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DISOBBEDIENZA

CIVILE
I DIRITTI
Henry E
David I DOVERI
Thore
DELL’INDIVIDU
au
O IN RELAZIONE

AL GOVERNO

(1848)
INTRODUZIONE

Il saggio più famoso di Henry David Thoreau (Concord, Massachusetts, 12 luglio 1817 - Concord,
Massachusetts, 6 maggio 1862), comunemente noto come Civil Disobedience, in realtà non venne mai pubblicato
dall’autore con questo titolo e altro non era che la trascrizione di una lezione, tenuta dallo stesso Thoreau nel
febbraio del ’48 davanti al Concord Lyceum, dal titolo The Rights and Duties of the Individual in Relation to
Government.
Fu dato alle stampe per la prima volta nel 1849 con il nome di Resistance to Civil Government all’interno del
libro Aesthetic Papers e soltanto nel 1866, dopo la morte del suo autore, il saggio fu ristampato col titolo di Civil
Disobedience, con il quale è diventato famoso in tutto il mondo.
Pressoché ignorato alla sua prima uscita postuma, la popolarità di questo saggio è cresciuta soprattutto nel
corso del ventesimo secolo, influenzando Lev Tolstoj, che lo legge nel 1898, il Mahatma Gandhi e Martin Luther
King.
Tolstoj fondò il c. d. Anarchismo cristiano; Gandhi mise in pratica su scala di massa la disobbedienza civile,
durante la prima metà del Novecento, in Sudafrica e in India; Luther King applicò i principi del saggio, durante gli
anni ’60, nel Movimento per i Diritti Civili dei neri statunitensi.
Henry David Thoreau si laureò nel 1837 a Harvard, dove maturò il suo interesse per la poesia greca e
romana, per la filosofia orientale e per la botanica.
Amava profondamente la natura e trascorreva intere giornate ad esplorare i boschi vicino a Concord e a
raccogliere dettagliate informazioni sulle piante e sugli animali. Dal 1845 al 1847 visse addirittura in completa
solitudine in una capanna da lui costruita presso il laghetto Walden, un’esperienza che poi descrisse nel suo libro
più famoso: Walden o la vita nei boschi, dove criticava coloro che vivevano circondati dal superfluo, distaccati
dalla natura.
Convinto antischiavista, per tutta la vita scrisse e tenne conferenze contro la schiavitù , specialmente dopo
l’approvazione nel 1850 della Fugitive Slave Law, che obbligava gli ufficiali del Nord a catturare e restituire gli
schiavi fuggiti dal Sud. Egli stesse aiutò alcuni fuggitivi e ritenne sempre assurdo che una corte di tribunale
potesse decidere in merito alla libertà o meno di un uomo.
Thoreau condannava anche l’impegno del governo statunitense in una politica imperialistica di espansione,
la cui diretta conseguenza fu la guerra col Messico.
Per dissociarsi completamente da questi indirizzi politici, si rifiutò di pagare le tasse governative, sostenendo
che il pagarle era sinonimo di assenso alla condotta governativa: ciò gli cagionò l’arresto, ma conobbe la cella per
un solo giorno, poiché le tasse furono pagate da non si sa bene chi, forse da una zia.
Thoreau credeva fermamente nei diritti dell’individuo e, fermamente convinto che ogni persona dovesse
rispettare prima i dettami della sua coscienza piuttosto che le leggi di un determinato governo, scrisse il breve
saggio qui di seguito trascritto per spiegare le ragioni del suo arresto e della sua condotta.
Il tema centrale di questo scritto è la supremazia del diritto naturale rispetto alla legge, per cui, pur di
seguire ciò che la coscienza individuale ritiene giusto, Thoreau ne ammette la disobbedienza: se la legge
americana ammette la schiavitù , essa va violata.
È chiaro che una simile concezione, che deriva da una fiducia quasi illimitata nelle capacità del singolo
individuo di saper scegliere tra giusto e sbagliato, è antitetica alla convivenza democratica, non riconoscendo
nessun valore alle idee della maggioranza, ma solo alle idee “giuste”, ossia rispettose di valori morali innati
nell’essere umano.
Thoreau deve il suo successo soprattutto alla sconfessione della violenza, poiché a leggi o imposizioni
ingiuste ritiene debba essere contrapposta una sorta di resistenza passiva, attraverso il rifiuto, anche a rischio
della reazione delle autorità , di eseguire azioni che non condividiamo e di sostenere il governo che vuole
imporle; non parla mai, invero, di protesta violenta e – grazie ai suoi celebri “seguaci”, Gandhi e Martin Luther
King, che fecero della non-violenza la linea guida della loro azione – oggi Disobbedienza civile è considerato una
specie di manuale della protesta sociale pacifica.
DISOBBEDIENZA CIVILE
E’ con vero entusiasmo che condivido il motto: “Il governo migliore è quello che meno
governa”[1]; e vorrei che un tal governo fosse attuato quanto più rapidamente e sistematicamente
possibile. Ma la sua attuazione porterebbe a quest’altro motto, di cui sono parimenti convinto: “Il
governo migliore è quello che non governa affatto”; e quando gli esseri umani saranno pronti,
quello sarà il tipo di governo che avranno.
Il governo è, nei casi migliori, solo un espediente; ma la maggior parte dei governi in genere – e
tutti i governi talvolta – non arrecano che svantaggi.
Le obiezioni sollevate contro l’istituzione di un esercito permanente – che sono molte,
importanti e meriterebbero di imporsi – possono ugualmente essere sollevate contro l’istituzione di
un governo permanente.
L'esercito permanente è solo un’arma del governo permanente. Il governo stesso, che è solo
l’espediente scelto dal popolo per realizzare la sua volontà, è al pari dell’esercito soggetto ad abusi
e degenerazioni prima ancora di essere strumento del popolo. Ne è prova l’attuale guerra contro il
Messico [2], opera di un numero relativamente ristretto d’individui che utilizzano il governo
permanente come uno strumento al proprio esclusivo servizio, incuranti del contrario parere della
gente.
Questo governo americano cos'è, se non una tradizione, pur recente, che cerca di trasmettersi
immutata alle generazioni future, ma che perde a ogni istante brandelli della sua onestà? Non ha né
la vitalità né l'energia di un singolo essere umano; infatti, basta un solo individuo per piegarlo al
proprio volere. Per il popolo esso è come un cannone di legno. Ma non per questo meno necessario:
la gente ha bisogno di un qualche complicato marchingegno, di sentire il suo fragore, per
compiacersi di trovare confermata l’idea che s’è fatta del governo. I governi mostrano, quindi, come
sia facile ingannare le persone o come le persone possano addirittura auto-ingannarsi, a vantaggio
dei governanti. Ciò è straordinario, ne dobbiamo tutti convenire. Eppure questo governo, di sua
iniziativa, non ha mai promosso alcuna impresa improntata alla stessa celerità con cui è venuto
meno al suo compito: non mantiene il paese libero; non insedia i coloni nel West; non educa. Il
carattere proprio del popolo americano ha compiuto tutto ciò che è stato compiuto; e ancora di più
sarebbe stato fatto, se il governo non si fosse messo di mezzo.
Perché il governo è un espediente senza il quale gli uomini vivrebbero pacificamente e di buon
grado eviterebbero di danneggiarsi l’un l’altro; e – com’è stato detto – quanto più esso è efficace
tanto più i governati sono lasciati liberi e indisturbati.
Gli affari e il commercio, se non fossero fatti di gomma, mai potrebbero superare gli ostacoli
che i legislatori continuamente pongono sulla loro strada; e, se si dovessero giudicare
esclusivamente dagli effetti delle loro azioni e non anche, in parte, dalle loro intenzioni, questi
uomini meriterebbero di essere giudicati e puniti come quei malfattori che intralciano i binari
ferroviari.
Ma, per parlar chiaro, a differenza di coloro che si professano contro tutti i governi [3], da
cittadino chiedo non l’immediata abolizione del governo, ma da subito un governo migliore. Che
ognuno faccia sapere quale tipo di governo otterrebbe il suo rispetto: sarebbe un passo concreto in
tale direzione.
Dopotutto, la ragion pratica per cui, quando il potere si trova nelle mani del popolo, si consente
a una maggioranza di governare anche per un lungo periodo non è perché la maggioranza abbia più
probabilità di avere ragione né perché ciò alla minoranza appaia più giusto, ma perché la
maggioranza è materialmente più forte [4]. Tuttavia, un governo in cui è la maggioranza a decidere
in ogni caso non può essere fondato sulla giustizia, persino nel senso comune del termine. Non
potrebbe esistere un governo in cui non è la maggioranza a decidere ciò che è giusto e sbagliato,
bensì la coscienza? in cui le maggioranze deliberano solo su questioni di opportunità? O il cittadino
deve sempre, sia pure per un momento o in minima parte, rinunciare alla propria coscienza a
vantaggio del Legislatore? Perché allora ogni uomo avrebbe una coscienza? Penso che dovremmo
essere prima uomini e poi sudditi. Non è desiderabile coltivare il rispetto per la legge quanto quello
per la giustizia. Il solo dovere che ho il diritto di praticare è di fare sempre ciò che ritengo giusto.
E’ vero, o non tanto distante dal vero, che – come si dice – una società non ha coscienza; ma una
società composta da persone coscienziose è una società con una coscienza. La legge non ha mai
reso la gente più giusta, nemmeno un po’; anzi, attraverso l’osservanza della legge, persino
individui di buoni principi sono quotidianamente trasformati in agenti d’ingiustizia. Ecco un
risultato, consueto e normale, dell’eccessivo rispetto per la legge: capita di vedere una fila di
militari, con il colonnello, il caporale, i soldati semplici, i ragazzi addetti alla polvere da sparo e
tutti gli altri, che marciano in perfetto ordine per monti e valli, andando in guerra, contro la propria
volontà e di certo contro il proprio buon senso e la propria coscienza, il che rende la marcia davvero
molto faticosa, faticosa che fa palpitare il cuore. Non hanno alcun dubbio sul fatto di essere
coinvolti in un maledetto affare e tutti farebbero la pace. E cosa sono, ora? Uomini veri? o
ambulanti piccole fortificazioni e depositi di munizioni al servizio di qualche personaggio potente e
senza scrupoli? Andate all’arsenale, prendete un marine e avrete il tipo d’uomo che il governo
americano riesce a generare; avrete un’idea di come la malia del governo americano può ridurre un
uomo: semplice ombra e pallido ricordo d’umanità, un uomo ancora in vita e che si regge in piedi,
ma già come sepolto sotto le armi con tanto di orazione funebre; anche se, talvolta, può accadere
che:
“Non un tamburo si udiva, non una nota funebre, mentre ci affrettavamo con il suo feretro ai
bastioni; non un soldato sparò a salve un saluto sulla tomba dove il nostro eroe fu sepolto”
[5].
È in questo modo che la massa degli uomini serve lo stato, non principalmente come esseri
umani, ma come automi, con il corpo. Essi sono l’esercito, la milizia, i carcerieri, i poliziotti, il
comitato civico per garantire l’ordine, ecc.. Nella maggior parte dei casi non vi è il benché minimo
libero esercizio della capacità di giudizio o del senso morale; al contrario, essi si pongono al livello
del legno, della terra e delle pietre. Suppongo che, se si fabbricassero uomini di legno, sarebbero
altrettanto utili. È un tipo d'uomo che non richiede maggior rispetto che se fosse fatto di paglia o di
un impacco di sterco. Ha lo stesso valore dei cani e dei cavalli. Eppure, esseri simili sono
comunemente ritenuti buoni cittadini.
Altri – come la maggior parte dei parlamentari, uomini politici, avvocati, ministri e alti burocrati
– servono lo stato soprattutto con la testa; e, dal momento che raramente fanno distinzioni morali,
hanno la stessa probabilità, senza volerlo, di servire Dio e il diavolo.
Pochissimi – gli eroi, i patrioti, i martiri, i grandi riformatori; e gli uomini – servono lo stato
anche con la propria coscienza, così che, inevitabilmente, molti di essi si trovano in contrasto col
governo, che li ha per nemici.
Un uomo saggio sarà utile solo in quanto uomo e non si sottometterà ad essere “argilla” o a
“tappare un buco perché non soffi dentro il vento” [6], ma lascerà quel compito alle sue ceneri:
“Sono di nascita troppo nobile per essere proprietà di qualcuno, per essere secondo in comando
o utile servo e strumento di qualsiasi stato sovrano al mondo” [7].
Infatti, colui che si dona interamente ai suoi simili sarà giudicato inutile ed egoista; chi
parzialmente, un benefattore e un filantropo. Come, dunque, deve comportarsi, oggi, un individuo
nei confronti del governo americano? La mia risposta è che non può esserne complice senza
ignominia. Non posso neanche per un istante riconoscere come mio un governo che sia anche
un’organizzazione politica schiavista. Tutti gli esseri umani riconoscono il diritto alla rivoluzione,
ossia di rifiutare obbedienza e di resistere al governo, nel caso in cui la sua tirannia o la sua
inefficienza siano gravi e intollerabili. Ma quasi tutti sostengono che non sia questa la situazione
attuale e che tale fosse, piuttosto, all’epoca della Rivoluzione del 1775 [8]. Eppure, se mi si venisse
a dire che quello era un cattivo governo perché tassava beni d’importazione che raggiungevano i
suoi porti, molto probabilmente non ne farei un problema, poiché di tali beni posso fare a meno.
Tutte le macchine hanno il loro attrito e, ciononostante, può darsi che si produca una quantità
sufficiente di effetti positivi da controbilanciare quelli negativi. Non è comunque il caso di
prendersene troppa cura, salvo che l’attrito arrivi a impossessarsi della macchina stessa e che
l’oppressione e il ladrocinio siano organizzati. In tal caso, sostengo: “Liberiamoci di questa
macchina immediatamente!”.
In altre parole, quando un sesto della popolazione di questa nazione, che si è impegnata a essere
il rifugio della libertà, è composto da schiavi; quando un intero paese è ingiustamente invaso,
conquistato e soggetto a legge marziale da un esercito straniero [9], allora penso non sia troppo
presto perché le persone oneste si ribellino e facciano la rivoluzione. E ciò che rende questo dovere
ancor più urgente è che il paese invaso non è il nostro, ma che nostro è l’esercito invasore.
Paley, per molti un’autorità in campo etico e morale, nel suo capitolo sul Dovere di
sottomissione al governo civile risolve l’intero concetto di obbligo civile in termini di convenienza,
giungendo ad affermare che "finché gli interessi di tutta la società lo richiedano, finché il governo
che si è insediato non può essere contrastato o cambiato senza danno pubblico, è volere di Dio che
a esso si obbedisca, ma solo fino a quel momento ... Una volta ammesso questo principio, la
giustizia di ogni caso particolare di resistenza è ridotto a calcolo: l’ammontare di pericolo e di
danno da una parte e la probabilità di successo e il costo della riparazione dall’altra" [10]. Di
questo, dice, starà a ciascuno valutare. Ma Paley sembra non aver mai contemplato i casi nei quali
non si applica la regola della convenienza: quando un gruppo, come pure un individuo, deve
operare secondo giustizia, costi quel che costi. Se ho ingiustamente strappato una tavola di legno a
un uomo in procinto di annegare, devo restituirgliela a costo che sia io ad annegare. Questo, nel
pensiero di Paley, non sarebbe conveniente. Eppure, colui che avrebbe salva la vita, in circostanze
simili la perderebbe [11]. Questo popolo ponga fine alla schiavitù e alla guerra contro il Messico,
dovesse pur costargli la propria esistenza. In pratica, le nazioni concordano con Paley; ma può
realmente sostenere qualcuno che il Massachusetts stia facendo ciò che è giusto nella crisi attuale?
“Una sgualdrina altolocata, una puttana d’argento vestita,
ha lo strascico sollevato e l’anima che si trascina nella melma” [12].
In realtà, coloro che si oppongono a una riforma antischiavista in Massachusetts non sono un
centinaio di migliaia di politicanti del Sud, ma un centinaio di migliaia di commercianti e
agricoltori, più interessati al commercio e all’agricoltura che al genere umano e per nulla disposti a
rendere giustizia agli schiavi e al Messico, costi quel che costi. Costoro io maledico, i quali, senza
neppure allontanarsi dalle proprie case, cooperano per eseguire gli ordini di avversari lontani e
altrimenti innocui. Siamo soliti dire che la massa è sprovveduta; ma il miglioramento è lento perché
i pochi non sono sostanzialmente più saggi o migliori dei molti. Non è importante che in molti siano
buoni come te, ma che da qualche parte vi sia qualcosa di buono in assoluto, perché ciò farà sì che
l’intera massa si sollevi [13].
Vi sono migliaia di persone che, in teoria contrarie alla schiavitù e alla guerra, in concreto non
muovono un dito per porvi fine. Costoro, pur ritenendosi eredi di Washington [14] e di Franklin
[15], se ne stanno seduti con le mani in tasca, lamentando di non saper cosa fare e in effetti non
facendo nulla; e mettendo in secondo piano il problema della libertà persino rispetto alla questione
del libero mercato. E così, dopo cena, se ne stanno tranquillamente a leggere il listino prezzi con le
ultime notizie dal Messico, magari appisolandosi su entrambi. Qual è il prezzo medio di una
persona onesta che ama il proprio paese, al giorno d'oggi? Certa gente mostra esitazione e
rammarico e, talvolta, firma petizioni; ma non fa nulla di serio, di realmente efficace. E’ ben
disposta ad attendere che altri rimedi al male, così da non doverne più provare rincrescimento.
Tutt’al più, concede alla giustizia un voto che non costa nulla e che è appena un debole assenso, un
mero augurio di buona fortuna, e solo se non può farne a meno. Vi sono novecentonovantanove
tutori della virtù per ogni persona virtuosa: ma è più facile trattare con il vero possessore di una
cosa che con il suo tutore temporaneo.
Ogni votazione è una sorta di gioco, come la dama o il backgammon, tuttavia con un lieve
chiaroscuro morale: un gioco con il giusto e l’ingiusto, con le questioni dell’etica, ma
accompagnato, naturalmente, dall'azzardo. La reputazione dei votanti non rischia nulla. Posso dare
il mio voto in base a ciò che ritengo giusto, ma mio interesse non è fino in fondo che il giusto
prevalga, poiché sono disposto a lasciare che la maggioranza decida. Il dovere del voto, pertanto,
non va mai oltre l’opportunità. Perfino votare per il giusto si risolve così nel non far nulla per esso.
Ci si limita a esprimere debolmente il desiderio che il giusto prevalga, benché una persona saggia
non lasci il giusto in balìa del caso né vorrebbe che prevalesse attraverso il potere della
maggioranza. C'è ben poca virtù nell'azione delle masse. Quando, alla fine, la maggioranza voterà
per l'abolizione della schiavitù, sarà perché la questione le è divenuta indifferente o perché ne sarà
rimasta ben poca schiavitù da abolire con il voto.
Allora loro, la maggioranza, resteranno i soli schiavi, perché solo colui che con il voto afferma
la propria libertà potrà accelerare l’abolizione della schiavitù (della propria schiavitù dal potere: n.
d. r.).
Mi giunge voce che, per scegliere il candidato alla Presidenza, si terrà un congresso a Baltimora
[16], o altrove, composto principalmente da editori di giornali e da politici di professione; ma mi
chiedo cosa importi a un uomo dotato d’indipendenza di giudizio, intelligenza e onestà delle
decisioni che quella riunione possa partorire! Non godremo comunque della sua saggezza e della
sua integrità? Non possiamo fare affidamento su voti indipendenti? Non ci sono forse molti in
questo Paese che non partecipano a congressi? Niente affatto! Trovo che la cosiddetta persona
onesta si sia lasciata subito sviare dalle proprie posizioni e disperi del proprio Paese nel momento
stesso in cui il Paese ha maggiori ragioni di disperare di lui. Si fa prontamente garante di uno dei
candidati selezionati come fosse stato l’unico disponibile, dando così prova di essere lui stesso
disponibile per qualsiasi proposito demagogico. Il suo voto non vale più di quello di uno straniero
senza scrupoli o di un mercenario locale pronto a essere comprato. Oh, cosa non darei per un uomo
che sia un uomo e, come dice il mio vicino, che abbia una spina dorsale che non si possa perforare
con la semplice pressione della mano!
I nostri dati statistici sono errati: si conta più popolazione di quanta ce ne sia. Quanti uomini ci
sono in questo Paese ogni mille miglia quadrate? A malapena uno, nonostante l'America offra forse
ogni tipo d’incentivo per convincere la gente a stabilirsi qui. L'Americano è, infatti, degenerato in
uno Strano Tipo (Odd Fellow) [17], riconoscibile dallo sviluppo del suo spirito servile e da
un’evidente carenza d’intelletto e di serena fiducia in se stesso; la cui prima e principale
preoccupazione, una volta venuto al mondo, è accertarsi che gli ospizi siano in buono stato; che,
prima ancora di raggiungere per legge la maggiore età, si occupa di raccogliere fondi per il
sostentamento delle vedove e degli orfani: insomma, una persona che si arrischia a vivere solo
attraverso l'assistenza della Società di Mutuo Soccorso, che gli ha promesso di seppellirlo in
maniera decorosa.
In realtà, non è compito di un individuo consacrarsi all’estirpazione di ogni male, fosse anche il
più smisurato, escludendo dalla propria vita ogni altra faccenda che possano occuparlo; ma è suo
dovere almeno tenersi lontano dall’ingiustizia, non limitandosi a non pensarci, bensì ritirando il suo
appoggio a che sia perpetrata. Se mi dedico ad altri scopi e progetti, devo prima a dir poco
accertarmi che non li perseguo stando seduto sul groppone del mio prossimo. Devo prima di tutto
scendere da lì, così che anche lui possa perseguire i suoi propositi.
State a sentire cos’ho udito e riflettete su come si possa tollerare un’incoerenza così grossolana.
Ho udito alcuni dei miei concittadini affermare: "Vorrei proprio vedere se mi ordinassero di
sopprimere una rivolta di schiavi o di marciare contro il Messico … figuratevi se ci andrei";
eppure, ognuna di queste persone ha fornito un uomo che la sostituisse, direttamente, attraverso la
propria obbedienza allo Stato, oppure indirettamente, pagando le tasse.
Il soldato che si rifiuta di servire in una guerra ingiusta è applaudito da coloro che non si
rifiutano di appoggiare il governo ingiusto che la promuove, lodato da coloro la cui azione e
autorità disprezza e ignora: come se lo Stato si pentisse a tal punto da incaricare qualcuno che Lo
fustighi per i suoi peccati, ma non fino al punto di smettere per un solo istante di commetterli. Così,
nel nome dell'Ordine e del Governo Civile, siamo tutti costretti, infine, a rendere omaggio alla
nostra meschinità, a sostenerla. Dopo il primo rossore per il peccato, segue l'indifferenza per quanto
si è commesso; e dall'essere immorale il nostro comportamento diventa, per così dire, amorale e in
qualche modo coerente rispetto alla vita che ci siamo costruiti.
L'errore più comune e più grande richiede che la virtù più disinteressata lo nutra. E così gli
animi nobili sono più portati a incorrere nel biasimo sottile che si associa comunemente alla virtù
del patriottismo. Coloro che, pur disapprovandone il carattere e le azioni, concedono obbedienza e
appoggio al governo sono senza dubbio i sostenitori più coscienziosi – e perciò, di frequente, gli
ostacoli più seri – alle riforme. Alcuni chiedono allo Stato di sciogliere l'Unione [18] e di ignorare
gli ordini del Presidente. Ma perché non dissolvono l'unione tra loro stessi e lo Stato, rifiutando di
versare la propria quota all’erario? Non hanno essi verso lo Stato la stessa relazione che lo Stato ha
nei riguardi dell'Unione? E le stesse ragioni che hanno impedito loro di resistere allo Stato non sono
le stesse che hanno impedito allo Stato di opporsi all'Unione?
Come può una persona avere una convinzione e limitarsi a essere semplicemente soddisfatta di
averla? Ci può essere compiacimento, nella consapevolezza di essere sfruttati? Se il tuo vicino ti
truffasse anche di un solo dollaro, non ti basterebbe essertene avveduto né dire a tutti di essere stato
ingannato né presenteresti una petizione per la restituzione del maltolto; ma subito adotteresti seri
provvedimenti per avere indietro l'intero ammontare, cercando di non essere truffato mai più.
L'azione che scaturisce da un principio, la percezione e la coscienza di ciò che è giusto, cambia la
visione delle cose e dei rapporti; è essenzialmente rivoluzionaria e non si concilia con nulla di ciò
che esisteva prima. Non solo divide Stati e Chiese al loro interno, ma anche le famiglie; divide
addirittura l'individuo, separando in lui il diabolico dal divino.
Leggi ingiuste esistono: dovremmo essere contenti di obbedirvi? O dovremmo cercare di
migliorarle, magari obbedendo finché non saremo riusciti nel nostro intento? O dovremmo
trasgredire subito e senza indugio? In genere, le persone, sotto un governo come questo, ritengono
di dovere attendere fin quando non abbiano persuaso la maggioranza a perfezionare leggi siffatte;
ritengono che, se opponessero resistenza, il rimedio sarebbe peggiore del male. Eppure è
responsabilità proprio del governo che il rimedio sia peggiore del male. Esso lo rende tale. Perché
non è più capace di prevenire il male e di provvedere alle riforme? Perché non ha a cuore la sua
saggia minoranza? Perché urla e reagisce prima ancora di essere colpito? Perché non incoraggia i
cittadini a stare desti, pronti a correggere i suoi errori? Perché continua a crocifiggere Cristo, a
scomunicare Copernico [19] e Lutero [20] e a dichiarare Washington e Franklin ribelli?
Si direbbe che un concreto e deliberato diniego della sua autorità sia il solo reato che il governo
non ha mai contemplato: altrimenti, perché non ha previsto una pena determinata, commisurata e
appropriata a tale reato? Se una persona che nulla possiede si rifiuta, anche una sola volta, di
versare nove scellini nelle casse dello Stato [21], è messa in prigione per un tempo che nessuna
legge che io conosca fissa, ma che è a discrezione di coloro che ne hanno voluto la cattura; ma, se
dovesse rubare allo Stato novanta volte nove scellini, gli sarebbe presto consentito di tornare libero.
Se l'ingiustizia fa parte del meccanismo necessario della macchina governativa, non ci fate caso,
lasciate correre: tutto andrà a posto, perché, certamente, il meccanismo si logorerà col tempo! Se
l'ingiustizia ha una molla, una carrucola, una corda o una manovella che serve esclusivamente al
suo funzionamento, allora forse si può valutare che il rimedio non sia peggiore del male; ma se la
sua natura è tale da importi di essere agente d’ingiustizia verso il prossimo, allora dico: “infrangi la
legge”. Che la tua vita funga da strumento per fermare la macchina. Devi solo fare attenzione, in
ogni caso, a non prestarti a commettere il male che condanni. Quanto ai mezzi che lo Stato fornisce
per rimediare al male, io non ne riconosco valido alcuno. Richiedono troppo tempo e la vita scorre
veloce. Ho altre faccende cui badare. Non sono venuto al mondo per renderlo un buon posto per
vivere, ma per viverci, buono o cattivo che sia. Un essere umano non deve fare tutto, ma qualcosa
sì; e, poiché non può fare tutto, non per questo occorre che faccia qualcosa di sbagliato. Non è
compito mio inviare petizioni al Governatore o ai Deputati, allo stesso modo in cui non è loro
dovere inviare petizioni a me. D’altronde, poniamo il caso che essi non prestassero ascolto alla mia
petizione, cosa dovrei fare? Eppure, in questo caso lo Stato non ha previsto alcun rimedio
procedurale: il male sta proprio nella Costituzione: affermazione che potrà pure sembrare
importuna, estrema e niente affatto conciliante; al contrario, i pochi meritevoli capaci di apprezzarla
si sentiranno trattati con la massima cortesia e considerazione. D’altronde, così è per ogni
cambiamento in meglio: agita il corpo, come la nascita e la morte.
Coloro che si definiscono “abolizionisti” – sostengo senza remore – dovrebbero
immediatamente ritirare il loro concreto appoggio, sia personale sia finanziario, al governo del
Massachusetts, non sperare nel momento in cui raggiungeranno la maggioranza e sarà loro concesso
il diritto di prevalere, magari per un solo voto. Penso sia sufficiente che abbiano Dio dalla loro
parte, senza aspettare nient’altro per agire. Anche perché qualsiasi individuo che sia più giusto dei
suoi concittadini costituisce già di per sé, lui solo, una maggioranza (si intende qualitativa, non
numerica: n. d. r.).
Tratto con il Governo federale americano o un suo rappresentante, il Governo di questo Stato,
direttamente, faccia a faccia, una volta all'anno, non di più, nella persona dell'esattore delle tasse: è
questa la sola occasione in cui una persona nella mia posizione non può esimersi dall’avere a che
fare con il Governo. E in tale occasione il Governo afferma chiaramente: "Riconoscimi". E il modo
più semplice e più efficace – in atto assolutamente necessario – di trattare con una sua testa,
esprimendo apertamente di avere scarsa soddisfazione e poco amore nei suoi riguardi, è, in quel
preciso istante, di rifiutarsi di riconoscerlo.
Il mio cortese vicino, l'esattore delle tasse [22], è il tipo in carne e ossa con cui devo trattare –
dopo tutto, è con uomini e non con pezzi di carta che discuto –, un tipo che ha scelto liberamente di
essere un agente del governo. Costui non potrà mai sapere con certezza chi è e come agisce, se da
ufficiale governativo o da essere umano, finché non sarà costretto a considerare la maniera in cui
trattare me, il suo dirimpettaio, per il quale ha rispetto, se come maniaco e perturbatore della pace o
dirimpettaio e persona perbene; finché non sarà costretto a capire se può superare questo intralcio
alla sua cortesia di buon vicino senza pensare, parlare e agire con irruente insolenza.
So molto bene che, se mille, cento, dieci persone di cui potrei fare il nome, se solo dieci persone
oneste – che dico? – se anche una sola persona ONESTA, in questo Stato del Massachusetts,
cessasse di tenere schiavi e si ritirasse davvero dall’associazione schiavista e per questo fosse
rinchiusa in una prigione della Contea, ciò equivarrebbe all'abolizione della schiavitù in America.
Perché non conta quanto piccolo possa apparire l'inizio: quello che si è fatto bene una volta è per
sempre. Ma noi stiamo lì solo a parlarne: quella, diciamo, è la nostra missione.
Il movimento per l'abolizione della schiavitù ha al suo servizio un gran numero di giornali, ma
non un solo uomo! Il mio stimato vicino, l'ambasciatore dello Stato [23], che si batte per il
riconoscimento dei diritti umani nella Camera del Consiglio, è stato minacciato di essere rinchiuso
nelle prigioni della Carolina. Ma, se fosse invece rinchiuso nelle prigioni del Massachusetts – cioè
di uno Stato che tanto vorrebbe affibbiare allo Stato fratello della Carolina il peccato della schiavitù
(sebbene attualmente pare avere occasionato la disputa un mero atto di scortesia) –, allora
l’Assemblea Legislativa non rinvierebbe la questione all’inverno successivo.
Sotto un governo che imprigiona un uomo – non importa chi – ingiustamente, la prigione è
anche il luogo che più si addice all’uomo giusto. Oggigiorno, nello Stato del Massachusetts, il posto
che più si addice agli spiriti realmente liberi e coraggiosi, l’unico che lo Stato del Massachusetts
abbia loro garantito, sono le sue prigioni: spiriti espulsi, esclusi dallo Stato per mano dello Stato,
così come loro stessi si sono autoesclusi per seguire i propri principi. È là che troviamo lo schiavo
fuggitivo, il Messicano in libertà condizionata e l'Indiano venuto a perorare contro i torti subiti dalla
propria razza; quello spazio separato, ma più libero e onorevole, in cui finiscono relegati coloro che
non sono con lo Stato, ma contro lo Stato, rappresenta la sola casa all'interno di una società
schiavista in cui un uomo libero può dimorare con onore.
Se alcuni pensano che in una prigione la loro influenza andrebbe perduta e la loro voce non
turberebbe più le orecchie dello Stato e che tra le mura di una prigione non sarebbero più neppure
dei nemici, ignorerebbero quanto la verità è più forte dell'errore o quanto più eloquentemente ed
efficacemente può combattere l'ingiustizia chi l’ha provata, anche in minima parte, sulla propria
pelle.
Date il vostro voto con pienezza, ossia non come fosse un semplice pezzo di carta, ma con tutta
la vostra volontà di cambiare le cose. Una minoranza è impotente, fino a quando si conforma alla
maggioranza: in quel momento, non è nemmeno una minoranza; invece, è irresistibile, se vi si
oppone con tutto il suo peso.
Se l'alternativa fosse trattenere in prigione tutti gli uomini giusti o cessare la guerra e porre fine
alla schiavitù, lo Stato non avrebbe dubbi sulla scelta; se mille individui non pagassero le tasse
quest'anno, adotterebbero una misura non violenta e incruenta; misura violenta e cruenta è pagarle,
poiché consente allo Stato di commettere violenza e di versare sangue innocente. Ammesso che sia
possibile una rivoluzione pacifica, questa ne è la definizione.
Se l'esattore delle tasse, o qualsiasi altro pubblico ufficiale, mi chiedesse – com’è avvenuto –:
“Ma cosa posso farci?”, la mia risposta sarebbe: "Se davvero vuoi fare qualcosa, abbandona il tuo
incarico." Quando il sottoposto ha rifiutato obbedienza e il pubblico ufficiale ha rassegnato le
proprie dimissioni, allora la rivoluzione è compiuta. E, anche supponendo che ciò non possa
avvenire incruentamente, non v’è come sangue versato quando la coscienza è ferita? Una ferita
attraverso la quale la vera essenza e la vera immortalità di un essere umano scorrono via. E’ così
che un uomo sanguina di una morte senza fine. Vedo questo sangue scorrere adesso!
Ho contemplato l’ipotesi della carcerazione del trasgressore, piuttosto che del sequestro dei suoi
beni – ancorché entrambi servano la stessa causa –, perché i paladini della giustizia nella sua forma
più pura, essendo più temibili per uno Stato corrotto, di norma non dedicano né potrebbero dedicare
tanto tempo per accumulare proprietà. I servizi resi a costoro dallo Stato sono sproporzionatamente
esigui, ma anche la più piccola tassa, di contro, apparirà esorbitante, soprattutto se sono costretti a
pagarla con la fatica e il sudore della propria fronte. Ci fosse qualcuno che vivesse facendo a meno
del denaro, lo Stato stesso esiterebbe a pretenderne da lui. Intanto, il ricco – senza voler fare
invidiosi confronti – si mette sempre dalla parte delle istituzioni, perché sono le istituzioni che lo
rendono tale.
In linea di massima, tanti più soldi, tanta meno virtù; perché il denaro si frappone tra un uomo e
gli oggetti, procurandoli per lui; e il denaro non v’è certo bisogno di grande virtù per procurarselo.
Il denaro mette a tacere molte domande alle quali si sarebbe altrimenti obbligati a rispondere,
poiché la sola domanda che il denaro pone è quella, ardua ma superflua, di come spenderlo. E’ così
che viene a mancare il terreno morale da sotto i piedi. Le opportunità di vivere diminuiscono in
proporzione all'aumento di ciò che chiamiamo i "mezzi". La cosa migliore che una persona può fare
per se stessa, se è diventata ricca, è cercare di realizzare quei progetti che ha coltivato quando era
povero.
Cristo rispose ai seguaci di Erode Antipa [24], tenendo conto della loro condizione: "Mostratemi
il denaro per il pagamento dei tributi". Uno di loro prese una moneta dalla tasca. Allora Cristo
disse: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio"; cioè, se usate denaro che ha
l'effige di Cesare e al quale egli ha attribuito corso e validità, se, in altri termini, siete uomini di
Stato e godete volentieri dei vantaggi del Governo di Cesare, allora ripagategli una quota del suo,
quando ve lo chiede. Ma in tal modo non li rese più saggi, poiché non vollero capire [25].
Quando parlo con i miei vicini, anche quelli dalla mente più libera, ho l'impressione – a
prescindere da quanto possano dire dell'importanza e della serietà della questione in gioco e della
loro preoccupazione per il mantenimento della tranquillità pubblica –, che non siano capaci, in
buona sostanza, di fare a meno della protezione dell’attuale Governo e che temano ripercussioni
sulle loro proprietà e sulle loro famiglie in caso di disobbedienza. Io, al contrario, mi auguro di non
dover mai fare affidamento sulla protezione dello Stato. E tuttavia, se, nel momento in cui lo Stato
mi intima il pagamento della cartella esattoriale, ne rinnegassi l’autorità, sono certo che in breve
tempo esproprierebbe e porterebbe alla rovina tutte le mie proprietà e tormenterebbe me e i miei
figli senza fine. La qual cosa è dura da sopportare. Ed è ciò che rende impossibile condurre una vita
al contempo onesta e agiata.
Non vale la pena accumulare proprietà, ché di sicuro svaniranno. Meglio prendere in affitto o
occupare un pezzo di terra dov’è che sia, seminarlo, assicurarsi un raccolto giusto quanto basta e
consumarlo al più presto; e vivere la propria vita interiore, contando su se stessi e rimboccandosi
sempre le maniche, pronti a ricominciare, senza occuparsi di troppe faccende.
Una persona può arricchirsi persino in Turchia: è sufficiente che sia, in tutto e per tutto, un
fedele suddito del Governo Turco; ma Confucio ha detto: "Se uno Stato è governato dai principi
della ragione, povertà e miseria sono oggetto di vergogna; se uno Stato non è governato dai
principi della ragione, ricchezze e onori sono oggetto di vergogna" [26]. E allora no! Finché
correrò il rischio di essere deportato in qualche lontano porto del Sud, senz’alcuna protezione
governativa, perdendo la mia stessa libertà, e finché mi limiterò a pretendere con mezzi pacifici di
costruire una casa mia, potrò permettermi di rifiutare di obbedire allo Stato del Massachusetts e di
negare i suoi asseriti diritti sulle mie proprietà e sulla mia vita. Mi costa meno, in tutti i sensi,
incorrere nell'ammenda comminata in caso di disobbedienza allo Stato di quanto non mi costi
obbedire. Poiché, se obbedissi, mi sentirei da meno.
Alcuni anni fa, dovetti confrontarmi con lo Stato, che, per conto della Chiesa, mi ordinò di
pagare una certa somma per il sostentamento di un predicatore della parrocchia che mio padre
frequentava, ma di cui non sono mai stato membro. "Paga" – mi intimò – "o sarai rinchiuso in
prigione". Io mi rifiutai di pagare. Ma, sfortunatamente, un uomo si prese la briga di farlo. Non
capivo perché dovrebbe essere tassato il maestro di scuola per mantenere il prete e non il prete per
mantenere il maestro di scuola: non ero, infatti, maestro statale, ma mi mantenevo attraverso il
contributo volontario. Non capivo perché un liceo non dovesse presentare una propria richiesta di
tasse, sostenuta dallo Stato, come avveniva per la Chiesa. Ad ogni modo, su invito dei consiglieri
comunali, ho accondisceso a mettere per iscritto la seguente dichiarazione: "Sia reso noto a tutti,
attraverso i qui presenti, che io, Henry Thoreau, non desidero essere considerato membro di alcun
ente legittimato cui non abbia espressamente aderito". Ho consegnato siffatta dichiarazione al
segretario comunale, che la custodisce ancora. Lo Stato, avendo appreso che non voglio essere
considerato membro di quella chiesa, non mi ha più comunicato simili intimazioni di pagamento;
ciononostante, sostenne che l’originaria intimazione conservava la propria efficacia.
Se avessi conosciuto i nomi di tutti gli enti legittimati, mi sarei cancellato da ognuno di essi, pur
non avendo mai aderito a nessuno; ma non sapevo dove trovarne un elenco completo.
Sono stato detenuto in carcere per una notte, perché non ho pagato la tassa elettorale per sei anni
[27]. In cella, mentre osservavo le massicce mura di pietra, spesse due o tre piedi, la porta di legno e
ferro, spessa un piede, e l'inferriata che faceva passare la luce, non potei fare a meno di essere
colpito dalla stupidità di quella istituzione che mi trattava come se fossi semplice carne, sangue e
ossa da mettere sotto chiave.
Mi stupivo che tale istituzione fosse infine arrivata alla conclusione che questo fosse il miglior
uso che potesse fare di me e che non avesse mai pensato di avvalersi in qualche modo dei miei
servigi. Mi resi conto che, se c'era un muro di pietra tra me e i miei concittadini, ce n'era un'altro
ancora più difficile da superare o attraversare, prima che essi potessero essere liberi come lo ero io.
Neanche per un istante mi sentii confinato e le mura sembravano un grande spreco di pietre e
malta. Mi sentivo come se io solo, tra tutti i miei concittadini, avessi versato la tassa.
Evidentemente, non si sapeva come comportarsi con me; e ci si comportava con rozza
inconsapevolezza. Infatti, minaccioso o gentile che fosse il modo in cui mi si trattava, era comunque
inopportuno, poiché si riteneva che il mio più grande desiderio fosse di essere dall'altra parte di quel
muro di pietra. Non potevo evitare di sorridere nel vedere con quanta cura quei tipi chiudessero la
porta a chiave, senza potere imprigionare i miei pensieri, che li seguivano lì fuori ogni volta senza
impedimenti e che costituivano davvero l’unico vero pericolo.
Non potendo raggiungere me, avevano deciso di punire il mio corpo; come quei ragazzi che, se
non possono vendicarsi direttamente su colui verso il quale portano rancore, se la prendono con il
suo cane.
Mi resi conto che lo Stato era un idiota, pauroso come una donna sola che trasporta argenteria, e
che non sapeva riconoscere gli amici dai nemici; e allora persi qualsiasi residuo di rispetto e lo
compatii.
Di fatto, lo Stato non ha alcuna intenzione di confrontarsi con i sentimenti, intellettuali o morali,
dell'individuo, ma solo con il suo corpo, con i suoi sensi. Non è dotato di saggezza o onestà
superiori, ma di superiore forza fisica.
Non sono nato per subire coercizioni: voglio assaporare la vita a modo mio. Vediamo chi è il più
forte: quanto grande è il potere di coercizione della moltitudine nei miei confronti? Solo coloro che
obbediscono a una legge superiore alla mia sono in grado di esercitare un tale potere contro di me!
Mi vorrebbero costringere a diventare come loro, ma non ho mai saputo di uomini veri costretti
dalla moltitudine a vivere in questo o in quel modo. Che vita sarebbe?
Un governo mi dice: "O la borsa o la vita!". Ma, quando ciò accade, perché dovrei affrettarmi a
dare la borsa? Mettiamo pure che un governo si trovi in gravi ambasce, senza sapere come venirne
fuori. Che posso farci? Si aiuti da solo, come faccio io. Non serve a niente piagnucolarsi addosso.
Non sono responsabile dell’efficienza dell'operato della macchina sociale. Non sono il figlio
dell'ingegnere!
Mi rendo conto che, quando una ghianda e una castagna cadono l'una accanto all'altra, l’una non
rimane inerte per fare posto all'altra, ma entrambe obbediscono alle loro leggi e si schiudono,
crescono e fioriscono al meglio, fino a quando una delle due, secondo il caso, mette in ombra e
annulla l'altra. Se una pianta non può vivere secondo natura, muore; e così è per l'essere umano.
La notte che trascorsi in prigione [28] fu un’esperienza nuova e piuttosto interessante. Quando
arrivai, i prigionieri stavano amabilmente conversando in maniche di camicia e si godevano sulla
soglia la brezza della sera. Ma il guardiano disse: "Forza, ragazzi, è ora di chiudere"; e allora essi si
dispersero e sentii il rumore dei loro passi, mentre rientravano negli alloggi vuoti. Il guardiano mi
presentò il compagno di cella come "un’ottima, amabile persona". Quando la porta fu chiusa a
chiave, costui mi mostrò dove appendere il cappello e come cavarsela in prigione. Le stanze erano
imbiancate una volta al mese e questa, a dir poco, era la più bianca, la più semplicemente arredata e
forse la più linda della città. Naturalmente, egli volle sapere da dove venissi e cosa mi avesse
condotto lì; e, dopo averglielo detto, chiesi a mia volta com’era accaduto che si trovasse in prigione,
supponendo fosse di certo una brava persona; e, visto come va il mondo, credo proprio che lo fosse.
"Perché”, disse, “mi accusano di aver dato fuoco a un fienile, ma non è vero”. Da quanto potei
scoprire, probabilmente era andato a dormire ubriaco in un fienile, vi aveva fumato la pipa e il
fienile era andato a fuoco. Aveva la reputazione di essere una persona amabile, eppure era in
prigione da circa tre mesi in attesa del processo e avrebbe dovuto attenderne altrettanti; ma si era
abbastanza lasciato addomesticare e pareva soddisfatto, avendo vitto e alloggio gratis ed essendo, a
suo giudizio, trattato abbastanza bene. Si mise a una finestra e io all'altra; e mi resi conto che, se
uno rimaneva a lungo in prigione, la sua occupazione principale sarebbe stata quella di guardare
fuori della finestra. Ben presto lessi tutti gli opuscoli disponibili; mi accertai da dov’erano evasi in
passato alcuni prigionieri, ad esempio dov’era stata segata una grata; e ascoltai la storia delle
persone che si erano succedute in quella stanza, poiché – come scoprii – anche lì circolavano storie
e pettegolezzi, benché non travalicassero mai le mura della prigione. Con tutta probabilità questo è
il solo edificio in città in cui si compongano versi, che sono poi stampati sotto forma di circolare
interna, ma non pubblicati fuori. Mi fu mostrata una lista abbastanza lunga di versi composti da
giovani scoperti mentre tentavano la fuga, i quali si erano messi a cantarli a mo’ di vendetta.
Spremetti quante più informazioni potei dal mio compagno di cella, poiché temevo che non lo avrei
più rivisto; ma alla fine il mio compagno mi indicò il mio letto e mi lasciò il compito di spegnere la
candela.
Rimanere lì per una notte fu come viaggiare in una terra lontana, che non avrei mai pensato di
visitare. Mi sembrava di non aver mai prima di allora udito l'orologio del municipio battere le ore
né i rumori del villaggio la sera, poiché dormimmo con le finestre aperte, che erano al di qua
dell'inferriata. Era come vedere il mio paese natio alla luce del Medio Evo: il fiume Concord
trasformato in un affluente del Reno e visioni di cavalieri e castelli passavano davanti ai miei occhi.
Erano le voci di antichi abitanti del borgo che sentivo nelle strade. Ero spettatore e ascoltatore
involontario di tutto quello che si faceva e diceva nelle cucine della vicina locanda e questa era
un’esperienza eccezionale, del tutto nuova per me. Era una visione più intima del mio villaggio
natale. Vi ero proprio all'interno. Non avevo mai visto le sue istituzioni prima di allora. La prigione
è una delle sue istituzioni peculiari, poiché la nostra città è capoluogo di contea [29]. Iniziai a capire
di cosa si occupassero i suoi abitanti.
L’indomani mattina. attraverso il buco della porta, ci passarono la colazione in piccoli
contenitori di latta di forma rettangolare fatti su misura e contenenti una pinta di cioccolata, con
pane nero e un cucchiaio di ferro. Quando ci chiesero di riconsegnare i recipienti, fui così ingenuo
da restituire il pane che mi era avanzato, ma il mio compagno fu svelto a prenderlo e disse che
dovevo metterlo da parte per il pranzo o la cena. Poco dopo fu portato, come ogni giorno, fuori
dalla prigione per falciare il fieno in un campo vicino e non sarebbe stato di ritorno fino a
mezzogiorno; per cui mi augurò una buona giornata, dicendo che dubitava di rivedermi.
Quando uscii di prigione – poiché qualcuno pagò la tassa a mia insaputa [30] –, non avevo la
sensazione di chi, entratovi ragazzo, ne esce barcollante e coi capelli grigi, che si fossero verificati
grandi cambiamenti nella vita di tutti i giorni; eppure, era avvenuto ai miei occhi un cambiamento
di scena – il paese, la città, lo Stato – più grande di quello che un semplice trascorrere del tempo
potesse provocare. Vidi ancor più chiaramente lo Stato, teatro della mia vita. Mi resi conto fino a
qual punto potevo fidarmi, come di buoni vicini e amici, delle persone intorno a me; scoprii che la
loro amicizia durava sin tanto che faceva bel tempo; che esse non badavano più di tanto a
comportarsi onestamente; che appartenevano a una razza differente dalla mia a causa di pregiudizi e
superstizioni, al pari dei Cinesi e dei Malesi, i cui sacrifici per l’umanità non mettono a repentaglio i
loro interessi e tanto meno le loro proprietà; che, dopotutto, non erano così nobili, poiché trattavano
il ladro come il ladro aveva trattato loro e speravano di salvarsi l'anima osservando regole esteriori
quel tanto che basta, recitando qualche preghiera e di tanto in tanto percorrendo il sentiero loro
assegnato, rettilineo, ma senza sbocco.
Ma comprendo che questo potrebbe essere un giudizio sin troppo severo verso i miei vicini,
considerato che molti di loro credo non siano nemmeno al corrente dell'esistenza nel loro villaggio
di una istituzione come la prigione [30].
Una volta, nel nostro villaggio, quando un povero debitore usciva di prigione, i suoi conoscenti
usavano venirlo a salutare con un “Come va?”, guardando attraverso le dita incrociate, a
rappresentare le grate, ma i miei vicini non mi salutarono in tal modo, piuttosto prima mi lanciarono
un’occhiata, poi si guardarono l’un l’altro, come fossi tornato da un lungo viaggio.
Ero stato arrestato mentre mi recavo dal calzolaio per ritirare una scarpa che era stata messa a
posto. Quando, il mattino dopo, fui liberato, portai a termine la mia commissione e calzai la scarpa
riparata. Mi unii, dunque, a un gruppo che andava per mirtilli, impaziente di porsi sotto la mia
guida, e nel giro di una mezz'ora – perché ci volle poco a bardare il cavallo – mi trovavo nel bel
mezzo di un campo di mirtilli, su una delle colline più alte dei dintorni, a due miglia dal nostro
villaggio, e in quel momento lo Stato non era visibile da nessuna parte.
Questa è la storia completa delle "Mie Prigioni" [31].
Non mi sono mai rifiutato di pagare la tassa per la manutenzione delle strade, perché desidero
essere un buon vicino tanto quanto un cattivo suddito; e per quanto riguarda il sostegno alle scuole,
sto facendo la mia parte nell'educare fin da adesso i miei concittadini. Per il resto, non è una
qualche particolare voce della cartella esattoriale che mi rifiuto di pagare. Semplicemente, mi rifiuto
di obbedire allo Stato, preferendo starmene in disparte, alla larga davvero da esso.
Non m'importa sapere com’è impiegato il mio dollaro, ammesso che possa saperlo, almeno fin
quando non serva a comprare un moschetto per uccidere un altro uomo. Prima di tale momento, il
dollaro è innocente. Piuttosto, m’interessa comprendere gli effetti della mia obbedienza. Infatti,
pacificamente e a modo mio, dichiaro guerra allo Stato, anche se ne faccio uso e ne traggo i
vantaggi che posso, com’è normale nei casi di guerra.
Se, solidali verso lo Stato, altri pagano la tassa che mi si chiede di versare, pur avendo già
pagato la propria, si rendono semplicemente complici d’ingiustizia in misura superiore a quella
richiesta; se pagano la tassa per malintesa premura nei confronti dell'individuo tassato, con
l’obiettivo di salvare la sua proprietà o di evitare che vada in prigione, è perché non hanno
considerato con saggezza che, così facendo, i loro sentimenti personali interferiscono con il bene
comune.
La mia attuale situazione di contribuente di cui altri ha pagato la tassa rientra nell’ultima sopra
detta ipotesi.
Ma in una tale situazione non si può essere troppo rigidi, agendo con ostinata ed eccessiva
partigianeria: errore questo non meno grave che conformare pedissequamente le proprie azioni alle
opinioni altrui. Non è facile, infatti, momento per momento, comportarsi nel modo che più si addice
al contesto.
Talvolta penso: "Guarda un po’! Queste persone avrebbero buone intenzioni, ma l’ignoranza le
guasta. Si comporterebbero meglio, altrimenti. Allora con quale diritto pretendi che il tuo prossimo
si preoccupi di trattarti come spontaneamente non sarebbe comunque in grado?". E se, da una
parte, penso pure: "Questa non è una buona ragione perché io agisca nello stesso modo né posso
rassegnarmi all’idea che, a causa di simili comportamenti, chicchessia patisca le stesse
conseguenze dolorose da me patite o anche diverse e in ipotesi maggiori"; d’altra parte, talvolta mi
dico: "Quando molti milioni di uomini, senza collera, ostilità o sentimenti personali di alcun
genere, ti chiedono solo pochi scellini, milioni di persone che non possono – né sarebbe comunque
loro consuetudine – ritirare o modificare tale richiesta, né tu puoi appellarti ad altri milioni di
uomini, perché esporsi alla forza bruta, schiacciante dello Stato? Non resisti con pari ostinazione
né al freddo né alla fame né ai venti né alle onde; quietamente, ti sottometti a migliaia di simili
necessità. Non metti la testa nel fuoco"!
Eppure, nella misura in cui non considero tale forza del tutto bruta, bensì in parte umana, e
riconosco di rapportarmi a quei milioni di uomini in quanto milioni di uomini e non milioni di mere
entità brute e inanimate, vedo che c'è possibilità d'appello, in primo luogo e immediatamente al loro
Fattore, in secondo luogo a loro medesimi. Mettessi, invece, deliberatamente la testa nel fuoco, non
ci sarebbe alcuna possibilità d'appello né al fuoco né al suo Fattore e potrei solo biasimare me
stesso.
Se potessi convincermi di avere piena ragione di esser soddisfatto degli esseri umani così come
sono, trattandoli di conseguenza e non, almeno in parte, secondo le mie esigenze e aspettative su
come dovremmo tutti essere, allora, alla stregua di un fatalista e buon musulmano, dovrei sforzarmi
di sentirmi appagato della realtà come si presenta e convincermi che questa è la volontà di Dio. E,
soprattutto, c’è differenza tra resistere a questa volontà e resistere a una forza meramente bruta o
naturale: alla prima posso oppormi con qualche successo, mentre non posso aspettarmi di riuscire,
al pari di Orfeo, a mutare la natura delle rocce, degli alberi e delle bestie.
Pertanto, non desidero litigare con nessuno, uomo o nazione che sia. Non desidero spaccare il
capello in quattro, facendo sottili distinguo, per proclamarmi migliore del mio prossimo. Piuttosto,
sono in cerca – diciamo così – di un pretesto per conformarmi alle leggi di questa terra. Sin troppo,
per cui ho davvero motivo di sospettare di me stesso. E ogni anno, quando passa l'esattore, rivaluto
di buon grado gli atti e le posizioni del Governo federale e dei singoli governi statali, nonchè dello
spirito del popolo, per trovare una qualche ragione che mi spinga a conformarmi:
“Dobbiamo amare la nostra patria come i nostri genitori
E, se in qualche momento allontaniamo il nostro amore o il nostro ingegno dal renderle onore,
Dobbiamo valutarne gli effetti e impartire all’anima lezioni di coscienza e di religione
E non di desiderio di potere o di profitto” [33].
Ma lo Stato saprà ben presto – credo – liberarmi dalla ricerca di una qualsivoglia ragione di
conformarmi e, se mi libererà, non avrò avuto modo di essere patriota migliore dei miei
concittadini.
Dal punto di osservazione più basso, la Costituzione, pur con tutti i suoi difetti, è molto buona;
le leggi e le corti di giustizia sono assolutamente rispettabili; si può persino affermare che questo
Stato e questo Governo americano sono, per molti versi, davvero ammirevoli e di raro valore, da
esserne grati, com’è stato detto da molti. Ma, da un punto di osservazione un po' più alto, le cose
stanno come le ho descritte; e, se osserviamo il tutto da una posizione ancora più elevata, la più
elevata, l’essenza delle istituzioni sfuma: chi potrebbe affermare cosa siano? O se siano davvero
degne di attenzione o di considerazione?
A ogni buon conto, il Governo non desta in me grande preoccupazione e sarà il meno possibile
oggetto dei miei pensieri. Non ci sono molti momenti durante i quali vivo sotto un governo, anche
su questa terra. Se una persona ha uno spirito libero, un desiderio libero e un’immaginazione libera,
ciò che non è non gli apparirà mai a lungo ciò che è; e non è inevitabile che stolti governanti o
riformatori gli siano d’intralcio.
So che la maggior parte degli uomini la pensa diversamente da me; e, come tutti gli altri, anche
coloro che, per professione, dedicano la propria vita allo studio di queste o simili questioni mi
sembrano poco convincenti. Uomini di stato e legislatori sono così totalmente presi dall'istituzione
da non poterla osservare nudamente e distintamente. Parlano di cambiare una società in assenza
della quale non avrebbero nessun appiglio cui aggrapparsi. Possono pur essere persone dotate di una
certa esperienza e un certo discernimento e senza dubbio hanno concepito sistemi ingegnosi e
persino utili, per i quali li ringraziamo sinceramente: ma l’ingegnosità e l’utilità di tali sistemi
giacciono all'interno di limiti non molto ampi. Invero, uomini siffatti continuano a dimenticare che
di per sé il mondo non è governato dalle regole della politica e dell’opportunità.
Nell’esaminare l’istituzione governo, Webster [34] non va mai oltre le parvenze e non può,
quindi, parlarne con autorevolezza. Le sue parole appaiono sagge a quei legislatori che non
contemplano nessuna riforma radicale del Governo attuale; ma agli intellettuali e ai legislatori
capaci di guardare lontano pare non conceda neppure un rapido sguardo alle storture della società.
Conosco persone le cui riflessioni sagge e ponderate su questo tema mostrerebbero subito i limiti
della sua capacità e apertura mentale. Eppure, a paragone con la rozzezza della maggior parte dei
riformatori – e con la saggezza ed eloquenza ancor più a buon mercato dei politici in genere –, i
discorsi di Webster sono pressoché gli unici ragionevoli e degni di considerazione e di ciò
ringraziamo il Cielo. Webster è sempre forte, originale e, soprattutto, concreto. Detto questo, va
aggiunto che la sua dote maggiore non è la saggezza, bensì la prudenza.
D’altronde, la verità sostenuta dall’uomo di legge, qual è Webster, non è la Verità, ma la
coerenza o una coerenza apparente. La Verità è sempre in armonia con se stessa e non ha come
scopo principale il confondere la giustizia con l’illecito.
Webster ben merita di essere chiamato – com’è stato chiamato – il Difensore della Costituzione.
In effetti, i suoi atti più importanti sono difensivi. E non è un capo, ma un gregario. I suoi capi sono
gli uomini dell' '87 [35]. "Non ho mai preso iniziative", afferma, "e non mi sono mai proposto di
prenderne; non ho mai incoraggiato né intenderò mai incoraggiare qualsiasi tentativo di
modificare o reinterpretare le disposizioni originariamente assunte, attraverso le quali vari Stati
entrarono nell'Unione" [36]. Pertanto, riflettendo sull’approvazione che la Costituzione accorda a
coloro che vogliono mantenere la schiavitù, afferma ancora oggi: "Poiché faceva parte del patto
originario, lasciamo che la schiavitù sopravviva" [37].
Nonostante il suo straordinario acume e le sue capacità, non è in grado di estrapolare un fatto
dalle sue relazioni prettamente politiche, per osservarlo così come si presenta in assoluto
all'intelletto: ciò che, ad esempio, sarebbe giusto che chiunque facesse qui in America a proposito
della schiavitù; al contrario, arriva a proporre – fors’anche da altri incoraggiato – la seguente
soluzione, totalmente priva di speranza, al problema della schiavitù: "Le modalità di
regolamentazione della schiavitù negli Stati in cui è istituita spetta alla discrezione dei singoli
Governi, sotto la responsabilità degli elettori, delle leggi generali della correttezza, umanità e
giustizia, e di Dio. Le associazioni costituite altrove, che sorgono da un sentimento di umanità, o
per qualsiasi altro motivo, non hanno nulla a che fare con ciò. Esse non hanno ricevuto da me
nessun incoraggiamento e mai lo riceveranno” [38]. E tanto arriva a proporre, quantunque professi
di parlare libero da condizionamenti e da semplice cittadino: c’è, pertanto, da chiedersi quale nuovo
singolare codice di doveri sociali possa derivarne!
Coloro che non conoscono fonte più pura di verità, non avendo risalito il suo corso più oltre,
rimangono fedeli – e saggiamente vi rimangono – alla Bibbia e alla Costituzione e si abbeverano a
queste fonti con umiltà e riverenza; ma coloro che contemplano da dove la Verità sgorga,
gocciolando pian piano in questo lago o in quello stagno, gambe in spalla continuano risoluti il loro
pellegrinaggio verso la sorgente.
Nessun legislatore di genio è apparso in America. D’altronde, legislatori siffatti sono rari nella
storia mondiale.
Ci sono migliaia di oratori, uomini politici, uomini eloquenti; ma nessuno capace di risolvere i
problemi scottanti dei nostri giorni né di indicare chi è in grado di risolverli.
Amiamo l'eloquenza fine a se stessa, non per la verità di cui può essere strumento né per il
coraggio che può ispirare.
I nostri legislatori non hanno ancora compreso il valore – più grande di ogni altro in una nazione
– del libero scambio e della libertà, dell'unione e della rettitudine. In realtà, non hanno inclinazione
o talento neppure per problemi tutto sommato modesti come la tassazione e la finanza, il
commercio, l'industria e l'agricoltura. Se avessimo per guida solo l'arguzia verbosa dei legislatori
del Congresso, senza le correzioni di rotta imposte dall'esperienza degli anni e dalle giuste proteste
della gente, l'America non rimarrebbe al passo con le altre nazioni.
Non avrei il diritto di dirlo, ma il Nuovo Testamento è stato scritto milleottocento anni fa; ma
dov’è quel legislatore che possiede sufficienti sapienza e talento pratico per avvalersi della luce che
esso getta sulla scienza della legislazione?
Il potere di un governo – sia pure un governo cui mi sottometterei volentieri, senz’altro
ubbidendo a uomini che ne sanno più di me e sono più capace di me (e in molte faccende anche a
uomini nemmeno così consapevoli e capaci) – è ancora impuro; per essere davvero giusto deve
avere l’approvazione e il consenso dei governati. Non può avere diritti assoluti sulla mia persona e
sulle mie proprietà, salvo quelli che io stesso concedo. Il passaggio da una monarchia assoluta a una
costituzionale e da una monarchia costituzionale a una democrazia è un progresso verso il pieno
rispetto dell'individuo. Anche il filosofo cinese [39] fu abbastanza saggio da considerare l'individuo
come la base dell'impero.
È la democrazia, quale ci è nota, la forma più evoluta di governo? Non è possibile fare un passo
avanti nel riconoscimento e nell’organizzazione dei diritti della persona? Non ci sarà mai uno stato
davvero libero e illuminato, fino a quando esso non arriverà a concepire l’individuo come un potere
superiore e indipendente, da cui tutto il suo potere e tutta la sua autorità derivano, e fino a quando
l'individuo non sarà trattato secondo tale principio.
Mi piace immaginare l'esistenza di uno stato che finalmente possa permettersi di essere giusto
verso tutti e di trattare l'individuo con il rispetto dovuto al prossimo; uno Stato che non percepisca
come addirittura incompatibile con la propria tranquillità il fatto che alcuni decidano di vivere in
disparte, senza lasciarsi né coinvolgere né sopraffare dal suo potere, avendo assolto tutti i doveri
che gli esseri umani hanno verso gli altri.
Uno stato che producesse un tale frutto e lo lasciasse cadere non appena maturo preparerebbe la
strada per uno stato ancora più perfetto e glorioso, che pure ho immaginato, ma che non ho ancora
visto in nessun luogo.
NOTE
[1] Il motto "Il governo migliore è quello che meno governa" è preso da United States Magazine and Democratic Review, un mensile di
letteratura e politica (1837-1859). Ralph Waldo Emerson scrisse qualcosa di simile nel suo Politics (1844): "Per cui meno governo abbiamo,
meglio è".
[2] La guerra dichiarata dal governo degli Stati Uniti contro il Messico (1846-1848) per fissare i confini del Texas. Si concluse con
l'annessione di California, Nevada, Utah, Colorado, Arizona e New Mexico da parte degli U. S A..
[3] Gli Anarchici. Thoreau conosceva il pensiero e gli scritti degli anarchici. I più importanti anarchici individualisti americani – Josiah
Warren, Ezra Heywood, William B. Greene, Joshua K. Ingalls, Stephen Pearl Andrews, Lysander Spooner and Benjamin Tucker – venivano dal
Massachusetts, lo stato natale di Thoreau.
[4] La stessa idea era stata formulata alcuni anni prima da Alexis de Tocqueville in La Democratie en Amérique (vol. I, 1835): “Ce que je
reproche le plus au gouvernement démocratique, tel qu'on l'a organisé aux EtatsUnis, ce n'est pas, comme beaucoup de gens le prétendent en
Europe, sa faiblesse, mais au contraire sa force irrésistible. Et ce qui me répugne le plus en Amérique, ce n'est pas l'extrême liberté qui y règne,
c'est le peu de garantie qu'on y trouve contre la tyrannie”.
[5] Da The Burial of Sir John Moore at Corunna di Charles Wolfe (1791-1823), poeta e uomo di chiesa. Questo poema rappresenta una delle
più famose elegie funerarie della letteratura inglese.
[6] Da Hamlet (Atto 5.1.236-237) di William Shakespeare (1564- 1616).
[7] Da King John (Act 5.2.79-82) di William Shakespeare.
[8] La Rivoluzione Americana prese avvio da Concord e Lexington (Massachusetts) nell'aprile del 1775.
[9]Thoreau fa ancora riferimento alla pratica della schiavitù nel nuovo stato federale e all'invasione del Messico da parte dell'esercito
federale (1846).
[10] Il Reverendo William Paley (1743-1805), teologo e filosofo inglese. Il passaggio citato è ripreso da Principals of Moral and Political
Philosophy, 1785. Si sa che Thoreau studiò questo testo quando si trovava all’Harvard College.
[11] Luca, 9, 24. e Matteo, 10, 39.
[12] Da The Revenger’s Tragedie di Cyril Tourneur (circa 1575- 1626), scrittore inglese di drammi teatrali.
[13] "... un po' di lievito fa fermentare tutta la pasta": dalla prima lettera di Paolo ai Corinti, 5, 6.
[14] George Washington (1732- 1799), comandante dell'esercito americano durante la rivoluzione contro gli inglesi e primo presidente degli
Stati Uniti.
[15] Benjamin Franklin (1706- 1790), uno dei massimi protagonisti della rivoluzione contro gli inglesi.
[16] La convenzione del partito democratico del 1848 scelse Lewis Case come candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Egli fu sconfitto da
Zachary Taylor, un comandante dell'esercito vittorioso contro il Messico.
[17] L'Independent Order of Odd Fellows era una organizzazione segreta di affiliati.
[18] "Nessuna Unione con gli schiavisti" era diventato il grido di lotta degli abolizionisti. L'abolizionista William Lloyd Garrison, in data
successiva (4 Luglio 1854), bruciò una copia della Costituzione denunciandola come "un patto con la morte e un trattato con l'inferno".
Thoreau era presente in quell’occasione, in cui lesse il suo scritto Slavery in Massachusetts.
[19] Nicolaus Copernicus (1473- 1543), polacco, fondatore della moderna astronomia. Non fu scomunicato dalla Chiesa cattolica, ma la sua
tesi eliocentrica non fu accolta, perché contrastava con la dottrina dominante che poneva la terra al centro dell'universo.
[20] Martin Luther (1483-1546), teologo tedesco e massimo esponente della Riforma Protestante.
[21] Questo è l'ammontare che Thoreau si rifiutò di pagare come tassa sulle persone (la "poll tax").
[22] Sam Staples, l'esattore delle tasse a Concord.
[23] Samuel Hoar (1778-1856), un membro del Congresso, originario di Concord, fu mandato dallo stato del Massachusetts a Charleston
(South Carolina) a perorare la causa di marinai di colore del Massachusetts che erano stati minacciati di arresto e di riduzione in schiavitù , se
fossero entrati nel porto. L'inviato fu espulso in malo modo da Charleston. La figlia di Hoar era un’amica stretta degli Emersons e un’amica
d'infanzia di Thoreau.
[24] Gli Erodiani, seguaci di Erode Antipa, tetrarca della Galilea dal 4 a. C. al 39 d. C..
[25] Matteo, 22,16-22.
[26] Confucio, I Dialoghi, 8.13
[27] L'esperienza in prigione fu raccontata anche in un altro scritto di Thoreau, Walden: “Un pomeriggio, verso la fine della prima estate [che
abitavo nel bosco], quando mi recai in paese per ritirare una scarpa dal calzolaio, fui arrestato e messo in prigione, perché, come ho raccontato
in un altro scritto, non avevo pagato una tassa o riconosciuto l'autorità dello stato che, fuori del Senato, compra e vende uomini, donne e
bambini, come bestiame. Mi ero ritirato nel bosco per altri motivi. Ma, dovunque una persona vada, altri lo perseguiteranno e lo acchiapperanno
con le loro oscene istituzioni e, se possono, lo costringeranno ad appartenere alla loro pazzesca setta di persone strampalate e irregimentate. È
vero, avrei potuto resistere con la forza con risultati più o meno buoni, avrei potuto inveire e fare il pazzo contro la società; ma ho preferito che
la società si comportasse da pazza contro di me, essendo essa dalla parte della demenza. Ad ogni modo, fui rilasciato il giorno seguente, ritirai la
scarpa che era stata riparata e ritornai nel bosco in tempo per un pranzo di mirtilli sulla collina di Fair-Haven”.
[28] Probabilmente, il 23 o 24 Luglio del 1846.
[29] A quel tempo Concord era la sede del governo della contea.
[30] La tassa fu pagata da una signora non identificata, forse la zia Maria Thoreau.
[31] Il riferimento è a Le Mie Prigioni di Silvio Pellico (1789- 1854), il racconto dei suoi 9 anni come prigioniero politico dello stato austriaco
nella fortezza dello Spielberg in Moravia.
[32] Nella mitologia greca, Orfeo, figlio della Musa Calliope, affascinava, con la musica e il canto, i sassi, gli alberi e gli animali.
[33] George Peele (1556-1596), drammaturgo inglese. I versi sono da The Battle of Alcazar. Essi furono aggiunti solo in edizioni successive
del testo di Thoreau.
[34] Daniel Webster (1782-1852), Senatore del Massachusetts e famoso oratore.
[35] I membri della Convenzione per la redazione della Costituzione Federale, presieduta da George Washington e tenuta a Filadelfia nel
1787.
[36] Da un discorso di Daniel Webster, The Admission of Texas, pronunciato in Senato il 22 Dicembre 1845.
[37] Non si è trovata la fonte di questa citazione negli scritti di Webster. Si è ipotizzato che Thoreau citasse a memoria da alcuni passaggi di
un discorso, The Constitution and the Union, pronunciato in Senato il 7 Marzo 1850.
[38] Questi estratti sono stati inseriti dopo la presentazione di questo discorso [nota di Thoreau]. L'estratto “The manner … never will” è dal
primo discorso di Webster, Exclusion of Slavery from the Territories, pronunciato il 12 Agosto 1848.
[39] Probabilmente il riferimento è a Confucio (551-479 a. C.).

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