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Roma, 13 mar – Per civiltà tradizionali

intendiamo quelle società basate su un ordine “metafisico”, impostate su una visione


trascendente dell’Uomo e dove ogni suo agire, ogni suo percorso, ogni sua
ambientazione ha a che fare col Divino, e di conseguenza con un disegno
universale. Gli uomini della Tradizione hanno costruito le società basandole su un
senso di verticalità, su un rapporto e un patto costante con gli dei e le divinità in
generale. Il ritmo che regolava le loro vite era un ritmo ciclico dove tutto si ripeteva e
tutto era un riflesso dell’universo divino, di un mondo mitico appartenente alla sfera
del sacro.
Il Mito dell’Eterno Ritorno, di Mircea Eliade, analizza appunto questo ritmo, questa
corrispondenza al mondo divino che è esistita nelle tradizioni delle diverse civiltà che
hanno costellato la terra degli uomini. E lo fa partendo da vari aspetti che hanno
sempre caratterizzato quei gruppi umani. Inizia dall’arte e dall’architettura
affermando che ogni costruzione veniva concepita come tentativo di ricalcare le
piante celesti dell’universo divino nell’edificazione di città, templi, palazzi reali ma
non solo. La fondazione stessa di una città era vista come atto simbolico della
creazione divina dove il centro della realizzazione di ogni costruzione esprimeva la
rappresentazione dell’unione e del contatto tra cielo e terra. Pertanto ogni creazione
era accompagnata da un rito di consacrazione del perno centrale di quella
costruzione che poteva essere appunto una città, un palazzo, una piazza, un teatro
o un tempio. Il rito si trasmetteva e quindi aveva comunque un’origine divina
derivante da un primo atto compiuto dagli antenati, da antichi eroi, da un gesto
sacrificale o da Dio stesso. Tale unione simbolica tra cielo e terra si riscontrava
soprattutto nella unione per eccellenza che tra gli uomini è rappresentata dal
matrimonio dove l’uomo e la donna hanno un’unione carnale e spirituale.
Partendo da questo immaginario divino diveniva naturale trasportare la presenza del
sacro anche in tutte le altre attività umane anche in quelle più profane come poteva
essere un combattimento, una competizione sportiva, una commemorazione, un
passaggio di livello sociale, un’attività lavorativa ecc. Questo processo di
sacralizzazione è operato dal concetto di Mito che attraversa la storia perdendosi nel
tempo senza avere una identificazione prettamente spazio temporale e deve essere
quindi contemplato come qualcosa di completamente diverso dalla verità storica così
come concepita nell’età moderna. Come accennato sopra, le società tradizionali
seguivano dei ritmi cosmici ciclici che compivano delle parabole caratterizzate da un
punto di inizio volto alla rigenerazione personale e collettiva. Una rigenerazione
consistita in una nuova creazione e quindi in una purificazione sia metafisica
(allontanamento delle malattie, delle sventure e delle calamità naturali) che spirituale
(cancellazione dei peccati e delle meschinità dell’anima). Questa necessità per le
società arcaiche di rigenerarsi, ciclizzando la vita come un continuo rinascere e
ritornare, annullava l’idea di tempo fisico e di storia come la intendiamo oggigiorno;
si prendevano inoltre come riferimento i cicli lunari che rappresentavano meglio di
tutti questo mito del rinascere e del costante e infinito ritorno alla rigenerazione.
Nel differenziare le due concezioni di tempo secondo le due visioni che Mircea
Eliade chiama tradizionale e moderna, potremmo dire che nella prima il tempo è
ciclico e si rigenera all’infinito, nella seconda esso è finito e situato tra due infiniti. In
definitiva l’uomo arcaico, opponendosi alla storia, non faceva altro che tentare di
donarsi un senso di immortalità attraverso il mito e l’idea di appartenenza ad un ciclo
universale che lo coinvolgeva. All’atto pratico però egli ha dovuto anche scontrarsi
concretamente con le nude e crude realtà della vita come l’esperienza tragica del
dolore. Esso veniva visto come un qualcosa di provocato da un agente esterno e
non come una presenza fissa, compagna di viaggio della vita umana. Pertanto ogni
catastrofe era vista come volontà degli dei così come anche un movimento delle
forze invisibili stimolate da qualche sortilegio o atto sacrilego compiuto. In questa
ottica gli unici fatti storici di riferimento sono quelli che esprimono dei valori divini di
principio e fine all’interno di un progetto di Dio più grande, come l’esempio , a cui fa
riferimento, dell’episodio del sacrificio di Isacco nell’Antico Testamento come punto
di nascita della Fede giudaica. In generale quindi nel ciclo cosmico gli avvenimenti
storici non sono da considerarsi frutto di un fatalismo astrologico e nemmeno come
episodi del destino, ma come eventi necessari voluti o permessi dalla volontà di un
Dio. Partendo da questa visione, Eliade presenta questa contrapposizione tra l’uomo
storico moderno e l’uomo tradizionale. Tale conflitto in realtà è più che altro una
differenza tra una concezione arcaica, o archetipica o antistorica e una concezione
moderna, post hegeliana e storicistica. L’uomo tradizionale si difendeva dalla storia
sia abolendola con la ripetizione della cosmogonia (origine dell’universo) sia con la
rigenerazione ciclica sia dando un significato metastorico e mitico ai fatti della storia
stessa. Il cristianesimo ha dato un significato unico alla storia seppur non ha
cancellato del tutto la concezione archetipica della ciclicità presente ancora negli
strati di alcuni popoli. Il cristianesimo infatti nasce da un fatto storico che è la nascita,
morte e resurrezione di Gesù Cristo. Esso diventa un evento unico e assoluto ma
soprattutto irripetibile e imparagonabile. La rivelazione si incastona una volte per
tutte in maniera immobile nella storia. Ma la concezione ciclica e l’influenza
all’interno della storia non perdono il loro valore ma anzi diventano segni e strumenti
della stessa governati ovviamente dalla volontà di Dio. Esempio maggiore di questa
visione ciclica nel cristianesimo storicizzante è la filosofia dell’abate calabrese
Gioacchino da Fiore (1130 – 1202) il quale identifica nella storia tre epoche
corrispondenti alla Trinità Santissima ispirate rispettivamente al Padre (dall’alba dei
tempi fino all’anno zero), al Figlio (dalla nascita di Cristo fino ad un’era dove la
società sarà ancora cristocentrica) e allo Spirito Santo (dove, a fronte di una caduta
del senso religioso e sacro della società, la libertà spirituale è assoluta).
Mircea Eliade
Con la perdita del senso di trascendenza nella società e quindi con l’avvento del
materialismo storico di stampo marxista si diffonde una concezione limitata e fine a
se stessa della storia; ogni avvenimento si produce e si estingue senza una
giustificazione archetipica e quindi ciclica, o religiosa. Ciò porta ad una visione
relativistica della storia che non risponde alle domande esistenziali dell’uomo e
soprattutto non gli dà scampo di fronte alla pressione del dolore e della sofferenza
che lo attanaglia e terrorizza. Mentre nelle società tradizionali sia arcaiche che
moderne i popoli hanno resistito alle catastrofi umane del dolore e degli
sconvolgimenti sociali mantenendo una profondità spirituale, nelle società
materialiste di fronte al dolore e al terrore della storia si assiste ad uno sbandamento
totale che porta alla disperazione e ad una desertificazione spirituale tipiche di un
approccio nichilista. Partendo da questa problematica si capisce come un tale
disorientamento, a cui porta lo storicismo, può essere superato solo attraverso una
nuova categoria filosofica della libertà che preveda la presenza di Dio. Dopo il
superamento della visione tradizionale ciclica, l’introduzione della Fede, intesa sia
nel senso di affidamento alla volontà di Dio sia nel senso di libera partecipazione alla
lotta per la salvezza, rappresenta l’unica possibilità di resistere al dolore e di ridare
orientamento e radicamento in mezzo al contesto dissolvente dell’esperienza storica.
Nell’era contemporanea la necessità dell’esistenza di Dio è più impellente rispetto
alle ere dell’uomo della tradizione che attraverso il bagaglio di miti, di archetipi e di
ritualità fondate sull’idea della ripetizione, trovava sicurezza di fronte allo scorrere
inesorabile e tragico della storia. Oggi con l’uomo moderno ciò non è più possibile.
La Rivelazione cristiana ha infatti rappresentato un punto di non ritorno per l’uomo
arcaico. Col cristianesimo la filosofia, la linearità della storia, la ragione hanno preso
il sopravvento e la società fondata sul mito e sull’eterno ripetersi dei cicli, è stata
sostituita e superata da una dimensione orizzontale più coinvolta nella realtà storica
ma contemporaneamente più a contatto con Dio. Il bisogno e il tentativo dell’uomo
tradizionale di sentirsi immortale nella rigenerazione eterna dei cicli viene sostituito
dalla visione storica orizzontale e veritiera e dalla certezza dell’eternità attraverso la
risurrezione della carne. La vera chiave di volta del cristianesimo non è stata quella
di essersi affiancato o aver sostituito un’altra religione precedente, ma quella
dell’essersi appoggiato e dell’aver completato ciò che già era in essere. Dal
Dio-creatore-generatore si è arrivati al Dio-Padre-Amore,
dall’Uomo-creatura-timoroso si è giunti all’Uomo-Figlio-devoto, dal rito come simbolo
archetipo dell’universo al rito dispensatore pratico di effetti sostanziali, dal mito fonte
di sacralità al mito funzione valorizzante della storia; il tutto senza perdere
completamente la concezione ciclica e l’idea di rigenerazione. Quest’ultima, anzi,
viene concepita come rinascita personale attraverso la fede e non come frutto del
semplice rituale collettivo. Il valore aggiunto del Cristianesimo è stato quello di
permearsi nella realtà terrena, pratica e personale degli uomini donando loro la
possibilità di coltivare uno ad uno, a tu per tu, un rapporto intimo ed esclusivo con
Dio stesso. Umanizzando Dio, Cristo ha divinizzato l’Uomo. Per fare questo ha
dovuto anche razionalizzare la storia umana attraverso l’utilizzo di quella scintilla di
intelletto e di logica che risiede nella natura stessa dell’uomo, subordinando, senza
eliminarlo, lo scenario arcaico della ciclicità del tempo, e dei riferimenti mitici, alla
luce razionale della Rivelazione. Contributo enorme a questo processo di
cambiamento è stato dato dalla filosofia e dalla scienza dell’epoca, spesso
sovrapposte l’un l’altra: esse appartenevano soprattutto ad una élite la quale si
occupava in maniera esclusiva di entrare nel mistero dell’universo. La maggior parte
del popolo viveva il proprio percorso religioso in maniera collettiva, anche anonima
se vogliamo, ma soprattutto mitica e rituale. L’introduzione degli insegnamenti
cristiani hanno reso questo percorso, innanzitutto personale, in secondo luogo
pratico e sostanziale ma di una praticità ed una sostanza tremendamente semplici.
In definitiva il cristianesimo, più che sostituirsi al paganesimo o in generale al senso
religioso del tempo, ci si è appoggiato sopra e lo ha inglobato dandogli sostanza
assecondandone e chiarendo alcuni aspetti archetipici. Non è un caso che il fulcro
del messaggio di Cristo di Amore filiale verso il Padre si sia appoggiato, come un
guanto sulla mano, sul bagaglio di virtù umane presenti nell’antica Roma monarchica
e repubblicana meglio conosciuto come Pietas con cui si intendeva la devozione
amorosa reciproca del figlio verso il padre e del genitore verso il figlio. Ed è appunto
basilare il fatto che il messaggio evangelico riguardi l’Amore dell’Uomo/Figlio verso
Dio/Padre. Un amore filiale inteso esattamente nella semplicità e nella dolcezza
della vita concreta. La preghiera più importante per un cristiano, perché insegnata
direttamente dalla bocca di Gesù, è appunto il Padre Nostro. Tale visione ha
rivoluzionato la società entrando nella storia, razionalizzandola e destrutturandone la
visione mitica e archetipica, ma consegnando il dono fondamentale della Fede,
l’unica ancora di salvezza per l’uomo di fronte all’attuale materialismo e nichilismo
imperante.
Francesco Amato

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