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Bruce Chatwin

Utz
Kaspar Utz, il protagonista di
questo romanzo, è un grande
collezionista di porcellane di
Meissen che le tempeste della
storia hanno condotto a vivere
a Praga con i suoi fragili tesori,
sotto gli occhi malevoli di uno
Stato poliziesco. Ma Utz è un
uomo beffardo, un trickster,
come certe figurine della
commedia dell ’arte che
adornano la sua collezione.
Simile all’imperatore Rodolfo II,
saturnina ombra che aleggia
sulla città, Utz sa che un
collezionista è un teologo in
incognito – e per lo più un
eretico. Il suo rapporto con gli
Arlecchini e le Colombine di
Meissen ha qualcosa di
idolatrico. Né gli è lontano il
sentimento del rabbino Loew
verso il Golem. Ma ora la sua
vita deve custodire tutto
questo, come il più pericoloso
dei segreti, dietro una
superficie di anonimo squallore.
Ciò che conta è condurre la
guerra contro il nemico che lo
accerchia, contro il «rumore di
fondo» della storia, che
vorrebbe inghiottire per sempre
quelle figurine di una sostanza
non intaccabile dal tempo. Così
la vita solitaria e maniacale di
Utz diventerà una partita contro
quel nemico, la cui posta è la
collezione stessa, un esercito
muto di esseri che va sottratto
ai brutali polpastrelli di ogni
autorità. Questo romanzo è un
’indagine appassionante su
quella partita, di cui non
sarebbe gentile svelare la
stupefacente conclusione.
Pubblicato da Chatwin
nell’autunno del 1988, poco
prima della sua morte, questo
libro è stato accolto con
ammirazione, come «una
gemma squisita, compatta,
luccicante, riccamente
sfaccettata».

Bruce Chatwin nacque a


Sheffield, in Inghilterra, nel
1940 e morì a Nizza nel 1989.
Divenuto direttore della casa
d'aste Sotheby's a soli ventisei
anni, abbandonò dopo poco
tempo quel lavoro per fare il
giornalista nel Sunday Times
Magazine, ma ben presto si
stancò anche di quell'attività e
prese a girare il mondo come
un vero e proprio nomade,
entrando in contatto diretto con
le realtà più lontane e
scrivendo libri di viaggio a metà
tra il reportage e la letteratura
d'invenzione. Il suo primo libro
è In Patagonia (1977), seguito
d a Il Viceré di Ouidah (1980).
Successivamente pubblicò Sulla
collina nera (1982), Ritorno in
Patagonia (1985), Le vie dei
canti (1987), Utz (1988).
Uscirono postumi Che ci faccio
qui? (1989), L'occhio assoluto
( 1 9 9 3 ) , Anatomia
dell'irrequitezza (1996).
a Diana Phipps
Il 7 marzo 1974, un'ora prima
dell'alba, nel suo appartamento
di via Siroká 5 che dava sul
vecchio cimitero ebraico di
Praga, Kaspar Utz morì di un
secondo colpo da tempo
previsto.
Tre giorni dopo, alle sette e
quarantacinque, il suo amico
Václav Orlík si trovava davanti
alla chiesa di San Sigismondo,
in attesa dell'arrivo del carro
funebre, e stringeva in mano
sette dei dieci garofani che
aveva sperato di potersi
permettere dal fioraio. Notava
con approvazione i primi segni
della primavera: in un giardino
sull'altro lato della strada le
taccole roteavano sopra i tigli
con i rametti nel becco e, di
tanto in tanto, qualche piccola
slavina scivolava giù dal tetto di
tegole di un caseggiato.
Mentre il dottor Orlík
aspettava, gli si avvicinò un
uomo con una cortina di capelli
grigi che gli ricadevano sul
colletto dell'impermeabile.
"Lei suona l'organo? " chiese
l'uomo con voce catarrosa.
"No, purtroppo" rispose
Orlík.
"Nemmeno io" disse l'altro,
e si defilò strascicando i piedi
per una via trasversale.
Alle sette e cinquantasette
lo stesso uomo aprì dall'interno
l'immenso portale barocco della
chiesa. Senza fare neppure un
cenno a Orlík, sali
faticosamente sulla galleria
dell'organo e, sedutosi in mezzo
al coro di legno dorato e angeli
trombettieri, cominciò a
suonare una marcia funebre
composta dai due sonori
accordi che aveva imparato il
giorno prima dall'organista, il
quale, troppo pigro per alzarsi
dal letto a quell'ora, aveva
trovato nel sacrestano il suo
sostituto.
Alle otto in punto il carro
funebre – una Tatra 603 – si
arrestò davanti alla scalinata:
per distogliere l'attenzione del
Popolo dai retrogradi riti
cristiani, le autorità avevano
decretato che tutti i battesimi, i
matrimoni e i funerali dovevano
concludersi entro le otto e
mezzo. Tre dei portatori
uscirono dall'automobile e si
aiutarono l'un l'altro ad aprire lo
sportello posteriore.
Utz aveva programmato il
proprio funerale con cura
meticolosa: un manto di
garofani bianchi copriva la bara
di quercia, ma il defunto non
aveva previsto la corona, di
bolscevica volgarità, che vi
avevano posato sopra: stelle di
Natale rosse, gladioli rossi,
nastro di raso rosso e un fregio
di lucide foglie d'alloro. Un
cartoncino porgeva (a chi?) le
condoglianze del direttore e del
personale del Museo Rudolfino.
Orlík aggiunse il suo
modesto tributo.
Da una seconda Tatra
scesero i tre restanti portatori.
Si erano pigiati sul sedile
anteriore accanto all'autista
mentre, sul sedile posteriore,
era seduta tutta sola una donna
in lutto, col velo nero inondato
di lacrime. Poiché nessuno degli
uomini pareva intenzionato ad
aiutarla, apri lo sportello da
sola e, vacillando per il dolore,
per poco non cadde
sull'acciottolato viscido.
Per allentare la pressione
sugli alluci infiammati, i lati
interni delle sue scarpe erano
stati incisi per il lungo.
Orlík, che aveva riconosciuto
in lei la fedele cameriera di Utz,
accorse in suo aiuto e la donna,
accasciandosi sulla sua spalla,
gli permise di scortarla. Quando
Orlík fece il gesto di reggerle la
borsa marrone in similpelle, lei
gliela strappò di mano.
I portatori – dipendenti di
una fabbrica di gomma che
facevano il turno di notte e di
giorno lavoravano per le pompe
funebri – si erano caricati il
feretro in spalla e avanzavano
lungo la navata centrale, al
suono di una musica che a Orlík
ricordava il passo cadenzato dei
soldati in parata.
Giunta a metà del tragitto
verso l'altare, la processione si
imbatté nella donna delle
pulizie che, con spazzola e
acqua saponata, strofinava i
marmi policromi del blasone dei
Rozmberk, intarsiato nel
pavimento.
Il primo dei portatori chiese
alla donna, molto
educatamente, di lasciar
passare il feretro, ma lei
aggrottò le sopracciglia e
continuò a strofinare.
Non avevano altra
alternativa che svoltare a
sinistra tra due banchi, poi a
destra nella navata laterale e
ancora a destra per evitare il
pulpito. Finalmente giunse
davanti all'altare, dove un prete
di aspetto giovanile, con la
cotta macchiata dal vino
dell'Eucarestia, si mangiava
ansiosamente le unghie.
Deposero la bara
ostentando grande reverenza.
Poi, attratti dall'odore di pane
caldo che veniva da un forno
lungo la via, se ne andarono
disinvolti a far colazione,
lasciando a presenziare al
funerale soltanto Orlík e la
fedele Marta.
Il prete recitò la funzione
come fosse uno scioglilingua,
alzando gli occhi di quando in
quando verso un affresco
raffigurante le Sfere celesti.
Dopo aver raccomandato a Dio
l'anima del defunto, dovettero
aspettare almeno dieci minuti
prima che i portatori, alle otto e
ventisei, si degnassero di
tornare.
Al cimitero la neve si era
quasi sciolta e il prete, benché
avvolto in un cappotto di serge
pesante, era scosso dai brividi.
Non appena la bara fu calata
nel terreno, agguantò la
gemente Marta per le scapole e
la spinse verso la limousine che
li attendeva. Declinò l'invito di
Orlík a far colazione con loro
all'Hotel Bristol; all'angolo della
via Jungmannova gridò
all'autista di fermarsi e balzò
fuori sbattendo la portiera.
Era stato Utz a predisporre,
e a pagare, quella colazione di
commiato. Un acre odore di
disinfettante fluttuava per la
sala da pranzo; le sedie erano
accatastate sui tavoli, e altre
donne delle pulizie radunavano
con lo spazzolone i rimasugli
del banchetto tenutosi la sera
prima, in onore di alcuni esperti
di informatica venuti dalla
Germania Orientale e dalla
Russia. Nell'angolo in fondo a
sinistra c'era un tavolo coperto
da una tovaglia di damasco
bianco apparecchiato per venti
persone, con un calice da tokaj
a ogni posto.
Utz aveva fatto male i suoi
calcoli: contava sul fatto che
almeno un manipolo dei suoi
cugini più venali si sarebbe
presentato nel caso ci fosse
qualcosa da arraffare. Contava
anche sulla presenza di una
delegazione del museo, se non
altro per organizzare il
passaggio delle sue porcellane
nelle loro avide mani.
Invece Marta e Orlík si
trovarono al tavolo da soli
fianco a fianco, e ordinarono al
trasandato cameriere prosciutto
affumicato, frittelle al
formaggio e vino.
In fondo al tavolo c'era un
enorme orso impagliato ritto
sulle zampe posteriori, con la
bocca spalancata e le zampe
anteriori protese, piazzato là da
qualche bello spirito per
ricordare alla clientela il
fraterno protettore del suo
paese. Sul piedistallo, una
placca di ottone annunciava che
era stato ucciso da un barone
boemo, non sui Tatra o sui
Carpazi, ma nello Yukon, nel
1926. L'orso era un grizzly.
Dopo un bicchiere o due di
tokaj, Marta aveva
palesemente smesso di
affliggersi per il suo defunto
datore di lavoro. Dopo quattro
bicchieri torse la bocca in una
smorfia di scherno e urlò con
quanto fiato aveva in gola:
"Alla salute dell'Orso! Alla
salute dell'Orso! ".
Nell'estate del 1967 – un
anno prima che i carri armati
sovietici invadessero la
Cecoslovacchia – andai a Praga
per una settimana di ricerche
storiche. Il direttore di una
rivista, sapendo del mio
interesse per il Rinascimento
del Nord, mi aveva
commissionato un articolo sulla
passione che l'imperatore
Rodolfo Il nutriva, per le
collezioni di oggetti esotici: una
passione che, negli ultimi anni,
era stata il suo unico rimedio
contro la depressione.
Avevo in mente di inserire
l'articolo in uno studio di più
ampio respiro sulla psicologia –
o psicopatologia del
collezionista coatto, ma un po'
per pigrizia, po' per la mia
ignoranza delle lingue, questa
particolare incursione nel
campo degli studi mitteleuropei
finì nel nulla. Ricordo
quell'episodio come una
vacanza molto piacevole, a
spese altrui.
Durante il viaggio verso la
Cecoslovacchia mi ero fermato
allo Schloss Ambras, appena
fuori Innsbruck, per visitare la
Kunstkammer o "vetrina delle
curiosità" collezionate dallo zio
di Rodolfo, l'arciduca
Ferdinando del Tirolo (zio e
nipote erano stati in
amichevole ma persistente
disaccordo riguardo a chi
dovesse possedere il corno di
narvalo degli Asburgo e una
tazza ornamentale di tarda
epoca romana che poteva forse
essere il santo Graal).
La collezione di Ambras, con
la sua saliera di Cellini e il
copricapo di piume di quetzal
appartenuto a Montezuma, era
sopravvissuta intatta dal
Cinquecento all'Ottocento,
quando gli ufficiali imperiali,
consci del pericolo
rappresentato dalle folle
rivoluzionarie, avevano
trasferito i tesori più
spettacolari a Vienna. I tesori di
Rodolfo – le mandragore, il
basilisco, la pietra di bezoar, la
coppa di narvalo, il coco-de-mer
montato in oro, l'omuncolo
nell'alcol, i chiodi provenienti
dall'arca di Noè e la fiala di
polvere, con cui Dio creò
Adamo – erano spariti da Praga
molto tempo prima.
Ma io volevo vedere lo
stesso il tetro palazzo-fortezza,
il Hradcany, dove quello
scapolo schivo – che parlava
italiano con le sue amanti,
spagnolo col suo Dio, tedesco
con i cortigiani e ceco,
raramente, con i contadini
ribelli – trascurava per intere
settimane gli affari del suo
Sacro e Romano Impero e si
isolava con i suoi astronomi
(Tycho Brahe e Keplero erano
suoi protetti), oppure cercava la
pietra filosofale con gli
alchimisti, o discettava con i
dotti rabbini sui misteri della
Cabala, o ancora, quando le
crisi del suo regno si
aggravarono, immaginava di
essere un eremita sulle
montagne. Oppure si faceva
ritrarre dall'Arcimboldi, che
dipinse il volto dell'Imperatore
come un cumulo di frutta e
verdura, con una zucchina e
una melanzana al posto del
collo e un ravanello come pomo
d'Adamo.
Dato che a Praga non
conoscevo nessuno, chiesi a un
amico, uno storico che si era
specializzato sui paesi della
cortina di ferro, se ci fosse
qualcuno che mi consigliava di
andare a trovare.
Mi rispose che Praga era
ancora la più misteriosa delle
città europee, dove il
soprannaturale era sempre
possibile. La propensione dei
cechi a "piegarsi" di fronte a
una forza superiore non era
necessariamente una
debolezza, anzi: la loro visione
metafisica della vita li induceva
a considerare le prove di forza
come gesta effimere.
"Naturalmente" disse "potrei
mandarti da una quantità di
intellettuali. Poeti, pittori,
cineasti". A patto che me la
sentissi di affrontare
interminabili piagnistei sul ruolo
dell'artista in uno Stato
totalitario, o avessi voglia di
andare a un party che si
sarebbe trasformato in
partouse.
Io protestai. Di certo stava
esagerando.
"No" disse scuotendo la
testa. "Non credo".
Lui era l'ultimo al mondo a
sminuire il valore di chi
rischiava il campo di lavoro per
pubblicare una poesia su un
giornale straniero, ma a suo
modo di vedere i veri eroi di
quella situazione impossibile
erano quelli che non aprivano
mai bocca contro il Partito o lo
Stato, e tuttavia parevano
albergare nelle loro teste la
summa della civiltà occidentale.
"Col loro silenzio" disse
"infliggono allo Stato un
estremo insulto, fingendo che
non esista".
E in quale altro paese è
possibile trovare, come era
capitato a lui, un tranviere
esperto di teatro elisabettiano?
O uno spazzino che ha scritto
un commento filosofico sul
frammento di Anassimandro?
Concluse osservando che l'èra
pronosticata da Marx, in cui il
tempo libero non avrebbe avuto
limiti, era in un certo senso
divenuta realtà: lo Stato, con
tutti i suoi sforzi per cancellare
ogni "traccia di individualismo",
offriva all'individuo intelligente
un'infinità di tempo in cui
coltivare in privato i propri
sogni e pensieri eretici.
Gli dissi che il motivo per cui
volevo visitare Praga era forse
più frivolo del suo, e gli spiegai
il mio interesse per l'Imperatore
Rodolfo.
"In tal caso ti manderò da
Utz" disse. "Utz è un Rodolfo
del nostro tempo".
Utz era proprietario di una
spettacolare collezione di
porcellane di Meissen che,
grazie alle sue abili manovre,
era sopravvissuta alla seconda
guerra mondiale e agli anni
dello stalinismo in
Cecoslovacchia. Nel 1967
contava più di mille pezzi, tutti
stipati nel minuscolo
appartamento di due stanze in
via Siroká.
Gli Utz di Krondorf erano
una famiglia di piccoli
proprietari terrieri sassoni che
aveva delle fattorie nel
territorio dei Sudeti,
abbastanza ricca da poter
mantenere una casa di città a
Dresda, ma non abbastanza
illustre da figurare
sull'Almanacco di Gotha. Tra i
loro antenati potevano
annoverare un cavaliere delle
Crociate. Ma i sassoni di rango
più elevato pronunciavano il
loro nome con aria smarrita, se
non addirittura disgustata:
"Utz? Utz? No. E' impossibile.
Chi è questa gente? ".
Il loro disprezzo non era
immotivato. Nel dizionario
etimologico di Grimm, "utz" ha
ogni sorta di connotazioni
negative: "ubriaco", "scemo",
"baro", "venditore di ronzini".
"Heinzen, Kunzen, Utzen
oder Butzen", nel dialetto della
bassa Svevia, è l'equivalente di
"Tizio, Caio e Sempronio".
Il padre di Utz era rimasto
ucciso nella battaglia della
Somme, nel 1916, non prima di
aver riscattato l'onore della
famiglia guadagnandosi la
croce "Pour le mérite", la
massima decorazione tedesca.
La vedova – che aveva
conosciuto a Marienbad nel
1905 e sposato con grande
dolore dei genitori – era figlia di
uno storico revivalista ceco e di
un'ereditiera ebrea il cui
patrimonio proveniva dalle
azioni delle ferrovie.
Kaspar era il suo unico
nipote.
Da ragazzo, ogni estate
passava un mese a Ceské
Krìzove, un castello in stile
medioevale tra Praga e Tabor
dove quella vecchia smunta se
ne stava rattrappita dall'artrite,
la pelle giallastra che non
voleva raggrinzirsi, i capelli che
non volevano diventare grigi, in
un salone tappezzato di
broccato cremisi e di quadri
della Vergine troppo laccati.
Convertitasi al
cattolicesimo, si circondava di
preti viscidi e dalla
genuflessione facile, che
esaltavano la purezza della sua
fede nella speranza di
ricompense in danaro. Le file di
begonie e cinerarie della sua
serra la proteggevano dal
magnifico panorama della
campagna boema.
Alcuni dei suoi vicini
trovavano offensivo che una
donna della sua razza
affettasse le forme esteriori
della vita aristocratica,
giungendo a popolare la
scalinata di armature antiche e
a tenere un orso in una nicchia
del fossato. Tuttavia, anche
prima di Saraievo, lei aveva
previsto l'onda montante del
socialismo in Europa e, facendo
girare un mappamondo come
un'altra avrebbe sgranato il
rosario, indicava i luoghi remoti
in cui aveva diversificato i suoi
investimenti: una miniera di
rame in Cile, un conservificio in
Australia, cotone in Egitto, oro
in Sudafrica.
Si rallegrava al pensiero che
quando sarebbe morta la sua
fortuna avrebbe continuato a
crescere. La loro, invece,
sarebbe svanita: in guerra o
nella rivoluzione, in cavalli,
donne e ai tavoli da gioco. In
Kaspar, un ragazzo dai capelli
scuri, incline all'introspezione,
senza neppure una traccia del
colorito rubizzo del padre, lei
riconosceva il pallore del ghetto
– e lo adorava.
Fu a Ceské Krìzove che quel
bambino precoce, stando in
punta di piedi davanti a una
vetrina di porcellane antiche,
rimase ammaliato da una
statuetta di Arlecchino
modellata dal più grande
modellatore di Meissen, J. J.
Kaendler.
L'Arlecchino era seduto sul
tronco di un albero. La sua
scattante figuretta era
inguainata in un costume a
losanghe multicolori; in una
mano brandiva un boccale
d'argento ossidato, nell'altra un
cappello floscio giallo. Sul volto
aveva una maliziosa maschera
arancione.
"Lo voglio" disse Kaspar.
La nonna impallidì. Il suo
primo impulso era sempre
quello di dargli tutto ciò che le
chiedeva, ma stavolta rispose:
"No! Un giorno, forse. Ora no".
Quattro anni dopo, per
consolarlo della morte di suo
padre, l'Arlecchino arrivò a
Dresda in un'apposita scatola di
cuoio, in tempo per un lugubre
pranzo di Natale. Kaspar fece
ruotare la statuetta alla
tremula luce delle candele e
passò amorevolmente le dita
tozze sulla vernice vetrosa e
sugli smalti brillanti. Aveva
scoperto la sua vocazione:
avrebbe dedicato tutta la vita a
collezionare – a "salvare", come
diceva poi – le porcellane della
fabbrica di Meissen.
Trascurava gli studi
scolastici, ma studiava la storia
della manifattura della
porcellana, dalle origini in Cina
fino alla riscoperta in Sassonia,
durante il regno di Augusto il
Forte. Comprò nuovi pezzi,
vendette quelli mediocri o
incrinati. A diciannove anni
aveva già pubblicato sulla
rivista "Nunc" una vivace difesa
dello stile rococò nella
porcellana – un'arte fatta di
curve giocose, nata in un'epoca
in cui gli uomini adoravano le
donne –, per controbattere alle
calunnie del pederasta
Winckelmann: "La porcellana
viene quasi sempre usata per
fare stupide bamboline".
Utz passava ore e ore nei
musei di Dresda a esaminare le
file di statuette della commedia
dell'arte provenienti dalle
collezioni reali. Rinchiuse dietro
i vetri, sembrava che volessero
invitarlo nel loro segreto mondo
lillipuziano – e anche che lo
implorassero di liberarle. La sua
seconda pubblicazione si
intitolava Il collezionista
privato: "Un oggetto chiuso
nella teca di un museo"
scriveva "deve patire
l'innaturale esistenza di un
animale in uno zoo. In ogni
museo l'oggetto muore – di
soffocamento e degli sguardi
del pubblico –, mentre il
possesso privato conferisce al
proprietario il diritto e il
bisogno toccare. Come un
bimbo allunga la mano per
toccare ciò di cui pronuncia il
nome, così il collezionista
appassionato restituisce
all'oggetto, gli occhi in armonia
con la mano, il tocco vivificante
del suo artefice. Il nemico del
collezionista è il conservatore
del museo. In teoria, i musei
dovrebbero essere saccheggiati
ogni cinquantanni e le loro
collezioni dovrebbero tornare in
circolazione…".
"Cos'è questa mania di
Kaspar per la porcellana? "
chiese la madre di Utz al
medico di famiglia.
"Una perversione come
un'altra" rispose lui.
La vita sessuale di Augusto
il Forte, come viene narrata da
von Pöllnitz in La Saxe galante,
fu per Utz un modello a cui
uniformarsi. Ma quando si
provò, in una 'casa' viennese, a
imitare le conquiste di quel
grandioso e insaziabile monarca
– sperando di scoprire in Mitzi,
Suzi e Liesl le grazie di
un'Aurora, contessa di
Königsmarck, di una
Mademoiselle Kessel o di una
qualunque altra dea della corte
di Dresda – le ragazze,
perplesse dalla serietà
scientifica dei suoi approcci,
vennero colte da un riso
irrefrenabile di fronte alle
minuscole dimensioni della sua
attrezzatura.
Utz se ne andò, e
camminando tutto solo per le
strade bagnate rientrò in
albergo.
Dagli antiquari ricevette un
benvenuto più caloroso. La
vendita delle sue fattorie nei
Sudeti, avvenuta nel 1932, gli
consentì di spendere
liberamente, e la morte in
rapida successione della madre
e della nonna lo mise in
condizione, alle aste, di
competere con un Rothschild.
Dal punto di vista politico
Utz era neutrale. C'era un lato
pavido del suo carattere pronto
a tollerare qualsiasi ideologia,
purché lo lasciasse in pace, e
c'era un lato caparbio che si
rifiutava di lasciarsi angariare.
Detestava la violenza, ma
accoglieva con gioia i cataclismi
che scaraventavano sul
mercato nuove opere d'arte.
"Le guerre, i pogrom e le
rivoluzioni" diceva spesso
"offrono ai collezionisti
opportunità eccellenti".
Una di quelle opportunità
era stata il crollo della Borsa;
un'altra fu la Kristallnack.
Quella stessa settimana Utz si
precipitò a Berlino per
comprare, pagando in dollari
americani, le porcellane degli
amatori ebrei che volevano
emigrare. Alla fine della guerra
offrì analoghi servigi agli
aristocratici in fuga dall'esercito
sovietico.
Come cittadino del Reich
accettò l'annessione del
territorio dei Sudeti, ma senza
entusiasmo. L'occupazione di
Praga, però, gli fece capire che
Hitler avrebbe presto scatenato
una guerra in tutta Europa.
Capì anche, in base al principio
per cui gli invasori vanno
sempre a finir male, che la
Germania non avrebbe vinto.
Fidandosi di questa
intuizione, riuscì a portar via
dalla casa di Dresda trentasette
casse di porcellane, che
giunsero a Ceské Krìzove
durante l'estate del 1939. Lui
non le apri nemmeno.
Circa un anno più tardi, poco
dopo il Blitzkrieg, ricevette una
visita del suo fulvo secondo
cugino Reinhold: un uomo
svelto ma fondamentalmente
insulso che, da studente,
giurava che La solidarietà di
Kropotkin era il più bel libro che
fosse mai stato scritto, e ora
esponeva le sue opinioni sulla
biologia razziale mutuando la
terminologia degli allevatori di
cani. Un Utz, insinuò, per
quanto contaminato da sangue
forestiero, doveva
immediatamente indossare
l'uniforme della Wehrmacht.
A cena, Utz ascoltò
educatamente mentre suo
cugino si esaltava per le vittorie
in Francia; tuttavia, quando
l'altro profetizzò che i tedeschi
avrebbero occupato
Buckingham Palace prima della
fine dell'anno, provò,
contrariamente a quanto gli
suggeriva il buonsenso, un
rigurgito di latente anglofilia.
"Non credo proprio" si
sorprese a dire. "Tu sottovaluti
quel popolo; io lo conosco, sono
stato in Inghilterra".
"Also" mormorò il cugino,
poi batté i tacchi e se ne andò
a passo di marcia verso la
macchina d'ordinanza che lo
attendeva.
Utz era stato davvero in
Inghilterra, per imparare
l'inglese, all'età di sedici anni.
Per tutto un autunno e un fosco
dicembre era stato a pensione
a Bexhill-on-Sea dalla vecchia
balia di sua madre, Miss Beryl
Parkinson, in una casa piena di
gatti e orologi a cucù dalla
quale osservava le onde turgide
che si frangevano sul molo.
In effetti imparò un po'
d'inglese – non molto! Fece
anche un breve viaggio a
Londra, e ne ripartì con
un'immagine molto vivida di
come si comporta e si veste un
gentleman. Tornò a Dresda con
una giacca di tweed dal taglio
ardito e un paio di scarpe
sportive fatte a mano.
Per tutta la durata della
guerra, ogni qualvolta fossero
presenti degli ufficiali tedeschi,
si metteva quella stessa giacca
marrone un po' frusta, di un
paio di taglie troppo piccola e
con le toppe di cuoio cucite sui
gomiti, come atto di fede e di
sfida.
La indossò anche, dato che
era stata messa in discussione
la sua purezza razziale, durante
il regno di Reinhard Heydrich, il
"macellaio di Praga": un
pomeriggio gettò nello
sconcerto gli uomini che lo
interrogavano tirando fuori di
tasca la decorazione che suo
padre aveva ricevuto durante la
prima guerra mondiale. Come
osavano! gridò, sbattendo la
medaglia sul tavolo. Come
osavano insultare il figlio di un
grande soldato tedesco? Fu una
mossa audace, e funzionò: non
gli dettero altre noie. Se ne
rimase tranquillo a Ceské
Krìzove e per la prima volta in
vita sua, fece regolarmente del
moto lavorando alla segheria
con i suoi boscaioli. Il 16
febbraio 1945 arrivò la notizia
che la casa di Dresda era stata
rasa al suolo. Il suo amore per
l'Inghilterra svanì per sempre
nell'udire l'annunciatore della B.
B. C.: "Oggi a Dresda non ci
sono più porcellane". Regalò la
giacca a uno zingaro
sopravvissuto ai campi di
sterminio.
Un mese dopo la resa,
quando tedeschi e
collaborazionisti venivano
stanati coi cani dalle loro case –
oppure scortati alla frontiera
"con quel che avevano
addosso" –, Utz riuscì a
disconoscere il suo passaporto
tedesco e a ottenere la
cittadinanza cecoslovacca.
Incontrò maggiori difficoltà
quando dovette dissipare le
voci che lo volevano
immischiato nelle attività dei
segugi di Goering.
Le voci erano fondate:
aveva collaborato veramente.
Aveva fornito uno stillicidio di
informazioni sulla collocazione
di certe opere, informazioni
accessibili a chiunque si
sapesse destreggiare in una
biblioteca di libri d'arte. Così
facendo era riuscito a
proteggere e addirittura a
nascondere alcuni amici ebrei,
tra i quali l'illustre ebraista
Zikmund Kraus. Dopotutto, che
valore avevano un Tiziano o un
Tiepolo se si poteva salvare
una vita umana? Quanto ai
comunisti, una volta resosi
conto che il governo di Benes
sarebbe caduto, cominciò a
cercare di ingraziarsi i futuri
capi. Nell'apprendere che
Klement Gottwald si era
insediato nel castello di Praga,
"un lavoratore sul trono dei re
boemi", la reazione di Utz fu di
cedere le proprie terre a un
collettivo agricolo; il castello
sarebbe diventato un
manicomio.
Grazie a queste misure
guadagnò tempo, almeno
quello necessario a evacuare le
porcellane senza perderne né
romperne nemmeno una, prima
che venissero requisite dalla
marmaglia.
La mossa successiva fu
fingere di intraprendere un
corso di studi ebraici sotto la
guida del dottor Kraus: erano
gli anni in cui nei kibbutz
israeliani si appendevano i
ritratti di Marx e di Lenin.
Ottenne un lavoro mal pagato
come catalogatore della
Biblioteca Nazionale e andò ad
abitare in un appartamentino
senza pretese nel quartiere
ebraico: il precedente inquilino
era sparito nella Heydrichiada.
Due volte alla settimana
andava diligentemente a
vedere un film russo.
Quando il suo amico Orlík gli
propose di fuggire insieme in
Occidente, Utz gli additò le
schiere di statuette di Meissen,
in fila per sei sugli scaffali, e
disse: "Non posso lasciarle".
"E come c'è riuscito? "
"A far che? "
"A tenersi le porcellane".
"Sono arrivati a un accordo".
Il mio amico storico mi riferì
a grandi linee i fatti, così come
lui li conosceva. Pare che le
autorità comuniste – sempre
pronte a darsi una patina di
legalità – avessero permesso a
Utz di tenere la collezione,
purché ogni pezzo venisse
fotografato e numerato. Fu
anche concordato – ma mai
messo per iscritto – che, dopo
la sua morte, i musei statali si
sarebbero presi tutto.
Per di più, il marxismo-
leninismo non si era mai
seriamente confrontato con il
concetto di collezione privata.
Trockij, all'epoca della Terza
Internazionale, aveva fatto
qualche commento
estemporaneo sull'argomento,
ma nessuno aveva mai stabilito
se il possesso di un'opera d'arte
meritasse la condanna da parte
del Proletariato. Il collezionista
era o non era un nemico di
classe? E se sì, in che modo? La
Rivoluzione, naturalmente,
esigeva l'abolizione della
proprietà privata senza mai
definire la labile linea di
demarcazione tra proprietà
(che era dannosa per la
società) e beni di famiglia (che
non lo erano). Un dipinto di un
grande pittore poteva essere
considerato patrimonio
nazionale ed essere passibile di
confisca – e c'erano famiglie, a
Praga, che tenevano i loro
Picasso e Matisse arrotolati
nell'intercapedine sotto il
pavimento. Ma la porcellana?
La porcellana si poteva anche
classificare come vasellame, e
quindi, a patto che non venisse
esportata illegalmente dal
paese, era teoricamente senza
valore. Mettersi a confiscare le
statuette di ceramica poteva
trasformarsi in un incubo
burocratico.
"Pensi cosa sarebbe
confiscare innumerevoli Lenin di
gesso…".
La sua faccia era di quelle
che si dimenticano subito. Era
una faccia tonda, di consistenza
cerea, senza neppure un indizio
delle passioni che covavano
sotto la sua superficie, dotata
di due occhi che si stringevano
dietro gli occhiali con la
montatura d'acciaio: una faccia
così priva di tratti distintivi che
dava l'impressione di non
esserci affatto. Aveva i baffi,
Utz? Non ricordo. Comunque,
baffi o non baffi, il suo aspetto
sarebbe rimasto altrettanto
banale. Supponiamo, dunque,
di aggiungere un paio di baffi:
un paio di baffi precisi, ispidi,
che si adattino ai gesti precisi,
da soldatino di latta, che erano
l'unica prova delle sue
ascendenze teutoniche. Si era
pettinato i capelli in tanti
serpentelli untuosi che gli
traversavano il cuoio capelluto.
Portava un vestito a righe di
lana grigia pettinata, con i polsi
un po' logori, e si era
abbondantemente asperso di
acqua di colonia Knize Ten.
A pensarci bene credo che
sarà meglio togliere i baffi.
L'aggiunta di un paio di baffi
potrebbe avere il sopravvento
sulla faccia al punto che
resterebbero in mente solo gli
occhiali e i baffi – con sopra
qualche goccia di zuppa di
pesce color paprika – al nostro
tavolo del ristorante Pstruh.
Pstrub, in ceco, significa
"trota" – e ce n'erano, di trote!
Le cadenze del Quintetto "La
trota" fluivano metodicamente
da altoparlanti nascosti, e frotte
di trote – rosee, picchiettate,
col ventre scintillante alla luce
del neon – nuotavano in qua e
in là dentro un acquario che
occupava gran parte di una
parete.
"Mangerà trote" disse Utz.
Gli avevo telefonato il
giorno del mio arrivo, ma in un
primo momento era parso
riluttante a incontrarsi con me:
"Ja! Ja! Lo so. Ma sarà
difficile…".
Su consiglio del mio amico,
avevo portato da Londra
qualche confezione del suo tè
Earl Grey preferito. Glielo
accennai. Lui cedette e m'invitò
a pranzo per giovedì, il giorno
prima della mia partenza – non
a casa sua, come avevo
sperato, ma in un ristorante.
Questo, una reliquia degli
anni Trenta sotto un portico
dalle parti di piazza San
Venceslao, aveva un arredo da
era delle macchine, in cromo,
specchi e cuoio. Dal soffitto
pendeva un modellino di
galeone, con le vele di
pergamena rigonfie. C'era da
chiedersi, dando un'occhiata
alla foto del compagno
Novotny, come mai un uomo
con una bocca tanto sgradevole
acconsentisse a farsi
fotografare. Il capocameriere,
oppresso dalla canicola di
luglio, porse a ciascuno di noi
un menu che somigliava a un
messale medioevale.
Attendevamo l'arrivo
dell'amico di Utz, il dottor Orlík,
con cui lui pranzava lì tutti i
giovedì sin dal 1946.
"Orlík" mi disse "è un illustre
scienziato del nostro Museo
Nazionale, un paleontologo. E'
un esperto di mammut, ma
s'intende anche di mosche. Le
piacerà. Ha sempre voglia di
scherzare ed è pieno di
fascino".
Non dovemmo aspettare
molto prima che una figura
macilenta e barbuta, vestita di
un liso doppiopetto, entrasse
spingendo la porta girevole.
Orlík si tolse il berretto,
rivelando una massa di capelli
ispidi sale e pepe, e si mise a
sedere. La sua mano – più che
una mano la chela di un
crostaceo – dette alla mia una
dolorosa pinzata, per poi
passare all'attacco dei salatini.
La fronte era percorsa da solchi
profondi. Fissavo con stupore il
lavorio della sua mascella.
"Ah!! Ha! " disse
guardandomi di sottecchi.
"Inglese, eh? Un inglese! Si. Si!
Mi dica, è ancora vivo il
professore Horsefield? ".
"Chi é? " gli chiesi.
"Ha scritto delle cose gentili
di mio articolo sul Journal of
Animal Psychology"".
"Quando? ".
" 1935" disse lui. "Forse
'36".
"E' un nome che non ho mai
sentito".
"Peccato" disse Orlík. "Era
illustre scienziato".
Fece una pausa per
sgranocchiare l'ultimo salatino
rimasto. Gli occhi verdi
brillarono di scherzoso
malanimo.
"Normalmente" continuò "io
non ho molta stima per suoi
compatrioti. Ci avete traditi a
Monaco… Ci avete traditi a
Yalta…".
Utz, allarmato dalla piega
pericolosa che stava prendendo
la conversazione, lo interruppe
dicendo in tono solenne: "Io
non riesco a credere che gli
animali abbiano un'anima".
"Come puoi dirlo? " saltò su
Orlík.
"Lo dico".
"Lo so che lo dici, quello che
non so è come puoi dirlo".
"Ora ordino" disse Utz,
sventolando il tovagliolo come
fosse una bandiera bianca in
direzione del cameriere.
"Ordino una trota. Au bleu, si
dice così, vero? ".
"Blau" lo canzonò Orlík.
"Blau sarai tu".
Orlík mi tirò per la manica:
"Questo mio amico, il signor
Utz, crede che la trota, quando
immergono in acqua bollente,
non sente altro che un po' di
prurito. lo non penso così".
"Non abbiamo trote" disse il
capocameriere.
"Come sarebbe, "non
abbiamo trote"? " ribatte Utz.
"Sì che ce ne sono, e molte".
"Non abbiamo la rete".
"Come sarebbe, "non
abbiamo la rete"? La settimana
scorsa c'era".
"E' rotta".
"Rotta? Non ci credo".
Il capocameriere si mise un
dito sulle labbra e bisbigliò:
"Quelle trote sono riservate".
"Per loro? ".
"Loro" annuì.
Quattro grassoni stavano
mangiando trote a un tavolo li
accanto.
"Benissimo" disse Utz.
"Prenderò anguille. Le prende
anche lei? ".
"Si" risposi io.
"Non abbiamo anguille"
disse il cameriere.
"Niente anguille? Che
peccato. Cosa avete? ".
"Abbiamo carpa".
"Solo carpa? ".
"Carpa".
"Come la cucinate la carpa?
".
"In molti modi". Il cameriere
fece un gesto per indicare il
menu. "Come volete voi".
Il menu era plurilingue:
ceco, russo, tedesco, francese e
inglese. Ma chi aveva compilato
la pagina inglese aveva messo,
al posto di carp, crap. Sotto il
titolo crap dishes, la lista
conteneva: zuppa di crap con
paprika, crap farcita, crap cotta
nella birra, crap fritta, polpette
di crap, crap à la juive…
"In Inghilterra" dissi "questo
pesce si chiama carp. Crap vuol
dire un'altra cosa".
"Ah, si?" disse il dottor Orlík.
"Che cosa?".
"Feci. Merda".
Mi pentii di averlo detto,
perché Utz mi sembrò
estremamente imbarazzato.
Sbatté le palpebre come se
sperasse di non aver sentito
bene. L'ansante carapace di
Orlík era scosso dalle risate.
"Ah! Ah!". Lo prendeva in
giro. "Crap à la juive… Il mio
amico Utz prende crap à la
juive…!".
Temevo che Utz se ne
andasse, ma riuscì a riprendersi
dal suo sconcerto e ordinò
zuppa e carpe meunière.
Io scelsi la linea della minor
resistenza e ordinai la stessa
cosa. Orlík protestò, con la sua
voce sonora e crepitante: "No.
No. Io prendo crap à la juive
…!".
"E per primo?" chiese il
cameriere.
"Niente" disse Orlík. "Solo
crap!".
Io cercai di dirottare la
conversazione verso la
collezione di porcellane di Utz.
La sua reazione fu di ruotare il
collo nel colletto e dire in tono
neutro: "Anche il dottor Orlík è
un collezionista. Ma lui
colleziona mosche".
"Mosche?".
"Mosche" assentì Orlík.
Cominciavo a immaginarmi
come doveva essere casa sua:
il letto disfatto e i posacenere
ancora pieni; la valanga di
riviste ingiallite; il microscopio;
i barattoli per uccidere le
mosche e, lungo le pareti, tante
vetrine piene di insetti
provenienti da ogni angolo del
globo, trafitti uno per uno da
uno spillo. Gli parlai di certe
bellissime libellule che avevo
visto in Brasile.
"Libellule?" si accigliò Orlík.
"Non mi interessano. Mi
interessa soltanto la musca
domestica".
"Soltanto?".
"Proprio così".
"Rispondimi" lo interruppe
nuovamente Utz. "In che giorno
Dio creò la mosca? Il quinto? O
il sesto?".
"Quante volte devo dirtelo?"
strepitò Orlík. "Abbiamo
centonovanta milioni di anni di
mosche, e tu continui a parlare
di giorni!".
"Parole dure" disse Utz, con
filosofia.
Una mosca era atterrata
sulla tovaglia e stava suggendo
una goccia di zuppa caduta dal
mestolo del cameriere. Con un
improvviso scatto del polso
Orlík capovolse un bicchiere e
intrappolò l'insetto. Fece
scivolare il bicchiere fino all'orlo
del tavolo e trasferì la mosca
nell'apposito barattolo che
aveva tirato fuori dalla tasca. Ci
fu un ronzare furioso, poi il
silenzio.
Orlík sfoderò una lente
d'ingrandimento ed esaminò
attentamente la vittima.
"Esemplare interessante"
disse. "Nato qui, nelle cucine,
direi. Ora chiedo … ".
"No, non chiedi" disse Utz.
"Si, invece, chiedo!".
"No!".
"E cos'è" domandai "che l'ha
avvicinato alla mosca
domestica?".
Mentre estrometteva
attraverso la barba le spine di
carpa, Orlík mi raccontò di aver
consacrato trent'anni della sua
vita allo studio di certi aspetti
del mammut europeo: una
fatica che lo aveva portato
nelle tundre della Siberia dove,
ogni tanto, si trovano dei
mammut congelati sotto uno
strato di ghiaccio permanente.
Il frutto di quelle ricerche –
benché lui fosse di solito troppo
modesto per parlarne – era
culminato nel suo magistrale
studio Il mammut e i suoi
parassiti. Ma, non appena
questo venne pubblicato, lui
sentì l'esigenza di studiare
qualche creatura di più
modeste pretese.
"Ho scelto" disse "di
studiare la musca domestica
all'interno dell'area
metropolitana di Praga".
Come il suo amico Utz
sapeva dire, dopo una semplice
occhiata, se un pezzo di
Meissen fosse stato fabbricato
con l'argilla bianca di Colditz o
con quella degli Erzgebirge, lui,
Orlík, dopo aver esaminato al
microscopio la membrana
iridescente dell'ala di una
mosca, asseriva di sapere con
certezza se l'insetto proveniva
da Mala Strana o dal quartiere
ebraico o da una delle
discariche che ormai
circondavano i giardini della
Città Nuova.
Confessò di essere incantato
dalla vitalità della mosca. Era
molto in voga tra i suoi colleghi
entomologi soprattutto se
membri del Partito, plaudire al
comportamento degli insetti
sociali: formiche, api, vespe e
altre varietà di imenotteri che si
organizzano in comunità
irreggimentate.
"Ma la mosca" disse Orlík "è
anarchica".
"Ssss!" fece Utz. "Non dire
quella parola!".
"Quale parola?".
"Quella".
"Sì. Sì " la voce di Orlík salì
di un'ottava. "La dico: la mosca
è anarchica! E' individualista! E'
un Don Giovanni!".
I quattro grassi membri del
Partito, destinatari
dell'invettiva, erano di gran
lunga troppo impegnati per
farci caso: covavano con gli
occhi la loro seconda portata di
trote, da cui il cameriere, in
quel momento, toglieva la lisca
e la pelle bluastra.
"Io non sono del Popolo"
disse Orlík. "lo ho sangue
nobile".
"Ah, sì?" fece Utz. "E di che
nobiltà?".
Per un attimo credetti che il
pranzo sarebbe finito in un
violento scambio d'insulti, ma
poi mi resi conto che era solo
uno dei loro collaudatissimi
duetti. Seguì una discussione
sui meriti (o demeriti) di Kafka,
che Utz idolatrava come un
demiurgo, mentre Orlík lo
considerava un mistificatore.
Era giusto che i suoi libri
fossero aboliti.
"Messi al bando, vorrà dire"
ribattei io. "Censurati".
"No, non voglio dire questo.
Io ho detto aboliti".
Paf! Paf! Utz batte la mano
sul tavolo. "Che sciocchezza è
questa?".
L'argomentazione di Orlík
contro Kafka era il dubbio
status entomologico dell'insetto
nella Metamorfosi.
Ancora una volta pensai che
sarebbe scoppiato un putiferio.
Ancora una volta il trambusto
sbollì rapidamente. Bevemmo
una tazza di caffè anemico;
Orlík riuscì a estorcermi il mio
indirizzo di Londra, lo
scarabocchiò su un tovagliolo di
carta, ne fece una pallottola e
se lo cacciò in tasca.
Intercettò il conto e lo
sventolò in faccia a Utz.
"Pago io" annunciò.
"No, non paghi".
"Si, io devo".
"No!" disse Utz,
agguantando il foglio che Orlík
teneva in mano proprio per
farglielo agguantare.
Orlík, remissivo, abbassò le
palpebre.
"Aah!" annuì
malinconicamente. "Lo so.
Pagherà il signor Utz".
"E ora" Utz si rivolse a me
"mi permetta di mostrarle
alcuni monumenti della nostra
bella città".
Utz e io passammo il resto
del pomeriggio a passeggiare
per le strade scarsamente
popolate di Malà Strana,
fermandoci di tanto in tanto ad
ammirare la severa facciata
della casa di un mercante, o
qualche palazzo barocco o
rococò: il Vrtba, il Palffy, il
Lobkovic; lui ne recitava i nomi
come se coloro che li avevano
fatti costruire fossero suoi
intimi amici.
Nella chiesa di Santa Maria
delle Vittorie, l'immagine
spagnola di cera del Bambin
Gesù, aureolata da
un'esplosione di oro, sembrava,
più che il Sacro Bimbo di
Betlemme, la vendicativa
divinità della Controriforma.
Ci inerpicammo per tutta via
Neruda e facemmo il giro dello
Hradcany, teatro delle mie futili
ricerche durante la settimana
precedente. Quindi ci sedemmo
in un giardino sotto il
monastero di Strahov. Un uomo
in mutande prendeva il sole
sull'erba. La lanuggine dei
pioppi balsamici fluttuava
nell'aria e si posava sui nostri
abiti come fiocchi di neve.
"Vedrà" disse Utz, agitando
la canna da passeggio sopra la
moltitudine di portici e cupole
sotto di noi. "Questa città porta
una maschera tragica".
Era anche una città di
giganti: giganti di pietra, di
stucco o di marmo; giganti
nudi; giganti mori; giganti
abbigliati come in vista di un
uragano, nemmeno uno a
riposo, sempre in lotta contro
qualche forza invisibile, o
ansanti sotto il peso degli
architravi.
"Il gigante che soffre"
aggiunse lui senza convinzione
"è l'emblema del nostro popolo
perseguitato".
Io commentai
scherzosamente che la
passione per i giganti è, in
genere, un sintomo di declino:
un'epoca che scambia l'Ercole
Farnese per un ideale era
destinata a finire male.
Utz, di rimando, raccontò la
storia di Federico Guglielmo di
Prussia, che una volta aveva
collezionato giganti veri – quasi
tutti mezzi scemi – per
ingrossare le file dei suoi
granatieri di Potsdam.
Poi mi spiegò come questo
debole per i giganti avesse
portato a una delle più bizzarre
transazioni diplomatiche
dell'Ottocento, quando Augusto
di Sassonia aveva scelto
centoventisette pezzi di
porcellana cinese del palazzo di
Charlottenburg a Berlino,
cedendo in cambio seicento
giganti "dell'altezza richiesta"
radunati nelle province
orientali.
"I giganti non mi sono mai
piaciuti" disse lui.
"Una volta ho incontrato un
uomo che trafficava in nani"
replicai.
"Davvero?". Utz fece tanto
d'occhi. "Nani, dice?".
"Nani".
"Dove lo ha incontrato?".
"Su un aereo per Baghdad.
Stava andando a esaminare un
nano per un cliente".
"Un cliente! Incredibile!".
"Ne aveva due" dissi. "Uno
era uno sceicco arabo, un
petroliere. L'altro aveva una
catena di alberghi in Pakistan".
"E che cosa ci facevano con
quei nani?". Utz mi dette un
colpetto sul ginocchio.
Era impallidito per
l'eccitazione e si asciugava il
sudore dalla fronte.
"Li tenevano" dissi. "Allo
sceicco, se ben ricordo, piaceva
far sedere il nano preferito sul
suo avambraccio e il falcone
preferito sull'avambraccio del
nano".
"Nient'altro?".
"Come si fa a saperlo?".
"Ha ragione" disse Utz. "Ci
sono cose che non si possono
sapere".
"O che non si vogliono".
"E quanto potrà costare un
nano, oggi?".
"Chi può dirlo? Collezionare
nani è sempre stato molto
costoso".
"E' una bella storia" mi
sorrise. "Grazie. Anche a me
piacciono i nani. Ma non come
pensa lei".
Ormai si era fatta sera ed
eravamo seduti su una
panchina nel vecchio cimitero
ebraico. I piccioni borbottavano
sul tetto della sinagoga di
Klaus. I raggi del sole, cadendo
tra le foglie degli aceri,
illuminavano spirali di moscerini
e si posavano sulle lapidi
muschiose che, ammassate
l'una sull'altra, parevano scogli
coperti dalle alghe quando c'è
la bassa marea.
Alla nostra destra, un
gruppo di chassidìm americani
– giovani pallidi e miopi con lo
yarmulke in testa – stavano
deponendo dei sassi sulla
tomba dei gran rabbino Loew.
Si misero in posa per una
fotografia, dando le spalle alla
pietra tombale ornata di volute.
Utz mi disse che il ghetto
originario – l'alveare fatto di
passaggi segreti e stanze
dimenticate cosi vividamente
descritto da Meyrink – era stato
rimpiazzato da condomini dopo
le bonifiche dei bassifondi,
avvenute negli anni tra il 1890
e il 1900. Le sinagoghe, il
cimitero e il municipio della
Città Vecchia erano
praticamente gli unici
monumenti sopravvissuti.
Questi, mi disse Utz, lungi
dall'essere distrutti dai nazisti,
erano stati risparmiati per
costituire il futuro Museo degli
Ebrei, dove i turisti ariani a
venire avrebbero potuto
esaminare i cimeli di un popolo
scomparso, come gli aztechi e
gli ottentotti.
Utz cambiò argomento.
"Ha mai sentito la storia del
golem?".
"Si" risposi. "II golem era un
uomo artificiale… un uomo
meccanico… un prototipo del
robot. Era una creazione del
rabbino Loew".
"Amico mio, penso che lei
sappia molte cose" disse con un
sorriso. "Ma molte ancora non
le sa".
Il rabbino Loew era stato il
capo indiscusso degli ebrei di
Praga durante il regno
dell'Imperatore Rodolfo: mai
più gli ebrei dell'Europa
centrale avrebbero goduto di
altrettanta considerazione e
altrettanti privilegi. Loew
riceveva principi e
ambasciatori, e veniva a sua
volta ricevuto dal suo sovrano
allo Hradcany. Molti dei suoi
scritti – tra i quali il sermone
Sull'indurimento del cuore del
faraone – furono assorbiti negli
insegnamenti del chassidismo.
Come tutti gli altri cabalisti,
Loew credeva che ogni
avvenimento – passato,
presente e futuro – fosse già
scritto nella Torà.
Dopo la sua morte,
inevitabilmente, gli vennero
attribuiti poteri soprannaturali.
Si narra – ma nessuna di
queste storie risale al periodo
in cui visse Loew – che con un
semplice abracadabra avesse
trasportato un castello dalla
campagna boema al ghetto di
Praga, e che avesse detto in
faccia all'Imperatore che il suo
vero padre era un ebreo. Aveva
anche sconfitto il gesuita folle,
padre Taddeo, dimostrando che
gli ebrei non si erano macchiati
di omicidi rituali, e plasmato
Yossel il golem dal fango
glutinoso della Moldava.
Tutte le leggende sul golem
derivavano da un'antica
credenza ebraica secondo la
quale ogni uomo retto poteva
creare il Mondo, ripetendo
nell'ordine prescritto dalla
Cabala le lettere del nome
segreto di Dio. "Golem", in
ebraico, significava "informe" o
"non creato". Lo stesso Padre
Adamo era stato "golem",
un'inerte massa di argilla tanto
vasta da coprire la Terra da
un'estremità all'altra: fino a
quando Yahwèh lo ridusse a
proporzioni umane e gli soffiò in
bocca la favella.
"Quindi, come vede," disse
Utz "non solo Adamo fu il primo
essere umano, ma fu anche la
prima scultura di ceramica".
"Vuol farmi intendere che le
sue porcellane sono vive?".
"Sì e no" rispose. "Sono vive
e sono morte. Ma se fossero
davvero vive dovrebbero anche
morire. Non è così?".
"Se lo dice lei".
"Bene. Lo dico".
"Bene" ribattei. "Mi parli
ancora dei golem".
Una delle storie di golem
che Utz preferiva era un testo
medioevale scoperto da
Gershom Scholem, nel quale
era scritto che Gesù Cristo
("come il nostro amico J. J.
Kaendler") soleva modellare
uccelli d'argilla i quali, una volta
che Egli avesse pronunciato la
formula sacra, cantavano,
battevano le ali e volavano.
Una seconda storia ("Oh!
Una storia così ebraica!")
narrava di due rabbini affamati
che, dopo aver plasmato la
figura di un vitello, gli infusero
la vita, poi gli tagliarono la gola
e a cena mangiarono carne.
Quanto al metodo per
fabbricare un golem, una ricetta
contenuta nel Sepher Yetzirah o
Libro della creazione
prescriveva una certa quantità
di terreno montano intatto.
Questo andava impastato con
acqua di sorgente, e l'impasto
si modellava poi in forma
umana. Il creatore doveva
recitare su ogni membro della
figura la combinazione
alfabetica appropriata, poi le
girava attorno in senso orario
un certo numero di volte: al che
il golem si alzava in piedi e
viveva. Se il creatore avesse
invertito la direzione, la
creatura sarebbe tornata
d'argilla.
Nessuna delle fonti più
antiche ci dice se il golem fosse
in grado di parlare o meno, ma
l'automa aveva senz'altro il
dono della memoria e obbediva
agli ordini meccanicamente,
senza riflettere, a patto che
questi gli venissero impartiti a
intervalli regolari. Altrimenti
cadeva in preda a una furia
distruttrice.
Inoltre i golem crescevano
in altezza ogni giorno,
centimetro dopo centimetro;
anelavano, a quanto sembra, a
raggiungere la gigantesca
statura dell'Adamo cosmico – e
quindi a schiacciare i propri
creatori e sopraffare il mondo.
"Non c'era alcun limite"
disse Utz "alla statura dei
golem; erano pericolosissimi".
Si diceva che i golem
portassero una placca di
metallo, detta shem, sulla
fronte o sotto la lingua. Sullo
shem era scritta la parola
ebraica emeth, "verità di Dio".
Quando un rabbino voleva
distruggere il suo golem, non
doveva far altro che togliere la
prima lettera, di modo che
emeth diventasse meth – vale
a dire "morte" e il golem si
dissolveva nell'aria.
"Ho capito" dissi. "Lo shem
era una specie di batteria?".
"Sì".
"Senza la quale la macchina
non funzionava?".
"Anche".
"E il rabbino Loew…?".
"Voleva un servo. Era un
abile uomo d'affari, e voleva un
servo senza doverlo pagare".
"E un servo che non gli
rispondesse con insolenza!".
Il golem del rabbino Loew si
chiamava Yossel. Nei giorni
lavorativi svolgeva ogni sorta di
mansioni servili: tagliava la
legna, puliva la strada e la
sinagoga e fungeva da cane da
guardia nel caso che i gesuiti
volessero combinarne una delle
loro. Tuttavia, il sabato – dato
che di sabato tutte le creature
di Dio devono riposare – il suo
padrone gli toglieva lo shem,
rendendolo inanimato per un
giorno.
Un sabato il rabbino se ne
dimenticò e Yossel, come un
forsennato, si mise a demolire
case, a lanciare massi, a
sradicare alberi e a minacciare
la gente. La comunità dei fedeli
gremiva già la sinagoga
VecchiaNuova per le preghiere
del mattino e stava recitando il
Salmo 92: "Tu renderai il mio
corno forte come quello
dell'unicorno … ". Il rabbino si
precipitò in strada e strappò lo
shem dalla fronte del mostro.
Un'altra versione vuole che
la "morte" fosse avvenuta nella
galleria della sinagoga, tra
taled e libri antichi.
"Mi dica," chiesi "i golem
avevano lineamenti ebraici?".
"No!" rispose Utz con una
punta di insofferenza. "Il golem
era sempre un servo. I servi,
nelle case degli ebrei, erano
sempre goìm".
"Così i golem avevano
fattezze nordiche?".
"Si" confermò. "Fattezze da
"giganti"".
Da tutti questi racconti
traspariva che il creatore di
golem aveva sì fatto propri certi
arcani segreti, ma in questo
modo aveva trasgredito la
Legge Sacra. Una creatura
plasmata dall'uomo era una
bestemmia. Un golem, con la
sua sola presenza,
rappresentava un monito contro
l'idolatria – e sollecitava
attivamente la propria
distruzione.
"Allora lei direbbe che
collezionare oggetti d'arte è
idolatria?" gli chiesi.
"Ja! Ja!". Si batté il petto.
"Naturalmente! Naturalmente!
Ecco perché noi ebrei… in
questo io mi considero ebreo…
siamo tanto portati! Perché è
proibito..! Perché è
peccaminoso …! Perché e'
pericoloso …!"
"Le sue porcellane
reclamano la propria morte?".
Si accarezzò il mento.
"Non lo so. E' una domanda
molto problematica".
Gli altri visitatori non c'erano
più; un gatto nero si era messo
sopra una lapide. Il guardiano
ci disse che era ora di andare.
"E adesso, amico mio, "
disse Utz "la divertirebbe
vedere la mia collezione di
nani?".
Da una pattumiera
nell'androne esalava un odore
di foglie di cavolo in
suppurazione; quando noi ci
avvicinammo, un ratto balzò
via. In un appartamento al
secondo piano un bambino
piagnucolava, e qualcuno stava
cercando di imparare una delle
Danze slave di Dvoràk su un
pianoforte scordato. Al terzo
piano una donna aprì la porta
per vedere chi stava passando:
una faccia isterica sotto una
massa di ricci ramati. Portava
una vestaglia con una fantasia
di peonie magenta, e richiuse
violentemente la porta.
"E' pazza," sì scusò Utz "era
un famoso soprano".
All'ultimo piano riprese fiato,
armeggiò per trovare la chiave
e mi fece entrare. Quell'odore
mi era familiare: l'odore di
chiuso delle stanze in cui si
conservano opere d'arte e
spolverare è ritenuto
pericoloso. In un tetro cucinino
verdognolo che dava sul
corridoio, appollaiata su uno
sgabello, c'era la domestica di
Utz.
Era una donna corpulenta,
goffa nella divisa da cameriera,
con le guance rubizze e i capelli
di un biondo rossiccio screziato
di grigio.
Sopra l'abito di lana nera
portava un grembiule bianco
ornato di gale e, sulla fronte,
un nastro di merletto. Le
gambe erano rivestite da due
calze nere con due grossi buchi
sulle ginocchia.
Ci stava aspettando.
Cullava in grembo un piatto
decorato dì porcellana bianca
che, come io sapevo grazie ai
miei trascorsi 'artistici', era un
pezzo del celebre Servizio dei
Cigni che Kaendler creò
espressamente per il primo
ministro di Sassonia, il conte
Bruhl. Sul piatto aveva
sistemato pezzetti di formaggio
con crackers, salame ungherese
e fettine di cetrioli sottaceto
tagliate a forma di fiore.
Chinò la testa con
deferenza.
"Guten Abend, Herr Baron".
"Guten Abend, Marta"
rispose lui.
Passammo nella stanza.
Dietro la tenda di rete, un'unica
finestra esposta a nord
guardava sugli alberi del
cimitero.
"Non sapevo che fosse
barone" dissi.
"Sì," rispose lui arrossendo
"sono anche barone".
La stanza, con mia grande
sorpresa, era arredata in 'stile
moderno', quasi priva di mobili,
a parte un divano letto, un
tavolo con la superficie di
cristallo e un paio di sedie
Barcellona in cuoio verde scuro.
Utz le aveva "salvate" in
Moravia, da una casa costruita
da Mies van der Rohe.
Era una stanza stretta, resa
ancor più stretta dalla doppia
fila di scaffali di cristallo, tutti
carichi di porcellane, che
andavano dal pavimento al
soffitto. Dietro gli scaffali
c'erano degli specchi, che
davano l'illusione di entrare in
un'infilata di stanze scintillanti,
un "palazzo di sogno"
moltiplicato all'infinito,
attraverso il quale le forme
umane passavano come ombre
fuggevoli.
Il tappeto era grigio.
Bisognava stare attenti a dove
si mettevano i piedi, per non
inciampare in una delle sculture
di porcellana bianca – un
pellicano, un tacchino, un orso,
una lince e un rinoceronte –
modellate da Kaendler o da
Eberlein per il Palazzo
giapponese di Dresda. Tutte e
cinque erano segnate da
cricche causate da difetti di
cottura.
Utz agitò la mano in
direzione di alcune bottiglie sul
tavolo: scotch, slivoviz e un
sifone per il selz.
"Scotch, vero?".
"Scotch" dissi.
Al sibilo del sifone, la
cameriera apparve con le
tartine sul piatto del Servizio
dei Cigni. I suoi movimenti
sembravano così meccanici e
privi di vita da far pensare che
Utz avesse creato un golem
femmina. Tuttavia scorsi
l'accenno di un sorriso di
superiorità.
"Cheerio!" disse Utz,
imitando l'accento di un
gentleman.
"Alla sua salute!" alzai il
bicchiere – e considerai ciò che
mi circondava.
Non sono un esperto in
porcellana di Meissen, anche se
gli anni passati a scarpinare per
i musei mi hanno insegnato che
cos'è, e nemmeno posso dire
che mi piaccia. Ammiro,
comunque, la prorompente
energia di un artista come
Kaendler, che si misurò con una
materia per lui del tutto nuova.
E mi schiero decisamente dalla
parte di Utz nella sua disputa
con Winckelmann – il quale,
nelle sue note sul gusto plebeo
nella porcellana, vorrebbe
sostituire questa vitalità plebea
con la mano senza vita della
perfezione classica.
Sono altrettanto affascinato
dal modo in cui la "malattia
della porcellana" – la
Porzellankrankheit di Augusto il
Forte – influenzò lui e i suoi
ministri, al punto che i loro
deliranti progetti per la
ceramica si confusero con
l'effettivo potere politico. Di
Bruhl, che sarebbe diventato
direttore della manifattura di
Meissen, Horace Walpole
scrisse caustico: "… contro un
principe (Federico il Grande)
che viveva in un accampamento
con la frugalità di un soldato
semplice egli non aveva
predisposto altro che gingilli …
".
Ognuno degli oggetti scelti
da Utz doveva riflettere gli
umori e le sfaccettature del
"secolo della porcellana":
l'arguzia, il fascino, la
galanteria, l'amore per
l'esotico, la cinica indifferenza e
la spensierata gaiezza – prima
che tutto fosse spazzato via
dalla rivoluzione e dal calpestio
degli eserciti.
Sugli scaffali più lunghi
erano sistemati piatti, vasi,
bricchi e zuppiere. C'erano
scatole per il tè in grès rosso
levigato di Johann Bottger,
l'inventore della porcellana.
C'erano boccali di Bottger, con
la montatura in argento dorato;
teiere con scene alla Watteau;
teiere col beccuccio a forma di
testa d'aquila e teiere dipinte
con pesci rossi, a imitazione dei
modelli cinesi e giapponesi.
Utz mi si avvicinò,
respirando affannosamente alle
mie spalle.
"Belle, eh?".
"Belle" ripetei.
Mi mostrò uno splendido
esempio di indianische Blumen
e una ciotola a fondo turchese
dipinta da Horoldt, con un
riquadro raffigurante Augusto
insediato sul trono come
l'Imperatore della Cina.
Mi mostrò le imitazioni fatte
a Meissen del K'ang-hsi bianco
e blu, la porcellana che il suo
eroe Augusto aveva amato con
tanta passione, e per la quale
aveva svuotato i suoi forzieri a
beneficio dei mercanti di Parigi
e di Amsterdam, fornendo così
al suo ministro dell'Industria,
Graf von Tschirnhaus, il
pretesto per lamentare che "la
porcellana è la bacinella in cui
si raccoglie il sangue cavato
alla Sassonia".
Tuttavia, a una zuppiera del
Servizio dei Cigni era stato
riservato un posto d'onore: una
fantasia rococò su piedi formati
da pesci intrecciati tra loro, i
manici a forma di nereidi, il
coperchio un alto groviglio di
fiori, conchiglie, cigni e un
delfino dagli occhi sporgenti –
una vera mostruosità, non fosse
stato per il virtuosismo della
fattura.
Diedi un'esclamazione
soffocata, sapendo che il modo
migliore per ingraziarsi un
collezionista è quello di
mostrarsi entusiasti dei suoi
oggetti.
"Venga" mi chiamò Utz
dall'altro lato della stanza.
Aggirai cautamente il
pellicano e il rinoceronte
raggiunsi la seconda serie di
scaffali, su cui era allineata, in
file di cinque e di sei, una
moltitudine di statuette del
Settecento, tutte vestite e
dipinte con colori sgargianti.
Vidi le maschere della
commedia dell'arte: Arlecchino
e Colombina, Brighella e
Pantalone, Scaramuccia e
Truffaldino; il Dottore con un
cavatappi per barba; il Capitano
che, essendo spagnolo, aveva
un paio di baffi nerissimi.
Utz mi ricordò che gli attori
italiani – quelli veri! – erano
stati maestri
dell'improvvisazione, e
decidevano cosa e come
recitare soltanto cinque minuti
prima che si alzasse il sipario.
Mi indicò la Personificazione
dei Continenti: l'Africa in pelle
di leopardo, l'America in
piumaggi, l'Asia con un cappello
a forma di pagoda – mentre
un'Europa lasciva, dai fianchi
larghi, era a cavalcioni di un
cavallo bianco.
Poi fu la volta delle dame di
Corte: dame dai sorrisi di
ghiaccio e dalle crinoline
ondeggianti, con le parrucche
incipriate e le guance
punteggiate di nei artificiali;
avevano un nastro nero legato
intorno al collo. Una carezzava
un carlino, un'altra baciava un
nobile polacco, un altra ancora
un sassone, mentre Arlecchino
sbirciava sotto la sua gonna.
Madame de Pompadour, in
un abito lilla disseminato di
rose, cantava l'aria dell'Aci e
Galatea di Lully che aveva
cantato in vita, col principe di
Rohan come partner, al Petit
Théatre de Versailles.
I ceti più bassi erano
rappresentati a seconda delle
varie occupazioni: il minatore, il
cordaio, il taglialegna, la
sartina, il parrucchiere e un
pescatore ubriaco fradicio.
I pastori suonavano il flauto,
un turco aspirava boccate di
fumo da un narghilè. C'erano
tartari, indiani del Malabar,
circassi e saggi cinesi con la
barbetta a punta e uccelli
canterini appollaiati sulle dita.
Una coppia di massoni
esaminava un mappamondo.
Un pellegrino reggeva il
bordone e la conchiglia, e una
Mater Dolorosa perennemente
afflitta sedeva accanto a una
suora sconsolata.
"Stupendo!" gridai.
"Incredibile!".
"Ora dia un'occhiata a questi
due buffi tipi!". Utz stava
carezzando la guancia di un
grottesco giullare.
"Questo è il buffone di corte
Frohlich. Quello è il direttore
delle poste Schmiedel".
I due pagliacci si esibivano
ai banchetti reali e facevano
sganasciare tutta la compagnia
fino a notte fonda. Per Utz
erano spassosi come dovevano
essere stati in vita. Schmiedel,
mi disse, aveva il terrore dei
topi.
Questo era il motivo per cui
Kaendler aveva scelto di ritrarre
il buffone di corte nell'atto di
stuzzicare l'amico con una
trappola per topi.
"Kaendler" disse
ridacchiando "era un uomo
spiritoso, satirico! Era sempre
in cerca di persone di cui
ridere!".
Feci una risatina forzata.
"Ora, signore, vuol guardare
questo?".
Il gruppo raffigurava il
soprano Faustina Bordone che
cantava estasiata, mentre una
volpe suonava il clavicembalo.
Faustina, mi disse, era stata "la
Callas dei suoi tempi" ed era la
moglie di Hasse, il compositore
di corte. Aveva anche un
amante che si chiamava Fuchs.
"Deve sapere" disse Utz
"che Fuchs, in tedesco, significa
"volpe"".
"Lo sapevo già".
"E' molto divertente, no?".
"Molto" risi.
"Bene. Su questo siamo
d'accordo".
Si lasciò sfuggire un
cachinno inaspettatamente
fragoroso e continuò a
sbellicarsi dalle risa fino a
quando Marta tornò con le sue
tartine e lo zittì con un altro
"Herr Baron!".
Non appena lei voltò le
spalle, Utz rientrò nel suo
mondo di figurine. Il viso gli si
accese. Fece un largo sorriso,
mettendo in mostra le gengive
infiammate, e mi fece vedere le
sue scimmie musiciste.
"Incantevoli, vero?".
"Assolutamente" convenni.
Le scimmie indossavano
gorgiere e parrucche incipriate
e, guidate dalla bacchetta di un
tirannico direttore d'orchestra in
marsina blu, strimpellavano il
violino e la chitarra, suonavano
la tromba e cantavano,
scimmiottando l'orchestra
privata del conte Bruhl.
"Io" si vantò Utz "sono il
solo collezionista privato a
possedere la serie completa".
"Che bellezza!" lo blandii.
Infine passammo dalle
scimmie al resto del serraglio,
dove c'erano cutrettole, pernici,
un tarabuso, una coppia di
sparvieri, pappagalli e
parrocchetti, orioli, colombi e
pavoni che facevano la ruota,
ostentando le piume della coda.
Contai un cammello, un
camoscio, un elefante, un
coccodrillo e un cavallo
lipizzano condotto a mano da
un negro. Il carlino preferito dal
conte Bruhl se ne stava
acciambellato su un cuscino di
velluto rosa, mentre sullo
scaffale più in basso, come un
grande pesce albino, era
adagiata una coda di cavallo in
porcellana bianca, a grandezza
naturale; avrebbe dovuto
servire – almeno così mi disse
Utz – per un monumento
equestre ad Augusto nello
Judenhof di Dresda.
Poi prese uno dei suoi sette
Arlecchini – proprio quello che
gli aveva regalato sua nonna
quand'era ragazzo – e,
capovolgendolo, mi indicò il
marchio di Meissen, due spade
incrociate, e un'etichetta con un
numero e alcune lettere in
codice.
Era il contrassegno del
Museo.
"Ma questa gente" mi
sussurrò Utz "ha commesso un
errore".
Una mattina di febbraio del
1952 dei colpi alla porta
annunciarono l'arrivo di tre
visitatori indesiderati: un
conservatore del museo, una
fotografa e un tanghero con la
faccia butterata dall'acne che,
come Utz indovinò era un
agente della polizia segreta.
Per le due settimane
successive Utz assistette
inerme mentre il terzetto
metteva l'appartamento
sottosopra, lasciava orme di
fanghiglia sul tappeto e faceva
l'inventario di tutti gli oggetti. Il
conservatore lo diffidò dal
manomettere le etichette,
altrimenti la collezione sarebbe
stata confiscata.
Utz non poteva soffrire
soprattutto la fotografa: una
giovane astigmatica, arcigna e
fanatica in preda a un
parossismo di indignazione.
Secondo il suo punto di vista,
era inammissibile che Utz
tenesse per sé quei tesori che
appartenevano di diritto al
Popolo.
"Davvero?" rispose lui. "E in
base a quale diritto? Quello di
rubare, immagino!".
Il poliziotto gli disse di
tenere a freno la lingua –
altrimenti sarebbe stato peggio
per lui.
La fotografa trasformò la
stanza in uno studio di fortuna,
facendo un mucchio di storie,
come se la sua macchina
fotografica a lastre fosse un
oggetto di valore incalcolabile.
Quando Utz sfiorò
accidentalmente l'obiettivo gli
ordinò di restare chiuso in
camera da letto.
Può anche darsi che, come
fotografa, sapesse il fatto suo,
ma ci vedeva cosi poco ed era
cosi maldestra nel maneggiare
le porcellane che Utz rimase
seduto sull'orlo del letto, come
stordito, ad aspettare lo
schianto.
Supplicò che gli lasciassero
mettere personalmente ogni
pezzo davanti alla macchina
fotografica, ma gli dissero che
non era affar suo.
Finalmente, quando la
donna fece cadere una
statuetta del Gilles di Watteau
e la testa si staccò, Utz andò
fuori dai gangheri.
"Prendetevela pure!" saltò
su. "Prendetela per il vostro
orribile museo! Non voglio
vederla mai più!".
La fotografa fece spallucce.
Il poliziotto ebbe un fremito alla
mandibola. Il conservatore
andò in bagno e tornò con un
pezzo di carta igienica, col
quale avvolse separatamente la
testa e il tronco, e se li mise in
tasca.
"Questo pezzo" disse "non
comparirà nell'inventario".
"Grazie tante" disse Utz.
Quando finalmente se ne
andarono, rimase a guardare
con aria afflitta la sua famiglia
in miniatura. Si sentiva
insultato e violentato. Si
sentiva come chi, di ritorno da
un viaggio, trova la casa
svaligiata dai ladri. Si
abbandonò a qualche vago
pensiero di suicidio. Non c'era
molto, sembrava, per cui
valesse la pena di vivere. Ma
no, lui non era il tipo, non
avrebbe mai trovato il coraggio.
Ce l'avrebbe fatta, però, a
separarsi dalla collezione? A
dare un taglio netto? A
cominciare una nuova vita
all'estero? Grazie a Dio, aveva
ancora qualche soldo in
Svizzera! Chissà? A Parigi o a
New York avrebbe anche potuto
ricominciare a fare il
collezionista.
Decise che, se ci fosse
riuscito, se ne sarebbe andato.
Negli anni del governo di
Gottwald, il metodo più sicuro
per ottenere un visto d'uscita
era fare domanda per un
viaggio all'estero adducendo
motivi di salute. La prassi era
quella di andare dal proprio
medico di fiducia e chiedergli di
diagnosticare una malattia.
"Soffre di depressione?" gli
domandò il dottor Petrasels.
"Costantemente" disse Utz.
"Da sempre".
"Senza dubbio una
disfunzione del fegato" disse
dottore, che non fece alcuno
sforzo per visitarlo
ulteriormente. "Le consiglio di
fare la cura delle acque a
Vichy".
"Ma sicuramente … "
protestò Utz. La Cecoslovacchia
era il paese delle stazioni
termali. Sicuramente si
sarebbero insospettiti.
Sicuramente c'erano acque per
il fegato anche a Marienbad, o
a Carlsbad.
"Niente affatto" lo rassicurò
il dottore. Le autorità preposte
ai visti sapevano tutto sulle
acque di Vichy. Vichy era il
posto giusto.
"Se lo dice lei" disse Utz,
con un po' di apprensione.
Il funzionario dell'ufficio visti
dette un'occhiata referto
medico; bofonchiò la parola
"Vichy" con tono assente e
andò a consultare l'archivio.
Una settimana dopo, quando
tornò nello stesso ufficio, Utz
apprese che gli era stato
concesso un mese di soggiorno
all'estero. Si impegnò a non
fare propaganda contro la
Repubblica Popolare. La
collezione di porcellane sarebbe
stata considerata come
garanzia della sua buona
condotta e del suo ritorno.
L'uomo gli fece capire che
avevano "modi e mezzi" per
scoprire il suo itinerario in
Europa occidentale e se
sarebbe realmente andato a
Vichy. Utz trovò sorprendente
che nessuno si fosse
preoccupato di chiedergli come
si sarebbe guadagnato da
vivere in un paese straniero.
Era forse una trappola? "Che
cosa si aspettano?" si
domandò. "Che campi d'aria?".
La vigilia della partenza,
quando i biglietti e il
passaporto erano ormai pronti,
prese congedo dalla collezione
pezzo per pezzo. Marta era
all'opera nel cucinino: Utz
aveva ordinato una cena per
due.
La cameriera aveva steso
sul tavolo di cristallo una
tovaglia damascata pulita e lui,
mentre passava in rassegna
con lo sguardo gli scintillanti
piatti del Servizio dei Cigni, la
saliera, le posate coi manici di
porcellana decorati a cineserie,
arrivò quasi a credere ai suoi
sogni ad occhi aperti: quello era
davvero il "palazzo di
porcellana", e lui Augusto
reincarnato.
Marta, alla quale aveva
insegnato a fare il soufflé,
chiese a che ora sarebbe
arrivato l'ospite. Lui si alzò in
piedi, si aggiustò la cravatta e
poi, senza ombra di
condiscendenza, si premette la
mano callosa di lei contro le
labbra.
"Questa sera, mia cara
Marta, l'ospite sarai tu".
Lei arrossi fino al collo,
protestò, disse che non era il
caso e, finalmente, accettò con
gioia.
Marta era figlia di un
falegname di paese che viveva
nelle vicinanze di Kostelec,
nella Boemia meridionale. La
precoce scomparsa della
moglie, morta di tubercolosi, lo
portò a bere e, durante una
rissa in una taverna, per poco
non uccise un uomo. Costretto
a lasciare il villaggio e accusato
di praticare il malocchio, mandò
le figlie più grandi a vivere
presso una zia e portò la più
giovane con sé nei suoi viaggi.
Trovò lavoro come taglialegna
nella tenuta degli Utz a Ceské
Krìzove. Quando morì anche lui,
schiacciato da un albero in
caduta, l'amministratore sfrattò
la ragazza dalla loro casupola.
Lei si guadagnò qualche
centesimo dando una mano al
fornaio o alla lavandaia, poi,
per non finire all'ospizio dei
poveri, andò a vivere in una
fattoria, dove dormiva su un
pagliericcio e badava a un
branco di oche.
Cantava canzoni strane e
sconnesse e tutti pensavano
che fosse scema, soprattutto
quando si innamorò di un
papero. I bambini dell'Europa
contadina credevano che le
storie che sentivano, di lupi
mannari, stelle che erano
anatre in volo o paperi che si
trasformavano in splendidi
principi, fossero vere.
Il papero di Marta era un
magnifico uccello bianco come
la neve, terrore di volpi, cani e
bambini. Marta lo aveva
allevato sin da piccolo, e ogni
volta che gli si avvicinava lui
emetteva un gorgoglio
sommesso e soddisfatto, e le
strofinava il collo sulle cosce.
Certe mattine alle prime luci
dell'alba, quando non c'era
nessuno, lei faceva il bagno nel
lago col suo amante e gli
permetteva di mordicchiarle i
lunghi capelli biondi.
Una mattina verso la fine
degli anni Trenta Utz, che
andava con la sua Steyr coupé
dal castello alla stazione per
prendere il primo treno per
Praga, vide in mezzo alla strada
una ragazza coi vestiti fradici
inseguita da una torma di
paesani. Frenò e le chiese di
sedersi accanto a lui.
"Venga con me" le disse
gentilmente. La ragazza si fece
piccola piccola, ma obbedì, e
Utz tornò con lei a Ceské
Krìzove.
Le si aprì davanti una nuova
vita, a servizio al castello.
Marta seguiva i movimenti del
suo padrone con sguardo
adorante: spesso lui doveva
impedirle di baciargli la mano.
Quattro anni dopo, quando le
affidò la direzione della casa,
gli altri domestici, sconcertati
dalle abitudini di quello scapolo
solitario, misero in giro la voce
che lei divideva il suo letto.
La verità era che, in un
mondo di malcerte lealtà – e
dopo la morte del fedele
maggiordomo di sua nonna –,
Marta era l'unica persona di cui
potesse fidarsi e, al tempo
stesso, servirsi. Soltanto lei
conosceva il fienile dov'era
nascosto Kraus, lo studioso
ebreo, con i suoi Talmud, e per
portargli da mangiare rischiava
la vita. Soltanto lei aveva la
chiave della cantina dove, per
tutta la guerra, furono riposte
le porcellane.
In seguito, nei mesi
successivi all'ascesa al potere
dei comunisti, quando i
contadini, ancora storditi dalla
propaganda, credevano che la
nuova ideologia permettesse
loro di dividersi la proprietà del
padrone, rimase lei di guardia:
Utz fu libero di lasciare il
castello con i suoi tesori.
A Praga Marta dormiva in un
solaio dal soffitto gocciolante in
via Siroká, a pochi portoni da
Utz. Quando le facevano delle
domande sulle circostanze del
suo impiego si adombrava: lei
non era una dipendente del
signor Utz, si prendeva cura di
lui per pura amicizia.
Quell'invito a sedersi a
tavola sanciva che la sua
amicizia era ricambiata.
Mentre cenavano, le spiegò
il motivo del suo viaggio. Lei
lasciò cadere coltello e
forchetta e disse con un di
voce: "Non sarà malato, spero".
Utz la rassicurò, ma non
accennò neppure al fatto che
forse non sarebbe tornato mai
più. In sua assenza, lei avrebbe
dovuto dormire nel suo
appartamento – anche nel suo
letto, se lo desiderava – e
tenere la porta sprangata. Il
suo amico Orlík le avrebbe fatto
una visitina di tanto in tanto, in
caso avesse bisogno di
qualcosa.
Il vino le andò alla testa, le
guance le si accesero. Parlò un
po' troppo: per lei fu una serata
di perfetta felicità.
Tornò all'ora di colazione
per preparargli il caffè. Gli portò
la valigia fino al taxi, poi salì le
scale e si mise ad ascoltare la
pioggia battente.
I doganieri lo stavano
aspettando alla frontiera.
Lo perquisirono, gli tolsero
di tasca gli spiccioli e, da veri
esperti nell'arte di irritare la
gente, si appropriarono della
colazione di Marta. Poi, non
avendo trovato nulla nel suo
bagaglio che potesse essere
classificato come opera d'arte,
presero la sua copia della
Montagna incantata e un paio
di spazzole di tartaruga.
"Gli serviranno anche quelle
per il museo" borbottò Utz
mentre le uniformi verdi si
allontanavano lungo il corridoio.
Passata Norimberga, i
nembi si diradarono e uscì il
sole. Utz non aveva più niente
da leggere e si mise a fissare
dal finestrino i pali del
telegrafo, i tetti aguzzi e
incatramati delle fattorie, gli
orti, le mucche nei campi di
ranuncoli e i gruppi di bambini
biondi che si attaccano alle
sbarre dei passaggi a livello e
agitavano le cartelle in segno di
saluto.
Notò che le cabine per il
comando dei segnali erano
punteggiate da buchi di
pallottole. Di fronte a lui erano
seduti due giovani sposi.
La ragazza stava sfogliando
un album di fotografie del
matrimonio. Era incinta, e
indossava un camicione grigio
ornato di merletti. Le gambe
bluastre non erano depilate e i
capelli tinti erano scuri alle
radici.
Utz notò con piacere che il
ragazzo la trovava ripugnante.
Sembrava molto a disagio nel
suo giubbotto, americano da
aviatore e rabbrividiva ogni
volta che lei lo toccava. Era un
ragazzo di carnagione scura,
magrissimo, con le labbra
imbronciate e una zazzera di
ricci neri. Aveva le unghie
macchiate di nicotina e fumava
una sigaretta dopo l'altra,
disperatamente. Era forse un
arabo, o qualcosa del genere?
Uno zingaro? Un italiano?
Italiano, decise Utz, dopo
averlo sentito parlare. Lei
doveva avere dei soldi, e lui
prima faceva la fame. Ma che
prezzo da pagare! La ragazza
cominciò a svuotare il suo
paniere e Utz, che aveva una
fame da lupo, cominciò a
cambiare idea sul suo conto.
Forse l'aveva giudicata male?
Forse gli avrebbe offerto
qualcosa? Preparò un sorriso
riconoscente per quando
sarebbe venuto il momento,
poi, come un cane alla tavola
del padrone, la guardò
trangugiare un paio di uova
sode, una cotoletta, un panino
al prosciutto, mezzo pollo
freddo e qualche fettina di
salsiccia all'aglio. Lei ingollò
tutto tracannando una bottiglia
di birra, poi fece schioccare le
labbra e continuò
distrattamente a infilarvi dentro
qualche fetta di pane di segala.
Il ragazzo non toccò quasi
cibo.
Utz non ce la faceva più. Si
era deciso: glielo avrebbe
chiesto. L'avrebbe supplicata.
Aprì la bocca per dire " Per
favore" – al che il giovanotto
staccò una coscia di pollo e fece
per porgergliela, ma la ragazza,
gridando "No! No! No!", gli
diede una pacca sulla mano e
attaccò a sbucciare un'arancia.
Il profumo riempì lo
scompartimento. Ach! Cosa non
avrebbe dato per un'arancia!
Anche soltanto uno spicchio!
Quelle che si mangiavano a
Praga, trovate tra i rifiuti o
rubate da una delle tante
ambasciate, erano quasi
sempre insipide e rinsecchite.
Ma questa sgocciolava sulle
dita del mostro.
Utz appoggiò il capo allo
schienale e, chiudendo gli
occhi, ricordò l'aforisma di
Augusto: "La bramosia per la
porcellana è come la bramosia
per le arance".
La ragazza chiese un
tovagliolo e si asciugò le dita.
Una seconda arancia fece la
fine della prima, e così una
fetta di formaggio, una fetta di
Linzertorte, una Nusstorte, un
plumcake. Poi si versò il caffè
da un termos.
Fece un rutto, tormentò il
marito perché le mostrasse un
po' d'affetto. Lui le sussurrò
qualcosa all'orecchio. Di nuovo
Utz fece ricorso a un sorriso
suadente, ma lei, invece di
offrirgli l'ultimo panino al
prosciutto, lo fissò con sguardo
satollo, si alzò in piedi
barcollando e lo buttò dal
finestrino.
Utz osservò questo piccolo
dramma avviarsi all'inevitabile
conclusione e borbottò in
tedesco, a voce abbastanza
alta perché lei lo sentisse: "In
Cecoslovacchia non sarebbe
mai potuto succedere".
Il mattino seguente, a
Ginevra, l'incaricato della banca
lo attendeva al binario: un
incontro organizzato
dall'ambasciatore svizzero a
Praga che, a quei tempi, era
"amico di tutti". Utz seguì
l'assurdo cappello tirolese del
funzionario fino al gabinetto,
dove questi gli consegnò una
spessa busta marroncina con un
mazzo di franchi svizzeri e i
facsimile dei suoi certificati
azionari. Gli restavano due ore
da trascorrere prima che il
treno partisse per Lione – e
Vichy. Non gli venne in mente
nessun altro posto dove
andare; lasciò la valigia al
deposito bagagli e andò a far
colazione in un caffè di fronte
alla stazione. Ma il caffè era
troppo lungo, i croissants stantii
e la marmellata di ciliegie
sapeva di conservante chimico.
Diede un'occhiata agli altri
tavoli. La sala era gremita di
uomini d'affari che affondavano
il naso nelle pagine finanziarie
dei quotidiani prima di andare
al lavoro.
"No" si disse. "Tutto questo
non mi piace".
A Vichy l'albergo era stato
tutto tinteggiato, come per
cancellare l'onta di aver
ospitato nelle sue stanze
l'amministrazione Laval. La
camera di Utz era arredata con
mobili in stile Luigi xvi dipinti di
grigio.
Il tappeto era blu e le pareti
celesti a fregi bianchi:
l'arredamento delle camere dei
bambini, di chi si apre ad una
nuova vita. Sul comò c'era un
busto di gesso di Maria
Antonietta, scheggiato, e
stampe moderne: di altre dame
del Settecento dal cervello di
gallina.
"No, no" ripeteva Utz. "Non
mi piace affatto. I francesi
hanno perduto il loro gusto". Né
gli piacevano i suoi incontri col
dottor Forestier, un uomo con
la pelle cartacea e la bocca
piena di indiscrezioni da snob,
che aveva lo studio in una casa
gotica avvolta in un sudario di
paulonie. Per non parlare degli
immensi edifici di stucco color
crema – "style patissier 1900" –
che si stendevano lungo il
Boulevard des Etats-Unis, dove
la Gestapo aveva tenuto il suo
quartier generale, o dei fanghi,
le frizioni, i massaggi facciali, la
doccia a pressione. Quelle tanto
decantate acque, poi – a
giudicare dalle facce tirate e
dispeptiche delle altre vittime –
non arrecavano il benché
minimo giovamento alla salute.
Utz non traeva alcun piacere
dalla compagnia di quei
vecchietti – ex coloniali la cui
digestione si era sconquassata
in Africa o in Indocina –
attaccati ai loro gobelets de
cure rivestiti di rafia, che
camminavano passo passo
sotto la tettoia che costeggia la
Rue du Parc, al riparo dalla
pioggia.
Non apprezzava la scintilla
gerontofila nello sguardo del
massaggiatore – "un giovanotto
che ha dei problemi!" – e
sperava di non essere
abbastanza vecchio. Ma
neppure le dame del Grand
Etablissement Thermal lo
interessavano: fanatiche della
disciplina in soprabito e guanti
bianchi che lo iniziarono all'uso
degli "instruments de torture" –
attrezzi per la ginnastica
correttiva che Kafka avrebbe
apprezzato moltissimo –, di
modo che si trovò legato a una
sella, e lì, con soave fermezza,
qualcuno lo prese a pugni nella
pancia con un paio di guantoni
da boxe.
Trasaliva al suono delle voci
inglesi. Distoglieva lo sguardo
dai mutilés de guerre: uomini
senza un braccio o senza
gambe, ma che ciò nonostante
giocavano a poker su sedie
dipinte di bianco col fondo
perforato come un colino. Una
sera, dopo cena, dovette
fuggire da una signora vestita
di velluto color tormalina che gli
parlava, in tedesco, dell'Aga
Khan.
Diventò esageratamente
sensibile agli sguardi della
gente, soprattutto a quelli degli
uomini solitari che, si
immaginava, gli stavano alle
costole. Chi era, ad esempio,
quel giovane col vestito della
misura sbagliata? Non lo aveva
già visto a Praga, a ciondolare
per l'atrio dell'Hotel Alkron? No,
non lo aveva visto: era un
venditore di articoli sanitari.
Utz gironzolò per i negozi di
antiquariato, ma non trovò
niente di interessante: qualche
Buddha di steatite e orologi
stile Impero di dubbia
autenticità. Una donna cercò di
vendergli degli amuleti egiziani
e un mazzo di tarocchi. In un
negozio che vendeva merletti
pensò di comprare un
grembiule da portare a Marta.
"Ma io non ci tornerò, a
casa" rifletté
malinconicamente. "E
comunque me lo ruberebbero
alla dogana".
Andò alle corse, e si annoiò.
Si annoiò a morte allo
Spectacle del Grand Thèatre du
Casino, che cominciava con
"Les plus belles girls de Paris" –
tutte inglesi! – e continuava
con "Les hommes en cristal", un
branco di finocchi spalmati di
vernice d'argento! Durante
l'intervallo rifletté sull'assurdità
della sua posizione: l'ennesimo
rifugiato mitteleuropeo di
mezza età alla deriva in un
mondo ostile! E, peggio ancora,
il più inutile dei rifugiati, un
esteta! Dopo l'intervallo cambiò
umore.
Il sipario si aprì su Lucienne
Boyer, La dame en bleu: una
donna soda e ben tornita,
vicina ai cinquanta eppure
apparentemente senza età, che
indossava un abito di raso blu
scuro e una rosa blu al vertice
della scollatura. Cantò al
microfono una canzone dopo
l'altra: le pupille di Utz si
dilatavano mentre fissava,
attraverso il binocolo, la sua
gola fremente. E, quando cantò
Parlez-moi d'amour, lui scattò
in piedi e urlò: "Brava! Brava!
Bis!"; lei ne fece addirittura
quattro. Poi, dopo averla
osservata mentre se ne andava
con un uomo più giovane, tornò
al Pavillon Sévigné, dove
abitava, camminando
sull'acciottolato viscido di foglie
staccate dalla grandine, la testa
calva che baluginava alla luce
dei lampioni, barcollando
appena e canticchiando il
ritornello: "Je vous aime.. Je
vous aime.. ".
Utz aveva l'idea, derivata
dal romanzi russi o dalla storia
d'amore dei suoi genitori a
Marienbad, che le città termali
fossero luoghi in cui
infallibilmente si verificava
l'imprevisto.
Le strade di due persone
sole, condotte là dalla malattia
o dall'infelicità, si sarebbero
incontrate durante la
passeggiata pomeridiana. I loro
sguardi si sarebbero incrociati
su un'aiuola di calendule
municipali. Calamitati l'uno
verso l'altra dalla naturale
attrazione degli opposti, lui e
lei si sarebbero seduti sulla
stessa panchina di ghisa e si
sarebbero scambiati le frasi di
prammatica ("Viene spesso a
Vichy?".
"No. E' la prima volta".
"Anche per me!"). Una
serata di estasi si sarebbe
conclusa in camera dell'uno o
dell'altra. L'idillio sarebbe finito
con un triste addio ("No, amore
mio, ti prego non venire alla
stazione"), oppure, quando la
separazione si fosse mostrata
inevitabile, i due avrebbero
preso la drastica decisione che
li avrebbe legati per il resto
della vita. Se una decisione
andava presa, Utz era andato a
Vichy con la romantica
intenzione di prenderla.
Sperava… era sicuro di
trovare, tra la folla dei solitari,
una tenera donna di mezz'età,
preferibilmente vulnerabile, che
lo avrebbe amato, non per il
suo aspetto – questo, ahimè,
non era possibile! Era sempre
stato brutto, ma aveva altre
qualità.
In passato era già capitato
che qualche donna gli mettesse
gli occhi addosso, ma ogni
volta, quando un rapporto
affettuoso sembrava possibile,
lei aveva pronunciato le fatali
parole: "Oh, devi vedere i suoi
tesori!" – e una ventata gelida
aveva ucciso il suo sentimento.
No, tutto era meglio che
essere amati per le proprie
cose.
Ma dov'era quella femmina
inafferrabile che gli sarebbe
caduta tra le braccia? "Caduta"
era proprio la parola giusta!
Caduta, senza che lui dovesse
inseguirla. Era stanco di andare
a caccia di oggetti preziosi.
Era forse l'americana dai
capelli color acciaio (vedova o
divorziata, aveva dedotto)che
ovviamente era a Vichy per una
cura di bellezza? Intelligente, di
certo, ma non simpatica.
Diffidava del tono aspro con cui
ordinava al barman i suoi
manhattan.
Oppure la creatura dalla
voce suadente, senza dubbio
parigina, coi capelli d'oro e la
bocca delicata? La vide per la
prima volta tra la folla
mattutina alla Source des
Célestins, mentre avanzava
sotto il pergolato bianco con un
abito di merletto bianco e un
cappello composto da strati di
chiffon inamidato. Prima era
appetitosa, presto sarebbe
diventata grassottella. No, lei
no: passava ore in chiacchiere
oziose alla cabina telefonica, e
poi veniva via con lo sguardo
perso, ridendo.
Oppure l'argentina? "Grande
mangeuse de viande" – o così
diceva il cameriere. Utz si era
piazzato dietro il tavolo del
baccarà, incantato dai suoi
artigli scarlatti, dai gesti
disinvolti con cui manovrava le
fiches sul tappeto verde, dalla
vena del collo che si gonfiava al
di sopra della collana di perle.
Nemmeno lei! L'aveva
raggiunta il marito.
E poi la vide, un pomeriggio,
nell'atrio: una donna alta in
tenuta bianca da tennis, di
carnagione chiara, con
un'acconciatura di capelli scuri
intrecciati, che infilava la
racchetta nella custodia e
ringraziava per la lezione,
tagliando corto, il maestro
troppo infervorato.
Utz la udì conversare in
francese, ma era convinto – o
se l'era immaginato? – di aver
avvertito nel suo accento una
risonanza slava. Non era un
tipo atletico: nei suoi
movimenti c'era un torpore
orientale. Avrebbe potuto
essere turca, quella femme en
forme de violon con le guance
di melo in fiore, le fossette, il
labbro tremulo e gli occhi verdi
e obliqui. Non era bella secondo
i canoni moderni: era il tipo di
donna che, un tempo, si
destinava all'harem.
"Dev'essere russa, però,"
riflette "russa, certo. Con
qualcosa di tartaro?".
Non era più giovane, e
sembrava molto triste.
Utz passò il resto dei
pomeriggio in uno stato di
eccitazione febbrile, aspettando
che lei riemergesse
dall'ascensore, e cercando di
comporre una storia per lei. Si
immaginava la spirale
discendente della sua vita di
émigrée: l'appartamento in
affitto a Monaco; poi, quando i
gioielli erano finiti, la camera
ammobiliata a Parigi, dove il
padre faceva il taxista e dopo il
lavoro giocava a scacchi. Per
pagargli le visite mediche, si
era immolata a un uomo
d'affari che le consentiva un
certo tenore di vita, ma che
aveva un'amante più giovane di
lei. Lui aveva portato l'amante
sulla Costa Azzurra e aveva
mandato la moglie, che non
aveva figli, a Vichy.
Lei scese a pianterreno
prima di cena, ancora sola, con
un vestito grigio a pois e
sandali bianchi. E quando Utz
vide il suo cagnolino, un
Sealyham terrier che la seguiva
passo passo, si rammentò della
signora nel racconto di Cechov
e si sentì sicuro che l'incontro
sarebbe avvenuto.
La seguì a distanza nel
parco lungo l'Allier,
appostandosi su una panchina
davanti alla quale lei sarebbe
passata quasi sicuramente, e
aspirando il profumo dei lillà e
dei fiorangeli.
"Viens, Maxi! Viens! Viens!"
– la senti chiamare il cane; e,
quando giunse alla biforcazione
di due sentieri, scelse quello
che portava verso di lui.
"Bonsoir, madame!". Utz
sorrise e stava per gridare
"Maxi!" al cane. La donna ebbe
un sussulto e accelerò il passo.
Utz rimase seduto ad
ascoltare sconsolato lo
scricchiolio dei suoi passi sulla
ghiaia. A cena, lei passò
accanto al suo tavolo e guardò
dall'altra parte.
La rivide il mattino dopo, su
un'auto sportiva, con le braccia
intorno al collo dell'uomo al
volante.
Chiese al portiere chi fosse,
e gli fu detto che era belga.
Si concentrò sul cibo.
Il suo primo giorno a Vichy
aveva comprato, in una libreria
della Rue Clemenceau, una
"guida gastronomica" della
regione. Aveva sempre voluto
bene al suo stomaco, si era
sempre fatti amici gli chef.
Quante volte, negli anni
della guerra, soprattutto nei
momenti di terrore, aveva
rievocato i piaceri della tavola!
Il giorno che la Gestapo lo
aveva interrogato non era
riuscito a concentrarsi sulle
astrazioni della morte o della
deportazione, ma solo sul
ricordo di un eccezionale piatto
di haricots verts che aveva
mangiato in Provenza, in un
ristorante su una strada bianca.
In seguito, durante la
peggiore delle penurie
invernali, quei mesi di cavoli,
cavoli, cavoli e patate, si
consolava al pensiero che,
quando il buon senso fosse
tornato e le frontiere fossero
state aperte, avrebbe di nuovo
mangiato in Francia.
Studiò la guida con la
meticolosa dedizione che di
solito riservava alla caccia alle
porcellane: dove trovare le
migliori quenelles aux
écrevisses, il miglior cervelas
truffé o un poulet à la vessie? O
i dessert: bourriols, bougnettes,
flaugnardes, fouasses (nomi
che sprigionavano gas!). O il
raro vino bianco Chateau-Grillet
che, a quanto si diceva, sapeva
di foglie di vite e di mandorle –
e si comportava come una
donna capricciosa.
Per mettere alla prova le
sue recenti cognizioni prenotò
un tavolo in un ristorante
sull'Allier.
La giornata era calda e
piena di sole: abbastanza calda
da poter mangiare all'aperto,
sotto un tendone di tela a
strisce bianche e verdi che
sventolava pigramente nella
brezza. C'erano tre bicchieri da
vino a ogni posto.
Osservò il riflesso dei pioppi
che si piegavano a forma di z
dall'altra parte del fiume, e le
rondini che ne sfioravano la
superficie. Sull'altra sponda i
pescatori e le loro famiglie
avevano apparecchiato i picnic
sull'erba.
I camerieri si davano molto
da fare per un "principe dei
gastronomi" che quel giorno
faceva la sua annuale visita al
ristorante. Era entrato dopo
Utz, paonazzo in volto,
scarrozzando il pancione
davanti a sé. Si infilò il
tovagliolo nel colletto e si
preparò a destreggiarsi
attraverso un pranzo di otto
portate.
Quando finalmente arrivò il
menu, Utz rivolse al maitre
d'hotel un sorriso di gratitudine.
Diede una scorsa alla lista
delle specialità. Scelse, cambiò
idea, scelse di nuovo: zuppa di
carciofi, truite Mont-Dore e
maialino da latte à la lyonnaise.
"Et comme vin, monsieur?".
"Cosa mi consiglia?".
I sommelier, prendendo Utz
per un incompetente, gli indicò
due delle bottiglie più costose
della lista: un Montrachet e un
Clos Margeot. "Niente Chateau-
Grillet?".
"Non, monsieur".
"Benissimo" acconsentì Utz,
sottomesso. "Quello che mi
consiglia lei".
Il pasto non corrispose alle
sue speranze. Non che potesse
criticarne la qualità o la
presentazione: ma la zuppa,
benché squisita, pareva
insipida; la trota era stufata in
una salsa di groviera e il
maialino era farcito di
qualcos'altro.
Guardò nuovamente, con
invidia, i gitanti sull'altra
sponda. Una giovane madre si
precipitava a salvare il suo
bambino, che era arrivato
gattoni fino al bordo dell'acqua.
Gli sarebbe piaciuto essere con
loro: dividere le loro rustiche
ciambelle fatte in casa, che
senz'altro sapevano di
qualcosa! Oppure era lui che
aveva perduto il senso del
gusto? Il conto era più salato di
quanto non si aspettasse. Se ne
andò di cattivo umore. Si
sentiva gonfio e un po' stordito.
Inoltre era giunto a una
conclusione deprimente: il lusso
è voluttuoso solo nelle
avversità.
Nel pomeriggio arrivarono le
nuvole e cominciò a piovere.
Utz si sdraiò sul letto e lesse
qualche pagina di un romanzo
di Gide. Ma non sapeva
abbastanza bene il francese, e
perse il filo della narrazione.
Accantonò il libro e si mise a
fissare il lampadario.
Perché, si domandava, dopo
che si era temprato agli orrori
della guerra e della rivoluzione,
il mondo libero doveva
presentargli alla mente un
abisso tanto spaventoso?
Perché, ogni volta che
sprofondava nel materasso,
aveva la sensazione di cadere
giù per tutti i piani dell'albergo,
come l'ascensore? A Praga
dormiva profondamente. Perché
lì il sonno gli sfuggiva? Restava
sveglio a crucciarsi per le sue
finanze. Quelle che aveva in
Cecoslovacchia non erano
degne di menzione, e
comunque non poteva metterci
le mani. A notte fonda
sparpagliava sul copriletto i
suoi certificati azionari e
sommava le cifre sperando in
una lacuna, in un errore,
cercando di spiegarsi perché,
mentre la borsa saliva, il suo
patrimonio in Svizzera si era
ridotto. Perché, se le somme
investite erano enormi, quelle
sulla carta erano cosi piccole?
Qualcuno, chissà dove, lo stava
imbrogliando, si stava
approfittando di lui agendo
dietro le sue spalle! Ma chi? E
come? Nella stessa libreria
aveva comprato un atlante
mondiale tascabile e,
sfogliandone le pagine, cercava
di immaginare il paese in cui gli
sarebbe piaciuto vivere. O,
piuttosto, il paese che lo
avrebbe reso meno infelice.
La Svizzera? L'Italia? La
Francia? Tre possibilità, ma
nessuna era invitante. La
Germania? Mai. La rottura era
stata definitiva. L'Inghilterra?
Non dopo il bombardamento di
Dresda. Gli Stati Uniti?
Impossibile. Il frastuono lo
avrebbe terribilmente depresso.
Praga, dopo tutto, era una città
in cui si sentivano cadere i
fiocchi di neve. L'Australia? Le
colonie non lo avevano mai
attratto. L'Argentina? Era
troppo vecchio per ballare il
tango.
Quanto più ponderava sulle
alternative, tanto più chiara gli
appariva la soluzione. Non che
in Cecoslovacchia sarebbe stato
felice: lo avrebbero tormentato,
minacciato, insultato. Avrebbe
dovuto strisciare come un
verme, mostrarsi d'accordo con
ogni loro parola, recitare senza
convinzione le loro formule
insignificanti e sgrammaticate.
Avrebbe imparato a "vivere
nella menzogna".
Ma Praga era una città che
si adattava al suo
temperamento malinconico.
Una tranquilla malinconia era il
massimo a cui si potesse
aspirare, di quei tempi! E per la
prima volta, a malincuore, sentì
di poter ammirare i suoi
compatrioti. Non per la loro
decisione di eleggere un
governo marxista (qualunque
idiota, ormai, sapeva che il
marxismo era una filosofia dal
fiato corto!): ammirava la
frugalità della loro scelta.
Continuava a fissare quello
stupido lampadario,
sviscerando mentalmente la
questione che più di tutte lo
turbava.
Aveva una nostalgia terribile
di casa sua, eppure non aveva
rivolto neanche un pensiero alle
porcellane: non riusciva a
pensare che a Marta, sola
nell'appartamento.
Provava rimorso per averla
lasciata: quella povera, cara
donna che lo adorava, che
avrebbe dato la vita per lui,
quel cuore ardente che batteva
per lui soltanto, celato dietro
una maschera di riserbo,
dovere e obbedienza.
Aveva pensato di portarla
con sé all'Ovest, ma lei non
parlava nessun'altra lingua
all'infuori del ceco, e qualche
parola di tedesco. No. Sarebbe
stata … cercava confusamente
la frase fatta più appropriata …
sarebbe stata come un pesce
fuor d'acqua.
Ricordò le volte in cui lei
rincasava da un buon affare al
mercato nero, senza fiato per
aver salito le scale, i fiocchi di
neve che scintillavano sul
colbacco di volpe. La sua abilità
nel mercanteggiare, anche con
un solo dollaro, era prodigiosa.
Stava ore intere a fare la fila
per i viveri: nulla aveva
importanza se l'oggetto della
sua ricerca poteva farlo
contento.
Certi giorni riempiva la
borsa della spesa di patate
fangose. Nessuno sapeva
meglio di lei che il tipo di
poliziotto propenso a rovistare
tra le sue compere apparteneva
anche al tipo che non vuole
infangarsi le mani. E poi, dopo
aver scaricato le patate
nell'acquaio, tirava fuori dal
fondo della borsa un fagiano o
una lepre che qualcuno aveva
portato dalla campagna.
I suoi contatti con la
campagna funzionavano come
un tam-tam.
"Dove ha preso le uova?" le
chiedeva Utz, quando portava
di corsa in tavola un soufflé
dorato.
"Le ha portate una donna"
rispondeva Marta, evasiva.
Capiva, per istinto, perché
lui insisteva tanto sui dettagli:
la salsa nella salsiera; i polsini
delle camicie inamidati; le
tazzine da caffè di Sèvres alla
domenica – per un caffè fatto di
orzo tostato e cicoria! Erano
piccoli atti di eleganza per
dimostrare che non si era
arreso.
Lui riconosceva in quelle
attenzioni i pegni del suo
amore. Non riusciva a
ringraziarla, né lei lo avrebbe
voluto.
Il momento in cui erano più
felici insieme era la stagione
dei funghi, verso la fine di
agosto, dopo i primi acquazzoni
di fine estate. Prendevano il
primo treno del mattino per
Tabor, poi il pullman per Ceské
Krizove, e da lì, avendo cura di
evitare il castello, portavano il
picnic nei boschi.
I funghi, diceva Utz, erano
l'unico motivo per rivisitare i
luoghi della sua infanzia.
Lui e Marta erano come due
bambini che giocavano,
dimentichi di ogni differenza di
casta o di classe, quando si
chiamavano tra i tronchi di
pino: "Guarda che cosa ho
trovato…!".
"Guardi che cosa ho
trovato…!" – un boleto dal
cappuccio color ruggine, un
agarico commestibile o un
grappolo di galletti che
spuntavano coi loro cappelli
arancioni sopra un tappeto di
muschio.
Nessun altro, a parte loro e
qualche boscaiolo, conosceva la
radura in cui Utz, quando era il
padrone della tenuta, aveva
ricavato un tavolo e un sedile
rudimentali dal tronco di un
faggio spaccato in due da un
fulmine.
Spargevano i loro reperti sul
tavolo, con le lamelle rivolte
verso l'alto: scartavano quelli
spugnosi o pieni di vermi e
toglievano i grumi di terra più
grossi, ma lasciavano qualche
sporadico ago di pino o i
frammenti delle fronde di felce.
"Non li pulisca troppo" lo
rimbrottava lei. "Un po' di
terriccio gli dà molto più
sapore".
Poi li friggeva nel burro su
un fornelletto a spirito e li
mescolava con un po' di panna.
Un giorno, mentre
tornavano a Praga, si
fermarono nella piazza di
Tabor, dove gli amatori di
funghi del posto avevano
messo su delle bancarelle
riparate da tendoni di sacco,
per evitare che il sole facesse
avvizzire i loro tesori.
Utz fu accolto da uno
strepito di voci festanti. Una
contadina, il fazzoletto bianco
legato basso sulla faccia
segnata, si alzò gridando:
"Guardate! E' tornato il
padrone!". Lui osservava il suo
vecchio dottore, un fanatico dei
funghi, che tirava furiosamente
sul prezzo di alcuni esemplari
molto rari con un micologo
dell'università'. E quella era
Marianna Palach, la lavandaia!
Ormai vizza come un guscio di
noce, eppure andava ancora
per funghi e aveva messo su
una bancarella sua.
Tutti, al mercato, ridevano,
contrattavano, davano e
prendevano, provando al di là
di ogni dubbio, checché ne
dicessero i fanatici, che il
commercio è uno dei piaceri più
naturali e divertenti della vita,
e andava abolito quanto l'atto
di innamorarsi...
"Che sto facendo qui?". Utz
si scosse dal suo sogno a occhi
aperti.
Guardò l'orologio: era in
ritardo per la cena. Si annodò la
cravatta davanti allo specchio
del bagno, si spuntò i baffi (non
sono ancora sicuro se me lo
immagino coi baffi), si esaminò
la piccola bocca ostinata e
disse: "No!".
Non si sarebbe unito al
flusso degli esuli. Non sarebbe
rimasto a recriminare in una
stanzetta d'affitto. Sapeva bene
che la retorica anticomunista
era insopportabile quanto
quella di colore opposto. No,
non avrebbe abbandonato il
suo paese – non per loro!
Sarebbe tornato. Ma sapeva
che, una volta che fosse
tornato, le porcellane
avrebbero ricominciato a
esercitare su di lui il potere
dello snobismo. Le dame della
corte di Dresda avrebbero
rivolto verso Marta i loro vitrei
sorrisi, confinandola nel
cucinino – dove sarebbe
rimasta pazientemente sul suo
sgabello, con la logora uniforme
da cameriera e le calze nere coi
buchi alle ginocchia.
Utz scese nella sala da
pranzo. A un tavolo vicino, due
coppie sposate erano
impegnate in un'accanita
discussione sui meriti e i
demeriti di un Alaska, di una ile
flottante o di una omelette
norvégienne. Le donne avevano
voci sgradevoli, gli uomini
erano grassi e avevano le dita
piene di anelli.
Il loro menu sembrava
composto interamente di
dessert: un Mont-Blanc, dei
profiteroles, una tarte Tatin,
una macedonia, un gelato al
lampone con panna montata,
una torta al cioccolato con altra
panna...
"Che schifo" borbottò Utz.
"No, non è possibile che io resti
qui".
Si alzò da tavola e comunicò
al bureau che sarebbe partito il
mattino seguente col primo
treno.
Lo rattristò, nel passare la
frontiera cecoslovacca, vedere i
reticolati di filo spinato e le
garitte delle sentinelle, ma notò
con un certo sollievo che non
c'erano più cartelloni
pubblicitari.
Utz era una di quelle rare
persone che, per tutta la guerra
fredda, continuarono a credere
che la cortina di ferro fosse
piuttosto cedevole. Grazie ai
suoi investimenti in Occidente –
e ai suoi poteri di persuasione,
che obnubilavano tanto lui
quanto i burocrati di Praga –
riuscì a tenere il piede in due
staffe.
Anno dopo anno faceva il
suo rituale pellegrinaggio a
Vichy. Verso la fine di aprile, il
suo rancore nei confronti del
regime raggiungeva
l'ebollizione: per la sua
inettitudine, non per altro – gli
sembrava banale lamentarsi
della collettivizzazione. Ad
aprile, inoltre, soffriva di
claustrofobia acuta per aver
trascorso i mesi invernali a
stretto contatto con l'adorante
Marta: per non parlare della
noia, vicina al parossismo, di
vivere tutti quei mesi con delle
porcellane inanimate.
Prima di partire si
riprometteva di non tornare
mai, mai più; intanto faceva già
i preparativi per il ritorno, e si
metteva in viaggio per la
Svizzera di ottimo umore.
Il viaggio era sempre lo
stesso: a Ginevra, per
incontrarsi coi suoi banchieri e
un antiquario; poi a Vichy, e
soltanto a Vichy, per
assaporare le acque, respirare
l'aria fresca della libertà, che
ben presto diventava viziata, e
ordinare altri pasti costosi che
lo avrebbero disgustato.
Allora si precipitava a casa
come chi è inseguito dai
demoni.
Un anno andò a Parigi per il
weekend, ma fu un'iniziativa
che sconvolse completamente il
suo equilibrio.
Questa consuetudine non
soddisfaceva nessuno tranne
lui. Per Marta la sua assenza
era un periodo di tormento,
quasi di lutto. Per i funzionari
che gli concedevano il visto
d'uscita – uomini seriamente
convinti che un inguaribile
decadente come lui non
potesse vivere che a Vichy, in
America o in qualche luogo
parimenti corrotto, e che
andavano fieri della propria
indulgenza nel permettergli di
andarci – il suo ritorno era il
gesto di un folle.
Era altrettanto sconcertante
per una sfilza di consoli francesi
e svizzeri: abituati com'erano a
pensare alla Cecoslovacchia
come a un paese da cui la
gente della condizione di Utz
poteva solo fuggire – verso
ovest –, il fatto che una
persona normale potesse
preferire la propria patria
all'esilio sembrava loro
assolutamente immorale: un
atto d'ingratitudine. O c'era
qualche ragione oscura?
Monsieur Utz era forse una
spia? No, non era una spia.
Come mi spiegò nel corso della
nostra passeggiata
pomeridiana, la Cecoslovacchia
era un posto in cui era
piacevole vivere, a patto di
avere la possibilità di
andarsene. Al tempo stesso
ammise, con un sorriso ironico,
che il suo grave caso di
Porzellankrankheit gli impediva
di andarsene una volta per
tutte. La collezione lo teneva
prigioniero.
"E, naturalmente, mi ha
rovinato la vita!".
In un momento di
franchezza mi confessò anche
di avere un deposito di
porcellane di Meissen,
conservate nel caveau della
Union de Banques Suisses a
Ginevra.
Ogni volta che il valore delle
sue azioni saliva al di sopra di
un certo livello, lui stornava una
certa somma per acquistare un
altro oggetto, in base al calcolo
che se, nel corso degli anni, il
deposito segreto di Ginevra si
fosse avvicinato alla qualità –
non necessariamente alla
quantità – della collezione di
Praga, la tentazione di
emigrare avrebbe potuto
nuovamente allettarlo.
Un anno – credo che fosse il
1963 – il dottor Marius
Frankfurter, l'antiquario di New
York, fece un viaggio a Vichy
appositamente per offrire a Utz
un pezzo che esulava
completamente dalla sua sfera
d'interesse: un gruppo
denominato "I mangiatori di
spaghetti", fatto non a Meissen,
ma a Capodimonte.
Nella solita camera celeste il
dottor Frankfurter liberò
l'oggetto dai molti strati di
carta velina e lo depose sul
comò, con la reverenza di un
prete che esibisce l'ostia. Utz
non poté fare a meno di
paragonare la sua patina
perlacea all'epidermide
verrucosa del mercante. Ma
così è la vita! Gli uomini più
brutti amano le cose più belle.
"Dunque?". Disse il dottor
Frankfurter.
"Dunque". Utz increspò le
labbra.
Era un oggetto incantevole,
ma non glielo avrebbe certo
detto.
Una figura di Pulcinella – il
Charlie Chaplin della commedia
dell'arte – era pigramente
seduta su una specie di sedia
da invalido, e indossava un
camicione di lino con un
collettino di merletto verde e
un cappello bianco a forma di
cono, simile a quelli dei
danzatori dervisci. Al suo fianco
un giovinetto napoletano, col
berretto scarlatto e le brache
viola, lo imboccava prendendo
gli spaghetti da un vaso da
notte.
Utz era particolarmente
affascinato dagli spaghetti
arrotolati sospesi a mezz'aria,
in procinto di sprofondare nella
bocca di Pulcinella – o in una
delle sue cavernose narici.
Ma che prezzo! Perfino il
dottor Frankfurter sembrava
averne soggezione, e riuscì a
menzionarlo solo a bassa voce.
"Bene" disse Utz, quando si
fu ripreso dallo choc iniziale.
"Non ho mai comprato un pezzo
di porcellana italiana in vita
mia. Come faccio a sapere che
è autentico?".
"Haut-tentico?" farfugliò il
dottor Frankfurter.
Ma certo che era autentico!
E Utz, naturalmente, lo sapeva.
Stava solo prendendo tempo.
Ma il dottore si era offeso.
Minacciò di riavvolgere
l'oggetto nella sua carta velina,
per poi venire a più miti consigli
e snocciolare tutto d'un fiato un
favoloso pedigree delle famiglie
nobili italiane a cui era
appartenuto – nomi che, per
Utz, non significavano più di
una lista di stazioni ferroviari –
da Ventimiglia a Bari; alla fine,
in un crescendo di nomi, arrivò
addirittura alla regina Maria
Amalia.
"Oh! Davvero è appartenuto
a lei?".
Infatti Utz sapeva – e il
dottor Frankfurter sapeva che lo
sapeva – che, prima di
diventare regina di Napoli,
quella donna bruttina, butterata
dal vaiolo, era una principessa
di Sassonia, nipote d'Augusto il
Forte.
Era stata lei, nel 1739, a
fondare la fabbrica di Napoli, a
un tiro di schioppo dalla reggia
– un progetto per incanalare le
proprie energie germaniche in
qualcosa di utile.
Utz aveva preso una
decisione: I mangiatori di
spaghetti andavano comprati,
anche solo per salvarli dalle
mani sudaticce del dottor
Frankfurter. Ma non si sarebbe
arreso senza combattere! Il
dottore – dottore in cosa era un
mistero – voleva dargli a
intendere che gli offriva
quell'oggetto in segno di
grande amicizia. Mostrò a Utz
un libro sul quale era illustrato
il gruppo, con un'analisi chimica
della pasta e la ricevuta di
un'asta tenutasi nel 1949.
"E il prezzo è un prix d'ami"
disse, non una sola volta, ma
molte. In America avrebbe
potuto venderla dieci volte. E
per il doppio! "E perché non lo
fa?" gli domandò Utz per fargli
mettere le carte in tavola.
Aveva adottato la tattica di
disprezzare la produzione della
fabbrica napoletana. L'oggetto,
ripeteva, non rientrava
propriamente nel suo genere,
anche se gli sarebbe piaciuto
averlo nella collezione per uno
studio comparativo.
La giornata era coperta e
piovigginosa. Utz guardò dalla
finestra gli alberi nel Parc de
l'Allier. Contava di ridurre il
prezzo di un terzo, ma il dottor
Frankfurter era ostinato come
un mulo.
Per cinque volte l'antiquario
se ne andò impettito per il
corridoio, con la scatola sotto il
braccio. Per cinque volte Utz lo
richiamò. Una volta arrivarono
fino all'atrio, dove gli altri ospiti
dell'albergo rimasero sbalorditi
nel vedere quei distinti signori
di mezza età che sbraitavano in
tedesco come due ossessi.
Alla fine giunsero a un
accordo: per puro sfinimento!
Poi fecero in fretta le valigie e
presero il treno per Ginevra –
dove Utz aveva promesso di
ritirare la somma in contanti.
Nessuno dei due aprì bocca. Il
dottor Frankfurter era raggelato
dall'ansia che Utz potesse
sottrarsi all'affare, Utz si
affliggeva per non aver
continuato a discutere sul
prezzo.
Si strinsero la mano,
gelidamente, sui gradini
dell'Union de Banques Suisses.
"Allora, arrivederci all'anno
prossimo!" disse il dottor
Frankfurter.
"Arrivederci all'anno
prossimo!" disse Utz con un
cenno del capo, e voltò le
spalle al taxi.
Tornò in banca per
esaminare il suo acquisto da
solo.
Entrò nel familiare corridoio
sotterraneo dove le file di
cassette d'acciaio parevano
stendersi a perdita d'occhio,
come binari. Chissà quali tesori
contenevano! Abbastanza da
riempire un museo, pensò
ridendo tra sé – di una quantità
di costosissimo ciarpame!
Lungo il corridoio, a intervalli
regolari, c'erano dei tavoli
illuminati da lampade a braccio
snodabile, dove i clienti
potevano covare con gli occhi le
loro ricchezze. Una donna con
una parrucca rossa si era
seduta e giocherellava con un
braccialetto di smeraldi. Dietro
di lei un antiquario libanese
proclamava l'autenticità di un
animale di bronzo tutto corroso,
mentre il suo cliente, un
irascibile giovanotto occhialuto,
sosteneva che era un falso.
Utz gli senti dire:
"Archifaux!", e rabbrividì.
Magari anche il dottor
Frankfurter gli aveva venduto
un falso? Le sue dita lacerarono
la carta velina. Esaminò
attentamente la statuetta con
una lente d'ingrandimento – e
tirò il fiato.
"E' fuori questione! Deve
essere autentica!".
Gli spaghetti erano una
meraviglia. Il naso di pulcinella
era una meraviglia. Gli smalti
superavano per finezza i colori
di Meissen. Aveva fatto la cosa
migliore. Era a buon mercato,
in fondo, sì, proprio a buon
mercato. E poi, gli piaceva da
morire! Quando venne il
momento di rimetterla nella
sua bara di acciaio esitò a
lungo.
"No" si disse. "Non posso
lasciarla qui".
Cosi, mentre gli altri si
davano un gran da fare per
mandar fuori illegalmente dalla
Cecoslovacchia, nei bagagli dei
diplomatici o nella valigia di un
amico straniero, tutti gli oggetti
di valore su cui riuscivano a
mettere le mani – una
tabacchiera, la medaglia di un
antenato o un servizio da
dessert di vermeil, forchetta
dopo forchetta –, Utz si accinse
a fare il contrario.
"Io l'ho fatta entrare
illegalmente" sussurrò. Era in
piedi al centro della stanza, più
o meno equidistante dalla lince
e dal tacchino. Mi alzai per
raggiungerlo, sbucciandomi
quasi uno stinco sullo spigolo
del tavolo di Mies van der Rohe.
I mangiatori di spaghetti erano
sullo scaffale centrale, a destra
di Madame de Pompadour.
"Marta" chiamò Utz.
La cameriera entrò con un
altro piatto di tartine, ma
appena ebbe visto dove
eravamo si ritirò nel cucinino e,
presi due tegami di alluminio,
cominciò a sbatterli l'uno contro
l'altro come se stesse suonando
i piatti.
"Così non possono sentirci"
disse lui, in punta di piedi.
Aveva avvicinato la bocca al
mio orecchio.
"Ci ascoltano?".
"Di continuo!" ridacchiò. "C'è
un microfono in questa parete,
e uno in quella. Un altro nel
soffitto, e non so più dove.
Ascoltano, ascoltano, ascoltano
tutto. Ma questo tutto è troppo
per loro: così non sentono
niente!".
I tegami facevano il rumore
di un martello pneumatico. Da
sotto i nostri piedi veniva un
altro rumore, di un bastone o
manico di scopa battuto contro
il soffitto dell'appartamento di
sotto, presumibilmente da
parte del soprano furibondo.
"Certi giorni" continuò "mi
telefonano e mi dicono: "Utz,
che cosa state combinando?
Fate a pezzi le porcellane?".
"No" dico io. E' Marta che
prepara la zuppa". Uno di loro,
devo dirlo, è una persona molto
spiritosa. Siamo amici".
"Amici?".
"Amici telefonici. Abbiamo
imparato a trovarci simpatici.
Non c'è niente di male, no?".
"Se lo dice lei".
"Sì che lo dico".
"Bene".
"Bene" ripete Utz. "Ora le
farò delle domande".
Bang!… Bang!… Bang!…
Bang!… Bang!… Bang!...
"Quanto costerebbe oggi un
Arlecchino di Kaendler a un'asta
a Londra?"
"Non ne ho idea" dissi.
"Veramente?" si accigliò.
"Lei conosce tanto bene le
porcellane e non sa i prezzi!".
"Dovrei tirare a indovinare".
"Avanti" disse con una
risatina. "Tiri a indovinare"
"Diecimila sterline".
"Diecimila? Quanto sarebbe
in dollari?".
"Poco meno di trentamila".
"Ha proprio indovinato!".
Utz chiuse gli occhi. "L'ultimo è
stato venduto a ventisettemila
dollari. E' stato in America, alle
Parke-Bernet Galleries. Ma
aveva una mano rotta".
Bang!… Bang!… Bang!…
Bang!… Bang!...
"Allora, quanto per i vasi
Augustus Rex?".
Non riesco a ricordare
l'ammontare della cifra che
azzardai; certo credevo che
fosse alta abbastanza da fargli
piacere. Ma lui parve
costernato, si morse le labbra e
disse: "Di più! Di più!".
Un vaso, uno solo, era stato
venduto a un prezzo maggiore
– a Parigi, all'Hotel Drouot –,
ma la sua era una completa
guarnitura da caminetto, e
senza la minima imperfezione.
A poco a poco mi lasciai
catturare da quel gioco degli
indovinelli. Imparai, con la
pratica, a dirgli le cifre che
voleva sentire, e in quel modo
valutai il tarabuso, il
rinoceronte, la zuppiera di
Bruhl, Frohlich e Schmiedel, la
Pompadour e persino I
mangiatori di spaghetti.
Restammo in piedi per quasi
un'ora. Utz indicava un oggetto
sugli scaffali, Marta sbatteva i
tegami, io gli mettevo le mani a
coppa intorno all'orecchio,
impiastricciandomi le dita con
la sua brillantina e sussurrando
prezzi sempre più alti.
Di tanto in tanto lui si
lasciava sfuggire un gridolino di
gioia. Infine mi chiese: "Allora,
quanto per l'intera collezione?".
"Miliardi".
"Ah! Ha indovinato" disse
Utz. "Io sono un miliardario
della porcellana".
Il frastuono dei tegami andò
scemando per essere seguito,
qualche minuto dopo, da uno
sfrigolio.
"Si ferma a mangiare?" mi
chiese.
"Sì, grazie" risposi. "Le
dispiace se vado in bagno?".
Utz fece finta di non aver
sentito.
"Le dispiace se vado in
bagno?".
Ebbe un sussulto, e il viso
gli si contrasse in un tic
nervoso. Si mise ad armeggiare
col bottone di un polsino,
indirizzò uno sguardo
angosciato verso il cucinino, e
si ricompose.
"Ja! Ja! Può andarci! "
balbettò e, oltrepassato un
letto matrimoniale, mi fece
entrare in una stanza da bagno
immacolata, con un fregio di
piastrelle Jugendstil verdi e lilla
e una vasca da bagno con lo
smalto consunto. Chiusi la porta
dietro di me – e vidi un
indumento strabiliante.
Appesa a un gancio c'era
una vestaglia, ma non
scozzese, né di cammello: era
una lunga, ampia veste da
camera di un'artistica seta
trapuntata color pesca, con
rose applicate sulle spalle e il
collo di piume di struzzo rosa in
tinta.
Il copione evocato da
questo costume inatteso mise
la mia immaginazione in
subbuglio.
Tirai la catena del
gabinetto. Fuori, al di sopra
dello scroscio, sentii Utz e
Marta che battibeccavano in
ceco.
Lui mi stava aspettando per
farmi uscire alla svelta dalla
stanza da letto, ma io non
volevo saperne.
Mi fermai ad ammirare
un'incisione del Settecento
raffigurante uno spettacolo
pirotecnico allo Zwinger. Vidi
una fotografia del padre di Utz,
e la sua gloriosa decorazione
sul fondo di velluto nero. Vidi
un comodino col piano sorretto
da un moretto "veneziano" e,
sopra, un libro di Schnitzler e
uno di Stefan Zweig. Vidi un
grosso flacone di talco – o era
cipria? – di fronte allo specchio
della toeletta, e altri tre oggetti
inattesi: un rosario, un
crocifisso e uno scapolare del
Bambin Gesù di Praga. Il
paralume di merletto era
bruciacchiato dalla lampadina.
Le tende rosa con le gale e la
trapunta di raso rosa – che
avevano visto giorni migliori –
davano alla stanza
un'atmosfera di femminilità
frusta e piuttosto ordinaria.
Alla luce di quella scoperta
vedevo Utz con altri occhi.
Guardai il suo cranio lucido:
chissà se dietro le balze della
toeletta era nascosta una
parrucca? Lui non riusciva a
sostenere il mio sguardo.
Invece armeggiò col
grammofono e mise un disco:
una sonata per clavicembalo
scritta dal compositore della
corte sassone, Jan Dismas
Zelenka.
La cameriera riapparve e
apparecchiò per due sul tavolo
di cristallo, sbattendo coltelli e
forchette per manifestare il suo
pessimo umore. Voltò le spalle
e ritornò con un piatto di
Meissen più grande, su cui
erano disposte alcune braciole
di maiale, crauti e gnocchi al
sugo di carne.
Utz mangiò con torpida
concentrazione,
interrompendosi ogni tanto per
mettere in bocca un pezzetto di
pane o sorseggiare un po' di
vino, ma quasi senza dire una
parola. Mi guardava di
sottecchi: evidentemente era
furioso con se stesso per aver
invitato questo straniero
impiccione che aveva disturbato
la sua serenità e avrebbe
potuto, a lungo andare, dargli
delle noie.
Ogni volta che la cameriera
si faceva vedere lui si ritraeva
in se stesso. Dopo essersi
servito di nuovo, però, cominciò
a rilassarsi.
Tagliò un cubetto di carne,
lo infilzò, lo tenne per aria e mi
si rivolse con tono pedante:
"Ogni volta che vedo un pezzo
di maiale sulla mia forchetta,
devo rammentarmi che "porco"
e "porcellana" sono la stessa
parola".
"Sul serio?" dissi. "Come
mai?".
"Davvero non lo sa?".
"Davvero".
"Allora glielo spiego io".
Allungò il braccio verso uno
degli scaffali e mi porse una
conchiglia, un comune
esemplare di Cypraea moneta.
Per caso la sua forma mi
ricordava quella di un maiale?
"Perché no?".
"Bene" disse lui. "Siamo
d'accordo anche su questo".
In Africa e in Asia, continuò,
le cipree erano usate come
monete, e venivano scambiate
con avorio, oro, schiavi o altri
generi commerciabili. Marco
Polo le chiamava "conchiglie di
porcellana", e "porcella" in
italiano significa "piccola
scrofa".
Si lasciò sfuggire un
singhiozzo perfetto,
probabilmente causato dai
crauti.
"Chiedo scusa" disse.
"S'immagini!".
Poi tirò fuori, come dal
nulla, una boccetta di
porcellana bianca traslucida che
risaliva all'epoca del Kubilay
Khan. L'aveva comprata a
Parigi prima della guerra. Non
sembrava anche a me che il
suo smalto somigliasse a quello
di una ciprea? "Sì".
"Grazie".
Poi fu la volta della foto di
una boccetta quasi identica
appartenente al tesoro di San
Marco: un oggetto che si diceva
fosse giunto a Venezia col
bagaglio di Marco Polo in
persona.
"Allora, adesso capisce
perché "porco" e "porcellana?"".
"Credo di si" dissi io.
La porcellana cinese,
proseguì, era una di quelle
sostanze leggendarie, come il
corno dell'unicorno o l'oro da
cui gli alchimisti speravano di
attingere l'elisir di lunga vita. Si
credeva che una tazza di
porcellana, se vi fosse stato
versato dentro del veleno, si
sarebbe incrinata o scolorita.
Marta sparecchiò, servì il
caffè e aprì una scatola di
prugne di Carlsbad. Utz
singhiozzò di nuovo e mi
tempestò con un fiume di
domande.
Ero stato in Cina? Avevo
letto le lettere di padre Matteo
Ricci? O la descrizione di padre
d'Entrecolles sulla fabbricazione
della porcellana? Quanto ne
sapevo davvero di porcellana
cinese? Sotto i Sung? I Ming?
I Ch'ing? Dal Seicento in poi,
disse, gli Imperatori della Cina
avevano avuto un impatto
colossale sull'immaginazione
europea. Erano ritenuti molto
saggi, e si diceva vivessero fino
a un'età molto avanzata
dispensando giustizia dispotica
ma equa, secondo leggi
derivate dalla Terra e dal Cielo.
Bevevano da recipienti di
porcellana, costruivano pagode
di porcellana. La superficie
liscia e lustra della porcellana
era in armonia con la
carnagione, altrettanto liscia e
senza rughe. La porcellana era
il loro materiale – come l'oro
era il materiale del Re Sole.
"E anche oggi" aggiunse Utz
in tono frivolo "i nostri amici
sovietici non sono mai troppo
poveri per pagarsi una
doratura".
"Quindi lei direbbe" lo
interruppi "che la malattia della
porcellana del suo Augusto era
condizionata dalle leggende
sull'Imperatore Giallo?".
"Se lo direi? Certo! E non
erano soltanto i re ad amare la
porcellana. Anche i filosofi!
Leibniz ne andava pazzo!".
Leibniz – per il quale questo
mondo era il migliore dei mondi
possibili – credeva che la
porcellana fosse il migliore dei
suoi materiali.
La cameriera era nel
corridoio, immobile, e fissava il
suo datore di lavoro con
sguardo ostile, come per
intimargli di porre fine a quel
colloquio. Lui non le badò.
"Ora, per piacere, vuol dare
un'occhiata a queste due
personcine?".
Erano una coppia di
statuette gemelle raffiguranti
Augusto il Forte inghirlandato
come un imperatore romano:
Utz le aveva messe tra le dame
di Dresda. Non erano modellate
con grande ricercatezza – ma
possedevano l'energia
concentrata di un feticcio
africano.
Una era in grès rosso di
Bottger, la cosiddetta "diaspro-
porcellana". L'altra era bianca.
"Mi dica" disse Utz "quello
che sa di Bottger,".
"Non molto" risposi.
"Cominciò come alchimista, e
poi inventò la porcellana".
"Potrebbe aver inventato la
porcellana. Ma nemmeno
questo è tanto sicuro".
Presi il mio taccuino, e lui mi
snocciolò una sintesi della
carriera di Bottger.
Johann Bottger nasce nel
1682 a Schleiz, in Turingia; è
figlio di un funzionario della
zecca. Dopo un'infanzia
trascorsa nel laboratorio del
nonno orefice, fa apprendistato
presso un farmacista di Berlino,
un certo Zorn.
Studia libri di alchimia: il
beato Raimondo Lullo, Basilio
Valentino, Paracelso e gli
Aphorismi chemici di van
Helmont, nei quali le sostanze
alchemiche vengono elencate
coi nomi di Leone Rosso, Corvo
Nero, Drago Verde e Giglio
Bianco.
Si convince che l'oro e
l'argento maturano nelle
viscere della terra, dall'arsenico
rosso e bianco. Una notte, i
suoi colleghi apprendisti lo
trovano nel laboratorio di Zorn
semiasfissiato dai fumi
dell'arsenico.
Tra i clienti della farmacia
c'è un monaco questuante
greco, Lascaris, il quale – a
quanto si dice – possiede la
Tintura Rossa o "Leone Rosso",
un granello della quale può
tramutare il piombo in oro.
Il monaco si innamora del
ragazzo.
Bottger ottiene una fiala
della tintura e, nell'alloggio di
uno studente suo amico,
esegue la sua prima
trasformazione riuscita. Il
secondo esperimento riuscito
ha luogo alla presenza di Zorn e
di altri testimoni scettici.
Le signore di Berlino trovano
il giovane alchimista
irresistibile. La sua fama giunge
a re Federico Guglielmo, il
"Patito dei giganti", che ottiene
un campione di quell'oro da
Frau Zorn – ed emette un
mandato di cattura per Bottger.
Bottger fugge a Wittenberg,
un possedimento di Augusto il
Forte.
Nel novembre 1701 i re di
Prussia e di Sassonia fanno
manovre militari lungo le loro
frontiere. Quale di questi due
sovrani squattrinati si
aggiudicherà il creatore
dell'oro? Bottger – come un
fisico nucleare fuggiasco –
viene scortato a Dresda da
guardie armate.
Allo Jungfernbastei, una
delle tante prigioni nelle quali
viene rinchiuso nei tredici anni
successivi, cena su piatti
d'argento, tiene con sé una
scimmietta e, in un laboratorio
segreto, lavora all'arcanum
universale, o pietra filosofale.
Nel 1706 il tesoro di
Sassonia è ormai esaurito dai
costi della guerra di Svezia e
dai forsennati acquisti di
porcellana cinese da parte del
re. Augusto, furioso per
l'insuccesso di Bottger,
minaccia di trasferirlo in un
altro laboratorio: la stanza della
tortura.
Bottger incontra Ehrenfried
Walter Graf von Tschirnhaus.
Questo chimico straordinario,
amico di Leibniz, è sul punto di
scoprire il segreto della "vera"
porcellana, ma non riesce a
progettare un forno che funzioni
a temperatura sufficientemente
alta da fondere insieme lo
smalto e la materia base. Egli
riconosce il talento di Bottger e
richiede la sua collaborazione.
L'alchimista, per salvare la
pelle, accetta.
Sulla porta di quel
laboratorio Bottger appende un
cartello: Iddio nostro creatore
ha trasformato un alchimista in
un vasaio.
Nel 1708 consegna ad
Augusto i primi campioni di
porcellana rossa e, l'anno
seguente, quelli di porcellana
bianca.
Nel 1710 viene fondata a
Meissen la Manifattura Reale di
porcellana di Sassonia, che
comincia a operare su scala
commerciale. Il termine
ufficiale che designa la
composizione chimica della
pasta è arcanum – una parola
generalmente impiegata dagli
alchimisti. La formula viene
dichiarata segreto di stato.
Quasi subito il segreto viene
tradito dall'assistente di Bottger
e venduto a Vienna.
Nel 1719 Bottger muore – di
alcolismo, depressione,
fissazioni e avvelenamento
chimico.
Durante l'inflazione tedesca
del 1923 le banche di Dresda
emetteranno valuta
d'emergenza in porcellana
"Bottger" rossa e bianca.
Utz aveva alcuni campioni di
quei "buffi soldi" da mostrarmi.
Me li fece cadere, come fossero
cioccolatini, nel palmo della
mano.
"Molto interessante" dissi io.
"Ma ora le racconterò
qualcosa di ancora più
interessante".
Per la maggior parte degli
esperti di porcellana, proseguì,
la scoperta di Bottger era un
utile sottoprodotto dell'alchimia
– come la cura mercuriale di
Paracelso per la sifilide.
Utz non era d'accordo; gli
pareva sciocco attribuire a
epoche passate gli interessi
materialistici della nostra.
L'alchimia, tranne che per
gli adepti più terra terra, non è
mai stata una tecnica per
moltiplicare la ricchezza
all'infinito. Era un esercizio
mistico. La ricerca dell'oro e la
ricerca della porcellana erano
due aspetti di un'identica
indagine, quella vòlta a scoprire
la sostanza dell'immortalità.
Quanto a lui, aveva
intrapreso gli studi alchemici su
consiglio di Zikmund Kraus: sia
come campo d'azione per la sua
enciclopedica voracità, sia
come mezzo per elevare la sua
"malattia della porcellana" a un
livello metafisico: così, se i
comunisti si fossero presi la
collezione, lui avrebbe
continuato comunque a
possederla.
Utz aveva letto Jung,
Goethe, Michael Maier, le
divagazioni del dottor Dee e il
Dizionario ermetico di Pernety.
Sapeva tutto quello che c'era
da sapere sulla "madre
dell'alchimia", Maria l'ebrea,
una studiosa del Duecento che
pare abbia inventato la storta.
Gli alchimisti cinesi, continuò,
insegnavano che l'oro è il
"corpo degli dèi". I cristiani, che
tanto insistevano sulla
semplificazione, lo
equipararono al Corpo di Cristo:
la sostanza perfetta,
inalterabile, un elisir capace di
strapparci alle grinfie della
Morte. Ma era o non era l'oro
che noi conosciamo? Oppure
era un aurum potabile, da
bere? Secondo le antiche
credenze, mi disse, le pietre
preziose e i metalli maturavano
nel ventre della terra. Come un
pallido feto diventa una
creatura di carne e ossa, così i
cristalli si tramutavano in
rubini, e l'argento in oro.
Gli alchimisti credevano di
poter accelerare il processo con
l'aiuto delle due "tinture", la
Pietra Bianca, con la quale i
metalli vili venivano trasformati
in argento, e la Pietra Rossa,
"estrema opera dell'alchimia":
l'oro! Mi chiese se lo seguivo.
"Lo spero" dissi debolmente.
Utz passò a un altro
argomento.
Cosa sapevo dell'omuncolo
di Paracelso? Niente? Bene,
Paracelso affermava di aver
creato un omuncolo facendo
fermentare sangue, sperma e
urina.
"Una specie di bambino in
provetta?".
"Più probabilmente una
specie di golem".
"Lo sapevo che saremmo
tornati ai golem" dissi.
"Infatti" assentì.
Ora, volevo cortesemente
riflettere sul fatto che
Nabucodonosor, prima di farvi
gettare dentro Sadrach, Mesach
e Abdenego, aveva fatto
riscaldare la sua fornace di
fuoco ardente a una
temperatura sette volte
maggiore del solito? "Sette
volte, le dico!". Utz agitò le
mani per aria.
"Sta cercando di dirmi che
Sadrach, Mesach e Abdenego
erano statue di ceramica?".
"Può darsi. Certo è che sono
sopravvissuti al fuoco".
"Capisco. Dunque lei crede
davvero che le porcellane siano
vive?".
"Lo credo e non lo credo"
rispose Utz ridacchiando. "Nel
fuoco le porcellane muoiono, e
poi tornano a vivere. Il forno,
deve capire, è l'Inferno. La
temperatura necessaria per
cuocere la porcellana è di 1450
gradi centigradi".
"Sì" dissi.
I voli pindarici di Utz mi
davano le vertigini. Sembrava
volesse dire che le più antiche
porcellane europee – i pezzi
rossi e bianchi di Bottger –
corrispondevano alla tintura
rossa e bianca degli alchimisti.
Per un vecchio libertino e
superstizioso come Augusto la
manifattura della porcellana era
un approccio alla pietra
filosofale.
Se le cose stavano
veramente così, se per
l'immaginazione del Settecento
la porcellana non era solo un
materiale esotico come un altro
ma una sostanza magica e
talismanica – la sostanza della
longevità, della potenza,
dell'invulnerabilità –, allora era
più facile capire perché il re
avesse riempito di
quarantamila pezzi un intero
palazzo. O perché avesse
conservato l'arcanum come
un'arma segreta. O perché
avesse barattato i seicento
giganti.
La porcellana, concluse Utz,
era l'antidoto contro la
decadenza.
L'illusione fu, naturalmente,
distrutta da Federico il Grande,
il quale non fece altro che
caricare il contenuto della
fabbrica di Meissen sui carri e
spedirlo, come bottino di
guerra, a Berlino.
"Ma Federico," disse Utz
sbattendo le palpebre "pur con
tutto il suo talento musicale…
era un uomo assolutamente
prosaico!".
Ormai la stanza era quasi al
buio. Era una notte calda, e una
brezza leggera increspava le
tende di rete. Sul tappeto, gli
animali del Palazzo giapponese
baluginavano come piccole
masse di fosforescenza.
"Marta!" chiamò Utz. "Un
lume, per favore!".
La cameriera entrò con un
candeliere di Meissen e lo
poggiò adagio adagio al centro
del tavolo. Avvicinò un
fiammifero alla candela, e
innumerevoli puntolini di
fiamma si rifletterono sulle
pareti.
Utz tolse il disco dal
grammofono e lo sostituì con il
recitativo di Zerbinetta e
Arlecchino dall'Arianna a Nasso
di Strauss.
Ho detto che il volto di Utz
era "di consistenza cerea", ma
ora, a lume di candela, evocava
quella della cera fusa.
Guardavo la carnagione senza
età delle dame di Dresda. Le
cose, riflettei, sono meno fragili
delle persone. Le cose sono lo
specchio immutabile in cui
osserviamo la nostra
disgregazione. Nulla ci
invecchia più di una collezione
di opere d'arte.
Utz prese dagli scaffali, a
uno a uno, i personaggi della
commedia dell'arte e li depose
nello specchio di luce, dove
sembravano pattinare sul
cristallo, ruotando sulle basi di
schiuma dorata, come se
dovessero continuare per
sempre a ridere, piroettare,
improvvisare.
Scaramuccia avrebbe
strimpellato la sua chitarra.
Brighella avrebbe vuotato i
borsellini altrui.
Il Capitano avrebbe fatto lo
sbruffone come tutti ufficiali
dell'esercito.
Il Dottore avrebbe ucciso il
paziente per liberarli dalla
malattia.
Gli spaghetti arrotolati
sarebbero rimasti eternamente
sospesi sulle narici di Pulcinella.
Pantalone avrebbe
gongolato sulle sue borse
colme di denaro.
L'Innamorata, come tutti i
travestiti in ogni parte del
mondo, sarebbe stata assalita
dalla folla mentre andava a
teatro.
Colombina sarebbe stata
per sempre innamorata di
Arlecchino – "una pazza a
fidarsi di lui".
E Arlecchino… L'Arlecchino…
il superimprovvisatore, lo zanni,
l'imbroglione, il maestro del
voltafaccia… si sarebbe per
sempre pavoneggiato nel suo
variegato piumaggio, avrebbe
ghignato dietro la maschera
arancione, sarebbe entrato in
punta di piedi nelle camere da
letto, avrebbe venduto
pannolini per i figli del Grande
Eunuco, avrebbe danzato
incurante della catastrofe… Il
signor Camaleonte in persona!
E io capii, mentre Utz faceva
ruotare la statuetta alla luce
della candela, che lo avevo
giudicato male; che anche lui
stava danzando; che per lui il
vero mondo era il mondo di
quelle figurine, e che,
paragonate a loro, la Gestapo,
la polizia segreta e furfanti vari
non erano che creature di latta.
Gli eventi di questo fosco secolo
– i bombardamenti, i Blitzkrieg,
i colpi di Stato, le purghe –
erano, per quel che lo
riguardava, altrettanti "rumori
di fondo".
"E ora andiamo" mi disse.
"Andiamo a fare una
passeggiata".
Prima di uscire ringraziai
Marta per la cena. Un sorriso
stanco le attraversò il volto.
Senza alzarsi dal suo sgabello,
mi fece un rigido inchino dalla
vita in su.
Era una serata molto calda
e afosa, e le falene vorticavano
intorno ai lampioni. Nella piazza
della Città Vecchia folle di
giovani si erano radunate ai
piedi del monumento a Jan
Hus. Parevano freschi e pieni di
vigore: i ragazzi col colletto
della camicia aperto, le ragazze
col vestito di cotone fuori
moda.
Le stelle spuntarono da
dietro le guglie della chiesa di
Tyn e, al suono di una musica
d'organo, altra gente cominciò
a sfilare sotto le arcate della
Scuola di Teologia, di ritorno
dalla messa. Mancava quasi un
anno alla "primavera di Praga",
eppure ricordo un'atmosfera di
ottimismo. Ricordo che fui colto
alla sprovvista quando Utz si
voltò verso di me e scoprì i
denti.
"Odio questa città" disse.
"La odia? E come può? Ha
detto che era splendida".
"La odio. La odio!".
"Le cose miglioreranno"
dissi. "Possono solo migliorare".
"Si sbaglia. Le cose non
miglioreranno mai".
Mi strinse la mano e fece un
breve inchino.
"Buonanotte, mio giovane
amico" disse. "Ricordi quello
che le ho detto. Ora la lascio,
vado al bordello".
L'inverno seguente, a
Natale, mandai a Utz un
biglietto di auguri, e ricevetti in
risposta una cartolina – con la
lapide di Tycho Brahe – in cui
mi esortava a telefonargli la
prossima volta che fossi tornato
a Praga.
Nei mesi che seguirono,
mentre il mondo teneva
d'occhio le attività del
compagno Dubcek, io cercavo
di immaginarmi la reazione di
Utz agli eventi, e mi chiedevo
se fosse rimasto della sua idea,
e cioè che le cose non
sarebbero mai e poi mai
migliorate.
Mentre l'estate passava
lentamente, sembrava sempre
meno probabile che Breznev
avrebbe mandato i carri armati,
nonostante le voci diffuse dalla
stampa sovietica. Ma una sera,
mentre entravo in macchina a
Parigi, trovai il Boulevard Saint-
Germain chiuso al traffico, e la
polizia che respingeva con gli
scudi di plastica un'ondata di
dimostranti.
L'occupazione della
Cecoslovacchia era stata
completata in un giorno.
Salivo le scale dell'Hotel
Louisiane con la borsa da
viaggio in spalla e mi dicevo,
mestamente, che aveva
ragione Utz. A dicembre gli
mandai un'altra cartolina di
auguri natalizi, ma non ebbi
mai risposta.
Il dottor Orlík, in compenso,
fu un vero tormento. Sempre
coi suoi scarabocchi illeggibili,
sempre sulla carta da lettere
del Museo Nazionale, non fece
che importunarmi chiedendomi
copie fotostatiche di articoli
scientifici. Mi ordinò di
rintracciare certe ossa di
mammut al Natural History
Museum, e continuava a
pretendere libri: nulla di
economico, naturalmente – di
solito monografie
dispendiosamente pubblicate
dalle case editrici delle
università americane.
Una lettera mi informò del
suo ultimo progetto: uno studio
sulla Musca domestica come
era stata raffigurata nelle
nature morte olandesi e
fiamminghe del Seicento. La
mia funzione in tale impresa
era esaminare le riproduzioni
dei dipinti di Bosschaert, van
Huysum o van Kessel, e
controllare se ci fossero mosche
o meno.
Non gli risposi.
Circa sei anni dopo, verso la
fine di marzo del 1974, ricevetti
da Orlík un biglietto listato di
nero su cui aveva
scarabocchiato: "Il nostro
amatissimo amico Utz è morto
… ".
La parola "amatissimo"
sembrava un po' forte,
considerando che io ero stato in
compagnia di Utz per un totale
di nove ore e un quarto, circa
sei anni e mezzo prima.
Comunque, ricordandomi
quanto i due amici si volessero
bene, mandai a Orlík un breve
biglietto per ringraziarlo di
avermi avvertito e partecipare
al suo dolore.
Ciò produsse un fiume di
richieste ancora più
irragionevoli: volevo spedirgli
mille dollari per sostenere le
ricerche di un povero studioso?
Acconsentivo a sponsorizzare
un tour di sei mesi dei vari enti
scientifici occidentali? Potevo
spedirgli quaranta paia di
calze? Gliene spedii quattro.
La corrispondenza si esaurì.
Verso la fine dell'estate
scorsa mi trovai a passare da
Praga di ritorno dall'Unione
Sovietica. L'atmosfera,
soprattutto nelle città più
piccole sulle rive del Volga e del
Don, mi colpì per la sua
eccezionale allegria. Il sistema
scolastico sovietico, ne ero
convinto, aveva funzionato
anche troppo bene, giacché
aveva creato, su scala
colossale, una generazione di
giovani molto intelligenti, molto
colti, più o meno impermeabili
al messaggio totalitario.
Praga era infinitamente più
lugubre e malinconica. C'era
abbondanza di merci nei
negozi, ma gli acquirenti
ciondolavano su e giù per
piazza San Venceslao con le
facce di un popolo disgustato di
sé per il fatto di avere, anche
solo temporaneamente,
perduto la speranza. Nelle
librerie le opere del Prager-
deutsche Schriftsteller Franz
Kafka erano introvabili. I
monumenti che avrebbero
potuto costituire il fulcro del
sentimento nazionale – la
chiesa di Tyn o la cattedrale di
San Vito – erano chiusi per
restauri. Le facciate erano
scomparse sotto un'escrescenza
di impalcature arrugginite –
benché si vedessero ben pochi
muratori.
Era impossibile andare in
automobile da qualsiasi parte
senza essere bloccati da un
cartello di "lavori in corso".
L'intera città – labirintica anche
ai suoi tempi migliori – era
stata trasformata in un dedalo
di strade senza uscita. Mi dava
l'idea di una città mercantile in
lutto, non tanto per la sua
scomparsa prosperità quanto
per la perdita della sua
posizione europea. Era una
città stremata.
Ma sono ingiusto:
dappertutto, a Praga, c'erano i
segni di come i cecoslovacchi
non si lasciassero annientare.
Credo sia stato Utz il primo
a convincermi che è sempre la
storia la nostra guida per il
futuro, ed è sempre piena di
volubili sorprese. Il futuro, in sé
e per sé, è terra morta, perché
non esiste ancora.
Quando uno scrittore
cecoslovacco vuole criticare la
situazione del suo paese, può
sempre usare come metafora la
sollevazione hussita del
Quattrocento. Nel Museo di
Praga ho trovato questo testo
che descriveva la disfatta che i
cavalieri teutonici avevano
subito ad opera degli hussiti: "A
mezzanotte, all'improvviso, si
udirono grida di terrore nel
cuore stesso del vasto esercito
di Edom, il cui campo, lungo tre
miglia, si trovava presso la città
di Zatec, in Boemia; a dieci
miglia di distanza da Cheb. E
fuggirono tutti davanti al
nemico, scacciati solo dalla
voce delle foglie cadenti, senza
essere inseguiti da uomo
alcuno!
Mentre scrivevo queste
parole sul mio taccuino, mi
sembrava di risentire il bisbiglio
nasale di Utz: "Ascoltano,
ascoltano, ascoltano tutto ma…
non sentono niente!".
Aveva ragione, come al
solito. La tirannia allestisce da
sé la propria camera
riverberante: uno spazio vuoto
in cui segnali confusi vagano
qua e là a casaccio; dove un
mormorio o un accenno
qualsiasi creano il panico, così
che alla fine è probabile che
l'apparato della repressione
svanisca non a causa di una
guerra o di una rivoluzione, ma
di un soffio, o della voce delle
foglie cadenti...
Stavo all'Hotel Yalta. Tra gli
ospiti dell'albergo c'era un
cronista francese sulle tracce di
un terrorista peruviano. "Molti
terroristi vengono a Praga"
disse "per farsi la plastica
facciale".
C'era anche un gruppo di
dissident-watchers inglesi: un
professore di storia moderna e
tre letterate che invece di
andare a osservare gli animali
in un parco dell'Africa Orientale,
erano venuti a spiare quell'altra
specie in via di estinzione,
l'intellettuale dell'Est europeo.
La creatura era ancora in
libertà? Cosa bisognava darle
da mangiare? Avrebbe scritto
parole adeguate per sostenere
la crociata anticomunista?
Bevevano whisky pagando con
le carte di credito mangiavano
una quantità di noccioline e
speravano palesemente di
essere seguiti. Io speravo che,
quando avessero realmente
incontrato un dissidente, ci
avrebbero rimesso le dita.
Il giorno seguente controllai
l'elenco telefonico di Praga per
vedere se ci fosse qualche Utz,
ma non trovai nessuno con quel
nome.
Mi avventurai oltre le
mortuarie teste di Medusa che
sovrastano il portone di via
Siroká 5 e oltre le file di bidoni
traboccanti nell'atrio, e suonai il
campanello dell'appartamento
all'ultimo piano. Accanto al
pulsante vidi i fori delle viti
dove prima c'era la targa di
ottone di Utz.
Al piano di sotto provai con
il campanello del soprano che
vent'anni prima era apparso
con una vestaglia stampata a
peonie. Adesso era una vecchia
signora avvizzita con uno scialle
nero a frange. Pronunciai il
nome "Utz" e la porta mi fu
sbattuta in faccia.
Ero appena arrivato al
pianerottolo sottostante
quando la porta si riaprì e lei mi
richiamò con un "Pss!" Si
chiamava Ada Krasova.
L'appartamento era gremito dei
ricordi di una carriera
operistica.
Era stata Mimì, Manon,
Carmen, Aida, Ortrud e Lisa
nella Dama di picche. Una
fotografia la mostrava nei panni
di un'adorabile Jenufa con una
camicia di merletto da
contadina. Continuava a
toccare i pettini di tartaruga
che aveva tra i capelli. In
cucina un gatto vomitava.
C'erano composizioni di piume
di pavone in vasi cinesi; la
profusione di raso rosa scolorito
mi ricordò la stanza da letto di
Utz.
Venni rapidamente al sodo:
sapeva, per caso, che cosa ne
fosse stato delle porcellane di
Utz? Lei emise un breve trillo
operistico: "Oooh là! là!" – ed
ebbe un fremito. Era ovvio che
lo sapeva, ma non me lo
avrebbe detto. Mi dette il nome
di una conservatrice del Museo
Rudolfino.
Al Museo, un fastoso edificio
dei "bei tempi andati" di
Francesco Giuseppe, era stato
dato il nome dell'Imperatore
Rodolfo per commemorare la
sua passione per le arti
decorative. Sulla facciata
c'erano dei bassorilievi che
rappresentavano vari mestieri:
il taglio delle pietre preziose, la
tessitura, la soffiatura del vetro.
Una coppia di sfingi annerite
faceva la guardia nell'ingresso,
e tra le crepe dei gradini
spuntavano le erbacce.
Il Museo era chiuso per
"motivi vari" – come lo era nel
1967. Solo una sala, al piano
terra, era aperta per mostre
temporanee. L'esposizione in
corso era "La sedia moderna",
con copie eseguite da studenti
su modelli di Rietveld e
Mondrian e uno spiegamento di
sedie di fiberglass impilabili.
All'ingresso chiesi di parlare
con la conservatrice.
Da un punto di vista
culturale Praga è a un tiro di
schioppo da Dresda. Sapevo
che, se mi atteggiavo a esperto
di porcellane di Meissen, mi
avrebbero ben presto
smascherato. Così inventai una
storia verosimile: ero uno
studioso del rococò napoletano
e stavo scrivendo un saggio
sulle statuette della commedia
dell'arte fabbricate a
Capodimonte. Una volta avevo
visto il delizioso gruppo del
signor Utz, I mangiatori di
spaghetti. C'era modo di sapere
dove fosse? Una sommessa
voce di donna, all'altro capo del
telefono, mormorò: "Ora
scendo".
Dovetti aspettare dieci
minuti prima che una dimessa
donna di mezza età uscisse
dall'ascensore. Aveva un
foulard lilla scuro che le
fasciava la testa e un porro sul
mento. Ritrasse le labbra in un
sorriso furtivo.
"Sarebbe meglio che
andassimo fuori" disse in
inglese.
Passeggiammo sulle rive
della Moldava. Faceva freddo,
piovigginava, e le nuvole
sembravano toccare la guglia
della cattedrale di San Vito; era
una delle peggiori estati che si
ricordassero. I germani reali
davano la caccia alle anatre
nelle secche del fiume. Un
uomo pescava su un gommone
ancorato nel mezzo della
corrente, con i gabbiani che gli
roteavano intorno.
"Mi dica," ruppi il silenzio
"perché il vostro museo è
sempre chiuso?"
"Lei che ne pensa?". Si
lasciò sfuggire una risatina
gutturale. "Per tener fuori il
Popolo!".
Si guardò alle spalle e mi
chiese: "Lei ha conosciuto il
signor Utz?".
"Sì" risposi. "Non bene. Una
volta ho passato una serata con
lui. Mi ha mostrato la
collezione".
"Quando è stato?".
"Nel 1967".
"Oh, capisco" scosse la testa
con aria desolata. "Prima della
nostra tragedia".
"Sì" dissi io. "Mi sono
sempre chiesto dove fossero
andate a finire le porcellane".
Lei trasalì. Fece mezzo
passo in avanti, un passo intero
di lato, e poi si appoggiò alla
balaustra, palesemente incerta
su come formulare la domanda
successiva: "Se ho capito bene,
lei conosce il mercato delle
porcellane di Meissen? In
Europa occidentale e in
America?".
"No" dissi.
"Allora non è un
collezionista?".
"No".
"E nemmeno un
antiquario?".
"Assolutamente".
"Quindi non è venuto a
Praga per comprare dei pezzi?".
"Dio me ne guardi!".
Mi parve che la mia risposta
l'avesse delusa. Ebbi la
sensazione che stesse per
propormi di comprare le
porcellane di Utz. Poi trasse un
profondo respiro e proseguì.
"Può dirmi" mi chiese "se
qualche pezzo della collezione
Utz è stato venduto in
Occidente?".
"Non credo".
Più o meno un mese prima
avevo chiamato il dottor Marius
Frankfurter a New York, nel suo
stipatissimo appartamento –
tutto un cinguettare di uccelli di
Meissen. "Mi trovi la collezione
Utz" mi aveva detto "e
diventeremo veramente ricchi".
"No" dissi alla conservatrice.
"Se mai qualcuno dovesse
saperlo, sarebbe il vecchio
antiquario amico di Utz, il
dottor Frankfurter, e lui mi ha
detto che era un vero mistero".
"Ho capito". Guardò in
basso, verso l'acqua. "Così lei
conosce il dottor Frankfurter?".
"L'ho incontrato".
"Sì," sospirò "è un mistero
anche per noi".
"Com'è possibile?".
Lei ebbe un fremito e si
mise a giocherellare col nodo
del foulard: "Tutti quegli
splendidi pezzi! Sono perduti…
Come dire?… Svaniti!".
"Svaniti?". Sentii l'aria che
mi sibilava tra i denti.
"Svaniti!".
"Dopo la sua morte? O
prima?".
"Non lo sappiamo".
Fino al 1973, l'anno del
primo colpo di Utz, i funzionari
del museo avevano l'abitudine
di fargli visite frequenti: per
controllare l'integrità della
collezione.
Sembrava che quelle visite
lo divertissero, soprattutto
quando l'uno o l'altro dei
conservatori portava un pezzo
di porcellana di dubbia origine
per mettere al prova la sua
perizia. Ma nel luglio di
quell'anno, col braccio destro
ormai paralizzato, Utz
acconsentì a firmare un
documento nel quale
confermava che, alla sua
morte, la collezione sarebbe
andata allo Stato.
Accettò anche di far venire
dalla Svizzera la sua "seconda"
collezione: a condizione che da
quel momento lo lasciassero in
pace, perché ora le visite lo
spossavano terribilmente. Il
direttore del museo, una
persona molto umana,
acconsentì.
Duecentosessantasette oggetti
di porcellana vennero sdoganati
con procedura speciale e
recapitati all'appartamento di
Utz.
Il funerale, come sappiamo,
ebbe inizio alle otto del mattino
del 10 marzo 1974 – pur con
qualche disguido riguardo agli
orari. Di conseguenza, il
direttore e tre membri del
personale non arrivarono in
tempo né per la funzione né per
la sepoltura, e si presentarono
alla colazione all'Hotel Bristol
con un ritardo di trenta minuti.
Due giorni dopo, quando i
funzionari si presentarono
all'appuntamento in via Sirokà,
nessuno rispose al campanello.
Esasperati, fecero venire un
uomo per scassinare la
serratura. Gli scaffali erano
vuoti.
I mobili erano al loro posto,
anche le cianfrusaglie nella
camera da letto, ma di
porcellane neanche l'ombra:
c'erano solo le sagome nella
polvere sui ripiani di vetro e le
impronte sul tappeto, dove
prima c'erano gli animali del
Palazzo giapponese.
"E la cameriera?" chiesi.
"Saprà di certo qualcosa".
"Ma noi non crediamo alla
sua storia".
Il mattino seguente, dopo
colazione, chiesi al portiere
dell'albergo di telefonare al
Museo Nazionale per scoprire
se un certo dottor Václav Orlík
lavorasse ancora lì. La risposta
fu che il dottor Orlík, benché
ufficialmente in pensione, di
mattina continuava a lavorare
al dipartimento di
paleontologia.
Mentre andavo al Museo,
presi la precauzione di
prenotare un tavolo per due al
ristorante Pstruh.
Un custode mi condusse per
un dedalo di corridoi fino a uno
stanzino pieno di ossa e pietre
polverose.
Orlík, ormai era canuto e
simile a un vecchio bramino,
stava pulendo le incrostazioni
dalla tibia di un mammut. Alle
sue spalle, come un'arcata
gotica, c'era l'osso mascellare
di una balena.
Gli chiesi se si ricordava di
me.
"Lei?". Aggrottò le ciglia.
"No. Non può essere".
"Può essere" ribattei io.
Smise di strofinare l'osso di
mammut e mi esaminò con
sguardo miope e sospettoso.
"Sì"disse. "Adesso io vedo, è
lei".
"Certo che sono io".
"Perché lei non risposto alle
mie lettere?".
Gli spiegai che, dall'ultima
volta che ero stato a Praga, mi
ero sposato e avevo cambiato
indirizzo cinque volte.
"Io non credo" disse
categoricamente.
"Mi chiedevo se le farebbe
piacere venire a pranzo con
me" proposi. "Potremmo
andare allo Pstruh".
"Possiamo, magari" disse
annuendo dubbioso. "Lei
potrebbe pagare?"
"Potrei".
"Allora io verrò".
Accennò a passarsi un
pettine sui capelli e la barba, si
sistemò il berretto sulle ventitré
e si dichiarò pronto.
Mentre uscivamo lasciò un
biglietto nel quale diceva di
essere andato a pranzo con un
"eminente studioso straniero".
Uscimmo. Camminava
zoppicando.
"Io non penso che lei è
eminente" disse zoppicando per
il sottopassaggio pedonale. "Io
non penso che lei è nemmeno
uno studioso. Ma devo dirlo a
loro".
Al ristorante non era
cambiato quasi nulla. Le trote
nuotavano ancora su e giù per
la loro vasca ossigenata. Il
capocameriere – possibile che
fosse davvero lo stesso? – era
diventato un ciccione grosso
come una mongolfiera, e la
faccia sgradevole del compagno
Novotny era stata sostituita da
quella altrettanto sgradevole
del compagno Husak.
Ordinai una bottiglia di vino
moravo, bianco e leggero, e
alzai il bicchiere alla memoria
di Utz. Le lacrime gocciolarono
lungo le grinze di Orlík e
svanirono nella barba incolta.
Mi rassegnai a pranzare con un
paleontologo lacrimoso.
"Come stanno le mosche?".
"Sono tornato ai mammut".
"Volevo dire la sua
collezione".
"Io ho buttato".
Le trote, stavolta, erano
disponibili.
"Au bleu, n'est-ce pas?"
cercai di imitare la stramba
pronuncia francese di Utz.
"Blau!" saltò su Orlík,
scoppiando a ridere
fragorosamente.
Mi sporsi in avanti e gli
chiesi in tono più sommesso:
"Mi dica, che fine hanno fatto le
porcellane?".
Chiuse gli occhi e inclinò la
testa prima da un lato e poi
dall'altro.
"Lui ha buttato".
"Buttato?".
"Rotto e buttato".
"Le ha rotte?" dissi in un
gemito.
"Lui rompeva e lei rompeva.
Qualche volta lui rompeva e lei
buttava"
"Lei?".
"La baronessa".
"Quale baronessa?".
"La sua baronessa".
"Non ho mai saputo che
fosse sposato".
"Era sposato".
"Con chi?".
"Hi! Hi!" ridacchiò Orlík. "Lei
indovina!".
"Come posso indovinare?".
"Lei ha conosciuto
baronessa".
"Non ne ho conosciuta
nessuna".
"Lei ha conosciuto".
"No!".
"Lei ha conosciuto".
"Chi era?".
"Sua domestica".
"Oh, no! No. Non ci credo…
Non… Non Marta!"
"Lei detto".
"Mi sta dicendo che ha
distrutto lei la collezione?"
"Io dico e non dico".
"Dov'è adesso?".
"Andata".
"Morta?".
"Morta, forse. Forse no. Lei
è andata".
"Fuori dal paese?".
"No".
"Dove, allora?".
"Al paese".
"Quale paese?".
"Kostelec".
"Dove si trova?".
"Sud-Bohmen".
"Vuol dire che è tornata in
Boemia meridionale?".
"Forse. Forse no".
"Mi dica … ".
"Non posso dire qui"
bisbigliò.
Fino alla fine del pranzo,
Orlík mi intrattenne con una
rievocazione dei cacciatori di
mammut che, nell'epoca
glaciale, vagavano per le
tundre della Moravia.
Pagai il conto. Prendemmo
un taxi fino al giardino Vrtba
dove ci sedemmo su una delle
terrazze, accanto a un'urna di
pietra quasi completamente
ricoperta da una vite
rampicante.
Utz sposò Marta con rito
civile un sabato mattina del
1952, d'estate, un mese e
mezzo dopo essere tornato da
Vichy.
Era un momento pericoloso.
Il regime di Gottwald aveva
scatenato la caccia alle streghe
che si autoperpetuò fino a
culminare nel processo Slansky.
Era quasi impossibile per i
comuni cittadini non rientrare in
una delle categorie –
nazionalista borghese, traditore
del Partito, cosmopolita,
sionista, borsanerista – che li
avrebbero gettati in prigione, o
peggio.
Se per caso uno era ebreo,
nonché sopravvissuto ai campi
di sterminio, ciò lo marchiava
come collaborazionista.
Per Utz fu ovvio che avrebbe
dovuto procedere con molta
circospezione.
Una mattina gli giunse
l'ordine di lasciare
l'appartamento entro due
settimane: essendo scapolo
non aveva più diritto a due
stanze, ma solo a una.
Si era arrivati a questo,
dunque! Si sarebbe ritrovato in
mezzo alla strada, o in qualche
fetida soffitta senza un posto
dove tenere le porcellane.
L'unica soluzione era il
matrimonio.
Alla cerimonia Marta era
molto schiva, e molto turbata
dalle bandiere rosse nel
municipio della Città Vecchia.
"Il colore del sangue" disse
rabbrividendo, mentre uscivano
alla luce del sole.
Il lunedì seguente gli sposi,
a braccetto, si unirono alla
scalpicciante coda dei cercatori
di case, e presentarono il loro
certificato di matrimonio al
burocrate di turno inscenando
sdolcinate effusioni.
L'ingiunzione di sfratto
venne revocata. Marta lasciò la
sua stanza e portò i bagagli in
via Siroká 5.
Non posso garantire
l'autenticità del titolo baronale
di Utz. Andreas von Raabe, un
mio amico che vive a Monaco,
mi assicura che gli Utz di
Krondorf avevano
effettivamente contratto dei
matrimoni, di tanto in tanto,
con la nobiltà minore tedesca,
ma non ha la certezza che
abbiano mai ricevuto un titolo.
Oltretutto, dopo la mia
visita al dottor Frankfurter a
New York, credo che il
pellegrinaggio annuale di Utz in
Occidente non fosse poi tanto
puro: dovevo essere proprio un
bell'ingenuo per credere che le
autorità gli consentissero di
viaggiare avanti e indietro
senza chiedergli in cambio
nessun favore.
L'appartamento del dottor
Frankfurter, come ho già detto,
era intasato dalle porcellane di
Meissen e di altre fabbriche
tedesche. Era chiaro che molte
erano appartenute a famiglie
dell'aristocrazia cecoslovacca
ed erano state recentemente
svendute dallo Stato. I
cecoslovacchi avevano sempre
bisogno di moneta forte per
finanziare le loro varie attività:
spionaggio o sovversione.
Adesso sospetto che il caveau
dell'Union de Banques Suisses a
Ginevra fosse una sorta di
spaccio semiclandestino –
gestito da un certo signor Utz –
mediante il quale venivano
vendute le opere d'arte
confiscate.
Ma ora posso affermare
categoricamente che Utz aveva
i baffi.
Senza baffi sarebbe potuto
restare nella mia
immaginazione come uno dei
tanti collezionisti di abitudini
meticolose e tendenze
effeminate che intrattenevano
con le donne rapporti ambigui.
Con i baffi era un
implacabile rubacuori.
"Certo che aveva i baffi!". Il
dottor Frankfurter fu scosso da
una risata lubrica. "I baffi erano
la chiave della sua personalità!
".
Utz si era fatto crescere i
baffi dopo le delusioni
adolescenziali a Vienna, e non
aveva più cambiato idea.
Non era l'innamorato
inconcludente che mi ero
immaginato a Vichy: tutta la
sua vita era stata un riuscito
corteggiamento di voluminose
dive della lirica, ma visti i
capricci delle cantanti dell'opera
seria, sempre fissate sulla loro
arte, tendeva ad accontentarsi
delle stelle dell'operetta.
Per il suo letto passò una
schiera di Vedove Allegre e
Contesse Mitzi, e se le comuni
fonti di eccitazione erotica lo
lasciavano freddo, la vista di
una laringe, quando la cantante
gettava la testa all'indietro per
toccare una nota alta, lo
mandava in visibilio.
Era un ometto insignificante.
Il segreto del suo successo con
le dive era la sua tecnica (si
potrebbe anche chiamarla
trucco) di applicare le ispide
setole dei baffi alla gola della
signora, in modo che il
crescendo dell'atto amoroso le
procurasse la stessa estasi
delle note finali di un'aria.
Il ruolo di Marta in tutto
questo era molto triste. Da
quando Utz l'aveva invitata a
salire sulla sua automobile, lei
lo aveva adorato con una
passione totale e irrimediabile.
Capendo però, con una sorta di
contadinesca sagacia, che
sperare l'avrebbe portata alla
follia, aveva accettato la
propria posizione. Se non
poteva godere del suo corpo in
questo mondo, grazie alla fede
avrebbe goduto della sua
anima nell'altro.
Non faceva che pregare.
Andava instancabilmente a
messa. Nella chiesa di Santa
Maria delle Vittorie piangeva di
fronte al Bambin Gesù di Praga:
un avido neonato che si
appropriava le collane delle pie
dame e i cui paramenti
venivano cambiati ogni
settimana dalle suore.
Una volta, in un impeto di
passione materna frustrata, si
offri di aiutarle a svestirlo, ma
le suore la respinsero in malo
modo.
Non osava confessarGli per
esteso le sue ambizioni.
Implorava perdono per le
infedeltà del marito, e per il
ruolo da lei svolto nel
trasformare la stanza da letto
di via Siroká 5 in una specie di
bordello polacco.
Non aveva mai fatto l'amore
con un uomo – a parte un
unico, brutale rapporto dietro
un mucchio di fieno. Eppure
acquisì l'abilità di una
professionista nel preparare la
stanza da letto a signore troppo
altere, o troppo vergognose,
per portarsi una borsa per la
notte.
Applicò le sue capacità
imprenditoriali al mercato nero
per acquistare saponette
profumate, acqua di colonia,
talco, asciugamani, biancheria
e un assortimento di vestaglie
di crepe de Chine rosa
inspiegabilmente sparite dal
bucato delle mogli dei
diplomatici.
A volte, qualche ospite di
Utz trovava irresistibili quegli
articoli di lusso e se ne cacciava
uno nella borsetta a rete. Marta
scoprì che conveniva lasciare
un'esca immediata sul
comodino – un rossetto o un
paio di calze di nylon; riusciva
così a preservare gli articoli più
preziosi.
Preparava la cena e lavava i
piatti. Poi, quando Utz
attaccava il suo numero con le
statuette della commedia
dell'arte e la musica di Arianna
a Nasso, sgusciava fuori
nell'oscurità.
Certe notti dormiva sul
pavimento della sua amica
Suzana, una donna che aveva
un banco di verdura in via
Havelska. Altre, peggiori, le
passava alla Stazione centrale,
col cuore a brandelli, facendosi
il segno della croce al pensiero
di quei corpi che si dimenavano
e del raso rosa.
Poiché con l'incalzare degli
anni la fila di signore, anziché
diminuire, andava aumentando,
crebbe anche il numero di notti
in cui Marta doveva dormire
fuori. Lei non accennò una sola
volta a rimproverare Utz, e lui,
da parte sua, non riconobbe
mai di averla incomodata.
Marta riteneva che
sposandola le avesse reso il più
alto degli onori. Ho
l'impressione che nella sua
testa, e forse anche in quella di
Utz, lei recitasse la parte della
consorte obbligata ad assistere,
con divertita condiscendenza, a
un susseguirsi di amanti
isteriche.
Dopo essersi trasferita
nell'appartamento, aveva
dormito sullo stretto divano
letto di Mies van der Rohe. Ma
una notte, mentre riviveva in
un incubo gli orrori dell'arresto
di Utz da parte della Gestapo,
atterrò sul pavimento con un
tonfo fragoroso che fece
tintinnare le porcellane sugli
scaffali.
Da allora in poi preferì un
materassino da campeggio
imbottito di kapok che si poteva
srotolare nel corridoio; qualsiasi
intrusa notturna avrebbe
dovuto passare sul suo corpo.
Ho trovato le prove
dell'implacabile faida tra Marta
e l'inquilina del piano di sotto.
Ada Krasova, nel corso di
una tumultuosa relazione con
Utz, aveva usato i suoi privilegi
di cantante lirica per far venire
dall'Italia una pezza di raso
rosa, e gli aveva arredato la
camera col gusto di una demi-
mondaine.
Poi aveva fatto la mossa
inopportuna di installarsi al
piano di sotto e, seriamente
convinta di essere più furba di
Marta, aveva sgraffignato una
boccetta di Chanel n° 5. Marta
rispose a quell'atto di
cleptomania con una semplice
affermazione: "Non cucinerò più
per lei". La signora non fu mai
più invitata: e quando io la
trovai, trent'anni dopo, si
macerava ancora nel rancore e
nelle recriminazioni, circondata
dai suoi souvenir.
Non so la data esatta, ma
verso la metà degli anni
Sessanta, a una
rappresentazione del Don
Carlos, Utz puntò il suo binocolo
sulla gola di una cantante
molto più giovane delle sue
prede abituali: una ragazza
florida, dotata di una
straordinaria estensione vocale,
che nei panni della Regina di
Spagna aveva dovuto occultare
la sua treccia dorata, simile a
una gomena, tra le pieghe di
una mantiglia nera.
Il giorno dopo, durante la
sua solita visita al caffè
dell'opera, Utz riuscì a trovare il
coraggio di parlarle e fece un
passo indietro di fronte alla sua
offensiva risposta: "Vattene via,
vecchio rimbambito!".
Era una cupa giornata
d'inverno. Utz aveva la
congiuntivite e un attacco di
sinusite. Si guardò nello
specchio di una vetrina e, in un
momento di estremo
disincanto, fu costretto a
rivedere la propria immagine di
eterno amante.
Quello che successe tra lui e
Marta si può solo immaginare,
ma da quel giorno lei lasciò il
materassino e si trasferì nel
letto.
La vestaglia di seta fantasia
era l'emblema della sua
vittoria.
Il tono amareggiato di Utz,
quando ci separammo nella
piazza della Città Vecchia, era
forse determinato dal fatto che
lui e sua moglie si erano
scambiati i ruoli: Marta era
troppo discreta per ostentare la
cosa in pubblico, ma la padrona
di casa era lei. Da quel
momento, il cascamorto
avrebbe dovuto farlo altrove.
Poi Marta diede il tocco
finale alla sua vittoria.
Si era sposata con una
cerimonia atea – per non dire
pagana – e si era sempre
sentita defraudata dei suoi
diritti. Nelle sue conversazioni a
mezza bocca col Bambin Gesù
di Praga confessò di aver
commesso un peccato mortale:
aveva dormito accanto a un
uomo col quale, agli occhi di
Dio, non era sposata.
Un giorno d'aprile, mentre
lei e Utz facevano le pulizie di
primavera tra le scatole che
tenevano sopra l'armadio, lei
ne aprì una che conteneva il
velo di merletto bianco
indossato dalle spose degli Utz
sin dal Settecento.
Lo spiegò sul copriletto di
raso rosa e guardò Utz con
un'espressione inequivocabile.
Lui le restituì lo sguardo.
Utz e Marta si sposarono
nella chiesa di San Nicola
durante la "primavera di Praga"
del 1968, in un incandescente
pomeriggio di susini in fiore e
cieli di un blu caliginoso.
Lei indossava un abito
bianco con due trascurabili
chiazze di sudore sotto le
ascelle, e aveva in mano un
bouquet di mughetti e lillà
bianchi.
Il velo, appuntato sulla
testa, non aveva nulla di
stonato. Una ciocca di capelli
grigi le cadeva di traverso sulla
fronte.
Al suono della marcia
nuziale del Sogno di una notte
di mezza estate il prete, in gale
e parrucca, guidò il corteo per
la navata centrale.
Oltrepassarono
l'immancabile donna delle
pulizie, che riparò in un banco
col suo secchio e fece loro
segno di passare agitando
allegramente il manico dello
spazzolone. Oltrepassarono il
pulpito color gelato al lampone
e arrivarono di fronte all'altare,
dove una statua mitrata di San
Cirillo trafiggeva un pagano con
la punta del pastorale.
Gli astanti, incuriositi dalla
disparità di dimensioni tra lo
sposo e la sposa, furono colti
alla sprovvista dall'anziana
coppia che si voltò con aria di
sfida per fronteggiarli, nonché
dallo sbaffo di rossetto
vermiglio che Marta – che lo
usava per la prima volta –
aveva assestato sulla tempia
del marito, essendo troppo alta
per raggiungere le sue labbra al
momento del bacio nuziale.
Dall'organo prorompevano
le note di "When I'm calling you
… " di Sigmund Romberg, e
quando la coppia uscì all'aperto
la folla che si era radunata sulla
scalinata ruppe in uno scroscio
di applausi.
Un'altra coppia di sposi con
gli invitati stava aspettando di
entrare. I giovani portavano
ramoscelli di mirto all'occhiello.
L'occhio acuto di Marta notò
che la ragazza era incinta.
Durante l'applauso si ritrasse in
se stessa, forse per timore che
la stessero prendendo in giro.
Ma lo sposo, un ragazzo
cordiale dall'ossatura delicata,
invitò gli Utz a unirsi a loro per
la cerimonia e poi all'Hotel
Bristol.
Il ricevimento per due
sposini diventò un ricevimento
per due coppie.
I convitati, ubriachi di tokaj,
fecero una quantità di brindisi
beffardi all'orso in fondo al
tavolo.
Ora sono in condizione di
aggiungere qualcosa alla mia
descrizione del funerale di Utz.
Tra il momento della morte
e quello in cui comparve
l'impresario delle pompe
funebri, Marta aveva cancellato
gli scaffali delle porcellane con
drappi di stoffa nera. Fece
venire Orlík dal museo, e i due
vegliarono la bara fino a
quando non vennero a portarla
via.
Ada Krasova, nel frattempo,
dirigeva la sua personale veglia
funebre al piano di sotto.
Donne venute, da ogni parte di
Praga, da Brno, da Bratislava;
donne che si erano detestate
sul palco dell'opera e come
rivali nell'affetto di Utz, adesso
erano unite dall'odio per Marta
che le aveva private dell'ultimo
sguardo a quei baffi.
Strillarono stizzite,
batterono i pugni sulla porta,
ma lei rimase sorda alle loro
suppliche.
La vigilia del funerale, Marta
fece la sua comparsa sotto la
protezione di Orlík e tenne una
conferenza nella tromba delle
scale, durante la quale
comunicò alle donne orbate i
programmi per il giorno
seguente.
Con infatuata perfidia disse
loro che la funzione si sarebbe
tenuta nella chiesa di San
Giacomo, invece che in quella
di San Sigismondo; la sepoltura
al cimitero Vysehrad anziché al
Vinohrady; e che la colazione
l'Hotel Bristol – "a cui il mio
amato marito ha invitato tutte
voi" – avrebbe avuto inizio alle
nove e quarantacinque invece
che alle nove e quindici.
Di conseguenza, nelle prime
ore di quel freddissimo mattino
altre due Tatra andarono avanti
e indietro per Praga: una con
un gruppo di dive in pensione,
l'altra stipata di funzionari del
Museo Rudolfino.
Questi due gruppi si
ritrovarono all'ingresso della
sala da pranzo nel momento in
cui la vedova Utz dopo aver
brindato alla salute dell'orso –
faceva la sua uscita senza alcun
rimorso. Andò nel bagno delle
donne con la borsa in
similpelle, si tolse l'abito nero e
ne indossò uno in jersey di lana
marrone. Prese un taxi fino alla
Stazione centrale, poi il treno
per Ceské Budéjovice, e andò a
stare con sua sorella, che
abitava ancora nel loro paese
natio.
Se si ricostruisce una
qualsiasi storia, quanto più
strampalata è la caccia tanto
più probabili saranno i risultati.
Lavorando su un indizio
fornitomi da Ada Krasova, la
quale aveva fatto parecchie
velate allusioni al martellio che
proveniva abitualmente
dall'appartamento di Utz, fra
l'una e le due di una
piovigginosa notte di domenica
mi appostai all'angolo tra via
Siroká e via Maislova per
aspettare che venissero
svuotati i bidoni della
spazzatura.
A Praga, almeno nei
quartieri più vecchi, molti
cittadini hanno con la
spazzatura un rapporto
ossessionante.
Un condominio come quelli
di via Siroká 5 e 6 – costruiti
per ricchi borghesi prima della
grande guerra – conserva
ancora oggi, nell'atrio, i
rivestimenti originali in marmo
rosso e giallo. Ma dove, ai
vecchi tempi, c'era forse una
console con un vaso di fiori
finti, ora, in tempi meno
esigenti, chi entra viene
salutato da un plotone di bidoni
grigi di media grandezza dagli
identici coperchi articolati.
I camion della nettezza
urbana di Praga sono dipinti di
un arancione vivo. Sono in
servizio da circa quindici anni.
Come avvertimento per gli
automobilisti, proiettano
sull'architettura circostante la
luce arancione dei fanali
rotanti. Queste luci, e il rumore
prodotto dal pressaggio dei
rifiuti, sono la dannazione di chi
ha il sonno leggero, ma
costituiscono una fonte di
curiosità per gli insonni, che si
alzano dal letto per osservare
la scena nella strada
sottostante.
I netturbini portano tute
arancioni, con grembiuli di
cuoio che li proteggono mentre
trasportano i bidoni.
Osservai un giovanotto che
prelevava i rifiuti del ristorante
kasher nel municipio ebraico
prima di passare al ristorante
Golem, dove quel giorno stesso
avevo rimandato indietro un
Kafbsfilet judischer art guarnito
con una fetta di prosciutto.
Era un giovane energico,
con gli occhi ridenti e una
zazzera di capelli ricci. Svolgeva
il suo compito con un'aria di
allegra spacconeria. Le luci
avevano trasformato il suo viso
in una maschera arancione.
Aveva per compagno un
grosso dobermann nero con la
museruola di vimini, che stava
seduto sul sedile del camion
oppure correva a precipizio
intorno all'isolato dando la
caccia ai gatti, o ancora
poggiava amorevolmente le
zampe anteriori sulle spalle del
padrone.
Svoltando per via Siroká il
giovane fece marcia in dietro
contro il bordo del marciapiede
opposto alla sinagoga Pinkas.
Poi portò fuori i bidoni dei
numeri 4, 5 e 6 e li dispose a
gruppi sul marciapiede.
Un braccio arancione si
protese fuori dal camion,
strinse i suoi artigli intorno
all'orlo del bidone e lo sollevò
per aria, rovesciandone il
contenuto nella pancia del
veicolo con due sordi cigolii.
Il bidone tornò a terra con
uno schianto, mentre
dall'interno del camion veniva
un tramestio di cose spaccate e
triturate e lo stridore dei denti
meccanici.
Il dobermann cercò di
leccarmi la faccia, ma non riuscì
a infilare la lingua nelle
aperture della museruola. Il
netturbino si mostrò
amichevole con l'uomo che si
era fatto amico il suo cane e,
con mia grande sorpresa,
parlava inglese.
Cosa facevo là? "Sono uno
scrittore" risposi.
"Anch'io".
Molti dei suoi colleghi erano
scrittori, oppure poeti o attori
senza impiego. Si riunivano
ogni sabato a bere in un
villaggio nei pressi della
discarica comunale. Mi dette le
indicazioni per arrivarci.
"Chieda di Ludvik".
Il villaggio era un'oasi di
frutteti e casette col giardino in
un deserto di rifiuti industriali.
Tra rose e malvoni Ludvik stava
lavando il suo camion.
Mi portò al bar dove i suoi
amici, con la tuta arancione o
blu, tracannavano boccali di
Pilsen. Alcuni leggevano il
giornale, altri giocavano a
scacchi. In un angolo tranquillo
due uomini giocavano a
backgammon. Finirono la
partita e si voltarono a
salutarci.
Uno dei due era il filosofo
cattolico Miroslav Zitek, che io
conoscevo attraverso le
pubblicazioni degli emigrati
politici e che aveva scritto un
saggio sulla natura
autodistruttiva della Forza. Era
un uomo dalle spalle larghe,
con i favoriti grigi e un viso
aperto e roseo. Fumava una
pipa di schiuma. Mi spiegò che,
nella Cecoslovacchia socialista,
chiunque avesse superato i
sessant'anni aveva diritto a una
pensione statale, purché avesse
accumulato gli anni di lavoro
richiesti. Lui e suoi amici
preferivano non lasciarsi
coinvolgere nelle beghe
impiegatizie: per la mente era
meglio il lavori manuale.
Zitek aveva lavorato come
giardiniere, spazzino e
netturbino, ma ora che gli
mancavano due anni ai
sessanta quel tipo di lavoro era
diventato troppo spossante, e
aveva trovato un nuovo
impiego: faceva consegne in
bicicletta.
Aveva il compito di portare
programmi per computer in
tutta Praga, da un centro di
elaborazione dati all'altro. In
una delle bisacce metteva i
programmi, nell'altra il suo
trattato filosofico. Ogni volta
che faceva una consegna, il
direttore del centro gli riservava
una stanza dove poteva
lavorare, e lui lavorava per tre
ore. A volte, alla fine della
giornata, leggeva un capitolo a
un pubblico di lavoratori.
Aveva da dire cose molto
dure su certi scrittori
cecoslovacchi in esilio che si
ergevano a depositari della
cultura boema senza
preoccuparsi affatto di quello
che succedeva in Boemia.
L'avversario di Zìtek a
backgammon era un uomo con
bicipiti enormi e la faccia
sorridente segnata dalle
cicatrici. Si chiamava Kosìk.
Dopo il '68 era andato in
America, a Elizabeth, nel New
Jersey, ma era ritornato perché
la birra era imbevibile.
Era lui che nel 1973 – l'anno
del primo colpo di Utz – faceva
il giro dei rifiuti nel vecchio
quartiere ebraico, e doveva
aver svuotato anche i bidoni di
Utz.
Ora vengo alla parte più
difficile del mio racconto. Da
quando mi ero messo in testa
che la collezione Utz poteva
essere sparita nelle fauci di un
camion della spazzatura, ero
tentato di distorcere ogni
minimo indizio in quella
direzione.
Kosik rispose alle mie
domande con divertita
bonarietà, ma ripensandoci non
saprei dire se le sue risposte
fossero sincere, o non piuttosto
quelle che io volevo sentire.
Non posso dare molto credito
all'immagine che mi dipinse:
quando svuotava i bidoni di via
Sirokà 5, a volte vedeva
un'ombra che si acquattava
contro la parete in fondo
all'atrio. Una notte, mi disse,
dietro la finestra
dell'appartamento all'ultimo
piano apparvero due figure – e
salutarono con la mano.
Mi sentii su un terreno più
saldo con il secondo racconto di
Kosìk: stavolta, se non altro, ci
fu un certo consenso da parte
dei suoi compagni di bevute.
Questi ultimi mi
confermarono che, dieci o
dodici anni prima – forse di più
–, un taxi portava abitualmente
al villaggio un'anziana coppia
che veniva a fare la
passeggiata domenicale.
L'uomo era più basso della
donna, strascicava i piedi e
doveva appoggiarsi al suo
braccio. Camminavano per il
viottolo fino a dove finiva la
rete metallica che circondava la
discarica, e poi tornavano al
taxi.
Percorsi il viottolo.
I campi erano coperti di
erbacce e fiori selvatici. Le
ciminiere delle fabbriche
rigurgitavano nuvole di fumo
marrone in direzione della città,
e il cielo era avviluppato in un
intrico di cavi elettrici.
Mi avvicinai alla rete.
Accanto a un capannone c'era
una fila di bulldozer. Dietro si
stendeva la discarica: un tratto
di terra brulla e immondizia,
con i gabbiani che volavano
stridendo.
Tornai al villaggio
riesaminando mentalmente le
varie possibilità.
Utz e Marta avevano
esportato illegalmente la
collezione? No. Lo avevano
fatto i funzionari del museo?
No: il dottor Frankfurter lo
avrebbe saputo. Utz aveva
distrutto le sue porcellane per
ripicca? Non ne ero sicuro. Lui
detestava i musei, ma non era
un uomo vendicativo.
Però era un burlone! L'idea
che quei fragili oggetti rococò
finissero in un mucchio di
spazzatura del ventesimo
secolo poteva allettare il suo
senso del ridicolo.
Che fosse un caso di
iconoclastia? Esiste, accanto
alla propensione a idolatrare le
immagini – che Baudelaire
chiamava "la mia unica,
primitiva passione" -una
contropropensione a farle a
pezzi? Che le immagini, in
realtà, pretendano la propria
distruzione? O era stata Marta?
Era lei ad avere una vena
vendicativa? Collegava forse la
passione di Utz per le
porcellane con quella per le
cantanti liriche? Se le cose
stavano così, dopo essersi
sbarazzata delle une poteva
aver fatto lo stesso con le altre.
No, ho l'impressione che
nulla di tutto ciò sia plausibile.
Credo che in quegli ultimi mesi,
dando uno sguardo
retrospettivo alla sua vita, Utz
rimpiangesse di aver sempre
fatto la parte del furbastro.
Rimpiangeva di essere sempre
riuscito a trarre d'impaccio se
stesso e la collezione usando
blandizie ed espedienti. Aveva
cercato di preservare in
microcosmo l'eleganza della
vita di corte europea, ma il
prezzo era troppo alto: lui
detestava la piaggeria e i
compromessi, e alla fine le
porcellane lo avevano
disgustato.
Marta non aveva mai
ceduto. Non era mai venuta
meno ai suoi principi, neppure
una volta; non aveva mai
perduto il suo anelito alla
legittimità. Non si era data per
vinta; era la sua eterna
Colombina.
La mia versione riveduta
della storia è che, la sera del
loro matrimonio in chiesa, lei
sia emersa dalla stanza da
bagno con la vestaglia di seta
rosa e, slacciandosi la cintura,
l'abbia lasciata cadere sul
pavimento per abbracciarlo
come una vera moglie. E che,
da quel momento in poi,
abbiano trascorso i loro giorni
in appassionata adorazione
l'uno dell'altra, non
permettendo a niente e a
nessuno di dividerli. Le
porcellane erano pezzi di
vecchio vasellame di cui
dovevano disfarsi: tutto qui.
Il villaggio di Kostelec è
quasi al confine con l'Austria,
vicino allo spartiacque tra il
Danubio e l'Elba. I campi di
grano erano invasi dalla
zizzania biblica, ma era una
gioia vedere i fiordalisi, i
papaveri, la centaurea, la
scabbiosa e la speronella in
tutto lo splendore di una
campagna europea non ancora
avvelenata dai diserbanti
selettivi. Al limitare del villaggio
ci sono delle marcite e, poco
oltre, un lago dove si allevano
le carpe, circondato per metà
da un boschetto di pini.
Le case del villaggio hanno
tetti di tegole rosse, e i muri
sono stati da poco dipinti di
ocra e bianco. Le donne
mettono i gerani sui davanzali,
e al centro del villaggio, in
mezzo al verde, c'è una
cappella ben tenuta con una
minuscola cupoletta.
Accanto alla cappella c'è il
piedistallo di un monumento
che un tempo avrebbe recato le
due k – kaiserlich und koniglich
– della duplice monarchia degli
Absburgo. Ora regge un arnese
rugginoso e sbilenco che
commemora un'incursione
sovietica nello spazio.
Stava passando un
temporale. I nembi si
disperdevano, e un arcobaleno
si incurvava sopra le marcite. Il
sole illuminava i giardini di
rudbeckie gialle, phlox viola e
file di crisantemi bianchi.
Aprii un cancelletto e un
papero bianco come la neve
venne verso di me sbattendo le
ali; allungava il collo e soffiava.
Venne alla porta una vecchia
contadina; aveva una vestaglia
a fiori e un fazzoletto bianco
legato basso sulla fronte. Si
accigliò. Le mormorai qualche
parola e il suo volto si illuminò
tutto, allargandosi in un sorriso
stupefatto.
Poi alzò gli occhi verso
l'arcobaleno e disse: "Ja! Ich
bin die Baronin von Utz".