Sei sulla pagina 1di 4

CICERONE

È considerato il miglior oratore ed esperto di diritto della sua generazione. Dopo aver intrapreso la carriera militare nell’89 a.C. si dedicò a
diventare avvocato che era il primo passo per entrare nella carriera forense e nella vita politica. Divenne famoso nell’80 a.C. dopo che
difese un cittadino contro un potente liberto di Silla.
Tra il 79 e il 77 a.C. fece un viaggio in Grecia e asia minore per ampliare il suo bagaglio culturale e proprio ad Atene ritrovò l’amico attico e
amico prezioso per tutta la sua vita una volta rientrato a Roma nel 77 a.C. si prepara per affrontare al meglio la sua carriera politica.
VITA POLITICA
Cicerone voleva entrare nella vita politica (cursus honorum=percorso per diventare uomini politici) iniziando dalla carica di questore nel 76
a.C. e poi accessi al Senato. Avendo lasciato una buona impressione nel 70 a.C. fu richiamato per accusare l’ex governatore vere per il suo
mal governo conclusasi con la vittoria di Cicerone. Procedette diventando edile nel 69 a.C e pretore nel 66 a.C. nonostante fosse di famiglia
equestre tentò la candidatura al consolato nel 66 a.C. e vinse nelle votazioni del 64 a.C. battendo Catilina a ed ebbe come collega gaio
Antonio figlio, del suo maestro. Cicerone visse sempre di meriti personali diventò console a 43 anni trovandosi a capo di un gruppo politico
chiamato “boni cives” cioè i cavalieri e senatori che controllavano la vita politica ed economica di Roma. Attuò una politica di conservazione
per le classi che lo avevano condotto al potere e rifiutò le proposte di riforma agraria proposta dei popolares sostenuti da Catilina e Crasso.
Catilina avendo perso per la seconda volta l’elezione al consolato radunò gli uomini di varie classi sociali accomunati dall’odio verso la
politica di Cicerone, che volle organizzare un colpo di Stato cosa che non è successa perché fu scoperto da Cicerone stesso.
ESILIO E GUERRA CIVILE
Nel 63 a.C. fu attaccato dai tribuni della plebe perché durante la repressione per la riforma agraria, aveva ucciso cittadini che non avevano
usufruito dell’appello del popolo, qual era loro diritto, inimicandosi anche Clodio, maggiore esponente della Gens Claudia, che si era
schierato dalla parte dei popolares che però fu salvato da Cesare.
In questi anni venne a crearsi il primo triunvirato (Cesare, Pompeo e Crasso) che Cicerone e guardò sempre con sospetto infatti non
appoggiò mai le loro azioni.
Nel 58 a.C. Clodio salì console e ne approfittò per vendicarsi: istituì una legge chiamata “ad personam” che condannava chi uccideva i
cittadini che non avevano ottenuto l’appello del popolo. Una volta umiliato Cicerone fu esiliato e la sua casa rasa al suolo.
Fu allontanato da Roma ma nel 57 a.C. fu richiamato grazie a Milone e Pompeo difendendo contro la sua volontà Cesare e Crasso. Tuttavia
susseguirono una serie di eventi che portarono al declino della carriera ciceroniana: nel 53 a.C. Claudio morì, Cesare e Pompeo iniziarono
a lottare per il potere mentre Roma era in mezzo di tensioni poiché Milone fu accusato della morte di Clodio. Cicerone provò a difenderlo ma
fallì. Nel 51 a.C. fu dichiarato governatore della Cilicia ottenendo prestigio e alcune vittorie militari. Nel 49 a.C. Cesare passò dal passaggio
dell’Ubicone e diede il via alla guerra civile mentre Cicerone rientrava voleva creare una pace fra i due contendenti ma non ci riuscì, infatti
dopo la sconfitta torno a Brindisi nel 47 a.C. dove si ritirò nelle sue ville a dedicarsi allo studio della filosofia e della retorica (argomento che
usò più avanti per pubblicare le orazioni).
Nel 44 a.C. dopo l’uccisione di Cesare tornò nella vita politica affidandosi a Ottaviano e scrivendo le “Philippicae” contro Antonio,
continuatore della politica di Cesare. Nel 46 a.C. pagò con la vita, gli vennero tolte le mani alla testa e furono esposte dove da giovane
esponeva le orazioni.
L’OPERA
La sua produzione letteraria si deve soprattutto alla politica, infatti fu abile oratore, avvocato, divulgatore e filosofo, proprio quando Roma e
le sue istituzioni stavano entrando in crisi, porta attraverso le sue azioni e il valore dell’humanitas (formazione dell’uomo completo in tutti i
suoi aspetti, sia nella vita pubblica che privata), del “recte loqui” cioè amore per il sapere umanistico e il saper parlare bene. (qui si deve la
massima rappresentazione della fusione culturale greca e latina grazie a cicerone)
LE ORAZIONI
Egli pubblicò più di 100 orazioni, prendendo parola in tutti i discorsi più importanti nel foro e all’interno del senato. Oggi ne sono rinvenute
solo 58, fra ci 28 di argomento politico e 30 di argomento giudiziario. Egli stesso insieme allo schiavo Ottone e all’amico Attico si preoccupò
di pubblicarle ma talvolta non erano precisamente uguali: si pensa servisse solo l’inizio o l’argomento e la conclusione, preparava gli appunti
e una volta esposto il discorso, lo schiavo si preoccupava di riordinare il tutto e passava alle stesura facendo anche modifiche se opportuno.
CARRIERA DI AVVOCATO
Iniziò come avvocato “patronus” all’interno del tribunale alla fine dell’80 a.C. con “la pro sexto roscio armerino” accusato ingiustamente di
aver ucciso un liberto di Silla. Nonostante alcuni avvocati avevano abbandonato la causa per la potenza di Silla, Cicerone rimase e difese
Roscio di Ameria, riuscendo a dimostrare che i suoi accusatori erano i veri assassini. Dopo questo trionfo, anche i siciliani chiamarono
Cicerone per difesa contro Verre fra il 73 e il 71 a.C.
Per affrontare la causa, Cicerone scrisse 7 orazioni chiamate “le Verrinae”, più importante la seconda “Actio prima in verrem” in cui vengono
esposti in una rapida e potente sintesi, i capi d’accusa contro l’imputato. Secondo gli storici le Verrinae sono l’esempio di brillante e perfetta
eloquenza giudiziaria con padronanza delle tecniche e della retorica.
I DISCORSI DEL CONSOLE
La sua attività come console inizia nel 63 a.C., aprendosi con il 4 discorsi “de lege agraria”. Intendevano bloccare la fondazione di un
gruppo che studiava beni che non erano naturalmente di proprietà pubblica e la fondazione di nuove colonie schierandosi con i suoi elettori
e sfavorevoli alla riforma agraria al contrario dei popolares.
Al vertice vi erano le “Catilinarie”, cioè discorsi brevi e concisi al seguito della scoperta del colpo di Stato ottenendo la fuga di Catilina e
l’uccisione dei suoi complici. I toni dei discorsi sono sempre vari e variano dal drammatico al poetico al sublime. Introduce anche la figura
retorica della prosopopea della patria (personificazione di oggetti inanimati o astrazioni), alla quale riproverò a Catilina.
LE ORAZIONI DELLA MATURITà
Secondo molti studiosi, durante l’esilio tra il 58 e 57 a.C. risalgono le opere che vedono ormai un cicerone più maturo e con una perfetta
padronanza dell’arte oratoria:
-Al ritorno da suo esilio nel 57 a.C. scrisse due discorsi per ringraziare il senato e il popolo, contenendo una difesa di ciò che aveva fatto
durante la sua carriera e scrisse anche “de domo sua” cioè la domanda di annullare il consacramento del tempio della libertas da parte di
Clodio dove aveva fatto abbattere la casa di Cicerone
-La “Pro Caelio” è un’orazione in difesa di Celio Rufo, prima amante e poi nemico di Clodia (sorella di Clodio). Celio Rufo era accusato
dell’assassinio di Dione e Cicerone attribuì la colpa a Clodia. Cicerone delinea un tratto a tinte fosche della donna e dei degenerati costumi
di vita dell’epoca, impiegando gli strumenti dell’ironia e del sarcasmo.
Il 18 gennaio del 52 a.C., vi fu uno scontro tra i seguaci di Milone e di Clodio, dove quest’ultimo rimase ucciso. Contro la causa di omicidio
Cicerone assunse la difesa dell’amico Milone che anni prima si era impegnato per farlo tornare dall’esilio, ma il giorno del processo
spaventato dai clodiani presenti in aula, pronunciò un’orazione poco efficace, subendo uno dei pochissimi insuccessi giudiziari. Milone
dovette esiliarsi a Marsiglia. Cicerone rivedette l’orazione e riscrisse completamente la “pro Milone”, che una volta pubblicata, risultò essere
uno dei capolavori della sua arte oratoria. Utilizzò gli strumenti per coinvolgere e commuovere l’uditorio e condusse il perfetto esempio di
difesa graduata arrivando passo per passo alla conclusione che l’imputato non era da condannare.
ORAZIONI CESARIANE
Dopo la morte di Pompeo a Farsalo, Cicerone volle avvicinarsi a Cesare elogiandolo, in particolare con 3 orazioni:
-La pro ligario dove difende un pompeiano accusato da un suo amico di tradimento
-la pro lege deiotaro dove difende un pompeiano dall’accusa di attentato alla vita di Cesare
E la più importante la pro Marcello, recitata in senato dove ringrazia Cesare di aver chiamato Marco Marcello dall’esilio. In particolare con
questa orazione, si sveglia nuovamente l’attività politica di Cicerone, facendo un bilancio della guerra civile, guidando Cesare a rispettare le
istituzioni repubblicane e la concordia nello stato.
DOPO LA MORTE DI CESARE
Dopo la morte di Cesare, Cicerone pensò di contribuire a salvare le magistrature repubblicane cercando benevolenza in Ottaviano e
inimicandosi Antonio, quale condannava le mire espansionistiche e lo considerava un tiranno ubriacone e corrotto, incitando il popolo
romano a rivendicare la loro libertà così come l’oratore greco Demostene incitava contro Filippo di macedonia la libertà dei greci.
Proprio per questo nascono “le philippicae” (prendono il nome dalle orazioni contro Filippo), 14 orazioni dai toni aspri e violenti compresi i
titoli, con cui Cicerone condannava e screditava le illegalità di Antonio. Alcune vennero pronunciate in Senato, altre solo scritte e altre
ancora annunciate al popolo. Antonio come vendetta scrisse il nome di Cicerone sulla lista di proscrizione (liste in cui venivano inseriti i nomi
dei possibili uccisori) mandando i suoi soldati ad uccidere nel 43 a.C.. (fallì il suo sogno di istruire le istituzioni repubblicane antiche grazie
alla concordia honorum, cioè al ripristino delle autorità tradizionali.
STILE DELL’OPERA
Con il nome Cicerone si intendeva chiamare l’arte dell’oratoria stessa: in lui risiedevano le competenze giuridiche e una vastissima
preparazione culturale sotto tutti gli aspetti e soprattutto l’attenzione a livello psicologico cioè entrare dentro la mente del pubblico. Usa
moltissimo gli aspetti retorici che mirano a docere, delectare e movere.
Impiega uno stile vario e duttile, alternando il modo di scrivere in base ai contesti e alle situazioni, mostrando di saper usare l’ironia e il
sarcasmo.
Per quanto riguarda la struttura delle opere, i periodi sono caratterizzati da simmetrie e armonia mostrando anche qui buone capacità della
concinnitas, cioè il saper periodare bene. Usa moltissime figure retoriche come i climax e le frasi sono sempre studiate e posizionate in
maniera perfetta.
Usò ammirabilmente anche le disgressioni, cioè l’abilità nel passare da una domanda ad un’altra alla quale dipendeva, inquadrando le
situazioni in un contesto storico più ampio.
LE OPERE RETORICHE
Per scrivere le sue opere Cicerone si ispirò ad alcuni trattati di retorica quali “rethorica ad herennium”. A partire da questi testi Cicerone
scrisse opere di retorica composte nei momenti in cui non partecipò alla vita politica, per dare un contributo indiretto alla società.
-il De Oratore fu scritto nel 55 a.C ed è diviso in 3 libri. È sotto forma di dialogo platonico ambientato nella villa di Licino Crasso nel 91 a.C.
Ha personaggi della generazione precedente, Crasso e Marco Antonio che erano i maestri di Cicerone. Il tema è sempre l’oratoria da cui
emerge l’ideale di oratore che doveva avere una cultura vastissima comprendente la filosofia, storia, letteratura e giurisprudenza e avere
conoscenza delle tecniche di persuasione cioè movere, delectare e docere. (questo ideale combacia con quello scritto nel de republica)
-Il Brutus scritto nel 46 a.C.
-L’Orator sempre scritto nel 46 a.C. anche qui fa un esame dello stile oratorio soprattutto soffermandosi sui 3 stili (teoria dei tre stili: piano,
medio ed elevato) che dovevano accompagnare docere (informare), delectare(tenere attento l’uditorio con il piacere dell’ascolto) e movere
(infiammare l’uditorio).
-il De Legibus scritto fra il 52 e il 51 a.C. secondo Cicerone doveva completare il de repubblica ma l’opera non fu terminata e sono giunti
solo 3 libri. Anche qui è scritta in forma dialogica ambientata nella sua stessa villa con Quinto e Attico, discutendo sull’origine naturale del
diritto, sulle leggi e sui doveri di magistrati e cittadini. Dal testo emerge l’amore di Cicerone neo confronti della politica passata che secondo
lui aveva fondato la grandezza di Roma.

LA STRUTTURA DELL’ORATORIA
Nel mondo romano e soprattutto nelle scuole, veniva insegnato l’oratoria cioè l’arte del saper parlare bene. Era lo strumento fondamentale
del civis cioè il cittadino romano che voleva entrare nella vita politica, prendendo l’impegno del negotium cioè l’impegno alla vita politica.
Viene considerata la forma più alta di prosa d’arte che non usa linguaggio comune, e proprio Roma viene considerata fondamentale nel
ruolo del civis.
“ars oratoria”: 1 sec a.C.= con Cicerone siamo nell’età repubblicana, e l’oratoria vene usata come strumento di governo
1 sec d.C= con Quintiliano siamo nell’età imperiale dove l’oratoria viene usata come qualcosa che serve per educare poichè il
cittadino fa parte dell’impero.
Secondo Cicerone e Quintiliano l’oratoria deve avere tre azioni riguardanti il pubblico,
-DOCERE= informare chi ascolta e dimostrare in modo convincente le tesi, a cui viene assegnato un linguaggio umile, dimesso e lineare
-DELECTARE= catturare l’attenzione del pubblico attraverso un discorso piacevole, a cui viene affidato un linguaggio medio e fiorito di
figure retoriche
-MOVERE= commuovere il pubblico e farlo aderire alle tesi mostrate prima, a cui viene assegnato un linguaggio sublime capace di muovere
emozioni
L’oratoria latina ha 3 grandi generi:
-giudiziario nella quale l’orazione presenta la difesa dell’accusato
-deliberativo che comprende i discorsi politici davanti al senato o al popolo
-dimostrativo o (epidittico) che diventò un genere di spettacolo dopo che perse il senso politico nel 12 a.C., consisteva nell’elogio di persone
vive o morte ed è molto ricco di figure retoriche e aggettivi poichè mira a delectare.
Per scrivere un’orazione, come affermato nel trattato latino di retorica, servono cinque fasi:
-INVENTIO, la ricerca di idee e argomenti per sviluppare la tesi (nell’oratoria giuridica adatta a cercare prove)
-DISPOSITIO, disporre in maniera organizzata gli argomenti all’interno del discorso
-ELOCUTIO, la scelta di un linguaggio appropriato, parlare piuttosto che abbellire il discorso con particolari esagerati
-MEMORIA, tecniche per memorizzare il discorso, come ad esempio collegare i discorsi a oggetti completamente solidi
-ACTIO, cioè attore, accompagnare il discorso con la voce e gestualità, carattere per movere il pubblico, avere una buona cultura e
gestualità.
La DISPOSITIO a sua volta ha uno schema rigido che segue sempre l’oratoria giudiziaria, presentandola in 4 parti:
-EXORDIUM cioè accaparrarsi dell’attenzione di chi ascolta (usando la captatio benevolentia che mira a delectare e movere)
-NARRATIO cioè l’esposizione dei fatti informare chi ascolta (docere) in stile semplice che può seguire in ordo naturalis cioè fatti narrati in
ordine cronologico o ordo artificiais cioè a fantasia dell’autore
-ARGUMENTATIO (o demostratio)la dimostrazione delle prove che deve essere la più convincente, che comprende la confirmatio cioè
l’introduzione alla tesi e la refutatio cioè la confutazione delle prove
-PERORATIO, la conclusione che termina con il suscitare il pathos (passione/sentimento) del pubblico stesso.
Infine l’oratore a volte usava la tecnica dell’amplificatio cioè amplificare la tesi attraverso riflessioni morali chiamate loci communes.

IL DE REPUBBLICA (scriveva opere politiche quando si dedicava all’otium)


E una delle più importanti opere politiche, essendo un’opera sullo stato divisa in 6 libri, ragionava sulle istituzioni politiche del tempo e sulle
forme dello stato ideale.
Parla dello stato ai tempi del primo triumvirato: le forme di governo erano la monarchia (governo di uno), l’aristocrazia con aristos che in
greco significa migliori era il governo dei migliori e la democrazia (governo del popolo). Seguendo l’idea di Polibio queste forme di governo
erano buone in sé perché andavano incontro ai bisogni dello stato, tuttavia caddero in un processo di degenerazione, cioè la democrazia si
trasformò in oblocrazia (governo del popolo che decideva bene degenerato nel governo di massa che era facilmente corruttibile). La
monarchia si trasforma in tirannide e l’aristocrazia in oligarchia. Tuttavia questa degenerazione dei vari organi può essere contrastata
attraverso la costituzione mista che unisce tutti e tre le forme di governo. Questo tipo di governo viene rintracciato da Cicerone all’interno
della repubblica romana poichè la monarchia è rappresentata dai consoli (con durata limitata e sono solo 2 in carica), l’aristocrazia viene
rappresentata dal senato cioè l’assemblea dei migliori e infine la democrazia è rappresentata dai comizi curiati e dai tributi della plebe.
Secondo Polibio la costituzione mista aveva permesso a Roma di governare per tanto tempo e Cicerone aggiunge che la grandezza e la
forza di Roma sono dovuti alle buone azioni fatte per lo stato di più uomini messi insieme.
Nei primi 5 libri si parla della forza delle istituzioni di Roma e la sua forza: consolato aristocrazia e popolo non sono ben legati insieme e il
popolo è fonte di disordini. Secondo Cicerone le 3 classi devono collaborare e governare lo stato attraverso la discussione in senato,
cercando così di risolvere la crisi dello stato. Un altro dibattito aperto all’interno dell’opera è la giustizia applicata all’Imperialismo Romano,
cioè Roma dichiarava giuste le guerre con gli altri stati, poichè non c’era un vero e proprio principio di giustizia come fondamento delle altre
leggi, ma a tal proposito intervengono altri personaggi come Lelio, in un discorso tenuto a roma nel 155 a.C. dicendo che c’è una base
naturale della giustizia e proprio il popolo romano, essendo più sviluppata come civiltà, permetteva ad altri popoli di conoscere il diritto e lo
sviluppo sociale (civilizzazione).
Nel V libro parla del tema del princeps cioè l’incarnazione del vero uomo politico e di tutte le caratteristiche che deve avere, in particolare
per Cicerone è il gruppo a formare lo stato ma si basa su una sola figura (princeps) dove raffigura se stesso e mette in evidenza le sue
caratteristiche.
SESTO LIBRO: Cicerone ambientò questo dialogo, scritto sul modello platonico (simposio, per avere punti di vista differenti) nel 129 a.C.,
data significante soprattutto per il VI libro intitolato il somnium scipionis, cioè ispirato a Scipione l’Emiliano, nipote di scipione l’africano che
aveva sconfitto Annibale nella seconda guerra punica. Scipione l’Emiliano era fondatore del circolo degli scipioni della generazione
precedente a Cicerone, grande uomo di cultura, infatti è come se Cicerone affidasse il proprio punto di vista direttamente a Scipione
l’Emiliano (alter ego).
In particolare quest’opera è importante perché in un momento di crisi (cioè quella del primo triumvirato fra Cesare, Pompeo e Crasso)
Cicerone si trovava in un momento della sua vita in cui non poteva dedicarsi alla vita politica/negotium e quindi scrisse il de repubblica
durante l’otium, riflettendo sulla politica e partendo dalla sua cultura e dalla sua esperienza per delineare la figura perfetta dell’uomo politico.
Cicerone si rifà a Polibio, cambiando il punto di vista filosofico da Aristotele a Platone, infatti oltre al riferimento sul dialogo platonico, fa
riferimento al mito di er (vita dopo la morte), dove Scipione l’Emiliano racconta di un sogno dove era ospite del re Massinisse in Umidia. Di
notte, gli appare in sogno suo zio Scipione l’africano e gli descrive la vita degli uomini politici dopo la morte, gli omini che hanno fatto bene
allo stato hanno un posto riservato fra le stelle da cui potranno assistere da lontano alle vicende sulla terra, come se fosse un omaggio alla
vita politica (a chi fa bene allo stato).
All’inizio quella del sesto libro era l’unica parte dell’opera conosciuta ma nel 1820, uno studioso di nome Angelo Mai, scoprì un palinsesto
(codice scritto due volte) in un monastero il cui testo originari del de republica era sotto una preghiera medievale. Grazie ad alcuni metodi
riuscì a portare alla luce il testo intero.

L’EPISTOLARIO
È un’opera composta da 864 lettere in cui si racchiude la fantastica personalità di Cicerone. Venne pubblicato dopo la sua morte da Tirone
e Attico.
Le raccolte si dividono in 4
-16 libri di epistulae ad atticum scritte fra il 68 e il 44 a.C.
-16 libri di epistulae ad familiares (moglie, figli e amici) scritte fra il 62 e il 43 a.C.
-3 libri di epistulae ad quintum fratrem fra il 60 e il 54 a.C.
-2 libri di epistulae ad marcum brutum (uno degli uccisori di cesare) fra aprile/luglio del 43 a.C.
Dalla loro stesura Cicerone pensava già alla loro futura stesura, infatti alcune di essere vennero soprannominate come “pubbliche”.
Tuttavia Cicerone non è sempre brillante nei suoi scritti, a causa di debolezze e incertezze. Infatti l’epistolario è significativo perché mostra
un altro aspetto di Cicerone, quello intimo dove manifesta apertamente i suoi odi, i suoi affetti e i suoi sentimenti oltre all’aspetto descrittivo
della vita quotidiana e della vita politica del suo tempo.
La lingua è di tipo medio, con uno stile semplice e piano, molto rispecchiante il linguaggio quitidiano tipico dei testi non ufficiali e del sermo
cotidianus.

IL CONSOLE CONTRO CATILINA (1 catilinaria)


In questo brano Cicerone da la prova di essere un abile oratore adattando le sue orazioni alle situazioni in cui si trova.
A seguito del colpo di stato di Catilina scoperto da Cicerone stesso, divennero famose le 4 orazioni fatte nel 63 a.C. davanti l senato e al
popolo per smascherare la congiura dei populares (sostenitori di Crasso) guidati da Catilina.
La prima catilinaria fu pronunciata davanti al senato nel tempio di Giove l’8 novembre del 63 a.C. Cicerone era venuto a sapere del suo
tentato omicido e convoca il senato d’urgenza per denunciare i misfatti di catilina, che si presentò all’assemblea “causa aut sui expurgandi”
cioè per discolparsi. Nonostante ciò non aveva alcuna prova per dimostrare la colpevolezza di Catilina, Cicerone usò lo stesso il suo
sarcasmo e l’ironia, aprendo il testo ad “ex abrupto” cioè con una serie di domande incalzanti iniziate senza preavviso e fatte da
interrogative retoriche (in particolare sono 7) e esclamazioni e climax ascendenti per attaccarlo immediatamente, introducendo il discorso in
maniera drammatica per far capire l’urgenza e la pericolosità dell’avvenuto. Inoltre quando dice “fino a quando catilina pensa di tenere corda
dal momento che il console e il senato sanno il misfatto che ha compiuto?” e poi “se è ancora in vita è solo colpa dello stato” e qui vediamo
la prima captatio benevolentia nei confronti di Cicerone stesso. Questo perché gia da tempo il senato sapeva dei misfatti di Catilina e che
doveva essere morto già da tempo. Si serve di tutti gli elementi per dimostrare le tesi e ottenere l’attenzione del pubblico, ma nonostante ciò
il discorso rimane controllato e in tono solenne, che è un’altra delle tante abilità ciceroniana. Con le prime orazioni del consolato infatti si ha
la piena maturità oratoria di Cicerone dove nonostante la gravità del discorso, affronta la scena con calma e con toni pacati.
Abbandona la “concinnitas” cioè l’armonia nell’alternare periodi lunghi e periodi brevi.

CONTRO CLODIA: L’IRONIA E IL SARCASMO


Quest’opera è contenuta nelle orazioni “Pro Caelio”. Nel 56 a.C. si tenne a Roma un processo contro Celio Rufo, amico di Cicerone, che era
stato accusato di aver ucciso un certo Dione ed era sottoposto ad altri capi d’accusa come promotore di rivolte a Napoli, complotti contro
un’ambasceria egiziana e infine aveva cercato di avvelenare una certa matrona di nome Clodia.
All’inizio Celio venne difeso da Crasso e solo dopo da Cicerone che per difenderlo dall’accusa di aver ucciso Dione, accusò Clodia
rigirandole la colpa. Clodia era vedova di Pompeo, infatti dopo la morte di suo marito ebbe tanti amanti fra cui Celio. Cicerone si trasforma in
accusatore contro Clodia che fonda il suo discorso sull’ironia e sul sarcasmo.
Durante il processo Cicerone descrive Clodia come donna dai facili costumi, la descrive come una donna dissoluta, amante di tutti. Viene
paragonata ala lesbia di catullo per l’ideale di donna corrotta (lesbia aveva moltissimi amanti e non si è mai impegnata seriamente nei
confronti di Catullo illudendolo). Alla fine Celio viene assolto mentre Clodia rimane additata e criticata dalla società. Tuttavia Cicerona non
critica direttamente Clodia, bensì inventa una scena surreale, facendo comparire un antenato di nome Celio che critica e bacchetta clodia al
posto di cicerone.

IL DESTINO DEI BENEFATTORI DELLO STATO


Una volta accennato il de repubblica, conclusosi con Scipione l’Emiliano che raccontava di un sogno in cui apparve lo zio Scipione l’Africano
dicendogli del famoso posto fra le stelle per poter guardare dal cielo le vicende politiche dello stato, si ritorna di nuovo al concetto platonico
dell’anima che torna nel mondo delle idee, in particolare è un posto riservato alle anime che in vita hanno lavorato e faticato per rendere lo
stato migliore. Scipione l’Africano dice “affinchè tu sia veramente pronto a difendere lo stato, sappi della vita degli uomini politici dopo la
morte: chiunque la patria ha ingrandito, c’è un luogo in cielo riservato dove i beati possono godere per l’eternità. La società è l’insieme degli
uomini che si uniscono nel nome del diritto che sono chiamati stato. I governanti di queste e coloro che li hanno governati partiti dalla terra
torneranno li”

L’ULTIMA BATTAGLIA philippica


È la seconda tra le grandi orazioni composte contro Antonio, cicerone perché, una volta tornato dall’esilio e aver ottenuto la carica di
avvocato, decise di affiancarsi Ottaviano inimicandosi Antonio. Quest’ultimo voleva continuare a politica tirannica di Cesare. La seconda
filippica venne scritta nell’ottobre del 44 a.C dopo un attacco violento subito da Antonio in senato che voleva sfigurare Cicerone criticando il
suo operato politico. Proprio per questo le philippicae avevano toni aspri e violenti invitando il popolo romano a ribellarsi contro le mire
espansionistiche di Antonio (prendono il nome da Demostene che incitava i greci a ribellarsi a filippo di macedonia per la propria libertà).
La risposta di Cicerone non fu divulgata oralmente ma venne scritta e diffusa attraverso l’amico Attico con delle copie, usando sempre
l’ironia e il sarcasmo: provoca il nemico, parla come se fosse davanti a lui, disprezzando le sue armi e ancora una volta schierandosi dalla
parte dello stato e invitando Antonio a cambiare il suo atteggiamento nei confronti di esso. Ormai cicerone avendo passato tutta la sua vita a
servizio dello stato, può morire in pace sperando di lasciare il popolo romano libero

Potrebbero piacerti anche