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Montagne di Una Vita

Bonatti Walter

ISBN: 9788860738028

Copyright © 2010, Baldini Castoldi Dalai Editore


Walter Bonatti
Montagne di una vita

Baldini Castoldi Dalai


Editori dal 1897
www.bcdeditore.it e-mail: info@bcdeditore.it
© 1996, 1997, 1999, 2000 Baldini&Castoldi s.r.l.
Milano © 2001, 2002, 2003 Baldini&Castoldi S.p.A. - Milano
© 2006, 2008 Baldini Castoldi Dalai editore S.p.A.
Milano ISBN 978-886073-802-8

Walter Bonattz; notissimo scalatore ed esploratore, scrive che nulla di quanto


ha fatto è importante in assoluto, ma gli appartiene e,dunque, lui «è» il suo
modo stesso di vivere. Dichiara di credere che ogni uomo senta il bisogno di
trasmettere le proprie esperienze, di passarle ad altri. Ma nel suo caso, ecco
emergere, quasi a contraddirlo, un sentimento che nasce da una ruggine molto
sofferta. È lo sdegno verso chz; e sono troppz; gli ha creato attorno infiniti
problemi. Chi lo ha perseguitato? Non è un volto preciso, o meglio, è il volto
dell'incomprensione, dell'invidia, dell'irresponsabilità, dell'ipocrisia, del cinismo
che lui ha avvertito intorno a sé, sentendosi a volte preda di una miope e subdola
combriccola.
Relazione di apertura del Convegno Internazionale «Montagna Avventura 2000
- URSS e Occidente, tradizioni e traguardi a confronto» (1989)

Preliminari

La montagna, fin dall'inizio, è stato l'ambiente più congeniale alla mia


formazione. Mi ha consentito di soddisfare il bisogno innato che ha ogni uomo di
misurarsi e di provarsi, di conoscere e di sapere. Così, impresa dopo impresa,
lassù mi sono sentito sempre più vivo, libero, vero: dunque realizzato. Nella mia
vita di scalatore ho sempre obbedito alle emozioni, all'impulso creativo e
contemplativo. Ma fu soprattutto praticando l'alpinismo solitario che ho potuto
entrare in sintonia con la Grande Natura, e ancor più a fondo ho potuto intuire i
miei perché e i miei limiti.
Affrontare in solitudine la natura più severa mi ha abituato innanzi tutto a
prendere da solo le mie decisioni, mi ha insegnato a misurarle con il mio metro e
a pagarle, giustamente, sulla mia pelle. Dunque la solitudine è stata per me una
scuola formativa, una condizione preziosa, un vero bisogno a volte; mai però
un'angoscia. È proprio grazie a questi preliminari che ho potuto compiere ogni
volta un viaggio affascinante dentro me stesso per meglio scrutarmi, capirmi, e
anche per meglio comprendere gli altri e il mondo attorno a me. Il silenzio che
accompagnava questa mia solitaria avventura a volte mi stordiva, con tutti i
misteri che porta con sé; ma dire silenzio - ormai lo sapevo benissimo - voleva
dire anche ascoltarmi, parlarmi, riflettere.
Mi sono chiesto tante volte se sono nato solitario oppure se lo sono diventato.
È certo però che alcune esperienze mi hanno fatto perdere molte illusioni nei
riguardi degli altri. La mia indole resta in ogni caso quella dell'alpinista solitario.
L'azione mi ha portato a sognare, a temere, a esaltarmi; ed era ancora l'azione il
più delle volte che scaturiva dal sogno e dalla mia sensibilità. Che io sia un
sognatore è dunque fuori dubbio, le mie imprese hanno cominciato a esistere nel
momento stesso in cui prendevano forma nella mia mente. Tradurle nella realtà
non è stato che un seguito logico di quella prima scintilla, di quella prima
invenzione. Quando ho immaginato di poter scalare da solo il Pilastro del Dm, mi
trovavo in un particolare momento, in uno stato d'animo quasi irreale dove tutto
può apparire possibile e normale. L'avere poi materializzato questa scalata fu
soltanto una conseguenza naturale e scontata, sicuramente non più valida che
l'averla ideata. È quando sogni che concepisci cose straordinarie, è quando credi
che crei veramente, ed è soltanto allora che la tua anima supera le barriere del
possibile. Questo io l'ho sempre creduto profondamente.
Non esistono proprie montagne, si sa, esistono però proprie esperienze. Sulle
montagne possono salirci molti altri, ma nessuno potrà mai invadere le
esperienze che sono e rimangono nostre.
A mio avviso il valore di una montagna, quindi della sua scalata, è costituito
dalla somma di elementi diversi e tutti importanti: l'estetico, lo storico, l'etico.
Non potrei mai separare questi tre fattori né prescindere da essi, poiché stanno
alla base della mia concezione della montagna.
C'è chi, per ignavia, non sa vedere nell'alpinismo che un mezzo per fuggire la
realtà dei giorni nostri. Ma non è giusto. Non escludo che in chi lo pratica possa
manifestarsi temporaneamente una qualche componente di fuga, questa però non
dovrà prevaricare mai la ragione di base, che non è quella di fuggire ma di
raggiungere.
La paura, che sempre andrebbe vissuta conservando un certo controllo, è tante
cose insieme, anche differenti fra loro. Spesso in me è servita a stimolare il
coraggio, anche quello di saper accettare la rinuncia, se necessaria. Il coraggio a
sua volta è un sentimento che rende l'uomo padrone della propria dignità.
Coraggio, soprattutto a livello individuale, è anche volontà civile e responsabile di
non rassegnarsi all'incalzante degrado morale. E infine quella buona cosa che
consiste nel saper pagare sulla propria pelle i propri errori: virtù assai rara
oggigiorno ma per questo ancor più apprezzabile.
Mai comunque il coraggio potrà essere frutto di uno sconsiderato quanto
pericoloso impulso: il rischio che ne seguirebbe è per se stesso stupido, arido e
insignificante. Ritengo che un certo tipo di rischio dia sapore alle cose e sia
certamente una componente dell'avventura; è però un cavallo di cui bisogna saper
tenere ben salde le briglie.
Imporsi all'attenzione degli altri può essere una umana esigenza e per chi vi sia
portato è anche gratificante. Ma anche qui la notorietà per se stessa non significa
un bel niente: un mascalzone, per esempio, può esserlo ai massimi livelli.
L'essere invece seguiti, compresi, amati, è una grande cosa. Sarei ipocrita se
negassi il piacere che può darmi il successo e l'essere considerato dagli altri. Però
la stampa, sempre, io l'ho ascoltata con un solo orecchio. Ai miei tempi, tutto
quello che facevo sulla montagna costituiva notizia, informazione, ma ciò per me
non era che un fatto marginale. Altrimenti, dopo il Cervino nell'inverno del 1965 -
non avevo che trentacinque anni - avrei fatto ancora altre imprese in montagna,
fors'anche ripetendomi. Invece mi sono fermato. Questa, se vogliamo, è una
dimostrazione che la notorietà mi era indifferente: infatti, una volta raggiuntala,
al massimo livello, io non l'avevo «sfruttata » , anzi ero uscito dalla scena del
grande alpinismo che me l'aveva procurata.
La mia vita di alpinista è costellata di esperienze vissute ai limiti del dramma,
non posso negarlo. Va però tenuto conto che per oltre sedici anni mi sono mosso
ai limiti estremi. Tuttavia la montagna non è stata per me soltanto un terreno di
tragedia e di sofferenza - come spesso insinua chi mi vorrebbe masochista - ma
soprattutto un luogo di gioia e di esaltazione; perché lassù ho vissuto ore,
situazioni e spettacoli veramente unici. Sì - rispondo a una ricorrente
provocazione - ho compiuto anche numerosissime ascensioni belle, sicure e fatte
con animo tranquillo; sono però risultate senza storia, non meritano di essere
ricordate in queste pagine.
Per difendere i princìpi portanti e imprescindibili della mia esistenza ho dovuto
spesso lottare, anche duramente. Sono risultato un riferimento piuttosto
scomodo per coloro che non vogliono capire. Tacciato di essere polemico e di
avere un brutto carattere. La verità, invece, è che io accolgo la critica onesta,
intelligente e costruttiva. TI resto si perde nell'aria, anzi, sono aria coloro da cui
proviene.
Sono tanti gli alpinisti dell'Ottocento che ho ammirato per il loro modo di
guardare alle montagne, a prescindere dal successo da loro ottenuto e dal valore
attribuito dai posteri alle loro scalate. Assai meno mi sono riconosciuto nel
pensiero e nelle ambizioni dei contemporanei, pur magari apprezzandone le doti
di scalatore.
Ho sempre considerato il compagno di cordata, prima di tutto un amico sincero
e fidato, capace di slanci, di decisioni, e di una certa naturale paura. Ho sempre
contato di potermi intendere con lui anche senza parlare. E a me poco importava
se in azione non si fosse poi rivelato un perfetto «batti record ». Purtroppo non
mi sono imbattuto sovente in compagni di tale genere, e al contrario mi è capitato
che proprio quando avevo creduto di trovarmi in perfetta sintonia con qualcuno è
arrivata, a sorpresa, la delusione.
Non ho mai concepito la competizione sul campo per una montagna. L'ho
schivata sovente. Ma quando sul mio cammino è capitato di incontrarmi con un
pretendente alla stessa cima, ebbene, spesso ci siamo uniti concordemente, o alla
peggio gli ho ceduto il passo.
Dato che l'età non può essere per me un fatto riduttivo, poiché la vivo come un
accrescimento, ritengo di aver vissuto, e di continuare a farlo, nel modo più attivo
ed evoluto. Ho quindi soddisfatto ogni mia ambizione, e realizzato ogni mia
aspettativa. Con ciò non voglio pormi a modello di nessuno. Vedo però che
qualcuno si trova in concordanza con il mio modo di sentire e di essere; ecco
allora scattare in me l'orgoglio di propormi a lui come punto di riferimento. Un
riferimento che non potrò mai tradire. Attenzione però che vedermi solo come
alpinista è vedermi solo per metà. Anzi, assai meno di metà, tenuto conto che
all'alpinismo, quello di massimo impegno ed espressione, io non ho dedicato che
sedici anni della mia vita. Se nasce dunque l'opportunità di essere utile a qualcun
altro, non posso esserne che felice e lO Montagne di una vita fiero: è qualcosa
che considero importante. Credo che ogni uomo senta il bisogno di trasmettere le
proprie esperienze, di passarle ad altri, e che lo senta di più andando in là con gli
anni. Ma nel mio caso ecco allora emergere, quasi a contraddirmi, un sentimento
che nasce da una ruggine molto sofferta. È lo sdegno verso chi, e sono troppi, mi
ha creato attorno tanti e tali problemi da indurmi un bel giorno a volermene
andare, disgustato non certo dalla montagna ma dalla comunità alpinistica. Molto
spesso proprio da quelli che più degli altri la rappresentano. Con ciò mi è stata
tolta la voglia, dunque la possibilità, di vivere nel mio mondo; e dicendo vivere
intendo dire sÌ ricevere, ma soprattutto dare. Chi mi ha costretto a tanto? Non è
un volto preciso, o meglio, è il volto dell'incomprensione, dell'invidia,
dell'irresponsabilità, dell'ipocrisia, del cinismo che ho avvertito intorno a me,
spesso facendomi sentire preda di una miope e subdola combriccola. E ancora ne
sto pagando gli effetti deleteri.
L'alpinismo per me ha significato sempre avventura, non poteva e non doveva
essere altra cosa; e l'avventura ho sempre voluto viverla, ieri come oggi, a misura
d'uomo. È dunque per conservare questa preziosa dimensione che nelle mie
imprese, quando è dipeso da me, ho rifiutato ogni tipo di organizzazione e di
supporto tecnico. Qualche anno fa, per esempio, avevo scelto di vivere una
particolare esperienza in una terra ancora vergine, lontana da ogni insediamento
umano. La mia scelta era caduta sulla Patagonia cilena, la porzione australe
segnata da profondi fiordi che vi penetrano dall'oceano Pacifico. Una terra che
rimane a tutt'oggi tagliata fuori dal resto del mondo.
Quel che là ho potuto fare è avvenuto a misura d'uomo, e ciò ha portato in me
una nuova esperienza. Ma se laggiù in Patagonia io avessi voluto vivere soltanto
un'impresa clamorosa, avrei fatto come altri fanno: assicurandosi collegamenti e
rifornimenti mediante i rapidi mezzi aerei, utilizzando ponti radio o segnalatori
elettronici di vario genere, servendosi di infallibili strumenti satellitari del tipo
«Global Positioning System », per garantirsi un perfetto orientamento e per
conoscere le esatte distanze percorse o ancora da percorrere. Un tipo di impresa
fine a se stessa, sterile, atta solo a convalidare il successo del mezzo tecnico
impiegato. Un'avventura che oggi certamente non costituisce problema, ma
neppure interesse sul piano umano. Questo tipo di impresa, che decisamente
contesto, si basa inoltre su una sorta di inganno che distorce ogni cosa,
vergognosamente, agli occhi di tutti. Un inganno spacciato però per avventura
che, con scarso buon gusto e ancor meno correttezza, si vorrà comparare a quella,
autentica, dei pionieri. Tutto considerato, dunque, io dico che l'avventura qui non
c'è più: mancano l'isolamento, l'incognita e la sorpresa. Fattori questi, che
mettono alla prova le ingegnose risorse dell'uomo e che restituiscono una più
naturale dimensione ai suoi limiti e quindi alla sua Impresa.
Sofisticati mezzi e attrezzature, prodotti dietetici e farmaceutici degni
dell'astronautica, nonché approfondite conoscenze nel campo medico, biologico,
fisiologico e altro ancora, non possono che rivoluzionare e dilatare sempre più i
limiti del possibile. Ciò considerato, non bisognerebbe confondere le cose d'oggi
con l'irrealizzabile di ieri, quando lo sconosciuto era vasto e i mezzi per
affrontarlo rudimentali. Nei materiali moderni, per esempio, tutto è razionale,
leggero, resistente. Alle quote rarefatte degli ottomila metri la farmacoterapia si
sostituisce alle bombole d'ossigeno, e solleva anche dalla fatica muscolare e
cerebrale. Grazie all'evoluzione dei mezzi, e alla sicurezza psichica che ne deriva,
ecco dunque che l'impossibile nell'avventura retrocede ogni giorno di più, tanto
da poter affrontare e rendere pressoché normale, ad alti livelli s'intende, una cosa
fino a ieri impensabile. D'altra parte ognuno è figlio dei mezzi, dei limiti, dei
sentimenti caratteristici della propria generazione. Questo lo comprendo e lo
rispetto, anche se a volte è per me difficile entrare nella logica di tempi che non
mi appartengono. Ne ho riguardo, ma a una condizione: che uomini e imprese
siano giustamente rapportati alle rispettive epoche.
Ci si domanda quale senso possa ancora avere l'alpinismo oggi. Tutto quello
che esprime valori umani, e quindi anche l'alpinismo, dovrebbe meritare rispetto.
Ma purtroppo non è sempre così, perché in un mondo che attualmente pare
sempre più disposto a premiare i furbastri e gli imbroglioni, nonché a darla vinta
ai ladri e ai corrotti, è difficile far passare virtù come l'onestà, la coerenza, la
responsabilità, l'impegno e gli slanci disinteressati dell'animo. Tutti sappiamo che
il vero malato di base, infetto e contagioso, oggi è lo Stato - il nostro per lo meno -
con le sue delegittimate e svilite istituzioni, con i suoi confusi e troppo spesso
scandalosi intrecci di potere e di interesse personale. Ne consegue che la società,
così compromessa negli effetti del malgoverno, così coinvolta fino ad affogare nel
riflesso delle proprie e altrui debolezze, giunge a stravolgere o a ignorare i più
elementari valori.
Comunque sia, fintantoché nell'alpinismo si manifesteranno fantasia, idealità e
bisogno di conoscenza, quest'ultima rivolta soprattutto al proprio intimo, esso
rimarrà vivo. Non esiste, come qualcuno teorizza, la scalata moderna, antica o
futura. Esiste soltanto la scalata, e come tale non è che un mezzo
convenientemente adattato alla propria etica per raggiungere le proprie
aspirazioni. Non facciamo però confusione tra alpinismo e virtuosismo, tra
avventura e spettacolo.
Come ho già detto, la montagna è stata per me soprattutto un motivo e un
mezzo per andare oltre, per dare spazio alla mia curiosità. E qui riemerge il fatto
che io sono, in fondo, un gran curioso. Ma dalla montagna ho avuto anche altre
motivazioni non meno importanti, come il vivere al di fuori di certi schemi
sociali, limitanti e spesso deludenti; il muovermi in una natura grandiosa e
genuina, che mi è congeniale; il misurarmi soprattutto con me stesso; il trovare
una mia identità; in una parola, la realizzazione. Se delusione c'è stata, non è
venuta dalla montagna, lo ripeto, ma dal suo mondo, dalla sua gente. A torto o a
ragione sono stato molto invidiato, criticato e anche attaccato. Ma questo non è
che il rovescio della medaglia.
In montagna sperimenti e sviluppi doti spartane che ti vengono imposte dalla
stessa natura, ma è difficile trasferirne l'insegnamento nella pratica del
quotidiano. È l'eterno conflitto tra due vite: lì per lì si direbbero affini, e che l'una
serva a fortificare l'altra, ma in realtà si trovano su due linee che divergono,
spesso ponendosi tra loro in disaccordo. La montagna mi ha insegnato a non
barare, a essere onesto con me stesso e con quello che facevo. Se praticata in un
certo modo è una scuola indubbiamente dura, a volte anche crudele, però sincera
come non accade sempre nel quotidiano. Se io dunque traspongo questi princìpi
nel mondo degli uomini, mi troverò immediatamente considerato un fesso e
comunque verrò punito, perché non ho dato gomitate ma le ho soltanto ricevute.
È davvero difficile conciliare queste diversità. Da qui l'importanza di fortificare
l'animo, di scegliere che cosa si vuole essere. E, una volta scelta una direzione, di
essere talmente forti da non soccombere alla tentazione di imboccare l'altra.
Naturalmente il prezzo da pagare per rimanere fedele a questo «ordine» che ci si
è dati è altissimo. Per quanto mi riguarda, il patrimonio spirituale che ne ho
ricavato è proporzionale.
Col passare degli anni avevo capito sempre più chiaramente che in fondo la mia
vera indole era quella di vivere l'avventura nella sua espressione più vasta e
universale. Dovevo quindi allargare i miei orizzonti e volgermi a trecentosessanta
gradi in un mondo che, seppur già intravisto, mi era ancora sconosciuto. Se ti è
nato il gusto di scoprire non potrai che sentire il bisogno di andare più in là. Al
Monte Bianco comunque sono sempre ritornato anche dopo tanti anni, e l'ho
fatto come si può tornare a un padre per dialogare, con tutto l'affetto e i ricordi
che un figlio cerca nei propri genitori.
Da un interesse iniziale che è stato quello di fare l'alpinismo, sono cosÌ
germogliate tutte le derivazioni dettate appunto dalla curiosità. Oggi posso dire
che tutto mi ha interessato, e ancora può interessarmi se fatto, pensato e vissuto
in un certo modo. Ho dunque avuto sempre in me, innato e spiccato, il desiderio
di conoscere e di sapere; ma è soltanto attraverso l'esperienza alpinistica prima, e
andando poi solitario in giro per il mondo, che ho potuto sufficientemente
soddisfarlo.
Adesso io conosco meglio me stesso e ciò che ho fatto. So quello che voglio da
me e dagli altri. Ho più chiaro in cuor mio che non esistono mete regalate. Questa
è la mia conclusione, al di là delle vette scalate, dei luoghi esplorati e dei successi
ottenuti.

Gli inizi (1948)

Quando ancora ero bambino, con un pretesto qualsiasi mi allontanavo da casa,


nel periodo delle vacanze scolastiche, per arrivare fin dove riuscivo a seguire il
volo delle aquile. Proprio così, a quei tempi nei cieli delle nostre Prealpi volavano
le aquile, e una coppia di questi rapaci aveva scelto come nido una roccia appena
sopra il paese che mi ospitava, Vertova di Valseriana, una delle valli a nord di
Bergamo.
Più a monte v'era l'Alben, la cima che più di tutte innescava la mia fantasia
grazie ai suoi bianchi calcari aguzzi spesso avvolti nelle nubi. L'Alben era la
natura più austera che io avessi potuto ammirare fino allora, e nella mia
ingenuità di bambino l'avevo idealizzata facendone il simbolo delle mie
aspirazioni avventurose. Rimasi deluso, molti anni dopo, quando dall'alto della
Grigna mi accorsi, vedendolo da lontano, che il mio favoloso Alben era più basso e
tozzo della cima su cui mi trovavo.
Vivevo ancora a Monza negli anni successivi alla seconda guerra mondiale.
Erano tempi duri quelli, anche per un ragazzo che stava affacciandosi alla vita, in
un mondo disfatto e ancora senza prospettive.
È proprio in quegli anni che conobbi la Grigna, la snella piramide rocciosa che
domina la Brianza. E sebbene a quei tempi andassi soltanto per sentieri, non
potevo sottrarmi al fascino delle guglie e delle creste di quella bella cima su cui,
con meraviglia e invidia, guardavo salire le cordate di scalatori. Stavo ore intere a
osservare quei fortunati, e cercavo poi di imitarli sulla più vicina roccia a pochi
metri dal suolo.
Un giorno il mio amico abituale si portò nello zaino la corda del bucato di sua
madre. Quella fu la prima volta che mi legai in cordata, e da quel momento cercai
di mettere in pratica quanto avevo adocchiato.
Una scalata vera e propria sarebbe seguita da lì a poco, per merito di un
simpatico tipo di nome Elia, destinato a diventarmi amico.
Un giorno ai piedi del Nibbio, un torrione della Grigna, Elia sorprese il mio
sguardo rapito dalle evoluzioni di un paio di cordate lassù impegnate. Certamente
dovetti intenerirlo perché mi si avvicinò, bardato di tutto punto, e con aria esperta
mi disse: «Ti piacerebbe provarci?» «Non desidero di meglio! » fu la mia risposta,
e cinque minuti dopo già rimontavamo di corsa il sentiero della via direttissima
per arrivare alla base del pinnacolo chiamato Campaniletto. Ci legammo in
cordata, e dopo avermi impartito alcune istruzioni Elia affrontò l'attacco. Fatti
però due metri, l'amico sembrò arenarsi. Lo vidi tendersi verso l'alto, flettersi da
un lato, piegarsi dall'altro, raggomitolarsi, tendersi di nuovo, ripetutamente; ma
era sempre lì, a due metri dal suolo, e io muto a guardarlo.
Si decise infine a tornare indietro. «Ho le suole che scivolano », disse per
giustificarsi, poi aggiunse: «Tenterò più a sinistra! » Ripeté le mosse di prima
senza però ottenere un risultato migliore, malgrado questa volta lo avessi
sospinto e sorretto con tutta l'intensità del mio pensiero. Forza, dicevo
mentalmente, sali, o sfumerà la mia prima scalata. Finì per scendere ancora al
punto di partenza. Ero decisamente deluso e già stavo per rassegnarmi quando,
incredibilmente, così se ne uscì: «Dai, provaci tu che hai gli scarponi». Calzavo
infatti un paio di vistosi scarponi dalle punte squadrate, frusti residuati di guerra,
tenuti saldi alla caviglia da una larga cintura di cuoio. Pensai: se non è passato
Elia con le pedule da scalatore, come potrei farcela io senza una corda che mi
assicuri dall'alto? Malgrado ciò era tale la voglia di provarci che presi il suo posto.
Non so come, ma superai quel difficile passaggio iniziale. Ebbi subito la
sensazione di trovarmi al centro di un sogno esaltante. Assicurato dall'alto, Elia
mi raggiunse in capo alla sfilata di corda, ma al momento .di cedergli il comando
della cordata concluse: «Bravo, continua pure tu fino alla cima! » E fino alla cima
io continuai. Fu così che ebbi il mio primo impatto con una vera parete di roccia.
Era l'agosto del 1948 e quella prima arrampicata sul Campaniletto mi aveva
galvanizzato. Seguirono altre scalate sulle guglie della Grigna, molte, quante se ne
possono realizzare dall'alba al tramonto di una domenica per tutte le domeniche
che seguirono.
Ora mi sentivo votato anima e corpo alle rocce, agli strapiombi, all'intima gioia
che si prova dominando le proprie debolezze nella lotta che impegna ai limiti
delle possibìlità. Provavo inoltre la soddisfazione di passare dove altri non
riuscivano a passare. In questa specie di comunione diretta tra pensiero e azione,
scoprivo sempre più la mia forza, i miei limiti. Forse mi ripagavo di ciò che la vita
non mi dava in altro modo, però era sempre più chiaro che lassù a contatto con la
natura integra, in quel clima di schiettezza, mi sentivo vivo, libero, vero; ogni
giorno di più. Stavo dunque scoprendo l'avventura, ricca di quelle componenti che
esaltano e migliorano l'uomo. Stavo scoprendo, soprattutto, il mio modo di
essere.
L'impegno delle scalate che realizzavo si rapportava naturalmente
all'esperienza che via via aumentava in me, per questo ero passato, salendo sulle
guglie della Grigna, dalle più facili alle più difficili. Fu un breve ma intenso ciclo
che durò l'intera stagione invernale e si concluse a tarda primavera, ossia all'inizio
della vera e propria stagione alpinistica 1949.
I miei compagni abituali, neofiti quanto me, si chiamavano Oggioni, Barzaghi,
Casati, Aiazzi e, più tardi, Carlo Mauri. Le grandi cime alpine che ormai
affrontavamo portavano nomi prestigiosi, situandosi ai primi posti nella
graduatoria delle difficoltà: direttissima del Croz dell'Altissimo nel gruppo di
Brenta, parete nord del Badile, parete ovest deliguille Noire de Peuterey nel
gruppo del Monte Bianco, e sempre nello stesso gruppo lo sperone nord della
Punta Walker sulle Grandes Jorasses. Un poker di successi nel bagaglio di un
ragazzo di diciannove anni, tanti ne avevo allora, a meno di un anno dalla sua
prima scalata, timida e buffa, con Elia sul Campaniletto.

La parete est del Grand Capucin (1951)

Il sole, ormai prossimo allo zenit, aveva reso l'aria soffocante quel giorno
d'agosto sulla Mer de GIace, e la mia attenzione era tutta per quel sospirato Colle
del Gigante che sembrava irraggiungibile. Arrancavo faticosamente sulla neve
abbagliante, stordito dal caldo; forse non mi sarei neanche accorto del paesaggio
che mi stava intorno se a scuotermi non fosse giunto improvviso un boato
tremendo: un'enorme frana di ghiaccio e roccia rovinava giù da un tetro canalone
del Mont Blanc du Tacul.
Era tornata la calma, ma il mio sguardo era ancora là su quel complesso di
guglie dove spiccava un superbo pilastro rosso dominante la scena. La sua
verticalità era assoluta, sconcertante; la sola idea di immaginarsi appesi lassù
dava quasi il capogiro. Ricordo che uno dei miei primi pensieri fu di chiedermi se
qualcuno avesse mai osato scalare quella guglia, di cui ignoravo ancora il nome.
Infatti era la prima volta che mi trovavo in tale zona del Monte Bianco.
Passarono alcuni mesi finché un giorno un amico mi parlò dell'esistenza di un
grande problema alpinistico rimasto insoluto. Le sue descrizioni coincidevano
perfettamente con la stupenda guglia rossa che tanto aveva colpito la mia
immaginazione in quell'afosa giornata estiva del 1949.
CosÌ dunque feci la conoscenza con il Grand Capucin e la sua formidabile
parete est.
La cosa fin dal principio mi affascinò moltissimo. Era un mio sogno quello di
raggiungere una cima per una via tutta mia, voluta e tracciata soltanto dalla mia
fantasia, seppure con un compagno legato alla mia corda. Non avevo ancora
provato l'emozione di misurarmi con una grande parete vergine, e questa era
senz'altro la buona occasione.
Non perdo tempo e all'alba del 24 luglio 1950, con l'amico monzese Camillo
Barzaghi, superiamo la crepaccia del ghiacciaio abbordando le rocce della parete
est del Grand Capucin. Attacchiamo su diritti per la grande fessura centrale le cui
difficoltà, come previsto, sono subito notevoli. L'ambiente è il più impressionante
che io abbia mai conosciuto fino a oggi, e trovarcisi dentro, appesi, intimorisce per
davvero. È da ieri pomeriggio che sto vivendo questo logorante stato d'animo,
nato fin dal primo momento in cui eravamo giunti in esplorazione alla base del
Grand Capucin. Proprio là sotto ci era giunto acuto e lontano il verso di una
cornacchia che però non riuscivamo a vedere. Già avevamo accantonato l'idea di
scovarla quando, naso all'insù per studiare la via, ecco un puntino nero roteare
sotto il primo dei grandi tetti sporgenti. Quella specie di moscerino era
naturalmente l'introvabile cornacchia che girava in tondo, appena all'altezza del
primo terzo di parete. Bastò quell'immagine, quale elemento comparativo, a
restituire le reali dimensioni di una simile parete, che adesso appariva ben più
vasta e assai meno a portata di mano di quanto non fosse sembrata a prima vista.
TaIe scoperta aveva naturalmente aumentato in noi il rispetto per il Grand
Capucin, e per questo oggi l'affrontiamo con aumentata soggezione.
Salite poche decine di metri prendono il via una serie di temporali e di
precipitazioni nevose che dureranno per un giorno e mezzo, costringendoci a
scappare via a cordadoppia. Come se il bivacco della scorsa notte non ci fosse
bastato, una volta arrivati sul ghiacciaio pernottiamo nuovamente all'aperto sul
Col Flambeau, a soli cinque minuti dal rifugio Torino. Primo perché il cielo è
ritornato limpido e la luna risplende lucentissima tra le stelle in un paesaggio
irreale; secondo perché il nostro portafoglio è vuoto.
Venti giorni più tardi, il 13 agosto, sono nuovamente ai piedi del Grand Capucin
e questa volta con il torinese Luciano Ghigo. L'estate quest'anno è
particolarmente burrascosa, il nostro pessimismo iniziale trova conferma la sera
stessa, appena dopo esserci sistemati per il bivacco: neVIca Montagne di una vita
a larghe falde, senza un alito di vento. Ancora una volta l'inizio è tutt'altro che
incoraggiante, siamo però ben sistemati sotto un grande strapiombo, dentro una
specie di grotta. Proprio da qui inizia il vero problema della parete est.
Per fortuna il mattino giunge radioso e poche ore bastano a liberare le rocce
dalla neve caduta nella notte. Attacco dunque gli strapiombi direttamente dando
inizio a un confronto serrato tra uomo e montagna.
Il giorno scorre intenso ed è quasi il tramonto quando la muraglia presenta uno
dei suoi punti di massima verticalità. Siamo arrivati sotto un enorme tetto
sporgente, il primo della serie che chiude la visuale su tutto quel che sovrasta. La
traversata in obliquo a destra, che mi appresto a iniziare per aggirare il tetto,
oppone estreme difficoltà di arrampicata libera, lungo una placca liscia e verticale
che non riceve i chiodi. Il sole, che per tutto il giorno ci aveva martellati, ancora
adesso fa sentire i suoi effetti. L'arsura brucia le labbra. Siamo in parete da due
giorni e già due delle tre borracce d'acqua disponibili sono state consumate. È
notte ormai quando scopriamo a lato del tetto un piccolo punto di sosta. È una
fortuna, altrimenti avremmo dovuto passare la notte appesi alle corde. È un
minuscolo e aereo gradino nella roccia, ma basta per metterci seduti, uno in
fianco all'altro, con le gambe penzoloni nel vuoto.
L'indomani riprendiamo a salire su una serie di lastroni strapiombanti, che
sotto i colpi di martello risuonano vuoti come tamburi. La roccia, non offrendo
sicuri punti di riposo e di ancoraggio, quindi non potendovi azzardare lo scatto
veloce in arrampicata libera, ci costringe a un'avanzata assai lenta e faticosa. È un
continuo piantar chiodi e appendersi agli anelli di corda, superare uno strapiombo
per vincerne subito un'altro. Così, a ogni lunghezza di corda, senza il minimo
respiro. E il compagno che segue deve svellere il maggior numero possibile di
chiodi piantati per non rischiare di rimanerne senza.
Siamo circondati da un vuoto eccezionale, reso ancor più impressionante dai
grandi tetti che fuoriescono da ogni lato sopra di noi. A destra ne incombono
alcuni tanto sporgenti da sembrare gigantesche cappe lì appese a risucchiare i
vapori dell'abbacinante ghiacciaio.
La corda che da tre giorni ci stringe la vita ci infastidisce sempre più, in certi
momenti il·suo morso diventa insopportabile e sembra segarci in due. Ma è la
sete che più di tutto si fa sentire. Presto finiamo anche la terza borraccia, e l'attesa
cengia nevosa sulla quale abbiamo tanto contato è ancora altissima, oltre certi
misteriosi strapiombi al di là dei quali è impossibile vedere. La lingua si è gonfiata
dando la sensazione che la bocca non riesca più a contenerla. Brucia, e a ogni
tentativo di formare saliva segue un colpo di tosse irritante che peggiora la
situazione. Invece che una scalata, il nostro salire si direbbe piuttosto una penosa
fuga verso l'alto, per scampare alla pericolosa disidratazione. Procediamo dunque
con estrema lentezza e non riusciamo a pronunciare che poche, farfugliate parole,
soltanto i brevi comandi strettamente indispensabili per le complesse manovre
che ci sono richieste.
Adesso raggiungo una fessura strapiombante che incide per parecchie decine di
metri il grande diedro su cui ci troviamo. Mi rendo subito conto della sua
impercorribilità, la fessura è troppo stretta per potermici incastrare con una
spalla, ma anche troppo larga per ricevere il solo tipo di chiodi a disposizione.
L'incertezza dapprima mi blocca, ma sarà poi l'intuito a suggerirmi la soluzione.
Pochi metri più a destra, in basso, la roccia appare segnata orizzontalmente da
una sottilissima fessura che scompare nel vuoto al di là di un netto profilo.
Ebbene, non so perché ma sento che è precisamente da quella parte che dovrò
tentare. Quella piccola fessura infatti si rivelerà il vero tallone di Achille di questo
impossibile tratto di parete.
Quest'ultimo problema ci aveva talmente assorbiti da non accorgerci che stava
cambiando il tempo. Il sole scompare presto dietro la nuvolaglia, e prima ancora
che Ghigo possa raggiungermi in traversata, lungo la fessura, si scatena una
tempesta nevosa di tale violenza da imbiancare la parete in pochi minuti. Già ai
primi fiocchi diamo sfogo alla nostra sete succhiando tutto ciò che di bagnato
arriva a portata di labbra. Basta quel poco liquido impastato di sabbia a ridarci le
forze.
Ora, nel bel mezzo della tempesta, superiamo alcuni facili salti fino ad arrivare
a un minuscolo terrazzino, oltre il quale pare svanire ancora una volta la
speranza: una placca liscia e perfettamente verticale di una quarantina di metri
sbarra nuovamente il cammino. Impossibile aggirarla, bisognerà affrontarla
direttamente. Intanto smette di nevicare, ma è soltanto la tregua di un maltempo
persistente. È scontato che dovremo continuare a ogni costo, senza possibilità di
ritirata, soprattutto a causa delle corde di canapa, che ormai inzuppate e rigide
renderebbero assai problematico calarsi nel vuoto fra tetti e strapiombi.
Sappiamo che dovremo pernottare proprio in questo punto appena raggiunto,
ma è anche vero che appena al di sopra della placca liscia c'è la famosa cengia
nevosa dalla quale sicuramente si potrà scappare a cordadoppia sull'opposto
versante nord. Questa naturalmente è soltanto una speranza. Basterà però a
sostenerci moralmente.
Disponiamo ancora di un paio d'ore di luce, così benché certi che dovremo
bivaccare qui, decido di facilitare il lavoro di domani attrezzando con alcuni chiodi
l'inizio della tremenda placca di quaranta metri.
Un primo tentativo è infruttuoso e richiede una buona ora di sforzi, per di più
docciato da un gelido scolo della parete. Riprovo allora più a sinistra, e quando
scende la notte il risultato non è gran cosa.
Completamente fradici ci infiliamo alla bell'e meglio nei sacchi di tela gommata
per il nuovo bivacco. Intanto riprende a nevicare fitto, e continuerà per tutta la
notte. Purtroppo il nostro modesto equipaggiamento non comprende nessun
indumento imbottito di piumino: è ancora un lusso per noi. Non è fatto di buona
lana né tanto meno è impermeabile, essendo tenuto insieme da rudimentali
cuciture.
Arriva finalmente la quarta alba. Vinto il torpore iniziale mi riappendo alla
tremenda placca, che ora è diventata ancor più repulsiva. Come ho detto, da ieri
sera ha continuato a nevicare più o meno intensamente, e col nuovo giorno si
levano anche accecanti turbini fino a creare una vera e propria tormenta. Va cosÌ
che le già estreme difficoltà di quel tratto di parete diventano esasperanti.
Caparbiamente riesco tuttavia, metro dopo metro, a innalzarmi su quel muro
compatto e liscio. Non arrivo che a metà della placca quando sono costretto ad
appendermi a un chiodo, neanche molto sicuro, per farmi raggiungere da Ghigo:
le corde ormai, troppo irrigidite, non scorrono più nei moschettoni.
Sto finalmente arrivando alla sommità del muro di 40 metri quando il
maltempo sembra concedere una tregua. Adesso un forte vento squarcia le
nebbie, a tratti, lasciando indovinare ora il cappuccio della cima, ora i crepacci del
ghiacciaio sottostante. Un ultimo sforzo su diedri relativamente inclinati e arrivo
sulla grande cengia. Ha ripreso però a nevicare con intensità, proprio quando
Ghigo sta per raggiungermi. Ovviamente non si parla neppure di proseguire verso
la vetta, d'altra parte sarebbe impossibile, nasce invece il dubbio se sia più
conveniente attuare la prevista calata a cordadoppia a perpendicolo sulla parete
nord, ancora inesplorata, oppure forzare sulla stessa parete una lunga traver- sata
orizzontale verso i canaloni della via normale. Decidiamo per la prima soluzione,
che sebbene problematica ci consentirà una ritirata più veloce e diretta,
evitandoci un quarto bivacco nella bufera.
Sono circa le due pomeridiane e poco meno di mezza giornata resta ancora
davanti a noi. Non perdiamo tempo, mentre io pianto un chiodo Ghigo annoda
insieme le due funi, ormai rigidissime, e poi giù alla disperata nel baratro
sconosciuto di cui nemmeno si indovina la struttura.
Non so proprio come riuscimmo ad arrivare al termine di quella serie di
spaventose calate a cordadoppia praticamente non vedendo nulla. Più volte
rischiammo inoltre di rimanere senza funi, per la loro assoluta rigidità che ne
impediva il recupero. Fin dall'inizio erano zuppe all'inverosimile, tanto che nelle
manovre, essendo fatte di canapa ritorta, si mantenevano dure come nerbi. Ma al
tempo stesso erano estremamente viscide e sfuggenti alla presa. Starvi appesi, pa-
reva di stringere nerborute anguille che sgusciavano via dalle mani già intirizzite
dal freddo. Ricordo in particolare una di quelle folli calate. Mi ero fermato in
piena parete agganciato Montagne di una vita a un chiodo appena piantato e
avevo urlato al compagno via libera. Così egli poco dopo mi aveva raggiunto
sbucando da un vortice di neve, ancorandosi allo stesso mio chiodo. Ricuperate le
funi, le avevo nuovamente disposte doppie per la successiva calata; ossia le avevo
riavvolte dopo averle passate nell'anello del chiodo cui ero appeso, e poi lanciate
ancora nel vuoto dove erano state subito inghiottite dai turbini nevosi. Con la
dovuta tecnica me le ero quindi passate intorno alla gamba sinistra girandole poi
sulla spalla destra, e infine avevo iniziato la nuova calata. Stavo dunque
scivolando, come su un cavo, e intorno a me non si vedeva che per un raggio di un
paio di metri, forse tre. La parete, che sfioravo appena con la punta dei piedi,
sembrava via via ritirarsi lasciandomi spenzolante nel vuoto. Fatti una decina di
metri, succede il guaio. A causa forse dello zaino troppo sporgente, la corda
scivola via dalla spalla e finisce sull'avambraccio, lo stesso sul quale già sono
appeso, e che ora rimane strozzato proprio dal mio peso. A questo punto,
trovandomi giocoforza inclinato su un lato e con l'equilibrio ormai compromesso,
non reggo più al peso dello zaino che finisce per ribaltarmi a testa in giù. Resto
allora immobilizzato in una assurda posizione che non mi riuscirà di modificare.
Penzoloni alla corda, e in una posizione innaturale in cui persino la testa rimane
costretta giù dal peso del sacco, non so più che fare. Rimontare lungo la corda è
impossibile. Ma neppure posso rimanere tanto a lungo aggrappato in quella
maniera. Mi controllo, per fortuna, mi impongo di resistere. Eppure in qualche
modo dovrò pur calarmi, magari lasciandomi scivolare decimetro dopo decimetro
sulla fune. È quel che faccio, richiamando tutte le mie risorse per non mollare la
presa. Nella speranza di capitare prima o poi in un anfratto della parete, sempre
che ci sia, in cui incastrarmi, per potermi rivoltare e riprendere la giusta
posizione. Incredibile ma vero, e dopo un tempo che pare infinito, mi imbatto in
un liscio lastrone distaccato in parte dalla parete ma alla quale è tuttavia
appoggiato. Sempre a testa in giù e ben misurando ogni gesto riesco finalmente a
infilarmi, di testa, in quello spacco: è la salvezza. Ma questo avviene dopo una
ventina di metri dal punto in cui mi ero rovesciato, nonché a un paio di metri
soltanto dal termine della corda disponibile.
Dopo ottanta ore di rocambolesca avventura ci lasciamo alle spalle la parte est
del Grand Capucin. Siamo però decisi a ritornarvi.
Passa un anno e il mattino del 20 luglio 1951 Ghigo e io, puntualmente,
ritorniamo al Grand Capucin.
Iniziamo percorrendo un breve tratto di canalone nevoso del Trident, aggirando
così sulla sinistra le placche iniziali che già avevamo percorso in passato. TaIe
variante ci riporterà, con un risparmio di un paio d'ore, a quella specie di grotta
che già ci aveva protetti dalle nevicate nei due precedenti tentativi.
La sera bivacchiamo a lato del primo grande tetto e concludiamo il giorno che
segue sulla grande cengia nevosa dalla quale ripiegammo lo scorso anno
calandoci lungo la parete nord.
Siamo dunque nuovamente sulla grande cengia nevosa, e per fare largo al
bivacco che ci attende rovesciamo a valle un grande masso ingombrante. Ecco
fatto. Il masso precipita nel vuoto e istintivamente tendiamo l'orecchio per udire i
suoi rimbalzi sulla parete, che però non arrivano. Già stiamo per ritrarci delusi
quando un tonfo, uno soltanto, giunge da lontano: con un solo balzo il bolide è
arrivato fin sul ghiacciaio.
La nostra buona sistemazione in questo secondo bivacco ci fa indugiare, il
mattino seguente, a riprendere la scalata. Ripartiamo soltanto alle nove, quando il
sole è ormai alto e già 1'aria si è fatta afosa.
Il cappuccio culminante del Grand Capucin ostenta profili aerei e taglienti. Una
facile traversata di una dozzina di metri a sinistra ci riporta al centro della parete
dove inizia una serie di diedri che, aggettanti quali sono, fanno un tutt'uno con i
grandi tetti sommitali. Qui il vuoto è tornato impressionante, ma la roccia è salda
e ben fessurata. Non c'è verso tuttavia di guadagnare un solo metro di parete
senza ricorrere ai chiodi.
Il giorno trascorre intensamente tra dure acrobazie, senza tregua. Le nebbie che
via via si sono formate ci avvolgono e presto mi accorgo che il tempo sta per
tradirci ancora una volta. Verso sera, mentre mi innalzo sorretto da chiodi
malsicuri, l'ultimo di questi fuoriesce di colpo, e cado nel vuoto. Ma è un attimo,
perché istintivamente tendo le mani strisciandole sulla parete, per cercare
qualcosa cui afferrarmi. Ed è così che agguanto al volo, forse un metro più sotto,
una sottile cornice sporgente e quarzosa, non più larga di due dita. Vi rimango
prodigiosamente appeso con i polpastrelli conficcati nei piccoli cristalli. Ghigo,
prontissimo, tira a sé la corda allentata e io, senza ulteriori strappate di corda,
posso mollare la dolorosa presa e rilassarmi sul chiodo, poco sotto.
Già stavo per risolvere il problema del superamento di un tetto quando, per il
buio ormai sceso, devo tornare fin giù al compagno, che era rimasto ancorato a un
paio di chiodi ben sicuri. Stavolta dovremo passare la notte di bivacco restando
completamente appesi nel vuoto ad alcuni anelli di corda.
Non ci siamo ancora del tutto sistemati per la notte e già volteggiano attorno
sparuti fiocchi di neve. Lo spigolo affilato, appena sopra di noi, per effetto del
vento comincia a produrre sibili modulati, sempre più acuti e rabbiosi. Non ci
abbandoneranno più nella notte. li luogo del bivacco è costituito da due
minuscole cornici sporgenti sulla parete a piombo, grandi quanto la larghezza di
un piede. Agli stessi due chiodi che ci sorreggono è appeso anche
l'equipaggiamento al completo. Le gambe, come ho detto, sono infilate dentro
improvvisati anelli di corda e il telo gommato ci avvolge alla bell'e meglio. Come
si può ben capire, la situazione si fa presto insopportabile poiché gli anelli su cui
pesiamo procurano un doloroso e crescente torpore alle gambe. Con il passare
delle ore diventano coltelli. Non meno crudele è la morsa della corda legata in
vita. Il gelo e la preoccupazione del domani completano il tormento.
L'alba che segue è opaca e un po' sinistra. Non nevica più ma il vento è
aumentato di intensità. Lo spigolo ta gliente contro il quale urla la bufera appare
ormai placcato di bianchi ghiaccioli. Urge scappare al più presto da questa
trappola!
Alle 5.30 siamo già in azione. La lotta con il freddo, alle mani in special modo, è
almeno pari a quella che oppone la parete con le sue difficoltà. ,Supero una larga
fessura ricorrendo agli unici due cunei di legno che portiamo con noi. Arrivo sotto
l'ultimo dei grandi tetti sommitali: il famoso cappuccio triangolare da cui prende
nome la cima. Lo aggiro sulla destra lungo alcune placche rivestite di neve, poi
segue un viscido camino incrostato di ghiaccio. Ancora un salto di rocce verticali,
e finalmente la cima del Grand Capucin: un'aerea cresta orlata di neve. Sono le
14.30 del quarto giorno. Ghigo e io vorremmo dirci tante cose, ma ci limitiamo a
una stretta di mano, in silenzio. Da lassù, nel grigiore uniforme di un
momentaneo sfaldamento di nubi, il nostro sguardo coglie .soltanto una
gigantesca valanga che, ribollendo e rimbombando tra le creste, rovina giù dalla
parete della Brenva.
Non desideriamo altro che calarci a valle il più rapidamente possibile, anche
perché riprende a nevicare. In breve, seguendo la via normale, arriviamo a
cordadoppia sul colletto nevoso dove il Grand Capucin si congiunge al Mont Blanc
du Tacul. Poi non vediamo più nulla perché su di noi cala la tormenta. Ne
usciremo soltanto alle ventuno, arrivando a tentoni al rifugio Torino.

Sul Grand Capucin, venticinque anni dopo

Venticinque anni dopo la mia prima scalata, a fine giugno 1976, ritorno sul
Grand Capucin lungo la stessa mia via. Sono qui per celebrare a modo mio una
ricorrenza, ma anche per compiere una verifica personale, che risulterà positiva.
Con questo non intendo infrangere la mia decisione, presa dodici anni prima, di
non fare più alpinismo estremo. E perché tale decisione? Semplicemente perché
ponderatamente avevo fatto una precisa scelta.
Eccomi dunque ancora una volta sul Grand Capucin. 30
Raggiunta la grotta al di là delle iniziali placche lisce, soltanto qui so di essere
all'attacco vero e proprio della parete est. Le sue sporgenze, angolose e taglienti
come squame di animale antico, si susseguono senza posa per centinaia di metri
formando un impressionante deserto verticale. Avverto quel certo senso di
fragilità che sempre si prova di fronte alla Grande Natura. Le stesse sensazioni,
ricordo, le ho avute anche venticinque anni prima. Ma allora la prova che mi
attendeva era ben più difficile, perché davanti a me c'era l'ignoto, il dubbio a ogni
metro di non riuscire a passare e, psicologicamente, il «peso» di una parete da
tutti ritenuta inaccessibile. Quel 23 luglio 1951 sbucando sulla vetta del Capucin
nell'imperversare del maltempo, e dopo tre giorni e mezzo di lotta estrema, avevo
concluso quella che Gaston Rébuffat definirà «la più grande impresa su roccia
finora compiuta, un'impresa di cui l'alpinismo italiano può essere fiero ».
Nonostante i tanti anni passati riconosco perfettamente la fessura che solca la
roccia sovrastante, e lungo la quale la prima volta mi ero faticosamente innalzato
verso gli strapiombi. Anche questa è una delle immagini che ho conservato nella
mente con una chiarezza incredibile. È come se di colpo la dimensione del tempo
si fosse annullata e continuassi a vivere quell'esperienza lontana.
Ma il richiamo alla realtà di oggi è brusco. Sergio, il gestore del rifugio, che
evidentemente sapeva qualcosa al riguardo, stamane ha cercato di farmelo capire.
Ma soltanto adesso le sue mezze parole espresse assumono un senso preciso: non
ci sono chiodi in parete. Increduli scrutiamo più attentamente sopra di noi. Ma
chi mai può aver schiodato la parete e per quale ragione? Per noi ora saranno
guai, tuttavia riprendo a salire ricorrendo ai pochi chiodi che per fortuna ho
portato con me. Comincio cosÌ un lento e faticoso lavoro di chiodatura, che il mio
compagno dovrà poi disfare pazientemente, a ogni lunghezza di corda, badando
che nessuno di questi chiodi, ormai troppo preziosi, vada perduto.
Il tempo scorre veloce, e se non avessi il vantaggio di conoscere già la via, in
certi punti potrei scambiare il mio lento procedere con quello di un quarto di
secolo fa.
Sotto il primo dei tre grandi tetti che incidono orizzontalmente il centro della
parete mi imbatto finalmente in un paio di chiodi visibilmente insieuri. Con una
mano mi afferro al primo che incontro, ma fuoriesce di colpo, e per poco non cado
nel vuoto. Anche altri agganci posti più in alto si riveleranno pericolosamente
allentati, tanto che prima di servirmene dovrò ribatterli uno per uno. La
precarietà dei chiodi non è dovuta soltanto all'alternarsi del gelo e del disgelo
stagionali - è infatti l'inizio della stagione e siamo quindi i primi, quest'anno, ad
affrontare la parete - ma anche al poco scrupolo di chi, salito l'anno prima a fine
stagione con il proposito di «ripulire» l'itinerario, non aveva ribattuto quelli che
non era riuscito a svellere.
Sempre nella zona dei tre grandi tetti ho motivo di rattristarmi quando mi
imbatto in uno spit, o chiodo a espansione, che occhieggia conficcato nella placca
liscia e compatta che precede la prima sporgenza (più su ne incontrerò un altro).
Lo spit, un genere di aggancio la cui applicazione richiede la perforazione della
roccia, è a mio awiso veramente squalificante. Esistono tuttavia i sostenitori di
simili espedienti. «Senza questi strumenti», sentenziano costoro, «non si
potrebbe passare. » Ma sul Grand Capucin si era già passati fin dal 1951 e con i
soli mezzi tradizionali, anzi, nel mio caso, rudimentali. Resta allora da capire il
perché di tanta profanazione, spregiudicatezza e cattivo gusto su una via tanto
tradizionale.
Alle cinque e mezzo del pomeriggio comincia a nevicare (è la storia che si
ripete...), e sulla grande cengia ormai vicina siamo costretti al bivacco con molto
anticipo. Una notte all'addiaccio, in alta montagna, è sempre una cosa scomoda,
ma questa volta è per me la pausa più bella che potessi prendermi nel cuore della
grande parete. Più che una gelida attesa dell'alba, questo bivacco diventa per me
un carosello di ricordi, un motivo di riflessione e di appassionata conversazione
con il mio compagno, Angelo Pizzocolo, uno degli alpinisti più coerenti e generosi
che mai abbia incontrato. Pizzocolo, 36 anni, monzese, è l'incarnazione delle
migliori virtù che un uomo della montagna dovrebbe possedere: mi
rincreMontagne di una vita sce di non averlo conosciuto al tempo delle mie
imprese. Avendolo per compagno si è facilmente indotti a pensare che tutti gli
alpinisti siano come lui. Ma non è così. li mondo della montagna d'oggi, per
quanto mi consta, si rivela nella maggioranza dei casi attraverso soggetti che nulla
hanno in comune con le virtù di Pizzocolo. Fanatismo, settarismo e ottusità si
può dire siano tendenze ricorrenti nell'odierno ambiente della montagna. Ma vi
sono anche cinismo e molto pressapochismo, tanto da intaccare a volte persino la
storia stessa dell'alpinismo. Sentite, per esempio, che cosa ha scritto un tale su un
giornale specializzato (<< Lo Scarpone », marzo 1975), e lo ha riferito proprio con
la pretesa di offrire una sintesi della storia dell'alpinismo: «Attorno agli anni
Cinquanta, esaurite le più importanti scalate in libera, i ricercatori di vie nuove
devono posare la loro attenzione sulle pareti allora ritenute impossibili. Ma
impossibili a essere superate con i sistemi tradizionali! Gli alpinisti inventano
perforatori e amache, con cui superano tetti e strapiombi... » Balle! Se così sono
andate le cose non fu certo «intorno agli anni Cinquanta» ma almeno una decina
di anni più tardi; comunque ciò accadde indipendentemente dal fatto che si
fossero« esaurite le più importanti scalate in libera ». Ne fa fede del resto la mia
stessa attività. Ma le distorsioni e approssimazioni che rischiano di diventare
storia non si esauriscono qui; vediamone allora qualcun'altra. È tempo di dirle
queste cose!
All'indomani della mia riuscita scalata sul Grand Capucin, nel 1951, l'anziana
guida del Monte Bianco Emilio Rey afferma in un'intervista: «È un'impresa che
non verrà mai più ripetuta ». Con ciò la vecchia guida intendeva dire, e lui stesso
l'aveva chiarito, che da allora in poi - come normalmente succede per le grandi
imprese dopo che sono state compiute la prima volta - la via del Capucin non
avrebbe mai più opposto uguali difficoltà tecniche, fisiche e soprattutto
psicologiche; inoltre avrebbe permesso tempi di salita molto inferiori. Valga
l'esempio della «prima» sulla Nord della Cima Ovest di Lavaredo, dove per
superare appena venticinque metri di parete il primo salitore, il grande Riccardo
Cassin, aveva impiegato ben sette ore, di cui quattro andarono soltanto per
piantare un chiodo. Oggi, siamo nel 1975, lo stesso passaggio al completo richiede
normalmente una quindicina di minuti. Chi dopo Cassin ha scalato quella parete,
certo non vi ha incontrato la stessa somma di difficoltà, quindi - mi pare evidente
- non ha più compiuto quel1'« impossibile» impresa che fu soltanto peculiarità
del primo salitore.
Eppure, qualcuno adesso raccoglie le parole di Emilio Rey soltanto come una
sfida, e il 18 agosto 1951, Luigi Ghedina e Lino Lacedelli, due delle più forti guide
di Cortina d'Ampezzo prendono d'assalto la Est del Capucin e «ripetono la mia
impresa» impiegando - essi dichiarano - meno di ventiquattro ore. Nel resoconto
di quel fatto riportato in un bollettino specializzato (<<Rivista mensile del CA!»,
n. 1- 2, 1952), si legge testualmente: «Ghedina e Lacedelli, usufruendo del
materiale lasciato in posto dai primi salitori (?), e avendo attrezzato il tratto
iniziale della via, hanno potuto pervenire in vetta all'una del mattino del 19 agosto
al chiaro di luna (?), scendendo successivamente lungo la stessa via in
cordadoppia(?) ». La cosa, chiaramente si commenta da sola.
Ma anche il mio mancato successo dell'anno prima sul Capucin non era rimasto
immune da qualche risentimento espresso dai soliti censori. Sulla stampa
specializzata (<<Lo Scarpone»), e con precisi riferimenti alla mia impresa
sfortunata del 1950, si legge infatti il giudizio «esperto e moralizzante» di chi,
forse un po' invidioso e frustrato, rappresenta in quegli anni il «verbo» del mondo
della montagna. Costui si firma Carlo Ramella. Riporto fedelmente: «Si vedono
ragazzi inavveduti disdegnare, perché facili, le vie classiche delle grandi
meravigliose montagne, per appendersi tre giorni ai chiodi su qualche parete, a
un'ora dal rifugio servito di teleferica... Sterili imprese da ginnasti... Aride
prestazioni atletiche decantate come il non plus ultra delle imprese compiute
sulle Alpi... Imprese sproporzionate alla loro maturità... Scalatori, più sportivi che
alpinisti, in ogni caso di dubbia capacità, che si preoccupano troppo di far cantare
la stampa... Presentati come uomini d'eccezione quando non sono che Montagne
di una vita principianti... Impreparati fisicamente, tecnicamente, moralmente... »
E la stessa voce continua estendendo le sue considerazioni a dettagli anche più
tangibili sulla mia impresa: « Notevole impiego di chiodi e altri mezzi tecnici...
numerosi cunei di legno... attrezzatura complessa».
La mia scalata sul Grand Capucin evidentemente non è piaciuta ai sedicenti
esperti i quali, come si vede, non hanno perso l'occasione per inquinarne il valore.
Ma il peggio è che sarà proprio a questi giudizi che successivamente altri si
riferiranno, forse anche in buona fede, per dissertare sul Grand Capucin, in libri
che hanno la pretesa di rivestire carattere storico ed enciclopedico. Guido
Magnone per esempio, pur essendo uno dei primi ripetitori di questa mia via, così
aveva scritto, nel 1953, nel volume La face ouest des Drus1: «Evidentemente
(Bonatti e Ghigo) avevano superato questo itinerario dopo una preparazione assai
spinta della via» (?). E molti anni più tardi, nel 1973, anche il grande Doug Scott,
che sicuramente deve aver attinto a una di queste fonti inquinate, così si era
espresso nel suo famoso libro Le grandi pareti: «Con la sua salita alla parete est
del Grand Capucin Walter Bonatti introdusse nelle Alpi occidentali la tecnica
della chiodatura sistematica» (?).
Stando così le cose a tutt'oggi, devo puntualizzare. Dei quarantadue
normalissimi chiodi portati con noi quel luglio 1950, ne lasciammo in parete, o ne
perdemmo in qualche modo, precisamente venti. Questo a partire dalla base della
Est e fino ad arrivare alla grande cengia, e poi da qui a cordadoppia per la parete
nord e ancora oltre, lungo i canaloni sottostanti fino a calarci sul ghiacciaio. Venti
chiodi lasciati in parete su un itinerario così lungo ancora inesplorato, e di quella
portata, costituiscono un numero assai limitato. Trovo quindi disonesto parlare di
«notevole impiego di chiodi e altri mezzi tecnici », di « attrezzatura complessa »,
e anche di «preparazione assai spinta della via ». Assicuro inoltre che non era
affatto nostro intento, né tanto meno nel nostro spirito, vincere il Grand Capucin
attrezzandone prima la via.
Quel tentativo del 1950, fallito per il sopraggiunto maltempo dopo che già
avevamo superato i due terzi della parete, dovrebbe essere considerato nient'altro
che una impresa sfortunata, nella quale fummo costretti brutalmente a ripiegare
quando già sentivamo la vittoria a portata di mano. A distanza di tanti anni,
qualcuno dei miei detrattori dovrà pur essersi accorto che non è mai stato nel mio
stile vincere le pareti alpine attrezzandone prima la via. Chi per primo ha ripetuto
i miei itinerari dovrà per forza convenire sulla estrema scarsità di chiodi trovati
nella roccia. Tanto che qualcuno all'epoca se ne era persino lamentato.
Ma torniamo alle cronache che seguirono la mia scalata sulla Est del Capucin.
Nel 1952, un anno dopo la mia riuscita, numerosi alpinisti provano invano la
parete. Nel '53 l'impresa riesce ai francesi Berardiniaragot e, successivamente, al
quartetto sempre francese Couzyagoryagnoneialatte. Ebbene, entrambe le cordate
impiegarono non meno di due giorni e mezzo di scalata (contro le incredibili
ventiquattro ore dei primi ripetitori...) Il grande Jean Couzy, che raggiunge la
vetta al suo quinto tentativo, così scrive riferendosi a Berardini che, insieme a
Paragot, lo ha preceduto di qualche giorno sulla parete: «In cambio delle
informazioni che gli ho fornito sui primi due terzi della via, Berardini ce ne dà di
ancora più preziose sull'ultimo terzo. È il tratto più duro della scalata e dei
modesti arrampicatori come noi (naturalmente Couzy ironizza) non possono
certo fare assegnamento sull'incredibile orario degli Scoiattoli di Cortina. Infatti i
nostri amici (Berardini e Paragot), passando alle undici del mattino al secondo
bivacco Bonatti (la grande cengia), non erano ancora arrivati in vetta a
mezzanotte... » (<<A1pinisme», 1953).
Proseguendo nel suo racconto, Couzy spiega che, venutisi a trovare anche loro
quattro pressappoco nelle stesse condizioni di Berardini e Paragot, sono costretti
essi pure a bivaccare una seconda notte, appesi alle staffe, nel tratto di parete
compreso tra la grande cengia e la vetta. Raggiungeranno la cima soltanto nel
primo pomeriggio dell'indomani, ossia al loro terzo giorno di scalata.
Ma a smantellare definitivamente la falsa immagine della prima ripetizione del
Grand Capucin arriva il libro di Paragoterardini pubblicato nel 1974 con il titolo
Vingt ans de cordée. Nel capitolo «La parete est del Grand Capucin», si legge: «
...Verso le nove, raggiungo la grande traversata alla sommità di questi quaranta
metri. Da questo momento, la scalata che segue non dovrebbe essere altro che
una semplice formalità. Abbiamo in mente la relazione dei nostri predecessori
(Ghedina e Lacedelli). Secondo loro, a partire da lì, le difficoltà vanno
diminuendo. Non abbiamo dunque alcuna preoccupazione. Lucien riprende il
comando della cordata e incomincia a chiodare le fessure che strapiombano al di
sopra della piattaforma (la grande cengia) dove noi siamo. Ma, a un tratto,
contrariamente a quanto ci aspettassimo, tutto diventa più laborioso. Procediamo,
ma assai più lentamente di quanto sperassimo. Ci alterniamo in testa alla cordata,
le difficoltà persistono. Il tempo passa, riprende la monotonia delle fermate sulle
staffe, colpi di martello, chiodi, fermate, sonnolenza e sete. Le borracce sono
vuote già da parecchio, ormai abbiamo la netta sensazione che la notte ci
sorprenderà prima di arrivare in cima. Entrambi malediciamo le due guide
(Ghedina e Lacedelli). La loro relazione ci sembra assolutamente inverosimile.
Come hanno potuto quei tipi scalare tutto questo così facilmente, come hanno
raccontato, visto che la sera prima noi abbiamo polverizzato i loro orari per
raggiungere il bivacco? Come hanno potuto dire che erano ridiscesi per lo stesso
itinerario, quando quello stesso itinerario ci sembra difficilmente praticabile,
appena credibile? .. In più, non troviamo i loro chiodi, quelli che sempre si
lasciano quando si discende, con un anello di corda. Là, né chiodi né corda.
Nessuna traccia di ritirata visibile. Allora abbiamo avuto dei dubbi. Mi sono detto:
questi sono dei venditori di fumo, che non hanno mai raggiunto la cima. Il
Capucin l'hanno iniziato, è vero, ma non l'hanno mai terminato ».
Con il passare degli anni, le ascensioni alla Est del Grand Capucin diventano
sempre più numerose. Il 16-17 agosto 1955 è la volta del fuoriclasse austriaco
Hermann Buhl che, insieme a Bachmeir, compie la salita (la quattordicesima in
assoluto) con un solo bivacco.
Buhlla definisce «la più difficile arrampicata su granito in senso assoluto ».
Attualmente, 1976, la Est del Capucin è ormai considerata una «classica» e,
fatalmente, è satura di chiodi. C'è anche chi la percorre in giornata, molto dipende
dalla forma atletica dello scalatore e dai suoi propositi agonistici. Ma ciò, io credo,
nulla toglie all'impresa del '51 quando la parete era ancora ignota e temuta. Dice
Jean Couzy: «Vi sono imprese che hanno qualcosa di unico per la loro stessa
natura, indipendentemente dai loro protagonisti. Alla stessa stregua, nessun
esploratore polare potrà più ritrovare il clima entusiasmante dei Peary e degli
Amundsen ».
Queste sono le riflessioni che via via vado dipanando, insieme al mio
compagno, mentre ce ne stiamo accucciati sotto il tela da bivacco sulla grande
cengia. Il cielo stellato, spalancatosi dopo la copiosa nevicata, sta lentamente
rischiarando. L'alba sorge radiosa ma gelida. Passa un buon quarto d'ora prima di
ritrovare la scioltezza del giorno prima.
Intanto ho ripreso a scalare i rossi graniti che, in questo punto, rigurgitano di
chiodi traballanti. Mi inerpico lungo la fessura sinuosa, raggiungo la nicchia del
bivacco e continuo per la fessura larga che conduce al grande tetto sotto il
cappuccio triangolare, tutte definizioni da me date e rimaste in uso ancora oggI.
Queste nervature sono i graniti più strapiombanti mai scalati prima degli anni
Cinquanta su una grande parete alpina. Per superarli la prima volta, più ancora
dell'impegno fisico è stato necessario un certo intuito della via, nonché c'è voluta
una buona dose di determinazione, di costanza, e anche di perfetto controllo dei
nervi. Qui l'occhio non riesce mai a frugare la roccia più in là di qualche metro, ci
si sente infatti sperduti in una selva di sporgenze e di vuoti rientranti. Si può dire
che il corpo rimanga costantemente inarcato nell'aria, con le mani afferrate a un
chiodo, o a un appiglio sovente scabroso al quale ci si deve reggere fino allo
spasimo.
Sotto sforzo mi sorprendo spesso a pensare: «Come dia38Montagne di una vita
volo avrò fatto a passare di qui la prima volta? » ed è come se mi riferissi a
un'altra persona. Infatti, pur essendo lo stesso di allora, la mia condizione
mentale, oggi, è quella di chi ripete. E in una ripetizione non si può dare il meglio
di sé poiché non esistono più né l'inventiva, né tanto meno le sollecitazioni e i
dubbi dati dal mistero.
Mistero e senso dell'impossibile, ecco due componenti essenziali dell'alpinismo
estremo tradizionale, mancando le quali un'impresa si riduce a un semplice
esercizio atletico. E semplici esercizi atletici sono appunto certe «imprese»
compiute intorno agli anni Sessanta su alcune pareti dolomitiche, a quote assai
più basse e meno gelide rispetto alle Alpi occidentali. Imprese il cui merito va
attribuito, più che al coraggio e all'abilità di chi le ha compiute, all'impiego
imponente e complesso di mezzi (e qui è detto a proposito!) cui si è fatto ricorso.
Si è detto come giustificazione, l'ho già ricordato, che quelle pareti senza l'impiego
di tanti e sofisticati mezzi tecnici sarebbero rimaste invincibili. Innanzi tutto
chiamiamo le cose con il loro nome. Quindi, nella maggior parte dei casi, non
parliamo di pareti quando in realtà ci si riferisce soltanto a certe superfici o
porzioni indefinite e indefinibili delle stesse pareti, sulle quali tuttavia vengono
forzate, mediante perforazione della roccia per fissarvi gli spit, alcune vie
perfettamente assurde e inutili secondo la logica alpinistica.
E poi invincibili per chi? Come escludere a priori che quelle rocce non
potrebbero essere scalate con i soli mezzi tradizionali da arrampicatori più dotati?
E parlando di pareti, con questo termine intendo riferirmi, a scanso di equivoci, a
vere e proprie pareti e non ad altre cose; ossia intendo indicare di una montagna,
o di un picco, un preciso e completo versante, o facciata che sia, dai limiti ben
evidenti e dall'ampio perimetro entro il quale la logica, l'intuito e anche il senso
estetico di un alpinista possano spaziare e affermarsi. Naturalmente di una
montagna vanno considerati anche gli spigoli, le creste, gli speroni ecc., a
condizione però che siano strutture ben manifeste e definite.
Ora sorgono in me alcuni pensieri e considerazioni che avrebbero ben potuto
fare anche i solerti censori di venticinWalter B,matti que anni fa, all'indomani
della mia scalata. È indiscutibile che senza l'uso dei chiodi da roccia, come mezzo
di progressione (alludo beninteso ai chiodi normali), non si sarebbe vinta a
tutt'oggi nessuna delle grandi e strapiombanti pareti. Per la prima ascensione
della Nord delle Jorasses (forse la più prestigiosa dell'alpinismo classico
occidentale) ne furono portati trentasette e la cosa, giustamente, non stupì.
Questi chiodi, è bene spiegarlo per i meno informati, sono agganci di ferro dolce
che lo scalatore, nel corso di una difficile ascensione, pianta a colpi di martello
nelle fessure naturali della roccia. Essi servono sia come punto di assicurazione,
sia anche, quando necessario, come mezzo di progressione. Infissi dal
capocordata, vengono poi via via recuperati dal compagno che segue. li loro
ripetuto uso può tuttavia renderli inservibili: alcuni infatti si spezzano quando
vengono estratti a colpi di martello, altri precipitano nel vuoto sgusciando di
mano, altri ancora restano tenacemente infissi nella parete e sono perduti.
Una buona parte, infine, va prudentemente conservata nell'eventualità di un
ripiegamento improvviso, o nel caso che dalla cima ci si debba calare a
cordadoppia su un versante scosceso, o forse anche ignoto, e magari
nell'imperversare del maltempo come già era capitato a me sul Capucin.
Bisogna aggiungere per inciso che il chiodo normale, pur costituendo un aiuto
prezioso, non elimina affatto né il rischio né le difficoltà intrinseche di una
parete. Se si approda, per esempio, a una roccia ripida, priva non solo di appigli
ma anche di fessure, ebbene il chiodo normale non servirà più a nulla e di lì,
forse, non sarà possibile passare. È qui allora che entreranno in gioco, e si
misureranno, le qualità dello scalatore, vale a dire l'abilità, la forza, nonché la
volontà e l'intelligenza nella ricerca della via, che se è come questa del Capucin,
potrebbe a ogni metro rivelarsi impossibile.
Detto ciò non si capisce, se non come cattiveria, perché fu tanto criticata
l'attrezzatura da me usata nel 1951 , benché, per la conquista della grande parete,
portassi con me appena trentacinque normali chiodi, pesanti e rudimentali (in
buona parte li avevo ricavati io stesso da una barra di ferro). ComMontagne di
una vita pletavano il mio corredo venticinque moschettoni in ferro, due cunei di
legno (uno rimase in parete, l'altro lo conservo tuttora come ricordo), due funi da
trenta metri ciascuna di dura canapa ritorta (del medesimo tipo adoperato, in
tempi lontani, dal precursore del sesto grado Emil Solleder), e infine tre staffe,
fatte in realtà di nude cordicelle di canapa annodate a formare tre o quattro anelli
in cui infilare i piedi, così come era in uso nell'anteguerra.
È vero che una più razionale attrezzatura in nylon e in metalli leggeri era già
apparsa a quei tempi, ma per le mie tasche era un lusso impossibile. Comunque
io ho sempre amato le regole spartane, anche perché mi consentivano una specie
di legame ideale con gli scalatori delle epoche passate cui sempre ho fatto
riferimento.
Da quanto ho appena spiegato emerge dunque che i mezzi da me impiegati
venticinque anni fa, sul Grand Capucin, non costituirono affatto una novità né
per tipo né per numero. La vera novità fu invece che su questi strapiombi si osò e
si resistette di più, sia fisicamente sia moralmente.
Fu questa la sola vera «speciale attrezzatura» con la quale si ebbe ragione di
una parete da tutti considerata, all'epoca, impossibile eppure logica e provocante.
Quello che era a quei tempi il limite del possibile aveva dunque compiuto con
questa impresa un balzo in avanti. La scalata del Grand Capucin, lo ripeto,
dimostrava come si potessero compiere imprese ritenute impossibili, utilizzando i
soli mezzi tecnici già impiegati negli anni Trenta per superare le più classiche
pareti del cosiddetto sesto grado.
Visto quanto la storia tramandata può essere alterata e diversa da quella vera e
vissuta, ancora ripeto che lassù mi sono valso soltanto di trentacinque normali,
anzi grezzi, chiodi e due cunei di legno. Torno anche a dire che, non avendone
altri, ho piantato e ripiantato più volte quei chiodi, attento però a conservarne una
parte come riserva d'emergenza. Un'operazione questa che risponde alla normale
prudenza da tutti e da sempre in passato ben osservata già a partire dalle imprese
di sesto grado degli anni Trenta. Nulla dunque ho fatto in più o in meno rispetto
ai miei predeces sori. Eppure, ancora si trascina la sminuente e malevola
interpretazione del modo e dei mezzi da me usati per vincere il Capucin.
Ma è a tutti comprensibile, mi sembra, che con la mia rudimentalità di mezzi e
condizioni non avrei materialmente potuto, né per altro voluto, portarmi lassù il
massacrante peso di un «notevole numero di chiodi », tanti da poterli
abbandonare a cuor leggero nella roccia dopo averli infissi. T ali da ottenere
quella «chiodatura sistematica» della via che ingiustamente mi è stata attribuita e
che appunto avrebbe costituito una «preparazione assai spinta della via ».
Dunque io non avevo invece che trentacinque miseri chiodi, e per questo, lassù,
mi ero sentito tra !'incudine e il martello. Inoltre se per qualche sventurata
ragione fossi rimasto a corto di chiodi, ebbene non sarei stato nemmeno più in
grado di ripiegare, seppur trovandomi nell'estrema necessità di doverlo fare.
Ovviamente è chiaro che nessuno avrebbe mai potuto portarmi soccorso. A quel
tempo non si partiva per un'impresa (accadrà invece intorno agli anni Sessanta)
tirandosi dietro sottili funi di collegamento con la base, lunghe quanto la parete
da scalare. Né ai piedi della parete si aveva una squadra che, a un segnale, avrebbe
issato su quelle funi ogni sorta di approvvigionamento. Tanto meno c'erano
elicotteri sempre pronti a intervenire e a tirare fuori dall'impiccio i malcapitati. Se
poi volessimo fare raffronti con tempi ancora più recenti, i mezzi, oltre gli spit, in
uso oggi per compiere scalate, si chiamano bang, knzfe bIade, stopper, In'end,
quickie e altre diavolerie, tutte nominate nel più stretto slang californiano. Sono
mezzi molto sofisticati che non soltanto sostituiscono il tradizionale chiodo,
persino lo spit qualche volta, ma consentono, inoltre, ancoraggi rapidi e sicuri pur
sulla minima increspatura di una lavagna. E allora, dove comincia, oggi, un
problema alpinistico, e dove è finito l'impossibile?
In conclusione dunque, ricordati i mezzi e le condizioni con cui ho vinto nel
1951 il Grand Capucin, è evidente che quel piccò mi aveva richiesto limiti estremi
di coraggio, ponderatezza, determinazione, e in misura maggiore di quanto,
Montagne di una vita oggigiorno, si possa immaginare. Anche per questo il Grand
Capucin resterà per me fondamentale e caratterizzante, perciò imprescindibile;
per la mia fisionomia di scalatore.
C'è chi spiega gli impulsi che portano a simili imprese tirando in ballo teorie
freudiane, o quanto meno presunte insoddisfazioni, frustrazioni, squilibri. Ma se
tutto ciò può veramente dare risultati come quelli da me ottenuti sul Capucin,
ebbene, allora io dico ben venga questa «follia», una virtù sempre più rara in un
mondo che sta diventando sempre più banalmente «ragionevole» e incline al
risparmio di se stessi.
Sono questi sostanzialmente i moventi delle mie riflessioni, e anche del mio
dialogare con l'amico Pizzocolo mentre, a venticinque anni di distanza, concludo
la mia «verifica ».
Alle dodici in punto siamo in cima alla parete, ma per raggiungere la sommità
del Grand Capucin ci vorranno altre tre ore: le ultime rocce esposte a nord,
inclinate e solitamente facili, ora si presentano incredibilmente incrostate di
ghiaccio o addirittura sepolte nella neve farinosa.
Sulle pareti nord di Lavaredo, d'inverno (1953)

L'idea di scalare d'inverno le pareti nord delle Cime di Lavaredo ha a che


vedere, per un certo verso, con il giorno della mia chiamata militare.
Ricorderò sempre che dopo aver sostenuto le cosiddette prove attitudinali, e
dopo aver espresso il desiderio di fare l'alpino, l'incredibile verdetto fu:
destinazione Reparto Motorizzato di Cecchignola. Se ci ripenso mi viene da ridere,
cosa però che non feci allora. Anzi, fu tale la mia ribellione che presto mi ritrovai
tra le mie montagne, assegnato al Sesto Reggimento Alpini, e per di più con
incarichi speciali che mi occupavano la maggior parte del tempo a scalare
montagne. Furono quindici mesi per me straordinari, uno dei periodi più belli
della mia vita.
Non c'è regione alpina in territorio nazionale che non abbia visitato in quel
periodo. I corsi di alpinismo si succedevano e mi portavano dalle Dolomiti alle
Alpi Breonie, dal gruppo dell'Ortles a quello del Monte Bianco. Alla fine, il grande
allenamento raggiunto sulle montagne modificò in me il senso della parola
«impossibile », applicato naturalmente alle difficoltà alpine.
Un giorno, verso metà settembre di quell'anno 1952, con un amico, il tenente
degli alpini Oscar Bucciarelli, mi ero spinto ai piedi delle Cime di Lavaredo con
l'intento di scalarne la classica via «Comiciimai» sulla parete nord della Cima
Grande. Ma quel giorno il mio compagno non si trovava in perfetta forma, e dopo
esserci alzati sulla parete per un ottantina di metri ripiegammo a cordadoppia. Un
paio d'ore più tardi decidevamo di scalare lo «Spigolo Giallo» della Cima Piccola,
un itinerario davvero splendido. Tuttavia per tutto il tempo che precedette quella
scelta, re stammo a girovagare sulle pietraie ai piedi delle pareti nord, naso
all'insù, affascinati da tanta verticalità. E così, ammirando e fantasticando, nacque
l'ispirazione. Decisi allora che un giorno non lontano sarei tornato lassù e mi
sarei misurato con questi giganti nel modo più degno che quell'austero paesaggio
mi suggeriva; ossia nel pieno dell'inverno quando le muraglie nord sono nascoste
al più debole raggio di sole e vi dominano soltanto il gelo e la solitudine. Ecco
come può nascere una concezione nuova dell'« impossibile ».
Giunse il congedo militare e venne anche l'inverno, particolarmente nevoso
all'inizio e molto freddo in seguito. A esclusione della domenica, che
regolarmente trascorrevo in montagna sia col bello sia col brutto tempo, tutti gli
altri giorni furono per me ugualmente insignificanti, fatti delle stesse cose
ripetute nel medesimo modo, e nell'immutabile ambiente. Quanto banale e triste
è vivere così. E pensare che la maggior parte degli uomini d'oggi vi è quasi
costretta. Ma, cosa ancora peggiore, chi lo sceglie poi se ne mostra vittima.
Dal canto mio, comunque, avevo già deciso che avrei impostato diversamente la
mia vita. Intanto, un po' per passione e un po' per ribellione, il mio pensiero era
sempre più rivolto alle Nord di Lavaredo.
L'allenamento preparatorio per la mia impresa avvenne in modo davvero
singolare. Ogni sabato sera, immancabilmente, raggiungevo con un amico la base
di qualche difficile parete della Grigna, per poterla scalare all'alba successiva dopo
aver trascorso un bivacco all'addiaccio.
A mio giudizio non esisteva prova migliore di quella per misurarsi con il gelo e
le difficoltà reali della montagna, e per verificare i propri limiti pur restando nei
margini della sicurezza. Per raggiungere il nostro scopo ci imponevamo, bivacco
dopo bivacco, una graduale riduzione dell'equipaggiamento scegliendo luoghi
sempre più inospitali e battuti dalle intemperie. Naturalmente, termometro alla
mano, controllavamo il variare della temperatura e si teneva conto anche di ogni
nostra reazione al freddo. Alla fine, senza correre alcun pericolo, ne avevamo
ricavato preziose esperienze.
Già alla prima di queste prove d'allenamento ci eravamo incontrati con altri due
amici che, guarda caso, iniziavano anch'essi un simile allenamento in vista di
un'impresa invernale. Uno dei due era illecchese Carlo Mauri, un nome già
prestigioso nell'ambito della Grigna e con il quale avrei realizzato in seguito
alcune imprese anche extraeuropee. Dunque eravamo fin da allora buoni amici e
commilitoni nello stesso reggimento alpino. Fu proprio in quel periodo che
vivemmo assieme, sulla parete cortinese del Pomagagnon, una difficile e
avventurosa manovra militare in cui fummo posti alla testa di una pattuglia
d'assalto per la presa di una quota strategica. Ma tornando alla Grigna, dopo quel
casuale episodio, ci eravamo dati appuntamento per la sera del sabato successivo,
e finì che ci ritrovammo ancora tutti e quattro ogni fine settimana.
Dopo quell'intenso allenamento, suddivisi in due cordate, decisi di affrontare
con il mio compagno il Pilastro della Tofana di Rozes come collaudo generale. Era
considerata tra le più difficili pareti dolomitiche, ed essendo orientata a sud
poteva costituire un buon esame per poi aggredire le più impegnative pareti nord
di Lavaredo.
Così il mattino dell'8 febbraio 1953 iniziammo la scalata sulla Tofana.
Gli zaini pesantissimi e gli indumenti rudimentalmente imbottiti che
indossavamo (da noi stessi confezionati) ci ostacolavano non poco nei
movimenti. Ciò nonostante, a sera, quando ci disponemmo per il bivacco,
avevamo già raggiunto i grandi strapiombi neri a circa metà parete. La notte
trascorse gelida e tranquilla, ma all'alba il tempo cambiò e prese a nevicare. Seguì
una difficile ritirata a cordadoppia.
La scalata del Pilastro di Rozes era dunque sfumata, ma le esperienze che ne
ricavammo furono preziose. Per esempio avevamo capito che potevamo
alleggerire molto gli zaini, riducendo viveri e anche vestiario: sarebbe bastato il
solo giubbotto imbottito al posto della tuta intera.
Il sabato successivo avremmo dovuto incontrarci ancora una volta sulla Grigna
tutti e quattro per il solito bivacco, seguito poi dalla dura scalata; ma
all'appuntamento arrivammo soltanto in due, Mauri e io. I nostri due compagni
avevano lanciato la spugna, si erano ritirati. Sicché ci trovammo soli e
nell'impossibilità di perseguire i nostri scopi: le Cime di Lavaredo per me, la Cima
Scotoni per Mauri.
Nacque un pensiero comune: perché non realizzare noi due insieme almeno
uno di questi progetti? Per l'intera notte di bivacco questo fu l'argomento del
nostro discorso, che si dipanò via via al ritmo di lunghi brividi di freddo e
tamburellare di denti. Così alla fine decidemmo per le Cime di Lavaredo, e tanta
fu l'euforia da indurci al desiderio di tracciare sulla Nord della Cima Ovest di
Lavaredo una nuova via direttissima. Non era che un'idea, ma qualche giorno
dopo, al ~omento di partire, aumentammo il nostro carico di viveri e materiali.
Ed eccoci in val di Landro, su quel trenino che ora non esiste più ma che una
volta univa Dobbiaco a Cortina d'Ampezzo. Scendiamo a Carbonin, una piccola
stazione non di- versa da una casetta tirolese. La abitano il capostazione e il suo
cane. Per il resto, tutt'attorno, non c'è che selva di conifere sepolte nella neve.
L'uomo ci informa che non esiste alcun mezzo per raggiungere Misurina. Al che ci
interroghiamo con lo sguardo, come se ei rendessimo conto soltanto adesso di
portare al seguito un'enormità di cose. Del resto già partendo da Milano il
capotreno ci aveva addebitato un importo corrispondente a 150 chilogrammi di
bagaglio, una eccedenza di peso che, a quanto pare, ora ci dovevamo caricare al
completo sulle spalle.
Increduli noi stessi, ma punti nell'orgoglio dall'ironia del capostazione che sta lì
in piedi a osservarci, riusciamo non so come a metterei tutto quanto sulle spalle e
a incamminarci, con gli sci ai piedi naturalmente. Sembriamo due bauli
ambulanti con tante cianfrusaglie appese un po' dappertutto. Per prima cosa ci
togliamo il più rapidamente possibile dallo sguardo divertito di quel brav'uomo.
Ma se per puntiglio siamo riusciti a partire in quello stato, non è detto che si
debba perseverare nell'assurdità. Così, girato l'angolo, trecento metri più in là,
molliamo il carico a terra. Quindi con gli sci, che togliamo dai piedi,
improvvisiamo una slitta.
Caricatala con il materiale, cominciamo a trainarla lungo la strada, innevata e
deserta.
Arriviamo a Misurina alle due del pomeriggio, stanchi morti. A Carbonin
eravamo giunti di buon mattino. Pressati dall'ora già tarda iniziamo subito a
salire, con gli sci ai piedi, lungo la mulattiera che porta al rifugio Longeres
(attualmente si chiama Auronzo) quasi cancellata dall'innevamento. Per ora
saliamo con la metà del carico sulle spalle lasciando il resto sulla neve. Verremo
in un secondo tempo a riprenderlo. La neve alta e la fatica della marcia ci
impediranno di arrivare al rifugio prima di sera. Tanto vale fermarci all'addiaccio
lungo il cammino, prima che annotti. Finiamo così per arrivare con entrambi i
carichi alla casera Rimbianco, naturalmente chiusa e disabitata, e lì ci sistemiamo
in bivacco a ridosso del suo muro esterno. Rimediati alcuni legni riusciamo ad
accendere un fuoco, accanto al quale ci accucciamo. L'indomani mattina, con altri
due viaggi completiamo il trasporto del nostro quintale e mezzo di materiale.
Romolo, il custode del rifugio, inaspettatamente presente in periodo invernale,
resta sbigottito alla vista di quanto ci portiamo appresso. Avessimo mai potuto
prevedere la sua presenza al rifugio, sicuramente avremmo ridotto di molto le
scorte di viveri.
Per non sprecare un altro giorno di prezioso bel tempo che dura ormai da una
settimana, e anche per 1'ansia di conoscere lo stato di glaciazione in cui si trovano
le nostre pareti, già lo stesso pomeriggio scivoliamo con gli sci fin sotto le Nord
passando per la forcella Lavaredo. In questo luogo, costantemente in ombra, il
freddo è davvero notevole e certo non invoglia a rimanervi a lungo. Tuttavia le
due Nord sembrano a prima vista abbastanza sgombre di neve, anche perché, a
ben considerare, non si capisce come la neve potrebbe far presa su quelle lavagne
strapiombanti. Dovremmo invece riuscire a valutare bene 1'entità delle
incrostazioni di ghiaccio. Benché indecifrabili dal basso queste incrostazioni
esistono certamente, e in particolare nel colatoio nero a metà parete. Infatti, lassù
si indovina appena una vaga sfumatura più chiara contro le rocce nere. Ma il
nemico più temibile e frequente resta senz'altro quel velo di ghiaccio trasparente,
d e t t o verglas, assolutamente invisibile anche da molto vicino. Soltanto
oltrepassando la traversata si potrà appurarne la presenza e l'estensione. CosÌ
rimane l'incognita. In noi v'è anche l'interrogativo se sia meglio attaccare per
prima l'una oppure l'altra delle due pareti.
La Nord della Cima Grande è senz'altro meno problematica come struttura. La
sua scalata è più rapida, seppure nei grandi camini della zona alta si vedano
biancheggiare alcune nitide colate di ghiaccio. Rassicura comunque il fatto che la
muraglia sia già stata superata in stagione invernale dalla cordata di Kasparek nel
1938; perciò, in quanto ripetitori, siamo moralmente avvantaggiati: sappiamo che
d'inverno di lì si passa.
La Nord della Cima Ovest è invece tutt'altra cosa, e ben più complessa per
svariate ragioni. La prima di queste ragioni è che saremo noi i primi ad affrontarla
in piena stagione proibitiva, perciò alle già grandi difficoltà che questa roccia
oppone in estate, si aggiungeranno le incognite dell'inverno. Fino al 1935, data in
cui venne vinta per la prima volta, questa parete nord era stata cOhsiderata dai
suoi pretendenti inaccessibile, anche in stagione estiva. In seguito venne
storicamente riconosciuto come tratto chiave dell'intera salita la traversata
orizzontale di ottanta metri, che si trova circa a metà parete. Questo passaggio si è
voluto sempre considerare come un'andata senza ritorno, perché una volta
arrivati in capo agli ottanta metri sarebbe assai complicato e scoraggiante ritirarsi.
Ma d'inverno il problema non è tanto la famosa traversata, quanto ciò che si
incontra subito al di là di questa, vale a dire il già accennato colatoio nero, il quale
se d'estate è sovente bagnato e viscido, può trasformarsi nel corso dell'inverno in
una svasatura levigata di verglas. Dopo tutte queste considerazioni, riteniamo di
dare la precedenza alla più misteriosa delle due Nord, ossia alla Cima Ovest.
Notte insonne, come spesso succede alla vigilia di un'impresa, e alle sei del
nuovo giorno, il 22 febbraio, lasciamo il tiepido rifugio e iniziamo l'avventura.
Fuori è ancora notte, ma rischiarata dalla luna. Ci investe il vento che precede
l'alba, di un gelo polare. Le mani irrigidite fatiCano ad agganMontagne di una vita
ciare gli sci ai piedi. Partiamo infine, e non so proprio perché prendiamo la via
della forcella Col di Mezzo anziché quella a noi già nota, ossia la forcella di
Lavaredo; forse perché è il cammino più breve per arrivare alla nostra parete.
Risulterà molto disagevole a causa di una serie di canalini ghiacciati che ci
costringono a levare gli sci.
In meno di un'ora siamo alla base della nostra Nord. Ancora due ore verranno
dedicate ai preparativi. E finalmente attacchiamo. Ecco quello che portiamo con
noi: viveri per tre giorni, tavolette di gas solido «meta », due sacchi da bivacco di
tela gommata, guantoni di lana, calze di ricambio, passamontagna, pacchetto
pronto soccorso, una borraccia d'acqua da un litro e una piccolissima di cognac,
quaranta chiodi, trenta moschettoni di ferro, tre staffe ad anelli di corda, tre
martelli, alcuni spezzoni di cordino, due corde di canapa da quaranta metri. Il
tutto dentro uno zaino che verrà issato, nei punti più difficili, con una delle due
funi. Ci alterneremo in testa alla cordata.
Parte per primo Mauri, che intorpidito dal gran freddo sale un po' goffamente le
prime rocce innevate. A mia volta lo seguo ancora più sgraziatamente, appesantito
dal grosso zaino. Una sfilata di corda dopo l'altra ci innalziamo così nel mistero
della parete gelata. Presto la neve scompare dalle piccole cenge e anche il
ghiaccio, onnipresente un po' ovunque, ci risparmia sempre un angolino di roccia
pulita su cui appoggiare la punta del piede. Le mani, dapprima insensibili al nudo
contatto con la pietra, hanno ora ripreso la loro piena efficienza. Sulla prima
traversata verso sinistra, quella omologata di quindici metri, le difficoltà si
rivelano assai toste. Alcuni chiodi entrano sicuri nella roccia anche là dove,
rimanendo ancorato su una staffa, assicurerò la salita del compagno.
Facendo un breve passo avanti nel tempo, voglio qui aprire una parentesi
riferita proprio a questi strapiombi che ora mi sovrastano sulla destra. Infatti,
poco più di due mesi dopo le mie invernali, il3 maggio 1953, sono nuovamente su
questa parete con il monzese Pino Sacchi per scalare lo strapiombante, e allora
intaccato, spigolo nordovest. Precisa mente quello che viene oggi indicato nelle
pubblicazioni come «Spigolo degli Scoiattoli», dall'Associazione di scalatori «
Scoiattoli di Cortina d'Ampezzo ». Ma dopo tre giorni di estremi acrobatismi (la
scalata ci aveva preso un giorno in più del previsto), e quando ormai eravamo
prossimi al termine delle grandi difficoltà... ebbene dovemmo abbandonare la
partita. Discendemmo rapidamente a cordadoppia.
Va detto che il punto in cui si concludeva il tratto problematico della salita
intrapresa, coincideva con la fine degli strapiombi vergini che stavamo superando,
e questi strapiombi cessavano di colpo a non più di una sfilata di corda sopra le
nostre teste. Sembrava dunque una beffa. Infatti oltre quel limite, appunto a una
sfilata di corda soltanto da dove già ci trovavamo, proveniva dal lato ovest un
itinerario aperto fin dal 1934 e che proprio lì si innestava sulla cresta finale di
nordovest. Una cresta ormai facile e dove saremmo approdati anche noi se
avessimo continuato. Abbandonammo dunque l'impresa e rientrammo con tutta
urgenza, tanto che ci era mancato persino il tempo di recuperare i nostri chiodi
sugli ultimi quaranta « impossibili» metri appena vinti. Scendemmo, e quei
chiodi rimasero là piantati. Ma perché tanta fretta? Perché era ormai il
pomeriggio del 5 maggio e la sera del giorno dopo, il 6, Monza, la mia città,
avrebbe festeggiato i miei recenti successi, proprio quelli sulle Nord di Lavaredo
che qui sto raccontando. Non avrei potuto mancare a quella manifestazione! È
rimasto però in me un po' di rimpianto per quella bella vittoria sfumata per una
sola lunghezza di corda.
Ma torniamo al presente, ossia al momento in cui mi imbatto nel primo dei
punti critici che la grande parete oppone. Ecco, ora Mauri e io compiremo quel
primo passo da cui sarà problematico recedere. È proprio in questo punto che si
infransero le speranze delle ventisette cordate che in passato si erano cimentate
per la conquista della parete, Fortissimi alpinisti, gente come Cadesso, Comici,
Dimai che qui si batterono invano prima del successo di Riccardo Cassino Mauri e
io abbiamo una buona esperienza tecnica fatta su numerose pareti nord di vario
genere, ma contiamo anche su una meticolosa preparazione fisica, che crediamo
di aver Montagne di una vita raggiunto molto coscienziosamente. Siamo consci
dunque delle nostre possibilità, e questo ci dà fiducia. In ultima analisi potremmo
dire che se abbiamo deciso di affrontare questa parete d'inverno è proprio perché
riteniamo di aver le carte in regola, sappiamo che soltanto l'imponderabile
potrebbe tradirci. Ma dove non esiste imponderabile?
Ho attaccato il muro compatto e sto dirigendomi, piegando via via a sinistra,
verso la nicchia bianca che all'epoca fu il posto di bivacco dei primi salitori. In
quei trenta metri circa di lastrone compatto e a strapiombo, non vedo che due
chiodi soltanto occhieggiare sopra di me.
Se nel disegno degli ultimi scalatori della passata stagione estiva ci fosse stato il
proposito di ripulire dai chiodi questa muraglia, forse per rivalutarla, ossia per
riportarla alle originali difficoltà, ebbene quell'intento sarebbe riuscito
perfettamente. Anzi, sarebbe arrivato persino oltre i limiti, dal momento che
alcune delle misere rugosità che avevano ospitato i già precari agganci ora
appaiono pressoché distrutte dalle selvagge martellate ricevute. Perciò è soltanto
impegnandomi a fondo che riesco a raggiungere il primo dei due chiodi
risparmiati dai diligenti pulitori (o se non risparmiati, forse abbandonati per
l'incapacità di estrarli). Ma l'anello del primo chiodo risulta spiaccicato contro la
roccia, e quindi inservibile. Il secondo chiodo, verso il quale spingo il mio slancio
per non precipitare, è ancora lontano. Non scorderò mai le acrobazie e le
imprecazioni per guadagnare quell'impossibile muro. E la stessa cosa succederà
anche più sopra, dove non c'è verso di piantare un solo chiodo affidabile, per
potercisi appendere completamente. Per fortuna ho con me alcuni chiodi
cortissimi e sottili, che riesco a incastrare nelle poche rugosità creando, almeno
questo, qualche momentaneo punto di appoggio. -Ricordo di aver letto che
Cassin, diciotto anni prima nel corso della sua ascensione, proprio su questo
tratto di parete impiegò ben quattro ore per fissare un solo chiodo. E per riuscirvi
era caduto ben tre volte nel vuoto. Come lo capisco! Spero comunque che non mi
succeda altrettanto, poiché sono convinto che non uno di questi agganci che ho
piantato reggerebbe allo strappo. Ma tutto va bene, e alle 18 circa ci appendiamo
dentro la cosiddetta nicchia bianca dove passeremo la notte. In realtà questa
nicchia bianca è soltanto un gradino nella roccia che appena ci consente di stare
seduti uno di fianco alraltro, saldamente ancorati a un paio di chiodi e con i piedi
penzoloni nel vuoto. Così è tornato in noi quell'ottimismo che nell'ultima ora, già
in prossimità della notte, aveva piuttosto vacillato. Qui tuttavia non c'è ombra di
neve da fondere per dissetarci. Ci limitiamo allora a succhiare qualche zolletta di
zucchero intinta nel cognac.
La notte trascorre lenta e con il solo diversivo di sfregare braccia e gambe
intorpidite dal gelo. Con lo sguardo interroghiamo inutilmente i profili
strapiombanti sopra di noi.
Alle 7.30 del nuovo giorno ecco illuminarsi la Croda Rossa, di fronte a noi.
Quassù invece non veniamo minimamente sfiorati da un raggio di sole. In breve
siamo pronti ad affrontare la famosa traversata di ottanta metri. Tale è il freddo
che r aria respirata sembra esalazione di ammoniaca. Data la prevalente
orizzontalità di questo tratto, le manovre per recuperare lo zaino, che resta
sempre appeso al capo di una corda, risultano piuttosto complicate.
I chiodi che troviamo già infissi in parete sono sempre rari, occorre fare un
lungo lavoro di chiodatura. Lungo la traversata vedo biancheggiare qualcosa che
sta appeso a uno dei rari chiodi già piantati. È una targhetta ciondolante, in
smalto bianco, asportata chissà da quale trenino, e chissà da chi appesa
spiritosamente quassù. «È pericoloso sporgersi! » leggo divertito ad alta voce.
Ironia vuole che in questo momento mi trovi totalmente appeso allo stesso
chiodo della targhetta, con i piedi puntati contro la roccia liscia e con il corpo
proteso in fuori al massimo, sospeso su un vuoto rientrante di circa
duecentocinquanta metri. Non poteva esserci luogo più appropriato per un simile
scherzo.
Quando raggiungo il punto del secondo bivacco Cassin è pomeriggio avanzato.
Ma disponendo ancora di un po' di luce ci impegniamo a fondo per arrivare fino
alla grande caverna che in estate è un eccellente luogo di sosta.
Veloci e decisi superiamo così in arrampicata libera alcuni passaggi assai
difficili. Valichiamo anche uno strapiombo Montagne di una vita nero, ma
quando non restano che pochi metri a separarci dal1'« ottimo bivacco », cosÌ lo
definisce la relazione tecnica dei predecessori, ecco la novità. Del resto un po' ce
l'aspettavamo: la grande caverna non può accoglierci, anzi, non è neppure visibile
tanto è colma di neve e di ghiaccio. Ma siamo agli ultimi minuti di luce e non è
possibile indietreggiare. Mi trovo in questo momento addossato alla roccia con i
piedi posati su due minuscoli gradini. Almeno riuscissi a piantare un bel chiodo
sicuro cui appenderci per la notte. La roccia invece è compatta, priva d'ogni tipo di
fessura.
L'aria si fa scura e io sono riuscito a conficcare malamente le sole punte di tre o
quattro chiodi: agganci maledettamente insicuri. Mauri, una quarantina di metri
più sotto e del tutto ignaro di quanto avviene, brontola e vorrebbe salire anche lui
prima che svanisca l'ultima luce. Non so più che fare. Mi decido infine a legare
insieme con un cordino il gruppetto di chiodi, sporgenti dalla roccia come piccoli
trampoli. Sarà il nostro ancoraggio per la notte. Avverto Mauri di non appendersi
alla corda perché è male ancorata. Poi, assicurandolo a spalla, gli urlo di salire.
È buio pesto. A tentoni e in equilibrio, badando a non pesare troppo sul fragile
ancoraggio di quello scomodo posto, ci avvolgiamo nei sacchi gommati.
All'inizio tutto pare sopportabile, soffriamo solamente di una grande sete, che
naturalmente ci è impossibile soddisfare. Con il passare delle ore però il bivacco
diventa una tortura, fisica e mentale. Gelo e disagio a poco a poco ci
intorpidiscono un po' ovunque. Poi arrivano i crampi. D'altra parte, costretti come
siamo e con le gambe costantemente divaricate per bilanciarci, come potremmo
cambiare posizione senza provocare uno strappo sui miseri agganci che ci
sostengono?
Poi comincia la lotta contro il sonno, irresistibile anche per la costante veglia
cui siamo stati sottoposti in questi giorni. Addormentarsi significherebbe
assiderarsi, o quanto meno abbandonarsi sulle corde, che è come dire strappare
l'ancoraggio e finire giù con un salto di trecento metri. Ci imponiamo allora di
parlare e parlare ancora, non importa di che cosa, di cantare magari, pur di
rimanere svegli. Ma per quanto si faccia, più di una volta ci sorprendiamo a
vaneggiare a occhi aperti. Mauri per esempio mi scuote appena si accorge che sto
facendo uno strano ragionamento su Madesimo, un discorso in cui mescolo le
parole con il ritornello di un canto alpino. A mia volta, poco dopo, afferro Mauri
per un braccio quando anche lui se ne esce con una frase sconnessa
accompagnata da un brusco movimento. Addirittura gli era parso che il nevaio
sottostante, illuminato dalla luna, si fosse alzato tanto da posarvi piede e potervisi
sdraiare.
Passa anche quella notte e alle 6.30 del nuovo giorno, seppure sia ancora
lontana 1'alzata del sole, siamo già in movimento. Una sbirciata al termometro, 25
gradi centigradi sotto zero. Ci ritroviamo irrigiditi come baccalà.
Dopo alcuni metri di traversata mi riesce di conficcare un chiodo. Costituirà
l'unico ancoraggio possibile prima di affrontare la neve e il ghiaccio che corazzano
l'intera base del colatoio. Aggiungo però che la saldezza di questo chiodo non mi
convince appieno. Quindi procedo mantenendomi sul culmine della placca
nevosa, che diventa fragilissima là dove si appoggia alla parete, sporgente a mo' di
gronda. Fa- cendo appello a tutte le mie risorse di equilibrio per dominare ogni
movimento, inizio a traversare, mani sulla roccia, affondando i piedi nel pendio
ertissimo e cedevole.
Avanzo fino a quando non mi diventa impossibile restare aggrappato sul bordo
della gronda, che presto diventa un enorme tetto proteso nel vuoto dal quale
pendono trasparenti stalattiti. Il muro di neve, che per soli cinquanta centimetri
non va a formare un tutt'uno con il tetto che lo sovrasta, al culmine presenta una
specie di cunicolo ben modellato dal vento che corre parallelo. Ho un'idea.
Avanzerò strisciando sulla fragile impalcatura di neve e, procedendo sospeso, in
tal modo spero mi riesca di passare al di là dell'ostacolo. Ciò che segue fa parte di
quei momenti che deCidono un'esistenza.
Con il fiato mozzo dallo sforzo e dalla tensione nervosa mi allungo nel cunicolo,
mi contorco strisciando e affondando le mani nella neve farinosa, sino a formare
in tal modo un tutt'uno con quel cumulo di polvere bianca che incredibilmente mi
sorregge . A tratti, quando ho la sensazione che Montagne di una vita l'intera
struttura stia per smottare, trattengo il respiro, quasi a farmi più leggero, e pochi
centimetri alla volta avanzo. Arrivo nel bel mezzo del colatoio, e ancora più avanti.
Però mi accorgo di non sentire più le mani. Infatti, passando dalla roccia alla neve
non avevo avuto la possibilità di infilarmi i guanti, e tanto meno posso farlo
adesso. Ma costi quel che costi devo continuare ad arrabattarmi nella neve a mani
nude. Il cunicolo finalmente finisce, in modo quasi dolce. Pure la gronda rocciosa
punteggiata di ghiaccioli ora si attenua, ma stanno per finire anche i quaranta
metri di corda che mi lega al compagno. Data la convessità del passaggio, la corda
adesso oscilla nell'aria e il suo peso tende a strapparmi in fuori. Ancora pochi
metri però, ed eccomi a un bel chiodo già infisso che occhieggia sicuro.
Finalmente posso rilassarmi.
Il resoconto «omologato» della via precisa che per arrivare ad agganciarsi a
questo ultimo chiodo si deve fare una piramide umana, vale a dire montare sulle
spalle del compagno. Ebbene, è tanta la neve che adesso ci si arriva addirittura in
feggera discesa. Forse l'unico vantaggio che la parete offre in inverno è proprio
questo. Le mani rimaste tanto a lungo nude e immerse nella neve cominciano a
dolere. Ci vorrà un bel po' perché riprendano sensibilità.
Lottiamo da quarant'otto ore e ci restano ancora duecento metri di scalata da
compiere. Ora abbiamo però la certezza della riuscita, anzi, spiritualmente ci
sentiamo già sulla cima. Quando Mauri mi raggiunge, attraverso lo stesso
cunicolo nevoso da me appena percorso salgo per ancora una sfilata di corda tra
rocce imbrattate di ghiaccio. Poi, sempre mantenendomi in margine al grande
colatoio, lucido di vetrato, mi innalzo alla cima, senza eccessiva difficoltà.
Alle 12.30 del 24 febbraio le nostre grida festose sulla punta raggiunta
echeggiano fino al sottostante rifugio Longeres, dove arriviamo un'ora più tardi.
Tre giorni dopo, il 27 febbraio, è la volta della parete nord della Cima Grande a
vederci impegnati. Albeggia quando lasciamo il rifugio. Questa volta seguiamo il
più comodo approccio attraverso la forcella di Lavaredo.
Il tempo è sempre splendido, la temperatura è rigida. Portiamo all'incirca lo
stesso equipaggiamento della scalata precedente, alleggerito però di chiodi e
anche di viveri, visto che su queste pareti è poca la voglia di mangiare.
Prevediamo un solo bivacco, come dire che contiamo di concludere la scalata
entro domani sera.
Abbandonati gli sci troppo presto, arriviamo all'attacco della parete con
notevole fatica, a tratti sprofondando nella neve fino al petto. Sono le nove
quando attacchiamo. Mauri, che ha iniziato come primo di cordata, è già una
trentina di metri in alto quando inavvertitamente smuove una pietra, che
neanche a farlo apposta mi finisce dritta in testa. Tramortito dal colpo e
sanguinante, sono sul punto di svenire. Ma poi mi riprendo.
Il resto della scalata procede bene, tant'è che a un certo punto pensiamo
persino di evitare il bivacco. Ciò che non poteva riuscire sulla Cima Ovest adesso
ci veniva elargito dalla Nord della Cima Grande. Una classica. Qui si gusta
veramente il piacere di arrampicare, anche se le prese sono gelide. Si sale quasi
sempre a piombo sulla verticale. Tutti i chiodi necessari alla sicurezza,o alla
progressione quando necessario, sono già infissi in parete. In certi punti sono
anche troppi. La parete, per i primi duecento metri strapiombanti, è priva di neve
e di ghiaccio. Più avventurosa, e più valida alpinisticamente, è invece la porzione
alta. Nei grandi camini neri, per esempio, ci sono grossi candelotti bianchi che
ostruiscono il fondo, e neve un po' ovunque. Bisogna allora procedere lungo i lati
esterni dei camini, pure essi imbiancati di gelo. Anche le grandi terrazze ora sono
ridotte a ertissimi coni di neve: inconsistenti alla sommità ma con le basi di
ghiaccio durissimo. Terrazze, dunque, sulle quali è impossibile fare presa con le
mani.
Ciò nonostante, poco dopo le diciassette, raggiungiamo con euforia la sommità
della Cima Grande, ancora illuminata dall'ultimo sole.
Rientriamo la sera stessa al rifugio Longeres, dopo aver compiuto al chiaro di
luna le ultime calate a cordadoppia lungo il ghiacciatissimo camino della via
normale.

La spedizione italiana sul K2 (1954)

Il 1953 fu per me denso di avvenimenti, ma soprattutto fu l'anno in cui feci il


grande passo di andare a vivere in montagna. Per questa incognita avevo
abbandonato un impiego sicuro in città, cosa che molti giudicarono assurda ma
che per me era invece una giusta scelta. Ottenni così il brevetto di guida alpina e
da lì a qualche anno mi stabilirò a Courmayeur.
Sentivo di amare la montagna per i suoi paesaggi solenni, per le lotte ingaggiate
con i picchi, per le emozioni ei ricordi che ne derivavano; ma forse l'amavo ancora
di più per quel senso di libertà e di gioia di vivere che solo lassù sui monti
riuscivo a trovare. Quando la sera rientravo in città dopo una giornata veramente
vissuta sulle cime, trovavo per contrasto ancora più brutto e insopportabile il
campare di tutti i giorni. Se da una parte mi inaspriva e mi amareggiava la
ribellione tra la mia indole e il mondo quotidiano con le sue leggi, dall'altra fu
proprio dal tumulto di questo stato d'animo che attingevo forza e motivo per le
mie imprese alpinistiche. Ciò considerato, non si può dire che vi sia giunto
facilmente, né fui favorito dalla sorte o dalle circostanze. Non avevo mezzi
economici, anzi, ero piuttosto povero, però possedevo un grande entusiasmo. Un
istinto irrefrenabile mi portava alla montagna. E ciò valeva almeno quanto il mio
fisico sano e ben preparato dagli esercizi atletici praticati fin da ragazzo. Per
quanto riguarda la tecnica imparai tutto da solo; spesso nel modo più pazzesco,
apprendendo dai miei stessi errori.
È il 1953, è trascorso meno di un mese dalle mie scalate invernali sulle pareti
nord di Lavaredo, e già sento prepotente il bisogno di una nuova prova. Questa
volta la scelta cade sul Cervino, e lo affronto prima che il calendario segni la fine
dell'inverno. In due giorni di scalata ne raggiungo la vetta per una via nuova da
me inventata, è la più diretta lungo gli strapiombi della cresta del Fiirggen. Legato
alla mia corda è Roberto Bignami, il mio più caro amico di quel tempo.
Sempre con Bignami, quell'estate 1953 è una vera mietitura di successi
alpinistici. Avevo iniziato con tre belle « prime» ascensioni sulle Alpi centrali di
val Masino - Torrione Fiorelli per la parete nord, Picco Luigi Amedeo per lo
spigolo sudovest e Torrione di Zocca per lo spigolo est - per culminare con la
scalata del Monte Bianco per il canalone nord del colle di Peuterey. Avevamo
concluso infine la stagione con la parete nord del Pizzo Palù per la via
«Feultobiasch », che percorremmo in condizioni quasi invernali.
Nell'ambiente alpinistico italiano andava intanto maturando una grande novità.
Dopo le vittorie himalayane dell'alpinismo francese, inglese, svizzero, tedesco e
austriaco, anche !'Italia finalmente si lanciava verso la conquista di un colosso: il
K2.
Seconda montagna del mondo in ordine di altezza, con i suoi 8616 met.ri di
quota, già nel 1911 il Duca degli Abruzzi ne aveva per primo tentato la scalata.
Non era stato ancora reso noto il nome degli alpinisti che avrebbero costituito
quella spedizione a carattere nazionale. Ma si sapeva, dai risultati delle precedenti
esperienze straniere, che il miglior rendimento fisico di uno scalatore a ottomila
metri di quota era dato da uomini in età compresa tra ventotto e trentotto anni. E
poiché io ne avevo soltanto ventitré, non potevo certo pensare al K2 se non come
la cosa più meravigliosa e al tempo stesso impossibile che potessi immaginare.
Tuttavia, con una enorme sorpresa, venni convocato nel dicembre di quello stesso
1953 insieme a numerosi altri alpinisti. Per qualche tempo ancora restarono
confusi in me i limiti tra sogno e realtà, ma alla fine il verdetto dei severi esami
medici e fisiologici pose ufficialmente il mio nome nella lista degli undici alpinisti
scelti per la spedizione. lo ero il più giovane.
Il corso della mia vita giunse cosÌ a una svolta importante.
Come è noto, la conquista del K2 fu ben più complessa e colma di sorprese di
quanto si prevedesse. Basti dire che dal 30 aprile, data in cui la carovana iniziò la
marcia da Skardu, sulle rive dell'Indo, si continuò a lottare in un crescendo
allucinante sino al 31 luglio, il giorno della vittoria. Con il capospedizione
professor Ardito Desio, furono diretti protagonisti dell'impresa: Erich Abram, Ugo
Angelino, Achille Compagnoni, Cirillo Floreanini, Pino Gallotti, Lino Lacedelli,
Guido Pagani (medico), Ubaldo Rey, Gino Soldà, Sergio Viotto, io, e infine ma non
ultimo Mario Puchoz, morto per edema polmonare durante la scalata il 21 giugno
al secondo campo (quota 6095). Insieme a un gruppo di studiosi italiani che
operarono a parte, e al colonnello Atallah addetto ufficiale del governo pakistano,
furono con noi tredici hunza selezionati come nostri collaboratori in zona di alta
quota. Infine il trasporto di ben sedici tonnellate di materiale vario, fino alla base
della nostra montagna e ancora oltre, fu reso possibile grazie a un battaglione di
baltì: gli umili, straordinari portatori indigeni.
Per ciò che mi riguarda, la parentesi del K2 fu soprattutto una ridda incalzante
di forti emozioni. Dal fantastico viaggio di avvicinamento tra paesaggi esotici e
immutati da sempre, sino ai due mesi di snervante assedio alla montagna.
Un viaggio vissuto per la maggior parte in un clima di tensione, che se
raggiunse il suo apice di drammaticità con la morte di uno di noi, Mario Puchoz,
non si allentò neanche dopo, quando cominciò l'implacabile maltempo
monsonico. Per me giunse poi l'amara esperienza del bivacco del 31 luglio, a oltre
8100 metri di quota. Prima di dover sopportare quell'imprevisto bivacco devo
dire, a vantaggio del mio perfetto allenamento conseguito, che passai un periodo
di ininterrotta permanenza nella zona della morte (sette giorni dei quali passati
tra i 7345 e gli 8100 metri). Furono tuttavia venti giorni vissuti nel più duro
sforzo e senza mai ricorrere all'uso dell'ossigeno.
Ma dei fatti del K2 quel che più mi segnerà nel profondo, negli anni a venire,
saranno le vicende postume dell'impresa, basate sulla calunnia ma soprattutto
sulla menzogna passata poi per verità nella storia ufficiale della conquista di
quella cima. Una menzogna, questa, che nonostante l'indignazione di tutti, anche
della stampa nazionale ed estera, rimane tutt'oggi scandalosamente irrisolta.
Comunque, sull'intera sordida vicenda, ho scritto recentemente, per la storia, il
libro Il caso K2 - 40 anni dopo in cui ogni testimonianza, non soltanto mia,
risulta chiaramente documentata e garantita da prove inconfutabili. Conto perciò
sulla spontanea e spassionata reazione di quanti, con ben radicato senso di
giustizia e di pulizia, vorranno in futuro perorare la causa, affinché si giunga a
ottenere l'ammissione ufficiale della completa verità storica dell'impresa del 1954.
È la stessa grande impresa del K2che lo esige!

K2: gli ultimi campi

28 luglio mattino, settimo campo, quota 7345. Come un estraneo assisto alla
partenza dei miei compagni che stanno per iniziare l'ultima fase d'attacco al K2.
Sono Erich Abram, Achille Compagnoni, Pino Gallotti, Lino Lacedelli, Ubaldo
Rey. Tre giorni fa, quando raggiungemmo per la prima volta questa quota e vi
fissammo il settimo campo, anch'io, come tutti del resto, ero duramente provato
ma pieno di volontà e di speranza. Poi per l'ennesima volta si guastò il tempo e
per due giorni e tre notti rimanemmo prigionieri nelle tende. La prima sera
mangiai qualcosa che non digerii, penso sia stata una scatoletta di sardine
sott'olio, e da allora non riuscii a sorseggiare che poca limonata.
Ora che è giunto il momento di veder partire i miei compagni verso l'alto, tutto
diventa negativo, mi sento svuotato e inutile. Impreco contro il destino che non
mi permette di vivere questo momento tanto atteso. Sono trascorsi ventun giorni
da quando ho lasciato per l'ultima volta il campo base, tutti passati in ottima
salute, in prima linea ad alta quota, e ritrovarmi in questo stato pare una beffa.
In verità avevo già vissuto un simile stato di inefficienza e di inutilità all'inizio
dell'impresa, poco prima di giungere alla base del K2. Ma la ragione era stata ben
diversa. Eravamo ancora sul ghiacciaio Baltoro, in quella località chiamata
Urdukas dove rimanemmo qualche giorno per completare l'acclimatazione all'alta
quota, e fu lì che restai vittima di uno stupido incidente che per poco non mi
costò la pelle.
Un mattino Lacedelli entra nella mia tenda per svegliarmi e scherzando afferra
tra le braccia me e il sacco di piumino in cui sono avvolto e addormentato.
L'imprudente Lacedelli mi trascina sulla soglia della tenda e comincia a
dondolarmi. Ma a un tratto sguscio via dalla sua presa, fuori del sacco, e finisco
giù a rotoloni per la china ghiacciata, nudo com'ero nel piumino. Fu uno «scherzo
pesante », a causa del quale riportai ferite e ammaccature che mi invalidarono per
una decina di giorni. Quando rinvenni, disteso nella grande tenda che fungeva da
dispensa, ovviamente trasportato là dentro dagli amici, Lacedelli stava in piedi
con l'aria di un cane bastonato. Tuttavia, per evitargli guai con il severo
capospedizione, fui d'accordo con i compagni lì presenti di giustificare come «mal
di pancia» la mia forzata convalescenza. Dirò per la cronaca che quel tipo di
malessere, così truccato benevolmente per proteggere il compagno, presto
divenne per me una sorta di qualifica, una nota sminuente agli occhi di chi non
conosceva la verità. Ma ancor peggio fu quando più tardi, nei resoconti, mi si
affibbiarono per quell'episodio malanni immaginari. Ancora una volta, come pare
sia la regola, al gesto altruistico era seguita l'ingratitudine di chi sapeva, e
direttamente ne aveva beneficiato.
Ma riandiamo a quel 28 luglio mattino, sul K2.
Lentamente e penosamente salgono, passo dopo passo, i cinque compagni che
da poco hanno lasc.iato il settimo campo; lo sforzo cui sono sottoposti è
estenuante. Per oggi il loro programma è di piazzare l'ottavo campo nel luogo
previsto a circa 7750 metri. Si tratta di una tenda che verrà rifornita
dell'indispensabile per le due persone che si fermeranno lassù. I due che
occuperanno tale posizione avanzata, e sempreché persista il loro buon stato
fisico, saranno quasi certa mente coloro che per sorte tenteranno l'assalto alla
vetta. lo non so ancora - lo apprenderò soltanto al mio ritorno al campo base - che
Desio, con un «ordine di servizio» indirizzato a noi uomini di punta (ma che non
ho mai ricevuto), aveva assegnato a Compagnoni il comando per l'ultimo balzo
alla vetta, ultimo balzo che lo stesso Compagnoni avrebbe compiuto insieme a
uno di noi. Tutti gli altri invece si sarebbero mossi a sostegno dei due,
discendendo perciò al settimo campo per trascorrervi la notte e tornando poi
lassù all'indomani, con altri rifornimenti.
Mentre i cinque compagni si allontanano sul pendio, che il sole ha reso
incandescente, io rimango nella tenda in preda all'avvilimento, e tanto rimugino
sulla malasorte che alla fine... ho una buona reazione.
Così̀ decido di mangiare a ogni costo, anche se al solo pensiero provo
ripugnanza; solo così, penso, potrò riacquistare un po' di quelle energie perdute e
riprendere il mio posto lassù. Per riuscire a mandar giù anche un solo boccone
devo spesso chiudere gli occhi, al limite della nausea, e impormi di pensare ad
altro. Fortunatamente ciò che riesco a ingerire viene trattenuto dallo stomaco.
È trascorsa poco più di mezz'ora, dal momento che sono rimasto solo al campo,
quando improvvisamente appare Rey davanti alla tenda: è stravolto dalla fatica e
dall'abbattimento. Mi racconta che, percorsi poco più di cinquanta metri di
dislivello, lo ha colto un tale malessere da costringerlo a lasciare il carico sulla
neve e a rientrare. Capisco il suo stato d'animo. Sono colpi duri da incassare per
chi lotta da due mesi su una simile montagna.
I quattro uomini lassù sono diventati ormai piccini e stanno per essere
inghiottiti dalle nebbie che si vanno addensando. Il destino del K2 pare ora
rimasto soltanto nelle loro mani. Un ultimo sguardo in silenzio verso i nostri
compagni poi chiudiamo la tenda dietro di noi. Per tutto il giorno al settimo
campo regna una triste atmosfera.
Oggi dal basso non è salito nessuno. Alle 17.30, nel nostro collegamento radio
con il campo base, insistiamo sulla necessità di far salire gli hunza con i carichi di
materiale, osMontagne di una vita sia viveri, carburante e bombole d'ossigeno.
Chiediamo quindi al campo base, cui è possibile fare da ponte radio, di
trasmettere il nostro messaggio al quinto campo, dal quale dovrebbero partire i
rifornimenti richiesti. Il campo base ci dà le previsioni del tempo, finalmente
favorevoli: cielo sereno e vento gelido da nord preannunciano un deciso
miglioramento. Questo sarà l'ultimo contatto che avremo con la base.
Verso sera appaiono due uomini che stanno scendendo verso di noi: Abram e
Gallotti. Sono dunque Compagnoni e Lacedelli i fortunati che attaccheranno la
vetta. Mi rallegro quando Abram e Gallotti ravvisano in me un netto
miglioramento. In realtà io stesso mi sento quasi del tutto ristabilito. È dunque
avvenuto il miracolo? I due descrivono brevemente la sistemazione del nuovo
campo lassù. Dicono che per arrivarvi si sale dapprima lungo un pendio diretto, lo
stesso che si eleva dalla nostra tenda, poi si piega in diagonale su per un'ampia
conca verso destra, e infine, ormai in pieno versante est, si risale un altro pendio
meno ripido del precedente, al cui termine e al riparo di un grande muro di
ghiaccio è stata piantata la tenda dell'ottavo campo.
Contrariamente al piano previsto sin dall'Italia, si era dunque ripiegato su una
quota inferiore, ovvero l'ottavo campo si trova a 7627 metri di quota. Per arrivarvi
affardellati occorrono circa quattro ore.
Gallotti ci racconta la sua avventura, come la riporterà più tardi nel suo diario:
«Lasciamo Achille e Lino che piantano la tenda e, con Erich, scendiamo. Come al
solito siamo slegati. La discesa riesce meno veloce del previsto, si affonda in parte
anche nelle tracce recenti, finché di colpo, in una traversata a mezza costa,
diventa troppo veloce e rischia di provocare una tragedia. A metà dell'ultimo
pendio devono essersi formati due zoccoli sotto i ramponi, così a un tratto mi
trovo a partire di fianco senza aver avuto il tempo di rendermene conto. Faccio
parecchi tentativi per piantare la piccozza, senza successo. Quando ormai ho
acquistato una velocità paurosa sul pendio, improvvisamente mi trovo voltato con
la faccia a monte, do un calcio deciso con la gamba destra, i due denti anteriori del
rampone fanno presa, e qualche metro più sotto mi trovo immobile. Riprendo
piano piano il fiato e mi guardo attorno. Ho percorso nel mio scivolone almeno
50-70 metri e ora l'immobilità mi dà un senso di benessere indescrivibile. Anche
il mio angelo custode deve essersi preso uno spavento del diavolo e deve aver
perso parecchie piume nella caduta. Riprendo di nuovo a muovermi accanto a
Erich, le ultime decine di metri che mi separano dalle tende sono percorse
prevalentemente carponi... »
29 luglio. L'alba è splendida e io, compatibilmente alla quota, mi sento molto
bene. Dal benessere fisico e morale nasce persino la voglia di fare colazione.
Anche Rey sembra ristabilito. Gallotti e Abram appaiono invece ancora provati
dalla fatica di ieri.
La situazione oggi si presenta così: Lacedelli e Compagnoni dall'ottavo campo
saliranno verso la fascia di rocce rosse che sorregge la vetta, e là, a quota 8100
circa secondo il programma iniziale, piazzeranno un nono campo, costituito da
una piccola tenda del tipo Superrifornita con l'indispensabile. In giornata faranno
poi ritorno all'ottavo campo dove nel frattempo arriveranno i nostri rinforzi. Dal
settimo campo, dove alloggiamo, stiamo per iniziare una grande operazione di
appoggio, vale a dire che in giornata trasporteremo all'ottavo sufficiente materiale
da poter fare di quel campo una buona base per l'assalto alla cima. Naturalmente i
nostri carichi comprenderanno anche le bombole d'ossigeno abbandonate ieri dai
compagni poco sopra il settimo campo. Serviranno a Lacedelli e Compagnoni per
l'ultimo balzo dal nono campo alla vetta del K2. Dal basso intanto arriveranno gli
hunza con i rifornimenti richiesti via radio.
Fatti i preparativi, con forzata lentezza, ci disponiamo a partire. Ma ben presto
succede ciò che a ogni passo avevamo temuto: Rey e Abram sono costretti a
desistere.
Nessun incitamento può più aiutarli. Essi conoscono troppo bene l'importanza
della loro missione e il prezzo della rinuncia, e se ora sono costretti a fermarsi è
perché hanno già dato più di quanto umanamente potevano. Quasi senza parola
posano il loro carico sulla neve e barcollando iniziano Montagne di una vita la
discesa. Sono momenti terribili per chi cede, ma anche per chi continua a lottare.
Abram resterà oggi al settimo campo con la speranza di riprendersi un po' e di
raggiungerci domani. Per Rey invece non c'è ad attenderlo che la via del campo
base.
Siamo rimasti solamente in due, Gallotti e io. Ma Gallotti appare talmente
provato che mi domando se potrà ancora proseguire. Non ho il coraggio di
chiedergli di sostituire il suo carico, composto da cose generiche, con il trespolo di
ossigeno che Abram aveva appena ripreso ma subito mollato nuovamente sulla
neve. Sicuramente Gallotti non ha la forza di sobbarcarselo sulle spalle altrimenti
sono certo che lo farebbe di sua iniziativa. Quelli dell'ossigeno sono i due blocchi
più pesanti di tutto il materiale trasportato a spalle, e la loro utilità è di primaria
importanza, indispensabile per l'assalto alla vetta. Mi rendo conto che far
pervenire all'ottavo campo soltanto un trespolo d'ossigeno, dei due che
occorrerebbero, non risolverebbe il problema in cui siamo ripiombati, e che
sconvolge ancora una volta i nostri piani.
Siamo dunque rimasti in due, e quattro sono i carichi da trasportare all'ottavo
campo. Ma per continuare dovremmo anche provvedere al nostro fabbisogno
portandoci appresso un minimo indispensabile di viveri e carburante, per non
pesare sulle esigue riserve di Compagnoni e Lacedelli. In più dovremmo allestire
lassù almeno un'altra tenda. Decido di mollare anch'io il trespolo di bombole
d'ossigeno che mi ero appena caricato sulle spalle, sostituendolo con quanto basta
ad allestire all'ottavo campo una seconda tenda su cui poter contare. Con
Lacedelli e Compagnoni esamineremo più tardi, e più a fondo, il nuovo problema
che si è appena creato, e faremo un nuovo piano d'azione.
Riprendere il cammino dopo una sosta prolungata è duro. Appena guadagnata
la diagonale verso destra ci avvolgono le nebbie. Le peste di ieri sulla neve alta
sono state cancellate dal vento durante la notte. Possiamo orientarci soltanto
grazie alle rare ma provvidenziali asticelle colorate piantate ieri dai compagni.
Gallotti rivela una tenacia eccezionale e sebbene prostrato continua a seguirmi.
È pomeriggio avanzato quando arriviamo in vista della tenda, la nebbia ce
l'aveva nascosta sino a poche decine di metri prima. Ai nostri richiami rispondono
le voci di Compagnoni e Lacedelli, che affacciatisi alla loro tenda ci appaiono in
uno stato di estrema stanchezza. Raccontano che sono stati impegnati ore e ore
per superare il muro di ghiaccio sovrastante la tenda, appena qui sopra. Tanto è
stato il loro sforzo, dicono, che in tutto il giorno hanno guadagnato soltanto un
centinaio di metri di dislivello. Sono poi rientrati esausti dopo aver lasciato sulla
neve i loro zaini, che riprenderanno domani. A conti fatti la situazione appare
quasi disperata. Ma rimandiamo il problema a più tardi, e prima che scenda la
notte ci affrettiamo, Gallotti e io, a scavare la piazzola sul pendio nevoso per poi
innalzarvi la tenda. Ci infiliamo subito là dentro al riparo dal gelo che si fa via via
più acuto.
Preso un po' di cibo - era dal mattino che non si mangiava - entriamo nella
tenda degli amici, raggomitolati, e insieme discutiamo il da farsi. Il cielo intanto si
è trapuntato di stelle e fa sempre più freddo.
Da un lungo scambio di idee siamo giunti a questa conclusione: si potrà ancora
sperare in un successo, sulla vetta del K2, solamente se riusciremo in qualche
modo, entro domani, a far pervenire i trespoli d'ossigeno all'inevitabile nono
campo, che ancora resta da fissare. Un campo che in un primo momento - data
l'emergenza - ci era sembrato ottimisticamente di potere evitare. Dunque il vero
problema rimane quello di recuperare, e far pervenire all'estremo campo, le
bombole d'ossigeno. Tentare l'ultimo balzo senza il beneficio del prezioso gas è
assolutamente azzardato, sia per la riuscita dell'impresa sia per la sicurezza di chi
la compirà. Gli apparecchi respiratori a circuito aperto assicurano l'erogazione
media di diecidodici ore con il beneficio di poter agire a ottomila metri nelle
condizioni dei seimila. Farne uso è la sola strategia affidabile per la riuscita
dell'impresa. Conveniamo tuttavia che non si possono sprecare due giorni per
l'operazione di trasporto in quota delle bombole, rimaste appena sopra il settimo
campo: si esaurirebbero il carburante e gli scarsi viveri, compresi quelli in viaggio
verso di Montagne di una vita noi tramite gli hunza. Significherebbe inoltre
debilitare il nostro fisico, dato che rimanere troppo a lungo a queste quote fa
deperire anche in stato di riposo. Infine un tale ritardo aumenterebbe le
probabilità di un cambiamento di tempo, già tanto incerto, e ciò moltiplicherebbe
i previsti pericoli.
Alla fine stabiliamo che domattina io e Gallotti discenderemo nei pressi del
settimo campo per prelevare i due trespoli dell'ossigeno e trasportarli all'ottavo e
poi al nono campo entro sera. Lacedelli e Compagnoni intanto saliranno a
piazzare quel benedetto nono campo. Ci accordiamo però che tale ricovero non
verrà più fissato là dove era teoricamente previsto in un primo tempo, ossia sotto
la grande fascia di rocce, ma almeno a un centinaio di metri di dislivello più giù
per consentirci appunto di portare a termine entro sera la massacrante missione.
Si tratta per noi di scendere oltre 200 metri di quota verso il settimo campo,
quindi di superare un dislivello di almeno 500 metri di salita (tali erano nelle
previsioni ma in realtà diventeranno oltre 700) con un peso sulle spalle di circa
venti chili, ormai sugli ottomila metri. Una prova severa, direi una follia, ma data
la situazione sarà proprio da questa follia che dipenderà la riuscita del K2.
Se il nostro piano riuscirà, domani notte saremo lassù nella tendina del nono
campo tutti e quattro insieme, così come siamo ora, e insieme attenderemo l'alba
dell'assalto finale alla vetta.
In quella sera di vigilia, pur nella stanchezza, Lacedelli mostrava una buona
forma fisica. Emergevano invece in Compagnoni, inconfessati ma evidenti
sintomi di sfinimento. Dubitando che quest'ultimo fosse ancora in grado di
sostenere uno sforzo estremo, più di una volta fui sul punto di invitarlo a cedermi
il suo posto. Ma alla fine non lo feci. Una simile decisione era più giusto che
partisse da lui, il quale eludeva invece il suo stato fisico. Ma forse fu meglio così.
Dato che alla cordata d'appoggio spettava ancora un compito duro e pieno di
incognite, sarebbe stato preoccupante che toccasse a Compagnoni. Ero dunque
combattuto tra l'evidenza di dover rimpiazzare il compagno, gli scrupoli che ciò
comportava e, senza presunzione, il timore che Com pagnoni al posto mio non
riuscisse a trasportare il carico d'ossigeno al nono campo. Fu quasi una
liberazione quando costui, forse intuendo il mio pensiero e messo alle strette da
un'evidenza tanto chiara, disse testualmente: «Se domani anche lassù al nono
campo sarai in forma, può darsi che tu prenda il posto di uno di noi due ». Data la
massacrante giornata che mi attendeva, la sua frase non poteva essere realistica
ma suonava soltanto come un astuto escamotage per sottrarsi quella sera al fin
troppo evidente problema. Le sue parole servirono comunque a farmi concludere
che per quel giorno non sarebbe stato proprio il caso di mutare le cose. Se domani
sera si ritornerà sulla frase di Compagnoni, commentavamo Gallotti e io rientrati
nella nostra tenda, vorrà dire che saremo arrivati tutti e quattro al nono campo,
con l'ossigeno. Per ora è questo che più conta.
Mentre ci sistemiamo per passare la notte, Gallotti lamenta per il freddo un
forte dolore al piede sinistro. Ci alterniamo al massaggio finché l'arto riprende
sensibilità.
Alle 8 dell'indomani mattina, 30 luglio, dopo due ore di preparativi, siamo
pronti. A queste quote rarefatte, solo infilarsi gli stivali richiede mezz'ora.
L'ambiente che ci circonda è veramente suggestivo, anche perché finalmente
riusciamo a vedere da vicino la nostra vetta. Il ciglione che si erge appena sopra il
campo nasconde la zona mediana che precede l'ultima impennata, sicché la cima
del K2 appare tanto vicina che si direbbe di potervi giungere in breve. Qui a
fianco, ormai più basso, troneggia lo Skyangangri, o Staircase, la cui superba vetta
di 7544 metri fu mancata per pura sfortuna dalla spedizione del Duca degli
Abruzzi nel 1909. Visto da quassù, con quei tre enormi gradoni che ne delineano
la mole, fa pensare a una maestosa scala protesa al cielo. L'orizzonte sembra
infinito, fatto soltanto di picchi e di ghiacciai, ma verso il Kuenun, in particolare,
diventa di un unico colore azzurro pallido in cui cielo e montagne si confondono.
Con un reciproco augurio ci separiamo dai compagni. Sebbene leggeri,
procediamo lentamente. La neve sospinta dalla brezza ha nuovamente colmato le
impronte di ieri. Scendiamo a passi cortissimi per ricreare quelle orme ben
miMontagne di una vita surate che più tardi ci faciliteranno la risalita. Gallotti
non ha dimenticato lo scivolone dell'altro ieri e quando arriva sul punto
dell'incidente tiene gli occhi ben aperti. Intanto, guardando laggiù al settimo
campo, vediamo incamminarsi verso di noi Abram e i due hunza Mahdi e
Isakhan.
Provo ammirazione per l'amico Abram che è riuscito a superare la crisi del
giorno prima. Arriviamo quasi contem- poraneamente tutti e cinque sul luogo
dove ieri erano stati abbandonati i due trespoli di bombole, appena sopra il
settimo campo. Fra le altre cose, negli zaini dei compagni ci sono materassini e
sacchi di piumino di riserva: un lusso, soprattutto per me e Gallotti che abbiamo
dovuto passare la scorsa notte con scarse protezioni.
Con un carico di bombole sulle spalle, ma forse meno provato degli altri,
avanzo in testa alla fila di uomini sul pen- dio nevoso. Subito dopo viene Gallotti,
con un'andatura penosa. Le sue soste durano più del tempo di marcia.
Rimane fermo con la faccia immersa nella neve, come incapace di reagire, ma
poi trova ancora la volontà e l'energia per avanzare, di un solo metro magari, per
tornare a inginocchiarsi nella neve alta. Il suo volto fa impressione tanto è gonfio
e sfigurato dallo sforzo. Quando raggiunge l'ottavo campo, penso che non avrebbe
potuto fare un solo altro passo. Credo di aver assistito a una delle più
commoventi dimostrazioni di tenacia che un uomo possa sostenere per la
conquista di una montagna. Ciò che ha saputo fare Gallotti quel 30 luglio 1954 è
davvero straordinario, ritengo che sarebbe bastato a farci meritare la vetta del K2.
Se un buon balzo in avanti è stato compiuto, siamo ancora molto lontani dal
nono campo, e la situazione sembra precipitare nuovamente. Su Gallotti non si
può più contare. Abram non si pronuncia, ma dall'espressione del suo volto c'è
poco da sperare.
Isakhan, febbricitante, geme come un bambino. Mahdi invece è ancora in
ottime condizioni.
Quest'uomo formidabile è sempre stato fra gli hunza il migliore in tutto. A mio
avviso è l'unico della sua gente a poter stare alla pari con i migliori sherpa
nepalesi. Potrebbe essere proprio lui, Mahdi, a partire con me verso il nono
campo, con il carico di ossigeno che ha portato fin qui. Ma come indurlo a
sostenere una simile fatica senza lasciarlo almeno sperare in una probabilità di
toccare anch'egli la cima? Ecco l'asso nella manica da giocare con l'ottimo e
orgoglioso Mahdi.
Prima di affrontare il delicato argomento prepariamo una zuppa con i dadi e le
gallette disponibili: ragionare con qualcosa nello stomaco rende senz'altro più
ottimisti. Quindi, iniziando con la promessa di un premio in rupie a vittoria
conseguita, esponiamo a Mahdi il progetto, dandogli pur vagamente l'illusione
che forse potrà salire fino alla vetta insieme a me, Lacedelli e Compagnoni. È
questo un sottile indispensabile inganno, che tuttavia ha un reale fondamento di
probabilità. Mahdi accetta la proposta e si appresta a riprendere con me il
cammino, dopo che lo abbiamo adeguatamente equipaggiato con i nostri
indumenti. Scarpe escluse: non ne abbiamo di riserva.
Abram, che nel frattempo si è un po' ripreso, si dichiara disposto ad
accompagnarci quanto più in alto possibile alternandosi a noi nel trasporto dei
carichi di ossigeno. Calziamo dunque i ramponi e facciamo un ultimo controllo
dell'equipaggiamento. La corda non manca, ci sono i moschettoni e le piccozze.
Portiamo anche un sacchetto di ferri complementari, vale a dire un paio di chiavi
inglesi, alcune valvole di scorta e altri piccoli ricambi per gli apparecchi
respiratori, i quali si trovano già negli zaini di Compagnoni e Lacedelli. C'è infine
una torcia elettrica. È tutto. Possiamo partire.
Il tempo è volato, sono le 15.30 e restano ancora poco più di quattro ore di luce.
I nostri compagni lassù cominceranno a impensierirsi.
Un profondo solco verso destra indica la via seguita da Lacedelli e Compagnoni
per abbordare il muro che sorregge il ciglione poco più sopra. Lo seguiamo. Siamo
in una zona d'ombra e la temperatura si è notevolmente irrigidita. I nostri
muscoli sono intorpiditi. È l'effetto della lunga sosta, ma anche del peso dei
respiratori, maggiorato dai vari accessori, che portiamo sulle spalle. Uno sforzo
aggravato dall'inesorabile rarefazione dell'aria. Ne consegue che siamo costretti a
Montagne di una vita fermarci ogni tre o quattro passi. Ogni ventitrenta metri
scambiamo i carichi, a rotazione.
Ai piedi del muro, alto circa trenta metri, si apre una lunga e larga crepaccia. Il
cammino passa attraverso questa crepaccia, nell'unico punto dove i due labbri si
avvicinano fra loro. Il labbro superiore presenta una gronda di neve inconsistente
e dai bordi talmente rovinati, per il passaggio dei compagni in questi due giorni,
da renderne problematico il superamento con un simile peso sulle spalle.
Verso le 16.30 sbuchiamo dal ciglione, sul pendio soprastante. Ma tanta è
l'ansia di conoscere ciò che ancora ci attende che, prima ancora di considerare lo
spettacolo della vetta ormai vicina e visibilmente priva di sorprese, chiamiamo a
gran voce i nostri compagni. Ci hanno sentiti e rispondono. Ma dov'è la loro
tenda? Una lunga fila di orme interrotte qua e là sale dinnanzi a noi sul lungo
pendio, sempre più ritto fin contro i seracchi che sostengono la vetta. Però, questo
lo vediamo bene, ancora prima dell'ultima impennata le già tenui tracce dei
compagni piegano leggermente verso sinistra. Poi scompaiono. Ora sembra che
riprendano, molto più su, dirette verso una ripida zona di rocce affioranti.
Riusciamo a seguirle ancora per un po', sino ai piedi di un grande masso, poi... più
nulla. Lacedelli e Compagnoni saranno certamente là, nella tenda nascosta al
nostro sguardo dal grande roccione. Ma perché sarebbero andati fin lassù? «Lino!
Achille! Dove siete? Dove avete piantato la tenda?» «Seguite le piste! » risponde
una voce là in alto. Il timbro basso e tranquillo della loro risposta ci rassicura e ci
fa capire che siamo ormai a portata di voce: ci sentono benissimo, quindi ci
rispondono con tono normale, senza urlare. È un contatto tranquillizzante, ma ci
lascia anche un po' risentiti per il fatto che il campo sia stato allestito tanto in
quota. Riprendiamo a salire sulle tracce dei compagni.
Con la fantasia sono là in alto dove muoiono le tracce, e già mi vedo nella tenda
degli amici. Visto da qui, nessuna difficoltà sembra più opporsi al nostro
cammino, ma difficilmente riusciremo ad arrivare lassù prima del buio. Stimiamo
inoltre che la salita preventivata per la giornata di oggi sarà, alla fine, aumentata
considerevolmente fino a raggiungere i 700 metri di dislivello.
Passo su passo, sosta dopo sosta il cammino procede. Ora attraversiamo una
zona di grandi crepacci mascherati infidamente da fragili ponti di neve, e qui mi
piace pensare che al ritorno, quando ricalcheremo queste nostre impronte, il K2
sarà vinto.
Ma l'euforia svanisce presto e cede il posto al freddo ragionamento. Infatti più
si sale e più cresce in noi il sospetto che la tenda con i compagni non sia dietro il
roccione. Questo roccione, infatti, a mano a mano che ci si avvicina, non sembra
di tali proporzioni da nascondere una tenda; d'altro canto in zona non si vedono
luoghi più adatti ad accogliere un campo. Il pendio è tutto un susseguirsi di
placche assai ripide di roccia ghiacciata, e così fin sotto la grande fascia di rupi
rosse. Ottimo e sicuro luogo per porvi una tenda sarebbe stato, invece, il culmine
della dorsale nevosa che separa i due versanti del K2, intorno a 7900-7950 metri.
Un posto, del resto, già da noi considerato ieri sera.
Siamo nuovamente preoccupati e formuliamo le ipotesi più disparate. Non sarà
che le impronte dirette al masso fossero invece una semplice scia prodotta da una
pietra o da un blocco di ghiaccio rotolati dalla montagna? Ma in questo caso dove
si troverebbero allora Lacedelli e Compagnoni? In tutt'altro luogo sul pendio di
destra? No, è illogico, è troppo il pericolo di una frana di ghiaccio! Però i due
potrebbero essersi riparati magari all'interno di una cavità, dentro un crepaccio
per esempio, che da qui non si vede. E se invece avessero deciso per il luogo già
contemplato nel vecchio piano previsto fin dall'Italia? Se così fosse, in cima al
costone nevoso di sinistra apparirebbe la tenda color arancione ben stagliata
contro la soprastante barriera di rocce. Ma una simile soluzione non rientra nel
programma stabilito proprio ieri sera. Quindi non può essere neppure sulla
sinistra! Inoltre, a partire dal masso, si vedrebbero le tracce dei compagni
proseguire verso sinistra. Già, ma il vento potrebbe averle cancellate. Non ultimo,
la tenda messa là si troverebbe troppo fuori via... Questi sono i dubbi e le
congetture che ocMontagne di una vita cupano la mia mente. Ma anche quella di
Abram, ne sono certo, poiché a un tratto, e con uguale ansia chiamiamo a gran
voce i nostri compagni. Ecco, la loro breve risposta ci viene dal masso, o almeno
da quella parte. Sono dunque là, senza alcun dubbio, o cosÌ vogliamo credere che
sia non potendo fare a meno di illuderci.
Il sole intanto è scomparso dietro la cresta del K2 e l'aria si è fatta pungente.
Ogni cosa è rapidamente cambiata intorno a noi, come se per incanto ci
trovassimo in altro luogo. Ogni piega della montagna, che sino a poco fa aveva
rilievo e risplendeva, ora s'è fatta opaca, fredda e severa. Tutto è diventato
estraneo e nemico, e fa sentire immensamente fragili. Mai come in questo
momento avverto la forza del K2 e di tutta l'Himalaya che mi circonda. Da una
ventina di giorni vivo nella zona della morte, ma soltanto adesso sento che
l'incantesimo degli ottomila metri sta impadronendosi di me. Credo di aver paura.
Di sensazione in sensazione arrivo a una specie di estasi, di rapimento che mi
porta lontano dal reale e da tutto ciò che è puramente fisico. Uno stato di
coscienza mai provato prima d'ora.
Ma a scuotermi è ancora una volta il raziocinio. Abram lamenta un piede
completamente insensibile. Caro e buon Erich, avevi deciso di tornare indietro già
alla sommità del ciglione, ma da quel momento un paio d'ore sono passate e
ancora sei qui a dividere con noi il duro peso delle bombole, per la riuscita della
nostra folle missione.
Lo aiuto a togliersi lo scarpone e a turno, senza perdere un attimo, strofiniamo
violentemente il suo piede finché incomincia a dolere. Il pericolo è passato. Ci
congediamo. Ancora per qualche istante seguo la sua lenta discesa verso l'ottavo
campo.
Siamo rimasti soli, Mahdi e io. Sono le 18.30 e stiamo procedendo in silenzio
verso la grande dorsale che separa il versante est da quello sud. Raggiungiamo
questa dorsale, e dopo un po' si apre sotto di noi, a sinistra, un enorme imbuto
ghiacciato che in un sol balzo arriva fin sul ghiacciaio Godwin Austin. Era questo
spartiacque l'ostacolo che, visto dal basso, interrompeva il sottile filo di tracce qua
e là cancellate dal vento. Le impronte, adesso ben chiare, rimontano la lunga
dorsale per intero. Poi continuano sull'erto canale nevoso che segue e che a sua
volta, allargandosi più in basso, si fonde con la parete che già sfugge sotto i nostri
piedi. Insistendo a seguire con lo sguardo le vaghe tracce dei compagni, queste si
vedono a un certo punto piegare a sinistra, verso il centro dell'erto canale. Da lì
puntano infine in direzione del grande masso. Più sopra, null'altro è visibile.
Giunti al termine della dorsale nevosa, Mahdi comincia a gemere dal freddo e a
dare segni di nervosismo. lo vorrei riuscire a capire dove si sono cacciati quei due
lassù. Fra circa mezz'ora sarà buio e ancora non mi è chiara la situazione. Rompo
il silenzio: «Lino! Achille! Dove siete? Rispondete! » Tutto tace. Forse, penso,
dall'interno della loro tenda non mi sentono. Ma perché non si fanno vedere, o
almeno sentire ogni tanto? Non saremmo tutti più tranquilli?
Intanto abbiamo raggiunto il punto dove si comincia a traversare a sinistra
verso il centro del ripido canale, e ora anziché seguire le tracce dei compagni
puntiamo direttamente al grande masso.
Il pendio diventa sempre più scosceso, infido, e in certi momenti sembra che il
cuore debba scoppiare in petto dallo sforzo. Non possiamo più abbandonarci sulla
neve per riposare, è troppa la pendenza e si finirebbe tremila metri più in basso.
Ah, queste bombole! Queste maledette bombole di ossigeno! Ci si sente
schiacciati sotto il loro peso, le reni sono come atrofizzate e le spalle in certi
momenti rifiutano lo sforzo.
Fino a poco prima potevo alleviare il peso del fardello stando tutto piegato in
avanti, ma ora che il pendio s'è raddrizzato sono costretto a procedere messo di
traverso, in modo del tutto sbilanciato. Il dolore fisico in certi momenti è
disperante, allora ci aggrappiamo alla piccozza piantata nella neve e diamo sfogo
al nostro ansimare cercandovi sollievo.
Paradossalmente ciò che ci opprime potrebbe essere al tempo stesso il miglior
conforto! È ossigeno puro quello Montagne di una vita che portiamo, diciannove
chili di prezioso carico che, mediante 1'apposita maschera, potrebbe in un attimo
restituirci l'atmosfera di duemila metri più in basso, nelle condizioni d'aria dei
seimila metri d'altezza. Basterebbe girare un rubinetto, e al diavolo le maschere e
i miscelatori che del resto non abbiamo, perché stanno negli zaini di Lacedelli e
Compagnoni. Girata quella manopola, la povera aria che ci avvolge si
arricchirebbe subito del prezioso gas, e per qualche minuto, il tempo che
impiegherebbero a svuotarsi le bombole, sarebbe come trovarsi a casa nostra.
Ironizzo, naturalmente. Però non posso fare a meno di notare a quale sottile filo
stia sospesa la riuscita della spedizione.
L'aria comincia a offuscarsi mentre i nostri richiami si ripetono sempre più
angosciati. Ma rimangono senza risposta. Anche se lo temiamo sempre di più,
non possiamo credere che sopra il masso non vi sia la tenda. Perché Lacedelli e
Compagnoni non rispondono? Siamo ormai vicini, mancheranno sì e no
cinquanta metri. «Achille! Lino! Perché non rispondete?» Ora siamo tutti e due
fermi senza più fiato e con la neve fino a metà gamba. Tra pochi minuti il
crepuscolo cederà alla notte. Mahdi comincia a gridare come un ossesso parole
convulse, che io naturalmente non comprendo. Chiaramente però è molto irato.
È una pena che non può durare oltre. Con uno scatto mi libero del carico, e
facendo appello alle rimanenti energie arranco carponi su dritto per il canale, fino
a oltrepassare di poco il grande masso. Prostrato sulla neve, con la vista
annebbiata dallo sforzo, realizzo: non c'è nessuna tenda dietro la grande roccia.
Alcune orme semicancellate dal vento si disegnano obliquamente a sinistra e
attraversano la ripida parete di roccia e di ghiaccio. È un trauma, come se tutto
crollasse dentro di me. Il pensiero sfugge al mio controllo. Quando mi rialzo è
passato molto tempo dallo choc. Il buio è profondo, Mahdi è accanto a me e al
tenue albore delle stelle vedo i suoi occhi luccicare.
Mi accorgo di avere la gola tremendamente arsa. Istintivamente porto una
manciata di neve alla bocca, indifferente al freddo.
Mi sono un po' riavuto e ora, tolti i guanti, frugo nelle tasche finché trovo la
pila. Invano cerco di accenderla. Forse l'ha scaricata il grande freddo. Per averla
sempre a portata di mano l'ho tenuta in una delle tasche esterne. Non funziona.
Ormai non c'è più dubbio, i nostri compagni sono altrove, molto probabilmente
sotto la grande fascia rossa. Ma chissà in quale angolo si saranno cacciati. Perché
mai questo cambiamento di programma? Come faremo adesso, al buio, ad
affrontare la ripida e malfida parete ghiacciata alla ricerca della loro tenda?
Stando così le cose, per me e Mahdi non vi sarebbe soluzione più logica che quella
di rientrare immediatamente all'ottavo campo. Ma domattina, quei due, che
farebbero senza ossigeno? Certamente potremmo scavare un piccolo ripiano sul
pendio e abbandonarvi i trespoli. Ma chi potrebbe garantire che nella notte non
andrebbero perduti, magari coperti dalla bufera, o sepolti da una slavina, o
trascinati nel precipizio da una frana, dato che ci troviamo sulla traiettoria del
grande salto di ghiaccio? Ma ancor prima di questi scrupoli v'è il fatto che sarebbe
ormai troppo rischioso rientrare da quassù, al buio e nelle nostre condizioni.
«Lino! Achille! Rispondete, dite se ci sentite! » Ancora silenzio, interrotto
soltanto dalle impressionanti urla di Mahdi, sempre più incollerito. Ho un'idea e
con grande fatica riesco a trasmetterla al compagno. Si tratta di compiere un
ultimo tentativo per arrivare al presunto luogo della tenda. Penso di risalire il
canalone di neve in cui ci troviamo e di arrivare fino ai piedi della fascia di rocce
rosse. Da lì, verso sinistra, si sviluppa una specie di cengia nevosa che, per averla
osservata prima che annottasse, credo non debba essere eccessivamente ripida. In
tal modo, evitando inoltre l'infida parete del costone nevoso, potremmo meglio
individuare e raggiungere la tenda. Mahdi accoglie la mia proposta quasi con
indifferenza, e riprende a urlare.
A carponi discendo per recuperare il carico di bombole che prima avevo tolto
dalle spalle, quindi risalgo fin oltre il masso dove già ero arrivato. Ritrovo Mahdi,
furioso, che agita la piccozza verso l'alto, imprecando contro tutti. Data l'oscurità
non vedo l'espressione del suo volto, ma deve far paura. RenMontagne di una
vita dendomi conto che la sua disperazione sta passando i limiti provo sgomento,
e prevedo assai brutte conseguenze. Mi levo ancora una volta il fardello dalle
spalle e riprendo a gridare il nome dei compagni. Ancora silenzio. Mahdi è più che
mai fuori di sé. Ora scende, ora sale, ora traversa; l'eccitazione lo porta a fare le
cose più assurde. Non si accorge neppure del carico che ancora porta sulle spalle.
Barcolla paurosamente e ogni volta è lì lì per rotolare giù. Solo con la forza potrei
fermarlo, ma in questo folle momento lui è immensamente più forte di me. Poi
finalmente pare calmarsi un po', e io mascherando un certo timore riesco a
convincerlo a sedersi accanto a me. Se in questo punto non si affondasse tanto
nella neve, chissà quante volte saremmo già finiti nel precipizio.
La situazione è ormai precipitata a tal punto che, già l'ho detto, non stimo più
possibile alcun tentativo di ritirata all'ottavo campo. La probabilità che domattina
Compagnoni e Lacedelli possano ritrovarsi senza respiratori è diventata un fatto
secondario rispetto a qualcosa di ben più grave che accadrebbe se ci muovessimo
in queste condizioni e al buio. Il mio compagno, fuori di sé, non tarderebbe a
mettere un piede in fallo e a precipitare, e io pure dietro di lui non potendo
vedere, né quindi bloccare all'istante, lo strappo della corda conseguente alla sua
caduta.
Penso allora all'estrema opportunità di attendere l'alba qui in bivacco: disperata
decisione imposta da una contingenza estrema.
Istintivamente comincio ad annaspare alla cieca con la piccozza, nell'intento di
tagliare sul pendio un gradino largo abbastanza da potervi stare tutti e due seduti,
uno di fianco all'altro. Mentre lavoro, penso e mi arrovello in visioni angosciose.
E a un tratto mi sorprendo a gridare: «No, non voglio morire! Non devo morire!
Lino! Achille! Non potete non sentirci! Aiutateci! Maledetti! » Quindi prendo a
minacciarli, pesantemente: «Vi denuncerò al mio rientro! » Vivo una crisi di
ribellione e di rabbia insieme, che mi è difficile placare. Oltre che ignobilmente
abbandonato mi sento profondamente tradito. Infine, come se mi svegliassi da un
brutto sogno, mi rendo conto di aver scavato un discreto ri piano. Anche Mahdi
ora sembra più calmo e rassegnato, benché risponda a ogni mia proposta con un
lamentoso: «No Sab! »1 E riprende a tremare e gemere dal freddo.
Insisto a scavare finché il becco della piccozza comincia a rimbalzare sul
ghiaccio vivo, e ciò mi costringe a desistere.
Il ripiano sembra ormai largo abbastanza da ospitarci entrambi. Quando mi ci
siedo per provarne la capienza, vedo che il suo bordo inferiore mi arriva alla
giuntura del ginocchio e quello superiore all'altezza esatta della testa. Sarà
all'incirca un metro di lunghezza per sessanta centimetri di profondità. Mahdi,
che finora ha assistito al mio lavoro accucciato immobile e poco discosto, sembra
anche lui rallegrarsi con un inaspettato «Yes Sab! »
Benché ormai rassegnati, prima di sistemarci per il bivacco chiamiamo
un'ultima volta i compagni a perdifiato. Abbiamo le gole così arse, cosÌ afone che
stentiamo persino a pronunciare i loro nomi.
Ed ecco, incredibile, nel profondo silenzio, sulla dorsale che finisce sotto la
fascia rocciosa e poco più in quota rispetto a noi, si accende una luce. «Lino!
Achille! Siamo qui! Perché soltanto ora vi fate vivi? » Con voce ben distinta e
cruda Lacedelli si giustifica, con queste precise parole: «Non vorrai che stiamo
fuori tutta la notte a gelare per te! » Non voglio prendere sul serio questa sua
grezza uscita, uno dei primi effetti che produce la rarefazione dell'aria è lo
stordimento e l'irascibilità.
In fondo, penso, anch'io poco fa mi sono scagliato contro di loro insultandoli,
maledicendoli e anche minacciandoli. «Avete l'ossigeno?» riprende la voce. «Sì!»
rispondo. «Bene, lasciatelo lì e scendete subito!» «Non posso!» obietto, «Mahdi
non ce la fa! » «Come?» «Ho detto che Mahdi non ce la fa, io posso arrangiarmi
da solo ma lui è fuori di sé. In questo momento sta attraversando la parete! »
Infatti mentre avveniva tra noi questo dialogo, Mahdi si era alzato fulmineo, e
avanzando di traverso nel buio, a tentoni, farneticando, si era diretto sul ripido
pendio ghiacciato verso 1. Sah è una contrazione di Sahib, termine hindu
che significa « Signore ».
la lampada, incosciente dell'estremo pericolo cui andava incontro. Non soltanto
non può beneficiare di quella luce, ma ne è abbagliato. «Mahdi! Torna indietro!
No good!» continuo a gridare. Ma questi, spinto dall'istinto di sopravvivenza,
dalla speranza di vita che gli si presenta sotto forma di raggio luminoso, continua
il suo funambolico cammino. A un tratto la luce scompare. Penso che i due si
stiano preparando per venirci in aiuto. Mahdi sul pendio nero riprende a gridare
come un ossesso: «No good Compagnoni Sab! No good Lacedelli Sab! » E in breve
lo coglie una seconda crisi.
Prodigiosamente riesce infine a darsi ragione e a tornare indietro. Invano
attendiamo che Lacedelli e Compagnoni ricompaiano. Riprendiamo a chiamare, a
chiedere aiuto, ma nessuno più si farà vivo per tutta la notte.
Come un marchio di fuoco sento che qualcosa di grave si sta imprimendo nel
mio animo.
Alternando una promessa a una preghiera, convinco Mahdi a sedere accanto a
me. Resosi conto che i due lassù ci avevano abbandonati, adesso il compagno
voleva a ogni costo ritornare all'ottavo campo e lo manifestava con gesti
dissennati. Per due volte ero riuscito a trattenerlo quando gli capitò di trovarsi sul
punto di cadere a capofitto.
Mi tolgo i ramponi dai piedi per favorire la circolazione del sangue.
Stessa operazione faccio a Mahdi, che intorpidito dal freddo avrebbe preferito
farne a meno. La gola e le labbra sembrano in fiamme dalI'arsura.
Frugando nelle varie tasche trovo tre caramelle, ma tre di numero: è tutto il
nostro conforto e nutrimento insieme. Ne mettiamo in bocca una ciascuno, ma
subito siamo costretti a sputarle, perché non produciamo più saliva. La notte
sembra calma, solo ogni tanto giunge il sibilo del vento. Il grande gelo però
comincia ad avanzare. Vorrei conoscere l'ora, ma con disagio dovrei frugare tra
polsini chiusi da bottoni; cosÌ preferisco non guardare l'orologio. Mi dà sollievo
poter stare finalmente seduto . Dalle otto di stamane non ci siamo fermati che un
paio d'ore o poco più all'ottavo campo, ma più che altro per riorganizzarci.
In verità, il bivacco per il momento sembra ancora sopportabile, anche perché i
muscoli hanno appena smesso di lavorare e sono ancora caldi. Ma che sarà più
tardi? Vorrei riuscire a non pensare, ma è illusione.
Il cielo è cosparso di una miriade di stelle, tanto luminose da creare veri riflessi
sulla neve. Mi pareva infatti che fosse molto più buio qualche ora fa. Non c'è luna,
ma appaiono ugualmente le cime tutt'intorno. Nelle valli invece si addensano
sempre più compatte le nebbie, che inghiottono la montagna sino a un'altezza di
oltre 7500 metri. È uno spettacolo grandioso. Tutte le cime più alte del
Karakorum, che l'occhio riesce ad abbracciare, sembrano uscire d'incanto da un
mare di latte. Proprio qui di fronte c'è la vetta dello Skyangangri, a destra la mole
de1Broad Peak, e più lontano le cime dei Gasherbrum. Il K2 domina questi
colossi, e io... sono proprio quassù. Alzo istintivamente lo sguardo alla mia
montagna, e questa sembra sfidarmi mostrandomi l'ombra della sua tremenda
cascata di ghiaccio, ben stagliata contro il cielo. Sembra evocare la mitica spada di
Damocle. È una vera minaccia sospesa. Se si staccasse anche un minimo
frammento di quella micidiale struttura strapiombante saremmo spazzati via in
un soffio.
Il gelo atroce ci sta paralizzando. Siamo scossi a intervalli da lunghi fremiti. Ci
stringiamo l'un l'altro, riducendo il più possibile il contatto con il ghiaccio su cui
stiamo accovacciati. Più volte avverto che sono sul punto di perdere la sensibilità
a un arto, allora lotto con ogni mezzo per vincere il pericoloso torpore. Spesso non
bastano più i movimenti delle gambe o delle braccia, né i massaggi dove il gelo
attacca. Allora impugno la piccozza e batto ripetutamente là dove perdo
sensibilità. Oltre a essere efficace per riattivare la circolazione del sangue,
secondo una dubbia teoria, tale operazione serve anche a prevenire possibili
vaneggiamenti da carenza di ossigeno.
Improvvisa e cruda ci colpisce in viso, come uno schiaffo, la prima folata di
nevischio. Poi un'altra, e un'altra ancora. In breve ci avvolge una vera bufera, con
turbini tanto violenti da colmarci di polvere gelata ovunque, sopra e sotto gli
induMontagne di una vita menti. A stento riusciamo, con le mani, a proteggerci il
naso e la bocca per non soffocare; gli occhi sono quasi accecati. È una tortura, e la
lotta si fa via via più disperata. Presto non ci rendiamo conto se lottiamo per
vivere o soltanto perché continuiamo a vivere.
Per tre volte la neve turbinante ci ha sepolti dopo aver colmato la piazzola su
cui stiamo, e per tre volte l'abbiamo di nuovo scavata raspando alla rinfusa con
mani e piedi. Per colmo ci troviamo a bivaccare proprio nel mezzo dell'ampio
canalone, dove con la bufera si ammucchia una quantità di neve sospinta dal
vento. Stiamo sempre addossati e protetti l'uno dal corpo dell'altro contro la furia
degli elementi, consci ormai che ognuno deve lottare da solo per la propria
sopravvivenza, senza poter più sperare in nessun altro aiuto.
A un tratto sento un urlo al mio fianco, un urlo umano e non prodotto dal
vento, e istintivamente allungo le braccia verso ùn'ombra sfuggente. Arrivo
appena in tempo a strappare Mahdi dal precipizio. Non saprò mai se quel gesto fu
un nuovo e disperato impulso di fuga verso l'ottavo campo.
Sempre raspando con le mani, ora scavo un buco orizzontale nella neve e senza
indugio vi infilo la testa cercando riparo anche con questo mezzo. La tormenta
continua.
Albeggia. Cala il vento. Un mare di nebbie inghiotte ancora tutta la montagna
fino a poche centinaia di metri da noi. Poi via via l'aria ridiventa limpida. Qualche
stella torna a brillare nel cielo ormai quasi chiaro. Cessa il vento, l'atmosfera
ritorna immobile nel cielo ormai quasi chiaro. Cessa il vento, l'atmosfera ritorna
immobile ma di un gelo astrale. Non ho idea di quante ore sia durato l'inferno,
invece mi rendo conto che il mio corpo è come se non mi appartenesse più. Non
sento i piedi né le mani, le gambe sono intirizzite e non mi reggono. Alle braccia
in particolare sono scosso da un tremore inarrestabile. Ma la mente è ancora
lucida, per fortuna.
Impotente assisto al distacco di Mahdi, che senza attendere gli ormai prossimi
raggi del sole, comincia a scendere verso l'ottavo campo. Non so fare niente per
dissuaderlo da questa sua avventata decisione. La sola cosa che mi riesce è di
aiutarlo ad agganciarsi i ramponi ai piedi. Null'altro. Povero amico mio, il gran
gelo della notte, unitamente alle angosce sofferte, lo ha sfigurato in volto. Ha
1'aria allucinata, e mentre si avvia brancolando verso il basso i suoi movimenti
appaiono incerti e rigidi fino alla goffaggine. Mi chiedo con pena se ce la farà. Non
so che dire. Mi limito a guardarlo e penso con amara ironia che ora sono qui
inerte a vederlo discendere da solo quando ieri sera ho temuto tanto per la sua
vita. Per fortuna i suoi piedi affondano bene nella neve alta che si è accumulata
nella notte. Ma questa novità raddoppia anche il pericolo di slavinamento. A un
tratto, una quarantina di metri qui sotto, si blocca sul ripido pendio stando
pericolosamente riverso sulla neve e rimanendovi a lungo immobile. Poi riparte e
io, col cuore in gola, seguo ancora la sua incerta discesa interrotta ogni pochi
passi da una sosta penosa. È un gran sollievo quando lo vedo uscire da quegli
ertissimi tremendi duecento metri di canalone. Ora inciampi pure e ruzzoli
quanto vuole, il rischio di precipitare in fondo alla montagna è finito.
Mi chiedo fino a che punto Mahdi avrà valutata e compresa la situazione che
stiamo vivendo. Questa notte, prima che cominciasse la bufera, per calmare la sua
smania di fuggire, e quindi per convincerlo a restare, ero giunto persino a
promettergli, ammesso che mi abbia capito, una buona somma di rupie, che lui
parve accettare di buon grado. Maledirà ora di averlo fatto? L'imprudente,
disperata ritirata che ora sta compiendo, e che tuttavia è umanamente
comprensibile, mi pone alcuni interrogativi. Chissà, mi domando, se la sua
condiscendenza a rimanere quassù stanotte in bivacco, sarà dipesa più da un
calcolo venale che non da una logica ragione di sopravvivenza?
Nella prima ipotesi egli potrebbe non aver compreso 1'ineluttabilità del nostro
disperato bivacco senza un minimo di protezione. Mi dico allora se non abbia
sbagliato a fargli quel tipo di promessa. Ma che altro potevo fare per rendere
possibile l'impossibile?
Come un'apparizione il sole spunta a un tratto sopra il mare di nubi dando
origine a infiniti fasci di luci e di ombre.
In breve i suoi tiepidi raggi mi ridanno vita e presto si attenua il grande tremore
che mi aveva pervaso. Talga i guanti, ormai rigidi di gelo. Le mie mani appaiono
irriconoscibili tanto sono dure e crespose, tuttavia cominciano a riacquistare
sensibilità e a dolere.
Finalmente posso guardare l'orologio, rimasto finora imprigionato da guanti e
polsini cementati dal ghiaccio. Mancano pochi minuti alle sei.
E quei due al di là della cresta? È pieno giorno e ancora non si vedono. Anche la
loro tenda continua a rimanere nel mistero. Seguito a massaggiarmi e a togliermi
di dosso la neve pressata dalla bufera. La polvere gelata, impregnando la barba, mi
ha creato sul volto una corazza di ghiaccio che stento a distaccare. Riporto alla
luce i due trespoli delle bombole d'ossigeno che la bufera aveva sepolto. Poi calzo
i ramponi e comincio anch'io a discendere verso l'ottavo campo. È incredibile
quanto mi senta instabile e insicuro pur trovandomi ora completamente scarico.
A ogni passo devo piantare la piccozza e aggrapparmici per non cadere.
Finalmente anch'io lascio alle spalle il ripido pendio di duecento metri. Ora sento
aumentare in me l'equilibrio. Presto il freddo scompare del tutto.
Mi inoltro con cautela nel dedalo di crepacci, lo supero, poco dopo mi raggiunge
un richiamo che viene dall'alto. Guardo lassù, attentamente, ma non scorgo
nessuno. Rivedo soltanto i trespoli d'ossigeno dai vivi colori, e sono esattamente
dove e come li avevo lasciati. Nessun altro segno di vita compare all'intorno. Alzo
comunque la piccozza e la muovo nell'aria in segno di risposta. Riprendo a
scendere.
Ecco il ciglione dell'ottavo campo. Prima di calarmi dietro quell'ostacolo volgo
ancora lo sguardo al mio bivacco, e ai suoi dintorni, sperando di scoprirvi una
presenza umana, ma invano. Sono esattamente le ore sette. Adesso mi concentro
verso la meta ormai prossima e mi dico: forza, ancora uno strappo e sei fra gli
amici, nella tenda, al riparo! Ora è molto più facile passare la crepaccia, non ho
che da lasciarmi scivolare sul dorso. Ecco fatto! Un volo nel vuoto e mi trovo
quattro metri più sotto piantato nella neve fino alla cintola. Non senza emozione
rivedo le due tende dell'ottavo campo appena qui sotto. Sembra un miraggio, le
tende sono lì, a pochi passi, ma non vi arrivo mai. È forse per effetto del
rilassamento che spesso coglie al termine di un'impresa, quando
psicologicamente tutto si è già concluso.
Al mio arrivo al campo mi trovo faccia a faccia con l'hunza Isakhan, uscito dalla
tenda per rifornirsi di neve da fondere. Alla mia domanda in merito a Mahdi egli
mi tranquillizza facendomi capire che è da poco arrivato, Mahdi, e ora sta lì in
tenda con lui. Mi slaccio i ramponi ed entro nelaltra tenda occupata da Abram e
Gallotti.
Così annoterà quest'ultimo nel suo diario: «Poco prima delle sette siamo
svegliati dallo spalancarsi della tenda. È Mahdi che si affaccia con aria stravolta, ci
mostra i piedi e le mani martoriati dal gelo. I piedi specialmente hanno le dita
annerite, già intaccate in modo preoccupante. Le sue spiegazioni, dette con voce
affannosa, non risultano chiare e ci lasciano in uno stato di profonda
apprensione. Erich e io ci guardiamo in faccia senza avere il coraggio di fare
congetture ». Poco dopo arrivo io.
Povero Mahdi2, mio generoso e sfortunato compagno. Non eri nuovo alle
esperienze estreme 'dell'Himalaya, mai però tanto duramente pagate. Il mio
pensiero, ammirato e commosso, ti immagina ancora là sulle tue montagne, ad
altezze rarefatte. Con il pensiero ti vedo su una grande parete ghiacciata, e
aggrappato alle tue spalle c'è un uomo dai piedi congelati che tu, passo dopo
passo, porti fin giù a fondovalle. Quell'uomo che trascini verso la salvezza si
chiama Hermann Buhl, il conquistatore solitario del Nanga Parbat.
Racconto agli amici il dramma della notte. Ciò che più li stupisce è la mia totale
incolumità.
Ore 17.30. Isakhan si affaccia alla nostra tenda e dice in inglese: « Un Saib è
prossimo a scalare il K2! » Ci precipitiamo fuori. Ho un nodo alla gola per
l'emozione. Due puntini lenti e continui procedono nell'ascesa sul pendio appena
sotto la vetta, azzurra come il cielo in questa ora del tramonto.
2. All'ospedale di Skardu subirà varie amputazioni alle mani e ai piedi.
Ore 23. Cinque cuori esultano per la stessa conquista, nella stessa tenda
all'ottavo campo. I loro nomi sono: Abram, Gallotti, Compagnoni, Lacedelli, io. In
questo momento, e solo per questo momento, mi impongo di dimenticare il resto.
Ma cancellare per sempre dalla mente una simile esperienza sarebbe ingiusto.
Simili esperienze segnano indelebilmente l'anima di un ragazzo e ne scuotono
l'assetto spirituale, ancora acerbo.

Pilastro sudovest del Dru (1955)

Premessa e indagine retrospettiva


Se fino alla conquista del K2 mi ero sentito portato verso gli altri, con fiducia,
dopo i fatti del 1954 nacque in me la diffidenza. Tendevo a ripiegarmi su me
stesso. Ciò era limitante e lo sapevo, ma sarebbe servito a salvaguardarmi da altre
delusioni.
Quanto stavo vivendo delineava in me una fase ancora embrionale di
solitudine, un fatto negativo dunque; ma con il tempo, proprio da questa
solitudine trarrò risultati positivi, come lo sviluppo di una certa sensibilità, quindi
un'amplificazione delle mie emozioni. Dopo il K2 vissi pertanto un grande
travaglio spirituale e approdai a una vera e propria crisi esistenziale. Scoprirò
infine, e coltiverò, una mia forma di alpinismo solitario, che si rivelerà una
sorgente di preziosi insegnamenti. Imparare a sostituirsi a tutti gli altri. Abituarsi
a prendere da solo le proprie decisioni. Misurarsi con il proprio metro. Pagare
sulla propria pelle. Il primo e logico effetto di questa specie di filosofia della
solitudine fu la concezione e la realizzazione dell'impresa solitaria del Dru, nel
1955.
Il Dru, come il Grand Capucin, appare ai miei occhi come una cima perfetta. Si
può dire che la sua storia sia la storia stessa dell'alpinismo, e già questo
costituisce un grande interesse. L'ultima impresa sul Dru era stata la scalata del
grandioso versante ovest, nel 1952, a opera dei francesi; ma il loro itinerario - con
tutto il rispetto - risultò così in margine alla grande parete da porre ancor più in
evidenza la verginità, e la provocazione, del suo aereo pilastro sudovest.
Per me era un po' come dire che a una montagna perfetta mancasse ancora
l'itinerario perfetto. Una via ottimale ed elegante che avevo finito per eleggere a
motivo delle mie aspirazioni di alpinista solitario.
Era una decisione certamente presuntuosa. Ma era anche galvanizzante aver
deciso di affrontare da solo quello che da tutti era considerato l'ultimo grande
mito di inaccessibilità sulle Alpi.
Era il 18 agosto 1955 quando attaccai il Dru, e per i cinque giorni successivi,
quanto durerà la mia avventura solitaria, fu per me come vivere su un altro
pianeta, come penetrare una dimensione sconosciuta, come entrare in uno stato
mistico e visionario in cui l'impossibile non esiste ma tutto può riuscire. Per
contro vi furono momenti di estrema incertezza in cui mi ero sentito svuotato e
incapace di reagire. Ma a farmi trovare la forza di riprendere a salire fu proprio la
consapevolezza che da più giorni lottavo ai limiti delle possibilità per sciogliere i
miei problemi interiori. E chi spontaneamente ha scelto il Dru per riconciliarsi
con se stesso e con la vita, una volta là appeso, sicuramente non può cedere alla
passività e lasciarsi morire. Vi furono tratti, come nella zona dei grandi
strapiombi, dove la roccia mi tese l'inganno. Per esempio una fessura che di colpo
si era presentata troppo larga per il tipo di chiodi di cui disponevo, o una
rientranza improvvisa come se il Dru per gioco si fosse risucchiato le rocce
lasciando alloro posto un'enorme e liscia svasatura. O una fessura che all'ultimo
momento si era invece rivelata una compatta vena quarzosa. Cose che certamente
non avrebbero costituito problema se avessi portato con me certi arnesi
squalificanti come i cosiddetti chiodi a espansione, o spit, che già a quell'epoca
qualcuno aveva cominciato a usare. E che verranno usati in futuro per tracciare
sulla stessa parete altri nuovi itinerari. Con gli spit non c'è dubbio che avrei
potuto salire diritto per lisce placche compatte, senza problemi né rischi
particolari. Ero invece condizionato, ed era giusto che lo fossi, dalle regole del mio
gioco che in questo caso si presentava particolarmente chiuso e spietato. Dovevo
dunque ripiegare fino alla base dei tratti insuperabili che mi avevano bloccato, e lì
cercare una soluzione alternativa. Come feci per l'estrema manovra improvvisata
dei pendoli Montagne di una lIita nel vuoto, divenuti poi famosi, stando con le
sole mani aggrappato a una corda precariamente incastrata fra alcune scaglie
sporgenti sullo strapiombo, e senza sapere quel che avrei trovato poco sopra.
E a proposito di super mezzi di scalata che già ai miei tempi alcuni
arrampicatori utilizzavano per affrontare pareti da loro definite impossibili, vorrei
dire alcune cose che da sempre sono in me ben chiare e radicate. Mi riporto
dunque a quegli anni Cinquanta quando apparve sulla scena della montagna il
chiodo a espansione o spit, e si cominciò a farne uso sempre più frequente. È
precisamente in quegli anni, a mio avviso, che iniziò il grande scadimento tecnico
dell'alpinIsmo.
Fare uso di quel tipo di chiodo, il cui impiego richiede la preliminare
perforaziòne della roccia - il che è molto indicativo! - vuoI dire avvalersi di uno
strumento tecnico che, a differenza del chiodo normale, annulla l'impossibile.
Quindi annulla l'avventura. VuoI dire passare con certezza ovunque, anche dove
non si sarebbe capaci. VuoI dire barare al gioco che spontaneamente ci si è scelti.
Così facendo non si vincerà più l'impossibile ma lo si eliminerà. Si distruggeranno
le motivazioni ad affrontarlo e con esso a misurarsi. Non serviranno più
l'introspezione, né la capacità di giudizio.
L'uso dello spit in effetti devasta l'impegno e l'emotività di un'impresa
alpinistica (e sia chiaro, per non creare equivoci, che sto parlando di alpinismo
tradizionale e non di altre attività oggi tanto in voga). Con il chiodo a espansione
dunque l'ignoto svanisce, l'avventura svanisce, l'intelligente ricerca di una via
logica viene scavalcata, si perde il senso critico della difficoltà. Infine non validi
diventano i termini di paragone e di riferimento. Ne risulta una arrampicata
degenerata e sterile, poco più che un gesto atletico. Come tale è magari notevole e
senz'altro conveniente quale facile mezzo per arrivare al successo. Un successo
però - sempre se giudicato nella logica della tradizione - ottenuto mediante la
mistificazione, quindi con l'inganno di se stessi e della buona fede di chi ci segue,
ci valuta, e non sa.
Penso che ognuno debba affrontare la montagna, in special modo quella
estrema, obbedendo a un naturale impulso, e giungervi animato da precise e
personali motivazioni. Per me le motivazioni sono state fin dall'inizio di natura
prevalentemente conoscitiva, introspettiva, finalizzate dunque all'affermazione di
me stesso e su me stesso. Ma perché questa affermazione potesse avvenire e
valere al mio fine, dovetti assumere precisi riferimenti in cui riconoscermi e con
cui misurarmi. Per questo non scelsi a modello l'invenzione tecnicoavveniristica
dei super mezzi per poter vincere a tutti i costi 1'« impossibile ». Ma optai per
quella concezione classica dell'alpinismo, maturata negli anni Trenta,
adottandone anche i tradizionali e assai limitati mezzi tecnici. Scelsi dunque quei
limitati mezzi tecnici proprio perché da me così voluti.
È perciò all'anima, invariata nel tempo, dell'alpinismo classico degli anni Trenta
cui mi sono sempre ispirato. Una scelta che sempre si è adeguata perfettamente al
mio temperamento e sempre ha risposto completamente alle mie necessità. Di
conseguenza questa mia scelta ha sempre trovato riscontro e chiarezza in ogni
mia impresa. Ribadisco che è muovendomi nel solco della tradizione che ho
sempre cercato, e cerco tuttora, di portare questa traccia più avanti, senza
snaturarla, rispettando le regole di un gioco che ha ùn senso e un fascino proprio
perché non accetta alcun trucco, né si propone di vincere a tutti i costi. È naturale
quindi che le mie realizzazioni a volte abbiano assunto il valore di affermazioni di
principio contro la degenerazione crescente.

I tentativi

Alba del 15 agosto 1953. In compagnia di Carlo Mauri sto inerpicandomi su per
il conoide nevoso che termina contro la parete occidentale del Dru. Tozzo e opaco,
nel grigiore che precede la levata del sole, il gigante di pietra mi fa pensare a un
favoloso mostro ibernato. L'aria è gelida, immobile, Montagne di una vita non si
ode il minimo rumore. Giunti alla crepaccia terminale, ai piedi della parete, ci
leghiamo in silenzio, cautamente, quasi con il timore di sciogliere un
incantesimo.
Comincia la grande avventura, da subito violenta. Un difficile salto verticale di
circa quaranta metri porta all'imbocco di un tetro canalone ghiacciato dall'aspetto
tutt'altro che invitante. Qui il Dru è solito sfogare le sue furie convogliando e
incanalando tutto ciò che si stacca dai suoi mille metri di picco. Ripidissimi scivoli
di ghiaccio vivo si alternano a placche di granito che le frane hanno levigato. Il
timore di venire colpiti da una scarica induce a tenersi il più possibile sulla destra,
lungo rocce più difficili ma meno esposte.
La via, fino a circa metà canalone, ricalca quella seguita dai francesi per
abbordare la parete ovest; da qui in su invece l'itinerario è nuovo e porta al
Pilastro sudovest. Giunti al punto in cui i francesi piegarono a sinistra, verso
invitanti terrazze, noi continuiamo a salire nel canalone sempre più chiuso, e
seppure con un po' di apprensione guadagniamo quota.
Nel primo pomeriggio scoppia un temporale: in pochi minuti ci rovescia
addosso una cascata d'acqua. Attendiamo che passi la furia stando addossati alle
ripide placche delle Flammes de Pierre e con la testa che appena spunta fuori dai
sacchi gommati, l'unica protezione per i nostri bivacchi. Che orrido spettacolo
intorno a noi! Ci troviamo al centro di un ampio anfiteatro ghiacciato, nel punto
in cui convergono le gole del Dru e quelle delle adiacenti Flammes de Pierre.
Sotto i piedi sfugge uno stretto e viscido budello di ghiaccio nero, che finisce sul
ghiacciaio dopo un salto di oltre trecento metri. Il tutto appare come un lugubre
imbuto scavato dall'erosione ma anche modellato dalle frequenti scariche di
pietre. Attorno non si vedono che sfuggenti profili appesi al cielo, culminanti con
il nostro Pilastro la cui sommità sembra elevarsi all'infinito oltre le nubi. Soltanto
a nord, alla nostra sinistra, si apre una finestra di cielo, che dona all'imbuto un
maggior senso di profondità. Il sole, quando risplende, riesce soltanto a sfiorare
per breve tempo l'interno di questi visceri ghiacciati, altrimenti non vi giunge che
una scarsa e fredda luce. Pare di essere appesi alle pareti di un pozzo.
Un bagliore improvviso avvampa la montagna, e subito segue uno schianto da
far tremare le rocce su cui stiamo abbarbicati. Abbaglia una seconda folgore, poi
una terza e altre ancora, accompagnate da fitta grandine.
In breve, prendono il via candide e rumorose cascatelle d'acqua. È un'immagine
davvero selvaggia quella che scorre e si trasforma davanti ai nostri occhi. Fa
inoltre capire quanto la montagna può essere severa.
Di rovescio in rovescio, con scrosci di pioggia e di grandine che si mescolano a
sferiate di neve, il tempo scorre, e arriva sera. Con uguale ritmo la tempesta dura
l'intera notte, e tutto il mattino seguente. Cessa soltanto verso mezzogiorno. Si
alzano le nubi e noi riprendiamo a salire, perché non ci sfiora minimamente l'idea
di ripiegare.
Arriviamo finalmente alle sospirate rocce compatte dove ha inizio il vero e
proprio Pilastro. La quota s'aggira sui 3050 metri: settecento metri di strapiombi
ci separano dunque dalla vetta.
La struttura del Pilastro è veramente particolare. Le sue sane rocce di granito
protogino giallobruno sono raramente fessurate, ma per contro solcate da
profondi spacchi che de- limitano lastroni enormi, compatti, dai profili netti e
taglienti. La zona · più bassa è invece costituita di graniti assai chiari:
inconfondibile segno di recenti frane. A prima vista questa parte non si direbbe
tanto verticale, ma soltanto per effetto di una prospettiva ingannevole. Il tratto
più alto invece, che costituisce il vero problema dell'intero Pilastro, e che in
seguito indicherò col termine di placche rosse, è decisamente impressionante.
Qui la parete è totalmente liscia e compatta, di un bel colore rossastro. La sua
verticalità è quasi assoluta e costante, variata soltanto da lisci rigonfiamenti
culminanti, sul finire, con una barriera di enormi tetti e strapiombi sporgenti a
volte di vari metri. Siamo sfortunati. Non abbiamo ancora percorso trenta metri
dal nostro bivacco che ricomincia a piovere. Come il giorno prima conti- nuerà per
l'intero pomeriggio e fino a tarda notte.
Ci preoccupa il fatto che trovandoci soltanto all'inizio del Pilastro già abbiamo
consumato due porzioni giornaliere di viveri.
Lo spettro di un ripiegamento comincia ad apparire. Ma viene esorcizzato
dall'alba radiosa che segue. Così, spazzato via ogni timore cresciuto nella notte
non possiamo che continuare la nostra scalata.
Fatte tre lunghezze di corda ci attende una sorpresa: un mazzo di vecchi cunei
di legno e una confezione di fichi secchi ancora intatta stanno lì posati su un
terrazzino. Non sappiamo da quanto tempo possano essere stati abbandonati.
Non appare altro segno di passaggio all'intorno. Nessun chiodo occhieggia sulle
rocce sovrastanti, che hanno tutta l'aria di essere molto difficili. Ci sorprende
tuttavia che qualcuno, in passato, abbia già tentato di scalare il Pilastro. Questo è
probabilmente il limite raggiunto dai misteriosi predecessori.
Ci innalziamo per una decina di metri fino a un secondo terrazzino, poi per altri
venticinque metri lungo diedri aperti. Contorniamo sulla sinistra una rude
spaccatura, dove una grande placca appoggiata per poco alla parete sembra essere
sul punto di scollarsi. Abbordato infine un aereo ballatoio, proprio sul filo del
Pilastro, ci blocchiamo, sorpresi e un po' intimoriti per quanto si presenta ai
nostri occhi. Una enorme, sporgente e precaria nervatura si erge a ridosso della
parete liscia. Sui due lati tutto sfugge nel vuoto più assoluto. In verità non dovrei
stupirmi, poiché la sua sagoma già appariva chiaramente riconoscibile fin dal
fondovalle. Da Montenvers infatti ben si evidenzia questa struttura granitica dalla
curiosa forma di ramarro, disteso sul filo del Pilastro nell'atto di salire alla cima.
Qui il nostro morale riceve un duro scossone, anche per la fatica che in questi
giorni di maltempo abbiamo accumulato. Si aggiunga la consapevolezza che in tre
giorni di lotta siamo arrivati appena all'inizio del vero problema. Apprezzo Mauri
che per primo, vincendo un certo oriSoglio, ha l'onestà di pronunciare il fatidico:
«Torniamo indietro! »
Così volgiamo ancora uno sguardo all'inafferrabile ramarra, alle placche rasse
che sembrano ergersi ancora più alte, e uno dopo l'altro cominciamo a scivolare
nel vuoto in una serie di cordedoppie che ci posano in breve su un terrazzo alla
base del Pilastro. Per oggi basta così, riprenderemo a scendere domani quando il
gelo della notte avrà bloccato le possibili frane . Già da qualche ora le pietre
rimbalzano nell'imbuto, per poi venire inghiottite dal grande couloir.
All'inizio dell'estate 1955, dopo l'esperienza del K2, torno sul Dru per un
secondo tentativo allo splendido Pilastro.
Questa volta siamo in quattro: Mauri, Oggioni, Aiazzi e lO.
È l'alba del 24 luglio e sul conoide d'approccio, prima ancora di attaccare il Dru,
stiamo già scappando come matti per sfuggire a una scarica fuori orario che
precipita dal couloir. Dopo questo traumatico inizio seguirà una giornata operosa.
Ma la sera, proprio mentre stiamo per abbordare le prime rocce del Pilastro inizia
a piovere. Pensiamo: non sarà che il Dru ce l'abbia con noi? La realtà è che
all'infuori dei nostri modesti barometri e altimetri, non disponiamo di alcun'altra
possibilità per una più attendibile previsione atmosferica.
Siamo costretti ad anticipare il bivacco. A malapena riusciamo ad adattarci tutti
e quattro su un esiguo terrazzino. Alla pioggia succede poi la neve, che cadrà con
insistenza per tutta la notte. Pietre e ghiaccioli rimbalzano sonoramente
nell'imbuto, sfiorandoci.
Ancora una volta, il mattino seguente, di ritirarci non si parla nemmeno. Anzi,
verso le dieci, approfittando di una breve schiarita, decidiamo di andare ad
attendere il bel tempo più in alto possibile, al sicuro dalle scariche. In un paio
d'ore di stentata scalata su placche grondanti e scivolose, arriviamo così alla
famosa «cengia dei cunei misteriosi ». E lì, più che mai infradiciati, ci infiliamo
nuovamente nei sacchi gommati, poiché nel frattempo ha ripreso a nevicare a
larghe falde.
Passa così l'intero pomeriggio col solo diversivo di serole larci di dosso la neve
che rapidamente si accumula sui nostri corpI. Sopraggiunge un'altra notte. Ma
quando stiamo per Montagne di una vita appisolarci... la montagna
improvvisamente trema e un boato riempie l'aria. lì per lì abbiamo la sensazione
di precipitare insieme alla montagna, che pare sfasciarsi intorno a noi. Il
cataclisma dura interi minuti, e noi siamo lì immobili e atterriti. Così passiamo il
resto della notte sepolti nella neve, perduti tra gli strapiombi.
Soltanto alla luce del nuovo giorno potremo darci ragione dell'accaduto: una
massa rocciosa di proporzioni gigantesche è franata sopra di noi, e dopo aver
sfiorato la cengia del nostro bivacco si è abbattuta nel canalone dragandolo e
sconvolgendolo. Già da qualche anno il versante occidentale del Dm è soggetto a
enormi franamenti rocciosi, quasi a rimodellarsi per ridare il perduto equilibrio ai
suoi strapiombi. È chiaro che la nostra salvezza oggi è dipesa soltanto da
quell'ispirazione avuta ieri mattina, che ci ha indotti ad allontanarci dal canalone.
Continua a nevicare. Ahimè, è giunta l'ora della seconda ritirata.
Già alle prime luci diamo il via alla discesa: una serie interminabile e penosa di
calate a cordadoppia, sfiorati in continuazione dai residui della frana notturna. Il
grande crollo ha completamente cambiato la fisionomia delle rocce. Il terrazzino
su cui avevamo bivaccato la prima notte praticamente non esiste più, e ugual
sorte è toccata allo scivolo di duro ghiaccio che, poco discosto dal terrazzino, è
stato raschiato via al completo. Al suo posto c'è ora una densa fanghiglia di pietra
polverizzata e impastata di ghiaccio triturato. Guardando giù nell'imbuto, tutto
ciò che le nebbie lasciano intravedere appare sconvolto. Pietre di ogni misura, che
la frana ha disseminato lungo il suo corso, appaiono in bilico pronte a farsi
travolgere da ciò che ogni tanto continua a staccarsi dall'alto. Il quadro è
drammatico, perché ripiegando dovremo calarci necessariamente in quell'imbuto.
Il disagio del fradiciume che ci portiamo addosso si somma alle condizioni delle
corde di canapa le quali, zuppe come sono, si irrigidiscono e si attorcigliano senza
scampo. Scendendo a cordadoppia le funi stentano a scorrere sulle spalle. Difficile
è anche l'operazione del recupero dal basso, dovendo sfilarle dal chiodo. Non so
quante volte rischiamo di rimanerne senza, di non riuscire più a tirarle giù. E
intanto, durante le manovre, una scarica passa sopra di noi e ci sfiora. Ma non
meno pericolose sono le pietre che invisibili fra la nebbia sibilano attorno e si
schiantano qua e là.
Ed ecco !'incidente. Tutto considerato è il minimo che poteva capitarci. Oggioni,
che appeso alla fune si sta calando verso di me, viene colpito alla testa da una
pietra di rimbalzo. Si accascia contro la roccia, vedo il sangue che gli arrossa il
collo e il braccio sinistro. Sono da lui con quattro bracciate lungo la stessa
cordadoppia, che il compagno allenta momentaneamente. Lo soccorro come
posso. Il colpo lo ha stordito. È impossibile sostare a lungo. Lo fascio come posso
e riprendiamo la discesa.
Alle due del pomeriggio, dopo otto ore di estenuanti calate a cordadoppia,
arriviamo sul ghiacciaio del Dru. Un ammasso di rocce e di detriti ricopre il
ghiacciaio, dopo averlo sconvolto per almeno trecento metri verso valle. Questa
accozzaglia di pietre di ogni grandezza affiorerà, sinistra testimonianza, per il
resto dell'estate.
Soltanto il giorno dopo, prima di lasciare Montenvers, le nubi si sollevano quel
tanto da lasciarci intravedere un Dru spietato e irriconoscibile per la spessa coltre
bianca che lo riveste.

L'impresa solitaria

La nuova sconfitta mi pesa sul morale. Il Dru è ormai divenuto nel mio intimo
la meta più importante da raggiungere. Così un giorno, improvvisamente, decido
di ritornare lassù. E questa volta lo affronterò da solo.
L'lI agosto dello stesso 1955 sono nuovamente a Montenvers. Me ne sto
inoperoso per i quattro giorni che seguono, sino a quando cessa la pioggia
incessante, sempre pronta a darmi il benvenuto da queste parti.
Il 15 finalmente è sereno. Così alle due di notte, con la lampada in pugno, mi
avvio verso la base della mia montaMontagne di una vita gna. Alba incerta, folate
di scirocco, breve pioggia. Infine il sole. A differenza delle volte precedenti il
grande canalone appare strabocchevole di neve. Pur mascherati dall'abbondante
nevicata dei giorni scorsi, ancora impressionano sul ghiacciaio i resti affioranti
della grande frana di venti giorni fa. Esito a lungo di fronte a un tale stato di
innevamento, e quando mi decido ad attaccare sono già le nove del mattino.
Lungo il canalone tutto è uniformemente ghiacciato, difficile, infido.
Le rocce verticali su cui la neve non ha fatto presa appaiono tuttavia incrostate
di ghiaccio marmoreo, o peggio ancora rese lucide da un sottile vetrato: frutto del
gelo che ha cristallizzato la pioggerella di qualche ora fa.
La fatica fin dall'inizio è estenuante, e anche il pericolo di sgusciare via dagli
appigli è serio. Mi trascino dietro un bagaglio enorme, in cui sono contenuti viveri
per cinque giorni, un fornello ad alcool, indumenti da bivacco, pronto soccorso;
inoltre 79 chiodi di varie misure (l'ottantesimo l'ho perduto per strada), 2
martelli, 15 moschettoni, 3 staffe a tre gradini, 2 corde da 40 metri (una di nylon,
finalmente, e un'altra di seta avuta in prestito da un amico), poi una dozzina di
brevi spezzoni di cordino, 6 cunei di legno, una piccozza, la macchina fotografica,
e infine una radiolina walkietalkie.
Un amico sarebbe salito almeno una volta fino ai piedi del Dru per avere mie
notizie. Tutto questo per un peso di oltre trenta chili, contenuto in un unico
grande sacco cilindrico. Una corda mi lega a quel pesante bagaglio, che trascino su
fino a me a ogni pochi metri guadagnati. Se la parete non è perfettamente
verticale, questo sistema rende il sacco ancora più pesante a causa del suo
sfregamento contro la roccia. In tal caso si incaglia sovente tra gli spuntoni
costringendomi ogni volta a discendere per sbloccarlo. Naturalmente non è una
soluzione semplice né priva di fatica, d'altra parte è l'unico sistema per garantirmi
l'indispensabile per una simile impresa. Impegnato in tal modo, resto nel
canalone per sette ore, tutte per guadagnare soltanto 150 metri di dislivello. Ma
quel che è peggio, il Dru ha deciso nuovamente di ricacciarmi. La ragione a questo
punto è quasi scontata. Ripeterlo è persino monotono: nevica! Sono dunque
sconfitto per la terza volta. Ma ritornerò.
Ventiquattro ore di maltempo mi hanno ricacciato a Montenvers. Ma infine
torna il sereno e ancora una volta riparto verso l'alto. Adotterò però un
accorgimento, ossia eviterò il canalone, ormai troppo innevato e pericoloso, per
arrivare invece alla Breccia delle Flammes de Pierre percorrendo il primo tratto
della via normale al Dru. Dalla Breccia mi calerò poi a cordadoppia sull'opposto
versante, per circa 250 metri lungo erti canali, fino a raggiungere il noto imbuto
ghiacciato da cui si eleva il Pilastro. Se dunque non è possibile in questi giorni
abbordare il Pilastro dall'ovest, ebbene lo farò dal sud calandomici dall'alto.
Prima di tutto alleggerisco il saccone sacrificando buona parte dei viveri. Scarto
anche il walkzetalkie, che è in realtà contrastante con il mio modo di affrontare la
montagna. Per la verità non era neppure stata mia l'idea di portarlo quassù, ma
adesso non ho più dubbi sul compromesso che questo mezzo rappresenta. Perciò
lo rifiuto.
Il pomeriggio stesso raggiungo il piccolo rifugio incustodito dello Charpoua. Mi
accompagna fin qui l'amico di Torino Paolo Ceresa, e con lui giungo prima di sera
fin sul bordo del ghiacciaio omonimo, dove lascio il mio enorme sacco e compio
un breve sopralluogo. Questa parte inferiore del ghiacciaio Charpoua si presenta
in condizioni talmente negative che a malapena riesco a trovarvi un passaggio.
L'ora del crepuscolo in questo ambiente tetro è per me piuttosto opprimente,
per i mille timori che sempre nascono e si rivoltano nell'anima alla vigilia di una
grande prova. A dire il vero ora mi sento un po' prigioniero delle mie stesse
decisioni. Invidio Ceresa che domani se ne andrà da questi luoghi. Invidio anche
tutti quelli che non sentono come me il bisogno, l'ineluttabilità di doversi
misurare con simili prove. Mentre riprendo la via del rifugio con questi pensieri
vedo sulla neve una farfalla portata fin qui dalla calda giornata. Ora il gelo sta per
intorpidirla, infatti con un ultimo colpo d'ali si rialza ma subito ricade ai miei
piedi. Provo per lei teMontagne di una vita nerezza. Scatta qualcosa in me che
tende a farmi identificare con lo sfortunato insetto. Così finisco per vedere nel
suo destino il mio. Sotto questa spinta emotiva non posso fare a meno di
sollevare dalla neve la farfalla morente, e la porto con me al rifugio ben protetta
nel calore della mia mano.
Dopo una notte insonne e di incertezze, l'ora della partenza arriva come una
liberazione. Sono le quattro del 17 agosto. Inizia la grande avventura. Chiudo
dietro di me la porta cigolante del rifugio e per vincere ogni residua debolezza
accelero il passo fin quasi a correre verso il Dru.
Quando ritrovo il mio saccone abbandonato ieri sèra al bordo del ghiacciaio
inizia appena a far giorno. Come previsto, l'attraversamento del ghiacciaio è
piuttosto complicato, dovendomi trascinare appresso il saccone. Il cammino mi
prende molto tempo, e ancor più me ne prenderanno le rocce.
La forti nevicate dei giorni scorsi hanno trasformato le bonarie strutture
granitiche delle Flammes de Pierre in ripidissimi lastroni nevosi degni dei più
temuti scivoli nord del massiccio. Il lento avanzare sulla parete, condizionato
come sono dal sacco, mi fa pensare ai forzati d'altri tempi, che a ogni passo
dovevano trascinare con sé la palla al piede.
Arrivo sulla Breccia alle 11.30. Rispondo al richiamo di Ceresa, un grido ben
chiaro che è arrivato fin quassù dallontano rifugio. Quella voce non manca di
portare in me ancora un'ondata di commozione. Oltre al caldo sole e alla voce
amica appena udita, ciò che lascio alle mie spalle, con una certa tristezza, è
soprattutto una parte viva di me, anche se fatta di piccole cose e di sogni non
realizzati. E tuttavia ho dovuto venire fin quassù per ricercare la mia pace
interiore.
Oltre la Breccia, è l'ignoto. Il vuoto è comunque la cosa che subito colpisce
affacciandosi dall'altra parte, un vuoto fatto di fredde ombre sfuggenti e dominato
dal profilo tagliente del Pilastro. Nella mezz'ora di sosta che mi concedo prima di
iniziare le calate a cordadoppia, reggo a fatica il tormento di questo momento
decisivo. Fin qui, la montagna mi consentiva ancora di ripiegare a ogni passo, ma
una volta valicata la Breccia ciò non sarà più possibile. A meno di ca larmi fino in
fondo a questi budelli ghiacciati, per tutti i seicento metri di dislivello che
dividono dalla base occidentale del Dru.
Sul mezzogiorno, finalmente, passo intorno a uno spuntone la cordadoppia,
ottenuta annodando insieme le due corde da quaranta metri.
Agganciato poi il saccone alle estremità di questa doppia corda comincio a
calarlo nel vuoto per l'intera lunghezza della fune. Adesso è il mio turno. Un
ultimo grido di saluto verso il Charpoua, un ultimo indugio, e scivolo dentro la
scura voragme.
Sia per le complicate manovre richieste dal sacco, sia per l'eccezionale
innevamento delle rocce, mi trovo presto costretto ad abbreviare i tratti delle
calate a cordadoppia, tanto che a volte non superano i dieci metri. Aumenta di
conseguenza il numero di chiodi da dover piantare, e quindi abbandonare, nella
roccia. È proprio nel fissare uno di questi chiodi da calata che a un dato momento
mi vengo a trovare in posizione piuttosto assurda. Sono infatti incastrato in una
spaccatura rocciosa, che il disgelo pomeridiano ha ormai ridotto a una gelida
doccia, e mi trovo messo un po' di sghimbescio, inarcato e allungato in fuori,
sorretto dal solo mio corpo che spingo mantenendolo in contrapposizione sui due
bordi della stessa spaccatura. Adesso, mentre con la mano sinistra reggo il chiodo
perché non sfugga dalla crepa in cui sto per conficcarlo, con l'altra mano che
impugna il martello batto uno, due, tre colpi! Il quarto, più secco degli altri,
sfugge alla mira e va a colpirmi la punta dell'anulare spiaccicandolo contro la
roccia. Mi sento svenire dal dolore, il sangue esce subito a fiotti. Ma stringo i
denti e con qualche altro disordinato colpo di martello rinsaldo questo chiodo
tanto da potermici agganciare e poi abbandonare sopra. Tale è stata la martellata
da recidere la punta del dito: un terzo di unghia con relativa falangetta. Passa
un'ora prima che possa arrestare del tutto 1'emorragia, poi riprendo a calarmi con
il dito tamponato.
Verso le diciannove, con una calata di una trentina di netri lungo una placca
strapiombante, poso piede finalmente Montagne di una vita sul lastrone glaciale
del grande imbuto, ammantato di neve recente. Ma non riesco più a recuperare la
cordadoppia. Ormai macerata dall'acqua di scioglimento nevoso assorbita nella
giornata, non c'è più verso di sfilarla dal breve anello di corda che trenta metri più
sopra la trattiene al chiodo. Il tempo scorre infruttuosamente. È chiaro che a
questo punto dovrò provvedere risalendo fin su all'aggancio che trattiene la corda.
Operazione questa che consiste nel tirarmi su a bracciate sulla stessa corda con
l'aiuto dello speciale nodo prusik. Ma di colpo cala la notte. Un altro rischioso
bivacco mi attende ancora una volta dentro il temuto imbuto glaciale del Dru.
Scavo nel ghiaccio vivo un piccolo ripiano su cui dispormi, e posso farlo
soltanto a colpi di martello, perché la piccozza l'ho lasciata sulla Breccia per
utilizzarla al ritorno dalla cima.
Bell'affare è questo mio primo bivacco. Sono totalmente zuppo, ferito alla
mano, senza corde e pure inchiodato sul ghiacciaio a mo' di bersaglio per tutto
quello che può venir giù dall'alto. Ma non è tutto: sono anche a corto di viveri.
Proprio ieri sera ho dovuto eliminare una buona metà del cibo che già era limitato
in partenza. La colpa è stata di un maledetto chiodo mal stivato nel sacco che ha
perforato il contenitore in plastica dell'alcool da ardere. Spargendosi il liquido ha
guastato i viveri. Mi sono rimasti due pacchetti di biscotti, un tubetto di latte
condensato, quattro triangolini di formaggio, una scatoletta di tonno e un'altra di
paté di fegato, qualche zolletta di zucchero, un pugno di frutta secca, un
flaconcino di cognac e due barattoli di birra. È un magro conforto per il « viaggio»
che sto per cominciare. Inoltre con la perdita dell'alcool non mi sarà più possibile
sciogliere neve per dissetarmi. E l'arsura già mi brucia le labbra.
Notte insonne e di tensione, ore eterne in un luogo solitario come una tomba.
Ma il mattino si annuncia generoso. Infatti la corda rimasta appesa nella nùtte
si era ben scolata, prima del gelo, così all'alba si sfila al primo colpo. È quanto in
cuor mio avevo sperato.
In breve e senza particolari difficoltà raggiungo le prime rocce del Pilastro,
ossia il vero inizio dell'impresa. Qui però ricominciano i guai a causa della neve
abbondante e gelata che, trovandomi in zona d'ombra, riempie ogni anfratto e
colma anche la più piccola fessura. Il disagio continuerà per un centinaio di metri,
fin dove la montagna riceverà più sole liberandosi quindi dal manto nevoso. Il
superamento di questo tratto di parete è assai più difficile di quanto non sia stato
nei precedenti tentativi. Avanzo molto a rilento, sia per le complicate manovre
richieste dall'autoassicurazione sia per il recupero del saccone che si incastra
ovunque. Sento anche fitte dolorose al dito ferito.
Soltanto nel pomeriggio raggiungo la «cengia dei cunei misteriosi », anch'essa
ricolma di neve. Proseguo sempre con difficoltà, e questa volta anziché aggirare
sulla sinistra la malfida spaccatura l'affronto direttamente, di slancio, fino a
raggiungere il terrazzino da cui Mauri e io ripiegammo due anni fa. Il soprastante
ramarro si presenta ancora una volta arcigno in tutto il suo sviluppo, lungo il
quale non vedo la minima possibilità di sosta. Non è ancora sera ma per oggi
basta così. Mi raggomitolo sul terrazzino sgomberato dalla neve e inizio il
secondo bivacco sgranocchiando ghiaccioli per dissetarmi.
Nella quiete della lunga attesa ripenso ai fatti salienti di questi due giorni in
parete, ma rifletto anche su ciò che ancora mi attende. Il sole questa sera sembra
tramontare più lentamente. Ora a Montenvers si accendono le prime luci, ed ecco
anche i segnali luminosi degli amici. «Tutto procede bene! » rispondo con
brevissime accensioni della mia piccola lampada. La notte scorre poi lenta e
quieta.
Terza alba, terza difficile ripresa. Il passaggio del ramarro mi impegna a fondo,
le sue difficoltà a tratti sono estreme. Il superamento di una lunga spaccatura
strapiombante mi riesce soltanto affidandomi ai cunei di legno. E poiché ne ho
solamente tre di adatti alle fessure larghe, per ognuno che pianto devo discendere
a riprendere quello più sotto. Con questo sistema arrivo in prossimità dell'uscita
in cima al ramarro. A questo punto però, quando non mancano che pochi
Montagne di una vita metri alla fine, vengo a trovarmi in una posizione
espostissima, dentro una liscia svasatura che con l'alternarsi del gelo e disgelo
si è ridotta - per l'abbondante neve che si trova ammonticchiata sul ramarro - a
una colata di ghiaccio trasparente. Al momento mi protegge soltanto un chiodo,
che a malapena ho potuto conficcare in un'asperità risparmiata dal tappo glaciale.
Devo compiere un paziente lavoro di martello per incidere, nel ghiaccio vitreo che
riveste la roccia, alcune piccolissime tacche di appoggio per i piedi. Ma poco più
su, dove la svasatura si strozza formando un marcato strapiombo, il problema
sembra diventare irrisolvibile. Sarebbe il colmo, penso, rimanere bloccato da un
ostacolo tanto occasionale e improprio per questo genere di parete. Resto un bel
po' abbarbicato lì sotto l'intoppo a riflettere sul da farsi. Poi contrariato, ma non
rassegnato, do il via a un'istintiva ed estrema manovra, che diventa anche un po'
rabbiosa.
Con precisi colpi di martello, e sostenendomi non so come, libero su tutta la
sua lunghezza il fondo della svasatura, che è completamente intasata di ghiaccio.
Ne viene alla luce una larga fessura. Ora vi conficco un cuneo di legno. A questo
aggancio corda e staffa. Raccolte poi le forze mi affido totalmente a questo pezzo
di legno, e mi allungo fino allo spasimo verso l'alto. È inutile. Ancora non riesco
a incastrarmi nella strozzatura strapiombante. Dovrò riprendere fiato e ritentare
l'acrobazia. Ma restare a lungo completamente appeso a un aggancio tanto
instabile è rischioso. So per esperienza che un cuneo di legno (vale anche per un
chiodo) conficcato in una fessura impiastrata di ghiaccio non può reggere più di
qualche minuto. Velocemente e alla rinfusa, facendo appello alle ultime energie
che mi sono rimaste, pianto allora alla bell'e meglio un secondo cuneo più in alto
possibile nella medesima fessura ricoperta di verglas. Ripeto l'operazione di
prima agganciandovi corda e staffa, infine mi abbandono con tutto il peso su
questo nuovo aggancio. Riesco finalmente a superare l'impossibile ostacolo. Poco
più sopra, mentre striscio come un rettile per meglio aderire alla roccia sempre
molto impegnativa, un improvviso tintinnio poco più in basso mi rivela la
fuoriuscita del secondo cu neo piantato. Non senza un brivido lo vedo scorrere
infatti lungo la corda che mi unisce al sacco.
Sul·ramarro vinto, stando riverso su una grande scaglia, posso finalmente
riscaldarmi al sole. Sopra di me le placche rosse attendono, lisce e verticali.
Come in un sogno, odo improvvisamente un richiamo lontanissimo ma ben
definito. Non c'è dubbio, è la voce di Ceresa. Certamente deve trovarsi sulla
morena del ghiacciaio del Dru. Però non mi riesce di scorgerlo.
« Tutto bene! » gli grido. Ma quel richiamo risveglia in me un'ondata di
pensieri che non avrei voluto avere e che mi ridanno consapevolezza di quanto mi
trovi distaccato dal mondo. Già sono passati due giorni e mezzo dalla mia « fuga»
al rifugio Charpoua, e la scalata mi aveva assorbito completamente, ma ora che
sento la voce dell'amico mi sembra sia trascorsa un'eternità. Mi sorprendo nel
risentire la mia voce che risponde al richiamo dell'amico. Mi rendo conto che da
due giorni vivo e lotto senza pronunciare una sola parola, avvolto in un silenzio
assoluto. Ne sono quasi intimorito.
Prima di riprendere la scalata mi concedo una delle due birre. Impugno il
martello da ghiaccio dal becco lungo e sottile, e sferro sul barattolo un colpo
preciso. All'istante mi arriva in faccia un getto di birra, come un'esplosione.
Invano cerco di rimediare alla fuoriuscita del prezioso liquido, la punta del
martello rimane inesorabilmente incastrata nella lattina sino all'ultimo, e quando
cessa l'insolita doccia, ahimè, della bevanda è rimasto poco. Il mio furore è quasi
pari al bruciore terribile che mi procura la birra sulle ferite delle mani e sul viso
screpolato.
Mi innalzo senza grandi difficoltà per una trentina di metri, a brevi tratti di
corda per facilitare il recupero del sacco. La roccia è salda, asciutta, e quasi tiepida
trovandosi completamente esposta al sole. Ma nell'aria va formandosi un
temporale. Infatti, non appena inizio un difficile passaggio, mi è addosso la
burrasca. Discendo rapido fino al sacco e ancora più giù a una cengia, vi arrivo
però completamente zuppo.
Pioggia e grandine scrosciano, rimbalzano sulla parete e i fulmini squarciano il
cielo nero. In attesa che cessi la furia me ne sto quatto quatto nel sacco gommato
dopo aver collocato il più distante possibile la ferraglia, che potrebbe attirare un
fulmine. Benché sembri un paradosso, questo temporale in fin dei conti mi
rallegra, perché posso spegnere l'arsura succhiando a volontà l'acqua che scorre
copiosa sulla parete.
Come nella sinfonia di Strauss l'uragano si placa, ritorna la calma, il silenzio,
infine il sole. Ma è quasi sera e i suoi deboli raggi non hanno più la forza di
asciugare i miei indumenti bagnati.
Segue un gelido bivacco, e a questo una nuova alba, la quarta, che subito si
preannuncia di dura lotta lungo le toste placche rosse. Fin dapprincipio quando
ho abbordato il vero e proprio Pilastro, ripeto le stesse manovre con più o meno
difficoltà: salgo per un breve tratto, mi autoassicuro, scendo a recuperare i chiodi
piantati, torno a salire, e infine tiro a me il saccone legato all'altro capo della
corda. Una manovra, quest'ultima, che crea quasi sempre problemi, vuoi per il
peso del sacco, maggiorato dall'attrito contro la roccia, vuoi perché si impiglia un
po' dappertutto. Allora devo calarmi nuovamente per disincagliarlo una, due, più
volte per ogni tratto di corda. Alla fine, volendo fare i conti, la mia scalata risulta
compiuta almeno tre volte in salita e due in discesa. Le mani sono ormai
sanguinanti per il logorio. Lo sforzo cui sono sottoposte, appese costantemente
alle rocce strapiombanti e alle corde per salire, e poi risalire, e sbracciarsi per
issare il grande fardello.
Ogni tanto mi accorgo di parlare da solo, di tradurre in parole ogni pensiero che
mi attraversa la mente. Parlo persino con il sacco, come avesse un'anima, come
fosse un compagno di cordata. E in realtà lo è veramente un compa- gno di
cordata, ed è anche paziente e prezioso. Nel malaugurato caso di una mia caduta
sarebbe inoltre un sicuro sostegno. Da ieri mattina, infatti, tra le varie manovre di
autoassicurazione lì per lì improwisate, ne ho azzeccata una - che in seguito
denominerò «autoassicurazione a Z» - in cui al sacco tocca un ruolo
importantissimo. Owiamente da adesso in poi non adotto che questo sistema,
complicato qui da spiegare.
Il quarto tramonto mi coglie su una buona cengia nel cuore delle placche rosse,
appena sotto l'impressionante barriera di tetti e strapiombi. Il tutto è
caratterizzato da una gigantesca abside che sembra precludere ogni possibilità di
avanzata. La stanchezza comincia qui a farsi sentire in modo serio. Sono
indolenzito, ho le mani rovinate e mi duole il dito ferito. Inoltre provo incertezza
e angoscia per ciò che mi sovrasta. Quando mi infilo nel sacco da bivacco è ormai
buio.
Poco discosto da me, il profilo tagliente del Pilastro mi impedisce di vedere i
segnali luminosi che certamente l'amico anche stasera mi invierà da Montenvers.
Non posso riceverli e neppure inviarli. Ma anche se fosse possibile stasera saprei
di mentire lanciando il mio solito: «Tutto bene! »
Crollo addormentato mentre sto rattoppando con un chiodo e dello spago il
sacco che minaccia di sfasciarsi.
Brutta notte. Ma l'alba come sempre porta nuove energie. Stamane però non
bastano a ridarmi l'uso delle mani, ormai provate all'estremo. Piagate come sono,
mi procurano fitte lancinanti appena sfioro anche soltanto un indumento.
Il dito ferito pulsa come in stato di infezione. Naturalmente l'inattività della
notte ha peggiorato la situazione. Stringendo i denti, riesco infine con piccoli
massaggi a ridare alle dita la funzionalità necessaria per riprendere la scalata.
Quando finalmente posso partire il sole è già alto.
Bastano dieci metri per capire il problema. La parete davanti a me è incavata e
liscia fino a una certa altezza, poi diventa fortemente convessa per un'estesa
gronda aggettante. Ricorda davvero l'abside di una chiesa. Una soluzione, per
quanto estrema, sarebbe quella di forzare direttamente il grande tetto nero,
sporgente di almeno cinque metri, che culmina l'abside sulla mia verticale. Ma la
presenza su questo tetto di alcuni blocchi precari e incombenti - tenuto conto
delle limitate possibilità di autoassicurarmi su questo tipo di passaggi - mi
inducono a ignorarlo. Tento allora un'esplorazione più a sinistra.
Senza particolari difficoltà su questo lato, scavalco una nervatura arrivando fin
sotto a una placca rossastra, alta una cinquantina di metri e perfettamente
verticale. La affronto seguendo una fessura che dapprima ha tutta l'aria di
accogliere bonariamente i miei chiodi, ma dopo una ventina di metri le cose
cambiano. Ora la fessura si presenta troppo larga per i miei chiodi, ma anche
troppo stretta per ricevere quei pochi e ormai mal ridotti cunei di legno che mi
sono rimasti. L'ho già detto, ma lo ripeto, che per me ora non esisterebbe alcun
problema se disponessi di perforatore e relativi spit. In tal caso potrei procedere
su diritto, non importa dove, e senza alcun rischio. Sono invece condizionato, ed è
giusto che lo sia, dalle regole del mio gioco che in questo momento si rivela
particolarmente chiuso e spietato. Così è stato anche prima nel superamento del
ramarro. Dovrò dunque ripiegare da questa fessura e cercare un'altra soluzione.
(I ripetitori del Pilastro, trovandosi in condizioni ben diverse dalle mie e
utilizzando agganci più appropriati, passeranno indifferentemente sia sul grande
tetto nero sia lungo la fessura di questa placca rossastra di cinquanta metri.
Nessuno più, ovviamente, ripeterà la mia via originale, nel modo in cui io l'ho
realizzata, proprio perché se ne conoscono ormai i rischi e i tranelli).
Succede intanto un fatto nuovo. Sento nell'aria un rumore. Un piccolo aereo da
turismo compare in cielo e prende a volare insistentemente intorno al Dru, con
giri sempre più stretti. È chiaro che mi sta cercando (al mio rientro saprò che si
trattava del signor Toussaint, il gestore dell'Hotel du Montenvers). Allora mi
sporgo in fuori quanto più posso per rendermi visibile. Tengo un piede su una
staffa, una mano è afferrata al chiodo, mentre agito nel vuoto l'altro braccio e
l'altra gamba. Una nube bianca presto mi avvolge, e anche l'aereo sparisce. Chissà
se il pilota mi avrà visto, penso, e intanto mi invade uno strano turbamento.
È·come se quell'aereo, il cui rombo odo ancora lontanissimo, fosse una parte viva
di me che mi abbandona. Adesso provo una solitudine lacerante e vorrei che
quella visita non fosse mai arrivata fin quassù.
lO9
È mezzogiorno. Avendo ripiegato dalla fessura, è come se ancora non avessi
guadagnato un solo metro da stamane. Mi ritrovo infatti ancora all'altezza del
terrazzino su cui ho bivaccato stanotte. Riesamino il problema e una nuova
possibilità si prospetta per risolverlo.
Non è cosa facile, ma è forse l'unica possibile. Il nuovo piano prevede una serie
di traversate a pendolo verso destra, nel vuoto, per raggiungere e poi seguire una
ben marcata fessura. Da lì dovrò poi continuare, più o meno direttamente, fino a
valicare la zona enigmatica. L'esistenza della appena detta marcata fessura è
senz'altro garanzia di poter piantare i miei chiodi, quindi di poter vincere la
grande fascia strapiombante.
La traversata a pendolo è una manovra che consiste nel fissare la corda a un
chiodo piantato più in alto possibile, tanto da consentire, una volta tornati al
punto di partenza, di oscillare in orizzontale. Questo per raggiungere al volo quel
tratto di parete liscia e compatta altrimenti insuperabile con i mezzi tradizionali.
La serie di traversate in pendolo che sto per iniziare, mi farà «volare» in varie
riprese, per una quarantina di metri in leggera ascesa verso destra, rispetto al
punto in cui ora mi trovo.
Passo dunque all'azione. Con due pendolate, e senza alcuna complicazione,
arrivo prima sotto la perpendicolare del grande tetto nero, poi ancora più a destra
in direzione della marcata fessura. Ma qui iniziano i guai. Invano tento e ritento
di elevarmi su diritto, allo scopo appunto di piantare un chiodo così alto, da
consentirmi una sola e ampia pendolata. La manovra non riesce. Dovrò
suddividere questo volo in due tratti più brevi, stando più basso. Mi slancio su
una prima distanza.
Dopo aver sfilato la fune del pendolo ed essermi spinto un paio di metri più in
là per raggiungere un piccolo gradino, dal quale effettuare un'altra pendolata
conclusiva... allibisco. Tra me e la famosa fessura risolutrice c'è una rientranza
inattesa e impressionante. È come se il Dru, a questo punto, si fosse risucchiato le
rocce lasciando alloro posto un'enorme e liscia svasatura, che per un crudele
gioco di prospettiva si Montagne di una vita palesa solo in questo momento,
quando è ormai troppo tardi. E pensare che l'attacco della fessura è soltanto a una
quindicina di metri più in alto, sulla destra. Oltre l'insospettato abisso,
invalicabile.
Che cosa inventare ora? Non posso tornare indietro compiendo a rovescio le
manovre che mi hanno portato fin qui, in pendolata: ho tagliato i ponti dietro di
me recuperando di volta in volta la corda su cui mi ero lanciato. Né da qui mi è
possibile calarmi in cordadoppia, perché appena sotto i miei piedi la parete rientra
talmente da scomparire per almeno cento metri. Allora mi sento svuotato e
incapace di reagire. Resterò così per almeno un'ora, incollato all'unico chiodo che
àncora me e lo zaino insieme, sopra un vuoto che in questo momento mi dà quasi
la nausea.
Ma piano piano ritrovo la forza di sottrarmi alla passività. Forse, a restituirmi
l'energia è la consapevolezza che da cinque giorni lotto ai limiti del possibile per
sciogliere il mio nodo interiore. E chi spontaneamente ha scelto il Dru per
riconciliarsi con se stesso e con la vita, non può cedere all'inerzia e lasciarsi
morire.
Al di sopra dell'inaspettata svasatura - che mi separa dal punto in cui inizia la
famosa fessura risolutrice e che appunto avrei dovuto raggiungere in pendolata -
vedo protendersi in fuori, a una dozzina di metri sopra di me, alcune grosse
scaglie simili a dita di una mano aperta. Ebbene, mi viene l'idea di lanciarvi la
fune e di prenderle allaccio. Potrò così issarmi a forza di braccia. Ma sono lame
granitiche dall'aspetto troppo precario, certamente non reggerebbero al mio peso.
Allora al capo della fune improvviso un sistema di nodi che fungano da efficaci
tentacoli, simili alle bolas che nella pampa argentina vengono usate per catturare
gli animali. Con tale sistema, che esclude la trazione diretta sulla scaglia, dovrei
ridurre il pericolo di cedimento della stessa. Lancio dopo lancio, prima o poi
almeno uno di questi tentacoli «prensili» dovrà pur rimanere incastrato a dovere
lassù, nell'intaglio tra una lama e l'altra. Per lo meno lo spero.
Tento e ritento. Dopo una decina di lanci la fune sembra finalmente incastrata
saldamente. Ma al primo strattone di verifica ricade mollemente nel vuoto.
Riprovo ancora, ripetutamente, finché la piovra nodosa si aggancia di nuovo, e
stavolta pare sicura. Tirandola infatti, non cede.
Strattono però lateralmente, trovandomi spostato rispetto alla perpendicolare.
Resisterà dawero l'aggancio quando sarò appeso alla fune verticalmente?
Concludo che non serve tormentarsi con dubbi impossibili da accertare, tanto più
che non v'è altra soluzione. Prendo comunque tutte le possibili precauzioni prima
di mollarmi nel vuoto.
Scontato che per questa acrobazia non potrò adottare l'ormai familiare
«autoassicurazione a Z », aggancio allora il saccone al capo della corda che ha
fatto presa sulle scaglie. Questo è il solo margine di sicurezza, reale o presunta,
che posso prendermi. Per consentire poi il recupero dall'alto del saccone, quando
fossi arrivato lassù, questo non dovrà essere trattenuto dal chiodo bensì trovarsi
del tutto sciolto e in equilibrio sul terrazzino. È quanto predispongo.
Per quanto riguarda invece la seconda corda, quella che dovrebbe offrirmi
almeno una probabilità di sicurezza, lego un suo capo alla vita, passo l'altra
estremità nell'occhiello del chiodo dentro cui questa fune deve poter scorrere
liberamente, e infine annodo anche quest'altro capo intorno alla vita. Ho così
ottenuto un ampio anello di corda che parte da me, passa nel chiodo, e chiude
ancora su di me. Questo anello mi lascia un raggio di spostamento di una ventina
di metri, ma lo accorcio riducendolo a quattordici. È quanto basta a raggiungere le
scaglie. Naturalmente io mi isserò sull'altra corda trattenuta dai tentacoli. In caso
di caduta, e prima di arrestarmi appeso nel vuoto, volerei per tutti i metri
guadagnati in salita fino a quel momento, più altri quattordici più in basso, quanti
ne consente il raggio di spostamento a partire dal chiodo. Un grande salto nel
vuoto, dunque, con poche probabilità che il chiodo cui dovrei rimanere appeso
possa reggere allo strappo.
Tutto è predisposto. Ora mi lancerò nel vuoto, reggendomi con le mani alla
corda incastrata tra le scaglie sopra di me. Un'ultima snervante esitazione, e
quando un «certo che» sta per intaccare il mio autocontrollo, chiudo gli occhi,
Montagne di una vita trattengo il respiro, e scivolo nel vuoto appeso alla fune.
Per qualche secondo ho la sensazione di precipitare, poi il volo in avanti si smorza
e quasi subito awerto che sto oscillando all'indietro. L'ancoraggio ha tenuto! Sono
attimi in cui cento pensieri si affacciano alla mente con assoluta chiarezza e si
imprimono nell'anima per tutta la vita. Mi lascio portare avanti e indietro nella
vertiginosa altalena, ma prima di iniziare a girare su me stesso nel vuoto,
comincio a tirarmi sulla corda a forza di braccia. A ogni metro guadagnato il
pericolo aumenta, poiché le vibrazioni che imprimo alla fune inevitabilmente si
ripercuotono sempre più sul nodo del tentacolo che mi trattiene. Incastrato lo è di
sicuro, ma chissà con quali limiti.
È uno sforzo totale, sorretto più che altro dall'istinto di sopravvivenza. Quando
arrivo al punto di dover abbandonare la corda per passare alle scaglie, ho
un'estrema esitazione: tutto può cedere e crollare come un castello di carte. Lo
penso e già mi trovo abbrancato a quelle lastre aggettanti, su cui mi rovescio
strisciando nei loro anfratti per rendermi più leggero. È andata!
Do sfogo al mio ansimare e lascio defluire l'agitazione. Poi inizio il recupero del
saccone rimasto in bilico laggiù. Tiro a me la fune e quando il fagotto azzurro si
ribalta nel vuoto rimango impressionato dalla interminabile pendolata che traccia
sull'abisso. Quello ero io qualche minuto fa. Mollando un capo e tirando l'altro
adesso riprendo anche la corda dell'anello tenuto legato in vita. Il vero sollievo lo
provo soltanto quando vedo questa corda sfilarsi dal chiodo, dove facilmente
poteva rimanere incastrata.
Ripongo nel bagaglio una delle due funi e mi lego al capo dell'altra, quella cui
era annodato il sacco. Riprendo così il mio normale assetto di scalata. Mi innalzo
per qualche metro su blocchi instabili, alla cui sommità riesco a conficcare
saldamente un chiodo. Vi àncoro il sacco e ricorrendo alla mia solita
«autoassicurazione a Z» mi elevo con difficoltà lungo una breve svasatura. È il
tratto che precede l'inizio della famosa fessura, che fin dall'inizio avevo
considerato come 1'« asso nella manica» per risolvere il problema posto dalla
grande abside.
Ma una volta arrivato... la fessura non c'è! Al suo posto segna invece la parete
una compatta vena quarzosa. Cieca appare anche l'incavatura verticale che sale
quasi parallelamente alla vena di quarzo. L'abbaglio è totale e più che mai
disarmante.
Ricado nella disperazione, che però dura poco. Con un guizzo rabbioso, facendo
leva con gamba e spalla in quella specie di strombatura, guadagno d'impeto
qualche metro pur nell'assoluta impossibilità di piantare un chiodo. Poi,
utilizzando un breve restringimento dello svaso, dentro cui striscio, mi riesce
finalmente di conficcarvi sul fondo, e alla bell'e meglio, un cuneo di legno.
Ancora una volta riprendo fiato dopo aver agganciato corda e staffa a questo
cuneo. È una manovra assai pericolosa, quasi una follia, me ne rendo
perfettamente conto. Sto lottando con accanimento oltre ogni limite, in totale
arrampicata libera e sempre sul punto di sgusciare via nel vuoto. Tuttavia avanzo,
palmo dopo palmo, sempre nell'illusione di poter piantare un chiodo di
assicurazione. Così mi contorco e striscio dentro l'aggettante incavatura finché,
come temevo, esaurisco la disponibilità di corda. Allora vivo il momento peggiore,
perché mi è impossibile sostare e al tempo stesso devo assolutamente sciogliere
l'anello dell'« autoassicurazione a Z» che mi tiene bloccato. Non so come, ma a
malapena incastrato di spalla nell'incavatura, e ormai allo spasimo, mi riesce di
sganciare dal moschettone questo anello. Così facendo ho perduto ogni già
aleatoria protezione, ottenendo però la di- sponibilità dell'intera corda - quaranta
metri - per poter continuare a salire. I guai non finiscono qui, perché pochi metri
più sopra la corda si incaglia e mi blocca proprio quando arrivo a ridosso di un
piccolo tetto sporgente. Allora annaspo e mi arrabatto dando strattoni alla fune,
anche con i denti, ma non c'è verso di liberarla. Sono al limite delle forze, non
posso resistere oltre. Ma ecco l'incredibile, meravigliosa sorpresa, e proprio
quando sono giunto ormai allo stremo. In quell'allucinante marasma di
sensazioni scopro che la roccia intorno a me è cedevole, tenera quasi come gesso,
la incido persino con le unghie.
Allora stando sempre incastrato con i gomiti, e sostenuto da una grande scarica
di adrenalina, arrivo a sganciare dalla cintola un piccolo chiodo, e subito dopo il
martello. Alla rinfusa batto dove e come capita quel piccolo ferro appuntito, che
incredibilmente penetra fino a metà in quello che doveva essere duro granito.
Senza pensarci sopra mi aggancio a quell'incerto ancoraggio, e tanto basta a
riprendere respiro e un po' d'energia. Adesso ripeto l'operazione piantando altri
chiodi, uno accanto all'altro, fino a formare un arco convesso di piccoli agganci
sporgenti. Poiché potrebbero fuoriuscire con la stessa facilità con cui sono entrati,
li collego con un cordino che annodo poi ad anello, ottenendo un unico
ancoraggio relativamente saldo.
Nel compiere queste manovre in posizione tanto precaria, una staffa mi sfugge
dalla cintola dov'era agganciata. Saturi di strapiombi, i miei occhi si rifiutano di
seguirne la caduta. L'udito invece ne registra l'effetto: passano parecchi secondi
prima di sentirla rimbalzare laggiù.
Ora sciolgo la fune annodata in vita, la fisso al grappolo di chiodi, poi con
estrema cautela mi affido a essa tenendomi con le sole mani e calandomi fino al
saccone. Lo sgancio dal chiodo, per poterlo tirare su dopo aver riguadagnato
quello strano grappolo d'ancoraggio.
Con quella imprevista e così folle sfilata di corda, compiuta senza il beneficio di
una pur minima protezione, posso dire di aver vinto la grande abside, ossia il
tratto chiave dell'intera scalata. Adesso con altre due traversate a pendolo, verso
sinistra stavolta, e con passaggi di non particolare difficoltà, mi riporto
sull'elegante perpendicolare del Pilastro. Posso dire che collegando ogni manovra
fatta nella giornata, ho finito per tracciare su questi strapiombi un cerchio quasi
completo.
La parete soprastante, nel suo insieme si presenta ora un po' adagiata rispetto a
prima, e la via da seguire è sempre più evidente nel suo susseguirsi di diedri e di
fessure. Uscito dalle estreme difficoltà, mi accorgo di lasciare impronte di sangue
sulla roccia.
Il dolore non è forte, anche perché ho le mani un po' anestetizzate dal duro
lavoro compiuto.
È quasi buio quando arrivo su un buon terrazzino per passarvi il quinto bivacco.
È notte fonda. Dal basso giungono nitidi richiami. A conferma vedo baluginare
nella stessa direzione, lontanissimi, un paio di lumicini. Potrebbero essere alcuni
amici saliti fino al rifugio Charpoua. Lancio anch'io il mio urlo, e per indicare la
mia posizione do fuoco a un pezzo di carta. Questi replicano a loro volta. Dalle
loro grida mi pare di capire che domani saliranno per venirmi incontro (saprò poi
che mi credevano sulla via normale, in discesa, perché così pareva dal loro punto
di osservazione).
Improvvisamente mi sento come ritornato alla vita, dopo esserne stato tanto
lontano. Nulla è mutato materialmente, il dolore alle mani, la sete bruciante,
l'ombra nera dei profili severi. Eppure dentro di me sento rinascere l'uomo, con il
quale in questi giorni non ho avuto rapporti. Lo sto ritrovando, questo basta a
farmi capire l'intensità di ciò che ho appena vissuto. Fino a poche ore fa, la mia
misura era quella della montagna, i cui elementi, roccia, gelo, vuoto, staticità,
durata, avevo assorbito fino a diventarne parte. lo e la montagna, cosa unica e
inscindibile.
Sento di avere in pugno il Pilastro del Dru. E sento di aver varcato ben più
lontani e invisibili confini. So di aver superato la barriera che mi separava
dall'anima, sento finalmente di aver sciolto il mio nodo interiore. Nell'emozione
di questo momento mi sorprendo a piangere, e poi a cantare.
Il cielo comincia a schiarire, sta per iniziare la sesta giornata di lotta e ogni mia
energia è tutta per l'ultimo ostacolo che oppone la vetta. Ma le mie mani non
rispondono all'appello. Il loro gonfiore è tale che non riesco più a stringere né ad
aprire il pugno. Mi impongo di muoverle, gradatamente, per riattivarne l'uso. Ciò
mi procura un dolore insopportabile. In luogo del sangue dalle ferite esce un siero
trasparente.
Alcune voci mi raggiungono chiaramente. Compaiono tre uomini sulla Breccia
delle Flammes de Pierre. Con foga rispondo ai loro richiami. Riconosco soltanto
la voce di Ceresa, gli altri due parlano francese. Dai frammenti dei loro discorsi,
Montagne di una vita che mi raggiungono, capisco che sono molto preoccupati
per me. Cerco di indovinarne il motivo mettendomi nei loro panni. Intuisco la
loro ansia, deve far paura osservare dalla via normale, precisamente dalla Breccia
delle Flammes de Pierre, un piccolo uomo, tutto solo, che sale appeso a un
lastrone di granito a piombo per un migliaio di metri. Anche per tranquillizzare
quei tre decido di riprendere subito la scalata, benché le mani non siano del tutto
sciolte. Ceresa mi grida che continueranno la loro salita fin sulla cima, dove mi
attenderanno.
Superato un diedro obliquo a sinistra giungo quasi sul filo netto e sottile del
Pilastro. Poco più in alto questo spigolo si inclina, e anche le difficoltà
diminuiscono. A mezzogiorno non mi resta da superare che un centinaio di metri
di dislivello. La roccia è ormai facile, tanto da indurmi ad alleggerire il saccone
abbandonando tutto ciò che è diventato superfluo. Fra le altre cose sto per
sbarazzarmi delle due staffe, e anche dei chiodi che mi sono rimasti. Ma all'ultimo
momento, ho l'intuizione di riporli nel sacco senza sapere che proprio così potrò
far fronte all'ultimo inganno del Dru. Poco sopra, infatti, un profondo intaglio
separa, netto, il Pilastro dalla vetta del Dru. Una nuova parete si presenta ai miei
occhi al di là dell'intaglio, tutta a strapiombi compatti per un'altezza di almeno
cinquanta metri. È una sorpresa che in altri momenti avrebbe dato il colpo di
grazia alla mia resistenza. Scopro invece di avvicinarmi e poi di attaccare
quest'ultimo ostacolo in modo quasi spavaldo, come se in cuor mio avessi la
matematica certezza che nulla potrà più impedirmi di raggiungere la cima.
Le mani sono tornate indolori, chiodi e staffe entrano di nuovo in funzione in
modo quasi brutale. Una lastra di granito di almeno un quintale si stacca
improvvisamente, sollecitata da un chiodo che cerco di conficcare. Mi investe di
striscio tramortendomi la gamba sinistra, ma le mani non mollano la presa. Mi
sento come invaso da una forza sconosciuta anche a me stesso, e continuo a salire
superando placche levigate e notevoli strapiombi anche in arrampicata libera.
Poi la parete si adagia per dawero, e appare sempre più solcata da fessure e
grandi massi sporgenti. Lassù, lungo la cresta normale, ricompaiono gli amici, i
quali vedendomi ormai prossimo alla conclusione decidono di aspettarmi lì dove
sono arrivati, a duecento metri dalla vetta.
Alle 16.37 esatte sono sulla cima del Dru. Lascio le beatitudini di circostanza a
occasioni più rilassanti e mi limito a dare un'occhiata veloce tutt'intorno. Poi, con
il sacco sulle spalle fi- nalmente alleggerito, comincio a discendere in cordadoppia
e infine a balzi verso gli amici. Insieme a Ceresa sono saliti, con gesto dawero
simpatico, i francesi Gerard Gery e Lucien Berardini. Quest'ultimo è uno dei
quattro vincitori della parete ovest del Dru, nel 1952.
La notte ci coglie presso la Breccia delle Flammes de Pierre, dove ritrovo la mia
piccozza. Un sesto bivacco è inevitabile, ma è come ritrovarsi a una bellissima
festa tra amici.

Un'anticipazione incompresa? (1955)

L'impresa solitaria del Dru ha subito l'effetto di allargare l'orizzonte della mia
concezione alpinistica, facendomi capire mete e previsioni ben più avanzate del
tempo in cui è avvenuta, caratterizzato da mezzi molto limitati. È cosÌ che nel
panorama dei miei progetti riappare di nuovo la bella piramide del K2, scelta
stavolta per dare concretezza all'idea che mi è appena venuta: scalare la seconda
montagna del mondo da solo, in stile alpino e senza l'impiego di bombole
d'ossigeno.
Sono conscio che viveri ed equipaggiamento di vario genere costituiscano allo
stato attuale (non dimentichiamo che è il 1955) un grande limite per un simile
progetto, limite causato dal peso eccessivo e scarso giovamento di quanto richiede
una simile impresa. Questa è una delle ragioni per cui nei successivi vent'anni
non si compiranno che spedizioni pesanti e di lunga durata per scalare un
ottomila. Sono anche consapevole che è, più di tutto, l'autonomia dell'alpinista
solitario a essere penalizzata, proprio a causa del gravoso trasporto a spalle di
quanto è richiesto verso e sulla montagna. Tuttavia voglio provarci. Qualcosa mi
dice di avere buone probabilità di riuscita, basate oltre che sull'esperienza già
fatta lassù, sulle mie risorse fisiche ben collaudate. Tutto dunque viene da me
studiato accuratamente per arrivare a ottenere una sufficiente autonomia
d'azione di circa una settimana, partendo dal ghiacciaio di fondovalle per
ritornarvi dopo aver scalato la cima. Ho previsto di avvalermi soltanto di poche
cose indispensabili, che saranno contenute in un unico zaino del peso di
venticinque chilogrammi. Va detto che l'impresa si svolgerà lungo quello Sperone
Abruzzi che ormai ben conosco; potrò quindi beneficiare, oltre che di una perfetta
acclimatazione raggiunta lo scorso anno, anche di qualche residuo di attrezzatura
rimasta sulla montagna e che spero sia ancora efficiente. Mi anima inoltre una
forte volontà di riuscita, sollecitata anche dalla memoria degli spiacevoli miei
trascorsi sulla stessa grande montagna.
Ma ecco presentarsi l'ombra della maggiore e forseinsuperabile difficoltà del
K2: il finanziamento dell'impresa. Non trovando via migliore, dopo averne cercate
inutilmente altre da più parti, mi rivolgo a una grande casa editrice milanese
proponendole, in cambio di una piccola sowenzione, il mio resoconto che cederò
in esclusiva. So di avere una buona reputazione, anche in Pakistan dov'è il K2.
Eppure, alla fine non riuscirò a ottenere il pur minimo aiuto per far decollare
l'impresa. Non soltanto la mia proposta cade nel vuoto, ma suscita nei dirigenti
della casa editrice (ed è proprio questo a mortificare) niente più che un sorriso di
commiserazione. Cosa che oggi, forse, non awerrebbe mai.
Ecco perché si ha ragione di credere che non si possa essere che figli della
propria epoca, e condizionati dalle stesse limitazioni del proprio tempo.
Limitazioni naturalmente di vario genere e interesse. Forse un po'
machiavellicamente, ho buoni motivi di sospettare che in tutto questo non vi sia
stata solo cecità, ma anche la volontà di evitare che il mito del successo nazionale
dell'anno prima potesse venire appannato dall'impresa precorritrice di un giovane
solitario.

Natale sul Monte Bianco (1956)

A segnare positivamente il mio alpinismo del 1956 è la traversata scialpinistica


delle Alpi, la prima compiuta nella sua integrità dalle Alpi Giulie alle Alpi
Marittime, e da un solo gruppo di persone. I dati tecnici di questo raid sono
eloquenti: 1795 chilometri di cammino con gli sci ai piedi, o sulle spalle
compatibilmente con lo stato di innevamento; nessun utilizzo di mezzi di
trasporto vuoi stradale vuoi funiviario; cinque vette raggiunte, prima fra tutte
quella del Monte Bianco; 146.000 metri di dislivello superato; 66 giorni di durata
complessiva, ossia dal 14 marzo al 18 maggio. Ma di questa impresa ciò che più ha
contato è il sogno che mi ha regalato. Ho immaginato infatti di vivere
un'esperienza antartica che avrei tanto voluto fare ma che a quei tempi non era
minimamente pensabile, al di fuori di un'organizzazione a carattere nazionale e
con scopi scientifici.
Giunse poi l'inverno, e portò quell'avvenimento doloroso che doveva compiersi
proprio sui fianchi della montagna che più ho amato.
La storia della tragedia che sto per raccontare entra, purtroppo, nel numero
degli avvenimenti che in quegli anni hanno interessato 1'opinione pubblica, e non
certo per amore verso 1'alpinismo. Mi riferisco alla scalata del Monte Bianco, che
avevo deciso di compiere con il tenente degli alpini Silvano Gheser lungo la via
della «Poire» in pieno inverno, nel giorno di Natale. Fu un tentativo stroncato
dall'improvviso maltempo, che si tramutò subito in dramma. L'aver incontrato sul
nostro cammino, per puro caso, i due alpinisti stranieri François Henry eJean
Vincendon, ha dato luogo alle interpretazioni più cervellotiche di quell'avventura,
che venne divulgata in modo inesatto e ingeneroso. Si è voluto in qual che modo
collegare gli errori dei due sfortunati alpinisti, e la loro tragedia, con la mia
scalata e soprattutto con la mia persona addossandomi ogni colpevolezza. A
diffondere questo capolavoro di assurdità fu soprattutto, come spesso accade, una
certa stampa: sconsiderata, di parte e mascalzona.
Da oltre un anno era nei miei progetti scalare la via della «Poire» sul Monte
Bianco. Quell'imbuto di roccia e di ghiaccio mi aveva affascinato.
Ma ogni volta che decidevo di partire, ecco sopravvenire il cattivo tempo. Si
arrivò a dicembre prima che lo stato della montagna e del tempo atmosferico
diventassero favorevoli. Ecco come si prospettò l'idea di affrontare
quell'ascensione in pieno inverno. Era dunque giunto il momento tanto atteso.
Il 18 dicembre raggiunsi con Gheser i 3680 metri del bivaccofisso della Fourche
per accertarmi sulle buone condizioni dell'alta quota. Niente da dire, erano
perfette. Allora decisi di attaccare il giorno di Natale, sarebbe stato per me un
Natale straordinario.
Il 24 dicembre risalimmo dunque al bivacco della Fourche. Qui, in prossimità
del rifugio, incontrammo due alpinisti che stavano scendendo. Erano il francese
aspiranteguida Jean Vincendon e lo studente belga François Henry. Avevano
pernottato al bivacco della Fourche con il proposito di scalare lo Sperone della
Brenva. All'alba, vedendo comparire all'orizzonte alcune velature, pensarono di
rinunciarvi. Intanto il tempo era tornato splendido. Erano lieti di vederci lassù.
Così decisero di risalire anche loro al bivacco appena lasciato. «Trascorreremo
insieme la notte », dissero, «e domani mattina attaccheremo lo Sperone della
Brenva. »
Nel primissimo pomeriggio vado con Gheser in ricognizione fino al colle
Moore. La neve è dura e sostiene benissimo. Fa buio quando rientriamo.
Durante la ricognizione avevo incrinato il manico della piccozza. Henry se ne
accorse e volle che la cambiassi con la sua. «La "Poire" », disse per minimizzare il
bel gesto, «esige un'attrezzatura in perfetto stato. »
I due disponevano di un eccellente equipaggiamento, assai migliore del nostro
per modernità. Erano invece un po' aMontagne di una vita corto di viveri; cosÌ li
rifornimmo noi di tutto un po'. Ma ciò che più apprezzammo del loro
straordinario equipaggiamento furono, ricordo, i grandi sacchi da bivacco rigonfi
di piumino, erano sacchi speciali per bassissime temperature. Come dissero loro
stessi, erano da collaudare in vista di una impresa himalayana, che presto
avrebbero compiuto.
A fronte di tanto ben di Dio, io non avevo che un leggero giubbetto imbottito:
per l'addiaccio notturno l'avrei integrato con un mezzo sacco-piumino, che
infilato dai piedi mi giungeva alla cintola. Gheser disponeva di una tuta intera
imbottita di piumino, e per il bivacco si sarebbe infilato dentro un normale sacco
di tela gommata dopo aver calzato un paio di stivaletti imbottiti. Entrambi
portavamo un doppio copricapo e doppi guanti di lana. ' Il mattino seguente,
benché ci fossimo svegliati alle 2.30, fummo pronti a partire soltanto intorno alle
quattro. Era già tardi, tuttavia ci incamminammo verso il colle Moore. Vincendon
ed Henry fecero altrettanto dietro di noi, poiché le nostre vie erano in comune
fino al colle.
Una volta raggiuntolo ci separammo scambiandoci il rituale augurio, era infatti
il giorno di Natale. Mentre i due co- minciavano a innalzarsi sullo Sperone della
Brenva noi conti- nuammo orizzontalmente inoltrandoci nel cuore della grande
parete, verso la via della «Poire ».
Si alzò il sole quando ancora eravamo all'inizio di un erto canale di neve
instabile, che a quell'ora già avremmo dovuto valicare. Era tardi e pericoloso
procedere in quei canali sotto il tiro dei seracchi. A malincuore rinunciammo
allora all'attesa «Poire ». Tuttavia, per non restare a mani vuote, decidemmo di
ripiegare sul più semplice e assai meno infido Sperone della Brenva. Piegammo
cosÌ in diagonale prendendo quella direzione. Forse avremmo raggiunto
Vincendon ed Henry che vedevamo già impegnati lassù. Arrivammo invece sullo
sperone assai più in alto dei due. Che ciò dipendesse dal nostro superiore
allenamento in quota ce ne accorgemmo subito. Vincendon ed Henry adesso
seguivano a distanza le nostre tracce.
La giornata si manteneva splendida e il paesaggio era entusiasmante. A un
tratto vidi un'enorme valanga staccarsi dai seracchi presso la vetta del Bianco, e
arrivare con un salto di oltre mille metri fino al ghiacciaio. Aveva sollevato una
nube bianca e ribollente che riempì l'intero bacino della Brenva. La nostra
rinuncia alla via della «Poire» era stata provvidenziale.
Sullo Sperone della Brenva eravamo al sicuro, e tutto procedeva bene.
Vincendon ed Henry ci seguivano a distanza. Affinché ci raggiungessero
rallentavamo spesso l'andatura; inutilmente però, quello era il loro passo.
Alle tre e mezzo del pomeriggio, come dire verso sera in questa stagione,
eravamo giunti quasi in cima allo sperone. Appena un centinaio di metri ci
dividevano ancora dall'ultimo seracco presso il colle della Brenva. Poi da qui e
fino alla cima del Monte Bianco, ma anche oltre per scendere a valle lungo la via
normale, non avremmo più avuto alcun problema, neanche al buio, disponendo di
pile frontali.
Ma proprio qui invece il tempo ci tradì, di colpo.
Il cielo si oscurò e in meno di un'ora la tormenta prese a scuoterci con ventate
pungenti. Un piccolo altimetrobarometro sarebbe bastato a segnalarci, già nella
notte alla Four- che, un calo di pressione, mettendoci in guardia. Ma a quel tempo
non si faceva granché uso di tale strumento (lo adotterò a partire proprio da
quell'esperienza). Né esistevano previsioni meteorologiche affidabili. Ognuno
confidava dunque sulle proprie osservazioni empiriche e su vaghi segni
premonitori. Fu così che quel giorno tutto avvenne imprevedibilmente e
improvvisamente.
Intanto s'era fatto buio e noi ci trovavamo pressappoco allo stesso punto, sotto
gli ultimi seracchi. Qui dovemmo rassegnarci al bivacco scavando alla bell'e
meglio un gradino sul pendio di ghiaccio. Da lì a qualche ora Gheser mi fece
capire a mezze parole che i suoi piedi, divenuti insensibili, si trovavano in
pericolo.
Il gelo, incrudito dal vento, si era fatto estremo. La preoccupazione mi indusse
a scambiare il mezzo saccopiumino con il suo di tela gommata. Più tardi
svuotammo anche gli zaini del loro contenuto per infilarvi dentro i piedi. In
Montagne di una vita quelle condizioni naturalmente non chiudemmo occhio per
l'intera notte.
Arriva l'alba del giorno 26 e ancora infuria la bufera. Siamo sommersi, affondati
nella neve. I piedi di Gheser sono peggiorati. Miracolosamente io sono indenne.
Le condizioni della montagna, divenute proibitive, non consentono più un
ripiegamento. La spessa coltre di neve riveste pericolosamente i duri e levigati
pendii. Basterebbe un nonnulla a provocare la slavina. Dunque bisognerà forzare
una via verso l'alto, tenendosi il più possibile in linea retta per non <<tagliare» il
pendio.
Da ieri sera aumenta anche la preoccupazione per Vincendon ed Henry, che
devono aver bivaccato non lontano da noi. Li chiamo a più riprese finché ottengo
una loro risposta. Immagino che si trovino nei guai, nonostante il loro super
equipaggiamento. Allora annodo insieme le mie due funi ottenendo una corda
utile di circa ottanta metri.
Fisso questa lunga fune a un chiodo da ghiaccio e mi calo fino a loro.
Risaliamo, e in breve ci troviamo tutti e quattro riuniti. Il bivacco è stato assai
duro anche per loro. Ci raccontano di essersi riparati dentro un provvidenziale
piccolo crepaccio, un centinaio di metri sotto di noi, nelle vicinanze del cosiddetto
Ilot Rocheux. Henry, come Gheser, soffre di un principio di congelamento al
piede sinistro.
Decido di formare una sola cordata in quest'ordine: io, Gheser, Henry,
Vincendon. La visibilità è nulla. Ora si tratta di indovinare la giusta via per non
finire chissà dove. Ieri sera, prima che cominciasse l'inferno, avevo notato
l'esistenza di una breccia, forse percorribile e posta tra due seracchi sporgenti. Ora
bisognerà scovarla pur avanzando praticamente a tentoni. La bufera è tale da non
poter tenere gli occhi aperti, e le palpebre si incrostano di ghiaccioli. Ripidissimi
pendii di neve polverosa finiscono contro muri di ghiaccio levigato. Affronto gli
uni e gli altri, a caso, senza vedere più in là di un paio di metri.
Questo avveniva nel giorno di Santo Stefano, e nella consapevolezza di trovarci
sperduti in un dedalo di spaccature e di blocchi verticali. Soltanto superando
questi ostacoli saWalter BanaNi remmo potuti arrivare al colle della Brenva.
Accecati dalla tormenta, provati dal duro bivacco ma anche spaventati da quello
della notte a venire, continuiamo ostinatamente a lottare per venirne fuori. CosÌ
ci aggiriamo tra invisibili pilastri di ghiaccio e larghe voragini fino alle tre del
pomeriggio. Poi... il prodigio! Improvvisamente si aprono le nebbie e la cupola del
Monte Bianco appare fumante sopra di noi.
Il vento da nord era fortissimo, il gelo insopportabile, ma ora sapevamo almeno
dove eravamo finiti: era la giusta via, per fortuna. Praticamente ci trovavamo sul
colle tra i due Rochers Rouges, molto al di sopra del colle della Brenva e già oltre
il Mur de la Cote. Dunque appena a trecento metri di dislivello dalla vetta del
Monte Bianco. Istintivamente cercai con lo sguardo la più rapida via di fuga, sul
versante francese. Irresistibile miraggio, Chamonix mi apparve là sotto invitante e
persino vicina. Quasi inconsciamente cominciai allora a discendere per il grande
canalone sottostante, conosciuto come Ancien Passage inferiore. All'inizio pareva
facile da percorrere ma fatti un centinaio di metri mi resi conto dell'inganno. In
realtà le pendenze diventavano sempre più forti ma soprattutto era lo spessore
della neve appena caduta a farsi sempre più inconsistente e pericoloso. Capii che
tutti i pendii della montagna, su entrambi i lati dello spartiacque, sarebbero stati
impraticabili; appunto perché, già duri e levigati, si erano caricati all'improvviso di
neve inconsistente: sarebbe bastato un soffio ad avviare la valanga.
Informai i compagni e fummo tutti convinti che discendere per quel canalone
era una follia. L'unica via di fuga rimaneva quella che risaliva l'ampia dorsale di
nordest, vale a dire la via normale che dal Mur de la Cote, già rimasto sotto di noi,
ci avrebbe portati senza rischi sulla cima del Monte Bianco. La discesa sarebbe poi
avvenuta sempre per via normale, lungo la cresta delle Bosses.
CosÌ decidemmo per questa soluzione. Era certamente la via più lunga da
seguire, ma anche la più facile e sicura. Dovevamo soltanto camminare, passo
dopo passo, lungo una successione di ampi dossi gelati e spazzati dal vento. Ma
era importante fare presto, data l'ora.
Prima di avviarmi, accarezzai ancora con gli occhi la vallata di Chamonix,
allettante promessa di calore e di quiete. Un sogno.
Per dare maggior scioltezza al nostro procedere riprendemmo le originali
formazioni dividendoci in due distinte cordate: io con Gheser e Vincendon con
Henry. Per circa mezz'ora, o forse più, camminammo verso la vetta del Monte
Bianco affiancati gli uni agli altri, curvi sotto le raffiche di vento. Talvolta Gheser
e io precedevamo i due malcapitati, poi magari erano loro a sorpassarci mentre
noi ci si fermava un attimo ad assestare qualcosa. Salivamo cosÌ verso la cima.
Ecco perché non mi accorsi, non potevo accorgermi, di averli «perduti». A un
certo momento ci trovammo in testa io e Gheser, era chiaro che i due ci
seguivano, non poteva essere diversamente. Tuttavia quando voltandomi notai
che si trovavano distaccati più del solito gridai loro di affrettarsi.
Urlai nel vento senza fermarmi, perché il mio compagno dava ormai segni di
difficoltà. I due compresero e assentirono. Gheser muoveva passi sempre più
rigidi e incerti, ciò malgrado proseguiva stoicamente senza un lamento. Per
fortuna non v'era alcuna difficoltà davanti a noi, a esclusione della forzata gara di
velocità che, necessariamente, dovevamo ingaggiare con la notte sempre più
vicina, e con lo sfinimento sempre più palese.
Quasi al buio, spingendo i nostri corpi contro un vento polare e paralizzante,
arrivammo sulla vetta del Monte Bianco. Continuammo senza sosta sul lato
opposto, lungo la cresta delle Bosses. Era notte fonda quando entrammo nella
capanna Vallot. Allume di candela Gheser si tolse gli scarponi ed ebbi subito la
misura di quanto grave fosse il suo stato di congelamentò ai piedi. Ma anche sulle
mani erano già affiorate vesciche di gelo. Non c'era un minuto da perdere e con il
mezzo litro di alcool da ardere - il carburante del nostro fornelletto, rimasto
intoccato - praticammo violenti massaggi ai suoi arti, insistendo fino a quando
riacquistò, seppur parzialmente, sensibilità.
Intanto aumentava la preoccupazione per Vincendon ed Henry, che ancora non
erano apparsi. Ogni tanto mi affac ciavo alla porta e scrutavo la tormenta in
direzione del Monte Bianco, ma senza vedere nulla se non il rincorrersi frenetico
dei fantasmi di polvere nevosa, colpiti dalla luce della mia pila. Mi chiedevo con
angoscia se quei due, per non impegnarsi a fondo scavalcando la cima del Bianco,
non avessero deciso di bivaccare da qualche parte lassù. Sarebbe stato un tragico
errore. Tanto più perché noi, ormai, non potevamo fare niente per aiutarli.
Molti poi si chiesero perché mai avessi «abbandonato» Vincendon ed Henry
sulla vetta del Monte Bianco. In realtà su quel facile e conclusivo cammino,
nessuno fu, né poteva essere, abbandonato. Quella sera eravamo tutti in grado di
intendere e volere, e concordemente avevamo deciso di percorrere la via più
logica e nel modo più ragionevole, cioè divisi in due cordate, senza per questo
trovarsi abbandonati gli uni dagli altri. Così andarono le cose fino a un certo
punto.
lo non potevo immaginare che giunti a quel punto Vincendon e Henry, rimasti
poco più indietro di noi, decidessero di prendere, a nostra insaputa e sul far della
notte, la più assurda delle decisioni: quella di invertire la marcia (questo hanno
fatto!) e di infilarsi proprio in quel canalone dell'Ancien Passage che avevamo
evitato in quanto estremamente pericoloso. Perché Vincendon ed Henry fecero
una simile follia? Non lo so, non posso saperlo, nessuno lo saprà mai.
Quei due poveri ragazzi, commettendo quel tragico errore, decisero la propria
sorte. Per quanto mi riguarda posso dire, in tutta coscienza, che mai persi
l'occasione in quei drammatici giorni di dare agli altri il mio aiuto, nei limiti del
possibile. Gheser e io vivemmo dunque quel particolare momento del distacco dei
due malcapitati, nel modo che ho detto e nell'assoluta convinzione che essi
avrebbero seguito il nostro cammino totalmente privo com'era di difficoltà
tecniche. Dunque eravamo assolutamente convinti che ci avrebbero raggiunti da
un momento all'altro, come già era stato fino a poco prima. Ne avevano tutta la
possibilità, come noi, forse anche più di noi dal momento che era proprio Gheser
a trovarsi palesemente in seria difficoltà per congelamento fin dalla sera
precedente.
TI mattino del 27 dicembre speravo ancora che i due, sopravvissuti a un
terribile bivacco presso la cima, potessero presto raggiungerci.
D'altra parte, pure Gheser e io avevamo passato una dura notte. All'interno
della capanna, fatta di sola lamiera, il termometro segnava diciotto gradi
centigradi sotto zero. Come unico conforto vi avevamo trovato tre o quattro co-
perte cenciose che il ghiaccio aveva indurite e incollate l'una all' altra.
Già ai primi albori ero tornato ad affacciarmi alla porta. TI vento, seppure un
po' meno teso che nella notte, sfilacciava dense cortine di nebbia. Soltanto tra i
brevi squarci della tormenta appariva confusamente la piramide del Monte
Bianco. Chiamai Vincendon ed Henry ripetutamente, senza ottenere risposta.
Angosciati continuammo ad attenderli, non potevamo fare altro per loro. Lo stato
d'emergenza in cui ci trovavamo ormai non ci consentiva più di risalire in cima al
Bianco alla ricerca dei due dispersi, dovevamo anzi toglierei al più presto da
quella spoglia e inospitale scatola metallica che stava per diventare una trappola.
Gheser, infatti, non poteva più calzare gli scarponi, tanto gli si erano gonfiati i
piedi congelati, e io dovevo assisterlo. Ma dovevamo anche muoverci da lì.
Dopo avergli infilato i calzari di piumino, gli avvolsi i piedi con lembi di coperta,
e infine, su quella grezza imbottitura, fissai i ramponi servendomi anche di alcuni
pezzi di filo di ferro trovati provvidenzialmente in quell'immondezzaio gelato.
Ritardammo dunque a lungo la partenza e finimmo per lasciare la Vallot alle
dieci. Per un attimo ebbi ancora la tentazione di calarmi direttamente su
Chamonix, nuovamente attirato dalla brevità del percorso, ma al primo cumulo di
neve fonda e cedevole mi ricordai dei pericoli già valutati la sera prima. Senza più
esitazioni presi perciò la direzione del Dome du Guter per poi raggiungere da lì la
cresta di Bionassay .
La neve, in certi punti di quel tondo plateau, era così alta da affondarvi fino alle
anche. Per alzare una gamba e fare un varco davanti a me, spesso dovevo aiutarmi
con le mani. La nebbia era tornata a infittirsi e presto ci avvolse completamente.
La cresta di Bionassay, a stento ritrovata, appariva tremendamente infida per le
croste di neve ventata che la rivestivano. Gheser si comportava in modo mirabile.
Ma perché potesse avanzare sulla sottile cresta, dovevo prima tracciargli la via con
larghi margini di sicurezza. E il tempo correva inesorabilmente.
Era mezzogiorno e ci trovavamo ancora sul ghiacciaio del Dome. Un pallido
sole apparve illuminando a tratti il cammino. Occorreva procedere con molta
cautela tra i crepacci ormai mascherati da una coltre di neve altissima e fragile.
Con altre due ore di fatica non discendemmo che poche centinaia di metri di
dislivello. Poi, saranno state le due del pomeriggio, un elicottero spuntò dalle
nebbie, inaspettatamente, e ci sorvolò a bassissima quota. Ma non mostrò di
averci visti. Poco dopo, la foschia prese più corpo.
Per più di un'ora vagammo ancora sul ghiacciaio alla ricerca di un passaggio
fidato, che non trovavamo. Seracchi e ponti di neve, appena intuibili, si
susseguivano nel bianco labirinto. Ed ecco l'incidente che a ogni passo avevo
temuto. Passando un ennesimo ponte di neve, di colpo tutto precipita intorno a
me e io vengo come risucchiato dal crepaccio. Il ghiacciaio mi inghiotte in un
turbine di polvere. Il volo sembra interminabile, ma ecco lo strappo secco, sui
fianchi, e mi ritrovo fermo nel vuoto oscuro del crepaccio. In mano stringo ancora
la piccozza, però sono penzoloni, a testa in giù, al centro di un budello di ghiaccio
azzurro largo almeno tre bracciate. Ho fatto un salto di diecidodici metri, e
altrettanti, sotto, mi separano da un esiguo ponte di neve, anch'esso sospeso su
una voragine che si perde nel buio. Mi sento strangolare, e non soltanto dalla
corda cui sono appeso ma anche dallo zaino che nella caduta mi si è ribaltato sulla
testa. Le sue cinghie stringono e premono sul collo, mi immobilizzano le braccia,
mi danno la sensazione di soffocare. Resto così per alcuni minuti, come un
impiccato rimasto in vita per errore.
Riesco a fatica, con grida strozzate, a farmi sentire da Gheser che lassù,
malgrado lo stato delle mani e dei piedi Montagne di una vita colpiti da
congelamento, riesce ancora a trattenermi. Lo aiuta il forte attrito della corda, che
strisciando per una dozzina di metri sul bordo nevoso del crepaccio lo ha
penetrato, funzionando da freno. Gli urlo di calarmi ancora più giù.
E lui piano piano lascia scorrere la corda finché approdo sul ponte di neve, ma
lo faccio con estrema cautela, perché non crolli. Ora mi trovo sprofondato nel
crepaccio per oltre venti metri. La corda che mi ha trattenuto nella caduta e che
mi lega al compagno si trova, per effetto del mio peso, sempre più solidamente
imprigionata nel bordo sommitale del crepaccio.
Valuto la situazione. Il cordino di soccorso da otto millimetri, che potrebbe
aiutarmi a uscire, è riposto nel mio zaino. È dunque inservibile poiché è
impossibile inviarlo all'amico. Ma non posso neppure rischiare di perdere il
prezioso zaino che dovrò levarmi dalle spalle per essere più leggero nelle
manovre. Ho deciso. Poso questo sacco sull'esile ponte nevoso che mi regge,
estraggo il cordino, un capo di questo me lo lego in vita e fisso all'altro capo lo
zaino. Così facendo, se riuscirò in qualche modo a uscire in superficie, mi sarà
facile recuperare dall'alto il prezioso carico.
Grido a Gheser di bloccare la corda che ci lega. Poi, raccolte tutte le forze, mi
arrampico sulla fune per una dozzina di metri, a mani nude per meglio far presa.
Stremato, raggiungo così l'unico punto dove il crepaccio si restringe tanto da
consentirmi una sosta, a gambe divaricate da parete a parete, puntando con forza i
piedi ramponati. Miglioro poi la faticosa posizione appena assunta scavando con
la piccozza due gradini nel ghiaccio vivo, uno per parte, come sicuri punti
d'appoggio.
Sarebbe lungo e complicato descrivere le successive operazioni che inventai per
uscire dal crepaccio. Dirò soltanto che me la cavai ricorrendo al mio passato di
ginnasta, ossia compiendo una serie di ardite acrobazie lì per lì improvvisate ma
determinanti per poter varcare 1'«impossibile» cornicione di neve. Era una cappa
assai sporgente sopra di me e dentro la quale la corda continuava a rimanere
profondamente incastrata. Giunto che fui sotto la grande sporgenza del
cornicione, invano -avevo tentato di demolirla a colpi di piccozza. Esasperato mi
feci allora gettare da Gheser un anello della stessa corda che ci legava, e la cui
eccedenza stava mollemente posata al suolo. Passai questo anello dalla testa fin
sotto le ascelle, ma senza poterlo annodare. «Tieni duro! » gridai allora all'amico,
«Resisti! » e mi abbandonai nel vuoto restandovi completamente sospeso. Poi
cominciai a issarmi impugnando entrambe le corde dello stesso anello che mi
passava sul dorso, e che dall'alto era trattenuto dalle mani irrigidite del
compagno. Con un colpo di reni seguito da una capriola mi rovesciai infine
all'aperto, al di sopra dello spesso tetto di neve. Mi sentii come resuscitato. Ma se
Gheser non avesse resistito quei pochi minuti... Fu invece bravissimo.
Erano ormai le diciassette quando recuperai il sacco, che issai dal crepaccio con
il cordino cui l'avevo legato. Dieci minuti più tardi si era fatto buio. Ci
accostammo al vicino seracco per passarvi la notte, rannicchiati contro la gelida
p'lrete. Quello che ci attendeva era ormai il terzo bivacco in condizioni estreme.
Eravamo molto preoccupati. La notte fu quale l'avevamo temuta: freddissima
nelle prime ore quando aveva ripreso a nevicare, e ancora peggio nelle successive
quando tornò il sereno. Adesso il congelamento intaccava seriamente anche le
mani di Gheser. Gli cedetti i miei guantoni più spessi, e anche il cappuccio del
giubbetto.
Non potevo fare di più avendo già scambiato con lui, fin dall'inizio, il mio
mezzo sacco imbottito con quello suo di tela gommata, affinché i suoi piedi
fossero meglio protetti. Sino ad allora avevo resistito con il semplice sacco di tela
gommata ma adesso, in prossimità dell'alba, quando il gelo si fa più intenso,
sentivo che il freddo stava per vincere anche me. I piedi stentavano a riprendersi
dal torpore. Allora, come in quella notte lontana sul K2, impugnavo la piccozza e -
ubbidendo a una vecchia e ormai superata teoria - prendevo a bastonarmi i piedi
finché un acuto dolore mi avvertiva che il sangue era di nuovo in circolazione.
Così arrivammo anche al quarto giorno, anzi al quinto a ben considerare se
contiamo anche quello speso per l'avvicinamento alla parete della Brenva. È il 28
dicembre e c'è il Montagne di una vita sole. Non basta tuttavia a rianimarci,
abbiamo le «pile» scariche. Eppure dobbiamo rimetterci in marcia. Rifaccio le
fasciature ai piedi di Gheser, e via di nuovo tra i crepacci, dai quali adesso sono
ossessionato: li vedo ovunque, ne awerto dappertutto la minaccia. Sono diventati
particolarmente pericolosi perché prima che nevicasse il ghiacciaio era rimasto da
parecchie settimane secco e ripulito dal vento, quindi con tutte le fenditure aperte
e' spoglie di ponti di neve. Il manto nevoso, appena fioccato in abbondanza, è
stato sospinto dal vento fino a colmare ogni anfratto, stendendovi e incollandovi
uniformemente uno strato più o meno spesso di neve levigata ma fragilissima. Da
tutto questo ecco prodursi sui crepacci l'inconsistente mascheramento.
Per ridurre il pericolo di questi ponti di neve cedevole, procedo spesso carponi e
avanzo per tutta la lunghezza di corda che mi lega al compagno, il quale rimane
fermo ad attendere il suo turno. Traccio così un profondo solco nella neve alta,
lungo il quale, dal basso, trascino Gheser. In tal modo, sdraiato sul dorso e con i
piedi doloranti tenuti in aria, lo faccio scivolare fino a me.
Triboliamo tutto il giorno per giungere alla capanna Gonnella. In questo
rifugio, stavolta vero e protettivo, troviamo buone coperte e pagliericci asciutti.
Non v'è altro però, e siamo pressoché senza viveri. Li avevamo perduti quasi tutti
la prima notte nella tormenta, quando il sacchetto del cibo andò sepolto nella
neve, fors'anche precipitato, mai comunque ritrovato. Non mangiamo da due
giorni e non ci è restato che una pagnottella, un culo di salame e un pacchetto da
cinquanta grammi di burro; tutto fortunatamente scampato allo scompiglio della
prima notte di bivacco.
Arrivando al rifugio avevamo scorto laggiù in fondo, sul ghiacciaio del Miage, la
presenza di vari puntini scuri che muovevano verso l'alto. Qualcuno forse stava
venendo in nostro soccorso. Ma scesa la notte vediamo sul basso ghiacciaio una
fila di lumicini che si allontanano. Sconsolati ci buttiamo nelle cuccette. Vi
resteremo raggomitolati per tredici ore filate.
Il giorno seguente trascorre senza che nessuno di quei puntini, gli stessi che di
mattino avevano ripreso a salire, Walter Bonatti giunga fino a noi. D'altra parte,
Gheser in quelle condizioni non può più muoversi. Né io da solo potrei calarlo
lungo le rocce che ci separano dal Miage. In realtà la fila di quei puntini scuri
aveva guadagnato in tutto il giorno poco più terreno di ieri, ma verso sera eccola
nuovamente fare dietrofront.
Per tutta la giornata ho avuto un gran daffare. Ho svuotato la stufa dalla neve,
ho fatto a pezzi una vecchia trave a colpi di piccozza, per alimentare il fuoco, ho
messo ad asciugare i nostri indumenti gelati, e ho infine sciolta parecchia neve
per ottenere acqua calda: il nostro unico sostentamento, ormai. Gheser,
immobilizzato nella cuccetta, piedi e mani inservibili, è come un malato da
curare. Sono molto preoccupato per i suoi arti, ma evito di parlarne. Più di una
volta sono tentato di andare incontro ai soccorritori, sicuramente ostacolati dalla
gran quantità di neve caduta. Scendendo verso di loro potrei tracciare un solco
diretto, ancorandomi se necessario alle rocce, aiutandomi magari con qualche
calata a cordadoppia. Per me sarebbe relativamente facile tracciare verso il basso
una pista su cui far salire i soccorritori per poi fare scendere Gheser ben
assicurato. Ma come posso abbandonare il mio compagno nelle condizioni in cui
si trova? E se una volta giunto fino ai soccorritori non riuscissimo più a risalire,
per qualche imprevisto, come un peggioramento del tempo? Mi rendo conto che
la mia presenza è più utile quassù, quindi non resta che attendere.
Il mattino del 30 dicembre nevica a tutto spiano. Per 1'ennesima volta lancio un
richiamo nel vento, che fino a oggi era rimasto muto.
Ed ecco, prodigiosamente, un grido di risposta. Poi, di colpo, uno squarcio nelle
nebbie, e a soli trecento metri dalla capanna appaiono quattro uomini che stanno
rapidamente salendo verso di noi. Sembra di sognare, dopo l'incubo e il mistero di
quel lontanissimo saliscendi di puntini dei giorni precedenti.
Mezz'ora più tardi, sulla cresta rocciosa appena sotto la capanna, riconosco
1'amico Gigi Panei. Lo vedo balzare verso di me con un impeto in cui intuisco
ansia, commozione e afMontagne di una vita fetto. Seguono poi gli altri tre amici
saliti con lui: Cesare Gex, Albino Pennard e Sergio Viotto. Ricorderò sempre con
quanta gratitudine li abbracciai, e con quale emozione essi ricambiarono
1'abbraccio. Chiesi subito di Vincendon ed Henry. Mi dissero che erano vivi e che
erano stati scorti da un elicottero francese sotto il colle della Brenva, nel canalone
che sfocia sul Grand Plateau. Provai gioia per loro ma anche sorpresa, perché non
capivo come potessero trovarsi là.
Poi, attraverso le cronache ho compreso quale era stato il loro errore, la folle
scelta di non seguire me e Gheser. Ma le stesse cronache dicevano anche che un
elicottero partito in loro soccorso si era rovesciato durante 1'atterraggio sul Grand
Plateau, e che il pilota aveva riportato alcuni congelamenti nell'attesa di essere
prelevato da un altro elicottero, giunto in soccorso del soccorritore.
Da questi fatti nacque poi una polemica accesa contro il reparto aeronautico
dell'Armata francese, per la presunta inesperienza dei piloti, oltre tutto inviati sul
Monte Bianco in pieno inverno con un equipaggiamento da deserto africano.
Affiorarono responsabilità, si indicarono capri espiatdri, ma soprattutto si infierì
sugli alpinisti in generale tirando in ballo per l'ennesima volta il trito argomento
dell'inutilità di compiere imprese in montagna. Con tutte quelle proposte di
provvedimenti da adottare che soltanto gli imbecilli possono suggerire. Va
aggiunto che gli imbecilli in questi casi non perdono l'occasione di rivelarsi tali, e
stavolta furono molti. Il Parlamento francese a sua volta lamentò di aver perduto
un prezioso elicottero destinato alla guerra in Algeria (siamo nel 1956). Infine le
cronache conclusero che Vincendon ed Henry erano morti congelati lassù, dopo
otto giorni di atroce agonia, essendo stati da tutti ignobilmente abbandonati tra i
relitti dell'elicottero. E io dico abbandonati per davvero, stavolta.
Ma quel giorno, lassù al Gonnella, non potevo che pensare a Vincendon ed
Henry come a dei redivivi, cosa del resto che anche noi due eravamo. Non potevo
quindi che gioire apprendendo il lieto fine - ma che tale poi non sarebbe stato -
della loro brutta avventura.
Mi meraviglio ancora quando penso come e quanto mangiai, appena Panei tirò
fuori dal suo zaino le provviste. Il bisogno di cibo era tale da annientare ogni
logica. Ingerii alla rinfusa salame e latte caldo, formaggio e biscotti dolci.
Afferravo a caso tutto ciò che mi capitava sotto mano, e intanto parlavo con gli
amici, avevamo tante cose da dirci.
Un'ora più tardi cominciammo a discendere la montagna tra larghi fiocchi di
neve che avevano ripreso a cadere. Il mio compagno, naturalmente, veniva calato
con le corde dagli amici. Era un'immagine che riassumeva in sé tutta la nostra
drammatica esperienza. E pensare che doveva essere il nostro Natale più bello.

Cerro Torre, un sogno svanito (1958)

Il vero intento del nostro viaggio in Patagonia, mio e di Carlo Mauri, era la
scalata dell'ancora inesplorato Cerro Torre. Il Torre è una guglia granitica
straordinaria, per buona parte incrostata di bianco ghiaccio spugnoso che si eleva
a 3128 metri sul margine orientale del vasto Hielo Patagonico a circa 49 gradi di
latitudine sud. Per prima cosa avremmo cercato una possibilità di scalata sul suo
lato est, accessibile dalla pampa. Questo per diverse ragioni. Perché è
prevalentemente roccioso, protetto dai venti, più rapido da raggiungere, e perché
le sue forme e il loro stato di glaciazione ci erano già noti, almeno in fotografia.
Potevamo sperare anche sul misterioso versante ovest, quello che dà sul
turbolento Hielo. Ma su quel lato saremmo saliti, semmai, in extremis.
In tal caso, dato il carattere alpino della nostra spedizione - che non prevedeva
quindi l'impiego di portatori - l'organizzazione argentina che ci ospitava aveva già
ventilato la possibilità di effettuare un lancio aereo dei materiali sul grande Hielo,
al di là dell'enigmatica catena divisoria. Nell'emergenza, questo lancio sarebbe
stato dunque determinante per poter azzardare un tentativo sull'altro lato del
Cerro Torre, altrimenti irraggiungibile dovendovi trasportare a spalle i necessari
rifornimenti. Va tenuto conto che viveri ed equipaggiamento a quel tempo erano
ancora assai poco specializzati, e anche molto pesanti; il che avrebbe limitato
l'autonomia individuale, richiedendo un notevole sforzo per il trasporto appunto a
spalle verso e sulla montagna.
Fu l'italaargentino Falco Doro Altan a invitarmi e a farsi promotore
dell'impresa. Da parte mia la scelta del compagno cadde su Carlo Mauri, grande
scalatore e fidato compagno in tante imprese alpine.
Il gruppo risultò composto da sei andinisti e due alpinisti: Folco Doro Altan,
suo fratello Vittorio, Oracio Solari, Ector Edmundo Forte, Miguel Angel Garcia,
René Eggmann, Carlo Mauri e Walter Bonatti.
114 gennaio 1958 Vittorio Doro Altan, Carlo Mauri e io partimmo da Buenos
Aires con qualche giorno di anticipo sul resto del gruppo per compiere una
preliminare esplorazione sul vergine versante orientale del Torre. Arrivammo
allago Viedma con un piccolo aereo da turismo, ma trascorsero tre giorni prima
che potessimo vedere la nostra montagna.
Il 9 gennaio finalmente il Torre uscì per la prima volta dalle nubi e, seppur
fugacemente, si lasciò ammirare in tutta la sua imponenza. Eravamo ancora
troppo lontani per studiare una via d'accesso, il Cerro svettava comunque superbo
e orlato di candido ghiaccio. L'osservavamo da un intricatissimo faggeto nei pressi
della laguna Torre e per contrasto appariva ancora più irraggiungibile.
Ugualmente imponente e distaccato si presentava il vicino Cerro Fitz Roy.
Avevamo collocato la nostra base presso il casolare di un indio, all'imbocco
della valle Fitz Roy. Poco dopo apprendemmo che, per un contrattempo, il nostro
gruppo ci avrebbe raggiunti il 13 gennaio anziché il 9. Ma la sorpresa peggiore fu
che un'altra spedizione, composta da alpinisti trentini capeggiati da Cesare
Maestri, stava arrivando ed era diretta al Cerro Torre.
Quando incontrammo i trentini purtroppo non ci fu verso di instaurare
un'intesa, malgrado sembrasse a tutti evidente che ogni gruppo era arrivato
ignaro l'uno dell'altro. Questo almeno potevamo garantirlo Mauri e io per noi
stessi.
Il nostro gruppo, finalmente riunito, decise allora di evitare la competizione e
di ripiegare sul lato opposto della montagna, ossia sul misterioso versante
glaciale. Ma ciò non bastò a risolvere la grave situazione venutasi a creare, poiché
a causa degli atteggiamenti polemici assunti dagli organizzatori di ambedue le
parti (anche i trentini, come noi, dipendevano da un coordinatore italoargentino),
vennero Montagne di una vita meno i fondi promessi dai relativi sostenitori. Ci
mancarono dunque i mezzi per realizzare il previsto rifornimento aereo sullo
Hielo, al di là della catena divisoria. Questo sconvolgeva totalmente le nostre
prospettive e lo spettro del fallimento apparve ancor prima di muovere il primo
passo sul monte.
Seguì l'inevitabile sconforto, superato soltanto dalla nostra volontà di agire,
anche contro ogni logica. Decidemmo infatti di volgerci all'altro lato del Cerro,
ben consci di ciò che ci aspettava. A conti fatti, la parete occidentale del Torre
avrebbe richiesto un avvicinamento di circa sessanta chilometri di cammino, dal
punto in cui eravamo. E chiaramente avrebbe comportato anche lo scavalcamento
di una elevata catena di montagne ghiacciate.
Non fu facile. Ci dovemmo trascinare appresso tutto il necessario. Solo in parte
a dorso di animale, nel fondovalle. L'inclemenza del tempo per giunta ci
perseguitò, riducendo di molto le giornate utilizzabili.
Per compiere questo pesante spostamento fu necessario raggiungere e
percorrere la lunga valle del Rio Tunel, dopo averne guadato il fiume impetuoso.
La natura era aspra. Impressionava il vasto grigiore di ciò che rimaneva delle
antiche foreste incendiate dai pionieri. In fondo a questa valle selvaggia, a quota
580, fissammo la nostra base. Poi guadagnammo il Passo del Viento, a 1530
metri, oltre il quale piantammo una piccola tenda. Il secondo campo, composto da
due tende, lo ponemmo invece sulle morene dello Hielo ai piedi del Cerro Adela, a
una quota approssimativa di 1350 metri. Ci trovavamo al margine di un
avvallamento glaciale che batezzammo « Valle della Fame». Avevamo cominciato
a patire la fame a causa delle difficoltà di rifornimento. Infine il 25 gennaio, dopo
quindici giorni di vita grama, fissammo il terzo campo, con altre due tende, su
uno sperone roccioso che fa da basamento al Torre, a quota 1700 circa. Avevamo
così concluso la marcia di avvicinamento lungo quei tremendi sessanta chilometri
di valichi e ghiacciai, portando con noi il minimo per la sopravvivenza. Quello
stesso giorno vedemmo per la prima volta, in tutta la sua completezza, la parete
oc cidentale del Cerro Torre. Appariva come una candida lancia dritta nel cielo e
orlata di rigonfiamenti di ghiaccio. Dava il capogiro osservare le nubi vorticate dal
vento che si sbrindellavano contro le sue creste.
Come già avevamo intuito, l'unica possibilità di scalata sembrava quella di
raggiungere e percorrere la successione di salti e rigonfiamenti che portano alla
cima, sul lato destro del Torre. Naturalmente dopo aver guadagnato il colle che lo
separa dal Cerro Adela, un preliminare già di per sé problematico, con quei mille
metri di rocce e ghiacci sbalzanti dall'alta giogaia. Non v'era altra ragionevole
alternativa.
Da quel giorno si può dire che ebbe inizio la vera e propria scalata al Cerro
Torre. Per me e Mauri non restò quindi che occupare stabilmente il terzo campo,
che costituiva il punto base per l'assalto alla cima.
Seguirono giornate scabrose, per ragioni totalmente estranee alle difficoltà vere
e proprie del Torre. Lungo i quaranta chilometri che ci separavano dal nostro
campo posto in fondo alla valle del Rio Tunel, i nostri compagni compivano sforzi
lodevoli per rifornirci di viveri, carburante e materiale vario. Ciò nonostante ben
poca roba arrivava fino a noi, venendo in gran parte consumata proprio per
compiere il viaggio di trasferimento. A quell'epoca, come ho già detto, il
vettovagliamento argentino, il solo di cui disponevamo, era assai rudimentale,
pesante da trasportare, e il suo rendimento ri- sultava assai scarso. Il maltempo
inoltre bloccava ogni nostra azione e teneva celata la montagna. Il fragore delle
valanghe si alternava a quello delle raffiche di vento, che in alcuni momenti
sembravano volersi portare via le nostre tende. Vivevamo giorno dopo giorno in
un'atmosfera piuttosto desolante, in cui le ansie e le paure prendevano spesso il
sopravvento sull'ottimismo. Ma la partita con il Torre era ormai aperta ed
eravamo ben determinati a raggiungere la vetta.
Nonostante il perdurare del maltempo, in tre riprese Mauri e io riuscimmo ad
arrivare a quota 2300 e ad attrezzare con corde e chiodi i passaggi più difficili.
Il bel tempo arrivò il lO febbraio e il 2 finalmente partimmo, decisi a continuare
verso l'alto. Con noi c'erano anMontagne di una vita che Falco Doro e René
Eggmann i quali si sarebbero installati il più in alto possibile, in nostro appoggio.
Erano le tre di una splendida notte di luna piena che illuminava quasi a giorno
il nostro cammino. I sacchi pesantissimi ci obbligavano a salire lentamente. I
ramponi mordevano sicuri sui ripidi pendii di neve gelata. Portavamo con noi
praticamente tutto ciò che ancora possedevamo: viveri per due giorni, 500 metri
di corda, 30 chiodi da ghiaccio e 30 da roccia, 25 moschettoni, staffe, martelli,
piccozze, l'equipaggiamento personale al completo, l'apparecchio fotografico, la
cinepresa e una tenda che avrebbe ospitato Doro ed Eggmann nel luogo dove
avrebbero atteso il nostro ritorno.
Alle 6.45 raggiungemmo il termine delle corde fissate precedentemente e
continuammo a salire su pendii ertissimi, ponendo per il ritorno altre corde fisse
lungo le traversate più difficili. Per un gioco di prospettiva ora il Torre appariva
più accessibile che nei giorni scorsi. Fantastico per quanto orrido. Eravamo
comunque ottimisti. Al punto da non renderci conto che soltanto per raggiungere
il colle già stavamo superando notevoli difficoltà, paragonabili a quelle di alcune
scalate di primissimo ordine sulle Alpi occidentali.
Alle 12.30 raggiungemmo il colle e restammo schiacciati dalla realtà. Eravamo i
primi uomini a guardare il Torre da quel lato e ci rendemmo subito conto che per
quanto ci fossimo impegnati, nelle condizioni in cui ci trovavamo non avremmo
mai potuto raggiungere la vetta. Da lassù l'aspetto della nostra montagna si
rivelava completamente diverso. Difficoltà del genere non si sarebbero potute
superare né d'impeto né in un sol giorno, bensì in più riprese ponendo come base
di attacco il colle. Questo era già nei nostri piani e l'avremmo senz'altro attuato
se, dopo il promesso lancio aereo, avessimo potuto disporre di una attrezzatura
completa.
Quel 2 di febbraio, nello spazio di poche ore soltanto, passammo dunque dalla
sensazione di vittoria a quella di sconfitta. Tuttavia la nostra reazione fu curiosa,
quasi incomprensibile. Senza parlare, ci legammo a una corda di 120 metri e
còminciammo a salire puntando alla vetta del Torre. Il ghiaccio era durissimo da
gradinare e a tratti tanto ripido da sporgere al di là della verticale. Allora
ricorrevamo ai chiodi e, metro dopo metro, continuavamo a salire.
Doro ed Eggmann, ormai piccini sul colle, si erano messi a scavare nel ghiaccio
una grotta protetta dai venti in cui avrebbero poi collocato la tenda. Credo che
nessuno di noi quattro fosse convinto. Ma ci impegnammo a fondo, pur sapendo
che a nulla sarebbe servito. Alle 16.30, quando Mauri mi gridò dal punto di sosta
che i centoventi metri di corda erano esauriti, dovetti fermarmi. Ripiombammo
nella realtà, come risvegliati da un sogno. Non avevamo più nulla, né corda né
chiodi, e ancora ci dividevano dalla vetta centinaia di metri di rigonfiamenti
ghiacciati. Eravamo sconfitti.
Discendemmo sul colle e lì restammo seduti a lungo, in silenzio. Poi finalmente
parlammo, e soltanto allora ci sentimmo meglio perché ci eravamo promessi di
ritornare quassù 1'anno prossimo, e questa volta con tutto il necessario. Ora si
conosceva tutto del Torre e già la nostra immaginazione ci riportava su questo
«Colle della Speranza », così l'avevamo chiamato, su queste stesse corde fisse
lasciate come pegno lì dov'erano state poste.
Ancora una volta ci avrebbero sorretti verso 1'emblematica cima appena
mancata.
Il sole calava all'orizzonte e anche noi cominciammo a discendere dal Colle
della Speranza. Il bel sogno del Torre restò in noi,e ce lo portammo dentro per
quasi un anno.
Ma poi, a pochi giorni dalla seconda spedizione - quando già tutto era pronto e
organizzato - apprendemmo da un giornale che la cordata Maestrigger era giunta
laggiù e stava per attaccare il Cerro Torre. Non partimmo più.
Sul Cerro Mariano Mareno

Accantonato il progetto del Cerro Torre la sera stessa di quel 2 febbraio, il 3


notte partivamo verso la più alta montagna della Cordillera Patagonica Australe,
l'inesplorato Cerro Mariano Moreno, dalla quota approssimativa di 3500 metri. Il
Montagne di una vita problema della sua scalata era dato soprattutto dalla
straordinaria estensione glaciale che ci divideva dalla sua base. Ma anche dal fatto
che avevamo ormai esaurito ogni mezzo tecnico e di sussistenza.
Il massiccio del Cerro Moreno, molto complesso nella sua struttura, occupa
una superficie di circa 1500 chilometri quadrati. Si eleva esattamente nel mezzo
del pianeggiante Hielo, là dove l'Argentina confina con il Cile. Credo che se
fosse rimasta in noi l'impressione iniziale, avuta quando il monte ci apparve per
la prima volta dal Passo del Viento, non avremmo mai tentato la sua scalata,
anche perché non disponevamo di sci. Poi, come spesso accade, dopò aver vissuto
per tanto tempo in quell'ambiente polare e avverso, anche il Moreno divenne cosa
familiare.
Quel mattino del 3 febbraio, mentre al caldo sole del terzo campo ci si riposava
dalle fatiche del Torre, fu come se ci avesse colto una folgorazione. Bastò la
considerazione che uno di noi fece sulle buone condizioni meteorologiche, e si
scoprì che tutti intimamente pensavamo al Cerro Moreno come il nuovo obiettivo
da raggiungere. Il bel tempo aveva 1'aria di durare, la neve si era assestata prima
al calore del sole e poi indurita con il gelo della notte, tanto da reggere bene il
peso di una persona, anche senza gli sci. Era inoltre fase di luna piena, e ciò
avrebbe facilitato la marcia consentendoci di guadagnare, prima del disgelo
diurno, 1'enorme distanza glaciale che ci separava dal Moreno.
Non avremmo potuto incappare in condizioni più favorevoli, così decidemmo di
partire la notte stessa. Sapevamo che si trattava di una prova severa perciò ci
ponemmo dei termini che avremmo dovuto rispettare assolutamente, sia nella
buona sorte sia nel caso di rinuncia. Calcolammo che non avremmo potuto
rimanere fuori più di 35 ore, vale a dire una notte per raggiungere la base della
montagna, il giorno seguente per effettuarne la scalata e ancora la notte
successiva per rientrare a uno dei nostri campi, quello più a portata di mano. Un
ritardo sarebbe stato pericoloso, vuoi per il disgelo vuoi per esaurimento delle
forze. Sarebbero inoltre aumentate le probabilità che il tempo mutasse, riducendo
la visibi lità. Come per il Cerro Torre, eravamo privi di qualsiasi appoggio e agli
sgoccioli coi viveri. Dunque ci ficcammo bene in testa il termine delle 35 ore e
attendemmo l'ora propizia.
Alle 22 precise, quando spuntò la luna, cominciammo a discendere le rocce che
dal campo numero tre, posto sul basamento del Torre, portavano sul ghiacciaio.
Puntammo quindi decisi, in linea retta, verso il Cerro Moreno. La grande
traversata dello Hielo era cominciata. D'ora in poi, e fino al nostro ritorno, non
avremmo più potuto concederci una sola pausa.
All'inizio la neve crostosa cedeva sotto il nostro peso, ma più tardi, verso
mezzanotte, si alzò il vento gelido e prese a spazzare la grande distesa,
indurendola. Camminare adesso era assai più facile.
Ricordo quelle estensioni ghiacciate come qualcosa di arcano. Le distanze
perdevano il loro valore reale e tutto appariva immenso e irraggiungibile.
Specialmente a nord e a sud l'orizzonte si mostrava incerto, anche per effetto
della luna che illuminava la neve attenuandone ogni piega e' confondendo i
profili.
Per definire questa immensa area glaciale della Patagonia - 440 chilometri di
lunghezza e dai 50 ai 90 di larghezza - si è parlato, anche se un po'
impropriamente, di «Hielo Continental ».
All'alba, poco dopo le cinque, arrivammo ai piedi del Moreno. Appariva
colossale e vitreo. La sua lontanissima vetta, o antecima che fosse, faceva
capolino dietro un grande sperone di ghiaccio. Incombeva su di noi la sensazione
dei suoi duemila metri di dislivello. Decidemmo di attaccare dritti per un crestone
di neve che ci avrebbe risparmiato una zona meno erta ma assai crepacciata e
valangosa. Fissammo i ramponi ai piedi e ripartimmo legati in due cordate: io con
Doro, Mauri con Eggmann.
Alle 6.15 prendevamo fiato sopra una sottile cresta di neve, assillati da una
grande preoccupazione. Da un paio d'ore si era andata formando una leggera
foschia, che lentamente si spostava da sud verso nord. Lontano, sulla vetta del
Cerro Murallon, già si delineava una minacciosa nube lenticolare. Ripartimmo
accelerando il ritmo e già alle 7.20 giunMontagne di una vita gevamo al culmine
dello sperone di neve appena seguito. Qui alleggerimmo un po' i sacchi,
deponendo sulla neve alcune cose inutili, e riprendemmo quasi di corsa.
Verso le 8 cominciò a offuscarsi anche la vetta del Moreno, ormai
inconfondibile. La sfortuna ci perseguitava, ma non volevamo rassegnarci a una
seconda rinuncia in soli due giorni; così continuammo. Prima che le nebbie
lambissero completamente la montagna sopra di noi, ci fissammo bene negli
occhi e nella mente la via da seguire rilevando tutti i vari punti di riferimento; poi
avanzammo affannosamente per un lungo pendio uniforme che ci avrebbe
condotti sull'antecima, e ancora oltre fin sotto la cresta della vetta.
Verso le 9.30 le nubi ciawolsero completamente. Vento e nevischio
cominciarono a martoriarci gli occhi e a ostacolare la respirazione, ma la volontà
di arrivare sulla cima era più forte di tutto. Ogni tanto si affondava nella neve
farinosa fino a mezza gamba, mentre la bufera colmava subito le orme dietro di
noi. A orientarci era più che altro la costante direzione del vento. Arrivava anche,
ad aiutarci, qualche rara e tenue apparizione del disco solare, fugace nella
tormentaeppure prezioso. Guai se ci fossimo disorientati. Sapevamo che alla
nostra sinistra scendeva un pendio crepacciatissimo, mentre alla destra
precipitava d'un balzo una parete di seracchi. Superammo l'antecima, e di questa
ce ne accorgemmo appena dal breve declino che veniva a interrompere la costante
salita. Il tempo passava veloce e già nasceva la preoccupazione per il ritorno.
Verso le 11.30 qualcosa mutò. Fummo investiti all'improwiso da un vento
fortissimo e teso che arrivava dalla nostra sinistra. Dalla nuova direzione della
bufera, rivelatrice più di qualsiasi altro segno percettibile, comprendemmo subito
di aver raggiunto il dorso sommitale. Proprio così, sta- vamo per giungere sulla
vetta del Cerro Mariano Moreno. Ora ci investiva la tempesta dell'altro versante
della montagna, quello rivolto all'oceano Pacifico e che nelle nostre mappe
figurava come zona bianca con la scritta «inexplorado ». Eravamo semiaccecati
dalla tormenta, barcollanti di fatica, ma sentendoci vicini alla meta trovammo
ancora la forza di avanzare, correggendo un po' a destra la direzione del nostro
cammino.
Alle 12.30 le nebbie si sfilacciarono, diradando verso l'alto. E la vetta rugosa del
Cerro Moreno comparve finalmente ai nostri occhi. In breve la raggiungemmo e
ci trovammo circondati dal vuoto: la montagna scendeva da ogni lato fino a
scomparire nella densa nuvolaglia.
Eravamo completamente incrostati di ghiaccio, ma in noi ardeva un'intima
gioia: eravamo i primi uomini a giungere lassù e vi eravamo riusciti a dispetto
della bufera.
Non avevamo tempo né modo di riposare, né potevamo attendere una schiarita;
ci assillava invece il termine perentorio delle 35 ore che ci eravamo dati.
Come in salita anche in discesa fu la direzione del vento a guidarci.
Poi, sui 2800 metri di quota, la tormenta restò finalmente alle nostre spalle. Un
sole debole, illanguidito dal vicino tramonto, ci accompagnò fino alla base della
montagna dove arrivammo alle 19. Non avevamo di che nutrirci e per tutto il
giorno ci aveva torturato la fame. Attratti dal cibo che quasi sicuramente doveva
trovarsi al campo numero due, posto ai piedi del Cordon Adela, decidemmo per
quell'approdo. Così sostenuti dalla speranza ricominciammo per la seconda volta
a traversare l'immenso Hielo.
In quell'allucinante ritorno vi fu un momento magico, al tramonto, che riuscì a
distrarci dall'incubo della fame.
La turbolenta catena antistante, verso cui marciavamo, arrossò; e da quel
momento un caleidoscopio di toni caldi, dal rosso all'indaco, mutò
progressivamente su un arco compreso tra il Cordon Marconi e il Cordon Adela.
Al centro del quadro invece, di fianco alla mole indorata del Fitz Roy, il grande
disco purpureo della luna continuò a navigare alto nel cielo via via più violetto.
Infine, spentosi il crepuscolo, tutto, anche dentro di noi, ritornò grigio e
terribilmente irraggiungibile.
La temperatura era rimasta al di sopra dello zero, perciò la neve molle e fradicia
ci inzuppava fino alle ginocchia obbligandoci a una marcia lenta ed estenuante. La
fame, la sete e il sonno erano diventati un tormento. Come non bastasse,
Montagne di una vita quando la luce si affievolì incappammo in una zona di
larghi crepacci, un pericoloso labirinto che ci rubò almeno un'ora per venirne
fuori.
In quella marcia forzata sentii a un tratto la corda tendersi dietro di me. Pensai
che Doro fosse scivolato in un crepaccio e mi girai di scatto nell'atteggiamento di
bloccare la sua caduta: Doro giaceva disteso sulla neve, placidamente
addormentato.
Marciavamo sotto la luna, ubriachi di stanchezza ma anche di quell'immensità
che ci accompagnava. Le ginocchia ogni tanto cedevano per la fatica, allora ci si
imponeva di continuare fino a un punto preso come riferimento, una gobbetta di
neve per esempio, dove concedersi una breve pausa. Ma più ci si avvicinava e più
questa gobbetta pareva retrocedere conservando sempre la stessa distanza da noi.
Proprio come un miraggio. A un certo punto riconobbi sulla neve una vasta
chiazza scura. È qui che la notte precedente avevamo buttato via, in un impeto
d'ira, ciò che era rimasto di una scatoletta di cacao amaro, sfasciatasi all'interno
dello zaino. Ci gettammo di colpo su quella neve leccandola avidamente.
Alle 3.30 arrivammo ai piedi del Cordon Adela, al nostro campo numero due.
Era quasi l'alba del 5 febbraio. Ma, disdetta, anche qui non trovammo i sospirati
viveri. Il campo era sguarnito di tutto, in stato di completo abbandono. Due tende
erano però lì ad accoglierci. A questo punto il sonno ebbe ragione sulla fame, ci
buttammo sotto quei teli e subito ci addormentammo.
In trenta ore di marcia pressoché ininterrotta avevamo vinto la gara contro il
tempo e anche contro la cattiva sorte. Avevamo percorso oltre settanta chilometri
tra ghiacciai e pareti, ottenendo il primo vero successo della nostra spedizione.

Concatenamento di cime sul Cordon Adela

Il Cerro Moreno ci aveva talmente provati che quel giorno, 5 febbraio,


dormimmo profondamente fino al pomeriggio.
Quando ci svegliammo nessuno dei nostri amici che si erano assunti il compito
di rifornirci era giunto con i viveri.
La situazione era davvero insostenibile, anche perché, così denutriti, sarebbe
già stato problematico ripiegare fino alla base, posta al di là del Passo del Viento e
in cima: alla valle del Rio Tunel. Un ripiegamento che invece urgeva fare subito,
prima che ci abbandonassero del tutto le forze.
Ma come nelle storie a lieto fine, sul punto di avviarci ecco spuntare da lontano
quattro uomini affardellati. Finalmente un imprevisto veniva a mutare in positivo
le sorti della spedizione.
I rifornimenti ci consentivano ora un'autonomia di almeno quattro giorni.
Dovevamo utilizzare bene questa possibilità. Pensammo così di tentare
l'indomani stesso, se possibile, la scalata dell'inviolato Cerro Adela, che
sovrastava il nostro campo.
Il Cordon Adela è una magnifica catena di cime ghiacciate a sud del Torre e
costituisce la grande barriera che separa lo Hielo dall'arida pampa del lago
Viedma. La vetta massima, da cui prende nome l'intera successione di vette, è di
2960 metri sul livello del mare. In un solo balzo di circa 1500 metri precipita
sullo Hielo con un sistema di pareti e ripidi canaloni ghiacciati.
Il giorno dopo, 6 febbraio, fu brutto tempo. Tuttavia nel pomeriggio potemmo
compiere l'esplorazione di un ghiacciaio e di due colli a nordovest delle Guglie
di Rio Tunel.
Il giorno 7 invece, alla notte burrascosa seguì un'alba bellissima.
Partimmo senza indugi, Mauri e io. Questa volta non avremmo sofferto la fame
perché negli zaini portavamo finalmente anche di che cibarci. Il freddo era
intenso e garantiva ottime condizioni sui pendii di neve. Verso le sette, un'ora
dopo la partenza, già eravamo ai piedi della grande barriera occidentale dell'Adela.
Su questo versante dello Hielo la nostra montagna non presentava nessun lato
facile e grande era il pericolo di cadute di ghiaccio. Sopra di noi v'era una selva di
opulenti seracchi in bilico, pronti a sfasciarsi. Bisognava essere velocissimi.
Giunti dunque ai piedi della barriera di Montagne di una vita ghiacci sospesi,
puntammo direttamente su per il ripido e seraccato canalone ovestsudovest.
All'inizio tutto era fermo e gelato, ma poco più tardi cominciarono a
rimbombare intorno a noi le prime scariche.
Quel mattino eravamo straordinariamente in forma. Ricordo che rimontavamo
quei ripidissimi pendii unicamente fidando sulle punte anteriori dei ramponi.
Ogni tanto ci concedevamo, adesso che potevamo farlo, alcune gustose poppate di
un denso surrogato di caffellatte da un'enorme borraccia.
Guadagnati almeno cinquecento metri di dislivello ci legammo in cordata. Non
che fosse necessario, più che altro per rispetto all'austerità della montagna. Due
ore dopo la nostra partenza dalla tenda già stava sotto di noi l'erto canalone di
900 metri di dislivello.
Il pendio adesso si attenuava, però la temperatura si faceva rigida e in cielo
correva una marea di bianchi cirri. Si preannunciava forse un cambiamento del
tempo? Accelerammo ancora il passo e sostenemmo quel veloce ritmo fino alla
cima.
Alle 10.50 le nostre bandierine garrivano al vento fortissimo e gelido sulla
punta più alta del Cerro Adela, al cospetto del Torre e del Fitz Roy. Era un
paesaggio davvero imponente. Affascinati da tanta bellezza restammo lassù per
oltre mezz'ora e in quello stato di fervore nacque l'idea di percorrere l'intera e
lunga cresta sud del Cordon Adela, passando di cima in cima. Avremmo così speso
nel migliore dei modi il resto della giornata, ancora lunga davanti a noi.
Scendemmo allora fino al colle da cui eravamo saliti e continuando sulla cresta
dello spartiacque arrivammo al secondo successo della giornata, vale a dire in
cima all'inesplorato vergine Cerro Adela Sud (2860 m). Anche da qui ci calammo
sull'altro lato puntando direttamente al colle successivo, quello che separa l'Adela
Sud dalCerro Nato. Arrivati a circa metà via, vedemmo, laggiù al colle, due uomini
che arrancavano verso di noi, provenienti dal lato della pampa. Erano i trentini
Maestri ed Eccher all'attacco del Cerro Adela. Ma, ahiloro, troppo tardi. L'incontro
era assolutamente casuale.
Dai due apprendemmo che il loro gruppo aveva rinunciato sin dall'inizio a
scalare il Cerro Torre. La ragione non gliela chiedemmo.
Erano le 12.30 quando riprendemmo il nostro concatenamento, e già mezz'ora
dopo stavamo sulla cima del Cerro Nato (2808 m). Questa vetta era già stata
salita fin dal 1937 da un altro gruppo italiano proveniente, come nel caso dei
trentini, dal versante della pampa. La sua cresta, che cominciammo a discendere
sul lato opposto da cui eravamo venuti, si presentava straordinariamente aerea e
insidiosa.
Mauri e io, oltre a essere perfettamente affiatati, ci sentivamo quel giorno in
una forma fisica davvero smagliante. Procedevamo dunque spediti e sicuri l'uno
dell'altro, su ogni tipo di difficoltà, e raramente dovevamo ricorrere al
gradinamento sui pendii che incontravamo.
Sul finire della cresta, nei pressi della selletta tra il Cerro Nato e il Cerro
Doblado (2675 m), ci trovammo improvvisamente la via sbarrata da un salto
roccioso alto almeno cinquanta metri. Un chiodo per effettuare una calata a
cordadoppia avrebbe risolto l'intoppo, ma noi di chiodi non ne avevamo più, erano
rimasti tutti sul Cerro Torre. Ci affidammo allora al ghiaccio. Discendemmo
prima un lastrone ripidissimo, poi, arrivati sul ciglio di un salto rientrante,
modellammo a colpi di piccozza un saldo fungo nel ghiaccio, vi passammo la
corda, e per quindici metri ci calammo nel vuoto a cordadoppia risolvendo in tal
modo il problema. Gli unici attrezzi su cui contare per questa impresa erano la
corda, la piccozza e i ramponi, proprio come ai vecchi tempi dell'alpinismo. Ma di
quei tempi passati credo proprio che Mauri e io, quel giorno, provammo
soprattutto lo slancio.
Soffici nebbie prendevano sempre più consistenza e a tratti ci avvolgevano
completamente. Toccammo il terzo colle e continuammo la traversata sulle
pendici del Cerro Doblado. Alle tre del pomeriggio avevamo raggiunto questa
nuova sommità e quasi subito la discendemmo sul lato opposto.
Ora davanti a noi si innalzavano le due cime del magnifico Cerro Grande.
Sapevamo che la sua punta principale era Montagne di una vita già stata vinta
qualche giorno addietro dal gruppo trentino, sempre dalla pampa.
Ma disponendo ancora di tanto tempo ci allettava l'idea di giungere anche noi
lassù. Una breve sosta e via di nuovo, alle prese con i salti ghiacciati della nuova
vetta. La nostra cordata continuava a procedere rapidissima e in perfetta sincronia
di movimenti, alternandoci come sempre al comando a ogni lunghezza di corda.
Spesso, quando il terreno lo consentiva, si procedeva insieme, uno dietro l'altro.
Poco dopo le sedici calcavamo la cima principale del Cerro Grande (2804 m),
arrivandovi carponi e tenendoci ancorati al suolo con le piccozze per non farci
strappare via dal vento che era sempre più aumentato.
Eravamo consci che da quassù ci avrebbe aspettato una discesa complicata e
sconosciuta. Tuttavia ci provocava l'esistenza dell'altra vetta ancora vergine del
Cerro Grande, messa proprio lì di fronte, invitante. Come rinunciarvi? Non
resistemmo. Approfittando dei brevi squarci delle nebbie ci abbassammo verso il
colle che divide i due Cerri. Poi superammo un esile spigolo di ghiaccio quasi
verticale, ancora brevi salti gelati, paretine, crestine e infine ci trovammo ancora
una volta ghermiti dal turbine sommitale, sulla seconda vetta del Cerro Grande
(2790 metri circa), che in seguito battezzeremo «Cerro Luca» in omaggio al
neonato di Mauri.
Erano le 17.3Oallorché incominciammo a calare verso il colle, tra i due Cerri, da
cui eravamo venuti. E poi giù direttamente lungo la parete nord. Le nebbie ormai
infittite adesso rallentavano molto la nostra andatura e spesso ci ingannavano
facendoci trovare di colpo in luoghi poco raccomandabili.
Compiendo salti incredibili risolvevamo il più delle volte i vari intoppi causati
da crepacci o da impercorribili muri di ghiaccio. Un'ora dopo aver lasciato la cima
del Cerro Luca, già camminavamo sulla vasta conca glaciale del Cerro Grande,
ormai sparito nelle nubi. Continuammo la discesa sull'ignoto ghiacciaio che ci
divideva dal pianeggiante Hielo.
Non fu cosa facile divallare, sia per l'esistenza di grandi crepacciate che
tagliavano per intero il ghiacciaio, sia per la visibilità sempre più ridotta. Prese
infine a nevicare. Passato un largo crepaccio, procedendo a cavalcioni su una
sottile lama di ghiaccio sospesa, ci trovammo improvvisamente sul ciglio di una
cascata di seracchi. Risolvemmo il problema con un'acrobatica calata a
cordadoppia di venti metri, passando la fune ancora una volta attorno a una lama
di ghiaccio sporgente.
Non scorderò mai l'inquietudine provata quando ci calammo, pendolando
sospesi nel vuoto. Spalancata sotto di noi, una voragine cupa di cui non si
scorgeva la fine.
Piegando a sinistra aggirammo un'ennesima seraccata, e finalmente le
incognite si esaurirono. Ora nevicava fitto, il vento ci .riempiva gli occhi di polvere
gelata, il solito ritornello patagonico. Ma ormai nulla poteva impedirci di avanzare
sicuri verso lo Hielo. Alle ventuno circa, mentre calava la notte, ridotti come due
bianchi fantasmi, giungemmo alle tende del nostro campo numero due.

La conquista del G4 (1958)


È sempre il 1958 ed eccomi ancora una volta tra le cime del Karakorum.
L'Italia organizza la seconda spedizione nazionale sulla grande catena asiatica, e
anche stavolta ne faccio parte. Nostra meta è l'ancora inesplorato G4, di circa
ottomila metri. Dico circa perché non ho mai potuto accertare se questa cima è di
7980 metri come si è sempre ritenuto, oppure di 7925 metri come a volte viene
stimata da altri.
Il G4 è un picco che si eleva maestoso e superbo quasi a provocare e a mettere
alla prova gente come me. La sigla G4 è la contrazione di Gasherbrum IV, che
significa «Monte lucente », o «Montagna di luce ». Forse è invincibile, sono molti
a crederlo. Per me rappresenta una sfida affascinante.
Là accadde che Carlo Mauri e io, per una serie di ragioni, dovemmo affrontare il
difficile picco adottando fin dall'inizio un metodo più alpinistico che himalaystico.
Vale a dire che potemmo contare solo sulle nostre forze, fatta eccezione per la
collaborazione del forte e generoso Bepi De Francesch. Così dovemmo
improvvisare giorno dopo giorno la nostra impresa: un approccio che all'epoca era
ancora tipicamente alpino.
L'impresa riuscì materialmente, tuttavia il successo sul Gasherbrum IV, come
già avvenne per il K2, non fu per niente gratificante dal punto di vista umano.
Perciò decisi che mai più avrei accettato di far parte di un'équipe nazionale rivolta
alla conquista di una cima extraeuropea. Anche la conquista del G4, dunque, fu
per me un'esperienza deludente, limitante, perciò stridente con la mia mentalità.
Ritengo che per affrontare un'impresa quando si è in gruppo,
indipendentemente dall'esito p~atico, sia indispensabile, da parte di ognuno della
squadra, vivere a fondo tutto ciò che l'impresa richiede, senza risparmio, bensì
dando responsabilrrlente il meglio di sé nel ruolo assunto. Come quando si opera
da soli, o in compagnia di pochi fidati amici.
Componevano quella spedizione: Riccardo Cassin, Beppe De Francesch, Toni
Gobbi, Carlo Mauri, Giuseppe Oberto e io; più il medico Donato Zeni e
l'orientalista scrittore Fosco Maraini.
Arriviamo a Karachi, via mare, il 12 maggio e il 13 sera la spedizione al
completo - otto uomini e settantacinque quintali di bagaglio - già sta villggiando
in ferrovia lungo la pianura pakistana fino a Rawalpindi, ultima città ai piedi
dell'Himalaya. Da qui sorvoliamo cinquecento chilometri di montagne, tra gole e
alti passi, per atterrare a Skardu nell'alta valle dell'Indo. Skardu è la capitale del
Baltistan, detto anche Piccolo Tibet, e qui,assoldiamo 480 portatori per
trasportare il nostro materiale e il vettovagliamento.
All'alba del 30 maggio la lunga carovana si avvia risalendo le ancora primitive
vallate baltistane che porteranno, in 18 giorni per 250 chilometri di cammino, alla
base del Gasherbrum IV, la nostra montagna.
Lungo la marcia di avvicinamento, la stessa già percorsa per la conquista del
K2, rivedo con emozione luoghi e volti a me familiari.
Giorno dopo giorno mi accorgo di assimilare meglio quel mondo innocente dai
grandi contrasti, dalle distanze smisurate, dove severità e dolcezza sanno fondersi
in perfetta armonia. La temperatura è mite, gli abitanti semplici, buoni e pieni di
umanità. La loro vita è frugale, fatta essenzialmente di lavoro e di preghiera: sono
inconsciamente felici. Ripercorrere quelle valli e rivedere questa specie di
paradiso perduto e custodito tra altissime montagne - così come Hilton l'aveva
immaginato definendolo nel suo romanzo «Shangrià» - era come sentire
accendersi dentro di me una nuova luce.
Askole, a 3050 metri di quota, è l'ultimo villaggio. Da qui la base del
Gasherbrum dista ancora 120 chilometri di cammino, per lo più aspro ma dal
quale si possono ammirare alcune fra le montagne più belle e più alte della Terra:
il K2, il Broad Peak, l'Hidden Peak, il Chogolisa, il Masherbrum e non ultima la
nostra «Montagna di luce ».
Il 17 giugno, su una riva morenica del ghiacciaio Duca degli Abruzzi, a quota
5150 circa, piantiamo il campo base. Sono trascorsi 48 giorni dalla partenza
dall'Italia. Congediamo i portatori trattenendone soltanto sei, che ci aiuteranno
nei trasporti verso le alte quote. Inizia da questo momento la difficile avventura.
Non è facile sintetizzare le fatiche, le difficoltà, le privazioni, i pericoli che ci
accompagneranno nei successivi cinquanta giorni, fino all'assalto della vetta. Alle
grandi difficoltà tecniche di questa montagna, previste fin dall'Italia, si uniranno
quelle ambientali. Poi venne la crisi dei rifornimenti. Infine esplosero i monsoni.
Sicché la conquista del G4 diventò un'impresa quasi impossibile. Per raggiungere
la cresta rocciosa, che da quota 7100 sale fino alla vetta, bisognava percorrere
duemila metri di dislivello lungo un catino glaciale di dieci chilometri, dove
caotiche seraccate si alternavano ad abbaglianti pianori di neve cedevole in cui a
volte si affondava fino alle anche. Tutto questo con enormi pesi sulle spalle.
C'erano poi l'afa diurna e il logorante effetto della rarefazione dell'aria, che
rendevano penoso l'incedere.
I raggi ultravioletti davano alla neve l'effetto dell'incandescenza. Così il
riverbero piagava il volto e pungeva gli occhi anche attraverso le lenti scurissime
dei nostri occhiali.
La temperatura ci stordiva con frequenti e rapide escursioni anche di 65 gradi
tra il giorno e la notte. Sotto il sole le tende diventavano fornaci. Eppure
bisognava starci dentro perché fuori non si resisteva alla rifrazione accecante.
Stendevamo allora gli indumenti sopra i teli per schermare il cal Jre e la
luminosità. Col passare del tempo pareva che difficoltà e incognite si
moltiplicassero anziché diminuire; eppure ogni giorno, tra sconforti e speranze
alterne, si faceva un breve passo verso la cima della nostra montagna.
Avevamo piantato tre campi in quella valle glaciale e avevamo anche vinto la
tremenda bastionata di ghiaccio alta 700 metri, formata da lunghi sbarramenti
verticali. La chiameremo fin dall'inizio «Seraccata degli Italiani ». Era la prima
seria difficoltà alpinistica della nostra via. Per superare questa bastionata di 700
metri, Mauri e io fummo costretti a vivere quarantotto ore filate sotto la costante
minaccia di enormi torri di ghiaccio in bilico. Ogni mezz'ora, e per almeno
cinquanta metri attorno a noi, il ghiaccio si assestava sotto i piedi con un sussulto
spaventoso. Pareva una specie di terremoto, come se tutta la montagna fosse sul
punto di sbriciolarsi. Con il cuore in gola eravamo riusciti a stendere, in quel
tratto verticale ed esposto, 150 metri di corde fissate ai chiodi, in modo da creare
un passaggio sicuro.
Poco al di sopra della bastionata, e già sul vasto pianoro a 6900 metri circa,
avevamo fissato un quarto campo. Ma si può dire che proprio da quel momento
iniziò una serie di nuovi guai: dal basso cessò improvvisamente, e
inspiegabilmente, l'invio dei rifornimenti. La situazione per me e Mauri divenne
drammatica, poiché ci trovammo a lottare, oltre che contro la rarefazione
dell'aria, contro la fame. Resistemmo, seppur denutriti e disidratati, e
cominciammo a impegnarci sugli ultimi mille metri di cresta rocciosa
allestendovi un quinto campo a quota 7200. Furono giorni durissimi e tristi da
ricordare.
Spinti dalla penuria ci avventurammo, coscientemente, in un immaturo assalto
alla vetta, che fu stroncato dalle enormi difficoltà all'inizio della fragilissima
cresta. Ci vollero sei ore di duro lavoro di piccozza soltanto per demolire una serie
di cornici di neve inconsistente. Alla fine avevamo guadagnato poco più di
cinquanta metri di dislivello. A quel crudo impatto con il quarto campo seguirono
sei durissimi giorni in cui, sempre soli e quasi senza mangiare, potemmo
attrezzare 300 metri della terribile cresta. Non disponevamo che di pochi chiodi e,
appunto, di appena trecento metri di corda.
Data l'insostenibilità della situazione, il 14 luglio Mauri e io azzardammo un
secondo tentativo alla vetta. Ma dovemmo Montagne di una vita ripiegare ancora
una volta sul quinto campo, dopo aver raggiunto però quota 7750.
Il giorno seguente, 15 luglio, su tutta l'Himalaya si scatena il temuto maltempo.
De Francesch e Zeni, giunti il giorno prima con poche cose, restano bloccati con
noi.
A questo punto, anche se ritornasse il bel tempo, è la fame a imporci di fuggire
prima che ci manchino del tutto le forze.
16 luglio. A una notte di tormenta segue una giornata ancora più dura. All'alba
le tende si trovano completamente sepolte nella neve. Sospinta dal vento questa
neve incessante comprime a tal punto le pareti delle tende da ridurci a stare l'uno
addosso all'altro nel poco spazio disponibile. Parecchie volte nella giornata siamo
costretti a uscire per liberare i teli dal peso della neve caduta, e per rinforzare gli
ancoraggi con chiodi e piccozze, affinché resistano alle raffiche di vento. Siamo
sul filo di cresta, senza riparo. I teli sbattono incessantemente sotto un vento che
ci intirizzisce e spegne continuamente la preziosa fiammella del fornello.
In tutto il giorno Mauri e io ci esprimiamo a monosillabi. Sui nostri volti si
leggono le stesse ansie, le stesse sofferenze. Pochi segnali arrivano anche dai
compagni nella tenda accanto. Penso a tutto il lavoro compiuto sino a oggi.
Rivivo difficoltà, fatiche, privazioni. E con rabbia penso anche all'imperdonabile
leggerezza, o come altro si voglia definire, di chi, dal basso, ci ha lasciati isolati e
senza rifornimenti, proprio quando eravamo giunti a un soffio dalla cima. È una
faccenda questa che andrà chiarita! Siamo piagati e doloranti alla gola e al naso,
ma soffriamo più di tutto per la delusione. Quando scende la sera ci troviamo
infiacchiti come se avessimo faticato per l'intera giornata...
17 luglio. È il terzo giorno che infuria la tempesta. La notte è stata angosciosa.
Già da ieri sospettiamo che questo maltempo coincida con l'inizio della stagione
monsonica. Temiamo che possa bloccarci quassù.
Ci sentiamo debolissimi. Da troppi giorni praticamente non si mangia.
Dovremo assolutamente tentare una ritirata oggi stesso, prima che sia troppo
tardi. Ma non sarà già troppo tardi?
Siamo completamente isolati su una cresta a 7200 metri, e dieci chilometri di
insidie ci separano dal campo base. Da ieri sera ci ossessiona il pensiero della
tragedia accaduta ai tedeschi sul Nanga Parbat nel 1934, quanto tutti gli occupanti
dei campi alti, immobilizzati dal monsone, morirono di sfinimento e di freddo.
Ora ci troviamo nelle loro stesse condizioni.
Nel primo pomeriggio rompiamo ogni indugio e affrontiamo tutti e quattro la
tormenta avviandoci verso i campi bassi (che uno dopo l'altro troveremo
completamente sguarniti). La visibilità è nulla...
La sera del 19 luglio arriviamo al campo base dove ci ritroviamo finalmente
tutti riuniti. Negli ultimi cinque giorni ha nevicato quasi sempre, e ancora
continua. Da ogni parte giungono i rimbombi delle valanghe. Per qualche giorno
grava su tutti la tristezza della sconfitta. Poi via via rinasce la fiducia e la volontà
di ritentare. «No! » ci diciamo Mauri e io. «Non torneremo a casa sconfitti! » Ma
per arrivare a questa decisione c'è voluto, per noi due più di tutti, tanto cibo per
ricostituirci. E ci sono voluti anche violenti sfoghi ritmati da sonori pugni battuti
sul tavolo. Alla faccia di chi si è preoccupato soprattutto di tallonarci anziché
dirigere e rendere concrete le operazioni di rifornimento dei campi, come era suo
compito.
Ma sbagliare è umano, e la lezione è servita. D'ora in poi ciascuno rientrerà nel
proprio ruolo. Viveri e materiali questa volta non dovranno mancare.
Coordinate le operazioni di rifornimento, riguadagniamo a scaglioni i campi
avanzati. li 3 agosto Mauri e io, aiutati da Gobbi e De Francesch, fissiamo ancora
un campo, il sesto. Ma essendo tardi, questa nuova tenda potremo allestirla sol-
tanto a 7550 metri, invece che sul cono di neve a quota 7750 com'era previsto.
Gobbi e De Francesch rientrano la sera stessa al quinto campo. Ma le difficoltà
che ci attendono sono ancora grandi e richiedono assai più tempo del previsto.
Giunti cosÌ alla torre nera a 7830 metri circa, data l'ora avanMontagne di una
vita zata dobbiamo una volta ancora ripiegare. Ciò nonostante, nella giornata
siamo riusciti a fissare lungo le rocce altri preziosi 300 metri di corda.
L'indomani, la cordata De Franceschobbieni sale dal quinto campo sino a noi al
sesto, con gli ultimi rifornimenti. I tre ridiscendono poi lo stesso pomeriggio.
6 agosto. È la giornata della conquista del Gasherbrum. Sveglia alle 2.30,
partenza alle 5. Un'altissima foschia tipicamente monsonica sta per giungere
sopra il G4 da ovest. Dovremo affrettarci. Ci sentiamo in perfetta forma e il nostro
passo è piuttosto veloce, due fattori che sono la nostra carta vincente, sia per la
vittoria, sia per la nostra incolumità.
Già alle 6, un'ora soltanto dopo la partenza, calchiamo il cono di neve per il
quale la prima volta c'erano volute quattro ore. Alle 7.30 siamo sulla torre nera e
qui si rivelano preziose le corde stese l'altro ieri. Pinnacolo dopo pinnacolo,
raggiungiamo una cresta orizzontale affilatissima che percorriamo a cavalcioni,
demolendone il filo quando si presenta troppo sottile e fragile. Alle 9.10 si apre
innanzi a noi un prodigio: è il piccolo colle che separa con un taglio netto le scure
rocce effusive fin qui percorse, dal candido e risplendente marmo bianco che
prelude alla cima. Il desiderio di scoprire che cosa ci attende oltre ci spinge a
continuare senza sosta. Roccia e neve ora si fondono in un unico abbagliante
candore, mentre il cielo è tra il nero e il cobalto.
Su, sempre più su. Vinciamo un ripido spigolo, brevi paretine verticali, placche
di neve infida e un'ombrosa fenditura di marmo alta circa dieci metri il cui
superamento, quota a parte, sfiora tecnicamente il quarto grado. A tale passaggio
assegneremo il nome di camino bianco. Poi la roccia si inclina, si fa più rotta e
facile, si cammina quasi.
E finalmente, alle 10.30 tocchiamo la sommità. Tale almeno l'avevamo ritenuta,
ma subito ci rendiamo conto che si tratta soltanto dell'antecima del G4, e che la
vera cima è ancora distante. Siamo delusi e preoccupati. Ci guardiamo attorno
affascinati dal paesaggio. Affacciandoci sul lato opposto del picco ciò che appare è
grandioso e solenne. Dopo circa due mesi ricompare il Baltoro e per la prima volta
ne abbracciamo con lo sguardo tutta la lunghezza: sono cinquanta chilometri di
colata glaciale che si allunga come una fiumana cristallizzata.
Ma l'ansia di conoscere ciò che di inatteso si para davanti a noi ci induce a
riprendere l'avanzata. La vera cima del G4 è ancora lontana, almeno 300 metri,
forse anche più, e si preannuncia complicata. È collegata all'antecima da un'ampia
ed esposta conca nevosa, che proprio per questa sua qualità denomineremo conca
lucente. Intanto sopra di noi comincia a sfilacciarsi la nuvolaglia monsonica, che
si fa sempre più corposa. Gelide raffiche frustano il volto. Dobbiamo affrettarci!
La vetta, a mano a mano che ci si avvicina, assume nuove sembianze e ora
mostra il profilo di cinque punte rocciose, lisce e verticali, alte almeno 50 metri,
che si succedono allineate formando la cresta sommitale.
Non riusciamo a capire quale di queste punte sia la più alta mentre ne
contorniamo il basamento in esplorazione. Ci troviamo così ad aver percorso in
traversata tutto il versante occidentale della sommità, ma l'incognita rimane.
Per un attimo dubito di riuscire ad arrivare lassù. Inizio a salire direttamente su
quella che pare essere la punta più elevata. Sotto i piedi sfugge la parete lucente,
un abisso di oltre 2500 metri. Le rocce su cui mi arrampico sono compatte ma
friabili in superficie. Non meno infido è il sottile strato di neve che a tratti le
riveste. Devo ricorrere all'uso di chiodi per assicurarmi. Mauri poi li recupera.
Tutto qui è molto insidioso: la roccia, la neve, i chiodi e anche il terribile freddo
alle mani quando mi tolgo i guanti nei passi più difficili. Vorremmo levare i
ramponi dai piedi, ma data la temperatura rigidissima temiamo di non riuscire
più a rimetterceli. La difficoltà tecnica che oppone questa serie di passaggi sfiora
il quinto grado. La quota, il gelo e la bufera ormai prossima esasperano e rendono
dura la progressione. Ma infine, alle 12.30 esatte, usciremo sulla punta più alta
del G4, a 7980 metri di quota. Sull'esile cresta, dove stiamo eretti a malapena tra
raffiche di vento che sembrano volerci strappare via i vestiti, ci abbracciamo. Poi
con gesto Montagne di una vita niente affatto retorico (come invece qualcuno ha
ritenuto che fosse) ma con sefltito rispetto, sventoliamo le bandierine del
Pakistan e dell'Italia. Del resto su una cima appena vinta non è forse più dignitoso
esporre la bandiera nazionale piuttosto che il marchio di uno sponsor?
La vetta appena raggiunta, come ho detto, non è che un pinnacolo culminato da
una ripida e breve cresta di roccia, totalmente spoglia di neve sul versante
occidentale a causa del forte vento. C'è appena lo spazio da consentire a due
persone di reggersi in piedi. Sul versante orientale invece, incollata
orizzontalmente alla roccia, si protende una cl\ndida calotta nevosa. Piana com'è,
alla sommità, sarebbe senz'altro invitante se non fosse completamente sospesa
nel vuoto.
Vorremmo rifocillarci un poco, ma il tè e il suo contenitore sono diventati un
solo blocco di ghiaccio. Restiamo quassù circa un'ora, il tempo necessario, tra una
schiarita e l'altra, di fotografare il paesaggio, ma occorre sostituire la pellicola.
Maneggiare un apparecchio fotografico in simili condizioni, e per di più a mani
nude, è un'impresa. Riavvolta a fatica la pellicola impressionata, nel ricaricare la
macchina il gelo spezza un primo rullino a colori. Poi ne sbriciola un secondo.
Infine, quando il freddo sta per irrigidirmi le mani, un proVvidenziale rullino in
bianco e nero, più docile, si lascia avvolgere. Posso così completare la preziosa
documentazione della vetta.
Iniziamo il ritorno passando obbligatoriamente, come nell'andata, sul piccolo
dente che precede la vetta. Quindi, con i chiodi recuperati in salita, ancoriamo una
dopo l'altra tre veloci calate a cordadoppia che ci posano presso la conca lucente.
La nostra discesa somiglia più a una fuga, problematica almeno quanto la salita.
Poco sotto l'antecima siamo inghiottiti dalle fitte nebbie. Ancora una
cordadoppia lungo il camino bianco, un veloce saliscendi sulle taglienti creste,
sugli aguzzi pinnacoli, sulla torre nera. Poi comincia a nevicare. Turbini e raffiche
ci sferzano, ci accecano.
La tormenta tocca il suo culmine quando raggiungiamo il sesto campo, alle
18.10. Tanta furia sembra quasi una vendetta della montagna appena vinta.
Entrati nella piccola tenda non desideriamo altro che bere e ancora bere. Abbiamo
un gran freddo e il corpo percorso da brividi. Non sarà forse un tipo di freddo che
nasce dall'angoscia per quello che ci aspetta? Dovremo infatti calarci in mezzo a
un vero inferno.
La notte passa insonne, e alle sette siamo già alle prese con la discesa. Ogni
minuto guadagnato è prezioso, significherà un ostacolo in meno da superare. La
tormenta da ieri sera si è inasprita. Le rocce sono sparite, sepolte completamente
nella neve. Le slavine cadono senza posa e vengono subito turbinate dal vento. Si
creano così nuvole di polvere gelata e accecante, che rendono 1'aria quasi solida,
irrespirabile.
Procediamo tentoni, ormai incrostati di ghiaccio e sempre annaspando sotto il
manto nevoso alla ricerca di una roccia, o di una corda fissa cui aggrapparci.
Quando la troviamo ci appendiamo completamente anche se è ridotta a uno
spesso salsicciotto di ghiaccio.
Avanzando in tal modo arriviamo sul mezzogiorno in prossimità del quinto
campo. Ci raggiungono alcuni richiami. Sono quelli di De Francesch e Zeni,
rimasti ad attenderci.
I due amici, udita la nostra risposta, escono dalla tenda per venirci incontro.
Eccoli comparire come fantasmi a pochi passi da noi. Ora ci abbracciamo, ci
parliamo, ma a un tratto De Francesch, offuscato da un vortice, svanisce ai nostri
occhi e viene inghiottito dal precipizio. Resto impietrito a vederlo filare a testa in
giù tra uno sfaglio di neve, e poi scomparire nell'opacità della tormenta. Sono
attimi, e rieccolo là sotto in una fugace schiarita, piccolo corpo scuro che rotola
sul pendio evanescente. Sparisce di nuovo. Riappare ancora più in basso, puntino
sempre più piccolo e indistinto. Ora è immobile. No, si muove. Non è morto! De
Francesch è finito almeno duecento metri più sotto, fino al termine del pendio.
Adesso avanza carponi nella neve soffice e profonda che lo ha risparmiato. Si
dirige verso il colle, sotto di noi. Là ci ricongiungeremo. È miracolosamente
incolume.
Nello stesso pomeriggio caliamo verso il quarto campo, qui ci riuniamo agli
altri compagni e all'indomani proseguiamo verso il terzo campo, il secondo, e così
via sino al campo base. Sempre flagellati dal maltempo monsonico, lo
raggiungiamo tre giorni dopo aver conquistato la vetta del Gasherbrum IV.

Sul Pilastro Rosso di Brouillard (1959)


Non avrei mai intrapreso la scalata del Pilastro Rosso sapendo che mi avrebbe
riservato tanti problemi. Ma neppure l'avrei tentata se il Pilastro non mi fosse
apparso tanto attraente e misterioso. Parrà strano, ma è su questo pensiero che si
regge quasi sempre la logica dell'awentura alpinistica. Quindi la concezione, e poi
la realizzazione, di una tra le più belle e difficili scalate che abbiano come punto
d'arrivo la cima del Monte Bianco.
La via che porta all'attacco del Pilastro Rosso è tutt'altro che semplice. Questo
spiega perché tale itinerario è rimasto fino a oggi inviolato. Dal fondo della val
Veni, lungo balze di roccia levigata dagli antichi ghiacciai, si inerpica un ripido
sentiero più adatto ai camosci che agli uomini. Al suo termine, dopo tre ore di
marcia, attende la capanna Gamba (ora non esiste più). È una piccola struttura di
legno, costruita una cinquantina d'anni fa quale ultimo rifugio prima di
awenturarsi nel bacino selvaggio del Monte Bianco. Dalla capanna Gamba per
arrivare ai piedi del Pilastro Rosso occorrono altre sette ore di cammino,
beninteso con un carico pesante sulle spalle. Il cammino si svolge
prevalentemente sul ghiacciaio Brouillard. Qui sono tali i pericoli di improvvisi
crolli che conviene affrontarlo nelle ore più fredde della notte. Dopo la levata del
sole il ghiacciaio diventa una specie di trappola: la superficie nevosa non regge
più e si affonda a ogni passo. Inoltre, mille crepacci mascherati da fragili ponti di
neve sono pronti a inghiottire l'imprudente che vi si avventuri nelle condizioni
sbagliate. Ma ci sono anche le cadute di pietre con cui fare i conti. Se poi a tutti
questi inconvenienti si aggiungesse il maltempo, è chiaro che muoversi là dentro
diventerebbe ancora più rischioso. Tutto sommato dunque, raggiungere la base
del Pilastro Rosso, a quota 3800 metri circa, può essere già considerata una
ascensione d'alta montagna.
Il 27 giugno 1959, giorno. della mia partenza dal fondovalle, fa caldo. È un caldo
pomeriggio di inizio estate. Sulle basse propaggini del massiccio biancheggiano
ancora chiazze di neve alternate a verdi e profumati prati fioriti. In alta montagna
questa è la primavera. Ho scelto questo periodo per due ragioni: perché le
giornate sono le più lunghe dell'anno, e perché la neve che ancora ricopre il
ghiacciaio semplificherà il superamento dei crepacci.
Andrea Oggioni, l'affezionato compagno di tante scalate, è ancora con me.
Abbiamo iniziato insieme ad andare per monti. Esattamente dieci anni fa
eravamo sulle Dolomiti di Brenta impegnati, con un terzo compagno, nella prima
ripetizione di quella che all'epoca veniva considerata la scalata forse più difficile
dell'intero gruppo: la via diretta sulla parete sudovest del Croz dell'Altissimo, un
picco di quasi mille metri. Ricordo ancora l'emozione provata raggiungendo
quella cima duramente guadagnata in due giorni e mezzo di scalata. Entrambi
avevamo da poco compiuto i diciannove anni, e prima che finisse quell'estate già
avevamo realizzato molte difficili ascensioni, sia sulle Dolomiti sia nel gruppo del
Monte Bianco.
Quel giorno saliamo dunque lentamente verso la capanna Gamba ricordando e
conversando. La totale assenza di orme ci fa ritenere di essere noi i primi della
nuova stagione.
Eppure non ci sentiamo affatto soli. Un sasso che rotola a valle rivela infatti la
presenza di due magnifici camosci. Eccoli, alteri ed eleganti, che con lunghi salti
passano a poche decine di metri da noi, anzi sopra di noi, e arrivati in cima a un
dosso si arrestano quasi a porsi in bella mostra. Le loro agili figure così proiettate
contro l'azzurro del cielo hanno in sé qualcosa di.altamentefigurativo, di
simbolico dirci. Alla capanna Gamba sorprendiamo una grossa marmotta intenta
a scavarsi la tana proprio a ridosso del rifugio. Come ci vede scappa velocissima
dopo aver emesso il suo caratteristico fiMontagne di una vita schio un po'
strangolato. È tanto smarrita che nel fuggire ci passa tra le gambe.
Le rimanenti ore di luce trascorrono veloci e assorbite dai preparativi. L'aria
tersa della sera fa sembrare più vicino e anche più austero il nostro Pilastro che
da qui domina il bacino del Brouillard. Svanisce l'ultimo sole anche sulle lontane
vette della Grivola e del Gran Paradiso. Nel cielo ancora chiaro già cominciano a
luccicare alcune stelle. Poi scende la notte. Dove fino a poco fa si scorgevano
lontani villaggi, si accendono gruppetti di lumicini tremolanti contro la nera
ondulazione delle montagne. Dai ghiacèiai vicini giunge il fragore di qualche
seracco ritardatario, che per effetto della calda giornata era destinato a crollare.
Poi tutto tace. Ora siamo veramente soli. Chiudiamo l'uscio della capanna e ci
raggomitoliamo nelle cuccette ad aspettare 1'ora della partenza. Il sonno stenta ad
arrivare mentre navighiamo dentro i pensieri e le incertezze per l'impresa che ci
attende.
A mezzanotte lo squillo della piccola sveglia tronca l'attesa, poiché né io né
Oggioni siamo riusciti a dormire. Il profumo del tè, che sfrigola sul piccolo
fornello ad alcool inonda piacevolmente la capanna. Un'ora più tardi siamo pronti
a partire. Il tempo è splendido, un ultimo spicchio di luna illumina la montagna.
Ci avviamo. La neve cede ancora a tratti sotto il nostro peso, però il gelo che
precede l'alba la rassoderà completamente.
Procediamo sicuri lungo il ripido corridoio di ghiaccio a ridosso della cresta
dell'Innominata, ma la tranquillità dura poco. Infatti, entrati in una zona d'ombra
e proprio mentre stiamo per accendere le pile frontali, rompe l'aria un secco
schianto seguito da un tuono cupo. Nell'incerto lucore lunare in cui si
confondono rilievi e distanze, si distingue appena una massa in movimento che
sta per venirci addosso. Un attimo di smarrimento, e via in fuga attraverso il
ripido pendio, inciampando, rotolando, annaspando fino ad arrivare 'al riparo di
una protuberanza di ghiaccio. In quell'attimo, là dove stavamo poco prima,
irrompe una valanga di ghiaccio. È stato il crollo di un grande seracco.
Quando ritorna la calma le nostre gambe ancora tremano. Ci ritroviamo con gli
abiti completamente imbrattati di polvere di gelo, e sbiancati siamo forse anche in
volto per lo spavento preso. Esitiamo dapprima, poi, come sempre avviene in
questi casi, riprendiamo il cammino, dopo aver incerottato alcune spellature
riportate nella fuga precipitosa.
Ai primi albori arriviamo nel cuore del ghiacciaio, al centro di una rete di larghi
crepacci. Girovaghiamo a lungo in quel labirinto e quando finalmente ci sembra
di paterne uscire, scopriamo di essere capitati su un'isola nevosa delimitata da
invalicabili spaccature. Ci siamo arrivati dall'alto, compiendo un salto, ecco
perché adesso ci è impossibile tornare sui nostri passi. Dopo inutili ricerche ci
arrendiamo e ripieghiamo sulla via che a priori avevamo scartato, presentando un
pauroso ponte di neve. Lungo almeno quattro metri, l'esile arco allaccia i due
bordi del crepaccio, ma è tanto sottile che pare crollare a guardarlo. Con il cuore
in gola, strisciando e trattenendo il respiro quasi a renderci più leggeri, riusciamo
a toglierci dall'impiccio.
Non si è ancora levato il sole quando raggiungiamo la base del canalone di
ghiaccio che scende dal colle Emile Rey. Ne scaliamo lo scivolo ghiacciato sino ad
arrivare a una serie di pieghe rocciose, che proteggono da eventuali scariche. Poco
dopo infatti, appena spunta il disco del sole, sullo scivolo appena superato è tutto
un sibilare di sassi e ghiaccioli.
Alle otto arriviamo alla base del Pilastro. L'avevamo tenuto d'occhio, mentre ci
avvicinavamo, per scoprirne l'attacco più vulnerabile. Ora che ci sta di fronte ci
rendiamo conto delle sue enormi proporzioni. Il canalino iniziale, per esempio, si
rivela un ripido diedro alto almeno venti metri, tutto incrostato di ghiaccio.
Superarlo richiederà due ore di paziente lavoro di scrostamento. Troviamo quindi
una magnifica parete di compatto granito protogino, le cui fenditure offrono una
varietà e un'eleganza di passaggi degni dei più classici itinerari su roccia. La
scalata, che segue esattamente il centro dello sperone, si svolge per la maggior
parte in arMo~tagnedi una vita rampicata libera. Solo ogni tanto è richiesto un
chiodo di assicurazione, che rende più sicuro se non più agile il nostro procedere.
La parete è quasi sempre verticale, perciò quando scarseggiano prese per le mani
e appoggi per i piedi ci affidiamo ai chiodi e alle staffe, anche perché portiamo
zaini assai pesanti.
Così dalle dieci del mattino alle sei di sera, tracciamo palmo a palmo la via. Le
parole fra noi sono poche e indispensabili; ci alterniamo in testa alla cordata.
Unica mia distrazione è il volgere lo sguardo verso Courmayeur nella speranza di
scorgere casa mia, che da quassù dovrebbe apparire come un puntino bianco. La
scalata ci assorbe totalmente e quasi ci sorprendiamo, verso le diciotto, quando di
colpo ci avvolgono le nebbie, nate chissà dove.
Abbiamo raggiunto un discreto terrazzo, a circa 4100 metri. Sopra di noi la
parete rossa sale ancora a picco per altri 150 metri fino alla cima del Pilastro
Rosso. Nel nostro intimo già pregustiamo il piacere di arrivare là sopra. Abbiamo
ancora tre ore abbondanti di luce, ma riteniamo più saggio fermarci per la notte
su questo comodo terrazzo. In attesa del buio, scalo ancora trenta metri di parete
lasciandovi fissata una corda per facilitare domattina la ripresa. La nebbia,
anziché dissolversi, con l'approssimarsi della notte si infittisce.
Oggioni occupa il tempo spianando e allargando a colpi di piccozza il ghiaccio
che riveste parte del ripiano su cui passerà la notte. lo faccio altrettanto su un
gradino due metri più su. Non ci rimane poi che infilarci nei sacchi gommati.
Come sempre accade alle alte quote, le prime ore di bivacco passano facilmente.
Poi comincia la tortura del freddo e delle preoccupazioni.
A un certo momento, non ancora del tutto sveglio, ho la sensazione di trovarmi
sprofondato in un comodo letto. Certi sassi aguzzi che la sera mi pungevano la
schiena ora sembrano scomparsi, e alloro posto mi pare di avere una comoda
parete di ovatta. La stessa cosa succede quando cambio posizione, messo di
fianco, ma anche quando mi spingo in avanti, o mi rilasso di schiena. Ogni
posizione che assumo mi procura un benefico effetto. Che strano, penso, non
starò sognando? O non sarà invece conseguenza del gelo che tende a sopire la
sensibilità? Mi scuoto preso dal sospetto, e tale è l'ansia di cacciar fuori la testa
rimasta imprigionata nel sacco gommato, che per poco non ne strappo
l'allacciatura. Accidenti, ma nevica! Siamo completamente sepolti nella neve!
Sveglio Oggioni con un urlo, e in breve siamo colti entrambi dallo sgomento, dalla
maledetta paura di restare intrappolati quassù.
Analizzo con più calma la situazione. La neve continua a cadere calma e
copiosa, e noi siamo alti, oltre i quattromila metri e in luogo esposto.
Il rischio che comporta una forzata ritirata sarebbe quasi pari a quello di una
forzata salita, soltanto 150 metri di parete stanno ancora sopra di noi. Ma da lì
fino alla vetta del Monte Bianco si sviluppa una delle più lunghe e infide creste
ghiacciate: affrontarla in simili condizioni sarebbe follia. Sotto c'è un salto netto
di trecento metri, ma è ancora cosa da poco rispetto alle mille complicazioni che
opporrebbe la rimanente discesa. Laggiù discendono ripide pareti di ghiaccio ora
soggette a valanghe. Più in basso, infine, attende il caotico ghiacciaio Brouillard.
Con visibilità scarsa, è assai difficile venirne fuori.
Da queste considerazioni si può immaginare l'ansia che ci accompagnerà fino al
nascere del nuovo giorno. Era infatti mezzanotte quando mi sono accorto del
sopravvenuto maltempo, e da allora non abbiamo fatto altro che torturarci al
pensiero di come saremmo usciti dall'impasse. Intanto non facciamo che raspare
via con le mani la neve che il vento accumula sul terrazzino.
Finalmente arriva l'alba, lattiginosa e ovattata. Noi continuiamo a rimanere lì
accovacciati nei sacchi, come in attesa di qualcosa. In quell'assurdo indugio non
facciamo altro che ascoltare le modulazioni del vento e le raffiche di neve,
pungenti e sonore, che sbattono contro i sacchi induriti dal gelo. Giunge anche il
sordo tonfo delle slavine che cadono un po' ovunque dalla montagna, ormai
pregna di neve. Qualcuna si Montagne di una vita distacca proprio sopra di noi,
sfiorandoci. L'irrigidito sacco da bivacco serve ben poco a proteggere dal
pulviscolo gelato che si insinua dappertutto. Avverto appena l'abulia che continua
a tenermi qui prigioniero, è una specie di distacco, quasi di indifferenza a quel che
accade. Sarà finalmente l'esperienza del mio passato di alpinista a scuotermi e a
riportarmi alla realtà. Scatto in piedi e obbligo Oggioni a fare altrettanto. Ora so
che scenderemo a ogni costo.
Riordiniamo alla bell'e meglio gli zaini. I nosUl abiti, già bagnati e adesso
esposti alla tormenta, si riducono presto a corazze di ghiaccio. Senza fermarmi un
solo momento, per non intirizzirmi del tutto, mi arrampico per i trenta metri di
corda fissata ieri sera sulla parete. Maledizione. l'avessi sistemata doppia e
infilata nell'anello di un chiodo, ora non avrei che da tirare un capo per sfilarla.
Invece la manovra di ripresa nella corda, che richiede di risalire fino al chiodo cui
è annodata, riesce piuttosto difficile; sia per il freddo che mi prende alle mani
nude, sia per le incrostazioni di ghiaccio che la rivestono. Oggioni nel frattempo
estrae a colpi di martello i preziosi chiodi cui siamo rimasti ancorati nel bivacco.
Poco dopo le dieci iniziamo la prima della lunga serie di discese a cordadoppia.
A ogni tratto di fune corrisponde una calata di quaranta metri, quasi sempre nel
vuoto o lungo placche di granito incrostate di ghiaccio. Per fortuna siamo molto
affiatati nelle operazioni, così mentre uno recupera le corde l'altro annaspa nella
neve alla ricerca di una fessura nella roccia in cui conficcare un cniodo per la
successiva calata.
Verso le tredici cessa di colpo la ton;-cnta. Le nubi si aprono fino a lasciarci
intravedere le montagne attorno. Sono irriconoscibili per la quantità di neve
caduta. La roccia affiora soltanto là dove la parete strapiomba, tutto il resto è
incredibilmente bianco. Mentre scendiamo la nostra attenzione è attratta da
quella specie di grattugia che appare là sotto: il ghiacciaio Brouillard. La distanza
che ancora ci separa dal Brouillard è molta, la visibilità assai scarsa; solo ogni
tanto, tra un turbine e l'altro, riusciamo a scorgere qualcosa ma vi sto dall'alto il
ghiacciaio si presenta completamente piatto. Prendiamo allora alcuni punti di
riferimento, imprimendoci bene in mente anche il più piccolo dettaglio che potrà
servire a orientarci in quel labirinto.
Un'ultima cordadoppia ci posa alla base del Pilastro Rosso. Ci troviamo su un
ripido pendio di ghiaccio verdiccio e levigato, appena spazzato da una grande
slavina. A colpi di piccozza ci intagliamo la via sul ghiaccio vivo per arrivare a un
sicuro costolone roccioso. Compiendo un brusco movimento Oggioni perde il
copricapo, che rotola e scompare in un crepaccio cento metri più sotto. Qualche
fugace raggio di sole appare qua e là, mentre noi lungo il costolone ci dibattiamo
nella neve alta fino alle anche. La temperatura si alza di colpo e 1'aria si fa afosa,
la neve appiccicosa come il gesso. Anche i nostri abiti, rigidi com'erano, si sono
ammorbiditi. Ma quel disgelo improvviso dopo 1'abbondante nevicata porta
subito le previste conseguenze. Le rocce lassù, come animali rimasti assopiti, si
svegliano di colpo e si scrollano di dosso la crosta gelata.
Le slavine non si contano, tutto rimbalza e rimbomba. Per fortuna in questo
tratto siamo al sicuro, ma sgomenta alzare gli occhi alle pareti appena percorse.
Centinaia di metri quadrati di rocce si liberano in un sol colpo della spessa
corazza bianca, che precipita e si polverizza contro altre rocce travolgendo nella
corsa tutto ciò che incontra. Infine, questa cascata di gelo converge e si rovescia
sul verde pendio di ghiaccio che abbiamo appena attraversato, diventato l'imbuto
collettore dell'intera parete soprastante.
Passata un'ora dall'inizio di questo orrido spettacolo la scena cambia un'altra
volta. Le nubi si richiudono e riprende a nevicare; prima a larghe falde, poi a
granelli, infine torna a mulinare il vento che solleva nuvole accecanti. La visibilità
ridiventa così quasi nulla, e ancora una volta gli abiti si trasformano in duri
scafandri.
Procediamo quasi a tentoni lungo il costolone. Giunti a un'esile selletta,
capiamo di essere arrivati al basamento del Pilastro. Ci affidiamo ancora
all'intuito accostandoci ad alcune rocce sulla destra per iniziare una nuova serie di
calate Montagne di una vita a cordadoppia. Non vediamo un bel nulla, sappiamo
però che poco più sotto comincerà una serie di ripidi canali, per circa duecento
metri, che immettono sul ghiacciaio. Ecco infatti il primo di questi canali, stretti
come gole. Su questo nuovo terreno le calate a cordadoppia si rivelano molto
rischiose, perché siamo virtualmente sulla traiettoria di una slavina. Annaspiamo
nella neve alta alla ricerca di una fessura nella roccia cui fissarvi un chiodo. Ma è
un'utopia.
A parte il fatto che di chiodi ormai ce ne sono rimasti tre, le rocce in queste
forre non sono che cataste di detriti trattenuti soltanto dal gelo e dalla neve.
Discendiamo allora in arrampicata libera, fidando soltanto su noi stessi.
Si presenta il problema di dove e come valicare la grande crepaccia terminale.
Ci spostiamo sulla sinistra, per via delle possibili scariche dall'alto, e alla fine ce la
caviamo compiendo un lungo salto da un margine all'altro della spaccatura.
Ancora una corsa per sfuggire al pericolo, tra i resti di precedenti frane, e
finalmente eccoci sul ghiacciaio Brouillard, dove si affonda maledettamente.
Benché continui ininterrottamente a nevicare, la bufera è cessata. Forse perché
siamo ormai a bassa quota e in una zona protetta dai contrafforti del Monte
Bianco. Anche la visibilità è migliorata. Sono le 17.30 e fra poche ore sarà buio. Ce
lo ripetiamo quasi a spronarci, ma tra quel caos di ghiacci non abbiamo nessuna
idea sulla direzione da prendere. L'unica certezza è che ci troviamo assai discosti
dalla via percorsa ieri mattina, senza quindi il timore di imbatterci in quel ponte
di neve da brivido, ammesso che non sia crollato.
Avanziamo sul fondo di un grande corridoio che si allunga sulla sinistra a
ridosso di una barriera di seracchi. Grazie ad alcune grosse colonne di ghiaccio
precipitate di recente, che fanno da ponte sui larghi crepacci, sgusciamo fuori da
questa specie di trappola. Però affondiamo fino ai fianchi nella neve molle. E fra
poche ore sarà buio...
Non è facile ricostruire lo scenario di quella penosa discesa sul ghiacciaio. Non
guadagnavamo un solo metro nella neve senza averla prima calcata, anche con le
mani, tanto era profonda. Più di una volta ci eravamo preparati la via in tal modo,
ma poco dopo era capitato che una difficoltà improvvisa ci aveva indotti a
ripiegare. Era insomma un continuo e snervante saliscendi, un incessante
dietrofront fra seracchi, ponti di neve, cornici precarie, crepacci, muri, caverne,
dove quasi sempre bisognava strisciare per farsi più leggeri sulla neve alta e
inconsistente. Il tutto senza nulla vedere e senza sapere dove saremmo finiti. Solo
per intuito ci si teneva sulla sinistra del ghiacciaio sperando di imbatterci nel
colletto roccioso quotato 3438, sulla cresta sud dell'Innominata. In quel caos
nevoso dalle pieghe invisibili, il colletto rappresentava l'unica possibile via
d'uscita. E infatti, prima del calare della notte, la nostra caparbietà fu premiata.
Giunti su quel punto chiave, il colletto roccioso, ebbi la certezza che più nulla
avrebbe potuto preoccuparmi, neppure bivaccare un'altra volta nella neve.
Naturalmente era soltanto l'euforia del momento a farmi provare tanto
ottimismo, perché in realtà, proprio per timore di dover bivaccare ancora una
notte all'aperto, non ci fermammo un solo minuto, anzi, quasi a rotta di collo ci
spingemmo giù per le facili rocce innevate di fresco, sfruttando gli ultimi minuti
di luce.
Ed ecco scendere la notte. Puntiamo direttamente al centro del canalone dove
continuiamo la discesa a tentoni. La coltre di neve qui è meno spessa, ma ci
troviamo ancora intorno ai tremila metri di quota. Intanto continua a neVIcare.
Un'ultima difficoltà ci attende alla fine del canalone, dove si apre un vuoto
inaspettato. Alla cieca, indovinando una fessura della roccia, vi pianto l'ultimo
chiodo rimasto, poi, con molta diffidenza comincio a calarmi appendendomi
soltanto con le mani e a una sola corda da quaranta metri doppiata nell'anello del
chiodo. Per alleggerire la fune cui sono appeso annaspo con i piedi cercando
buoni appoggi sulla roccia. I venti metri della cordadoppia sono finiti, ma sotto i
piedi il vuoto continua. Nel buio totale non riesco a stabilire quanto sia ancora
profondo il salto. Allora risalgo fino al chiodo a forza di braccia e con 1'aiuto di
Oggioni srotolo anche la seconda corda da quaranta metri, che annodata
Montagne di una vita all'altra mi consentirà di arrivare fino in fondo al salto.
Finalmente approdiamo sul bonario ghiacciaio di Chatelet. Da lì siamo presto al
rifugio, naturalmente vuoto.
Sono le ventidue. Fradici e intirizziti ci infiliamo sotto una montagna di
coperte.
Già alle quattro del mattino ci mettiamo in movimento. Qualcuno starà
certamente in ansia per noi, dobbiamo quindi scendere a valle al più presto.
Mentre caliamo silenziosi lungo il piccolo sentiero imbiancato di neve, penso
alla montagna com'era nel giorno della nostra partenza, inondata di sole, di colori,
di vita. Com'è tutto diverso ora, e quanto sbiadite appaiono anche le nostre
speranze di appena tre giorni fa. Eppure già pensiamo di ritentare il Pilastro
Rosso.
Il pomeriggio del 3 luglio, dopo tre giorni consecutivi di bel tempo,
raggiungiamo nuovamente la capanna Gamba, tornata asciutta e accogliente. Al
tramonto però ci impressionano talmente le strane tinte violacee apparse
all'orizzonte che, senza alcun ripensamento, anziché coricarci nelle cuccette del
rifugio ci incamminiamo velocemente verso valle. Dopo la recente esperienza non
vogliamo più incappare nel maltempo.
L'indomani mattina risplende invece un magnifico sole; e allora ancor prima di
sera eccoci nuovamente alla capanna Gamba. Il tramonto stavolta è bello,
sebbene nell'aria ci sia ancora qualcosa che non convince del tutto.
La sveglia è per le 23.20, e a mezzanotte partiamo. A differenza dell'altra volta
non c'è luna, perciò mettiamo in funzione le pile frontali. È destino che quassù ci
sia sempre qùalche cosa di cui preoccuparsi: ora manca completamente il gelo
della notte. Il che, oltre a minare la stabilità del tempo, rende molle e cedevole la
neve come in pieno giorno. Camminarci è un vero castigo.
Ai primi albori ci troviamo ancora in basso rispetto all'altra volta, e siamo anche
più stanchi. In prossimità del colletto quotato 3438 metri vediamo formarsi un
collare di nebbie attorno all'Aiguille Noire de Peuterey. Abbiamo un attimo di
esitazione, ma è soltanto per un cattivo pensiero che scacciamo appena queste
nebbie si dissolvono.
Così ci inoltriamo ancora una volta nel famigerato Brouillard. La neve caduta
nei giorni scorsi è abbondantissima. Qua e là affiorano ancora le nostre impronte,
che sembrano tracciate da un ubriaco. Ci sono comunque preziose per evitare
malsicuri ponti di neve, tutti mascherati.
Verso le otto abbordiamo il canalino ghiacciato di venti metri alla base del
Pilastro Rosso. Udiamo un rumore improvviso. Un centinaio di metri sopra di noi
una grossa stalattite di ghiaccio si è distaccata e sta piombandoci addosso.
Istintivamente mi appiattisco contro la parete. Uno schianto lacera 1'aria, seguito
da altri colpi più sordi. Ho appena il tempo di alzare le braccia a proteggermi il
capo e sono investito da una gragnuola di ghiaccioli. Senza danno. Meno
fortunato è Oggioni, sotto di me, che viene colpito da una scheggia gelata in pieno
volto, tra occhi e naso. L'incidente non è affatto trascurabile, al momento non
posso fare niente per lui: urge toglierci da questo posto pericoloso. Sanguinante e
tramortito dal colpo il compagno mi segue fin sopra le difficili placche ghiacciate,
dove finalmente posso medicare le sue ferite. Oggioni è un tipo che non si
arrende tanto facilmente, così riprendiamo la scalata.
Alle 13.30 siamo già sui terrazzini che ospitarono il nostro sfortunato bivacco.
Una breve pausa e su di nuovo puntando direttamente alla cima del Pilastro. La
bellissima scalata e la splendida giornata ci infondono una certa euforia, tanto che
superiamo velocemente quelle rocce tutt'altro che facili.
La cima del Pilastro Rosso è nostra alle 18.30. È un magnifico risultato, e ci
rendiamo conto che prima del buio potremmo benissimo giungere alla sommità
del Picco Luigi Amedeo. Domani di buon'ora potremmo perciò percorrere la
cresta del Brouillard per gustarci poi l'arrivo sulla cima del Monte Bianco al
nascere del sole. Invece, quasi ignorando le tre ore di luce che ancora ci
rimangono, decidiamo per una volta di non strafare, e con più umiltà ci
rimettiamo al programma previsto.
Così scavalchiamo la cresta frastagliata del nostro Pilastro, poi con una breve
calata a cordadoppia ci abbassiamo sulla selletta che collega appunto il Pilastro
con la parete del Picco Luigi Amedeo. Qui, liberato dal ghiaccio un buon terrazzo,
ci disponiamo al bivacco.
Benché soddisfatto del risultato ottenuto, non mi riesce di prender sonno,
anche perché di ora in ora cresce in me un cattivo presentimento. Temo infatti
che il tempo stia per giocarci un brutto scherzo. La temperatura nella notte ha
subìto un insolito abbassamento e le stelle appaiono troppo lucide.
Passano alcune ore e in cielo si va formando un sottile velo di foschia.
Sveglio Oggioni informandolo della situazione, e lui senza neppure sporgere la
testa dal sacco risponde: «Davvero? » E si riaddormenta. La foschia diventa
sempre più opaca. Non c'è alcun dubbio, arriva il maltempo! Così ancora una
volta devo pensare al modo più rapido e sicuro per levarci da quassù. E intanto mi
rimprovero di non aver proseguito ieri sera fino al Picco Luigi Amedeo. Avremmo
guadagnato ore preziosissime. Rifletto, rimugino, e poi concludo che quando si
manifestano questi sintomi notturni, il maltempo si scatena di primo mattino.
Non ci resta dunque che riprendere la scalata ai primi albori, e poi correre a più
non posso.
Guardo l'orologio, sono le 2.30. Fra un'ora sarà chiaro. Sveglio ancora una volta
Oggioni. Un minuto più tardi, quando riprende a russare, mi arrabbio e lo scuoto
in malo modo. Da lì a poco, mentre ci prepariamo a ripartire, se ne esce
scherzosamente: «Ho passato una notte davvero tranquilla. Non che me ne
infischiassi del maltempo in arrivo, però c'eri già tu a preoccupartene. Era inutile
che anch'io stessi in ansia ». Ci facciamo una gran risata, ma sarà l'ultima.
Riusciamo a muoverci alle 5.10, imbacuccati di tutto punto ma battendo i denti
per il gran freddo. Infuria il vento. Intorpiditi e goffi nei movimenti ci
impegniamo a fondo su una prima placca di quindici metri. Sono costretto a
piantare un palO di chiodi là dove ieri sera saremmo passati quasl senza
accorgercene.
Verso levante, e fin sulle montagne del Vallese, comincia a lampeggiare. È in
movimento un grosso temporale. Si palesa come un polipo nero aggrappato al
cielo e avvampato di rossi bagliori. Quando arriva da Oriente, dicono i vecchi della
montagna, la tempesta è breve ma furiosa. L'altissima velatura che anticipa la
burrasca invade ormai il cielo fino a Ponente, e va a fondersi con le montagne del
Delfinato. Non c'è dunque speranza, si deve scappare al più presto!
Sul Picco Luigi Amedeo, raggiunto verso le otto, ci investono potenti raffiche
gelate. L'uragano è arrivato a Ginevra, sull'altro lato della montagna. Adesso nubi
bianchissime contro il cielo violaceo sfiorano la vetta del Monte Bianco, poi ne
avviluppano i fianchi. Il vento urla tra i pinnacoli della cresta del Brouillard che
stiamo percorrendo, e tale è il frastuono che non riusciamo a parlarci. A parte il
fatto che il freddo ci inchioda le mascelle. La cresta è ancora molto innevata e le
sue aeree cornici invitano a prendere tutte le precauzioni, che però rallentano il
cammino.
Le nebbie sono calate e ci avvolgono. Verso le 10.30, quando già stiamo per
concludere la parte rocciosa della lunga cresta, di colpo ci arriva addosso una
tempesta di neve. Rapidi superiamo quegli ultimi trenta metri di rocce facili. Ora
l'aria si riempie di strani suoni, che decifriamo soltanto quando ci invade un
pungente pizzicore in tutto il corpo. «La folgore! » gridiamo all'unisono, buttando
via le piccozze e correndo all'impazzata giù dal pendio roccioso che avevamo
appena guadagnato. Siamo spaventati e confusi. Leviamo dallo zaino il sacco da
bivacco, che è di tela gommata, per avvolgerci e isolarci dall'elettricità che qui si
va condensando. Intanto esplodono i tuoni tutt'attorno.
È una maledetta situazione! Siamo a oltre 4600 metri di quota su una delle più
lunghe creste del Monte Bianco, e sebbene la conclusione sia ormai vicina sono i
fulmini e la bufera a bloccarci. Non è possibile continuare, ma neppure possiamo
rimanere tanto a lungo quassù, in questo stato.
Dopo un po' riponiamo i teli gommati, però non osiamo toccare le piccozze che
ancora vibrano per 1'elettricità che c'è nell'aria. Infine ci decidiamo a impugnarle,
e a riprendere la salita. Riteniamo sia troppo rischioso avanzare sul filo di cresta,
così ci spostiamo sul ripido pendio sudovest. Per nostra fortuna lo spessore della
neve appena caduta non è ancora tale da rendere pericoloso il grande scivolo su
cui procediamo.
Mezz'ora dopo, nel bel mezzo del pendio, si rovescia su di noi una grandinata
che scorre a fiumi giù per lo scivolo.
Ci avrebbe sicuramente strappati via se non ci fossimo ancorati con le piccozze.
Cessa l'ondata di grandine. Ma la sua spessa coltre, che pesa sulla parete, crea un
serio pericolo di slavinamento sull'intero versante della montagna. Dobbiamo
toglierci al più presto anche da questo luogo.
Ora puntiamo direttamente alla sommità del Monte Bianco di Courmayeur, che
è 1'antecima della vetta massima. Arriva ancora una seconda ondata di grandine, e
poi una terza, che presto si tramuta in fitta neve. Il vento è sempre tesissimo e
tutt'intorno si schiantano i tuoni.
Siamo costretti a buttare le piccozze, ancora una volta impazzite. L'aria frigge
satura di elettricità. Oltre al pizzicore in tutto il corpo, ora sembra che una mano
invisibile voglia strapparci i capelli che sporgono dal copricapo. È una tortura, più
psicologica che fisica. Adesso, insieme ai lampi guizzanti, compaiono nell'aria le
fiammelle azzurre e fuggevoli dei fuochi di sant'Elmo, piuttosto sinistri in quel
cielo fosco che attraversano. Ancora una volta restiamo a lungo immobili e
terrorizzati nella neve che tende a ricoprire anche noi come minuscole sporgenze
sul pendio.
Passa altro tempo, non so quanto, finché troviamo il coraggio di muoverci.
Allora puntiamo verso alcune rocce che intravediamo appena nella bufera.
Dobbiamo assolutamente arrivare sul Monte Bianco di Courmayeur e proseguire
fino all'ancor più lontana vetta vera e propria.
Soltanto di là riusciremo a scappare giù dal lato opposto fino a raggiungere la
capanna Vallot. Ma non dovremo commettere errori nel passare da una cima
all'altra.
La Brenva è appena lì sulla destra, in agguato con le sue sporgenti cornici,
sospese su una parete che cade nel vuoto con un salto di 1600 metri.
Giunti in prossimità di quella zona tanto pericolosa azzardiamo brevi passi per
volta, nella presumibile direzione della cima che ancora non vediamo. Ma poco
dopo, svanite dietro di noi le rocce della Tourette che ci erano servite da
orientamento, ci sentiamo nuovamente in balia del caso. Passa il tempo senza che
arrivi una schiarita. Il vento carico di neve ci ha totalmente incrostati di gelo, e ci
siamo abituati ormai anche alle saette e ai tuoni. Paradossalmente, è diventato
quasi un gesto normale buttare la piccozza appena sentiamo avvicinarsi il
fulmine, e poi riprenderla. Se tardiamo a liberarcene, avvertiamo una specie di
paralisi al braccio che la impugna; ogpi tanto abbiamo anche la sensazione di
sentirla come incollata, o meglio calamitata alla mano che la regge ed è difficile
mollarla.
Procediamo a zigzag, cautamente, anche carponi quando nella bufera ci sembra
di intravedere un pericolo. Succede di scambiare un ròciolo di neve con un
crepaccio, o un burrone, persino di confondere una semplice cunetta con l'abisso
della Brenva. Si affonda talmente che a tratti neppure si capisce se si va in salita o
in discesa.
Capita una cosa strana. Dopo tanto cammino ho la sensazione di trovarmi
ancora sul falsopiano che precede la sommità. E allora mi chiedo dove sia questa
benedetta vetta. Poi d'improvviso vengo investito frontalmente dal vento
impetuoso che mi sbatte in faccia una gragnuola di ghiaccioli pungenti. Un attimo
dopo mi pare di scorgere, vicinissima, nientemeno che una coturnice bianca lì
appollaiata sulla neve. Mi immobilizzo incredulo. L'uccello scappa velocissimo,
rasoterra. Ma un attimo dopo ritorna, e di nuovo fugge nella stessa direzione.
Da quando in qua, mi dico, le coturnici arrivano fin quassù e in piena
tempesta? Mi scuoto, e quando ancora una volta muovo un passo verso la
coturnice... ho una folgorante riveladone: sono sulla vetta del Monte Bianco! Ecco
infatti le vechie impronte lasciate da un alpinista probabilmente in un Montagne
di una vita giorno di scirocco. Eccole inconfondibili, indurite dal gelo e spazzate
dal vento. Che sciocco, mi dico, aver scambiato un'impronta umana per una
coturnice. Colpa del vento, che mulinando la polvere di gelo intorno all'orma, ha
potuto farla sembrare un bianco volatile in movimento. Il nuovo vento fortissimo
che rade la vetta è quello di nordest, dal quale finora eravamo rimasti protetti, ed
è proprio lui a dirmi che siamo sulla cima del Bianco. «Siamo in vetta! » urlo al
compagno che incredulo si avvicina per abbracciarmi. È la prima volta che
Oggioni raggiunge i 4810 metri della punta del Monte Bianco. È stupefatto ma
anche un po' perplesso.
Sono le 15.30 e ci sono volute cinque ore per un percorso che normalmente ne
richiede soltanto un paio. Non c'è un solo minuto da perdere, altre incognite ci
attendono. Orientandomi sempre con il vento mi dirigo verso la cresta opposta al
lato da cui siamo venuti. È la cosiddetta cresta delle Bosses, che corrisponde alla
via normale del Bianco, ed è la stessa che conduce alla capanna Vallot. Dapprima,
sulla cresta aerea e sferzata emergono vecchie tracce a indicare la via, ma dieci
minuti più tardi, nei pressi della Tournette, dove il percorso torna a essere
complicato, ci troviamo senza riferimenti, sprofondati dentro instabili banchi di
neve accumulata dal vento. Il solo vantaggio rispetto a prima è che fulmini e
tuoni sono andati via via sciamando. La visibilità però è sempre nulla.
Ci vorranno altre due ore di cieco girovagare per raggiungere la sospirata Vallot.
Per due volte ci eravamo infatti avvicinati ma l'avevamo scambiata per un seracco.
Alla capanna Vallot, a questa squallida e lercia ma ben ancorata boa di salvezza
cui tanti alpinisti devono la vita, rivolgo la mia gratitudine. Ancora una volta
posso rifugiarmi in questa maltenuta scatola di lamiere cigolanti, e attendere al
sicuro che il Monte Bianco sfoghi la sua rabbia.
Al tramonto il vento del nord disperde la tempesta, come d'incanto. Illuminato
dagli ultimi raggi radenti, il cono del Monte Bianco riappare etereo nel vento
polare che fa fumare le sue creste. Ora abbiamo veramente vinto. Domani prima
del sorgere del sole scenderemo a valle.
Con il naso schiacciato contro i vetri, Oggioni ammira ancora unavolta la sua
vetta che, ironia della sorte, ha potuto toccare prima ancora che vedere.
Poi cala la notte, ci avvolgiamo nei nostri sacchi gommati, e come tante altre
volte ascoltiamo l'urlo del vento, ma con la ritrovata gioia di vivere.

Scalata al Rondoy Nord (1961)

Il Rondoy Nord è una splendida montagna di 5820 metri che fa parte del
gruppo andino di Huayhuash, in Perù. Per arrivare alla sua base avevamo
camminato cinque giorni da Chiquian, l'ultimo villaggio, seguiti da una carovana
di diciassette animali tra muli e cavalli, carichi di viveri e di equipaggiamento. Il
gruppo era composto da: Bruno Ferrario, Andrea Oggioni, Giancarlo Frigieri e io.
Quattro italiani, coadiuvati da tre indigeni.
Durante la marcia aveva piovuto e nevicato, e le piste si erarto ridotte a canali
di fango in cui gli animali sprofon- davano a tratti fino alla pancia. All'inizio il
cammino si era svolto nel fondovalle tra agavi, cactus, liane e profumatissimi fiori
tropicali. Poi nel pajunal, la gialla distesa di ciuffi d'erba coriacea che riveste
queste alte dorsali.
Giungemmo così sulle rive della laguna Mitukocha, deserta e selvaggia, dove
piantammo il nostro campo base. Era il 23 maggio 1961. La quota del lago sfiorava
i 4200 metri sul livello del mare. La notte scese rapidissima mentre in- furiava
una tempesta di neve che da ore ci impediva di vedere che cosa c'era attorno.
Il mattino seguente, quando il tempo si rischiarò, apparve sopra di noi, a
semicerchio, un paesaggio straordinario, sovrastato dai quattro colossi della
valbta: il Nevado Jirishanca, il Rondoy, il Ninashanca e il Pariaord. Era il Rondoy
ad attrarci maggiormente. Appariva come un'elegante, candida piramide dalle
fragili e sporgenti creste nevose. Restammo a lungo a osservare con i binocoli
quel mondo sospeso: incredibile fuga di ghiaccio a canne d'organo che scendeva
direttamente dalla vetta con uh salto di 800 metri. Non l'avremmo mai tentato
direttamente da quella parete fron tale, bensì per la cresta di sinistra che già in
fotografia ci era sembrata meno problematica.
Il 25 maggio, Oggioni e io con due dei nostri amici peruviani abbordammo il
ghiacciaio, tormentatissimo, che precede la piramide vera e propria del Rondoy. Il
nostro intento era di tracciare sul ghiacciaio una via abbastanza sicura e rapida
lungo la quale effettuare poi i trasporti dei materiali. Impiegammo sette ore per
vincere e attrezzare con chiodi e corde fisse i tratti chiave di questa cascata di
gelo, costituita da muraglie di ghiaccio e torri in bilico nel bel mezzo di un dedalo
di crepacci. Superata quella prima difficoltà, si apriva sopra di noi un'ampia e
bonaria conca nevosa.
I giorni che seguirono furono impiegati sia per allestire un campo alto al centro
della conca nevosa, a circa 5000 metri, si~ per scalare le due cime più a portata di
mano: il Cerro Pariaord, un cono vergine di 5172 metri prevalentemente roccioso,
e il Nevado Ninashanca di 5637 metri. Pur trattandosi di cime ragguardevoli, per
noi era stato soltanto un buon esercizio di acclimatazione, in vista del più
impegnativo assalto al Rondoy.
Intanto eravamo giunti alla fine di maggio, ma il maltempo continuava a
tenerci inoperosi al campo base: nevicava e pioveva in continuazione e le pareti si
caricavano sempre più di neve cedevole. Dato 1'eccezionale andamento della
stagione, capimmo che il Rondoy non ci avrebbe consentito di allestire altri campi
lungo la via. Perciò avremmo dovuto effettuare la scalata in un solo tempo, dalla
base alla cima. In testa saremmo stati Oggioni e io, mentre Ferrario e Frigieri ci
avrebbero attesi al campo alto.
Il 4 giugno il cielo si rischiarò e subito raggiungemmo il campo alto con circa
venti chili di carico ciascuno. Non c'era tempo da perdere. La sera stessa alle 23.25
con Oggioni iniziammo la grande avventura. Avevamo fatto molto affidamento
sulla luna piena, ma i giorni di pioggia e di neve avevano ritardato talmente la
nostra partenza che il disco della luna si trovava quasi all'ultimo quarto. Inoltre
sarebbe spuntato soltanto verso le due di notte. Quando uscimmo dalla tenda era
buio pesto. Accendemmo le lampade tascabili e Montagne di una vita
prendemmo come riferimento la massa scura della montagna, che si stagliava
contro il cielo stellato. La neve era molle e a ogni passo sprofondavamo fino alle
ginocchia. Negli zaini portavamo un po' di cibo, chiodi da ghiaccio e da roccia,
moschettoni, martelli e 120 metri di corda. Un'ora dopo eravamo ai piedi della
parete ghiacciata, e qui non si affondava più perché il termometro segnava dieci
gradi sotto zero.
Il pendio ghiacciato si rivelava straordinariamente ripido, quasi verticale in
certi tratti, e spingeva maledettamente nel vuoto. Procedevamo affidandoci alla
nostra esperienza. Se avessimo piantato chiodi avremmo perduto tempo, ma
soprattutto ci saremmo esposti alle frane.
Passammo lassù tutto il resto della notte, intagliando gradini e compiendo
acrobazie sulle canne d'organo. Ci scambiavamo poche e indispensabili parole:
«Cosa vedi?» «Posso partire?» «Tira! »"« Attento, c'è ghiaccio fragile! ».
Raggiungemmo la cresta di sinistra, ma quando spuntò il sole ci accorgemmo che
lungo quella via non saremmo mai potuti arrivare sulla cima del Rondoy. Era
tutto un susseguirsi di cornici di neve aeree e fragilissime, che non avrebbero
potuto sostenerci. Al di là della cresta si apriva il vuoto assoluto, fin giù al
ghiacciaio. Da qui la vetta distava soltanto duecento metri di dislivello. La
vedevamo, o almeno credevamo di scorgerla subito al di là di certi assurdi funghi
di neve, ma sicuramente da quella posizione non potevamo raggiungerla.
Muti e tristi, cominciammo a discendere la parete appena guadagnata, divenuta
pericolosissima per le scariche sollecitate dall'azione del sole.
Rientrammo al campo verso mezzogiorno. Ferrario e Frigieri, che ci erano
venuti incontro festosi, credevano che avessimo raggiunto la cima, ma appresa la
verità si intristirana quanto noi. Rimanemmo in tenda nel dormiveglia fino alle
21. Non poteva certo finire così, era scontato che avremmo ritentato, consapevoli
però che stavolta avremmo affrontato direttamente la tremenda parete di 800
metri con i suoi rigonfiamenti ghiacciati.
Poi grandinò con violenza, ma fu cosa breve. Il tempo si rischiarò nuovamente
e il forte gelo sopraggiunse a rassodare il nuovo manto di grandine.
Improvvisamente la decisione: «Si va! » E alle 22 riprendemmo la via del
ghiacciaio già percorsa la notte passata.
Per salire più spediti alleggerimmo gli zaini, rinunciando purtroppo anche ai
sacchi da bivacco. Ancora prima di giungere alla base della parete, fitte nebbie
stagnanti salirono dal fondovalle, ci sommersero e ci tolsero quasi del tutto la
visibilità, nonostante le lampade. Ma eravamo ottimisti. Fa molto freddo,
pensammo, quindi le nebbie svaniranno presto, poi sorgerà la luna e tutto andrà
per il meglio. Non fu così.
Attaccammo la parete direttamente. Le ore passavano, ma la nebbia persisteva,
e noi andavamo su alla cieca. Sul pendio ripido e uniforme dovevamo muoverci
con molta precauzione, tagliando gradini, senza far uso di chiodi, per essere più
rapidi.
Contavamo di arrivare nel cuore delle difficoltà verso l'alba, invece alle 2.20
prese a nevicare, e questo complicò le cose. I fiocchi cadevano fitti, però noi
pensammo fosse una sfuriata passeggera e continuammo a salire. Dopo mezz'ora
lo strato di neve accumulato sulla parete si era fatto preoccupante. La minima
slavina partita dalle zone alte sarebbe presto diventata una valanga, e ci avrebbe
spazzati via. E lo stesso pericolo si sarebbe presentato sulla via di discesa.
Consci di trovarci in una specie di svasatura, scappammo via compiendo una
veloce traversata verso sinistra, al riparo di un marcato rigonfiamento.
L'operazione durò pochi minuti ma sembrò un'eternità, e il petto sembrava
scoppiare dalla fatica. Quando ritenemmo di essere giunti al sicuro dalle slavine,
ci venne il dubbio che potesse staccarsi sopra di noi una frana di ghiaccio, proprio
dallo stesso rigonfiamento che cingeva tutta la parete su quel lato. Ci riprese
l'ansia.
Sempre alla luce delle pile, scorgemmo sopra di noi alcune macchie scure:
erano rocce, ma di quale sperone? Le raggiungemmo, avanzando sul filo
dell'intuizione. Poi a colpi di piccozza riuscimmo a ottenere, a ridosso delle rocce,
una piccola grotta nel ghiaccio e là rannicchiati ci sistemammo in attesa dell'alba.
Non ci era chiaro dove esattamente ci trovassimo, ma stimammo la nostra
quota a circa 5500 metri. Sapevamo in cuor nostro di dover ripiegare ancora, ma
con l'alba arrivò un miglioramento del tempo. Le nebbie si dissolsero e comparve
il sole. Capimmo di essere finiti al centro della grande parete, proprio sotto quegli
strapiombi di roccia e di ghiaccio che danno al Rondoy un aspetto tanto
inaccessibile.
La vetta rimaneva nascosta ai nostri occhi dalle enormi cappe di ghiaccio
sporgente, capimmo però che una via saremmo riusciti a trovarla. Riprendemmo
a salire. Attaccammo uno sperone roccioso dagli appigli sgretolabili e dove
qualche chiodo entrò a stento. Poi affrontammo uno strapiombo di ghiaccio,
anch'esso fragilissimo, e la spuntammo.
Adesso la montagna sopra di noi aveva assunto una nuova fisionomia. Stalattiti
grosse come colonne di marmo pendevano sulle nostre teste, e attorno non
v'erano che grotte e rigonfiamenti spugnosi, e ancora stalattiti pendule tial ciglio
di ogni cavità: sembravano bocche di squalo spalancate. E noi dovevamo aprirci la
via lungo queste strutture,badando bene a non romperle per non farci cadere
addosso quintali di ghiaccio. Così procedemmo, finché giunti quasi sul filo della
cresta di sinistra ci trovammo dentro una di queste grotte, l'ultima della serie,
ormai nei pressi della vetta. Eravamo intrappolati, perché la grotta era cieca, e
finiva lì!
Ebbi un'idea, e fu la soluzione. Cominciai a scavare sul fondo della grotta,
orizzontalmente, creando un tunnel nel ghiaccio spugnoso. Dopo molto faticare,
sbucai come previsto sull'altro versante della montagna, al di là della famosa
cresta che il giorno prima avevo giudicato impercorribile per le precarie cornici.
Il passaggio che avevo appena scavato era lungo almeno cinque metri e mi
costò un paio d'ore di lavoro. L'orologio segnava le 13.30.
La vetta, sopra di noi, pareva distante soltanto una trentina di metri, ma il
pendio che ancora ci separava era incredibilmente ripido e carico di neve. Intanto
il tempo era andato peggiorando e già svolazzava nell'aria qualche fiocco di neve.
Adesso ci sentivamo davvero vicini alla conclusione e nulla poteva più impedirci
di raggiungere la cima del monte. Riprendemmo a scalare metro dopo metro il
breve tratto di parete che ancora ci divideva dalla sommità.
Procedevo stando in posizione eretta sul pendio e tuttavia vi strisciavo con tutto
il corpo, tanto era verticale. Con le mani lo liberavo dal primo strato di neve, poi
con la piccozza rompevo la fragile copertura ghiacciata scoprendo una pletora di
insidiosi vuoti, come ingigantite porosità di una spugna. Allora riempivo quelle
cavità con la neve, comprimendovela a furia di pugni per ridare consistenza al
pendio. Quei trenta metri, in realtà, furono ottanta.
Visti in prospettiva non parevano tanto verticali. Continuai quel lavoro per
quasi quattro ore, avvolto e frustato dalla bufera ormai scatenata. Se non avessi
saputo che la vetta era proprio lì a portata di mano, di certo non avrei resistito in
quello stato. Ma ad aiutarmi fu anche il pensiero di poter passare la notte al
riparo a scalata compiuta, nella grotta da cui venivamo.
Alle 17.10 di quel 6 giugno posi finalmente le mani, poi i piedi, sulla cima.
Avanzai di un passo, e nel turbinio di neve intravidi improvvisamente il vuoto
dinnanzi a me: ero sul ciglio della cornice culminante, protesa completamente nel
vuoto. Indietreggiai rapidamente urlando a Oggioni, appena sotto di me, di
bloccare la corda. L'intera vetta avrebbe potuto franare di colpo. Trovai poi il
modo di farmi raggiungere dal compagno. Ci guardammo negli occhi, ci
stringemmo la mano e subito cominciammo a discendere nella tormenta dalla via
appena salita.
Arrivammo alla grotta poco prima che calasse il buio, per un duro bivacco di
dodici ore. Eravamo in uno stato pietoso, completamente bagnati e poi irrigiditi
dal gelo. Non avevamo un solo indumento asciutto, e privi inoltre di sacco da
bivacco. Eravamo anche preoccupati per la neve che continuando a cadere copiosa
avrebbe reso estremamente pericolosa la calata a valle di domani. Infilammo i
piedi negli zaini e stando l'uno appoggiato all'altro attendemmo che passasse la
notte.
Ancora una volta in prossimità dell'alba smise di nevicare e le stelle
riguadagnarono il cielo. Venne poi il sole a rianimarci.
Era un sole provvisorio, sospeso sopra un denso mare di nubi che avanzava, ma
bastò a indurci a risalire una seconda volta. Volevamo rivederla e anche
fotografarla, questa nostra vetta. Tanto più che la via era ormai tracciata. Così già
alle 7.30 toccavamo ancora una volta il culmine della punta nord.
Certo la nostra scalata sarebbe stata più completa se avessimo potuto
continuare per cresta, in traversata, fino a raggiungere la punta sud di poco più
alta. Ma a parte la minaccia del tempo, a impedirci di passare da una punta all'al-
tra v'erano le impraticabili cornici di neve inconsistente. Bastò che vi posassi un
piede e all'istante si produsse un franamento gigantesco che per poco non mi
risucchiò nell'abisso.
Ferrario e Frigieri, ottocento metri più in basso, videro due puntini scuri
profilarsi sulla vetta contro il cielo azzurro, e ci chiamarono. Ma noi non
potevamo sentirli, da lassù. Pensavamo soltanto a scendere in fretta per sfuggire
alle valanghe, che al primo sole cominciavano a staccarsi rimbombando nel
fondovalle.

La grande tragedia del Pilone Centrale (1961)

Tra il mormorio sommesso del gruppetto poco discosto riconosco la voce del
dottor Bassi: «Incredibile, ha un'azotemia al di là dei limiti della sopravvivenza ».
La notizia mi lascia indifferente, e neppure mi preoccupa lo stato delle mie mani,
rosicchiate dalla roccia e dal gelo, né quello degli occhi ancora gonfi e bruciati
dalla bufera. In un braccio è conficcata una cannuccia che fa fluire lentamente un
liquido nelle mie vene impoverite. Eppure mi sembra di rinascere rispetto a
qualche ora fa. il letto che mi accoglie nella penombra della casa è caldo e
asciutto. Nel tepore vivificante di questa immobilità sento le ossa dentro il mio
corpo ricomporsi come fossero state spezzate.
Passano le ore. il liquido della flebo ha finito di stillare. Regnano finalmente il
silenzio, la calma, ma non dentro di me dove non cessa un momento l'incubo di
precipizi, bufere, folgori, volti, disperazione, morte.
Ricostruisco l'incredibile mosaico.
Andrea Oggioni, Roberto Gallieni e io da una parte, e i francesi Pierre Mazeaud,
Pierre Kohlmann, Robert Guillaume e Antoine Vieille dall'altra, decidiamo per
caso, gli uni ignari degli altri, di attaccare lo stesso lunedì lO luglio 1961,
l'inviolato Pilone Centrale del Monte Bianco. È un problema di indubbio interesse
alpinistico, sia per la bellezza imponente del rosso Pilone, sia per l'alta quota, sia
per il suo severo isolamento. Senza contare, beninteso, le grandi difficoltà
tecniche che la scalata oppone. Sorpresi e sconcertati non appena ci incontriamo
lungo l'approccio, decidiamo di formare un'unica spedizione, in nome di quella
solidarietà che non conosce frontiere né discriminazioni. Noi abbiamo la
reputazione di conoscere molto bene il Monte Bianco, loro sono i migliori
scalatori francesi del momento.
Il tempo è buono e la pressione barometrica si mantiene alta. Le tre cordate che
abbiamo formato si sono alternate al comando della scalata. In un giorno e mezzo
soltanto siamo giunti da Courmayeur fino a ottanta metri soltanto dalla cima del
Pilone. Proprio qui, sul mezzogiorno dell'Il luglio, inizia la tragedia più
allucinante mai toccata ad alpinisti esperti sul Monte Bianco.
Mentre ci arrampichiamo spediti per raggiungere la base della cuspide del
Pilone, abbiamo notato il formarsi di nebbie erranti sopra di noi. La cosa non ci
preoccupa tanto, dato il successo ormai vicino. «Saremo sulla cima prima di
un'eventuale bufera », ci diciamo. Invece il temporale ci coglie in pieno, un'ora
più tardi, sull'ultimo tratto dove già abbiamo guadagnato una quarantina di metri
strapiombanti. Ci caliamo rapidamente lungo le corde lasciando in parete chiodi,
corde, moschettoni e staffe. La tempesta di neve si scatena violenta mentre ci
riuniamo tutti su poche cengette esistenti alla sommità della cosiddetta
chandelle, un caratteristico spuntone di quindici metri, che fa da piedistallo alla
strapiombante cuspide finale.
Tuoni e lampi sfolgorano tutt'attorno, l'aria è satura di elettricità, il vento ci
butta sul viso polvere di neve accecante. Siamo a oltre 4500 metri, su quel Pilone
che è il parafulmine del Monte Bianco. Noi tre italiani ci sistemiamo su una
piccola cengia; i francesi stanno organizzandosi in due gruppi quando
all'improvviso Kohlmann viene sfiorato al volto da una folgore. Sotto la sferza di
fuoco sta per ac- casciarsi: Mazeaud con un balzo lo afferra e riesce a sostenerlo.
Kohlmann per alcuni minuti rimane come paralizzato. Cerchiamo della coramina
e Mazeaud gliela fa ingoiare. Finalmente il compagno si riprende e possiamo
finire di sistemarci.
Mentre infuria la tormenta, la situazione è la seguente: su un terrazzino siamo
sistemati Oggioni, Gallieni e io; su un altro, di fianco a noi, Vieille, Guillaume e
Mazeaud. Su un terzo ripiano, poco più in basso, resta Kohlmann, da solo, perché
gli sia più agevole distendersi. Noi non lo sapevamo, ma lì comincia il suo
dramma psicologico.
Sopra di noi rimangono soltanto ottanta metri di monolito sconosciuto, oltre il
quale cominciano le facili creste nevose che conducono alla vetta del Bianco. Più
oltre ci attende, dopo la riuscita sul Pilone, la capanna Vallot in cui rifugiarci, e da
lì una facile discesa verso Chamonix. Basterebbe una schiarita di mezza giornata
per concludere felicemente 1'awentura. Ma lassù non arriveremo mai.
Comincia a imbrunire. Il temporale si fa sempre più violento. Siamo chiusi
nella tendina da bivacco, che usiamo in comune come un grande sacco, e
seguiamo la bufera soltanto attraverso l'intensità dei tuoni. Ora ci si solleva lo
spirito sentendoli lontani, ora ci coglie l'angoscia quando abbiamo la sensazione
che si concentrino sopra di noi. Attraverso il telo opaco i fulmini ci abbagliano.
Siamo lì, pieni di vita eppure assolutamente impotenti contro la furia degli
elementi. Intorno a noi, assicurato agli stessi chiodi che lo sorreggono nel
bivacco, sta appeso il materiale per la scalata: chiodi, ramponi e piccozze, che non
potrebbero costituire esca migliore per i fulmini. Vorremmo buttarli via, ma come
faremmo a salire o a discendere se ce ne privassimo? Nessuno parla: ognuno si
concentra in se stesso.
Mentre constatiamo per l'ennesima volta che il nostro destino è affidato al
caso, sentiamo una forza brutale che ci strappa le gambe. Siamo stati sfiorati dalla
folgore. Urliamo, siamo vivi ma sappiamo che la tempesta può incenerirci da un
momento all'altro. Ci chiamiamo per accertarci di essere tutti vivi. Segue una
pausa terrificante: sappiamo che il fenomeno prelude a una ulteriore
concentrazione di elettricità, che esploderà ancora su di noi. Infatti, pochi minuti
dopo, l'urto si ripete, in modo ancor più violento, sbalzandoci quasi dalla parete.
Una voce, fra le grida concitate, mi giunge perfettamente chiara: «Dobbiamo
fuggire!» Non mi rendo conto se sia di Oggioni o di Gallieni. La disperazione fa
gridare queste parole che rispecchiano lo stato d'animo di tutti. Ho la netta
sensazione che sia la fine, e credo tutti pensino la stessa cosa. Rivedo tutta la mia
vita, volti cari che non incontrerò più: impressioni che durano attimi, eppure
nitide e incredibilmente lunghe.
Miracolosamente il temporale sembra allontanarsi. Ora si sente soltanto il
picchiettare della neve gelata sul telo gommato che ci ricopre. Rimaniamo inerti.
Non guardiamo neanche fuori, dov'è buio. Nessuno parla, nessuno mangia. La
neve che cade, cosa gravissima, ci dà quasi sollievo: ci siamo salvati dai fulmini e
siamo vivi. Poche altre volte mi ero trovato in parete con una tempesta simile:
non c'è tecnica né abilità che possa soccorrere.
Comincia a mancare l'aria. Laceriamo un angolo del telosacco che ci protegge e
respiriamo avidamente. Siamo ormai sepolti dalla neve. Il tepore del fiato crea
all'interno del telo una densa umidità che, con gli sbalzi di temperatura, si
trasforma ora in gocce d'acqua ora in cristalli di ghiaccio. Non voglio guardare
l'orologio per non essere sorpreso dal lento trascorrere delle ore. Ogni tanto
qualcuno geme e impreca per la precarietà della posizione, per il freddo, per il
senso di :.offocamento che ci tormenta. Dei francesi non sappiamo nulla, ma gli
stessi lamenti giungono dal loro bivacco.
Passa così tutta la notte e un chiarore lattiginoso annuncia l'alba del mercoledì.
Soltanto allora tiriamo fuori le teste dal telo, e restiamo colpiti dalla quantità di
neve caduta nella notte. I francesi, accanto a noi, vi sono addirittura sprofondati.
Kohlmann, sul terrazzino più sotto, è ritto in piedi e appare come una macchia
scura contro l'orizzonte incandescente. Sembra prepararsi una giornata splendida.
Così ci invade una sensazione di felicità: l'enorme quantità di neve caduta, e il
gelo terribile che subentra, sono forieri di buon tempo. In breve ci troviamo tutti
fuori dai nostri teli da bivacco, pronti a partire per l'ultimo tratto. Scatto alcune
fotografie - saranno tragicamente le ultime - poi prepariamo gli zaini. Mentre
faccio questa operazione, improvvisamente, ci troviamo nuovamente avvolti nella
bufera. I turbini diventano subito accecanti. Non ci rendiamo conto sr:
effettivamente stia nevicando o se invece non sia opera del gran vento che solleva
la neve caduta nella notte. Fatto sta che ci infiliamo nuovamente nel telo, e così
fanno i francesi. Questa volta siamo scesi più in basso, sull'ampio terrazzino di
Kohlmann che permette a Oggioni, a Gallieni e a me di stare un Montagne di una
vita po' meno in bilico. Kohlmann sale invece dove stavamo noi la notte passata.
Riprende l'attesa.
Nella schiarita di prima avevo notato che la neve era caduta fino a bassa quota,
sui prati delle verdi montagne antistanti. Non potevamo credere che dopo tanto
nevicare riprendesse la tormenta. I francesi mi chiedono cosa intendo fare.
Propongo di attendere, sempre nella speranza di arrivare in vetta. Salire, per
quanto sembri paradossale, rappresenta la più breve via di fuga. Viveri ed
equipaggiamento non mancano, possiamo dunque aspettare: in questa stagione il
maltempo non può durare a lungo. L'ipotesi invece di calarsi dal Pilone fino al
sottostante ghiacciaio Freney, mi preoccupa. È vero che in caso di maltempo
sarebbe la via più logica di ritirata, ma in questo caso, data la quantità di neve
caduta, è diventata seriamente rischiosa per le valanghe. Inoltre richiederebbe
almeno un paio di giorni. Per scappare verso l'alto invece basterebbe mezza
giornata.
Mazeaud e i suoi compagni sono su un terrazzino a sei o sette metri da noi, e di
fianco a loro c'è Kohlmann. Mazeaud, che ha un certo ascendente sui compagni,
scambia poche parole con me proponendomi di partire insieme non appena una
schiarita lo consentirà. Il nostro compito sarebbe attrezzare con chiodi e corde
quei tremendi ottanta metri strapiombanti; dopodiché faremmo salire gli altri
cinque compagni. Siamo d'accordo, ma la schiarita non verrà mai. Mangiamo alla
rinfusa un po' di prosciutto, carne e marmellata, ma senza bere perché nella
tormenta è impossibile accendere il fornello ad alcool per fondere la neve.
Continua a nevicare, le ore passano uguali. Fra i tanti pensieri che si
accavallano nella mia mente cerco di riandare a momenti analoghi in cui il
maltempo mi aveva bloccato in montagna. Ricordo che in questa stagione la
bufera non era mai durata più di un giorno o due. Perciò dico a me stesso: un
giorno se n'è già andato e la bufera non può continuare più di altre ventiquattro
ore. Si tratta di far passare quest'altra giornata, poi finalmente ci muoveremo.
La permanenza in questa disagevole posizione di bivacco diventa via via
insopportabile. Siamo rannicchiati l'uno ad dosso all'altro, in uno spazio che a
malapena potrebbe accogliere una persona. Non possiamo alzare il capo, non
possiamo piegarci su un fianco; la spina dorsale, nella costante forzatura, pare
spezzarsi. In queste condizioni è facile cedere al nervosismo. Ci sono momenti in
cui si vorrebbe strappare l'involucro che ci imprigiona, ma guai se lo facessimo!
Oggioni, Gallieni e io parliamo di tutto, ricordi, progetti, speranze, amicizie, cose
liete, e brutte, pur di ingannare il tempo. Oggioni commenta: «Ti ricordi, Walter,
un mese fa in Perù? Quando si diceva: "Verrà il giorno in cui ci troveremo sul
Pilone" ». Ironizza, perché allora pensavamo che sulle montagne di casa nostra
tutto sarebbe stato meno problematico. Ci troviamo invece nelle stesse
condizioni, forse anche peggiori, di quando scalavamo il Nevado Rondoy, vinto
nell'infuriare della tormenta, in due giorni e due notti senza alcun riparo. Gallieni
è l'uomo delle vitamine, dà pastiglie a tutti, specialmente del tipo C e A. Ne invia
anche ai francesi, per mezzo di una rudimentale teleferica improwisata con le
corde. E vi aggiunge anche qualcosa da mangiare: i quattro ne sono un po' a corto.
Ci coglie la necessità di orinare. Ma è impossibile uscire dal sacco in cui siamo
aggrovigliati. Proponiamo a Gallieni di sacrificare il suo casco di plastica, privo di
fodere, e lo adoperiamo a turno. È una manovra paurosa dovendo contorcerci e
tenerci l'un l'altro per non precipitare. Abbiamo le gambe nel vuoto, i vestiti ci
ostacolano. L'operazione richiede mezz'ora.
E continua a nevicare, sempre più forte. Dall'interno del telo chiedo a Gallieni,
che sta sul bordo: «Da che parte tira il vento?» «Mi pare sempre da ovest! »
risponde. Questo vuoI dire bufera. Mazeaud mi grida con esuberanza: «Non
appena fa bello, andiamo su io e te. Se pensi che sia meglio uscire a sinistra,
tenteremo senz'altro da quella parte ».
Oggioni che non conosce il francese mi domanda che cosa ha detto. Glielo
spiego. È d'accordo. Lo rallegra l'idea che andremo via di qui. Mazeaud replica:
«Ritieni possibile tentare l'uscita verso la cima anche con ìl tempo non del tutto
ristabilito?» Lui sa che dalla vetta del Monte Bianco saprei Montagne di una vita
discendere in qualsiasi situazione atmosferica, come già è avvenuto altre volte in
passato. Rispondo di sì, ma che bisogna attendere un'altra notte: perché in cuor
mio sento che domani la bufera finirà.
Sotto il telo il nostro respiro si trasforma in vapore acqueo, e siamo fradici.
Penso preoccupato al gelo intenso che precederà il bel tempo. VuoI dire che
resteremo un po' a rÌscaldarci al tepore del sole, prima di dare il via all'ultimo
balzo.
La notte ci coglie quasi di sorpresa. Siamo molto nervosi e non ci riesce di
chiudere occhio. Gallieni comincia a raccontarci dei suoi figli. lo volo con il
pensiero tremila metri più in basso, nell'intimità di casa mia. Oggioni parla di
Portofino, che non conosce; poi commenta: «Noi alpinisti siamo proprio
disgraziati... con tutte le cose belle che ci sono al mondo veniamo a cacciarci in
queste situazioni... » Gallieni riprende: «E pensare che a Milano Marittima ho
una casa accogliente e un mare così semplice e caldo. Ti ci butti dentro e non hai
neanche il disturbo di dover nuotare, perché 1'acqua è bassa. Puoi camminare per
chilometri e chilometri... » Oggioni maschera la sua preoccupazione con frasi
scherzose; è apparentemente il più tranquillo, ma sono certo che io e lui siamo gli
unici a renderci veramente conto della situazione in cui ci troviamo. Disperata.
Passa la notte tra mercoledì e giovedì. In mattinata Mazeaud entra nel nostro
ricovero, dove con vari contorcimenti riusciamo a sistemarci e a passare insieme
il resto della giornata. Il telo plastificato che ricoprivaìl suo sacco da bivacco si è
lacerato sotto la sferza del vento. Cerchiamo di farci coraggio dicendoci ancora
una volta che domani, venerdì, farà bel tempo; ma non ne siamo più molto
convinti. In cuor mio già studio il metodo più sicuro per calarci lungo la via di
salita: per me, la cima del Pilone è ormai irraggiungibile. Non lo dico ai compagni
per non scoraggiarli.
Mazeaud mi parla della sua scalata corroiuta la settimana prima al «mio»
Pilastro del Dru. Ci promettiamo di ritrovarci un giorno a Courmayeur, o a
Chamonix, per ricordare i momenti che stiamo vivendo. Abbiamo una sete
tremenda.
La calmiamo mangiando neve: ne facciamo pallottoline che rosicchiamo
continuamente. Penso alla bellezza di un rubinetto di casa: lo giri, e ti dà tutta
1'acqua che vuoi. Sembra paradossale che fra tanta neve si debba bruciare dalla
sete. E con il gelo la bocca arde e si piaga.
Passa così la giornata di giovedì e giunge una nuova notte. Durante quelle
lunghe ore di buio, Oggioni e io, i più imprigionati dal telo che ci ripara, soffriamo
particolarmente di mancanza d'aria. A lui solo, ora, confido la mia decisione di
scendere a ogni costo. Acconsente, ma ne è spaventato.
Passa anche la notte tra giovedì e venerdì. Avevo regolato la piccola sveglia per
le tre e trenta. A quell'ora, infatti, al trillo del mio orologio da polso grido a tutti:
«Bisogna scendere, assolutamente. Non possiamo rimanere oltre, sarebbe troppo
tardi, ci mancherebbero le forze ».
Comincia a far giorno. È venerdì, e la bufera continua ininterrottamente da
oltre sessanta ore. Non si vede niente. Nebbia e neve formano un muro grigio e
impenetrabile. Abbandoniamo parte del materiale. Sono senza piccozza, perché
un compagno l'ha fatta precipitare per errore il primo giorno. Ci dividiamo i
compiti per le operazioni di discesa che seguiranno. lo aprirò la via piantando i
chiodi, o improvvisando altri tipi di ancoraggio, per stendervi le cordedoppie.
Dietro di me si caleranno i compagni: Mazeaud, con il compito di aiutare chi ne
avrà bisogno, poi gli altri, e infine Oggioni che più esperto e veloce nel recupero
delle corde chiuderà il gruppo.
Alle sei esatte inizio a discendere nel vuoto tempestoso, alla cieca, senza sapere
dove arriverò. Ho subito la sensazione di trovarmi in balia di un mare in burrasca.
I vortici nevosi mi danno il capogiro. Lo zaino pesante e il sovraccarico di chiodi
che porto alla cintola, per ancorare le funi, mi strappano giù maledettamente,
ostacolandomi nei movimenti. Per orientarmi devo scrutare attentamente ogni
particolare, cercando di riconoscere e utilizzare ogni piega della parete. Mi
dolgono gli occhi a furia di urtare lo sguardo contro il pungente biancore della
bufera. Le manovre sono lunghisMontagne di una vita sime, e ancor più 1'attesa
delle corde che i compagni mi fanno arrivare dall'alto per preparare la successiva
calata. A volte restiamo ammucchiati e sospesi a un solo chiodo in quattro o
cinque. Devo operare a mani nude. Da un terrazzino dove sono appena approdato,
e ancora nell'impossibilità di assicurarmi, mi sporgo nel vuoto, in equilibrio, per
piantare un chiodo là dove mi è possibile. Vedo un'ombra precipitare lungo la
corda: è Kohlmann che per il freddo allenta la presa e mi cade addosso
sbalzandomi nel vuoto... Volo sul chiodo che non ho ancora finito di piantare, lo
abbranco con un guizzo, rimanendovi prodigiosamente appeso.
Durante una calata, circa a metà Pilone, mi trovo nella condizione di non poter
ancorarmi alla fine della corda. Non esistono terrazzini e la neve ha fatto presa
anche sotto gli strapiombi. Nel sonoro turbinio della bufera, riesco a malapena a
far capire a chi sta lassù che ho bisogno di un'altra fune da aggiungere alla doppia
cui sono appeso. Mi mandano giù la corda, dopo averla zavorrata. Con qualche
acrobazia riesco ad annodarla alle altre e a riprendere la calata, come un ragno
appeso al filo. Sono completamente sospeso nel vuoto e ancora alla ricerca di un
ancoraggio che non trovo. Sono fortemente turbato, sia perché non so dove potrò
arrestare la mia discesa, sia perché un enorme strapiombo appena valicato mi
toglie la possibilità di comunicare con i compagni, che dall'alto attendono un mio
segnale. Con arditi pendoli nel vuoto arrivo finalmente a uno spuntone di roccia.
Grido allora agli amici, nella tormenta, che possono iniziare la discesa. Ora vedo
la corda salire davanti a me: penso che qualcuno vi si sia agganciato per calarsi.
Improvvisamente però la corda si allontana scomparendo. lo sono lì, su uno
spuntone nel cuore del Pilone, senza altri mezzi per continuare la discesa e con il
dubbio che i miei compagni, non trovandomi, si calino da un'altra parte. Urlo
ancora a perdifiato per indicare la mia direzione. Passano lunghi minuti di
angoscia. E finalmente una macchia scura compare sopra di me: è Mazeaud, che
intuendo dove mi trovo sta per raggiungermi.
Non riusciamo a recuperare che una parte delle lunghe funi annodate insieme;
il resto è rimasto incagliato sulla pa rete. Ciò limiterà d'ora in poi la disponibilità
di corda. Le calate riprendono con il medesimo ritmo, punteggiate ognuna da
penosi episodi; però ci avviciniamo sempre più alla base del Pilone.
Tremiamo incessantemente e battiamo i denti dal freddo. I nostri indumenti,
completamente fradici, si sono induriti dal gelo. Il soffio sordo di qualche slavina
mi fa capire di essere giunto quasi al termine del Pilone. Ma ormai è pomeriggio
avanzato: stanotte bivaccheremo sul colle di Peuterey. Al di là della crepaccia, sul
pianoro, la neve arriva fino al petto. Per un po' mando in testa Mazeaud, seguito
da tutti gli altri. lo resto fermo ad assicurarli con la corda e a dare loro la giusta
direzione. A un certo momento il gruppo pare arenarsi in un banco di neve
altissima. Lo raggiungo. Passo in testa e mi dirigo, per intuizione, verso il luogo
dove ritengo più opportuno bivaccare. Pur non vedendo questo posto sento di
averlo come fotografato nella mente. Dietro di me c'è Oggioni, con il quale
esamino l'opportunità di scegliere, come protezione, un crepaccio piuttosto che
u n igloo; quantunque difficile da costruire data la neve inconsistente. Mazeaud
approva l'idea del crepaccio e decidiamo per tale soluzione.
Prima che scenda la notte del venerdì, dopo dodici ore di calate a cordadoppia,
siamo sistemati per il nuovo difficile bivacco. Il più provato del gruppo appare
sempre Kohlmann. Lo sistemiamo nel nostro saccotenda. Guillaume, con quello
che gli rimane di una bomboletta di gas, gli prepara una bevanda tiepida. Noi
continuiamo a restare senza bere, disponendo soltanto dell'inservibile fornelletto
ad alcoolliquido. Fa un freddo atroce. Il vento soffia senza posa, turbinando la
neve anche nell'interno del crepaccio dove ci siamo rifugiati. Fra tutte, questa è la
notte peggiore, anche perché segue le altre già durissime. Ci dividiamo i viveri
rimasti: prugne secche, cioccolato, zucchero e un po' di carne impietrita dal gelo.
Kohlmann mi mostra le dita delle mani: sono livide in modo preoccupante.
Affinché se le massaggi con più efficacia gli passo la borraccetta del nostro alcool
da ardere, rimasta quasi intatta; ma lui se la porta alla bocca nell'atto di bere e
comincia a trangugiare. Avrà forse scamMontagne di una vita biato l'alcool per
liquore? Gli strappo di bocca la borraccia, ma ahimè troppo tardi: è riuscito a
inghiottirne un paio di sorsi. Probabilmente siamo già agli inizi di quella pazzia
che t>resto lo coglierà.
E buio pesto e il nostro bivacco è un inferno: gemiti e brividi di freddo, vento
che urla, polvere di neve che avvolge, con crescente violenza. Ogni tanto
dobbiamo scrollare le nostre protezioni dal pesante carico di neve che vi si
accumula. Con vari stratagemmi tento ancora una volta di accendere il fornello ad
alcool, ma devo desistere. Fuori c'è tormenta e sotto il telo manca l'ossigeno, la
fiamma si spegne subito. Allora, come nei giorni scorsi, ripieghiamo sulle
pallottoline di neve da rosicchiare. Siamo disperati, però nessuno lo ammette.
Oggioni propone: «Facciamo una promessa: se veniamo fuori da questa
avventura, dimentichiamoci che esiste il Pilone». Gli dico di sì.
La notte passa lentissima.
Alla stessa ora del giorno precedente, le tre e trenta del sabato, al suono della
mia sveglietta ci togliamo da quell'impossibile giaciglio. Vogliamo guadagnare
tempo e porre fine a quella spaventosa situazione. Nella notte sono caduti altri
sessanta centimetri di neve, che non cessa di infierire. Tutti comunque sembrano
aver sopportato il quarto bivacco nella tormenta. Partiamo. È inutile che mi
consigli con i compagni sulla via migliore da seguire: si affidano totalmente a me;
e questo mi fa sentire il grave peso di doverli portare tutti in salvo, attraverso
l'unica via ancora possibile: i Rochers Griiber. Ma dobbiamo arrivare alla capanna
Gamba entro sera, altrimenti... risparmio la conclusione.
Guillaume fa un'iniezione di coramina a Kohlmann. lo, intanto, seguito da
Oggioni e da Gallieni, inizio ad aprirmi un cunicolo nella neve altissima. Siamo
legati in un'unica cordata, in quest'ordine: io, Oggioni, Gallieni, Mazeaud,
Kohlmann, Vieille e Guillaume. Il pendio nevoso che precede i Rochers è
spaventosamente carico di neve inconsistente, che potrebbe trasformarsi in
valanga da un momento all'altro. Raccomando ai compagni di essere veloci,
nonché di ancorarsi nei giusti punti a ogni lunghezza di corda, per po termi fare
sicurezza nel caso che una slavina mi strappasse giù mentre «taglio» il canalone
che ci separa dai Rochers. Tutto va bene ed esco incolume da quella pericolosa
traversata. Ora grido agli altri di avanzare sulle mie piste, uno dopo l'altro. Ma
Vieille non ce la fa, cade e si rialza continuamente: è in preda a una grande crisi.
Guillaume gli è accanto e lo spinge, gli toglie il sacco che abbandona sul pendio,
ma Vieille sembra insensibile ai nostri appelli. lo intanto compio la prima calata
della lunghissima nuova serie di cordedoppie lungo i Rochers Gruber.
Il cielo ora si schiarisce, ma durerà poco. Sento gli incitamenti dei compagni
rivolti a Vieille, che ancora non ha passato il canalone. Grido a tutti di far presto.
Kohlmann intanto scende fino a me. Passa mezz'ora. Non spiegandomi il ritardo
degli amici lassù, risalgo per alcune bracciate lungo la cordadoppia, fino a poter
dare uno sguardo alla situazione. Gallieni, nel bel mezzo del canalone, mi grida
che Vieille è sfinito e che da solo non ce la farà mai a compiere quella traversata.
Chiede se non sia opportuno aiutarlo, tirandolo e facendolo scivolare sulla neve,
in pendolata. Approvo e aggiungo di sbrigarsi, altrimenti non solo non arriveremo
per sera al rifugio Gamba, ma nemmeno alla fine dei Rochers Gruber.
Torno giù da Kohlmann. Dalle voci concitate dei miei compagni intuisco che la
pendolata di Vieille è in atto. Ricomincio ad attendere che qualcuno si cali fino a
me. Passa invece quasi un'altra mezz'ora e non solo non compare alcuno, ma le
voci vanno spegnendosi. Sono disorientato. È mai possibile, penso, che per ogni
calata debbano impiegare tanto? Risalgo ancora lungo la corda finché vedo i
compagni. «Perché non scendete?» chiedo. Una voce, forse di Gallieni, seguita da
quella di Mazeaud, risponde: «Vieille sta morendo ». Resto impietrito. Il
gruppetto degli amici si è radunato intorno al corpo di Vieille, che da qui sembra
un fagotto scuro e inerte sul bianco della neve, al di qua del canalone.
Ritorno da Kohlmann, senza dirgli niente. Passa altro tempo, venti minuti.
Nell'aria non si odono più voci ma soltanto il fruscio del vento. Ha ripreso a
nevicare. È un'agonia silenziosa e terribile, in un'atmosfera lugubre. Risalgo
nuovaMontagne di una vita mente: Vieille è morto. Vedo i miei compagni che lo
assicurano al chiodo, a cui agganciano anche lo zaino di Gallieni, che
abbandonano dopo averlo riempito di cose diventate ormai inutili. Non c'è un
lamento, sono le dieci. Preparo Kohlmann, che non si era accorto di nulla, a
ricevere il duro colpo. Poi giunge Mazeaud, che a mezze frasi gli fa capire
1'accaduto. L'amico ne subisce un forte choc, e piange.
Riprendiamo le calate. Approfittando del momento in cui ci troviamo tutti e sei
agganciati al medesimo chiodo, raccomando ancora una volta la massima celerità
per le operazioni che seguiranno «se non vogliamo fare la fine di Vieille »,
sottolineo crudamente per indurli a sbrigarsi. Ricominciata la nuova serie di
calate a cordadoppia è ancora Oggioni a chiudere il gruppo. Oggioni è come
sempre il mio braccio destro. Porta lo zaino, ed è carico come me, Mazeaud e
Guillaume. Gallieni, a turno, porta quello dei compagni. Mazeaud incita senza
tregua i colleghi francesi.
È circa mezzogiorno quando ci raggiungono alcune voci. Essendomi appena
calato al di sotto dei compagni, penso lì per lì che a gridare siano loro. Presto,
invece, mi convinco che le urla provengono dal basso. Non c'è dubbio, sono i
soccorritori: un gruppo di guide di Courmayeur. Il regolamento di questa società
di guide, di cui a quel tempo faccio parte, prevede il dovere di prestare soccorso a
un collega in pericolo, e il diritto di riceveme dai colleghi in caso di bisogno.
Rispondo e invito i compagni a urlare tutti insieme per avere la certezza che ci
abbiano uditi.
Ora andiamo avanti con spirito più sollevato.
Fino al termine dei Rochers Grtiber non accade più niente di rilevante. Ma
mentre sto cercando di piantare un chiodo per compiere l'ultima calata sulla
crepaccia terminale, Oggioni manifesta improvvisamente l'inizio di quella crisi
che gli sarà fatale. Un grido soffocato alle mie spalle mi fa voltare di scatto e
giungo appena in tempo ad abbrancarlo mentre sta scivolando, inerte, lungo gli
ultimi metri della cordadoppia cui è aggrappato. Già da alcune calate avevo notato
che Oggioni mi veniva subito dietro, quasi estraneo alle operazioni di discesa.
Povero amico mio, da quando ab biamo iniziato la ritirata questa è la prima volta
che posso guardarlo in viso, attentamente, scoprendovi tutta la sofferenza. È teso
nell'espressione come accennasse a un amaro sorriso, e ha gli occhi marci di
sconfitta. È chiaro che sta bruciando gli ultimi residui delle sue forze. Vorrei
interrogarlo, incoraggiarlo, ma che può dire chi è nelle stesse condizioni e già sta
facendo l'impossibile per toglierci tutti da qui? Ci guardiamo a lungo, desolati.
Alla fine, non riuscendo a piantare un solo chiodo nella roccia, decido di tenere
a spalla, con tutte le mie forze, la corda su cui uno alla volta si caleranno i
compagni. Sono le 5.30 del pomeriggio.
Anche il ghiacciaio Freney è raggiunto. Calcolo che da ieri mattina, quando
abbiamo iniziato la discesa e fino a questo momento, abbiamo compiuto almeno
cinquanta calate, eseguite più o meno a cordadoppia. Una breve schiarita lascia
vedere tutta la superficie del caotico ghiacciaio Freney. È spaventosa la quantità
di neve caduta. Ma cosa ancora peggiore è constatare che non c'è anima viva né
appare traccia alcuna di passaggio. Da dove provenivano allora le voci udite
qualche ora fa? Saprò dai giornali che i soccorritori ci avevano cercato sul colle di
Freney, vale a dire in cima al ghiacciaio Brouillard. Ma perché mai sul ghiacciaio
Brouillard, quando tutti ormai ci sapevano sul Pilone Centrale? Dire Pilone
Centrale è come dire che in caso di maltempo ci si calerà sull'unica via che possa
offrire un minimo di sicurezza, e cioè lungo i Rochers Griiber, fino al sottostante
Freney. Questo è ben noto nell'ambiente delle guide del Monte Bianco. Tutti
dunque sapevano che eravamo alle prese con il Pilone Centrale, e lo sapevano
perché l'amico Gigi Panei, validissima guida del Monte Bianco, già al primo
allarme era salito sul bivacco della Fourche alla ricerca di nostre notizie. E li le
aveva trovate: un foglio di carta che avevamo lasciato alla partenza, con indicata
chiaramente la nostra meta. Panei aveva provveduto a diffondere questo
messaggio e il mondo intero sapeva come e dove ci trovavamo.
Arrivati al Freney e non trovandovi traccia di soccorso, ripiombammo nella più
nera disperazione. Eravamo convinti che le voci provenissero dalla base dei
Rochers Griiber, era Montagne di una vita logico pensarlo e non poteva che
essere cosÌ. Questa idea ci aveva dato la forza di resistere e di superare le
tremende difficoltà incontrate. Ma adesso ci trovavamo soli e tali rimanevamo.
Davanti a noi, il lungo calvario del ghiacciaio e quello della risalita nel Canalino
dell'Innominata, per arrivare, dall'altra parte, alla capanna Gamba.
CosÌ ricominciamo la lenta e penosa discesa sul ghiacciaio Freney. La neve è
altissima, neppure nelle imprese invernali ricordo di averne incontrata tanta. Ciò
che lasciamo dietro non è una pista ma un cunicolo, una specie di trincea.
Fortunatamente le nebbie continuano a sollevarsi, la visibilità gradatamente
migliora. Do il cambio a Mazeaud in testa al gruppo ed entro nel caos di crepacci
puntando verso il Canalino dell'lnnominata, ultimo e aspro passo sulla via della
salvezza. Mi sento morire dalla fatica, dal dolore fisico, dal gelo, ma rifiuto di
cedere. La fila si allunga. Oggioni si accascia ogni quattro passi, stremato dallo
sforzo. li suo zaino l'ha passato a Gallieni. Siamo legati gli uni agli altri, ma
andiamo avanti disordinatamente a corda sciolta, ubriachi di fatica. Mi rendo
conto che in quelle condizioni difficilmente riusciremo a giungere alla luce del
giorno sul temuto Canalino e su fino al Colle dell'Innominata. Gallieni, subito
dietro di me, appare il meno provato. Decido allora di staccarmi con lui dal gruppo
e di allungare il passo per arrivare in tempo utile sul Colle dell'Innominata.
L'operazione di preparare la via su questo proibitivo budello glaciale, per i
compagni più lenti, va compiuta con buona visibilità, prima che scenda la notte.
Sulle nostre tracce i compagni procedono cosÌ disposti: Mazeaud, Kohlmann,
Oggioni, Guillaume. Ho raggiunto la base del Canalino. Ghiaccio e neve lo
corazzano totalmente, tanto da renderlo un'incavatura uniformemente bianca e
levigata, come se ne incontrano in Patagonia. Lo attacco, ed è subito lotta
accanita, perché non mi rimane che mezz'ora di luce. Dal ghiacciaio intanto
arrivano anche gli altri, che si agganciano a noi, ricostituendo una sola cordata in
quest'ordine: io, Gallieni, Oggioni, Mazeaud e Kohlmann. Guillaume non c'è.
Saprò poi da Mazeaud che Oggioni aveva assistito alla sua morte sul ghiacciaio. .
Arrivo sul Colle dell'Innominata che è buio pesto. Sono le nove passate di
sabato sera e siamo fuori da sei giorni. L'aria torna a riempirsi di nevischio e da
occidente giungono i bagliori di un ennesimo temporale che si avvicina. Neve e
ghiaccio hanno colmato e sepolto ogni anfratto, ogni spuntane roccioso, e ciò mi
nega la possibilità di piantare anche un solo chiodo con cui poter reggere i miei
quattro compagni. Torno a sostenere a spalle la fune cui sono affidati gli amici
laggiù. Li esorto a fare presto. L'operazione, invece, diventa lunghissima. Gli
ordini si accavallano ai lamenti di do- lore e di disperazione. Dietro Gallieni,
Oggioni sembra incapace di reggersi alla parete. Gallieni, sorretto dalla corda che
trattengo a spalle, cerca di aiutarlo in tutti i modi. Gli altri, più sotto, gridano e
smaniano. È il caos.
Passano le ore e siamo sempre allo stesso punto. Non posso muovermi, ogni
tanto ricevo dalla fune certi strattoni che per poco non mi rovesciano nel vuoto. Il
dolore causato dal carico della corda mi fa quasi svenire. Se crollo è la fine per
tutti. E forse è questa consapevolezza a farmi resistere oltre ogni limite. In tre ore
Oggioni non è riuscito a guadagnare un solo metro dal punto in cui si era
bloccato. Ogni incitamento sembra vano. L'amico risponde ogni tanto con un
lamento: è come in trance. Sta agganciato con un moschettone da qualche parte.
Dovrebbe staccarsene, per darci modo di issarlo a noi, ma non ha la forza di farlo.
Forse è cosÌ stremato da non connettere più. Vorrei calarmi fino a lui, ma devo
reggere saldamente la corda che sostiene lui e Gallieni insieme. Alla fine metto in
atto 1'estrema e unica soluzione: dividerci dai compagni, io e Gallieni, per poterci
calare rapidamente là dove con certezza stanno i soccorritori, alla vicina capanna
Gamba. Certamente avrei dovuto prendere prima questa decisione, guadagnando
cosÌ molto tempo prezioso. Ancora oggi mi dolgo di non averlo fatto all'inizio.
Gallieni grida ai compagni la decisione, poi si accetta che Oggioni sia ben saldo
sull'ancoraggio, infine scioglie la corda che lo unisce al gruppo e in breve mi
raggiunge sul Colle. Oggioni resta legato alla corda del forte Mazeaud. Fra un paio
d'ore, ne sono certo, saranno tutti soccorsi.
l.
Dal libro Cary Hemming . Una stOrta degli anni '60 (L'Arciereivalda Editore,
1992), emerge che gli americani loho Harlin e Gary Hemmrng, • accampati in quei
giorni di maltempo ai piedi del Monte Bianco, apprendono che due alpinisti
partiti per scalare la Punta Gugliermina mancano da alcWli giorni. Sono lo
svizzero Henry Briquet e il tedesco Konrad Kirch. Gary e John salgono al rifugio
Gamba per offrire il loro aiuto, ma «vengono accolti piuttosto male, come intrusi,
dalle guide e dal guardiano del rifugio , tuttavia si fermano». Qui apprendono che
anche il gruppo Mazeaud·Bo· natti è rimasto bloccato dal maltempo sul Pilone
Centrale di Frèney. L'indomani nevica, ma Gary e John decidono di fare
ugualmente un sopralluogo nei pressi della Punta Croux. «Lungo il percorso
intrawedono tre figure che discendono il pendio nevoso. Sono le tre guide che
avrebbero dovuto soccorrere i due dispersi (Briquet e Kirch). Rinunciano? » A
quel punto Gary e John decidono di portare loro stessi soccorso ai due sfortunati.
« Rientrano al rifugio, annunciano al guardiano la loro decisione e gli dicono che
tenteranno di raggiungere il bivacco Craveri, un minuscolo riparo di lamiera
(posto sotto le Dames Anglaisesl dove è possibile che i due dispersi si siano
rifJgiati. »
«John e Gary raggiungono il Colle dell'[nnominata, una breccia tra due pilastri
di roccia. Non è facile arrivarci, perché nevica sempre». Quando arrivano sul
Colle, con loro sorpresa sono rag- giunti da una voce lontana che proviene dal
versante Fréney: j ragazzi sono vivi! « Gary e John da soli però non possono fare
niente. Scendono velocemente lungo una corda che lasciano fissa, per ritrovare
attrezzati gli ultimi cinquanta metri di salita al ritorno, e rientrano al rifugio per
cercare qualcuno. che torni su con loro.»
Ma Kohlmann, slegato e bnmcolante nel buio, si tira su per le corde e quasi con
furore scavalca Mazeaud, Oggioni e lo stesso Gallieni. Quest'ultimo, vedendo la
frenesia del compagno, riesce ad afferrarlo e ad agganciarlo con un moschettone
alla nostra corda, sulla quale già si strappa su a bracciate, ignorando che la tengo a
spalle. In breve ci troviamo tutti e tre sul Colle dell'Innominata. Kohlmann
esclama che ha fame e sete, poi chiede: « Dov'è il rifugio Gamba? » È
evidentemente fuori di sé, ma è chiaro che ora non possiamo abbandonarlo sul
Colle, perciò lo leghiamo in mezzo a noi due.
Comincio a calare per primo Gallieni sull'altro lato del Colle. Poi è la volta di
Kohlmann, che pare voler ignorare ogni regola di sicurezza. Quando è il mio
turno, e già sto per riunirmi ai compagni là sotto, mi imbatto in una sottile corda
(risulterà essere lunga cinquanta metri) per lo più sepolta e bloccata nella spessa
coltre di neve caduta in questi giorni. Suppongo che qualcuno l'avesse
espressamente fissata a un chiodo, sul Colle, ancor prima che si fosse accumulata
tanta neve. Infatti, lo sapremo in seguito, questa corda venne fissata sul Colle due
giorni fa, stesa generosamente dagli americani John Harlin e Gary Hemming. 1
Lo fecero proprio per dare soccorso a una cordata svizzerotedesca rimasta
bloccata dalla tempesta al bivacco Craveri, presso le Dames Anglaises; e anche per
soccorrere noi, che, se ancora vivi, senz'altro avremmo dovuto passare dal Colle
dell'Innominata. Ma perché questa corda si trova sul versante sud del Colle e non
sul proibitivo versante nord corazzato di gelo, dove avrebbe risolto
1'«impossibile» risalita del Canalino?
Basandomi sulle tesi di chi già all'indomani della vicenda aveva raccontato
questi fatti, ho sempre ritenuto che la cordata svizzerotedesca, o chi altri con loro
aveva risalito il Colle, avesse tolto dal lato nord, per stendere sul lato sud, la corda
da cinquanta metri generosamente lasciata da Hemming e Harlin anche per il
nostro soccorso. Ora invece, dal libro Gary Hemming, apprendo, seppure da
un'esposizione non del tutto chiara, che la corda degli americani era stata proprio
da loro stessi lasciata, fin dall'inizio, sul lato sud. Se così è, cambia naturalmente
il mio giudizio manifestato in passato su coloro che prima di noi ne avevano fatto
uso. A questi chiedo indulgenza e comprensione per l'errata interpretazione.
Anche se in luogo e in modo non più risolutivi, utilizziamo anche noi, dov'è
possibile, la fune di Harlin ed Hemming, poi continuiamo con i soli nostri mezzi.
Ma Kohlmann diventa sempre più pericoloso. Si lascia scivolare sul dorso,
restando appeso alla corda che reggo a spalle, e continua a rimanervi anche
quando dovrei ricongiungermi a lui. Mi immobilizza dunque, e quando
finalmente la corda si alleggerisce, perché si è attaccato da qualche parte, uno
strappo improvviso dice che si è nuovamente staccato, col rischio di «"Troppa
neve", Nessuno.vuole andare. "Ma come? I due sono vivi, ma saranno
debolissimi, dopo cinque giorni. In due non possiamo fare niente. La neve è
troppa per due persone, ma in dieci o in venti ci si può dare il cambio per battere
la pista sul ghiaccio del Freney incontro ai ragazzi..." Nessuno si muove. Briquet e
Kirch torneranno da soli. Sono stati per tutto quel tempo nel bivacco Cra- veri, e
benché indeboliti sono in grado di muoversi; le voci (di Gary e John) che hanno
sentito dal Colle, e una schiarita, li hanno incoraggiati a intraprendere la discesa.
La corda fissa al Colle dell'In· nominata risolve prowidenzialmente il problema
dei difficili cinquanta metri sotto il Colle. »
« Sono esausti e presentano segni di congelamento. Gli americani decidono di
accompagnarli a valle. Il rifugio è pieno di guide del Soccorso, non c'è nemmeno
posto per tutti per dormire. Inoltre Gary si è lasciato andare in una sfuriata con le
guide per il loro rifiuto di unirsi a lui e J ohn incontro ai sette del Pilone, e
l'atmosfera è molto tesa. Meglio andare via. "Non possono stare lì a fare niente, si
decide- ranno pure a fare qualcosa." »
«Invece nessuno si muove, e quando i sette scendono con le sole loro forze e il
maltempo che conti- nua a imperversare, sono molto provati. Quattro di loro
muoiono per sfinimento. Si salvano solo Bo- natti, Mazeaud e Gallieni. Al Colle
dell'Innoininata usano anche loro la corda lasciata daJohn e Gary sul versante
sud, e pensando che l'abbiano messa per loro le guide del Soccorso si domandono
perché non l'hanno calata lungo il più difficile versante nord, dove avrebbe potuto
abbreviare la penosa ri· salita e - forse - rendere meno tragico l'epilogo della loro
odissea. »
farci precipitare tutti e tre. Non servono incitamenti né insulti a scuoterlo.
Pronuncia frasi sconnesse, gesticola. Pensavo di riuscire a calarci in un'ora: con
Kohlmann in queste condizioni diventeranno tre.
Arriviamo finalmente in fondo al canale sud, e più giù ancora fino al termine
del nevaio di Chatelet. Per giungere alla capanna Gamba ora dobbiamo passare
soltanto una serie di dossi nevosi, senza difficoltà né pericoli, a parte la faticosa
neve alta. Cominciamo a riprenderci d'animo. L'unica preoccupazione resta quella
di arrivare presto al rifugio. Ma succede un altro guaio inaspettato. A Gallieni
scivola di mano un guanto. Si china a riprenderlo e subito cerca di riscaldarsi la
mano infilandosela nel giubbetto. Kohlmann interpreta il gesto in modo
incredibile, come se Gallieni volesse estrarre una pistola: allarga le braccia e
urlando gli si scaglia addosso, lo avvinghia, lo fa rotolare sul pendio. Gallieni
riesce a liberarsi, aiutato da me che cerco di trattenere l'assalitore tendendogli la
corda. Kohlmann si avventa allora su di me. Lo schivo, cade a terra, si contorce,
smania: è impazzito. Si alza di nuovo e riprova a saltarci addosso. Lo teniamo però
a dovuta distanza tirando entrambi la corda, ognuno dalla propria parte. Siamo
infatti legati tutti e tre alla medesima fune e Kohlmann ne è al centro. Non
possiamo trascinarlo al rifugio, e tuttavia non dobbiamo perdere più un solo
minuto. Per slegarci dovremmo riuscire a sciogliere i nodi gelati, cosa ormai
assolutamente impossibile. Non abbiamo un coltello per tagliare la fune, eppure
dobbiamo separarci da questo povero compagno impazzito. Lui spia ogni nostro
movimento, pronto a balzarci addosso. Allora uno alla volta, te- nendo la corda
tesa con i denti, per bloccare il compagno, ci caliamo i pantaloni fino all'inguine
onde sfilare dai fianchi 1'anello di corda gelata che ci cinge la vita. L'operazione
riesce senza che Kohlmann se ne dia conto. Quindi grido a Gallieni: «Molla!
Fuggi!» e corriamo via dal compagno rotolando nella neve. Ora siamo sicuri di
raggiungere in pochi minuti i soccorritori. Kohlmann, che lasciamo lì in luogo
sicuro, non corre più nessun rischio. Ma purtroppo chi arriverà in suo aiuto potrà
soltanto assistere alla sua agonia.
Alla deriva come relitti, brancolando quasi carponi nell'oscurità impastata di
neve, raggiungiamo finalmente la capanna Gamba. Fuori non c'è neanche un
lumino a segnalarne la posizione. Il suo profilo scuro e incerto non ha nulla di
differente da un qualsiasi masso granitico di cui è costellata la dorsale morenica.
Riesco ad arrivare alla capanna soltanto perché conosco questa zona come casa
mia. Giriamo intorno al rifugio battendo alle finestre. Arriviamo alla porta d'in-
gresso. Si odono dei passi dall'interno e una mano alza il chiavistello. La porta si
spalanca: ci appare l'interno illuminato a malapena da una candela. È pieno di
gente che dorme. Scavalco alcuni corpi senza riconoscere nessuno. A un tratto
qualcuno scatta in piedi e grida: «Walter, sei tu?»
Allora è tutto un accorrere di gente.
I dispersi avevano finalmente trovato gli uomini che erano andati a cercarli.
Grido: «Fate presto! Ce n'è uno qui fuori! Gli altri sono sul Canalino
dell'Innominata! Fate presto! » Sono le tre del mattino di domenica. La tormenta
non cessa un istante. Mi sdraio sul tavolo al centro del rifugio. Ci tolgono dai
piedi i ramponi gelati, ci spogliano, ci mettono indumenti asciutti, ci preparano
bevande calde. Cado in un profondo sopore.
Quando mi sveglio sono passate circa tre ore. S'è fatto giorno. Si apre la porta
cigolante. Il profilo di due uomini si staglia scuro contro il generale grigiore, al di
là della soglia. Uno di questi si awicina e mi abbraccia: è l'amico Gaston Rebuffat,
appena arrivato con un elicottero da Chamonix. Dalle sue labbra escono parole
che non scorderò mai più: «Oggioni è morto. Lo stanno portando giù ». Mi assale
un dolore incontenibile. I corpi dei miei compagni sono stati già raccolti, meno
Vieille che la tormenta renderà irrecuperabile per altri sei giorni.
Il fraterno amico Pierre Mazeaud, il solo che hanno trovato vivo, mi abbraccia e
piange con me.
Dal letto in cui devo restare disteso sfoglio i primi giornali. I comunicati, i
servizi speciali dedicati a noi, «I dispersi sul Pilone Centrale del Monte Bianco »,
si moltiplicano spaMontagne di una vita ratI a caratteri cubitali. Poi, la terribile
notizia: quattro morti, Bonatti salvo. Purtroppo aveva fatto colpo, quindi buon
gioco giornalistico, il fatto che io fossi tornato vivo dal Pilone Centrale mentre
quattro compagni - i francesi Antoine Vieille, Robert Guillaume, Pierre Kohlmann
e l'amico ita' liano Andrea Oggioni - erano morti. Una certa stampa dell'epoca,
tanto disinformata quanto in malafede, mi stava scagliando contro l'opinione
pubblica. In queste cronache lanciate ai venti dell'opinione, persone, fatti e parole
sono travisati, deformati, mescolati fra loro e qualche volta assumono valori e
significati opposti alla realtà. Il dolore dei sopravvissuti viene scambiato per
delirio. Il loro pietoso silenzio, e persino le loro commosse e spontanee parole in
omaggio agli amici morti, vengono intesi per codardia, ma anche per colpa. Si
prospettano inchieste giudiziarie, interpellanze alla Camera e avanti di questo
passo, senza scrupoli, né buon senso. È paradossale, è grottesco. Pur nel dolore
per i miei compagni morti, nella consapevolezza che non avrei potuto fare di più e
di meglio per la loro salvezza, e nel mio stato di prostrazione fisica, devo ancora
lottare per difendermi da assurde insinuazioni, che solo per la viltà di chi le
manifesta non sono esplicite accuse di essere io la causa della morte dei quattro
amici. Si direbbe a tutta prima che la gente, indubbiamente più pronta a castigare
che a riconoscere qualche merito, non sappia commuoversi per i morti se non a
discapito dei sopravvissuti.
Sovente è l'uomo della strada che con la sua morbosità vuole che si crei questo
tipo di informazione e ne favorisce la diffusione. Ma va anche detto che di fronte
alla « notizia », allo scoop, i giornali sono quasi sempre cinici e crudeli. CosÌ, per
quella fabbricata reazione a catena, ora tutti criticano, giudicano, affacciano
responsabilità e stabiliscono come io, pur veterano di molte imprese, avrei dovuto
comportarmi sul Pilone Centrale. Come già accadde cinque anni fa, dopo il tragico
Natale sul Monte Bianco, si promuovono.interviste e tavole rotonde ai giornali,
alla radio, alla televisione, dove si domanda e si commenta il parere, quando non
fosse giudizio, del professor x, dell'attore Y, del professionista Z, del parla
mentare K, su ciò che io e i miei compagni avremmo dovuto fare, o non fare,
lassù. E intanto noi, i protagonisti superstiti, restiamo inascoltati e annientati.
Ma vittima di questo stato di cose è anche la gente comune, che in tal modo
istigata finisce a .sua volta - umana reazione - per rispondere ai giornali con lo
stesso cinismo riflesso. Ecco perché in alcuni interventi fatti dai lettori si legge:
«Atti temerari e contro natura... », «Vollero il male che li colse... », «Francamente
non mi sento di spendere una lacrima... », «Occorrerebbero (per Bonatti e
compagni) dei campi di lavoro obbligatorio... » Qui si approda a una triste
indifferenza morale avvolta di moralismo: il frutto di una disonesta informazione.
A onor del vero, vi furono cronisti che commentarono la vicenda con competenza,
obiettività, e anche sensibilità. Ma furono pochi.
La verità comunque, piaccia o no, è che lassù sul Pilone dove tutti e sette
fummo uomini e fratelli, e dove una sorte accanitaci aveva isolati dal mondo in
una trappola mortale, ma anche dove nessun altro seppe portarci soccorso se non
all'epilogo del dramma, io ero semplicemente sopravvissuto. Perché, forse più
degli altri, non avevo voluto né potuto lasciarmi morire.
Più tardi Pierre Mazeaud, l'unico superstite dei quattro francesi, scriverà nella
sua relazione che mi deve la vita, e che senza di me sarebbe morto anche lui. Un
giorno la Francia mi assegnerà il suo più alto riconoscimento ufficiale, la Legione
d'Onore, cosÌ motivato: «Per la condotta coraggiosae la solidarietà fraterna
manifestata nella drammatica impresa ». Nel mio Paese invece ci volle assai più
tempo per riconoscermi, non dico un merito, ma almeno una non colpevolezza.
Il tempo tuttavia finirà per mettere le cose alloro posto e fare giustizia. Ma è un
giustiziere lento da aspettare.
La volontà di sopravvivenza a volte è davvero sorprendente. Presto recupero le
perdute energie, e non solo fisiche. CosÌ il mio sguardo torna ad accarezzare con
amore i profili crudeli ma affascinanti del Monte Bianco. «Ritorneremo sul
Montagne di una vita Pilone Centrale per vincere quegli ultimi ottanta metri
rimasti! » Questo Mazeud e io ce lo eravamo promessi il giorno del suo congedo
dall'ospedale di Lione. Per noi sarebbe stato soprattutto un pellegrinaggio sui
luoghi della tragedia, ma anche il completamento di quell'opera che i nostri
compagni avevano cercato di compiere.
Ma sarebbe pretendere troppo, perché un bel sogno è sempre destinato al
brusco risveglio. Infatti, anche se tutti gli uomini fossero sensibili a certe
attenzioni, c'è sempre la legge spietata dell'ambizione e del successo pronta a
minare quei sentimenti, e questo non deve stupire. Appena il tempo si
ristabilisce, un paio di settimane dopo la tragedia, il Pilone Centrale viene
attaccato da una cordata italo-francese. Non siamo noi due, naturalmente: le
nostre possibilità fisiche sono ancora limitate. I due scalatori scendono sulla vetta
del Monte Bianco, posati lassù da un elicottero, poi si calano lungo la cresta di
Peuterey, fino al colle omonimo, e assaltano il Pilone. Saranno costretti al rientro
tre giorni dopo. Il Pilone è rimasto ancora invitto, ma il ritegno che aveva retto
fino allora è crollato. In breve, infatti, quel monolito tristemente celebre diventa il
traguardo delle più agguerrite cordate del mondo.
Dopo l'eccezionale ondata di maltempo, sopraggiunge un'estate insolitamente
calda e secca: mai il Monte Bianco apparirà tanto spoglio di neve. È una beffa? Il
29 agosto 1961 otto uomini di quattro nazionalità diverse, dopo aver ingaggiato fra
loro un'aspra competizione, riescono a vincere la sommità del Pilone Centrale. Le
quattro bare dei miei poveri compagni non saranno soltanto scavalcate: vi è tra
quegli scalatori chi pretende, e lo ha scritto, di aver reso «il più bell'oml:lggio alle
vittime». Voglio allora rimarcare che lassù Oggioni, Guillaume, Kohlmann e
Vieille, erano stati fin dal primo momento in accordo, soprattutto amici, e
l'elicottero era salito per loro soltanto alI'epilogo della tragedia, per portare a valle
le loro spoglie. Essi dunque sono morti da puri, per un ideale puro, nel rispetto di
un'etica. È un esempio che non si dovrebbe profanare, e tanto meno contaminare,
con simili «omaggI ».
Come in una lunga convalescenza, gradatamente riacquisto la mia forma fisica
per tornare alla montagna: lunghe camminate nei boschi, scalate sempre più
dure, difficili, in quota. E finalmente il grande collaudo: il Monte Bianco per la
«Via Diagonale» e il Mont Maudit per la via «Kagami ». Sono due itinerari glaciali
che si snodano sulla vasta parete della Brenva. Scalati rispettivamente nel 1932 e
nel 1929, non vennero più ripetuti. Con ciò concludo il mio vecchio progetto di
percorrere tutte le vie dell'alta Brenva (quindici fino a questo momento). Ma so
anche di essere tornato nel giusto assetto fisico per poter nuovamente affrontare
le difficili imprese d'alta montagna.
Archivio nei miei ricordi l'ormai svilito Pilone Centrale, finalmente vinto il 29
agosto nel modo che sappiamo, e rivolgo la mia attenzione all'ancora vergine
parete sud, tra i Piloni e la cresta di Peuterey, che s'innalza direttamente alla cima
del Monte Bianco di Courmayeur. Essa non promette virtuosismi di alcun genere,
né aerei bivacchi. È invece un superbo e logico appicco formato da un'armonica
successione di rocce e di ghiacci. Appartiene insomma a quella categoria di pareti
che caratterizzarono l'epoca dell'alpinismo classico, quando la scalata era
concepita soprattutto come avventura, come stile, e trovava il suo apice nel
raggiungimento della vetta. Come ai vecchi tempi dunque, questo tipo di
ascensione richiede, oltre alla corda e alla piccozza, soprattutto un buon paio di
gambe, un grande cuore e robusti polsi per «tagliare» innumerevoli tacche nel
ghiaccio, prevalente su questo itinerario. È straordinario che ancora oggi resti
inviolata una parete di tal genere che va su dritta per ottocento metri di dislivello
fino alla cima del Monte Bianco. La osservavo, affascinato, da anni; due mesi fa
sarebbe stata senz'altro la mia meta se avessi sospettato che con i francesi poteva
crearsi una competizione per il Pilone Centrale.
20 settembre 1961. È una calda, limpida giornata di fine estate, destinata a
mutarsi in una notte cruda di gelo. In questa stagione è grande l'escursione
termica tra il giorno ormai corto e la notte che si fa sempre più lunga. È una
condizione tipicamente autunnale, ma se la pressione barometrica staMontagne
di una vita ziona ancora su valori alti c'è la possibilità di intraprendere svelte
scalate in alta montagna.
Sono ancora una volta alla capanna Gamba, ormai deserta. Disteso al sole
attendo che la morsa notturna blocchi le pietre in bilico sulla montagna. Il mio
compagno di cor- data è Cosimo Zappelli: ventotto anni, viareggino, nipote di
marinai, alpinista per vocazione. Capisco questo ragazzo che ha lasciato, come
me, la sua città per vivere ai piedi del Monte Bianco. Dopo la tragedia del Pilone
gli ho offerto il capo della mia corda. Da quel giorno Zappelli mi segue e
continuerà a seguirmi in quasi tutte le mie scalate. Fino al giorno in cui, tre anni
dopo, entrerà a far parte come aspirante della Società delle Guide di Courmayeur
da cui io mi sarò ormai allontanato. Spontaneamente e anche con deciso
risentimento. Fra me e quel gruppo di guide non c'erano mai stati dialogo né
comprensione. Quel giorno dunque, benché umana e inevitabile la scelta di
Zappelli, sarà per me una grande delusione. Forse, mi sono detto, egli non ha
saputo cogliere il frutto delle mie esperienze. O forse, più semplicemente, siamo
due uomini diversi. Lo slegherò perciò dalla mia corda, pur conservando di lui bei
ricordi. D'altra parte, come avrei potuto mettermi ancora in cordata con una guida
di Courmayeur dopo che ero stato indotto, per più ragioni, a cancellare dalla mia
vita resistenza di quella congrega? Guide, oltre tutto, che d'ora in poi sarebbero
state rappresentate anche dall'amico Zappelli.
Ore 3.30. Il buio è assoluto, l'aria gelida. Partiamo facendoci strada alla fioca
luce delle pile frontali. Arriviamo sul Colle dell'Innominata che è ancora buio. È
meglio attendere. Ci accucciamo appena al di là del Colle, nei sacchi da bi- vacco, e
aspettiamo in silenzio. Sibila un vento leggero, le stelle brillano e tremolano. Dal
ghiacciaio Frèney giunge ogni tanto il tonfo sordo dei seracchi. Normale. Ma la
tragedia del luglio scorso rivive dentro di me, sconvolgente. Lotto per vincere la
barriera psicologica che sembra volermi bloccare quassù. Finalmente albeggia.
Scendo una prima cordadoppia lungo il Canalino dell'Innominata e vi ritrovo due
chiodi, uno vicino all'altro ma assolutamente insicuri. Ero riuscito a piantarli
quella tragica sera annaspando a caso nella bianca corazza di gelo. È proprio su
questi chiodi che Oggioni cominciò a morire. E pensare che ora è tutto così facile.
Il ghiacciaio, sotto, è terribilmente secco, pieno di seracchi in bilico. Ce n'è uno
particolarmente impressionante: da lontano sembra una candida colonna
adagiata in equilibrio e posta di traverso sul ghiacciaio. Purtroppo dovremo
passare proprio lì sotto, di corsa.
Racconto a Zappelli di una strana coincidenza avvenuta qualche anno fa proprio
qui sul Frèney. Quel giorno, in veste di guida, ero con un «cliente» svizzero di
nome Gysi, e salivamo lungo il passaggio della Brogliatta diretti alla cresta di
Peuterey. Per indurre Gysi ad accelerare il passo, gli raccontavo che nello stesso
punto dove stavamo passando si era sfasciato un grande costone, apparentemente
stabile, sotto i piedi della famosa guida Lyonel Terray e del suo compagno di
cordata. Terray si era miracolosamente salvato ma il suo amico scomparve.
Ebbene, non avevo ancora finito il mio racconto quando anch'io e lo svizzero ci
trovammo sbalzati in aria, per poi ricadere pesantemente sul dorso. Come per un
terremoto, l'intero costone era affondato verticalmente per qualche metro e si era
assestato, senza sfasciarsi: un vero prodigio.
Anche per effetto di quel ricordo Zappelli e io sfrecciamo ansimanti sotto la
candida colonna, una specie di Partenone in bilico lungo almeno cento metri. Qui
accade un fatto che mi fa ancora meditare. Appena al di là del limite di pericolo,
uno schianto secco ci fa voltare di scatto. C'è un momento di vuoto in noi e nella
montagna. Poi, accompagnato da un soffio terrificante, tutto quel Partenone di
ghiaccio oscilla, si gonfia, infine esplode. Ne scaturisce una nube ribollente,
mugghiante, che si dilata fino a rotolare su di noi, ma passandoci appena di lato.
Quando tutto tace, e ogni cosa si è fermata come nulla fosse accaduto, ci
guardiamo in faccia, ammutoliti.
In poco più di un'ora arriviamo al sole, presso la sommità del Picco
Gugliermina. La lunga cresta che da qui sale all'Aiguille BIanche e poi al Monte
Bianco non finisce mai di Montagne di una vita entusiasmarmi. Così sospesa,
esile e dominante, s'incurva di punta in punta mollemente, fino alla sommità del
Monte Bianco. E la parete ghiacciata che dà sul lato della Brenva si perde
nell'abisso, candida e solenne. Il cielo, silenzioso, spinge il suo azzurro fino a
lontani orizzonti, appena segnati da qualche nuvola ardente, alla deriva. Nelle
basse valli galleggiano umidi bozzoli di nebbia autunnale, che il sole stenta ormai
a dissolvere.
A mezzogiorno siamo sull'Aiguille BIanche e un'ora più tardi sul sottostante
colle di Peuterey. Ci stendiamo al sole, al fragile tepore dei quattromila metri. Per
oggi resteremo qui.
La prima volta che venni quassù, e dovevano poi seguirne tante, fu nel
settembre del 1953. Ero diretto sul Monte Bianco, la mia prima scalata a quella
vetta, e non a caso avevo scelto di passare per questo colle: il Pilone Centrale mi
affascinava già, e così la parete sud. Anche quel giorno, ricordo, Roberto Bignami
e io eravamo arrivati quassù di buon'ora, sbucando dal canalone nord che sale
dritto dalla Brenva. E anche allora come oggi il cielo era terso e solenne. Eravamo
le sole presenze di vita sulle creste della grande montagna, e rimanemmo distesi
al sole tutto il pomeriggio parlando di mille cose, sognando a occhi aperti,
ascoltando l'infinito silenzio. Tutto si presenta come quella volta, come se il
tempo non fosse passato. Eppure quante cose sono cambiate da allora, quante le
esperienze che non vorrei più rifare, quanti i volti che non rivedrò più: Bignami
stesso è scomparso tra le cime dell'Himalaya.
Poco dopo le sedici il sole cala dietro la cresta Brouillard e già un'ora più tardi la
neve è gelata. Andiamo in esplorazione ai piedi della nostra montagna per
individuare un passaggio sulla crepaccia terminale. La parete sopra si innalza
grandiosa. A sinistra, contro un cielo freddo di luce smorta, si staglia provocante
la cuspide del Pilone Centrale. Improvvisamente mi invade un senso di sgomento.
Mi guardo attorno, ecco il crepaccio dell'ultimo bivacco, il pendio fatale a Vieille, i
Rochers Griiber, il tenebroso ghiacciaio Freney e laggiù, nell'ombra violetta della
sera, il crudele Canalino dell'Innominata. Non rivedo soltanto le cose. Un pugno
di uomini vagano muti e chini nella neve fonda, cadono e si sorreggono l'un
l'altro, ubriachi di morte. È una visione che ritrovo ovunque cada il mio sguardo.
Sento in me una grande tristezza e il desiderio di fuggire da questo ossessivo
mondo di fantasmi.
Ore 2.15. La grande luna di tre quarti crescente scompare dietro il nero profilo
del Monte Bianco. Le stelle rifulgana nel cielo. Ci prepariamo a partire dal colle. Il
freddo è paralizzante, il silenzio totale.
Presto l'azione mi distoglie dai pensieri che continuano ad affollare la mente. Il
pendio è ripido, cristallizzato, crepitante, e a tratti devo intagliare alcuni gradini
con la piccozza. L'alba ci raggiunge all'inizio delle rocce, nel cuore della parete. Il
disco rosso del sole si leva prodigiosamente all'orizzonte. È una sfera
incandescente e fumante, come esalasse residui di gas appena dopo la creazione.
È un sole nuovo e pro- digo, un sole che da queste parti si adora come selvaggi.
Fatta nelle nostre condizioni la scalata è entusiasmante e sicura. Cerco di
tenermi sullalinea più diretta. Tre chiodi entrano sonanti nel granito rosso di un
grande diedro, al centro della parete. Poi, su diritti per rocce brizzolate fin sulla
cima del Monte Bianco di Courmayeur. La sera, scendendo la val Veny, rivedo la
mia parete superba e lucente al chiaro di luna. È un vero spettacolo. lo vengo
proprio da lassù.

Nell'imbuto del Pilier d'Angle (1962)

Scendevo a valle dopo aver scalato la parete nord delle Grandes Jorasses,
nell'agosto 1949. Il mio spirito era ancora impressionato dai ghiacciai vertiginosi e
sfuggenti, mentre in ogni parte del corpo avvertivo i brividi accumulati nei
bivacchi ventosi a quattromila metri. Ero dunque nella condizione di apprezzare
soltanto superfici piane, sicure, calde, cose dolci e facili che allietano il riposo. In
quello stato camminavo attraverso i prati di Entrèves, che allora era ancora un bel
villaggio alpino, quando qualcuno mi indicò il grande Pilier d'Angle sulla Brenva.
Una cordata era appena salita di lì, lungo quei lastroni ghiacciati. Nonostante gli
otto chilometri che mi separavano in linea retta, mi pareva di sfiorare quei profili.
Era una visione ripugnante, nessuno in quel momento poteva dirlo a maggior
ragione. Ma chi era quel padreterno che aveva osato tanto e di fronte al quale ora
mi sentivo una nullità? Seppi che si trattava di un austriaco, il formidabile
Hermann Buhl. Allora la cosa mi parve più accettabile.

Passano vari anni prima che mi si riveli l'equivoco: Buhl, con il suo compagno
Schliessler, quella volta non aveva scalato lo scivolo nord del Pilier d'Angle bensì
la nord dell'Aiguille BIanche. Una superba parete, beninteso, lo so perché l'ho
scalata anch'io, ma quella del Pilier al paragone è ben altra cosa.

La più grande massa rocciosa che si affaccia sul bacino della Brenva, da questa
parte rimane tuttora inesplorata. Dalla sua cima di oltre 4200 metri, il Pilier
precipita di colpo sul grande ghiacciaio con un appicco di un chilometro: la sua
forma ricorda curiosamente la chiglia rovesciata di una nave. Il Pilier d'Angle
presenta una parete orientale che dà su Entrèves, un poderoso sperone
arrotondato volto a nordest, e un'altra parete interamente a nord e un po'
nascosta, di cui dal fondovalle è possibile scorgere soltanto il profilo. Mentre
quest'ultima è ombrosa e striata di ghiacci come una ragnatela, l'angolo di nordest
si presenta snello e compatto di splendido granito. Ma è la parete est che ha dato
al monolito una fama sinistra. Tale parete si presenta chiara, scialba, monca: è il
residuo instabile di una delle più grosse frane che si siano prodotte sulle Alpi a
memoria d'uomo. Un primo grande cedimento sui fianchi orientali del grande
Pilier si produsse il 14 novembre 1920, investendo il ghiacciaio pensile che a
quell'epoca si protendeva poco sotto il colle di Peuterey. Ma fu soltanto il preludio
alla catastrofe che si manifesterà cinque giorni più tardi, il 19 novembre. Quel
giorno infatti, come in una scena apocalittica, tutta la nervatura superiore del
Pilier d'Angle, una parete di almeno cinquecento metri, crolla di colpo rovinando
sull'alto bacino del ghiacciaio della Brenva. Da qui continua la sua corsa
devastatrice con potenza moltiplicata, piombando infine sulla foresta di
fondovalle. Da allora la parete est dell'instabile Pilier sembra in lento
assestamento, ma 1'attività dei crolli continua.

Dall' 1 al 3 agosto 1957 realizzo la prima scalata del Pilier d'Angle


percorrendone il compatto sperone di nordest. Un itinerario difficile ed elegante
in ambiente grandioso. La scalata produce in me un effetto stimolante, come se
dopo aver tagliato in due un gustoso frutto non l'avessi poi del tutto assaporato.
La scalata sullo sperone di nordest separa infatti, ed evidenzia, due pareti dalla
fisionomia ben distinta, creando così due problemi di differente natura:
interamente ghiacciata e chiusa la parete nord; rocciosa, aperta, soleggiata la est.
Vincerò quest'ultima l'11 e 12 ottobre 1963 con l'amico Zappelli, ma è della
problematica parete nord che voglio raccontare.

Più aumenta la mia conoscenza di montagne ghiacciate e più mi convinco che


la nord del Pilier - concepita secondo il mio criterio che prevede di passare tra i
due grandi seracchi sospesi - rappresenta la concentrazione delle maggiori
difficoltà che si possono incontrare in alta montagna. È senz'altro il terreno
misto, rocciaghiaccio, più selvaggio e pericoloso Montagne di una vita che abbia
mai osservato sulle Alpi. Fasce di rocce lisce e spesso strapiombanti,
completamente incrostate di gelo o di neve instabile, si alternano a pèndii di
ghiaccio ertissimi, sui quali si frantumano seracchi e cornici sempre incombenti.
Un migliaio di metri di dislivello da percorrere dentro un imbuto gigantesco, cupo
e freddo di luci filtrate, da dare angoscia. Su questo itinerario le condizioni
atmosferiche giocano un ruolo determinante. Se si è colti dalla bufera o dal
disgelo dopo il primo terzo di scalata, non si può più tornare indietro: o si
prosegue rapidamente verso l'alto, o rimanendo in balia degli elementi intorno ai
quattromila metri si dovranno fare i conti con il gelo e le valanghe. È l'ultima e
più aspra difesa che la vetta del Monte Bianco oppone ai suoi esploratori. Eppure,
per quell'impulso misterioso che sempre ha spinto l'uomo verso l'ignoto e
l'impossibile, provo un irresistibile desiderio di andare lassù.

Su questa via si possono verificare due sole condizioni favorevoli. La prima è


data da un abbondante innevamento, che renderà i pendii di ghiaccio
omogeneamente rivestiti di buona neve, e quindi più rapidi da risalire. In questo
caso però le fasce rocciose a mezza via saranno scomparse sotto una problematica
quanto pericolosa corazza di gelo. La seconda soluzione consiste invece
nell'attaccare la parete quando le rocce appaiono completamente spoglie di
incrostazioni ghiacciate; ma nascerà allora un problema ben più pericoloso: i
pendii nevosi, in seguito ai crolli e al disgelo, si saranno induriti e cristallizzati. Si
dovrà quindi intagliare un gradino dopo l'altro nel ghiaccio, con grande dispendio
di tempo e di energie, rimanendo esposti alle frequenti frane. Siamo ancora
lontani dalla rivoluzionaria tecnica piolettraction, attualmente in uso con mezzi
di progressione rapidi e sicuri. Per la natura stessa della montagna, l'ibrido buona
roccia e buon ghiaccio insieme non si verificherà mai; un buon elemento
escluderà sempre l'altro. Dunque, un'impresa del genere richiede insieme
coraggio, ponderatezza e autocontrollo; tre fattori che sono il frutto di una
completa e coscienziosa preparazione. Questo «stato di grazia », che deve
necessariamente combinarsi con le buone condizioni della montagna, si verifica
per me verso la metà del settembre 1961. Parto allora all'attacco del Pilier.

Arrivo sul colle Moore alle due di notte, una splendida gelida notte di mezza
luna crescente, che sembra fatta apposta per girare da queste parti. Il colle Moore
è un autentico pulpito sospeso nel cuore della Brenva, una specie di treetop
africano che serve a osservare dall'alto, e stando al sicuro, gli animali selvaggi.
Qui le fiere sono i ruggenti seracchi che si ammassano in fondo alla grande
parete. Silenziosa, addormentata, la maestosa Brenva s'inclina a destra come
supina, e il ghiacciaio a valle si confonde con le ombre dure delle montagne più
basse. Ma se il chiaro di luna rende bonari questi contorni, gioca invece con effetti
spaventosi sul ripido Pilier d'Angle, che sta di fronte. Per un'ingannevole
prospettiva, la parete nord del Pilier risulta perfettamente verticale e il suo
ghiacciaio pensile sembra cascare addosso da un momento all'altro, tanto appare
sporgente. È tutta bianca, lucida, senza rilievo: un'assurda lavagna di mille metri.
So che ciò non corrisponde alla realtà e che la montagna stanotte si trova nelle
condizioni ideali per essere attaccata. Ma l'orrido spettacolo muove in me un
deleterio meccanismo psicologico che mi inchioda sul colle. Resto così per una
buona mezz'ora in silen- zio, come ipnotizzato dal Pilier. Zappelli, da buon allievo,
tace. A un tratto mi sorprendo a dire, quasi inconsciamente: « lo 1'anima su
quella parete non ce la voglio lasciare».

Ritorno a casa. Continuerò a stupirmi della mia rinun- cia che non so né saprò
mai spiegare. Avevo tutte le carte in regola e la parete quasi ostentava il suo
«tallone d'A- chille». Eppure sono tornato indietro. Quel meraviglioso congegno
che è la psiche, capace d'inventare tutto, persino i miracoli, ora, per vie
misteriose, ha creato in me impulsi emotivi tali da rendere la paura irresistibile.
Anche questa è un'esperienza.

Passa l'inverno, e già a metà giugno dell'anno successivo la mia parete scopre le
difese. L'innevamento è abbondante e pare sicuro, le notti sono gelide e
illuminate dalla luna piena. Il mio allenamento, per fortuna, è buono. Nella notte
del 19 giugno arrivo alla base del Pilier, ma qui la pressione cade Montagne di
una vita improvvisamente: sta forse arrivando il maltempo? Benché il cielo si
mantenga stellato, questo dubbio mi induce a rientrare di corsa. Non me ne
pentirò, perché da lì a qualche ora, sul fare dell'alba, comincia a nevicare. È una
sfuriata passeggera, per fortuna. Così due giorni dopo eccomi ancora ai piedi del
Pilier, e stavolta con tutte le garanzie di buon tempo. La luna, ormai sui tre quarti
calanti, è spuntata da poco e radendo la parete nord, ne esalta ancora una volta le
difficoltà. Provo nuovamente paura, ma è un sentimento più che normale in
questo ambiente, e stavolta so reagire.

Si pone subito un problema, il superamento della crepaccia terminale. È


ininterrotta e larghissima. Il suo bordo superiore strapiomba con muri di ghiaccio
e neve. Invano vi cerco un punto accessibile. Mi decido allora per una manovra
estrema, che altre volte in passato si era rivelata risolutrice. Ecco, mi calo nella
crepaccia terminale fino a raggiungere un ponte sospeso, e da lì inizio a scavare
nella neve una specie di galleria, che sale su a spirale dentro la montagna fino a
riguadagnare il ciglio a monte della crepaccia. È un lavoro improbo. Per due ore
sferro colpi di piccozza sommergendomi di scaglie di ghiaccio, ma alla fine la
spunto.

È l'una di notte del 22 giugno. Adesso davanti a me si elevano ertissimi pendii


di buona neve gelata, solcati verticalmente da profondi rigoli: palese
testimonianza delle continue slavine che qui scorrono nelle ore calde. Comincio a
salire obliquamente a destra, tagliando la via a colpi di piccozza. Zappelli mi segue
a ogni lunghezza di corda. Via via entriamo sempre più nella zona dove, a tiro
incrociato, convergono tutte le frane di ghiaccio che si staccano sia dalla nostra
parete sia dai seracchi della sovrastante «Poire ». L'angoscia ci attanaglia a tal
punto che non ci sarebbe bisogno di alzare la testa per rendersi conto di ciò che
improvvisamente potrebbe accadere. Le frane si sentirebbero con il cuore e con il
sangue ancora prima che con l'udito. Per questo a ogni colpo di vento o
scricchiolio della montagna capita di trasalire. Le valanghe che ho visto a volte
staccarsi da questi pendii sono di proporzioni enormi e si abbattono sul ghiacciaio
con una fronte che può raggiungere anche i quattrocento me tri di ampiezza,
sollevando nubi bianche alte mezzo chilometro. Il solo spostamento d'aria che un
simile cataclisma può provocare basterebbe a trascinare via chi ne venisse anche
soltanto sfiorato.

Sempre obliquando sulla destra aggiro anche l'ultimo sperone roccioso che fa
da basamento alla parete. Ora siamo completamente esposti alle frane. La luna
illumina sinistramente gli sporgenti seracchi della «Poire» e della «Major ». Devo
essere velocissimo, mi ripeto, perché la rapidità di scalata qui è l'unica protezione
possibile. Ma a ogni passo sono obbligato a incidere una tacca a colpi di piccozza
sulla dura parete. Il pendio nevoso si rivela in certi tratti talmente abraso dalle
frane da ridursi a un sottile, infido velo sul ghiaccio vivo. Il tempo che
1'operazione di gradinamento richiede sembra interminabile. Intanto il percorso
si impenna sempre più.

Ora procedo in una zona d'ombra, poiché la luna è sparita dietro il Pilier. Entra
in funzione la lampada frontale, che dà un raggio di luce assai limitato. Non senza
disagio sento incombere sul mio capo l'intera nord del Pilier d'Angle, di cui non
scorgo più i dettagli ma intravedo soltanto la massa nera e informe. Tiro a
indovinare la direzione da prendere per raggiungere quella zona che già in fase di
studio della parete avevo denominato rocce sinuose. Si tratta di un punto
obbligato cui dovrò assolutamente approdare. Ecco una nuova preoccupazione, e
ancora un'altra se ne aggiunge all'idea che ogni metro guadagnato su questa
muraglia mi allontanerà sempre più dalla possibilità di ripiegare.

Albeggia. Ecco le rocce sinuose; la direzione risulta esatta. Ma vedo anche


1'ambiente che mi circonda: fa paura. Siamo nel cuore del vasto Pilier, e la parete
sfugge ripidissima e levigata sotto i piedi fino al profondo ghiacciaio, ancora buio.
Cento metri sopra di noi invece, al di sopra delle rocce sinuose, la via appare
sbarrata da una fascia di rocce verticali e a tratti strapiombanti, uniformemente
incrostata di ghiaccio. Ricorda certe pareti patagoniche. Non c'è alternativa,
bisogna vincerla direttamente. D'altra parte, ripiegare a questo punto sarebbe
forse più pericoloso che proseguire.

Giusto nel momento in cui mi sto attaccando alle prime rocce sinuose esplode
nell'aria un tremendo boato: una frana partita dai seracchi superiori della «
Major» sta precipitando con un salto di un migliaio di metri. Nella caduta si
rivolta nell'aria come volesse trascinare con sé tutto il cielo. Allibisco, benché mi
trovi fuori tiro. La valanga spazza e sconvolge tutto quanto incontra sulla parete
della Brenva e finisce giù nel ghiacciaio dopo aver investito la zona da noi
percorsa obliquamente nella notte. La polvere di gelo sale fino a noi.

Un'ora dopo, valicate le rocce sinuose senza particolari difficoltà, ci troviamo


sotto la fascia obliqua di rocce che sbarra per intero la parete nord. È il tratto
chiave dell'intera scalata, e il suo punto di minore dislivello è alto almeno
centoventi metri. Si presenta completamente bianco di neve e di ghiaccio. A colpi
di piccozza comincio a scrostare quelle placche rocciose, alla ricerca di appigli e
fessure per piantarvi qualche chiodo di sicurezza. I chiodi entrano raramente e
con fatica nelle fessure intasate di ghiaccio trasparente. Una sicurezza totale non
si ottiene mai. L'appiglio, ammesso di trovarlo, è vetrato e viscido. Ai piedi porto
sempre i ramponi, le cui punte, mordendo la roccia ghiacciata, costituiscono la
miglior presa. Sotto di me c'è un salto di almeno cinquecento metri.

Il sole che si è levato da un'ora ha già scaldato 1'atmosfera e nell'aria, per


effetto del disgelo, fischiano gragnuole di ghiaccio e di pietre. Parecchie mi
colpiscono, ma senza danno, grazie al casco. Per superare quei terribili centoventi
metri di parete impiegherò circa cinque ore. Sin dall'inizio, sono costretto ad
arrampicarmi su queste lastre gelate senza guanti, per avere una presa migliore. Il
costante annaspare tra i cristalli di ghiaccio taglienti mi ferisce le dita e il sangue
che ne esce segna la via. Decimetro dopo decimetro, continuo a salire. La tensione
riduce al minimo le parole che ci scambiamo: «Stai allerta che il chiodo non è
sicuro... » «C'è vetrato... » «Cosa vedi sopra? C'è un'uscita?» «No, ancora rocce
dritte, ghiacciate! » «Se vedi precipitare qualcosa di grosso, avvertimi! » E così
andiamo avanti per cinque ore senza concederci un attimo di tregua.

Verso le undici la grande incognita del muro verticale di centoventi metri è


vinta. La parete ora s'inclina, ma proprio per questo mi ritrovo completamente
allo scoperto, sotto il tiro del pericoloso seracco sospeso, che il sole ancora
illumina di striscio. Basterebbe la minima scarica a strapparci via.

A ogni scricchiolio alzo la testa di scatto interrompendo il mio lavoro. Vado alla
ricerca di una roccia che possa in qualche modo proteggermi, pur sapendo che
nulla servirebbe a ripararmi da una frana di ghiaccio. A fatica controllo l'ansia che
ne deriva. A destra, strozzato e quasi verticale, scende il canale di scarico del
ghiacciaio pensile. Ho deciso. Mi ancoro all'ultilJla roccia, mi faccio raggiungere
da Zappelli e senza cerimonie comincio a gradinare il ghiaccio verde del colatoio
in leggera ascesa verso destra.
Sono quaranta metri di traversata, pari alla lunghezza della corda, e dall'altra
parte, sicuro e invitante, si eleva un lungo sperone roccioso. L'attraversamento di
questo imbuto levigato è tra i più angoscianti che io ricordi. Procedo incidendo
piccole tacche, tali da consentirmi di stare in equilibrio sulle punte dei ramponi
mentre intaglio il successivo gradino. Zappelli, ancorato alla roccia con due chiodi
precari, mi segue con lo sguardo, attentissimo. Il mio procedere è reso ancor più
acrobatico dal pesante sacco che porto sulle spalle. Se perdessi l'equilibrio, oppure
una scarica dall'alto mi colpisse, finirei nel vuoto appeso alla corda. Il compagno
la bloccherebbe all'istante, sempre che i due chiodi cui è ancorato non fossero
strappati via. Per fortuna va tutto bene. Mi investe soltanto qualche innocua
gragnuola di ghiaccio. Certamente non è questo il modo più ortodosso di
procedere, mi consente però la massima velocità.

Quando sto per arrivare sull'altra sponda del canale di scarico, con il fiato
grosso per lo sforzo, qualcosa mi passa davanti agli occhi facendomi sussultare: è
una farfalla giallobruna evidentemente portata fin quassù da una colonna d'aria
calda, e destinata a morire non appena sopraggiungerà il gelo serale. Per ora,
comunque, la invidio: soltanto lei potrebbe togliersi da qui in un baleno.
Non c'è un minuto da perdere, e appena giungo dall'altra parte del canale grido
a Zappelli di abbandonare i chiodi che avevo infisso al posto di fermata, e di
raggiungermi immediatamente. Ma anche qui sul margine dello sperone siamo in
pericolo. Ci innalziamo allora un'altra quarantina di metri, fino ad alcune rocce
asciutte e finalmente sicure. Il caldo è afoso.

Ora possiamo concederci un momento di riposo. La borraccia piena di vino


rosso, che estraggo dal sacco come una reliquia, mi fa sorridere: oggi è il mio
compleanno. Venire quassù, in fondo, è un modo come un altro per festeggiarlo.
Mangiamo datteri e prugne secche, un paio di pasticche di vitamina C, un sorso di
vino, e questo ci pare il più bel pranzo che si possa desiderare.

Secondo i miei calcoli ci troviamo ben oltre metà parete. Ora ho la certezza che
non ci sarà più possibile ripiegare, ma so anche di aver varcato il tratto chiave
dell'intera scalata. Sotto di noi, quaranta metri più in basso, la parete rientra e
scompare, non c'è che il vuoto. Appena si intravede abbacinante e lontana la zona
del Colle del Gigante, null'altro. In cielo, all'orizzonte, naviga una sottile
pergamena di nuvole altissime e spennate dal vento. Ai lati invece sfuggono erti
scivoli ghiacciati, rotti soltanto dal profilo dei seracchi sospesi. L'occhio non
riesce a cogliere un solo punto riposante. Raramente sulle Alpi mi sono trovato in
un luogo tanto impressionante. Siamo attrezzati di fornelletto e sacco da bivacco,
ma l'idea di dover pernottare su una simile lavagna ghiacciata ci spinge a
riprendere subito la scalata.

Ricomincio a salire lungo una successione di nervature rocciose, strapiombanti


e difficili da superare. Presto arriva l'ombra, che indurisce forme e profili. In
breve il freddo si fa acuto, prende alle mani e fa rabbrividire. Il problema
dell'uscita dalla parete, sulla cima naturalmente, si complica. Converrà forzare le
innevatissime rocce superiori, oppure riattraversare l'imbuto glaciale per arrivare
sul ghiacciaio pensile e da lì puntare alla cima? Decido per quest'ultima
soluzione. Il canalecolatoio, quassù, ha una larghezza di circa ottanta metri, il
doppio della zona bassa già attraversata, e appare tutto di ghiaccio vivo. Dunque ci
vorranno due lunghezze di corda e questa volta obliquamente a sinistra. Si
prospetta ancora un duro lavoro di piccozza. Fatti una quarantina di metri, cerco
invano di piantare un chiodo di fermata su una roccia affiorante: non presenta
alcuna fessura. Un paio di metri più in là entra in funzione un chiodo da ghiaccio,
che però non dà molte garanzie poiché il gelo ha reso estremamente fragile la
sottile superficie. Mi ancoro alla meglio al centro del colatoio. Mi faccio
raggiungere dal compagno e riprendo la traversata dei secondi quaranta metri di
canale.

Il secco gelo subentrato a una giornata afosa, spacca le lastre di ghiaccio


incollate agli strapiombi che incombono. Ne precipitano in continuazione,
lacerando l'aria e frantumandosi sul pendio sopra di noi. Tutto va bene finché ci
investono solo le schegge, poi cominciano ad arrivarci addosso i pezzi più grossi.
Ho appena finito di piantare un secondo chiodo nel ghiaccio, al termine della
seconda sfilata di corda, quando un fragore, seguito dal grido di Zappelli, mi fa
sussultare: una lastra di ghiaccio l'ha investito. Il casco ne ha attutito il colpo, e
lui, grazie al chiodo al quale ha saputo abbrancarsi in tempo, non è stato
trascinato giù. Ma se avesse perduto i sensi?

Il pericolo si fa serio. Decido di piantare un chiodo nel ghiaccio ogni dieci metri,
aumentando cosÌ gli ancoraggi che dovrebbero sostenerci nel caso ci colpissero
altre scariche. Non sono trascorsi cinque minuti dall'incidente di Zappelli che
tutta la montagna prende a tremare. Presso la vetta del Monte Bianco si è staccata
una frana di ghiaccio colossale, che rovina giù di fianco a noi, lungo il ghiacciaio
pensile della «Poire ». Questo grande salto fa da trampolino alla frana, e ciò che si
presenta ai miei occhi è indimenticabile. Ho l'impressione di essere sfiorato dalla
valanga, e Dio sa se non è vero. Per fortuna, rimango immobile sul muro di
ghiaccio, in equilibrio sulle punte dei ramponi, con lo sguardo incollato a quel
cataclisma. Tutto ribolle e rimbomba per parecchi secondi, poi un vortice di nubi
bianche sale fino a noi assumendo riflessi violetti. Mi sento un completo nulla
alla mercé di forze immani e regolate dal caso. E ancora alMontagne di una vita .

libisco quando, tornata la calma, rivedo le rocce sinuose percorse all'alba,


completamente imbiancate dalla valanga di ghiaccio che di rimbalzo è passata
fino al centro della parete del Pilier.

I quaranta metri di corda disponibili sono finiti, e ancora mi trovo alle prese
con la dritta parete di ghiaccio levigato. Mentre avanzo, faccio procedere anche il
compagno, a corda tesa. Sbuco finalmente sul ghiacciaio pensile, sopra il grande
seracco sospeso. Qui la neve è alta e farinosa, c'è il rischio che si produca una
slavina. Percorro obliquamente l'intero pendio nevoso prima di individuare la
possibilità di valicare la lunga crepaccia che sta alla base dell'ultimo scivolo. Ora
mancano soltanto centocinquanta metri di candida parete per arrivare sulla vetta
del Pilier, ma è uno scivolo di ghiaccio ertissimo e rivestito di neve polverosa.
Questo versante nord sembra non voler cedere tanto facilmente.

La morsa del gelo già si fa sentire, e gli indumenti e le scarpe, che si erano
inzuppati d'acqua durante il giorno, adesso si sono irrigiditi.

Supero un ultimo crepaccio, in piena parete, e punto dritto alla vetta del Pilier
d'Angle. La raggiungo alle 18.05. La cima si presenta come una lunga e
affilatissima cresta nevosa irta di cornici. Da quassù un mondo nuovo si apre allo
sguardo, ed è grandioso. Di fronte il me si profila il Pilone Centrale di Freney; più
in basso, alle nostre spalle, si apre il colle di Peuterey sul quale incombe l'Aiguille
BIanche. Parallela alla nostra via c'è poi la cresta dell'Innominata che sale dai
profondi ghiacciai. Molto, molto più in basso, spuntano in quantità montagne
verdi inondate di sole. L'occhio che durante il giorno si era inaridito torna a
riempirsi di colori.

Pur disponendo ancora di qualche ora di luce preferisco arrestarmi qui sulla
vetta del Pilier, su una comoda cengia rocciosa, e attendere che il gelo notturno
indurisca la fragile cresta nevosa di Peuterey. Aspetto inoltre il sorgere della luna,
che rischiarerà l'ultima parte di cammino verso la vetta del Monte Bianco.

A mezzanotte circa la montagna si inonda di luce e di ombre. Il freddo è


pungente. Duriamo fatica a rimetterci in movimento, ma quando troviamo il
coraggio di farlo è una cosa meravigliosa, e la neve ora scricchiola sicura sotto i
ramponi.

Ai primi albori già stiamo per concludere la scalata della bella cresta di
Peuterey, da cui si abbracciano orizzonti incantati e rigidi, spennati qua e là dagli
artigli del vento che ha cominciato a levarsi frenetico. Ecco le ultime rocce, e
infine la vetta massima. Quando mi affaccio dall'altra parte colgo lo spettacolo più
suggestivo che possa capitare di vedere all'alba dalla cima del Monte Bianco: da
una parte appare il versante italiano bagnato di luce calda e sfolgorante, dall'altra
la Savoia ancora immersa nella notte.
Sulla Nord delle Grandes Jorasses, d'inverno (1963)

Per naturale evoluzione, comincia a imporsi nell'alpinismo il problema di


scalare d'inverno le pareti nord d'alta quota, che sono in definitiva le più
problematiche ma anche le più significative: costantemente ghiacciate, severe,
prive di sole quando le giornate sono più corte. Sarà questa la dimensione nuova
dell'avventura alpinistica degli anni Sessanta.

Molte sono le pareti nord delle Alpi, ma il meglio sta sintetizzato in un trittico
superbo: Cervino, Eiger, Grandes J0 - rasses. Tre affascinanti montagne, simboli
della bellezza, della difficoltà, nonché della storia della conquista delle Alpi.

Vinta nel marzo 1961 la Nord dell'Eiger, e superata nel febbraio 1962 la Nord del
Cervino, resisteva ai ripetuti attacchi la Nord delle Grandes Jorasses, la più
difficile e prestigiosa delle tre pareti.

L'insuccesso dei vari tentativi aveva fatto maturare la convinzione che per
scalare d'inverno questa parete occorresse adottare la tecnica himalayana, ossia la
collaborazione di alpinisti che si suddividessero i compiti dell'allestimento della
via mediante chiodi, corde fisse e tendine dislocate lungo il percorso.

il progetto, concepito appunto con metodo himalayano, viene messo in atto


nella seconda metà del marzo 1962 da quattro alpinisti di tre nazionalità diverse.
Ma è un insuccesso. Dopo quattro giorni di lavoro le cordate si trovano ancora
all'inizio dello sperone Walker. Ignoro la ragione della loro rinuncia (non fu per
maltempo) ma ho invece ben radicata in me la convinzione che la scalata
invernale della parete nord delle GrandesJorasses, proprio per quanto di
simbolico rappresenta, va rispettata. Per rispetto intendo che si debbano
affrontare le sue difficoltà soltanto nello spirito e nelle condizioni dei
predecessori. D'altra parte, che senso avrebbe scalare a ogni costo una parete
come quella delle Jorasses ricorrendo al compromesso? Non si farebbe che
spogliarla del fascino dell'ignoto, dell'impossibile, della lotta che impegna tutto
l'essere facendo emergere ciò che di meglio e di umano è rimasto in noi.

Mai come in questi ultimi tempi si è verificata nell'alpinismo una flessione


morale così massiccia. L'arrivismo non ha risparmiato neppure quelli della
montagna, che osano definire «progrediti» certi scadimenti riempiendosi la bocca
del termine alla moda di «evoluzione ». L'evoluzione, semmai, sarebbe adottare
sull'Himalaya la tecnica tradizionale e gloriosa delle Alpi.

Detesto gareggiare per una montagna. Per questo sono stato lontano dalla corsa
alle pareti nord invernali, pur includendole nei miei progetti. Provo però un tale
disgusto per la mediocrità crescente nell'alpinismo che giuro a me stesso di farmi
paladino della tradizione.

Il mio è un progetto segreto eppure, dopo l'insuccesso degli «himalayani »,


comincia misteriosamente ad affiorare il mio nome sui giornali, nella rosa
sempre più vasta dei candidati alI'« impossibile» Nord. Mi sento molti occhi
addosso e so che qualche comunicazione telefonica sui miei spostamenti corre
ogni tanto tra Ginevra, Parigi, Chamonix, Grindenwald e Monaco di Baviera. Ma il
metodo migliore per sgominare la concorrenza è quello di sorprenderla. Così,
sempre in gran segreto, già in autunno comincio una minuziosa preparazione
fisica e psicologica. Conosco lo sperone Walker per averlo già scalato in estate
quattordici anni fa, ma soprattutto conosco i miei limiti di resistenza al freddo,
alla fatica e alla solitudine in alta montagna. Questa per me è la base per poter
compiere una simile scalata. Compagno d'avventura sarà ancora il giovane
Cosimo Zappelli, con il quale ho raggiunto un buon affiatamento. Tenteremo la
nostra impresa seguendo l'onesto criterio di avvicinarci alla montagna, scalarla, e
discendere a valle, sempre con le nostre sole gambe, senza servirci di un elicottero
e di radioline varie, come invece qualcuno, precorrendo i tempi, già ne fa ampio
Montagne di una vita uso. Se nel rispetto delle premesse riusciremo nel nostro
intento, ebbene la scalata invernale alla Nord delle Jorasses sarà per noi
un'affermazione personale. Ma sarà anche un omaggio all'alpinismo consacrato,
nel cui spirito già si erano misurate le generazioni che ci hanno preceduto.

Non è scalando rocce difficili che acquisto la perfetta forma fisica, ma


praticando lo sci da discesa. Chi mi conosce non si stupisce nel vedermi
improvvisamente diventare un assiduo frequentatore dei campi di neve. La verità
è che a ogni risalita con la funivia corrisponde una discesa a «cortoraggio »,
ininterrotta, sul pendio più nascosto, accidentato, nella neve alta e peggiore.

Verso Natale, quando stimo siano buone le condizioni della montagna, parto
per l'attacco alla grande parete. Lo faccio però simulando una gita sciistica in
compagnia di tre amici lungo la Mer de GIace. Qui a un certo punto ci separiamo
e mentre gli amici continuano giù per il ghiacciaio, Zappelli e io rimaniamo soli e
prendiamo la via della capanna Leschaux. Fino a otto anni fa, era un confortevole
rifugio in uno degli angoli più incantati del Monte Bianco; ma una gigantesca
valanga un giorno l'aveva improvvisamente colpita e distrutta, riducendola a un
mucchio di travi e di lamiere contorte. Questo luogo è per noi un bivacco dove
ripararci dal vento, se non proprio dalla neve.

La sera stessa il tempo si guasta e l'indomani siamo costretti a ripiegare su


Chamonix accompagnati da una abbondante nevicata; da qui a Courmayeur, a
piedi, lungo il tunnel ancora in costruzione del Monte Bianco, poiché le funivie
sono bloccate dal maltempo.
Segue un inverno crudo e nevoso, a detta dei meteorologi il peggiore degli
ultimi cinquant'anni. È senz'altro il meno propizio per tentare un'impresa di
questa portata, ma ormai «il dado è tratto », e non voglio tirarmi indietro.

Il bel tempo ricompare finalmente un mese dopo, però con temperature da far
rabbrividire un siberiano. Splende comunque il sole, la pressione è alta, e le
informazioni meteorologiche dalla Francia e dalla Svizzera assicurano bello
stabile.

È martedì 22 gennaio. Fisso la partenza per l'indomani alle sette. A quell'ora,


puntuale, arriva a casa mia Zappelli, ma con l'aria stravolta: «Non ne posso più
dal dolore», dice, «ho un ascesso sotto la capsula di un dente ». Dal suo viso già
tondo sporge una guancia enormemente gonfia, gli occhi segnati da una notte
insonne. È un duro colpo. Così, invece della funivia dei ghiacciai prendiamo la
strada per Aosta, a cercare un dentista. Tolta la capsula e preso qualche
antibiotico, il problema sembra risolto.

Prendiamo la funivia del Colle del Gigante nel primo pomeriggio. Ma la quota e
il freddo sono i peggiori nemici del mal di denti, e al rifugio Torino la situazione
precipita di nuovo. Come continuare con il compagno in queste condizioni?
Sembra una congiura: dopo un mese e mezzo passato in attesa di prendere il via,
tutto si sfascia. Scoppio di rabbia. Zappelli soffre e mi guarda in silenzio. È
comprensibilmente avvilito, ma non rassegnato. Passa un'ora. Potremmo decidere
di soprassedere per un paio di giorni, ma gli aspiranti alla prima scalata invernale
alla Nord delle Jorasses sono troppi, e finiremmo per trovarcene qualcuno tra i
piedi. Che fare? Attendiamo ancora un po' e alla fine, nonostante l'ora tarda,
calziamo·gli sci, e giù dritti per la Mer de GIace.

il sole è prossimo a tramontare e il Dru, come un rogo, si inonda di luce rossa,


mentre le creste più basse sfumano nel cielo violetto. C'è nell'aria un silenzio
pesante, pieno di tensione: domani, forse, dovremo risalire questi pendii nevosi
lungo i quali ora scivoliamo velocemente con gli sci. Abbandoniamo la Mer de
GIace là dove confluisce il ghiacciaio di Leschaux, e nel grigiore crepuscolare
cominciamo a risalirlo. il freddo si fa pungente. Zappelli, a intervalli regolari, è
colto da acute fitte al dente. Continuiamo tuttavia il nostro cammino rifiutando di
ritirarci.

È notte fonda quando raggiungiamo ciò che è rimasto della capanna Leschaux.
Qui un mese fa avevamo sepolto nella neve una parte dell'equipaggiamento, che
ora recuperiamo alla luce delle torce elettriche. Comincia il rito della
preparazione dei sacchi. Quanto potrà durare la nostra avventura? Quanti e quali
viveri portare? Nel dubbio abbonMontagne di una vita diamo. I sacchi risultano
spaventosamente pesanti, ed è certo che non riusciremo con un solo viaggio a
trasportare l'intero bagaglio fino alla base della parete. Consumiamo in fretta e in
silenzio un piccolo pasto, poi ci sistemiamo per il bivacco al riparo delle lamiere.
Qualche pillola sedativa consente a Zappelli di assopirsi.

24 gennaio. Ci alziamo prima dell'alba: il cielo è ancora stellato, il freddo


morde, il termometro segna venti gradi sotto zero. Ancora una volta la partenza
dipende dalle condizioni del mio compagno, che adesso appare più sollevato. Ci
carichiamo sulle spalle l'intero fardello, dopo aver messo gli sci ai piedi, e
puntiamo verso la base delle Jorasses. L'aria schiarisce e la parete davanti a noi si
presenta imponente e vitrea. Un cielo metallico sembra esaltarne l'inaccessibilità.
La neve è crostosa e cedevole, sprofondiamo a ogni passo per un paio d'ore,
schiacciati dai pesantissimi zaini, e quando giungiamo alle prime rampe ci
sentiamo spezzare le spalle. Allora dividiamo il carico in due parti uguali. Una
prima metà resterà sul ghiacciaio, in luogo ben visibile, e con l'altra metà
riprendiamo l'avanzata. Inizia così un lavoro di spola, un'ora e mezzo per volta,
avanti e indietro.

Nel primo pomeriggio si alza un vento forte che spazza il ghiacciaio e solleva
nubi di polvere gelata. Continuiamo ad affondare nella neve. La crosta di
superficie dev'essere rotta a ogni passo per consentire un minimo di stabilità. In
quell'immensa solitudine bianca ci pare impossibile di essere soli ad avanzare
verso la grande parete, ambita dai migliori scalatori del mondo. Eppure, a partire
dalla Leschàux, non è apparsa alcuna impronta.

Quando stiamo per riunire tutto il nostro carico ai piedi dello sperone Walker, è
l'imbrunire. Conficchiamo nella neve le code degli sci, che abbandoneremo, poi
spianiamo alcuni metri quadrati al riparo di un verde seracco e ci disponiamo per
il secondo bivacco sulla via di avvicinamento. Sta per giungere la notte e siamo
stanchi, ma ciò non ci impedisce di fare un sopralluogo fino alla crepaccia
terminale, per renderci esattamente conto dello stato della parete che ci at- tende.
L'attacco, una lastra di ghiaccio vivo color verde sme raldo, si presenta
decisamente erto. Salgo per alcuni metri. Non posso muovere un solo passo senza
prima aver sbriciolato alcuni decimetri cubi di fragilissimo ghiaccio per posare il
piede.

Il buio ci sorprende ancora lì, ai piedi della muraglia: milleduecento metri di


picco, già difficile d'estate ma sconosciuto in condizioni invernali.

Ritorniamo al ripiano nella neve profonda per una interminabile notte di


bivacco. Un dormiveglia agitatissimo e logorante. Positivo però è il fatto che
Zappelli si sia decisamente rimesso in salute. Verso mezzanotte si alza un vento
teso, ungulato di gelo. Aspettiamo l'alba liberatrice per entrare in azione.

L'aurora ci coglie già in piedi mentre compiamo gli ultimi preparativi. Nei
sacchi a spalla sistemiamo il materiale di uso più frequente, il resto invece lo
raccogliamo in un saccone cilindrico di tela, destinato a essere issato con la corda.

Sono le otto e trenta del 25 gennaio quando iniziamo l'attacco vero e proprio
alla grande Nord. Pianto un primo chiodo di assicurazione e inizia il duro lavoro
di gradinamento sul pendio di ghiaccio. Mi trovo subito a disagio, vuoi per il
freddo che mi irrigidisce nei movimenti, vuoi per l'estrema fragilità del ghiaccio
dovuta alla bassissima temperatura; a ogni colpo di piccozza si infrange come una
lastra di vetro, irradiandosi di venature. Se non prendessi precauzioni rischierei di
precipitare insieme a ogni gradino incrinato. Salgo obliquamente per una
quarantina di metri prima di riprendere fiducia. Per un istante la montagna pare
sorridermi mostrando uno spicchio giallo di vetta illuminato dal primo sole.
Zappelli, secondo l'intesa, prima di raggiungermi abbandona nel vuoto il saccone
cilindrico che isserò in un secondo tempo. Lo vedo ondeggiare un paio di volte
come un pendolo d'orologio, e quando si ferma lo recupero tenendomi in
equilibrio sul pendio ghiacciato. Una manovra che si ripeterà infinite volte nel
corso della giornata. Tra noi ci intendiamo a monosillabi, risparmiando ogni
parola, ogni gesto che non siano indispensabili. Il vento si è calmato. L'azzurra
chiarità dell'ombra che ci avvolge è vitrea, il gelo polare, l'aMontagne di una vita
ria pare solida e sa di metallo. Sto inerpicandomi lungo uno zoccolo di rocce
ghiacciate con i guanti, ma presto dovrò levarli e salire a mani nude per avere
maggior presa.

Un evento emozionante interrompe improvvisamente la quiete. Nel silenzio


sepolcrale della montagna sale, sempre più sonoro, il rombo di un motore. Ed
ecco comparire nel cielo, verso Chamonix, un puntino scuro che il sole a tratti fa
brillare come una stella. È un elicottero e punta deciso verso di noi. Ricordo che
un amico sarebbe venuto a cercarci da lì a qualche giorno. E ha mantenuto la
promessa. Fatte alcune evoluzioni per studiare le correnti d'aria, ecco la
minuscola libellula di acciaio avvicinarsi alla parete fino a dare l'impressione di
sfiorarla. Riconosciamo sotto la cupola di plexiglas il nostro amico che ci fa cenni
di saluto. Questo incontro ci fa anche capire quanto separati ci troviamo ormai dal
resto del mondo. Ora provo disagio per la solitudine, che diventa quasi sollievo
nel vedere 1'elicottero allontanarsi. Riprendo la scalata, ma non posso evitare di
cercare con lo sguardo i nostri sci, quei pezzi di legno rimasti conficcati laggiù alla
base della parete. Sono, con noi, le sole cose estranee a questa natura
spietatamente indifferente all'uomo. D'inverno la parete nord delle Jorasses ha la
prerogativa di non lasciare mai intravedere all'orizzonte un minimo segno di vita.
Quassù non giunge altro suono che quello della bufera, altro movimento se non
quello delle tempeste e delle valanghe. Chi la scala in questa stagione potrebbe
benissimo immaginare di trovarsi per magia nella vuota Antartide o su un pianeta
senza vita.

Ci siamo intanto portati all'inizio del grande scivolo di ghiaccio. Il saccone che
ci tiriamo appresso è diventato quasi un'ossessione. L'attrito contro la roccia lo ha
lacerato in più parti, e temiamo che non possa resistere a lungo.

Verso sera credo di udire il verso acuto di una cornacchia, benché mi sembri
improbabile in questo luogo privo di esistenza. Invece la cornacchia c'è davvero e
pare anzi gradire la nostra compagnia. Nera e furtiva, veleggia armoniosamente
sul levigato fluire del vento. Con improvvise scudisciate d'ali, o sibilanti tuffi e
cabrate, abbandona e riprende a cavalcare la curva dell'aria giocando con
disinvoltura. A tratti appare sospesa nell'azzurro, immobile come fosse
aggrappata al cielo, ma subito riprende a descrivere parabole, volute e spirali di
straordinaria eleganza. Guizza con esultanza e plana in un'estasi di volo
silenzioso. Ogni tanto stride con verso aspro, e sembra compiacersi delle sue
stesse note, echeggianti nel vuoto. Quando scivola lungo i contorni della parete
mi sfiora con un angolo strettissimo, ma più sovente la sua forma spicca, fugace e
corsara, ora contro il candore dei ghiacciai, ora contro la cupola azzurra del cielo.
Dicono che la cornacchia sia un segno di malaugurio. lo trovo invece che la sua
presenza qui sia infinitamente amica.

La luce svanisce rapidamente e l'ombra caliginosa della notte ci piomba


addosso mentre sto ancora cercando un buon posto di bivacco. Finalmente,
quando è già buio, riesco a conficcare un buon chiodo di assicurazione sopra due
anguste protuberanze. Liberate dalla corazza di ghiaccio serviranno da giaciglio.
Siamo a 3200 metri circa. Ci sediamo penzolando le gambe nel vuoto e ci
imbrigliamo con anelli di corda che fissiamo al chiodo. Il tempo non ci desta
alcuna preoccupazione. Il cielo è stellato e il freddo, come sempre, siderale.
Benché ogni movimento risulti difficile, riusciamo a piazzare il fornelletto a gas e
a prepararci una bevanda. La sorseggiamo appena è tiepida, per risparmiare gas.

All'alba di sabato il barometro è sceso di alcuni millimetri. In breve il cielo si


riveste di sottili veli madreperlacei che vagano alla deriva verso sud. È un vento
ancora buono. Penso che la perturbazione sia passeggera, ma non sarà così. I
preparativi per rimetterci in azione ci assorbono più del previsto, e soltanto alle
nove e mezzo possiamo riprendere la scalata. Una settantina di metri sopra di noi
ci attende la prima grande difficoltà della parete nord: la Fessura AZ- Zaino Ma
per oggi, contrariamente al previsto, questa fessura la vedremo soltanto. Verso
mezzogiorno, infatti, i compatti veli di nubi vengono lacerati dagli artigli di una
vera e propria bufera, che comincia a sferzarci finendo per bloccarci su un
terrazzino prima ancora di giungere al difficile passaggio AZZain.
Il vento sibila mulinando il nevischio, che ci impedisce di tenere gli occhi
aperti. La polvere di gelo penetra dappertutto. Mi prende la sfiducia, temo che
dovremo rinunciare all'impresa. Passa tutto il pomeriggio e ancora non ho preso
una decisione. Sopraggiunge la notte e il vento è sempre più furioso. Nonostante
certe necessità impellenti non usciamo dai sacchi.

Alba di domenica. Luce fosca, vento ruggente, raffiche e vortici di neve, il


maltempo persiste. Sarebbe saggio abbandonare l'impresa, ma questa parete mi è
costata troppe ansie, troppi sacrifici per rassegnarmi alla sconfitta. Siamo bene
equipaggiati, e questa consapevolezza mi induce a rinviare di altre ventiquattro
ore la penosa decisione. Mascherando la tristezza con una battuta che vorrebbe
essere allegra, dico al compagno: «Perché scendere proprio oggi che è domenica?
»

La temperatura, che verso l'alba aveva toccato i trenta gradi sotto zero, nel
primo pomeriggio accenna a mitigarsi. Il vento cade, e prima di sera il barometro
sale di cinque millimetri. Questi sono indizi di buon tempo, la nostra costanza è
dunque premiata. La certezza di poter riprendere la salita ci ridà allegria, e dopo
aver salutato l'amica cornacchia che ha ripreso a volarci intorno ci disponiamo al
terzo bivacco in parete.
Siamo rimasti fermi, appesi allo stesso chiodo, per oltre quarantatré ore.
Spunta la quarta alba e siamo ancora a quota 3300. Ci sentiamo però in piena
forma fisica e morale. Nella notte ho maturato una decisione importante per la
riuscita dell'impresa. Il saccone appesantisce e rallenta il nostro cammino. Lo
abbandoneremo appeso a un chiodo dopo aver prelevato i viveri necessari per
compiere un blitz che stimo non durerà più di tre giorni, a partire da questo
momento. Dovremo quindi superare entro questo breve termine i novecento
metri di parete che ci sovrastano. Dopo tutto, stando alle indicazioni del
barometro, il bel tempo sta tornando. Un carico alleggerito favorirà sicuramente
l'ascesa; anche se gli zaini a spalla d'ora in poi saranno molto più pesanti.

Verso le otto siamo pronti a scattare. La Fessura Allain mi mette subito a dura
prova, sia perché ho i muscoli intor piditi da quasi due giorni di gelida immobilità,
sia anche perché le difficoltà tecniche non ci consentono di tenere i guanti. Al
primo contatto con la roccia e con il ferro dei chiodi, provo la sensazione di
afferrare corpi roventi. Zappelli, appena estrae il primo chiodo dalla roccia, nella
foga di una manovra se lo mette inavvertitamente in bocca: come si toglie quel
corpo gelido rimasto incollato alle labbra umide, se le ferisce a sangue. I giornali,
riferendosi a questi giorni (lo leggerò al mio ritorno), parlano di «una quinta
ondata di gelo polare che ha investito la Penisola », e nel basso modenese
vengono registrate temperature di meno venticinque gradi.
Il superamento della Fessura AIlain, un tratto di soli trenta metri, richiede ben
due ore di sforzi. La parete è liscia e strapiombante, i chiodi entrano a fatica nelle
fessure intasate di ghiaccio, e sono insicuri. Il peso del sacco sulle spalle strappa
maledettamente in fuori, le mani sono pressoché insensibili, e così infagottati ci
troviamo impediti nei movimenti. Poi, superato il primo impatto con la scalata,
tutto in noi torna a rispondere perfettamente. Ad attenderci adesso è un lungo
tratto di ghiaccio vivo che richiede un duro lavoro di gradinamento. TaIe è la
fatica che arrivo per- sino a surriscaldarmi.

Sono le undici e trenta e sto per affrontare la seconda grande difficoltà della
parete: il diedro di 90 metri. Le rocce qui presentano zone spoglie di neve, ma
subito dopo ecco apparire spesse incrostazioni rimaste incollate persino agli
strapiombi. Compiendo ampie spaccate devo prima ripulire questi tratti glaciali
alla ricerca di appigli e di fessure. Bastano un paio d'ore per sbucare al di sopra del
grande diedro. Ora ci innalziamo su placche levigate e quasi costantemente
corazzate di ghiaccio. Il nostro morale e la scioltezza nei movimenti hanno
raggiunto un tale livello che non soffriamo più né il freddo né il peso del sacco. Ci
dimentichiamo persino di mangiare, e neppure risentiamo del fatto che da cinque
giorni praticamente non dormiamo. Siamo dunque in perfetta forma e il cielo è
tornato terso. Per la prima volta sento in cuor mio la certezza che ce la faremo.
Alle quattro del pomeriggio siamo a quota 3600, sotto il famoso passaggio a
pendolo, chiave di volta dell'intera scalata. La via si presenta improvvisamente
sbarrata da una placca di rocce lisce e strapiombanti. Allora con l'aiuto di un
chiodo, al quale appendo una fune, mi calo nel vuoto per una decina di metri. Poi,
sempre restando con le mani afferrate alla corda, prendo lo slancio e mi butto in
un'ampia pendolata a destra, correndo perpendicolarmente sulla parete come se
mi muovessi in un mondo privo di gravità. Raggiungo così alcune asperità
rocciose sulle quali mi aggrappo, al volo, e quindi mi inerpico fino a raggiungere
un terrazzino. Il compagno ripete la stessa manovra aiutato dalla fune che ci lega
e che tengo tesa e ben salda. Ora sfilerò la corda dal chiodo, recuperandola. Ecco
fatto. È un momento cruciale perché una volta «tagliato il ponte» ci si trova
isolati da tutto quello che sta sotto e impossibilitati a ritirarsi lungo la via appena
percorsa. Ma in noi c'è una tale carica da sentirci come catapultati verso l'alto.

Il sole pomeridiano, dopo aver fiammeggiato sulle vette, muore lentamente


come un tramonto di candele. Ma noi continuiamo a salire per altri quaranta
metri, fino a quando ci imbattiamo in una grossa scaglia rocciosa incrostata di
ghiaccio. La liberiamo a colpi di piccozza e lì ci ancoriamo con le corde per
passarvi la nuova notte di bivacco. Sarà scomodissima, dovendo restare eretti e
addossati alla scaglia. Anche stasera sul pallido viola dell'orizzonte le prime
ombre avevano cominciato a dipanarsi, e la notte aveva preso a salire dal basso
come acqua scura che sommerge tutto. Indugiamo. Le prime stelle brillano a
migliaia sospese nel cielo di cobalto. Sopra di noi sporge la massa scura delle
temibili placche nere. Un altro giorno è passato e un'altra notte è discesa: la sesta.
Dovendo restare in piedi e inchiodati alla scaglia, non abbiamo la minima
possibilità di variare la nostra posizione. Riusciamo tuttavia a mangiare qualcosa,
e persino a sciogliere un po' di neve sul fornello, tenuto con un braccio in
equilibrio sulla scaglia. È un'operazione lunga e difficile dovendo ogni tanto
infilare la bomboletta sotto gli indumenti per sciogliere il gelo che tende a
bloccare l'erogazione del gas, e a spegnere la fiammella.

In questi giorni ho ripensato spesso alla mia precedente estiva del 1949. Avevo
diciannove anni, come il mio compagno di cordata Andrea Oggioni. Tuttavia ci
cimentavamo su quella che all'epoca era reputata la più difficile parete del
mondo. Soltanto quattro cordate l'avevano scalata prima di noi, da quando, nel
1938, Cassinspositoizzoni l'avevano vinta per primi. Ricordo quei giorni come i
più intensi della mia vita, e anche i più esaltanti, nonostante la nostra indigenza.
Era l'immediato dopoguerra ed eravamo così poveri da non possedere neppure un
comune passamontagna. Tanto che dovemmo sostituirlo con un sacchetto di
cotone, quello del pane, dopo avervi aperto due fori per gli occhi. Anche i nostri
zaini erano per lo più residuati di guerra ac- quistati sulle bancarelle. La corda,
l'ho già detto, era una fune di canapa e i chiodi li avevamo ricavati da una barra di
ferro e poi modellati sul fuoco a colpi di martello. Le vitamine per affrontare una
prova come questa, ce le avevano fornite una mezza dozzina di mele e qualche
pomodoro che andò subito schiacciato nello zaino. Eppure ci sentivamo i ragazzi
più agguerriti e felici del mondo. Ricchi di voglia di vivere.

Nonostante il disagio siamo di buon umore, e riusciamo persino a scambiarci


qualche battuta scherzosa. Cediamo poi alla sonnolenza. Nel dormiveglia ho la
sensazione di scivolare, ma è un sogno e non accade nulla. Zappelli sonnecchia.
All'improvviso sale un urlo, un mio urlo che ci sveglia entrambi di soprassalto: mi
trovo penzolante in un groviglio di corde. Come una premonizione il sogno era
diventato realtà; stando così malamente addossato alla scaglia i miei piedi erano
scivolati sul ghiaccio ed ero finito appeso alle corde un metro più in basso. Riesco
comunque a sistemarmi in quella nuova posizione.

Nell'attesa di riaddormentarmi mi guardo attorno. Sull'Aiguille Verte una


grande macchia scura invade il cielo stellato. Consulto il barometro: è in lenta
discesa. Il tempo sta per tradirci nuovamente. Da questo momento le ore che ci
dividono dall'alba trascorrono angosciose: riusciremo, a superare la seconda metà
della parete prima della tormenta?
Ai primi albori del martedì già ci muoviamo sugli strapiombi delle placche nere.
Questa mattina gli sci abbandonati ai piedi della parete mi appaiono assai piccini,
fragili e irraggiungibili. Lunghi nuvoloni scuri galleggiano nel cielo all'orizzonte,
muovendo da nordest: segno di tempesta vicina. La precede un forte vento che ci
ostacola enormemente. La situazione è cambiata, dovremo giocare il tutto per
tutto a carte scoperte.

Per avanzare più spedito sono costretto a togliermi i guanti e a limitare al


massimo i chiodi di assicurazione. Incalzano le difficoltà e procedo quasi sempre
in arrampicata li- bera, affidato alla presa delle mani. La temperatura è
rigidissima. Nell'aria c'è ora un biancore slavato, sospeso su una salamoia di toni
grigi. Come in una fuga nulla dovrà fermare la nostra corsa verso l'alto.

Passiamo così le placche nere e anche le ripide rocce sovrastanti, poi la cresta a
dorso di mulo, il nevaio superiore, il camino rosso. E qui il giorno sta di nuovo
per abbandonarci. Noto appena un tramonto con bagliori di fuoco sospeso tra le
nebbie, in un clima siderale. La tempesta ci è addosso. Alcune raffiche di
nevischio già ci avvolgono con soffocante turbinio. Il termometro, che porto sul
petto, appare bloccato sui meno trentacinque, ma scenderebbe ancora se la
lancetta non toccasse il fondoscala. Fermarsi equivarrebbe alla paralisi. Abbiamo
paura. Dobbiamo assolutamente superare tutte le difficoltà che ci separano dalla
vetta prima che annotti. A costo di ritrovarci a bivaccare un'altra volta sospesi a
un chiodo.

Quasi alla cieca superiamo la traversata orizzontale sotto la torre rossa, a quota
4050, e passiamo anche lo strapiombante camino che segue. Poi anche l'ultima
incerta luce si sfalda e non si distingue più nulla, all'infuori della striscia bianca
della fune che ci unisce. Mi slego dalla corda, la aggancio a un chiodo che a
tentoni ho piantato sopra il camino e calandomi raggiungo Zappelli, che attende
attanagliato dal gelo. In quel punto, senza andare tanto per il sottile, ci
sospendiamo all'unico ancoraggio esistente, ossia alla corda che pende dall'alto.
Entriamo quindi nei sacchi da bivacco, che sembrano aver perso ogni funzione di
riparo e si gonfiano di vento come palloni.

La bufera esplode. Veniamo sballottati di qua e di là e i piedi perdono presto la


sensibilità. Dentro il sacco il vapore del fiato si condensa istantaneamente e crea
un maschera di ghiaccio intorno ai nostri volti. Passiamo il tempo a batterci i
piedi e a massaggiarci ogni parte del corpo. Addormentarsi? Significherebbe non
risvegliarsi più! È tale l'angoscia che non abbiamo il coraggio di fare congetture.
Penso soltanto a quanto misero è l'uomo di fronte alle forze della natura. A tratti,
chiudendo gli occhi, ho la sensazione di trovarmi su un relitto portato alla deriva
da un mare in tempesta. li vento brutale si schianta contro la parete con il fragore
di un'on- data, i cui spruzzi sono aghi penetranti. Mi sento come un naufrago: la
zattera è la corda che ci trattiene al chiodo. Inutile dire che la notte sembra
eterna.

L'alba che segue è livida. li ghiacciaio di Leschaux è scomparso. La cappa


plumbea preme su tutta la montagna. L'Aiguille Vette e il Dru appaiono a brevi
tratti come fantasmi lontani. Siamo a soli centotrenta metri dalla vetta, eppure ci
sembra irraggiungibile. Ma che sarebbe di noi se ieri sera non avessimo raggiunto
le rocce finali? Con grande fatica ri- prendiamo la scalata. La bufera si avventa
sulla montagna ruggendo e strappando lastre di ghiaccio dalla cresta sommitale. I
piedi e le mani stentano a obbedire ai nostri comandi. Eppure dobbiamo superare
quest'ultimo tratto. Voglio assolutamente-arrivare, voglio assolutamente vivere!

Le mie mani adesso non sfiorano più i gelidi appigli ma li stringono come
morse. Non è più una semplice scalata, ma una lotta estrema per sopravvivere.
Ecco la cornice nevosa della vetta. Ancora trenta metri di rocce saldate dal gelo.
Segue una placca di granito liscio, frangiata di spessa brina. Le mani s'incollano
su questa placca, stringo i denti dal dolore, ancora un acrobatico volteggio poi,
spettrale sopra di me, si protende un gigantesco ricciolo di neve. Sembra una di
quelle visioni che si incontrano passando dallo stato di veglia al sonno. li suo lato
sinistro ha una trasparenza verdastra. Cerco di romperla per uscirne fuori, ma
una raffica di sinibMontagne di una vita bio mi acceca. Quasi a occhi chiusi, con
le palpebre incollate dal ghiaccio, alzo la piccozza e la conficco al di sopra della
cresta. Un attimo dopo mi rotolo dall'altra parte: sono sulla vetta delle Grandes
Jorasses.

Mi rizzo in piedi. Il vento mi spinge via. Muovo alcuni passi per stare in
equilibrio, quasi incredulo di non dovermi aggrappare con le mani da qualche
parte. Mi sembra impossibile che in un minuto soltanto si possano vivere realtà
così diverse: dinnanzi a me la liberazione da una lotta che dura da sette giorni;
dietro, l'incubo di una conclusione tragica quando ormai tutto sembrava risolto.

Non vedo il mio compagno ma ne immagino ogni gesto: il volto incorniciato di


gelo, si aggrappa alle ultime scaglie ghiacciate, è preso dall'ansia di fare presto
come per fuggire a un demone che lo insegue, ma si affretta per vedere al di là,
verso il chiarore del versante italiano. Ha sete di luce, di profili orizzontali, di volti
e di ricordi, non sente che il desiderio di arrivare sulla cima per discendere subito
a valle. Così, un minuto prima, ero io.

Ecco, anche Zappelli è sbucato dalla frangia nevosa della vetta. Il suo sguardo
esultante s'incontra con il mio. Ci abbracciamo. Anche la corda si rilassa per un
momento: l'arco che fino adesso era teso sul precipizio si affloscia magicamente
ai nostri piedi, in anelli disordinati. Tutto questo dura pochi attimi: il gelo ci
paralizza, il vento ci ricaccia le parole in gola. Voglio fermare questo momento di
vita in un luogo dove la vita non può esistere e ci fotografiamo l'un l'altro con la
macchina incapsulata in un blocco di ghiaccio: chissà se vedremo questa
immagine? Poi fuggiamo via barcollando. Guardo l'orologio, sono quasi le dieci. Il
fondovalle si indovina appena fra i turbini tempestosi. Nuove preoccupazioni
prendono il posto di quelle che ci hanno accompagnato sinora. Non più la
verticalità, la roccia sfuggente, il pericolo di rimanere bloccati sulla parete; c'è
invece la minaccia delle slavine e dei pendii nevosi, che sembrano innocui ma che
potrebbero aprirsi in una voragine, o trasformarsi in un labirinto dove è facile
scomparire nella tormenta.

Mentre discendiamo la calotta ghiacciata delle Grandes Jorasses, lo stridore dei


ramponi vince il clangore del vento, sempre meno rabbioso. Il ghiaccio ora cede il
posto alle rocce ammantate di neve, che non costituiscono problema.
L'attraversamento del canalone Whymper mi procura qualche apprensione, ma la
temuta valanga non si stacca. Continua però a nevicare. Temo un altro bivacco,
sepolti nella tormenta. Alle Rocce del Reposoir ho una buona idea: compiere due
calate a cordadoppia e poi filare giù dritti per il ghiacciaio. Qui la neve è alta e la
visibilità scarsa. Affondiamo fino alla cintola, brancoliamo come ubriachi per
aprirci un varco, lasciando dietro di noi un solco profondo. Ma perdiamo quota
rapidamente. Il termometro segna ora quindici gradi sotto zero, quasi caldo. Mi
slaccio la giacca imbottita e penso a quanto tempo l'ho tenuta addosso. Quando
me la sono messa? Sette giorni fa, verso le tre del pomeriggio: ero sulla funivia
che porta al rifugio Torino. Alla capanna delle Grandes Jorasses non ci fermiamo,
anzi non la raggiungiamo neppure ma filiamo giù dritti per i canaloni delle
valanghe, e così fino in fondo alla val Ferret. Ci sarà qualcuno ad attenderci,
penso. Invece non si vede traccia umana, la neve è vergine come sul ghiacciaio
delle J 0 - rasses. Non posso crederci, né riesco a trattenere un'imprecazione.
Sono le diciassette e trenta e fa ancora giorno. Per colmare quei pochi chilometri
di strada, dove sepolto sotto la neve corre il manto asfaltato, ci vorranno circa tre
ore: una beffa! Quando entriamo nel bar che si incontra arrivando a Entrèves -
ultimo avamposto al di là del quale, d'inverno, a quel tempo era il nulla - la gente
si sorprende della nostra apparizione. Ci chiedono: «Ma, non dovevate arrivare
domani? » Alzo gli occhi al televisore e capisco: con aria grave un esperto di
alpinismo sta dicendo che, salvo complicazioni, Zappelli e io raggiungeremo la
vetta delle Jorasses domani.

Chiamo un taxi che mi porti a casa. È il colmo, anche qui nessuno mi aspetta.
Per una buona ora resto chiuso fuori dalla porta. È il mio ottavo bivacco.
Frane e bufere sullo sperone Whymper (1964)

7 luglio 1964. È la quinta volta nelle ultime due estati che risalgo il ghiacciaio
Leschaux con il proposito di attaccare !'inviolato sperone nord della Punta
Whymper, sulle Grandes Jorasses. Ogni volta il maltempo, il disgelo o la bassa
pressione erano sopraggiunti prima ancora che arrivassi alla base della parete;
fatta eccezione per l'anno scorso quando ebbi il piacere di valicarne almeno la
crepaccia terminale, per poi rientrare di corsa.

Seducente e al tempo stesso repulsiva, la Nord delle Jorasses raggiunge l'apice


della sua orrida meraviglia sugli speroni Walker, Whymper e Croz. A differenza
degli altri due, che scoscendono parallelamente sui due lati, lo sperone Whymper
precipita verticale dalla sommità per fondersi, nella metà inferiore, in una tetra
gola rientrante. Proprio questa concavità conferisce alla parete il massimo grado
di pericolosità. Qui la presenza del sole risulta quasi nulla, vi convergono invece
le scariche di tutte e tre le punte sommitali.

Mi sono appassionato a questo itinerario perché, a mio avviso, possiede tutti i


requisiti per costituire un grande problema alpinistico d'alta montagna. Le
difficoltà sono dunque grandi ma del tipo tradizionale, e l'ambiente è austero. Lo
sperone Whymper rappresenta l'alfa e l'omega dell'appassionante conquista delle
Grandes Jorasses.

Fin dal 1931, quando l'intera vasta parete nord era ancora da esplorare, fu
proprio questa cavità glaciale a imporsi per logicità agli specialisti Brehm e Rittler
che ne tentarono per primi la conquista. I due morirono precipitando nel corso
della scalata. Qualcuno, accingendosi a ritentare l'impresa, ne trovò i corpi alla
base della gola ghiacciata. Da allora nessuno più aveva osato riaccostarsi a quella
via.

Ora è il mio turno. È ancora notte, tutto è fermo, lo stillicidio delle stalattiti di
ghiaccio risuona nell'aria immobile. Eppure in quest'ora che precede l'alba, si
dovrebbe « udire» la morsa del gelo che blocca ogni cosa. C'è qualcosa che non va,
lo sento, per questo non mi decido ad attaccare. Succede così che appena spunta
l'alba, con decisione brusca e quasi irrazionale, faccio dietrofront e ritorno sui
miei passi.

Sulla via del rientro lungo la Mer de GIace, ormai in pieno giorno, noto un
grande andirivieni di elicotteri intorno all'Aiguille Verte, Apprenderò poi che in
quella prima ora, per me piena di sospetto e di incertezza, era accaduta una
tremenda sciagura alpinistica, forse la più grave che il disgelo avesse mai
provocato. Era awenuta sul versante nord dell'Aiguille Verte, quando l'improwiso
crollo di una cornice di neve aveva strappato giù dalla montagna quattordici
persone tra allievi e istruttori della famosa Scuola nazionale d'alta montagna di
Chamonix. C'era tra questi anche il campione del mondo di sci Charles Bozon.

Il 24 luglio torno alla base della Whymper, e questa volta sono solo, obbedendo
a un impulso di passione e risentimento assieme per quella che per me era stata
fino a oggi una via inawicinabile. Attacco dunque la parete e comincio a
innalzarmi tra le sue maglie infide, tessute di ghiacci ripidi e fragili.

Nella severità di questi profili ritrovo subito l'esaltazione della lotta estrema
affrontata in solitudine, condizione in cui emozioni e sensibilità vengono
amplificate. Sono tanti i pen- sieri che attraversano la mia mente. C'è un
momento in cui sorrido, ricordando le parole di chi, intendendo colpirmi, mi
aveva attribuito «il fanatismo dei profeti e 1'ostinazione dei maniaci », e aveva
definito il mio operato «audacia fine a se stessa, stupidamente sterile ». Non
conosco quel mio detrattore, ma dal suo discorso apparso su un giornale desumo
che debba far parte di quella schiera di socialmente frustrati, costretti dalla vita
come bestie in gabbia. Obbligati a vivere in scatola (l'ufficio, la macchina ecc.).
Forzati a rincorrersi nel recinto dei falsi miti. Tiranneggiati da effimere illusioni
che oggettivano l'uomo riducendolo a un numero. Soltanto Montagne di una vita
uno sconsiderato «uomonumero », infatti, può ragionare in tal modo.

A poco a poco mi sono innalzato nel cuore della Whymper. Cinquecento metri
di parete lucida di gelo sfugge sotto i miei piedi e altri duecento di tremenda
muraglia sembrano cascarmi addosso, con certi rigonfiamenti strabocchevoli di
neve, densi come schiuma di birra appena spillata.

Immerso com'ero nei miei pensieri scopro tutto questo quasi di colpo. È
lampante che in tali condizioni di innevamento non sia possibile continuare.

Scendo tristemente, e al tramonto scelgo un ripiano roccioso per il bivacco.


Soltanto con il gelo dell'alba sarà possibile calarsi lungo la rischiosa gola di
ghiaccio.

Per rompere l'incantesimo di quei ripetuti insuccessi sullo sperone Whymper, il


30 luglio risalgo il Trident di TacuI lungo il vergine spigolo nord. È una bella
arrampicata che va su dritta per un granito compatto, aereo e difficile. Il mio
compagno, il campione di sci Livio Stuffer, si rivela anche forte scalatore. Ritrovo
cosÌ quell'allegria che la Whymper aveva spento.

Non trascorre che un giorno ed ecco apparire all'orizzonte l'opera della miseria
umana. È il 31 luglio 1964, decimo anniversario della conquista del K2, cui ho
preso parte. Della ricorrenza ne approfitta un quotidiano di ampia diffusione il
quale, imbeccato da chi certo non mi ama, spara una « notizia sensazionale». In
quell' articolo si dice, e poi si ribadisce il giorno seguente, che la mia condotta
nell'impresa fu quella di uomo vile, traditore, incosciente, inesperto, mentitore,
ladro. Che mai si potrebbe dire di peggio di un uomo? Qui si esaurisce la mia
tolleranza. Sento di non poter più condannare in silenzio chi mi colpisce
bassamente; occorrerà una punizione adeguata. Mi appello dunque a un tribunale
formulando una querela per diffamazione. Riavrò pubblicamente giustizia due
anni più tardi quando il tribunale, udite le testimonianze e confrontati i
documenti, riconoscerà la verità che ho già raccontata in un capitolo del libro Le
mie montagne.

Non mi perdo nelle sacche dell'odio, dove vorrebbe indurmi una certa stampa,
invece mi immergo con passione nella lotta per la conquista dello sperone
Whymper.

Ritorno sotto la parete una settima volta. li maltempo mi ributta ancora, ma


non importa. Ve ne sarà un'ottava. A casa c'è l'amico ginevrino Michel Vaucher
che non vedo da un anno. Nell'ardore del momento, per esprimergli la mia
amicizia, lo faccio partecipe del mio progetto. Gli parlo così delle mie vicissitudini
sulla Whymper e delle mie speranze di riuscita. Poi, avendo colto nei suoi occhi
un lampo di entusiasmo, gli dico con slancio: « Vuoi essermi compagno nel
prossimo tentativo? » La sua risposta è ovviamente affermativa, e la gioia che lo
invade è pari alla mia.

Alle tre del mattino di giovedì 6 agosto, le nostre lampade frontali illuminano i
profili di ghiaccio del pauroso attacco. Tutto è fermo, attanagliato dal gelo. In
pieno giorno, invece, questo luogo è un inferno per le incessanti cadute di sassi.
Comincio a lavorare di piccozza nel ghiaccio vivo per intagliare gradini. Quasi
d'improvviso sparisce il gelo, cosa poco rassicurante. li peso che portiamo sulle
spalle comincia a farsi sentire. Sono sacchi da grande impresa, contengono chiodi,
moschettoni, staffe, martelli, sacchi da bivacco, fornello e viveri per vari giorni.
Due corde da quaranta metri ci legano in vita, i ramponi li abbiamo ai piedi, la
piccozza alla mano, 1'acqua la otterremo fondendo neve e ghiaccio.

L'alba ci coglie a 3100 metri di quota. Procediamo in silenzio, quasi


automaticamente: io intaglio gradini nel ghiaccio e il compagno segue a ogni
lunghezza di corda. Nel cielo ormai chiaro brilla ancora una stella appena sopra la
Punta Whymper: Venereo Ricordo un astro altrettanto luminoso che mi era
apparso un'alba di tanti anni fa, mentre scalavo il Cerro Adela nella Patagonia
australe. Quella volta mi fu di buon augurio. Ma l'incanto del bel ricordo è subito
rotto da una scarica di pietre. Tuttavia in questa zona iniziale le condizioni della
parete sono ottime. È la prima volta che Michel e io ci troviamo su una grande
montagna, eppure il nostro affiatamento si rivela subito perfetto. Sento che dopo
Montagne di una vita tanti sfortunati approcci stavolta esistono le condizioni
ideali per vincere la parete.

Ci innalziamo adesso su rocce relativamente sgombre di gelo; la gola glaciale


sta ormai sotto di noi. Qui procediamo a comando alternato, vale a dire che a ogni
lunghezza di corda ci scambiamo il ruolo di capocordata. La scalata diventa cosÌ
più svelta e anche meno impegnativa, benché io non abbia l'abitudine di
arrampicare con una corda che mi penzola davanti. Devo anche aggiungere che
generalmente non ripongo mai completa fiducia nel compagno che si muove
sopra di me. Ma con Vaucher è diverso. Anche Vaucher, come Pierre Mazeaud e
Carlo Mauri - amici e compagni di tante imprese alpine ed extraeuropee - sa
infondermi totale sicurezza, tanto che quando è il suo turno di capocordata è
come se mi trovassi al suo posto.

li tempo si mantiene splendido. Lo sperone Walker, parallelo a noi a poche


centinaia di metri soltanto, appare brulicante di cordate. C'è un tale via vai di
gente da sminuirne l'austerità. È una vera processione di alpinisti quella che si
profila sulla Walker, come un'interminabile fila di formiche su un tronco d'albero.
Incredibile, rispetto all'assoluto isolamento in cui si trovava un paio d'anni fa,
quando ne compimmo la scalata invernale. Di questi alpinisti c'è chi scompare
dietro la vetta e chi invece è appena giunto all'attacco. Parlano e gridano nelle
lingue più diverse. L'unico suono che non giunge mai è quello del martello su un
chiodo: evidentemente la parete dev'esserne ormai rigurgitante. Giudicando da
quassù dove ci troviamo, la Walker appare un luogo di allegra scampagnata.

Alle dieci del mattino arrivo al pianerottolo del mio bivacco solitario di due
settimane fa. Vi ritrovo intatti un pacchetto di zucchero e due di biscotti. Decido
di concederci qualche minuto di riposo. Quando Vaucher, venti metri più in
basso, si appresta a raggiungermi gli grido di spostarsi alla sua sinistra, dove potrà
raccogliere acqua nella borraccia attingendo a un rigagnolo. L'ho appena
assicurato tendendogli la corda quando due grossi massi si abbattono sulla roccia
poco più sopra frantumandosi. Una pioggia di pietre rim balza nella nostra
direzione. «Michel! » urlo, e mi appiattisco contro la parete. Un soffio simile a
un'esplosione smuove il mio piede destro. Una pietra si è schiantata lì, a due
centimetri, e va poi a sfiorare Vaucher, più in basso. L'amico resta
prodigiosamente incolume, però il sasso ha colpito le due corde, mollemente
ammucchiate sul ripiano vicino a me, riducendole in cinque pezzi. Il capo di ogni
spezzone di corda, tranciata dalla pietra, è come fuso e scotta ancora. Mi chiedo
che ne sarebbe stato del mio piede, se l'avesse centrato, ma penso anche al mio
bivacco di quindici giorni fa, su questo pianerottolo.
Il problema ora appare grave e di urgente soluzione. Fin qui non abbiamo
percorso che un quarto di parete, e le nostre funi sono fuori uso: il pezzo più
lungo che ci è rimasto misura ventidue metri circa. Che fare? Per continuare
dovremmo annodare assieme gli spezzoni più lunghi, i cui nodi ovviamente non
scorrerebbero nei moschettoni. CosÌ facciamo comunque, riprendendo la scalata
in modo rocambolesco.

Il sole che per un'ora ci aveva raggiunti di striscio ora è scomparso dietro la
cresta delle Jorasses. Non lo rivedremo più per il resto della giornata. L'aria è
tornata gelida e la parete s'è fatta più severa. Procediamo sempre lungo
l'itinerario già seguito nel mio tentativo solitario, schivando alcune scariche
ritardatarie, e gradinando pazientemente lastre di ghiaccio ertissime. È
pomeriggio avanzato quando arriviamo alla quota massima che avevo raggiunto
precedentemente. Poco più sopra - tocca a Vaucher essere in testa - egli grida:
«Walter, eri arrivato fin qui?» «No », rispondo, «il mio limite era qui dove mi
trovo. » «Eppure qui c'è un chiodo! » ribatte l'amico. Eccolo infatti, ben
conficcato nella roccia. È un chiodo storico, di vecchio tipo e arrugginito, risale
certamente al tragico tentativo di Brehm e Rittler. Vaucher tenta di levarlo a colpi
di martello, ma il chiodo resiste. Incredibile ma vero è ancora saldamente infisso.
Decidiamo allora che rimanga lì dov'è, come muto ricordo di chi è caduto forse
proprio in questo punto, trentatré anni fa.
Le poche ore che ancora restano della giornata non hanno storia. A sera ci
troviamo abbarbicati su due scaglie Montagne di una vita rocciose, protetti da
un'enorme sporgenza. Ci prepariamo al nostro primo bivacco, dopo aver fissato
due spezzoni di corda, che domattina faciliteranno la ripresa della scalata. Il
tempo si mantiene ottimo. Le prime ombre hanno fermato la chiassosa
processione sulla Walker. L'intera montagna è tornata finalmente silenziosa.

Ce ne stiamo ognuno appollaiato sulla propria scaglia, senza parlare. Vaucher è


sistemato una quindicina di metri sotto di me. Ci addormentiamo nel buio che ci
avvolge.

Mi sveglio di colpo: la roccia trema come scrollata dal terremoto. Provo la


sensazione spaventosa di precipitare. No, è la montagna che si sta sfasciando
sopra di me. Verso l'alto, nelle tenebre, vedo arrossarsi la parete, come se
improvvisamente fosse diventata una colata lavica. Tutto si sfascia nell'impatto e
si incendia per attrito. L'aria è lacerata da un tuono incessante. È un attimo, e la
cascata di fuoco mi è sopra, e incredibilmente mi scavalca. Intravedo un paio di
blocchi scuri, grandi come vagoni, che rimbalzano e lampeggiano qui a lato. Mi
accorgo di urlare, affondo la testa tra le spalle, contro la roccia, per scomparire in
essa. Non penso, aspetto e basta. Tutto s'imprime nella mente. Una massa d'aria
mi schiaccia contro la parete, togliendomi il respiro.
La cascata di rocce e di fuoco è passata, è già laggiù verso il ghiacciaio. Anche il
rombo ora si attenua fino a cessare. Miracolosamente mi ritrovo incolume,
seppure coperto di polvere di roccia e di ghiaccio. Nell'aria è rimasto l'odore acre
dello zolfo. Ma di Vaucher, che ne è di lui? Urlo il suo nome. E lui risponde
gridando il mio. È illeso. La montagna è tornata immobile e muta come se nulla
fosse accaduto, ma il tumulto dentro di noi stenterà a scomparire.

Alle prime luci dell'alba vedo la parete letteralmente dragata. Rilievi e concavità
sono cancellati, raschiati via dalla frana. Il ghiacciaio laggiù appare nero e piatto
per centinaia di metri verso valle. Alla base della parete sono sparite persino le tre
larghissime crepacce, falciati via i seracchi. Mi sporgo nel vuoto per capire. Ecco
dove si è staccata la massa rocciosa. Un intero sperone alto forse centoventi metri
risulta mancante. Non esiste proprio più. Al suo posto c'è un'ampia abside di
roccia chiara, orlata di ghiaccio. È evidente che il crollo è accidentale, prodotto da
una lenta e naturale lesione dell'intera nervatura granitica, già in atto chissà da
quanti anni. Ora però dovremo procedere lungo la traiettoria della frana, i cui
lastroni appaiono piallati. A preoccuparmi sono alcune placche sporgenti, come
incollate sui bordi della frana. Si staccheranno sicuramente con l'alzarsi della
temperatura.Perciò partiamo subito approfittando del gelo, prima che il sole
possa sfiorare la parete.

Il disgelo invece sopraggiunge prestissimo. Ci troviamo ancora lungo il tratto di


corda tesa ieri sera, quando parte la prima bordata. Ci manca per pochi metri. Alzo
la testa per assicurarmi che non venga giù altra roba e... bang! Resto fulminato.
Un sasso ritardatario mi ha colpito in piena fronte e per poco non mi ribalta giù.
Privo di assicurazione resto attaccato alla corda fissa con le sole mani. Il sangue
mi cola negli occhi e mi acceca. Il dolore mi impedisce ogni movimento. Temo di
svenire, di allentare la presa. Vaucher che si trova dieci metri sotto non può
aiutarmi. Mi controllo a gran fatica, e poco dopo riesco a issarmi a forza di
braccia. Però continuo a non vedere, per il sangue che mi riempie gli occhi.
Raggiungo finalmente il chiodo. Ora sanguino anche dal naso. Stacco un pezzo di
ghiaccio e lo porto sulla fronte, sulla testa, sotto il naso, ma senza alcun effetto.
Non so come arrestare l'emorragia. Allora ridiscendo fin dove sta Vaucher, e
caliamo ancora fino alla scaglia del bivacco. Qui l'amico può incerottarmi alla
meglio. Stando a cavalcioni su una scaglia sporgente riesco a piegare la testa
all'indietro, e in quella posizione rimango a lungo immobile. Dapprima il sangue
mi chiude la gola, poi si arresta. Intanto le pietre continuano a cadere.

Finalmente il sole gira dietro la cresta, la temperatura si irrigidisce e le scariche


diminuiscono. Ritentiamo l'avanzata. Sono già le 9.30, dovremo procedere
rapidamente prima che il mostro torni a svegliarsi.

È difficile aggrapparsi a un impasto di sabbia che soltanto il gelo può trattenere


sulla roccia abrasa, d'altra parte Montagne di una vita non esiste altro. A
mezzogiorno arriviamo in una nicchia che si trova poco sotto il lato destro della
frana. Qui dobbiamo fermarci, perché le scariche sono frequenti. Il tempo si
guasta. Verso le quattordici ci investe una grandinata che dura fino alle diciotto.
Subentra il gelo, ma ormai è tardi, conviene rimanere ancorati qui per il nuovo
bivacco. Come avevamo fatto la sera precedente, fissiamo due spezzoni di corda
lungo il tratto sul quale avanzeremo domattina. Quello che ci sovrasta è una
specie di budello ghiacciato che finisce sul bordo culminante della frana. Saremo
a circa 3700 metri di quota. Nell'intera giornata non abbiamo guadagnato che un
centinaio di metri di dislivello. Naturalmente non pensiamo di ripiegare, anche
perché gli spezzoni di corda disponibili sono troppo corti. Calarsi lungo la zona
abrasa - praticamente l'intera parete sottostante - sarebbe pazzesco.

Bivacchiamo dunque per la seconda volta e in posizione assai scomoda rispetto


alla notte scorsa. Riusciamo tuttavia a dissetarci raccogliendo con un sacchetto di
plastica un filo d'acqua che sgocciola dallo strapiombo.

La nuova notte inizia con un temporale: lunga successione di tuoni e lampi,


fitta grandinata che poi si tramuta in copiosa nevicata.

All'alba di sabato nevica ancora, ma lievemente. Quando il cielo si riapre, da lì a


qualche ora, ci ritroviamo su una montagna completamente bianca. Di fianco a
noi, sullo sperone Walker finalmente ripulito di gente, quattro puntini scuri
appaiono raggruppati su un'unica candida lastra di ghiaccio alta milleduecento
metri. Sono due cordate rimaste intrappolate dalla nevicata sull'ultimo terzo di
parete. Guardo a lungo quei quattro malcapitati e temo per loro. Poi mi dico che
pure loro, forse, staranno provando paura per noi.

Inizia il terzo giorno di peripezie. Anche oggi, come ieri mattina, le frane hanno
ripreso a cadere poco dopo l'alba, ma ancora una volta verso le nove tendono a
calmarsi. Anche se un po' riluttanti riprendiamo a salire. Procediamo sempre
lungo l'ultima parte dello svaso ghiacciato, tremendamente ripido e difficile: vi
resteremo impegnati quasi due ore per guadagnare poche decine di metri. Ci
troviamo giusto a metà di quest'ultima porzione di budello creato dalla frana,
quando piomba giù un'altra grossa scarica. Si abbatte quindici metri sotto di me,
vicino a Vaucher. È ancora una volta illeso, ma uno dei due tronconi di corda
ancora utilizzabili è stato colpito e tranciato da una pietra, a soli tre metri
dall'anello che lega il compagno. Da due giorni ormai viviamo nell'incubo delle
scariche procedendo sui resti instabili della grande frana. Ora utilizziamo
solamente uno spezzone di corda di circa diciotto metri, il più lungo che ci è
rimasto. Assicurarci con i chiodi diventa talmente complicato che preferiamo
farne a meno. Ci alterniamo come sempre al comando della cordata.

Usciti finalmente dai centoventi metri di budello prodotto dalla frana, tutti
sotto il tiro delle scariche, procediamo per il resto del giorno sulla verticale dello
sperone Whymper, lungo camini ghiacciati e spesso traboccanti di neve. In questo
tratto le difficoltà sfiorano limiti estremi, per le lastre di granito compatte e quasi
verticali, levigate dal verglas. In queste rocce non ci riesce di piantare un solo
chiodo, regolarmente ci schizzano via di mano. È quasi sera quando, nel tentativo
di fissare uno di questi agganci, mi do una tremenda martellata sul pollice
sinistro. Da svenire.

Stabiliamo il terzo bivacco al centro di una cavità glaciale che chiameremo


ragno, rassomigliando a quella più famosa sull'Eiger. Oggi abbiamo percorso 250
metri di dislivello e altrettanti ci separano dalla vetta. Durante il giorno il tempo
si è un po' rischiarato, ma la parete continua a rimanere totalmente incrostata di
neve. Come ogni sera, prima del buio, risalgo per un buon tratto fissando un
pezzo di corda per l'indomani. Ho le mani rattrappite dal gelo. Il termometro
scende a meno quindici. Forse ne è causa il vento del nord, che ora prevale su
quello dell'ovest. Infradiciati come siamo, i nostri abiti si induriscono come
baccalà. Siamo a quota quattromila. Ancora una volta ci disponiamo al bivacco su
una costa rocciosa che liberiamo dal ghiaccio. È curioso come l'intera parete non
offra un solo ripiano capace di accoglierci entrambi, dobbiamo così separarci.
Mentre con qualche contorsione sto sistemandomi a ridosso di un esiguo
spuntone, tendo inavvertitamente la corda che a sua volta muove il sacco da
bivacco posto in bilico. Mi giro appena in tempo per vederlo cadere nel vuoto.
Urlo di rabbia, ma non serve. Con il gelo che aumenta, e senza più sacco da
bivacco, c'è davvero di che preoccuparsi. Il cielo si schiarisce, qua e là brillano
gruppi di stelle. Domani farà bel tempo, mi dico. Bisognerà però arrivarci in
buono stato, a domani. Davanti a noi, sulla cresta finale della Punta Walker, vedo
accendersi un lumicino. È il bivacco dei quattro alpinisti tedeschi e austriaci,
costretti anche loro, lo sapremo poi, a forzare la via verso l'alto. Guardare quella
piccola luce è come aggrapparsi alla vita. Infilo i piedi nello zaino, e mi
raggomitolo fino a diventare un corpo sferico. Non dormo, naturalmente, cedo
invece a mille pensieri. Più tardi si alza il vento e solleva un penetrante spolverio
di neve. La notte trascorre tra i brividi e il battere dei denti.

È l'alba di domenica, il sole tarda a comparire. Un mare di nubi panciute,


gravide di tempesta, chiude il cielo verso nordest. Siamo pronti a muoverci verso
le sette e mezzo. Il pollice sinistro, annerito e gonfio per la martellata di ieri, mi fa
un male cane. Praticamente posso utilizzare appieno soltanto la mano destra.
Reggo cosÌ finché non ho superato la restante zona ghiacciata del ragno, ma
subito dopo devo cedere il comando a Vaucher, fino alla cima. Il pollice è in netto
peggioramento e batte, come incancrenito. Non solo non riesco ad appigliarmi,
ma con la mano sinistra non posso neppure usare il martello per svellere i chiodi.
Per consentirmi questa operazione, il compagno deve bloccarmi di peso sulla
corda.

In mattinata compare un elicottero. Spunta dalla Mer de GIace e viene a


sfiorare ripetutamente la nostra parete. È chiaro che ci sta cercando. Vola
purtroppo sotto di noi, a quota molto bassa. Probabilmente, date le tremende
condizioni della montagna, ci pensano in ritirata ed esplorano la parete inferiore.
Il velivolo prende quota, ora è alla nostra altezza. Ma sale ancora fino alla vetta
dove gira e gira più volte.

Da parte nostra ci sbracciamo per richiamare l'attenzione dei piloti, ma


inutilmente, non ci vedono. Volano dappertutto fuorché vicino a noi. Poi
l'elicottero compie una manovra che ci lascia sgomenti: si abbassa di colpo e va a
ispezionare con cura la gola ghiacciata presso la base della parete, mille metri
sotto di noi. È chiaro: non vedendoci in parete ci credono morti e cercano i nostri
corpi sul ghiacciaio. Le grida festose che all'inizio lanciavamo all'elicottero si
trasformano in invettive, accompagnate da gestacci vari ed eloquenti. Quel che
più ci indispone è il fatto che non riescano a trovarci; sappiamo che i piloti al
rientro diffonderanno la notizia della nostra scomparsa, e chi ci aspetta passerà
ore di ango- scia. L'elicottero gira attorno alla bassa gola ancora un po', poi si
impenna fino a sorvolare la vetta e infine punta al fondovalle di Chamonix.

Ci concentriamo totalmente sul nostro programma. Verso mezzogiorno siamo


avvolti nelle nubi. Presso la vetta, il vento umido e gelido ci incrosta di bave
bianche. Cerchiamo di « correre» per uscire al più presto da questo inferno che
dura ormai da molto tempo. La scalata richiede parecchi chiodi, non si va troppo
per il sottile. Rocce lisce e compatte si alternano infatti a strapiombi dall'aspetto
inaccessibile, ma fortunatamente ben fessurati. A complicare le cose sono gli
spezzoni di corda, che ci obbligano ad acrobazie estreme. Siamo sempre immersi
nelle nubi spesse che non concedono visibilità. Ma ecco che il pinnacolo su cui
avanziamo perde verticalità, si restringe, si corica, diventa vetta.

Sopra di noi non c'è più niente. Così, quasi inaspettatamente, ci accorgiamo di
essere arrivati.

Abbiamo vinto nonostante tutte le avversità, ma non c'è tempo per


compiacersene. Il problema della discesa si presenta immediato, per la notte
incombente e il maltempo che persiste. Sono le diciotto e trenta. Cominciamo a
discendere sul versante opposto. Ma sarà poi quello il versante opposto? Per due
volte ci avviamo sul lato da cui siamo venuti, ma ci ravvediamo in tempo. Infine,
guidato un po' dall'istinto e un po' dalla direzione del vento, riconosco le docili
rocce che danno sicuramente sul versante italiano.

Duecento metri sotto la vetta il buio ci costringe a fermarci. È il nostro quarto


bivacco, e sarà non meno penoso degli altri perché ha ripreso a nevicare.
Potevamo raggiungere il fondovalle in un paio d'ore, ma la Whymper, che già si
era difesa durante l'ascensione, oppone ogni sorta di trappole e di difficoltà. Con
quest'ultima nevicata, che tormenterà il rientro di domani, sembra quasi
vendicarsi.

La parete vinta era forse l'ultimo e degno baluardo di un grande alpinismo


tradizionale.

Nord Cervino, d'inverno e da solo (1965)

È l'anno 1965. Un secolo fa, il 17 luglio 1865, con una leggendaria scalata lungo
la cresta di Hornli, Edward Whymper e i suoi compagni conquistavano per la
prima volta la vetta del Cervino. Due giorni più tardi anche Jeanntoine Carrel
raggiungeva quella vetta lungo la cresta del Leone. Da allora, e in circa
sessantacinque anni di successi alpinistici, tutte le creste e le pareti più marcate
del monte cederanno al coraggio dell'uomo, compresa la difficile e tanto contesa
parete nord, uno dei più severi banchi di prova delle Alpi.

La Nord del Cervino rientrava nel famoso «tris» di salite: Cervino, Eiger,
Jorasses. Ma non tutto era stato fatto sullo splendido Cervino. La sua vasta parete
nord attendeva ancora il compimento della via più diretta, una via la cui 10- gicità
era evidente, anche nel 1928, quando l'intera muraglia ancora non era stata
scalata. A quell'epoca risale lo sfortunato tentativo di scalata di Kaspar Mooser e
Vietar Imboden lungo lo scoscendimento diretto della grande Nord. Da allora
nessuno aveva più tentato quella via.

Fedele alle mie decisioni, da mesi ormai non penso più alle grandi scalate. Ho
stabilito di chiudere con l'alpinismo estremo. Sono invece prossimo a partire per
un lungo viaggio avventuroso in Canada e in Alaska. Ma il tarlo della montagna
estrema, non ancora ibernato, si rimette in movimento. Così nell'anno del
centenario della prima scalata del Cervino, il mio vecchio progetto di tracciare una
via diretta lungo la sua parete nord, riprendendo l'attacco di Moosermboden,
riaffiora irresistibile. Forse è il fascino di una data. In realtà, nonostante i miei
propositi, desidero ardentemente scalare il Cervino e onorare a modo mio i cento
anni della sua storia. Ho deciso, aprirò una parentesi e la richiuderò subito dopo,
senza rimpianti. Tenterò dunque la nuova via sulla parete nord, e sarà
necessariamente d'inverno: quest'estate un oceano mi separerà dal Cervino.

Nel mondo della montagna non mancano mai i volontari disposti a seguire, non
importa dove, chiunque si trovi sulla cresta dell'onda. Ma la vita mi ha insegnato
da tempo che il più quotato di costoro non vale il più modesto degli amici. E
l'amico per me è un'autentica oasi nel deserto dei rapporti. Dunque è fra gli intimi
che scelgo i compagni della mia nuova e ultima impresa alpinistica. Gigi Panei,
abruzzese, e Alberto Tassotti, carnico. Entrambi non più giovani ma sicuramente
di salda tempra, e colmi di entusiasmo. Anche loro, per amore della montagna,
vivono ai piedi del Monte Bianco. Si può dire che ci abitano da una vita, eppure
dalla maggior parte della gente del luogo anche loro, come capita a me, sono
considerati intrusi e scomodi «stranieri ».

Attacchiamo il W febbraio. La parete è subito ripida, innevata e difficile. La


cordata a tre naturalmente rallenta la progressione, le manovre sono lunghe e la
giornata invernale è breve. Ma noi procediamo affiatatissimi e felici di essere
quassù, e di esserci insieme. Nel succinto frasario che le operazioni della cordata
richiedono, i nomi di Panei e di Tassotti si trasformano presto in «Goitone» e
«Tass », i loro vecchi soprannomi in tempo di guerra, riaffiorati magicamente
come se il tempo avesse compiuto un salto a ritroso.
Non incontriamo alcuna traccia dei nostri lontani predecessori, ma è intuibile
che Mooser e Imboden si arrestarono prima del passaggio che alla fine
denominerò Traversata degli angeli.

In tre giorni complessivi di scalata, a partire dal fondovalle, ci portiamo al di là


della Traversata degli angeli, dove attende un altro punto chiave della scalata: la
barriera di rocce strapiombanti che segnando trasversalmente la Nord imprime
alla montagna un movimento quasi elicoidale. Qui durante la notte si scatena una
bufera che di colpo ci inchioda senza speranza.

Awolti nei sacchi imbottiti, siamo quasi penzolanti sulla parete. Soltanto due
piccoli teli rossi di nylon, fatti a sacco, Montagne di una vita proteggono la parte
superiore del corpo. Raffiche di polvere gelata ci investono a cento chilometri
l'ora. I teli sbattono paurosamente, sempre sul punto di lacerarsi. CosÌ per
ventiquattro ore consecutive; poi, di sera, la bufera raggiunge il culmine. Il mio
tela si gonfia improvvisamente come uno spinnaker in pieno vento. Tassotti e io,
avvolti dallo stesso riparo, vediamo rompersi a uno a uno i suoi rinforzi interni,
infine con un solo colpo il saccotela esplode. Non ne rimane che un brandello
sbattuto dal vento. Vi rimaniamo aggrappati disperatamente coprendoci il volto
con quei resti per non soffocare. E in quello stato passiamo l'intera nottata.
All'alba rilevo che il barometro è precipitato di altri quindici millimetri: la
bufera peggiorerà. Non ci resta che fuggire al più presto, sicché diamo inizio a
un'acrobatica e penosa ritirata nella tempesta: quattrocento metri di calate a
cordadoppia.

Ma a Zermatt ci attende una situazione talmente critica da far quasi


rimpiangere le ore tremende passate sulla parete nord. Tassotti, maresciallo della
Scuola Militare Alpina, non può transigere sui limiti della sua licenza, e deve
rientrare subito al reparto. Panei, che è allenatore della squadra nazionale
juniores di sci, deve fare i conti con i campionati ormai prossimi, e se ne va anche
lui; mi lascia tuttavia sperare che tornerà. Resto dunque solo a «presidiare» il
campo nell'attesa del compagno.

La notorietà è una lama a doppio taglio. La stampa continua a sbandierare a


grandi titoli il nostro sfortunato tentativo. L'importanza della nuova via invernale
sul Cervino, la concomitanza con l'anno del centenario, e perché no il «fallimento
di Bonatti », sono tre elementi che fanno notizia. Si smuove cosÌ un problema
rimasto assopito per quarant'anni, istigando una competizione capace di attizzare
anche il più freddo degli scalatori. L'operazione adescamento dà i suoi primi
risultati: ecco sui giornali europei la notizia che il solito francese, o tedesco, o
svizzero di turno si prepara a partire per riuscire là «dove Bonatti ha fallito ».
Passano giorni di tormento che mi riportano un po' alle vicende del Pilone
Centrale del Monte Bianco. In quei giorni, per mia fortuna, il tempo rimane
sempre incerto. Ma, come previsto, Panei telefona e mi dice che assolutamente
non potrà tornare sul Cervino. «Allora partirò solo! » gli grido furibondo e con
tono provocatorio sperando di toccare le sue corde e di indurlo a mutare la sua
decisione. Solo? Ma è assurdo in un caso come questo! Convengo che la mia
uscita non fu che un impeto di ribellione. Eppure comincio a considerare in modo
diverso quel «solo». E a dargli un senso più concreto. Ma certo, è la cosa più
logica del mondo, perché non l'ho pensata prima?

Ormai non desidero altro. Da lì a poco, non appena il tempo si ristabilisce,


riprendo la via del Cervino. Solo.

La partenza, il 18 febbraio, avviene in un clima di tensione: sono state spese


troppe parole sul mio precedente tentativo, perciò non voglio dar adito ad altri
commenti. Farò tutto in gran segreto.

Quel mattino sono con me tre amici: Daniel Pannatier, Guido Tonella e Mario
De Biasi con il quale ero già stato in Siberia. Ho chiesto ai tre amici di
accompagnarmi fin poco oltre lo Schwarzsee, simulando una normale passeggiata
con gli sci, appunto per depistare curiosi e indiscreti. Là giunto, al riparo di una
roccia, indosso gli indumenti da scalata e preparo lo zaino. Ma al momento del
commiato l'emozione mi tradisce. Vorrei apparire ai loro occhi sereno e
scherzoso, invece riesco soltanto a balbettare un ,saluto soffocato, poi fuggo via.
De Biasi, che si accorge del mio turbamento, trova un pretesto per
accompagnarmi per un altro tratto di cammino.

Sopra di me il Cervino torreggia aspro in un cielo diafano, quasi nero. Le sue


rocce si mostrano taglienti, con attorno un vuoto ossessivo. Sono combattuto tra
la necessità di convincere l'amico a rientrare, perché il cammino si fa sempre più
insicuro, e l'egoismo di avere la sua compagnia il più a lungo possibile. CosÌ lascio
andare le cose per il loro verso naturale.

Raggiungiamo la capanna Hornli a pomeriggio avanzato. Decido di continuare


la marcia fino ai piedi della parete nord, poiché se passassi la notte tra le mura del
rifugio, abbandonato nella stagione invernale e con quel deleterio senso
Montagne di una vita di chiuso, ebbene sentirei ancora di più la solitudine. Così
riprendo il cammino, e De Biasi continua a seguirmi. Poco più avanti gli verrà
sbarrato il cammino da uno scivolo di ghiaccio vivo. Sul colle, appena al di là
dell'Hornli, il sole scompare dietro il Cervino ed entriamo nella gelida zona
d'ombra.

« Vorrei essere alpinista per poterti seguire», mi dice De Biasi da lì a poco,


salutandomi con un abbraccio. Non so dire alcuna parola, un nodo mi serra la
gola. Riprendo il cammino senza voltarmi, non voglio vedere l'amico mentre si
allontana. Dovrebbe farlo, 1'ora è tarda e una marcia lunga lo separa dal
fondovalle. Quando supero un crepaccio, un passo brusco mi obbliga a girarmi.
De Biasi è ancora là. Adesso soltanto esce dalla mia gola un grido di saluto. «Tutto
andrà bene! » concludo. «Sì, Walter!» risponde 1'amico, e sparisce al di là della
cresta.

Sono stordito dall'emozione e dal profondo silenzio che avvolge la montagna


nell'ora del tramonto. Mi guardo attorno e vedo un mondo vuoto e spento, che
respinge l'uomo e la vita. Ogni cosa, stranamente, appare come sospesa. La roccia,
il ghiaccio, la neve, la stessa montagna, tutto è lì in equilibrio tra realtà e
immaginazione. Per non cadere nello sgomento mi impongo di non pensare più a
nulla, e proseguo come un automa verso la base della parete. Supero il grande
seracco. Sul plateau soprastante ritrovo sulla neve qualche traccia delle nostre
vecchie orme, ormai indurite e corrose dal vento. La scoperta non mi dà né
sollievo né conforto.

Il buio mi sorprende sotto la parete mentre mi spiano sulla neve un riquadro


dove potermi rannicchiare nel sacco da bivacco. Penso: «Se almeno arrivasse il
maltempo! Domattina potrei fuggire, tornare indietro. E se lo facessi già adesso?
» Ma non è che la voce del fragile alter ego che in questo difficile momento
vorrebbe averla vinta.
Un bagliore sale improvvisamente dal fondovalle: Zermatt si è illuminata. È
uno spettacolo fantastico. Cento altri pensieri ora si intrecciano, e tutti arrivano
sempre a una sola conclusione: non è meglio fuggire? Invece, e quasi non so
perché, rimango lì. Passa l'intera notte senza che il sonno ar rivi a placare i miei
affanni. Gli occhi non riescono a distaccarsi dall'ombra nera della grande parete
che incombe.

All'alba il freddo è insopportabile. Sfilandomi dal sacco mi ritrovo subito


intorpidito. Quando sto per muovere i primi passi resto ancora per alcuni istanti
indeciso se andare verso l'alto oppure verso Zermatt, infine prendo la via della
parete, conscio di compiere una prova di coraggio verso me stesso.

La muraglia è subito ostile, devo piantare un chiodo per assicurarmi. Apro il


sacco per cercarlo e frugandovi trovo un paio di inutili pelli di foca, capitate qui
dentro non so come. A malincuore devo buttarle via. Zizì sembra sorridere. Zizì è
l'orsacchiotto di pezza che il figlio più piccolo di Pannatier, l'amico di Zermatt, mi
ha regalato come mascotte per questa avventura. Lo porto attaccato allo zaino da
ieri pomeriggio e mi ci sono già affezionato.

Il tratto di scalata che segue mi assorbe completamente ed è una vera


liberazione spirituale. L'intera giornata trascorre poi rapidamente e quasi senza
storia. Tuttavia la scalata mi assorbe talmente da scordare di nutrirmi. Procedo in
parete in questo modo. Aggancio prima il sacco a un chiodo, così come si
assicurerebbe un compagno di cordata, poi mi arrampico per un'intera lunghezza
di corda, che è di circa quaranta metri. Al termine di questa lunghezza fisso il capo
della corda a un altro chiodo, quindi mi calo fin giù al sacco, per caricarmelo sulle
spalle e rimontare fino al punto massimo raggiunto. Naturalmente faccio questo
levando via via i chiodi piantati. Con questo sistema di progressione tempo e
fatica non hanno misura. Per arrivare alla vetta scalerò il Cervino almeno due
volte in salita e una in discesa.

La nòtte mi sorprende per la seconda volta in piena parete, quando mancano


soltanto quindici metri per raggiungere l'unico spuntone che consenta un
ancoraggio. Forzo al buio quei quindici metri e raggiungo lo spuntone roccioso
appena in tempo per poter scorgere e rinviare i segnali luminosi che l'amico De
Biasi mi manda dal fondovalle.

Il vento inizia a spazzare la parete con raffiche brutali. 266 Montagne di una
vita Così, benché riarso dalla sete, non so decidermi a fondere neve per
prepararmi una bevanda. Alla fine vi rinuncio preferendo chiudermi nel sacco da
bivacco.

Un Jcarosello di immagini mi sfila in testa. Rivedo le iurte siberiane della


lontana Jakutia, il volto di mio padre, il mare di San Fruttuoso e il suo Cristo degli
abissi, le rose di un giardino di amici, l'ispettore Maigret che beve un grosso
boccale di birra, i volti di persone amiche. E mi afferra ancora una volta un senso
infinito di isolamento.

A notte inoltrata il cielo si oscura. Non sarà che il tempo voglia cambiare?
Consulto il barometro, la lancetta staziona su valori alti. Se devo credergli non ho
motivo di preoccuparmi, ma se cedessi all'istinto dovrei scappare per
risparmiarmi ore di tempesta. Al mio rientro saprò che quella notte sul versante
italiano del Cervino ha nevicato. Ma il giorno che sorge dissolve le nebbie e il
tempo ritorna splendido.

È quasi mezzogiorno quando arrivo all'inizio della Traversata degli angeli. Le


sue rocce, estremamente lisce e compatte, non ricevono che pochi chiodi; sempre
malsicuri; inoltre hanno una tale inclinazione da costringermi ai limiti
dell'equilibrio. La Traversata degli angeli stavolta appare ammantata di uno
strato di neve instabile che devo ripulire a ogni passo. Se almeno Panei si fosse
dimenticato di levare quei pochi chiodi che a malapena ero riuscito a conficcare!
Sono centoventi metri di scalata obliqua, quasi orizzontale, su placche ripide,
ghiacciate e infide. Roba da angeli, appunto. Queste placche mi impegnano fino a
sera. Vi procedo con la massima cautela, a brevi tratti per volta, piantando rari
chiodi che hanno un effetto psicologico più che di assicurazione. Poi torno
indietro per caricarmi sulle spalle lo zaino, che pare crescere di peso. Procedo
insomma con il solito sistema, avanti e indietro, ma essendo in traversata non
posso appendermi alla fune.

Ogni tanto in cielo compare, molto lontano, un piccolo aereo che ha l'aria di
curiosare. Dev'essere trapelata la notizia che mi trovo quassù, forse mi si sta
cercando. Comunque pare che ancora non mi abbiano trovato. Come rapaci
portati dal vento questi aerei salgono e discendono compiendo ampi cerchi. Ora
appaiono opachi nell'ombra fredda della parete, ora rilucenti sotto i raggi del sole,
come stelle in pieno giorno. Verso sera raggiungo il luogo del bivacco dove la
tormenta mi aveva inchiodato, con Panei e Tassotti, per un giorno e due notti. Lì
vi ritrovo, posati sul terrazzino, una quindicina di chiodi e un sacchetto di viveri.
Panei, da buon ultimo di cordata, doveva recuperare i chiodi che avevo piantato.
Non prevedendo la ritirata era stato talmente scrupoloso nellevarli che fino a
questo punto ne ho trovato soltanto uno. Nel sistemarmi per il bivacco mi sfugge
il martello nel vuoto. Sarebbe un grosso guaio se non ne avessi portato uno di
riserva. Una volta ancorato alla parete, la mia prima operazione è quella di serrare
il fornello tra le gambe e prepararmi una bevanda. Nel mentre mi sorprendo a
parlare ad alta voce con i miei compagni. Che qui non sono, naturalmente. Ogni
sera, cessando l'azione, mi aggrediscono i pensieri e mille ricordi prendono vita.
Sono i fantasmi che sempre accompagnano nelle imprese solitarie.
Davanti a me, oltre gli strapiombi sovrastanti dove ancora non può giungere il
mio sguardo, c'è l'incognita; ma c'è anche la certezza di non poter più retrocedere.
A rendere impossibile un eventuale ripiegamento sono le stesse rocce che si
elevano da qui, strapiombanti ed elicoidali, nel loro andamento obliquo verso
sinistra. Strutture che richiederebbero una serie di cordedoppie seguite da
impossibili pendolate.

Sono accovacciato in bivacco su una specie di gradino, sospeso nel bel mezzo di
un deserto verticale. Sotto i miei piedi, seppure irraggiungibile al mio sguardo,
pulsa la vita. Una vita facile e allettante da immaginare per chi come me sta
sospeso fra cielo e terra. Ma è una vita anche banale e deludente se per sfuggirla
sono arrivato fin quassù. Resta il fatto che l'isolamento qui è davvero vasto, quasi
disumano. Mi chiedo se a questo punto non ho valicato i limiti del ragionevole e
sfidato per orgoglio il destino. Ma saggezza e destino non valgono forse per ciò
che noi siamo? Concludo le mie riflessioni riconoscendo che per me la saggezza,
oggi, è stataMontagne di una vita quella di attaccare il Cervino. Il mio destino
dovrà essere quello di arrivare sulla cima di questo monte.

Guardo l'orologio: mancano pochi minuti alle 19.30. Zermatt appare ancora
magicamente illuminata, ma non sono quelle le luci che attendo. Questa sera ho
una grande notizia da inviare all'amico, laggiù nel fondovalle: ho deciso che
continuerò la mia scalata fino alla cima. Mezz'ora più tardi, quando scorgo i
segnali luminosi di De Biasi, rispondo con un razzo bianco di avvertimento,
subito seguito da un altro verde a indicare che proseguirò la scalata. Il terzo razzo,
quello rosso, con il quale avrei indicato il mio ripiegamento, è inutile. Lo getto nel
vuoto.

Il mattino, lungo gli strapiombi, fatico molto per il gran peso dello zaino.
Decido allora di eliminare tutto ciò che non ritengo strettamente indispensabile.
Prendo un pezzo di formaggio e lo getto nel vuoto, poi è la volta di due
bombolette di gas. Fanno la stessa fine alcuni cubetti di marmellata, la pancetta, i
biscotti, la carne secca, le minestrine in polvere, e, in parte, lo zucchero e il latte
condensato. In imprese come questa si soffre più per la sete che per la fame.

Superata la barriera di strapiombi che preclude ogni possibilità di ritirata, non


mi resta che puntare dritto alla vetta del Cervino. Ora mi arrampico in direzione
di una seconda muraglia verticale e mi accorgo di farlo quasi automaticamente,
con la mente quasi assente. Mi scuoto per fortuna non appena avverto che i
pensieri mi sfuggono dal cervello, certamente intorpidito dalla solitudine e dal
gelo estremo. Dovrò riprenderli per mano, i pensieri, e riportarli alloro posto,
assolutamente; rischierei altrimenti di precipitare~ Così mi arresto, più volte, e
mi scuoto, mi risveglio come a liberarmi da uno stato di inerzia mentale: voglio
insomma che la mente ritorni chiara e presente a se stessa.
Al di là della muraglia, la Nord mi tende una trappola: una vasta zona di rocce
lisce e incrostate di ghiaccio sembra sbarrare nuovamente il cammino. Sono circa
le 4 del pomeriggio e mi rimangono poco più di due ore di luce. Più in alto, oltre la
zona critica, mi pare di scorgere, sulla destra, una discreta possibilità di bivacco. È
là che dovrò arrivare.

Il cielo è sempre trasparente, ma l'aria attorno è come marmorizzata dal gelo.


Non si ode che il leggero fruscio del nevischio sui cristalli di ghiaccio. Nulla di
quel che avvolge appartiene alla vita. Guardo Zizì, l'orsacchiotto di pezza: lui
sorride sempre con i suoi grandi occhi di vetro giallo. Gli parlo come se potesse
capirmi: «Cosa dici, Zizì, ce la faremo a raggiungere quel posto, lassù? » E
istintivamente lo accarezzo. Mi accorgo di avere le mani sanguinanti e screpolate
dal gelo. Finora non ho potuto tenere i guanti che per brevi tratti.

So di muovermi ai limiti del possibile, sono conscio di trovarmi talmente fuori


dal mondo che se penso a qualcosa di vivo, alla normalità, mi afferra l'emozione.
La parete qui è più che mai incrostata di ghiaccio, è persino deforme in
prospettiva; ecco, sembra l'incavo di un'enorme conchiglia al cui centro sto io
nell'atto di arrampicare. Se alzo gli occhi non scorgo la vetta, se li abbasso non
vedo Zermatt.

Mosse dal vento, alcune pietre trafiggono l'aria sibilando e si perdono nel
vuoto. Mi viene spontaneo associare questa immagine a quella della catastrofe di
Whymper, cento anni fa. La valanga dei quattro corpi che precipitarono in quel
lontano 1865 dev'essere passata qui vicino. È un quadro angoscioso. Vorrei essere
già oltre.

È notte e sono stanco, molto stanco. Sento la bocca riarsa e la saliva amara. Non
mi spiego quasi come ho potuto arrivare appena in tempo al posto del bivacco.

Ombre, vento, gelo e sazietà di pensiero. Ancora una volta sono queste le cose
che affollano la mia nuova, lunga notte.

Lentamente giunge il mattino. Sono le sei e mezzo di lunedì 22 febbraio e sta


per concludersi anche il terzo bivacco in parete. Ma questo dovrà essere l'ultimo,
assolutamente! Una corona di ghiaccioli mi incornicia il viso, bruciandomi la
pelle. Il piccolo termometro che porto appeso alla giacca a vento segna trenta
gradi sotto zero. Anche questa notte non ho chiuso occhio. Sto seduto su un
terrazzino di trenta centimetri, che la sera prima ho liberato dal ghiaccio.
AppogMontagne di una vita gio la schiena alla parete verticale, i piedi penzolano
nel vuoto. Due anelli di corda, uno attorno al petto e l'altro attorno alle ginocchia,
mi trattengono alla montagna. Da almeno mezz'ora le mie mani, all'interno del
sacco da bivacco, stringono nervosamente la piccola lampada a pile, in attesa di
poter rispondere al segnale luminoso che De Biasi mi invierà, poiché presumo che
stia seguendo la mia scalata con un cannocchiale da una baita a fondovalle.
Mancano pochi minuti all'orario convenuto. C'è luna piena, ma il cono d'ombra
proiettato dal Cervino rende la zona da cui l'amico chiamerà completamente buia.
Adesso ho soltanto un pensiero: vedere i segnali luminosi e rispondere. Tre o
quattro accensioni lente, poi tante rapide per dirgli che tutto va bene, che ho
resistito anche questa notte e che lotterò ancora fino in fondo. Ecco illumicino,
sempre più piccolo perché io mi trovo sempre più in alto. Visto così, nell'ombra
dura del Cervino, sembra la punta arroventata di un ago. Forse è l'ultima volta che
lo vedrò, perché con un po' di fortuna oggi arriverò sulla vetta. Seguo quei segnali
inviati con dovuta lentezza, e finalmente tiro fuori la mano dal sacco e rispondo
con la stessa cadenza. Ora l'amico passa ai segnali più rapidi, che a differenza dei
primi sono vivi e palpitanti come parole. Rispondo a mia volta freneticamente,
come se gridassi a voce spiegata, Quella piccola luce di Mario, che sale dal
fondovalle duemila metri più in basso, è l'unico segno umano che da tre giorni e
tre notti mi accompagna.

Il cielo ingrigisce, albeggia. I lumi di Zermatt svaniscono a uno a uno nel


candore del giorno. Poi è tutta un'immensità azzurra, purissima, senza orizzonte,
priva di gravità. Ancora assetato di vedere e di assorbire l'universo indugio davanti
a quello spettacolo sconfinato. Ebbro di silenzi e di estremi limiti, il mio spirito
vibra e si esalta. Cento anni fa Whymper era arrivato a Zermatt, in diligenza, e per
scalare questo monte aveva organizzato una spedizione di guide e di portatori,
come ancora oggi si fa sulle Ande e sull'Himalaya. In questi giorni un veicolo
spaziale, il Ranger VIII, sarà lanciato dall'uomo sulla luna per raccogliere e
trasmettere informazioni visive sui suoi paesaggi. Fra non molto qualcuno vi po
serà piede. Cento anni di storia e di vertiginoso progresso tecnico dividono queste
nostre imprese; eppure io, uomo del mio tempo, ho sentito ancora il bisogno di
vivere l'avventura a misura d'uomo, quella del confronto tra Davide e Golia. E
sono certo che il mio piccolo razzo verde di ieri notte è stato accolto laggiù come
un messaggio che fa sentire più umani.

La ripresa della scalata è violenta: un salto strapiombante di circa trenta metri,


di roccia malferma, incombe sopra la mia testa e deve essere valicato. Gli aerei,
che hanno ripreso a volteggiare sempre più vicini al Cervino, mi fanno capire che
la vetta è prossima. Ancora una volta cerco di alleggerire il sacco per essere più
veloce. Butto via altri viveri, le due staffe e alcuni chiodi. Sono tentato di lanciare
anche il casco, il mio glorioso casco che da quattro anni mi accompagna nelle più
difficili imprese. Ma dopo un attimo di esitazione ritraggo la mano, e accarezzo le
sue ammaccature come fossero ferite: a ciascuna di esse corrisponde una pietra
caduta dal Monte Bianco, dalle Ande e da molte altre montagne. Lo ripongo nel
sacco accanto all'orsacchiotto e riprendo a salire.
Sono sempre solo con la mia fatica. Gli sforzi di tutti quei giorni, e l'aria sempre
più rarefatta, appesantiscono i miei movimenti. Mi sembra quasi di impersonare
un personaggio biblico condannato a salire eternamente.

Verso le tre del pomeriggio, quando mi trovo a soli cinquanta metri dalla vetta,
improvvisa e splendente appare la croce metallica fissata alla sommità. Il sole che
la illumina da sud la fa apparire come incandescente. Sono quasi abbagliato dai
suoi contorni luminosi. Gli aerei, ormai numerosi e che nell'ultima ora mi hanno
assordato con il loro rombo, sembrano intuire la solennità del momento. Forse
per discrezione si allontanano un po', lasciandomi percorrere gli ultimi metri in
silenzio.

Come ipnotizzato, stendo le braccia a quella croce fino a stringerla al petto.

Addio alpinismo (1965)

Vi sono momenti nella vita in cui si ha la necessità di tirare le somme, di fare


un inventario di se stessi, nel bene e nel male. Esistono circostanze in cui si vuole
controllare se le proprie aspirazioni sono sempre uguali o in che misura sono
cambiate. Perché l'esame possa giovare deve essere generale e impietoso, una
valutazione difficile, che è a metà strada tra la cieca simpatia che si ha di se stessi
e il disprezzo, tra la presunzione di essere utile a qualcuno e il timore sottile e
doloroso di non esserlo. Ebbene, questo momento è venuto, e rivedo allora tutto
il mio passato.

Mentre dell'infanzia conservo soltanto qualche pallida visione, il mio primo


vero ricordo coincide con l'inizio della seconda guerra mondiale. Avevo dieci anni
e da allora tutti i paesaggi della mia adolescenza, che ancora si affacciano alla
mente, sono accompagnati dal ricordo della fame. La fame di un ragazzo dai dieci
ai quindici anni bisogna averla provata per poterla capire. Quando finalmente
potrò soddisfarla, cinque anni più tardi, è tempo di trovare un lavoro, anni
difficili. Mi affaccio dunque alla vita avendone avuta già una dura alle spalle. A
quell'età infatti il tempo trascorre lentamente e ogni esperienza si incide
nell'animo lasciandovi un segno indelebile.

A quella prima parte della mia esistenza associo dunque le sinistre visioni della
fame e dei bombardamenti aerei. V'è poi il ricordo sconvolgente dei partigiani:
ragazzi di qualche anno maggiori di me, compagni di giochi qualche volta, che
vedo crivellati dal piombo e sfigurati a colpi di scarpone. Girata la sorte, tocca a
Mussolini e ai suoi ministri, appesi a un distributore di benzina. Straziato e
seminudo ecco lì davanti a me, in piazzale Loreto, il « Duce d'Italia »: mitico e
immor tale negli inni di regime che a scuola ci facevano intonare ogni mattina
prima di iniziare le lezioni. Un'ultima tragica immagine della guerra suggella la
mia adolescenza: sono i giorni della ritirata dell'armata tedesca. A Cremona non
c'è più il ponte sul Po. Traghetto con una piccola barca sull'altra sponda del fiume.
È irriconoscibile: automezzi, cannoni, carri armati, munizioni, elmetti e ogni sorta
di altro materiale bellico spunta dalla terra, frantumato, sepolto e dissepolto dalle
bombe piovute qualche settimana prima. Croci rudimentali sorgono ovunque, e
un fetore si diffonde nell'aria, segno di qualche caduto non ancora raccolto. lo
sono lì, solo, con una valigetta in mano e cammino per una decina di chilometri
lungo il fiume, in quel cimitero smisurato fino alla casa dei miei parenti. Su
quella riva del Po c'erano una volta i boschi della mia infanzia, fissati nel ricordo
come un recesso silenzioso di salici e pioppi, rotto soltanto dal canto dei grilli e
dal rimbombante gracidare delle rane.

Da quei giorni molti anni sono passati e molti miti in cui ci avevano fatto
credere sono andati infranti. Eppure, ho potuto sviluppare un mio senso della vita
e delle cose, una mia ragione di essere e di credere, frutto di una pedagogia
speciale, quell'apprendimento che ognuno trae dalle proprie esperienze fatte e
pagate sulla propria pelle. Oggi non cambierei questo risultato con nessun altro al
mondo.
Ho trentacinque anni e tutto sommato non ho avuto una vita facile. Sotto un
certo profilo, però, la mia è stata un'esperienza privilegiata, piena e vibrante di
sensazioni: la sola che valga e alla quale ogni uomo dovrebbe aspirare.

È per conoscermi meglio e per trovare una mia dimensione che ho scalato
montagne «impossibili». L'ho fatto spinto dalla bellezza della natura alpina, dalla
sfida e dal piacere di sapere. Con il mio individualismo, non sempre apprezzato da
chi ha voluto giudicarmi, credo di aver dato qualcosa anche agli altri: non ho forse
attestato con le mie imprese la continua possibilità di «andare oltre» insita
nell'uomo, nella quale v'è il principio di ogni azione?

Molti si sono interessati alle mie imprese. Tra costoro c'è chi si è identificato in
me e nel mio modo di pensare, e chi Montagne di una vita invece lo ha discusso o
criticato; è normale e fa parte della complessa vicenda umana. Ognuno è il
prodotto dei propri limiti, delle proprie esperienze, del proprio modo di essere,
naturalmente in rapporto all'epoca e alle condizioni in cui è vissuto. Non si
dovrebbe quindi valutare nessuno prescindendo da queste condizioni. Mi è
sempre piaciuto immaginare come avrebbe potuto essere la mia esistenza se fossi
nato prima o dopo la mia epoca. È un gioco in cui non hai che da scegliere un
periodo, una condizione, e poi approdarvi con la fantasia. Ma lontano dal tuo
tempo e dalle tue coordinate, forse non avresti mai sentito il bisogno né trovato il
modo di essere come sei.
Non ho disdegnato nessun lavoro che potesse procurarmi la possibilità di vivere
in montagna. Ho fatto anche la guida alpina, ma ho smesso presto. Nauseato dai
miseri atteggiamenti del mondo della montagna, che sono emersi anche nei
retroscena della tragedia del Pilone Centrale, decisi spontaneamente di
dimettermi dalla Società delle Guide di Courmayeur. Ma a farmi abbandonare la
professione di guida alpina v'era dell'altro: con quel mestiere sentivo di deformare
e di volgarizzare il mio ideale di coerenza. Non potevo accettare chiunque al capo
della mia corda, e neppure mi riusciva di scambiare in denaro un legame che per
me trova senso soltanto nell'amicizia con il compagno di cordata. Ero dunque un
cattivo professionista della montagna, eppure dovevo sbarcare il lunario.
Appassionato fotografo, cominciai a fare conferenze e proiezioni sulle mie scalate.
Così continuavo a «portare» l'appassionato sulle cime, senza soffrire
l'imbarazzo di tradurre in tariffa il rapporto con chi si legava alla mia corda. Avevo
così trovato una forma accettabile da sostituire al «mestiere ». Ebbi successo
anche fuori dall'ambito alpinistico, giornali e riviste cominciarono a chiedermi
collaborazioni.

A questo punto nella mia vita c'è una svolta.

Da una parte mi attende un mondo vasto e avventuroso, che finora ho appena


intravisto ma che amo; dalI'altra ristagna un alpinismo spento, svilito e gretto.
Vivo da anni in un clima spossante, intorno a me non c'è un'atmosfera amica e
serena, non c'è dialogo e mi logora l'autodifesa cui devo continuamente ricorrere.
Detesto il vittimismo, ma questa è la verità. In conclusione non è la montagna a
deludermi e a stancarmi, ma l'opacità, la goffaggine e la ristrettezza di vedute di
una certa «cricca» con la quale ho tuttavia cercato di salvare un minimo rapporto
formale. Ora però non sono più disposto a coltivarlo.

Ben lontane dal vero sono le interpretazioni date da costoro al mio volermene
andare dal mondo della montagna. Ottusi e ciechi i commenti della «cricca» per
la svolta che intendo dare alla mia vita. Troppo spesso mi si è voluto vedere come
concorrente dell'uno o rivale dell'altro, tendente più al confronto con gli altri che
con me stesso, più sensibile alla sterile azione che all'introspezione, votato
all'effimera notorietà piuttosto che all'intimo raggiungimento, più propenso
all'egoistico «ricevere» che al «dare» spassionato. La «cricca» ha dunque voluto
dipingermi con colori che non sono i miei, seminando confusione, antipatie e
tenden- ziosità spinte talora sino a creare imbarazzanti fazioni di parte. Ma ciò
che è peggio, troppo spesso le mie concezioni, cioè la mia identità, sono state
svilite. Alcune mie intuizioni sia di pensiero sia di azione, sono state rubate.
Anticipazioni che verranno invece attribuite ad altri di generazione più giovane, e
da questi poi vantate. Basti per tutte vedere come la mia solitaria al Dru verrà
storpiata dalla «storia» subito all'indomani della sua realizzazione, e travisata
rimane nel suo significato umano e storico, talvolta addirittura sminuita a
semplice gesto atletico. Per contro saranno invece riconosciuti come precursori
degli stessi moventi che già nel 1955 mi ispirarono a concepire e a realizzare
l'impresa del Dru, alcuni scalatori appartenenti a frange definite innovatrici. Ma
queste frange innovatrici degli anni Settanta si troveranno alquanto in ritardo
rispetto alla storia. Tuttavia i «rivoluzionari profeti» di queste frange, godendo
stranamente di un esteso consenso da parte degli addetti ai lavori, pretenderanno
che sia una loro invenzione il vecchio concetto filosofico degli anni Cinquanta. Un
concetto basato «sul rifiuto del contesto sociale e sulla ricerca di una
liberaMontagne di una vita zione »1. Ebbene, c'est la vie. Ma fronteggiare questi
giochi speculatori a me non va più. Così ho deciso. Scenderò dai monti, non certo
per restare a valle. Di lassù ho visto altri orizzonti non meno vasti di quelli della
montagna, lontani dall'orbita di qualche nuova «cricca» di lillipuziani.

Un grande giornale che crede in me, il settimanale « Epoca », adesso mi offre la


possibilità di raggiungere nuovi spazi da inviato speciale. Sono queste nuove mete
ciò che desidero più d'ogni altra cosa. Così andrò per foreste, per deserti e mari
lontani, raggiungerò isole perdute, fondali incantati, monti e vulcani favolosi,
toccherò latitudini ghiacciate, incontrerò genti primitive, animali selvaggi, resti di
antiche civiltà. Farò tutto questo nello spirito e nei limiti che sempre mi hanno
accompagnato sulle vette. Idealmente terrò dunque per mano migliaia di lettori
sensibili al fascino dell'avventura, quella vera. La mia scelta non è un tradimento
della montagna ma un'estensione del mio interesse alla natura intera.
Nel congedarmi dal mondo della verticalità vorrei dire ancora due parole a
coloro che intendessero spingere più in là i confini del possibile. lo stesso dovrei
aggiungervi, per portarli più avanti, una nuova dimensione: l'altissima quota.
Bisognerebbe dunque che realizzassi sull'Himalaya ciò che sulle Alpi ho già fatto,
ossia un alpinismo estremo ma a ottomila metri, e in stile alpino. Un ardito
disegno? Certamente se rapportato alle condizioni, e alle limitazioni, di oggi 1965.
Ma con il passare degli anni tutto cambierà, è ineluttabile, ed evolverà a rendere
sempre più possibile l'impossibile. Comunque allo stato attuale, e secondo le mie
regole, sempre rispettate, notiamo quanta «materia prima» potrebbe ancora
riservare la montagna per mantenere vivo e integro l'alpinismo tradizionale, per
farlo progredire ancora, per appagare anche lo scalatore più esigente che intenda
ricorrere ai soli e personali mezzi umani.

Compiere scalate di estrema difficoltà tecnica a ottomila metri, oggi pare


dunque cosa incredibile, perché nessuno mai l. Una completa esposizione critica
sull'argomemo si trova nel mio libro Un modo di e.\".\"crc, Dall'O- glio EJitore,
1989, pp. 358·63.
ancora l'ha fatto. Ma non si creda che la parete est del Grand Capucin, o
l'accidentale bivacco nella tormenta a oltre 8100 metri sull'ancora vergine K2, o la
solitaria sul Pilastro del Dru, tutte cose che ora stanno alle mie spalle, fossero
ritenute all'epoca imprese più credibili e possibili.

È innegabile l'esaltante fascino dell'impossibile, che unitamente a quello


dell'ignoto hanno sempre ispirato le avventure dell'uomo. L'impossibile di oggi
può non esserlo domani. E ciò che per uno è insuperabile può non esserlo per un
altro, più dotato e preparato. Ma sia chiaro che l'impossibile per mantenere un
suo fascino va conquistato, non demolito. Le «impossibili» cime, scelte
dall'alpinista come propria misura, andrebbero affrontate con mezzi puramente
umani, non ricorrendo a tecniche spiananti, che hanno l'effetto di un rullo
compressore. Né si dovrebbe dimenticare che le grandi montagne hanno il valore
dell'uomo che vi si misura, altrimenti rimangono soltanto sterili mucchi di pietre.

Per un lusinghiero addio all'alpinismo estremo vorrei riandare al «mio»


Cervino, nell'anno del centenario. Più che una vittoria su una parete, quell'ultima
difficile scalata ha significato una vittoria dell'uomo sui propri limiti, nonché
l'affermazione di un'etica e di una tradizione consacrate. Questo è quanto mi
piace ricordare di quell'impresa. Nei quattro giorni e nelle quattro notti passati
lassù, ho ritrovato le emozioni e le esaltazioni tipiche dello «stato di grazia ». In
quei giorni, già l'ho detto, un veicolo spaziale veniva lanciato dall'uomo sulla
luna; eppure io avevo sentito, quasi in contraddizione con i tempi, il bisogno di
vivere una volta ancora la mia esperienza nelle condizioni del passato.

Il 22 febbraio 1965 concludevo così un alpinismo vissuto per tanti anni al


margine estremo delle difficoltà. Congedandomi dalle «mie» vette dall'alto del
Cervino, mi ero imposto condizioni tali da garantirmi con quell'addio il più
intenso ricordo. Tant'è vero che da quel giorno, al di là delle incomprensioni che
hanno reso difficile la mia vita di alpinista, mi accompagna l'immagine edificante
di quella scalata.

Dopo le grandi montagne un mondo vastissimo dunque mi attende. Presto


comincerò a muovermi tra una natura diversa ma non per questo meno ricca di
emozioni, meraviglie, genuinità; e nelle terre più remote, ardue e strane del
nostro pianeta. In definitiva sto per trasferire il mio alpinismo estremo, con tutte
le sue componenti psicologiche, fuori dal suo ambiente verticale inserendolo in
un contesto avventuroso altrettanto intenso e assai più vasto.

Più tardi, facendo un riepilogo della mia vita, potrò dire che, grazie alla
montagna prima e al resto del mondo selvaggio poi, ho accumulato via via un mio
vissuto che porto dentro, fatto di cose che contano, per me, soprattutto perché in
esse la mia azione ha sempre corrisposto al mio pensiero. Arriverò anche ad
affermare che nel corso della mia esistenza ho incessantemente provato
ribellione per gli orizzonti limitati, per la routine, per la banalità, per tutto ciò che
riduce la personalità.

Nulla di ciò che ho fatto è importante in assoluto, questo è ovvio, però mi


appartiene totalmente e mi identifica. CosÌ dunque io «sono» il mio modo stesso
di vivere, e credo che ciò comprenda il mio pensiero, le mie azioni, le mie parole.
Questi per me sono elementi inseparabili e imprescindibili a determinare la reale
fisionomia di un individuo e il grado espressivo del suo linguaggio.

Poiché un uomo ha bisogno di credere che l'aver vissuto sia servito a qualcosa,
offro le mie esperienze e le mie riflessioni a chi voglia confrontarsi. Ma pongo
bene in evidenza che quanto ho fatto è stato per me un modo di vivere, e non un
mezzo per tirare a campare.

Sono tanti i modi di intendere la montagna, io ho esposto in queste pagine una


personale concezione dell'alpinismo che per me ha significato molto. Tutto
questo non rappresenta che una tappa della mia vita avventurosa, che ha bisogno
di espandersi, di rinnovarsi anche attraverso una continua e costruttiva verifica.
Che cosa penso oggi delle mie montagne? Semplicemente che rientrano nel
mio bagaglio di uomo che ha vissuto e assimilato le proprie esperienze. Le mie
montagne quindi, con tutte le vicissitudini che mi hanno procurato, sono parte
viva e preziosa di me, come lo è tutto ciò che d'ora in poi seguirà, e che forse
ancora di più mi arricchirà interiormente.

Le montagne non sono che il riflesso del ·nostro spirito. Ogni montagna è
piccola o grande, generosa o avara, in misura di quanto noi sappiamo darle e
chiederle.

Non sono passati che tre mesi dalla scalata sul Cervino e già sono alle prese con
il Grande Nord americano. Poi mi attendono l'Africa, il Sudamerica, ~Asia,
l'Antartide, e altri viaggi ancora mi porteranno un po' ovunque nei quindici anni
successivi. Ma è in quegli anni, tra un'avventura e l'altra in capo al mondo, che
tornerò a rigenerarmi sulle mie montagne, riportandone grande serenità. Tornare
alle radici per ritrovare l'atmosfera della giovinezza, per me è sempre stata una
necessità. Per quanto riguarda il Monte Bianco, ebbene l'ho sempre considerato
una specie di genitore che mi ha dato preziose lezioni. Qualche volta mi ha anche
castigato, ma con me non è mai stato troppo severo. Sono tornato assiduamente
tra le sue valli e sulle sue creste, e l'ho fatto, credo, con il giusto spirito con cui si
torna al proprio padre. Per dialogare, con tutto l'affetto e i ricordi che un figlio
ricerca.
Una rivisitazione. Magia del Monte Bianco (1984)

Era pomeriggio inoltrato e camminavo tutto solo verso le regioni alte del Monte
Bianco. I raggi obliqui del sole di fine estate accendevano di vivide tinte le ultime
ondulazioni di rododendro, che frammiste a chiazze di primule e campanule
davano al paesaggio un ingannevole senso di calore. A ristabilire le cose v'erano i
numerosi bracci d'acqua cristallina che scendevano impetuosi dalle fredde, nude
morene. Una selva di larici e abeti si arrampicava compatta per qualche centinaio
di metri dal fondovalle, prima di smorzarsi sugli scoscendimenti tra le colorite
macchie di Epilobium, di adenostile, e i cespugli di mirtillo che anticipano l'alto
brugo. Ai soffi balsamici che giungevano dal basso, pieni di aromi di conifera,
spesso si univa il profumo della terra: umido, grasso, un misto di odori di felci,
funghi e ceppi in decomposizione. Sulle balze, ormai frèquenti, spiovevano densi
cu" scinetti di silene trapuntati di fiorellini rosei, guarniti di grassi ciuffetti di
Sempervivum, mentre nelle nicchie spiccavano gli ultimi ariemoni, i ranuncoli
dei ghiacciai, sparuti garofanini e cento altri fiori minuti dai nomi strani e dai toni
vivissimi. I dossi apparivano spesso punteggiati di un bell'azzurro vivo o di un
celeste delicato, a seconda che vi fiorissero, seppure ritardatarie, macchie di
genzianella o di «nontiscordardime ». Nell'aria risonante di cascate d'acqua
irrompevano i fischi delle marmotte, cui facevano da contrappunto i versi acuti
dei gracchi, che eleganti e altissimi roteavano tra i pinnacoli mostrando
indifferenza ai rigori delle altezze. All'orizzonte, al di là delle verdi giogaie,
cominciavano a profilarsi le bianche cime dell'Isère; e il Grand Combin, più
vicino, risplendeva con i suoi nevai oltre i crinali della val Ferret.

Sempre più tenebroso nell'ombra serale rimaneva confuso il paesaggio


antistante, i ghiacciai opachi appena profilati dietro cui si alzavano informi
muraglie di rocce merlettate. A esclusione del rifugio, eretto sul crinale del monte
e che ignoravo nonostante i suoi grigi e invadenti cementi, non v'era traccia
alcuna, non un segno recente di passaggio umano; gli alpinisti da queste parti
sono come gli uccelli di passo, con la fine dell'estate se ne vanno. L'animo, per
nulla infiacchito dalla faticosa marcia, era pieno di meraviglia, di attesa, di ricordi,
e poiché nel pensiero tutto si collega ecco affacciarsi alla mente una serie di
immagini fantastiche al cui centro mi ritrovavo protagonista.

Le stelle si erano alzate l'una dopo l'altra e risplendevano nitide benché il


chiarore diffuso della mezza luna crescente si riverberasse su tutta la montagna.
Un cumulo di vapori che si stava formando a ridosso di un picco si assottigliò e in
breve la luce della luna tornò a diffondersi su tutta la montagna. In quel freddo
pallore ogni cosa risultava falsata nelle reali distanze e proporzioni, per cui
sembrava di trovarsi in un mondo immaginario dove tutto è possibile, popolato da
spiriti allegri e grandi fantasmi. L'aria era piena di echi, di trasparenze e svelti
colpi di vento si divertivano a rincorrersi. Assorbito da questa magia di forme
opalescenti mi ero fermato e quindi disposto a passare la notte al riparo di una
roccia, avvolto nel sacco a pelo.

Il bivacco fu breve, poiché il rigore dei luoghi imponeva di riprendere il


cammino nelle ore che precedono l'alba, le più sicure dai pericoli oggettivi. Erano
dunque le quattro di una gelida notte settembrina quando ripresi a inerpicarmi su
per la montagna, ormai senza luna, facendomi strada alla debole luce della pila
frontale.

Procedevo a zigzag sul dorso pietroso che tante altre volte avevo risalito, oppure
disceso, nel corso delle mie scalate, e a dare più intimità al mio cammino era
proprio quel sottile fascio di luce che proiettavo dinnanzi a me, nelle tenebre, alla
ricerca di un punto di riferimento. Dalle instabili morene ero approdato ai pendii
nevosi e da qui alle rocce fesMontagne di una vita surate che mi avevano portato
fino al Colle dell'Innominata. Era presto. La notte, che ormai si prolungava con il
finire della buona stagione, era ancora profonda, tanto che mi bastò spegnere la
lampada frontale per sentirmi come ingoiato dalla montagna. In attesa dei primi
albori, mi accucciai appena al di là del Colle, nel sacco da bivacco, e aspettai in
silenzio. A tratti sibilava il vento leggero, le stelle tremolavano lucentissime sopra
le scure masse rocciose che mi circondavano; dal ghiacciaio Freney saliva ogni
tanto il tonfo sordo di un seracco in movimento. Le grandi fortezze rocciose sopra
di me avevano cominciato a schiarirsi e l'Aiguille Noire de Peuterey, in particolar
modo, si elevava verticalmente con spietata imponenza, incurante del piccolo
uomo, fragile come un niente al suo cospetto. Alla pallida luce del giorno che
stava nascendo cominciai a calarmi giù per il Canalino dell'Innominata, quel tetro
salto roccioso di un centinaio di metri che immette sul ghiacciaio Freney. Non v'è
ghiacciaio sul lato sud del Monte Bianco che appaia più travagliato di questo, irto
di pinnacoli pericolanti e rotto da fenditure spaventose. Qui l'unica sicurezza
possibile è il gelo mattutino, che riduce il crollo dei seracchi, e la rapidità è la sola
difesa per chi si appresti ad attraversarlo. Conscio della sua fama sinistra avevo
raggiunto l'inizio di quel dedalo di ghiacci frananti e a sbalzi cominciai a correre
attraverso il Freney: un ammasso scricchiolante di dorsi ispidi, di spire scagliose,
detritiche, di biechi inghiottitoi pronti a ricevere tutto ciò che crolla
convogliandolo fin giù nelle viscere della montagna. Erano bastati pochi minuti
per compiere quella folle corsa e ora, fuori pericolo, potevo riprendere fiato e
stupirmi al primo spicchio di luce rossa che compariva sulle creste sommitali del
Monte Bianco. Ciò che avevo dinnanzi era uno spettacolo grandioso che affinava
il pensiero e instaurava un intimo dialogo con la montagna selvaggia.
Ora il sole aveva inondato di luce sfolgorante l'intero bacino superiore del
Freney, quaggiù si era invece levato un vento dalle raffiche taglienti che portava il
gelo della notte. Superato un erto pendio glaciale avevo poi risalito un sistema di
diedri rocciosi, a sinistra del pericoloso budello di ghiaccio che rag giunge la
Breccia Nord delle Dames Anglaises. Ero così sbucato sulla cresta dell'Aiguille
BIanche, poco al di sopra del punto dove si approda abitualmente. Non ero nuovo
alla spettacolarità di quel pulpito, ma quel giorno sembrò che il Monte Bianco
volesse mostrarsi persino nei suoi misteri più nascosti.

Luci, forme e colori di quanto si vedeva da lassù apparivano quel mattino come
l'apoteosi stessa del Monte, prova e simbolo a un tempo del suo dominio, della
sua magia. Ma, a dare i toni più elevati dell'incantesimo che emanava quella vista,
ecco aprirsi sotto i piedi l'immenso ghiacciaio della Brenva. Si stendeva come un
arazzo qua e là appeso alle alte guglie sommitali, e arrivava fin giù nella valle
ricamato d'argento, incastonato di smeraldi, opali, acquemarine. E al di sopra
della Brenva l'incanto non diminuiva. Qui, sporgenze sospese nel vuoto; là,
interminabili creste di scaglie gesticolanti, alternate a morbidi, lirici archi nevosi e
cornici sospese un po' ovunque che apparivano come un'onda oceanica gelata un
attimo prima di frangersi. E poi le fiere sagome dei verdi ghiacci pensili,
letteralmente appesi alle pareti, e le cupole immacolate, i candidi picchi acuminati
come denti di squalo; e ancora torri dalle fiancate verticali, strutture aggettanti di
levigati graniti rossi, altre sommità aguzze e altre ancora, coronate da pile di
massi tutti crepe e fessure. Ma a impressionare maggiormente, anche perché più
vicina, era l'Aiguille Noire che, isolata e superba, innalzava la sua punta a
dismisura, ferendo il cielo.

Ero completamente assorto nella meraviglia che mi circondava quando dal


vuoto sottostante arrivò un eco tremendo, come lo scoppio di un tuono
prolungato. Una frana si era distaccata dal fronte glaciale della Brenva e rovinava
a valle sollevando una nube ribollente. Rabbrividii, conoscendone l'origine e le
proporzioni. Tuttavia rimasi, estasiato, sul mio pulpito a seguire quel primordiale
rito della natura fino al suo totale compimento; la valanga per lunghi minuti
continuò a rivoltarsi su se stessa con l'urto e il rimbombo della sua rovina.

Era tornata la calma ma il mio sguardo ancora indugiava là nel profondo


groviglio di seracchi, veri palazzi di gelo soMontagne di una vita spesi sull'abisso.
Quegli enormi ghiacci in bilico, il dedalo di crepacci, le sporgenze vertiginose, gli
innumerevoli ponti di neve sospesi sulle voragini, l'eco pauroso degli schianti,
nulla di più eloquente avrebbe potuto definire quella irriducibile zona di morte.

Dalle alte regioni da cui traggono origine i ghiacciai, provengono in gran parte i
resti sbriciolati delle orgogliose montagne, sono scorie di pietra prodotte dalle
ingiurie del tempo, precipitate a valle e ora trascinate avanti, anno dopo anno,
dall'irresistibile corrente di duro ghiaccio. Vedevo perciò affiorare, nelle zone più
basse di questo immenso bacino collettore' enormi rocce e immensi cumuli di
pietre e di sabbia, che arrivati a un declivio, nel loro lentissimo viaggio, o sul
ciglio di un salto, sarebbero prima o poi rotolati giù insieme al ghiaccio dando un
senso di catastrofe. Ancora più in basso, verso le foreste e al posto dei ghiacciai
ormai disciolti, apparivano le vaste formazioni moreniche, cuneiformi o allungate
a forma di sponda. Quelle enigmatiche testimonianze sfuggite al tempo parlavano
di cose lontane e continuavano a porre interrogativi; era come se 1'era glaciale
fosse terminata appena ieri.

In pace, completamente distaccato dagli affanni del mondo, me ne stavo a


ridosso di uno spuntone proteso sul ghiacciaio della Brenva e guardavo la Terra
così come l'avrebbe vista un'aquila in volo.

Avevo ripreso a salire per rocce facili ma piuttosto insicure. Niente di ciò che
toccavo pareva restare al suo posto e non di rado afferravo una scaglia che mi
rimaneva in mano. Ciò accadeva ogni volta che mi inerpicavo su un tratto di
parete rimasto a lungo immerso nella neve e dove il disgelo aveva poi liberato i
resti dell'erosione rocciosa.

Per l'elevata temperatura di pieno giorno, si era formata a mezz'aria, sulla Valle
d'Aosta, una pesante foschia lanosa che tendeva a espandersi verso la catena del
Monte Bianco. Non c'era ragione di preoccuparsi data la stagione, tuttavia la
rapida evoluzione delle nebbie mi induceva ad accelerare l'andatura. Ben presto le
cime più basse della catena scomparvero, ingoiate dalla cappa nuvolosa che
navigò fino a raggiungere i ghiacciai presso il Colle del Gigante. Là, dove pochi
minuti prima scintillava il sole e il cielo era azzurro, in un batter d'occhio si
rivoltarono grandi cavalloni di vapore. Gettavano coni d'ombra sulle nevi e
formavano voragini luminose attraverso cui filtravano, come potenti riflettori, i
raggi del sole.

La nuvolaglia che ancora si alzava muovendo incontro ai picchi più alti,


cominciò ad arrivare anche qui. Bianca e leggera dapprima, sfrangiò la cresta
sopra di me, poi, divenuta consistente, oscurò il cielo e prima ancora che
raggiungessi la Punta Gugliermina mi trovai avvolto in un'orgia di vapori
minacciosi. Faceva freddo e nell'aria sfrecciavano corpuscoli bianchi, erano come
duri chicchi di riso che rimbalzavano sul dorso delle mani e battevano
sonoramente sui vestiti.

Di colpo tutto il piacere della scalata se n'era andato, la montagna


improvvisamente era diventata ostile e ancora una volta si palesavano la nullità e
la fragilità dell'uomo di fronte alle forze elementari della natura.

Per fortuna l'inconveniente non durò a lungo, come previsto. Le nebbie intorno
a me diradarono, si sfilacciarono sugli spuntoni dove erano rimaste impigliate, e
già alcune grotte si erano aperte nelle nubi verso il basso lasciando trasparire il
riverbero dei ghiacciai. La stessa cosa avveniva anche sulla cresta nevosa che
stavo ormai per raggiungere, e qui il riflesso del sole era talmente intenso da
ferirmi gli occhi. Avevo appena varcato la barriera dei quattromila metri di quota
e le alte creste meridionali del Monte Bianco svettavano ora dinnanzi a me con
aumentata imponenza. Le nude rocce emergevano dalla neve con forme
gigantesche e allungate, che davano alla parete 1'austerità di una grande vetrata
gotica. Fra quelle superbe strutture spiccava il Pilone Centrale di Freney, quello
per cui anni addietro avevo preso una botta che mi invecchiò di colpo. Pilone
Centrale: bastava un ricordo ed era subito ieri!

Ero ormai arrivato sulla prima delle tre punte nevose allineate alla sommità
dell'Aiguille BIanche de Peuterey e il cielo era tornato stabilmente azzurro;
sembrava poggiasse come una cosa solida sulle cime. Ma il colossale
ambienteMontagne di una vita aveva appena cominciato a mostrare una
grandezza scenica, che era anche bellezza austera. Si elevava dinnanzi a me il
monolitico Pilier d'Angle e sulla destra si profilava la struttura più grandiosa e
affascinante che l'opera del tempo avesse mai creato sul lato orientale del Monte
Bianco: la parete della Brenva.

Per apprezzare le opere della natura, come quelle dell'arte, bisogna trovarsi nel
giusto momento e nel conveniente punto di osservazione, altrimenti se ne
perdono forme, colori e proporzioni. Ebbene, dalla cima dell'Aiguille BIanche ora
io dominavo questa parete, e nel contempo la vivevo avendola più volte scalata in
passato da ogni lato. Riconoscevo infatti ciascun dettaglio di quella precipite
architettura, su cui assurde fronti di ghiaccio appese al cielo creavano prospettive
ancora più fuori dalla misura dell'uomo e dalle possibilità che lo limitano.

Valicata l'ultima cima dell'Aiguille BIanche, mi calai dal- l'altra parte lungo lo
scoscendimento di centocinquanta metri e raggiunsi le placide nevi del colle di
Peuterey. Dell'intera scalata era il solo luogo pianeggiante, ma anche il più
solitario, tagliato fuori dal mondo da enormi pareti frontali, e, sui due lati, da
immensi vuoti battuti soltanto dalle valanghe. Era sul mezzogiorno, faceva un
gran caldo e la neve, ammollandosi, mi aveva inzuppato fino alle ginocchia. Un
lastrone roccioso spuntava dal colle come una bizzarra testa preistorica; decisi che
sarebbe stato il mio bivacco fino a quando non fosse tornato il gelo a rassodare la
neve.

Disteso al sole, apiedi scalzi, crogiolandomi nel sopore di una stanchezza


voluttuosa, osservavo gli alti crinali intorno a me sui quali le nevi, colpite
frontalmente dalla luce intensa, sembravano risplendere di una propria
incandescenza: vere barriere di inaccessibile purezza. Una bassa linea di nubi
persistenti macchiava l'orizzonte verso le catene dell'Isère. Regnava un silenzio
disteso, una pace profonda che induceva a pensare. Meditavo, infatti, sulle ore
attivissime appena trascorse e su quanto ancora mi aspettavo dalla scalata
solitaria.

Amo ricercare me stesso nelle cose, nelle mie azioni. Sono anche geloso della
mia indipendenza spirituale, per questo non avevo voluto dividere queste giornate
con alcuno, ma viverle nell'intimità delle mie emozioni, a contatto con una natura
familiare e meravigliosa dalla quale sarei uscito come da un sogno. Felice di aver
sognato.

Passavano le ore. Inerte e alla deriva verso pensieri luminosi, mi ritrovavo più
che mai immerso nel labirinto delle riflessioni, che mi portavano inevitabilmente
verso la ricerca della mia verità. Perciò sentivo in me tutte le laceranti
contraddizioni che sono nell'uomo, senza però riuscire ad approdare più in là dei
nuovi contrasti che ne nascevano. Nel mio monologo ero comunque arrivato a dei
punti fermi. Ero certo, per esempio, che nulla esiste sulla Terra che non sia di
tutti, quindi anche mio. Sapevo che capire il bello significa possederlo. Potevo
giurare che ci sono sempre delle porte da aprire in noi. Riconoscevo che le
difficoltà non mettono alla prova la forza dell'uomo ma la sua debolezza. Inoltre
mi affascinava collocare l'esistenza della realtà soltanto nel riflesso del suo sogno.
Ad altre difficili domande che mi ero fatto, e per alcune era rimasto
aperto'l'interrogativo, mi ero risposto che la vita, in definitiva, ha senso viverla
con il massimo impegno, cercando di realizzare tutto quello che si ha dentro. Ero
conscio che non avrei mai potuto privarmi di ciò che ritenevo giusto fare, pur con
tutte le paure che ciò comporta. Capivo che molte mie idee sarebbero suonate per
lo meno strane a un certo tipo di interlocutore, ma in tal caso il problema sarebbe
stato suo. Sapevo ben radicati alcuni miei concetti e mi era sempre più chiaro che
la mia stravaganza era forse preferibile a quella «saggezza» dei molti, laggiù, dove
spesso la vita - incatenata dal consueto e regolata da tutte quelle pressioni che
arrivano persino a trasformare l'arte e la fede in una merce - non è che una calma
disperazione, un deserto di egoismo e di apatia. No, mi dicevo, non può essere
bello un mondo dove le paure e gli entusiasmi spaventano i più, tesi come sono al
risparmio di sé e dei propri sentimenti.

Quando mi ripresi dai miei pensieri il disco del sole stava per scomparire dietro
la cresta di Brouillard. Mi rivestii di tutto ciò che avevo poiché l'aria raggelò
subito e il cielo ingrigito assunse una fissità glaciale. Passò altro tempo, che
occuMontagne di una vita pai nel prepararmi qualcosa di caldo, e in piccole altre
faccende; poi osservai il tramonto fino all'ultima pennellata di rosa che scoloriva
nel cielo.

Scomparso l'obbligo di tentare un'ultima fotografia riposi 1'apparecchio nello


zaino e mi coricai felice nel sacco a pelo, sulla stessa pietra di prima.
La luna crescente che inondava il cielo, luminosissima, aveva impedito alla
notte di incupirsi, ma non di diffondere la sua calma infinita. Tutto era immobile
nel gran gelo settembrino, il silenzio intatto, non giungeva il minimo scricchiolio
dai ghiacciai, non un lontano mormorio di fiume dalle vallate profonde, non c'era
neppure un alito di vento; brillavano soltanto le stelle, un grande mare di stelle
dentro cui ci si confondeva. CosÌ mentre la fredda luna allungava e ritraeva sulla
neve le sue lame di chiarore spettrale, io ero lì, incerta e fragile statua di ghiaccio,
a respirare la magia di una notte che sembrava venire da altri mondi. Ero ebbro di
solitudine e di quell'immaginazione che ti porta a volte dove vorresti essere.

Più tardi, quando sporsi la testa dal mio riparo, c'era una fredda oscurità, la
luna era tramontata. Non ero riuscito a partire di sera al chiaro di luna come
progettato, ma ora era nato in me il desiderio di assistere al prodigio dell'alba
dalla cima del Monte Bianco; era perciò tempo di avviarsi. Uscii dal sacco a pelo e
subito rabbrividii, il gelo sembrò paralizzarmi, poi prevalse il controllo mentale
sulla sofferenza del corpo, e la temperatura sembrò più sopportabile.

Il silenzio era di un'intensità che intorpidiva. Tornò in funzione la pila frontale


e mossi i primi passi sul Colle. I piedi ramponati crepitavano sulla neve
cristallizzata e a volte sembrava proprio di udire un urlo levarsi dalla montagna.
Risalii le rocce innevate del Pilier d'Angle al cui termine, sull'affilata cresta
nevosa, mi investirono alcune raffiche di vento cariche di sottili cristalli gelati.
Colpiti dal fascio luminoso della mia pila erano sembrati frammenti di stelle.

A separarmi dalla sommità ora non v'era che quello stupendo rostro ghiacciato
che caratterizza il Monte Bianco di Courmayeur, l'antecima della vetta massima.
Arrivai veloce in capo a quel ripido salto di cinquecento metri e appena varcata la
grande cornice mi apparvero, dall'altra parte, i lumicini dei villaggi nelle valli
ancora addormentate della Savoia.

La tenue luce delle stelle bastava adesso a illuminare il cammino. Era un vasto,
dolce pendio di neve asciutta e farinosa i cui profili si perdevano nel cielo. Da lì a
poco riconobbi la cupola del Monte Bianco; pallida, quasi spettrale davanti a me.

L'aria a oriente cominciò a schiarire. Si levò di colpo il vento dell'alba, frenetico,


che sollevò qua e là nugoli di polvere bianca. L'atmosfera si faceva più sottile,
trasparente, in armonia con l'azzurro del cielo sempre più turchese. L'aria era
purissima, siderale come venisse da un altro pianeta; respirarla equivaleva a
riempirsi i polmoni di cielo. Anche la neve su cui procedevo ora pareva
trasformarsi in luce e appartenere sempre più alla volta celeste; si stentava a
credere che tutto ciò posasse sopra solida materia, radicata sulla Terra.

Il dosso si era assottigliato, avanzavo ormai su un lungo crestone di ghiaccio e


quando questo si adagiò, mi trovai sulla cima del Monte Bianco.
Avevo raggiunto la mia meta e ora mi sembrava di vivere un momento
profetico. Non v'era che luce e spazio davanti a me, e immense catene silenziose
ammantate di neve perenne. Ben distinti fra queste ondulazioni, a oriente,
emergevano il Cervino e il Monte Rosa, dominati a loro volta da un arco di vapori
rossi che preannunciavano il sorgere del sole. Sotto queste cime fluttuanti si
allungavano le grandi vallate verdi, che apparivano cupe per la notte non ancora
disciolta. Il vento soffiava libero sugli spalti ed entrava gelido sotto i vestiti, ma
non durò a lungo, perché il primo raggio di sole fece il suo ingresso trionfale nel
bianco oceano di silenzio.

Quel che seguì appartiene più alla policromia dei sentimenti che a quella delle
cose. Vero è tuttavia che le tinte calde dell'astro cominciarono a scivolare tra
picchi, pareti, creste e canaloni creando un movimento caleidoscopico di luci e
contrasti. Le cornici poco lontane presero a fiammeggiare di sottile polvere
sospinta dall'aria e qui attorno, sulla neve, cominciarono a brillare migliaia di
piccoli cristalli di gelo. Il cielo, solidamente azzurro, rimaneva la cosa più grande
di tutte ed abbracciava lontananze che stancavano lo sguardo. Le catene si
accavallavano, si fondevano, tornavano a separarsi senza un'apparente ragione.
Infiniti affioramenti emergevano alla rinfusa, le belle creste giocavano con le
proprie ombre contendendosi la luminosità dei nevai, e i ghiacciai, laggiù,
sembravano grandi laghi di luce incuneati tra le vette e sconvolti da improvvise
burrasche di crepacci. Era un tripudio di splendori inviolati che la natura mi
offriva con abbandono e ciò nutriva il mio animo. I pensieri lievitavano nel
costante fluire dalle cose alla mente e dalla mente alle cose, sentivo nascere in me
emozioni nuove, dimensioni ignote che sfuggono sempre al tentativo di spiegarle.
Totalmente affondato nell'intima solitudine prendeva sempre più slancio la
fantasia, adesso più che mai vedevo con gli occhi della mente, ascoltavo il grande
respiro della natura, davo proporzioni umane agli infiniti, spaziavo fino a
confondermi nell'universo; sentivo tutta la bellezza e la meraviglia dell'esistenza.
Avevo finalmente trovato la verità, la sola verità possibile al di là di ogni
supposizione. Era la verità del cuore.

L'ultima avventura. La mia Patagonia (1986)

La nostra montagna era riapparsa nel chiarore spettrale della luna non appena
toccammo la sommità del grande canalone nevoso. Fummo subito sorpresi da
quel paesaggio che improvvisamente si apriva allo sguardo.

Era così diverso da come l'avevamo immaginato, e stentavamo a credere che


fosse proprio quella la cima che il giorno avanti avevamo deciso di scalare. Adesso
appariva assai più austera e lontana, quasi inavvicinabile per la serie di ghiacciai
sconvolti che convergevano tutti in un imbuto profondo, alla base del monte.
Come ho detto avevamo scorto quella cima soltanto il giorno prima da un crinale
roccioso che si eleva poco al di là del colle divisorio; da una parte le snelle
montagne più basse, dalI'altra il compatto basamento su cui nei millenni si è
formato l'immenso Hielo Continental, qualcosa come 25.000, o forse 30.000
chilometri quadrati di estensioni di ghiaccio costellate di cime. Una natura tipo
Antartide, per intenderci, che seppure poco elevata - la quota media del grande
altipiano si aggira sui mille metri - spinge i suoi fiumi di ghiaccio, alcuni larghi
dai cinque ai dieci chilometri, fino al mare, dentro profondi fiordi.

Il motivo per cui ci trovavamo ora in questo luogo perduto in capo al mondo
merita un commento.

Secondo il mio progetto iniziale, nato da un vecchio sogno, volevo inoltrarmi, in


compagnia di due amici fidati, nella Patagonia cilena.

Precisamente in quell'entroterra parzialmente conosciuto e totalmente


disabitato, che si estende caotico tra l'altopiano ghiacciato continentale e i fiordi
turbolenti dell'oceano Pacifico. Un'impresa lunga, difficile e in cui per ogni giorno
di marcia avrei dovuto fare i conti con un ghiacciaio irto di pin nacoli, o con una
foresta dove aprirsi il cammino a colpi di accetta. Poi vi erano le insidiose paludi, i
guadi di fiumi selvaggi, gli infiniti saliscendi, magari su chine da capogiro per
evitare un ostacolo improvviso o per contornare la gola profonda di un fiordo. E
tutto accompagnato dal maltempo che avvolge quasi costantemente quell'estremo
lembo di mondo. Ogni sera si sarebbe dovuto improvvisare un riparo per la notte,
accendere un fuoco, difficile per il fradiciume del luogo ma indispensabile per chi
come noi si era trovato tutto il giorno a macerarsi nella pioggia gelida. Infine, in
quei meandri ostili e avari, avremmo dovuto cercare di che nutrirci.

Dall'alba al tramonto avremmo dunque teso 1'agguato alla scarsa selvaggina,


come animali affamati alla ricerca del pasto. Così concepita, la nostra
esplorazione sarebbe stata un'esperienza unica e preziosa per la ricchezza che
ogni giorno avremmo sentito crescere in noi.

Eravamo dunque certi di ricavarne qualche buon insegnamento, primo fra tutti
quello di risvegliare in noi, rivalutandole, alcune di quelle risorse già possedute
dall'uomo antico. Avremmo quindi vissuto una prova in assoluto isolamento dal
resto del mondo, rifiutando di questo 1'organizzazione e gli espedienti tecnici
(radio, imbarcazioni, mezzi aerei di appoggio e di rifornimento lungo il tragitto) e
affidandoci unicamente al bagaglio delle esperienze personali. La nostra non
sarebbe stata un'arida impresa fine a se stessa, e neppure un'esplorazione vera e
propria: ormai non serve più l'uomo per esplorare, c'è il «grande occhio» della
tecnica che tutto vede e a tutto provvede. Tranne che dentro l'animo dell'uomo.
Proprio dove volevamo approdare.

Ecco come immaginai e diedi vita al mio progetto, ed ecco qual era il senso
della mia avventura. Così dunque, e soltanto così, avrei potuto vivere il mio
sogno.

D'altra parte, nel caos delle moderne contraddizioni oggi si cerca l'avventura e
si finisce per comprarla preconfezionata. Si inventa il falso rischio e gli si dà il
nome di «prova di sopravvivenza» (che comunque risulterà sempre assicurata). Si
esaltano imprese solitarie, ma accompagnate da apparecchi radio o altri bipbip del
momento, che all'occorMontagne di una vita renza serviranno a levare questi
«eroi delle solitudini» dal pasticcio. Preordinate realizzazioni da Guinness dei
primati, ovviamente assistite e ben protette da un'organizzazione al seguito.
Inoltre, per qualche inconfessato vantaggio si passa per impresa qualcosa che
impresa non è, o non lo è più da lungo tempo.

Insomma, oggi più che mai ci accorgiamo di essere invasi da banalizzazioni,


riduzioni merceologiche, inganni, speculazioni e falsi messaggi, talvolta intrisi di
erudizione spicciola.

L'imbroglio ci assedia. Ciò che è di moda non garantisce mai la verità, come ciò
che vale non è mai frutto del clamore pubblicitario. Non sarebbe bene fare un po'
d'ordine, e rimettere le cose alloro posto?

Da parte mia, in risposta al crescente malcostume, avevo deciso di partire per la


mia avventura alla chetichella, cioè senza inopportune conferenze stampa, come
oggi invece si usa fare. Inoltre non avevo voluto accettare alcun tipo di
sponsorizzazione: un termine che oggi sembra avere, almeno nel mio ambiente, il
solo significato di prostituzione. L'uomo d'avventura per sua formazione è uomo
di ideali oltre che di fatti, e come tale non può corrompersi riducendo se stesso a
portatore di pubblicità, dopo essersi venduto. Ma oggi c'è chi fa dell'avventura un
prodotto, una comune operazione impostata sul tornaconto, e non mi riferisco
certo alle agenzie di viaggio.

Tutto dunque potrebbe essere giustificato dalla necessità di raccogliere fondi


per realizzare un'impresa? Niente affatto! Se mancano i soldi per andare in capo
al mondo (ma volendo ne bastano pochi), e nessun ente riconosce il viaggio come
di pubblica utilità, ebbene sono tre le soluzioni: o si provvede a guadagnarseli, o si
ottengono in regalo, senza ridursi a immagine di un marchio di fabbrica
(accettando coercizioni che inducono a forzature e persino a raccontare
menzogne), o si resta a casa propria, che è assai più dignitoso. Ma quanti tengono
alla dignità?

Perché la mia avventura potesse rispondere alle finalità preposte scelsi questo
angolo australe proprio perché ine splorato. La sua geografia, con gli elementi di
contrasto che la caratterizzano, è tale da rendere problematica la penetrazione nel
territorio. Si tratta però di difficoltà imposte dalla stessa natura. Nella scelta del
mio percorso non v'era dunque alcuna forzatura o irragionevolezza che potessero
creare falsi e inutili problemi, come il volersi intestardire per esempio a seguire
un cammino in linea retta. L'idea era di compiere il tragitto senza l'ausilio di altri
mezzi che non fossero le gambe. Doveva essere un viaggio un po' all'antica, degno
di quel paesaggio veramente grandioso e solenne che è la Patagonia.

CosÌ un bel giorno ho preso il via insieme a due compagni. Sono due uomini
capaci, maturi e di grande adattabilità, di vedute ampie e universali. Sono anche
miei amici, con una perfetta sintonia sul piano umano. I loro nomi sono
Melchiorre Foresti ed Elio Sangiovanni, primario di radiologia all'ospedale di
Bergamo il primo, libero professionista, anch'egli di Bergamo, il secondo.

Ci saremmo mossi e sostentati in quell'impresa in assoluta autonomia di mezzi


per l'intera durata dell'esplorazione, o per meglio dire avremmo beneficiato del
solo equipaggiamento che saremmo riusciti a caricarci sulle spalle. Il suo peso
non avrebbe dovuto superare i trenta chilogrammi, per non compromettere il
recupero delle energie. Ci saremmo sostentati di caccia e di pesca, integrando le
prede con vegetali raccolti nella foresta. Per soppòrtare il lungo periodo di dieta
carnivora erano indispensabili nella nostra alimentazione. La necessità di vegetali
ci aveva però creato non poche preoccupazioni: l'uomo non digerisce la cellulosa.
Per di più le piante della Patagonia magellanica sono poco conosciute, e v'era il
pericolo di incappare in qualche specie tossica.

Giunsi finalmente a impossessarmi della conoscenza base sulle piante


commestibili della regione, una dozzina in tutto, ma era quanto bastava. A
fornirmi quelle nozioni, dopo mesi di ricerche, fu l'opera di un botanico inglese,
David M. Moore, attendibile perché aveva compiuto i suoi studi partendo dalla
dieta degli indios, ormai estinti dopo il contatto con l'uomo bianco.

Ma le cose non andarono per il verso desiderato. Ancor prima di iniziare


l'avventura, a Santiago del Cile, cominciarono i problemi. Prima di tutto venne a
mancare la possibilità di procurarsi il cibo. Non sapevamo che la regione da noi
scelta era stata dichiarata parco nazionale e per questo, giustamente, non sarebbe
stato più possibile praticarvi alcuna forma di caccia. Ci venne invece concesso il
permesso di pesca e ottenemmo anche la completa libertà di muoverci a nostro
piacimento nel grande santuario dei fiordi magellanici. Fu un gesto gentile quello
della Direccion Fronteras y Limites, così come quello della Corporacion Nacional
Forestal, ma non bastò a risolvere il problema della nostra sopravvivenza. Le
acque dei laghi e dei fiumi si rivelarono prive di plancton e di ogni altra forma di
vita. Altrettanto sterili risultarono i fiordi le cui acque, per insufficiente salinità,
non consentono la proliferazione del pesce di mare, né vita ai mitili e agli altri
molluschi. Neppure le risorse vegetali del posto poterono sfamarci. Sul cammino
infatti non incontrammo esemplari delle già scarse specie commestibili, solo la
C h à u r a (Pernettya mucronata), una bacca rossa dal sapore blando, era
relativamente abbondante alle basse quote. Riconoscemmo soltanto rare piante di
Taraxacum gilliesii, un'erba perenne che assomiglia alla nostra composita dente
di leone, e alcune pianticelle di Apium australe simile al sedano. Scovammo anche
tra i rami dei faggi alcuni grappoli di ter (Cyttaria darwinii), piccoli funghi sferici
mucillaginosi, dal sapore dolciastro. Andando per tentativi scoprimmo infine che
il gambo di un tipo di graminacea, tenero alla radice, si poteva mangiare senza
tristi conseguenze. Le rimanenti specie commestibili non erano ancora giunte a
maturazione, o non apparvero del tutto.

Ad accrescere le difficoltà fu lo spropositato peso dei nostri zaini alla partenza.


Permaneva poi uno stato di innevamento abbondante fino a bassa quota, nonché
un'eccezionale piena dei fiumi dovuta all'elevata temperatura di quella stagione
primaverile. Infine sopraggiunse il mio incidente. Fu al secondo giorno di marcia
quando nelle acque profonde di una rapida mi causai una frattura al piede destro,
la base della falange prossimale del secondo dito (lo confermeranno un mese più
tardi le radiografie). La cosa, per fortuna, fu meno grave di quanto avessi temuto.
Una volta infilato il piede rigonfio nella calzatura tenuta ben stretta mi fu ancora
possibile camminare per i diciotto giorni che seguirono. Ma riandiamo a quel 20
novembre, quando cominciò la nostra avventura.

Con un piccolo aereo noleggiato per l'occasione ci eravamo spostati dalla


cittadina di Coyaique fino a Caleta Tortel, l'ultimo villaggio sul golfo di Penas, in
prossimità del grande ghiacciaio che si estende a sud del 48° parallelo. Con un
volo di circa due ore, radendo i fianchi innevati di selvagge montagne, eravamo
così giunti ai confini del mondo. Lo aveva confermato anche l'atterraggio, su
quella striscia di terra chiara che, per seicento metri non uno di più, incide da
fiume a fiume l'ultimo meandro del rio Baker~ Una barca da lì a poco venne a
prelevarci e in meno di un'ora eravamo al villaggio.

Tortel a prima vista sembra un luogo incantato, con quelle sue casette di legno
sospese su palafitte, e le aeree passerelle in legno grezzo, che collegano le
abitazioni. Ma appena svanito l'iniziale stupore, emerge la realtà di un luogo
chiuso, grigio, freddo e piovoso. In effetti Tortel è schiacciato dai monti
incombenti, compresso dal fiordo limaccioso e soffocato dalla folta vegetazione
che lo circonda. Ma ciò che disorienta è il fatto che non possiede alcuna risorsa.
C'è da chiedersi quale futuro offra questo posto alla sua gente, forse un centinaio
di famiglie. Chi ci vive, pur privato di mezzi di comunicazione e lontano da ogni
centro di attività umana, dimostra tuttavia un profondo attaccamento verso
questi luoghi. Inselvatichiti e randagi? Può darsi. Raramente però ho incontrato
gente tanto buona e ospitale come questa di Tortel. Se penso che da noi si vive
ormai schiacciati tra partiti e mercato, tra mezze fedi e false bandiere, se valuto
che per restare fuori dalla mischia si è mal sopportati, e se infine rifletto sulla
necessità che abbiamo di restituire una dimensione più umana alle nostre
ambizioni, ebbene, mi sento quasi defraudato rispetto a tutto quello che si ha, o
non si ha, Montagne di una vita qui a Tortel. Parlo naturalmente per quello che
sento, il mio parere è tanto poco autorevole che non turberà nessuno.

Di notte piove a ondate successive, poi cala il vento e l'indomani di buon'ora, su


una barca sospinta da un motore di dieci cavalli, navighiamo diretti a sud lungo
una serie di canali burrascosi.

Il nostro punto d'arrivo è un'umile casetta di legno al fondo di un'insenatura


che si sviluppa parallelamente al grande ghiacciaio Jorje Montt, nel fiordo Calen.
È l'ultimo avamposto umano in queste terre. Quando lo raggiungiamo è
pomeriggio avanzato. Ad accoglierci con stupore, ma altrettanta cordialità, sono
una donna e un giovane sulla ventina: madre e figlio. Il resto della famiglia, ci
dirà più tardi la sefiora Verta Mufioz, madre di Edoardo, si trova al Nord occupato
a sospingere la mandria di vacche e cavalli verso Cochrane, in fondo alla valle
solcata dal rio Baker. «Il viaggio », continua la donna, «richiede almeno un mese,
ma ne vale la pena.» Abbozzando poi un sorriso conclude: «A Cochrane arriva la
strada, perciò si vende meglio il bestiame ».

Fino a quel momento il nostro equipaggiamento era stato raccolto in sei


sacconi di varia taglia, e il suo volume era cresciuto a ogni nuovo acquisto, a
partire da Santiago, almeno per quanto concerne peso e ingombro. Per vari
motivi, buona parte del materiale, pentolame, accette, trappole, reti da pesca
eccetera, non si era potuto portado direttamente dall'Italia. Ci si dovette perciò
accontentare di ciò che offriva il commercio locale. Fatto sta che al momento di
convogliare il tutto in soli tre zaini ci troviamo veramente nei guai; tanto più che
abbiamo ritenuto necessario portare con noi una riserva di carne fresca. Una
pecora di media taglia era stata macellata per noi dagli amici Mufioz; dobbiamo
dividercene le parti appendendole agli zaini già ridotti come armadi stipati. Per
rimetterci in piedi sotto il peso dei carichi dobbiamo aiutarci a vicenda, e penso di
non esagerare stimando di circa cinquanta chili quelle specie di carghe che
porteremo sulle spalle.

Compiuto il primo guado sul grande fiume che solca la vallata, a un paio d'ore
dalla partenza, troviamo con minore frequenza le tracce degli animali, che
tuttavia ricalchiamo fino a quando svaniscono nella boscaglia o in una palude
ingannevole. Affondiamo pesantemente fin quasi al ginocchio, calzando alti
stivali di gomma. Gli scarponi da montagna, ben ramponati, serviranno per
attraversare i ghiacciai. Per due giorni continuiamo a risalire l'ampia vallata dove
le paludi si alternano a dense boscaglie, o a foreste di giganteschi Coìhue
(Nothofagus betuloides), il bellissimo faggio magellanico dall'alto fusto e dalle
foglie verdi tutto l'anno. Incontriamo però con relativa frequenza il vuoto
improvviso lasciato da un bosco incenerito: squallida testimonianza di un
irresponsabile metodo di colonizzazione, il peggiore che si possa concepire per
creare nuovi pascoli. Quell'opulenta vegetazione certamente terribile da
penetrare, ma che tuttavia è espressione di eternità della vita e dell'equilibrio che
la governa, diventa all'improvviso scheletro di se stessa. Con forme che sembrano
quasi braccia imploranti e gesti di dolore, salgono dalle ceneri migliaia di bianchi
tronchi, ossuti e caotici. Non posso fare a meno di pensare alle leggi promulgate,
ma impotenti a evitare la distruzione degli ultimi paradisi terrestri. Dover
penetrare attraverso quei cimiteri osceni, di ciò che fu natura irripetibile, stringe
il cuore; e se ne esce segnati come spazzacamini.
Il peso tremendo che mi opprime le spalle, e il procedere stentato sul difficile
cammino, non rendono giustizia al grandioso paesaggio che meriterebbe ben ,più
attenzione. Di quella insolita realtà colgo tuttavia qualche frammento, attimi di
cose stupende che affido subito al pensiero. Così, in una prospettiva forse non del
tutto reale, vedo e sento quel mondo attorno a me fino a esserne sommerso, fino
a farne parte.
Ecco, ora sono nella foresta. Una profonda sensazione di pace, ma a volte anche
di timore, mi invade non appena entro in questo grande mondo incantato, vera
espressione di selvaggia verginità. Sono affascinato da quei solitari recessi, da
quei giganti mansueti che innalzano vigorosi le loro chiome dominando gli oscuri
antri che li generano. Ma al tempo stesso sono intimidito dalla forza segreta che
emana da quella massa di piante di ogni tipo, età e dimensione, che cresce e si
solleva brutalmente dalle spoglie di altri tronchi in decomposizione. Fra me e
quella natura da sempre esiste un dialogo, un linguaggio intimo, una specie di
intesa, come tra vecchi amici che hanno mille cose da dirsi. È così che il mio
pensiero volge ai superbi signori del bosco, faggi, cipressi, magnoliacee (Drymis
winterii). Ma la mia attenzione va anche alle specie minori del sottobosco. Il
fogliame è assai denso e impenetrabile. Primeggiano gli spinosi Berberis, tuttavia
si impongono viluppi di rampicanti che spingono ovunque i loro tentacoli, si
avviticchiano agli alberi, o penosamente si contorcono nella calca delle specie più
forti. E tutto si manifesta nell'evidente lotta verso 1'alto, verso la luce, la vita che
ogni pianta, piccola o grande, cerca e assorbe avidamente.
Al suolo, avvolti alle ramaglie e ai tronchi eretti o putrefatti, si sviluppano densi
strati di muschi, licheni e varie crittogame, si intrecciano con grazia le epatiche e
le felci. Il sottobosco, pregno d'acqua e cedevole, è un universo vegetale che trova
nei ristagni uno sviluppo fantastico. Tutto qui è immobile e muto, la vita sembra
essa stessa espressione di morte, solo ogni tanto giunge all'orecchio il mormorio
di un torrente, o il verso sillabico di un uccello, più sorpreso che spaventato dalla
nostra apparizione.
Muovendoci in un ambiente tanto austero, privi delle più elementari risorse ma
consapevoli delle nostre prospettive, verremmo consumati dall'ossessione se non
ci sforzassimo di recuperare un po' di quella spensieratezza che alimenta
l'allegria. Penso che un po' di buonumore e un pizzico d'ironia bastino a
rigenerare lo spirito almeno quanto una buona colazione per tonificare i muscoli.
A dire il vero, a noi basta già toglierei lo zaino dalle spalle per sentirci sollevati, in
tutti i sensi. È di sera, con qualcosa nello stomaco, che ei è più facile sorridere,
persino delle cose serie. Chi più ne ha più ne mette per prendere, e prendersi, in
giro. Un amico a Santiago ci aveva chiamati «Elio, Melchiorre e Baldassarre ».
Adesso che ci sta crescendo la barba sembriamo proprio i Re magi venuti
dall'Oriente inseguendo chimere in luogo di comete.
Elio, il più giovane, porta l'anima scolpita in fronte. È sempre in lotta tra
moderazione e intemperanza, e in questi giorni ha assunto l'aria arruffata del
guerrigliero in cerca di rivoluzioni. Assai più contenuto nei modi e nell'aspetto è
Melchiorre. Con quella sua voce sempre pacata, il viso un po' rigonfio e cosparso
di candidi peli d'angora, ricorda vagamente la figura di Hemingway. Dal canto mio
non so proprio a chi potrei somigliare, così malamente insaccato, come mi
ritrovo, dentro un paio di brache abbondanti, con sopra un camicione da
spaventapasseri. Una cosa è certa, non verrei mai scambiato con il modello
dell'uomo d'avventura, un po' manierato e arrogante come lo vuole una certa
immagine pubblicitaria. Ma parliamo di cose un po' più serie, della nostra
attrezzatura, per esempio, che ci sta dando qualche fastidio. Soltanto l'utilizzo
estremo che se ne fa riesce a palesarne i pregi e i difetti. I nostri zaini,
appositamente studiati per prestazioni come questa, in realtà, alla prova del peso
che li riempie, rivelano carenze per nulla trascurabili. Più di una volta quando
qualche congegno del sacco non funziona sbotto e impreco contro chi lo ha
costruito. Elio, che in questi casi sa tirar fuori il sarcasmo, rincara la dose e
rimbrotta: «La colpa è tua, non succederebbe se accordassi la tua esperienza a
quelli che lo fabbricano! »
I fiumi rappresentano per la nostra avanzata una spina nel cuore. È novembre,
la stagione dello scioglimento delle nevi su queste montagne; e la Patagonia
quest'anno è stranamente interessata da una temperatura mite. Ne consegue che i
corsi d'acqua, già impetuosi per loro natura, si trovano costantemente in piena. Il
nostro cammino si svolge quasi di continuo a ridosso del fiume, in cui si
convoglia ogni scolo del disgelo. Quella corrente ammattita spesso non la
vediamo neppure, tanto è fitta la vegetazione delle sue rive; ci raggiunge però, un
po' più vivo o un po' più rauco, il poderoso respiro delle sue acque che si
inseguono all'impazzata.

Il fiume svolge le sue spire, e nell'impeto scava le rive d'argilla tirandosi dentro
intere porzioni di foresta. Cataste di tronchi e di rami emergono ogni tanto dalle
anse, sospinte dalla violenza della corrente.
Seguiamo dunque le volute del fiume nei suoi capricciosi serpeggiamenti, e ora
avanziamo attraverso faticosi pantani, ora siamo alle prese con fitte barriere
vegetali, ma quando una gola del monte si fa impraticabile, allora non ci resta che
cercare un guado nei ripiegamenti del fiume. Scelto il punto, il più delle volte
esitiamo a compiere la traversata, e cerchiamo altrove; alla fine dobbiamo
deciderci e quasi sempre passiamo proprio là dove un'ora prima non ci eravamo
azzardati.
Per ogni guado i preliminari sono sempre gli stessi. Da un alberello ricaviamo a
colpi d'accetta un robusto bastone, poi ci leviamo stivali e pantaloni che leghiamo
in cima allo zaino, infine entriamo nella corrente con cautela, controllando ogni
movimento con l'aiuto del palo, che teniamo saldamente puntato a valle contro il
fondo del fiume. Non tutti i guadi sono difficili, qualcuno però è pericoloso,
specialmente se awiene in una rapida punteggiata di rocce, e se non offre alcuna
possibilità di stendere attraverso la corrente una corda di sicurezza. Così è stato là
dove ho riportato la frattura del piede. Tolti gli stivali per non aggravare il
pericolo, già all'inizio mi trovo immerso fino alle cosce dentro una forza violenta,
gelida, e dirò anche vertiginosa non potendo fare a meno di fissarla attentamente
per avanzare. A ogni passo il piede deve trovare il giusto appoggio sul fondo
roccioso, invisibile nell'acqua torbida e spumeggiante. Sono nel bel mezzo della
rapida quando il piede destro slitta di colpo e va a incastrarsi in un buco. Awerto
sì dolore, ma non eccessivo. Li per lì la cosa più grave è il fatto che non riesco a
ritrovare l'equilibrio, e resto in bilico con il piede incastrato tra le rocce. Passano
lunghissimi secondi, ormai non sento più né piedi né gambe per il gran gelo. Un
fragore pazzesco mi ha frastornato e una frenesia di creste e cavalloni incalzanti
mi dà il capogiro. Infine quando un mulinello impazzito si rompe e ribolle sopra i
miei fianchi, mi sento sopraffare. L'impeto diventa irresistibile, sta per
rovesciarmi e tirarmi giù per la rapida. È incredibile come quell'acqua riesca ad
annullare quasi completamente il mio peso nonostante il grande zaino che porto
sulle spalle. Non so come sia andata da quel momento, non riesco proprio a
ricostruire quello che ho fatto di preciso per vincere tanta furia, fatto sta che mi
ritrovo sull'altra riva, zoppicante, stringendo in pugno il mio bastone.
Quella sera a ristorarci è un'abbondante scodella di brodo che otteniamo
bollendo e ribollendo alcune ossa della pecora. Già sapevamo quanto è saporita la
carne ovina, ci sorprende invece scoprire la delicatezza del suo brodo.
La nostra tenda è per due persone, ma ci accoglie tutti e tre. A dire il vero non ci
stiamo neanche tanto male. Due di noi si sistemano in un verso, il terzo allunga i
piedi tra le teste dei compagni. Tocca a me, e stasera la cosa mi procura qualche
fastidio, per via del piede che finisce sotto le spalle di quello che si rigira nel
sonno. Al che urlo, naturalmente, e tutti si svegliano. E poi stento a riprendere
sonno. Sono momenti in cui tornano le immagini della giornata, in cui rivedo
gesti e situazioni, paesaggi ed espressioni. Per liberarmene, cerco ancora una
volta di depistarli sui binari dell'ironia. Ci riesco quasi sempre, ma ci sono
eccezioni.
Da una visione, ancora oggi, non riesco a svincolarmi tanto facilmente..Mi
riferisco a un episodio che accadde in questo stesso luogo sulla via del ritorno. Al
centro del fiume impazzito emerge una specie di secca pietrosa con rocce
affioranti. Ciò vuoI dire che potremo compiere il guado in due tempi consecutivi,
prima stendendo e ancorando la corda dalla riva al centro del fiume, poi ripetendo
l'operazione dal centro all'altra riva. Riuscito il primo tratto stiamo per concludere
il secondo. Sono ormai passato sull'altra sponda, e non potendo fare altrimenti
assicuro a spalle la corda che prima avevo bene annodata a un pietrone in mezzo
al fiume. Melchiorre, sostenendosi a questa corda, già comincia a venire verso di
me penetrando sempre più nella corrente; Elio invece se ne resta al .centro del
fiume in attesa del proprio turno.
A dire il vero sono preoccupato per Melchiorre il quale, impressionato dal mio
infortunio, non ha voluto mettersi a piedi nudi. Pensava che con gli stivali i piedi
avrebbero avuto una maggiore stabilità sul letto del fiume. Ma vi era anche il
rovescio della medaglia da considerare. Giunto nel punto di massima corrente,
che sale abbondantemente al di sopra degli stivali, l'amico si arresta, in difficoltà.
Lo vedo semprepiù teso, insicuro, non raccoglie i suggerimenti che grido al suo
indirizzo mentre gli tendo al massimo la fune. Poi, l'incidente. Vedo il compagno
girarsi prima su un fianco, come se una bolla d'aria al posto degli stivali lo
spingesse in su, fuori dall'acqua. Per un attimo si sbilancia sotto lo zaino, che
adesso gli pesa tutto da un lato, infine sprofonda nella corrente fino al collo. Ora
le sue mani si aggrappano convulsamente alla fune. «Tirati su! Rimettiti in piedi!
» gli grido a tutta voce cercando di vincere il frastuono delle acque, e intanto tiro
sempre la corda come un disperato. «Insisti, tirati su! » continuo a urlare, ma è
chiaro che non riesce a farlo trovandosi inchiodato dal peso del sacco. Ora
rovescia la testa all'indietro, lo sguardo è smarrito, spalanca la bocca tra i flutti
per respirare. «Elio! Corri, Elio! » urlo al compagno che in quel momento si trova
a monte della secca e non può vedere né udire quel che succede. Ma la campana
del fato ha ancora un rintocco: una mano di Melchiorre cede, molla la presa.
L'amico si gira di colpo nell'acqua, e affonda di schiena. «Resisti, Melchiorre! Non
mollare la fune! Elio! Elio! » riprendo a urlare a perdifiato, vincendo il clangore
della rapida. Mi trattengo nell'istante in cui sto per buttarmi in suo aiuto, sarebbe
follia se mollassi la fune, ma lo farò senz'altro se anche l'altra mano dell'amico
cederà. Finalmente Elio mi ha sentito. Lo vedo correre tra le pietre, nudo, al
centro de1fiume, per venire ad afferrarsi alla stessa fune che trattiene Melchiorre.
Ecco, lo raggiunge, lo afferra, riesce infine a risollevarlo ma con molta fatica,
proprio a causa dei maledetti stivali su cui fa presa la forte corrente, e che
impediscono ai piedi di affondare sul letto del fiume.
In cima alla lunga valle che sale dal fiordo Calen, ormai a ridosso delle
bastionate che sorreggono il Hielo Continental, si mostra all'improvviso uno dei
laghi più attraenti. È frutto delle escavazioni glaciali del passato. Sul lato da cui vi
si accede il suo aspetto è dolce. Le rive appaiono orlate di bosco e, simili al bordo
di un tondo cratere, cingono le belle acque di un turchese lattiginoso. Dall'altra
parte del lago invece si elevano altissimi e selvaggi dirupi a sostegno dei ghiacciai.
Con impressionante frequenza su questi dirupi esplodono enormi porzioni di quei
ghiacci in bilico. Tutto finisce dentro il lago, naturalmente, e diventa subito preda
del vento che spinge avanti e indietro, come assurde vele, quei piccoli iceberg. A
completare la suggestione di questo luogo, che pare uscito da un incubo, c'è un
fiume rombante che sgorga dal ghiacciaio proprio sul ciglio del burrone. E da qui,
con un unico salto di alcune centinaia di metri, arriva fin giù nel lago,
polverizzandosi.
Nei pressi del lago, e appena un po' discosti dal fiume, poniamo il nostro
accampamento: una piccola tenda con un telone teso sulle funi. Il fuoco arde tra
due pietre e una pentola d'acqua appesa sulla fiamma frigna sul punto di bollire.
Si addensano le nubi a ridosso dei ghiacciai e alcune raffiche di vento umido che
scorrazzano nell'aria non lasciano presagire nulla di buono. Sornione, il fiume
mostra di scorcio le sue rapide dai riflessi perlacei e brontola distante fra i grandi
massi delle rive. Ovunque spuntano i resti di vecchi incendi. Grossi massi sparsi
sul terreno si intonano perfettamente al grigiore generale. Un pallido sole con gli
ultimi riflessi del tramonto tinge di porpora l'accozzaglia di vapori che avvolgono
le cime. Più in basso invece le fiancate su cui si posano i ghiacciai, ormai
offuscate e rigide come gigantesche quinte, pongono ancor più in risalto gli
assurdi bastioni di gelo. Si tratta di colossali, minacciose muraglie irte di torri e di
pinnacoli, minate da profonde fenditure dai vaghi riflessi azzurri e verdastri.
Improvvisamente, e come incitata da una potente mano invisibile, si produce la
valanga. Nell'aria sale un boato secco che rintrona a lungo nella valle.
Si ha la sensazione che l'intera montagna stia per sfasciarsi, ma subito l'occhio
coglie una fiumana di ghiaccio in movimento che ribolle e rivolta enormi blocchi
di migliaia di tonnellate. Tutto avviene nell'impeto di una rovina colossale che si
avventa giù dalle rocce, per centinaia di metri, sobbalzando fino a schiantarsi
nello specchio d'acqua. Le onde che salgono dall'impatto si irradiano a
semicerchio e rimescolano le acque fin sulla costa.
Durante la notte il vento prende più vigore e presto risuonano scrosci di pioggia
sul telo che ci protegge. Il terreno si inzuppa d'acqua che, ahimè, filtra attraverso
il fondo della tenda con ovvie conseguenze.
Bisogna spostare il campo al più presto ed è ciò che facciamo già di primo
mattino sotto un deciso rovescio. Ma il vero problema è dato dal fuoco. Quando
riusciamo ad accenderlo è tale il piacere, che vorremmo poter abbracciare le
fiamme che salgono finalmente da quei ceppi maceri d'acqua.
Per tutto il giorno cade la pioggia con mutevole intensità, sotto un cielo di nubi
scarmigliate che scendono fino alla base dei monti. Nel pomeriggio, a rompere la
monotonia di una situazione già di per sé pesante, sopraggiunge la sfu- riata nota
come cerrazòn. Odo prima un muggito nell'aria, che sale dalla valle, poi dal suolo
decollano improvvisamente brandelli di foglie, rami e scorze d'albero strappate
dai vecchi tronchi bruciati. Infine, con violenza insospettata, queste cose
cominciano a vorticare come dentro a un grande imbuto dalle invisibili pareti, e
salgono nell'aria, sempre più su, rapide come frecce scagliate contro il cielo, fino a
confondersi con le nubi.
Il turbine si sposta sul fiume e ne sconvolge le acque, le solleva, le attorciglia, le
riduce in polvere, le risucchia e infine le disperde nel cielo, da cui un giorno in
forma di neve erano cadute. Caso vuole che l'epicentro del vortice sfiori appena le
nostre tende, che tuttavia fremono e sibilano facendo eco all'urlo che scende dalle
gole vicine.
È un momento emblematico di queste solitudini, dove in un clima lugubre
sembrano combinarsi tutte le forze elementari della natura, le une in lotta contro
le altre, per sedurre ma anche sgomentare.
Nel tardo pomeriggio le nubi si rischiarano, un vento moderato lesfilaccia
aprendovi brandelli di azzurro. Un raggio di sole attraversa obliquamente tutta la
valle e va ad arrossare una cresta nevosa. Sono attimi straordinari, sembrano
creati apposta per essere ricordati.
Assistiamo allo spettacolo seduti intorno alla pignatta in cui bolle e ribolle un
pezzo di pecora. L'avevamo razionata senza pensare che le mosche potevano
batterci sul tempo e farne scempio, posandovi mille uova. Così è stato infatti, e
ora soltanto una lunga bollitura potrà restituirci il pasto.
Una coppia di caiquenes (oche magellaniche) vola in cerchio sopra di noi, a
prudente distanza, lanciando brevi versi. Fa un solo giro, poi, com'era apparsa,
sparisce in fretta giù per la valle. È l'unica presenza di vita in tutto il giorno.
Lentamente, l'ombra fredda della notte comincia a inghiottirci, e il cielo si
riempie di stelle. Ma st~sera siamo ancora lì intorno alla rossa bragia assorbiti da
mille pensieri, impigliati nei ricordi lontani. Il gelo improvviso, che prelude al bel
tempo, spacca i fragili sostegni dei seracchi in bilico sui ghiacciai. Sono gli
invisibili Polifemi che, dall'alto dei loro domini, scagliano sull'intruso torri di
cristallo, minareti di giada, piramidi di quarzo, e macigni di zaffiro e smeraldo a
non finire.
Nel cielo terso del primo mattino mi sorprende l'apparizione di una nube
bianca i cui pennacchi si innalzano sopra il ghiacciaio. È l'effetto del vento la cui
furia investe e solleva l'acqua polverizzata del fiume, che d'un balzo precipita
nella gola del lago.
Ripreso il cammino ci dirigiamo sempre più a ovest, verso le valli più in quota
dove il bosco d'alto fusto cede a macchie rachitiche di faggio nano, salvo che nei
canaloni, dove riparati dal vento crescono rigogliosi labirinti di ramaglie.
Già intorno agli 800 metri sul livello del mare dominano muschi di vario tipo,
che formano un unico fittissimo tappeto dai bei toni verdechiaro, punteggiato di
vivissimi fiorellini gialli e rossi.
La temperatura sempre frizzante anche in pieno giorno è per noi una doppia
fortuna, perché attenua la fatica e disperde noiosissimi sciami di piccole mosche,
zanzare isteriche, e tafani da capogiro. Gli insetti sono una vera calamità da
queste parti.
Al di là di ogni colle, e nelle ampie conche, puntualmente c'è un lago più o
meno grande ma sempre bellissimo, Montagne di una vita benché sterile. Il
vento spazia libero e senza tregua, sibila tra i cespugli, increspa le acque, produce
allegri sciaquii sulle rive dei laghi. Nessun altro suono rompe l'antico silenzio di
questi luoghi. Non c'è traccia di animali, se non qualche rospetto. Alcune piccole
pozze stagnanti sono invase dai girini, ma stranamente mancano i predatori. Più
volte nella giornata ci appare il condor, che ad ali tese ruota altissimo e senza
posa portato dalle correnti. Se vola il condor significa che almeno qualche piccolo
animale esiste qui attorno, invisibile ai nostri occhi che non possono competere
con quelli di un rapace.
Dal mattino che lasciammo Tortel tante cose sono avvenute, e molte lande
disabitate sono già rimaste alle nostre spalle. Siamo sempre più stanchi, denutriti,
tesi. Basta avere fame, per essere tesi. Siamo preoccupati per il cibo che non
troviamo in alcun modo, né dentro né fuori dall'acqua, e che cerchiamo con
sempre minori speranze. Fin dall'inizio seguiamo un itinerario che già avevo
studiato, sia pure a grandi linee e su una mappa assai vaga; abbiamo perciò la
possibilità di misurare i nostri tempi effettivi di marcia con quelli
anticipatamente calcolati e a cui facciamo riferimento. I conti però non tornano,
poiché giornalmente non riusciamo a percorrere che la metà delle distanze
previste, pur faticando dall'alba al tramonto. La situazione critica, che era apparsa
compromessa fin dall'inizio, ma che non avevamo ancora voluto accettare come
tale, si protrae fin quando giungiamo sopra il fiordo Bernardo.
Siamo sul colle altissimo da cui si domina l'orizzonte; è proprio qui che
guardando dentro noi stessi scopriamo il panorama, ancora più vasto e quasi
disperato, delle nostre impossibilità. Troviamo allora la forza di vincere l'orgoglio
e di interrompere l'irrealizzabile avventura tanto a lungo vagheggiata.
Un'avventura che si è trasformata in un gioco crudele e assurdo, un'affronto alla
consapevolezza dei propri mezzi e dei propri limiti: una stupida sfida alla vita. La
rinuncia non può essere che un ispirato momento di chiarezza; ma non sempre è
facile eseguire ciò che ordina il buon senso. Dice un proverbio indiano: «Quando
soffia la bufera, l'albero deve piegarsi o verrà strappato alle radici ».
Come ho detto all'inizio, per vari giorni ci eravamo spinti, valle dopo valle,
attraverso le boscaglie che rivestono l'imbasamento del grande Hielo Continental.
Ma vuoi per le nubi, vuoi per le frapposte dorsali rocciose, non riuscimmo mai a
spingere lo sguardo al di là della barriera. Ora però, quasi a premiarci della
rinuncia appena fatta, abbiamo deciso di rompere il mistero delle cime
sconosciute, vogliamo dunque vederle e sceglierne una, la più bella, per farne la
nostra meta prima di cominciare la marcia del ritorno. Riusciamo nell'intento
inerpicandoci in cima a un monte che si eleva sul lato opposto al grande Hielo; e
la sera stessa, tornati giù al colle e risaliti da lì i contrafforti del Hielo,
bivacchiamo alla base del canalone nevoso che punta dritto alla nostra montagna.
Fu quindi così che la nostra avventura, che avrebbe dovuto svolgersi nelle
profonde vallate, assunse improvvisamente un carattere alpinistico. Positivo,
nonostante tutto.
Eccoci nel cuore di una notte incantata, in cima a un crestone ghiacciato che
avevamo raggiunto al chiaro di luna per dare l'assalto alla vetta bellissima e
sconosciuta. La montagna da quassù ostenta un'imponenza insospettata, e tanto
aereo è il suo aspetto da apparire ai nostri occhi ancora più elevata di quanto
sembrasse dal basso. E pensare che ci eravamo sentiti ormai vicini alla sua cima.
Nel silenzio profondo, il disco luminoso della luna propaga e diffonde i suoi raggi
sulle bianche masse di ghiaccio, rendendo quasi immateriale quel gran- dioso
paesaggio di cristallo. Qualche ora fa, dal nostro bi- vacco a ridosso di una roccia
abbiamo assistito a un altro spettacolo straordinario. Fino alle 10.30 di sera si era
prodi- gato un crepuscolo a dir poco wagneriano, e mezz'ora più tardi, da dietro un
costone, aveva cominciato a irradiarsi il chiarore del plenilunio. Ma fu alle 11.30
che d'improvviso, cominciando con uno spicchio, sbucò nel cielo una palla, che
dico, un macigno smisurato di fuoco, rosso come magma appena rappreso. Ebbi
l'impressione che un corpo celeste, un asteroide penetrato nell'atmosfera, fosse
sul punto di schiantarsi sulla Terra. Non scorderò mai quella visione. Oltre alla
luna, che stanotte è davvero stregata, migliaia di stelle Montagne di una vita
colmano la gran volta del cielo, e brillano come avessero palpiti di vita attraverso
un'atmosfera cristallina. Si distingue nettissima la Croce del Sud. Poderose
cascate di ghiaccio riempiono gli avvallamenti e lunghi crepacci tagliano i pendii
raggiungendo le sommità delle creste. Un'enorme parete rocciosa precipita sulla
sinistra nel fondovalle e va a fondersi con la tinta cobalto della notte. Sulla destra
invece si innalzano in successione candidi cupoloni glaciali la cui mole, se non
fosse 1'esperienza a garantirlo, ci indurrebbe a ritenerli ancora più elevati della
nostra montagna, alla quale si collegano sulla linea di un enorme semicerchio.
Ecco, è quella la giusta via da seguire per sfuggire ai trabocchetti che il buio
nasconde nelle conche del ghiacciaio.
Sono le 3.30 e poco meno di due ore ci separano dall'alba. Sempre con i piedi
ramponati, protetti dalla fune legata in vita, cominciamo a scendere sul lato
opposto da cui eravamo venuti, verso la depressione che ci divide dalla base del
primo cupolone. Ma qui, in una zona d'ombra dove non arrivano i raggi lunari, ci
troviamo subito ingarbugliati in una rete di crepacci seminascosti e fra neve
cedevole. Per un buon quarto d'ora brancoliamo in quell'ignoto minaccioso.
Nel cielo sempre ingemmato di stelle si vanno formando tenui velature e
attorno alla luna si crea un alone di vapori, caratteristico segno di mutamento. Ma
in queste regioni tanto soggette a sbalzi improvvisi chi può fare previsioni sul
tempo? Non potendo accorciare le distanze abbrevieremo almeno i tempi
affrettando il passo. Così inizia una gara di velocità con la tempesta annunciata.
Superiamo il primo cupolone su ripidi pendii di neve molle, v'è ora un vasto
pianoro sfavorito dalla neve crostosa e cedevole. Qui ci colgono i primi albori. Si
annunciano con il tipico pallore in cui, mancando ombre e rilievi, è difficile
stabilire le distanze. Avevamo seguito affascinati i vari mutamenti d'aspetto della
nostra montagna, prima evanescente per la luce irreale della luna e ora appiattita
dall'alba altrettanto ingannevole. La cima adesso appare per nulla austera e
persino facile da raggiungere; si direbbe addirittura di poterei arrivare in pochi
minuti. Intanto però la superficie su cui procediamo si contrae rivelando una
serie inso spettata di crepacci e di muri di ghiaccio, che continuano anche sulle
pendici del secondo duomo. Proprio su questo cupolone ci raggiunge il primo
raggio di sole, che pur filtrato dai lontani vapori arriva a noi pieno e netto. È una
luce che evidenzia ogni piega, restituendo a ogni cosa le dovute proporzioni.
Quest'alba ha inoltre il potere di ridurre sopra di noi le temute velature che erano
andate intensificandosi. Permangono invece densi strati all'orizzonte.
Nessuna difficoltà si oppone più al nostro cammino. Procediamo quindi
speditamente sulla dorsale nevosa che si allunga fin sotto la balza della vetta. Già
fin d'ora possiamo affacciarci sugli orizzonti sempre più aperti alla nostra
curiosità.
Siamo entrati nel clima magico delle bianche solitudini, nel dominio del gelo e
delle tempeste, dove insomma si concentra tutto il bello e l'orrido dell'alta
montagna.
E finalmente la cima. Una cornice nevosa che si arriccia nel vuoto e su cui a
malapena ci si regge in piedi, uno per volta.
Arrivare sulla punta di una bella montagna, tanto più se ancora intoccata, è
sempre un fatto emozionante. Tuttavia si finisce per banalizzarlo con una serie di
atteggiamenti cui è difficile sfuggire. Il primo è quello di scattare le rituali
fotografiericordo con tutte le varianti: a te, poi a me, a voi, a tutti noi insieme
eccetera. Nel frattempo, soltanto con distrazione ci si cura di volgere lo sguardo
attorno, e si fa quasi unicamente se indotti da qualche contingenza: scongiurare
un pericolo, prevenirne un altro, commentare uno stato d'animo, quasi sempre un
timore di qualcosa che si sta preparando. Per sentire veramente la vetta raggiunta
e poterne vivere tutta l'emozione, bisogna esaurire i luoghi comuni e sfuggire a
ogni distrazione. È molto più facile in solitudine. Non avrei mai chiesto ai miei
compagni di lasciarmi per un po' da solo sulla cima del monte. Ma quando loro
stessi, intuendo forse il mio desiderio, dichiarano che per non ostacolare le
riprese fotografiche scenderanno ad attendermi ai piedi della balza, cento metri
sotto, sono contento.
Così resto solo in un fulgore di luce, librato su un mondo tra nevi e azzurri
purissimi. Mi sembra di aver raggiunto il limite dove hanno termine le cose
terrene e cominciano i domini dell'assurdo.
Hielo Continental, eccolo finalmente disteso ai miei piedi in tutta la sua
meraviglia. Ovunque è ghiaccio e neve da cui si elevano catene scintillanti, picchi
giganteschi, creste affilate, bastioni rocciosi, pareti verticali, seraccate penzolanti
sugli abissi. È la più completa rappresentazione di tutto ciò che può offrire di
meglio la montagna. Ma ciò che più impressiona è la candida immensità fatta di
estesi tavolati di neve, che si succedono e si dilatano in tutte le direzioni sino a
dileguarsi in lontananze sconfinate, sino a fondersi nel cielo perlaceo, sino a
traboccare nei fiordi marini in forma di vaste correnti di ghiaccio. A incidere il
manto di questo incredibile Hielo emerge ogni tanto una zona di seracchi, che
appare come una burrasca nel mare di ghiaccio, tra due tavolati.
Dopo le vastità del Hielo Continental il mio occhio viene attratto dal grande
vuoto che si apre sotto i miei piedi e ancora oltre, nel tentativo di riconoscere i
luoghi nel fondovalle che già abbiamo percorso. Ne identifico due soltanto. A
occultare il resto sono gli stessi bastioni rocciosi che da laggiù mi avevano
impedito di vedere le cime. Su questo lato la nostra montagna è davvero
impressionante. Le pareti rocciose, che le tempeste hanno corazzato di ghiaccio,
culminano con protuberanze a fungo, collegate tra loro da precarie creste
arricciate, oppure - cosÌ è la vetta - da rugosi rialzi e cornicioni sporgenti nel
vuoto. C'è poi un salto netto e imperscrutabile di alcune centinaia di metri prima
di ritrovare il ghiacciaio là sotto. Farei meglio a definirlo un'orrenda e sconvolta
crepacciata, che scende sempre più compressa tra lisce pareti rocciose, per
giungere sul famoso ciglio da cui si slancia di colpo il fiume glaciale. Mi riferisco a
quel gran salto di acque polverizzate che si tuffano nel bel lago tondo, nei cui
pressi mi ero fratturato il piede.
Il mio sguardo scivola ancora più in basso, sulle verdi vallate, dove serpeggiano
le vene d'argento dei corsi d'acqua, e innumerevoli laghi scintillano al sole.
Nell'immensa saggezza di questa fiaba sembra che tutto sia stato disposto da una
mano intelligente.
Ma l'incanto continua anche verso i fiordi. Questi bracci di mare che formano
isole e insenature, e canali che aggirano montagne, penetrano foreste
lussureggianti, lambiscono pareti dirupate, arrivano a ridosso di abbaglianti colate
di ghiaccio. li fiordo Bernardo da quassù è quanto di meglio si possa immaginare
con le sue masse di ghiaccio galleggiante; né sono da meno, benché molto più
lontani, gli spettrali iceberg che vanno alla deriva nel fiordo Calen, quello
specchio di mare perlaceo che tocca l'immenso ghiacciaio Jorje Montt.
Una pletora di cime minori, ancora innevate, separa ed evidenzia le mille valli
di questa regione. All'orizzonte si stagliano i colossi più elevati della Cordigliera
patagonica, ossia il monte San Lorenzo a destra e la catena settentrionale a
sinistra, dominata dal monte San Velentin. Un ricordo di molti anni fa si affaccia
alla memoria, quando ero arrivato attraverso i fiordi fino a quei luoghi. C'è un
ghiacciaio sul San Velentin che dopo decine di chilometri va a tuffarsi nelle acque
di un'insenatura creandovi uno degli spettacoli più suggestivi dell'intera
Cordigliera: la laguna San Rafael. Qui si danno appuntamento, con straordinaria
armonia, alcuni elementi naturali nettamente in contrasto tra loro, come ghiacci e
foreste, silenziosi iceberg e stormi dichiassosi pappagalli (Conurus
magellanicus). E ancora, tempeste di neve e rigogli di piante tropicali, silenzi
infiniti e strepitose frane di ghiaccio.
Quasi a rassicurarmi che tutto sia vero e non si tratti di un sogno, alzo lo
sguardo sull'inesauribile Rielo Continental, scoprendovi qualcosa di nuovo che mi
era prima sfuggito; un mutare di luci per esempio, o una lingua azzurrina di
ghiaccio che penzola da un bastione, o una punta ritorta nel cielo rimasta fino
allora nell'ombra, o tra le nubi a oriente. Mi accorgo che sul lato dei fiordi, per
almeno cento chilometri, non esiste un'altra montagna ben elevata e definita
quanto questa. Le sole alture sono cupoloni di modesta quota, che si susseguono
fino all'orizzonte offrendo all'occhio un grande senso di quiete. Mi ricordano gli
ultimi rilievi della catena Transantartica osservati nelle vicinanze del Polo Sud,
dove lo spessore del ghiaccio è tale da sommergere quasi le alte cime.
Sul dorso longitudinale del Hielo emergono invece, lontanissimi ma ben
distinti, alcuni colossi di mia vecchia conoscenza. Rivedo non senza emozione il
Cerro Lautaro, il Cerro Piramide e ancora più distante, parzialmente nelle nubi e
un po' coperto dal Lautaro, il Cerro Mariano Moreno che avevo salito la prima
volta ventisette anni fa. Sempre sulla frequenza magica dei ricordi rivivo i
momenti di quando lo scalammo. Con i miei tre compagni fummo quella volta i
primi uomini a metter piede su quella cima, ma per riuscirci dovemmo ingaggiare
una gara, oltre che con noi stessi, anche con il maltempo che arrivò a coglierci
sull'ultimo tratto di scalata. Fu una dura prova che richiese trenta ore di marcia
ininterrotta attraverso settanta chilometri di ghiacciai e di pareti. Camminammo
una notte, un giorno e una notte ancora, per concludere quella maratona. In
quell'occasione scalammo anche altre montagne bellissime, alcune ancora
vergini, ora impossibili a vedersi da quassù perché nascoste dalla mole del Cerro
Piramide: Cerri Adela, Nato, Doblado, Grande, Luca. Arrivammo inoltre a soli 400
metri dalla vetta dell'ancora intatto Cerro Torre. Non erano ancora i tempi per
quel genere di imprese, ne eravamo infatti i precursori. Ma quella volta - va detto
per la storia - non furono tanto le difese della montagna bensì la beffa a impedirci
di continuare la scalata.!
Stordito di luce ma galvanizzato dai ricordi, frugo ancora 1'orizzonte
abbagliante alla ricerca di altri monti familiari, e riconosco la slanciata pala del
Fitz Roy. È incredibile! Questo significa che il mio occhio, a partire dai duemila
metri del castello di ghiaccio su cui mi trovo, abbraccia un paesaggio di
centocinquanta, forse duecento chilometri di raggio. È proprio vero che per
vedere quanto è vasta la Terra bisogna trovarsi in cielo, ma in un cielo pulito
come questo. Non è forse esaltante essere alle soglie del Duemila e scoprire
intorno a sé ancora tanta verginità?
Sugli elevati bastioni orientali del Hielo, vale a dire sui Cerri Azul e Mellizo, si
vanno ora espandendo gli strati nuvolosi che in un primo tempo parevano
innocui. Masse grigie e scompigliate sospinte da nordest sfumano i contorni delle
cime, ma svaniscono subito dopo mangiate dal vento. Non è così invece
all'interno, sull'altipiano dove si formano e ristagnano sempre più lunghi banchi
di vapori. Sulle distese abbaglianti ora è scesa una luce scialba e un po' sinistra,
ma pur sempre affascinante per quel senso di mistero che porta con sé.
Sono quasi due ore che vago con gli occhi e con la mente, con tanto entusiasmo
da pensare che non esista al mondo appagamento più grande né montagna più
bella di questa. Ma è stato così altre volte. Ora dovrò scendere a valle, verso la
cosiddetta normalità, vale a dire nella realtà della vita in cui ci si consuma a
rincorrersi, senza capirci niente. Credo proprio, lo penso anche in questo
momento, che per svelare a noi stessi 1'assurdità del vivere quotidiano, non
esistano punti d'osservazione migliori di questi luoghi, che forse rimarranno
incontaminati. Da quassù il mondo degli uomini altro non sembra che follia,
grigiore racchiuso dentro se stesso. E pensare che lo si reputa vivo soltanto
perché è caotico e rumoroso.
Le nebbie ormai in subbuglio indurrebbero ad affrettarsi, ma ancora non mi
decido a prendere la via del ritorno. Sono come soggiogato da questi luoghi
possenti da cui emana lo stimolo antico, la suggestione delle cose che vengono da
lontano e che il tempo sfiora senza mai intaccare. Ecco, l'ho capito, ciò che adesso
mi sembra di toccare è la barriera del tempo ancor prima di quella dello spazio.
Nell'aria c'è ora una segreta forza che governa la mente, la filtra, la esalta, ne fa la
proiezione dell 'anima. Per contrasto, il mondo laggiù mi appare ancora più
lontano e buio, come può esserlo il nucleo interno della Terra visto dalle stelle.
Mi rendo conto dell'enorme privilegio che ho nel vivere questi momenti, e quanto
grande sia l'impalpabile ricchezza che ne deriva.
Alcune folate di nebbia scendono fin sulla cima, a tratti la avvolgono. Devo
proprio andarmene. Mi calo fino ai compagni, rimasti a lungo fermi e intirizziti ad
aspettarmi, e da lì perdiamo quota rapidamente, ricalcando le vecchie orme che
ora cedono sotto i nostri passi.
Squarci sempre più frequenti nel cielo turbolento finiscono per liberare il
paesaggio, ma non la nostra cima che resta prigioniera in un manto compatto di
vapori. Già stiamo per rassegnarci quando... ecco il prodigio: altissimo nel cielo,
un dente acuminato e candido si delinea per un attimo. Lo crediamo dapprima
una nube tanto è diafano, ma nelle brevi apparizioni che ancora seguono non
tardiamo a riconoscervi la nostra vetta, bella e fiera, che sembra volerci salutare.
Appare ancora una volta, fuggevole. Poi, con la stessa rapidità con cui le nubi si
erano diradate, si addensano di nuovo attorno alla sommità, e tutto ritorna nel
silenzio e nel mistero.

Appendice

Riflessioni
Relazione di apertura del Convegno Internazionale «Montagna Avventura 2000
- URSS e Occidente, tradizioni e traguardi a confronto» (1989)
TI Convegno ha luogo nella casa Machiavelli, a San Casciano presso Firenze. La
sala accoglie un Comitato d'onore, scienziati di particolari discipline, selezionati
alpinisti tra i più rappresentàtivi dell'Unione Sovietica, Stati Uniti d'America,
Giappone, Canada, Nuova Zelanda, Stati d'Europa. Un folto pubblico è presente.
Scopo dell'incontro è quello di sensibilizzare il mondo della montagna e
dell'avventura in genere sulla necessità di salvaguardare l'ambiente e gli
essenziali valori morali dell'alpinismo.
La pratica dell'alpinismo e della montagna in generale rappresenta una delle
massime espressioni che l'uomo ha inventato per il proprio piacere, sia fisico sia
intellettuale. Purtroppo negli ultimi decenni il suo significato morale e culturale
si è logorato.
L'alpinismo, nella sua formula più diffusa in questo momento, si disperde,
almeno qui da noi, in una serie di sfaccettature da cui emerge un'enorme
confusione di tendenze e di motivazioni. Nel corso delle riunioni tenute qua e là
negli anni Ottanta tutti i convenuti, in qualche misura, hanno finito per
rimanerne invischiati. TI discorso privilegiato in tali occasioni riguardava il
concetto dell'alpinismo oggi e la sua realizzazione filtrata dagli sponsor, dal valore
dell'immagine, l'affermazione tecnica e il suo peso commerciale. Così si è parlato
di classifiche, di corsa al primato, di record di velocità di una scalata, di prestigio e
di supremazia sugli altri. Qualcuno dei convenuti aveva osservato che 1'alpinista
di questo tempo è soggetto a problemi psicologici, a crisi di identità; si era anche
accennato alla necessità di tornare a una pratica pulita della montagna. Ma poi
tutti si erano tro vati concordi nel ritenere che 1'alpinismo, oggi, ha bisogno di
soldi, molti soldi. Cioè del primo elemento inquinante di ogni cosa. Così ogni
impresa finisce avvelenata, corrotta, svilita, degenerata. Dunque oggi si punta
soprattutto alla personale convenienza, al business pubblicitario. Con la pretesa
di passarlo per informazione, e con l'insolenza di giustificare tutto con 1'anarchico
rifiuto di regole, di ideali, di princìpi.
Ancora in un passato recente 1'alpinismo era concepito soprattutto come
appagamento interiore, e a tutti appariva chiaro che il gesto in sé di scalare picchi
e pareti, per quanto vivo e pregevole, non potesse contenere la filosofia della
montagna. La competizione, se tale si può definire, era per lo più con se stessi.
Misurarsi con le difficoltà di una cima significava compiere una profonda
indagine del proprio io. Ovviamente in tutto questo era implicito un confronto
con gli altri, votati allo stesso genere di imprese. E poiché era alle cime di
imponenti montagne che ci si volgeva, si scopriva di trovarsi in perfetta
comunione con la natura. Questo era 1'alpinismo tradizionale, di cui
fortunatamente non si è perduta memoria. Nei più maturi non è mai cessata la
disponibilità ad accettare queste regole, mai scritte né codificate, eppure chiare a
tutti e condivise. Noi non le subivamo, ma le facevamo nostre, ed erano fatte a
nostra misura. Penso del resto che ciò avvenga per ogni tipo di gioco: una volta
liberamente scelto, dovrà essere condotto onestamente. Se io dico di voler fare
una partita a poker ma poi utilizzo più di quattro assi, ebbene vuoI dire che uso
un mazzo truccato per vincere a ogni costo. Così facendo non gioco veramente,
ma baro. Inoltre non mi gratifico di quanto le condizioni e le regole del gioco
possono offrire. Non stimolo in me l'intelligenza e la fantasia. Né mi impegno
nella partita, e certo non vi incontro sorpresa. Queste componenti vengono a
mancare perché già a priori so, e posso. Alla fin fine, che razza di gioco sarà mai il
mio? Ecco perché mi sono sempre battuto, da trent'anni a questa parte, e ancora
mi batto, per un alpinismo pulito, sincero, coerente e costruttivo. E tale sarà,
appunto, se rispetterà fondamentali regole etiche. Sarà altrimenti tutta un'altra
cosa che non trova più riferimento con niente e con nessuno.
Adesso c'è quasi un rigetto delle regole. Ma se noi rigettiamo le regole
rigettiamo il nostro meridiano di Greenwich su cui basarsi per misurare e
misurarci. Senza punti di riferimento, senza regole, tutto è permesso, tutto è
possibile. Ma secondo me non ha valore, perché, come ho detto, non è
rapportabile a niente. Senza regole" non si è nessuno!
Che cosa c'è dunque al di là e sopra le montagne, se non l'uomo? Fare
alpinismo è uno dei mille modi di essere e di conoscersi. Andare in montagna non
dovrebbe avere altro significato che quello di una ricerca, mai di una fuga perché
a un certo momento bisogna saper rientrare nella propria individualità e nei
propri sentimenti, il solo spazio possibile, prima del vuoto. La montagna dovrebbe
dunque preparare ad andare più lontano. L'alpinista dovrebbe saper captare le
cose, arricchirsene. Ha i mezzi per farlo, avendo conosciuto ampi spazi e la
responsabilità dei propri atti. L'alpinismo è assai più di una tecnica, è assai più di
un record e di una collezione di cime. Non basta saper aggredire una montagna, la
curiosità e la riflessione sono ben più importanti per anticipare, per capire e per
sentire. Far lavorare soltanto i muscoli e il cronometro, in montagna, sarà anche
un gioco divertente, come sostiene qualcuno. Ma ha ben poco a che vedere con
1'avventura creativa. Inoltre, se in noi non c'è che l'atleta proveremo prima o poi
la tristezza del declino, privi di risorse mai sviluppate. Da qui le inevitabili crisi
esistenziali.
Molti scalatori d'oggi non la pensano così. C'è fra questi chi arrampica su brevi
percorsi atletici ma superprotetti, con l'ambizione di compiere imprese
avventurose e creative. Ritenendosi svincolato dai «tabù della tradizione ».
Proprio oggi che il culto dall'avventura è tale da indurre a comprarsela
preconfezionata, sorprende constatare come si possa arrivare a considerarla come
un tabù da abbattere. Per contro, si eleva a nuova dignità una serie di gesti sterili
che non potrebbero mai essere avventurosi.
Ma se davvero si vuole che l'alpinismo rimanga avventura occorrerebbe
rinunciare a quei mezzi tecnici e a quell'organizzazione capillare che prevaricano
l'uomo e la sua spon tanea determinazione. L'awentura non può più manifestarsi
là dove nell'uomo scadono l'ingegno, l'immaginazione, la responsabilità; là dove si
demoliscono, o almeno si banalizzano, fattori naturali come l'ignoto e la sorpresa.
E ancora non può sussistere awentura là dove vengono alterate, persino distrutte,
peculiarità come l'incertezza, la precarietà, il coraggio, l'esaltazione, la solitudine,
l'isolamento, il senso della ricerca e della scoperta, la sensazione dell'impossibile,
il gusto dell'improwisazione, del mettersi alla prova con i soli propri mezzi. Tutte
cose che oggi sono ormai represse o addirittura cancellate nel quotidiano.
L'awentura è un impegno che coinvolge tutto l'essere e sa cavar fuori dal profonào
ciò che di meglio e di umano è rimasto in noi. Là dove il « mazzo» non è stato
truccato per vincere a ogni costo, esistono ancora il gioco, la sorpresa, la fantasia,
l'entusiasmo della riuscita e il dubbio della sconfitta. Dunque l'awentura.
Oggi, in montagna, tecnicamente tutto è possibile, è dimostrato. Sparsi nel
mondo ci sono ancora tanti picchi e pareti, inviolati, che prima o poi qualcuno
scalerà di certo, avvalendosi di tutte le sofisticazioni oggi in uso. A mio awiso però
non si compirà nulla di nuovo né di interessante, poiché a quel punto si eseguirà
soltanto qualche cosa che, sia tecnicamente sia sul piano dell'organizzazione, è già
stato risolto. Allora, io dico, almeno sulla montagna diamo spazio più all'uomo
che alla sua tecnica, e prendiamo le distanze da tutto ciò che riduce, confonde,
impoverisce.
Oggi più che mai ci accorgiamo di essere invasi da banalizzazioni, inganni,
speculazioni di ogni genere, e falsi messaggi talvolta intrisi di erudizione
spicciola. Ricordiamoci che ciò che è di moda non garantisce mai la verità, come
ciò che vale non è quasi mai frutto del clamore. Se l'alpinismo è in buona parte
fantasia, l'awentura è tutto ciò che accende questa fantasia. Ciò che conta non
sono tanto le scalate eclatanti, ma l'umana awentura, il saperla creare
indipendentemente dagli esiti. Soltanto così l'uomo, frutto delle proprie
esperienze e della propria sensibilità, crescerà. E in questa crescita anche gli
splendidi paesaggi in cui egli si muove, si dilateranno, quasi prodigiosamente,
dando più spazio all'immaginazione e materia ai propri sogni.
L'impossibile e l'ignoto sono grandi dimensioni della montagna, non
dovremmo sopprimerle. Dovremmo invece misurarci con esse e farlo con mezzi
naturali, dettati dalle nostre limitazioni fisiche. L'impossibile bisogna vincerlo
perché abbia un senso, non abbatterlo. Sono la mente retta e il cuore saldo che
portano lontano, non certo la sola forza atletica; come del resto lo scalare
montagne su montagne non vuole sempre dire migliorarsi, e ancora meno
significa fare qualcosa di eroico. Eroico, semmai, può essere invece al giorno
d'oggi restare se stessi, mantenersi individui, e come tali integri.
Anche l'ignoto, come l'impossibile, è una componente preziosa dell'avventura.
Affrontarlo vuole dire porsi in diretta competizione con le proprie incertezze e la
precarietà. L'ignoto corrode dentro. Con l'ignoto dinnanzi a sé le difficoltà
lievitano, mentre i limiti si contraggono. A volte però basta poco a ridurlo, a farlo
scomparire. Un piccolo radiotrasmettitore o segnalatore elettronico sui generis,
portato in un'impresa sembra poca cosa, ma, insisto nella metafora, è come
giocare a poker con soli assi in mano. Bisognerebbe invece lottare apertamente
con le proprie limitazioni, e passare le Colonne d'Ercole che sono in noi. Questo è
ben altro che «minorazione masochista », come qualcuno insinua.
Parlare di conquista e di esplorazione, così com'erano in passato, fa un po'
sorridere oggi, con il grande occhio della tecnica che vede e provvede a tutto. TI
mondo si è molto ridotto e per lo più addomesticato: sappiamo ormai tutto e tutto
possiamo. Una ragione in più per invertire la marcia verso i grandi spazi che sono
in noi e che rappresentano le ultime, immense estensioni libere e sconosciute
della Terra. Non possiamo guardare che dentro noi stessi per scoprire chi
realmente siamo e che cosa vogliamo. Questa, non c'è dubbio, è avventura.
La curiosità è un altro elemento molto importante per arrivare ai grandi spazi.
A questo riguardo vorrei azzardare che è la curiosità ad aver creato l'uomo. Forse
l'avventura è co minciata proprio il giorno in cui la scimmia è discesa dall'albero,
per curiosità appunto. Lo spazio, in tutta la sua complessità, è una necessità
insopprimibile per l'essere umano. Tuttavia credo non occorra andare sul K2, in
Antartide, o in Amazzonia per sentirsene tanto attorno.
Il mondo di Livingstone è finito, sembrano ormai leg- genda anche le epopee di
Amundsen, Scott, Nansen. Il presente invece - che contrasto! - non appare che un
frenetico mutare di situazioni, di mezzi, di metodi, presto anche di mondi. Ma
fino a quando l'uomo conserverà la sua preziosa capacità di sognare, ebbene,
dinnanzi a sé indietreggeranno tutti i limiti e i condizionamenti. Noi facciamo dei
sogni, la nostra immaginazione ci dà delle idee; si tratta di sa- pere se riusciremo
a materializzarle oppure no. Ma per saperlo dobbiamo agire in quella direzione.
Oggi tutti parlano di avventura, forse perché la realtà ne concede poca e sempre
meno. Le si attribuiscono però troppi significati, perdendo di vista quello vero. Ma
attenzione: troppi «ci marciano» su quanto è stato ormai degradato a nuovo
prodotto di consumo. Non confondiamo l'avventura con lo spettacolo, con il
business che ne deriva. Non confondiamola insomma con qualche tipo di
imbroglio e persuadia- moci anche che in questo nuovo e crescente desiderio
generalizzato di inconsistente avventura, quasi sempre ci troviamo di fronte, più
che ad avventurosi e ai loro fans, a vittime di una certa politica dell'avventura.
Ancora vorrei ribadire che l'alpinismo rimane un gioco prezioso e affascinante.
Perciò come tale andrebbe praticato con buoni intenti, con sane regole,
naturalmente adattate giorno per giorno ma sempre fedeli a sani princìpi. Dopo
tutto non è giocando che si impara a crescere? Ma ancora devo rilevare che troppo
spesso si mira invece al successo facile e interessato, al record da raggiungere con
ogni mezzo, indulgendo quindi ai tanti compromessi e seminando stupore a ogni
costo. Ormai sembra essere questo il solo motto. E certuni se cercano dei valori,
lo fanno dimenticando quelli fondamentali.
Ma focalizziamo altri contrassegni odierni. V'è nelle ostentate e caotiche nuove
forme di alpinismo una tendenza molto marcata, forse causata dai tempi che
viviamo: la specializzazione. Dubito della sua validità, fuori dall'ambiente
strettamente scientifico; secondo me la specializzazione è sempre arida e
limitante sotto l'aspetto umano. L'uomo non può essere che universale nei suoi
interessi, nelle sue aspirazioni. L'uomo è fatto di slanci e di precarietà. L'uomo si
identifica nell'ingegno e nella creatività. Anche l'alpinismo dunque, dovrebbe
essere più avventura e invenzione Ghe non specializzazione.
Naturalmente le mie sono considerazioni generali e non si può negare che in
alcune prestazioni specializzate ed estreme di oggi vi sia un certo quoziente di
avventura; che però non sempre risulta spontanea e a volte raggiunge significati
poco edificanti sul piano umano. A ispirare questo tipo di avventura, a sostenerla
e spingerla, è quasi sempre un perverso meccanismo fatto di concreti interessi.
Mass media, business e pubblicità tra loro coalizzati formano una forza pressante
e sempre più esigente, un potere ben combinato che segue, precede, inquadra e
condiziona i suoi protagonisti. E questi si trovano presto prigionieri di una
escalation impietosa, chiusi in una morsa che li forza a prestazioni sempre più
strane e inedite. Costretti a un'affannosa ricerca della riuscita a ogni costo e con
ogni mezzo, non possono più rinunciare, anche per i profitti che ne traggono. Così
nasce la nuova avventura, anche quella alpina, come nuovo prodotto offerto dal
mercato. I destinatari saranno naturalmente i ben pilotati spettatori, lettori e il
pubblico in generale.
È cosa recente, almeno qui da noi, l'istituzione delle gare di arrampicata. Si
tratta di una nuova disciplina, credo ormai regola meritata, che ha per fine la
competizione tra climbers; un confronto che si svolge su rocciodromi
appositamente allestiti. È nata così l'arena del virtuosismo puro, in cui si fa del
mezzo un fine. La novità ha suscitato pareri discordi e naturalmente anche
pregiudizi. Tuttavia, al punto in cui si è arrivati, non si può escludere che questo
nuovo modo di intendere la scalata rientri nella logica della competizione
sportiva. È allora comprensibile che l'atleta climber riponga in essa il proprio tipo
di affermazione.
E ora un cenno a un ricorrente malinteso circa l'uso del termine impresa, o
addirittura impresa fenomenale, e dell'aggettivo incredibile impiegati per definire
una scalata compiuta per via normale, e in condizioni normali, di un ottomila
metri.
Imprese sono state sicuramente la conquista di alcune cime himalayane. Ma lo
sono state fino a trentatrentacinque anni fa, quando i mezzi tecnici e le possibilità
fisiche erano molto limitati, mentre le incognite abbondavano. Impresa forse è
stata quella di scalare la prima volta l'Everest senza bombole d'ossigeno. E lo dico
con qualche riserva poiché a quell'epoca, nel 1978, i tempi erano piuttosto maturi
e si era già fatto un bel balzo in avanti rispetto alle condizioni di Hillary e Tenzing.
Di anno in anno, a partire da quei «primitivi» anni Cinquanta, l'equipaggiamento
personale e i materiali tecnici sono migliorati e diventati più leggeri. Grandi passi
hanno fatto l'alimentazione, la medicina, la farmacoterapia, la fisiologia. È mutata
la misura dei propri mezzi, e della propria autonomia. Si è sviluppata una maggior
conoscenza dei propri limiti. Si sono quindi ridotti l'ignoto nonché il logorio
psicologico che ne deriva. Proprio per questo l'impossibile ha perso sempre più
terreno e anche le imprese hanno finito per diventare sempre meno imprese.
Un tempo la carenza di ossigeno degli ottomila metri fermava uomini
d'eccezione, forti e determinati. Oggi vi arrivano ogni anno decine e decine di
alpinisti, uomini e donne, giovanissimi e ultracinquantenni, nella maggior parte
dei casi senza far uso delle bombole d'ossigeno. Fino al 1988 la vetta dell'Everest
era stata raggiunta da 210 persone. Benissimo. Occhio però alla confusione.
Vogliamo ammettere che rispetto al passato qualcosa è cambiato e che la somma
dei mezzi tecnicofisicochimicopsicologici che si hanno oggi a disposizione non ha
creato realizzazioni e artefici fenomenali, ma un enorme, prevedibile scadimento
di limiti?
Questa è dunque la nuova situazione. Da qui l'opportunità di adottare nuovi
metri di valutazione che non tollerano il superlativo e le iperboli.

Nel 1986 sono stati ripetuti tutti i quattordici ottomila della Terra.
Indubbiamente chi ci è riuscito ha raggiunto una notevole collezione di cime.
Dico collezione non a caso. Il vocabolo impresa, nel senso di rappresentazione di
un grande ed epico atto, lo riserverei più appropriatamente al tipo di scalate
compiute, per esempio, dal polacco ]erzy Kukuczka, dall'inglese Doug Scott,
dall'italiano Renato Casarotto e da pochi altri alpinisti, specialmente dell'Est
europeo - primo fra tutti Tomo Cesen - artefici di straordinarie prestazioni
compiute davvero ai limiti attuali dell'umanamente possibile a quote estreme.
Anche Kukuczka, a un anno di distanza dal suo predecessore Reinhold Messner, è
giunto al traguardo di tutti i quattordici ottomila, ma a differenza del primo lo ha
fatto esprimendo altissime qualità, superando vie e condizioni (anche
economiche) propriamente estreme. Ne abbia per questo il giusto merito. È
Kukuczka, alla fin fine, che forse ha concretizzato ciò che proprio io una ventina
d'anni fa avevo considerato in un mio libro: «Un'ardita previsione, perché l'uomo
nella sua autonomia di alpinista solitario forse non diventerà mai così forte da
poter sfiorare tali limiti ». Lo straordinario Kukuczka sarebbe stato sicuramente
qui tra noi, oggi, se la sorte non lo avesse ucciso mentre scalava la sua amata
Himalaya. Resti vivo in noi il suo ricordo.
Si presenta dunque così il panorama del mondo della montagna attraverso
alcuni decenni di osservazione diretta. Sul risultato non c'è da stupirsi: le giovani
generazioni, loro malgrado, sono la proiezione del passato, nel bene e nel male. Il
risultato di tutto ciò che noi abbiamo seminato a piene mani. I protagonisti della
vicenda K2-1954, che ha messo in discussione l'onestà di una tradizione alpina,
sono adulti. È ancora un adulto chi, avvalendosi di un motocompressore, ha
trapanato fino in cima il Cerro Torre in Patagonia. Ed è ormai adulto anche chi ha
scritto Il settimo grado. L'autore di questo libro, Reinhold Messner, oggi si
indigna con i giovani e lamenta su un giornale che «la nuova generazione sembra
soltanto puntare al recordismo»; dimentica però che l'influenza, per non dire la
responsabilità sulle attuali generazioni e sul loro modo di intendere la montagna,
è sua più che di ogni altro. Dal momento che nel suo libro espone,
sostanzialmente, una nuova concezione della montagna basata su una pratica
sportiva.!
Fare il profeta è difficile, farlo male rende colpevoli. E quando una cattiva
semina dà pessimi frutti, non ci si può scagionare astraendosi dai problemi che ne
sono nati. Ancora meno ci si potrà discolpare se nello stesso tempo si insegue il
proprio successo, che orbita intorno al profitto, facendo leva sull'interessamento
degli altri. Siamo tutti un po' profeti. Però alcuni costruiscono i loro spazi e
infondono carisma alle loro teorie dissacrando il passato. Non si può dire che
brillino di obiettività. Né di coerenza.
Coerenza non è cecità, testardaggine, limitatezza, ma consapevolezza delle
proprie scelte e accettazione delle responsabilità che ne derivano. È chiarezza di
intenti e fermezza di carattere. Tutte virtù tradite oggigiorno dalla furberia di chi è
sempre pronto ad adattare la storia alle proprie debolezze, pronto al
camaleontismo di convenienza per far pareggiare tutti i conti. Sempre più spesso
alpinisti e alpinismo rotolano lungo la china del compromesso, a volte camuffato
da idealismo.
L'alpinismo oggi è malato e inquinato? Certamente. V'è ipocrisia nel mondo
della montagna? Sicuramente. Non andrebbe però imputata all'alpinismo in sé
bensì all'uomo che lo pratica.
La sponsorizzazione è un fenomeno tutt'altro che condannabile, prezioso se
ben usato, ed è anche antico. Ma attualmente è dilagante. Quasi sempre si riduce
a un vero e proprio negozio, una mercificazione di cose e di ideali che altera le
regole del gioco, a volte la storia stessa.
La moderna sponsorizzazione, per chi ne beneficia (e ne costituisce con la
propria debolezza la prima delle cause), finisce spesso per diventare una specie di
coercizione. Questo aggrava ulteriormente le già grandi e implicite responsabilità.
Lo sponsor, con il suo contrattare e mercificare, opera in qualche modo una
pressione sullo sponsorizzato, che a sua volta può giungere a forzare uno stato di
cose. Di questo si può anche morire in montagna! A questo siamo arrivati: non è
più lo sponsor a fare da supporto a un'impresa bensì è l'impresa a ridursi al
servizio dello sponsor, quindi del business, dunque ad assoggettarsi a tutte le
implicite deformazioni. Ma non di meno preoccupa che la gente in generale abbia
propensione, per sé e per gli altri, al compromesso, al facile concedersi per
qualche vantaggio. Anche questo, innega- bilmente, rappresenta un male sottile
dei nostri giorni, corrosivo per la dignità dell'individuo.
Per quel deforme fenomeno psicologico, che vede l'uomo già in difetto
spingersi per difesa fino all'autoinganno, il beneficiario dello sponsor,
vistosamente strumentalizzato e ridotto a venditore di bugie, afferma tuttavia di
essere un uomo libero e indipendente. Ma in realtà lo attende una spirale di
svilimenti da cui sarà difficile scappare. Se poi la fortuna non dovesse assisterlo o
non gli riuscisse quanto clamorosamente preannunciato, la faccenda è anche
peggiore dell'essersi venduto e sputtanato: bisogna ricorrere a qualche forzatura
al momento di stendere il proprio resoconto. Senza contare i rischi che si può
essere indotti a correre per non compromettere l'atteso compenso. Va da sé che
tutto questo non costituisce la migliore condizione per garantire purezza e
idealità al proprio operato. Né penso sia il caso di poter qui parlare di libertà
d'azione e di scelte, una libertà che a questo punto sarebbe di cattivo gusto. Infatti
chi in questo modo si pone al servizio di un venditore, pur nell'illusione di poter
allargare il proprio raggio d'azione, presto non potrà che vedere la propria libertà
di manovra sempre più ristretta e condizionata. Ne abbiamo visti risultati
significativi.
C'è poi chi, astutamente, tende a mascherare le « proprie scelte» annunciando
che la spedizione costerà un miliardo e più (siamo sempre negli anni Ottanta).
Con ciò fa capire che per poterla realizzare dovrà procurarsi i quattrini. Ma giunge
notizia che qualcun altro ha appena concluso un'impresa dello stesso tipo ed è
costata soltanto pochi milioni: un'impresa compiuta senza tanto baccano, e in
modo anche più brillante di quanto riescano a fare certi nababbi dell'avventura. A
costare miliardi, perciò, non è l'impresa ma la sua teatrale messinscena, supporto
al business che qualcuno, siamone certi, farà. D'altra parte è lo sponsor che
impone le sue regole, e una volta sborsati i quattrini un ritorno deve averlo
comunque, esaltando dell'impresa, reale o supposta che sia, l'immagine che
servirà a «vendere di più ».
Pensare che certi tipi di sponsorizzazione, od operazioni analoghe nel risultato,
possano risparmiare alpinisti e alpinismo - cosÌ si è auspicato - è a mio avviso
come sperare che il peccato se ne resti lontano da chi manifesta i presupposti per
commetterlo. Ognuno è libero di fare quello che vuole, e anche di provarne
ostentate, e convenienti, fierezze, come è capitato di sentire. Ma bisogna
distinguere il bottegaio dal sognatore.
Da qualche tempo, si fa bersaglio della parola moralità. Fra gli attuali
personaggi dell'alpinismo c'è chi la definisce «una cosa qualsiasi»; altri la
ritengono una «deformazione », e altri ancora sostengono che «imbrogli le carte
delle logiche categorie di una discussione ». Esiste però un limite alla licenza
oltre il quale v'è il cinismo. Se volessimo considerare la moralità nel suo senso
più vero - che comprende anche un criterio di stile e misura - ci accorgeremmo
che essa non può in nessun modo «imbrogliare le carte». Al contrario,
rimetterebbe le cose al loro posto. La morale non può essere una deformazione. È
un valore, una ricchezza che non pagherà mai in denaro, poiché il denaro di
questa ricchezza è una cattiva misura. C'è chi afferma che il denaro non abbia
morale.
Ma torniamo sull'argomento sponsorbusiness cui fanno capo in fondo questi
discorsi. Chiediamoci fino a che punto l'avventura resti una scelta di vita cui
dedicare il meglio di sé per realizzarla e realizzarsi senza sconfinare in
qualcos'altro di puramente affaristico, quindi indecente esempio da proporre a un
proselito dell'avventura. Naturalmente questi sono discorsi che non vogliono
essere moralistici, né tantoMontagne di una vita meno intendono elevare un
muro tra buoni e cattivi; vogliono semplicemente stabilire possibili relazioni tra
alcune cause e certi effetti: eventualmente l'esistenza di uno sfruttamento da
parte di chi dà o di chi riceve. Poiché il tutto, ben mascherato e confezionato a
dovere, va in pasto naturalmente a un pubblico sempre troppo fiducioso e
ricettivo, avvertiamolo almeno sulla significante differenza che passa tra un
qualche errore, a volte neppure voluto, e una vera e propria compagine di questi
errori ben calcolati e su cui si intenda «marciare ».
Per finire non posso certo trascurare ciò che più di ogni altra cosa, in questo
momento, viene imposta all'attenzione di tutti: l'ambiente.
Accantonata la tradizionale «conquista» alpinistica, raggiunti i più strani record
di scalata, ridotta a sterile gesto l'avventura montagna e barattata ormai con
teatrali incontri indoor, oggi nasce un nuovo movimento nel mondo alpinistico. A
sfondo ecologico stavolta, quasi a voler coprire un vuoto di interesse verso
l'ambiente sociale. L'intento sarebbe quello di difendere i luoghi montani
dall'inquinamento di ogni tipo, e ancora più ambiziosamente di voler
riconsegnare la natura alpina a se stessa, ossia all'originale dimensione selvaggia.
Ma, fino a oggi, da tutto questo non sono emerse che stonature, contraddizioni, e
a mio avviso anche insensatezze. Balzano alle cronache propositi spettacolari, ma
nessun rimedio di fondo. Portare a conoscenza della pubblica opinione di qualche
vergognoso mucchio di pattume abbandonato sui monti, e formulare inviti a non
produrne altri, sono pregevoli atteggiamenti, che tuttavia lasciano insoluto il
problema di fondo.
I modi di inquinare sono infiniti. Ma il punto è questo: se giustifichiamo certi
compromessi dentro noi stessi, arriveremo sempre - attraverso tutti i passaggi che
dalla causa portano all'effetto ~ alle conseguenze disastrose cui oggi assistiamo.
Di fronte a certi modi di insorgere in nome di una montagna da riconsegnare
utopisticamente a se stessa e a pochi privilegiati alpinisti, viene spontaneo
chiedersi se un certo modo di proteggere l'ambiente non sia che una politica
furbac chiotta. Che annusa nuove correnti d'aria, impronta le proprie mosse a
nobili cause e per avere successo le affida a protagonisti astuti dalla vocazione
teatrale. lo non vorrei polemizzare a oltranza, credo però che simili movimenti
ambientalisti perché siano credibili e affidabili dovrebbero almeno garantire, in
chi li rappresenta, la massima coerenza. Chi poi in particolare, votandosi alla
causa dell'ambiente, ambisse al pubblico consenso puntando più che altro sulla
propria immagine, ormai immolata al clamore pubblicitario, ebbene, è
improbabile che riesca a ottenere l'idoneità a buon profeta di un futuro migliore,
o a candido apostolo della salvezza dell'umanità. Proprio perché non si può
prendere sul serio ciò che serio non è.
Tutti, credo, siamo ormai convinti che il problema dell'ambiente dipenda
soprattutto da un fattore culturaleeducativo, da noi molto carente. Vogliamo
davvero dare il via a una bonifica? Ebbene concretizziamo allora questa
operazione culturale. Ma facciamolo cominciando da noi, singoli responsabili del
proprio ruolo. Ogni nostra mossa dovrà essere coerente all'impegno assunto, e
sarà assai più convincente se la compiremo con misura e discrezione, qualità ben
più accattivanti del greve e superficiale scalpore cui spesso SI ncorre.
Questo è quanto emerge oggi dal mondo della montagna e dell'avventura. Su
alcune cose specialmente sarebbe bene riflettere, e promuovere quanto basta a
restituire alle ambizioni una dimensione più chiara e pulita. Non spetta a me, né a
chicchessia, dire che cosa si deve o non si deve fare. È compito di ognuno quello
di crearsi un equilibrio rapportato alla propria moralità. È dunque un'operazione
strettamente personale e già molti si muovono in questa direzione. lo qui mi
permetto soltanto di risvegliare il problema, di mettere in guardia chi non sa.
Sottolineo invece, questo sì, che qualunque scelta si faccia sarà una scelta da
tenere in considerazione soltanto se non causerà, prima o poi, qualche problema
psicologico, o peggio qualche crisi di identità in chi l'abbia compiuta.
Traslando il tutto in un contesto più ampio, io trovo che la società oggi abbia
quel che si merita. Vive infatti il riflesso della propria intolleranza, della propria
insensibilità, del proprio egoismo, della propria incoerenza. Ci lamentiamo che le
cose vanno male, ma alla fin fine siamo noi i responsabili, lo è ciascuno di noi:
siamo come tanti cucchiai d'acqua che fanno l'oceano. Anche all'origine di un
discorso più ampio e concreto che miri a preservare la natura, non si dovrebbe
mai dimenticare che è soltanto conservando l'Uomo, quindi il suo patrimonio
eticoculturale, che si potrà arrivare a proteggere l'ambiente in tutta la sua
complessità.
Che cosa augurarsi per quel « mondo nuovo» cui spesso, nei bei discorsi, si fa
riferimento? lo dico auguriamoci che l'uomo abbia capito la lezione, e rispolveri
quei valori che erroneamente ha creduto superati. L'uomo deve ritornare a essere
più umano e più pulito. Se vuole sopravvivere a quel «mondo nuovo» che lui
stesso, e per se stesso, ha creato.

Note:

1. Guido Magnool', La laee OlWI"t dCJ Drus, EJitions Amiotumont, Paris 1953,
p. 17.
l. Vedi capitolo su Cerro Torre, p. 137. L'anno successivo (1959)" quando Mauri
e io stavamo per ripartire con tutto il necessario per riprendere la scalata del
Torre, apprendemmo da un giornale che eravamo stati preceduti da Maestri ed
Egger. Quest'ultimo vi trovò la morte durante la discesa. Il sopravvissuto invece,
da lì a q~alche anno, per dimostrare non so che cosa, tornò sul Cerro Torre. Ma
non trovò di meglio che trapanarIo fino in cima con un compressore a motore,
per fissarvi gli :,pit. È un vero peccato che per la conquista del picco che forse in
assoluto rappresentava il simbolo' della purezza, si sia avuto cosÌ poco rispetto.
1. Christophe Profit, uno dei più noti rappresentanti dell'attuale nouvelle vague
della montagna, così ha detto su una rivista specializzata nel 1986: « Considero
Messner il precursore dell'alpinismo moderno... Ha indicato agli alpinisti una
nuova concezione della montagna, basata su una pratica sportiva.. Il Jcuimo
grado quando lui lo ha scritto era molto avveniristico. Adesso si fa l'ottavo
grado».

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