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Espansione semplificata – Diritto penale Espansione


semplificata
Diritto penale

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Elementi introduttivi del diritto pena le 1 Il diritto
penale
Il diritto penale è quel complesso di norme giuridiche (norme penali) con cui lo Stato
proi- bisce determinati comportamenti considerati contrari alla realizzazione e al
mantenimento della convivenza pacifica tra gli individui.

La norma penale, anche detta norma incriminatrice, si compone normalmente di due ele-
menti:

—  il precetto, che vieta o comanda il compimento di una certa azione; 


—  la sanzione, cioè la conseguenza prevista dall’ordinamento giuridico per


l’inosservanza del 

precetto (pena o misura di sicurezza).

Proprio in base alla sanzione prevista dall’ordinamento, i reati si distinguono in: 


—  delitti, cioè i reati puniti con le pene della reclusione e della multa (ad es.,
violenza sessuale e omicidio). 


—  contravvenzioni, ossia i reati puniti con le pene dell’arresto e dell’ammenda (ad


es., ubria- chezza e esercizio del gioco d’azzardo). 

2 Le fonti del diritto penale

Secondo il principio della riserva di legge, fonti del diritto penale possono essere
soltanto:

—  le leggi formali, ossia la Costituzione, le leggi costituzionali e le leggi


ordinarie emanate dal Parlamento; 


—  gli atti ad esse equiparati, cioè gli atti emanati da organi diversi dal
potere legislativo, ma aventi forza di legge (ad es., i decreti-legge e i decreti
legislativi). 

La maggior parte delle norme penali è contenuta nel codice penale, emanato
con R.D. 19- 10-1930, n. 1398, ed entrato in vigore l’1-7-1931, noto come
«codice Rocco». Il codice penale si divide in tre libri:

—  il libro primo contiene le norme comuni a tutti i reati; 


—  il libro secondo elenca e descrive i singoli delitti; 


—  il libro terzo è dedicato alle contravvenzioni. 


3 Il principio di legalità 

Il principio di legalità ha lo scopo di tutelare i diritti di libertà del
cittadino nei confronti di eventuali arbitri del potere giudiziario (cioè
dei giudici) e del potere esecutivo (cioè di chi governa). 


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In base al principio di legalità in senso formale, un fatto non può considerarsi reato, né il
suo autore può essere sottoposto a pena o a misura di sicurezza se una legge non lo prevede
come tale.

Fonti di tale principio sono l’art. 25 Cost. e gli artt. 1 e 199 c.p.
In base al principio di legalità in senso sostanziale, inoltre, a inché un fatto possa essere
considerato reato, deve ledere, in concreto, un bene giuridico costituzionalmente rilevante,
come la vita o la libertà personale (art. 27, comma 2, Cost. e art. 49 c.p.).

Il principio di legalità si articola in alcuni sottostanti principi interdipendenti:

—  la riserva di legge, secondo la quale fonti del diritto penale possono essere
soltanto la legge o gli atti ad essa equiparati (ad es., i decreti legge convertiti); 


—  la tassatività o determinatezza, per cui la norma penale, tanto nella parte del
precetto, quanto in quella della sanzione, deve essere formulata in maniera precisa e
determinata, in modo da permettere al cittadino di conoscere i comportamenti vietati
e da evitare interpre- tazioni giurisprudenziali eccessivamente distanti dal significato
letterale della stessa; 


—  il divieto di analogia, in virtù del quale i reati costituiscono un numero chiuso
che non può essere ampliato a piacimento dal giudice o dall’esecutivo; 



 l’irretroattivitàdellanormaincriminatrice,percuilaleggepenalenonèapplicabileaifat
ti commessi prima della sua entrata in vigore (art. 2, comma 1, c.p. e art. 25, comma
2, Cost.). Inoltre, è vietata l’ultrattività della legge penale, ossia la sua applicazione a
fatti commessi dopo la sua abrogazione. 



 lariservadiCodice,inbaseallaqualenuovedisposizionicheprevedonoreatipossonoesser
e introdotte solo modificando il codice penale ovvero inserendole in leggi che
disciplinano in modo organico la materia (art. 3 c.p.). 


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1 Il reato
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Il reato e la sua struttu ra
Il reato è quel fatto umano cui la legge connette una sanzione penale e che può assumere
la forma di un’azione o di un’omissione.

Colui il quale commette il reato è detto soggetto attivo, mentre chi viene leso è detto
soggetto passivo.

L’oggetto giuridico del reato, invece, è il bene giuridico o interesse protetto dalla norma
penale violata.

All’interno del reato, è possibile individuare, inoltre:

—  un elemento oggettivo o materiale, formato dalla condotta del soggetto,


dall’evento da essa scaturito e dal nesso di causalità tra i due elementi; 


—  un elemento soggettivo o psicologico, ossia il grado di previsione e volontarietà


dell’even- to da parte del soggetto attivo che può articolarsi nelle forme del dolo,
della colpa e della preterintenzione. 

Elemento oggettivo ed elemento soggettivo costituiscono gli elementi essenziali del
reato, ossia elementi la cui presenza è necessaria a inché possa ritenersi integrato il
reato; da questi si distinguono gli elementi accidentali del reato, non indispensabili
per la realizzazione del reato, ma rilevanti per individuarne la gravità e quindi per
determinare l’entità della pena (sono tali, ad esempio, le circostanze aggravanti e
attenuanti di cui agli artt. 61 e 62 c.p.). 


2 I soggetti del reato 



Il soggetto attivo del reato è colui che pone in essere il comportamento vietato dalla
norma incriminatrice. 

Ai sensi dell’art. 27 Cost., la responsabilità penale è personale. Pertanto, un
individuo può essere punito per un reato soltanto se l’evento dannoso o pericoloso
che ne deriva è frutto della sua azione o omissione (art. 40 c.p.). In relazione al
soggetto attivo si distinguono: reati comuni, che possono essere realizzati da
qualunque soggetto; reati propri, che possono essere realizzati soltanto da soggetti
che rivestono una determinata qualità ovvero si trovano in una certa situazione. 

Ad esempio, il delitto di peculato può essere commesso solo dal pubblico u iciale e
dall’in- caricato di pubblico servizio, il delitto di falsa testimonianza può essere
commesso solo da colui che riveste la qualifica di testimone. 

Il soggetto passivo del reato è il titolare del bene o dell’interesse che la norma
giuridica tutela in quanto soggetto leso dal fatto costituente reato. Questi non va
confuso con: 


—  il soggetto passivo della condotta, ossia il soggetto su cui materialmente si è


manifestata la condotta criminosa. Ad esempio, nella concussione soggetto passivo
del reato è la pubblica amministrazione mentre soggetto passivo della condotta è il
privato concusso; 


—  il soggetto danneggiato dal reato, cioè colui che dal reato ha subito un danno
civilmente risarcibile, pur senza essere titolare del bene giuridico protetto. 


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Espansione semplificata – Diritto penale 3 L’oggetto


giuridico del reato
L’oggetto giuridico del reato è il bene giuridico o l’interesse protetto dalla norma penale.
Può trattarsi di un bene materiale (ad es., il patrimonio) o immateriale (ad es., il buon
andamento della pubblica amministrazione).

L’o esa prodotta dal reato al bene tutelato, definita danno penale, può assumere la forma
della lesione o della messa in pericolo. Pertanto, si distingue tra:

—  reati di danno, che si hanno quando il bene giuridico tutelato è stato e


ettivamente leso (ad es., l’omicidio consumato in cui si è verificata la morte della
vittima); 


—  reati di pericolo, se il bene giuridico tutelato è stato soltanto minacciato (ad es.,
l’omicidio tentato, in cui non si è verificata la morte). 


In base al numero di beni giuridici o esi dal reato, si distinguono:

—  reati mono-o ensivi, quando la condotta investe un solo bene giuridico o


interesse protetto (ad es., l’omicidio); 


—  reatipluri-o
ensivi,quandolacondottaledepiùinteressiobenigiuridicicongiuntamente(ad es., la
rapina, che danneggia il bene giuridico del patrimonio e quello della libertà
personale). 


4 L’elemento oggettivo del reato 



L’elemento oggettivo o materiale del reato è formato dalla condotta corrispondente
alla fattispecie incriminatrice prevista dalla norma, dall’evento da esso risultante e
dal rapporto di causalità che deve intercorrere tra l’uno e l’altro (art. 40 c.p.). In
particolare:

—  la condotta è l’azione o l’omissione che dà vita al reato. Perciò, quando la


condotta del soggetto è positiva, si ha un reato commissivo, quando la
condotta del soggetto è negativa o omissiva, si ha un reato omissivo.

I reati omissivi, a loro volta, possono essere: propri, se per realizzarli è su
iciente il mancato compimento dell’azione dovuta (ad es., il reato di omissione
di atti d’u icio); impropri, se per la loro realizzazione è necessario che il
soggetto con la propria omissione abbia cagionato un evento (ad es., il
casellante che omette di abbassare le sbarre causando un incidente
ferroviario); 


—  l’evento è l’e etto o il risultato che la condotta del soggetto produce sulla
realtà esterna (ad es., il ferimento del soggetto a seguito dell’aggressione
realizzata a suo danno); 


—  il rapporto o nesso di causalità è il rapporto di consequenzialità logico-


materiale tra la con- dotta e l’evento. Esso permette di ricondurre un certo
evento a una determinata condotta. Ad esempio, alla condotta di esplodere un
colpo di pistola contro un individuo, segue l’evento del ferimento dello stesso. 


5 L’elemento soggettivo del reato (colpevolezza) e


la responsa- bilità oggettiva 

Nel nostro diritto penale, a inché si possa configurare un reato, non è su
iciente che il sog- getto abbia realizzato materialmente il fatto, ma occorre
anche che questo possa attribuirsi alla volontà del soggetto. Si tratta del cd.
principio di colpevolezza, che viene rinvenuto nell’art. 27 Cost., il quale
stabilisce che la responsabilità penale è personale. 

Infatti, l’art. 42 c.p. stabilisce che nessuno può essere punito per un fatto
previsto dalla legge come reato se non lo ha commesso con coscienza e
volontà. Ricorrono coscienza e volontà 


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quando il soggetto si attiva (nei reati commissivi) o resta inerte (nei reati omissivi), in
presenza di un impulso volontario cosciente.

La colpevolezza non è solo un elemento essenziale del reato, ma è anche un criterio di


commisurazione della pena: infatti, dal grado di colpevolezza dipende l’entità della
sanzione.

Presupposto per valutare l’esistenza o meno di una volontà colpevole è l’imputabilità, ossia
il possesso della maturità e dalla sanità mentale da parte del soggetto agente. Non è
possibile, infatti, considerare colpevole di un comportamento chi sia incapace di intendere e
volere.

In base ai criteri di imputazione soggettiva disciplinati dal codice penale si distingue tra
delitto (art. 43 c.p.):

— dolosoosecondol’intenzione,quandol’agentehaprevistoevolutol’eventocomeconseguenza
della sua azione o omissione. Si considerano voluti tanto i risultati che costituiscono lo
scopo per il quale il soggetto ha agito (dolo diretto o intenzionale), tanto quei risultati che,
pur non rappresentando lo scopo per il quale il soggetto agisce, sono accettati come
conseguenza indiretta del comportamento (dolo indiretto o eventuale);
—  colposo o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se previsto, non è voluto
dal soggetto agente e si realizza per negligenza, imprudenza, imperizia (colpa
generica) ovvero per inos- servanza di leggi, regolamenti, ordini e discipline (colpa
specifica);

Si distingue, inoltre, tra colpa cosciente, la quale ricorre quando l’agente, pur non
avendo voluto l’evento, lo ha previsto come conseguenza della propria condotta, e
colpa incosciente, che ricorre quando manca non solo la volontà di cagionare
l’evento ma anche la previsione dello stesso; 


—  delitto preterintenzionale o oltre l’intenzione, quando dall’azione o


dall’omissione deriva un evento dannoso o pericoloso più grave di quello voluto
dall’agente. Il nostro ordinamento disciplina solo due casi di delitto
preterintenzionale: l’omicidio preterintenzionale (art. 584 c.p.) e l’aborto
preterintenzionale (art. 593ter c.p.). 

La responsabilità oggettiva, invece, sussiste quando il soggetto agente è ritenuto
responsa- bile del fatto realizzato in quanto conseguenza della sua azione o
omissione (art. 42, comma 3, c.p.), indipendentemente dall’esistenza di un elemento
psicologico (dolo, colpa o preterintenzione). 

L’evento, quindi, è addebitato all’autore soltanto perché esiste un nesso di
causalità tra la sua condotta e l’evento stesso. Un’ipotesi di responsabilità oggettiva
è rappresentata dai reati aggravati dall’evento, ossia quei delitti che subiscono un
aumento di pena quando dalla loro commissione deriva un ulteriore evento. 

Ad esempio, il reato di maltrattamenti in famiglia di cui all’art. 572 c.p., oltre a
punire i mal- trattamenti prevede degli aumenti di pena quando dai maltrattamenti
derivano lesioni gravi, gravissime o addirittura la morte. 


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Scriminati, scusanti e esimen ti 1 Le cause di
giustificazione (scriminanti)
Le cause di giustificazione o scriminanti sono circostanze in presenza delle quali un fatto,
che normalmente costituisce reato, è considerato lecito dall’inizio. Ciò accade perché una
norma dell’ordinamento lo autorizza o addirittura lo impone e, pertanto, viene meno il
contrasto tra la condotta e l’ordinamento giuridico (antigiuridicità).

Le cause di giustificazione manifestano il proprio e etto anche:

—  se non sono conosciute dal soggetto agente o se esso per errore le reputa
inesistenti; 


—  quando il soggetto agente le ritiene erroneamente esistenti e, in base a tale


erronea convin- 

zione, commette il fatto (cd. scriminante putativa); 


—  nel caso di concorso di reati, applicandosi a tutti coloro che hanno concorso nel
reato. 

Le cause di giustificazione disciplinate dal codice penale sono (artt. 50-54 c.p.): 


—  il consenso dell’avente diritto, per cui non è punibile chi lede o pone in pericolo
un diritto col consenso della persona che può validamente disporne. Il consenso
esclude la punibilità solo se riguarda diritti disponibili, mentre non giustifica la
lesione di diritti indisponibili (ad es., il diritto alla vita); 


—  l’esercizio di un diritto, giacché se l’ordinamento ha attribuito a un soggetto un


diritto e quindi la facoltà di agire per esercitarlo, non può contraddirsi e punire
l’esercizio del diritto medesimo (ad es., non risponde del delitto di sequestro di
persona chi ha facoltà di procedere all’arresto); 



 l’adempimentodeldovere,che,seimpostodaunanormagiuridicaodaunordinelegittimo
della pubblica autorità, esclude la punibilità (ad es., il soldato che uccide in guerra
non può essere considerato colpevole di omicidio); 


—  la legittima difesa, in quanto non è punibile chi ha commesso un fatto, che
normalmente costituisce reato, perché costretto dalla necessità di difendere un diritto
proprio o altrui contro il pericolo attuale di un’o esa ingiusta. La reazione è ammessa
solo se si tratta di fronteggiare un pericolo attuale di lesione, non invece un pericolo
passato o futuro; 


—  l’uso legittimo delle armi, poiché non è punibile il pubblico u iciale che, per
adempiere il proprio dovere, fa uso o ordina di fare uso delle armi o di altro mezzo di
costrizione fisica, quando è necessario per respingere una violenza o per vincere una
resistenza; 


—  lo stato di necessità, ossia quello in cui incorre chi ha commesso il fatto per
esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un
danno grave alla persona (ad es., il naufrago che colpisce un altro naufrago per
attaccarsi ad un salvagente su iciente a salvare una sola persona). 


2 Le cause di esclusione della colpevolezza (scusanti) 



Le cause di esclusione della colpevolezza o scusanti fanno venire meno l’elemento
sogget- tivo del reato. Esse, infatti, escludono l’esistenza di un nesso psichico tra il
soggetto e l’azione realizzata. 


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Espansione semplificata – Diritto penale L’ordinamento prevede tre


cause di esclusione della colpevolezza (artt. 46 e 47 c.p.):

—  l’incoscienza indipendente dalla volontà, ossia la condizione mentale nella


quale agisce il soggetto che realizza un reato in stato di totale incoscienza. Sono
realizzate in tale condizione, ad esempio, le azioni che il soggetto compie agitandosi
in preda al delirio di una malattia; 


—  il costringimento fisico, cioè la condizione in cui si trova colui che realizza un
fatto a causa della violenza fisica altrui, alla quale non può resistere o sottrarsi. Ad
esempio, si trova in tale condizione chi, minacciato con un’arma da fuoco, è costretto
a partecipare ad un reato; 


—  l’errore sul fatto costituente reato, che ricorre quando il soggetto agisce
convinto di rea- lizzare un fatto diverso da quello previsto da una norma penale. Ad
esempio, il viaggiatore che in aeroporto ritira erroneamente un bagaglio identico al
suo non potrà essere accusato di furto. 

L’errore sul fatto non va confuso con:


 l’erroredidiritto,ossial’ignoranzadellaleggepenale,chenonescludel’elemento
soggettivo del reato (art. 5 c.p.), poiché il soggetto agente vuole e realizza il
fatto, ma ignora l’esistenza della norma penale o commette un errore di
interpretazione della stessa. Si pensi a chi co- struisce una casa abusivamente
ignorando di commettere un reato; 


—  l’errore inabilità, che interviene nella fase di esecuzione del reato dando
luogo a un fatto diverso da quello che il soggetto agente aveva preventivato e
che, comunque, sarebbe stato contrario a una norma penale. Esso può
riguardare la modalità casuale del comportamento realizzato (aberratio
causae), il soggetto passivo sul quale il comportamento si manifesta
(aberratio ictus, art. 82 c.p.) e l’evento causato (aberratio delicti, art. 83 c.p.). 


3 Le cause di esclusione della punibilità (o


esimenti) 

Le cause di esclusione della punibilità o esimenti, analogamente alle
scriminanti e alle scu- santi, impediscono che al reo possa essere applicata
una pena. Tuttavia, si di erenziano dalle precedenti in quanto la mancata
applicabilità della pena non si giustifica per l’assenza di uno degli elementi
essenziali del reato, ma dipende dalla valutazione di interessi superiori che si
impongono sulle esigenze di giustizia. 

Costituiscono esimente, ad esempio, le immunità, cioè quelle ipotesi di
esenzione da conse- guenze penali che riguardano soggetti che svolgono
funzioni di particolare rilevanza in ambito internazionale o costituzionale. 


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Le forme di manifestazione del rea to 1 Reato
consumato e reato tentato
Il reato si dice consumato o perfetto quando il soggetto agente ha realizzato un fatto del
tutto conforme alla fattispecie descritta nella norma incriminatrice (ad es., con la morte della
vittima si perfeziona il reato di omicidio).

Il reato tentato, invece, consiste nel voler commettere un reato, nell’agire per realizzarlo e
nel non riuscire a compierlo per cause indipendenti dalla propria volontà (ad es., il soggetto
viene disarmato prima di sparare). Il delitto tentato, di conseguenza, è punito con pene
inferiori rispetto a quello perfetto.

La disciplina del tentativo è contenuta nell’art. 56 c.p., a norma del quale: chi compie atti
idonei diretti in modo non equivoco a commettere un delitto risponde del delitto tentato se
l’azione non si compie o l’evento non si verifica. Dunque, un primo requisito del tentativo è
l’intenzione di commettere un determinato delitto; per questa ragione, la norma parla di atti
diretti, con la conseguenza che il tentativo è configurabile solo nella forma del dolo.

Occorre, inoltre, il compimento di atti idonei diretti in modo non equivoco alla commissione
dello stesso: l’azione è idonea quando si presenta adeguata alla commissione del delitto; è
univoca, invece, quando gli atti compiuti lasciano prevedere come verosimile la
realizzazione del delitto voluto.

Il tentativo si di erenzia:

—  dalla desistenza, che ricorre quando il soggetto, dopo aver iniziato l’esecuzione
del delitto, muta proposito e interrompe la sua attività criminosa (ad es., il ladro che,
dopo aver forzato una porta, si allontana senza introdursi nell’appartamento); 


—  dal recesso attivo, che si verifica quando il colpevole ha già condotto a termine
l’attività delittuosa e, desiderando evitare il verificarsi dell’evento, si attiva per
impedirlo (ad es., Tizio getta Caio nel fiume e lo salva prima che anneghi). 


2 Le circostanze del reato



Le circostanze del reato sono elementi accidentali del reato, in quanto possono
essere pre- 

senti o meno. Esse producono due e etti:

—  influiscono sul disvalore del fatto, cioè sulla sua gravità; 


—  comportano, di conseguenza, un aumento o una diminuzione della pena


prevista per il reato 

semplice. 

Le circostanze si distinguono in aggravanti comuni (art. 61 c.p.), se
comportano un aumento della pena, e attenuanti comuni (art. 62 c.p.), se
consentono una riduzione della pena. 

In base al principio del favor rei, le circostanze aggravanti sono valutate a
carico del soggetto agente soltanto se da lui conosciute; al contrario, le
circostanze attenuanti sono valutate a favore del soggetto agente anche se da
lui non conosciute o ritenute inesistenti. 

Può accadere che, ad uno stesso reato, siano applicabili più circostanze: in
questo caso, si parla di concorso di circostanze. Nel caso di concorso tra più
circostanze omogenee, cioè solo 


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aggravanti o solo attenuanti, si procede a tanti aumenti o diminuzioni di pena quante sono le
circostanze considerate. Quando, invece, il concorso è eterogeneo e, dunque, sono presenti
sia aggravanti che attenuanti, il giudice determina la prevalenza di una delle due categorie o,
se le ritiene equivalenti, applica solo la pena base.
L’ordinamento, inoltre, attribuisce al giudice la facoltà di valutare ulteriori elementi non
espressamente tipizzati dall’art. 62 c.p. al fine di modulare la pena in base al caso concreto.
Tali elementi, inerenti alle modalità di svolgimento del fatto e alla personalità del suo
autore, sono definiti circostanze attenuanti generiche.

3 Il concorso di persone nel reato



Si ha concorso di persone nel reato quando più soggetti concorrono o partecipano alla

realizzazione di uno stesso reato. Il concorso di persone nel reato può essere:

—  necessario, quando la presenza di più persone è requisito necessario a inché un


certo reato possa essere realizzato (ad es., il reato di rissa). In particolare, è
necessario che ciascun concorrente abbia fornito un contributo causale alla
realizzazione dell’evento, compiendo un’azione o un’omissione che costituisce un
contributo necessario o agevolatore alla realiz- zazione del reato; 


—  eventuale, quando la presenza di più persone nel reato è eventuale, nel senso che
esso può essere realizzato tanto da un unico soggetto quanto da più soggetti insieme
(ad es., il reato di omicidio). 

Quando più persone concorrono nel medesimo reato, ciascuna di esse soggiace alla
pena per questo stabilita (art. 110 c.p.). 


4 Il concorso di reati

Si ha concorso di reati quando il soggetto agente, violando più volte la legge penale,
com- 

mette una pluralità di reati.

In particolare, il concorso di reati si distingue in: 


—  materiale (art. 71 e ss c.p.), se i reati realizzati scaturiscono da più azioni o


omissioni. In questo caso, si applica la disciplina del cd. cumulo materiale delle
pene, la quale prevede l’irrogazione di tante pene quanti sono i reati realizzati, entro
una soglia massima stabilita dalla legge. Sono esempi di concorso materiale i plurimi
omicidi commessi da un serial killer (concorso materiale omogeneo) o i delitti
commessi dal soggetto che prima ruba un’arma da fuoco, in seguito la usa per
commettere una rapina e, successivamente, un omicidio (cumulo materiale
eterogeneo); 


—  formale(art.
81,comma1,c.p.),seireatirealizzatiscaturisconodaunasolaazioneoomissione. In questo
caso, si applica la disciplina del cd. cumulo giuridico delle pene, la quale prevede
l’irrogazione della pena prevista per il reato più grave realizzato aumentata fino al
triplo. Ad esempio, un automobilista investe e uccide più persone (cumulo formale
omogeneo) o investe più persone, uccidendone alcune e provocando solo ferite in
altre (cumulo formale eterogeneo). 


5 Il reato continuato 

Il reato continuato si realizza quando con più azioni o omissioni, esecutive di un
medesimo disegno criminoso, si commettono, anche in tempi diversi, più violazioni
di legge (art. 81, comma 2, c.p.). 


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Tuttavia, anche se formalmente si realizza un concorso materiale che, dunque, richiederebbe


l’applicazione del criterio del cumulo materiale per il calcolo della pena, cioè l’applicazione
di tante pene quanti sono i reati realizzati, l’art. 81, comma 2, prevede espressamente che il
calcolo della pena venga fatto applicando il criterio del cumulo giuridico, cioè la pena
prevista per la violazione più grave aumentata fino al triplo.

La ragione che giustifica l’applicazione di un regime di calcolo più mite è che le diverse
vio- lazioni vengono commesse in esecuzione di un medesimo disegno criminoso e quindi il
reato si considera unico ai fini della pena.

Si pensi, ad esempio, alla di erenza che intercorre tra le seguenti ipotesi: Tizio si reca armato
in banca per commettere una rapina e ferisce gravemente la guardia giurata che gli ha
opposto resistenza (reato continuato); Caio spara e uccide un suo nemico e,
successivamente, rapina uno sconosciuto per strada (concorso di reati).

6 Il concorso o conflitto apparente di norme


Il concorso apparente di norme sussiste quando alla condotta sembrano applicabili più
norme incriminatrici, ma il reato resta unico e, quindi, l’applicazione di una norma esclude
l’altra o le altre.

Pertanto, si pone il problema di individuare, tra le norme concorrenti, quella da applicare al


caso concreto. A tale scopo, la dottrina propone tre diversi criteri concorrenti:

— specialità,percuiladdovepiùdisposizioniregolanolastessamateria,prevaleladisposizione
speciale su quella avente carattere generale (art. 15 c.p.). La norma è speciale quando con-
tiene, oltre agli elementi previsti dalla normale generale, degli elementi ulteriori particolari
o specifici;

—  consunzione o assorbimento, quando la commissione di un reato implica la


realizzazione di un reato ulteriore, che rimane assorbito nel primo. Pertanto, la
norma più ampia assorbe quella di portata minore; 


—  sussidiarietà, per cui una norma penale assume valore solo in via incidentale,
cioè se la ma- teria non è già disciplinata da una norma primaria. Nel codice penale,
infatti, vi sono diverse norme che prevedono la propria applicabilità solo «se il fatto
non è previsto come reato da altra norma» ovvero «salvo che il fatto costituisca più
grave reato». 


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Qualità inerenti al re o 1 L’imputabilità
L’imputabilità è la capacità di intendere e volere del soggetto al momento in cui
commette il fatto (art. 85 c.p.).
La capacità di intendere è la capacità del soggetto di rendersi conto dell’atto che sta
compiendo e delle conseguenze che esso produce sulla realtà in cui egli agisce.

La capacità di volere è l’idoneità della persona a determinarsi in modo autonomo,


resistendo agli impulsi derivanti dal mondo esterno e dai moti del suo animo.

L’imputabilità è presupposto necessario per l’applicazione della pena al reo: se questi,


invece, risulta incapace di intendere e volere, potrà essergli applicata soltanto una misura di
sicurezza. La pena viene comunque applicata quando il soggetto agente si pone
volontariamente in stato di incapacità, ad esempio assumendo sostanze stupefacenti, allo
scopo di commettere un

reato o di prepararsi una scusa (cd. incapacità preordinata o actio libera in causa, art. 87

c.p.). 2 Le cause di esclusione dell’imputabilità


La legge prevede una serie di cause che escludono o diminuiscono l’imputabilità (artt. 88-98
c.p.):


 laminoreetà,inrelazioneallaqualesidistinguetraminoridi14anni,ritenutinonimputabili,
e minori tra i 14 e i 18 anni, per i quali il giudice è tenuto ad accertare l’esistenza
dell’imputa- bilità caso per caso; 


—  il vizio di mente, ossia lo stato derivante da infermità che esclude (vizio di mente
totale) o diminuisce (vizio di mente parziale) la capacità di intendere e volere; 


—  il sordomutismo, che esclude l’imputabilità solo quando si accerta che esso ha
determinato in concreto l’incapacità di intendere e volere del soggetto; 



 l’ubriachezza,laqualeescludel’imputabilitàsoltantoquandoèaccidentale,cioènondipe
n- dente da colpa del soggetto (si pensi al dipendente di una distilleria, il quale si
ubriaca per i fumi dell’alcool che respira); 


—  l’intossicazionecronica,chesiverificaquando,pere
ettodell’abusoprolungatodialcoolo sostanze stupefacenti, si produce un’alterazione
fisica del soggetto tipica del vizio di mente e, pertanto, è disciplinata analogamente a
quest’ultimo. 


3 La capacità a delinquere 

La capacità a delinquere consiste nella tendenza o inclinazione dell’individuo a
commet- tere reati e si desume da una serie di elementi: i motivi a delinquere del reo
e dal suo carattere; i precedenti penali e giudiziari, la condotta e la vita del reo
antecedente al reato; la condotta contemporanea o susseguente al reato; le condizioni
di vita individuale, familiare e sociale del reo. 

La capacità a delinquere rientra tra gli elementi che il giudice deve valutare quando
determina la pena da infliggere all’autore di un reato (art. 133, comma 2, c.p.).
Pertanto, essa consente al giudice di scegliere e quantificare la pena in maniera più
accurata. 


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Espansione semplificata – Diritto penale 4 La pericolosità


criminale
La pericolosità criminale è un grado particolarmente intenso di capacità a delinquere, che
designa colui il quale è probabile che commetta nuovi fatti previsti dalla legge come reato,
anche se è non imputabile o non punibile (art. 203 c.p.).

Pertanto, la dichiarazione di pericolosità criminale comporta un aumento della pena o, in


caso di soggetto non imputabile, l’applicazione di una misura di sicurezza.

Sono previste quattro forme specifiche di pericolosità criminale (artt. 99-105 c.p.):

—  il delinquente abituale, cioè colui che, con la sua ripetuta attività criminosa,
dimostra di aver acquistato una notevole attitudine a commettere reati; 



 ildelinquenteprofessionale,ossiailsoggettocheviveabitualmente,anchesoloinparte,
con il frutto dei proventi dei reati da lui commessi. Per la dichiarazione di
professionalità, non è necessario che il reo sia già stato dichiarato delinquente
abituale, ma si richiede che i vari reati commessi forniscano ad esso una fonte stabile
di mantenimento; 


—  il delinquente per tendenza, ossia colui che, per l’indole particolarmente
malvagia (ad es., dovuta all’ambiente nel quale è cresciuto e vive), dimostra una
speciale inclinazione alla commissione di delitti; 


—  il recidivo, cioè chi dopo essere stato condannato per un delitto non colposo (ad
es., il reato di violenza sessuale) ne commette un altro. La recidiva può essere
semplice, aggravata o reiterata. 


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1 La pena
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La pena è la sanzione che consegue alla commissione di un reato. Essa viene irrogata
dallo Stato, cioè dall’autorità giudiziaria attraverso il processo, a carico di colui che ha
violato una norma penale. Essa è:

—  personale, poiché, ai sensi dell’art. 27 Cost., la responsabilità penale è personale; 


—  disciplinata dalla legge (cd. principio di legalità della pena); 



—  inderogabile, nel senso che deve essere sempre applicata se viene commesso un
reato; 


—  proporzionata al reato (cd. proporzionalità della pena). 



La pena per i singoli reati è solitamente indicata tra un minimo e un massimo e spetta
al giudice, caso per caso, determinarla. 


2 Le tipologie di pena

Esistono diverse categorie di pena. In particolare, distinguiamo le pene: 


—  principali, inflitte dal giudice con la sentenza di condanna. L’ordinamento


prevede per i delitti le pene dell’ergastolo, della reclusione e della multa, mentre per
le contravvenzioni le pene dell’arresto e dell’ammenda; 


—  sostitutive, le quali, in presenza di determinate circostanze, sostituiscono quelle


principali. Le più importanti sono la semidetenzione e la libertà controllata; 


—  accessorie, ossia sanzioni che determinano per il condannato una limitazione di


capacità, attività o di funzioni ovvero aggravano gli e etti della pena principale. 

Sono pene accessorie per i delitti: l’interdizione dai pubblici u ici; l’interdizione
legale; l’interdizione dagli u ici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese;
l’interdizione da una professione o da un’arte; l’incapacità a contrattare con la P.A.;
l’estinzione del rapporto di lavoro o di impiego; la decadenza dalla responsabilità
genitoriale e la sospensione del suo esercizio. 

Sono pene accessorie per le contravvenzioni: la sospensione dall’esercizio di una
professione o un’arte e la sospensione dagli u ici direttivi delle persone giuridiche e
delle imprese. 

Una pena accessoria comune sia ai delitti sia alle contravvenzioni è la pubblicazione
della sentenza di condanna (art. 36 c.p.). 


3 Le cause di estinzione della punibilità 



Le cause di estinzione della punibilità indicano ipotesi, previste dalla legge, in cui
non è possibile sul piano materiale irrogare la pena, nonostante un reato sia stato
realizzato e la sua commissione accertata giudizialmente. 

Si distingue tra cause di estinzione della punibilità in astratto o cause di estinzione
del reato, in quanto escludono l’applicabilità della pena al soggetto agente a
prescindere dall’emanazio- ne di una sentenza di condanna, e cause di estinzione
della punibilità in concreto o cause di estinzione della pena, in quanto escludono
l’applicabilità della pena al soggetto agente a seguito dell’emanazione di una
sentenza di condanna. 

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Le sanzio ni
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Tra le prime, si ricordano: la morte del reo precedente alla condanna; l’amnistia; la prescri-
zione; l’oblazione; le condotte riparatorie; la sospensione condizionale della pena; la
sospensione del procedimento con messa alla prova; il perdono giudiziale.

Tra le seconde, vi sono: la morte del reo dopo la condanna; l’amnistia impropria; la
prescrizio- ne della pena; l’indulto, la grazia, la liberazione condizionale; la riabilitazione;
la non menzione della condanna.

4 Le misure di sicurezza
Le misure di sicurezza sono speciali provvedimenti che hanno la funzione di curare e
rieducare un soggetto socialmente pericoloso, anche se non imputabile, impedendogli
contemporane- amente la commissione di nuovi reati. Le misure di sicurezza si distinguono
in patrimoniali, quando incidono soltanto sul patrimonio del soggetto (ad es., la confisca), e
personali, se limitano la sua libertà personale.

Le misure di sicurezza personali possono essere, a loro volta, detentive, come il ricovero in
ospedale psichiatrico giudiziario (ora residenza per l’esecuzione della misura di sicurezza) e
non detentive, come il divieto di soggiorno, che consiste nel divieto di soggiornare in uno o
più Comuni o in una certa Provincia ed è applicabile facoltativamente per alcuni reati come
i reati contro l’ordine pubblico.

5 Le conseguenze civili del reato


Oltre che un illecito penale, un determinato fatto può anche costituire un illecito di diversa
natura (civile, amministrativo o disciplinare) e, quindi, da esso possono derivare
conseguenze giuridiche diverse e ulteriori rispetto a quelle penali.
La maggior parte dei reati costituisce generalmente anche un illecito civile, per cui da essi
deriva anche la sanzione civile del risarcimento del danno (art. 2043 c.c.). Ad esempio, il
reato di lesioni comporta anche l’obbligo di risarcire il danno provocato alla salute.

Le conseguenze di natura civile più importanti previste dal codice penale sono le
restituzioni, il risarcimento, l’obbligo del rimborso delle spese allo Stato per il
mantenimento del condannato e l’obbligazione civile per l’ammenda. Le prime due
obbligazioni sono a beneficio delle vittime del reato, mentre le ultime due sono a favore
dello Stato.
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