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L’eresia del Vangelo secondo Elia Benamozegh

…i trasgressori cadono...
Osea, 14, 9

1. Un’eresia?

Ne L’origine dei dogmi cristiani, il rabbino Elia Benamozegh interpreta la parola del
Vangelo e la dogmatica cattolica dal punto di vista dell’ebraismo tradizionale e,
soprattutto, della tradizione cabbalistica. Nella sua profonda conoscenza della
Qabbalah, il rabbino livornese rinviene infatti risposte convinte in merito agli
enigmi sollevati dall’insegnamento di Gesù e dalla stessa fede cristiana, offrendo,
con puntuali rimandi all’albero sephirotico, una sorta di “traduzione” cabbalistica
del linguaggio evangelico. Nella proclamazione messianica di Gesù, Benamozegh
non riconosce però un’espressione regolare dell’ebraismo tradizionale, bensì una
deviazione eretica che, fin dall’inizio, ha instradato il cristianesimo verso l’idolatria e
il politeismo.
Come vedremo, proprio nell’intento di mostrare gli aspetti ereticali della Buona
Novella, Benamozegh finisce spesso per leggere con superficialità la parola di Gesù,
irrispettosa a suo dire dei perenni equilibri delle gerarchie sephirotiche e seme di
quella confusione che, degenerata nella dogmatica trinitaria, ha decretato il
definitivo distacco del cristianesimo dalla sua matrice semitica.
Che i dogmi cristiani abbiano eccessivamente semplificato e, per così
dire, congelato la viva parola evangelica è cosa evidente: in questo, non si può che
essere d’accordo con Benamozegh 1; ma ne L’origine dei dogmi cristiani si commette
troppo spesso l’errore di estendere al Vangelo le aporie e le contraddizioni proprie
dei dogmi ecclesiastici. Non andrebbe infatti mai dimenticato che, a differenza di
molta teologia occidentale, i testi di Matteo, Marco, Luca e Giovanni non parlano mai
in termini dogmatici e che i nessi tra Vangelo e dogmatica sono molto meno chiari di
L’eresia del Vangelo secondo Elia Benamozegh

quanto Benamozegh lasci intendere. D’altronde, l’apparato dogmatico cristiano non


venne desunto solo dalle parole del Vangelo, ma da un corpus dottrinale molto
variegato in cui agli elementi neo-platonici e aristotelici 2 si sommarono nel tempo
anche le esigenze di una religione con responsabilità civili e sociali.
In ogni caso, prima ancora di affrontare la scomoda questione dei dogmi, il
rabbino di origine marocchina cerca di inquadrare storicamente il panorama
culturale nel quale visse e crebbe il Rabbi evangelico.
Prima del Gesù-Messia, Benamozegh cerca infatti di inquadrare l’uomo e il
cabbalista Yeshua nonché la sua formazione rabbinica e intellettuale.
Scrive infatti Benamozegh: “Quando i Vangeli ci mostrano Gesù bambino che
discute nel tempio con i dottori, meravigliandoli per il proprio sapere, concedo che
il desiderio di circondare di un’aureola luminosa l’infanzia del Messia abbia caricato
un po’ i toni, ma tale desiderio non sarebbe neppure nato nei cuori dei cristiani se il
fariseismo non fosse stato l’arena nella quale Gesù esercitò le sue forze nell’infanzia,
se l’atmosfera farisaica non fosse stata la sua vera atmosfera, e se sotto il colorito
delle loro immagini non ci fosse un fondamento storico del quale la pia leggenda si
è affrettata a trarre profitto” 3.
Come si intuisce da questo passo, il rabbino livornese intende dipingere Gesù
quale un allievo dei farisei che, fin da piccolo, si nutrì di dottrine farisai che per
quanto, una volta cresciuto, si trovò a scontrarsi con alcuni dei suoi correligionari.
Tale modo di porre la questione concede campo aperto alla polemica antievangelica
che pervade buona parte dell’opera di Benamozegh, pur con delle concessioni lì
dove l’insegnamento di Cristo collima con quello della tradizione cabbalistica. La
critica del rabbino toscano è infatti particolarmente accesa contro l’ illegalità del
cristianesimo e cioè contro quella tendenza antinomica che spinse gli evangelizzati
a distruggere la Legge mosaica di modo da poter innestare una nuova dogmatica e di
quello che Benamozegh chiama il culto del Dio-Messia.
In un passo rivelatore de L’origine dei dogmi cristiani, si legge: “Tutta la storia della
Chiesa, dopo Gesù, testimonia questa affinità originaria: la Chiesa e la Sinagoga non
formarono nei primi tempi che una sola comunità, divisa senza dubbio dalla
credenza nel Dio Messia, ma senza che ci si sentisse divisi su altri punti, ad

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eccezione dell’osservanza della Legge dopo che la sua abolizione prevalse nella
Chiesa” 4.
Ebbene, proprio sulla via di queste argomentazioni, Benamozegh sembra
dimenticare che la missione del Figlio dell’Uomo non è quella di demolire la Legge né
tantomeno quello di riformarla. Purtroppo, proprio la convinzione che Gesù fosse
un fariseo induce il rabbino toscano a sottovalutare la reale natura del messaggio
evangelico, in merito alla Torah, in particolare. Benamozegh intende infatti avanzare
l’idea che alcuni ambienti farisaici conoscessero già gli aspetti interiori e segreti della
Legge per come Gesù li espone. Questa, in linea generale, è certamente una
possibilità. Nonostante ciò, nei Vangeli Gesù appare chiaramente come l’inviato
destinato a portare sul piano provvidenziale una più profonda e inter iore visione
della Torah a vantaggio di tutti coloro altrimenti destinati alla perdizione. Sotto
questa luce, non possono che assumere maggiore profondità le parole rivolte ai
dottori della legge: “Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare lo avete
impedito” 5.
Gesù, infatti, non entra in conflitto con i farisei perché abbia studiato alla loro
stessa scuola, ma perché loro non intendono riconoscere la missione messianica e
provvidenziale di cui egli è investito e di come essa coinvolga la stessa Legge, più e
più in profondità di quanto lo stesso Benamozegh voglia ammettere.
Basterà leggere il seguente passo del Vangelo di Giovanni per rendersene
pienamente conto: “Gli dissero allora i farisei: ‘Tu di te stesso testimoni; la tua
testimonianza non è vera’. Rispose Gesù e disse loro: ‘Anche se io testimonio di me
stesso, vera è la mia testimonianza, perché so da dove sono venuto e dove vado, ma
voi non sapete da dove vengo o dove vado. Voi secondo la carne giudicate; io non
giudico nessuno. E se giudico poi io il giudizio quello mio è veritiero, poiché solo
non sono, ma io e il Padre che mi ha inviato. E poi nella Legge quella vostra è
scritto che la testimonianza di due uomini è vera: orbene, io sono testimone di me
stesso, e testimonia di me il Padre, che mi ha inviato’” 6.
Ora, se con Benamozegh s’intendesse considerare Gesù un intellettuale fariseo
che, in virtù della sua formazione, intende combattere i suoi correligionari sul
campo delle loro stesse leggi, per puro zelo o solo perché si appassiona di minuzie
rabbiniche, allora diatribe come quella appena citata risulterebbero del tutto

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L’eresia del Vangelo secondo Elia Benamozegh

incomprensibili. Gesù infatti non sta mettendo in discussione un aspetto specifico


della Legge, ma offrendone una lettura del tutto trascendente e interior e.
Ovviamente ognuno è libero di crederci o meno, rimane il fatto che nella
prospettiva dei Vangeli l’intera Legge ebraica non è che il preludio all’avvento del
Messia sul piano della realtà intellegibile. Inoltre, si tenga a mente, aspetto su cui
torneremo, che gli insegnamenti di Cristo non si limitano all’ambito ebraico, ma,
accennano spesso a quella simbologia perenne tramite cui la pura spiritualità si è
trasmessa attraverso i secoli.
A differenza di quei farisei che ancorano la loro Legge ad una funzione civile e
chiedono a Gesù di offrire le prove della sua discendenza divina e una qualche
approvazione dell’autorità competente, Cristo oppone la relazione interiore tra il
proprio Sé – l’Unto del Signore – e il Sé Supremo – Il Padre, il quale si pone al di sopra
di ogni accidente e circostanza storica.
Come detto, Benamozegh per farisaismo non intende solo la setta degenerata di
cui si narra nei Vangeli, ma anche quelle ramificazioni storiche della comunità
dei separati che condivisero e comunque accettarono molte delle concezioni di Gesù.
Ciò non toglie però che, nel complesso, la proclamazione evangelica non è stata
intesa da molti ambienti ebraici ed è stata ritenuta eretica, proprio come avviene nel
libro di Benamozegh, per via di un’interpretazione piuttosto superficiale
dell’avvento del Figlio dell’Uomo.
Il passo evangelico prima citato allude ad una lettura chiaramente messianica
della Torah. Ora, se è vero che la testimonianza del Padre rispetto al Figlio, di cui
Gesù è la più diretta manifestazione, è implicita nella Torah, le contraddizioni e i
malintesi contenuti ne L’origine dei dogmi cristiani non possono, come vedremo, che
moltiplicarsi.
Dopo il resoconto sull’infanzia di Gesù, Benamozegh viene a discutere il
versante apocalittico del Nuovo Testamento. Scrive il rabbino livornese: “In effetti,
chi era Gesù ai propri occhi? Il Messia vale a dire colui che, secondo tutte le
speranza israelitiche (che gli esseni erano i primi a condividere) doveva portare il
suo sguardo sulla famiglia umana, che doveva eliminare le barriere morali che
rendevano Israele e l’umanità due campi nemici, che doveva far cessare la necessità
di quella concentrazione su se stessi di quell’isolamento che raggiungeva la sua più

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alta espressione nella società essena. Bisogna dunque meravigliarsi se Gesù non
rinchiude la sua chiesa in un chiostro, quando lo stesso essenismo gli aveva
insegnato che il Messia doveva abbracciare il mondo intero in uno sguardo
d’amore?
Cosa resta dunque? Lo spirito monacale, ora noi affermiamo che tale spirito si
trova nel cristianesimo come nell’essenismo, che se è vero che il suo Regno non è di
questo mondo e quindi estraneo a ogni società umana quaggiù, non può vedere che
negli uomini che individui, monadi, legati tutt’al più da un legame spirituale e
agitantisi nel vuoto alla ricerca dell’altro mondo, di quella società celeste che Gesù
nelle sue speranze messianiche poneva al termine della sua esistenza personale, ma
che la logica dei fatti ha rinviato alla consumazione dei secoli” 7.
Invero, l’incomprensione del messaggio evangelico e apocalittico di Benamozegh
qui raggiunge il suo acme.
La società celeste ovvero la comunità sovrastorica dei santi e dei credenti
costituisce certamente uno dei grandi misteri trasmessi dai Vangeli, ma essa non
dipende in alcun modo dalla logica dei fatti. Per accorgersene, basti pensare al
Paradiso di Dante Alighieri che proprio della società celeste ha offerto una radiosa
immagine. La stessa escatologia dei Vangeli su questo punto è molto ricca, a tratti
enigmatica, ma non rischia certo di perdersi in una sterile agitazione nel vuoto.
A questo riguardo, è il caso di leggere le seguenti parole contenute nel Vangelo di
Giovanni: “Questa è infatti la volontà del Padre mio, che ognuno che vede il Figlio
e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno 8”.
Si noti come l’ultimo giorno può essere tanto l’ultimo giorno di un essere umano in
terra, quanto l’ultimo giorno inteso come l’avvento apocalittico. Si potrebbe a
questo riguardo parlare di una piccola Apocalisse individuale precedente la grande e
definitiva Apocalisse. Si noti inoltre come la profezia apocalittica rappresenti una
coerente estensione dell’escatologia evangelica; se ne ha conferma leggendo visioni
come la seguente: “E diede il mare i morti quelli in esso e la morte e l’Ade diedero i
morti quelli in esso e furono giudicati ciascuno secondo le loro opere. E la morte e
l’Ade furono gettati nella palude di fuoco. Questa è la seconda morte, la palude di
fuoco. E se qualcuno non fu trovato scritto nel libro della vita, fu gettato nella
palude di fuoco 9”.

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Entrambi i passi appena citati, quello evangelico e quello apocalittico, non


necessitano di alcuna logica dei fatti per essere intesi: essi in realtà rimandano ad una
prospettiva concentrica ed espansiva ad un tempo la quale, dal destino individuale,
si estende fino a quello universale, cosa in fin dei conti perfettamente normale per
una profezia che descrive il compiersi dell’azione della Provvidenza nel suo
complesso.
In realtà, le speranze messianiche a cui Benamozegh accenna con tono di sufficienza
si concretizzano in un simbolo ben preciso a cui l’intera società celeste tende da
sempre e che egli, erroneamente, suppone disgregata fino alla consumazione dei secoli.
Tale simbolo è quel Regno dei Cieli proclamato al fine di indicare ai naufraghi di ogni
confusione spirituale e psichica l’elemento metafisico che dev’essere centro e meta
del loro percorso di purificazione. Si tratta in fondo di un simbolo spesso associato
alla simbologia cardiaca e raggiante che rappresenta una delle componenti più
distintive del linguaggio evangelico, pur essendo già presente in tradizioni spirituali
più antiche, come ad esempio il Taoismo.
Forse Benamozegh non apprezza una tale simbologia nella debita maniera
perché essa parla di un Regno, il tesoro inesauribile nei cieli 10, che non ha nulla a che
vedere con un qualsiasi possedimento fatto di sabbia o pietra, sia anche l’Israele
terrestre.
Quest’ultimo aspetto ci porta ad un’altra eresia che Benamozegh rileva nel
messaggio evangelico.
Scrive il rabbino livornese: “Che rapporto c’è tra il Regno dei cieli e i misteri?
Questo rapporto è la Qabbalah a spiegarcelo, il che dimostra che lì è la fonte di
tutte queste idee. Malkhut è chiamata la tradizione, e se la tradizione speculativa o il
Mistero ha la sua sede piuttosto in Binah che in Malkhut, nella madre piuttosto che
nella figlia, questa apparente contraddizione non è che un preludio a una folla di
indicazioni che mostreremo, e in modo incontestabile, che una delle deviazioni
capitali del cristianesimo rispetto all’ortodossia cabbalistica è stata proprio la
confusione da lui operata tra Binah e Malkhut, del sovvrannaturale con la natura,
del mondo a venire con il presente, o per meglio la soppressione della natura e del
mondo (Malkhut) a profitto del Sovrannaturale e dell’Eterno (Binah) 11”.

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Purtroppo, teorie come questa trovano alcuna corrispondenza in quei passi


evangelici che approfondiscono il concetto di Regno dei Cieli; non a caso
Benamozegh si appoggia, più genericamente, alla consuetudine del maestro del
Vangelo di riservare certi aspetti relativi al Regno dei Cieli alla sua cerchia12, volendo
probabilmente alludere alla tendenza da parte di Cristo ad accentrare l’attenzione
sulla sua persona, più che sulla Torah.
Il rabbino livornese non prende però nella dovuta considerazione passi come il
seguente: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel Regno dei Cieli, ma
chi fa la volontà del Padre mio quello nei Cieli” 13.
Come si vede, al Regno dei Cieli non si accede idolatrando Cristo, come
Benamozegh lascia intendere a più riprese, ma facendo la volontà del Padre; non pare
pertanto esserci confusione tra Binah e Malkhut, dacché la più alta e sovrannaturale
delle volontà (Binah) si concretizza nella realtà interiore dell’uomo (Il Regno dei Cieli)
che però, si noti, non è necessariamente limitata alla natura e al mondo, ma è anzi
punto di partenza e congiunzione tra il mondo tangibile, che Benamozegh
chiama Malkhut, e le sfere trascendenti.
Con ciò non s’intende certo che nel Vangelo si predichi la soppressione della natura e
del mondo, per come la intende Benamozegh. I Vangeli, più che alla natura, si
oppongono ad una concezione interessata e speculativa della proliferante materia
organica. La natura viene ad esempio descritta nell’immagine dei gigli dei
campi che non faticano né filano ma che vestono meglio di Salomone in tutta la sua gloria 14, che
non suonano certo come le parole di un predicatore che invita i suoi ascoltatori
a sopprimere la natura.
Invero, la parola evangelica non fa altro che rivolgere uno sguardo propriamente
ermetico e iniziatico sulla natura, la quale perde le sembianze di un bacino neutro
dal quale trarre profitto e guadagni per tramutarsi in un giardino di simboli che
ricollega l’uomo alla più sublime delle trascendenze. L’immagine dei gigli che non
faticano e non filano allude infatti alla gratuità e all’assoluta mancanza di artificio della
natura e, da lì, all’immota contemplazione in virtù della quale, dalla gratuità naturale,
si passa gradualmente al sacrificio di lode dell’orante e, ancora, alla grazia spirituale. Di
conseguenza, la veste di gloria, un chiarissimo rimando alla risurrezione, verrebbe

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L’eresia del Vangelo secondo Elia Benamozegh

dunque intessuta non per mezzo della fatica, bensì preservando con pazienza e
costanza lo stato di grazia.
Cionondimeno, non è difficile presagire il bersaglio di Benamozegh. La
svalutazione del mondo è innegabilmente insita nella rivelazione cristica e, su questo
punto, il rabbino livornese condivide le stesse perplessità di molte generazioni di
ebrei, più o meno ortodossi, i quali nelle parole evangeliche hanno sempre intuito e
temuto una minaccia all’istituto matrimoniale e al legame con la loro patria,
ovviamente Israele. Eppure, neanche tali perplessità sono esenti da pregiudizi. Nelle
parole di Gesù sono infatti contemplati diversi gradi di santità e il matrimonio è
pienamente difeso nella sua dignità in diversi passi neotestamentari. Più difficile è
invece la questione legata ad Israele su cui si ritornerà alla fine di questo intervento.

2. Un’incursione provvidenziale

L’incomprensione dei detrattori dei Vangeli ha in realtà una radice profonda. Il


fanatismo, sia esso materialista, scientista o religioso, può certamente giocare un
ruolo, ma ciò che non viene solitamente compresa è la natura provvidenziale della
Nuova Alleanza cristica.
Gli insegnamenti neotestamentari si diffusero nel mondo in prossimità di un
cataclisma spirituale senza precedenti. Tale cataclisma non è materia di speculazione
o ricerca filologica, ma si sta concretizzando oggi, nel disordine e nella sciagura della
contemporaneità tecnocratica, con le sue imposture politiche e sociali, con le false
promesse propalate da autorità detestabili e con tutti i segni e prodigi di menzogna 15 di
un avanzamento tecnologico ormai scaduto nel subumano.
Certo, non bisogna farsi impressionare troppo dagli effetti tecnologici e
sensoriali di un tale disordine: essi non sono in fin dei conti che il risultato delle
abominevoli deviazioni descritte, mirabilmente e con largo anticipo, nelle Lettere
paoline. Ciò che noi viviamo oggi non è che la fase più avanzata di un mutamento

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L’eresia del Vangelo secondo Elia Benamozegh

che ha interessato la sensibilità intellettiva di gran parte dell’umanità, in particolare


di coloro i quali si sono votati alla derisione della spiritualità, credendo di poter così
ridurre ogni cosa al suo aspetto chimico ed organico. Proprio a fronte e in
previsione dell’aggravarsi di tale situazione, Gesù diceva “Non tesorizzate per voi
tesori sulla terra, dove tignola e ruggine deturpa e dove ladri sfondano e rubano 16”.
Una frase violentemente antimondana, che può disinnescare ogni forma di
materialismo, come anche quei fanatismi politico-ideologici che, a ben vedere, sono
tra i mali più nefasti del tempo presente.
Benamozegh però non sembra molto interessato all’aspetto propriamente
provvidenziale della proclamazione evangelica e apocalittica. Pur nella prospettiva
dei tempi messianici17, del cristianesimo, egli vede soprattutto gli esiti politeistici della
sua dogmatica18, e come essi abbiano non solo impoverito il complesso delle
emanazioni cabbalistiche, ma anche e soprattutto minato il monoteismo semitico. Il
rabbino toscano sostiene infatti che, a scapito di tutte le emanazioni scaturite a
seguito del dispiegamento del mondo divino, il cristianesimo si sia intestardito sulla
sola figura di Gesù Cristo.
A questo riguardo, egli scrive: “La teologia di Paolo consiste nell’adorazione
esclusiva dell’eone Cristo, la sola emanazione ad essere predicata e insegnata, a
pregiudizio di tutta la serie infinita delle emanazioni superiori, inferiori e parallele. Il
sistema opposto a quello di Paolo dovrà invece riconoscere accanto e al d i sopra
dell’eone Cristo altri eoni e altre emanazioni, altre trinità, e altre serie, altre
genealogie. Vale a dire altri antenati, altri padri, altre madri, altre spose, altri figli,
altre figlie, altre sorelle e altri fratelli, altri amanti, altri matrimoni, altri adulteri: tutti
termini tecnici nella Qabbalah e nella Gnosi19”.
Rispetto a questo passaggio, vi sono precisazioni molto importanti da fare.
Va innanzitutto ricordato che la questione che ruota attorno all’eone Cristo non è
affatto devozionale, come Benamozegh vorrebbe far credere al fine di indicare in
Paolo la fonte dell’idolotria del Dio-Messia; essa, al contrario, è prettamente genealogica.
Il Cristo, infatti, non è semplicemente un Eone, ma la prima filiazione scaturita, ad
immagine e somiglianza, dal Padre. Nel Vangelo di Giovanni a questo riguardo è
scritto: “Io ti ho glorificato sulla terra avendo compiuto l’opera che mi hai affidato e

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L’eresia del Vangelo secondo Elia Benamozegh

ora glorifica me, tu, Padre, presso te stesso, con la gloria che avevo prima che il
cosmo fosse, presso di te20”.
Si tratta d’altronde di un aspetto misterico nient’affatto estraneo alla Qabbalah
ebraica, come Benamozegh sa bene. L’Adamo Spirituale, o Adam Elyon, non è
semplicemente il primo uomo, ma la prima luce scaturita dal Pensiero Divino, la quale
precede ogni altra emanazione, creazione, formazione o azione; pertanto , non
semplicemente un Eone, come Benamozegh lascia intendere 21.
Quanto alle altre genealogie, è difficile stabilire perché il rabbino livornese non
abbia voluto fare alcun cenno significativo all’angelologia cristiana. La tradizione
neotestamentaria non ha infatti mai esautorato gli intelletti celesti e, anzi, tanto nei
Vangeli quanto nell’Apocalisse, essi vengono presentati come gli esecutori più
diretti delle volontà divine e non possono certamente essere annoverati tra
quelle infinite emanazioni di cui il Nuovo Testamento si sarebbe dimenticato 22.

3. Un’eresia cabbalistica?

Non rimane, in conclusione, che esplorare da vicino la questione cabbalistica,


quella cioè su cui il rabbino livornese concentra buona parte del suo lavoro.
Come già anticipato, a giudizio di Benamozegh, con l’insegnamento di Gesù, e
ancor di più con l’avvento della dogmatica cristiana, s’innesca una confusione che
coinvolge la gerarchia delle Sephiroth e quella, in particolare, delle diverse triadi
riconoscibili all’interno dell’albero sephirotico; tra queste, Benamozegh mette in
rilievo Hokhmah, Tipheret e Malkhut perché da esse il cristianesimo avrebbe mutuato
le tre Persone della Trinità, rispettivamente Padre, Figlio e Spirito Santo 23. L’eresia
cabbalistica più grave del cristianesimo sarebbe proprio quella di aver posto queste
tre Sephiroth sullo stesso piano, al solo fine di proclamare la nuova religione
del Dio-Messia.

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L’eresia del Vangelo secondo Elia Benamozegh

Ciò trova sicuramente qualche conferma in relazione alla dogmatica cattolica le


cui fredde astrazioni, se confrontate alla viva parola evangelica, possono condurre a
diverse aporie. Benamozegh però non limita la sua critica a questo aspetto. A suo
dire, Gesù prima ancora di un’operazione di manipolazione cabbalistica, intese
soprattutto fondare un nuovo culto con la sua persona fisica al centro 24.
Si vada avanti un passo per volta.
Si cerchi innanzi tutto di capire se le Sephiroth di cui parla il rabbino toscano
abbiano un ruolo nel Nuovo Testamento.
I Vangeli contengono certamente dei chiari riferimenti a quella Sapienza Divina
che la Qabbalah chiama Hokhmah. Nel Vangelo di Luca si legge infatti questo
monito rivolto ai Dottori della Legge: “Guai a voi, che costruite i sepolcri dei
profeti, mentre i vostri padri li uccisero. Quindi testimoni siete e approvate le opere
dei vostri padri: poiché essi certo li uccisero e voi costruite [i sepolcri] . Per questo
anche la Sapienza di Dio 25 disse: ‘Invierò a loro profeti e inviati e li uccideranno e
perseguiteranno; affinché sia chiesto conto del sangue di tutti i profeti quello
versato da questa generazione dalla fondazione del mondo, dal sangue di Abele fino
al sangue di Zaccaria – ucciso tra l’altare e il tempio. Sì, vi dico, sarà chiesto conto a
questa generazione. Guai a voi, dottori della legge, che avete preso la chiave della
gnosi. Voi non entraste, e agli entranti lo impediste 26”.
Pur parlando di Sapienza di Dio, non pare che Gesù intenda sostituirsi ad essa,
tanto che Egli stesso, per portare la parola di salvezza agli uomini, si è fatto
ubbidiente alla Suprema Sapienza in vista dei tempi apocalittici; e in questo passo, il
Messia, e con lui la Tipheret-Figlio legata anche alla stirpe dei Profeti ebraici,
sembra agire proprio in ubbidienza alla Sapienza del Padre.
Vi è inoltre un aspetto del passo appena citato che non deve sfuggire, per quanto
Benamozegh, nel suo lavoro, non lo abbia tenuto in conto. Se Tipheret-
Cristo accusa il popolo di Israele di avere sistematicamente eliminato tutti gli inviati
devoti a Hokhmah-Sapienza, dev’esserci un filo di continuità che lega potentemente
l’ispirazione profetica a quella evangelica ed apocalittica. Dunque, se proprio di
Sephiroth si deve parlare, nei Vangeli esse non rappresentano gli attributi divini
solo in astratto, ma dei principi che intervengono concretamente sul piano
provvidenziale. Le parole di Gesù ci dicono infatti che le guide intellettuali di Israele

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L’eresia del Vangelo secondo Elia Benamozegh

hanno disprezzato gli inviati del Signore e li hanno metodicamente sterminati lungo
i secoli. Non accorgersi di questo significa lasciare la parola dei Vangeli nel vago e
non volere invece accorgersi che gli atti d’accusa che essa formula sono molto più
attuali e validi di quanto sembri.
Eppure, tali elementi di prima importanza non richiamano l’attenzione del
Rabbino livornese per il quale il Figlio dell’Uomo ha solo inteso fondare un’idolatria
attorno alla sua persona, risultando blasfemo di fronte alla corte riunita per
giudicarlo 27. Non si tratta d’altronde di una lettura di parte, ma di comprendere che,
nelle Scritture, l’operato di Israele non viene sempre approvato come Benamozegh
dà spesso ad intendere nelle sue opere.
Ma ecco quanto Benamozegh ha da dire a proposito dell’eresia proferita da Gesù:
“(…) l’interrogatorio di Gesù, lo studio comparativo delle domande del Gran
Sacerdote, le risposte di Gesù, le repliche, le azioni che ne conseguono,
costituiscono una preziosa testimonianza a favore della suprema identità delle
dottrine tra l’imputato e il suo giudice, sull’esistenza di un figlio di Dio, e anche di
un Cristo Figlio di Dio, tranne per quella parte della dichiarazione di Gesù, che
costituisce la bestemmia che gli viene rimproverata, e che costituisce da sola il titolo
del suo crimine, ossia che lui, Gesù, il figlio di Giuseppe e Maria è quel Cristo Figlio
di Dio, quel Yesod, che si era abituati a considerare come un eone del tutto divino,
allo stesso modo di Ḥesed, carità che ha il nome di Abramo, di Tiferet, che ha il
nome di Giacobbe, di Neṣah che ha il nome di Mosé e così via. 28”
Va innanzitutto precisato che Gesù non parla mai di sé come del figlio di Giuseppe
e Maria nel corso del processo narrato dai Vangeli.
Questa è un’aggiunta del tutto indebita e ingiustificata di Benamozegh.
Ciò che il sommo sacerdote non comprende riguarda proprio questo punto: la
conferma del Maestro del Vangelo è infatti molto più enigmatica di quanto possa
sembrare. In Matteo si legge: “Tu [l’] hai detto. Ma29 io vi dico: da ora vedrete il
figlio dell’uomo seduto a destra della potenza e veniente sulle nubi del cielo 30”.
Ovvero Gesù sposta nuovamente l’attenzione sul Figlio dell’Uomo, centro
indispensabile dell’insegnamento evangelico. Egli intende dire al Sommo
sacerdote: Tu limiti il Figlio di Dio alla persona che vedi di fronte a te e di questo mi accusi, ma

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L’eresia del Vangelo secondo Elia Benamozegh

il Figlio dell’Uomo non è solo capace di incarnarsi, tanto che lo vedrai venire alla destra della
potenza e sulle nubi del cielo e cioè al di sopra della manifestazione cosmica.
Ecco, in cosa si concentra tutto il frainteso tra l’ebraismo tradizionale e la parola
di Gesù.
Quanto Gesù dice al Sommo Sacerdote non si discosta in fin dei conti da quanto
Gesù ha già insegnato lungo le strade di Israele prima di giungere di fronte al
Sinedrio. Non bisogna infatti dimenticare che il Figlio dell’Uomo nelle parole del
Vangelo ha sempre una natura spirituale, si potrebbe dire anche trasversale, rispetto
alle contingenze, poiché è proprio in virtù di tale natura che egli può richiamare le
anime degli uomini al Padre, qualsiasi sia lo stato dell’essere in cui esse si trovano.
Ciò lo apprendiamo da passi come il seguente “Il credente in me, non crede in me,
ma in colui che mi ha inviato e il vedente me vede chi mi ha inviato 31” e
ancora “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono in mezzo a loro 32”
ovvero frasi che ci parlano sia dell’assoluta obbedienza del Cristo di fronte al Padre,
come anche della sua perenne missione di salvezza.
Limitare dunque l’origine divina di Gesù e del Figlio dell’Uomo alla presenza
fisica di Gesù significa non avere affatto compreso le sue parole e ciò che egli viene
ad annunciare.
In realtà, Benamozegh non può accettare un tale modo di vedere le cose per ché
egli non riconosce in fin dei conti altro Messia che il Messia collettivo noto
come Israele. Per la stessa ragione, egli liquida come eresia le parole pronunciate da
Gesù e limita l’idea del Figlio dell’Uomo alla persona di Gesù, perché sa che ciò lo
abilita a classificare il suo insegnamento come mera idolatria.
A sostegno di questa sua convinzione, egli afferma che, nei Vangeli: “(…) i passi
della Bibbia che apparentemente concernono solo il popolo di Israele sono tolti dal
loro significato naturale e vengono applicati al Verbo, tra questi ad esempio Osea
11, 1: ‘Israele era un fanciullo che amavo, e dall’Egitto ho chiamato mio figlio’
quell’ex Aegypto vocavi filium meum che ha dato tanto filo da torcere agli
esegeti33”.
Per una ragione poco chiara, Benamozegh limita la sua citazione di Osea a soli
due versi, ma vale la pena di leggere la rimanente parte dello stesso passo, che così
recita:

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L’eresia del Vangelo secondo Elia Benamozegh

“Ma come li chiamavano,


più si allontanavano da loro;
sacrificavano a Baal,
e bruciavano incenso agli idoli.34”.
E poco più avanti:

“Il mio popolo è incline a sbandare, ad allontanarsi da me:


per quanto li richiamassero all’Altissimo
nessuno esaltava [Lui] 35”.

Come si vede, un approfondimento del libro di Osea avrebbe costretto


Benamozegh a scandagliare quella costante sotterranea che unisce tutti i Profeti
ebraici e che trova il suo compimento nei Vangeli e nell’Apocalisse. Una costante,
beninteso, che trova nel tradimento perpetrato da Israele contro la sua stessa
Divinità uno dei suoi motivi fondamentali; un tradimento che si è nutrito perlopiù
di idolatria, avidità e fanatismo sionista ovvero gli stessi aspetti che i Vangeli
denunciano in maniera particolarmente veemente.
Ciò ovviamente non significa che dei cristiani non possano essere affetti dalle
stesse degenerazioni di cui i Profeti e il Vangelo accusano Israele: la malvagità è
pronta a servirsi di qualsiasi mezzo apparente pur di raggiungere i propri scopi.
In ogni caso, il dissidio tra le conclusioni di Benamozegh e la parola del Vangelo
si condensa proprio lungo la linea di demarcazione tra un Israele degenerato in una
nazione dedita all’idolatria, al fanatismo e all’empio sacrificio, da una parte, e,
dall’altra parte, la comunità dei credenti nel Dio Vivente al quale Gesù ha destinato
ogni sua parola36. Una questione oggi più che mai attuale dacché, pur nel mutato
scenario religioso, uno stato di nome Israele occupa e abbatte le case della povera
gente e massacra bambini e civili inermi, in un succedersi di ingiustizie di cui ancora
non si vede la fine.

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L’eresia del Vangelo secondo Elia Benamozegh

NOTE

1
Cfr. E. Benamozegh, L’origine dei dogmi cristiani, Marietti, Genova, 2002, p.127.
2
Sotto questo riguardo, vi sarebbero in realtà distinzioni di capitale importanza da fare.
Basti dire che lo stesso cattolicesimo medievale, massimo grado del dogmatismo religioso,
mostra differenze decisive tra autori di grande rilievo: è ad esempio il caso di due autorità
come Tommaso d’Aquino e Gioacchino da Fiore i quali maturarono idee molto diverse
sulla Trinità e sulle ragioni ultime dell’avvento messianico. Cfr. G. Da Fiore Il Salterio a dieci
corde e E. Benamozegh Op. Cit. p. 91.
3
E. Benamozegh Op. Cit. p. 30.
4
Ibidem p. 42.
5
Lc 11, 52
6
Gv 8, 13-18.
7
E. Benamozegh Op. Cit. pp. 54-55.
8
Gv 6, 40.
9
Ap 20, 13-15.
10
Lc 12, 33.
11
E. Benamozegh Op. Cit. p. 93.
12
Cfr. Ibidem Op. Cit. p. 83 e Lc 8, 10.
13
Mt 7, 21.
14
Lc 12, 27.
15
2Tes 2, 9.
16
Mt 6, 19.
17
E. Benamozegh Op. Cit. p.91.
18
E. Benamozegh Op. Cit. p. 182.
19
E. Benamozegh Op. Cit. p. 120.
20
Gv 17, 4. Cfr. Gv 12, 28. Cfr. E. Benamozegh Op. Cit. p. 230.
21
Cfr. E. Benamozegh Op. Cit. VIII cap. La gnosi eretica.
22
Considerato che, quanto alla Qabbalah, si parli spesso di quattro mondi e non di cinque,
come sarebbe corretto, sarebbe interessante leggere in questa luce le parole di Gesù: “La
pietra che respinsero i costruttori, questa è diventata testata d’angolo” (Mt. 21, 42; Sal. 118,
22).
23
E. Benamozegh Op. Cit. pp. 134-137.

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L’eresia del Vangelo secondo Elia Benamozegh

24
Cfr. Ibidem Cap. VI.
25
Σοφία τοῡ Θεοῡ, nel testo originale.
26
Lc 11, 47-52.
27
E. Benamozegh Op. Cit. p. 88 e Cap. VI.
28
Ibidem pp. 211-212.
29
πλὴν in greco può significare ma, se o salvo che.
30
Mt 26, 64.
31
Gv 12, 44-45.
32
Mt 18, 20. A questo proposito è di estrema importanza anche quando Gesù dice a
proposito dello Spiritus Paraclitus. Si veda Gv 14, 15-18.
33
E. Benamozegh Op. Cit. p. 240. La traduzione letterale del passo di Osea dice: “Quando
Israele [era] un bambino, allora lo amai e chiamai mio figlio fuori da Mizraim”.
34
Osea, 11, 2.
35
Osea 11, 7.
36
Cfr. Gv. 17, 1-19.

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