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Nota di lettura- I semestre A.A.

2021/2022 Aurora Magri (DAMS)


In campo aperto
L’antropologo nei legami del mondo.
di Ferdinando Fava
Chi è l’antropologo? Chi è lui per coloro con cui entra in contatto? Come lo fa?
Il libro si propone di rispondere a tutti questi quesiti, in un modo che non definirei semplice, lo stile
e i vocaboli utilizzati attingono da un lessico specifico, ma credo sia questione di darsi solamente
darsi il tempo necessario per comprendere i diversi passaggi e arrivare a visualizzare l’andamento dei
tre capitoli proposti. Se l’obbiettivo è dare risposta alla domanda “chi siamo per coloro che
incontriamo?”, la strada per arrivarci si articola attraverso due storie: quella dell’esperienza e dello
studio di Gérard Althabe e quella dell’autore stesso. Il filo conduttore del percorso è l’idea che la
conoscenza antropologica nasce dall’incontro con l’altro, che può avvenire con strumenti diversi,
modalità, tempi e finalità anche opposte da uno studioso a un altro, ma rimangono fondamentali
l’ascolto e l’osservazione. La domanda in se implica il fatto che per definire un Io ci sia bisogno di
un Altro, di un Tu, di un Loro. Io posso osservare l’Altro solo se questo accetta la mia presenza, è un
lavoro di integrazione reciproca nei ritmi vitali che sono terreno fertile per la costruzione della fitta
rete di potenziali relazioni sociali che si possono creare. Che sia verso il Madagascar, o alla volta di
Palermo, l’antropologo parte per ascoltare, deve porsi continuamente domande, che devono
possibilmente portarlo ad altre domande ancora. Il compito di chi osserva, solitamente è quello di
riconoscere e catalogare, ma in antropologia sembra essere forte la necessità di andare oltre la
semplicistica applicazione della teoria, per arrivare a rendere ogni tappa della ricerca un momento
della storia. L’attività di ricerca, diventa quindi un’immersione, una possibilità di diventare
contemporanei del proprio tempo: è fondamentale tenere a mente non solo del microcosmo che si sta
osservando, ma anche avere ben chiaro il macrocosmo nel quale questo è stato,è e sarà incastonato.
Come ci si approccia, quindi, ad un interlocutore? Con l’implicazione. Io ricercatore mi devo proporre
come esterno, per potermi mettere al servizio delle percezioni che “gli interni” hanno di me. Le
percezioni porteranno a una accettazione, o un rifiuto, da questi nasceranno relazioni tra attori con
ruoli definiti, senza che il ricercatore possa farci nulla. L’azione è quindi duplice e complessa:
lasciarsi guidare dalla natura delle relazioni createsi (senza imporre limitazioni legate alla per poterle
osservare dall’interno, nel momento stesso in cui si manifestano, nel hic et nunc); al contempo si deve
riuscire a tenere presente il proprio se per poter avere un occhio che prendere le informazioni e sarà
in grado di elaborarle quando l’antropologo si metterà a scrivere. Lasciare che a definire un ruolo sia
l’altro, potrebbe essere un’operazione intricata, ma è anche l’unica che permette di non inquinare il
campo. Deve esserci costante dialogo tra gli attori, anche quando il copione non è ben definito, in
questo risiedono l’autenticità e l’etica della professione antropologica. É riportato nel libro il caso
delle prime righe delle pagine che Althabe scrive sulla sua esperienza a Poto-Poto: realizza che il
compito del metodo di ricerca, sia far dialogare questa con l’oggetto della ricerca stessa. Se il distacco
tra il ricercatore e il suo oggetto d’interesse è insormontabile, si avrà una raccolta di dati, non
un’osservazione completa nelle varie sue forme. L’unica che possa parlare in modo dettagliato della
realtà è la realtà stessa, quella da cui l’attore deve attingere per rimanere nel terreno tracciato dal
personaggio achieved.
Minore sarà la manipolazione, più autentici saranno i risultati. Grazie a questa analisi si va a
rispondere anche alla domanda su quale siano i compiti e gli strumenti dell’antropologo: prima di
arrivare a poter scrivere, deve incontrare persone, esporsi alla presenza delle persone che intende
osservare (se il tempo di esposizione è breve si chiamerà contatto, se invece è prolungato allora
potremo definirlo legame),deve fare visita agli altri, deve insomma compiere azioni definite da atti
sociali. Gli esiti possibili di questo agire sono molti, interessanti quelli riportati in merito alla ricerca
condotta dal Professor Fava nel Progetto Zen, dove vediamo che alla base di un legame emergente,
ci sono l’abbandono delle gerarchie abituali a favore di una apertura verso l’esterno, ma poi un
successivo ritorno a queste nel momento di collocarvi ciò che era altro e che ora diventa intimo.
Queste due storie si uniscono, infine, nel tentativo di definire che cosa sia il Campo, se questo sia una
cosa, se sia un luogo fisico, o se risieda in un luogo di altra natura. Il campo è, prima di tutto, una
unità psicologica e relazionale, che ha portato alla riconcettualizzazione delle soggettività chiamate
in causa nello studio del campo, producendo intersoggettività,. Possibile causa di ciò è anche la
difficoltà ormai sempre più estesa di legare in modo saldo un determinato soggetto a una precisa area
di provenienza.
Gli strumenti dell’antropologo vanno a costruire il bene, l’etica nell’impianto della sua ricerca,
permettendogli, se applicati nel modo corretto, di preservare anche il bene per sé.

Come ho detto nelle prime righe, non è stata una lettura semplice. Credo di aver redatto questa nota
di lettura con ogni strumento a mia disposizione, anche se in modo, forse, semplicistico, ma ho dovuto
rileggere interi paragrafi più e più volte, tenendo affianco il vocabolario. Mi sono approcciata alla
materia da ignorante, nel senso che, leggendo, spesso avevo l’impressione di aver sempre dato per
scontato non tanto il lavoro dell’antropologo, quanto le nozioni stesse di osservazione e ricerca. Il
campo, che sia fisico, politico, psicologico, richiede una fitta rete di elementi coesistenti e spesso
anche difficili da combinare, come nel caso della dualità tra Io e Self, o il controllo necessario per
non compromettere le informazioni, fino alla rielaborazione dei dati raccolti. L’antropologo osserva
tante cose perché lui è tante cose, tutte nello stesso momento.
L’aspetto che più mi ha colpito è che non si siano mai nominate le Differenze come ostacoli alla
ricerca, bensì come termini di paragone, di esperienze altrui da cui attingere. Nel libro è molto
frequente il confronto, non solo tra soggetti, ma anche tra metodi (come nel caso di Lourau e Althabe),
un confronto condotto al fine di mostrare diverse modalità, non c’è un tentativo di esclusione. Lo
stesso vale nella ricerca, dove vediamo il tentativo di costituzione di una pratica d’azione in grado di
pilotare l’osservazione senza contaminare l’esperienza né di chi osserva, né di chi è osservato.
Ritengo che anche questo sfruttare le differenze per non appiattirle, renda il lavoro più ricco e sia
strumento di quel bene di cui ho accennato prima.

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