Sei sulla pagina 1di 10

GIORGIO CAPRONI

LA VITA
Giorgio Caproni nasce a Livorno nel 1912. All’età di dieci anni si trasferisce con la famiglia a
Genova, città che risulterà fondamentale nella sua formazione. Nel 1930 decide di abbandonare la
carriera musicale per dedicarsi alla letteratura. Nel 1935bconsegue il diploma magistrale e si dedica
all’insegnamento, come maestro elementare.
Nel 1939 si trasferisce a Roma; allo scoppio della seconda guerra mondiale viene richiamato alle
armi e combatte sul fronte occidentale contro la Francia. Il poeta vive con orrore l’esperienza
bellica e ben presto abbandona l’esercito per impegnarsi nelle file della Resistenza.
Al termine della guerra si stabilisce definitivamente a Roma, dove riprende l’insegnamento e
collabora a periodici d’informazione e riviste letterarie, fra cui “Paragone”, “l’Unità” e “Avanti!”.
Qui comincia anche un’intensa e notevole attività di traduttore dal francese, che lo portò a misurarsi
con grandi autori come Proust e Céline. Per Caproni rimane sempre ben vivo il legame con Genova,
il cui paesaggio vivido e luminoso continuerà ad essere presente nella sua memoria de nella sua
poesia. Muore a Roma nel 1990.

POETICA
La poesia di Caproni si sviluppa all’insegna di una vocazione personale che raramente si lascia
coinvolgere dalle influenze di scuole e poetiche dominanti. Nel quadro della lirica italiana del
Novecento egli si distingue per il carattere schivo e per la rinuncia a prender parte alle discussioni
letterarie più accese. Benché viva con intensa partecipazione alcuni fondamentali e decisivi episodi
storici del suo tempo, Caproni si sforza sempre di mantenere la propria poesia a una certa distanza
dai fatti contingenti, preferendo indirizzare i propri versi all’espressione di profonde tematiche
esistenziali.
Alieno da qualunque poetica finalizzata ad un impegno politico-civile, non accoglie nemmeno certe
esigenze di scrittura esplicitamente realistica che vengono affermate da non pochi poeti nel periodo
postermetico. Caproni amava rappresentare se stesso come un «modesto artigiano» intento al
proprio mestiere senza porsi troppi problemi teorici; sempre fedele alla tradizione e dotato di
straordinaria perizia tecnica, tenne in grande considerazione la rima allo scopo di creare nuovi
collegamenti semantici fra le parole, e compose canzonette, sonetti, stanze, epigrammi.
Nostalgico delle forme liriche chiuse della tradizione, specchio di una concezione unitaria e
armoniosa del mondo ormai perduta, egli volle decostruire quelle forme, lacerandole e quasi
volgendole in parodia, attraverso i frequenti enjambements, i versi spezzati, gli spazi bianchi, la
frantumazione dell'unità testuale. Legato quindi ad un’idea fondamentalmente lirica e
tradizionale della poesia, Caproni guarda a Saba piuttosto che ad altri contemporanei, tenendo
presente tutt’al più il modello crepuscolare e in particolare gozzaniano, sia dal punto di vista
tematico – per la scelta di argomenti prosaici e quotidiani, accesi a volte da una scintillante ironia –
sia da quello formale – per lo sfoggio abilissimo di intrecci di rime entro un ritmo cadenzato e
musicale.
Quanto all’Ermetismo, non si può negare un certo interesse da parte del poeta per alcuni suoi temi
fondamentali (come quello della fuga o quello dell’assenza) e per alcuni suoi autori (in particolare
Alfonso Gatto, con la sua lirica “visiva” e impressionistica), che tuttavia non si traduce quasi mai,
se non forse in alcuni testi giovanili, in scelte formali di tipo simbolistico e analogico.
La poesia di Caproni si nutre di allegorie: le più frequenti sono legate a motivi come il viaggio,
l'ascensione, la città, l'osteria, la caccia. All'inizio egli attingeva la materia poetica dalla realtà
quotidiana, trasfigurandola immediatamente in chiave allegorica; in seguito preferì prelevare le sue
allegorie da altre opere letterarie o crearne di nuove, spesso prive di riscontri oggettivi. Per Caproni
l'allegoria aveva la funzione di suggerire verità universali di ordine metafisico e di insinuare l'idea
che il mondo fenomenico è solo un inganno. Nell’ultimo Caproni infatti, al di là delle influenze
letterarie, appare evidente la conoscenza profonda dei testi filosofici e religiosi legati in particolare
al tema teologico della morte di Dio: una caratteristica del tutto singolare nella poetica
novecentesca, per lo più aliena, tranne l’eccezione di Montale, dell’ultimo Luzi e di pochi altri, dal
confrontarsi seriamente con questioni di tipo metafisico.

OPERE
Le prime raccolte
La trilogia della giovinezza
Come un'allegoria (1936), Ballo a Fontanigorda (1938) e Finzioni (1941) formano una sorta di
trilogia della giovinezza, ricca di riferimenti autobiografici, popolata di volti femminili, feste
paesane, musiche, balli, profumi, osterie. Si tratta di liriche brevi spesso in forma canzonetta, che
rievocano il tempo dell'adesione carnale alle cose, dell'esultanza di chi si affaccia alla vita. Non
mancano però primi segni della labilità dell'esistenza, come il ricordo della morte prematura della
danzata Olga. In un articolo del 1947 Caproni aveva rivendicato la potenza creatrice del linguaggio
poetico, «che non trasmette ma genera una realtà»; il poeta inventa la realtà dando vita al mondo
che gli urge dentro.
Caproni adotta moduli tipici della lirica pura: linguaggio analogico, fonosimbolismo, stilizzazione
delle immagini, lessico manierato, gusto del frammento. Fedele al modello del monolinguismo
petrarchesco, il suo vocabolario poetico è fatto di poche parole a forte valenza evocativa che
tornano di continuo nelle liriche. La metrica non è regolare, i versi hanno in genere lunghezza
inferiore all'endecasillabo (in genere settenari), l'impiego della rima è libero, il lessico semplice, il
ritmo scandito con nettezza.

Cronistoria (1943)
A Olga, la danzata morta prematuramente, è dedicata Cronistoria, e in particolare i 18 Sonetti
dell'anniversario. Rina (cioè la moglie Rosa), che compare nelle poesie precedenti, incarnava le
promesse dell'amore e della vita, abbracciate per soffocare il dolore della perdita; ora il poeta,
elaborato finalmente il lutto, può affrontare i fantasmi del passato e comporre un piccolo canzoniere
in morte della donna amata, vittima di un destino crudele, allontanando così anche il rimorso di
averla troppo presto dimenticata.
Quest’opera ha funzione antiermetica, è un sigillo di ferma e inconfondibile classicità.

Le raccolte della maturità


Il passaggio d’Enea
Il testo che dà il titolo alla raccolta del 1956, verte sull’immagine emblematica dell’eroe virgiliano
nell’atto di fuggire da Troia in fiamme. Come Enea, tradizionalmente raffigurato mentre regge il
padre Anchise sulle spalle e tiene il figlioletto per mano, così l'umanità uscita dalla guerra cerca di
preservare un passato che vacilla e di guidare un avvenire ancora incerto, ma invano: pallida
controfigura dell'eroe antico, Enea ora non appare all'altezza del compito e si arrende di fronte
all'inutilità di ogni sforzo.
Nell’opera sono raccolte anche le importanti Stanze della funicolare, dove l'immagine della
funicolare, ricordo d'infanzia, diviene «allegoria della vita umana, vista come inarrestabile viaggio
verso la morte».
Il passaggio d’Enea si chiude con la famosa Litania, un lungo componimento dedicato all’amata
città di Genova.

Il seme del piangere [1959] e il Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee
[1965]
Le due raccolte formano un dittico accomunato dal tema della morte; il poeta tenta di esorcizzarla,
di neutralizzare l'angoscia derivante dal pensiero che tutto svanisce nel nulla. Privo di fede, Caproni
prova un forte desiderio di credere, destinato però a restare inappagato.
Il seme del piangere: Molte poesie della raccolta sono dedicate alla madre Annina (morta nel 1950).
Per elaborare il lutto, il poeta sceglie la via consolatoria della rievocazione, immaginando la madre
viva e giovane e recuperando la poetica stilnovistica della lode della donna amata. A turbare questa
visione interviene però improvvisa la realtà della morte: il poemetto Ad portam inferì introduce
una cesura tra rime in vita e rime in morte della madre, con un netto mutamento di tono.
Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee: Il pensiero della morte è rivolto ora non
al passato, ma al futuro, e si fa presagio della fine imminente che attende il poeta; banali eventi
quotidiani risvegliano in lui l'idea della fine e il problema dell'oltre. Stazioni, binari, cancelli, così
come muri, cimiteri, nebbie sono le immagini che punteggiano la raccolta, in cui Caproni si ritrova
a pregare «perché Dio esista». L'inevitabilità della morte è l'unica certezza; dobbiamo perciò
prepararci, come il «viaggiatore cerimonioso», a scendere dal treno della vita salutando i nostri
compagni di viaggio.

L'ultima stagione poetica


Il muro della Terra (1975): È la raccolta che inaugura l'ultima stagione poetica di Caproni,
totalmente assorbito nella ricerca di un fondamento metafisico che dia senso all'esistenza. La vanità
del tentativo è già nel titolo, d'ispirazione dantesca; per Caproni «nessuno / potrà mai perforare / il
muro della terra», e ciò equivale a riconoscere l'impotenza conoscitiva della ragione. Il «muro»,
oltre che limite contro il quale s'infrangono i nostri sforzi, è anche il perimetro della prigione
esistenziale in cui è rinchiusa l'esperienza tragica del male che caratterizza l'uomo.

Il franco cacciatore (1982): Ispirata a un noto melodramma romantico, la raccolta sviluppa il tema
della caccia come metafora dominante della ricerca metafisica del poeta; capovolgendo l'idea
agostiniana di Dio che "dà la caccia" all'uomo per amore, Caproni raffigura l'uomo impegnato in
una disperata caccia al fondamento divino delle cose, caccia destinata all'insuccesso.
Drammatizzando la dialettica fra la ragione che nega Dio e il desiderio che non può farne a meno, il
poeta è all'inseguimento di Dio per ucciderlo: il deicidio appare come unico modo, paradossale, di
chiamare Dio all'esistenza: «esiste soltanto / nell'attimo in cui lo uccidi».

Il conte di Kevenhuller (1986): Ultima raccolta pubblicata da Caproni in vita, ruota ancora attorno
al tema della caccia. Il titolo richiama un avviso del 1792 in cui il conte di Kevenhüller, funzionario
austriaco, promuoveva una battuta di caccia per stanare una «feroce Bestia» avvistata nei dintorni di
Milano. Lo stesso Caproni ha chiarito come la Bestia vada intesa quale metafora del male che abita
nel cuore dell'uomo e trabocca nelle grandi tragedie della storia.

Res amissa (1991): Pubblicata postuma, la raccolta si ricollega alla precedente: là si dava la caccia
al male, qui si riconosce che il bene è res amissa, cioè "cosa perduta" per sempre: tema centrale è
dunque, ancora, la perdita di Dio, unico bene che potrebbe salvare l'uomo dalla morte e dare un
senso alla vita, alla storia, al dolore.

TESTI
La gente se l’additava

La lirica rievoca la figura di Anna Picchi, madre del poeta e protagonista della sezione “Versi
livornesi” della raccolta Il seme del piangere. Caratteristica dell’intera sezione è la rappresentazione
giovanile della madre, inserita nel panorama fresco e arioso della città di mare: alla donna e a
Livorno sono spesso associati gli stessi attributi, cosicché l’una risulta completamente all’altra.
Anna è una ragazza nel fiore degli anni, che il poeta descrive quasi come una fidanzata dal carattere
aperto e spontaneo. E il mare, così presente nella vita della città, è l’immagine del contegno di
Anna: quieto nel suo tumultuare. Fedele alla tradizione della lirica amorosa, l’autore conclude il
componimento con un congedo, nel quale invita la propria canzonetta ad andare spigliata per il
mondo come la madre.
Schema metrico: due strofe di 10 e 11 versi (con prevalenza di settenari e ottonari), rimate
variamente, con clausola di due versi a rima baciata.

Non c'era in tutta Livorno


un'altra di lei più brava
in bianco, o in orlo a giorno.
La gente se l'additava
vedendola, e se si voltava
anche lei a salutare,
il petto le si gonfiava
timido, e le si riabbassava,
quieto nel suo tumultuare
come il sospiro del mare.

Era una personcina schietta


e un poco fiera (un poco
magra), ma dolce e viva
nei suoi slanci; e priva
com'era di vanagloria
ma non di puntiglio, andava
per la maggiore a Livorno
come vorrei che intorno
andassi tu, canzonetta :

che sembri scritta per gioco,


e lo sei piangendo: e con fuoco.

ANALISI
La canzonetta rievoca la madre del poeta nei suoi anni giovanili, mettendone in risalto l’aspetto
semplice, ma anche vivace e determinato. SI tratta di un’immagine idealizzata, una “leggenda” cui
il poeta ha dato vita. La descrizione della ragazza è condotta con particolare attenzione ai gesti e ai
dettagli della vita quotidiana, senza particolari slanci lirici o commenti da parte dell’autore, che
sembra veramente trarre queste immagini dai suoi ricordi personali. La voce di Caproni interviene
solo alla fine della seconda strofa, quando si rivolge al suo componimento augurandogli di essere
amato come lo era la madre, per la modestia, la dolcezza, gli slanci vitali.

Gli ultimi versi, specialmente il commiato, contengono una dichiarazione di poetica, La poesia di
Caproni sembra “scritta per gioco”, cioè in modo semplice e quasi dimesso. Ma il poeta stesso ci
suggerisce che questo è vero solo in apparenza. Le ragioni che lo portano a descrivere la madre
sono la sofferta partecipazione al dolore della sua vita, che pure qui è celato, e il trasporto dei
suoi sentimenti.

Il rapporto tra il poeta e la madre, comunque, non si configura mai come un rapporto di natura
filiale: il sentimento che emerge è un amore carico di componente erotica, tanto che il poeta, alla
fine della sezione, parla di sé come “fidanzato della madre”.

A livello formale, l’apparente chiarezza del linguaggio si rivela come l’effetto di una scrittura
stilisticamente sorvegliata. Il lessico è quotidiano e questa scelta conferisce maggior realismo
all’immagine della madre. Ma a rendere più complessa la struttura lirica concorrono gli
enjambement e un sistema di rime che collega parole anche lontano tra loro (v.11-19).
• I versi sono legati tra loro da un compatto sistema di rime. Prevale la rima baciata che non
esclude tuttavia, scelte di altro tipo; per esempio nella prima strofa sono presenti rime
alternate.
• È frequente l’uso dell’enjambement, imposto, in questa lirica, sia dalla misura breve dei
versi, sia dal susseguirsi, quasi senza pause, di figure che travalicano il verso.
• Il lessico è per lo più comune, quotidiano: entrano nella poesia anche espressioni a essa
generalmente estranee e toponimi che ancorano la lirica a una realtà geografica precisa
(Livorno). Questo materiale lessicale “povero” è tuttavia nobilitato dal sistema delle rime.
• Anche la sintassi è lineare, con prevalenza di frasi paratattiche (additava, si gonfiava)
• Il discorso è inframmezzato da modi tipici del parlato: parentesi e incisi che interrompono la
linea di pensiero principale per dare voce, in un indiretto libero, alla “gente”, soggetto
importante, presente fin dal titolo, che ha il compito di rendere una rappresentazione corale
dell’immagine della madre.
• Il poeta intreccia un dialogo con la sua canzonetta, a cui si rivolge raccomandandole di
rispondere a intenti precisi. In questo modo, Caproni rivendica la propria appartenenza alla
tradizione lirica italiana.

Per lei
Fa parte, come il componimento precedente, di “Versi livornesi”. La protagonista è sempre la madre
che anche qui, - e in maniera più esplicita – Caproni delinea come controfigura e simbolo della
propria poesia, in particolare per quanto riguarda la tecnica metrica e l’uso delle rime. La chiarezza
e la semplicità delle rime prescelte rispondono, in questo modo, ai dettagli personali e alle
peculiarità del carattere, schietto e insieme delicato, di Anna.

Schema metrico: versi liberi (con prevalenza di settenari e ottonari), a rima baciata, ad eccezione
dei versi 9-12, a rima alternata.

Per lei voglio rime chiare,


usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l'eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.
ANALISI
Riflettendo sui propri strumenti metrici, Caproni tesse contemporaneamente un ritratto della madre:
la rima semplice, elementare, povera ma elegante deve corrispondere alla schietta semplicità del
carattere materno. Così le questioni di ordine tecnico corrispondono esattamente ai tratti della
personalità di Annina, fino a diventare le une figure degli altri, e viceversa. Da notare come alcuni
dettagli del ritratto siano riferibili al mare: gli orecchini hanno suoni fini / (di mare), le collanine
si distinguono per le tinte coralline.

Il componimento illustra inoltre, esemplarmente, una funzione peculiare dell'esercizio poetico:


quella di eternare i contenuti attraverso forme che resistano al tempo. Proprio per questo il poeta
vuole rime che a distanza conservino l'eleganza e non siano labili, mentre non vuole rime
crepuscolari, ovvero connotate dal senso della fine (vv. 13-16), bensì verdi, aperte e ventilate. I
crepuscolari non sono, però, l'immediato modello polemico di Caproni (si tratterebbe, peraltro, di
una polemica del tutto anacronistica): egli li nomina per sottolineare come il suo rifiuto
dell'Ermetismo si avvalga di moduli che potrebbero apparire crepuscolari al lettore disattento, da
quali invece egli vuole discostarsi in forza di una sintonia schietta e vitale con la vita (rime chiare,
aperte, ventilate, verdi).

Per lei è dunque un gioco letterario di alto impegno, in cui il poeta esercita, con eleganza povera, la
propria abilità di costruzione metrica, ritmica, fonetica. La cadenza melodica è data, in primo luogo,
dalle rime baciate, che ritornano con la medesima insistenza del testo precedente. Ma altrettanta
rilevanza hanno le numerose assonanze (suoni:suoi), consonanze (coralline:collanine), allitterazioni
(schietta-altrettanto-netta, rime-crepuscolari-verdi-elementari), usate spesso per rafforzare le rime
stesse, così come gli enjambements (eleganza-povera), secondo un procedimento stilistico tipico di
Caproni.

Congedo del viaggiatore cerimonioso


Attraverso la metafora (o, come la chiama Caproni, prosopopea) del viaggio, che peraltro è tópos
assai frequentato dalla letteratura d'ogni tempo, l'autore esprime la dolorosa ma pacata
consapevolezza di essere ormai giunto al termine della propria esistenza. Il discorso del viaggiatore
cerimonioso (perché, certo, si tratta di gentile, ma anche perché con tutte le sue "cerimonie" cerca
probabilmente di differire il momento della dipartita) snoda in termini che richiamano apertamente
moduli narrativi e prosastici, nonostante la discreta inserzione di rime, abbastanza facili e come
nascoste, "in sordina", e di parecchi enjambements che rendono efficacemente l'esitazione del
viaggiatore nell'affrontare il proprio inevitabile destino.
Il poeta-viaggiatore sa che, prima o poi, dovrà avventurarsi nello spazio-tempo sconosciuto della
morte, per cui decide di prepararsi: annuncia la partenza agli amici, li ringrazia dell'ottima
compagnia e chiede perdono del disturbo arrecato, confida loro rimpianti e nostalgie, sistema, con
qualche difficoltà, la valigia pesante nel corridoio del treno. Arriva infine a destinazione e, nell'atto
rallentato dello scendere, augura a tutti buon proseguimento: sono le ultime parole del suo lungo
congedo, di un addio cerimonioso e metaforico che vale come un testamento spirituale.
Schema metrico: versi liberi o variamente rimati (con prevalenza di settenari e ottonari), in strofe
di diversa lunghezza e clausola finale di un solo verso.

Amici, credo che sia


meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.
Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.

Ancora vorrei conversare


a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.

Chiedo congedo a voi


senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.

(Scusate. È una valigia pesante


anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare.)

Dicevo, ch’era bello stare


insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.

Congedo a lei, dottore,


e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto se io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.
Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.

Ora che più forte sento


stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.

Scendo. Buon proseguimento.

ANALISI
Il componimento consiste in un lungo discorso in prima persona, genericamente rivolto agli amici,
ai compagni di viaggio, come evidenzia l'apostrofe di apertura (Amici, credo..., v. 1). Non
militarista né religioso (ma certamente interessato alle domande poste dalla religione), in palese
contrasto con la cultura dominante e spesso afflitto dai tormenti amorosi, è naturale che il
viaggiatore abbia avuto qualche / diverbio (vv. 58-59) con i suoi interlocutori. Ma deve ammettere
ugualmente ch'era bello stare insieme, ed ora che è giunto al termine del suo viaggio terreno, non
può che provare una disperazione / calma senza sgomento (vv. 91-92): ovvero lo stato d'animo di
chi sa di dover scendere dal treno, ma non conosce il luogo del trasferimento. Un luogo che tuttavia
non necessariamente coincide con il nulla: lo fanno intendere certe affermazioni del viaggiatore,
come Sento / però che vi dovrò ricordare / spesso, nella nuova sede (vv. 21-23) o, in riferimento alla
valigia delle proprie esperienze, mi domando perché / l'ho recata, e quale / aiuto mi potrà dare /poi,
quando l'avrò con me (vv. 46-49). Certo è che, guardando fuori dal finestrino, il viaggiatore vede,
oltre al disco rosso della stazione, il fumo / umido del nebbione /che ci avvolge (vv. 25-27).

Verso la fine del congedo compaiono quattro figure, che costituiscono altrettanti simboli di ciò che è
stato importante durante il viaggio: la ragazza, il dottore, il militare e il prete, che rappresentano,
rispettivamente, l'amore, la sapienza, la pace e la guerra, la religione, tutte dimensioni della vita da
cui il viaggiatore espressamente si congeda (vv. 83-85). Attraverso la presentazione di questo breve
repertorio di personaggi allegorici emerge, con sempre maggior chiarezza, l'intenzionale
impostazione teatrale del testo, che Caproni immagina recitato da un bravo attore e con una certa
lenta enfasi (come poi di fatto avviene, in una trasmissione radiofonica, per la voce di Achille Millo,
a cui è dedicato il componimento).

Il linguaggio semplice e le immagini quasi banali, che traducono l'atmosfera di un viaggio in treno,
non riescono a nascondere la sensazione di smarrimento e di vuoto esistenziale che pervade il poeta
che non sa «bene l'ora / d'arrivo» e che ignora il «luogo del trasferimento». Sono questi i momenti
più tristi della lirica: la morte incombe sul viaggiatore che, però, ignora quando e come finirà il suo
«viaggio», perché il suo sguardo può solo intravedere il «disco» della sua «stazione».
Anche la metafora della «valigia pesante / anche se non contiene un gran che» nasce dalla triste
meditazione del poeta sulla sua vita, sulla pochezza di un'esistenza che, alla fine, deve fare i conti
con il «vero Dio». Tuttavia, il poeta, pur legato agli amici di viaggio, cioè alla vita, non si lascia
abbattere, come fa intendere l'ossimoro «disperazione / calma, senza sgomento».
I CAMPI SEMANTICI particolarmente importanti della lirica sono relativi al tema della vita e a
quello della morte. Al primo si possono ricondurre le parole relative ai compagni di viaggio
(«Amici», «con voi», «ottima compagnia » ecc.); al secondo quelle che indicano la fine del viaggio
(«tirar giù le valigie», «l'ora / d'arrivo» ecc.).
Lo stile di Caproni è caratterizzato da un andamento discorsivo e da un lessico quotidiano; il
viaggiatore si rivolge ai suoi interlocutori con modi cordiali, complimentosi («Vogliatemi perdonare
/ quel po' di disturbo che reco», «Scusate. È una valigia pesante» ecc.), a tratti dubbioso («credo che
sia / meglio per me cominciare / a tirar giù la valigia»). Il ritmo è spesso interrotto da parentesi (ai
vv. 35-36, 38-39, 43, l'intera quinta strofa ecc.), da espressioni come «credetemi», «è naturale», che
contribuiscono a rendere "cerimonioso" il discorso.

Potrebbero piacerti anche