bramano la
supremazia della propria nazione sulle altre come fu il movimento futurista di Marinetti. Ad oggi
grazie all’Organizzazione delle Nazioni Unite fondata il 24 ottobre 1945 e alla quale aderiscono 193
Stati, da cittadina italiana mi sento tutelata. Infatti, questa oltre allo scopo di mantenere la pace e
la sicurezza internazionale, ha in aggiunta come obbietti, la protezione dei diritti umani e delle
libertà fondamentali, la promozione della crescita economica, sociale, culturale e della salute
pubblica internazionale. Purtroppo, non in tutto il mondo è così, e un esempio molto attuale è la
guerra tra Israele e Palestina nel quale c’è un continuo ribaltamento tra vittima e carnefice senza
mai trovare un punto d’accordo per la pace. Inviterei dunque a riflettere su una citazione della
nota scrittrice Elsa Morante “La Storia è uno scandalo che dura da diecimila anni".

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