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LEZIONI DI ECONOMIA AZIENDALE - ARNALDO CANZIANI

Le scienze economiche studiano le ricchezze, il valore, i mercati, l’equilibrio


economico.

L’economia aziendale studia i sistemi economici di qualsiasi spazio-tempo


indagando l’agire delle famiglie, delle imprese e dello Stato (aggregazioni sociali
risultato di diverse variabili).
L’economia aziendale le contempla in quanto aziende cioè complessi economici
dei quali studia le funzioni di equilibrio di sviluppo e di crescita. Essa indaga
specialmente i prezzi, i redditi e i capitali.

• FAMIGLIE: tutte le unità di base, dalla famiglia tradizionale alla aggregazioni di


vario tipo.

• IMPRESE: unità che per natura propria producono redditi e riproducono capitali
tramite la produzione di beni economici.

• STATO: aggregazione territoriale indipendente definita dall’ordinamento.

1. L’ATTIVITÀ’ ECONOMICA DALL’ANTICHITA’ ALLA CINA


CONTEMPORANEA, ECONOMIA DI MERCATO,MONETA, SVILUPPO E
DECLINO DELLE NAZIONI

Benedetto Croce articola la storia in tre momenti:

• La cronologia (per stabilire l’esatta successione degli avvenimenti)


• La biografia (la ricostruzione degli eventi storici)
• La storiografia (l’interpretazione dei fenomeni per individuare le leggi di
comportamento, successione e sviluppo)

1. Le ricostruzioni storiografiche devono essere guidate dall’approfondimento


neutrale e critico

2. L’economia si svolge sin dall’antichità secondo i medesimi momenti causali di


sempre

3. Il processo tecnico scientifico migliora le produzioni, le realizzazioni, gli esiti,


l’efficienza ecc.

Questa interpretazione della storia rifiuta l’interpretazione materialistico-dialettica


(nelle società primitive vigeva il comunismo originario, poi con la divisione del
lavoro nascono la gerarchia e lo sfruttamento, si articolano poi le attività produttive
fino al sorgere dello Stato): la storia si è svolta però in modo differente.
Secondo Levy l’economia potrebbe venire articolata secondo quattro stilizzazioni:

• Rudimentalità (secoli avanti Cristo, Grecia prima di Alessandro Magno)


• Statalismo (Egitto)
• Affarismo (Babilonia)
• Espansione marittima (Fenici)
CIVILTA’ ETRUSCA: le attività economiche erano principalmente di tipo artigianale
(armi, attrezzi agricoli, gioielli, legni, pellami, tessuti). Fervevano con Roma, prima
dei conflitti, e con L’Ovest-Est scambi di metalli lavorati. Il grado di civiltà dimostra
una discreta accumulazione di ricchezza e cultura.

CIVILTA’ ROMANA: tra il IX e il VI a.C l’economia è dedita all’agricoltura e alla


pastorizia. Roma aveva una posizione ideale che la collegava agli Etruschi, alle
comunità della Campania, ai Sabini e agli Umbro Sabellici. Con la fecondazione
Etruschi- Romani cominciavano a svilupparsi le attività artigianali e commerciali.

Dal V al I a.C si sviluppano agricoltura e allevamento intensivi, prodotti che


venivano poi collocati nei mercati generali.

Con la repubblica nascono gli equites che si dedicarono ad attività commerciali.

Con la prima età imperiale si sviluppano i commerci interni e esteri (Arabia,


India, Cina). Dal II d.C si affermò la grande stagione dell’edilizia di stato.

L’insieme di queste attività economiche aveva dato origina ad una struttura


sociale complessa ove le classi sociali più importanti erano patrizi, equites,
liberti, plebe.
Rilevante apporto a questi sviluppi venne dato dal sistema monetario (la
monetizzazione era iniziata nel 335 a.C ed era costituita di monete d’oro, d’argento,
bronzo e rame. Essa era governata mantenendo ben sorvegliata la circolazione
totale rispetto ai volumi di scambio dell’intera economia, mantenendo un sistema di
scambi fissi).
I decenni della decadenza sono imputabili a diversi fattori economici (lento
mutare delle tecniche di coltivazione, niente incrementi di produttività,
spopolamento dei campi, oziosità delle classi urbane, difficoltà di sviluppare
produzioni su ampia scala, corruzione negli uffici pubblici).
A muovere del V d.C quattro fattori stavano avviando la civilizzazione che
sarebbe fiorita negli anni successivi: il ricordo dell’Impero, la Chiesa cristiana, i
Barbari, l’esigenza di ordine.

Nell’antichità vigevano le economie di baratto (scambio di merce contro merce).


E’ possibile delineare alcune difficoltà materiali del baratto:

• individuare le controparti con cui risultasse possibile uno scambio di mutuo


interesse

• Soggettività di determinazione dei valori, in funzione dei bisogni e delle


preferenze

• Imperfetta divisibilità dei beni

Si addiviene per questi motivi al baratto multiplo (scambio la mia merce A con
una merce B poiché potrà tornarmi utili per ottenere una merce C).
Ai precedenti problemi si aggiungevano la variabilità dei valori nel tempo e il
numero infinito di rapporti di scambi che potevano realizzarsi.

Venne così in campo il baratto standard, dove una delle due merci del baratto era
un bene standard (sale, bestiame, metalli). Si trattava di beni noti a tutte le
controparti, diffusi e sempre simili a sé stessi, di valore relativamente stabile.

Il regolamento degli scambi venne gestito, tramite l’uso dei metalli preziosi, dalla
misura del peso e dalla misura della purezza. Si addiviene anche qui alla
standardizzazione tramite la produzione di monete.

Nell’antichità vi fu quasi sempre compresenza fra economia di natura ed economia


monetaria. Anche in quest’ultima si fecero registrare: l’utilizzazione di moneta-
merca e l’uso di monetizzazione metallica in dipendenza dell’abbondanza dell’uno
o dell’altro metallo.

Invenzione successiva fu la banconota, emessa da un banchiere che ne garantiva


il valore. Il diritto di emissione di banconote venne poi riservato allo Stato.

L’avvento della moneta metallica, delle monetizzazioni in metalli e l’affermazione


della moneta cartacea consentirono lo sviluppo delle tre funzioni della moneta:

• Unità di misura del valore: l’esistenza di un unico bene, ufficializzato


dall’autorità rende possibile la fluidificazione degli scambi che possono venire
ricondotti a un’unica unità di valore, la moneta.

• Strumento di pagamento: la moneta ha “potere liberatorio”, cioè può venire


accettata quale mezzo di regolamento degli scambi in generale. Sin
dall’ottocento si affermarono poi i sostituti della moneta: gli assegni di conto
corrente e la moneta elettronica (bancomat, carte di credito)

• Riserva di valore: la moneta, come mezzo di pagamento, rappresenta una


capacità di spesa in generale. E’ per questo motivo che viene detenuta, per la
sua natura di potere d’acquisto indifferenziato e per la spesa in qualsivoglia
direzione desiderata dal possessore. La legge di Gresham dice che la moneta
cattiva scaccia quella buona: quando nell’antichità i governanti difettavano di
oro, coniavano monete d’argento, bronzo e rame. Il pubblico se ne accorgeva e
cominciava a mettere da parte le monete d’oro, utilizzando quelle di minor pregio.
Ecco perché la moneta cattiva scaccia dalla circolazione la moneta buona che
viene tesaurizzata dal pubblico. Da quanto la moneta è cartacea la legge di
Gresham vige in modo inverso: oggi il valore della moneta è dato dalla
prosperità dello Stato che la emette. Quando l’economia di uno Stato peggiora la
sua moneta perde di valore e il pubblico cerca di liberarsene per detenere valute
più pregiate. Ecco perché la moneta buona scaccia dalla circolazione la moneta
cattiva.

Il movimento che prese avvio in Inghilterra nel 1770-1780 prende il nome di


rivoluzione industriale. I fattori di ogni rivoluzione industriale sono:

Quadro statuale organico: una nazione frammentata e divisa non può giungere
alla rivoluzione industriale. Il caso tipo è rappresentato dalla rivoluzione industriale
inglese. L’Inghilterra era costituzionalizzate dal 1215-1227 e si unificò nel 1801:
possedeva un monarca, un esercito, una burocrazia, aveva accumulato capitali,
aveva dato avvio a miglioramenti agricoli e ad innovazioni tecniche (uso del
carbone per la macchina a vapore).
Successivamente presero avvio la rivoluzione belga, francese, olandese, tedesca
ed italiana. Le ultime due tardarono per via della loro disunità. Si parla a tal
proposito di rivoluzioni successive.

Disponibilità di capitali e manodopera: capitale e lavoro risultano indispensabili


per qualsiasi rivoluzione industriale. Le produzioni in serie richiedono maggiori
capitali per renderle adeguate dal punto di vista quantitativo e qualitativo.

Invenzioni, innovazioni e progresso tecnico in generale: il progetto tecnico


richiede tre componenti fondamentali: invenzione, innovazione e
industrializzazione (scoperta del nuovo, realizzazione di un modello, produzione in
serie dello stesso).

Economia di mercato: elemento fondamentale per una rivoluzione industriale è la


libertà di mercato (libertà di produrre e scambiare senza essere soggetti ad azioni
di forza da parte di terzi e senza l’intervento dello Stato).
La libertà di commercio fu agli inizi parziale ma sempre più diffusa dopo il secondo
conflitto mondiale con la Comunità Economia Europea: questa è solo una libertà di
commerciare fra Stati, riducendo o abolendo i dazi doganali.

Economia di mercato significa di più: che non esistano privative (monopoli legali
riservati allo Stato o dati in concessione a privati) e che l’ordinamento tuteli
l’economia di mercato (l’ordinamento deve tutelare: l’iniziativa privata, cioè la
libertà di produrre, investire e commerciare senza divieto in alcun campo se non
quelli proibiti dall’essere pubblico; la proprietà privata, cioè la libertà di acquistare
e possedere liberamente; il funzionamento dei mercati, proteggendo dagli abusi
di mercato, dalla concorrenza sleale ecc. Importano poi le determinazioni strutturali
dell’ordine pubblico, delle attività pubbliche, dell’apparato burocratico e del
sistema tributario).

Domanda di mercato dei beni: se lo Stato ha accumulato capitali nel tempo


diffondendo grandi salari e stipendi, si generano nella nazione disponibilità di
risorse che danno vita a domanda di beni: ciò consente allo Stato di puntare
sulla domanda interna (dipende dal livello di redditi e patrimoni e dalla
distribuzione degli stessi, dalle direzioni percorse dalla domanda interna) come
vettore del proprio sviluppo. Se lo Stato non ha accumulato capitali nel tempo ed
è carente di risorse deve importarle per produrle: dovrà puntare della domanda
estera quale vettore del proprio sviluppo.

Dobbiamo allo storico ricco Gerschenkorn alcune importanti proposte in tema di


rivoluzioni industriali, specialmente quella che sostiene che le rivoluzioni
industriali non percorrano necessariamente tappe lineari. Secondo questa
teoria si può dare vita a un processo di sviluppo iniziando dal livello cui sono già
giunte ora le nazioni prioritarie (teoria dell’industrializzazione tardiva). In queste
nazioni il problema deriva dal fabbisogno di: capacità intellettuali e capitali.
Viene così spiegato l’intervento di banche e Stato nelle rivoluzioni industriali
“tardive”.

Questa teoria consisterebbe di quattro leggi:


• Lo sviluppo è tanto più intenso quando più un paese è arretrato

• Le nazioni successiva sviluppano l’industria pesante e chimica più rapidamente


di quelle sviluppate

• vi si registra una tendenza all’aggregazione monopolistica al fine di ottenere


economie di scala (relazione tra aumento della produzione in scala e diminuzione
dei costi di produzione)

• Il tutto può coesistere con un settore agricolo arretrato poiché lo sviluppo prende
avvio dal settore secondario

Importante è poi il contributo di Rostow che suddivide i processi di


modernizzazione in modo piuttosto scolastico, sostenendo che essi attraversano
le seguenti cinque fasi:

• Società tradizionali: dove vigono autoconsumo, sussistenza e reciprocità

• Preliminari del decollo: quando cominciano a diffondersi le conoscenze


economico-tecniche

• Decollo: con avvio a modificazioni socio-culturali

• Maturità: quando dal settore secondario si passa al terziario e al miglioramento


degli standard di vita

• Benessere: caratterizzato da produzioni e consumi di massa

Rispetto agli anni che vanno dall’ultimo quarto dell’Ottocento agli anni 1970 circa, i
decenni successivi hanno fatto riscontrare un mutamento nei modi di svolgere
l’attività industriale. Quegli anni erano stati caratterizzati da: produzioni di massa
organizzate in complessi produttivi alla ricerca di economie di scala, concentrate in
poche metropoli industriali nel soddisfacimento di domanda indifferenziata.

Ciò aveva dato avvio al fenomeno del gigantismo industriale con problemi di tipo
sociale e urbanistico (per i nuovi insediamenti, per l’immigrazione dall’interno e
dall’estero) organizzativo-gestionali (difficoltà di controllare strutture di sempre
maggiori dimensioni, accentuato ricorso al principio della gerarchia ecc.).
Si aggiunsero il pansindacalismo, le due crisi del 1973 e 1980, l’incremento dei
costi di lavoro ed energia. Si passò così e ancora si transita a:

• Strutture produttive distribuite, al trasferimento internazionale delle produzioni


ove il costo del lavoro risulta essere minore, al principio della “lean production”
ovvero processo produttivi snelli nella esattezza perfetta dei tempo di acquisti,
produzione e vendita con la quasi assenza di scorte.
I fattori causali di questo mutamento furono molteplici:

• La corsa allo spazio durante la Guerra Fredda, la prima “crisi del petrolio” nel
1973 che indusse alla rivoluzione tecnologica iniziatasi con gli apparecchi
televisivi, radio, computer ecc.

Si è così sviluppata una rivoluzione informatico-digitale che ha significato tre


conseguenze:

• Sviluppo di tecnologie ad alta intensità di capitale in campo informatico e


telematico

• Un nuovo rapporto capitale/lavoro, con molto contributo del primo rispetto al


secondo

• Generale diffusione dell’informatica e della telematica


Con la nuova informatica si è affermata la rivoluzione digitale la quale ha dato
origine alla generale ingegnerizzazione dei processi su base elettronico
informatica. Dal punto di vista delle imprese ciò ha influenzato tutti i settori, in
particolare modo l’elettronico, il telematico e l’informatico. Dal punto di vista
economico-sociale ciò ha dato vita alla globalizzazione, cioè ha drasticamente
mutato i flussi informativi e commerciali mondiali.
Siamo oggi in grado di connetterci, in tempo reale, con il mondo e di accedere ad
un numero quasi infinito di informazioni. Ciò ha ampliato le capacità informative e
la possibilità di effettuare decisioni d’impresa appoggiandole su informazioni un
tempo inesistenti.

L’insieme ha dunque offerto maggiori chances alle imprese in grado di


coglierle ma nel contempo ha accresciuto il livello di sfide cui ciascuna di
essa viene oggi sottoposta, dunque ha incrementato la complessità
gestionale.
Questo processo ha interessato anche la ingegnerizzazione elettronico-informatica
dei processi di scambio oltre che quelli produttivi (ognuno di noi può vendere
elettronicamente e in tempo reale in qualsivoglia continente).

Man mano che il progresso economico si affaccia, si espande e si diffonde, si


verifica nel contempo una transizione cioè lo spostamento di baricentro
internamente allo Stato e alla sua economia, dall’agricoltura, all’industria, ai servizi
(Colin Clark). In questo modo la porzione di addetti al settore primario transita al
secondario e con le continue richieste di beni immateriali si trasla dal secondario al
terziario.

Tale modernizzazione si è verificata in tutta Europa con la modificazione delle


modalità di gestione delle imprese agricole che divengono meccanizzate. In tal
modo i capitali investiti nel settore primario si pareggiano rispetto al secondario.

Il passaggio da un settore all’altro implica un generale sistema di mutamenti:

• Le classi lavoratrici passano a orari lavorativi definiti, a redditi regolari, tutele


sindacali

• La società industriale da vita non solo a processi produttivi ma anche di sviluppo

• La società in generale si trova proiettata verso l’inurbamento

Tende così sempre più spesso a prevalere il momento economico rispetto alla
sfera dei valori e alle tradizioni. Il tema è definito da alcuni “società liquida” ed è
stato narrato da Thomas Mann nella contrapposizione tra zivilisation
(incivilimento, rappresenta le forme della vita associata di un popolo, il suo modo di
vivere) e kultur (civiltà, rappresenta la cultura di un popolo e i suoi valori). Mann
sostenne che la zivilisation, procedendo verso una forma meccanica di progresso,
sarebbe sboccata nell’affarismo borghese, nella corsa al denaro e nel
consumismo.

Dopo l’Alto Medioevo (collasso del sistema degli scambi, ridotti livelli di attività e
produzione economica), l’economia di scambi riprende dai secolo XIII-XIV percorre
alcuni assi direzionali che la connotano: economia mediterranea a dominio
veneziano e delle repubbliche marinare; economia nord-europea e franco-
tedesca; età delle navigazioni oceaniche a dominio ispanico-lusitano;
sostituzione delle potenze marine a dominio dell’Inghilterra; spartizione
colonialista del continente africano; predominio statunitense
successivamente al 1944.

ECONOMIA MEDITERRANEA E NORD-EUROPEA: l’economia italiana


trecentesca è ben sviluppata e fondata sull’agricoltura, sul commercio, sulla
banca. Con il ‘400 si affacciano sui mercati produzioni vinicole francesi, lanaioli
inglesi ma a dominare nel Mediterraneo è l’Italia, in particolare Venezia. Con la
caduta di Costantinopoli e l’età delle scoperte transoceaniche il Mediterraneo
diventa un mare chiuso.

I COMMERCI TRANSATLANTICI E GLI IMPERI PORTOGHESE E SPAGNOLO: i


portoghesi scoprono Ceuta, le Azzorre, Il Senegal, l’India nel 1498 ecc. Viene
sottoscritto con gli spagnoli il Trattato di Tordesillas che riserva alla Spagna i
territori a Ovest e al Portogallo quelli a Est del meridiano della costa del Senegal.

In tal modo il Portogallo getta le basi su tutta la rotta per le Indie monopolizzando i
commerci in quella zona.

Al Portogallo succede la Spagna che aveva già conquistato vaste porzioni del
continente americano. Iniziarono diversi problemi legati all’eccessiva importazioni
di prodotti con l’inflazione conseguente. Iniziarono guerra con gli Olandesi e gli
Inglesi che ingolositi dai possedimenti coloniali spagnoli, conquisteranno larga
parte dei loro territori.

Merita di essere ricordata la tratta degli schiavi, attuta da inglesi e olandesi, che
esportava uomini dall’Africa per ottenere forza lavoro nelle colonie americane. Tale
commercio venne concesso in monopolio agli inglesi (South Sea Company).

LA SUCCESSIONE ANGLO-OLANDESE E L’IMPERO BRITANNICO: Elisabetta I


ordina di attaccare le navi spagnole e portoghesi impossessandosi di tutte le loro
colonie. Inizia così l’espansione inglese in Nordamerica e nelle Indie (le spezie agli
olandesi, i tessuti agli inglesi). L’Inghilterra divine Gran Bretagna nel 1707 e si
inserisce nella guerra si successione spagnola ottenendo, con il trattato di
Utrecht Gibilterra, Minorca, Terranova. Impaurita dalla dichiarazione di
indipendenza degli Stati Uniti accelera la propria espansione in altri continenti. A
fronteggiarla resta solo la Francia, ma dopo la sconfitta di Napoleone ottiene
Malta ecc. Conquista Egitto, Singapore, cerca di invadere la Cina con la prima e
la seconda guerra dell’oppio.

GLI STATI UNITI D’AMERICA: dopo la dichiarazione di indipendenza si iniziò il


completamento dell’unione con l’adesione di circa 30 stati. Nel frattempo si era
iniziata l’industrializzazione basata sul settore ferroviario. La scoperta dell’oro
rapportò l’economia e diede avvio a un grande processo di immigrazione. La
contrapposizione tra stati del nord e stati del sud e la questione razziale diedero
origine alla guerra di secessione, dopo la quale una serie di fattori consentirono
lo sviluppo economico fino alla grande espansione degli anni ’20 e la crisi del ’29,
dalla quale uscirono partecipando al secondo conflitto mondiale.

PREDOMINIO DELLA CINA IMPERIALE: dopo la successione della dinastia


Ching alla Ming, l’impreso fiorito del mezzo conosce un grande processo di
crescita, soprattutto sotto i regi di Kangxi e Chiang-long. I periodi successivi non
riusciranno a mantenere tale sviluppo soprattutto con le due guerre dell’oppio,
che vedono la Cina soccombere cedendo Hong Kong all’Inghilterra. Si avvia così
un grande processo di decadenza acuita dai contrasti con il Giappone che
ottenne in seguito la Corea. Il tutto contribuirà al crollo dell’impero cinese.

ASCESA DEL GIAPPONE IMPERIALE 1854-1941 E 1948-1990: il Giappone era


uno Stato chiuso finché il commodoro statunitense Perry lo costrinse ad aprirsi ai
commerci esteri. Inizia così, con la dinastia Meji, la modernizzazione dell’impero
giapponese. Nonostante ciò vi furono sempre contrasti con la Cina dando origine
alle guerre sino-giapponesi, che porteranno il Giappone ad espandersi in Cina.
Quest’ultima si trova a dover affrontare, oltre il Giappone, la rivolta organizzata da
Mao-tse-dong, che otterrà la vittoria in seguito, dando origine alla Cina
comunista. Il Giappone, bombardato dagli Stati Uniti, iniziò ad industrializzarsi
proprio grazie a questi ultimi divenendo una fra le prime potenze economiche
mondiali.

ESPANSIONE MONDIALE DELLA CINA DELLE “QUATTRO


MODERNIZZAZIONI” DOPO IL 1942: Deng-Xiao-Ping lancia le “quattro
modernizzazioni” che riguardavano l’agricoltura, la scienza, la tecnologia,
l’industria e la difesa nazionale per fare delle Cina una delle maggiori potenze
economiche del mondo. Ciò avvenne e accrebbe anche il numero dei borghesi
abbienti. La Cina è giunta alla rivoluzioni industriale così tardi per diversi motivi: la
Cina imperiale era caratterizzata da una cultura tesa al compimento diligente dei
lavori istituzionali; da uno spirito commerciante al Sud, lontano dalle capitali; dal
sistema degli esami per i tre gradi delle carriere mandarini (mandarini militari,
governatori, giudici); da una cultura cauta nelle innovazioni; il crollo della dinastia
Ching; l’avvento del comunismo.

Queste dinamiche possono essere sintetizzate come rotazione Est-Ovest degli


assi economici del mondo. Sono state presentate al riguardo alcune importanti
teorie:

• Toynbee: sostenne che la sopravvivenza degli Stati è in funzione delle qualità


delle risposte ai mutamenti del contesto. Rispetto alle sfide si elabora sempre
una risposta, se questa risulta insufficiente allora lo Stato giunge al fallimento.

• Olson: pose l’accento sul concetto di “azione collettiva” spiegando che


l’individuo si raggruppa in associazioni, sindacati, che rivendicano vantaggi per i
propri componenti in modo che il sistema politico li accontenti a spese del
bilancio dello Stato. E’ questo il principio “benefici concentrati e costi
collettivi” che favorisce le aggregazioni ma anche l’immobilità e quindi il declino.

• Kennedy: tese a ricondurre il declino all’eccesso di spese militari rispetto


all’economia e alla ricchezza nazionali.

Le sfide sono rilevanti ma conta di più la “differenza di potenziale” tra sfidato e


sfidante, lo spirito nazionale, l’interesse verso l’attività economica o meno. Al
fondo dell’ascesa o della discesa della nazioni vi sono anche alcune costanti
geopolitiche: la localizzazione spaziale nei suoi effetti climatici; la struttura
morfologica; le risorse naturali; la densità di popolazione.

Il progresso non deve essere inteso come miglioramento sempiterno, questo è un


errore materialista. Progresso è semplicemente la sempiterna storia di noi
umani in contesti materiali sempre più facilitati.

Il termine capitalismo viene in campo con i socialisti della fine dell’Ottocento che
lo utilizzavano in modo critico, influenzati dal macchinismo industriale e dai
fenomeni giudicati di sfruttamento operaio (sviluppi industriali di grandi imprese,
oligopoli, cartelli e monopoli, giornata lavorativa di 16 ore, mancata tutela
dell’operaio fino alla tutela sociale bismarckiana).Essi stentavano a credere che la
generazione di nuova ricchezza derivasse piuttosto dalla ricerca dell’efficienza,
dall’innovazione.

Le definizioni correnti di “capitalismo” possono essere ridotte a quattro:

• Riconoscimento giuridico della proprietà privata del capitale


• Possibilità di negoziare il capitale, il lavoro, i servizi sui mercati dei fattori
produttivi
• Concorso ampio e predominante del fattore produttivo capitale
nell’economia moderna, con possibilità di investirlo
• Accumulazione continuata di capitali e di utili, mercificazione, speculazione,
monopolio, predominio dei ricchi

Queste quattro possono ricondursi sostanzialmente a due definizioni di


capitalismo:

• Proprietà privata del capitale con possibilità di negoziare anche il lavoro e i


servizi: capitalistici sono tutti i sistemi economici non appena raggiungono un
certo grado di sviluppo. Occorrerà parlare di capitalismo antico, medioevale,
moderno, contemporaneo. Il capitalismo è sempre esistito da quando l’attività
economica ha potuto organizzarsi in imprese, scambi, mercati ecc.
• Accumulazione continuata di capitali da parte di capitalisti sfruttatori e
monopolisti

Il capitalismo naturalmente non è solo ricerca del massimo utile possibile. Weber
ricorda che vi è sempre un concorso di fattori economici ed extraeconomici e che
le spiegazioni unilaterali (sfruttamento marxiano) tendono sempre
all’incompletezza. Egli esclude la spiegazione del capitalismo derivante
esclusivamente dell’avidità di guadagno e dello sfruttamento economico. Weber
annota quanto segue:

• Dopo il medioevo si è affermata una nuova mentalità economica che ha reso


possibile il “capitalismo” quale fenomeno storico tipico dell’Occidente moderno.
Questo può venire caratterizzato: dalla ricerca del razionale del guadagno intesa
come autodisciplina dell’attività smodata di guadagno.

La riforma protestante ebbe grande diffusione in tutto il Nord Europa. Essa


introdusse il concetto di predestinazione, secondo la quale gli individui sono
predestinati al Paradiso o all’Inferno sin dalla nascita. L’individuo aspira a
conoscere quale sia il proprio destino così, con una traslazione dal piano
metafisico a quello economico: il mutamento della civiltà tese a trasformare il
successo mondano in segnali del proprio destino ultraterreno: successo e
ricchezza=paradiso, insuccesso e povertà= inferno. Il tutto convertendosi: nella
dedizione alla proprie attività professionale, in una concezione austera della vita,
l’attività lavorativa come dedizione a un compito.

Con il trascorrere dei secoli e con l0affievolirsi delle fede nel cuore delle masse,
questi convincimenti rimasero. Ciò significò: il lavoro per il lavoro e la ricerca
sconsiderata del guadagno.

Il contributo di Weber diede origine a critiche:

• Troeltsch: pone l’accento sulla corrente del calvinismo. Egli ci ricorda che solo
una visione religiosa come quella della chiesa medievale può orientare tutta
l’attività umana alla svalutazione delle realtà terrene nella ricerca dell’aldilà; che
una volta spentasi questa visione ha dominato la scienza che ha condotto
all’individualismo moderno, materialista.

• Sombart: dobbiamo a lui la diffusione del termine capitalismo; l’indagine


sull’eccezionalissimo statunitense domandandosi perché non esiste un
socialismo negli Stati Uniti; l’annotazione della partita doppia nello sviluppo del
capitalismo moderno; l’invenzione del concetto di distruzione creatrice che verrà
ripreso da Schumpeter. Egli scrive inoltre del ruolo quasi costretto degli Ebrei
nello sviluppo del capitalismo. Essi erano gli unici, ai tempi del divieto di prestare
a interesse (concilio di Lione e Viene) , a poterlo fare. Fu questo fatto, secondo
Sombart, a spiegare il contributo degli Ebrei al primo capitalismo.

Forme di capitalismo si erano già sviluppate in Europa sin dal secolo XII, ascrivere
quegli sviluppi al protestantesimo e alla scesi laica poteva sembrare riduttivo. Fra
gli studiosi cattolici è opportuno ricordare Fanfani, che contestò la tesi di Weber:

• Il capitalismo si originò nei comuni italiani nel 1200, in ambito cattolico; tra la fine
del medioevo e l’inizio del rinascimento muta l’atteggiamento nei confronti della
ricchezza; si ha così un crollo etico delle attività economiche.

Secondo Fanfani il capitalismo nelle sue forme concrete risulta incompatibile con
una concezione cristiana dell’attività economica poiché non assicurerebbe una
equa distribuzione delle ricchezze. Questa è una posizione diffusa tra chi ignori
gli svolgimenti storici dell’economia:

• In ogni fase del capitalismo storico le imprese nuove, ottengono tassi di


redditività superiori alla media e sono in grado di autofinanziarsi ed espandersi;
nel tempo i settori industriali originari perdono di importanza, soppiantati da altri
successivi; gli stessi settori vengono svolti in modi più redditizi in altre nazioni e
per questi motivi le imprese che erano state rilevanti un tempo falliscono, mentre
altre imprese si arricchiscono.

Questi processi vengono definiti circolazione delle elites (imprese che rimangono
infeudate alla stessa famiglia), mentre il comparire, lo svilupparsi e il declinare delle
imprese è definito circolazione delle imprese o circolazione dei settori (Pareto).

I processi di sviluppo hanno i propri fautori ma anche oppositori che attribuiscono


alla modernità un elenco di difetti: traffico, inquinamento, costrizione lavorativa
ecc. Essi desidererebbero una società pre-industriale serena ed armonica. Al
giorno d’oggi però risultano decisamente migliori le condizioni di vita garantite
dalle economie di mercato. I critici di riferiscono a queste ultime con il termine
capitalismo, utilizzato in modo errato. L’economia di mercato è l’unico sistema
in grado di produrre ricchezza e riversarla nel sistema nella forma di redditi
categorici (allo Stato i tributi, al capitale gli interessi, al lavoro i salari o gli stipendi).
I critici si oppongono alla economia di mercato, desiderosi di sostituirla con sistemi
in sostanza marxisti:

• KROPOTKIN: fonda l’anarco-comunismo, cioè il comunismo senza governo.


Egli muove dai seguenti principi: l’anarchismo ha basi scientifiche; in natura non
esistono leggi; l’anarchia va temperata dall’eguaglianza e dal mutuo soccorso.
Occorrerà abolire lo Stato, integrare città e campagne e costringere ogni
individuo a congiungere lavoro manuale ed intellettuale. Tutto ciò tramite
l’abolizione dei bisogni e del salario.

• KALECKI: sostenne che lo Stato ha il compito di ottenere e maniere la piena


occupazione. Può procedere favorendo gli investimenti privati; redistribuire
tramite le imposte di reddito dei capitalisti ai lavoratori; tramite investimenti
pubblici; sussidi per i consumi di massa. Tutto a carico del bilancio dello Stato (si
può provvedere alle risorse mancati stampando carta-moneta o con
l’indebitamento giacché il deficit farà crescere i redditi e ciò consentirà di
ripagare il debito pubblico).
• POLANYI: sostenne che l’economia di mercato è un’anomalia della storia e che
essa non può venire radicata nella società. Gli scambi necessari possono
provenire per dono reciproco, per redistribuzione da parte di un ente centrale.

Con riferimento all’avvio delle rivoluzioni industriali in assenza di economia di


mercato e di proprietà privata si parla di “capitalismo di Stato”, ovvero di una
rivoluzione il cui capitale sia stato conferito soprattutto dallo Stato anche in
assenza di proprietà privata ed economia di mercato. Il caso più rappresentativo è
quello dell’URSS staliniana.

Per quanto riguarda la Cina invece il capitale ebbe origine da capitali di Stato,
dall’auto-finanziamento delle imprese e da capitali esteri. Quello della Cina è più
un esempio di economia guidata.
L’esempio più interessante è quello dell’Italia dove il capitale ebbe origine dalle
banche, che erano nel contempo finanziatrici e socie delle imprese finanziate. Il
processo prese avvio con le produzioni belliche del 1915-1918, ma con il ritorno
alla pace molte imprese entrarono in crisi così come le banche che le avevano
finanziate. La situazione si trascinò così finche Mussolini trova una forma di
salvataggio: le tre banche vennero nazionalizzate e dichiarate banche di interesse
nazionale; i compendi industriali vennero racchiusi nell’IRI (istituto per la
ricostruzione nazionale). L’Italia aveva dato il via ad una economia mista (in
direzioni sempre più pubblicistiche e dirigistiche). Si parlò di terza via poiché il
sistema economico non venne organizzato secondo un principio liberista, neanche
collettivista e pianificato, bensì in modo intermedio secondo i principi
dell’economia programmatica (fondata sulla contrattazione e l’accordo pubblico-
privato sotto l’egida del Governo, al quale spetta stabilire le direttrici di sviluppo del
sistema economico).

Le strutture d’ordine della società civile, che la organizzano, la conformano e la


disciplinano, sono: il diritto, la politica e l’etica.

DIRITTO: è compito del diritto animare le leggi e il sistema organico di leggi che
prende il nome di ordinamento. Da questo deriva una vita sociale ordinata poiché
orienta i comportamenti dei singoli, dei gruppi e dell’intera comunità (rafforzando i
deboli, evitando le frodi, tutelando l’ordine pubblico ecc.)
Il diritto romano è un sistema che regola da sempre la convivenza civile e ad
esso dobbiamo connotazioni tutt’ora attuali, come ad esempio la distinzione tra
proprietà e possesso o la formulazione di standard contrattuali. Il Codex iuris
civilis di Giustiniano influenzerà tutta l’Europa.

Opposto ai diritti codicistici si trova il diritto consuetudinario, tipico delle nazioni


anglosassoni (obbedire al precedente).
Per quanto riguarda le leggi occorre sottolineare almeno due dei momenti
costitutivi: vi è un problema di tecnica legislativa (occorre che i testi siano scritti
in linguaggio tecnico e corrente, che non diano adito a dubbi, che si innestino nella
storia legislativa nazionale) e un momento politico, cioè di quale visione del mondo
tale legge sia espressione (progressista o reazionaria, permissiva o regolatrice ecc.)

POLITICA: secondo Aristotele le forme di governo possono essere: monarchia (il


governo da parte di uno solo), oligarchia (il governo da parte di pochi ottimati),
aristocrazia (dominio dei migliori), timocrazia (dominio di un ceto ristretto),
democrazia (dominio del popolo).
Compito della politica dovrebbe risultare lo sviluppo della nazione in tutti i suoi
aspetti, dunque l’incivilimento di uno Stato. Le strutture politiche sono composte
da: capo dello Stato potere legislativo, potere esecutivo e potere giudiziario.
La politica può dare origine a regimi assolutistici; regimi parlamentari di
democrazia plebiscitaria; regimi parlamentari di tipo partitico, monarchici o
repubblicani.

Con la rivoluzione francese e con quella del 1848, tutte le monarchie sono state
parlamentarizzate e con la fine del secondo conflitto mondiale, si sono diffusi
ovunque regimi repubblicani.

Il problema della divisione dei poteri riguarda la qualità di ciascuno di essi e la


loro interazione funzionale.

ETICA: è importante che il diritto e la politica vengano costituiti con fondamento


etico.

Secondo Aristotele etica (ciò che è relativo ai costumi e ai comportamenti) una


disciplina filosofica per orientare l’agire dell’uomo nella sua vita provata,
indirizzandola alla felicità.

L’etica romana classica si fonda sui precetti del vivere secondo onestà e
correttezza, del non recare danno al alcuno, del compartire e del riconoscere a
ciascuno quanto gli spetta.

L’etica cristiana si basa su molti precetti, tra cui quelli di Tommaso d’Aquino, che
definisce il conoscere della ragione quale “sistema d’ordine” e riconduzione del
molteplice ad unità. La filosofia morale ci guida, secondo lui, secondo una
comprensione ben fondata di ciò che è giusto fare, che scelga i nostri scopi e vi
orienti i mezzi: la felicità consiste nel fine ultimo delle creature, Dio, raggiungibile
solo attraverso la virtù.

Kant fonda l’etica sull’uomo, sulla sua dignità di essere razionale, nel quale è
appunto la ragione a dettare i suoi comportamenti. La ragione debe orientare la
volontà a rispettare le leggi morali (dipendono dal nostro appartenere alla comunità
degli esseri razionali e sono superiori ai desideri soggettivi). Esistono per gli uomini
obblighi o imperativi categorici che sono: trattare l’umanità come fine e non
come mezzo, agire secondo principi che possano divenire regole universali.

Libero mercato significa libera concorrenza tra le imprese che tendono al proprio
continuo sviluppo. La tendenza delle imprese a migliorarsi ed espandersi porta ad
un conseguente miglioramento dei prodotti, ad una distribuzione migliore e alla
riduzione dei prezzi di vendita. Dall’economia di mercato possono derivare
vantaggi sia per le imprese, per i consumatori, per io settori industriali e per lo
Stato.

Il funzionamento buono dei settori economici si riflette sulle condizioni di


svolgimento dell’economia in generale (ciò avviene in ipotesi ottime con
svolgimenti regolari, senza turbamenti). Questo influenza anche altri aspetti in tema
di: durata media della vira, ridotta durata della giornata di lavoro, livelli medi di
consumo, aumentato accesso all’istruzione ecc.

Risultano però innegabili alcuni difetti dell’economia di mercato: perduranti


processi di sfruttamento di lavoratori; frodi, ingiustizie; attività di lobbyng al fine di
ottenere leggi in favore; grandi gruppi monopolistici che dominano i mercati; grandi
crisi continentali o mondiali.

Non si tratta di veri e propri difetti dell’economia di mercato quanto più di


comportamenti illeciti di persone, imprese, gruppi e governi. Si tratta dunque
di responsabilità politica e dei parlamenti che forgiano normative permissive ed
evitano di normare ciò che dovrebbero.

Una sola fattispecie può verificarsi in assenza di illeciti. Può accadere infatti una
acquisizione monopolistica nel proprio settore o mercato, con il potere di
dettare prezzi e quantità. Queste tendenze monopolistiche sono dominate da
grandissime imprese, costituite in forma di gruppo e governate da una holding.

E’ questa una tendenza dei sistemi economici sviluppati, evidenziata da


Schumpeter con il nome di trustificazione dell’economia (insieme di oligopoli o
monopoli costituiti da grandi imprese, tesi a dominare i mercati a proprio
vantaggio).
Molti gruppi si sono espansi grazie alle proprie superiori capacità o ai grandi
acquisti di imprese famose. Schumpeter si preoccupava del declino
dell’imprenditore a causa della scientifizzazione dei processi gestionali. Egli
sosteneva un avvenire negativo per il capitalismo stretto fra grandi trust ma
trascurava la “successione delle nazioni guida” ; la circolazione delle elites, delle
imprese e dei settori; l’innovazione dei settori nuovi da parte di piccole imprese
che riavviano il processo rinnovando le strutture dimensionali e riducendo la
trustificazione.

2. ECONOMIA EMPIRICA E SCIENZE ECONOMICHE

Solo dal XX secolo si parla di “storia economica” attenta all’evoluzione del


movimento economico e dei suoi fattori causali.

L’attività economica esiste sin dall’antichità (costruzione delle piramidi,


amministrazione pubblica assiro-babilonese, attività dell’antica Grecia, mercati
fenici, commerci medievali, rivoluzioni industriali).
L’attività economica è un’attività empirica fondamentale e determinante delle
tendenze socio politiche. Quella moderna e contemporanea muta:

• I settori di attività delle persone

• La dislocazione spaziale delle attività industriali

• I flussi di importazione ed esportazione

Colin Clark designò un doppio andamento standard nell’evoluzione di tutte le


nazioni:
• Con lo sviluppo economico si avvia un processo di transizione dal settore
primario a quello terziario.

• In contemporanea, processi di trasferimento delle famiglie e di capitali

• Mutano le proporzioni di ciascuno di essi sul totale dell’economia nazionale

Le discipline economiche datano da migliaia di anni (l’Economio di Senofonte del


III secolo a.C, il De Rustica di Columella del I secolo d.C) con l’intento di dettare
alcuni principi generali:

• L’attività di scambio viene racchiusa in un unico corpus


• Tale corpus viene chiamato economia (leggi per guidare l’amministrazione delle
risorse)
• Esso era quindi un sistema organico del quale si potevano individuare leggi di
comportamento e imporre le relative “regole ottime” (amministrazione ottima
delle risorse)

Per molti secoli l’economia fu studiata dalle sole tecniche: la contabilità cioè la
ragioneria e le tecniche di amministrazione cioè tecniche mercantili, bancarie
ecc.

(“Oikonomikos” di Senofonte, trattato di scienza dell’amministrazione, “De


Rustica” di Columella, “Liber Abaci” di Leonardo Fibonacci sul sistema decimale).
Verso la metà dell’Ottocento si trovano formate le tecniche contabili e
amministrativo-gestionali, soprattutto in Italia con Cerboni e Besta e in
Germania con Schmalenbach.

• Cerboni: fonda la Ragioneria sul patrimonio e su un metodo giuridico-


contabile, propone che la ragioneria divenga scienza amministrativa di tutti gli
operatori economici

• Besta: (grande oppositore di Cerboni) riforma la Ragioneria basandosi sul


metodo della “partita doppia” proponendo attenzione al patrimonio
• Schmalenbach: (approccio empirico-realista) riserva la Ragioneria alle sole
imprese fondandola non più sul patrimonio ma sul reddito

La realtà economica suscitò anche l’attenzione dell’economia politica che si


forma in Francia e in Gran Bretagna a partire dalla seconda metà del ‘700. I
principali autori furono Quesnay, Turgot, Necker, Adam Smith.

Adam Smith: vede la dinamica economica quale processo che prende corpo fra i
produttori, i consumatori e lo Stato nella forma di prezzi, scambi e mercati. Il
tutto si svolge all’insegna dell’incontro- scontro tra interessi personali anche
egoistici che portano all’equilibrio del sistema. Gli interessi degli uni e degli altri
all’acquisto o alla vendita di beni si incontrano negli scambi di mercato.
Raggruppando gli acquirenti e i venditori si ottiene l’incontro dei vantaggi reciproci,
la realtà di tutti gli scambi su tutti i mercati: se i prezzi sono troppo alti la domanda
diminuisce, se sono molto bassi la domanda sale ecc. Nello spazio e nel tempo si
realizza l’equilibrio fra domanda e l’offerta: “teoria della mano invisibile” del
mercato che tende autonomamente alla regolamentazione di domanda e offerta.

Si era diffusa nei secoli la divisione del lavoro: il lavoro veniva ripartito fra i vari
addetti che si specializzano sempre di più. Ciò consentiva di raggiungere i fini
aziendali in tempi più rapidi e di organizzarsi con elevata efficienza. Tale teoria era
già stata espressa da Adam Smith del 1772.

Karl Marx: egli vede fenomeni di sfruttamento operaio e decide di erigerli come
l’unica realtà economica. Divide l’umanità in capitalisti e proletari sfruttati. Gli
imprenditori sfruttano il plusvalore prodotto dagli operai accumulando capitali. A
furia di investire, sfruttare e produrre ci si trova ad aver prodotto più di quanto si
riesce a vendere. Il sistema capitalistico affronta così una o più crisi finché l’ultima
sarà definitiva e si potrà realizzare la rivoluzione proletaria.

Marx fraintende però tutto il processo di produzione: egli immagina che l’utile
ottenuto derivi dall’appropriazione del plusvalore. Al contrario, il maggior valore
che la produzione realizza deriva dall’utilità che il bene finito ha per il consumatore.
Non riusciva a vedere che il sano movimento economico si traduce in una crescita
continua di scambi, produzioni, valori. Egli trascurava che la classi sociali sono
semmai molti ceti; che i fenomeni di sfruttamento dipendono dalla domanda/
offerta di lavoro; che il sistema si regge sulle produzioni in serie scambiate nel
libero mercato invece che sull’autoconsumo.

Intorno al 1870 si diffonde un maggiore interesse per le scienze naturali e nasce lo


scientismo, cioè il ritenere fondative le scienze naturali con il loro metodo e il
valore della matematica.

Tale tendenza da origine al materialismo, cioè la scelta di esprimere le relazioni fra


gli operatori economici tramite lo strumento matematico. Lo scientismo si iniziò
così ad applicare anche alle scienze sociali, in particolare all’economia. Il primo
proposito fu William S. Jevons sostenendo che l’economia, trattando di quantità,
dovesse divenire scienze matematica.

La tendenza si accrebbe man mano con studiosi che si posero l’obiettivo di


interpretare l’economia esprimendola in leggi di tipo meccanico e di forma
algebrica tramite una o più equazioni. Essi decisero di procedere tramite i
meccanismi di semplificazione e generalizzazione utilizzando equazioni del tipo
y=f(x) (y è funzione di x, cioè varia al variare di x secondo le proprietà della
funzione). Tramite legami funzionali potevano venire espresse tutte le variabili del
mondo.

Tali modelli risultano essere falsi poiché postulavano condizioni algoritmiche


violate, premesse logiche false e premesse analitiche anti realistiche (che il
tutto si svolgesse in assenza di Stato, in un unico istante, in assenza di concorrenza
tra imprese). Questi studiosi diedero vita all’economia politica pura con una
logica di fondo errata: la realtà sociale comporta variazioni continue e rifiutano
l’incasellamento forzoso nei sistemi equazionali.

Dobbiamo a Schumpeter le categorie di imprenditore-innovatore, distruzione


creatrice, tendenze socialiste.

Egli descrive il flusso circolatore della vita economica che tende all’equilibrio e
all’aggiustamento.

• L’impresa è il centro che connette i mercati dei fattori ai mercati di sbocco e


progetta i processi produttivi in vista degli sbocchi di mercato

• L’imprenditore è il fattore di innovazione della vita economica poiché immette


nel flusso le innovazioni. La sua funzione è quella di individuare e realizzare
nuove possibilità tramite una seria di compiti (creazione di nuovi prodotti, nuovi
metodi di produzione, nuovi mercati di sbocco). Tutte queste innovazioni
introducono nel sistema in equilibrio fattori di cambiamento, il nuovo si
sostituisce al vecchio, è questo il processo di distruzione creatrice.
Egli cerca inoltre di prefigurare quale possa essere la sorte delle economie
sviluppate ed è dubbioso sulle sorti delle economie di libero mercato. Si dimostra
poi scettico sulle possibilità di affermazione del comunismo e sull’avvenire del
capitalismo (messo in difficoltà dal diffondersi di pratiche monopolistiche, dal
declino della possibilità di investimento). Schumpeter reputa che con il declinare
del capitalismo si diffondano tendenze contrarie al libero mercato e che così sia
destinato ad affermarsi un simil socialismo subordinato alla regolamentazione
statale.

L’evoluzione prefigurata da Schumpeter risulta esatta ( miglioramento del tenore di


vita, crescente ruolo dello Stato nell’economia, comunismo realizzato e regredito,
l’imprenditorialità si afferma, liberismo economico di alcune nazioni).
3. L’ECONOMIA AZIENDALE

Alla fine dell’Ottocento la “rivoluzione industriale” inglese durava ormai da cento


anni e si avviarono sulla medesima via altre nazioni (Belgio, Stati Uniti, Francia,
Svizzera, Germania, Italia).
Molti pensatori erano soddisfatti, altri ritenevano che mancasse qualcosa: ci si
poteva allora rivolgere all’economia aziendale? (allora suddivisa in economia
marxista ed economia pura). I pesatori di derivazione tecnico-aziendale definirono
tali tecniche irrealistiche, decisero di dare vita alla “Economia Aziendale”. Essa
nacque:

• Per derivazione dalla Ragioneria e dalle Tecniche

• Quale scisma rispetto all’economia politica dell’Ottocento

Due sono i fondatori più importanti dell’economia aziendale: Heinrich Nicklisch in


Germania e Gino Zappa in Italia.

Nicklisch: propose la differenziazione tra lo studio dell’economia globale di una


nazione (relazioni tra famiglie, imprese ed enti pubblici intese come totalità) e lo
studio dell’economia delle singole aziende (vita economica delle imprese) quali:

• Sistemi organici orientati dall’interesse individuale

• Combinazioni interattive di capitale e di lavoro

Importante è il suo schema di circolazione dei valori il quale inquadra le


connessioni fra aziende familiari e aziende di produzione. Tale schema dice che:

• Le prime aziende in cui si è formata attività economica sono le familiari, dette


originarie

• Contemporaneamente nascono quelle di produzione, dette derivate

• Gli acquisti delle famiglie corrispondono alle vendite delle imprese, le famiglie
offrono lavoro alle imprese che coordinano capitali tramite la gestione per
produrre beni e ricchezza, ridistribuita nel sistema sottoforma di salari, stipendi,
interessi, utili.

Zappa: propone che l’economia aziendale si focalizzi sul reddito (non esiste
capitale che non sia stato reddito in precedenza: attività economica -> redditi ->
risparmi -> capitale -> attività economiche).
Egli afferma inoltre che il capitale non ha un valore in sé ma vale in funzione dei
redditi che esso può originare. Zappa propone che l’economia aziendale venga a
trattare le aziende cominciando dalle imprese, essa risulta sintesi organica di
Ragioneria, Gestione e Organizzazione. Capisaldi della teoria di Zappa sono:

• L’azienda è una coordinazione economica in atto che negozia costi per


ottenere ricavi vendendo sui mercati beni economici.

• Le attività di Famiglie, Imprese, Stato posso venire analizzate tramite la categoria


delle combinazioni produttive (l’insieme dei processi produttivi nello spazio-
tempo) e quella delle coordinazioni lucrative (modalità con cui l’azienda ottiene
equilibrio o disequilibrio economico nel tempo).
L’economia aziendale teorizza prescegliendo a proprio oggetto le aziende ed
il loro equilibrio e sviluppo. Gli sviluppi dell’odierna economia aziendale sono
inquadrabili secondo il concetto di Edmund Husserl di “campo scientifico
omogeneo” (individuare oggetti di studio ben omogenei, né troppo minuti né
troppo vasti) costituito dal sistema delle aziende.

L’economia aziendale si connotò per il realismo delle proprie ipotesi e per la scelta
dell’azienda quale soggetto di indagine. Stabilire di occuparsi dell’azienda
appariva un concetto molto vago: secondo l’articolo 2555 del Codice Civile
azienda è “insieme di beni organizzati dall’imprenditore per l’esercizio
dell’impresa”. L’economia aziendale si occupa di azienda quale sistema
produttivo unitario e del reddito quale flusso di ricchezza. Le aziende utilizzano
fattori produttivi per produrre beni economici per distribuire ricchezza nella
forma di redditi e capitali.

Tutte le imprese sono sistemi di produzione-distribuzione di ricchezza e sono rette


dalle medesime leggi di comportamento, condizioni di equilibrio (economicità) e
processi di sviluppo.

Egidio Giannessi scelse di porre alla base dello studio dell’economia aziendale
solo le aziende di produzione. Fu proposto anche un campo di indagine più ampio:
il secondo campo scientifico omogeneo doveva comprendere tutte le aziende
operanti nel sistema quindi familiari, di produzioni e pubbliche territoriali.
Questo più ampio perimetro venne suddiviso in due:

• Sistema di aziende di erogazione (tese ad erogare le proprie risorse per


ottenere redditi e trasformarli in spesa)
• Sistema di aziende di produzione (tese a produrre ricchezza trasformando i
costi in ricavi)

Tutte le aziende posseggono caratteristiche che le accomunano:

• Sono sistemi economici finalizzati


• Tendono all’equilibrio dinamico
• Sono caratterizzate da costi e ricavi, uscite ed entrare ecc.
• Sono caratterizzate dalla similarità delle funzioni amministrative nonché dai
processi giuridici ed economici in cui si svolgono quali operatori-tipo del
sistema.

Tutte le aziende possono dirsi di produzione poiché tutte producono in qualche


modo ricchezza. Un sottoinsieme distingue le aziende che questa ricchezza la
producono direttamente (agricole, industriali, finanziarie, turistiche ecc.). Esse
prescelgono fattori produttivi, li combinano per ottenere beni economici che
scambiano nei mercati ottenendo così il reintegro dei costi impiegati ma anche
dell’utile (è il premio che il mercato riconosce all’impresa per aver offerto in
vendita un bene economico che il singolo non può con le sue forze ottenere e
per essersi addossata il rischio di pensarlo-progettarlo-collocarlo
nell’incertezza del mercato).

L’economia aziendale si occupa dell’economia delle imprese (Giannessi). Altri


autori che vi si ispirano ritengono che anche nella Famiglia e nello Stato vi siano
elementi di aziendalità ma che essi non rientrano nel perimetro dell’economia
aziendale. Essi studiano il sistema delle imprese nelle loro:

• Caratteristiche tipo (il profilo sistematico espressivo della natura specifica del
singolo tipo di impresa)
• Funzioni (profili tipici che ne derivano, i compiti che le connotano) e strutture
(insieme di operazioni-processi-combinazioni che ne derivano necessariamente)
• Forme di equilibrio (modi di raggiungimento e mantenimento dell’economicità),
forme di sviluppo (modi di adeguamento continuo allo sviluppo del mercato),
forme di crescita (modi di aumento delle dimensioni intese come capacità
produttiva)

Le aziende vengono dette aziende di produzione (economica) e producono redditi


e capitali: l’economia aziendale è lo studio delle aziende di produzione di
qualsivoglia tipo.
Altrettanto rilevanti sono le funzioni svolte dalla famiglia e dallo Stato: tutte le
aziende possono venire definite coordinazioni economiche in atto. Si diede
vita così ad un campo di indagine più ampio secondo il quale l’economia aziendale
concerne l’economia delle imprese, delle famiglie e dello Stato: l’economia
aziendale è la scienza che studia l’economia (caratteristiche, funzioni-tipo, processi
e comportamenti) delle aziende di qualsivoglia tipo.

4. IL METODO SCIENTIFICO DELLE SCIENZE SOCIALI, IN PARTICOLARE


DELL’ECONOMIA AZIENDALE ( metodo: ”aiuto alla vita” )

Occorre distinguere nei loro metodi le scienze sociali da quelle della natura:

Scienze naturali: predomina l’esperimento, contano la sagacia e la coerenza


osservativa di fatti materiali, si connotano per il metodo deduttivo in matematica
(da premesse generali a teorizzazioni particolari) e per quello induttivo o
inferenziale nelle scienze naturali a seconda che siano o meno sperimentali.

Scienze sociali: ruolo fondamentale è rivestito dall’azione umana, maggiore è il


numero di variabili che hanno un campo di variabilità praticamente illimitato,
assumono calore rilievo le “premesse di valore” cioè le opzioni metafisiche e
morali. Esse si fondano su un processo deduttivo-induttivo (osservazione
dell’intera collezione di fatti, antichi e nuovi, interpretandoli in modo sempre
rinnovato): i fatti devono risultare significativi per la disciplina di ricerca,
ripetuti, raccoglibili in gruppi o ordinabili in serie. Si connotano per il metodo
sintetico e ripetuto deduttivo-induttivo che prende il nome di sintetico (Croce) o
misto (Zappa).

Dopo il II conflitto mondiale si sono diffusi il neopositivismo e lo scientismo


basati sulla coerenza deduttiva e sull’esperimento. Per le scienze sociali si tratta
di insensatezze.

Molte scienze si sono adeguate alle premesse di queste correnti, come ad


esempio l’economia politica, proponendo la matematizzazione espressa con
l’uso di modelli (matematici da trattarsi con il metodo scientifico) , l’eliminazione
delle variabili.

Nelle scienze sociali e in economia aziendale si procede a ridurre la complessità


tramite l’esame di fatti scientifici rappresentativi per la disciplina, il
raggruppamento di essi in gruppi-serie omogenei, identificazione di tipi ideali di
fenomeni individuando fra questi quelli standard.

L’economia politica utilizza diversi metodi scientifici per proporre soluzioni


“ottime”:

• Metodi erroneamente unilaterali: di tipo algoritmo deduttivo, fondati su


premesse non realistiche

• Metodi erroneamente sintetici: fondati su premesse non realistiche e di tipo


empirico-statistico falsi

L’economia è pero scienza sociale, da trattarsi con i metodi sintetici propri di


queste scienze, ciò implica il rifiuto del deduttivismo matematico.

Alcune scienze sociali orientano poi scienze pratiche, risulta per questo
fondamentale che il momento astratto risulti ben fondato.

E’ possibile distinguere le scienze astratte (concluse in sé, passibili di


applicazione indiretta) dalle scienze di applicazione (trattazioni di carattere
tecnico).

L’economia aziendale è fortunata poiché la sua origine storica risiede nella


Ragioneria e nelle Tecniche e poiché i suoi contenuti odierni sono tutti materiali:
l’economia aziendale astrae ma si rifiuta di astrarre in direzioni antitetiche alla realtà.
Essa costruisce:

• I propri teoremi

• La prassi che essa suggerisce su gruppi, serie, classi e sistemi di fatto scientifici

Per l’economia aziendale risultano rilevanti i “fatti scientifici” in qualunque


epoca.

Occorrono all’economia aziendale alcune cautele metodologiche proprie della


storiografia. Benedetto Croce distingue:

• Cronologia: base e fondamento esatto degli accadimenti avvenuti

• Biografia: costruzione organica e documentata di fatti storici

• Storiografia: interpretazione di intere dinamiche e problemi

In campo aziendale questo significa ricostruire i comportamenti e le dinamiche di


imprese, famiglie e dello Stato per chiarirne i comportamenti e le dinamiche.

Egidio Giannessi parla di “metodo storico”, ossatura logica nell’interpretazione di


qualsiasi fatto. Il metodo storico può essere annoverato dagli strumenti
indispensabili alla ricerca e integrato con l’indagine scientifica.

5. LE SCELTE ECONOMICHE DEGLI OPERATORI AZIENDE:FAMIGLIE,


IMPRESE, PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Non tutte le azioni compiute dagli operatori sono economiche (ad esempio azioni
che non comportino scambio monetario, compiute per passatempo, azioni di
beneficenza, cessione gratuita di prodotti, donazione, cessione gratuita di beni
ecc.) e vengono appunto definite come non economiche.
E’ questo il caso delle aziende senza fine di lucro istituite e rette per uno
scambio di mercato suggellato dal semplice pareggio (lo scambio di mercato
non esiste, le prestazioni sono gratuite). Il fatto che non vi sia scambio di mercato
fa sì che in esse non sempre si presti attenzione alla economicità, occorre allora:
una gestione efficiente di costi che cerchi di minimizzarli e una definizione dei
prezzi-ricavo che possano risultare convenienti per il pubblico.

Le scienze economiche si occupano direttamente delle azioni economiche cioè


quelle tradotte in scambi di mercato per comprendere la natura e le cause di tali
azioni al fine di poterle descrivere e interpretare in forma scientifica.

Con l’influsso dello scientismo e del materialismo accadde che alcune “formule
vuote” vennero trasformate in suggerimenti pratici per il comportamento
economico (essi consideravano un sono individuo, che compie una sola azione, in
mercati perfetti, in assenza di stato). Risultava così semplice trovare una risposta ai
problemi.

La realtà è però opposta e su queste basi nasce l’economia aziendale (l’individuo


può essere contemporaneamente molte cose, tutte le sue azioni sono compiute nel
continuo, egli non decide da solo ma è influenzato, le imprese si fanno
concorrenza).

Al marginalismo si opponevano varie teorie in particolare gli storicismi, i marxisti ,


l’economia aziendale, nella stessa economica politica.
Fritz Machlup: il marginalismo è implicito nel cosiddetto principio economico
(cercare di raggiungere con mezzi dati il massimo dei risultati). Prosegue dicendo
che occorre ben comprendere l’analisi marginale giacché essa desidera spiegare
gli effetti di certi mutamenti di situazione sulle azioni delle imprese. Egli ricorda
che: i campi di esistenza delle funzioni sono ristretti, i valori marginali non vengono
utilizzati poiché l’impresa ragiona su valori soggettivi, i costi e i ricavi sono
funzione sia del passato sia del futuro, limiti derivano dalla tecnologia,
dall’appartenenza ad un determinato settore ecc.

William J. Baumol: le imprese decidono, a causa di informazioni imperfette,


sulla base di regole pratiche che si rivelano momenti efficienti di un processo
decisionale ottimo (decisioni ottimamente imperfette). Egli inoltre afferma che la
grande impresa non ha come obiettivo la massimizzazione degli utili bensì del
fatturato e per fare questo è influenzata dall’incremento dei costi fissi (variazione
di volumi produttivi e coordinazioni lucrative). Il tutto avviene commisurando tali
processi con il “vincolo degli utili minimi” (livello di utili giudicati accettabili per
poter auto finanziare la propria espansione e ottenere credito dal sistema
finanziario).

Herbert Simon: nella realtà esiste una razionalità limitata. Nelle organizzazioni
“decisione razionale” va intesa come subordinata ai vincoli stessi e limitata al loro
perimetro. Si tratta perciò di “decisioni soddisfacenti”.

Il materialismo di certa economia politica tende però sempre a risorgere: tra gli
anni ’60 e ’70 nacque la scuola delle aspettative razionali (Muth, Lucas, Sargent,
Barro). Essa sostiene che: i mercati sono tutti in equilibrio, le imprese operano
massimizzando l’utilità individuale, la disoccupazione è solo volontaria, le
informazioni sono trattate in modo ottimo, vige l’anticipazione perfetta del futuro.

L’economia politica stessa ha smentito questi errori (Ackerlof, Stiglitz, Amos,


Kahneman):
Gli individui non si comportano secondo principi di razionalità economica, essi
commettono errori, sono influenzati dal contesto.

L’individuo deve cercare di equilibrare le proprie preferenze in uno schema in cui: il


contesto è caratterizzato da fattori di variabilità, le singole scelte derivano da
scelte precedenti, le probabilità sono incomplete, opera con risorse limitate, il
vantaggio può essere solo sperato.

Tutte le scelte economiche sono dirette all’ottimizzazione che è:

• Soggettiva: in funzione delle capacità dell’individuo (tendenze del carattere,


obiettivi per noi naturali)
• Vincolata: in funzione dei vincoli fisico-giuridici- economiche in cui agisce
(l’epoca, l’educazione ricevuta, il contesto sociale, i vincoli finanziari)
• Probabilistica: in funzione di eventi futuri ( aspettative multiformi, gli individui
valutano il futuro in modo differente)
Esistono anche casi in cui non si può parlare di “ottimizzazione delle scelte”, si
tratta piuttosto di scelte orientate dall’egoismo appropriativo immediato di tipo
illecito.

Se osserviamo il mondo riusciamo a percepirne: la struttura latente (struttura


d’ordine), la sua natura sistemica. Esse ci consentono di creare teorie
realisticamente fondate. La base per erigerle ci deriva da Gauss con la
“funzione di distribuzione delle probabilità”: ideata per individuare le probabilità
di errore nelle misurazioni fisiche poi utilizzata per applicazioni economiche.

• f(x) = ( 1/ √2π ) e -1/2x2

• Sull’asse delle ascisse i valori della variabile in argomento

• Sull’asse delle ordinate le probabilità associate a ogni valore della variabile

Essa ci dice che: la probabilità di errore è tanto maggiore quanto più prossima
al valore massimo dell’esattezza, quanto più ci si allontana dall’esattezza
massima diminuisce la probabilità di errori sia positivi sia negativi.
Estesa al campo economico essa diviene una legge che ci offre la legge di
distribuzione di qualsiasi struttura oggettiva o comportamento soggettivo: i
valori si distribuiscono secondo la probabilità che hanno di sussistere o
manifestarsi da 0 a 1, il massimo si concentra nella media dei valori misurati, la
maggiore o minore dispersione dei valori attorno alla media rende la curva più
larga o più stretta, l’area sottesa assume valore 1 quale sommatoria di tutti i valori
probabili.

Il tutto consente di descrivere in modo semi-esatto l’apparente dispersione di molti


fenomeni naturali e anche di confermare l’ampia regolarità dei medesimi. Traslata al
campo economico ci dice che la maggior parte dei valori si addensa attorno al
valore medio (la probabilità è massima) e quanto più ci si allontana dal valor
medio i valori divengono meno probabili.
In tal modo è possibile dar vita a teorie valide per la Famiglia, per l’Impresa e per lo
Stato e risolvere il problema dell’aggregazione nelle scienze economiche (come
passare dai singoli all’insieme di tutte le aziende).

L’economia aziendale ritiene obbligatorio considerare che:

• L’individuo è contemporaneamente lavoratore-consumatore-risparmiatore e


compie le proprie scelte nel tempo continuato

• Effettua le proprie scelte in relazione con altri individui

• Tali relazioni si svolgono nelle aziende

Le “ottimizzazioni vincolate” vanno dunque riferite a vincoli e ottimizzazioni relative


a tutte le interazioni sociali in cui egli è immerso. Il tema delle scelte va calato nella
realtà delle aziende cui l’individuo partecipa:

AZIENDE FAMILIARI: le scelte sono il risultato dell’accordo, del compromesso,


contano i fattori storici/religiosi/culturali, lo spirito del tempo, la maturità delle
persone, presenza o assenza di prole.

AZIENDE DI PRODUZIONE: le scelte riguardano la produzione di ricchezza


mantenendo l’equilibrio economico. La produzione deve tenere conto
dell’evoluzione tecnologica, della concorrenza, dell’economia generale, rilevano le
decisioni di comitato.

AZIENDE TERRITORIALI: nelle scelte rilevano la vastità e complessità dei


compiti, molto dipende dal ceto politico ecc.

L’economia aziendale ritiene che vi siano leggi generali, applicabili alle


aziende di ogni tipo.

6. LA MISURAZIONE ECONOMICA DEI FENOMENI AZIENDALI: LA


RAGIONERIA

Caratteristica rilevante delle scienze empiriche è la misurazione dei fenomeni


indagati. Esse si suddividono in scienze della terra e del cielo, scienze della
natura e scienze sociali. Le uniche ad avvicinarsi alla scienze della natura
(misurano i fenomeni osservati per trarne leggi) sono le scienze economiche: di
quali misure applicare ai fatti economici prescelti se ne occupa la “teoria della
misura” o metrologia.

In campo economico viga la misura classica della moneta, dunque i prezzi. Il


binomio moneta-prezzo è espressione del fatto economico nel tempo e nello
spazio. Talora il presso è studiato direttamente (studiando l’evolversi di quella
dinamica, di quei prezzi) oppure in modo composto in unione a variabili
quantitative (di molte variabili interessano i volumi globali, cioè le quantità
moltiplicate per i singoli prezzi. Dell’impresa interessa il fatturato unità x prezzo
unitario = fatturato).
Ciò che conta è che l’indagine si rivolga a quantità- valori: prezzi e altre
variabili esprimibili in moneta. Il prezzo di mercato è l’unica misura del valore
(il singolo prezzo, per quel bene, in quel luogo, in quell’istante è l’unica espressione
del valore).
Chi parlava di “utilità” si basava sul principio secondo cui il consumatore
massimizza tale utilità. Essi ipotizzavano che i beni venissero consumati uno per
volta, confrontavano il consumo di unità con l’utilità che ne derivava, cercavano di
misurarla con una curva. Il procedere era assurdo: il consumatore ignora le
proprie preferenze, i beni gli si presentano tutti insieme, le quantità e i prezzi
mutano.

La scienza economica è disciplina empirica: studia il comportamento


economico dei singoli e delle loro aggregazioni fino agli Stati e lo studia
anche nelle organizzazioni per il cui tramite quel comportamento economico
si realizza: imprese e mercati.

L’economia aziendale è empirico-sociale e svolge quelle indagini


prescegliendo aziende di ogni ordine e grado e concettualizzando mercati e
settori quali luoghi costituiti da aziende e dall’operare delle stesse. Essa
osserva i fenomeni con l’obiettivo di elaborare “leggi di comportamento”. Tali
fenomeni vanno esaminati dal punto di vista empirico. Le quantità in cui essi si
esprimono sono quantità definite in moneta.

Volumi acquistati x Prezzo unitario = Costo totale di acquisto


Volumi venduti x Prezzo unitario = Fatturato

Tutte le quantità economiche derivano da obbligazioni. Dal punto di vista


economico si manifestano in scambi: i valori economici del sistema si formano
sullo scambio. Con esso si registrano variazioni di moneta e il sorgere di un
credito o debito.
L’unica tecnica possibile per misurare tali avvenimenti è la ragioneria generale la
quale:

• Identifica i fenomeni aziendali, rappresentativi dell’economia aziendale

• Li coglie al momento del loro manifestarsi

• Li misura utilizzando la moneta

• Li connette grazie alla partita doppia

• Li rappresenta in bilanci che ne sintetizzano i risultati e che servono al fine di


controllo, analisi e previsione.

I fenomeni economici misurati sono i valori flusso = redditi (variazioni di esercizio,


costi e ricavi) e i valori fondo = i capitali (le attività e passività e le loro variazioni).

La ragioneria registra cronologicamente tutte le operazioni di scambio erigendo in


sistema i valori rilevanti. Le registrazioni vengono denominate bilancio che si
compone di due aspetti:

• Il rendiconto reddituale e accesso agli elementi del reddito (riferito a un


periodo amministrativo, di solito di un anno. Accoglie i valori flusso, costi e ricavi
che rappresentano il “reddito di esercizio” e il risultato derivante dalla differenza
tra i primi e i secondi. I costi vengono sostenuti con l’obiettivo di trasformarli in
ricavi: l’utile è dunque il costo d’uso del capitale di rischio, perdita è la
destinazione negativa dei costi)
• Lo stato patrimoniale e accesso agli elementi del capitale (esprime la
situazione di attività e passività dal punto di vista temporale, in un istante, al
termine dell’esercizio stesso. Esso accoglie i valori fondo -attività e passività-,
rappresenta il capitale di funzionamento di fonti e impieghi per il cui tramite
l’azienda funziona)

Tramite ai finanziamenti si dà vita ad investimenti: le fonti di capitale si


trasformano in impieghi di capitale. Le fonti di capitale si dicono
finanziamenti e possono provenire: dai soci (capitale sociale e di rischio poiché
sopporta interamente il rischio di gestione), dal sistema bancario (debiti della
società), dai fornitori (a credito).

Gli impieghi di capitale si dicono investimenti e possono provenire: da


investimenti a fecondità semplice (utili per un solo atto produttivo) e
investimenti a fecondità ripetuta (utili per più atti produttivi)

7. L’ECONOMIA DELLE FAMIGLIE

La famiglia può essere intesa come cellula della società .Della famiglia
l’economia aziendale studiami profili economici, le relazioni economiche
interne ovvero redditi, tributi, consumi, investimenti. Si connette:

• Alle aziende territoriali per i beni di cui fruiscono e alle quali indirizzano il
pagamento dei tributi

• Alle aziende di produzione per i beni che da esse acquistano

La famiglia è dunque unità di base dei sistemi sociali. Sin dall’antichità sistemi
sociali significa sistemi economici cioè sistemi di produzione, di consumo, di
scambio nell’ambito di un ordinamento e di un sistema monetario. Da sempre le
attività vengono fuse in ambito familiare: da esse promana attività lavorativa, si
consolidano i redditi, effettuano scelte di consumo o risparmio, corrispondono o
evadono i tributi.

In economia aziendale la famiglia viene denominata azienda familiare. Lo studio


della famiglia mantiene validità anche in nazioni o epoche differenti poiché sempre
rimangono le realtà del lavoro di persona, dei redditi di lavoro con i quali far
fronte ai bisogni, del comune contemperamento tra conviventi.

Nell’azienda familiare prendono corpo anche altri tipi di azioni definite non
economiche (perfezionamento individuale, educazione dei figli ecc) in quanto non
direttamente basate sullo scambio di mercato. Anche queste sono comunque
azioni economiche in quanto possono tradursi in costi effettivi o in risparmi.

Il profilo economico di una famiglia contribuisce a caratterizzare l’economia di uno


stato. Esse sono orientate dall’ordinamento, cioè da un sistema di leggi (leggi sulla
scolarità, normativa pensionistica ecc).

Il sistema di Colin Clark risulta di rilevante importanza anche per le famiglie: se si


sviluppano e crescono il settore secondario e terziario così muta l’occupazione
delle famiglie. Tale dinamica comporta effetti sulla loro economia e sulla
composizione della società:

• Le famiglie transitano dalla campagna alla città, si passa ad attività continue ed


interrotte di stabilimento o ufficio, si ottengono redditi sicuri, muta la mentalità e il
tempo libero.

Si diffonde quindi la “borghesizzazione delle masse” (ceto che nasce nel


Medioevo con i burgenses, cresce con la Città stato fino alla nascita del “terzo
stato”, si forma via via un ceto variegato che assurge al sociale e al politico).
Werner Sombart ci ricorda che con l’avvento della borghesia i rapporti
contrattuali si sostituiscono ai precedenti vincoli di signoria-gerarchia e di
comunità. I fattori del passaggio al “capitalismo” sono due:

• Il razionalismo economico: orientamento di tutte le azioni alla migliore


rispondenza a un fine

• L’utile: passaggio dell’azione economica dal soddisfacimento dei bisogno


all’accrescimento del capitale iniziale

Con il progresso economico migliorano le condizioni di vita del singolo,


conducendolo verso un incivilimento personale. Con esso si accentuano anche i
comportamenti decostruttivi (alcolismo, droghe).

L’economia della famiglia può essere rappresentata dall’identità delle variabili


che la compongono: redditi, tributi, consumi, risparmi, investimenti.

REDDITI: redditi di lavoro (pensioni, indennità, sussidi) e redditi da patrimonio


(investimenti)

TRIBUTI: imposte pagate alle aziende pubbliche

CONSUMI: consumi di una famiglia

INVESTIMENTI: destinazioni impresse al risparmio con intendimenti fruttiferi

1. Re=T+C+I
2. C=Re-I-T (quota di reddito residua dopo il pagamento dei tributi ed eventuali
investimenti)
3. I=Re-C-T (quota di reddito residua dopo il pagamento dei tributi e il
sostenimento di costi di consumo)
2 e 3 rappresentano due casi opposti: la compressione dei consumi al fine di
risparmio/investimento e la compressione degli investimenti per poter sostenere
un livello di consumi.
La 3, nel caso in cui tributi e consumi fossero maggiori dei redditi, potrebbe dar
luogo a un valore negativo di I, si parla allora di disinvestimenti, cioè vendita di
beni patrimoniali per far fronte al livello prescelto di T+C.

La 2 e la 3 ci dicono che vi è un processo continuo di mutamento di investimenti,


disinvestimenti, consumi durevoli che dipende: dal numero dei componenti della
famiglia, dai redditi singoli, dal reddito totale, dalle preferenze date al consumo o
all’investimento.

Nelle famiglie vi sono anche gli indebitamenti con conseguente pagamento


degli interessi e rimborso del capitale mutuato. La 1 diviene quindi:

Re+dis-I+DB = T+C+I+Intpass+rimbDB (il reddito più i disinvestimenti più


l’indebitamento corrispondono ai tributi più i consumi più gli investimenti più gli
interessi passivi più il rimborso dei debiti).

Concetto di reddito di John R. Hicks: può accadere che alcuni beni


patrimoniali aumentino di valore. Secondo Hicks tale incrementi fa parte del
reddito del periodo in cui l’aumento si sia verificato. Il fatto va inteso in modo
diverso: l’incremento è comunque retorico finché il bene stesso non venga
venduto. Si ottiene vantaggio solo quando un bene viene venduto al
massimo vantaggio ottenuto.

Esiste un livello minimo di consumi (incomprimibili) che dipende dalla storia,


dalle consuetudini sociali, dalle abitudini familiari ecc.
La propensione al consumo dipende: dal carattere nazionale dello Stato di
appartenenza, dalla struttura del mercato finanziario nazionale e internazionale,
assenza/presenza di risorse, distribuzione dei patrimoni fra le famiglie di una
nazione, distribuzione dei redditi fra gli individui di una nazione.

Nelle famiglie occorre parlare di processi di investimento che si


condeterminano insieme ai processi di consumo (comportamenti di consumo
delle famiglie nel tempo). Essi derivano da caratteristiche individuali della
persona e della famiglia in quanto unità ma anche da fattori economici esogeni
(prospettive economiche favorevoli/sfavorevoli, provvidenza sociale assente/
presente, regime tributario) e tecnico-finanziari (redditività, rischio, liquidabilità).
Gli investimenti posso essere:

• A vista (immediati): in scorte di beni di consumo, in liquidità, in beni di


consumo durevole

• Fruttiferi: valori a reddito garantito in quanto fisso, valori a reddito aleatorio in


quanto può variare, beni immobiliari, beni di lusso e artistici.

Vale sempre l’identità (processi di) Risparmio= (processi di) Investimento


Risparmio-Investimento può essere suddiviso secondo un’ulteriore
categorizzazione:

• LIQUIDITA’ A VISTA: detenzione privata di moneta, in forme di deposito da cui


essa sia facilmente prelevabile. Attualmente la moneta viene principalmente
detenuta per fini transazionali (per regolare scambi standard normalmente
previsti), precauzionali (per regolare scambi o uscite impreviste), speculativi
(detenere divise estere nella speranza che esse si rivalutino contro la moneta
nazionale).
• INVESTIMENTO MOBILIARE: investimento in beni quali titoli di Stato,
obbligazioni e azioni. Si parla dunque di titoli a reddito pre definito e
garantito (titoli di Stato e obbligazioni, oggi definiti interessi. Offrono un
rendimento sì garantito ma variabile tra un massimo e un minimo) e titoli a
rendimento aleatorio (azioni, connessi al “rischio” del socio che investe
economicamente nella gestione dell’impresa. Per questo definiti redditi
variabili).
Gli incrementi e i decrementi di valore incidono sul valore nominale
dell’investimento, ma non sul suo valore effettivo: essi rimangono teorici finché
non vengono realizzati tramite la vendita. Con essa si realizzano utili
(plusvalenze) o perdite (minusvalenze). Così l’investimento viene condotto al suo
valore effettivo maggiore o minore rispetto al prezzo d’acquisto.

• INVESTIMENTO ASSICURATIVO: un risparmio-investimento periodico, di


solito annuale, detto premio, che viene versato alle compagnie assicurative
sulla vita. Orienta un importo annuo al fine di proteggere la famiglia da
conseguenze economiche negative a seguito di eventi inaspettati.

• INVESTIMENTO FONDIARIO E IMMOBILIARE: può riguardare terreni, la


casa d’abitazione, la casa per le vacanze e immobili di vario genere da
reddito. Il reddito che se ne trae è rappresentato da canoni locativi. Nel caso
di utilizzazione diretta si parla di reddito figurativo (non effettivo provento
patrimoniale ma reddito derivante dai canoni locativi risparmiati grazie
all’utilizzazione diretta della proprietà).
Anche l’investimento immobiliare può dar vita a incrementi o decrementi
nominali.
• INVESTIMENTO IN BENI DI CONSUMO DUREVOLE O ARTISTICI O DA
TESAURIZZAZIONE: arredamento, autoveicoli (fecondità ripetuta), opere
d’arte, antiquariato (fruizione estetica. Di norma essi si rivalutano comportando
l’incremento nominale del patrimonio), metalli preziosi e gemme.

Il ciclo di risparmi-investimenti presenta un andamento standard rispetto all’età


lavorativa (quasi nullo all’inizio, limitato poi, gradualmente maggiore, ininterrotto
per malattia, minore in età avanzata). Il risparmio-investimento dipende dal
reddito e dal patrimonio orientato poi dalle singole propensioni.

Il risparmio determina: il livello dei consumi aggregati, il volume totale del


risparmio aggregato e le sue direzioni, il volume totale degli investimenti privati.

Secondo J.M Keynes la propensione al risparmio si riconnette a 8 fattori: motivi


precauzionali, desiderio di sicurezza, migliorare il proprio futuro ecc. Tale
propensione dipende dal reddito del periodo.

Negli anni ’50 alcuni economisti sostennero invece che: il risparmio-investimento


non dipende dal reddito quanto piuttosto dalla composizione demografica di uno
stato in una data epoca, gli individui desiderano massimizzare l’utilità dei
consumi di tutta la propria vita. Modigliani chiarisce i presupposti: il reddito è
costante per tutta la vita poi si azzera, non esistono saggi di interesse, i gusti
sono sempre uguali, non vi sono lasciti (si risparmia finché si può, si consuma
tutto e poi si muore).
Giordano Dell’Amore chiarisce in definitiva: il risparmio si origina grazie a
premesse culturali, esso è condizione di miglioramento dove ben impiegato, è
tutela rispetto eventuali incombenze.

In tema di “consumi” occorre parlare di processi di consumo che prendono atto


all’interno delle aziende familiari. Essi tendono ad ottimizzare le necessità della
famiglia. I processi di consumo sono determinati:

• Dall’ammontare dei redditi, dalla loro stabilità o variabilità nel tempo

• Dalla dinamica delle priorità e preferenze interne alla famiglia

Sulla base del concetto di reddito permanente di Milton Friedman (reddito


stabilizzato in funzione del patrimonio attuale e dei redditi futuri) si basa il
consolidamento dei consumi (un livello di spese per consumi correnti e durevoli
che vengano interpretati quali consumi incomprimibili e possibili anche per il
futuro).
I consumi di beni possono essere suddivisi in:

• Primari o secondari
• Necessari o voluttuari
• Funzionali o ostentativi
• Costruttivi o decostruttivi
Esistono poi i “consumi di lusso” acquistati da tutti colore che vogliono
migliorare la propria condizione economica e quella materiale, distinguersi dalla
massa, fruire di beni eleganti e raffinati.

Aristotele definisce il lusso come “sfarzo legittimo”, Mandeville sottolinea che


esso fornisce possibilità di lavoro e consente l’avanzamento della società. Si
giunge alla polemica sul lusso nel ‘700-‘800 francesi: Picard e Baudrillart
annotano che il lusso si trasla dal benessere privato al vantaggio sociale
(trasferisce ricchezza, sviluppa le arti e i mestieri, da via al patrimonio storico
architettonico). Nei secoli ciò porrà le premesse per il formarsi dei mercati diffusi.

Con l’epoca moderna si è registrata una espansione continua di bisogni e mezzi,


in particolare con le rivoluzioni industriali e i processi di inurbamento.

Nelle epoche moderne i beni di lusso hanno rivestito un ruolo rilevante nei
processi di sviluppo economico, importanti a riguardo sono le affermazioni di
Sombart:
• I beni di lusso svilupparono il commercio all’ingrosso

• Svilupparono le “industrie di lusso” che richiedevano vasti capitali

• Svilupparono commerci e settori di “mezzo lusso”

Al giorno d’oggi occorre riconoscere alcuni profili di utilità che essi possiedono ai
fini del progresso: stimolano la creatività artistica e tecnica, generano domanda,
stimolano un desiderio di imitazione creativa.

I fattori determinanti dei consumi:


• La rilevanza, nel modello di Keynes, della variabile “consumo” con l’influsso
che ha esercitato

• La rilevanza della variabile “consumo” in alcune tra le più importanti economie


del mondo ù

• L’interesse delle masse a incrementare i propri consumi

• Mentalità consumistica diffusa in tutti i ceti e generazioni

• Grado di sviluppo economico che una società è riuscita a raggiungere

• Stadio evolutivo di una nazione

• Cultura nazionale dedita al consumo o al risparmio

• Incidenza dei tributi

• Accoglimento scettico o pubblicità dei “modelli di consumo”

Per comprendere le modalità secondo le quali i processi di crescita economica si


intreccino con il mutamento sociale e delle psicologie collettive occorre utilizzare
categorie interpretative quali: “Visione del Mondo” di governati e governanti e
“Spirito del Tempo”, cioè l’insieme dei valori, convincimenti, mode che avvolge
gli uni e gli altri in una certa epoca in una certa nazione.

La ricchezza ha teso a divenire il fondamento della stima sociale, dell’autostima


anche a prescindere dalle modalità del suo ottenimento.

Simmel annotava l’importanza crescente del denaro nelle società moderne. Si


tratta del passaggio dalle civiltà contadine ai processi di inurbamento. Essi
risultano lenti e diseguali tra le nazioni.

Occorre sempre vagliare a riguardo la continuità del processo (può risultare


regolare nel senso di graduale, grandi fasi di inurbamento) e l’intensità del
processo (proporzione tra i residenti nelle città rispetto al totale della
popolazione).
A tali variabili si è aggiunta la generale ricerca di industrializzazione. Il
diffondersi di tali processi ha indotto processi di borghesizzazione delle
masse di tutto il mondo. Tale insieme tende a spiegare il grande incremento
delle produzioni economiche dell’economia mondiale: è questo il frutto del
consumismo generalizzato. Tali processi sono stati facilitati dal moltiplicarsi della
liquidità internazionale e dal crescente volume di prestiti e debiti.
Nel caso i processi si arrestassero si avrebbe la proletizzazione della masse.

8. L’ECONOMIA DEGLI ENTI PUBBLICI TERRITORIALI

Negli ultimi duemila anni di storia vi sono grandi periodi di formazione di Stati e
Imperi. Si formarono in questi anni gli Stati Nazionali fino alla costruzione degli
Imperi Coloniali. Sarà la Prima Guerra Mondiale a generare l’instabilità del
18-39 e la Seconda Guerra Mondale a porre le premesse per il ruolo egemone
degli Stati Uniti, della decolonizzazione, degli Stati Nazionali, della transizione
verso l’oriente.

Alcune funzioni furono sempre ritenute proprie dello Stato: difesa esterna e
ordine pubblico, giustizia, amministrazione pubblica. Queste funzioni
derivano dalla concezione di Stato quale entità giuridico-politica che origina il
perimetro dei compiti dello Stato.

Concezioni classiche di Stato:

• Concezione organistica dello Stato Hegeliano: è un organismo vivente,


superiore alle parti che lo compongono, entità suprema, possiede generale
sovranità insita nella propria natura.

• Concezione inglese di Locke e Hobbes: lo stato ha potere assoluto che gli è


derivato dalla devoluzione volontaria dei cittadini e considera questi ultimi liberi
in qualsiasi materia non regolata dall’alto.

Da sempre gli Stati posero in essere comportamenti politici che si tradussero in


pace o in guerra. L’incivilimento di uno Stato può essere misurato dalla quantità
e dalla qualità della spesa (relativa alla giustizia, all’ordine pubblico, alla difesa,
alle infrastrutture, all’assistenza sanitaria, all’educazione). Le azioni politiche
determinano i tipi, le quantità e i tempi delle spese pubbliche, dei proventi
pubblici, del saldo finale del bilancio dello Stato: la spesa pubblica esprime
l’azione dello Stato.
Anche lo Stato e le sue partizioni interne (Regioni, Provincie, Comuni) è dunque
un fattore di produzione cioè un sistema in grado di agevolare o svantaggiare
le produzioni di ricchezza.
L’attività della pubblica amministrazione si esplica per il tramite di aziende
pubbliche territoriali che declinano l’azione pubblica in funzioni via via più
precise. Tale ripartizione amministrativa dipende dalle scelte politiche e dalla
storia amministrativa e giuridica dello Stato stesso. La funzionalità della
pubblica amministrazione può venire espressa secondo la diede:

• Efficacia: tensione verso obiettivi morali, educativi, costruttivi che realizzino e


migliorino l’ottimo sociale e l’incivilimento collettivo.

• Efficienza: raggiungimento dell’efficacia con l’uso più efficiente delle risorse

Lo Stato può trovarsi a possedere complessi più o meno vasto di imprese


pubbliche. E’ allora:

• Azienda pubblica: l’amministrazione pubblica di tipo territoriale (Comune,


Provincia, Regione, Stato)
• Impresa pubblica: impresa di proprietà del comune o dello Stato che produce
beni economici di uso collettivo.

E’ possibile contrapporre due forse classiche di Stato:

• Camerista: amministrato e gestito in forma familista. Amministrazione


pubblica, servici e conti pubblici sono estensione dei conti reali. Lo Stato si fa
carico diretto dei bisogni collettivi. Questo modello viene oggi definito
“paternalista” o “autoritario” e usato come sinonimo di
“organicista” (“capitalismo renano in Giappone e Germania”). Tendono a
raggiungere il proprio equilibrio considerando le imposte una delle tante
entrate. Attuano approcci protettivi dei cittadini. Il rischio è rappresentato
dall’eccessiva burocratizzazione e dal centralismo.
• Mercantilista: si fa carico dei servizi pubblici minimi, rinviando al mercato il
soddisfacimento dei bisogni collettivi (“capitalismo anglosassone”). Fondano
l’equilibrio della propria economia su poche uscite e entrate. Diffusa è
l’iniziativa dei singoli. Il rischio è quello di finire per “mercantilizzare” tutti i
processi con il sorgere di monopoli-oligopoli privati.

I due modelli subirono una duplice e contrapposta evoluzione: verso il liberismo


nel primo Ottocento e verso il socialismo nel secondo Ottocento.

La mentalità del primo Ottocento diffuse concezioni secondo le quali lo Stato


dovesse limitarsi alla prestazione dei servizi pubblici minimi. Si iniziò poi a partire
dal secondo Ottocento ad assegnare funzioni sempre maggiori allo Stato (si
introdussero e aumentarono le imposte per coprire le uscite e sanare la
sperequazione del primo Ottocento).

Dopo il primo conflitto mondiale altri problemi si presentarono per le politiche di


bilancio degli Stati che avevano sostenuto il conflitto. Dopo questo momento si
registrò in tutte le nazioni l’aumento dei poteri dello Stato e delle spese relative
che consentirono di parlare di:

• Stato-produttore: si assumeva il compito di produrre e vendere i beni


economici quali educazione, salute, trasporti ecc.

• Stato-consumatore: come acquirente di beni

• Stato-imprenditore: avviava imprese e le gestiva direttamente per interessa


nazionale

Lo Stato è sempre più soggetto di politica economica, inteso come


operatore pubblico che raccogliesse risorse con l’intento di dare vita a
progetti politici di riequilibrio o di sviluppo.
Negli stati moderni la metà della ricchezza prodotta è ingoiata dalle imposte e
destinata politicamente. Ciò induce a un carico sempre maggiore di imposte, alla
qualità scarsa dei servizi, alla minore autonomia individuale.

Al riguardo vige una interpretazione che ignora gli effetti che la riduzione delle
imposte potrebbe avere (minori sprechi pubblici, maggiori consumi e risparmi).
L’interpretazione positiva di quanto detto tante a sottostimare gli effetti negativi
dell’eccessiva espansione della pubblica amministrazione.

Esiste una seconda interpretazione che esalta all’estremo i processi di mercato e


di snellimento della pubblica amministrazione, fino a parlare di “Stato minimo”.
L’interpretazione positiva di quanto detto accentua i vantaggi del privato e del
mercato ma trascura l’ipotesi dell’insorgere di monopoli ed oligopoli.

Un’interpretazione corretta vaglia le modalità secondo cui la pubblica


amministrazione soddisfa le necessità delle aziende familiari e delle
imprese, solo così si può giudicare se le impose sono produttive o
antiproduttive.

Le imposte sono rilevanti in senso:

• Macro-economico: l’economia delle pubbliche amministrazioni si regge sulle


imposte

• Economico-aziendale: i tributi sono il momento principale del bilancio dello


Stato (entrate) e dell’intera economia delle aziende territoriali

I tributi derivano dalle imposte, determinate per legge. La storia delle imposte è
ravvisabile nella loro natura che da reale e indiretta tende a diventare diretta e
riferita alla produzione di redditi.
Adam Smith: i sudditi di ogni Stato devono provvedere al sostentamento del
governo in proporzione alle loro capacità. L’imposta deve essere certa e non
arbitraria, prelevata nel momento più opportuno per il contribuente.

Bastable: le imposte devono risultare produttive, non costose e difficoltanti il


meno possibile, distribuite in modo equo.

Einaudi: le imposte vanno pagate per far fronte al costo della prestazione, sono
spese necessarie per i benefici collettivi.

La scelta dei criteri per stabilire il tipo di imposte prende il nome di “politica
delle imposte”. Esse hanno teso a distribuirsi nei seguenti tipi: generale sui
consumi, speciale sui consumi, sulle proprietà, sui redditi delle persone
giuridiche, sui redditi delle persone fisiche.

IMPOSTE SUI CONSUMI: una delle imposte più facili a venire esatta soprattutto
dove essa colpisca beni primari o necessari. Essa tese a convertirsi in una
“imposta generale sull’entrata” che colpiva ogni passaggi dalla filiera
produttiva al consumatore. Divenne in seguito “imposta sul valore aggiunto”
che colpiva solo l’incremento netto di valore realizzato in ciascuno stadio della
filiera produttiva (20-22%)

IMPOSTE SUI REDDITI: è necessario chiarire la definizione di reddito. Secondo


Hicks, reddito è la somma di variazioni di valori patrimoniali da un anno all’altro;
secondo Schanz -Haig - Simons reddito è la somma dei redditi di lavoro,
finanziari, immobiliari e di tutte le variazioni di valori patrimoniali.

La definizione di Hicks è sostenuta dalla ragioneria italiana ma è stata superata


dalla definizione di Zappa: per le aziende di produzione reddito è l’insieme dei
costi e dei ricavi relativi a un periodo, per le aziende di erogazione è l’insieme
delle variazioni positive relative a un periodo.

Qual è la materia imponibile dell’imposta sui redditi delle persone giuridiche?


L’imposta sulla società tassa il reddito annuo, cioè il saldo sei costi e dei
ricavi relativi a un periodo.
“Doppia tassazione del risparmio”: S= Re-T (Somma=Reddito-Tributi)

Quando il risparmio investito getterà reddito questo verrà tassato nuovamente


realizzando la “doppia tassazione”. Il risparmio, una volta investito è
caratterizzato da una fecondità economica ripetuta: ad ogni ciclo produce nuovo
reddito e la tassazione non è dunque ripetuta rispetto alla stessa somma ma
relativamente ai redditi sempre nuovi che essa riesce a produrre.

I principi su cui si poteva orientare la struttura impositiva erano:

• Il sacrificio collettivo minimo

• Il sacrificio assoluto eguale (somma identica per tutti)


• Il sacrifico eguale in proporzione (percentuale identica per tutti)
• Il sacrificio crescente (percentuali di imposta crescenti al crescere del reddito)

Con l’espandersi della spesa sociale e l’affermarsi degli Stati assistenziali:

• Il minore sacrificio marginale (per gli alti redditi)


• Il maggiore sacrificio marginali (per i redditi inferiori)
Ciò intendeva obbedire al principio di redistribuzione forzata della ricchezza
verso i ceti meno fortunati economicamente.

Rimangono comunque due problemi: i limiti della progressività (quale deve


essere l’aliquota massima?), il grado con cui la progressività procede a
seconda degli scaglioni di reddito (curva della progressività)

Entrate e uscite costituiscono un plesso fenomenologico e vanno studiate


congiuntamente e simultaneamente. La presenza/assenza di politica economica
e pressione tributaria determinano le uscite e le entrate.

Il bilancio dello Stato può essere articolato quale:

• Bilancio di competenza (relativo alle entrate accertate e alle uscite impegnate


relative all’anno finanziario, prescindendo dal fatto se le prime siano diventate
entrate effettive)
• Bilancio di cassa (relativo alle entrate effettive manifestatesi in un esercizio)

Ruolo fondamentale ha il bilancio di previsione, che il Governo sottopone al


Parlamento:

• Accettazione politico tecnica di un sistema di proventi correlato a un sistema di


spese (fasi di accertamento, riscossione, pagamento)

• Autorizzazione concessa dal Parlamento al Governo s percepire entrate ed


effettuare uscite (fasi di impegno, liquidazione, ordinazione, pagamento)

Le uscite possono dividersi in uscite correnti (stipendi dei dipendenti pubblici) e


uscite in conto capitale (investimenti o estinzione di debiti finanziari). Le entrate
possono essere entrate di parte corrente (effettive) e entrate in conto
capitale (disinvestimenti o assunzione di debiti finanziari).

Il bilancio pubblico risulta quale bilancio di cassa, cioè per entrate e uscite. Il suo
equilibrio può esprimersi con risultanze positive, negative o nulle.

Entrate> Uscite = Avanzo (eccesso di imposta o carenza di servizi pubblici?)


Entrate< Uscite = Disavanzo (eccesso di investimenti e spesa corrente?) Per
reperire entrate aggiuntive lo stato può: cedere beni demaniali, inasprire le
imposte, aumentare la circolazione monetaria, emettere titoli di debito
pubblico. Aumentare la circolazione monetaria è il metodo più semplice ma se
questa aumenta più dell’incremento dell’insieme dei beni l’esito è l’inflazione dei
prezzi (Fischer: MONETA x VELOCITACIRCOLAZIONE = LIVELLO DEI PREZZI x
QUANTITABENI).
Altra strada è l’indebitamento che produce problemi per il bilancio dello Stato
(interessi passivi, problema del rimborso)

Entrate=Uscite = Pareggio

L’equilibrio di entrare ed uscite si può esprimere così:

ENTRATE TRIBUTARIE + ENTRATE DISINVESTIMENTI + ENTRATE INCASSO


CREDITI = USCITA CORRENTI + USCITE PER INVESTIMENTI + USCITE
CONCESSIONE CREDITI

Ove si consideri anche la variabile del debito e della circolazione monetaria


aggiuntiva bisognerà aggiungere: ENTRATE DA ACCENSIONE DI DEBITI,
ENTRATE DA CIRCOLAZIONE DI MONETA, USCITE RIMBORSO DEBITI E PER
IL PAGAMENTO DI INTERESSI DEI DEBITI CONTRATTI

Il processo di bilancio pubblico si articola come quello di qualsiasi altra azienda


e le sue fasi sono disciplinate normativamente (art.81 Cost/ Regolamenti
contabili e parlamentari/ leggi 468/1978, 362/1988, 94/1997, 208/1999 n.208)

• Fase uno (preparazione): si inizia nell’anno precedente a quello di previsione


(ultimo trimestre dell’anno). Le sue fasi sono preparazione, gestione
dell’esercizio e rendicontazione (formulare previsioni e obiettivi, scelte di
amministrazione pubblica, bilancio di previsione da portare in approvazione).

• Fase due (gestione dell’esercizio): apertura (inizio dell’esercizio 1°Gennaio


con l’apertura dei conti), operazione di assestamento (30 Giugno), variazione
di bilancio (31 Ottobre), chiusura dell’esercizio (31 Dicembre, con la chiusura
dei conti).
La contabilità di Stato erige bilanci intermedi semestrali. Le “operazioni di
assestamento” a sei mesi dall’inizio dell’anno verificano: l’appropriatezza delle
previsioni effettuate, la effettività delle riscossioni, la capienza delle spese
pubbliche, se le previsioni di incasso non si siano rilevate ottimistiche, se gli
incassi effettivi risultino minori del dovuto, se le previsioni di spesa non
siano risultate insufficienti. (in questi casi occorrerebbe provvedere tramite
variazioni di bilancio ma esse vengono disposte solo in casi ove risultino
drammaticamente indispensabili)

• Fase tre (rendicontazione): raccolti tutti i conti nei mesi successivi (Gennaio-
Maggio), il bilancio viene trasmesso agli organi di controllo per giudizi di
approvazione, compete loro la verifica del bilancio consuntivo dello Stato
(Corte di Conti, magistratura contabile con funzioni amministrative, di controllo
e giurisdizionali. Ad essa spettano: il controllo delle leggi contabili, dei conti resi
dagli amministratori, sull’efficacia dell’azione amministrativa).

Chiusura in deficit del bilancio di previsione significa che si è già


preventivamente deciso di effettuare spese maggiori rispetto ai proventi pubblici:
non si è pensato a ridurre le spese pubbliche. Le aziende territoriali sono in
grado di reperire le risorse che non hanno. Esse decidono di agire sul fronte delle
entrare secondo tre tecniche:

• Incremento delle imposte esistenti o introduzione di nuove imposte

• Indebitamento nei confronti della banca centrale

• Collocando sul mercato titoli pubblici

Se la spesa in deficit continua a crescere e le risorse vengono reperite


aumentando continuamente la tassazione, si giunge all’eccesso di pressione
tributaria (generando fenomeni di evasione/elusione tributaria, rinuncia a
produrre reddito, trasferimento di capitali)

Barro ha sostenuto l’indifferenza per lo Stato nel finanziarsi tramite imposte


o indebitamento pubblico poiché, secondo lui, la politica statale della spesa è
fissa, poiché i mercati finanziari sono perfetti, i cittadini hanno informazioni
complete e perfette, poiché sono razionali e ragionano a vita infinita. Allora
risulta indifferente per lo Stato finanziarsi con debito o imposte poiché i
cittadini scontano sin d’ora le imposte future che occorreranno per
rimborsare il debito pubblico e sin d’ora vi si preparano riducendo i
consumi.

In Italia nei primi ottant’anni di Unità si erano chiusi in deficit i bilanci


1862-1874. Riportati in avanzo nel 1875-1885. Di nuovo in deficit nel 1885-1897,
in attivo nel 1898-1911. In perdita con la guerra in Libia e il primo conflitto
mondiale, in avanzo nel 1925-1930, in deficit con la crisi del ’29, con la crisi
delle banche miste, guerra in Etiopia e secondo conflitto mondiale. Tra il
56-62 il deficit scendeva ai suoi minimi.

Con il 1960 si diffuse il “deficit spending”, cioè di spesa causatrice di deficit


(Keynes come reazione alla crisi del ’29). Si iniziarono quegli anni in cui i
disavanzi vennero giustificati con finalismi produttivi, equilibrativi: le volontà
politiche dominavano negli anni Settanta. Dapprima crebbe la circolazione, poi
fu il debito pubblico ad aumentare. I principi classici della finanza avrebbero
suggerito di commisurare le spese alla capacità tributaria del periodo ma tali
principi non convenivano alle classi politiche. Lo Stato continuò i propri
comportamenti spenderecci stampando quantità enormi di titoli del debito
pubblico. Tale situazione procede fino al 1992 quando con l’introduzione
dell’euro si ritrassero vantaggi dal punto di vista del risanamento interno. I deficit
continuavano manifestano i seguenti effetti: modifica della collocazione
internazionale di uno Stato dal punto di vista commerciale , rarefazione dei flussi
di risparmio, minore propensione al lavoro ecc.

9. L’ECONOMIA DELLE IMPRESE, AZIENDE DI PRODUZIONE, GENERALITÀ

Le imprese producono per soddisfare bisogni, le produzioni e gli scambi di


mercato si sono sempre svolti attraverso il loro operare. Le imprese uniscono il
capitale e il lavoro tramite la gestione per trasformare fattori produttivi in beni
economici che possono venire venduti sui mercati.

I beni economici possono essere: beni materiali (connotati da un’esistenza


fisica), beni immateriali (privi di esistenza fisica) e beni misti (il contratto
d’acquisto unisce all’elemento materiale altri immateriali).
Ciò che conta è il ruolo di esse quali combinazioni originali di fattori
produttivi (sempre combinano in modo nuovo per porgere ai mercati beni nuovi
o diversi dai concorrenti). La funzione innovativa è la grande lezione di
Schumpeter che aveva definito l’imprenditore come “alfiere del nuovo, dei nuovi
prodotti, dei nuovi processi e combinazioni.

Le imprese svolgono anche l’importante funzione di trasformare costi in ricavi,


esse devono dunque realizzare la duplice funzione di trasformazione tecnica e
trasformazione economica: progettando beni economici che possano essere
venduti per ottenere ricavi, individuando beni economici che soddisfino un
bisogno nuovo, provvedendo a realizzare modalità di realizzazione tecnico-
economica in modo che i ricavi>costi.
Reintegrati ci costi rimani l’utile che può essere interpretato in diversi modi:

• Maggiore valore dell’insieme rispetto alle parti

• Premio ottenuto dalla gestione efficiente

• Premio per il rischio sostenuto

• Maggiore ricchezza prodotta nel sistema e per il sistema

Le intuizioni dell’impresa furono: dividere i processi tecnici nelle loro varie fasi, di
assegnare a ciascuna di esse singoli operatori, di coordinare il tutto tramite la
gestione. Ciò dopo Spencer prese il nome di specializzazione e
coordinamento (introdotto negli studi aziendali da Besta, Lawrence, Lorsch).
Questo processo prese luogo in tutte le imprese di tutti i settori, specialmente
dopo la rivoluzione industriale. Con il passaggio dalle operazioni meccaniche a
elettroniche cresceva sempre più l’efficienza delle operazioni. Così facendo sì
consentì lo svolgimento sempre più perfezionato dei compiti e il miglioramento
progressivo delle tecniche di produzione e gestione.

Il dibattito sugli obiettivi delle imprese ferve sin dall’Ottocento:

• Secondo i marxisti esse erano tese a sfruttare gli operai peri consentire ai
“capitalisti” di accumulare capitali in misura sempre maggiore da non riuscire
poi a trovare un impiego.

• Secondi i marginalisti gli imprenditori sono conoscitori di tutte le variabili e


operano senza concorrenza e progresso tecnico per “massimizzare il profitto”

• Secondo Baumol, March, Simon a massimizzare era il fatturato

Il problema è che le imprese quale fatto oggettivo possono solo raggiungere


o meno l’equilibrio e che gli obiettivi sono soggettivi. Esse non possono
avere obiettivi ma solo “condizioni di esistenza”.
R > C , ricavi maggiori dei costi, utile (realizza la condizione di esistenza
standard dell’impresa)

R = C, ricavi uguali ai costi, pareggio (realizza la condizione minima


dell’impresa)
R < C, ricavi minori dei costi, perdita (viola la condizioni di esistenza
dell’impresa)

Il tema degli obiettivi di chi dirige può essere diviso i tre momenti:

• Il comportamento degli individui razionali: Machlup ci insegna che


l’imprenditore razionale si comporta sempre nell’ambito dei limiti informativi,
sulla base del proprio carattere e delle proprie capacità. Egli da vita a una
“massimizzazione soggettiva” che può generare anche scelte imperfette o
errate.
• La teoria delle “decisioni di comitato”: Duncan Black ci insegna che le
decisioni vengono prese in seno a commissioni o comitati. In tali organi si
scontrano i diversi modi di guardare il mondo, le capacità, gli obiettivi e gli
interessi differenziati.

• L’esistenza di operatori aventi obiettivi egoistici o illeciti: vi possono essere


operatori che abbiano obiettivi di arricchimento egoistico interessati a trarre
vantaggi illeciti dal proprio potere gestionale.

Gli obiettivi sono dunque frutto di valutazioni personali che comporteranno una
“massimizzazione soggettiva”. Essi derivano dal principio della risultante, cioè
dall’aggregazione di interessi e valutazioni differenziate. Le decisioni vengono
prese con riguardo ad un insieme prescelto di obiettivi (funzioni-obiettivo) e a
precisi archi temporali: sono dunque funzioni obiettivo multiperiodali.

Nel 1960 si diffuse la nozione di impresa quale sistema, cioè di parti interagenti
che tendono ad agire-reagire quale sistema sociale. Per l’economia aziendale
l’azienda di produzione è un sistema esteso nello spazio e nel tempo. Essa
è anche sistema di produzione economica e nel contempo un sistema di
capitali e redditi, di fattori produttivi, di prezzi, di investimenti finanziari, di
decisioni, di rischi. Essa non è quindi sistema nel senso fisico-meccanico e
neanche biologico-fisiologico: vi sono nell’impresa fattori personali, per i quali
valgono le leggi di comportamento, e materiali, per i quali valgono le leggi
tecniche. Tutto ciò è permeato di giuridicità e soggetto a leggi economiche.
Essa risulta essere un generale sistema di trasformazione:

• Un sistema tecnico-organizzativo nello spazio-tempo

• Una combinazione produttiva

• Una coordinazione lucrativa

L’impresa è azienda di produzione economica, cioè produttrice di capitali


(quantità-fondo permanenti che consentono l’esistenza delle strutture operative
dell’imprese e per questo sono chiamati capitali di funzionamento) e redditi
(quantità flusso che continuamente si riproducono, espressione quotidiana
dell’attività dell’impresa). L’impresa raccoglie capitali per costruire la propria
attività produttiva e utilizzarla per produrre economicamente.

Produrre vuol dire: sostenere costi per ottenere ricavi, derivare un reddito
maggiore/uguale/ minore di zero, incrementare o decrementare il capitale iniziale.

Tutto ciò viene rappresentato nel rendiconto reddituale dedicato ai


“componenti negativi del reddito” (i costi del periodo consentono i ricavi) e ai
“componenti positivi del reddito” (i ricavi del periodo devono reintegrare i
costi).
• Gli utili compaiono fra le componenti negative del reddito poiché espressivi di
un costo: il costo d’uso del capitale che si attende di venire remunerato

• Le perdite compaiono tra le parti positive del reddito come espressione della
quota di costi che la gestione non è riuscita ad integrare.

L’impresa è libera di imprimere ai capitali qualsivoglia destinazione. Il capitale è


assolutamente statico. Origine del reddito è la gestione che sveglie in via previa
quale tipo di capitale costruire e poi in che modo utilizzarlo.

Non è il capitale a dare valore al reddito bensì i flussi di reddito determinati


dalla gestione.

I fattori produttivi si distinguono in: fattori produttivi originari (risorse naturali e


d’ambiente ad utilizzazione diretta o indiretta) , capitale, lavoro,
imprenditorialità (capacità di aggregare certi fattori produttivi in certi modi per
produrre certi beni economici) e Stato.

L’impresa può dirsi sistema di fattori produttivi poiché:


• Presceglie i fattori produttivi da combinare (INPUT)

• Li combina e li fonde in un sistema unitario

• Ne trae beni economici da immettere sul mercato (OUTPUT)

• Dalla vendita dei beni trae risorse da ricombinare

L’impresa è un sistema di prezzi cioè una collezione di prezzi-costo che viene


trasformata in una sommatoria di prezzi-ricavo. Cerca di combinare i primi e i
secondi in modo che ne derivi il continuo equilibrio economico.

Tale concetto può venire suddiviso in tre componenti

• Sottosistema dei prezzi-costo: fa riferimento al sistema di operazioni/


processi/combinazioni che l’impresa ha attuato. L’insieme dei processi da vita
alla combinazione produttiva, cioè alle modalità tramite le quali l’impresa
produce economicamente. L’insieme dei costi e dei ricavi originati dalla
combinazione produttiva prende il nome di coordinazione lucrativa.

• Sottosistema dei prezzi-ricavo: “redditività della combinazione produttiva”, si


tratta dell’insieme dei prezzi-ricavo derivati dalla totalità dei prodotti venduti.

• Intreccio di prezzi-costo e prezzi-ricavo nella coordinazione lucrativa:


l’impresa intreccia un sistema di costi con un sistema di ricavi. Essa svolge
contemporaneamente tutte le fasi delle combinazioni produttive e intreccia le
coordinazioni lucrative. L’intreccio dipende dalle scelte dell’impresa, dalle
tendenze di mercato e dalle azioni della concorrenza.

Per effettuare le proprie attività l’impresa effettua investimenti negli elementi del
capitale finanziario necessari nel proprio settore. Questi investimenti sono
rappresentati nel bilancio nella sezione “attività” (investimenti intesi quale
impiego di capitale).
L’impresa da origine ad investimenti tramite capitali originariamente in forma
liquida collocati nelle passività. Tali capitali possono avere origine: dal capitale
proprio dell’impresa e dai debiti.

Mezzi propri e raccolti a titolo oneroso si fondono in investimenti in attesa di


realizzo o liquidità. Questi si fondono con gli investimenti che sono:

• A fecondità semplice (si ricostruiscono ogni volta con la vendita del bene
ottenuto)

• A fecondità ripetuta (si ricostruiscono una volta venduti tutti gli x beni che essi
hanno concorso a produrre)
Così facendo gli investimenti si realizzano.

L’attività dell’impresa si svolge per il tramite di decisioni. Il tema delle decisioni


riguarda: i fattori produttivi, i prezzi-costo e ricavo, gli investimenti, i rischi ecc.

ANSOFF distinse tre tipologie di decisione:

• Decisioni strategiche: scelte che costituiscono o variano la capacità


produttiva in senso economico (il campo d’azione, la localizzazione, la
tecnologia)
• Decisioni amministrative: relative alle grandi linee di utilizzazione della
capacità produttiva (scelte produttive, commerciali, organizzative interne,
controllo dei risultati e degli obiettivi)
• Decisioni operative: insieme di decisioni giornaliere nelle quali prendono atto
le altre categorie.

La tecnica assicurativa distingue tra rischi assicurabili (possono derivare da


eventi dannosi e trovano operatori i quali, contro il pagamento del premio
assicurativo accettano di addossarsi le conseguenze economiche derivanti
dall’evento) e non assicurabili.
L’impresa è definibile quale “sistema di rischi” con riferimento ai rischi non
assicurabili, tipicamente il rischio di gestione (l’eventualità che la gestione non
si svolga in equilibrio).
Esso significa essere esposti al rischio che le combinazioni produttive non
riescano a tradursi in coordinazioni lucrative in equilibrio.

L’equilibrio economico dell’impresa è equilibrio economico unitario o


economicità il quale si declina in tre dimensioni che lo compongono:

• Equilibrio reddituale: E’ relativo al reddito, cioè all’equilibrio costi-ricavi


(R>C). L’impresa realizza beni economici da collocare sui mercati per ottenere
prezzi-ricavo. Fino alla fine di questo ciclo non si può conoscere la relazione
tra R e C. Le imprese che dai prezzi-costo dirigono sé stesse ai prezzi ricavo
sono chiamate rialziste (tendono a rialzare i prezzi ricavo per meglio reintegrare
i costi). Vi sono poi imprese che negoziano prima i prezzi-ricavo e poi i prezzi
costo, denominate imprese ribassiste (tendono a contenere i costi C<R). I
fattori che possono manifestare effetti negative sull’equilibrio reddituale
possono essere: eventi shock, tendenze avverse sui mercati. L’impresa in
equilibrio remunera tutti i fattori produttivi.

• Equilibrio finanziario-monetario: E’ relativo ai flussi finanziari, cioè


all’equilibrio dei flussi di entrate e uscite. L’impresa acquista e vende con
pagamento differito: ne derivano crediti di regolamento (delle vendite) e
debiti di regolamento (per le forniture). Occorre che i crediti all’incasso si
trasformino in entrare: equilibrio finanziario che possa trasformarsi anche in
monetario. Nel profilo finanziario si fondono la gestione produttiva con i suoi
effetti finanziari e la gestione propriamente finanziaria: l’una e l’altra si
declinano in entrare e uscite nel profilo monetario.

• Equilibrio patrimoniale: E’ relativo al patrimonio, cioè all’equilibrio tra il


capitale sociale e debito. L’impresa ricerca infatti fonti di capitale nella duplice
forma del capitale sociale e dei debiti. Una sproporzione di debiti può essere
rischiosa per diversi motivi: per il carico di interessi passivi, per la difficoltà di
rimborsare i debiti. L’eccesso di capitale proprio rispetto ai debiti potrebbe
derivare dalla decisione di limitare il rischio patrimoniale: se la redditività
degli investimenti risultasse molto elevata rispetto al costo dei finanziamenti,
potrebbe convenire indebitarsi ulteriormente, con l’obiettivo di effettuare
investimenti ulteriori.

10. L’ECONOMIA DELLE IMPRESE, AZIENDE DI PRODUZIONE. L’IMPRESA


INDUSTRIALE, BANCARIA, ASSICURATRICE E DI SERVIZI

• L’impresa è una istituzione: di rilievo per la storiografia, per il diritto pubblico,


la scienze della politica ecc. L’economia aziendale ne tiene conto per dedicarsi
ai profili economici delle istituzioni.

• L’impresa è un insieme di contratti: ciò riguarda il diritto privato,


commerciale, amministrativo, del lavoro e fallimentare. L’economia aziendale
considera questo aspetto in quanto esso influenza la dimensione economica
dell’impresa e le modalità con cui essa svolge le proprie combinazioni
produttive.

• L’impresa è una struttura di diritti di proprietà: cioè riguarda il diritto


commerciale. L’economia aziendale ne tiene conto in questo esso influenza lo
svolgimento delle combinazioni produttive e sulle coordinazioni lucrative.

• L’impresa è un aggregato di competenze: cioè un insieme di operatori, adatti


funzionari, ciascuno con le sue competenze tecniche e regole. L’economia
aziendale tratta il tema con riguardo alle combinazioni produttive e alle
coordinazioni lucrative.

L’impresa è un sostanza un sistema economico parziale (rispetto all’intero


sistema economico) che attraversa il tempo e lo spazio, cioè tutte le variabili
(tutte le variabili sociali, politiche, tecnologiche, giuridiche, economico-finanziarie)
proprie degli spazi-tempi in cui agisce, attuando combinazioni produttive
che danno vita a coordinazioni lucrative, perturbate dalla concorrenza dei
mercati, che richiedono il continuo sviluppo al fine di mantenere sempre
l’efficacia e l’efficienza. Il tutto si svolge in simultaneità e successione.
L’insieme richiede la gestione, l’organizzazione e l’ausilio delle ragionerie.

Le imprese sono: sistemi di trasformazione di fattori produttivi in beni


economici nei quali l’utilità dei beni è maggiore dell’utilità dei fattori divisi.

PENROSE, interpretando l’agire delle imprese distinse:

• I processi di crescita: crescita vuol dire crescita dimensionale. La


dimensione delle imprese dipende dalla dimensione media del mercato dei
beni prodotti e dalla volontà dei responsabili dell’impresa.

• I processi di sviluppo: processi di adeguamento ai fornitori, ai clienti, ai


mercati, ai finanziatori ecc.

Alle origini delle produzioni industriali vi erano le produzioni artigianali.


All’epoca già esistevano la specializzazione del lavoro e il coordinamento
dello stesso per produrre bene relativamente tipizzati.

Con l’invenzione della macchina, la forma muscolare viene sostituita dalla forza
meccanica. Da questo momento in poi è un generale susseguirsi di invenzioni
ed innovazioni fino alla creazione di imprese chimiche, meccaniche, elettriche e
di trasporti. Nel contempo molte produzioni diventarono di stabilimento e di
serie.

Nel XX secolo nascevano imprese e settori nuovi (fibre artificiali, sintetiche,


petrolchimiche, elettromeccaniche, informatiche).
Con la rivoluzione industriale inglese inizia si inizia la grande trasformazione
tecnica, economica e sociale che avvia un insieme di modifiche dal punto di
vista: del livello e della continuità dei redditi, delle possibilità di consumo e
risparmio, migliorie nel tenore di vita, ascesa sociale dal ceto contadino a quello
operaio, rimangono modificate le mentalità ecc.

E’ il ricordato processo di “distruzione creatrice” di Schumpeter, per il quale


nuovi prodotti si sostituiscono ai precedenti.

Caratteristica di fondo dell’impresa industriale è la trasformazione fisico-


tecnica dei fattori produttivi (in particolare delle materie prime) tramite processi
di fabbricazione-trasformazione. In aggiunta, il montaggio (assemblaggio) di
parti componenti acquistate da terzi in un nuovo bene economico organico.

Parlare di impresa industriale comporta che si trattino alcuni problemi delle


stesse:

• L’economica e l’organizzazione delle produzioni di stabilimento


Esistono a riguardo due problemi di fondo: la localizzazione e la dimensione.

La prima situa l’impresa in uno o in un altro sistema giuridico. Da essa


dipendono l’immersione in uno o in un altro mercato del lavoro e la maggiore o
minore prossimità ai mercati di rifornimento o di sbocco.

La seconda rappresenta un altro profilo fondamentale: in quasi tutti i settori


vigono “economie di scala”, all’aumentare delle dimensioni dell’impianto i costi
aumentano meno che proporzionalmente . Tali economie possono tornare
vantaggiose ma un grande stabilimento richiede grandi investimenti: comporta
quindi una “rigidità economica”.

• Acquisti in borsa-merci o da altre imprese


Nei settori del petrolio, dei metalli ferrosi, della gomma, delle materie prime
alimentari, delle fibre naturali ecc. gli acquisti vengono effettuati nelle borse-
merci mondiali. In esse l’offerta dipende dalle tendenze dei raccolti, dalla
volontà delle nazioni esportatrici, da tendenze politiche.

In tutti gli altri settori le imprese acquistano da altre imprese. Ciò fa dipendere
l’impresa dal fatto che esistano una molteplicità di fornitori. Dipende tutto dalla
struttura competitiva del mercato e dal vario potere contrattuale dei
fornitori.

• Specializzazione-diversificazione, processi produttivi continui o a lotti,


politica delle scorte
La specializzazione consente il perfezionamento delle tecniche produttive e
consente la precisa conoscenza del mercato. Essa tende ad isolare l’impresa in
un solo comparto, dove essere riesce a difendersi bene ma i cambiamenti di
tecnologia o concorrenza potrebbero risultare fatali.

Tra il 1960 e il 1980 si diffuse la diversificazione che consente all’impresa di


operare in un maggior numero di comparti. Questo modo di operare comporta
investimenti aggiuntivi e il trovarsi a competere in una molteplicità di mercati: ciò
aumenta la complessità gestionale e produttiva.

La produzione può essere poi in continuo, cioè senza interruzione e “su


commessa”, dove occorrerà provvedere ogni volta ad organizzare la produzione,
con tutti i costi connessi al riattrezzaggio.

Ciò conduce alla “politica delle scorte”: esse incorporano un costo che viene
recuperato quanto più a lungo esse giacciono nei magazzini. Le aziende
possono tenere scorte ampie di magazzino nonostante i costi di giacenza oppure
tenere scorte ridotte per ridurre i capitali investiti in esse.

• Politiche generali di prezzo, rialziste o ribassiste


Quando si parla di tendevi realiste o ribassiste si intende una problematica
connessa alle caratteristiche dei mercati in cui esse operano.

Il processo di trasformazione dei fattori, di accumulo dei costi, di ottenimento


dei ricavi è:

• Gestione esterna (acquisti): costi d’acquisto


• Gestione interna (trasformazioni): costi di trasformazione
• Gestione esterna (vendita): ricavi di vendita
L’impresa che cumula costi nell’attesa di ottenere ricavi attua una politica
rialzista, cerca cioè di vendere ai prezzi-ricavo massimi possibili al fine di
ottenere gli utili massimi possibili. Vi sono poi imprese che trattano prima i
prezzi-ricavo e poi i prezzi-costo, queste sono chiamate ribassiste (ricavi di
vendita, costi di acquisto, costi di trasformazione).

• Integrazione verticale a monte o a valle?

Se un’impresa opera in un certo stadio trasformativo del settore può immaginare


di verticalizzarsi, cioè passare a svolgere la propria attività anche in ulteriori
stadi trasformativi di settore, antecedenti o susseguenti. Si integra “a monte”
sperando di risparmiare nell’acquisto dei fattori produttivi, si integra “a valle”
nella speranza di avvicinarsi ai mercati finali, ottenendo margini di utili ulteriori
vendendo direttamente ai consumatori finali.

• Politiche distributive
L’impresa deve decidere se realizzare le proprie vendite in forma diretta o per il
tramite di altri operatori. Essa può vendere: tramite concessionari, grossisti,
rappresentanti o tramite una propria rete di vendita. La prima forma evita il costo
dell’apparato di vendita ma costringere a riconoscere ai venditori quote di
margini. La seconda forma comporta costi immediati ma consente la conoscenza
immediata della vendita.

La banca nasce per custodire il patrimonio regio, poi quello altrui e infine per
distribuire liquidità a persone o enti che avessero desiderato quel tipo di
protezione. Nacquero così i ruoli professionali dei depositari e degli scambisti.
Altrettanto avvenne a Roma, dove le banche svolgevano prestito in forma di
mutuo e il pagamento indiretto. I compiti svolti dalle banche nell’antichità erano:

• Custodia del valori, cambio di valute, intermediazione dei pagamenti,


concessione di credito.
In Europa l’attività bancaria riprende tra il 13° e il 16° secolo per favorire i
commerci terresti, marittimi e iniziando con l’attività di scambio delle monete.
(nascono i banchi dei Bardi, dei Petruzzi, il Banco dei medici a Firenze, i banchi
pubblici). Altrettanto in Inghilterra (Bank of Scotland, Bank of Ireland).
In Italia, ogni stato pre-unitario diede origine alla propria realtà bancaria e
nacquero poi i Monti di Pietà e le Casse di Risparmio.
Dopo l’unificazione il sistema bancario italiano si reggeva su realtà bancarie
preesistenti negli Antichi Stati: la Banca Nazionale che diviene Banca d’Italia, il
banco di Napoli, il banco di Sicilia, Monte dei Paschi di Siena, i Monti di
Pietà che diedero origine all’Istituto bancario S.Paolo di Torino, casse di
risparmio, banche popolari, casse rurali e artigiane, banche private.
Verso la fine del XIX secolo, le quattro banche principali erano tutte ban che
miste private: Banco di Roma, Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano,
Banca italiana di sconto.

La funzione principale della banca è quella della concessione del credito che
agevola l’equilibrio monetario dell’impresa: esse concedevano credito all’impresa
in forma di anticipazioni di liquidità che l’impresa fosse però in grado di
rimborsare in tempi brevi, alla chiusura del circuito acquisti-produzione-vendite,
è questa l’essenza economica del credito a breve. Proprio perché legati al ciclo
trasformativo dell’impresa i crediti si ritrasformavano in liquidità in tempi brevi.

Di norma, invece di rimborsare, l’imprese chiedeva che il credito venisse


rinnovato, con riferimento ad altre merci. Il credito stesso veniva continuamente
rinnovato in modo da trasformarsi in credito continuato, riferito al altri cicli ed
altri clienti.

La banca agevola le combinazioni produttive facilitando con mezzi a breve


le combinazioni monetarie (pagamenti-incassi). Poiché sorreggevano il
fabbisogno finanziario derivante dalle attività ordinarie vennero
denominate “banche di credito ordinario”.
Questo tipo di banca raccoglie mezzi a vista e li impiega in operazioni a breve,
che si concludono cioè sempre in tempi brevi l’una dopo l’altra.

Dopo le rivoluzioni industriali si affermarono altri tipi di banche denominate


banche di investimento o banche d’affari. Si trattava di banche interessate a
raccogliere capitali all’ingrosso per investirli altrettanto all’ingrosso, concedendo
prestiti a medio-lungo termine e investendo quali socie delle imprese stesse
apportando quote di capitale.

In Germania si forma la banca mista la quale congiungeva le funzioni della


banca di credito ordinario a quelle della banca di investimento: essa finanziava le
imprese con il credito ordinario a medio-lungo termine diventandone azionista. In
tempi di crisi la banca come creditore, avrebbe desiderato che gli azionisti
apportassero capitali mentre come azionista avrebbe desiderato disinvestire e
recuperare i propri investimenti.

L’azione della banca può essere interpretata secondo due teorie: la banca quale
azienda di credito e la banca quale emittente di circolazione e artefice del
credito all’economia. Essa raccoglie depositi in forma monetaria e tramite
questi concede crediti.

Essa è nel contempo: banca di deposito (raccolta di depositi), azienda di


credito (per il credito che effettua ai richiedenti), intermediario finanziario (per
la funzione di intermediario tra i depositanti e i prenditori della liquidità).

La banca fa circolare come mezzo di pagamento la propria moneta,


rappresentata dagli cheques (assegni).

La banca ha concesso crediti all’impresa, le ha consentito di espandere il suo


giro d’affari, ha fatto circolare la propria moneta ma, al versamento dell’assegno,
ha “chiuso il circuito” (svolto tutto il processo senza alcun esborso da parte sua).
Altrettanto quando l’impresa-cliente, che chiede credito, dia ordine di effettuare
pagamenti a propri fornitori, anch’essi clienti della banca in parola.

L’impresa-cliente ordina di addebitare il proprio conto corrente a favore di


un’altra impresa, anch’essa cliente della banca. Il primo cliente verrà addebitato,
il secondo accreditato senza alcun movimento di fondi.

Le prime forme di assicurazione rimontano all’antichità orientale e romana.


Quale fatto economico tipico essa nasce però con le assicurazioni marittime
delle repubbliche marinare.
Tutti gli operatori economici corrono rischi e sono esposti a sinistri:
l’assicurazione è una serie di disposizioni economiche (prestazioni
contrattuali dell’assicurato e dell’assicurante) sulla mutualità, con lo scopo di
coprire bisogni eventuali (potrebbero non manifestarsi mai) valutabili (agli
stessi è stato attribuito un valore convenzionale) di beni (riferibili alle varie forme
economiche di risarcimento).

Le aziende familiari corrono rischi connessi alla proprietà, alla morte. Le aziende
di produzione e quelle territoriali possono/debbono assicurarsi contro gli incendi,
i danni, i furti, gli allagamenti. Le aziende di produzione non possono però
assicurarsi contro i rischi d’impresa.

A parte le assicurazioni obbligatorie, per quelle volontarie tutto dipende dal


grado di avversione al rischio dei singoli: percezione del rischio, valutazione del
rischio, propensione alla copertura ecc.

Le coperture assicurative comportano un costo, la cui utilità non si può mai


stimare.

Come si combinano il desiderio di venire assicurati e la disponibilità di offrire


risarcimenti?

• Il pubblico generale sopporta i rischi e la loro manifestazione, i sinistri

• Gli assicuratori accettano di risarcirli dal punto di vista economico

Gli assicuratori si trovano di fronte a due diverse categorie di rischi, quelli non-
assicurabili (rischi imprevedibili dalle conseguenze economiche tanto ingenti che
nessuno sarebbe disposto a pagarle) e assicurabili (gradazione di rischi minori
sia come risarcimento sia come probabilità di manifestazione).

Due leggi danno luogo alla assicurabilità dei rischi:


• La diminuzione del rischio totale al crescere del numero dei rischi accettati,
cioè della popolazione assicurata

• La diminuzione del medesimo rischio quanto più rischi accettati risultino


inversamente correlati

Vi sono, da un lato, un insieme di soggetti disposti a pagare un premio per


proteggersi in casi di sinistro e ottenere un rimborso.

Premio = pP + qCGEN
Premio= (probabilità di verificarsi x perdita assicurata) + quota di costi generali
dell’impresa

Vi sono, dall’altro lato, soggetti che accettano di assicurare tali rischi,


preparandosi a effettuare eventuali risarcimenti. Per l’assicuratore si pongono
due problemi:

• La funzione-tempo (l’impresa dovrebbe avere il tempo di accumulare una serie


sufficientemente ampia di premi annuali prima di dovergli corrispondere un
risarcimento)
• La ripartizione dei rischio (occorre che l’impresa raccolga dei rischi in modo
che essi si compensino tra loro in quanto appartenenti a “classi di rischio” e
che siano applicabili al numero più ampio possibile potendo applicare la “legge
dei grandi numeri” -all’aumentare all’infinito di una popolazione, la probabilità
del verificarsi di uno specifico evento casuale per tutta la popolazione tende ad
annullarsi-)

Le imprese possono essere più o meno propense al rischio: alcune saranno


disposte a tenere presso di sé tutti i rischi che hanno assicurato, altre
assicureranno sé stesse, trasferendo parte dei rischi che hanno assicurato.

Alcune tengono tutti i premi incassati (largo pieno di conservazione), altre


preferiscono retrocedere ad altre imprese i premi incassati (minore pieno di
conservazione). Queste ultime cedono la parte corrispondente dei premi
incassati ma sanno che verranno risarcite dei pagamenti che dovranno
effettuare.

Le compagnie di assicurazione che assicurano altre imprese di assicurazione


sono dette di riassicurazione.

11. L’ORGANIZZAZIONE INTERNA DELLE IMPRESE E DELLA PUBBLICA


AMMINISTRAZIONE

Le aziende sono sistemi di elementi connessi, interagenti e finalizzati. Per questo


molto contano l’efficienza e l’efficiente collegamento di ciascuno di essi.
Conta infine il grado di finalizzazione agli obiettivi propri dell’azienda che
dipende dall’aggregato e dalle persone alla guida della stessa.

L’adeguato raggiungimento degli obiettivi viene denominato efficacia.

Gli elementi del sistema sono regolati dal principio di organizzazione, a


seconda del quale esso può risultare più o meno efficiente, più o meno efficace.

Organizzazione significa disposizione e coordinamento di elementi in modo


da raggiungere un fine. Ciò vale soprattutto:

• Per le aziende territoriali che debbono organizzarsi per raggiungere i fini


pubblici

• Per le imprese che debbono organizzarsi per raggiungere i fini economici

Per organizzazione interna si intende soprattutto l’azienda territoriale o di


produzione:

• L’intera configurazione organizzativa (organi, struttura, persone, stili di


direzione ecc.)
• L’architettura definita dai suoi organi e dalla connessione degli stessi
• Le modalità organizzative tramite le quali si svolge la gestione

L’attività produttiva veniva svolta per il tramite: della specializzazione dei compiti,
del coordinamento delle funzioni, della guida imprenditoriale e direzionale.

Nascono problemi organizzativi che attraversarono i secoli XIX e XX:

• L’organizzazione del lavoro di fabbrica: il problema attraversa tutto


l’ottocento. Si esprime principalmente nelle modalità organizzative dei processi
produttivi a livello di impianto, stabilimento e reparto e nei problemi delle
condizioni del personale di stabilimento. Si addiviene alla diminuzione della
durata della settimana lavorativa e a condizioni lavorative migliori.

• L’organizzazione del lavoro impiegatizio


• L’organizzazione del lavoro direzionale

Taylor lanciò “l’organizzazione scientifica del lavoro”, cioè una organizzazione


suddivisa e riparti in una quantità estrema di operazioni elementari, semplici e
specifiche, tutte ripetibili in modo sempre più perfezionato, con vantaggi
produttivi ed economici.

Egli sosteneva che applicando il metodo scientifico allo studio del problema
organizzativo si sarebbe potuta ottenere la “soluzione ottimale”. Questa
sarebbe risultata oggettiva. Esse avrebbero consentito progressi tecnico-
produttivi ed economici. Taylor suggerisce di fondarsi su quattro principi
fondamentali:

• Studio scientifico dei metodi per organizzare al meglio il lavoro produttivo

• Individuazione dei criteri ottimi di selezione e addestramento della manodopera

• Distribuzione equilibrata del lavoro e delle responsabilità

• Collaborazione fra direzione e manodopera

Taylor si riconduceva ad un modello organicista di società, radicato nella


socializzazione del lavoro, che si svolgeva nell’apprendimento organico, regolato
dalla meritocrazia e definito da un controllo sociale.

In precedenza le lavorazioni erano svolte da operai attorno al prodotto che


veniva poi trasferito al reparto successivo, ove gli addetti si univano per
completare la fase.

Tali modalità si diffusero fino e oltre al Secondo Conflitto Mondiale superando la


perfezione immaginata da Taylor. Si diffusero modalità iper-efficienti di
organizzazione dei processi produttivi che in alcuni casi ebbero successo mentre
in altri crearono insofferenze (venivano criticate la monotonia dei contenuti
lavorativi, i ritmi troppi rapidi, l’eccesso di sforzo, la severità dei controlli).
Questi problemi furono indirettamente risolti grazie ai processi di automazione
prima elettromeccanica e poi elettronica, fino all’attuale funzionamento
automatico a base informatica.
Taylor non si limita alla sola organizzazione del lavoro di stabilimento ma riguarda
l’intera organizzazione del lavoro d’impresa: egli suggerisce una struttura
gerarchica la quale, assegnando compiti e funzioni a responsabili intermedi,
consenta il trattamento specializzato dei problemi, consentire ai dirigenti di
concentrarsi sui problemi nodali, l’istruzione e il filtro delle pratica per inviare ai
dirigenti superiori solo i problemi necessari.

L’organizzazione del lavoro impiegatizio aveva avuto precedenti nelle


tradizioni burocratiche cinese, busto-ungarica e della Repubblica di Venezia. Si
trattava però di burocrazia pubblica. Con l’unificazione italiana si sviluppò anche
la burocrazia aziendale.
Il lavoro amministrativo tese a modellarsi sull’esecuzione efficiente del compito
(individuare problemi pratici, designare responsabili e uffici che li potessero
risolvere).
Nelle prima trattazioni l’accento era posto sull’esecuzione efficiente dei compiti.
Quelle successive tesero a porre in rilievo i ruoli personali, le motivazioni e
l’azione collettiva.

FAYOL (rappresentante della scuola francese dell’administration), propone di


dare vita all’impresa organizzata, cioè al miglioramento sistematico della
“macchina organizzativa” pubblica e privata. Risultano cardine le seguenti
funzioni: prevedere, organizzare, dirigere, coordinare, controllare. Tutto
questo grazie ad autorità e unità di direzione e comando, alla divisione del
lavoro, alla catena di comando gerarchica, dalla subordinazione
dell’interesse individuale a quello generale.

BARNARD annota che le organizzazioni formali sono indotte al continuo


riadeguamento dei fini, rilevano in primo luogo le informazioni e in secondo
luogo il momento intuitivo, nelle organizzazioni non sempre prende luogo
l’organizzazione progettuale e finalizzata, rileva il sistema di incentivi per
mezzo dei quali motivare il personale e il ruolo dell’autorità.

SIMON ricorda che nelle organizzazioni gli individui operano con razionalità
limitata, che essi non campione scelte “ottime” bensì soddisfacenti.

Nel trattare il lavoro di alta direzione e di coordinamento, gli studi aziendali si


affiancavano a quelli che avevo trattato i compiti e le funzioni regali, ministeriali,
diplomatici, militari tipiche dei periodi anteriori alle rivoluzioni industriali. Con
queste e con il formarsi dello Stato moderno, l’organizzazione del lavoro
direzionale diviene più complessa e registra il moltiplicarsi delle operazioni. In
queste nasceva il momento organizzativo dell’intera attività di trasformazione che
comportava la crescita del settore impiegatizio. Si tratta di figure professionali
sempre più necessarie: ecco la nascita della direzione aziendale.

Nasce così lo studio delle figure direzionali intermedie fra imprenditore e classe
impiegatizia, gli executives (dirigenti) responsabili di servizi e funzioni.

L’arte dei dirigenti consiste nel decidere tempestivamente e solo sui


problemi di volta in volta rilevanti.

Da decenni i processi di crescita dimensionale delle imprese avevano portato


con sé il crescere della complessità e il moltiplicarsi delle funzioni e dei ruoli. Era
in corso un mutamento strutturale, il ridursi delle proprietà e
dell’imprenditore-proprietario in favore di intere classi di dirigenti.

Dall’Ottocento stavano iniziando a manifestarsi due fenomeni:

• La differenziazione delle funzioni direttive data la nuova complessità delle


organizzazioni economiche

• La polverizzazione della proprietà azionaria

Marx vedeva il declino della proprietà come tappa intermedia del crollo del
sistema di libero mercato. Schumpeter si dimostrava scettico sulla
sopravvivenza dell’impresa e dell’imprenditore-innovatore. Rathenau vedeva con
sfavore lo spersonalizzarsi dell’impresa rispetto all’imprenditore e agli azionisti
poiché così si sarebbe potuta liberare da gruppi egoisticamente interessati.
Berle e Means annotano che: la proprietà azionaria si è polverizzata e gli
azionisti costituiscono una proprietà passiva, il controllo effettivo è in mano ad
azionisti, dirigenti e direttori. Si determinano così interessi divergenti e ciò crea
conflitto.

La soluzione degli scetticismi di tutti questi autori ci deriva da Schumpeter


stesso (imprenditore, distruzione creatrice) e da alcuni fatti oggettivi: il processo
tecnico continuamente innova. Tale processo, nei settori industriali, prende il
nome di “circolazione dei settori” (sempre nuove nazioni si avviano alle
“rivoluzioni industriali” dando origine al tipico “ciclo nazionale” di ogni Stato,
traslando gli assi dello sviluppo economico. Vi è poi un continuo processo di
ascesa sociale denominato “circolazione delle elites”).

L’attività lavorativa è una delle forme di realizzazione della persona nella sua
compiutezza. Risulta rilevante che il lavoro sia socialmente produttivo,
equamente retribuito ecc. Divengono allora rilevanti tre serie di fattori che
vengono a determinare le condizioni di lavoro effettive, i suoi contenuti e le sue
modalità:

• Gli elementi soggettivi: ottenimento di remunerazioni periodiche, con diritto a


trattamenti di fine rapporto, previdenziali e pensionistici; sviluppo delle
capacità professionali e della personalità; sviluppo del “senso di appartenenza”
e crescita nel sentiero di carriera.
• Gli elementi oggettivi: vengono definiti dall’azienda quando essa progetta la
struttura organizzativa. Riguardano principalmente il contenuto dell’attività
lavorativa e della mansione; le condizioni generali e particolari di lavoro;
l’ordinamento retributivo e di carriera; i processi organizzativi.
• Valori professionali e lavorativi: valori generali della società, dell’individuo,
dell’organizzazione come sistema che interagendo tra loro realizzano il
miglioramento individuale, aziendale e collettivo.

Nelle aziende territoriali e nelle imprese lo svolgimento delle scelte anche


organizzative può venire improntato alla fisiologia (orientamento degli individui
all’apprendimento e allo sviluppo personale, guida lungimirante e autorevolezza)
o alla patologia (disinteresse verso le persone e l’apprendimento, guida egoistica
fondata sull’autorità).

Rimane confermato il carattere in primo luogo etico, cioè morale dell’attività


lavorativa.

Parlare di strutture organizzative formali significa parlare dell’ordinamento


organico dell’impresa.
• Struttura elementare o indistinta: il proprietario-gestore tende a svolgere
mansioni limitatamente specializzate ma in compenso assume quasi tutte le
decisioni per via del numero ridotto degli operatori (impresa artigianale o micro-
impresa).
• Struttura funzionale: si è avviata la specializzazione delle mansioni fra
operatori, ma tutte le operazioni simili, raccolte in processi, sono attribuite ad
organi specifici specializzati per la funzione. Si avranno così tre direzioni
funzionali: la direzione produzione, la direzione commerciale e la direzione
amministrativa. Se le produzioni divengono tante e diversificate ciò può porre
in difficoltà la struttura funzionale: per ridurre il problema è opportuno
specializzare ulteriormente le attività, riunendo le attività simili in apposite
divisioni (ciascuna dovrà provvedere a produrre, vendere, amministrare
l’insieme di famiglie di prodotti che ad essa fanno capo) passando così alla
struttura divisionale. All’interno di ciascuna delle divisioni si replica la
struttura funzionale: ogni divisione ha le proprie funzioni, produzioni ecc.

Molteplici risultano le variabili organizzative. Considerando questo insieme si


può parlare di configurazione organizzativa, costituita: dagli operatori
d’impresa dei vari livelli, dai valori, dalla cultura organizzativa; dall’ordinamento di
organico e dalle strutture organizzative formali; dall’ordinamento di carriera; dalle
modalità di funzionamento di tutti i processi organizzativi.

Le strutture formali plasmano in vario modo gli organici (il loro ordinamento, il
numero degli addetti, la qualificazione ecc.). L’ordinamento di carriera
(comportamenti specifici e concerti che si sostanziano in scelte che, adottare dei
gerenti, si trasformano in prassi) fa riferimento alle modalità di ascesa ai livelli
superiori della piramide organizzativa. Esso riguarda queste variabili: il livello
di assunzione in funzione dei titoli di studio e delle esperienze, le modalità di
accesso al livello superiore, l’ampiezza delle delega a ciascun livello direttivo, la
struttura del trattamento retributivo.

Per la pubblica amministrazione valgono i medesimi principi di organizzazione


del lavoro di qualsivoglia azienda. Si presentano una serie di problemi legati alla
storia della burocrazia:

• Problema del mancato confronto col mercato: la pubblica amministrazione


inefficiente non realizza i propri obiettivi, irrita il cittadino ma non deve
confrontarsi con alcuna forma di concorrenza.

• Minore efficacia-efficienza può derivare dalle promozioni e dagli avanzamenti


per anzianità o per concorsi manipolati
• Le amministrazioni pubbliche costituiscono un sistema: più addetti, più
importanza, più potere di influenza.

Si può ovviare tramite: la responsabilizzazione del personale (gli addetti


ricercano da soli l’efficacia e l’efficienza), degli uffici pubblici, controllo sulla
spesa e sulla quantità delle procedure amministrative e burocratiche.
La qualità dell’amministrazione pubblica dipende dalla qualità del lavoro che
dipende a sua volta dalla volontà politica, dalle leggi e dagli ordinamenti posti in
essere, dai criteri di scelta, motivazione, promozione e punizione.

12. L’ORGANIZZAZIONE ESTERNA DELLE IMPRESE

Le aziende territoriali e le imprese vivono nella realtà dello spazio tempo e per
questo devono organizzarsi dal punto di vista delle relazioni con le proprie
controparti.

L’architettura delle aziende territoriali dipende dalla storia dello Stato, dal
diritto pubblico e costituzionale ecc. Le sue funzioni sono poi definite
dall’ordinamento, quindi dal diritto pubblico e amministrativo. Dall’organizzazione
esterna delle imprese territoriali derivano interazioni con le collettività di
riferimento e i loro cittadini.

L’azione pubblica, prima di essere economica, è ordinamentale. Ciò significa


fare riferimento: all’insieme di leggi che lo Stato produce, al grado di funzionalità
della macchina pubblica e alla sua mentalità.

Le imprese devono organizzarsi nei confronti dell’ambiente esterno:

• Dal punto di vista dei rapporti con le controparti esterne (struttura delle
connessioni con il sistema di appartenenza)

• Dal punto di vista giuridico di uno specifico ordinamento (forma giuridica con
cui l’impresa prende esistenza)
Per organizzazione esterna si intende l’architettura e il funzionamento
dell’azienda relativamente alle sue controparti istituzionali, di settore, di
mercato. Le imprese svolgono la propria attività in specifici contesti spaziali,
settoriali e concorrenziali.

Svolgere la propria attività in uno o in un altro contesto spaziale significa entrare


in contatto con comunità e culture differenti: per questo le imprese si associano
su base territoriale, al fine di coalizzare i propri interessi di operatrici nel
medesimo contesto spaziale.

Le imprese svolgono la propria attività in contesti settoriali, risultando prossimi


a tutte le imprese che attuano processi simili: è proprio nei settori che le imprese
pongono in essere alleanze e consorzi.

Esse infine svolgono la propria attività in contesti concorrenziali, entrando cioè


in concorrenza con altre imprese. Diviene molto rilevante la somiglianza dei
prodotti e la possibilità di innovarli.

Con il sorgere dell’attività di impresa nacque il problema dei rapporti


economici tra persone (obbligazioni, responsabilità, diritti e doveri aventi
carattere economico).
Il problema rimonta all’antichità classica con la responsabilità personale
(responsabilità economica ricondotta all’imprenditore il quale rispondeva alle
proprie obbligazioni con tutti i propri beni, vigeva la “confusione patrimoniale”).
Punto di svolta si ebbe nel 1500, quando si vollero sfruttare economicamente le
Indie. Nacque allora, con le compagnie delle Indie, la società per azioni:
• L’attività economica era esercitata dall’imprenditore, non in nome proprio ma
per il tramite si un soggetto interposto, la società per azioni.

• Titolare di diritti e obblighi diveniva quindi la società per azioni che rispondeva
nei limiti del proprio patrimonio.

Nasce così il concetto di persona giuridica: qualcosa di inanimato che però era
persona, che non prendeva decisioni ma che rispondeva delle obbligazioni con il
proprio patrimonio. L’imprenditore imputava le conseguenze del proprio agire alla
persona giuridica.

Il problema si pose diversamente per le s.p.a che si fossero quotate alle borse-
valori, diffondendo le proprie azioni. Nasce allora la distinzione tra gli azionisti
del “gruppo di controllo” (fondatori, minoranza coesa) e gli “azionisti di
minoranza” (che avessero acquisito dopo partecipazioni azionarie, maggioranza
disgregata). Venne in capo il problema della tutela degli azionisti di minoranza
poiché essi non godevano degli stessi privilegi del gruppo di controllo:
conoscere in anticipo la redditività dell’azienda, effettuare operazioni speculative
in titoli o merci, cedere attività personali con sovrapprezzo ecc.

Raramente il gruppo di controllo detiene la maggioranza del capitale delle s.p.a:


essi detengono esclusivamente la maggioranza di voto in assemblea, dove
la partecipazione per gli azionisti è limitata. Per erigersi in gruppo di controllo
risulta sufficiente detenere il 25% del capitale di una s.p.a.

I consorzi sono unioni o alleanze tra imprese al fine di ottenere leciti vantaggi
comuni (al fine di ottenere prezzi-costo minori, prezzi-ricavo maggiori, vantaggi
gestionali di vario genere). I consorzi possono essere:

• D’acquisto: raggruppano le singole domande di acquisto di tutte le imprese


consorziate in modo tale da spuntare al venditore prezzi inferiori
• Di vendita: tesi a favorire le attività svolte in comune a favore delle imprese di
un medesimo settore o territorio (pubblicità settoriale, valorizzazione del
territorio ecc.)
• Di distribuzione: rivolti a realizzare attività di trasporto e distribuzione secondo
processi comuni tra le imprese consorziate
• Di esportazione: relativi allo svolgimento in comune di attività tese a favorire
l’azione collettiva e comune sui mercati esteri.

I cartelli sono alleanze tra imprese tese a disciplinare il mercato e a organizzare


la concorrenza in modo accordato fra le imprese stesse (imprese concorrenti in
mercati identici, con beni simili, desiderose di evitare la concorrenza). Possono
disciplinare: i prezzi di vendita (prezzi fissi concordati per tutti), le zone di
vendita (che ogni impresa venda solo in certe zone), le quantità prodotte e
quelle vendute (che nessuna produca o venda più di quanto concordato).
In tempi di crisi economica, quando la domanda è carente, rileva evitare che le
imprese producano alla massima capacità per evitare il crescere dell’invenduto
sul mercato. Può risultare conveniente riservare a ciascuna impresa i suoi
mercati per limitare la concorrenza. Se il mercato non ne trae giovamento le
imprese hanno comunque protetto la loro economicità evitando fallimenti e danni
collettivi e sociali.

I cartelli riducono la concorrenza tra imprese, fissano prezzi tassativi


soddisfacenti per tutti, impongono al mercato beni meno convenienti per i
consumatori rallentando il processo di rinnovamento economico. Essi sono
instabili (vengono concordati tra le imprese meno efficienti, timorose della
concorrenza): quando una delle imprese cartellizzate diviene più efficiente tende
a ribellarsi.

Accade che le attività economiche di impresa vengano gestite per il tramite di


due o più società fra loro collegate, di solito s.p.a. I fattori causali sono i
seguenti:

• Costituzione di singole s.p.s per ciascuna delle attività economiche esercitate,


al fine di imputare ogni specifica attività a un soggetto giuridico distinto
(specializzazione dell’attività) che si traduce nella differenziazione dei prodotti,
dei marchi e dei processi produttivi.

• Costituzione di imprese all’estero con l’obiettivo di ampliare la presenza


territoriale

• Costituzione di unità speciali, cioè imprese tecnicamente specializzate aventi il


fine unico di soddisfare acquisti del gruppo

• Processi di crescita per acquisizione di altre imprese già esistenti

Si da vita ad un insieme di s.p.a riunite in un sistema: il gruppo aziendale. Al


vertice del gruppo situa la società capogruppo o holding, che detiene
partecipazioni di controllo nelle s.p.a successive o su un unico livello o
controllanti altre s.p.a (società a catena, scatole cinesi).
• Esistono grandi gruppi multinazionali che necessitano di articolarsi in una
holding capogruppo, in molteplici sub-holding, cui facciano capo gli
investimenti in un continente dato o in definiti settori merceologici, per gestire
in modo coordinato le attività in modo coordinato

• Esistono poi gruppi aziendali in cui una holding controlla verticalmente una
società A, che controlla identicamente una B che a sua volta controlla una C e
così via, al solo fine di diluire i capitali necessari al controllo e governare estesi
compendi industriali con apporto minore di capitali propri.

I gruppi sono rappresentati da un insieme di imprese, attive in campi speciali dal


punti di vista merceologico o spaziale ma riunite dall’appartenenze ad un unico
dominus. Tali insiemi possiedono delle caratteristiche:

• L’insieme costituisce una unità dal punto di vista delle strutture, del
coordinamento, dell’esercizio dei poteri ecc.

• L’economicità (l’equilibrio economico) per l’intero gruppo costituisce un


tutt’uno

Il capogruppo o holding decide:

• Il grado di accentramento o decentramento organizzativi (in quale misura le


controllate siano libere di decidere autonomamente) e data un certa
specializzazione, quale sia il grado di coordinamento che essa desidera.

• I settori e i comparti nei quali sviluppare le attività orientando l’investimento dei


capitali

• Presceglie le logiche di gruppo

La catena di società di gruppo subordinate alla holding, comporta la nascita di


un fattore denominato diluizione del rischio, ovvero la possibilità di
controllare estesi complessi industriali-finanziari con esborsi anche assai
limitati di capitali.
Per controllare un s.p.a quotata in borsa risulta sufficiente detenere una
percentuale del 10-30% del capitale della stessa. Se un soggetto controlla una
prima s.p.a A detenendone il 10-30% questa ne controlla allo stesso modo una
seconda detta B, che a sua volta controlla una C e così via.

Avviene così che il gruppo possa crescere ed espandersi grazie a capitali di


maggioranze disgregate delle controllare di ciascuno dei livelli inferiori.
Se si controlla A i capitali per controllare B sono conferiti anche dai restanti
azionisti, i quali non hanno voce in capitolo. Altrettanto per C e così via.

La struttura di tali sistemi e gli effetti della stessa possono venire


concettualizzata ricorrendo alla distinzione tra:

• Percentuale di controllo: si tratta della percentuale di azioni ogni volta


detenuta da una s.p.a nella successiva, percentuale cui corrisponde di norma
una eguale percentuale di voti in seno all’assemblea degli azionisti . Essa
conce con la percentuale di interessenza nel livello immediatamente inferiore.
• Percentuale di interessenza: evidenziare questa percentuale significa
calcolare il grado di coinvolgimento patrimoniale di ciascuna s.p.s in tutta la
filiera a lei subordinata, dunque il capitale effettivamente investito nel controllo
dei livelli sottostanti. E’ ottenuto moltiplicando fra loro le percentuali di
controllo.

Processo di diluizione delle perdite: il grado in interessenza è via via minore


quanto più si sale, anche le perdite, risalendo nella filiera rimangono via via
diminuite, diluite sulle “minoranze” dei vari livelli.

Processo di diluizione degli utili: di mano in mano che gli utili affluiscono ai
livelli superiori, essi risultano diminuiti, sempre secondo il grado di interessenza.
Se la controllata di ultimo livello è poco redditizia, la diluizione conviene; se essa
è redditizia la diluizione di larghi utili non conviene. Ecco allora che i gruppi di
controllo aumentano la catena per aumentare la diluizione delle perdite e la
abbreviano per ridurre la diluizione degli utili.

13. IL LIVELLO DELL’ATTIVITÀ ECONOMICA

In qualunque epoca e nazione il livello dell’attività economica è dato dal


livello della “domanda effettiva”, cioè dall’insieme delle domande di beni
economici espressa dalle aziende territoriali, dalle imprese-aziende di
produzione, dalle aziende familiari.
• Le aziende territoriali possono: sviluppare infrastrutture, strutture
monumentali o difensive, acquistare beni di consumo durevoli, beni materiali e
immateriali.

• Le imprese, azione di produzione possono: effettuare investimenti fondiari, in


immobili industriali, commerciali, d’uffici o civili, in impianti e macchinari; in
beni di consumo durevole, materiali e immateriali.

• Le aziende familiari possono: acquistare la casa di abitazione, immobili per


vacanze, beni di consumo durevoli, materiali ed immateriali.

Le risorse per sostenere tali spese derivano, IN GENERALE, dai propri capitali,
dalle proprie entrate e dal credito bancario.
• Le aziende territoriali derivano le proprie disponibilità tipicamente dalle
entrate tributarie e dall’indebitamento.

• Le imprese derivano le proprie disponibilità dai propri capitali,


dall’indebitamento e dalla vendita sul mercato di beni economici che esse
producono.
• Le aziende familiari derivano le proprie disponibilità dal proprio capitale
risparmio, dai propri redditi, dal credito bancario.

I concetti relativi al livello dell’attività economica (come derivante dall’insieme di


domande di beni economici delle aziende territoriali, delle imprese e delle
famiglie) possono venire espressi tramite l’identità che segue:

LIVELLO ATTIVITÀ ECONOMICA = DOMANDA DELLE AZIENDE


TERRITORIALI + DOMANDA DELLE IMPRESE + DOMANDA DELLE AZIENDE
FAMILIARI

Questa identità dice che il livello dell’attività economica di una “nazione chiusa”
dipende dall’ammontare delle spesa di tutte le aziende per investimenti, beni di
consumo durevole e corrente.

Le economie odierne sono sistemi odierni di scambi internazionali. E’ il sistema


delle importazioni e delle esportazioni che consenta di offrire e ricevere risorse,
ciò ha consentito lo sviluppo del sistema degli scambi internazionali.

Apertura al commercio internazionale significa che:

• La domanda delle aziende delle varie categorie può rivolgersi a fornitori


stranieri di beni economici. Ciò significa importazioni intese quale afflusso
di beni esteri.
• Acquirenti stranieri possono rivolgersi per la loro domanda a fornitori nazionali.
Ciò significa esportazioni di beni nazionali.

A seconda di quanto un sistema sia aperto o chiuso agli scambi sull’estero, e


soprattutto a seconda di quanto esso importi o esporti, varierà dunque il livello
dell’attività economica. Esso dipende:

• Dalla domanda di tutte le aziende, territoriali, di produzione, familiari, dunque


dalla domanda interna
• Incrementata dalla domanda di tutte le aziende estere che si rivolgano ai
produttori nazionali, dunque dalle esportazioni

• Decrementata dalla domanda che tutte le aziende nazionali rivolgono a fornitori


esteri, dunque dalle importazioni

Le importazioni e le esportazioni incrementano o decremento l’attività


economica nazionale ottenendo risorse dalla domanda effettiva di acquirenti
stranieri cui si indirizza l’esportazione di beni nazionali (ne derivano redditi,
occupazione, investimenti) e indirizzando risorse a imprese estere di cui si
importino i beni, che a loro volta indirizzeranno tali risorse a redditi, occupazione
e investimenti nella propria nazione.

Lo sviluppo dell’economia mondiale è stato dovuto anche all’inesausta


creazione di moneta da parte di quasi tutti gli Stati. I primi furono gli Stati Uniti
d’America per finanziare la guerra contro il Vietnam, dando vita ad una
espansione incollata di base monetaria. All’epoca vigevano gli accordi di Bretton
Woods, che avevano ristrutturato l’economia mondiale. Vi era stato il sistema
del gold standard (occorreva una data proporzione fra le riserve-oro di una
nazione e la sua base monetaria). Con le due guerre mondiali la crisi economica
era tale da non poter più fare affidamento sul gold standard.

Gli Stati Uniti, tra i vincitori, avevano ammassato così tanto oro da poter forgiare
un nuovo sistema monetario detto gold exchange standard. Tale sistema era
fondato sui seguenti presupposti:

• Il dollaro statunitense è il perno del sistema; è convertibile in oro; tutte le altre


valute convertibili sono collegate al dollaro statunitense tramite un sistema di
scambi fissi.

Dopo il conflitto in Vietnam gli Stati Uniti iniziarono a stampare grandi quantità
di carta moneta diminuendo la copertura oro-dollaro per evitare che la
maggiore circolazione monetaria potesse aumentare l’inflazione, adottando la
strategia di collocarli in Europa sottoforma di euro-dollari.
La Francia iniziò a trasmettere negli USA varie navi da carico stivate di euro-
dollari chiedendone il cambio in oro, finché Nixon si vide costretto a dichiarare
l’inconvertibilità del dollaro statunitense. Da allora il sistema monetario ha la
fiducia reciproca nell’accettare e scambiare valute.

Tale equilibrio ha visto declinare alcuni stati e crescerne altri (Estremo Oriente,
Giappone, Cina) oggi largamente esportatori, che hanno accumulato ingenti
volumi di riserve investiti principalmente in titoli del debito pubblico statunitense.

• Nazioni sviluppate consumano più di quanto non esportino per mantenere


elevati spesa e tenore di vita

• Sorreggono le proprie finanze indebitandosi

• Altre nazioni esportano largamente e accumulano vaste quantità di riserve,


investendo le proprie riserve nel debito di altre

Il livello dell’attività economica si riferisce a un istante dato. Pensandola nel


suo svolgimento dinamico, ogni spesa si trasfonde in redditi successivi che
si moltiplicando ad onda.
Investimenti e consumi significa acquisti e dunque vendite che significano a loro
volta produzione, occupazione e acquisti di materie. A ciascuno dei livelli
produttivi li imprese investiranno e acquisteranno e corrisponderanno stipendi e
salari che si moltiplicheranno ad onda, salendo e scendendo nella filiera
produttiva.

La dottrina si riferisce soprattutto alle spese aggiuntive e ne descrive l’effetto


onda tramite il concetto di moltiplicatore espresso come incremento di
domanda effettiva futura.
L’incremento del livello dell’attività economica a causa dell’effetto onda è
tanto maggiore quanto maggiore è la propensione marginale al consumo.
Data una spesa aggiuntiva gli effetti onda di quella spesa saranno tanto
maggiori quanto più le aziende tenderanno a consumare piuttosto che
risparmiare.
E’ possibile descrivere le variabili da cui queste scelte dipendono:

• La propensione delle imprese agli investimenti fissi e circolari

• La propensione delle aziende familiari ai consumi anche durevoli e agli


investimenti immobiliari

• Le strutture funzionali cui investimenti e consumo si indirizzano (settori


d’acquisto, strutture distributive)
Queste variabili dipendono soprattutto dalle aspettative, cioè dalla visione più o
meno ottimistica riguardo lo svolgimento futuro dell’economia.

A seconda delle aspettative varieranno le propensioni di tutte le azione a


investire e consumare, il tutto tenuto conto di quanto tali processi si attuino
sull’esterno o sull’interno, dando vita a moltiplicatori interni o esteri. Si tratta
dunque non solo del grado di apertura di un sistema economico, ma anche di
quanto il medesimo risulti maggiormente importativo o esportativo.

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