Sei sulla pagina 1di 6

La visione dei colori nella storia

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Michel Pastoureau.

La varietà di pigmenti utilizzati oggigiorno era sconosciuta prima della scoperta dei colori sintetici, dalla loro
limitata varietà negli utilizzi sia artistici che di tintura di stoffe risulta un limitato vocabolario.

Gli antichi Greci non utilizzavano dei nomi fissi per indicare i diversi tipi di colore, ma li distinguevano più
che altro in base alla loro limpidezza o tenebrosità, così che soltanto il bianco e il nero erano adoperati in
maniera definita, a differenza degli altri. Ad esempio il termine xanthos poteva indicare tanto il giallo
lucente quanto il rosso vivo del fuoco, come pure le tinte purpuree e persino blu.[1]

I colori fondamentali erano dunque anticamente ricondotti a due, il bianco e il nero, ossia la chiarezza e
l'oscurità, dalla cui mescolanza derivavano tutti gli altri. In particolare Empedocle, nel trattato Sull'origine,
attribuiva il bianco al fuoco e il nero all'acqua.[2]

Platone, nel Timeo, oltre al bianco e al nero annoverava tra i colori primari anche il rosso e lo «splendente»
(lampron).[3] Per Aristotele il bianco e il nero si determinano in base alla presenza o meno del diaphanes,
ossia di un elemento trasparente in grado di far trasparire la luce (da leukòs, cioè bianco): tale diaphanes è
massimo nel fuoco, associato al caldo, e minimo nella terra, associata al freddo.[4] Oltre che nel trattato
Sull'Anima, l'argomento è trattato da Aristotele anche nell'opuscolo Sul senso e sui sensibili, appartenente
al gruppo di brevi opere conosciute col titolo di Parva naturalia, ossia «Piccoli scritti naturali»: in esso viene
spiegata l'origine dei colori in termini di mescolanza a partire dal bianco e dal nero.[5]

La dottrina greca che vedeva i colori originati dalle due opposte polarità, chiaro e scuro, rimase
predominante durante il Medioevo, in cui soprattutto quella aristotelica continuò a essere discussa e
commentata. Concezioni analoghe furono elaborate nel Rinascimento: ad esempio Leonardo da Vinci,
artista e scienziato insieme, attingendo alle teorie aristoteliche vedeva nel bianco e nel nero gli estremi
fondamentali della gamma cromatica,[6] a partire dai quali egli studiò il modo in cui due colori
complementari si pongono reciprocamente in risalto, distinguendo le tinte prodotte dalla luce, come il
giallo e il rosso, dai colori delle ombre, spesso tendenti al verde e all'azzurro.[7] Egli distingueva così sei
colori fondamentali:

«De' semplici colori il primo è il bianco, benché i filosofi non accettano né il bianco né il nero nel numero
de' colori, perché l'uno è causa de' colori, l'altro è privatione. Ma perché il pittore non può far senza questi,
noi li metteremo nel numero degli altri, e diremo il bianco in questo ordine essere il primo nei semplici, il
giallo il secondo, il verde il terzo, l'azzurro il quarto, il rosso il quinto, il nero il sesto: ed il bianco metteremo
per la luce senza la quale nissun colore veder si può, ed il giallo per la terra, il verde per l'acqua, l'azzurro
per l'aria, ed il rosso per il fuoco, ed il nero per le tenebre che stan sopra l'elemento del fuoco, perché non
v'è materia o grossezza doue i raggi del sole habiano à penetrare e percuotere, e per conseguenza
alluminare.»

(Leonardo da Vinci, Trattato della pittura, cap. CLXI)


Dispersione della luce nello spettro dei colori tramite un prisma come negli esperimenti di Newton e
Goethe

Parallelamente presero tuttavia a svilupparsi alcune teorie negatrici di una visione unitaria della luce, che
avrebbero preparato il terreno all'atomismo di Newton. Marcus Marci nel Seicento studiò i colori da un
punto di vista esclusivamente fisico, sperimentando la trasformazione della luce quando veniva riflessa da
oggetti colorati.[8] Il fisico e gesuita Francesco Maria Grimaldi spiegò la colorazione della luce, che ad
esempio passasse attraverso un vetro rosso, sulla base di modificazioni intrinseche alla luce stessa, e non
perché il rosso le si andasse ad aggiungere.[8]

Isaac Newton pertanto, adottando un approccio meccanico e matematico, concluse che la luce, se
diversamente riflessa, fa apparire la varietà dei colori a seconda del suo diverso grado di rifrazione, e che i
colori sarebbero in origine contenuti nella luce quali suoi componenti, come gli atomi compongono la
materia:[8] egli ne enumerò in tutto sette, per ragioni più filosofiche che fisiologiche.[9]

La ruota cromatica di Goethe (1809) composta da giallo, verde, blu, violetto, porpora, arancione

Queste conclusioni furono contestate ai primi dell'Ottocento da Goethe, secondo cui era tipica della
mentalità newtoniana la trascuratezza di un approccio basato sui sensi, che conduceva ad astrazioni
teoriche ed arbitrarie:[10] Goethe rimproverava a Newton di aver effettuato i suoi esperimenti con l'ausilio
di un prisma, e che era questo il responsabile dell'insorgere dei colori. Il prisma per Goethe non è uno
strumento neutro, ma "sporca" la luce, offuscandola e producendo così i diversi effetti cromatici secondo la
densità della sua figura. Per Goethe non è la luce a scaturire dai colori, bensì il contrario; i colori non sono
«primari», ma consistono nell'interazione della luce (urphänomen) con l'oscurità. Polarizzandosi a contatto
col buio, la luce dà luogo a coppie di colori contrapposti e complementari, che Goethe dispose in un cerchio
cromatico di sei colori.[11]

«Il colore è, come tale, un valore d'ombra. In questo senso Kircher ha pienamente ragione a chiamarlo
lumen opacum, e come esso è affine all'ombra, così ad essa si unisce per propria propensione,
manifestandosi spontaneamente in essa e mediante essa non appena ve ne sia occasione.»

(Johann Wolfgang von Goethe, Teoria dei colori, § 69, trad. di R. Troncon, Milano, Il Saggiatore, 1979)

Anche il filosofo idealista Hegel contestò le conclusioni di Newton, sottolineandone le contraddizioni nel
fare della luce un composto di colori, cioè nel rendere scuro quel che è bianco:

«Ognuno sa che il colore è oscuro rispetto alla luce. Il giallo, rispetto alla luce, è anche oscuro. Newton dice:
la luce non è luce, ma oscurità, è composta di colori, e nasce perché si mischiano i colori, la luce quindi è
l'unità di queste oscurità. [...] La conclusione che viene da questo fenomeno è soltanto quella che, siccome
nel prisma si mostrano sette colori, questi dunque sarebbero l'elemento originario, e la luce è costituita da
essi. Questa conclusione è barbara. Il prisma è trasparente e offuscante [...] e offusca la luce secondo il
modo della sua figura. [...] Ma ora si dice che il prisma non ne è la causa; ma i colori che sono contenuti
nella luce, vengono poi prodotti. Sarebbe lo stesso se qualcuno volesse mostrare che l'acqua pura non è
originariamente trasparente, dopo aver rimestato un secchio pieno con uno straccio immerso
nell'inchiostro, e dicesse poi "vedete signori miei l'acqua non è chiara".»

(Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Filosofia della natura, lezioni del 1823-1824[12])

Nel 1861 James Clerk Maxwell, contemporaneo del famoso fisico e ottico Hermann von Helmholtz, con un
esperimento produsse la prima fotografia a colori. Lo scienziato Edwin Land, inventore della Polaroid,
confutò la teoria di Newton dimostrando che la percezione del colore di un punto è influenzata dal
contesto limitrofo[13].

Origine fisica

Dal punto di vista delle proprietà fisiche, la luce visibile appare complessivamente bianca se la si considera
la somma di tutte le frequenze dello spettro ottico. A ciascuna frequenza del visibile è associato un
determinato colore. In particolare la diversità di colore o semplicemente il colore dei corpi che non
emettono o brillano di luce propria, percepito poi dall'occhio umano, deriva dal fatto che un certo corpo
assorbe tutte le frequenze o lunghezze d'onda dello spettro visibile, ma riemette o riflette una o più
componenti o frequenze della luce bianca che, eventualmente mescolate tra loro, danno vita al colore
percepito dall'occhio umano. In particolare nei due casi estremi un corpo appare bianco quando assorbe
tutte le frequenze riflettendole a sua volta tutte, viceversa un corpo appare nero quando assorbe tutte le
frequenze e non ne riflette alcuna; in tutti gli altri casi intermedi si avrà la percezione tipica di un altro
colore.

Ogni sorgente di luce emette fotoni di diverse lunghezze d'onda, per cui quello che appare come tinta unica
è solo la lunghezza d'onda dominante o risultante e non quella in cui sono assenti altre.

Nel caso di corpi che emettono o brillano di luce propria (ad es. le stelle e il Sole), come è noto tutti i corpi
al di sopra dello zero assoluto, emettono invece radiazione elettromagnetica con potenza che è
proporzionale alla loro temperatura assoluta T secondo la legge di Stefan-Boltzmann e distribuita con
buona approssimazione secondo lo spettro del corpo nero di Planck con il picco di emissione che si sposta
secondo la Legge di Wien in funzione della temperatura T: se il corpo è sufficientemente caldo parte di
questa radiazione elettromagnetica cade nella banda del visibile risultando così visibile ai nostri occhi
passando dal rosso, al giallo, al bianco, azzurro e blu quanto più il corpo è caldo (vedi temperatura di
colore).

Percezione del colore

Spettro ottico (progettato per monitor con gamma 1.5)

I colori dello spettro di luce visibile

colore intervallo di lunghezza d'onda intervallo di frequenza


rosso ~ 700–630 nm ~ 430–480 THz

arancione ~ 630–590 nm ~ 480–510 THz

giallo ~ 590–560 nm ~ 510–540 THz

verde ~ 560–490 nm ~ 540–610 THz

blu ~ 490–450 nm ~ 610–670 THz

violetto ~ 450–400 nm ~ 670–750 THz

La formazione della percezione del colore non necessariamente corrisponde alle proprietà fisiche della luce
e avviene in tre distinte fasi.

Nella prima fase, un gruppo di fotoni (stimolo visivo) arriva all'occhio, attraversa cornea, umore acqueo,
pupilla, cristallino, umore vitreo e raggiunge i fotorecettori della retina (bastoncelli e coni), dai quali viene
assorbito. Come risultato dell'assorbimento, i fotorecettori generano (in un processo detto trasduzione) tre
segnali nervosi, che sono segnali elettrici in modulazione di ampiezza.

La seconda fase avviene ancora a livello retinico e consiste nella elaborazione e compressione dei tre
segnali nervosi, e termina con la creazione dei segnali opponenti, segnali elettrici in modulazione di
frequenza, e la loro trasmissione al cervello lungo il nervo ottico.

La terza fase consiste nell'interpretazione dei segnali opponenti da parte del cervello e nella percezione del
colore.

Prima fase

Nella prima fase una sorgente luminosa emette un flusso di fotoni di diversa frequenza. Questo flusso di
fotoni può:

arrivare direttamente all'occhio;

essere riflesso da un corpo che ne assorbe alcuni e ne riflette altri;

essere trasmesso da un corpo trasparente che ne assorbe alcuni e trasmette altri.

In ogni caso i fotoni che giungono all'occhio costituiscono lo stimolo di colore. Ogni singolo fotone
attraversa la cornea, l'umore acqueo, la pupilla, il cristallino, l'umore vitreo e raggiunge uno dei
fotorecettori della retina (un bastoncello, oppure un cono L, un cono M o un cono S) dal quale può essere o
non essere assorbito. La probabilità che un tipo di fotorecettore assorba un fotone dipende dal tipo di
fotorecettore e dalla frequenza del fotone.

Come risultato dell'assorbimento ogni fotorecettore genera un segnale elettrico in modulazione di


ampiezza, proporzionale al numeri di fotoni assorbiti. Gli esperimenti mostrano che i segnali generati dai
tre coni L, M e S sono direttamente collegati con la sensazione di colore, e sono detti segnali di tristimolo.

Seconda fase
Nella seconda fase i segnali di tristimolo vengono elaborati e compressi con modalità non ancora
completamente note. Questa elaborazione avviene nelle altre cellule della retina (cellule orizzontali,
bipolari e gangliari) e termina con la generazione di altri tre segnali elettrici, questa volta in modulazione di
frequenza, che sono chiamati segnali opponenti e vengono trasmessi al cervello lungo il nervo ottico.

Terza fase

I segnali elettrici opponenti che lungo i due nervi ottici (che sono costituiti dagli assoni delle cellule
gangliari) raggiungono il cervello arrivano nei cosiddetti corpi genicolati laterali, che costituiscono una
stazione intermedia per i segnali, che da qui vengono proiettati in apposite aree della corteccia visiva, dove
si realizza infine la percezione del colore.

Contrasti cromatici

I contrasti cromatici si producono tramite l'accostamento di due o più colori diversi tra loro. È altresì vero
che esistono processi fisiologici oculari che come per i contrasti luminosi permettono la visione al nostro
occhio di due tipi di colore, quello reale e quello apparente. Con un colore, per esempio il giallo, si avranno
delle percezioni diverse in base allo sfondo a cui lo sottoponiamo: questo perché tende alla tonalità
complementare dello sfondo stesso. Se invece lo sottoponessimo ad uno sfondo che è il complementare
del colore stesso, avremo maggiore luminosità per il principio del contrasto luminoso.

Contrasto tra colori puri

Consiste nell'accostare almeno tre colori al più alto grado di saturazione, cioè di intensità e di forza.

Contrasto tra colori complementari

Il contrasto tra colori complementari si ottiene tramite l'accostamento di un colore primario e del colore
risultante dall'unione degli altri due primari rimasti, tali contrasti sono: giallo-viola, rosso-verde, blu-
arancione.

Contrasto di quantità

Abbozzo fisica

Questa sezione sugli argomenti fisica e psicologia è solo un abbozzo. Contribuisci a migliorarla secondo le
convenzioni di Wikipedia. Segui i suggerimenti dei progetti di riferimento 1, 2.

Abbozzo psicologia

Ogni tinta presenta un diverso grado di luminosità, per cui se vogliamo creare un equilibrio percettivo è
necessario stendere in modo molto proporzionale le varie zone di colore, ad esempio, un colore molto
luminoso dovrà occupare un'area minore rispetto a un colore con un minore grado di luminosità.

Psicologia del Colore


Abbozzo fisica

Questa sezione sugli argomenti fisica e psicologia è solo un abbozzo. Contribuisci a migliorarla secondo le
convenzioni di Wikipedia. Segui i suggerimenti dei progetti di riferimento 1, 2.

Abbozzo psicologia

Le emozioni che ti comunica un colore non si basano sulla fisica della luce o su qualcosa di inconscio, ma si
basano sulla nostra cultura.

Bisogna considerare il colore come una lingua se si vuole parlare con esso.

Ogni cultura ha la propria lingua data dal passato storico e dall’evoluzione delle abitudini locali.

All’interno di ogni lingua però, ogni parola può avere diversi significati e per capire a quali di questi quella
parola fa riferimento devi capirne il Contesto.

Seguendo questo paragone quindi:

Ogni cultura avrà la sua “lingua dei colori“ e all’interno ogni “parola/colore” avrà diversi significati a
seconda del contesto.

Potrebbero piacerti anche