Sei sulla pagina 1di 305

Corso di sociologia

Introduzione
1. Che cos’è la sociologia?
Il senso comune sociologico

Ognuno di noi, per quanto non abbia mai studiato sociologia, ha un idea di massima di
tutto ciò che noi chiamiamo società. L’apprendimento di questo sapere inizia fin dalla
nascita, quando iniziamo a comunicare i nostri bisogni ad altri. Tutto ciò ha dei limiti
perché comprende esclusivamente le nostre esperienze dirette o il “sentito dire” che
prima di giungere a noi può subire notevoli variazioni; oltretutto la società trascende
dagli abitanti che di volta in volta vivono il pianeta, quindi non è statica. La sociologia
spesso conferma la opinioni di senso comune, ma altre volte formula tesi contro –
intuitive.

La sociologia ci può aiutare a capire meglio il mondo, ma non ci può dare certezze
assolute! Ci può dare “ragionevoli certezze” sempre esposte a critica e revisione!

Qual è l’oggetto della sociologia?

L’oggetto di studio della sociologia è la società; bisogna però capire che società viene
usato per definire una vasta gamma di cose. Essendo la sociologia nata con l’avvento
dello stato moderno (XIX), il riferimento prevalente è alla società compresa nel
territorio di uno stato nazionale.

Dello studio di società se ne sono occupate da sempre altre discipline, di conseguenza:


qual è la differenza dalle altre scienze sociali? Vi sono linee di demarcazione su piani
diversi o competizione e conflitto? A questi interrogativi sono state date varie risposte
riconducibili a tre nuclei fondamentali che chiameremo : soluzione generica,
soluzione residuale e soluzione analitica o formale.

- La soluzione generica (Auguste Comte) assegna una posizione privilegia alla


sociologia facendole occupare il gradino più alto di una piramide perché nata
per ultima è destinata a completare il processo evolutivo della conoscenza
umana. Oggi la sociologia si accontenta di far parte delle scienze.

- La soluzione residuale ha una prospettiva diametralmente opposta. Il


sociologo Runciman sostiene che rientra nel campo di studio della sociologia
tutto quanto non è, o non è ancora, oggetto di un'altra scienza specializzata.
Tuttavia questa soluzione risulta insoddisfacente in quanto non chiarisce il
carattere problematico dei confini con le altre discipline.

- La soluzione analitica o formale risale a George Simmel, ma è fondamentale


per tutti quelli che al centro dell’analisi sociologica pongono il concetto di
interazione sociale. La sociologia è definibile in base ad una prospettiva
analitica che dall’infinità varietà dei fenomeni sociali, oggetto delle singole
discipline, isoli le forme di associazione dissociandole dal loro contenuto
particolare. La sociologia diventa così la grammatica e la geometria della
società. Così come la grammatica non si occupa di semantica e la geometria
studia la forma degli oggetti senza preoccuparsi della loro costituzione, così la
sociologia studia le forme di relazione. Però se analiticamente è chiara questa
distinzione tra forma e contenuto, non è altrettanto facile scindere le due cose
in concreto. Bisogna così accontentarsi di una definizione tautologia della
materia, cioè la sociologia è l’insieme delle ricerche di coloro che si riconoscono
e sono riconosciuti da altri come sociologi. Anche i confini con le altre materie
sono sfumati. Il sociologo non ha ben chiaro dove stiano i confini della sua
materia e quindi è spesso nell’imbarazzo di averli valicati.

Le origini

Si inizia a parlare di sociologia nella cultura europea intorno alla metà del XIX secolo.
L’avvento, di una scienza della società, in quel periodo è riconducibile a tre
“rivoluzioni” che sono la base del mondo moderno: la scienza moderna , la rivoluzione
industriale, la rivoluzione francese.

- La sociologia ha seguito la scienza della natura che , dopo essersi distaccata dal
pensiero filosofico, ha applicato il metodo sperimentale fondato
sull’osservazione dei “fatti” sempre più vasti. I fenomeni che possiamo indicare
come rivoluzione scientifica non poteva non influire sullo studio degli esseri
umani, dei loro rapporti e delle loro istituzioni. Si creò la convinzione di poter
utilizzare i principi del metodo scientifico per lo studio dell’uomo e della società;
la nascita delle scienze sociali è ricollegabile al movimento culturale che pone la
scienza come la via della conoscenza.

- La sociologia è anche un prodotto della rivoluzione industriale. Essendo


l’economia politica la prima scienza indipendente, permise agli economisti
classici di essere dei sociologi ante litteram; essi rifletto sulle trasformazioni
sociali che stavano avvenendo in Inghilterra nel XVIII secolo, cercando di
interpretarle grazie a un modello capace di cogliere le interdipendenze tra i vari
gruppi sociali coinvolti nel processo economico. Alle categoria economica della
terra, del capitale e del lavoro corrispondono proprietari terrieri (rendita) ,
imprenditori capitalisti (profitto) e lavoratori salariati (salario), i quali sono
collegati tra loro da rapporti di scambio, il mercato è l’elemento connettivo della
società e ogni scambista vi opera all’interno cercando di ottenere il massimo
vantaggio dalla propria vendita e la minore perdita dal proprio acquisto. Il
meccanismo della concorrenza permette alla “mano invisibile” di regolare la
massima produzione della ricchezza in base all’interesse collettivo (Adam
Smith). Smith sapeva che lo studio di società non poteva avvenire sul
meccanismo di puri e semplici rapporti di scambio, interpretazione che veniva
fatta da chi viveva con apprensione l’avvento della rivoluzione industriale.
Infatti la sociologia nasce con ambivalenza nei confronti della società moderno
che si andava delineando. Vi era chi credeva che nelle trasformazioni in atto ci
fosse un irruzione di interessi senza freno che minacciavano di travolgere un
ordine sociale su cui si era fondata fino ad allora la vita sociale, l’avvento della
società industriale, nella quale dominano i rapporti impersonali di scambio, era
interpretato come la dissoluzione di legami sociali autentici.

- La rivoluzione francese sancisce la caduta di un ordinamento politico fondato


sul principio dinastico e il potere assoluto: il popolo elegge i suoi governi e li
incarica di un potere politico. Comunque è certo che la sociologia nasce quando
avviene la più grande trasformazione dopo quella neolitica della società la quale
emerge quando i suoi fondamenti sono messi in discussione, cambiano i
rapporti tra gruppi sociali e individui e diventano mobili i criteri che guidano il
comportamento.

I padri fondatori della sociologia: Herbert Spencer in Inghilterra, Emile Durkheim in


Francia, Ferdinand Tonnies, Max Weber, Georg Simmel in Germania, Vilfredo Pareto in
Italia.

Temi e dilemmi teorici: ordine, mutamento, conflitto, azione e


struttura

Thomas Kuhn, uno storico della scienza americano, ha proposto di chiamare


paradigmi scientifici quegli assunti di base di natura teorica e metodologica sui
quali una comunità di scienziati in un determinato campo sviluppa un consenso
storicamente accettato da quasi tutti i suoi membri. I paradigmi scientifici accettati da
tutti fanno parte della “scienza normale”, mentre nelle fasi di “rivoluzione scientifica”
emergono nuovi paradigmi che sostituiscono i precedenti. Per la sociologia è
impossibile applicare un paradigma unico, a causa della presenza di una pluralità degli
stessi, la sua egemonia è solo parziale o temporanea.

Paradigma dell’ordine

La maggior parte dei temi della disciplina ruotano attorno a un interrogativo: che cosa
unisce o divide la società, ovvero, che cosa fonda l’ordine o il disordine sociale? Prima
delle rivoluzioni prima citate l’ordine sociale veniva assicurato da credenze religiose,
oppure fondato in qualche dottrina del diritto naturale. Una volta infranta la credenza
della sacralità della religione, il fondamento di ordine doveva essere ricercato
all’interno della società stessa. Per Thomas Hobbes lo stato doveva svolgere una
funzione coercitiva per placare l’egoismo umano, mentre per Adam Smith il mercato e
la mano invisibile potevano tenere insieme gruppi di individui che perseguivano
interessi diversi. Per i primi sociologi queste due tesi non sembrano sufficienti, bisogna
che l’ordine sociale trovasse fondamento in qualche meccanismo o processo che operi
nella struttura interna dell’organismo sociale. I modelli organicistici di società sono
una delle prima proposte di soluzione del problema dell’ordine. Tali modelli dureranno
nel tempo e ricompariranno, anche se rielaborati, nella moderne teoria funzionalisti
che. Con impostazioni diverse, Auguste Comte e Herbert Spencer svilupparono
entrambi un modello organicistico di stampo evoluzionistico. Le teorie evoluzionistiche
di Lamarck e Darwin influenzarono e influenzano tutt’ora il pensiero sociologico. Per
Spencer e Comte la società è concepita come un organismo le cui parti sono connesse
tra loro da una rete di relazioni di interdipendenza. L’equilibrio che si genera tra le
parti è dinamico, cioè si muove dal semplice al complesso, dall’omogeneo
all’eterogeneo. Il motore del processo è la competizione delle specie, e all’interno di
ognuna, viene selezionato chi possiede migliori capacità adattamento allo specifico
ambiente in cui si vive e alle sue trasformazioni. Gli organismi sociali rispondono alle
trasformazioni dell’ambiente generando nuovi organismi, con la conseguenza di
innestare processi di divisione e differenziazione del lavoro. Da Spencer in poi la
divisione del lavoro è diventata un tema centrale della teoria sociologica. Per Georg
Simmel la divisione del lavoro, producendo differenziazione sociale, fa in modo che la
conseguente eterogeneità tra gli appartenenti a una società crei le basi per
l’accentuata “individualizzazione” tipica della modernità. Gli esseri umani diventano
così sempre più diversi l’uno dall’altro, aumentando così rapporti di interazione che
può essere reciproca, diretta o indiretta, attraverso la mediazione del denaro; la
diversità estende e approfondisce le relazioni di interdipendenza. Emile Durkheim
affronta il problema dell’ordine individuando un nesso profondo tra forme della
divisione del lavoro e forme di solidarietà sociale. Nelle società a scarsa
differenziazione del lavoro le unità che la compongono sono poco differenziate tra loro,
ciò che unisce è un vincolo di solidarietà fondato sulla credenza di una comune
origine. Il vincolo di solidarietà si origina dall’esterno, in credenze di natura sacrale e
religiosa. Durkheim chiama “meccanica” questa forma di solidarietà. Nelle società
moderna ad alta differenziazione del lavoro il vincolo di solidarietà è di natura interna,
è fondato su nessi di interdipendenza tra le varie funzioni svolte da individui e gruppi
sociali. Questa forma di solidarietà è chiamata “organica”.

Il problema del mutamento rappresenta un’altra parte del problema dell’ordine.


Ferdinand Tonnies affronta lo stesso problema con un modello dicotomico, lui
guarda all’avvento della modernità con un misto di apprensione e nostalgia. Per
Tonnies organica è la comunità che sorge in seno alla famiglia per poi estendersi ai
rapporti di vicinato e amicizia. I vincoli di sangue (famiglia), di luogo (vicinato), di
spirito (amicizia) contribuiscono a formare delle “unità organiche”, nelle quali gli esseri
umani si sentono uniti in modo permanente da fattori che li rendono simili gli uni agli
altri. Nella società avviene il contrario, gli individui vivono separati e entrare nella
sfera privata di ognuno viene visto come un atto di intrusione. Il rapporto societario
tipico è quello di scambio, mette in relazione gli individui in base alle loro prestazioni e
non alla loro totalità. La società quindi è una creazione artificiale, dove ogni individuo
persegue i propri interessi ed essa entra in gioco solo come garante del fatto che le
obbligazioni prese verranno onorate, nessuno fa qualcosa senza aspettarsi una
contropartita.

Il paradigma del conflitto

Le dicotomie sopra spiegate (organica – solidarietà meccanica e comunità – società)


non spiegano il mutamento sociale. Bisogna rivolgersi ad altri filoni classici che hanno
teorizzato il conflitto sociale.

Per Karl Marx in ogni società i rapporti sociali fondamentali sono quelli che si
instaurano nella sfera di produzione e distribuzione dei beni e servizi che servono alla
società stessa per funzionare e riprodursi. Il rapporto tra lavoratore salariato e
capitalista nella fase storica caratterizzata dalla grande industria determinano la
struttura di questa società, ovvero la loro struttura di classe. Gli interessi di classe
sono contrapposti il che da vita a un rapporto antagonista. Qualsiasi idea (politica,
filosofica, religiosa) svolge una funzione ideologica e sono riconducibili agli interessi di
classe e alle esigenze di stabilizzare le strutture del dominio e dello sfruttamento: esse
sono viste come sovrastrutture. Il conflitto di classe è il motore del mutamento sociale.
Ogni sistema sociale (“modo di produzione”) produce nel suo seno le forze destinate
de terministicamente a negarlo e alla fine a superarlo. Il proprietario industriale è il
prodotto del sistema capitalistico, ma anche il fattore che ne determinerà la
distruzione e all’instaurazione di una società senza classi dove verranno meno le
ragioni del conflitto.

Per Max Weber il conflitto non si riduce alla lotta di classe, proprio perché esse non
sono l’unica struttura intorno alla quale si sviluppano i conflitti. La lotta di classe si
manifesta dove si formano dei mercati, in età moderna si manifesta sui mercati della
forza lavoro. Ma la sfera economica non è l’unica dove si manifesta il conflitto per
Weber accanto ad essa si collocano le seguenti sfere: politica, diritto, religione, onore,
prestigio. Non sono presenti dei rapporti di determinazione unilaterale tra le varie
sfere. La tesi Weber deve essere letta alla luce sulle origini protestanti dello spirito del
capitalismo. In questo caso il conflitto nasce su un piano teologico e morale, le nuove
sette producono conseguenze sugli atteggiamenti dei credenti nei confronti
dell’economia e mettono in moto dinamiche che faranno emergere il capitalismo. Per
Weber il conflitto è una condizione normale. Esso porta alla formazione di strutture
istituzionali (“ordinamenti sociali”) che esprimono i rapporti di forza che si sono
provvisoriamente consolidati, e fino a quando non saranno messi in discussione,
svolgono una funzione di regolazione del conflitto. Per Weber non esiste un momento
finale di questo conflitto, vi saranno sempre gruppi contrapposti alle istituzioni
esistenti, fino a al momento in cui esse si sgretoleranno, allora avranno vita nuove
istituzioni, non c’è una esito finale dove i conflitti si placano, non c’è una filosofia di
fine della storia. Il conflitto genera ordine nel momento in cui ci sono delle istituzioni
che lo regolano e mutamento quando esse vengono trasformate o cambiate. La
società è l’insieme di istituzione e conflitti che si svolgono su piani diversi e gli attori
sociali dovranno continuamente scegliere da che parte stare. La dimensione della
scelta fa riferimento ad un altro dilemma teorico che si esprime nella contrapposizione
tra “paradigma della struttura” e paradigma dell’azione”.

Paradigma struttura

Chi si muove nell’ambito del paradigma struttura parte dal presupposto che per
spiegare i comportamenti degli individui non si può prescindere dal contesto sociale in
cui sono inseriti. L’intero percorso di vita di un essere umano seguirà in un andamento
prevedibile, perché tutti i suoi comportamenti saranno il riflesso di tutta una serie di
valori di una determinata società. L’individuo sarà libero entro i limiti della struttura
sociale. Tutte le volte che imputiamo alla società le cause del comportamento di un
individuo o di un gruppo, seguiamo, un approccio che parte dalla struttura sociale e va
all’individuo. Ad esempio un individuo vissuto in una struttura sociale problematica
(abbandono, scarsi profitti a scuola, bande, furti) ha molte possibilità di manifestare
una devianza. Marx e Durkheim formulano modelli di spiegazione classificabili nel
paradigma struttura. Per Marx i rapporti tra le classi non potrebbero funzionare
diversamente; la posizione che occupano nella struttura sociale obbliga i capitalisti a
ottenere il massimo profitto e i lavoratori salariati sono obbligati a vendere la forza
lavoro a un prezzo che garantisca la sopravvivenza.
Durkheim teorizza esplicitamente che la società viene dagli individui, un fatto sociale è
spiegato da un altro fatto sociale. La massima contestazione contro le spiegazioni
psicologiche dei fatti sociali arriva, con lo studio del suicidio, che per quanto azione
individuale, è secondo lui, spinto da cause sociali (secondo documentazione statistica
del tempo) ad esempio in certe condizioni sociali che riducono l’integrazione, un
individuo, può essere spinto a togliersi la vita. Le spiegazioni strutturali fanno sempre
riferimento a qualche forza che agisce alle spalle degli individui e li spinge a
comportarsi in un determinato modo.

Le teorie funzionalisti che operano anch’esse con un modello di spiegazione


strutturale: le parti spiegate in relazione alle funzioni che svolgono per il tutto; il
percorso è dal tutto alle parti. La teoria dei ruoli, in quanto parte dall’apparato
teorico funzionali stico, spiega il comportamento degli individui in base alla posizione
(status) che occupano in uno dei sottosistemi che compongono il sistema sociale. I
ruoli sono i diritti e i doveri di chi occupa una determinata posizione sociale. Quando
sono noti i ruoli che un individuo svolge sarà facile prevederlo con un certo grado di
approssimazione.

Non sono gli individui a decidere la posizione sociale che occuperanno ma sarà la
struttura sociale a scegliere e formare quelli che occuperanno determinate posizioni e
ruoli. Per questa ragione il paradigma struttura riflette una concezione olistica del
sociale in quanto concepisce la società come l’unità principale di analisi e gli individui
sono i mezzi attraverso i quali la società si esprime.

Il paradigma dell’azione

Il paradigma dell’azione nasce in Germania e Max Weber ne ha posto i fondamenti.


Esso sostiene che per spiegare i fenomeni sociali bisogna ricondurli a credenze,
comportamenti individuali e capire quale significato hanno per l’attore. I principi del
paradigma sono:

- I fenomeni macroscopici vanno ricondotti alle loro cause microscopiche (azioni


individuali);

- Per spiegare le azioni individuali è necessario tener conto dei motivi degli attori.
Chiarimento.

1) Per il paradigma dell’azione si parla di individualismo metodologico, ad esso è


attribuito un significato puramente logico e non morale; indica che non si posso
imputare azioni ad entità astratte e attori collettivi (Es : “la Germania subì un
umiliazione a Versailles”, entità astratta senza sentimenti e volontà, “il sindacato
proclamò uno sciopero”, attore collettivo ma capace di produrre decisioni vincolanti).
Attualmente si usa il concetto di agency (attore collettivo) per indicare un ente che
agisce attraverso gli individui, ma ha volontà propria e capacità indipendente rispetto
ad essi.

2) Questo principio indica che per spiegare un azione bisogna tenere conto dei motivi
dell’attore (“senso intenzionato”) bisogna attuare un processo di comprensione.
L’uomo quindi ha la capacità di compiere delle scelte e di dare un senso alle sue
azione, e anche se le sue scelte sono condizionate dall’ambiente esterno, non vuol
dire che sia mosso come un burattino senza la facoltà di controllare l’ambiente
esterno. Nell’ambito di vincoli strutturali o contingenti, l’uomo elabora strategie che
danno un “senso” alla sua azione. Di base si può sostenere che anche se per noi non è
chiaro il senso di un’azione essa lo sarà, oppure avrà una sua logica, per chi la compie
anche se magari non ne è consapevole. Non solo gli esseri umani non sono del tutto
trasparenti a loro stessi, ma spesso si auto ingannano su quali sono le “vere” ragioni
delle loro azioni.

Tuttavia alcuni tipi di azione hanno ragioni evidenti e per Weber la comprensione di
esse raggiunge la massima evidenza nel caso delle azioni razionali. Gli economisti
della scuola neoclassica, hanno costruito sul postulato della razionalità un imponente
impianto teorico, anche se il concetto di razionalità in tale ambito è solo strumentale o
teleologica distinta da quella al valore o assiologica. Il primo tipo rappresenta un tipo
di comportamento orientato intenzionalmente verso uno scopo (coincidenza tra senso
e azione), il secondo tipo riguarda comportamenti conformi a scelte valutative che
l’attore ha adottato come criteri assoluti di orientamento dell’azione, a prescindere
dalle conseguenze (Es: razionalità strumentale è nello scambio di mercato la
massimizzazione del profitto; razionalità rispetto al valore è un militante pacifista che
in ogni caso rifiuta di indossare le armi).

Per Weber l’uomo non è un essere razionale, ma è in grado di compiere azioni


razionali, le quali possono discostarsi da quel modello e sono quindi spiegabili alla luce
dei motivi che possono averla fatta convergere o discostare da esso.

Compatibilità tra paradigmi

I paradigmi della struttura e dell’azione sono tra loro compatibili? Il paradigma


della struttura vede la società come l’elemento di costrizione e gli individui quelli che
si devono adeguare ad essa. All’attore viene lasciato poco spazio di decisione. Il
paradigma dell’azione, concede spazio all’attore, nel senso che può scegliere diversi
corsi d’azione, pur nell’ambito dei vincoli posti dalla struttura, e con la sua azione
pone in essere la struttura stessa. Le strutture sociali, le istituzioni sono agglomerati di
azioni, che si sono consolidate nel tempo, ma possono essere comunque modificate
nel tempo da altre azioni. Il passaggio dall’azione alla struttura è teoricamente
decisivo nel paradigma dell’azione. Il concetto di “effetto non intenzionale” è in questo
contesto di grande importanza (Es: effetto non intenzionale è presente nel rapporto tra
etica protestante e capitalismo). Per Weber il dogma della predestinazione metteva in
ansia i credenti in relazione alla salvezza, la quale poteva trovare sollievo nei successi
ricavabili dall’attività terrena e quindi imprenditoriale. Robert Merton richiama il caso
della diffusione di voci infondate di solvibilità di una banca, che induce i clienti a
ritirare i propri depositi provocando così il fallimento della banca (effetto non
intenzionale “perverso”, idea falsa produce delle conseguenze vere, “profezia che si
auto avvera”). La categoria degli effetti non intenzionali è importante per due motivi: il
primo è che frequentemente le azioni individuali producono effetti diversi rispetto alle
intenzioni degli attori, il secondo spiega come molteplici azioni individuali generino
strutture istituzionali che nessun attore ha voluto intenzionalmente, ma una volta
consolidatesi, costituiscono un vincolo per gli attori stessi (Es: istituzione “mercato”).

I due paradigmi sono compatibili se si adotta una visione deterministica del


condizionamento dei comportamenti umani da parte della struttura sociale, oppure se
si adotta una visione unilaterale dell’individuo come attore svincolato da ogni
condizionamento esterno. Al di fuori di queste visioni unilateralistiche, possiamo dire
che teorie olistiche e individualistiche spesso giungono a risultati convergenti, proprio
per questo spesso esse vengono usate contemporaneamente.

Teoria e ricerca empirica

In tutte le discipline vi è chi si dedica alla ricerca teorica e chi alla ricerca empirica.
Di conseguenza oltre la divisione orizzontale della disciplina si forma una divisione
verticale. Questo processo di divisione del lavoro ha effetti negativi se le due discipline
procedono su strade separate; ha effetti positivi se la ricerca teorica fornisce nuove
input (interrogativi e ipotesi) alla ricerca empirici e riceve da questa conferme o
smentite a riguardo della bontà della strada imboccata.

In sociologia teoria e ricerca possono interagire tra loro in modo fecondo, o percorrere
strade separate. Se ci attendiamo alla definizione di “teoria” di Talcott Parsons e cioè
che una teoria < è un corpus di concetti generalizzati, logicamente interdipendenti,
dotati di riferimento empirico >, ci rendiamo conto che il punto decisivo per chiarire
il rapporto teoria – ricerca è racchiuso nella locuzione < dotati di riferimento empirico
>, tuttavia molte teorie sono elaborate a un livello di astrazione tale da essere
difficilmente riprodotte empiricamente. Perché ciò accada, è necessario che i concetti
siano trasformabili in una serie di indicatori sulla base dei quali compiere operazioni di
osservazione e misurazione. Ad esempio quando Durkheim ipotizza riguardo
all’anomia crescente in periodi di forte sviluppo economico, ci rendiamo conto che è
assai difficile verificare il tasso di anomia poiché essa è un fenomeno non osservabile
direttamente. Di conseguenza possiamo dire che una teoria non si può applicare a una
vasta gamma di situazioni storico – sociali, ma soltanto a porzioni ricavate da esse. Ad
esempio la teoria dei sistemi se applicata a una determinata situazione specifica,
potremo ricavare dalla teoria una serie di ipotesi da sottoporre a prova empirica.
Usando la terminologia di Karl Popper, possiamo dire che una teoria è rilevabile sul
piano empirico se da essa possiamo ricavare delle congetture passibili di
confutazione.

Per Merton in sociologia bisogna elaborare teorie di medio raggio, cioè teorie il cui
ambito di applicazione sia limitato a fenomeni specifici entro coordinate spazio –
temporali definite. Un nesso forte tra teoria e ricerca si ha solo se, la ricerca empirica
è volta a verificare un’ipotesi teorica, vale a dire una proposizione nella quale siano
messi in relazione i fenomeni da spiegare (variabili dipendenti) e i fenomeni che li
spiegano (variabili indipendenti), la ricerca empirica ha il compito di indicare un nesso
tra le variabili. La teoria è il prima della ricerca empirica. Non tutte le ricerche in
sociologia rispondono a una logica esplicativa, alcune hanno un intento esplorativo o
descrittivo, anche se tuttavia nessuna di esse nasce senza un presupposto teorico
anche se implicito. Anche la semplice descrizione non può essere una “riproduzione”
priva di presupposti, ma è in un certo senso una “costruzione” operata da un soggetto
dotato di categorie a priori. Ciò vale per i “dati ufficiali” oggi messi a disposizione degli
studiosi da parte dell’autorità pubblica, ci si riferisce allo sviluppo della statistica
sociale cioè alla raccolta di informazioni quantitative sullo stato della popolazione e le
sue condizioni di vita.

Spesso la ricerca descrittiva è una prima fase della ricerca empirica che serve per il
raccoglimento di dati volti all’elaborazione di ipotesi che necessitano poi di un
ulteriore validazione. Le ricerche su opinioni e atteggiamenti, che occupano gran parte
della ricerca sociologica empirica, hanno in genere un intento prevalentemente
descrittivo, si cerca cioè di esplorare quali sono le opinioni o gli atteggiamenti
prevalenti in una determinata popolazione in riferimento agli argomenti più vari. Una
fase intermedia di questa ricerca è la costruzione di tipologie tramite la tecnica della
statistica descrittiva come l’analisi dei fattori. Solo successivamente ci si chiede quali
sono i fattori che portano la popolazione a una propensione per certi atteggiamenti. Il
ricercato soprattutto nelle ricerche descrittive deve “lasciarsi sorprendere” ovvero gli
assunti della teoria non devono per forza a portarlo esclusivamente a quello che lui
pensa di trovare, lasciando spazio a dati inaspettati. Per descrivere questo Merton usa
il termine serendipity. I principi di Serendip (Ceylon) davano la possibilità di dedurre da
particolari insignificanti complessi stati della realtà. Merton sostiene che molto ipotesi
sono nate dall’esigenza di dar conto a osservazioni che la teoria disponibile non era in
grado di dare, in questo caso la riflessione teorica subentra in un secondo momento
per implementare dati altrimenti inspiegabili.

Il rapporto fra teoria e ricerca empirica in sociologia è un rapporto a due vie di scambi
reciproci in cui la teoria alimenta la ricerca empirica ma questa, a sua volta,
retroagisce sulla teoria ponendole nuovi interrogativi.

La formazione della società moderna


Le società pre – moderne
L’evoluzione delle società umane e il concetto di cultura

In questo capitolo si tratterà delle società più remote nel tempo e tratteremo a loro
riguardo affinché si possa comprendere che le società in cui viviamo hanno un lungo
passato alle loro spalle. Quando comincia la vicenda delle società umane? Oggi giorno
gli studiosi sono disposti ad accettare la teoria dell’evoluzione, secondo la quale la
specie umana, è il risultato di un lungo e lento processo di evoluzione genetica. Gli
ominidi che ci hanno preceduto sono comparsi sulla terra dai due ai tre milioni di anni
fa, ma il loro aspetto era assai diverso dal nostro: le corde vocali non erano sviluppare
e la loro capacità cranica assai ridotta. L’uomo di Pechino, circa un milione di anni
fa, era un esperto cacciatore, era in grado di usare il fuoco e comunicava con i suoi
simili con gesti e suoni non ancora articolati, cioè senza un linguaggio. Si può dire che
gli uomini che seppellivano i morti in posti particolari avevano già sviluppato una
qualche capacità di simbolizzazione: i primi luoghi tombali risalgono a circa 100 –
150.000 anni fa. L ‘homo sapiens sapiens, simile a noi, è apparso in Europa,
provenendo dall’Africa, circa 42.000 anni fa (Paleolitico superiore). La capacità di
produrre e usare il fuoco, strumenti e il linguaggio sono le caratteristiche che
differenziano gli esseri umani dalle altre specie di animali e ominidi. Tra gli elementi
che distingue gli umani dagli altri animali non compare l’organizzazione sociale. Gli
etologi ci mostrano che anche molto specie animali collaborano tra loro, attraverso
forme di divisione del lavoro, al fine di aumentare le possibilità di sopravvivenza della
popolazione di individui che appartengono alla stessa specie. Tuttavia, le informazioni
necessarie ad assicurare la riproduzione di generazione in generazione delle forme di
organizzazione sociale sono trasmesse ai singoli animali mediante il loro codice
genetico, nulla viene appreso ma tutto è inscritto. Anche alcuni comportamenti sociali
umani sono depositati nel patrimonio genetico, tuttavia la specie umana ha sviluppato
forme organizzazione sociale fondate su processi di apprendimento, mediante l’uso del
linguaggio. L’insieme di questa informazioni costituisce la cultura. < La cultura
comprende gli artefatti, i beni, i processi tecnici, le idee, le abitudini e i valori che
vengono trasmessi socialmente > (Malinowski). La cultura umana muta a ritmi
infinitamente lenti seppure non mutano le caratteristiche organiche della specie.

Le società di cacciatori e raccoglitori

L’attività di predatoria e il nomadismo

In tre milioni di anni gli uomini hanno vissuto per più del 90% del tempo in società di
cacciatori – raccoglitori. Alcune di queste società sono vissute in isolamento e sono
giunte ai giorni nostri. Oggi sono praticamente in estinzione a causa del contatto con
popolazioni che hanno abbandonato quello stadio circa 10.000 anni fa. Per studiare
questo tipo di società sono necessarie i seguenti tipi di fonti: archeologica, che studia i
resti di civiltà estinte, la ricerca antropologica, che studia queste società che sono
giunte fino ai giorni nostri e i resoconti dei viaggiatori che hanno incontrato queste
società per la prima volta. Questa società non svolgono attività produttive, ma
attingono dalla natura ciò che serve per sopravvivere. A questo stadio, l’attività
umana è del tipo della predatoria, la natura provvede a rimpiazzare i beni sottratti
dagli umani. Quando i prodotti per la sussistenza (frutti e selvaggina) si fanno scarsi
queste società sono costrette a spostarsi in zona limitrofe più favorevoli; di
conseguenza il nomadismo è una caratteristica saliente di queste società ed è tanto
più frequente quanto le condizioni ambientali si fanno più sfavorevoli. Le società di
cacciatori – agricoltori sono distribuite in varie zone del piane, dai poli alle foreste
equatoriali. Si tratta di società molto piccole (30 – 50 membri) in accampamenti
temporanei a causa dei frequenti spostamenti e posseggono pochi oggetti personali e
il cibo va consumato subito, pena il suo rapido deperimento. Vivono senza progetti
articolati per il futuro se non attraverso il condizionamento delle stagioni.

L’organizzazione sociale

Caccia e raccolta sono attività che vanno spesso insieme, non si vive esclusivamente
di una o dell’altra. Le sostanze nutritive dipendono in maggioranza dalla raccolta, per
queste popolazioni, mentre la caccia integra con l’apporto di sostanze proteiche. In
queste società vige una divisione sessuale del lavoro nel senso che le donne si
occupano della raccolta e gli uomini della caccia. L’unità sociale di base è la famiglia
nucleare , composta da genitori e dalla loro prole, senza essenzialmente per la
riproduzione e l’allevamento dei bambini. Sono famiglie poco numerose (4 – 6 membri)
a causa dell’elevata mortalità infantile e dei lunghi periodi di allattamento. Una decina
di famiglie nucleari forma una banda, la quale occupa temporaneamente un certo
territorio, forma un accampamento e organizza cooperativamente la caccia. La banda
è autosufficiente dal punto di vista “produttivo” ma non da quello “riproduttivo”. La
banda è un gruppo esogamico in quanto i matrimoni sono vietati all’interno della
stessa. I maschi adulti quindi, quando vogliono sposarsi, devono ricorre alle donne
delle bande vicine con le quali ci sono rapporti di conflittualità ma vengono
controbilanciati da questa necessità. I rapporti di parentela si estendono oltre la banda
e bande vicine finiscono per intrecciarsi dando vita a cerimoniali dove oltre i matrimoni
vengono scambiati beni. Le bande appartengono a un gruppo più vasto, la cui
estensione dipende dalla frequenza dei rapporti matrimoniali, tale gruppo è chiamato
tribù (500 – 600 membri); la tribù è essenzialmente un gruppo endogamico, i
matrimoni avvengono all’interno della stessa.

Durkheim ha studiato le identità collettive e le credenze religiose delle tribù di


aborigeni australiani (Le forme elementari della vita religiosa). I membri di queste
tribù si riconosco come appartenenti allo stesso gruppo, vengono identificati come tali
dalle tribù vicine, parlano la stessa lingua e spesso hanno un capostipite in comune. In
questo caso la tribù corrisponde al clan anche se alla stessa tribù possono
appartenere membri di clan diversi. Il mito dell’origine comune trova identificazione
nel totem, oggetto che raffigura un elemento tratto dall’ambiente, che diventa il
centro dei rituali. Il nome del totem è spesso lo stesso della tribù.

A parte le differenze tra uomini e donne sono società prevalentemente egualitarie. Vi


sono differenze per gruppi di età: le donne sono adulte quando possono procreare, gli
uomini quando riescono a catturare una preda e i vecchi sono spesso poco rispettati
perché conta più la prestanza fisica che l’esperienza di vita. Il capo banda è il
cacciatore più vigoroso e capace, ma ha particolari privilegi e nemmeno una
permanenza fissa. La presenza di un capo è necessaria spesso quando bisogna
difendersi o attaccare le tribù vicine, cioè per operazioni militari; ma queste
disposizioni temporanee non danno luogo a una gerarchi di potere.

Una figura che gode di un certo prestigio è lo sciamano. La visione del mondo di
cacciatori – raccoglitori comporta la credenza in spiriti dai quali dipende la fortuna o la
sfortuna, cosa che rende gli individui impotenti. Lo sciamano è in possesso di capacità
psichiche e conosce rituali per entrare in contatto con il mondo degli spiriti per cercare
di neutralizzare gli influssi negativi. Lo sciamano è un guaritore che allontana lo spirito
maligno dal malato.

Le società di caccia e raccolta sono le società più semplici. Gli elementi che abbiamo
appena descritto risultano utili per costruire l‘analisi sociologica. Per studiare le società
bisogna osservare dei tratti fondamentali: il modo di procurarsi i mezzi di sussistenza e
la loro distribuzione, i modi in cui assicura la riproduzione biologica e culturale, le
forme di relazioni sociali che danno vita a organizzazione, la struttura delle
disuguaglianze, le credenze e pratiche religiose.

Le società di coltivatori e pastori

Dall’attività della predatoria all’attività produttiva

L’operazione di un animale costituisce un nesso di causa – effetto, facile da notare


dato che è un fatto che avviene in un lasso di tempo piuttosto breve. Invece per
quanto riguarda la semina il nesso causa – effetto ci mette molto più tempo per essere
rivelato ai nostri occhi; l’uomo per capire questo nesso deve comprendere eventi
passati assieme ad eventi futuri, insomma deve essere in possesso di una notevole
capacità di astrazione, cioè di capire qualcosa che non gli possibile percepire con i
sensi di cui è dotato. La specie umana ha sviluppato questa capacità molto
lentamente solo attraverso l’osservazione dei fenomeni, senza la presenza di teorie.
Con la comprensione di questo cambia il rapporto uomo – natura perché quest’ultima
non è più un serbatoio di beni, ma bensì un laboratorio dove poter sperimentare e
creare ciò di cui l’essere umano necessità per la sopravvivenza. L’uomo modifica
radicalmente l’ambiente in cui vive e il paesaggio diventa sempre più umano. Le
società che si collocano in questo stadio sono di coltivatori – orticoltori.

Difficile è capire come abbia avuto il via questo processo, probabilmente certi semi
che si conservavano meglio sono germogliati e qualcuno avrà notato che il germoglio
caduto sul terreno giusto dava vita a un’altra pianta (probabilmente patate).
Probabilmente questo qualcuno è una donna, poiché erano loro a occuparsi della
preparazione del cibo. Il passaggio dalla caccia e raccolta alla coltivazione, si colloca, a
seconda delle aree, tra il 10.000 e il 6.000 a.C. e viene chiamato “rivoluzione
neolitica”.

Gli insediamenti permanenti

Gli orticoltori non si spostava più continuamente per il cibo. Finché il suolo rimaneva
produttivo potevano occuparlo, il quale era stato sottratto alla foresta. Il fuoco era
assai importante perché aiutava le opere di disboscamento e le sue ceneri rendevano
il terreno fertile. Più le tecniche di coltivazione progredivano e più la società umane
mettevano radici in un posto.

Grazie alle nuove tecniche sostentamento a parità di territorio potevano vivere più
persone, i villaggi dei coltivatori contano un centinaio di persone. L’ampiezza degli
insediamenti cresceva all’aumentare della densità della popolazione; di conseguenza
si svilupparono nuove tecnologie per la costruzione di abitazioni, si costruirono recinti
per aumentare la protezione e si sviluppo la tecniche di intrecciamento delle fibre che
diede vita ai tessuti.

Il passaggio alla coltivazione rappresentò una poderosa accelerazione nello sviluppo


della cultura umana. A causa dell’aumento della densità di popolazione diminuivano le
terre coltivabili di un villaggio e l’addomesticamento degli animali era ancora agli inizi,
di conseguenza quando si rompe l’equilibrio tra risorse e popolazione una parte di
essa dove spostarsi su un altro territorio che avrebbe provveduto a sboscare e
coltivare dando vita un nuovo villaggio.

Divisione del lavoro, disuguaglianze e organizzazione sociale

L’espansione dovuta alla pressione demografica mise in competizione tra loro gli
abitanti di diversi villaggi per il controllo di uno stesso territorio. Appena un’area
diventava densamente popolata la guerra diventava un elemento permanente nella
vita quotidiana e c’erano villaggi dove la coltivazione era lascia esclusivamente in
mano alle donne, mentre gli uomini si dedicavano ad attività militari. In questi villaggi
era presente la cosi detta “casa degli uomini” una casa dove vivevano i maschi dai 10
anni in su, i quali venivano addestrati a diventare dei validi e coraggiosi guerrieri.

I villaggi sono economicamente autosufficienti e politicamente autonomi è il loro capo


è generalmente un militare, il cui potere necessita continuamente conferme dalla
capacità di condurre guerre vittoriose. Non esistono ancora organizzazioni politiche al
di sopra dei villaggi, anche se a volte si stringono alleanze con villaggi vicini i rapporti
coi quali oscillano tra la pace e la guerra.

La terra è di proprietà comune del villaggio e se si forma qualche forma di


specializzazione sfruttando risorse abbondanti in quel territorio, allora si potranno
scambiare le proprie eccedenze con quelle di un villaggio vicino. Gli scambi oltre che
significato economico ne hanno uno politico e rituale, permetto di avere buoni rapporti
di vicinato (Es: circuito “kula” nelle isole Trobriand, braccialetti e collanine viaggiano di
villaggio in villaggio a formare un cerchio). A volte sono le donne ad essere oggetto di
scambio. I matrimoni avvengono prevalentemente all’interno del villaggio, anche se è
vietato l’incesto, creando un intreccio tra gruppi di parentela bilaterale o unilaterali. Le
società di orticoltori presentano maggiori disuguaglianze al loro interno, tuttavia non
danno vita a disuguaglianze di gerarchia che passa di generazione in generazione. Le
figure di specialisti al disopra degli altri sono il capo villaggio e lo sciamano. Tuttavia
società come quella del Messico precolombiano non conoscendo l’aratro, la ruota e i
metalli svilupparono forme di organizzazione sociale straordinariamente avanzate
(Maya, Incas). Questo ci permette di capire come sia approssimativo classificare le
società in base alle tecniche di produzione dei beni oltretutto le tecniche di produzione
dei beni non sono l’unico modo che ci permette di capire il variare dei modelli di
organizzazione sociale delle società nel corso del loro sviluppo. Insomma i modi di
produrre non assoggettano per forza le forme di organizzazione sociale.

Le società di pastori

Abbiamo appena accennato all’addomesticazione degli animali in particolare erbivori,


la quale avrà un ruolo fondamentale nel successivo sviluppo. Come la
domesticazione delle piante ha rappresentato un sviluppo nell’attività agricola,
anche la domesticazione degli animali ha rappresentato una rivoluzione nel settore
della caccia. Quando l’uomo ha iniziato a rinchiudere i propri animali in recinti ha
allargato il suo controllo sui processi naturali. Lo sviluppo dell’allevamento si è
sviluppato parallelamente con quello della coltivazione. Gli animali sono stati messi al
servizio dell’uomo per nutrirsi, coprirsi e per la costruzione di strumenti con le ossa.
Tuttavia vi sono ancora civiltà che nell’allevamento hanno trovato la loro forma di
sussistenza; esse vivono in regioni inospitali (zone sub – artiche, zone sub –
desertiche). In queste regioni l’organizzazione sociale ruota attorno al bestiame e alle
sue esigenze di sopravvivenza. Si tratta di società nomadi che seguono i greggi nei
loro spostamenti alla ricerca di pascoli e acqua, spesso percorrendo lunghe distanze
(nei periodi caldi si va verso l’alto e si scende nei periodi freddi). Una prolungata
siccità mette a repentaglio sia la vita degli animali che, di conseguenza, quella delle
società pastorali. Tuttavia quasi nessuna società pastorale vive solo di quello, molte
praticano la coltivazione mentre molte altre intrecciano rapporti di scambio con
società di coltivatori scambiando animali con altri beni. A causa del loro nomadismo
spesso entrano in contatto con popolazioni stabili o nomadi, di conseguenza, si crea
competizione che poi sfocia nella guerra. Nel caso dei regni africani le popolazioni
pastori hanno sottomesso quelle dei coltivatori dando vita a società etnicamente
stratificate; in altri casi sotto la spinta di altre popolazioni i pastori sono stati costretti
a grandi movimenti migratori. In queste società il numero di capi di bestiame
rappresenta la ricchezza e il prestigio che hanno certe famiglie o tribù; ad esempio
negli scambi matrimoniali il prezzo della sposa è stabilito in capi di bestiame, la
vittima di un delitto viene risarcita con bestiame e il rituali comportano il sacrificio di
animali.

La nascita delle società di agricoltori

Innovazioni tecnologiche e produzione di surplus

L’aratro si diffuse in Medio Oriente e in Asia minore circa nel 3.000 a.C.; la
coltivazione con strumenti degli orticoltori conduceva ad un rapido esaurimento della
fertilità del suolo perché il terreno veniva smosso solamente in superficie e dopo pochi
anni era povero di sostanze minerali che servivano per lo sviluppo delle piante che non
avevano radici per giungere abbastanza in profondità. L’aratro invece permise il
capovolgimento del terreno sotterrando i residui organici e portando in superficie le
sostanze minerali. I contadini seppure privi di teorie, all’epoca, verificarono
empiricamente l’efficacia del nuovo modo di coltivare e in Egitto intorno al 2.700 a.C.
l’aratro era trainato da animali, l’uso dei quali permise di coltivare meglio e maggiore
quantità di terreno rispetto all’uso della forza umana. Queste innovazioni si
svilupparono in aree favorevoli all’agricoltura: le pianure alluvionali della Mesopotamia
(Trigi e Eufrate) e dell’Egitto (Nilo). La conseguenza di tutto ciò fu un aumento
impressionante della produttività agricola: sullo stesso terreno si arrivava a produrre
quaranta volte in più di prima. L’agricoltura inizia a produrre un surplus cioè una
quantità di prodotti in eccedenza a quella che serve per mantenere i coltivatori diretti
e per garantire la riproduzione delle risorse consumate durante il ciclo riproduttivo
(sementi da destinare alla coltivazione e foraggio per gli animali). Nella società
precedenti pochi potevano vivere se non producevano dei beni per la loro sussistenza
(capi villaggio, qualche anziano, sciamani). Le donne e gli uomini lavoravano fino a
procurarsi il cibo necessario per la sussistenza in condizioni favorevoli mentre per il
resto del tempo organizzavano danze feste e cerimonie; se le condizioni erano
sfavorevoli lavoravano tutto il giorno e spesso pativano la fame. Quando vi è surplus è
possibile che nella società si formino dei gruppi che non partecipino direttamente
all’attività produttiva. Perché ciò si realizzi necessita che i produttori siano invogliati a
produrre più di quello che è necessario per la loro sussistenza e che siano disposti a
trasferire ad altri una parte del proprio lavoro. La realizzazione di questi presupposti è
stata facilitata dal fatto che parallelamente all’agricoltura (in Mesopotamia, Egitto e
Messico precolombiano) si è formata una particolare forma di governo detta teocrazia
(“governo divino”), i due fenomeni sono strettamente connessi.

La nascita delle prime città intorno al tempio

In Egitto e Mesopotamia il potere è concepito come diretta emanazione dagli dei. In


Egitto il faraone è considerato un dio. La terra è di dio che la distribuisce ai suoi sudditi
e dalla quale trae il suo nutrimento grazie all’eccedenza. Queste credenze avevano un
notevole potere sulle popolazioni, quindi, possiamo dire che le idee religiose furono
una grande forza motrice per la storia. Il tempio è la casa di dio, il centro dal quale i
sacerdoti gestiscono le terre e provvedono ai bisogni della collettività. Le operazioni
fondamentali di questa amministrazione sono: la divisione delle terre tra i contadini
dei villaggi, la costruzione e manutenzione dei canali per l’irrigazione, stabilire i tempi
delle operazioni agricole, l’ammassamento del raccolto in appositi magazzini,
distribuzione delle quote per il sostentamento dei produttori e non produttori e il
risparmio di sementi da destinare al ciclo successivo. I sacerdoti erano astrologi e,
leggendo gli astri erano in grado di dettare i tempi del ciclo agricolo.

L’archeologo Gordon Childe ha elaborato una teoria per spiegare come le esigenze
dell’amministrazione del tempio siano state decisive per la formazione della scrittura.
Il fatto che i prodotti fossero conservati in barattoli poneva l’esigenza di conoscere
determinate informazioni del prodotto presente all’interno di esso (tipo di prodotto, la
provenienza); e per facilitare il lavoro di chi avrebbe gestito il lavoro successivamente
alla morte di un funzionario, fu inventata la scrittura cuneiforme per trasmettere
informazioni di generazione in generazione. Nacque la professione dello scriba,
specialisti addetti alla produzione simbolica. La scrittura, in ogni caso, nasce nel
tempio, il mito narra che la dea dell’amore e della guerra (Inanna) la donò agli
abitanti di Urok, città di cui era signora. I sumeri creano la prima forma di scrittura
cuneiforme, formata dalla combinazione delle impronte che i cunei lasciavano su una
superficie levigata. Il tempio era oltre che un luogo di culto anche un quartier generale
d’organizzazione politica ed economica. Per la sua costruzione è necessario di
manodopera specializzata oppure dei contadini, durante le stagioni di stasi del lavoro
agricolo.

Karl Wittvogel dice che i lavori pubblici richiedevano forme complesse di


organizzazione che potevano essere realizzate soltanto da un governo dispotico
(dispotismo orientale).

Intorno al tempio si formano vere e proprie città stratificate in modo diverso, da un


lato i contadini e la massa rurale e dall’altro lato la popolazione urbana, la quale
dipendeva dalla campagna per l’approvvigionamento delle risorse alimentari. La città
ha fondamento di esistere se riesce ad esigere il prelievo del surplus dalle campagne e
se i contadini sono disposti a produrre più di quanto necessario per il loro
sostentamento. Inizia qui il rapporto di interdipendenza tra città e campagna.

Forti disuguaglianze e grandi imperi

Nelle società fondate sull’agricoltura vi sono forti disuguaglianze. Si crea un abisso


sociale invalicabile tra la massa di contadini e i sacerdoti o il re; due mondi
interdipendenti ma fortemente divisi. Il mondo delle città è assai più differenziato
rispetto a quello delle campagne; al vertice troviamo il monarca, che ha conquistato il
potere o con la forza o in base a un principio dinastico, le cerchie di culto, del governo
e dell’amministrazione e poi una schiera di specialisti (falegnami, tessitori, ecc …) che
prestano servigi dietro il compenso della sussistenza. Vi è una notevole spaccatura tra
il lavoro intellettuale e il lavoro manuale e nasce qui il disprezzo per il lavoro manuale,
caratteristica delle classi dominanti di società antiche. Vi sono anche figure intermedie
o interstiziali. Le città sono il luogo di differenziazione sociale, soprattutto, quello del
potere. Di conseguenza più una società diventata differenziata e più si necessita di
regolamenti e ordinamenti che ne regolino l’attività. Il primo sistema di leggi è il
Codice di Hammurabi, re di Babilonia, che risale al’inizio del II millennio a.C.

Le società sono ora composte da una moltitudine di persone e i regni sono spesso in
lotta tra loro per il controllo del territorio, cioè, la fonte di ricchezza; di conseguenza
acquista molta importanza l’organizzazione militare. I militari sono contadini nei
periodi di sospensione dei lavori agricoli, oppure sono militari di professione figli di altri
soldati. Si formano delle vere e proprie caste militari ed è richiesta una notevole
organizzazione per l’addestramento e il mantenimento delle truppe. Gli abitanti dei
territori conquistati devono essere messi all’opera per aumentare la ricchezza del
regno, quindi, vengono ridotti in schiavitù. La schiavitù è conseguente a un atto di
conquista e sottomissione, le sue forme sono molteplici (al lavoro nelle miniere o al
servizio del re e della sua corte).

Le società agrarie dell’antichità greco – romana

La nascita della riflessione sistematica sulla società

A Occidente a partire dal 800 a.C. si sono formate le prime civiltà agrarie sulle rive del
Mediterraneo. Le fonti sono numerose e oltre alle quelle archeologiche ci sono quelle
letterarie; queste società avevano sviluppato una particolare forma di scrittura, quella
fonetico – alfabetica, molto adatta alla composizione e trasmissione dei testi.
Soprattutto possiamo ricorrere a riflessioni che sulla loro società avevano fatto i
contemporanei (filosofi, drammaturghi e poeti romani e greci); essi avevano anche
raccolto e trascritto narrazioni degli eventi passati prima trasmesse oralmente,
svolgevano un lavoro simile agli storici e scienziati sociali di oggi. Con i filosofi greci
nasce la teoria sociale, una riflessione autonoma degli intellettuali, che si dedicavano
all’educazione delle nuove generazioni.

La base agraria di una civiltà urbana

I greci e romani non si stancavano mai di elogiare l’agricoltura ma tuttavia sapevano


che la vita civile richiedeva l’assistenza delle città (Moses Finley).

All’interno della classe contadina vi erano alcuni che erano indipendenti e


possedevano la terra che coltivavano. Si trattava di coloni che avevano conquistato la
terra e vi si erano insediati, oppure erano ex militari che avevano avuto la terra come
compenso per i servigi resi. Vi erano poi gli affittuari, che pagavano un tributo al
proprietario del fondo (tributo in natura) e infine c’erano gli schiavi che coltivavano la
terra del regno o dei privati dietro il compenso della mera sussistenza. Tra queste
figure fondamentali ne esistevano altre intermedie o di transizione. La conduzione
prevalente nell’antichità è, tuttavia, quella che fa uso del lavoro degli schiavi.
L’elemento di grande debolezza dell’economia schiavistica è il fatto che questi non
possono riprodursi biologicamente e quindi non possono avere figli. Quando uno
schiavo moriva doveva essere rimpiazzato e il prezzo di dipendeva dal numero di
schiavi sul mercato. La guerra era la fabbrica degli schiavi, era necessario conquistare
e sottomettere altri popoli. Nell’antichità anche un debitore che non onorava
l’impegno preso poteva essere ridotto in schiavitù, ma questo non soddisfava la
schiavitù su larga scala. La città quindi dipende dalla campagna, ma allo stesso tempo
la domina. Non è un rapporto di scambio economico, ma bensì politico: la città
consuma surplus che preleva fisicamente dalla campagna. Le città – stato greche
hanno intorno un ristretto terreno rurale e soddisfano il loro fabbisogno commerciando
via mare. Grandi città, come Roma, dipendono da territori lontani, ed è lo stato che
assicura l’approvvigionamento dei beni.

Le forme di governo
La proprietà della terra è il fondamento primo del diritto di cittadinanza. La città
antica è una città di proprietari terrieri; sono loro ad Atene che si riuniscono per
gestire la cosa pubblica; e sono sempre proprietari terrieri coloro che si insediano nel
Senato romano.

Nonostante l’elemento comune ci sono varie diversificazioni. Il territorio dell’antica


Grecia non è mai stato unito politicamente, era popolato da città – stato indipendenti
che stringeva accordi di alleanza in caso di operazioni militari. Questa struttura fu
favorita dal territorio, montuoso, che rendeva difficoltose le comunicazioni; i
collegamenti avvenivano tramite la navigazione del mare.

Le forme di governo delle città – stato greche oscillano tra la monarchia e la


tirannide e la democrazia, passando attraverso varie forme di oligarchia. Le
democrazia prevaleva dove c’era una certa uguaglianza tra cittadini e la forza militare
è costituita da cittadini armati.

La città è il luogo dove si sviluppa un’estesa divisione del lavoro tra i vari mestieri.
Nell’Atene del III secolo a.C. c’erano 250.000 abitanti: 100.000 erano schiavi, altri 100
– 120.000 erano metechi (artigiani, mercanti) che non godevano della cittadinanza, i
maschi adulti che potevano partecipare alle assemblee erano circa 30.000. Il territorio
di Atene era di circa 2500 km quadrati; le città – stato greche si sviluppavano in
territori angusti e non potevano svilupparsi sulla terra ferma. La popolazione in
eccesso prendeva la via del mare e andava a fondare colonie in Asia minore, in Sicilia
e in Italia. Fondarono nuove città e ben presto le colonie si resero indipendenti pur
mantenendo rapporti commerciali con la terra d’origine. L’espansione fondata sul
modello delle città – stato non dava però il via alla formazione di imperi come era
avvenuto a Oriente del Mediterraneo.

I romani adottarono una strategia di espansione su modello imperiale. Anche Roma


era nata come città – stato in cui il potere era nelle mani di cittadini, ma la sua
espansione si diresse verso la terra ferma. La storia romana è una storia di continua
espansione, quindi, l’istituzione fondamentale era l’esercito dei legionari. Per molto
tempo Roma mantenne un esercito di circa 300.000 unità sparse su un territorio
vastissimo (a nord fino alle foreste del Teotoburgo, a ovest fino al Portogallo a sud fino
al deserto sahariano e a est fino alla Persia). L’esercito oltre a sottomettere e integrare
le popolazioni conquistate, svolgeva un’attività organizzativa e amministrativa. Ogni
fazione politica era da un lato in contrasto con l’esercito, sia per controllarlo, sia per
ottenerne l’appoggio. Quest’organizzazione era incompatibile con la democrazia.

L’esercito romano fu la più grande struttura organizzativa realizzata da una comunità


agraria e l’impero romano fu il più grande che le tecnologie di comunicazione
consentissero.

La società feudale

La rottura dell’unità del mondo antico

La spiegazione della caduta dell’impero romano è un problema assai affascinante.


Resta un enigma definire se la caduta sia avvenuta per cause endogene, cioè a causa
di fattori interni, oppure se sia avvenuta a causa di fattori esogeni, cioè fattori esterni,
costituiti dalle grandi migrazioni di popoli che affollavano i confini dell’impero. A
mettere in crisi la più grande organizzazione sociale dell’antichità è stato il connubio di
questi due fattori. Tutto ciò ci serve per riflettere sulle contraddizioni delle teorie che
prevedono uno sviluppo culturale umano unilaterale e progressivo. Certe volte sembra
che la storia faccia un passo indietro. Si può anche pensare che, dato l’elevato tasso di
violenza dell’impero romano, la società abbia fatto un passo in avanti in maniera da
eliminare in parte disuguaglianze e ingiustizie. Tuttavia il diritto romano, ad esempio, è
entrato a far parte stabilmente della nostra cultura. L’organizzazione sociale di quella
cultura era entrata in crisi e si era estinta. Questa rottura ha causato la fine di quel
mondo unitario che era stato creato dall’impero romano e portò alla nascita del
feudalesimo in Europa, in questo sistema si rafforzano poli localistici e periferici. Il
fatto che causa la caduta delle linee di interdipendenza è l’interruzione delle vie di
comunicazione. Il sistema romano permetteva alla province di tenere contatti con il
centro. Le città che erano sorte ad ogni importante punto di incrocio stradale si
spopolano e le strade su cui non marciano più le legioni si degradano fino ad essere
impraticabili. La popolazione si disperde nelle campagne dove è più facile far fronte
alle invasioni dei popoli provenienti dal Nord e Centro Europa. Anche le vie del mare
diventano insicure e, tra il VIII e il XII secolo, sono solcate dagli Arabi che avevano
conquistato il Nord Africa, la Sicilia e la Spagna, infestando il mare di pirati saraceni.

La risposta a questi processi è il feudalesimo, la società ripiega su una dimensione


localistica. Anche in India, Cina e Giappone vi sono state forme di feudalesimo simili a
quelle europee.

Della società feudale prenderemo in considerazione due aspetti: la struttura sociale


del feudo, che ha prevalso nell’alto Medioevo, e la rinascita urbana che ha
caratterizzato il feudalesimo dal XII secolo in avanti.

Il feudo come unità (quasi) autosufficiente

Il feudo è governato da un feudatario che ha ricevuto l’investitura da un signore di


rango più elevato. Vi è una gerarchia di obblighi reciproci che lega dal feudatario fino
al re o imperatore. Il signore feudatario è un guerriero che ha l’obbligo di prestare
aiuto militare al signore dal quale ha ricevuto il feudo in concessione in caso di guerra;
le guerre locali sono un elemento permanente delle società feudali. Il frazionamento
dei poteri, data la mancanza di un’autorità centrale in grado di garantire pace su un
territorio, genera ovunque instabilità. Il feudatario amministra la giustizia e può
richiedere prestazioni alla popolazione servile che vive sul suo territorio. La
popolazione servile è divisa in: contadini (servi della gleba), e i servi domestici.

I contadini che vivono su una terra sono in una condizione di servitù, ma al contrario
dello schiavo, essi sono legati alla terra che, se viene ceduta, li obbliga a passare al
servizio di un altro signore. Essi in certi casi devono consegnare al signore per del
raccolto (corvèe in natura), oppure devono lavorare i campi della tenuta signorile per
un certo numero di giorni all’anno (corvèe in lavoro), in altri casi devono versare un
tributo in denaro. Di conseguenza il feudatario è costretto a percepire una “rendita
fondiaria”, quindi ad appropriarsi del surplus di produzione agricola. In compenso, i
contadini ottengono protezione entro le mura del castello in caso di attacco da parte di
nemici.
Il castello è un borgo dove lavorano decine di artigiani e altri lavoratori che, dietro il
compenso della sussistenza, provvedono alle necessità della popolazione non
contadina. La distanza sociale tra signori e servi è molto grande ed è impossibile il
passaggio da una condizione all’altra.

L’economia curtense è un economia chiusa, è autosufficiente e riduce al minimo gli


scambi con l’esterno. Naturalmente non è del tutto chiusa, oggetti di lusso oppure
materie prima, sono acquistate dai mercanti. L’autosufficienza più che una scelta è
una necessità perché le strade sono infestate da briganti e dissestate ed è impossibile
commerciare su lunghe distanze.

La struttura sociale del feudo ha assunto diverse forme,ma rimane l’elemento portante
della società feudale.

La città medievale

Viene fissata la data dell’anno 1.000 d.C. per spiegare l’influenza che ha iniziato a
subire la società feudale: la rinascita della vita cittadina. Gli artefici di questo processo
sono uomini che si sottraggono agli obblighi servili e creano una forma di vita più
libera ed indipendente. La loro comparsa è connessa alla comparsa dell’economia
monetaria e di mercato. I mercanti a causa dei numerosi rischi insiti nella vita
errabonda che conducevano iniziarono a formare degli stabilimenti permanenti al di
fuori delle mura del castello (sottoborghi) e a condurre una vita totalmente diversa da
quella di coloro che abitavano all’interno del borgo. Ai mercati affluiscono contadini
che vendono le loro eccedenze e comprano prodotti artigianali che non possono
produrre. I primi mercanti comprano a basso prezzo un bene in eccedenza in una certa
località e lo vendono ad un prezzo molto più alto in una località dove questo bene
scarseggia; questo era il loro modo di lucrare. I traffici si sviluppano proprio perché
non è presente un mercato nazionale che sia in grado di fissare un prezzo unitario.

I mercati mettono in collegamento mercati locali e allargano il raggio dei possibili


compratori dei prodotti artigianali delle città; organizzano traffici di lunga distanza
associandosi per ripartire i rischi del viaggio, nacquero così le prime compagnie
commerciali. Nella città medievale mercanti e artigiani ottengono una notevole
indipendenza. Si organizzano in cooperative o gilde per difendere la loro libertà dai
signori feudali e per governare le città. Tutti coloro che vengono espulsi o fuggono dai
feudi cercano nelle città protezione e nuove opportunità di vita. Il modello della città
medievale si dota di proprie istituzioni e difende la propria libertà, sottraendosi agli
obblighi feudali. Questo modello non si afferma sempre con la stessa intensità; si
instaura una situazione di continua competizione e conflitto tra aristocrazia feudale e
città, a seconda dei casi sarà una a prevalere sull’altra.

L’esito di questa lotta avrà conseguenze rilevanti per la genesi dello stato moderno.

Le origini della società moderna in Occidente


L’idea di mutamento

Vi sono momenti della storia che il tempo sembra non scorrere molto lentamente
facendo si che generazioni e generazioni si trovino a vivere negli stessi ambiti, in
questi momenti la vita può essere sconvolta da eventi fortunati o funesti e una volta
assorbito l’impatto la vita continua a scorrere e la società si riproduce in maniera
immutata. Ad esempio i contadini fino a due secoli fa vivevano nello stesso modo di
quelli di tremila anni fa. I concetti di società statica o società dinamica sono
relativi: si percepisce la dinamicità solo in presenza di mutamento. Ciò che cambia in
una società è la velocità del mutamento, velocità che va rapportata con la vita media
di un essere umano. Le società europee tra il XVI e il XIX secolo sono entrate in una
fase di mutamento accelerato. La peculiarità di questo mutamento è la sua globalità,
investe numerose sfere (economica, politica ecc …) e soprattutto milioni e milioni di
persone. Questo mutamento ebbe effetto anche al di fuori della società Occidentale; la
sociologia è nata, in parte, anche al numero di interrogativi che venivano posti dalle
trasformazioni sociali.

Le trasformazioni nella sfera economica: la nascita del capitalismo

Il concetto di capitalismo

Il concetto di capitalismo nella sua accezione corrente è stato formulato per la prima
volta in modo compiuto da Karl Marx. Marx ha una concezione materialistica e
dinamica della società. Sostiene che per capire una società bisogna capire in che
modo gli uomini soddisfano i loro bisogni e quali rapporti si instaurano tra essi nella
sfera di produzione. Per Marx nella storia si sono susseguiti diversi “modi di
produzione”: il comunismo primitivo, antico o schiavistico, feudale e capitalistico.
Ognuno di essi è caratterizzato da una combinazione tra forme di divisione del lavoro
e competenze tecniche, da un lato, e forme di proprietà e rapporti tra classi, dall’altro.
Il primo elementi viene chiamato “forze produttive” mentre il secondo “rapporti sociali
di produzione”. Il modo capitalistico è costituito dai detentori del capitale (fabbriche
…) i quali pongono al loro servizio il lavoro salariato (unica ricchezza la forza lavoro).
Quando il modo di produzione capitalismo è dominante sugli altri modi si parla di
“formazione sociale capitalistica”. Vi sono momenti storici in cui un modo di
produzione è stabilmente dominante, invece momenti in cui i rapporti di produzione
diventano un ostacolo per lo sviluppo di forze produttive e si creano conflitti tra classi
portatrici di interessi antagonisti; ci si prepara alla transizione al dominio del modo di
produzione successivo. Il capitalismo è nato dalle contraddizioni del modo di
produzione feudale, così il comunismo nascerà dalle contraddizioni del modo di
produzione capitalistico. Marx inserisce il problema della nascita del capitalismo in una
teoria generale del corso della storia. La teoria di Marx è stata criticata per il carattere
unilaterali stico e deterministico dello sviluppo della storia che essa postula. A noi
serve mettere il luce il concetto di capitalismo, lo faremo analizzando una definizione
di Werner Sombart.

Gli elementi di questa definizione:

a) il capitalismo è un’economia di scambio e in particolare un’economia monetaria


(scambi attraverso la mediazione del denaro);

b) sul mercato non si scambiano soltanto merci, ma anche prestazioni lavorative tra
una classe di capitalisti, che hanno bisogno di lavoro per far funzionare le loro
imprese, e una classe di proletari, che per vivere non hanno altro da vendere se non la
loro forza lavoro;
c) l’orientamento delle mete dei capitalisti è verso l’accumulazione del profitto come
fine in sé e il suo reinvestimento nell’ambito dell’impresa;

d)l’organizzazione della produzione e la gestione d’impresa sono improntate su criteri


di razionalità economica, mediante le applicazioni tecnologiche della scienza e l’uso di
moderno procedure contabili.

Queste caratteristiche hanno rivoluzionato l’economia feudale e la mentalità degli


attori economici in ogni settore di attività.

Le trasformazioni dell’agricoltura

L’agricoltura feudale presenta da un lato una moltitudine di famiglie contadine e


dall’altro una cerchia ristretta di signori fondiari, che traggono dalla rendita fondiaria la
fonte della loro ricchezza. L’agricoltura feudale è di tipo estensivo, a basso livello di
produttività e dove sono scarse le innovazioni produttive; i signori non hanno né le
competenze né la voglia della conduzione dei fondi, il loro interesse è di spremere la
popolazione contadine al fine di ricevere una rendita per le loro esigenze onorifiche e
militi rari. I contadini non hanno voglia di migliorare la resa, perché sanno che la
maggior produzione andrebbe a vantaggio dei proprietari fondiari.

Tuttavia c’erano delle terre che non erano soggette ad obblighi feudali, ad esempio, i
fondi allodiali sui quali i contadini indipendenti esercitavano un diritto di proprietà,
oppure, i boschi e i prati spesso erano di proprietà comune di un villaggio dove
venivano esercitati diritti legnatici e di pascolo da parte di tutti.

Questo quadro si frammenta dapprima in Inghilterra dal XVII secolo. La spinta che
mette in moto il processo proviene dalla crescente domanda di manufatti e derrate
che si genera su un mercato in formazione di dimensioni internazionali. Il movimento
delle enclosures raggiunge il suo massimo in Inghilterra tra il XVII e il XVIII secolo. Per i
contadini più poveri l’abolizione dei diritti di pascolo mina alla fondamenta l’equilibrio
economico tra bisogni e risorse: non potendo far mangiare le bestie, di conseguenza,
non possono più coltivare e vendono tutto a un signore e si offrono o come salariati
agricoltori o emigrano nelle città. Le recinzioni sono una parte del processo di
polarizzazione delle condizioni di vita nelle campagne e una maggiore disuguaglianza
all’interno delle classi rurali. Marx nel Capitale tratta dell’espulsione dei contadini dalla
terra.

I protagonisti di questo processo, in Inghilterra, sono due classi: la piccola nobiltà


terriera (gentry) e i contadini benestanti (yeomen); sono costoro che si trasformano in
capitalisti agrari, affittano le terre lasciate dai contadini poveri, i quali vengono
trasformati in salariati agricoli. I capitalisti agrari hanno tutto l’interesse ad introdurre
innovazioni per aumentare la produttività e quindi accrescere i profitti. Nasce
l’agricoltura moderna che quanto è più progredita tanto meno richiede una vasta
popolazione agricola.

Il ruolo delle attività mercantili

Sul ruolo del commercio nel passaggio dal feudalesimo al capitalismo vi sono coloro
(Pirenne, Braudel) che hanno visto nella formazione di un ricco ceto di mercanti e nella
creazione di un mercato mondiale il vero fattore di dissoluzione dei rapporti feudali, da
un altro punto di vista si pongono coloro, che rifacendosi a Marx (Dobb), sostengono
che di per sé le attività mercantili non sono incompatibili con il feudalesimo. Per i primi
il fattore del cambiamento si colloca nella sfera di circolazione dei beni, per i secondi,
il fattore di cambiamento è nella sfera della produzione dei beni. In alcuni casi il
capitalismo mercantile ha preceduto il capitalismo industriale, in altri ciò non è
avvenuto. La penisola italiana ha visto uno sviluppo mercantile molto precoce, ma non
ha trascinato con sé un analogo sviluppo nell’ambito della produzione agricola e
industriale. Molto diversa fu la penetrazione del capitale mercantile nelle attività
industriali dell’Inghilterra e nell’Europa settentrionale. Il sistema del lavoro a
domicilio (putting out in Inghilterra, verlag in Germania) costituisce una forma di
transizione all’impresa capitalistica. Il mercante forniva il capitale di esercizio e la
famiglia contadina il lavoro. Quando poi il mercante radunerà i lavoratori sotto uno
stesso tetto, fondando una manifattura e pagando loro un salario, nascerà l’impresa
capitalistica. I mercanti si trasformano in imprenditori e rivoluzionano il modo di
produrre.

La trasformazione dell’artigianato

Il fatto che un mercante possa mettere al suo servizio famiglie contadine che dedicano
del tempo al lavoro artigianale è un segno della crisi degli ordinamenti corporativi
artigianali. Le corporazioni erano delle organizzazioni monopolistiche che assicuravano
l’esercizio di un mestiere o di un’arte ai soli associati all’interno di un territorio; il loro
spirito era improntato al divieto della concorrenza, poiché a ognuno doveva essere
garantito un tenore di vita conforme alla dignità del ceto. Nulla di più contrario allo
spirito del capitalismo.

La stabilità di questo sistema richiedeva che la domanda dei beni fosse prevedibile e
senza forti oscillazioni. Quando i mercanti aumentano la domanda dei beni e di beni
più standardizzati, gli artigiani aggirano i vincoli delle corporazioni cercando di
accaparrarsi una quota della domanda aggiuntiva. Lo spirito del capitalismo,
premia l’innovazione e sviluppa la concorrenza. Alcuni artigiani ampliano la propria
bottega, offrono lavoro a un numero maggiore di apprendisti senza garantire loro di
diventare maestri d’arte, e forniscono una costante e abbondante produzione di beni
ai mercanti, gli artigiani che non riescono in tutto ciò si offrono ai primi come
lavoratori salariati. Alcuni artigiani si trasformano, mediante un processo di
accumulazione, in imprenditori industriali di stampo capitalistico.

La formazione dell’imprenditoria

A partire dalle isole britanniche si è avviato un cambiamento che ha portato nobili,


ricchi agricoltori, mercanti e artigiani a rompere le catene della tradizione e a fondare
imprese, conquistare mercati, accumulare fortune e assoldare lavoratori salariati.

La nascita del capitalismo è opera di “uomini nuovi” che non si accontentano più di
vivere dignitosamente grazie alla propria fatica, ma desiderano ingrandire sempre il
loro giro d’affari e la loro impresa. L’economista Joseph Schumpeter definisce, gli
imprenditori, degli “innovatori” in tutte le dimensioni che occupano, tutto questo li
porta a lottare contro i ceti aristocratici che vedo l’accumulazione di denaro come
qualcosa di immorale. L’innovazione garantisce a chi la introduce un vantaggio
differenziale rispetto ai propri concorrenti, cioè di un profitto maggiore fino a che gli
altri non riusciranno ad imitarlo. Ogni innovazione è destinata ad essere superata e
quindi questo processo di “distruzione creativa” porta a rivoluzionare costantemente
la combinazioni di fattori da cui nasce la produzione. Non si deve pensare che gli
imprenditori siano animati solo da un illimitato impulso acquisitivo. Weber osserva che
< il capitalismo si identifica con l’aspirazione al guadagno nell’impresa capitalistica
razionale, continuativa, e ad un guadagno sempre rinnovato, ossia alla redditività >. Il
capitalismo speculativo, dei banchieri e dei mercanti, non è capitalismo nel senso
moderno del termine, ossia non produce un nuovo orientamento sistematico e
razionale verso l’attività economica. L’aspirazione dei mercanti infatti era imitare il
modello dei ceti aristocratici. L’imprenditoria razionale è orienta alla conduzione di
una vita sobria e morigerata e il profitto accumulato deve essere reinvestito
nell’impresa. L’imprenditore è il campione delle virtù borghesi del risparmio e
persegue con dedizione assidua e sistematica un fine astratto e illimitato come
l’acquisizione del capitale. La nascita del capitalismo è accompagnata da una critica
contro gli stili di vita dispendiosi e improduttivi delle classi aristocratiche. Il
capitalismo, oltre ad essere un sistema economico, esprime una mentalità e un’etica
economica, che Weber ha chiamato lo “spirito del capitalismo”.

La tesi dell’origine religiosa dello spirito del capitalismo

Per Weber a fondamento dello spirito del capitalismo vi è un atteggiamento di tipo


ascetico. Si tratta di un’ascesi mondana che non fugge dalle cose terrene. Mentre
per monaci ed eremiti l’ascesi extra – mondana è la salvezza tramite pratiche di
contemplazione mistiche. Weber ha formulato l’ipotesi che le origini di tale spirito
siano da rintracciare nelle conseguenze, sul piano dell’agire economico, dell’etica delle
sette protestanti influenzate dalle dottrine di Calvino, in particolare dal dogma della
predestinazione. Questa dottrina afferma che dio ha stabilito dall’eternità che si sarà
salvato e chi dannato. Dio è per i calvinisti un’entità assolutamente trascendente e le
azioni dell’uomo non possono influenzarne la volontà. Se ciò fosse, vorrebbe dire che
l’uomo si pone sullo stesso piano della divinità e ciò sarebbe un atteggiamento
sacrilego. Tutto ciò avrebbe potuto alimentare un atteggiamento fatalistico, ma per
Weber ha prodotto effetti diametralmente opposti. I credenti hanno cercato nel
successo terreno un segnale di salvezza, il perseguimento assiduo di un fine astratto,
diventa il mezzo capace di placare l’angoscia e acquistare la certezza della salvezza
eterna.

Non si può entrare nel merito di questa tesi però, possiamo dire che i primi
imprenditori furono portatori di uno spirito nuovo e seppero sfidare il potere dei vecchi
ceti nobiliari e vincere l’ostilità della cultura tradizionale dominante. Per Sombart tra i
primi imprenditori si trova un consistente gruppo di minoranze e emarginati (eretici,
ebrei, stranieri) che, proprio per il fatto di non essere parte dell’ordine sociale
costituito, sono in grado di liberarsi dai vincoli della tradizione. La marginalità sociale
costituisce spesso un condizione che favorisce la propensione all’innovazione.

Si assiste all’ascesa di una classe la cui ricchezza dipende dal lavoro e dalla capacità
di sfruttare le opportunità di mercato, il cui stile di vita sottolinea le virtù borghesi
dell’operosità e del risparmio, e che ben presto, rivendicherà il diritto di partecipare
attivamente alla gestione della cosa pubblica.

Le trasformazioni nella sfera politica: la nascita dello stato moderno


Lo stato moderno nell’epoca dell’assolutismo

Il mondo feudale era un mondo di poteri locali. Anche le città, che si erano sottratte ai
vincoli feudali, non estendevano il loro dominio su vaste zone, anche se la loro
influenza si poteva far sentire in un’area più vasta per effetto dei rapporti di mercato
che si intrattenevano con altri centri commerciali. La debolezza dei poteri centrali
indica una dominazione di un’endemica situazione di guerra. Ogni signore feudale era
in conflitto con i suoi vicini, la guerra era la loro occupazione principale e le virtù
guerresche erano le qualità umane più apprezzate (coraggio, forza, spietatezza). Ogni
società ha la sua gerarchia di valori a seconda delle qualità e delle “competenze” che
in essa sono necessarie per acquisire ed esercitare il potere.

Questo sistema di rapporti di potere durò in Europa per due secoli fino a quando non
emerse come vincitore un potere capace di sottomettere, nell’ambito di territori
abbastanza vasti, i poteri concorrenti. Si trattò di un processo di pacificazione, nel
senso che su un territorio, si venne ad instaurare un monopolio della violenza
legittima (Weber), vale a dire il diritto esclusivo di usare la forza (le armi) da parte del
sovrano. L’instaurazione del monopolio è il presupposto della formazione dello stato
moderno, che nacquero quasi sempre come regni, dove l’accesso al potere era
regolato dalle leggi dinastiche della successione.

Nell’epoca del primo capitalismo la direzione dei traffici si sposta lungo l’asse nord –
sud in un’ampia fascia centrale che va dall’Italia alla Renania, alle Fiandre fino a
raggiungere le città anseatiche e i porti del mar Baltico. In questa fascia si sviluppa
una rete di città collegate tra loro da rapporti mercantili (Stein Rokkan parla di “Europa
delle città – stato”). Le istituzioni cittadine sono molto simili a quelle del successivo
stato nazionale, eppure in questa fascia si hanno forti ritardi nel processo di
consolidamento di stati nazionali abbastanza ampi.

La Francia,l’Inghilterra e la Spagna, a Occidente, la Prussia e la Russia, a Oriente,


vantano una storia statuale molto più lunga di altri paesi. Nell’area italiana e tedesca
era molto forte la tradizione cittadine e il processo di unificazione si realizzò molto
tardi; il fatto di questo ritardo è dovuto alle alleanze temporanee tra città che
permettevano una difesa comune e organizzazione economica vantaggiosa e
impedivano che una città prendesse dominio sulle altre. Nelle città accumulazione e
concentrazione di capitale non permetteva in assoluto il possesso di mezzi di
coercizione e organizzazione.

La formazione degli stati moderni inizio a Occidente e Oriente del corridoio delle città –
stato, dove predominava l’agricoltura e la servitù della gleba. La creazione di grandi
eserciti accompagnò il processo di formazione e unificazione dello stato (Inghilterra
potente marina), erano composti da soldati e da un corpo di ufficiali selezionati,
reclutati, equipaggiati e stipendiati dallo stato. L’esercito era il cuore dello stato
moderno (in Gran Bretagna nel XVIII secolo le spese militari assorbivano il 70% del
bilancio dello stato). Le crescenti spese militari imponevano un cambiamento radicale
nei meccanismi di prelievo fiscale. Il ruolo del funzionario cambia radicalmente: la sua
retribuzione è posta a carico dell’erario, non è più in base a quanto spreme i
contribuenti; in secondo luogo, il suo operato viene sottratto all’arbitrio dei rapporti di
natura personale per essere sottoposto alla regolamentazione di norme astratte che si
applicano indifferentemente a tutti coloro che vivono sul territorio stesso. Le moderne
burocrazie sono un aspetto fondamentale per la formazione dello stato moderno.

Parallelamente al monopolio militare e fiscale si instaura quello monetario. In


epoca premoderna circolavano in Europa una gran quantità di valute poiché ogni
banca o corporazione esercitavano il potere di battere moneta (1606 il parlamento
olandese pubblicò un manuale per cambiavalute: 341 monete d’argento e 505 d’oro),
tutto ciò facilitava le contraffazioni. Lo stato avocò a se il diritto di battere moneta e il
monopolio del conio della moneta diventò una delle sue prerogative. Lo stato
moderno, in campo economico, esercita anche delle attività produttive nel settore
minerario e della produzione di beni di lusso. Lo stato moderno possiede anche il
monopolio della giustizia; non ci si può più far giustizia da se è lo stato che la
garantisce. La vendetta privata cede il potere giudiziario allo stato che distribuisce
ragioni e torti, premi e punizioni.

I poteri di decidere pace e guerra, battere monete, reclutare l’esercito, emanare leggi
vincolanti per tutti e amministrare la giustizia su un delimitato territorio, sono il nucleo
del concetto moderno di sovranità. La prima forma dello stato moderno è quella
dell’assolutismo: il sovrano concentra nella sue mani tutti i poteri e li esercita
“legittimamente” sui suoi “sudditi” secondo il principio dinastico; Weber dice che il
concetto di legittimità riposa sulla “tradizione”. Il concetto di legittimità mostra che
non tutte le forme di potere sono legittime. Vi è potere in ogni situazione dove c’è
qualcuno che comanda e qualcuno che ubbidisce. In caso dell’uso della forza e della
coercizione per esercitare un potere quest’ultimo non sarà legittimo, lo diventa
quando ci ubbidisce lo fa perché ritiene che chi comanda abbia il titolo per farlo. La
tradizione è appunto il fondamento di legittimità del potere esercitato in base al
principio dinastico. Questo fondamento muta con l’avvento di una nuova forma di
stato moderno: lo stato costituzionale o di diritto.

Il concetto di “cittadinanza” e la nascita del moderno stato di diritto

L’ascesa della borghesia, la crescita di un apparato di funzionari pubblici con


competenze tecniche e giuridiche, la diffusione delle idee portate dalla Riforma e dalle
filosofie Illuministiche sono fattori che minano il potere assoluto del sovrano. Le
rivoluzioni del XVII e XVIII secolo vedono l’avvento della concezione dello stato che
vede nell’insieme dei cittadini la fonte della sovranità. L’idea che la popolazione sia
titolare di diritti non è un’idea moderna (democrazia ateniese diritto di cittadinanza
per una parte ristretta della popolazione). Anche nelle città medievali assistiamo alla
rivendicazione di diritti di cittadinanza. I cittadini si armano per conquistare e
difendere la libertà di autogoverno e di regolare i loro rapporti in modo autonomo
rispetto al diritto feudale. Inoltre, nello stato basato sui ceti, abbiamo il
riconoscimento da parte di re e principi dei diritti di autogoverno di diversi “corpi”
(ceti). Il signore era tenuto a convocare periodicamente in assemblea i ceti di una
certa regione e questi erano l’incarnazione politica del “popolo”o del “territorio” o di
entrambi (Poggi). L’avvento dello stato assoluto produce un ridimensionamento dei
diritti dei ceti e proprio in relazione a tali diritti inizia a formarsi il concetto di
cittadinanza.

I diritti di cittadinanza che si affermano con le rivoluzioni (inglese,americana e


francese) hanno dei caratteri nuovi. La cittadinanza diventa prerogativa degli individui
in quanto membri del popolo che è il depositario della sovranità dello stato. Ciò appare
maggiormente negli stati che adottano una forma di governo repubblicana, ma anche
negli stati monarchici il potere del sovrano è regolato e limitato da una costituzione
che accanto al re sancisce il potere del tutto autonomo del parlamento nel quale si
esprime la volontà popolare.

Fondamento del potere autonomo del parlamento è il principio della separazione


dei poteri: ogni società dove non c’è una separazione dei poteri, e quindi garanzia
dei diritti, non ha una costituzione. La costituzione è una “legge suprema” che regola
diritti e doveri di governanti e governati; i primi possono perseguire i loro fini solo nelle
forme e nei limiti della legge. Nasce così l’idea dello stato di diritto, una forma di
organizzazione politica in cui tutti gli organi dello stato, ed ogni loro atto, sono
vincolati al rispetto della legge.

In linea di principio si può dire che mutando il rapporto tra l’individuo e lo stato, muta
il fondamento di legittimità del potere. Anche nello stato di diritto il cittadino è
chiamato ad ubbidire (pagare le tasse), ma lo fa perché, e nella misura in cui, ritiene
che chi gli comanda di fare queste cose ha il titolo per farlo in virtù di leggi con le quali
ha avuto accesso alla posizione di potere che occupa e in virtù del fatto che le sue
azioni avvengono nel rispetto della legge fondamentale. Weber parla di “potere legale
– razionale”.

La cultura della modernità

L’individualismo e il razionalismo sono le correnti culturali più strettamente connesse


alla formazione della società moderna.

L’individualismo

Le due figure importanti per la genesi della società moderna sono: l’imprenditore e il
cittadino. Uno riguarda la sfera economica, l’altro la sfera politica. La comparsa di
queste figure segnale una profonda trasformazione nei modi di concepire il rapporto
dell’uomo con la società; l’individuo e la sua libertà sono posti al vertice della scala e
dei valori sociali. Soltanto con l’avvento della società moderna che il riconoscimento
della libertà di autorealizzazione dell’individuo assurge a valore dominante.

Ciò che inizia ad essere apprezzato nell’essere umano sono le caratteristiche che lo
distinguono, che ne fanno un esemplare unico e irripetibile della specie; in passato il
valore di un essere umano era stabilito in base al suo gruppo di appartenenza (clan,
stirpe, casta), caratteristiche acquisite per nascita che venivano portate con sé tutta la
vita e passavano ai figli. La posizione che una persona occupava nella società (status
sociale) era in modo prevalentemente determinata dalla sua origine e anche se non
mancava mobilità sociale si può dire che gli “status ascritti” prevalessero sugli “status
acquisiti” in base a meriti e capacità.

Le forme individuali di religiosità riguardavano i monaci “virtuosi” chiusi nei loro


conventi. La chiesa si prendeva il diritto di fornire l’unica interpretazione della verità e
si considerava come unico intermediario tra la divinità e i fedeli che sono attraverso
essa avrebbero raggiunto la salvezza eterna. I matrimoni erano spesso “combinati”
senza tenere conto delle preferenze individuali, le quali non contavano nulla e ognuno
non poteva decidere del proprio destino ed esserne responsabile solo davanti alla
propria coscienza. La Riforma protestante, l’avvento del capitalismo e le
trasformazioni rivoluzionarie nella sfera politica sono tutti fattori che convergono ad
esaltare l’indipendenza dell’individuo.

La religiosità individuale prendere il sopravvento su quella di chiesa: la legge divina


parla direttamente alle coscienze. In campo economico si ha il riconoscimento di
disporre della proprietà individuale in modo che sia il mercato a premiare con il
successo individuale chi ha idee migliori. In campo politico si ha il diritto di associarsi,
di esprimere le proprie opinioni e, di partecipare attraverso propri rappresentanti al
controllo e all’esercizio del potere di governo.

I valori di uguaglianza e libertà sono alla base dell’affermazione del valore


dell’individuo. Tutti gli uomini alla nascita hanno uguale dignità e uguali diritti a
prescindere da tutto. Per libertà si intende autonomia e indipendenza nel governare la
proprio esistenza, avendo come unico vincolo il rispetto della libertà altrui. Prima
dell’appartenenza alla società, l’uomo viene al mondo come soggetto titolare di diritti
naturali, cioè attributi della specie umana. L’idea moderna del diritto naturale, e
l’idea, ad esso legata, di contratto sociale, inteso come patto stabilito tra uomini
liberi che consensualmente limitano la propria libertà per dar vita allo stato,
costituiscono i fondamenti filosofico – politici dell’individualismo moderno.

L’individualismo è stato contrastato e alcuni critici hanno coniato il termine dandogli


un significato negativo; è stato criticato uno dei principi dell’individualismo, il
perseguimento del bene individuale portasse alla realizzazione del bene comune. Per
Adam Smith la “mano invisibile” avrebbe trasformato “vizi privati in pubbliche virtù”
(de Mandeville). Per molti conservatori tali parole minavano la fedeltà ai poteri
costituiti della chiesa e dello stato, le uniche istituzioni in grado di interpretare il bene
collettivo e di prescriverne la realizzazione. C’era anche chi vedeva nell’incondizionata
libertà individuale una via favorevole per lo sviluppo della borghesia, generando così
nuove forme di disuguaglianza.

Tutte queste controversie sui valori dell’individualismo attraversano tutta la storia fino
ai giorni nostri.

Il razionalismo

Ha una storia antica nella cultura occidentale, le sue origini sono da rintracciarsi
nell’incontro di due componenti culturali: da un lato le religioni monoteiste (ebraico –
cristiana) hanno segnato il distacco dalla magia, dall’altro lato la cultura filosofico e
giuridica greco – romana che ha posto le basi di una concezione “mondana” della
società e dello stato.

Con l’avvento della società moderna che la ragione diventa un valore sociale
dominante. L’uomo è dotato della facoltà di procedere alla scoperta della verità e di
trovare in se stesso il centro di orientamento del suo agire. Per Weber la ragione è una
“potenza rivoluzionaria” capace di liberare gli uomini dall’errore, dalla superstizione e
dalla sottomissione ai poteri tradizionali della chiesa e dell’aristocrazia. Per gli
illuministi questa è una luce che vince l’oscurantismo che regge il dominio delle
coscienze da parte del vecchio regime.

Le scienze sociali si occupano di razionalizzazione e razionalità, dove per


razionalizzazione si intende un processo storico che investe e trasforma gli
ordinamenti sociali, e per razionalità si intende un attributo specifico dell’azione
umana. Il processo di razionalizzazione è stato l’oggetto principale di studio di
Weber; per lui l’Occidente ha avuto un’evoluzione particolare rispetto alle altre poiché
il processo di razionalizzazione ha investito globalmente i vari sistemi (credenze,
famiglia, politici, economici, artistici). La ragione principale di questo “sviluppo
singolare” risiede per Weber nel fatto che solo in Occidente si è sviluppato un sistema
di credenze che, ponendo la divinità su un piano trascendente rispetto al mondo, ha
consentito di guardare alla realtà naturale e umana come ad una realtà oggettiva,
priva si significati magici e quindi manipolabile senza restrizioni dalla volontà umana.
L’ordine sociale così ha potuto subire un processo di trasformazione verso la
modernità.

La crescente razionalizzazione degli ordinamenti è nello stesso tempo il prodotto della


razionalità dell’azione umana e il contesto entro il quale tale razionalità può
svilupparsi. Come attributo dell’azione umana, la razionalità postula infatti che
l’uomo è un essere dotato della capacità di agire in modo coerente rispetto a valori
che ha liberamente scelto (razionalità rispetto al valore) e di agire nel modo più
efficiente ed efficace per realizzare i fini che si è prefissato (razionalità rispetto allo
scopo). Il postulato della razionalità afferma che l’uomo può agire in maniera
razionale. Il fatto di postulare le potenzialità razionali dell’azione è legato ad una
concezione della natura umana che pone l’accento sulla capacità di compiere delle
scelte e sulla riflessività, vale a dire sulla facoltà tipica dell’essere umano di scindersi
in un soggetto pensante e in un oggetto pensato e quindi anche di tenere sotto
controllo le componenti irrazionali (istintive) della propria personalità.

Il comportamento umano può essere più o meno razionale, così come, gli ordinamenti
possono essere più o meno tradizionali. Tra agire razionale e ordinamenti razionali non
vi è un puro rapporto di corrispondenza. L’agire razionale è possibile anche nell’ambito
di ordinamenti tradizionali, e può essere viceversa. La razionalità degli ordinamenti e
la razionalità dell’azione si collocano in realtà a due diversi livelli di analisi: la prima al
livello della struttura sociale, la seconda al livello dell’azione sociale; il loro rapporto è
uno dei problemi della teoria sociologica.

La concettualizzazione della modernità in alcuni classici della


sociologia

Il problema del “motore” del cambiamento

Nella storia del pensiero sociale si sono succedute varie correnti che hanno attribuito a
determinate sfere la capacità di modificare e sviluppare le altre (politica, economica,
culturale). Le concezioni “materialistiche” evidenziano il ruolo fondamentale delle
trasformazioni nella sfera economica, mentre le concezioni “idealistiche” evidenziano
il ruolo fondamentale delle trasformazioni nel mondo delle idee e della cultura. Per le
prima, il fondamento delle società umane è da ricercarsi nelle strutture economiche, i
rapporti di potere e le norme sociali sarebbero un riflesso o una conseguenza delle
strutture economiche. Per le seconde, sono le idee e i valori che condizionano i
comportamenti umani a produrre le istituzioni (economiche, politiche). Il materialismo
storico di Marx rientra nella prima categoria, mentre le analisi di Weber rientrano nella
seconda.

Il compito della sociologia è, oggigiorno, quello di sviluppare un approccio


multidimensionale e integrato allo studio del mutamento sociale nel quale si rinunci a
privilegiare come determinante una serie di fattori e si punti ad indagare di volta in
volta i vari fattori. Vediamo comunque come la sociologia ai suoi albori ha costruito
strumenti teorici e concettuali per caratterizzare la nascita della società moderna.

Il modello evoluzionistico

Per molti sociologi il “motore” dell’evoluzione sociale è da ricercarsi nell’evoluzione


generale degli organismi viventi. Per Herbert Spencer è una caratteristica dei corpi
sociali, come dei corpi viventi che ogni incremento delle dimensioni comporti un
incremento della struttura, con l’aumento della popolazione aumentano e diventano
più marcate le divisioni. Le società che si adattano meglio al loro ambiente crescono di
dimensioni, sia perché ciò facilita la riproduzione, sia perché sono in grado assimilare e
sottomettere società più deboli. L’aumento delle dimensioni comporta l’esigenza di
differenziare le funzioni e quindi un cambiamento di struttura, cioè di relazione tra
le parti che diventano sempre più dissimili ma fortemente dipendenti tra loro. Tale
interdipendenza risulta dal rapporto organico tra le parti e il tutto; in ogni società
differenziata ogni parte contribuisce al buono o al cattivo funzionamento generale. Il
modello evoluzionistico prepara il terreno per le teorie funzionalisti che.

I modelli dicotomici

Per i padri fondatori della sociologia, la causa capace di spiegare il mutamento sociale
non è sempre stata al centro delle loro preoccupazioni. Il loro intento si è rivolto alla
descrizione del cambiamento nel fare ciò hanno sviluppato modelli “dicotomici”, dei
modelli che isolano alcune caratteristiche essenziali e analizzano come si configurano
nelle società premoderne e in quelle moderne.

Il primo modello dicotomico è stato sviluppato da Henry Sumner Maine nell’opera


Ancient Law, al centro della sua attenzioni ci sono le leggi che regolano i rapporti tra
gli uomini. Esse si possono classificare in due categorie: lo status e il contratto. Le
prime hanno origine dalla famiglia in cui i rapporti sono regolati da diritti e doveri
reciproci che dipendono dallo status che i vari membri occupano indipendentemente
dalla loro volontà. Alla seconda categoria appartengono le leggi che regolano i rapporti
che nascono dal libero accordo tra gli individui, le obbligazioni che gli individui
assumono quando stipulano un contratto. Per Maine quest’ultimo rapporto, nelle
società moderne, tende a sostituire il primo.

Nel 1893 Durkheim pubblica La divisione del lavoro sociale un classico della
letteratura sociologica. Lui si domanda come mai da un lato l’individuo diventa sempre
più autonomo, dall’altro tende a dipendere sempre più dal resto della società. Lo
sviluppo dell’individualismo non indebolisce i legami sociali (solidarietà sociale), li
trasforma. Nelle società premoderne gli individui tendono a stare insieme perché sono
tutti simili e tutti ugualmente sottoposti all’unità di grado superiore, non c’è spazio per
le differenze. La solidarietà tra le varie unità è puramente meccanica; essa è
evidenziata dal prevalere, nei sistemi giuridici che regolano tali società, delle sanzioni
repressive che punisco in maniera esemplare chi viola una norma.

Nelle società moderne, dove prevale la divisione del lavoro, la solidarietà sociale si
fonda sulla differenza, gli individui formano “società” perché tutti dipendono dagli altri.
Nei sistemi giuridici prevalgono le norme che regolano i contratti (diritto civile), la
violazione di tali norme comporta sanzioni restitutive che ristabiliscono l’equilibrio
turbato dalla violazione. La coesione sociale che ne deriva viene chiamata solidarietà
organica.

Nella concettualizzazione di Durkheim si trovano molti elementi visti in Spencer e


Maine: la divisione del lavoro corrisponde al processo di differenziazione e l’uso del
termine “organico”, per la solidarietà moderna, corrisponde all’analogia organicistica
di Spencer, e tutti sottolineano l’importante dei rapporti di natura contrattuale. Oltre a
Durkheim anche Weber e Simmel colgono il nesso tra individualizzazione e
differenziazione: concordano che solo società altamente differenziate e complesse
(moderne) , garantiscono all’individuo un’opportunità di sviluppo autonomo e tale
processo a condotto all’emancipazione dell’individuo dai vincoli sociali imposti dalla
tradizione.

Ad esiti non dissimili, ma in una prospettiva diversa, giunge anche Ferdinand


Tonnies, per lui i significati “organico” e “meccanico” hanno un significato opposto
rispetto a quello che hanno per Durkheim. Organica è la comunità, le cui forme
embrionali emergono in seno alla famiglia per estendersi a rapporti vicinato e amicizia
(rapporto madre e bambino). I vincoli di sangue (famiglia), di luogo (vicinato) e di
spirito (amicizia) costituiscono delle totalità organiche: le comunità, gli uomini sono
legati tra loro in maniera permanente da fattori che li rendono simili. All’interno della
comunità infatti i rapporti non sono segmentati in ruoli specializzati, ma comportano
che i membri siano presenti con la totalità del loro essere.

Nulla di tutto ciò avviene nell’ambito della società, dove gli individui vivono separati in
un rapporto di tensione e ogni entrata nella vita privata viene concepito come un atto
ostile di intrusione. Il rapporto societario tipico è il rapporto di scambio, esso avviene
perché ognuno ritiene di ricevere qualcosa che un valore maggiore rispetto a quello
che cede. Il rapporto di scambio mette in relazione gli individui solo per quello che
riguarda le loro prestazioni; chi vende è interessato solo che il compratore abbia la
capacità di pagare il prezzo stabilito. La società è quindi una costruzione artificiale e
convenzionale, formata da individui separati, ognuno dei quali persegue il proprio
interesse, ed essa entra in gioco solo come garante che le obbligazioni contratte
vengano rispettate. Nella società tutti i rapporti vengono a improntarsi al modello dei
rapporti di scambio di mercato: nulla viene fatto per nulla.

Per Tonnies l’avvento della modernità e inarrestabile e, tuttavia, rappresenta una


perdita rispetto ai valori autentici di solidarietà che si hanno nella comunità. L’aspetto
ideologico è secondario, è importante il fatto che gli aspetti analitici della sua
dicotomia comunità/società è stata ripresa nelle elaborazioni teoriche recenti.

Il modello delle “pattern variables”

Un modello dicotomico che richiama la coppia concettuale comunità/società è quello


formulato da Talcott Parsons, uno dei massimi teorici della disciplina ed esponente
dello struttural – funzionalismo. Secondo Parsons per spiegare le società moderne
bisogna tener conto dei fattori di ordine culturale e, in particolare, degli orientamenti
di valore e normativi che si sono in esse affermati nel corso del tempo. Per cogliere i
tratti di questi orientamenti, egli ha elaborato uno schema concettuale formato da
cinque coppie di termini. Questo schema, detto delle pattern variables (variabili
modello) si integra in un impianto teorico troppo complesso da spiegare, ma al di fuori
di esso mette in luce le dimensioni culturali del processo di formazione della società
moderna.

Affettività Neutralità affettiva


Orientamento all’interesse privato Orientamento all’interesse collettivo
Particolarismo Universalismo
Specificità Diffusione
ascrizione Acquisizione

1) Affettività – neutralità affettiva. Nella modernità vi sono valori e norme sociali che
regolano le manifestazioni di affetto e l’espressione delle emozioni. Nella vita pubblica,
ad esempio, viene mal considerato chi lascia trapelare i proprie sentimenti e le proprie
emozioni facilmente; l’espressione di affettività (positiva o negativa) è confinata nella
vita privata, dove ci sono rapporti più intimi. La società moderna distingue nettamente
dove è consentito o no esprimere affettività.

2) Orientamento all’interesse privato – orientamento all’interesse collettivo. La società


moderna opera una netta distinzione tra situazioni dove ci si aspetta che ognuno
persegua i propri fini (transazioni di mercato) e dove l’interesse individuale passi in
secondo piano (Es: il medico privato si deve interessare prima di tutto al nostro
benessere piuttosto che a quanto lo dobbiamo pagare).

3) Particolarismo – universalismo. Questa coppia fa rifermento alle situazioni in cui gli


individui condividono con tutti gli altri determinate caratteristiche (caratteri generici o
universalistici) e situazioni nelle quali contano le caratteristiche individuali (caratteri
specifici o particolaristici). Nello stato democratico, ad esempio, tutti i cittadini godono
degli stessi diritti politici.

4) Specificità – diffusione. Nelle società moderne gli individui sono coinvolti solo per
alcuni aspetti della loro personalità. Gli individui agiscono nell’ambito di ruoli che
definiscono confini precisi tra ciò che è ammesso o non ammesso nell’esercizio di un
particolare ruolo. I confini di ruolo definiscono cioè un contenuto “specifico”. I ruoli
familiari o amicali hanno un contenuto assai più “diffuso”.

5) Ascrizione – acquisizione. Nelle società moderne contano le qualità acquisite, le


capacità, cioè tutto ciò che dipende dall’impegno personale e dai meriti acquisiti,
mentre contano meno le qualità attribuite alla nascita (sesso, razza, gruppo etnico,
gruppo religioso). Questa distinzione coincide con quella si status ascritti e status
acquisiti; la componente individualistica della cultura moderna valorizza il “fare”
piuttosto che “l’essere”.

Queste cinque coppie mettono in evidenza tratti ai quali la cultura moderna assegna
un valore “morale”: ciò che è “bene”. Ciò non vuol dire che questi orientamenti morali
trovino nelle società moderne piena realizzazione. Più che descrivere caratteristiche
della società moderna, le “variabili modello” indicano piuttosto tendenze valoriali di
fondo che sono presenti in queste società.

La trama del tessuto sociale


Forme elementari di interazione
Premessa

In sociologia è stata sviluppata una specie di grammatica degli elementi primari del
tessuto sociale, delle loro proprietà e relazioni, e del modo in cui questa si combinano
in strutture più complesse. Possibile è individuare forme e proprietà elementari delle
relazioni sociali, che valgono a prescindere dal contenuto concreto di queste. Si
individuano per esempio proprietà formali dei gruppi di tre persone che valgono
indipendentemente dal fatto che si tratti di padre, madre e figlio oppure di tre
commercianti che trattano un affare. Allo stesso modo le organizzazioni hanno
caratteri essenziali e modi tipi di funzionare.

Tali proprietà però non spiegano un determinata relazione in famiglia o la stipulazione


di un certo contratto. Resta il fatto che l’individualizzazione delle proprietà formali
fornisce le categorie elementari con le quali organizzare l’analisi sociologica, ma
consente anche la comprensione di aspetti significativi della società, spesso trascurati
perché considerati ovvi o superficiali, mentre sono sue componenti profonde. Gli
elementi sociali che studieremo e le loro proprietà costituiscono la trama del tessuto
sociale.

Azione, relazione, interazione sociale

L’azione sociale è un concetto di base della sociologia, gli individui si influenzano


reciprocamente. Per Weber per azione sociale < si deve intendere un agire riferito,
secondo il suo senso, intenzionato dell’agente o degli agenti, al comportamento di altri
individui, e orientato nel suo corso in base a questo >. Per agire si deve intendere un
fare, ma anche un tralasciare o un subire. Importante è il riferimento al senso, vale a
dire al significato intenzionale che l’attore dà al proprio comportamento.

Con riferimento al senso Weber sviluppa una tipologia dell’azione sociale. Possiamo
distinguere:
1) azioni razionali rispetto allo scopo, se chi agisce valuta razionalmente i mezzi
rispetto agli scopi che si propone, considera gli scopi in rapporto alle conseguenze che
potrebbero derivarne, paragona i diversi scopi possibili e i loro rapporti;

2) azioni razionali rispetto al valore, se chi agisce compie ciò che ritiene gli sia
comandato dal dovere, costi quel che costi; questo è un agire razionale, perché
implica una scelta consapevole e una valutazione se il comportamento sia congruente
con il valore che si intende testimoniare;

3) azioni determinate affettivamente, se si tratta di pure manifestazioni dello stato del


sentire (gioia, vendetta); queste azioni hanno senso per se stesse, senza riferimento
alle conseguenze prevedibili, tuttavia non c’è riferimento consapevole all’affermazione
di un valore, trattandosi dell’espressione di un “bisogno” interno;

4) azioni tradizionali, se sono semplice espressione di abitudini acquisite,


comportamenti che si ripetono senza interrogarsi su possibilità alternative e sul loro
vero valore, o se non ci sarebbero altri modi per raggiungere gli stessi risultati; le
azioni determinate affettivamente e quelle tradizionali sono al limite fra le vere e
proprie azioni sociali, consapevolmente orientate da un senso ad esse dato dagli
attori, e i comportamenti reattivi, cioè risposte automatiche e inconsapevoli a stimoli
esterni.

Per descrivere normalmente un’azione bisognerà far riferimento alla combinazione di


categorie diverse. La tipologia dei comportamenti non li spiega. Però è uno strumento
utile per impostare problemi di analisi. Classificare comportamenti concreti secondo
tipi, riflettendo sulle argomentazioni che portiamo a sostegno della nostra scelta, è un
ottimo esercizio di immaginazione sociologica, fonte di ipotesi interpretative, i quali
sono utili quando si confrontano azioni in contesti culturali diversi, dove ci può essere
l’utilizzazione della coppia azione razionale rispetto allo scopo e azione tradizionale. A
volte noi diciamo che un’azione che non capiamo è tradizionale, anche se invece è un
azione razionale rispetto allo scopo perché gli attori che la compiono decidono in base
alle risorse a disposizione e ai vincoli.

Possiamo dire che è sempre meglio considerare in primo luogo un azione come
razionale e poi semmai considerarla in altro modo, quindi l’uomo si comporta sempre
in maniera razionale sino a prova contraria, e la razionalità varia in base alla
situazione in cui si trovano gli individui. Infine, se bisogna tener conto del “senso” dato
dagli attori all’azione, ne deriva che la situazione alla quale fare riferimento per
classificarla è quella che gli attori definiscono, data la conoscenza che ne hanno e il
punto di vista che ne adottano.

La definizione della situazione da parte degli attori è espressa in sociologia, dal


teorema di Thomas: < una situazione definita dagli attori come reale, diventa reale
nelle sue conseguenze >. Uno sviluppo del teorema di Thomas è il concetto di profezia
che si auto adempie di Merton.

Se l’azione è contemporaneamente su due o più attori si individuano altre unità


elementari dell’analisi sociologica: la relazione e l’interazione sociale. Due o più
individui che orientano reciprocamente le loro azioni stabiliscono una relazione
sociale. Le relazioni sociali possono essere stabili e profonde (genitori, figli), ma anche
transitorie e superficiali (conoscenti). Le relazioni sono spesso cooperative, nel senso
di essere orientate a raggiungere fini considerati in certa misura comuni o compatibili,
mosse da sentimenti amichevoli; possono essere anche di conflitto, che riguardano
azioni orientate dal proposito di affermare la propria volontà contro la volontà di altri e
si può giungere all’annientamento dell’avversario (due eserciti che si combattono).

L’interazione sociale è il processo secondo il quale due o più persone in relazione fra
loro agiscono reagendo alle azioni degli altri. Con l’interazione si realizza, si riproduce
e cambia nel tempo il contenuto di una relazione. Si può dire che la relazione è la base
dell’interazione. I processi di interazione sono gli elementi base per la definizione dei
gruppi.

I gruppi sociali e le loro proprietà

Gruppo sociale è un insieme di persone fra loro in interazione con continuità secondo
schemi relativamente stabili, le quali si definiscono membri del gruppo e sono definite
come tali da altri (Merton). Tuttavia lo schema dell’interazione su basi di relazioni
cooperative, in un gruppo ci sono contrasti e divergenze di opinioni, altrimenti una
relazione conflittuale non dà luogo a un gruppo. Non sono gruppi le categorie sociali
(giovani, immigrati) e neppure le classi sociali (borghesi, operai). L’appartenenza a
una categoria o classe può essere la base per la formazione di gruppi di vario genere.
Indipendentemente agli scopi che i gruppi si pongono e dell’ambito istituzionale nel
quale hanno le loro radici, possiamo trovare delle proprietà che riguardano
l’interazione relativamente stabile e continuativa di due o più persone. Studiare
un’azienda o un partito sulla base di proprietà formali dei gruppi non esaurisce tutti gli
aspetti rilevanti dal punto di vista sociologico.

Proprietà relative alla dimensione

Le differenze sono così marcate che alcuni riservano il termine “gruppo” solo ai piccoli
insiemi, anche se non è possibile fissare con precisione la dimensione del confine. La
base della differenza si trova nel fatto che l’interazione può essere diretta
(famiglia), oppure in parte diretta e in parte indiretta (azienda: diretta con i colleghi,
indiretta con la direzione).

La ragione per cui la differenza fra interazione diretta e indiretta è sociologicamente


rilevante sembra collegata al modo in cui nei due casi gli attori comunicano tra loro. La
presenza fisica consente la percezione diretta dell’altro, permettendo di usare un
insieme ricco ed elastico di strumenti; le informazioni sono scambiate a grande
velocità e il discorso può essere adattato a seconda delle reazioni dell’interlocutore,
cercando con duttilità vie d’accordo. Con la crescita del gruppo diminuisce la
possibilità di questa comunicazione, aumentano gli ordini scritti che sono più precisi,
ma anche più freddi e rigidi. Il telefono consente l’interazione diretta a distanza, ma è
a metà strada. L’interazione faccia a faccia è dunque un campo di sperimentazione
sociale, e proprio in virtù dei caratteri indicati è in grado di produrre spesso nei piccoli
gruppi solidarietà spontanea.
Si possono trovare proprietà di gruppi di dimensioni determinate; è il caso delle diadi e
delle triadi studiate da Simmel. Un gruppo di due persone, una diade, nel caso un
membro decide di uscire dalla relazione il gruppo scompare. Non si forma una
collettività impersonale, non si possono scaricare doveri e responsabilità dietro il
gruppo. La fragilità strutturale di cui si è detto e la forte personalizzazione giocano in
direzione di un forte coinvolgimento psicologico e affettivo nella relazione e di norme
culturali rigide che in una società proteggono tipici rapporti a due (amore e amicizia).

Le triadi producono le seguenti forme tipiche di interazione. La configurazione detta


del mediatore si ha quando un terzo non direttamente coinvolto in una disputa (anche
normale divergenza di opinioni), dialogando separatamente, in condizioni meno
cariche di emotività e con argomenti più razionali, è in grado di convincere gli altri a
un accordo. Nello schema del tertius gaudens, il terzo approfitta per i propri scopi di
una divergenza fra gli altri, secondo due schemi: due in conflitto cercano l’alleanza del
terzo, oppure due cercano di ottenere il favore del terzo entrando in competizione fra
loro (due venditori abbassano il prezzo per conquistare un cliente). La massima divide
et impera, serve a definire un’ultima configurazione, che è una variante della
precedente, si ha quando un terzo fa sorgere o alimenta un discordia a proprio
vantaggio.

Lo studio sperimentale dei piccoli gruppi di dimensione (<3) ha messo in luce altre
proprietà. In generale i gruppi con numero pari di componenti mostrano maggiore
tasso di disaccordo, e ciò probabilmente in conseguenza della possibilità del formarsi
di due sottogruppi di uguali dimensione. Nei gruppi di cinque persone si registra il
massimo di soddisfazione dei membri, questo è dovuto che un numero superiore di
membri aumenti troppo le dimensioni di un gruppo e anche dal fatto che il formarsi di
due sottogruppi, uno di tre e uno di due, non lasci chi è in minoranza da solo, cosa che
capita in gruppi di tre.

Proprietà relative ai confini

I criteri di appartenenza a un gruppo possono essere più o meno chiari e definiti. I


gruppi formali prevedono regole e requisiti, sulle procedure per l’ammissione e sui
comportamenti da tenere per continuare a far parte del gruppo (imprese). Questi
criteri sono taciti nei gruppi informali (amici). La frequenza dell’interazione, la
definizione di appartenenza da parte dei membri e la definizione da parte di altri
possono coincidere o non coincidere, a seconda dei casi. A questo riguardo, si
riscontra una singolare proprietà dei gruppi informali per cui confini non ben definiti
sono spesso una condizione importante della loro stabilità; per un certo periodo, alcuni
possono non frequentare il gruppo, avendo perso interesse alla partecipazione, ma se
non vengono formalmente espulsi è possibile una facile ripresa della partecipazione in
circostanze mutate. Più in generale, va notato che la definizione dei confini di un
gruppo è sempre relativa alla situazione.

Un carattere importante del gruppo è il suo grado di completezza. Questa si


riferisce al rapporto fra membri che fanno effettivamente parte del gruppo e persone
che hanno i requisiti richiesti per l’appartenenza. Si può dire che, a parità di altre
condizioni, un grado crescente di completezza tende ad aumentare la capacità di
influenza sociale del gruppo.
La definizione di un gruppo definisce anche categorie diverse di non appartenenti.
Merton ha proposto una tipologia di non membri, costruita in riferimento al possesso o
meno dei requisiti di appartenenza e a diversi atteggiamenti nei confronti
dell’appartenenza al gruppo. Chi studia un’associazione culturale deve considerare le
difficoltà, le reazioni e le risorse che questa trova nell’ambiente sociale. Le proprietà
formali dei diversi tipi lo potrebbero poi guidare nella formulazione delle sue ipotesi.
Tuttavia bisogna diffidare delle “categorie residue”,vale a dire dei concetti che sono
espressi semplicemente per differenza (non membri); i concetti per essere
analiticamente utili e per non nascondere aspetti della realtà, vanno sempre costruiti
in positivo.

Per i candidati all’appartenenza, il gruppo costituisce un gruppo idi riferimento: ne


condividono fini e sanno di poter accettare le regole. Anche per gli uomini marginali il
gruppo è un gruppo di riferimento, si sono staccati da un gruppo perché non ne
condividono più le caratteristiche, senza che esistano le condizioni perché avvengano
ammessi in un altro gruppo: gli sbandati. I membri potenziali sono quelli a cui il gruppo
deve rivolgere la propria propaganda se desidera aumentare la propria completezza,
mentre i non membri neutrali sono l’insieme di chi è solo sullo sfondo sociale di un
gruppo. Il non membro autonomo è pericoloso perché impedisce la completezza di un
gruppo, egli pur potendo far parte di un gruppo rifiuta la partecipazione. Tanto nel suo
caso, quanto in quello del non membro antagonista, il rifiuto motivato del gruppo è
anche l’espressione di norme e valori contrari.

La non appartenenza può anche essere vista in una prospettiva temporale. In tal caso
si distinguono gli ex membri e i non membri che sono sempre stati tali. La rottura dei
legami preesistenti comporta per i primi, e non per i secondi, il rifiuto piuttosto che
l’indifferenza rispetto al gruppo. A ciò è collegato un atteggiamento di ostilità da parte
di chi è membro di un gruppo nei confronti dell’ex membro e viceversa.

Proprietà strutturali

Forme durevoli di interazione, che definiscono un gruppo, sono possibili quando il


comportamento delle persone è in certa misura reciprocamente prevedibile e attesto.
Il termine ruolo è usato per indicare l’insieme dei comportamenti che in un gruppo ci
si aspetta da una persona che del gruppo fa parte. Il contenuto di questi ruoli cambia
da cultura a cultura, da un’epoca all’altra, ma resta il fatto che ad esempio nella
famiglia è individuabile un insieme di ruoli tipici. Un altro modo per dire che i ruoli
sono comportamenti attesi, è che esistono norme di comportamento che valgono per i
membri del gruppo e che regolano i loro rapporti. Le norme che valgono in un gruppo
devono essere viste in rapporto alle norme generali che orientano e regolano la
società.

Rilevare un insieme di ruoli differenziati, relativamente stabili e fra loro collegati, è il


modo più semplice di descrivere la struttura di un gruppo. Un gruppo grande spesso è
a elevata differenziazione dei ruoli, dipende però anche dalla densità sociale, vale a
dire dalla concentrazione spaziale delle persone e dal volume delle loro interazioni: più
dimensione e densità sociale e più differenziazione dei ruoli. Durkheim ha utilizzato
questo punto di vista per lo studio delle società nel loro complesso, distinguendo tra
società segmentali (individui con ruoli simili) e società a divisione del lavoro (moderne
società industriali).
Si distinguono due tipi di contenuti all’interno dei ruoli: specifico (operaio di catena) è
un ruolo che riguarda un insieme di comportamenti limitato e precisato; diffuso
(madre) un ruolo in cui i comportamenti attesi sono un insieme più ampio e meno
definito.

Un individuo ha diversi ruoli. Se consideriamo i gruppi in relazione a questo fatto,


possiamo distinguerli a seconda che impegnino il comportamento di tutti o quasi i ruoli
di un individuo, o che riguardino alcuni o anche solo uno dei loro ruoli. I primi sono
detti gruppi totalitari (istituzioni totali, carcere),i secondi segmentali (scuola).

Con riferimento ai ruoli, vale dire ai comportamenti attesi, si possono definire diversi
caratteri tipici delle relazioni interne a un gruppo. Una distinzione è quella tra gruppi
primari e secondari. I gruppi prima sono di piccole dimensioni, a ruoli diffusi, con
contenuti affettivi e molto personalizzati (famiglia). I caratteri dei gruppi secondari
sono opposti: più grandi dimensioni, ruoli specifici, relazioni più fredde e
spersonalizzate (azienda), la persona tende ad essere ridotta al suo ruolo.

Un’altra tipologia dei gruppi si sovrappone in parte a quella precedente, ma è distinta


perché si riferisce all’alternativa se il gruppo sia basto su uno statuto o regolamento
esplicito in vista di certi scopi, oppure se si sia formato in modo spontaneo e senza
regole precise di funzionamento. Nel primo caso si parla di gruppi formali, nel
secondo di gruppi informali.

Il ruolo è uno schema di comportamento, che si impara e poi si tende a seguire. Il


principio fondamentale per l’analisi dei gruppi: i ruoli sono schemi per l’interazione,
ma il contenuto di un’interazione non può mai essere completamente compreso nella
definizione dei ruoli. Un ruolo è sempre interpretato da chi agisce, e la sua stessa
definizione può cambiare in seguito all’interazione. In un gruppo gli individui
interagiscono interpretando ruoli, in vista di loro progetti o fini, più o meno simili a
quelli degli altri. Deriva poi dallo stesso principio che qualsiasi regolamento che
preveda in modo formale un sistema di ruoli lascia spazio a comportamenti informali,
con la conseguenza che dentro gruppi formali se ne formino di informali.

Potere e conflitto

Il potere è una specie di energia sociale, di cui un attore dispone nel condizionare
l’azione di un altro. Si tratta di un fenomeno di relazione.

Per Weber il potere è la possibilità di trovare obbedienza a un comando che abbia un


determinato contenuto. A ogni rapporto di potere corrisponde anche un interesse
all’obbedienza da parte del più debole, non fosse altro perché comportarsi in modo
diverso sarebbe troppo costoso. Usare anche questo punto di vista ci permette di tener
conto delle reazioni e delle strategia del soggetto più debole. All’espressione di un
potere anche forte corrisponde una capacità più o meno grande di condizionare gli
obbiettivi, le modalità e le conseguenze.

Inteso nei termini specifici della definizione precedente, il potere si distingue da una
più generale possibilità di condizionare il comportamento di altri, anche senza azioni
dirette o comandi. In questi casi Weber usava il termine Macht, potenza, ma nel
linguaggio sociologico si usa il termine potere in senso diverso dal precedente: così, si
dice per esempio che chi detiene i mezzi di produzione ha potere nei confronti dei
lavoratori.

Un tipo particolare di potere è il “potere legittimo” o “autorità” (Weber). L’autorità


riguarda relazioni nelle quali sono previsti diritti di dare ordini e doveri di ubbidire,
considerati legittimi da entrambi gli attori. Possiamo osservare che la legittimazione
del potere è un modo di incanalare l’energia per i bisogni del funzionamento della
società. Autorità è prevista sia in gruppi secondari (capoufficio autorità specifica su un
impiegato) che in quelli primari (genitori autorità diffusa su un figlio). Gli attori di una
relazione possono andare al di là degli ambiti della legittimazione. I soggetti possono
poi anche cercare di cambiare i criteri della legittimazione, l’energia si libera e si
aprono conflitti. Al di là di questi casi, si riscontra una nuova proprietà formale dei
gruppi: per quanto siano previste regole precise e puntuali, non è mai possibile una
relazione completamente regolata e controllata in termini di autorità. Ne deriva: se
ogni regola di autorità lascia margini di incertezza, si apre un campo di conflitti,
adattamenti e contraddizioni fra i soggetti, che sono parte normale dell’interazione
all’interno di ogni gruppo.

Ricordiamo che il conflitto riguarda azioni orientate dal proposito di affermare la


propria volontà contro la volontà e la resistenza di altri; possiamo aggiungere: sia che
tali azioni si svolgano nell’interazione all’interno di una relazione sociale stabile, sia
che nascano come relazioni di conflitto. Per quanto riguarda i gruppi, non solo il
conflitto all’interno è quasi normale, legato alla cooperazione, ma un certo grado di
conflitto interno e con altri gruppi può essere considerato essenziale per la loro
formazione e persistenza. Il conflitto può distruggere una relazione sociale o un
gruppo. Simmel ha sviluppato maggiormente questi aspetti dell’interazione sociale per
poi essere ripreso da Coser . Vediamo le più importanti proprietà formali del conflitto.

- Il conflitto contribuisce a stabilire e mantenere i confini del gruppo. Attraverso il


conflitto i soggetti di un gruppo acquistano o conservano la consapevolezza
della loro identità o particolarità, mentre in assenza di conflitto potrebbe non
verificarsi (situazioni di conflitto in relazioni tra gruppi politici). Alla proprietà in
questione si riferisce il concetto di in – group, ovvero gruppo di appartenenza,
caratterizzato da coesione interna e ostilità nei confronti di altri gruppi, cioè out
– group.

- I gruppi che richiedono un impegno totale della personalità sono capaci di


limitare i conflitti, ma se questi esplodono, tendono a essere di particolare
intensità e anche distruttivi delle relazioni di gruppo. Relazioni del genere si
trovano nei gruppi primari (diadi o famiglie). L’investimento affettivo è la forza
in grado di controllare le possibilità di conflitto. Se però questo si innesca, mette
in gioco investimenti della personalità e tocca una pluralità di contenuti,
essendo i ruoli di tipo diffuso. Così le liti in famiglia possono condurre a rancori
implacabili. Bisogna fare un precisazione riguardo ai conflitti, distinguendoli tra
quelli che mettono in questione il patto fondamentale che è alla base del
rapporto, e quelli che non riguardano tali aspetti.

- Il conflitto con altri gruppi normalmente aumenta la coesione interna. Il nemico


alle porte fa dimenticare i dissidi interni, e favorisce lo spirito di collaborazione e
quello di sacrificio in nome del gruppo; ma se prima del conflitto c’era scarsa
solidarietà all’interno del gruppo esso finirà per dissolversi al momento dello
scontro. Un gruppo in continua lotta con altri non può sopportare deviazioni
dall’unità, per tanto sarà intollerante con i membri interni. Ciò può comportare
che diventi totalitario. La proprietà esaminata vale anche nella circostanza in
cui, per ottenere coesione, il nemico sia inventato. Caso è quello del capro
espiatorio, che si può trovare sia all’interno che all’esterno di un gruppo. Capro
espiatorio è un membro del gruppo a cui si dà sempre la colpa se qualcosa non
funziona per in modo che altri non litighino; le minoranze etniche lo sono state
per le società che le ospitavano, subendo feroci repressioni. Può accadere che
un gruppo che abbia sconfitto un nemico ne inventi un altro per sopravvivere.

- Il conflitto può generare nuovi tipi di interazione fra gli antagonisti. Spesso il
conflitto è il modo in cui due persone o due gruppi entrano in contatto. Le
restrizioni che via via essi si impongono nell’interazione, per controllare gli esiti
più dirompenti del conflitto (anche le guerre hanno regole), possono essere una
base per lo sviluppo di regole e di rapporti più cooperativi. Se un gruppo non
reprime e invece tollera i conflitti al suo interno, prevedendo regole e procedure
per la loro espressione, allora è probabile che i conflitti diano luogo a progressivi
adattamenti della sua struttura, assicurandone le persistenza attraverso una
continua modificazione delle forme di interazione. Gruppi a struttura rigida
possono sopravvivere reprimendo i conflitti; quando però esplodono in maniera
violenta è possibile che il gruppo si disgreghi essendo incapace di adattarsi.

Il comportamento collettivo

Si distingue dal gruppo il comportamento collettivo. Questo termine si riferisce a un


insieme di individui sottoposti a uno stesso stimolo, che reagiscono e interagiscono fra
loro in situazioni senza sicuro riferimento di ruoli definiti e stabilizzati (sommosse,
moda nel vestire, reazioni collettive a disastri).

Noi considereremo qui tre tipi fra i più importanti di comportamento collettivo, che
servono a esemplificarne bene la grande varietà: il panico, la folla e il pubblico. Panico
è una reazione collettiva spontanea, che si manifesta con la fuga o l’immobilità, di
fronte al rischio di subire gravi danni da un evento in corso o annunciato come
immediato. La sensazione di pericolo immediato si associa alla percezione che ci sono
poche vie d’uscita e che queste si stanno chiudendo, in una situazione in cui mancano
informazioni precise su come le cose si evolvano. Si innescano allora comportamenti
irrazionali e asociali (usare la violenza per farsi strada), il tutto rafforzato nel vedere
reazioni simili da parte di altri. L’individuo tende a reagire guardando solo se stesso e
vedendo gli altri come avversari. Il pericolo può anche essere reale (naufragio) o
immaginario (americani coglioni 1940!).

Folla è un insieme di persone riunite in un luogo, che reagiscono a uno stimolo


sviluppando umori e atteggiamenti comuni, ai quali possono seguire forme di azione
collettiva. Per Le Bon il carattere della folla è irrazionale nei comportamenti che sono
violenti e tutto questo si innesca in modo contagioso. La folla può comunque
esprimere anche atteggiamenti pacifici e gioiosi. La ricerca ha mostrato che la folla ha
una componente razionale e uno non controllata razionalmente nella creazione dei
suoi comportamenti. Mentre il panico esprime orientamenti individualistici, essendo la
negazione di relazioni sociali, la folla esprime atteggiamenti e comportamenti
solidaristici. A questo riguardo, si distinguono la folla espressiva e la folla attiva. La
prima è lo sfogo di tensioni sociali e psicologiche con comportamenti inconsueti (balli,
canti, sbornie). Nella seconda, l’attenzione e i sentimenti degli individui sono invece
orientati all’esterno, su persone o cose definite, che diventano l’obiettivo di azioni in
genere conflittuali e a volte violente (l’azione dimostrativa contro un gruppo di
immigrati di colore).

Un pubblico è un insieme di persone che si confrontano con uno stesso problema,


hanno opinioni diverse su come affrontarlo e discutono fra loro a questo riguardo. Il
pubblico esprime più opinioni e atteggiamenti. Un pubblico forma delle opinioni e non
dà luogo ad azioni collettive. Nella folla le persone si rafforzano in un atteggiamento
ricevendo in risposta dagli altri lo stesso stimolo che loro avevano manifestato: questo
processo è chiamato reazione circolare, nel pubblico, un messaggio riceve una
risposta con contenuto diverso, attivando un’interazione che può modificare
atteggiamenti e convinzioni di partenza; questo processo è chiamato interazione
interpretativa. Il numero di posizioni sembra essere inversamente proporzionale
all’intensità e all’urgenza con cui il problema è sentito: un problema urgente polarizza
due opinioni. La folla così può essere vista come caso limite di pubblico. I pubblici si
formano in società dove è normale che chi governa o decide debba essere orientato
dall’opinione pubblica; nelle società totalitarie il pubblico è sostituito dalla folla.

Come mostrano gli esempi, nel comportamento collettivo ritroviamo, una certa
sospensione dei normali orientamenti e comportamenti, una maggiore fluidità nei
rapporti fra le persone, più spontaneità e un maggiore coinvolgimento emotivo
rispetto al solito. In genere si tratta di situazioni in cui è un evento a rendere confusa o
fluida la situazione e far venire meno aspettative definite di comportamento. Ne deriva
che la precedente personalità sociale dell’individuo, che è costituita dall’insieme dei
suoi ruoli, tende a essere sospesa o messa in questione. Da ciò derivano i caratteri
disordinati, imprevedibili, spontanei ma anche imitativi, in certi casi irrazionali che
riscontriamo con chiarezza in molte manifestazioni di comportamento collettivo.

Il fatto è che la definizione del comportamento collettivo si dà ancora in gran parte in


negativo, e dunque ci sono al suo interno più cose differenti di quanto una sola
interpretazione teorica possa comprendere. In ogni caso, lo sviluppo della ricerca è
andato nel senso di riconoscere maggiormente nei diversi tipi di comportamento
collettivo ciò che già emergeva dal confronto che abbiamo fatto: ad esempio la
sopravvivenza in situazioni estreme di orientamenti che derivano da precedenti
aspettative di ruolo. Sempre in questa prospettiva, è stata prestata maggiore
attenzione alle specifiche condizioni sociali che condizionano la formazione e la
direzione di sviluppo del comportamento collettivo, mentre è diminuito l’interesse agli
aspetti psicologici dell’individuo.

In certe situazioni un insieme di persone può percepire come ingiusta la propria


normale condizione sociale. Anche questa percezione può innescare un
comportamento collettivo. Quando questo si orienta verso la creazione di nuove regole
da far valere nella società prende forma un movimento sociale.

La microsociologia
In questo capitolo abbiamo introdotto alcune categorie di base dell’analisi sociologica,
a partire dal concetto di azione sociale. Così facendo abbiamo considerato che la
società è fatta in ultima analisi di individui, che può essere vista come il prodotto di
molte interazioni. Guardare alle azioni e interazioni dirette delle persone è come
osservare la società al microscopio. Che cosa si vede? Risponderemo con tre esempi di
temi e ambiti di ricerca micro sociologica.

Le reti

La network analysis (network: rete) è un campo di ricerca che considera con


apposite tecniche e in riferimento a proprietà via via messa in luce, le reti di relazioni
fra persone. Una ricerca americana ha mostrato un fatto sorprendente: raggiungere
una persona che non si conosce tramite catene di persone che si conoscono fra loro è
molto rapito ( in media furono necessari solo 5,5 intermediari).

Un carattere importante delle reti è se sono a maglia larga o maglia stretta. Una rete è
a maglia tanto più stretta quanto più le persone che un individuo conosce si
conoscono anche fra loro (abitanti di un piccolo paese ha reti a maglia stretta, quelli
delle grandi città al contrario).

I legami fra le persone collegate nelle reti variano per intensità, durata, frequenza,
contenuto. Quanto al contenuto, possono essere limitate a un solo carattere o
sommare più caratteri (lavoro oppure lavoro,amicizia). Una situazione particolare è
quella di chi appartiene a due reti collegate fra loro solo attraverso la sua persona
(uomo di campagna che immigra in città). In casi come questi, osservare le reti, la loro
estensione e densità, la frequenza e i contenuti dei rapporti, permette di rilevare come
gli individui si muovano con loro strategie di adattamento oscillando fra diverse
società, a struttura diversa.

In generale, la network analysis può essere uno strumento flessibile, che ci permette
di vedere l’individuo mentre reagisce alla situazione in cui si trova e combina le sue
relazioni in funzioni di proprie strategie. Il concetto di rete sembra essere simile a
quello di individuo; se ne discosta perché il ruolo è un comportamento atteso
socialmente e prescritto nel suo contenuto fondamentale. Il concetto di ruolo individua
le parti che gli individui sono chiamati a svolgere. Il concetto di rete permette piuttosto
di vedere come un individuo interpreta a suo modo l’insieme di ruoli che ricopre,
ovvero come gioca con i suoi ruoli nel tessere le sue relazioni.

Le carriere morali

La ricerca riguardo le taxi –dance hall , nella città di Chicago, è uno dei primi esempi
di studio di carriere morali. Queste sono tipiche successioni di esperienze vissute da
categorie di persone. Studiare le carriere morali significa osservare i tentativi e le
successive mosse delle persone nell’adattarsi a un ambiente che in gran parte non
può essere da loro influenzato, per cercare di mantenere o conquistare una propria
immagine e possibilità di vita, una ragionevole stima da parte degli altri e l’autostima
personale. Spesso lo studio delle carriere morali ha riguardato la formazione di
comportamenti devianti, ma è altrettanto possibile applicare la metodologia a percorsi
normali. Lo studio delle carriere permette di osservare gli uomini in azione, mentre si
muovono nella società con loro strategie di adattamento. La carriera è immaginata
come un processo di interazione, nel quale il soggetto sperimenta le sue possibilità
suscitando reazioni positive o negative degli altri, alle quali risponde a sua volta
cambiando o precisando il proprio comportamento, in una sequenza che porta verso la
sue definizione sociale. Osservando l’inizio di un percorso individuale non potremo mai
dire dove una persona finirà. Avendo ricostruito carriere tipiche, possiamo dire che,
fatto un certo passo, qualora si verifichino certe circostante è probabile che una
persona ne faccia un altro in una certa direzione, e che successivamente, al verificarsi
di altre tipiche circostanze, ne faccia un altro ancora in una direzione che sempre più è
vincolata e segnata dai passi precedenti.

Rappresentazioni del sé e relazioni in pubblico

Erving Goffman si è impegnato a sviluppare una sociologia della vita quotidiana, del
comune comportamento e delle sue regole. Si tratta di quel tipo di interazione che
comporta una breve periodo di tempo, una limitata estensione di spazio e abbraccia
quegli eventi che, una volta iniziati, debbono arrivare a conclusione; l’argomento è
costituito da quella classe di eventi che si verificano durante una compresenza e per
virtù di una compresenza.

Usando una metafora del teatro Goffman descrive un gioco che si svolge su una
scena, dove gli attori (la compagnia) cercano di controllare le idee che gli altri (il
pubblico) si fanno di loro, per presentarsi nella migliore luce possibile e in un modo
che sia credibile. Esistono luoghi di ribalta dove ci si deve vestire e comportare con
certe formalità, e luoghi di retroscena dove ci si può rilassare. L’interazione può
essere fra persone che si conoscono o fra estranei che si trovino casualmente insieme
in un luogo pubblico. Nella “rappresentazione” i rapporti fra attori e pubblico possono
anche essere diversi da quelli che sembrano. Goffman parla a riguardo di ruoli
incongruenti. Il delatore è chi finge presso gli attori di essere un membro della
compagnia, avendo così accesso al retroscena e riportando informazioni riservate al
pubblico; il compare è chi segretamente si accorda con gli attori e si mescola fra il
pubblico per orientarlo; lo spettatore puro è un professionista riconosciuto come
spettatore qualificato; l’intermediario appartiene a due compagni che sono l’una il
pubblico dell’altra e può mettere in atto giochi di triade; la non persona è chi non fa
parte della rappresentazione e viene ignorata (conducente taxi).

Esistono regole di etichetta e rituali con i quali si sperimenta l’accesso agli altri e si
misurano la possibilità e i limiti di un reciproco coinvolgimento. Un incontro con un
estraneo per strada, è già un’interazione molto complicata nella quale si scambiano
molti messaggi: è un tipo di rituale che Goffman chiama disattenzione civile.

Nell’interazione quotidiana gli individui mettono in atto loro strategie per ottenere
vantaggi. Nel fare questo seguono però normalmente regole, con sequenze tipiche di
mosse ammesse ed esclusione di altre non ammesse. Il gioco può comportare
“vincitori” e “vinti”, ma rituali adatti attenuano i possibili effetti distruttivi di una
relazione. I “giochi di faccia” riguardano la pretesa, e in modo corrispondente il
riconoscimento da parte dell’altro di una certa immagine di sé. Fondamentale è
comunque l’obbligo di permettere a una persona di mantenere una propria immagine
accettabile.
L’interazione della vita quotidiana è la “meccanica più intima della riproduzione
sociale”. Regole e rituali dipendono dalla cultura di una determinata società, ma si
riscontrano somiglianze diffuse.

Il capitale sociale

L’organizzazione sociale è come gli individui hanno imparato a coordinare


stabilmente le loro interazioni, creando apposite strutture artificiali nelle quali
cooperare, con risultati complessivi. Spesso si tratta di grandi gruppi, nei quali
l’interazione è a distanza, fra individui che neanche si conoscono. Comprende anche
quei tipi di relazioni e interazioni che abbiamo chiamato il “tessuto intimo della
società”. Capitale sociale è un concetto che ci permette di capire il problema
complesso dell’organizzazione sociale, si può dire che è il patrimonio di relazioni di cui
dispone una persona e che questa può impegnare per i suoi scopi. Il concetto però è
interessante perché lega le persone ad altre con cui è a contatto, fa da ponte fra un
singolo attore e il tessuto di relazioni sociali di cui fa parte. La cooperazione infatti è
possibile dati certi caratteri del tessuto complessivo di relazioni, e il capitale sociale
può essere considerato come una specie di bene pubblico, del quale usufruisce
l’insieme dei partecipanti.

La fiducia è un componente del capitale sociale che può avere origini diverse; Weber
segnalava come i membri di sette di riformati negli USA fossero favoriti negli affari in
quanto contraenti rigorosi e affidabili; oggi diremmo che avevano un capitale sociale
generato dal loro credo religioso e dalla rigida osservanza loro imposta dalla comunità.
Il capitale sociale può però dipendere dalla forma delle relazioni.

Nella società moderna il capitale sociale è depositato principalmente in organizzazioni


formali, che continuano a funzionare anche se gli individui cambiano, e che
permettono una cooperazione efficiente, ottenuta da sistemi di incentivi e sanzioni,
riconosciuti e rispettati dai partecipanti. Sono questi i contesti attrezzati tipici per
azioni cooperative nelle nostre società. La diffusione sul capitale sociale è però iniziata
proprio quando ci si è cominciati a chiedere se la razionalizzazione organizzativa non
stesse distruggendo le risorse informali del capitale sociale, in genere provenienti dalla
società tradizionale.

Le teorie del capitale sociale sono molto cresciute, con sviluppi e discussioni del
concetto, esplorazioni delle sue possibilità euristiche e applicazioni a molti temi di
ricerca. In generale si può dire che la ricerca si è posta due principali obbiettivi
analitici e pratici: come far convivere risorse del capitale sociale informale nelle grandi
organizzazioni formali, e come scoprire e coltivare risorse di capitale sociale in
situazioni difficili, dove questo non è valorizzato, ma è potenzialmente presente.

Qui importa rilevare che il punto di vista che offre il nuovo concetto ci ha permesso
un’idea complessa di organizzazione sociale, che unisce aspetti razionalizzati e
spontanei, e una visione più articolata delle relazioni sociali nelle società moderne:
senza il concetto e l’attenzione al capitale sociale non saremmo in grado di percepire
risorse e rischi importanti per la cooperazione.

I gruppi organizzati: associazioni e organizzazioni


Questioni di definizione

Uno dei caratteri più evidenti della società moderna è la grande diffusione di
associazioni e organizzazioni. In entrambi i casi si tratta di gruppi progettati per
raggiungere alcuni limitati scopi, basati su regolamenti chiaramente stabiliti, al
contrario di piccoli gruppi informali (amici). I due termini sono stati usati, con
significati diversi diventando a volte l’uno lo specifico dell’altro.

Organizzazioni sono: un ministero, un ospedale, una università; associazioni sono: un


cineclub, un partito, un sindacato, i boy – scout.

Cosa hanno in comune fra loro i gruppi che chiamiamo associazioni? Si può
rispondere considerando il motivo per cui le persone partecipano al gruppo e si
adattano alla sue regole. Nelle associazioni questo avviene perché se ne condividono i
fini, sentendoli come propri, dal momento che corrispondono a propri ideali o interessi.
Un insieme di persone che ritiene di avere interessi o ideali simili può dar vita a
un’associazioni per difenderli o realizzarli insieme.

Una volta associate, le persone si distribuiscono fra loro alcuni compiti necessari alla
vita dell’associazioni. Con riferimento a questo aspetto, si dice che l’associazione si è
data un’organizzazione. Può però succedere che le necessità dell’associazione
richiedano che si costituisca un ufficio stabile per quei compiti, assumendo persone
pagate perché li svolgano, secondo certe procedure stabilite, con capacità
professionali per farlo, rispondendo agli ordini di un responsabile. Quest’ufficio è
un’organizzazione.

Il criterio per vedere cosa abbiano in comune fra loro le organizzazioni è lo stesso già
usato per le associazioni. Abbiamo trovato che nelle organizzazioni partecipare è un
lavoro, remunerato di solito in denaro. Il motivo della partecipazione dunque è
strumentale, e solo in certi casi può verificarsi anche un’identificazione con i fini
dell’organizzazione; questo resta un fatto secondario. Nelle organizzazioni i ruoli
vengono prima e sono più importanti delle singole persone che si uniscono al gruppo.
Chi decide di fondare un ospedale deve progettare un’organizzazione che preveda un
certo numero di persone per ogni ruolo (medici, infermieri, ecc … ).

I sociologi americani non considerano oggi fra le associazioni i sindacati e i partiti


(Sills). In realtà, non è facile arrivare a distinguere in modo veramente soddisfacente le
organizzazioni dalle associazioni, e il problema ha suscitato molte discussioni. Capita
spesso in sociologia che un termine assuma significati diversi a seconda degli autori.
L’importante è chiarire bene l’uso che di un concetto troviamo in un libro o in un
articolo, e a nostra volta scegliere con chiarezza una definizione.

Associazioni e organizzazioni hanno comunque in comune il fatto di essere degli attori


artificiali, costruiti per raggiungere obbiettivi che le persone reali da soli non
potrebbero raggiungere. Questi attori artificiali, una volta costituiti, cominciano ad
avere vita propria: di un’associazione o di un’organizzazione diciamo che ha degli
scopi, possiede un patrimonio, ha una sede, prende una determinata decisione.
Naturalmente è difficile dire che un’organizzazione prende un decisione: sono gli
individui a prendere una decisione. Siccome ci sono delle decisioni che possono essere
considerate del gruppo, possiamo definirlo come attore collettivo. Gli attori
collettivi hanno popolato il nostro mondo. Il particolare, la diffusione delle
organizzazioni è stata ovunque massiccia, al punto che qualcuno definisce la nostra
una società di organizzazioni.

Le associazioni

Lo studio delle associazioni ha importanti radici nell’opera di Alexis de Tocqueville, che


studiò le conseguenze per l’organizzazione politica della fine dell’Antico regime ad
opera della rivoluzione francese. Questo interesse è anche sullo sfondo del suo primo
importante lavoro, La democrazia in America, dedicato a un paese nuovo, nato senza
re e nobili. Gli abitanti degli USA, egli osserva, imparano da piccoli che bisogna
contare su se stessi, e dunque che ci si appoggia all’autorità pubblica solo quando ciò
è indispensabile. Da questo spirito nasce una spinta ad associarsi per i fini più diversi:
commerciali, politici, letterari, religiosi, ricreativi. Tocqueville dice che dietro un
iniziativa importante in America c’è un associazioni, al contrario che in Europa.

Ai suoi occhi, le associazioni dovevano essere considerate un segno di vitalità della


società e un antidoto contro un pericolo interno alla democrazia: quello che gli
individui, resi uguali, diventino anche deboli nei confronti di uno stato che ha
accentrato i poteri di controllo: lasciati soli di fronte allo stato, gli individui rischiano di
diventare soggetti a un potere senza limiti. In tale prospettiva acquistano importanza
le associazioni politiche, ma il discorso vale in generale per le associazioni.

Il punto significativo per noi è che Tocqueville cerca di individuare uno spazio che le
libere associazioni occupano facendosi largo fra le istituzioni portanti della società. Per
indicare questo spazio si usa l’espressione società civile. Un tale modo di intendere
le associazioni è più tipico della cultura americana, che considerava fra le associazioni
anche organismi previsti con leggi e ai quali era obbligatorio aderire per svolgere una
certa attività (camera di commercio); successivamente però i significati si sono
avvicinati: oggi quando si parla di associazioni si intendono volontarie, nel senso di
Tocqueville. Nelle società moderne la possibilità di associarsi è un diritto tutelato dalla
legge: è il diritto di persone che riconoscono di avere ideali o interessi simili a
sviluppare le loro opportunità insieme.

Lo studio generale delle associazioni non ha avuto uno sviluppo comparabile a quello
delle organizzazioni. Esistono però teorie particolati e molte ricerche su alcuni tipi di
associazioni (partiti, sindacati). Al di fuori di questi casi, lo studio delle associazioni si è
scontrato con la loro grande varietà.

L’adesione ad associazioni tende ad aumentare all’aumentare del reddito e


dell’istruzione, due caratteri collegati. Sono tuttavia in gioco molte variabili e quando
si considera la diffusione dell’associazionismo in un paese ci si accorge che contano
molto la cultura e la storia. Paesi dell’Europa settentrionale hanno più partecipazione
ad associazioni volontarie rispetto all’Europa latina. Quanto agli USA l’associazionismo
è elevato, ma è in corso un preoccupato dibattito sulla sua contrazione.

In Italia tradizionalmente si sono sempre registrati bassi valori di associazionismo,


questo è stato valutato come un indice di scarsa modernizzazione. Gli anni settanta
sono stati caratterizzati da un elevato associazionismo sindacale e politico, forme
successivamente in diminuzione. Gli anni ottanta vedono una crescita
dell’associazionismo “sociale”. Negli anni novanta la crescita sembra essersi arresta e
se si confrontano i dati con quelli di altri paesi europei si trova che l’Italia è in fondo
alla classifica. L’iscrizione a partiti politici è simile a quella della media degli altri paesi,
e lo stesso vale per le organizzazioni umanitarie; scendono notevolmente le posizioni
per quanto riguarda associazioni sportive, culturali, di consumatori, ecc … .

Un indicatore dell’associazionismo è la partecipazione attiva alle associazioni alle quali


si è iscritti. Il Trentino – Alto Adige e le regioni del nord’est, hanno livelli molto alti di
partecipazione, mentre Campania e Sicilia hanno livelli molto bassi.

La mancanza di un libero tessuto associativo, e al contrario la forza eccessiva dei


legami familiari e del clientelismo, sono stati spesso indicati come un segno della
difficoltà di modernizzazione nel Mezzogiorno. I dati sembrano confermare una tale
mancanza, che tuttavia dipende dalle condizioni del mercato del lavoro e della
struttura occupazionale piuttosto che a ragioni culturali o genericamente storiche.

Il modello della burocrazia

Weber è il punto di partenza per lo studio delle organizzazioni. Il termine con cui
definisce la forma moderna di organizzazioni è burocrazia. Della burocrazia egli
individua le principali caratteristiche, costruendone un modello teorico al quale le
organizzazioni concrete tendono più o meno a corrispondere.

La parola burocrazia richiama l’organizzazione pubblica, ma secondo Weber non


esistono differenze significative fra questa e le tendenze di organizzazione in altri
ambiti della società. Il motivo della diffusione della burocrazia è la superiore efficienza
e razionalità rispetto ad altre forme di organizzazione.

Per Weber, i principali caratteri distintivi della burocrazia sono i seguenti:

a) una divisione stabile e specializzata di compiti, studiata esclusivamente in vista


degli scopi dell’organizzazione e stabilita da regole che prescrivono come comportarsi
a seconda delle situazioni; ogni soluzione simile è trattata allo stesso modo;

b) una precisa struttura gerarchica: chi occupa una posizione ha i poteri per compiere
gli atti che a quella posizione competono, può dare ordini ad altri che da lui dipendono
mentre deve obbedire a quelli di un superiore; è però anche strettamente previsto il
tipo di ordini che si possono dare e ricevere, oltre ai quali non si può andare; insieme
ai poteri di dare ordini competono anche poteri di controllo sulla loro esecuzione;

c) competenza specializzata per ogni posizione; questa richiede una preparazione


adeguata di chi occupa una posizione, l’esercizio a tempo pieno e continuativo della
professione, un’assegnazione alla posizione per mezzo di un meccanismo di concorso,
come garanzia di competenza, e successivamente di meccanismi di carriera fra i quali
sono importanti gli scatti automatici per anzianità;

d) remunerazione in denaro in modi previsti per una certa posizione, pagata


dall’organizzazione e mai dai clienti di questa; nessuna possibilità di appropriarsi del
posto definitivamente, di cederlo ad altri o passarlo in eredità.

Un’organizzazione di questo genere si è diffusa nel mondo moderno perché si presta


alla più universale applicazione a tutti i compiti, e ciò per precisione, continuità, rigore,
affidamento. Di conseguenza, oggi c’è soltanto la scelta tra burocratizzazione e
dilettantismo. Il motivo della sua efficienza sta nel fatto che potere e controllo sono
esercitati sulla base di conoscenze e competenze.

Bisogna precisare che Weber costruisce il suo modello della burocrazia per grandi
comparazioni storiche di diverse forme di organizzazione. Il modello non si presta però
per un’analisi ravvicinata della struttura interna di un’organizzazione, che permetta di
capire il funzionamento di tipi di diversi di organizzazioni moderne. Bisogna osservare
che le organizzazioni moderne che si discostano da questo modello non sono meno
efficienti di quelle simili al modello di Weber. Le regole all’interno di un’organizzazione
rendono preciso ed efficiente un funzionario, ma la loro eccessiva presenza riduce
l’iniziativa personale. Dobbiamo constatare che spesso la burocrazia non è efficace e
neppure efficiente. I sociologi usano i termini efficacia per indicare la capacità di
un’azione di raggiungere i risultati che si propone, ed efficienza per valutare il
dispendio di risorse impiegate per ottenere i risultati.

Perché spesso la burocrazia è inefficiente?

Se al modello di Weber, in misura maggiore o minore, le organizzazioni moderne si


avvicinano, la domanda può essere: perché le organizzazioni spesso non sono efficaci
ed efficienti come ci aspetteremmo? E perché questo succede in particolare se
assomigliano molto alla burocrazia di Weber? In altre parole, ciò che vogliamo capire
sono le ragioni delle conseguenze inattese dovute alla natura stessa
dell’organizzazione.

Il formalismo burocratico

Merton ha sviluppato un’interpretazione del fenomeno, costruendo un modello teorico.


Vediamolo in forma semplificata.

La burocrazia richiede regole generali e chiaramente definite: i casi particolari


devono essere classificati secondo categorie astratte previste e trattati tutti nello
stesso modo a seconda di quanto prescritto per una data categoria. Tutto
nell’organizzazione è previsto perché i rapporti siano i più impersonali possibili, al fine
di eliminare ostilità o favoritismi, complicazioni affettive, ansietà. In altre parole, la
struttura burocratica esercita una pressione costante sul funzionario affinché sia
metodico, prudente, disciplinato.

In tali condizioni, chi lavora nell’organizzazione tende a sviluppare una caratteristica


deformazione professionale: i regolamenti diventano per lui fini in se stessi; seguire le
regole diventa più importante dei risultati ottenuti. La conformità al regolamento
finisce per dar luogo nella pratica a pignoleria e formalismo.

Atteggiamenti di questo genere ostacolano in particolare la capacità di adattamento


alla grande varietà di situazioni particolari, che non sono state previste nei
regolamenti generali o non lo sono state in modo chiaro. Conclude Merton < proprio le
condizioni che normalmente portano all’efficienza in situazioni particolari e specifiche
producono inefficienza.

I giochi di potere
Un altro modello è proposto da Crozier. Al centro della sua attenzione sono le
relazioni di potere, vale a dire la possibilità di interferire sul comportamento di altri
al di là degli ambiti di autorità previsti dall’organizzazione. In un’organizzazione
perfettamente razionalizzata questo potere residuo non potrebbe sussistere, perché il
comportamento di ognuno sarebbe perfettamente previsto e visibile. Ma
un’organizzazione del genere per Crozier è impossibile, perché non c’è mai una
soluzione unica e perfetta per ogni problema minimamente complicato e perché non è
possibile prevedere tutti gli aspetti dello svolgimento di un compito. Esistono ruoli
nell’organizzazione più o meno prevedibili, e dunque ruoli più o meno regolabili. Si
verifica allora il seguente processo: ogni incertezza nella regolamentazione di un ruolo
organizzativo comporta l’esistenza di un certo potere discrezionale nella mani di chi
svolge quel ruolo, che può essere utilizzato per “contrattare” la propria partecipazione
nell’organizzazione in vista di particolari vantaggi. Il gioco, che si svolge a livello di
gruppo, consiste per i “privilegiati” nel cercare di conservare le fonti di incertezza alla
base del loro privilegio; per gli altri, che in qualche modo sono danneggiati, nel
tentativo di sottometterle a controllo. La direzione deve gestire i conflitti ed è costretta
così a dare molta importanza ai problemi interni di salvaguardia dell’equilibrio fra le
diverse parti dell’organizzazione, a scapito della propria efficienza. I gruppi non
privilegiati premeranno per una maggiore regolamentazione che tolga incertezza e
dunque vantaggi agli altri; ma in generale, anche i mezzi a disposizione dell’autorità di
vertice di un sistema burocratico, quanto più spesso corrisponde al modello puro,
tanto più si limitano a precisare e aumentare le regole. In questo modo
l’organizzazione finisce in un circolo vizioso perché rendendo più minuziose e
costringenti le regole diminuisce la capacità di adattamento alla varietà imprevedibile
con cui i problemi si presentano.

Ha ragione Merton, che considera la personalità acquisita dai burocrati, o ha ragione


Crozier che osserva i giochi di potere? Entrambi possono essere utili per capire un caso
concreto.

Forme diverse di organizzazione

La burocrazia di Weber si basa su un principio fondamentale: la prevedibilità dei


comportamenti ottenuta attraverso la loro standardizzazione. Per ottenere un
determinato risultato è possibile individuare una serie di operazioni successive,
ognuna delle quali è standardizzata, vale a dire è fissata nei dettagli una volta per
tutte; potrà e dovrà allora essere ripetuta senza errori da una persona alla quale
compete secondo lo schema organizzativo (secondo l’organigramma). Questo
principio si scontra con due difficoltà fondamentali: gli individui non si comportano
come macchina, ma interagiscono con l’organizzazione mettendo in gioco propri fini
anche in concorrenza con quelli dell’organizzazione, in secondo luogo, è possibile
progettare uno schema di comportamenti standardizzati se i problemi che
l’organizzazione incontra nel realizzare i suoi compiti sono semplici e si presentano
senza grandi variazioni da un momento all’altro, o a seconda dei clienti;
standardizzare i comportamenti è tanto meno facile quanto più l’organizzazione opera
in un “ambiente instabile”.

Proprio per tali motivi gli studiosi di organizzazioni sono arrivati anche a suggerire
soluzioni molto lontane dai caratteri della burocrazia descritti da Weber.
Un esempio è la direzione per obbiettivi raccomandata da Drucker. In questo
schema, più che alle regole bisogna fare attenzione agli obbiettivi, fissati a grandi
linee; gli obbiettivi sono in certa misura contrattati fra superiori e inferiori, ciò che
implica un’ampia possibilità di discuterli senza tenere troppo conto della gerarchia nel
valutare le proposte; in successive riunioni gli obbiettivi possono essere ridefiniti e
ricontrattati; i rapporti sono più personalizzati, la carriera per anzianità è prevista, ma
si deve tener conto dei risultati che una persona ottiene e dei contributi che essa dà
alla soluzione dei problemi. Secondo Drucker, un’organizzazione basata su questi
principi motiva maggiormente le persone a impegnarsi e mette in luce zona di
inefficienza e permette di affrontarle.

Le cose però sono più complicate. Un sistema di direzione per obbiettivi si adatta
meglio alle funzioni dei dirigenti che al resto dell’organizzazione, dato che sviluppa
competizione tra individui crea nuove tensioni.

Gli studi teorici sono andati nel senso di distinguere l’esistenza di forme diverse di
organizzazioni a seconda delle condizioni in cui esse operano, soprattutto secondo la
stabilità dell’ambiente. Uno dei tentativi è la teoria delle cinque configurazioni
organizzative di Mintzberg.

Lo schema interpretativo si base sulle differenze nel modo in cui le diverse attività
sono coordinate fra loro. Si definisco in questo modo cinque configurazioni tipiche:

- Struttura semplice, dove il controllo è esercita direttamente dal vertice, il quale


accentra tutte le funzioni di direzione (azienda artigiana);

- Burocrazia meccanica, coordinata attraverso la standardizzazione dei compiti e


la gerarchia. Burocrazia di Weber che diventa efficiente se l’ambiente è stabile è
permette di produrre beni o servizi in grande serie, con una catena che
permette di standardizzare le attività;

- Burocrazia professionale, coordina dipendenti con un lungo tirocinio di


formazione esterno all’organizzazione; una volta assunti, verifica le loro
capacità professionali, questi hanno un’ampia discrezionalità nello svolgimento
del loro lavoro e sono poco controllati e spesso lo sono più dagli utenti perché
operano a stretto contatto con il pubblico (insegnanti);

- Struttura divisionale, si avvicina alla direzione per obbiettivi di Drucker; il


coordinamento si ottiene fissando obbiettivi generali e compatibili fra loro a
settori con funzioni diversi (divisioni), che poi sono indipendenti nelle loro scelte
sul come raggiungerli. In questo modo una grande organizzazione complessa di
adatta meglio all’ambiente, perché ogni divisione può tenere conto del suo
proprio ambiente e della tecnologia che si presta a essere adoperata per la sua
funzione, contrattando con le altre divisioni;

- Adhocrazia, il termine deriva dall’espressione latina ad hoc che significa


“espressamente per questo”; esso serve per indicare gruppi di lavoro con
compiti specifici, formati da persone che si conoscono bene e lavorano insieme
fidandosi delle rispettive competenze, senza vincoli di gerarchia e regole
precisate, ai quali sono assegnati compiti precisi che richiedono alta
professionalità, ma anche capacità di inventarsi procedure e regole, perché si
tratta di battere strade nuove (gruppo di scienziati).

I diversi tipi sollecitano forme diverse di motivazione a partecipare e sembrano in


genere favorirla più della burocrazia tradizionale, ma questo non significa che ogni
forma non presenti specifici problemi di adattamento delle persone ai fini
dell’organizzazione. Inoltre, secondo Mintzberg, rimangono funzioni per le quali
continuano a essere più efficiente la burocrazia meccanico, nonostante i limiti e i
problemi che sono stati visti sopra.

Non esiste un unico modo migliore (one best way) per progettare un’organizzazione.
Anche all’interno di un’organizzazione parti diverse tendono a organizzarsi in modo
diverso. Un’organizzazione efficiente deve essere in grado ci ricomporre un insieme
integrato di forme diverse.

Attori e decisioni

Abbiamo detto che in ultima analisi esistono solo delle persone che decidono, ma che
le organizzazioni possono essere considerate degli attori collettivi che prendono
decisioni. Prendere delle decisioni significa grosso modo perseguire degli obbiettivi,
anche se non è esattamente la stessa cosa.

Obbiettivi e decisioni sono comunque collegati e la domanda quali sono gli obbiettivi di
un’organizzazione? Può essere trasformata in: chi con le sue decisioni influenza gli
obbiettivi nelle organizzazioni?

Una volta stabilita una struttura organizzativa questa impone dei vincoli molto forti
alle scelte e al comportamento delle persone, coordinando in modo sistematico le loro
attività. Nelle organizzazioni le persone cooperano; ciò non toglie che nell’ambito dei
vincoli posti dalla struttura, esse interagiscono tenendo conto di loro obbiettivi, proprio
per influire sulle decisioni e quindi sugli obbiettivi dell’organizzazione.

Il problema di distinguere gli obbiettivi dell’organizzazione e obbiettivi delle persone


non si pone o è meno importante nel caso delle associazioni, nelle quali si è soddisfatti
per il fatto stesso di partecipare. Si pone invece per le organizzazioni, alle quali le
persone partecipano strumentalmente per i vantaggi che ne ricavano, più o meno
indifferenti ai fini dell’organizzazione in quanto tali. Da notare comunque che i fini
personali sono diversi e complessi (stipendi, esprime capacità).

Un modo utile per rispondere alle domande fatte all’inizio è affermare che gli
obbiettivi dell’organizzazione sono definiti da coalizioni, vale a dire da gruppi d
persone con interessi comuni che si alleano con altri gruppi con interessi diversi dai
loro contrattando certe decisioni cruciali. Altri gruppi che non sono entrati nella
coalizione dominante saranno sacrificati o meno avvantaggiati. Giochi di questo
genere, comunque, devono tener conto dell’insieme delle regole e dei vincoli che una
determinata organizzazione si pone.

La razionalità organizzativa e i suoi limiti

Il concetto di razionalità limitata


Il punto di partenza per il nostro percorso è stata l’affermazione di Weber che la
burocrazia è razionale, le cose appariranno chiare se discuteremo in conclusione
questa affermazione.

Dobbiamo anzitutto ricordare la definizione di azione razionale rispetto allo scopo.


Un’azione è di questo tipo se chi agisce valuta razionalmente i mezzi rispetto agli
scopi che si propone, considera gli scopi in rapporto alle conseguenze che potrebbero
derivarne, paragona i diversi scopi possibili e i loro rapporti. La burocrazia è razionale
perché impone agli attori di compiere azioni con quei caratteri. Se le persone
interagiscono con l’organizzazione, una persona è più razionale quando agisce
razionalmente in vista dei propri scopi o di quelli dell’organizzazione? Possiamo
aggiungere il paradosso che aspetti non previsti nel suo schema, irrazionali, possono
far funzionare bene l’organizzazione. Ce n’è abbastanza per farci dire che il concetto di
razionalità e il suo uso sono più complicati di quanto non sembri a prima vista. Lo
studioso che ha contribuito a chiarirlo è il premio Nobel per l’economia Herbert Simon.

Per Simon il comportamento reale non raggiunge praticamente mai l’idea generale di
razionalità. Impossibile è avere una conoscenza completa e una previsione di tutte le
conseguenze che discendono da un’eventuale scelta, così come è impossibile avere in
mente tutte le alternative. Il modo migliore per non ottenere un risultato è proprio
quello di pretendere di conoscere tutte le possibili alternative e conseguenze di una
scelta prima di prenderla, perché si finirebbe per non decidere più. La razionalità è
sempre una razionalità limitata, che mira a ottenere risultati soddisfacenti, e lo fa
semplificando la realtà in modelli che trascurano la catena delle cause e degli effetti
oltre un certo orizzonte, limitandosi cioè ad alcuni aspetti che un attore considera più
rilevanti ed essenziali. Così si comportano le persone e le organizzazioni in quanto
attori collettivi. Comportarsi diversamente non consente di essere razionali. La
razionalità limitata è la razionalità possibile e concretamente perseguibile in normali
condizioni di incertezza.

Uno sviluppo del concetto di razionalità limitata può essere considerata la distinzione
fra razionalità sinottica e razionalità incrementale o strategica. La prima è la
razionalità che ha in mente Weber in astratto e a proposito della burocrazia, e che
consiste nel poter fare inizialmente delle scelte che tengano conto di tutti i dati
rilevati, in relazione a obiettivi condivisi e chiari, predisponendo i mezzi necessari ai
propri fini, i quali vengono realizzati poi senza intoppi. Più l’ambiente è stabile e
prevedibile tanto più è possibile pensare in termini di razionalità sinottica. Ecco perché
la burocrazia meccanica di Mintzberg tende in certe condizioni a essere la
configurazione organizzativa più efficiente.

La razionalità incrementale sconta il caso normale dell’incertezza ambientale e si


riferisce ad attori che non hanno all’inizio idee chiare e coincidenti. Essa riconosce
dunque, definiti alcuni obiettivi di massima, la necessità di aggiustamenti progressivi.
Il primo effetto che si avrà mettendosi al lavoro con questo atteggiamento
sperimentale sarà di cominciare a vedere meglio i termini dei problemi e spesso di
trovare facilmente i mezzi di cui si ha bisogno. In un ambiente instabile necessità
molta razionalità incrementale. Le configurazioni organizzative non burocratiche che
abbiamo visto sono state appunto studiate per lasciare agli attori la possibilità di
comportarsi secondo regole di razionalità incrementale.
Razionalità individuale e razionalità collettiva

Il concetto di razionalità sembra dunque aver senso se accompagnato da un aggettivo,


possiamo continuare distinguendo razionalità individuale (persone) e razionalità
collettiva (organizzazione).

Dal punto di vista formale la razionalità di una decisione individuale o


dell’organizzazione sono dello stesso genere. Poste così le cose, ne deriva una
conseguenza interessante: se si vuole che sia gli attori collettivi che gli attori
individuali, siano razionali, l’organizzazione deve essere tale da permettere che una
decisione soggettivamente razionale rimanga razionale quando è riesaminata dal
punto di vista del gruppo. Chiariamo questa frase di Simon. Anzitutto, significa che
un’organizzazione non può essere razionale se non si comportano razionalmente le
persone che ci lavorano. Questo è ovvio, ma può essere anche molto impegnativo;
bisogna fornire le informazioni a chi deve prendere una certa decisione. In secondo
luogo, significa che gli obbiettivi dell’organizzazione e delle persone devono
armonizzarsi. L’organizzazione cerca di ottenere ciò con incentivi che spingano le
persone a partecipare (stipendio) , ma vale comunque anche qui il principio della
razionalità limitata. Ciò che si otterrà sarà un compromesso dal quale dipenderanno
concretamente l’adattamento degli obbiettivi e l’efficienza dell’organizzazione. Con
questo secondo aspetto poniamo un nuovo problema di rapporto tra le due razionalità.

Nelle organizzazioni le persone orientano in genere i loro comportamenti sulla base di


quanto richiesto dalla posizione che occupano, senza possibilità o senza fare lo sforzo
di guardare molto oltre alle conseguenze che si combinano in azione collettiva. Anche
se i vincoli sono meno definiti lo stesso vale anche al vertice dell’organizzazione.
L’attore tenderà anche a non includere nelle conseguenze da considerare aspetti per
lui anche soltanto difficili da gestire, a meno che non sia a ciò motivato. Possiamo dire
che egli tende al conformismo, anche se in un senso un po’ diverso, da quello di
Merton.

La razionalità limitata, la normale razionalità organizzativa, non lascia guardare troppo


lontano. Questo ha dei vantaggi che abbiamo visto, ma dobbiamo capire eventuali
svantaggi. A questo riguardo diventa utile la distinzione concettuale di Mannheim fra
razionalità sostanziale e razionalità funzionale. La razionalità funzionale è quella
di chi si adatta a ordini ricevuti eseguendoli senza errori, o a procedure e obiettivi
stabili, senza discuterli; razionalità sostanziale è quella di chi cerca di comprendere
come diversi aspetti di una situazione siano collegati fra loro, interrogandosi sul loro
significato e valutandoli in base ai propri criteri di giudizio, anche rispetto ad altre
possibilità; in questo senso è un “atto di coscienza”. Lo sviluppo delle organizzazioni
aumenta la sfera delle attività funzionalmente razionali, ma per Mannheim non
promuove allo stesso tempo la razionalità sostanziale, spingendo anzi al conformismo
e all’incapacità a pensare in modo autonomo: di per sé, la razionalizzazione funzionale
non aumenta per nulla la razionalità sostanziale. Al limite, la più razionale delle
organizzazioni può perseguire il più stupido o folle degli obiettivi, senza che chi ci
lavora si senta responsabile. A sua volta, una società di perfette organizzazioni può
anche essere una società che non è capace di interrogarsi su dove stia andando. Se
vogliamo dire che questa società non è razionale, o che non lo è quella
organizzazione, abbiamo bisogno del concetto di razionalità sostanziale, il quale serve
a mostrare che in quei casi la razionalità delle persone è stata sacrificata in un ambito
angusto. Il concetto di razionalità sostanziale serve dunque a far prendere sul serio
l’affermazione di Simon che la razionalità organizzativa è sempre una razionalità
limitata.

Se confrontate il rapporto fra mezzi e fini è un problema tecnico, la scelta tra fini
diversi è un problema culturale o politico. Nelle nostre società tutelare i criteri di
interesse generale o ideali profondi è per principio compito delle istituzioni
democratiche. Ma anche l’evoluzione della cultura incide su cosa possa essere
considerato da questo punto di vista un problema e sui modi di affrontarlo: basti
pensare al problema oggi sentito riguardo all’ecologia. La razionalità sostanziale tende
per queste vie a controllare e orientare la razionalità funzionale.

Possiamo concludere dicendo che non si tratta allora di demonizzare le organizzazioni,


ma di conoscerle bene, considerando che senza organizzazioni efficienti una società al
nostro grado di sviluppo economico e culturale è impensabile.

La cultura e le regole della società


Valori, norme e istituzioni
Che cosa sono i valori?

Nel linguaggio comune si parla di valore sia per indicare qualcosa che non appartiene
al mondo delle cose reali ma alla sfera degli ideali e dei desideri, si per indicare
qualcosa di reale di cui si teme la perdita. Nel primo caso, il valore orienta l’azione in
vista della sua realizzazione, nel secondo caso orienta l’azione in vita della sua difesa.

In sociologia troviamo una pluralità di significati a seconda dello statuto che le varie
teorie assegnano alla categoria dei valori. Possiamo cercare di identificare le
caratteristiche che ricorrono più frequentemente nell’uso che i sociologi fanno di
questa categoria concettuale.

In primo luogo, i valori appaiono come orientamenti dai quali discendono i fini delle
azioni umane. Valori e fini sono legati tra loro come in una catena: i valori sono i fini
ultimi dell’azione, per realizzare i quali gli esseri umani devono perseguire dei fini di
ordine inferiore che quindi a loro volta sono nello stesso tempo fini e mezzi. Se il
valore è la sicurezza, è necessario che si perseguano i fini di protezione dalle calamità
e di difesa dai nemici.

In secondo luogo, i valori, se non riguardano qualcosa che si ha e si teme di perdere,


sono sempre in qualche misura trascendenti rispetto all’esistente, indicano cioè un
dover essere che va al di là dell’essere, una tensione verso uno stato di cose ritenuto
ideale o desiderabile, ma che non è, o non è anco0ra, realizzato. L’orizzonte in cui si
collocano i valori può essere sia terreno, sia ultraterreno; nel primo caso, i valori
stimolano l’impegno per la loro realizzazione su questa terra e favoriscono un
atteggiamento attivo e positivo nei confronti del mondo, il quale, pur essendo visto
come luogo di sofferenza e di dolore, può, e deve, essere migliorato; nel secondo caso,
i valori favoriscono un atteggiamento passivo nei confronti del mondo, la perfezione
può essere raggiunta soltanto attraverso la fuga dalle cose mondane e i valori trovano
la loro realizzazione compiuta solo nel “regno dei cieli”. La natura trascendente dei
valori fa sì che essi plasmino le “visioni del mondo” e siano quindi strettamente legati
alle idee religiose e alle concezioni del bene e del male, cioè alla morale.

In terzo luogo, per lo scienziato sociale i valori esistono come “fatti sociali” in quanto
vengono fatti propri da individui o gruppi sociali i quali orientano in base ad essi il loro
agire. In questo senso i valori diventano forze operanti poiché forniscono le
motivazioni dei comportamenti.

In quarto luogo, i valori vengono fatti proprio adottati, da individui o gruppi mediante
processi di scelta. Individui e gruppi scelgono i valori che guidano il loro agire. In
questo senso i valori sono sempre “soggettivi” in quanto esistono perché vi sono dei
“soggetti” che li scelgono, ma sono anche “oggettivi” poiché costellazioni di valori
sono prodotte da dinamiche sociali di lungo periodo riconducibili all’intreccio dell’agire
di una pluralità di soggetti.

Valori universali e valori particolari

In un passo de L’ideologia tedesca, Marx afferma che i valori dominanti di una società
sono i valori della classe dominante. Questa affermazione è utile per due ragioni:

a) stabilisce un collegamento tra “dominio” tout court (economico – sociale – politico)


e “dominio culturale; in altre parole indica che ciò che avviene nella sfera dei valori
deve essere messo in relazione (di dipendenza unilaterale) con ciò che avviene in altre
sfere (nella sfera del potere che dipende dai rapporti di produzione);

b) apre la strada alla considerazione dei “valori” in termini di “ideologia”: se i valori


dominanti sono quelli della classe dominante, vuol dire che essi vengono fatti propri in
qualche modo anche dalle classi dominate. Queste tendono, se non interviene un
movimento di rottura rivoluzionario, ad interpretare il mondo alla luce dei valori e degli
interessi di coloro che li opprimono. La classe dominante esercita un’egemonia
culturale sulle altre classi e quindi sull’intera società.

Tuttavia, l’affermazione di Marx presenta anche un severo limite in quanto sembra


escludere la possibilità di valori “universalmente” condivisi nell’ambito di una cultura e
di un’epoca e che non siano semplicemente riconducibili ai rapporti di dominio tra le
classi. Si può invece formulare l’ipotesi che tali valori esistano, che siano prodotti
nell’ambito di processi storici di lungo periodo e che siano l’esito della lotta tra classi,
gruppi di interesse. Di tali valori “universalmente” condivisi si possono
evidentemente dare interpretazioni diverse, le quali a loro volta riflettono interessi
diversi, ma ciò non toglie nulla alla loro universalità. Ciò appare evidente quando a tali
valori vengono associati i disvalori corrispondenti.

Il valore della pace è diventato universale dopo che l’umanità è emersa dalla seconda
guerra mondiale; da allora l’esaltazione della guerra come valore sul quale si misura la
virtù, la dignità e l’onore dei popoli non è più sostenuta neppure dagli esponenti del
potere militare; le stesse forze armate interpretano il loro ruolo come “forze di pace”.
Questa operazione è il risultato di un cambiamento di valori che ha condotto
all’inserimento della pace nel novero dei pochi valori universali. Questa collocazione
non è stabile, più l’orrore della guerra si allontana dalla memoria collettiva dei popoli,
nulla garantisce che la guerra non venga celebrata come un valore.
In questo grappolo di valori universali si può includere un valore su cui si sono
sviluppate numerose controversie e sembrerebbe non essere universalmente
condiviso, il valore della vita. Le controversi alle quali si allude sono quelle
sull’aborto; non c’è più nella nostra cultura il valore del sacrificio di se o del disprezzo
della vita altrui.

Lo stesso vale per i grandi valori della libertà, dell’uguaglianza, della dignità
della persona umana ecc …, sull’interpretazione dei quali nascono i conflitti più
accesi, però non possono essere esclusi dai valori universali. I valori universali sono
quelli nei quali una civiltà si riconosce e chi non li accetta si mette al di fuori di quella
civiltà; sono i valori che presidiano i confini del vivere civile, definiscono la natura del
patto sociale. L’affermazione di questi valori come valori universali non ha nulla di
irreversibile, di pacifico e graduale, non è il risultato di processi evolutivi, ma è il
risultato di processi di lungo periodo, intessuti di lotte condotte storicamente da gruppi
umani concreti.

Vi sono valori che godono di un grado di condivisione maggiore di altri e il mutamento


si coglie in termini di spostamento nella scala che va dai valori condivisi da tutti ai
valori condivisi soltanto da minoranze. Possiamo dire che più una società è
differenziata e più sono i gruppi portatori di interessi e valori diversi.

Integrazione e disintegrazione nella sfera dei valori

Noi viviamo in una società e in un’epoca caratterizzata dal pluralismo dei valori, ed
è quindi importante analizzare se e come i diversi valori “stiano insieme”, cioè
facciano parte di un medesimo ordinamento.

Anche il linguaggio comune riconosce che vi sono “valori ultimi” e che i valori sono
organizzati per ordinamenti gerarchici di superiorità/inferiorità. Possiamo immaginare
una struttura a grappolo, in cui vi è un valore ultimo, che “tiene insieme” l’intera
struttura e dal quale “dipendono” tutti gli altri. In questo caso, possiamo parlare di
sistemi di valori, interamente coerenti. Empiricamente i valori possono essere
organizzati in uno o più sistemi di ampiezza variabile.

Le società umane presentano gradi diversi di integrazione dei valori in sistemi di


valori e, inoltre, il grado di integrazione può cambiare nel tempo. Per Parson le società
“stanno insieme” perché sono “tenute insieme” da sistemi di valori sufficientemente
integrati e coerenti. Pero non sempre si verifica; quando sistemi di valori o singoli
valori sono in conflitto fra loro, i gruppi che ne sono portatori entrano essi stessi in
conflitto, conflitto che sarà tanto più aspro quanto minore sarà il numero e
l’importanza dei valori condivisi comuni a tutte le parti in lotta.

Anche lo stesso individuo può far propri valori tra loro apparentemente incompatibili e
trovarsi quindi di fronte a situazioni di dilemma etico (solidarietà e giustizia spesso
sono in conflitto).

Orizzonte temporale e mutamento nella sfera dei valori

Nella civiltà occidentale, fortemente influenzata dalla tradizione ebraico – cristiana, il


tempo/luogo della realizzazione dei valori ultimi è sempre collocato in un remoto
futuro (avvento del Salvatore per gli ebrei, giorno del giudizio per i cristiani). Questo
meccanismo che rimanda ad un domani spostato in un futuro remoto il
raggiungimento del valore ultimo della verità, il riscatto di tutte le ansie e le
sofferenze terrene, tipico di tutte le religioni della redenzione, ha profondamente
influenzato tutte quelle forme di pensiero che si fondano su una filosofia della storia,
sull’idea, che la storia abbia non solo una fine, ma anche un fine. Ciò vale anche per il
marxismo, che può essere considerata l’ultima grande “religione” di redenzione della
storia. Anche per il marxismo, la realizzazione della società senza classi, e quindi del
valore ultimo dell’uguaglianza tra gli uomini, è spostata nel tempo in un imprecisato
futuro e richiede, oggi, il sacrificio di intere generazioni a beneficio delle generazioni
future. Esse solo potranno assaporare il frutto della vita autentica, una volta superata
ogni residua forma di dominio dell’uomo sull’uomo.

Questo meccanismo di “differimento” non riguarda però solo le attese messianiche,


l’attesa della salvezza eterna o l’attesa dell’avvento della società senza classi, ma
riguarda anche, a livello di comportamenti individuali, il meccanismo fondamentale del
“differimento delle gratificazioni” che pone invariabilmente l’agire dell’oggi al servizio
del risultato che si realizzerà solo domani.

Il processo di secolarizzazione, che ha fortemente indebolito l’ancoraggio dei


sistemi di valori nelle credenze religiose, nonché il declino delle grandi costruzioni
ideologiche fondate su qualche filosofia della storia hanno indotto alcuni a parlare di
“morte dei valori” (filosofie nichilistiche). Tuttavia, il fatto che non si possa più parlare
di valori dotati di un fondamento assoluto, non vuol dire che i valori si siano estinti.
Antichi valori permangono accanto a nuovi valori emergenti, la dinamica della sfera
dei valori è continuamente alimentata da nuovi movimenti sociali, capaci di mobilitare
energie e di formulare nuovi criteri per distinguere ciò che è bene da ciò che è male.
Accade spesso che le società, e il caso dei valori ecologici è esemplare, si rendano
conto che qualche cosa è dotato di valore solo quando la sua esistenza appare
minacciata. Si tratta sempre di linee di tendenza che nascono in un campo di tensioni
generate dall’emergere di gruppi che prima e più di altri percepiscono il divario tra
“essere” e “dover essere”, tra uno stato “reale” e uno stato “ideale”.

In conclusione possiamo formulare le seguenti ipotesi per lo studio del mutamento dei
valori nella società contemporanea:

- Nelle società avanzate e moderne, rispetto al passato, si sta allargando il


“grappolo” dei valori che sono condivisi dalla grande maggioranza della
popolazione (universali);

- I sistemi di valori si frammentano, perdendo il riferimento a “valori ultimi”, ma


al loro posto si creano intorno a nuovi valori aree di micro – solidarietà a livello
di vita quotidiana e di macro – solidarietà a livello planetario;

- Si assiste ad un processo di “presentificazione” dell’orizzonte di realizzazione


dei valori in cui ogni individuo cerca di realizzare il proprio ideale di “vita buona”
nel qui e ora o nell’arco della propria esistenza.

Dai valori alle norme

Per alcuni, le norma altro non sarebbe che specificazioni dei valori, prescrizioni per
orientare le condotte alla luce dei valori. Una norma ci direbbe concretamente che
cosa dobbiamo, o non dobbiamo, fare per realizzare un determinato valore, altro
quindi non sarebbe che un valore ad un livello di astrazione inferiore.

Le norme sono quasi sempre interpretabili come mezzi che prescrivono o vietano dei
comportamenti in vista di qualche fine/valore e poiché, come abbiamo accennato, il
rapporto mezzi – fini può essere visto come una catena in cui ogni anello è nello stesso
tempo mezzo rispetto a un fine superiore e fine rispetto a un mezzo inferiore, norme e
valori (fini) sembrano appartenere alla stessa categoria.

Nonostante queste connessioni, è importante mantenere la distinzione analitica tra


l’orizzonte dei valori e quello delle norme. Se ci poniamo dal punto di vista dell’attore
sociale le norme si presentano essenzialmente come dei vincoli che prescrivono o
vietano certi comportamenti (obbligazioni) e che ne consentono altri (permissioni):
tutto ciò che non è vietato è implicitamente permesso, ma tutto ciò che è permesso
non è di per sé desiderabile dal punto di vista dell’attore. Possiamo quindi intendere le
norme come delle obbligazioni e i valori come delle guide capaci di orientare i
comportamenti nell’ambito consentito dalle norme.

Perché si seguono le norme?

Nella vita quotidiana abbiamo continuamente occasione di interagire con altri il cui
comportamento ci risulta largamente prevedibile. Le aspettative che nutriamo nei
confronti degli altri, e che nutrono gli altri nei nostri confronti, sono all’origine di
questa prevedibilità. I comportamenti sono prevedibili perché seguono delle regolarità.
Molte regolarità sono riconducibili ad abitudini quasi meccaniche: si è sempre fatto
così. In altri casi la regolarità dipende dal conformismo: la maggioranza si comporta
così. In altri casi ancora, mettiamo in atto un certo comportamento perché quello è un
modo tecnicamente adeguato per raggiungere un determinato scopo. Qui ci
interessano quelle regolarità di comportamento che dipendono dal fatto che seguiamo
una norma o una regola sociale.

A differenza delle abitudini, del conformismo o delle norme tecniche, le norme sociali
sono tali in quanto i comportamenti che da esse si scostano incontrano
invariabilmente qualche forma di sanzione. Le sanzioni peraltro possono assumere le
forme più diverse che vanno dalla blanda disapprovazione sociale, alla pena capitale
che in certi ordinamenti colpisce chi ha commesso un grave delitto. Le sanzioni
peraltro possono essere sia positive, sia negative, cioè comportare una pena in caso di
deviazione e/o un premio in caso di conformità. Intenderemo solo sanzioni negative,
che comportano una privazione, un sacrificio per colui che da esse viene colpito.

Se dovesse solo dipendere dal rischio di incorrere in sanzioni esterne, la deviazione


dalle norme sociali sarebbe assai più frequente di quanto di fatto non sia. A nessuno
piace essere oggetto di disapprovazione da parte dei propri simili e, tanto meno,
pagare una multa, rischiare una condanna a tot anni di prigione o finire i propri giorni
su una sedia elettrica. Le sanzioni esterne sono in molti casi un deterrente abbastanza
efficace per indurre gli esseri umani a non deviare dalle norme sociali. Ma la
probabilità che alla deviazione da una norma scatti immediatamente una sanzione è
spesso assai scarsa.
Il tribunale interno, che giudica le nostre azioni e ci fa sentire in colpa quando
deviamo da una norma sociale, è spesso assai più efficace di qualsiasi sanzione
esterna. Perché il tribunale interno funzioni, è necessario che le norme sociali siano
state fatte proprie dall’individuo, siano state cioè interiorizzate e quindi trasformate in
norme morali. L’interiorizzazione delle norme avviene nel corso del processo di
socializzazione e dipende dagli insegnamenti e dai comportamenti dei modelli ai quali
ogni individuo fa riferimento e dalle esperienze che accumula nell’ambiente in cui
vive.

Non tutte le culture e non tutti gli individui interiorizzano le stesse norme allo stesso
modo. Certe norme vengono in generale interiorizzate in modo molto più debole di
altre; in alcuni paesi, ad esempio nel nostro, l’evasione fiscale non suscita in molte
persone alcun senso di colpa, mentre quasi tutti si sentono in colpa se non soccorrono
un amico in difficoltà. In generale, si può dire che più basso è il grado di
interiorizzazione di una norma, e quindi il livello delle sanzioni interne, e più
affidamento si deve fare sulle sanzioni esterne per fare in modo che la norma venga
rispettata.

Le sanzioni, esterne o interne, sono il cartellino del prezzo che dobbiamo pagare per
ogni trasgressione (Elster). Tuttavia, non sembra che il rispetto delle norme sia
spiegabile soltanto in base a un calcolo unilaterali stico; non è solo il timore di subire
sanzioni, e quindi di dover sopportare dei costi, che induce gli individui ad agire in
modo conforme alle regole.

Accade che gli esseri umani trasgrediscano a norme e regole, anche se le hanno ben
interiorizzate. Quando qualcuno sa bene che cosa non deve fare, ma lo fa ugualmente,
si parla di “debolezza della volontà”.

Il controllo sociale resta il meccanismo più efficace non solo per fare rispettare le
norme, ma anche per aiutare gli individui a difendersi dalle proprie tendenze
trasgressive.

Tipi di norme

Possiamo indicare alcuni importanti criteri di classificazione delle norme. Un primo


criterio, proposto dal filosofo americano John Rawls distingue tra regole costitutive e
regole regolative. Le prime propongono in essere delle attività che non
esisterebbero all’infuori delle regole stesse, non ammettono eccezioni e la loro
applicazione non richiede un apparato preposto alla loro interpretazione (regole del
gioco scacchi, calcio). Le regole regolative indicano ciò che è prescritto o ciò che è
vietato nell’ambito di un’attività già costituita, esse, non solo sono più frequentemente
violate, ma ammettono eccezioni e consentono in genere ampio spazio
all’interpretazione. Avvocati, giudici, corti e tribunali devono la loro esistenza al fatto
che l’applicazione delle norme richiede un’opera di interpretazione.

Un secondo criterio distingue il sottoinsieme delle norme giuridiche (le leggi)


all’interno dell’insieme più ampio delle norme sociali. Le leggi sono emanate
dall’autorità (potere legislativo), presuppongono un apparato per la loro applicazione
(potere giudiziario) e per l’amministrazione delle sanzioni da esse previste (istituzioni
penali). Possiamo dire che ogni sistema giuridico è coinvolto in continui processi di
mutamento nei quali nuove norme vengono prodotte e applicate e vecchie norme
cadono in disuso o vengono formalmente abrogate.

Un’ulteriore distinzione che è importante fare è quella tra norme implicite e norme
esplicite. Molto spesso nei comportamenti quotidiani si seguono regole o norme
senza neppure esserne consapevoli, semplicemente perché si danno per scontate. In
realtà, noi ci accorgiamo che certe regole esistono solo quando vengono trasgredite.

Gli esseri umani sviluppano precocemente una notevole sensibilità che suggerisce loro
come devono comportarsi (che regole seguire) in una data situazione; senza dover
riflettere più di tanto si adeguano alle norme implicite della situazione stessa e si
aspettano che gli altri facciano altrettanto. Le buone maniere, le norme del “galateo”
o i canoni del “buon gusto” sono normalmente seguiti dalla maggior parte delle
persone senza bisogno che vengano esplicitati. Norbert Elias ha illustrato come i
canoni delle “buone maniere” si siano sviluppati negli elaborati cerimoniali delle corti
aristocratiche in epoca premoderna e come, nonostante si siano in seguito modificati,
siano rimasti a fondamento del vivere civile fino a oggi.

Infine, un altro criterio per classificare le norme sociali riguarda l’ambito entro il quale
sono in vigore. A parte le leggi che vigono nell’ambito territoriale sul quale esercita la
sua sovranità l’autorità che le ha emesse, molte norme valgono soltanto per gli
appartenenti a determinati gruppi sociali e regolano i rapporti sia all’interno del
gruppo, sia con soggetti esterni. Un esempio di tali sistemi normativi sono i codici
deontologici degli ordini professionali (medici, notai, avvocati) che stabiliscono i
principi e le modalità ai quali si devono attenere gli appartenenti nell’esercizio delle
loro attività professionali, sulla base di specifiche etiche professionali. In questi ambiti,
i gruppi professionali godono di una notevole autonomia normativa che consente
l’esistenza di veri e propri sistemi giuridici specializzati, dotati di organi che hanno un
potere sanzionatorio nei confronti dei membri (possono radiare il colpevole dall’albo
professionale). Anche le organizzazioni criminali possono sviluppare una loro etica e un
loro codice normativo, in opposizione a quello della società in cui si formano.

In alcune società (Corsica, Sardegna, Albania, Montenegro) vigono ancora oggi residui
di codici d’onore delle antiche società agro – pastorali che impongono obbligo di
vendetta per i torti subiti e chi si sottrae a quest’obbligo diviene oggetto di pubblica
esecrazione e disprezzo.

Coerenza e incoerenza dei sistemi normativi

Forse non è mai esistita una società dotata di un unico sistema normativo interamente
coerente, ma certo questo non è il caso delle moderne società complesse dove
molteplici sono le istanze capaci di stabilire e applicare le norme. Lo stesso sistema
giuridico di ogni stato moderno è pieno di contraddizioni e incoerenze proprio per il
fatto che si è formato attraverso la stratificazione nel tempo di leggi diverse,
rispondenti alle mutevoli esigenze della società, delle sue classi dirigenti, dei gruppi
sociali in competizione per far valere i propri interessi.

Anche se in genere gli individui nella maggior parte delle situazioni sanno che cosa è
vietato e che cosa è permesso fare, non è infrequente che si verifichino situazioni
nelle quali: a) vi è un eccesso di norme; b) vi sono norme contraddittorie per cui la
stessa azione è prescritta da una e vietata dall’altra; c) vi è una carenza di norme e
quindi l’azione non trova punti di riferimento normativi. Nel primo caso, tipicamente
esemplificato dal cittadino di fronte al modulo della dichiarazione dei redditi, solo il
ricorso agli esperti consente al “laico” di districarsi nei meandri della legislazione. Nel
secondo caso, si presenta una situazione simile a quella che abbiamo prima indicato
come dilemma etico. Merton parla in proposito della contemporanea presenza di
norme e contro – norme. Di fronte a imperativi contradditori, l’individuo dovrà stabilire
una gerarchia per individuare quale norma, nel caso concreto, ha il sopravvento sulle
altre. Infine, il caso di assenza di norme che priva gli individui di punti di riferimento
normativi si avvicina alla situazione che Durkheim ha descritto col concetto di
anomia. Per Durkheim l’anomia è caratteristica di una condizione oggettiva della
società in situazioni di crisi e di mutamenti rapidi e convulsi dove gli ordinamenti
normativi non sono più in grado di incanalare i comportamenti individuali. In questi
momenti, l’ordine morale che regge l’impianto normativo si infrange, si scatenano
comportamenti sregolati e la società stessa rischia la disgregazione.

All’anomia come condizione oggettiva corrisponde una condizione soggettiva. Si


potrebbe pensare che una situazione di assenza di regole sia quella nella quale
l’individuo può esprimere al massimo grado la propria volontà, quella che gli lascia il
massimo di libertà. In realtà, anche se le norme sociali possono essere vissute come
costrizioni che limitano la libertà dell’individuo, la loro assenza lascia spesso gli esseri
umani in una condizione di disorientamento e quindi in preda a pulsioni che non sono
più in grado di controllare. Se intendiamo la libertà come possibilità di scegliere il
proprio percorso tra alternative diverse, l’eccesso di opzioni può essere altrettanto
paralizzante della capacità di scegliere delle situazioni nelle quali le norme prescrivono
un percorso obbligato.

Le norme rappresentano dei vincoli d’azione, ma definiscono anche il campo delle


opzioni tra le quali gli individui sono liberi di scegliere. Il fatto che in ogni società non
vi sia un unico sistema di norme integrato e coerente, ma una pluralità di sistemi
composti da norme spesso contraddittorie apre agli individui sia spazi di libertà che
rischi di anomia.

Il concetto di istituzione

Nel linguaggio comune per istituzione si intende un apparato preposto allo


svolgimento di funzioni e di compiti che hanno a che fare con l’interesse pubblico.

Nelle scienze sociali per istituzioni si intendono modelli di comportamento che in


una determinata società sono dotati di cogenza normativa. Il concetto sociologico di
istituzione assume un significato più ampio e più preciso: più ambio perché riguarda in
generale tutti i modelli di comportamento e non solo quelli che si manifestano in
apparati e organizzazioni (sono istituzioni: fidanzamento, il linguaggio), più preciso
perché sottolinea come, affinché un modello di comportamento possa essere
considerato un’istituzione, sia necessaria la presenza di un elemento normativo in
qualche modo vincolante. Non basta cioè che in una società si rilevi la presenza di
regolarità nei comportamenti dei vari membri perché si possa parlare dell’esistenza di
istituzioni; tali regolarità possono derivare da semplici abitudini prive di un forza
normativa vincolante. Dire che le istituzioni riguardano norma a carattere vincolante,
non vuol dire che i comportamenti effettivi non si scostino da tali norme. Ogni
istituzione comporta la presenza di qualche forma di controllo sociale che assicuri
che lo scarto tra comportamenti prescritti e comportamenti effettivi non superi
determinati limiti, pena la dissoluzione dell’istituzione stessa. Utile è tenere
analiticamente distinti i concetti di istituzione e organizzazione. Per organizzazione
intendiamo un insieme coordinato di risorse umane e materiali, mentre per istituzione
ci riferiamo all’impianto di regole che rendono possibile tale coordinazione.
Un’istituzione non è un ente al quale possiamo imputare delle azioni, mentre alle
organizzazioni sì.

Il processo di istituzionalizzazione

Nel definire che cosa sono le istituzioni abbiamo indicato che si tratta di modelli di
comportamento dotati di cogenza normativa, sistemi di regole. Questo carattere si
presenta in modi e misura variabili. Quando nasce, un’istituzione non presenta ancora
i tratti che fanno di essa un’istituzione compiuta e molti comportamenti restano a uno
stadio poco elevato di istituzionalizzazione. Le istituzioni si possono ordinare lungo
un continuum a seconda del grado di istituzionalizzazione raggiunto e possono
muoversi lungo questo continuum.

Il grado di istituzionalizzazione di un sistema di regole dipende da diversi fattori:


dalle forme flessibili o rigide del controllo sociale che ne garantiscono l’osservanza, dal
grado di informazione in merito alla loro esistenza che ne hanno gli attori coinvolti, dal
grado di accettazione di tali regole da parte della società nel suo complesso, dal tipo e
dall’intensità delle sanzioni che premiano la conformità o puniscono la trasgressione,
dal grado di interiorizzazione nei codici morali individuali, dal grado in cui le norme
vengono di fatto osservate oppure no. All’estremo inferiore del continuum abbiamo
sistemi di regole che incontrano forme flessibili di controllo sociale, la cui conformità
non viene premiata e la trasgressione punita in modo sistematico e che quindi di fatto
non sempre danno luogo a comportamenti conformi, regolari e stabili nel tempo.
All’estremo superiore avremo le caratteristiche opposte. Le istituzioni che prescrivono
il digiuno hanno un basso grado di istituzionalizzazione nelle moderne società
occidentali, al contrario in quelle islamiche.

Un caso particolare di elevata istituzionalizzazione è costituito da quelle istituzioni che


esercitano un controllo pervasivo e costante sui comportamenti (anche sui pensieri)
dei loro membri. Si parla in questo caso di istituzioni totali, per indicare il fatto che
esse restringono, fino ad annullarli, i gradi di libertà degli individui coinvolti (campi di
concentramento, prigioni, ospedali psichiatrici).

La tappa decisiva del processo di istituzionalizzazione è comunque quella delle prime


fasi dell’esistenza dell’istituzione. Di molto istituzioni non è possibile determinare la
nascita perché sono sorte come effetto emergente dall’intreccio delle interazioni
umane. Altre istituzioni sono il prodotto dell’azione di movimenti sociali che si pongono
degli obbiettivi e mobilitano delle risorse per conseguirli. I movimenti nascono in
genere da stati di tensione o di conflitto sociale, si presentano come innovatori e
spesso devianti rispetto agli assetti istituzionali esistenti e sono caratterizzati da forti
componenti di espressività, di spontaneità e di entusiasmo da parte dei loro
sostenitori. Lo stato di movimento è tipicamente instabile, magmatico e provvisorio, in
cui spesso figure carismatiche, capaci di raccogliere intorno a sé e di mobilitare
energie di una moltitudine di seguaci. Si tratta di una fase molto delicata poiché se il
movimento non riesce a trasformarsi in istituzione è inevitabilmente destinato a
scomparire. Max Weber ha analizzato il problema della “trasformazione del carisma in
pratica quotidiana”, problema che si pone invariabilmente nel passaggio, di un
movimento religioso alla forma della setta.

Alberoni, riprendendo i termini dell’analisi weberiana, ha contrapposto “movimento” e


“istituzione” come i due stati fondamentali del sociale; il primo caratterizzato da uno
stato fusionale in cui i rapporti sociali sono personalizzati, diffusi, carichi di emotività e
affettività, il secondo dove invece prevalgono i rapporti impersonali regolati da sistemi
astratti di norme.

I tipi di istituzioni

Per poter operare una classificazione delle istituzioni è necessario disporre di un


modello teorico di riferimento. Un criterio possibile riguarda il loro diverso grado di
istituzionalizzazione. Un secondo criterio, in parte legato al precedente, fa riferimento
alle forme organizzative nelle quali un’istituzione può esprimersi, al grado di
articolazione e differenziazione delle stesse, alla definizione dei ruoli al proprio interno
e in relazione agli scambi con l’ambiente.

Un altro criterio di classificazione riguarda la frequenza con la quale certe istituzioni


compaiono in società diverse. Non solo infatti non vi è società laddove non vi siano
istituzioni sociali, cioè laddove non vi siano regole che guidino i comportamenti dei
membri, ma alcune istituzioni sono riscontrabili in quasi tutte le società. Queste
istituzioni sono chiamate universali culturali. Claude Lèvi – Strauss, sostiene che
nelle società umane una delle prime istituzioni sociali è stata il tabù dell’incesto in
quanto, vietando i rapporti sessuali tra consanguinei, avrebbe indotto a stabilire
legami sociali stabili al di fuori della cerchia familiare. Non a caso le norme della
parentela fanno parte delle istituzioni sociali fondamentali di ogni società umana in
quanto regolano i rapporti dai quali dipende la sopravvivenza stessa della sua base
biologica, la sua popolazione. Le esigenze alle quali queste istituzioni rispondono
possono essere le stesse in ogni società, i modi però coi quali queste esigenze
vengono soddisfatte variano moltissimo.

Il riferimento alle indispensabilità di un’istituzione per l’esistenza stessa della società


richiama il fatto che i bisogni che le istituzioni soddisfano costituiscono un altro
importante criterio di classificazione. Adottando un approccio funzionalista possiamo
dire che ogni sistema sociale per esistere deve soddisfare quattro requisiti
fondamentali:

1) formulare dei fini;

2)adattare i mezzi ai fini;

3) regolare le transazioni tra le sue parti;

4) mantenere nel tempo i propri orientamenti di fondo.

Dalle prime lettere dei termini inglesi che designano questo quattro requisiti, il
modello ha preso il nome di Agil (adaptation, goal attainmenti, integration, latency).
Al primo requisito corrisponde la funzione economica (assicurare la produzione, la
circolazione e la distribuzione di beni e servizi), al secondo la funzione politica
(regolare i conflitti d’interesse), al terzo la funzione normativa (definizione dei diritti e
doveri dei singoli e delle parti), al quarti la funzione di riproduzione biologica e
culturale (mantenimento dell’identità). Alle varie funzioni corrispondono istituzioni
diverse, anche se molte istituzioni svolgono una pluralità di funzioni, la stessa funzione
può essere svolta da una pluralità di istituzioni (alternative funzionali) e le funzioni di
un istituzione possono modificarsi nel tempo a vantaggio o svantaggio di altre
istituzioni.

Il ciclo della vita delle istituzioni

Le istituzioni sono soggette a nascere e a scomparire; tuttavia, il loro ciclo di vita è in


genere notevolmente più lungo di quello degli individui che si trovano nel loro ambito.
George Simmel è l’autore classico che per primo ha sottolineato il fatto che individui e
istituzioni si muovono su orizzonti temporali diversi.

Delle istituzioni, così come degli individui, è possibile scrivere la biografia nell’arco di
un ideale ciclo di vita che va dalla nascita, allo sviluppo, alla maturità e, infine, alla
morte.

Nella dinamica delle istituzioni si possono distinguere due tipi fondamentali di


processo: da un lato le istituzioni nascono, si sviluppano e muoiono per effetto di
processi spontanei, vale a dire non intenzionalmente voluti e prodotti dalle azioni di
individui o gruppi identificabili, dall’altro lato, tali processi ed eventi sono imputabili
alla volontà specifica di qualche attore. Da un lato abbiamo un approccio di tipo
individualista, dall’altro un approccio di tipo istituzionalista.

Per entrambe, la dinamica delle istituzioni risulta essere il risultato dell’agire degli
uomini, ma mentre nel primo caso il risultato è l’effetto non intenzionale dell’agire (si
parla in proposito di effetto di composizione o di effetto emergente), nel secondo
caso le istituzioni risultano una vera e propria creazione di individui o gruppi concreti.
Nel primo caso le istituzioni appaiono come formazioni “organiche”, nate e cresciute
spontaneamente e delle quali è quindi possibile scrivere la storia “naturale”, nel
secondo caso la storia delle istituzioni rimanda all’azione di fondatori, di sostenitori e,
eventualmente, di distruttori delle azioni stesse.

La stessa istituzione può essere vista, in circostanze diverse, come effetto di processi
spontanei o di azioni intenzionali. Il mercato in Occidente si è formato gradualmente
nel corso dei secoli per effetto dell’azione di molteplici attori e circostanze. Diversa è
l’istituzione mercato nei paesi ex comunisti, dove il mercato si è formato per l ‘effetto
di un’azione intenzionale di un èlite politica orientata a demolire le vecchie istituzioni.

Lo stesso discorso fatto per le origini vale anche per gli altri eventi che segnano la vita
delle istituzioni e anche per la loro morte. Le istituzioni possono scomparire perché si
estinguono “da sole”, oppure perché vengono distrutte da qualche attore, individuale
o collettivo. Se si adotta una prospettiva funzionalista, si può dire che le istituzioni
nascono perché rispondono a qualche bisogno o esigenza sociale insoddisfatta e si
estinguono quando scompare il bisogno che le ha originate, o vi sono altre istituzioni in
grado di soddisfare lo stesso bisogno in modo più adeguato. Spiegazioni di questo tipo
della dinamica delle istituzioni sono palesemente tautologiche in quanto tendono a
spiegare le cause di un fenomeno alla luce degli effetti che esso produce e, tuttavia,
sono utili poiché invitano ad analizzare le istituzioni non isolatamente, ma sempre in
riferimento al contesto, nell’ambiente in cui operano.

Il mutamento delle istituzioni

La considerazione dei rapporti tra istituzioni e ambiente suggerisce di adottare nel loro
studio una prospettiva sistematica; ogni istituzione viene vista come un sistema di
regole in rapporto con altre istituzioni e quindi con altri sistemi di regole, ognuno dei
quali mantiene rispetto agli altri un determinato grado di apertura – chiusura. Quando
un cambiamento avviene in qualche ambito, questo si ripercuote sulle altre istituzioni
collegate, trasforma cioè il loro ambiente, e queste a loro volta si modificano per
reazione al mutamento ambientale e così via in un gioco continuo di azioni e retro –
azioni (feed – back). Il tipo e l’intensità della risposta alle “sfide” dell’ambiente
dipendono dalla capacità dell’istituzione, o, meglio, della o delle organizzazioni che ne
sono l’espressione, di percepire e di valutare i mutamenti esterni, di mobilitare le
proprie risorse e di organizzare la propria reazione.

Il mutamento delle istituzioni non dipende solo dalla loro capacità di rispondere
efficacemente alle sfide che provengono dall’ambiente esterno, ma anche dal modo di
affrontare le tensioni e i conflitti che si sviluppano al loro interno. I fattori di
mutamento possono essere sia esogeni sia endogeni.

Non si può dire a priori quale tipo di risposta alle sfida, esterne o interne, rafforzi o
indebolisca un’istituzione, aumenti o diminuisca le sue chances di sopravvivenza,
poiché ciò dipende dal tipo di sfida e dalle circostanze nelle quali si verifica. Due
possono essere i tipi di risposta strategica alle sfide ambientali: da un lato, un tipo di
risposta “rigida”, tende a conservare l’identità e l’integrità dell’istituzione di fronte alla
turbolenza interna o esterna, dall’altro lato, un tipo di risposta “flessibile” in grado di
modificare la propria struttura interna, di ridefinire i confini con l’ambiente e quindi
l’identità stessa dell’istituzione (la chiesa, ad esempio, ha dato risposte rigide nei
confronti di certi movimenti eretici collocandoli al di fuori di essa, ma in altri casi, ha
dato una risposta flessibile favorendo un processo di inclusione dei movimenti eretici
nell’istituzione stessa).

In genere si può dire che l’incapacità di dare risposte flessibili ai mutamenti interni o
esterni riduce, almeno nel lungo periodo, le chances di adattamento e quindi di
sopravvivenza di un’istituzione.

Identità e socializzazione
Socializzazione e riproduzione sociale

Attualmente nascono ogni anno in Italia poco più di mezzo milione tra bambini e
bambine. Su una popolazione di ca. 58 milioni, vuol dire che ogni anno la società
italiana rinnova circa 1/100 dei propri membri. Soltanto all’inizio del Novecento la
speranza di vita della popolazione italiana alla nascita era di poco superiore ai 40 anni,
mentre oggi è di circa 77 anni per gli uomini e di 83 per le donne. La società rinnovava
quindi i propri membri assai più rapidamente di quanto non avvenga ora. Ogni società
ha una vita che è assai più lunga della vita media degli individui che la compongono:
esisteva già quando i suoi attuali membri non erano ancora nati e probabilmente
esisterà quando i suoi attuali membri saranno già tutti morti. Ogni società deve quindi
assicurare la propria continuità nel tempo di fronte al flusso incessante di membri in
entrata e in uscita; è necessario cioè che essa disponga di pratica e istituzioni per
trasmettere ai nuovi venuti una parte almeno del patrimonio culturale che ha
accumulato nel corso delle generazioni: la socializzazione indica appunto il processo
mediante il quali i nuovi nati diventano membri di una società.

Del patrimonio culturale fanno parte tutti quei valori, norme, atteggiamenti,
conoscenze, capacità, linguaggi che consentono alla società, di esistere, di adattarsi al
suo ambiente esterno e di modificare a sua volta se stessa e il suo ambiente. La
società è essa stessa un’entità assai differenziata e lo è tanto di più quanto più è
moderna; per rendere gli individui capaci di operare in una società differenziata, il
patrimonio di cultura di cui tale società dispone non può essere trasmesso in blocco a
tutti coloro che di volta in volta rappresentano le nuove leve. In società altamente
differenziata e complesse una parte del patrimonio culturale, quella parte che va a
formare le competenze sociali di base, deve essere trasmessa a tutti i membri di una
società, mentre una seconda parte, che comprende le competenze sociali specifiche,
va distribuita in moto differenziato a seconda del grado e del tipo di divisione sociale
del lavoro.

Le competenze sociali di base sono largamente indipendenti dalla posizione che gli
individui occupano nella società; si tratta, in primo luogo, di acquisire un livello minimo
di competenza comunicativa, cioè la capacitò di usare il linguaggio per scambiare
informazioni con gli altri membri e, inoltre, la capacità di entrare in rapporto con gli
altri, scambiando affettività, ecc … . Le competenze sociali specifiche sono quelle che
consentono agli individui di svolgere ruoli particolari e comportano la capacità di usare
linguaggi e di disporre di conoscenze condivise soltanto da coloro che sono coinvolti
nell’esercizio di tali ruoli.

L’insieme dei processi che sono volti ad assicurare la formazione delle competenze
sociali di base è chiamata socializzazione primaria, mentre si indica col termine di
socializzazione secondaria l’insieme dei processi di formazione delle competenze
specifiche richieste dall’esercizio dei vari ruoli sociali. Le socializzazione primaria copre
i primi anni di vita del bambino, in genere grosso modo fino al raggiungimento dell’età
scolare, mentre la socializzazione secondaria si colloca nella fase successiva e
prosegue per tutto l’arco della vita; questa distinzione avviene in modo graduale.

Bisogna tener presente che ogni società è sempre in continuo mutamento, sia per
rispondere ai cambiamenti che avvengono al suo esterno per l’influenza delle società
vicine, sia per effetto della dinamica interna alla sua struttura. Ogni società deve
affrontare continuamente problemi nuovi rispetto ai quali il suo patrimonio culturale si
dimostra in parte adeguato. Una parte del patrimonio culturale deve venire
accantonata senza essere trasmessa alle nuove generazioni, mentre queste devono
mostrarsi pronte a recepire le innovazioni che consentono di affrontare i nuovi
problemi.

Le agenzie alle quali sono affidati i compiti della socializzazione operano in un campo
inevitabilmente attraversato da esigenze contrastanti di conservazione e innovazione:
da un lato vi sono coloro che spingono a socializzare le nuove generazioni nella
tradizione, anche se questa mostra palesemente la propria inadeguatezza di fronte
alle situazioni emergenti, dall’altro lato vi sono coloro che inducono a scartare come
sorpassati molti contenuti culturali ai quali si erano alimentate le generazioni
precedenti. Anche nelle società sottoposte a intensi e rapidi processi di mutamento le
esigenze della tradizione tendono a prevalere per il fatto che il “nuovo” da introdurre e
il “vecchio” da eliminare costituiscono nel complesso una parte limitata del patrimonio
culturale da trasmettere alle nuove generazioni. Questo patrimonio è il risultato di un
processo di accumulazione iniziato molte decine di migliaia di anni fa, praticamente
con la comparsa dell’uomo sulla terra. Tra il processo di evoluzione della specie
(filogenesi) e il processo di sviluppo dell’individuo (ontogenesi) esiste una sorta di
parallelismo, nel senso che siamo in grado apprendere con relativa facilità ciò che la
specie ha acquisito nel corso di molte generazioni.

Il processo di socializzazione tra natura e cultura

In che misura il patrimonio accumulato dall’umanità nel corso della sua lenta e lunga
evoluzione viene trasmesso alle nuove generazioni sotto forma di informazioni
genetiche e in che misura, invece, deve essere appreso nel corso del processo di
socializzazione? Certo è che i caratteri genetici di una popolazione sono modificabili
solo in tempi molto lunghi e che variano a seconda dei tratti considerati e della storia
dei contatti tra popolazioni diverse. Inoltre, ogni individuo dispone di una dotazione
genetica del tutto unica e particolare derivante dalla combinazione irripetibile delle
varia migliaia di geni presenti nei cromosomi umani. La domanda richiama
controversie nel campo dello studio dei fenomeni umani e ricompare costantemente
sotto forma di contrapposizione tra natura e cultura. Per quanto ne sappiamo, sia le
concezioni che vedono lo sviluppo umano preminentemente determinato da fattori
genetici, sia le concezioni opposte che attribuiscono un peso assolutamente
determinante all’esperienza sociale sono entrambe da respingere nella loro
unilateralità. Un approccio che cerchi di individuare le influenze reciproche nello
sviluppo umano tra fattori biologici e sociali sembra essere assai più promettente.

Per affrontare questo problema è utile considerare gli studi sul comportamento degli
animali di cui si occupa l’etologia. Quando, ad esempio, osserviamo una gatta che
partorisce, il suo comportamento sembra chiaramente dettato dal suo istinto, cioè da
informazioni che sono state trasmesse per via genetica e che appartengono al
patrimonio genetico di quella specie particolare. Gli animali si comportano tuttavia
come se fossero a conoscenza di tutto questo e di fatto lo sono perché si tratta di
informazioni che hanno ricevuto per via genetica. Anche gli animali sono capaci di
apprendere, cioè di incamerare attraverso l’esperienza certe informazioni e di
utilizzarle per orientare il loro comportamento. Ciò sembra che valga anche per le
generazioni successiva che non hanno direttamente assistito agli effetti
dell’esperienza dei loro consimili: si può presumente che essi abbiano sviluppato delle
forme di linguaggio che rendono possibili processi di apprendimento.

Molto spesso è difficile distinguere ciò che è imputabile all’istinto e ciò che invece
dipende dall’apprendimento; si può tuttavia affermare che gli esseri umani hanno
maggiori capacità di apprendimento degli esseri umani che si accompagna a una
dotazione istintuale meno specifica. I neonati sono capaci di succhiare, piangere e
dormire; la loro dotazione istintuale elementare si limita a queste capacità che sono
certo di decisiva importanza per la sopravvivenza, ma non consento loro, di
sopravvivere autonomamente se qualcuno non si prende cura di loro per un periodo
relativamente lungo della loro esistenza postnatale.

Alcune delle capacità fondamentali che distinguono l’uomo dalle altre specie animali
sono depositate certamente nel suo patrimonio genetico (posizione eretta, pollice
opponibile). Queste capacità che sono contenute potenzialmente nel feto che cresce
nel grembo materno e che si sviluppano gradualmente nel corso del processo di
crescita dell’organismo, non sono però un dato biologico, ma semplici potenzialità che
hanno bisogno di essere attivate da un processo di socializzazione. Questo processo
interviene a plasmare e modificare, favorire e ostacolare, il processo di crescita. Varie
ricerche sullo sviluppo infantile hanno dimostrato che quando intervengono fattori
ambientali esterni sfavorevoli certe capacità umane non si sviluppano, oppure si
sviluppano solo in ritardo e in modo parziale o distorto. Si può affermare che la
dotazione genetica originaria condiziona, ma non determina, lo sviluppo delle capacità
individuali. Altrettanto importanti per determinare il corso effettivo saranno le pratiche
di allevamento e di educazione e l’insieme delle esperienze che accompagnano
l’infanzia, l’adolescenza e l’intero ciclo della vita dell’individuo. In ogni fase di questo
percorso la società interviene per determinare l’esito e la successione di tali interventi,
intenzionali e non intenzionali, voluti o subiti dal soggetto, definisce il corso del
processo di socializzazione.

Le fasi della socializzazione primaria e la formazione dell’identità

Alla nascita il bambino è un essere dotato di grande plasticità, ha di fronte una gamma
molto vasta di possibilità di sviluppo, una molteplicità di biografie possibili delle quali
solo una si realizzerà, come risultato delle esperienze che segneranno il suo percorso.
Per quanto ogni percorso sia assolutamente individuale, è possibile fissare alcune fasi
tipiche attraverso le quali passano tutti gli individui. Le modalità e gli esiti di una fase
condizionano, anche se non determinano, le modalità e gli esiti delle fasi successive
nel senso che ogni fase del processo di socializzazione pone le basi per le fasi che
seguono.

Appena nato, il bambino non ha pressoché alcuna possibilità di influire sull’ambiente


che lo circonda. Il suo è un rapporto di forte dipendenza dalla persona che lo nutre, la
sola che è in grado di soffi sfare i suoi bisogni elementari e di liberarlo dallo stato di
disagio che questi producono. La dipendenza caratterizza le prime esperienze che
incominciano a imprimesi stabilmente e a dare forma alla struttura psichica del
neonato. Se questo rapporto di dipendenza risulta gratificante in quanto permette di
allontanare lo stato di disagio indotto dai bisogni primari, egli svilupperà un rapporto
di fiducia nei confronti dell’ambiente che lo circonda; al contrario, se non comunica
bene il suo stato di bisogno oppure le persone non sono in grado di capire e soddisfare
i suoi bisogni, egli svilupperà un rapporto di sfiducia verso l’ambiente che condizionerà
anche le sue esperienze successive.

Fin da queste primissime fasi risultano evidenti i meccanismi attraverso i quali opera il
processo di socializzazione. Da un lato si sviluppa un rapporto carico di affettività tra
la madre, dispensatrice di soddisfazioni, e il bambini che manifesta attaccamento nei
suoi confronti, dall’altro lato la madre, nel soddisfare i bisogni del bambino, incomincia
a stabilire delle regole, sulla base delle quali si formano delle aspettative reciproche di
comportamento. Consideriamo gli aspetti salienti di questo processo: la natura
dell’attaccamento affettivo, la reciprocità del rapporto adulto – bambino, la
determinazione di modelli o regole di comportamento.

L’importanza dell’attaccamento a una figura adulta che fornisca una base sicura dalla
quale partire per l’esplorazione del mondo è stata particolarmente studiata da un
gruppo di studiosi che hanno combinato l’approccio psicoanalitico con l’approccio
etologico (studia i comportamenti materni nei primati). Essi hanno notato che il fatto
di poter contare su un legame affettivo stabile e duraturo fondato su un rapporto fisico
frequente consente al bambino di sviluppar fiducia nell’ambiente e in se stesso e che
la presenza di una base sicura alla quale poter ritornare favorisce la capacità di
esplorazione autonoma e quindi accresce le occasioni apprendimento; l’assenza di tale
legame oppure la rottura dovuta alla scompare della figura adulta, hanno l’effetto di
arrestare o rallentare lo sviluppo delle capacità comunicative e motorie e l’intero
sviluppo affettivo e mentale del bambino. Queste ricerche hanno sensibilizzato gli
studiosi dello sviluppo infantile a prestare molta attenzione alle forme di
comunicazione non verbale e al carattere di reciprocità dell’attaccamento e
dell’interazione che svolge tra adulto e bambino.

La reciprocità dell’interazione adulto – bambino non è stata riconosciuta negli studi


psicologici e socio psicologici sull’infanzia di impostazione contemporaneistica che
concepivano il processo di apprendimento nei termini del meccanismo
stimolo/risposta. In base a questa impostazione, il bambino veniva visto come tabula
rasa e l’adulto come l’artefice principale delle esperienze che si imprimono nella sua
mente. Numerose ricerche hanno dimostrato invece come il comportamento nei
confronti del bambino non è esclusivamente l’espressione di un atteggiamento
preesistente del genitore, ma è molto spesso l’effetto di risposta che i comportamenti
del bambino provocano sul genitore.

Come abbiamo visto, nell’interazione tra adulto e bambino si vengono a stabilire delle
regole. L’applicazione di regole di questo tipo comporta sempre in qualche modo un
premio per il comportamento ad esse conforme e una punizione per il
comportamento che da esse si discosta. Sia il modello di apprendimento fondato sul
meccanismo stimolo/risposta, sia il modello di imposizione di una regola fondato sul
meccanismo premio/punizione possono essere riformulati nei termini di un modello di
interazione che fa salvo il carattere di reciprocità del rapporto adulto – bambino.

L’analisi del rapporto adulto – bambino come interazione consente di liberarsi dallo
schematismo del modello di base al quale il premio stimola un comportamento
desiderato (effetto di rinforzo), mentre la punizione scoraggia un comportamento
indesiderato; tuttavia questo schema può apparire inadeguato se applicato ai
complessi processi di apprendimento che sono alla base della socializzazione nella
specie umana. Non sempre ricompense e punizioni hanno l’effetto di rafforzare il
comportamento desiderato in quanto la loro efficacia dipende da una serie di fattori
che riguardano il contesto dell’interazione. Un primo fattore è la coerenza con la quale
tali sanzioni vengono applicate; talvolta accade che nella pratica educativa lo stesso
comportamento venga a volte premiato e a volte punito. Un secondo fattore è
l’immediatezza con cui il premio o la punizione seguono l’azione da rafforzare oppure
da scoraggiare; una risposta tardiva indebolisce l’effetto della sanzione. Ma,
soprattutto, in particolare nel caso delle punizioni, l’effetto può essere diverso e
addirittura opposto a quello che l’educatore intende realizzare. La punizione può
essere a tal punto temuta da produrre effetti non voluti (mentire). Inoltre, la volontà di
evitare la punizione può essere neutralizzata dal desiderio di penalizzare il genitore,
inconsapevole allo stesso bambino che lo manifesta. La somministrazione di premi e
punizioni non deve quindi essere vista come un meccanismo esterno di
condizionamento del comportamento, ma come un elemento che gioca e assume
significato all’interno di un rapporto comunicativo reciproco che è carico di valenze
affettive.

Il tipo di premi e punizioni condizione evidentemente anche la loro efficacia. In


generale, si può dire che le punizioni di carattere fisico inducono a un rispetto
esteriore della norma, mentre le punizioni di carattere psicologico ne facilita piuttosto
l’interiorizzazione. Le ricompense di carattere psicologico consistono in segnali di
approvazione e in dimostrazioni di affetto, al contrario le punizioni.

Quanto più nelle pratiche di socializzazione tenderanno a prevale le sanzioni positive


di tipo affettivo, cioè le ricompense in termini di approvazione e sostegno, tanto più le
prescrizioni ricevute diventeranno delle norme interiorizzate. Tuttavia, affinché
l’interiorizzazione delle norme avvenga in modo adeguato è necessario che il bambino
estenda i propri termini di riferimento dalle figura dei genitori al contesto sociale
extrafamiliare. Questo sviluppo è indicato da Mead uno psicologo sociale americano
che ha grandemente influenzato lo sviluppo della sociologia, con il concetto di altro
generalizzato che corrisponde a quel processo di decentramento che
l’epistemologo e psicologo svizzero Piaget pone alla base dello sviluppo intellettuale
del bambino. Il bambino si trova ad agire in una cerchia di persone allargata e quindi,
man mano che cresce, opera un’astrazione e generalizzazione dai ruoli e dagli
atteggiamenti delle figure parentali ai ruoli e agli atteggiamenti in generale; in questo
modo norme e valori vengono rafforzate e sostenute dagli altri e assumono una
generalità sempre più ampia fino a includere la società nel suo complesso. Se prime
egli obbediva ad una norma per gratificare il genitore e per ottenere la sua
approvazione, ora egli la rispetterà autonomamente, poiché essa è venuta a far parte
dell’immagine che egli si è fatto di se stesso, cioè della sua identità.

Si può dire che l’acquisizione dell’identità personale si esprima nella capacità di


rispondere alla domanda “chi sono?”. Le risposte a questa domanda variano nel
tempo, possiamo dire che sono una successione di fasi in cui il soggetto sviluppa
un’identità sempre più articolata e complessa. La prima fase di questo processo
corrisponde all’acquisizione della capacità di riconoscere l’esistenza di un mondo
esterno, di delimitare i confini, tra ciò che sta dentro di sé e ciò che sta fuori di sé.
L’acquisizione di questo primo elemento embrionale di identità è mediato dal rapporto
con la madre; ma tutto ciò che lo circonda è la “madre”.

In una fase successiva il bambino incomincerà a distinguere tra la madre e gli altri
adulti e quindi ad isolare le caratteristiche delle singole persone che si occupano di lui.
In uno stadio ulteriore ha inizio la tipizzazione sessuale delle persone. Questa
identificazione viene indotta e suggerita dal trattamento differenziale che viene
riservato ai bambini e alle bambine fin dai primissimi mesi di vita. In ogni società, vi
sono modelli di comportamento ritenuti più appropriati a seconda che si tratti di
maschi o di femmine; la socializzazione differenziale contribuisce all’acquisizione
dell’identità di genere. L’eventuale presenza, di fratelli e/o sorelle consente la
sperimentazione di ruoli familiari di tipo orizzontale, cioè all’interno della stessa
generazione, e rende più differenziato il sistema di ruoli familiari nell’ambito del quale
ogni singolo soggetto definisce la propria identità.

La formazione dell’identità personale corre parallela alla scoperta e all’elaborazione


cognitiva del mondo sociale i cui confini si allargano per cerchi successivi e che
appare più differenziato e complesso. Ad ogni stadio il soggetto assume ruoli nuove
che si aggiungono e si diversificano dai ruoli precedenti e così anche la sua identità
diventa nello stesso tempo pù differenziata e specifica. Questo processo però, non si
svolge in modo lineare e cumulativo e ad ogni nuova svolta l’individuo deve ridefinire
la propria identità in relazione alla ristrutturazione della mappa cognitiva del mondo
sociale esterno. In un momento di svolta (nascita di un fratello), il soggetto è posto di
fronte alla necessità di “socializzarsi” alla nuova situazione, di definirla e strutturarla
sia dal punto di vista cognitivo, sia dal punto di vista emotivo; è necessario che
l’individuo cambi e nello stesso tempo mantenga stabile la propria identità. Si tratta di
momenti di inevitabile crisi di identità personale che comportano sempre difficoltà,
pericoli di regressione e richiedono un investimento notevole di energia, sia da parte
del soggetto stesso, sia da parte delle agenzie di socializzazione.

Da un punto di vista analitico si possono distinguere due componenti nel processo di


formazione dell’identità: una di identificazione e una di individuazione. Con la
prima il soggetto fa riferimento alle figure rispetto alle quali si sente uguale o simili e
con le quali condivide determinati caratteri; l’identificazione conduce alla formazione
del senso di appartenenza a un’entità collettiva definita come “noi” (la famiglia, la
patria). Con la componente di individuazione il soggetto fa riferimento alle
caratteristiche che lo distinguono dagli altri, sia dagli altri gruppi ai quali non
appartiene (ogni identificazione/inclusione genera un’individuazione/esclusione), sia
dagli altri membri del proprio gruppo rispetto ai quali il soggetto si distingue per le
proprie caratteristiche fisiche e morali e per una propria storia individuale (biografia).

La socializzazione secondaria

Definiremo socializzazione secondaria quell’insieme di pratiche messe in atto dalla


società che consentono agli individui di assumere ed esercitare ruoli adulti. Poiché tali
ruoli sono straordinariamente vari e differenziati, il compito della socializzazione
secondaria consiste nella formazione delle capacità sociali specifiche necessarie
all’esercizio di tali ruoli.

Ogni individuo ricopre nella società una pluralità di ruoli i quali si collocano in sfere di
vita separate tra loro. Vi è la sfera dei ruoli familiari, dove nello stesso tempo un
individuo ricopre più ruoli (marito, figlio, fratello). Vi è la sfera dei ruoli lavorativi che si
differenziano a seconda del ramo di attività (agricoltura, industriale), del tipo di
mestiere e mansione (tornitore, avvocato), del tipo di organizzazione gerarchica
nell’organizzazione del lavoro (dirigente, impiegato, operaio) e in base a molte altre
caratteristiche. Vi è la sfera dei ruoli relativi alle attività amicali e del tempo libero
(sport, giochi). Vi è poi la sfera dei ruoli che riguardano la partecipazione sociale e
politica (membro dell’assemblea dei genitori della scuola dei figli, tesoriere della
sezione locale del suo partito). L’insieme dei ruoli svolti da un individuo si designa in
genere con il termine inglese role set.
Inoltre, e questo aspetto è assai importante per i processi di socializzazione
secondaria, la composizione dell’insieme dei ruoli svolti da un individuo muta
continuamente nel tempo lungo l’arco della vita. In ogni sfera di vita ciascun individuo
compie un proprio percorso che in parte può essere tipico di molti altri individui, in
parte tutto personale. Nella sfera dei ruoli familiari, si possono identificare una serie di
tappe attraverso le quali passano la maggior parte degli esseri umani: nascerà un
fratello, ad un certo punto si deciderà di lasciare la casa dei genitori per iniziare una
nuova vita da soli o con qualcun altro e possono nascere dei figli. Vari altri eventi
potranno segnare il percorso ed ogni tappa segnerà un cambiamento nei ruoli familiari
del soggetto.

Nella sfera educativa, in quella lavorativa e in ogni altro campo dove l’individuo svolge
dei ruoli si verificheranno varie serie di cambiamenti. La biografia di ogni individuo può
essere vista in questo senso come un intreccio di percorsi ognuno dei quali è segnato
da una serie di svolte, ora brusche e drammatiche, ora graduali e quasi impercettibili,
alcune perseguite consapevolmente e frutto dell’azione intenzionale del soggetto,
altre, invece, subite e provocate da modificazioni dell’ambiente esterno che il soggetto
non può controllare. Ognuna interferisce, condizione ed è condizionata dalle svolta che
costellano gli altri percorsi.

Ogni svolta in ogni percorso comporta l’abbandono di un ruolo e l’assunzione di un


ruolo nuovo, oppure la ridefinizione dei contenuti di ruolo in termini di aspettative
reciproche e di prestazioni richieste. Inoltre, ogni svolta nell’ambito di un ruolo
produce una serie di aggiustamenti in tutti gli altri ruoli dell’individuo il quale deve
quindi ristabilire l’equilibrio dinamico in tutti i settori in cui si svolge la sua esistenza.
Ad ogni svolta l’individuo deve ridefinire la propria situazione in modo più o meno
globale a seconda dell’importanza della svolta. Per fronteggiare la nuova situazione,
l’individuo non può far ricorso esclusivamente al repertorio di atteggiamenti,
comportamenti, competenze appresi precedentemente, ma deve arricchire tale
repertorio (in ciò consiste l’apprendimento) e neutralizzare quegli elementi acquisiti
che risultano non sono inefficaci, ma addirittura dannosi nella nuova situazione. Chi ha
lavorato una vita incontra queste difficoltà al momento della pensione, perché si trova
troppo tempo libero da gestire; egli deve socializzarsi ed essere socializzato alla nuova
situazione di pensionato e può farlo ricorrendo ad una serie di modelli e di strategie di
comportamento che sono nuove e che devono essere apprese.

Questo esempio ci mostra come la socializzazione sia un processo continuo che svolge
lungo tutto l’arco della vita. Di questa continuità bisogna sottolineare due aspetti. Il
primo si riferisce alla natura più o meno cumulativa dei processi di apprendimento che
accompagnano la socializzazione. Quando l’apprendimento di cose nuove entra in
conflitto e risulta incompatibile con una parte di quanto è già stato appreso, questa
parte deve in qualche modo essere accantonata per far posto e rendere possibile
l’acquisizione del nuovo. Vi è accumulazione quando i processi di apprendimento
superano di gran lunga per entità e importanza i processi di disapprendi mento. Oltre
un cera età, invece, anche in relazione al deterioramento delle funzioni cerebrali,
diminuisce o si arresta del tutto la capacità di apprendere cose nuove e quanto è stato
appreso in precedenza viene selettivamente eliminato man mano che non risulta più
utilizzabile nella prassi quotidiana. Non bisogna quindi confondere tra processi di
socializzazione e processi di apprendimento anche se esiste un nesso tra i due.
Il secondo aspetto della continuità del processo di socializzazione consiste nel fatto
che passando dalla socializzazione primaria a quella secondaria il soggetto acquisisce
un controllo sempre maggiore sul processo stesso: egli diventa un agente della sua
stessa socializzazione, capace di compiere delle scelte che indirizzano il processo e
condizionano l’azione degli agenti di socializzazione.

Gli agenti della socializzazione secondaria

La scuola è la prima istituzione sociale extrafamiliare con la quale l’individuo entra in


rapporto e l’entrata in essa rappresenta l’inizio della socializzazione secondaria. La
figura dell’insegnante è quella del portatore di un ruolo sociale specifico, definito da
caratteristiche oggettive di competenza e da norme impersonali di prestazione.
Nell’interazione con l’insegnante il bambino impara prima di tutto modelli di
comportamento adeguati ad una situazione definita in termini di rapporti di autorità
assai più impersonali che in famiglia. Inoltre, nella situazione scolastica il bambino
imparerà in modo assai più esplicito che non nella precedente esperienza familiare a
strutturare la propria azione in termini di rapporto mezzi/fini.

Sulla base delle proprie prestazioni, lo scolaro viene indotto a confrontarsi, in modo
esplicito o implicito, con i propri compagni e a sperimentare quindi una situazione
oggettivamente competitiva, oppure viene stimolato a cooperare con essi al fine della
realizzazione di un obbiettivo comune. La socializzazione scolastica trasmette una
serie di modelli di comportamento che si rifanno ai principi di autorità, di prestazione,
di competizione e di cooperazione.

L’intera vita lavorativa è costellata di momenti e fasi di apprendimento, formali e


informali, a seconda della frequenza con cui si verificano mutamenti di posto di lavoro
(mobilità lavorativa), oppure si trasformano le mansioni per effetto del cambiamento
tecnologico e organizzativo. La stessa organizzazione del lavoro (superiori, colleghi)
diventa un agente di socializzazione.

Grande importanza nei processi di socializzazione secondaria ha il gruppo di pari. Gli


studi sul processo di socializzazione pongono generalmente l’accento sulla natura
asimmetrica del rapporto tra gli agenti di socializzazione (famiglia, scuola,
organizzazione), dotati di un autorità pedagogica, e i destinatari della loro azione,
coloro che devono essere socializzati. Di socializzazione si può parlare però anche nei
rapporti tra pari, cioè tra individui che sono formalmente sullo stesso piano e tra i quali
non esiste un rapporto sanzionato di autorità o di subordinazione (fratelli e sorelle
sono pari nei confronti dei genitori). Inoltre, vi sono molte attività dove i ruoli non sono
necessariamente gerarchizzati (gruppi amicali, associazioni di volontariato) e dove
quindi prevalgono relazioni simmetriche tra le persone che fanno parte di tali gruppi.

I rapporti all’interno di un gruppo di pari si collocano tra le due polarità della


solidarietà (azione solidaristica) e della competizione (azione competitiva). L’agire
solidaristico si fonda sul sentimento di appartenenza in virtù del quale i membri di un
gruppo sottolineano ciò che li accomuna e quindi li rende uguali; l’agire competitivo si
fonda, invece, sul sentimento di individualità e tende a differenziare tra loro i membri
del gruppo. Nell’ambito delle organizzazioni ordinate gerarchicamente gruppi informali
tendono a formarsi lungo linee orizzontali tra persone che occupano lo stesso livello e
che possono contrapporsi a coloro che si collocano a livelli inferiori o superiori. In
questo caso la solidarietà riduce la competizione tra i membri del gruppo. Dove la
competitività orizzontale è elevata, la solidarietà di gruppo risulterà scarsa, oppure si
svilupperà nella dimensione verticale tra persone appartenenti a livelli diversi. La
caratteristica che definisce l’esistenza di un gruppo di qualsiasi natura è la presenza di
qualche forma di solidarietà che controlla e regola la competitività al suo interno,
oppure la indirizza verso altri gruppi esterni.

I gruppi possono essere di natura diversa a seconda dell’ambito in cui si formano


(gruppi di vicinato, compagni di scuola), del tipo di scopo che perseguono (ludico,
ricreativo, politico), del tipo di rapporti che intercorrono tra i loro membri, della
frequenza dell’interazione al loro interno, dell’ampiezza, degli scambi che mettono in
atto con altri gruppi. Essi inoltre possono essere, formali o informali a seconda della
presenza o meno di un’organizzazione che stabilisca una serie di regole esplicite per il
loro funzionamento. Tra queste regole importanti sono quelle che governano i
meccanismi di reclutamento dei membri del gruppo in quanto esse sono volte ad
accertare se un individuo possiede i requisiti richiesti per l’appartenenza, se è stato
adeguatamente socializzato al ruolo di membro, ho se ha le caratteristiche per esserlo
successivamente. In quest’ultimo caso, si dà luogo alla creazione di un ruolo
transitorio, quello di aspirante, e a un periodo transitorio di aspettativa, che segnano
una fase di intensa socializzazione alle norme del gruppo. In altri casi, il momento nel
quale un individuo entra a far parte di un gruppo è ritualisticamente segnato dal
superamento di una prova (riti di passaggio), oppure da cerimonie solenni che
segnano drammaticamente la transizione e l’ingresso in una nuova condizione (riti di
iniziazione).

Tra gli agenti di socializzazione secondaria bisogna annoverare anche i mezzi di


comunicazione di massa in quanto la loro influenza interferisce e si sovrappone a
quella degli altri agenti di socializzazione. Essi influiscono in misura assai cospicua
nella formazione di atteggiamenti, opinioni e comportamenti relativi alle più diverse
sfere di attività. Indubbio è che il processo di socializzazione risulta profondamente
influenzato dalle comunicazioni di massa nel senso che l’esposizione ai loro messaggi
può rafforzare o indebolire l’efficacia dell’azione degli altri agenti di socializzazione.
Ciò pone però un problema: quello dei conflitti di socializzazione.

I conflitti di socializzazione nelle società differenziate

I vari agenti di socializzazione operano in modo coordinato e coerente, oppure ognuno


di essi segue una propria logica di azione che non produce necessariamente effetti tra
loro compatibili e convergenti?

Le esperienze di socializzazione attraverso le quali un individuo passa nel corso della


sua esistenza non si sommano armonicamente le une alle altre: esperienze successive
molto spesso smentiscono, modificano o neutralizzarono l’influenza di quelle
precedenti. Il processo di socializzazione appare nel complesso come tutt’altro che
lineare. I genitori possono equipaggiare i figli con una bagaglio di valori, conoscenze e
aspirazioni, ma le esperienze scolastiche possono modificare o vanificare tutto ciò, a
sua volta il mondo del lavoro può richiedere conoscenze che non sono state insegnate
in ambito scolastico.
Non solo non vi è coerenza trai i vari agenti che concorrono alla socializzazione di un
individuo, ma l’azione di ognuno di essi può non essere interamente coerente. Nella
famiglia i parenti possono agire in modi e con finalità compatibili, nella scuola gli
insegnanti possono agire in modo divergenti e nel lavoro le aspettative dei superiori
possono entrare in conflitto con quelle dei compagni o dei sindacati.

I mezzi di comunicazione di massa interferiscono ormai nell’azione di tutti gli agenti di


socializzazione. Genitori e insegnanti manifestano spesso ostilità nei confronti della
televisione che essi percepiscono come un fattore che svalorizza la loro funzione e
toglie efficacia ai loro messaggi educativi. Ma gli stessi mezzi di comunicazione di
massa diffondono modelli tra loro incoerenti, la cultura di massa è frammentaria ed
eterogenea, non produce effetti di omologazione quanto piuttosto di dispersione.

Non possiamo dare per scontata la presenza di un’interna coerenza tra le varie
agenzie di socializzazione. L’individuo è sottoposto ad una serie di pressioni incrociate
che ora si eludono ora si rafforzano reciprocamente. Non esiste un programma
prestabilito che modella i comportamenti umani in modo unitario e coerente al fine di
produrre la gamma di tipi sociali richiesta in una società data in un determinato
momento storico. Inoltre, anche volessimo ammettere l’esistenza di tale programma,
nulla ci garantisce un adeguamento docile del singolo individuo alle sue prescrizioni. Il
sistema sociale non è onnipotente di fronte agli individui, da un lato perché la sua
azione si svolge attraverso una pluralità di agenzie relativamente indipendenti le une
dalle altre, dall’altro lato perché la costruzione biopsichica degli individui offre
comunque resistenza all’influenza del sistema sociale.

A questo punto possiamo chiederci se, di fronte a influenze così diversificate e


potenzialmente contrastanti, sia comunque possibile per l’individuo ricostruire un
percorso di socializzazione dotato di un certo grado di coerenza. Importante è
ricordare che, a parte le prime fasi della socializzazione primaria nelle quali il bambino
ha minori possibilità di influire sul proprio contesto di socializzazione, nelle fasi
successive questa possibilità aumenta, nel senso che aumenta la gamma delle opzioni
di socializzazione e di identità tra le quali un individuo può scegliere con un grado
consistente di autonomia.

Un individuo, cioè, al di là del primo stadio infantile, diventa un agente attivo della
propria socializzazione. La società gli offre una gamma di opportunità di
socializzazione e questo spazio di scelta non si riduce mai a zero; è l’individuo stesso a
dover gestire l’inevitabile conflitto che in una società altamente differenziata si
produce tra le varie agenzie di socializzazione, ma è proprio questa possibilità che
garantisce l’esistenza di uno spazio di libertà per l’individuo e definisce i confini della
sua facoltà di indirizzare il processo della propria socializzazione e di costruire la
propria identità.

Linguaggio e comunicazione
Il problema delle origini del linguaggio
Gli etologi hanno ormai accertato che anche molte specie animali comunicano con
sistemi di segni e quindi hanno un “loro” linguaggio, non sembra proprio che vi siano
in natura altri esseri viventi che usano un linguaggio simile al nostro per livello di
complessità e di elaborazione.

Non c’è da stupirsi se da tempi immemorabili gli uomini si siano interrogati sulle origini
del linguaggio, poiché porsi questa domanda equivale a interrogarsi sulle origine
stesse dell’uomo e quindi sulla creazione. La questione è profondamente legata alla
dimensione religiosa. Non a caso nella tradizione ebraico – cristiana, Dio è il “verbo” e
la parola è ciò che rende l’uomo simile a Dio.

La Bibbia ritorna in certi passi sui problemi della lingua: quando gli uomini vogliono
innalzare una torre che raggiunga il cielo, Dio interviene per punire la loro arroganza
confondendo i loro linguaggi in modo che da quel momento in poi non parleranno più
la stessa lingua. Da allora la torre di Babele è diventata la metafora
dell’incomunicabilità e dell’incomprensione tra gli uomini. Il racconto biblico è una
testimonianza di quanto antica sia la riflessione umana sul linguaggio, le sue forme e
le sue funzioni. Possiamo dire che la riflessione sul rapporto tra parole, concetti e cose
è il tema centrale della filosofia dalle origini ai giorni nostri.

Utile è fermarsi a considerare almeno due problemi che sono al centro del dibattito
filosofico e scientifico e che sono strettamente legati tra loro: il problema delle origini
delle lingue e della natura innata, o appresa del linguaggio. Gli studiosi si sono posti il
problema se le tante lingue che si parlano ora sulla terra (attualmente cinquemila) non
derivino tutte da una stessa lingua comune originaria. Le iporesi in gioco sono due e
opposte tra loro: l’ipotesi monogenetica e l’ipotesi poligenetica, cioè c’è chi
sostiene che le lingue attuali sono prodotte per differenziazione da un’unica lingua e
chi sostiene invece la pluralità dei ceppi linguistici originali. Un problema che è
connesso a quello che si sono posti gli studiosi dell’origine delle razze umane: alcuni
sostengono che l’uomo sia comparso in un solo punto (Africa) e di lì si sia diffuso e
differenziato, mentre altri propendono per l’ipotesi della comparsa indipendente in
aree diverse. Il problema non è facilmente risolvibile sul piano scientifico perché
abbiamo traccia delle lingue usate in passato solo a partire dagli ultimi 6.000 anni,
cioè da quando è stata introdotta la scrittura.

Non c’è dubbio che le lingue attualmente parlate siano il risultato di un processo di
differenziazione linguistica che è avvenuto nel corso degli ultimi millenni.
L’evoluzione delle lingue è molto rapida rispetto all’evoluzione genetica. La maggior
parte delle lingue dell’area europeo – caucasica e del sub – continente indiano
derivano da una lingua, l’indoeuropeo, che i linguisti sono stati in grado di ricostruire
partendo dalle lingue attuali, anche se non è più parlata da nessuna popolazione
vivente.

Se il processo di differenziazione da basi linguistiche omogenee ha funzionato negli


ultimi millenni, non si vede come non avrebbe dovuto funzionare prima; l’ipotesi di
un’unica origine appare quanto meno plausibile. Naturalmente si tratta di congettura;
la scienza non può dare una risposta certa a tutte le domande che ci poniamo.

La questione, tuttavia, non è irrilevante, poiché se ammettiamo come almeno


plausibile l’ipotesi unitaria, si rafforza anche la tesi di colo che sostengono che il
linguaggio è innato nella specie umane, una sorta di carattere del suo patrimonio
biologico, formatasi gradualmente nel corso del processo di evoluzione. La teoria della
natura innata della conoscenza (Aristotele e Cartesio) è stata ripresa da un linguista
americano, Noam Chomsky, il fondatore della moderna “scienza cognitiva”. Secondo
Chomsky, le analogie strutturali che si riscontrano in tutte le lingue fanno ritenere che
vi sia una grammatica universale innata, fatta di regole che permettono di collegare il
numero limitato di fonemi che gli organi vocali della specie umana sono in grado di
produrre. Sulla base di questa sintassi –grammatica universale si svilupperebbero poi,
per processi secondari di differenziazione, le grammatiche delle singole lingue
particolari, con tutte le loro specificità semantiche (legate al significato delle parole)
legate alle diversità degli ambienti nei quali si sono trovate a vivere le popolazioni
umane.

Chomsky è stato sempre riluttante a considerare il linguaggio come il risultato di un


processo di selezione naturale che avrebbe fornito alla specie umana un decisivo
“vantaggio evolutivo” rispetto alle altre specie animali.

Questo passo è stato compiuto di recente da alcuni biologi evoluzionisti sulla base
di due considerazioni, una teorica e una empirica. La considerazione teorica riguarda il
problema dei vantaggi evolutivi, cioè quei tratti che pongono coloro che li
posseggono in una posizione di vantaggio, aumentando le probabilità che riescano a
sopravvivere e riprodursi. Seguendo lo schema proposto da Lieberman il ragionamento
può essere sintetizzato così: il linguaggio verbale è un invenzione del’homo sapiens,
gli ominidi che l’hanno preceduto comunicavano probabilmente con gesti e con
sistemi di segni non verbali, sia pure più evoluti di quelli delle specie animali. La
dimostrazione di questo sarebbe nel fatto che nessuno degli organi dell’apparato
fonatorio svolge come funzione primaria la riproduzione di suoni. La funzione fonatoria
si sarebbe sviluppata successivamente attraverso una serie di adattamenti anatomici
(mobilità della lingua) che hanno reso possibile la produzione di suoni sempre più
articolati. Lo stesso aumento della massa cerebrale sarebbe stata attivata
dall’acquisizione del linguaggio verbale e un cervello più sviluppato avrebbe poi
ulteriormente favorito l’espansione e il perfezionamento della capacità linguistiche.
Rispetto al linguaggio gestuale, il linguaggio verbale presenta il notevole vantaggio di
consentire la comunicazione senza interrompere le azioni compiute con altre parti del
corpo (braccia, mani). Infine, è certo che i vantaggi evolutivi della specie umana sono
stati accresciuti dalla scrittura che consente la conservazione e la trasmissione di
informazioni di generazione in generazione in grande quantità.

La considerazione empirica riguarda lo studio di alcuni disturbi del linguaggio,


indipendenti dal livello intellettuale, che si manifestano nell’incapacità di usare certe
categorie grammaticali. Provato è stato che questi disturbi sono ereditari e si
trasmettono nella famiglie seguendo il classico ordine mendeliano (Mendel),
avvalorando quindi l’ipotesi che vi siano dei geni specifici alla cui presenza è da
attribuire l’acquisizione di determinate competenze linguistiche, mentre la cui assenza
spiega l’insorgenza di queste forme di patologia del linguaggio.

Le argomentazioni dei teorici dell’evoluzione e le prove empiriche, lasciano presumere


che vi sia una base biologica del linguaggio nel patrimonio genetico della specie
umana. Possiamo ragionevolmente sostenere che entrambe le componenti (innate e
acquisite) sono presenti, che le componenti innate sono di carattere molto generale e
astratto e che non limitano certo l’immenso campo di libertà e creatività della cultura
umana.

Le lingue umane hanno un fondamento comune e la loro origine si confonde con


l’origine stessa della specie.

Le funzioni del linguaggio: pensare e comunicare

Per Giambattista Vico il linguaggio nasce insieme al pensiero, le prima parole usate
dagli uomini sono costruite imitando i suoni naturali e che nei bambini possiamo
rintracciare i modi esprimersi di un’umanità ricacciata a uno stadio primitivo dopo il
diluvio universale.

La prima parola, per Vico, risolveva quindi un problema cognitivo. Da allora, l’idea
dell’esistenza di uno stretto legame tra pensiero e linguaggio, di una sorta di circuito
per cui il pensiero contribuisce alla formazione del linguaggio e questo a sua volta
arricchisce gli strumenti del pensare, è stata al centro dell’attenzione di filosofi,
psicologi e sociologi. Non possiamo pensare senza linguaggio e quindi attraverso il
linguaggio possiamo accedere al funzionamento della mente.

- Funzione cognitiva del linguaggio. Le operazioni fondamentali del pensiero


trovano tutte corrispondenza nelle strutture del linguaggio. Pensare qualcosa
vuol dire “nominarla”, cioè stabilire un rapporto tra un “significante” e un
“significato”; classificare le cose cioè stabilire tra loro rapporti di uguaglianza o
diversità, vuol dire raggruppare i “significati”, le parole, in classi omogenee per
qualche caratteristica; quantificare vuol dire stabilire se in una classe vi sono
una, due o più cose, cioè “enumerarle”; individuare uno stato un’azione di una
cosa vuol dire assegnarle un predicato; localizzare una cosa nello spazio o un
suo movimento vuol dire applicare uno dei complementi di luogo; stabilire il
grado di controllo che il “soggetto” ha su un evento vuol dire usare un verbo
transitivo o intransitivo, attraverso quelle operazioni che ci sono ben note da
quanto ci hanno insegnato a fare l’analisi grammaticale e logica degli enunciati.

Tuttavia, il linguaggio serve a comunicare ad altri il nostro pensiero e a ricevere dagli


altri i messaggi nei quali è formulato il loro pensiero.

- Funzione comunicativa del linguaggio. Per comunicare, un’idea, un sentimento,


un’informazione che abbiamo dovuto pensare prima e tuttavia non possiamo
pensare se non con gli strumenti che ci sono forniti dal linguaggio.
Un’esperienza è come di tutti coloro che parlano o scrivono che la necessità di
comunicare a qualcuno il proprio pensiero è un forte incentivo per elaborarlo e
chiarirlo anche a se stessi.

Affinché abbia luogo un atto comunicativo devono essere presenti alcuni elementi: un
emittente, un ricevente, un canale, un codice e un messaggio. L’emittente deve
tradurre quello che vuole comunicare in una serie di segni o suoni seguendo le
prescrizioni del codice del canale utilizzato e confezionare così il messaggio; il recente,
a sua volta, deve utilizzare un codice analogo per decifrare il messaggio. Il codice
affinché ci siamo comunicazione deve essere condiviso da entrambi. Condiviso non
vuol dire assolutamente identico, nessuno parla esattamente la stessa lingua.

Il concetto di condivisione del codice indica due aspetti: primo, che il linguaggio è
una convenzione sociale, un patto implicito stabilito all’interno di una comunità;
secondo, che ha carattere normativo, cioè è formato da un insieme di regole che
definiscono quali sono i modi ammissibili di confezionare i messaggi affinché questi
possano essere recepiti con successo da ricevente. Non c’è linguaggio senza una
comunità di parlanti, che lo abbia adottato come strumento della comunicazione
interpersonale. Nessuno di noi si è accordato con i suoi vicini per stabilire il codice di
comunicazione. Ogni uomo nasce in un mondo già strutturato dalle istituzioni del
gruppo al quale appartengono i suoi genitori e il linguaggio è una di queste istituzioni.
L’organismo umano è biologicamente predisposto per produrre e ricevere messaggi
verbali. Questa predisposizione rappresenta una potenzialità che ha bisogno di essere
attivata medianti l’interazione sociale.

L’acquisizione delle competenze linguistiche è un fenomeno misterioso.


L’acquisizione del linguaggio richiede un’assidue, prolungata e costante interazione
sociale, prima con la madre e poi, via via, con cerchie sempre più ampie di “parlanti”.

La lingua che apprendiamo “naturalmente” come lingua madre non è solo una delle
tante lingue che si parlano sulla terra, ma anche una delle tante varianti della lingua
che si parla nel nostro paese.

La variabilità dei linguaggi umani nello spazio e nel tempo

Abbiamo accennato al fatto che tutte le lingue presentano caratteristiche strutturali


comuni. Le strutture grammaticali e sintattiche sono quelle che presentano la maggior
stabilità nel tempo e uniformità nello spazio. Sulla base del lavoro di Ferdinand de
Saussure, si è sviluppata una scuola di linguistica che, proprio per l’interesse
portato a questi aspetti, è stata chiamata strutturalista. Gli appartenenti a questa
scuola studiano la lingua “in sé e per sé”, come un sistema strutturato di parti
interdipendenti che rispondono a una serie di regole astratte. Essi sostengono la
presenza in ogni lingua di elementi stabili, i tratti fondamentali della grammatica e
della sintassi, detti anche universali linguistici, e di elementi di natura
convenzionale e fondamentalmente arbitrari. Questi ultimi riguardano essenzialmente
gli elementi lessicali e semantici. La semantica, per gli strutturalisti, è il regno della
convenzione e dell’arbitrio.

Ben diversa era la prospettiva dei linguisti della scuola romantica (Germania e centro –
Europa metà Ottocento). Essi vedevano nella lingua l’espressione più genuina dello
“spirito” di un popolo, il fondamento della sua identità collettiva e quindi erano portati
a mettere in evidenza ciò che differenzia una lingua dalle altre piuttosto che ciò che le
rende simili. La semantica prende il sopravvento sulla sintassi. Non è un caso che i
maggiori esponenti di questa scuola, i fratelli Grimm, si debba la pubblicazione dei
primi volumi di un monumentale dizionario della lingua tedesca.

Possiamo considerare questa come una prospettiva di tipo etnografico allo studio dei
fenomeni linguistici, poiché vede nella lingua la sedimentazione delle esperienze
storiche di un popolo, le tracce del suo rapporto con l’ambiente naturale e dei suoi
modi di affrontare i problemi quotidiani. La lingua viene colta come espressione della
cultura e delle sue infinite variazioni che fanno di una popolazione un’entità ben
definita.

Per Jacob Grimm la lingua è vista come un fattore di differenziazione culturale che
stabilisce dove sono i confini della nazione, intesa come la comunità dei parlanti la
stessa lingua e sul quale si fonda quindi il senso di appartenenza alla collettività del
“noi”, distinta da chi parla un altro idioma. Tuttavia la diffusione delle lingue è il
prodotto di fattori storici che hanno messo in contatto popolazioni parlanti lingue
diverse come conseguenza di movimenti migratori e di fenomeni di conquista e
sottomissione. Difficile è che due lingue possano convivere a lungo nello stesso
territorio quindi, si osserveranno fenomeni di contaminazione linguistica: nella
lingua che avrà il sopravvento resteranno tracce consistenti della lingua soppressa o
caduta in disuso. Ogni lingua è costantemente sottoposta a pressione, sia per effetto
dell’influenza esercitata dalle culture delle popolazioni con le quali una popolazione
entra in contatto, sia per effetto della costante necessità di modificarsi per poter
esprimere in modo adeguato le trasformazioni subite dalla comunità dei parlanti.

Questi fenomeni sono ben visibili nel caso delle trasformazioni subite dall’italiano in
epoca postunitaria. Non solo perché la lingua di oggi è piena di neologismi recenti e di
termini importati, soprattutto dall’inglese, ma perché molto delle forme lessicali e
grammaticali usate allora ci sembrano oggi irrimediabilmente arcaiche. Del resto,
all’epoca dell’unificazione politica del paese, erano pochi gli abitanti della penisola in
grado di parlare (leggere e scrivere) l’italiano. Si può dire che l’unificazione linguistica
del paese sia stata il prodotto prima della scuola di base obbligatoria e poi
dell’esposizione all’italiano standard dei mezzi di comunicazione di massa.

Molti di quelli che noi chiamiamo “dialetti” erano delle vere e proprie lingue, sostenute
anche da una produzione letteraria. A parte il caso della Toscana dove la distinzione
tra lingua e dialetto appare problematica, vi sono in Italia ben 11 regioni su 20 dove
meno di un terzo della popolazione parla solo ed esclusivamente italiano e ben 12
dove più del 10% parla solo ed esclusivamente il dialetto e in tutte le regioni (tranne
Toscana e Lazio) la metà o quasi della popolazione parla un misto di italiano e dialetto
per cui si può dire che gli italiani di oggi sono una popolazione bilingue.

Le lingue quindi sono fenomeni sociali dinamici che variano nello spazio e mutano nel
tempo. La variazioni non sono soltanto territoriali e diacroniche. Anche nello stesso
momento e nella stessa popolazione, le lingue variano a seconda della collocazione
dei parlanti nello spazio sociale.

La variabilità sociale della lingua

Il nostro discorso è disseminato di innumerevoli spie che rivelano chi siamo o, meglio,
che cosa crediamo di essere e come vogliamo apparire agli altri. Tra le varie
informazioni che trasmettiamo al nostro interlocutore vi è anche la nostra collocazione
nello spazio socioculturale, vale a dire nella stratificazione sociale. Non che vi sia
sempre una corrispondenza perfetta tra classe di appartenenza e lingua utilizzata ma,
vi sono differenze significative nei modi di esprimersi degli appartenenti alle diverse
classi sociali. Non è solo la pronuncia ad imprimere alla lingua una marcatura di
classe. Il lessico usato è un indicatore altrettanto evidente. In generale, la ricchezza
lessicale aumenta molto nettamente salendo la scala sociale, come varia la frequenza
d’uso di forme grammaticali e sintattiche più elaborate (congiuntivo proposizioni
subordinate).

Un atto comunicativo è il risultato di una serie di scelte (lessicali, grammaticali,


sintattiche) che il parlante compie ricorrendo al proprio repertorio, cioè al patrimonio
di competenze che si sono gradualmente accumulate interagendo con altri nel proprio
ambiente di vita. I bambini di classe operaia acquisiscono, nell’interazione familiare
e tra compagni, un “codice ristretto”, particolaristico, localistico, fortemente
dipendente dal contesto, mentre i bambini di classe media adottano un “codice
elaborato”, universalistico e meno indipendente dal contesto.

Le famiglie di classe media operano in un contesto più ampio, meno legato alle
esigenze “materiali” della vita, al lavoro manuale, alle relazioni di vicinato e quindi
sviluppano una maggiore familiarità con le agenzie preposte al controllo simbolico. La
scuola, opera come agente deputato alla trasmissione ed elaborazione di “codici
elaborati” e quindi di fatto favorisce i bambini per i quali vi è congruenza tra codice
comunicativo acquisito spontaneamente e codice comunicativo trasmesso
dall’istituzione scolastica, mentre tende a penalizzare coloro per i quali questa
congruenza non esiste.

Spesso è stato notato che coloro che appartengono allo strato medio – basso (piccola
borghesia, ceti impiegatizi) parlano un linguaggio formalmente molto rigoroso e
corretto, spesso infarcito di espressioni forbite e ricercate. Chiaro è che, in questi casi,
l’uso del linguaggio denuncia da un lato la volontà di differenziarsi dai ceti popolari,
dall’altro il desiderio di essere accettati dai ceti superiori ai quali si aspira ad
appartenere.

Si può dire che, oltre la disuguaglianza sociale, qualsiasi forma di differenziazione


sociale che porti alla formazione di gruppi si riflette in altrettante varianti linguistiche.
Basti pensare al rapporto tra linguaggio e genere, cioè alla diversità dei linguaggi
maschili e femminili.

Una variante, soprattutto nei tempi passati, era quella tra linguaggio “urbano” e
linguaggio “contadino”. I contadini si sa, passavano lunghe ore nei campi, in condizioni
di quasi completo isolamento e non avevano quindi bisogno di sviluppare elaborati
codici comunicati; per questo il loro linguaggio è stato sempre bollato come rozzo e
primitivo.

Più importanti, nel mondo moderno, sono le varianti legate ai gruppi professionali.
Basta ascoltare per qualche minuti l’arringa di un avvocato in un’aula di tribunale per
rendersi conto che parla in un linguaggio specialistico, comprensibile soltanto dagli
addetti ai lavori e per lo più oscuro anche alle stesse parti in causa. Evidente è che i
linguaggi tecnici sono il prodotto della crescente specializzazione del sapere e delle
conoscenze. L’acquisizione di un sapere specialistico richiede un lungo periodo di
addestramento e che serve alla comunicazione all’interno della cerchia ristretta degli
“esperti”.
I linguaggi specialistici possono svolgere anche altre funzioni. Essi possono, costruire
un’efficace barriera d’accesso ai saperi che vengono veicolati per loro tramite. Il modo
migliore per monopolizzare qualche forma di sapere è di formularlo in un linguaggio
inaccessibile ai più, o meglio, accessibile soltanto a coloro che sono stati addestrati e
“ammessi” al suo uso da coloro che detengono il monopolio stesso. Questa è la
ragione per la quale i membri delle società segrete, comunicano tra loro in codice, o
usano comunque un linguaggio iniziatico, inaccessibile a tutti coloro nei confronti dei
quali il segreto deve essere mantenuto.

In genere, possiamo dire che ogni barriera sociale è anche un barriera linguistica.

Tipi di linguaggio: privato, pubblico, orale e scritto

Il linguaggio varia anche in relazione alla situazione sociale nella quale avviene la
comunicazione.

Una delle primi distinzioni da fare è quella tra linguaggio privato e linguaggio
pubblico. Quando parliamo tra amici o in famiglia non stiamo molto attenti alla
correttezza delle forme grammaticali e sintattiche. La conversazione interpersonale è
molto più calata nella dimensione del “qui ed ora”, fa molto più attenzione ai segnali
non verbali di approvazione o disapprovazione degli interlocutori; quello che conta è
farsi capire dalle persone con le quali si sta parlando. Il linguaggio pubblico, invece, è
molto formale/impersonale sia perché in genere è rivolto a un pubblico e non ad una
serie di persone ben individuate, sia perché, anche quando si genera nell’interazione
interpersonale, richiede un maggiore controllo formale. Nel linguaggio pubblico, infatti,
il grado di controllo sulla correttezza formale nella formulazione del messaggio è molto
più accentuato, sia per quanto riguarda le scelte lessicali, sia per quanto riguarda le
forme grammaticali e sintattiche.

Le differenze diventano poi ancora più macroscopiche a seconda che la comunicazione


avvenga in forma orale oppure in forma scritta. La differenza fondamentale
consiste nel fatto che, nella comunicazione orale, al di là del contenuto e della forma
del messaggio, si aggiunge una serie di elementi meta comunicativi che invece sono
assenti nella comunicazione scritta. Il tono e l’intensità della voce, il dosaggio delle
pause e tutta la gamma del linguaggio gestuale (posture del corpo, movimenti delle
braccia e delle mani) accompagnano, per così dire, il messaggio verbale e forniscono
all’interlocutore una serie di messaggi aggiuntivi con i quali interpretare il significato
del messaggio verbale.

Il silenzio può assumere vari significati a seconda della situazione. Nella conversazione
telefonica, ad esempio, vi è una regola tacita che impone ad entrambi gli interlocutori
di emettere con una certa frequenza almeno dei suoni, per segnalare la propria
presenza, altrimenti nasce il sospetto che l’altro interlocutore non sia per nulla
interessato a quello che gli stiamo dicendo, oppure sia caduta la linea.

Il linguaggio scritto usa un registro assai più rigido del parlato. Non bisogna
dimenticare che la scrittura era in passato spesso prerogativa del ceto sacerdotale e
quindi, mettere qualcosa per iscritto, voleva dire attribuirgli un significato rituale e
quasi sacrale. Ancora oggi la lingua araba scritta è sostanzialmente quella codificata
nel Corano.
Anche in questo caso, il tipo di linguaggio usato dipende molto dalle situazioni: un
conto è scrivere un diario intimo, un altro conto è scrivere un istanza al tribunale.
Comunque, la comunicazioni scritta riflette, assai più dell’orale, la distanza sociale tra
coloro che comunicano, la formulazione del messaggio e la sua ricezione sono quasi
sempre differiti nel tempo (salvo nelle chat line) e, inoltre, consente un livello molto
maggiore di intenzionalità, nel senso che quando scriviamo avviamo più tempo per
scegliere le parole e le espressioni adatte. Il detto latino scripta manent, verba volant
può certo valere per un contratto, una cambiale, comunque un’obbligazione formale.
Non è detto però, come ha rilevato Simmel, che nella comunicazione epistolare il
linguaggio usato sia più esplicito e meno ambiguo del linguaggio orale. Anzi, talvolta
può addirittura succedere il contrario; infatti, dietro la parola scritta è più facile
nascondersi, oppure presentarsi per quello che si vorrebbe essere e apparire, piuttosto
che per quello che si è. A parte la grafia, mancano nella comunicazione scritta tutti
quegli aspetti meta comunicativi tipici del linguaggio orale che sono solo parzialmente
intenzionali e che spesso rivelano all’interlocutore il significato della comunicazione
assai meglio del messaggio verbale esplicito.

Linguaggio e interazione sociale

Per cogliere come il linguaggio sia uno strumento estremamente flessibile, pur
all’interno di regole e di significati che devono essere condivisi affinché la
comunicazione risulti efficace, basta considerare attentamente come, soprattutto
nell’interazione faccia – a – faccia, siano molteplici i modi di esprimere uno stesso
contenuto.

Per quanto variabile e soggettiva, tuttavia, la comunicazione verbale segue sempre


determinate regole che dipendono dal contesto nel quale avviene l’interazione e dalla
posizione sociale relativa degli interlocutori.

In contesti altamente formalizzati vigono regole molto precise su chi ha il diritto di


iniziare, interrompere, concludere l’interazione. In un’aula di tribunale l’imputato parla
solo se interrogato, oppure chiede formalmente di fare una dichiarazione. Si tratta di
una situazione nella quale viga una netta asimmetria tra gli interlocutori, asimmetria
che si esprime nelle regole che governano chi può dire, che cosa, a chi, come e
quando.

L’asimmetria può essere sottolineata, oppure, al contrario, resa meno esplicita. In


situazioni asimmetriche, le regole della cortesia suggeriscono che chi è in posizione
dominante abbassi leggermente il proprio status e/o innalzi quello dell’interlocutore
per metterlo maggiormente a proprio agio e per comunicargli che gli si attribuisce
comunque importanza, evitando di esagerate, altrimenti si comunica che la situazione
creatasi è ritenuta del tutto innaturale e artificiosa. La distanza sociale tra gli
interlocutori è una variabile importante per cogliere i fatti di comunicazione. Il
linguaggio utilizzato varia molto se si ritiene che colui, o colei, al quale è rivolto si
colloca in una posizione superiore, inferiore o “alla pari”. Nel rivolgersi ai superiori si
useranno più frequentemente espressioni di rispetto e di deferenza se la
superiorità/inferiorità è riconosciuta e indiscussa, mentre si eviteranno le stesse
espressioni qualora si rivendichi uno status paritario o comunque meno asimmetrico.
Nell’interazione tra pari, e che si riconoscono come tali, vige una maggiore reciprocità,
cioè l’interazione non è deformata dalle differenza di status. L’uso del “lei” o del “tu” è
un chiaro esempio di come le distanze sociali si riflettano nel linguaggio.

Uno degli aspetti della comunicazione interpersonale che sono stati maggiormente
studiati riguarda il turno di parola, cioè l’avvicendamento dei partecipanti in una
conversazione. Accade frequentemente che, quando le regole del turno di parola
vengono sistematicamente violate, le voci si sovrappongano, ognuno alzi il tono di
voce per imporsi agli altri e nessuno sia più in grado di comunicare o ricevere
messaggi.

L’analisi dell’interazione verbale all’interno di un gruppo, detta analisi


conversazionale, è in grado quindi di mettere in luce la struttura dei rapporti di
potere, l’esistenza di regole più o meno implicite, la loro eventuale violazione e le
dinamiche che vengono messe in atto per ristabilirle o modificarle. In contesti
informali, tali regole sono per lo più implicite e dipendono dalle “buona maniere” dei
partecipanti, mentre, in situazioni più formalizzate è necessario che l’uguaglianza
formale dei partecipanti sia garantita da regole esplicite e da organi che guidino
l’interazione. Vi è in genere un “presidente” che dà o toglie la parola, al quale bisogna
rivolgersi per chiedere di intervenire e che quindi stabilisce chi, in quale ordine e per
quanto tempo ha il diritto di parlare.

Le comunicazioni di massa

Viviamo nell’epoca delle comunicazioni di massa, delle comunicazioni cioè che


raggiungono in modo rapido e simultaneo una pluralità di individui che generalmente
vivono in luoghi diversi anche molto distanti l’uno dall’altro.

Comunicazione di massa, cultura di massa, società di massa sono termini entrati


nell’uso comune, ma il loro significato non è preciso. Il concetto di massa, che li
accomuna, è difficile da definire in positivo. Più è facile dire che cosa la massa non è.
Non è un insieme o una cerchia ristretta di persone, come lo sono ad esempio le èlite,
ma non è neppure un aggregato di grandi dimensioni come possono essere le classi
(definite da caratteristiche socioeconomiche), oppure i popoli o le nazioni (definiti da
tradizioni culturali). Storicamente il concetto compare associato ad attributi
tendenzialmente negativi: la massa è “amorfa”, priva cioè di forma, “anonima” e
“atomizzata” composta quindi da individui privi di individualità, fondamentalmente
“passiva” o “manipolabile” da influenze esterne. Solo eccezionalmente le masse
possono diventare protagoniste e, quando ciò accade, è perché sono guidate da
qualcuno che è in grado di influenzarle. Non è un caso che il concetto si presenti in
concomitanza da un lato con i grandi regimi totalitari del XX secolo (nazismo,
fascismo, comunismo) e, dall’altro, con l’avvento del “mercato di massa” di beni
standardizzati di largo consumo. In entrambi i casi, sono i mezzi di comunicazione a
creare le condizioni per la comparsa di questi fenomeni. La mobilitazione di grandi
masse nelle “adunate oceaniche” e gli effetti totalitari sono impensabili senza l’uso
sistematico degli strumenti della propaganda attraverso i mezzi di comunicazione di
massa (comunicazione pubblicitaria raggiunge la massa di consumatori che comprano
nel mercato di massa).

I sociologi hanno un pensiero critico nei confronti della cultura di massa e dei mezzi di
comunicazione che la veicolano. Questi sono visti essenzialmente come strumenti di
manipolazione in mano ad interessi economici e politici che se ne servono per fini di
profitto, creando “falsi bisogni”, o di controllo politico, creando consenso fondato sulla
passività. Gli esponenti di questa “scuola sono stati i fondatori di quella che è stata
chiamata “teoria critica della società”.

Queste interpretazioni sono state ampiamente criticate per la loro unilateralità in


quanto non terrebbero conto che la “massa” è un’entità assai differenziata e che
quindi sono anche assai differenziati gli effetti che su di essa esercita la
comunicazione. Innanzitutto è stato abbandonato il concetto di “massa”, troppo carico
di connotati negativi, per adottare il concetto più neutro di “pubblico”, indicato spesso
nell’uso corrente col termine audience. Resta il fatto che questo tipo di
comunicazione è rivolto da parte di un numero ristretto di emittenti ad un numero
molto vasto di riceventi che restano sostanzialmente anonimi. Tuttavia, nelle varie fasi
attraverso le quali passa, il messaggio subisce tali e tanti processi di trasformazione
da creare una situazione complessa dove operano molteplici fattori di
condizionamento.

Vediamo come funziona questo processo in riferimento al settore dell’informazione.


Una parte minima dei fatti che accadono arrivano alle redazioni dei giornali perché
qualcuno si è preoccupato di trasmetterli, oppure perché i giornalisti stessi sono andati
a scovarli. In questa fase avviene una prima selezione: vi sono fatti che sono
“candidati” a diventare notizia, altri invece non raggiungono neppure questo “status”
e non è detto che tra questi non ve ne siano alcuni che qualche pubblico riterrebbe
rilevanti. I criteri di selezione per i fatti che possono essere trasmessi sono diversi:
possono essere valutati interessanti per un pubblico al quale il mezzo si rivolge,o
possono essere considerati rilevanti perché a qualcuno di importante interessa che
circolino certe informazioni.

Evidente è che chi ha più potere ha anche maggiore accesso ai mezzi di informazione,
ma il potere non è la sola variabile che conta; anzi, certi poteri sono efficacemente
schermati e non amano comparire sui giornali. La popolarità e la visibilità pubblica
contano anche di più e trasformano i fatti, spesso banali, che accadono a certe
persone in notizie da prima pagina. La stessa visibilità è a sua volta amplificata dai
mezzi di comunicazione in un processo a spirale che si autoalimenta: chi ha più
visibilità, più ne avrà.

Una volta scelti i fatti da trasformare in notizia, inizia la fase vera e propria di
confezione del messaggio. Anche qui sono all’opera processi di selezione: ogni fatto ha
un’infinità di aspetti e di implicazione con altri fatti, i fatti devono essere ricostruiti
scegliendo quegli aspetti che sembrano più rilevanti. Di solito è buona norma del
giornalismo professionale separare i fatti dalle interpretazioni. Alla fine di questa fase il
messaggio è pronto per essere trasmesso. Supponiamo che non ci siano disturbi di
trasmissione e che il messaggio arrivi a destinazione sotto forma di giornale stampato
o telegiornale.

Qui inizia un’ulteriore serie di selezioni. In una società dove vi sia sufficiente libertà di
informazione vi è una pluralità di testate tra le quali scegliere, il destinatario può,
scegliere a quale mezzo esporsi e può anche cambiare mezzo se quello che ha
ricevuto non lo soddisfa. La selezione non si ferma qui.
L’attenzione durante la lettura o l’ascolto sono selettivi. Nessuno legge il giornale da
cima a fondo e non legge tutto con la stessa attenzione. Ma quello che viene letto
deve subire comunque un processo di decodifica: il lettore può adottare o meno i
criteri di interpretazione suggeriti implicitamente o esplicitamente nel messaggio,
oppure può adottarne di propri, sedimentati nella sua cultura personale, nelle sue
esperienze individuali. In effetti, tutti noi scartiamo fatti e interpretazioni di fatti, sia
perché non rientrano nella nostra sfera di interessi, sia perché non trovano posto nelle
nostre “mappe cognitive”. La stessa notizia arriva in realtà a pubblici diversi, sui quali
produce effetti diversi; la “massa” non è quindi una spugna che assorbe l’intero flusso
delle notizie che le vengono propinate, ma un tessuto con trame molto differenziate
che filtrano i messaggi in modi e misure diverse.

L’influenza dei media. La considerazione della presenza di questi filtri selettivi ci dice
che bisogna abbandonare l’idea che i messaggi dei media vengono ricevuti in modo
uniforme da ogni individuo e quindi producono, mediante un semplice meccanismo
stimolo/risposta, degli effetti uniformi sul suo comportamento. Un modo efficace per
individuare i percorsi di ricerca possibili è quello proposto da Lasswell secondo il quale
per descrivere e spiegare un atto comunicativo è necessario rispondere alle seguenti
domande: 1) chi?; 2) dice che cosa?; 3) attraverso quale canale?; 4) a chi?; 5) con
quale effetto?.

La prima domanda si riferisce all’emittente che è il più delle volte un’organizzazione


complessa che opera in un contesto determinato, con una propria gerarchia e proprie
forme di divisione dei compiti e all’interno della quale si sviluppa un processo
decisionale su che cosa, quando e come trasmettere. La seconda domanda riguarda i
contenuti dei messaggi trasmessi. La terza il tipo di mezzo utilizzato (stampa,
televisione) e il tipo di linguaggio (parola, immagine o suono). La quarta la definizione
dei destinatari e le loro caratteristiche; e la quinta, infine, le risposte comportamentali
di questi ultimi.

La ricerca sociologica sulle comunicazioni di massa ha affrontato tutte e cinque queste


domande. Ci si è resi conto che gli effetti delle comunicazioni non variano soltanto a
seconda della segmentazione del pubblico lungo le consuete dimensioni socio
demografiche (età, sesso, classe sociale, livello di istruzione), ma anche a seconda
delle reti di relazioni nelle quali gli individui sono inseriti. Il pubblico non è composto
da individui atomizzati, ma da individui che vivono in contesti di relazione. In molti casi
i messaggi non arrivano direttamente ai destinatari, ma attraverso la mediazione di
amici, parenti, conoscenti ai quali viene attribuita maggiore o minore credibilità. La
comunicazione quindi circola attraverso le reti sociali e in questa circolazione i
contenuti dei messaggi possono risultare rafforzati o indeboliti a seconda del tipo di
rapporti tra le persone. Katz e Lazarsfled parlano in proposito di un flusso di
comunicazione a due stadi per indicare che tra emittente e ricevente vi è spesso un
elemento intermedio costituito dalle relazioni di gruppo. Le persone bene informate
sono coloro che ricevono e trasmettono ad altri le informazioni, ma non le trasmettono
così come le hanno ricevute, bensì integrandole coi loro schemi interpretativi.

In tema di influenza dei media sui comportamenti politici si è discusso molto in


relazione al ruolo crescente che la televisione ha assunto nelle campagne elettorali in
una fase di accentuata personalizzazione della competizione politica. Posto è stato il
problema delle regole per garantire a tutte le forze politiche parità di accesso all’uso
della comunicazione televisiva. In quale misura i messaggi propagandistici siano
effettivamente efficaci nell’influenzare il comportamento elettorale, resta un problema
aperto. Sicuramente l’efficacia è modesta nel caso di elettori che hanno già sviluppato
un orientamento definito, mentre è probabilmente più consistente nei confronti degli
incerti e di coloro che hanno uno scarso interesse per le questioni politiche. I media
possono creare in determinate circostanze un clima di tensione o di vero e proprio
panico che può indurre ad andare a votare anche chi normalmente si tiene lontano da
ogni forma di partecipazione.

Il settore dove vi è una maggiore quantità di studi e ricerche è quello della pubblicità.
La pubblicità esercita un’influenza importante nelle decisioni di acquisto da parte dei
consumatori, altrimenti non si spiegherebbero l’entità degli investimenti pubblicitari
delle imprese che producono beni di largo consumo e neppure l’impiego di intelligenza
che viene profuso nella comunicazione pubblicitaria. Anche le decisioni di acquisto
sono però processi complessi e l’esposizione ai messaggi dei media è solo uno dei
tanti fattori che li condizionano.

Una altro campo sul quale si sono sviluppate accese discussioni riguarda il rapporto
media e violenza. Molti sostengono che, soprattutto nell’infanzia, l’esposizione
prolungata e ripetuta a scene di violenza può veicolare modelli culturali che inducono
all’uso della violenza reale. I meccanismi socio psicologici che legano la realtà
“rappresentata” ai comportamenti sono molto complessi e perlopiù oscuri. Certo è che
il fatto di vivere in mondo nel quale, accanto alla violenza reale, gli individui, e i
bambini in particolare, sono esposti a dosi massicce di violenza “rappresentata” non è
senza conseguenze.

In conclusione,non si può certo dire che i media non facciano altro che riflettere
l’esistente senza influenzarlo e modificarlo.

Un cenno meritano infine le nuove e interessanti prospettive che si sono aperte con la
diffusione di mezzi che consentono una maggiore interazione tra emittente e
ricevente, soprattutto dalle comunicazioni rese possibili dai computer. Questi rendono
possibili forme reali di decentramento delle attività produttive (telelavoro), forme
permanenti di consultazione dell’opinione pubblica (tele democrazia), ma soprattutto,
attraverso la telematica, permettono di abbracciare in una rete di comunicazioni
l’intero pianeta, offrendo a tutti gli utenti una pressoché infinita gamma di informazioni
e spettacoli di intrattenimento tra i quali l’utente è libero di scegliere a suo
piacimento. Attraverso il world wide web ogni utente dei servizi telematici ha già oggi
la possibilità di accedere in tempo reale a pressoché l’intero patrimonio storico,
artistico, letterario, scientifico accumulato in gigantesche banche dati. Potrà costruire
il proprio programma “individualizzato” scegliendo da un’offerta illimitata di
opportunità, ma potrà anche comunicare le sue preferenze e anche esprimere le sue
opinioni.

Tre sono le caratteristiche fondamentali dei nuovi media: in primo luogo la possibilità
per l’utente di selezionare le informazioni alle quali desidera accedere; in secondo
luogo la possibilità di inviare e riceve comunicazioni; in terzo luogo la possibilità di
combinare sia in entrata sia in uscita vari tipi di messaggi usando insieme le
potenzialità dei computer, della televisione, della telefonia cellulare. Selettività,
interattività e multimedialità definiscono i tratti dei nuovi mezzi di comunicazione. A
queste caratteristiche si può aggiungere quella della “virtualità”, la possibilità cioè di
creare dei mondi artificiali coi quali entrare in rapporto e interagire.

La velocità impressionante di diffusione dei nuovi media, il loro impatto sulla vita
quotidiana di milioni di persone, sia nella sfera lavorativa sia nel tempo libero, fanno
giustamente ritenere che stiamo assistendo ad una rivoluzione tecnologica e sociale.

Devianza e criminalità
A partire dalla metà del Cinquecento, in tutta Europa, migliaia di donne furono
arrestate e processate, con l’accusa di stregoneria, di magia, di superstizione. Le colpe
loro attribuite erano di provocare la malattia e la morte di molte persone, di impedire
alle mucche di fare il latte, di scatenare furibonde tempeste. Convinti che i supplizi
fossero il modo più sicuro per arrivare alla verità, i giudici sottoponevano le imputate a
torture così dure che riuscivano a far confessare loro tutto quello che volevano; di
esercitare in molti modi i loro poteri occulti contro gli altri. Pensando che le streghe
recassero sul corpo il marchio della loro attività, i giudici le facevano spogliare e le
sottoponevano a visite minuziose, alla ricerca del bollo demoniaco, di una macchia o
un’escrescenza. Quasi sempre, il tribunale emetteva una sentenza di condanna contro
le imputate, talvolta al carcere a vita, talvolta alla decapitazione o al rogo.

Dopo essersi moltiplicati nel Cinquecento e nella prima metà del Seicento, i processi
per queste forme di devianza divennero sempre più rari e alla fine cessarono del tutto.

Il concetto di devianza

Definiamo devianza ogni atto o comportamento di una persona o di un gruppo che


viola le norme di una collettività e che di conseguenza va incontro a qualche forma di
sanzione. Per Durkheim l’idea di devianza è espressa così < non bisogna dire che un
atto urta la coscienza comune perché è criminale, ma che è criminale perché urta la
coscienza comune. Non lo biasimiamo perché è un reato, ma è un reato perché lo
biasimiamo >.

Poiché le risposte della collettività variano considerevolmente nello spazio e nel


tempo, un atto può essere considerato deviante solo in riferimento al contesto
socioculturale in cui ha luogo. D’altra parte un comportamento considerato deviante
in un paese può essere accettato o addirittura considerato molto positivamente in un
altro (in Africa avere più moglie rappresenta l’appartenenza a un ceto sociale elevato,
in Italia è proibito, articolo 556 del codice penale).

Infine, un comportamento può essere considerato deviante in una situazione, ma non


in un’altra del tutto diversa.

Questa concezione relativistica della devianza è stata sostenuta con forza da


molti studiosi di scienze sociali. Questa concezione relativistica è stata ripresa dai
teorici del positivismo giuridico, che hanno sostenuto che non esistono mala in se, cioè
azioni intrinsecamente cattive e dunque meritevoli di punizione, ma solo mala quia
prohibita, cioè atti che sono illeciti perché proibiti.

Bene è tuttavia tenere presente che questa concezione relativistica non vale nella
stessa misura per tutte le forme di devianza. Infatti è vero che il modo in cui sono stati
recepiti e giudicati alcuni comportamenti, come ad esempio il consumo di
stupefacenti, il gioco d’azzardo o la prostituzione è variato enormemente nel tempo e
nello spazio. Ma è anche vero che vi sono atti che sono stati condannati in molto
società ed epoche: l’incesto che è universalmente proibito, il furto, il ratto, l’uccisione
di un membro di un gruppo. Vi sono popoli , come gli Eschimesi, nei quali l’infanticidio
e l’uccisione di un genitore anziano erano ammessi. Ma questo era giustificato da uno
dei più importanti postulati alla base della cultura eschimese (“la vita è difficile e il
margine di sopravvivenza esiguo”) e da un corollario di questo (“i membri improduttivi
della società non possono essere mantenuti”). Questi principi erano così condivisi che
spesso erano gli stessi anziani ad insistere per essere uccisi.

Lo studio della devianza

I sociologi hanno scritto molti libri sul perché alcune persone pongono fine alla loro
vita tagliandosi le vene o sparandosi un colpo di pistola, il più importante è ancor oggi
Il suicidio di Durkheim. Questi libri si basano sulle statistiche ufficiali dei suicidi
raccolte dalle agenzie dei governi dei vari paesi. Alcuni studiosi hanno sostenuto che
queste statistiche sono poco attendibili, perché corrispondono alla definizione che una
determinata società dà del suicidio e questa può variare nello spazio e nel tempo. In
particolare, la probabilità che una morte venga registrata come suicidio è tanto minore
quanto più negativo è l’atteggiamento di una società nei confronti di chi si toglie la
vita.

Sono privi di valore gli studi condotti da Durkheim? No. Le ricerche condotte in vari
paesi negli ultimi trent’anni hanno infatti mostrato che le statistiche ufficiali
sottovalutano il numero di suicidi che avvengono realmente, ma meno di quanto si
pensasse. I risultati di queste ricerche ci suggeriscono inoltre di essere prudenti
nell’interpretare le differenze nello spazio e nel tempo fra i tassi di suicidi (suicidi per
100.000 abitanti), ma non di ignorarle. Alcune ricerche mostrano che nelle regioni
centro – settentrionali del nostro paese ci si uccide molto di più che in quelle
meridionali, differenze così forti non possono essere ricondotte all’attendibilità delle
statistiche.

Ancora maggiori sono i problemi che si incontrano nello studio della criminalità.
Anche in questo caso i sociologi si basano spesso sulle statistiche giudiziarie relative
alle denunce e alle condanne. Il numero di reati ufficiali, considerati tali dalla polizia e
dalla magistratura, rappresenta solo una parte di quelli reali, effettivamente compiuti.
Ve ne sono altri che, pur essendo stati commessi, restano nascosti e non vengono
registrati, sono il cosiddetto “numero oscuro” dei delitti. Le ricerche condotte hanno
mostrato che per alcuni reati (omicidi, rapine in banca, furti d’auto) vi è una
coincidenza quasi completa fra quelli registrati e quelli effettivamente compiuti. Il
numero oscuro è invece assai grande nel caso del furto di parti di automobile o dei
borseggi tentati ma non riusciti.

Perché un reato entri a far parte delle statistiche è necessario che qualcuno se ne
accorga e lo faccia sapere ad un organo del sistema penale. Per i reati senza vittima
(prostituzione, consumo di stupefacenti) e per quelli contro l’intera collettività, questo
dipende dalla capacità della polizia di scoprire gli eventi delittuosi e i loro autori. Per
quelli invece che colpiscono una persona (scippo, borseggio, rapina), le forze
dell’ordine e la magistratura possono venire a conoscenza dell’accaduto solo grazie
alla denuncia della vittima o di un testimone. In molti casi però solo una quota di
coloro che subiscono un reato sporge denuncia. Si rivolgono alla polizia quasi tutti, se
viene loro sottratta un’automobile, moltissimi se subiscono un furto in appartamento,
solo la metà quando vengono scippati o borseggiati. Si sporge più frequentemente
denuncia se il reato è consumato, piuttosto che solo tentato.

Negli ultimi trent’anni, i ricercatori di vari paesi sono riusciti a ovviare a questi
problemi conducendo indagini periodiche per interviste su grandi campioni di
popolazione (inchieste di vittimizzazione) al fine di individuare quali fra le persone
intervistate abbiano subito, in un determinato periodo di tempo, alcuni reati. Purtroppo
però i reati che si possono studiare con queste inchieste sono solo quelli dei quali
l’individuo ha conoscenza diretta: lo scippo, la rapina, il furto d’auto o in
appartamento.

Le teorie della criminalità

Nell’ultimo secolo, i sociologi, gli psicologi e gli economisti hanno formulato numerose
teorie, per spiegare perché alcune persone, in certe fasi della loro vita, derubano,
uccidono o stuprano qualcuno. Le principali sono sei.

Le spiegazioni biologiche

Dai sostenitori delle teorie che riducono i comportamenti devianti alla caratteristiche
fisiche e biologiche degli individui, i criminali sono stati spesso considerati individui
profondamente diversi dagli altri, “anormali”. Un tempo essi erano rigidamente
deterministi, oggi essi ritengono che la presenza di certi tratti biologici faccia solo
aumentare la probabilità che una persona commetta dei reati.

L’idea che la criminalità sia legata a particolari caratteristiche fisiche di una persona è
molto antica e precede di molti secoli la nascita delle scienze sociali. Uno dei primi
studiosi che ha fornito una veste scientifica a questa tesi è stato il medico e psichiatra
Cesare Lombroso, che per molto tempo considerò la costituzione fisica come la più
potente causa di criminalità. Particolare importanza egli attribuì al cranio. Studiando
quello del brigante Vilella, rilevò che nell’occipite, invece che una piccola cresta, esso
presentava una fossa, che chiamò “occipitale mediana”. Lombroso prese tuttavia in
considerazione anche altre parti del corpo, sostenendo che il “delinquente nato” aveva
in genere la testa piccola, la fronte sfuggente, gli zigomi pronunciati, gli occhi
mobilissimi ed errabondi, le sopracciglia folte e ravvicinate, il naso torto, il viso pallido
e giallo, la barba rada. Lombroso sostenne che il “delinquente nato” presentava
caratteristiche ataviche, che rendevano difficile il suo adattamento alla società
moderna e lo spingevano a commettere reati.

Molto criticata la sua teoria cadde in disgrazia; anche il suo autore la modificò e, negli
ultimi anni della sua vita, sostenne che i delinquenti “nati” costituivano solo un terzo
di coloro che infrangevano le norme e che ogni delitto aveva origine in un una
molteplicità di cause.

Un altro tentativo si spiegare la criminalità secondo i fattori biologici fu fatto da un


medico e psicologo americano William H. Sheldon, il quale sostenne che vi erano tre
tipi fondamentali di costituzione fisica, ai quali corrispondevano personalità diverse. Il
primo è il tipo endomorfo: ha un corpo ben ricoperto di grasso, soffice, tondeggiante,
ossa piccole, arti corti, pelle morbida e vellutata. Ha un temperamento viscerotonico:
tende ad essere socievole, accomodante e indulgente con se stesso. il secondo è il
tipo mesomorfo: ha un tronco imponente, un torace robusto e una gran massa di
muscoli e di solide ossa; ha un temperamento somotonico: attivo e dinamico, è
irrequieto, aggressivo, energico e instabile. Il terzo è il tipo ectomorfo; ha un corpo
magro, fragile, delicato, ossa piccole, spalle curve; ha un temperamento
cerebrotonico: è introverso, ipersensibile, nervoso, soffre di insonnia e di allergie.
Secondo Sheldon, in ciascuno di noi vi sono tratti di tutti e tre questi tipi. Gli individui
mesomorfi hanno maggiori probabilità di diventare criminali di quelli endomorfi o
ectomorfi.

Nell’ultimo trentennio, la teoria biologica è stata ripresa e riformulata su basi nuove da


alcuni studiosi. Essi hanno ricondotto la tendenza degli individui ad infrangere le
norme ad alcune forme di anormalità genetica e in particolare a quella che chiamano
la sindrome XXY. Gli esseri umani hanno 46 cromosomi. Alcune persone ne hanno
invece 47. Se il cromosoma che hanno in più è uno X (ereditato dalla madre) non
succede nulla di rilevante. Ma se è uno Y (ereditato dal padre) allora è assai probabile
che queste persone commettano reati di vario tipo.

Anche quest’ultima teoria ha trovato poche conferme e non si è affermata tra gli
studiosi della criminalità.

La teoria della tensione

Durkheim pensava che certe forme di devianza fossero in parte dovute all’anomia,
cioè alla mancanza delle norme sociali, che regolano e limitano i comportamenti
individuali.

Sessant’anni fa, Robert Merton ha ripreso e riadattato quest’idea, sostenendo che la


devianza è provocata dalle situazioni di anomia, che a loro volta nascono da un
contrasto fra la struttura culturale e quella sociale. La prima definisce le mete verso le
quali tendere e i mezzi con i quali raggiungerle. La seconda consiste nella
distribuzione effettiva delle opportunità necessarie per arrivare a tali mete con quei
mezzi.

Per adattarsi ai valori culturali proposti nella situazione prodotta dal contrasto fra le
mete e i mezzi per raggiungerle, gli individui possono scegliere fra cinque diverse
forme di comportamento. Il primo è la conformità, che consiste nell’accettazione
sia delle mete culturali sia dei mezzi previsti per raggiungerle. Tutti gli altri quattro
comportamenti sono devianti. Il secondo è l’innovazione: la strada scelta da coloro che
rubano, imbrogliano o ingannano gli altri, cioè chi aderisce alle mete, ma rifiuta i
mezzi normativamente prescritti. Il terzo è il ritualismo, che è il modo di adattamento
di chi abbandona le mete, ma resta attaccato alle norme sui mezzi (“mi accontento di
quello che ho”). La quarta modalità di adattamento è la rinuncia sia ai fini che ai mezzi
(mendicanti, tossicodipendenti, barboni). L’ultima possibilità è la ribellione, che
consiste nel rifiuto sia delle mete che dei mezzi e della loro sostituzione con altre mete
ed altri mezzi.
La teoria del controllo sociale

La teoria della tensione si basa sull’assunto che l’individuo sia un animale morale, che
fa proprie le norme della società in cui vive e che è naturalmente portato a seguirle.
Se rispetta la legge è perché si sente moralmente obbligato a farlo. Stando così le
cose, solo una forte pressione può spingerlo a violare le norme e questa pressione
viene dalla tensione fra struttura culturale e struttura sociale.

La teoria del controllo sociale si basa invece su una concezione più pessimistica della
natura umana, considerata moralmente debole. Essendo l’uomo naturalmente portato
più a violare che a rispettare le leggi, ciò che occorre spiegare è la conformità e non la
devianza. Perché la maggior parte delle persone non commette reati?. E la risposta
data è che ciò avviene perché queste sono frenate dal farlo.

I controlli sociali che impediscono loro di violare le norme sono di vario tipo. Vi sono
quelli esterni: le varie forme di sorveglianza esercitata dagli altri per scoraggiare e
impedire i comportamenti devianti. Vi sono quelli interni diretti, che si manifestano
nei sentimenti di imbarazzo, di colpa e vergogna che prova chi trasgredisce una
prescrizione sociale. Vi sono infine quelli interni indiretti: l’attaccamento psicologico ed
emotivo sentito per gli altri di non perdere la loro stima e il loro affetto.

Secondo Travis Hirschi, una persona compie un reato quando il vincolo che lo lega alla
società è molto debole, fino quasi a spezzarsi. Questo legame presenta i seguenti
aspetti:

- L’attaccamento ai genitori o agli insegnanti. Quanto più un individuo è legato a


queste persone tanto più difficile è che compia delle azioni che essi
disapprovano.

- L’impegno nel perseguimento degli obbiettivi convenzionali: affermazione


lavorativa, reputazione sociale. Quanto maggiore è l’energia che un individuo ha
investito nel raggiungimento di questi obbiettivi, tanto più difficile è che egli
rischi di perdere, violando le norme, tutto quanto ha accumulato in questo
campo (non si ruba per la paura dei costi della disonestà).

- Il coinvolgimento nelle attività convenzionali. Quanto maggiore è il tempo che


una persona dedica allo studio, al lavoro, allo svago, tanto minore è quello che
gli resta per compiere reati.

- Le credenze. La violazione delle norme non è provocata da credenze che la


richiedano o la rendano necessaria ma dalla mancanza di credenze che la
vietano.

La teoria della subcultura

Contrasto tra struttura sociale e struttura culturale non basta a spiegare la devianza,
perché alcune persone violino le norme sia la devianza che la conformità vengono
apprese nell’ambiente in cui si vive. Una persona commette un reato perché si è
formata in una subcultura criminale, che ha valori e norme diverse da quelli della
società generale e che vengono trasmessi da una generazione all’altra. Ad avere
comportamenti devianti si impara dagli altri, da coloro che si incontrano tutti i giorni e
che sono disposti a farlo e lo sanno fare. Da essi, oltre la competenza tecnica, si
imparano i valori, gli atteggiamenti, le razionalizzazioni favorevoli a queste azioni.

L’idea che la devianza si apprende dall’ambiente sociale in cui ci si forma e si vive è


stata rappresentata per la prima volta nel 1929 da Shaw e McKay, due studiosi
americani della scuola di Chicago fondata da Park. Su questa città condussero
un’imponente ricerca, dividendola in cinque zone concentriche, essi calcolarono il
tasso di delinquenza, cioè il rapporto fra il numero degli autori di reati residenti in
un’area e il totale della popolazione di quell’area, e videro che il valore di tale tasso
diminuiva man mano che ci si allontanava del centro della città, abitato per lo più dagli
immigrati di vari gruppi etnici, e si passava ai quartieri degli operari specializzati e a
quelli residenziali dei ceti medi. Scoprirono inoltre che dal 1900 al 1920 le differenze
nel tasso di delinquenza fra i quartieri erano rimaste immutate, nonostante la
popolazione si fosse rinnovata e la sua composizione per gruppi etnici fosse
profondamente cambiata. Per spiegare questo fenomeno essi sostennero allora che in
alcuni quartieri vi erano norme e valori favorevoli a certe forme di devianza e questo
patrimonio culturale veniva trasmesso ai nuovi arrivati nell’interazione che aveva
luogo nei piccoli gruppi e nelle bande di ragazzi.

Secondo Edwin H. Sutherland, il comportamento deviante non è né ereditario né


inventato dall’attore, ma appreso attraverso la comunicazione con altre persone. Il
processo di apprendimento avviene di solito all’interno di piccoli gruppi e riguarda sia
le motivazioni per commettere un reato sia le tecniche per farlo. Nella società
contemporanea coesistono infatti numerose culture che prescrivono o consentono agli
individui forme di comportamento radicalmente diverse e opposte. Per Sutherland, la
cultura criminale è tanto reale quanto quella legale ed è molto più diffusa di quanto
comunemente si pensi. Tutti noi, nel corso della nostra vita, entriamo in contatto con
alcune di queste culture e dunque con definizioni favorevoli o sfavorevoli a violare le
norme. Quanto più una persona frequenta ambienti in cui prevalgono le prime tanto
più è probabile che questa persona diventi deviante.

Dunque, chi commette un reato lo fa perché si conforma alle aspettative del suo
ambiente. In questo senso, le motivazioni del suo comportamento non sono diverse da
quelle di chi rispetta le leggi. Ad essere deviante non è infatti l’individuo, ma il gruppo
a cui egli appartiene. Gli individui non violano le norme del proprio gruppo, ma solo
quelle della società generale.

Le teoria dell’etichettamento

Coloro che seguono la teoria dell’etichettamento sostengono che per capire la


devianza è necessario tenere conto non solo della violazione, ma anche della
creazione e dell’applicazione delle norme; non solo dei criminali, ma anche del sistema
giudiziario e delle altre forme di controllo sociale. Il reato e, più in generale, la
devianza non sono altro che il prodotto dell’interazione fra coloro che creano e che
fanno applicare le norme e coloro invece che le infrangono.

Secondi i suoi sostenitori (Edwin Lemert e Howard Becker), fra coloro che commettono
atti devianti e gli altri non vi sono differenze profonde né dal punto di vista dei bisogni
né da quello dei valori. Ne è prova il fatto che, nella nostra società, ad un altissimo
numero di persone succede, almeno una volta nella vita, di violare una norma in modo
più o meno grave. Ma un conto è commettere un atto deviante: mentire, rubare
qualcosa, fare uso di droga. Un altro conto è suscitare per questo una reazione sociale,
venire accusato di essere un deviante: un bugiardo, un ladro, un drogato. In questo
secondo caso, un individuo viene bollato con un marchio, un’etichetta, un ruolo. I suoi
comportamenti passati vengono riesaminati e reinterpretati alla luce di quelli presenti
e si comincia a pensare che egli si sia sempre comportato così. Di conseguenza lo si
guarda e lo si tratta in modo diverso dagli altri, con sospetto, timore, ostilità.

Cruciale è da questo punto di vista la distinzione, introdotta da Lemert, fra devianza


primaria e secondaria. Con la prima espressione ci si riferisce a quelle violazioni
delle norme che hanno agli occhi di colui che le compie un rilievo marginale e che
vengono di conseguenza presto dimenticate. Ciò significa che chi fa queste azioni non
considera se stesso un deviante né viene visto come tale dagli altri. Si ha invece
devianza secondaria quanto l’atto di una persona suscita una reazione di condanna da
parte degli altri, che lo considerano un deviante e questa persona riorganizza la sua
identità e i suoi comportamenti sulla base delle conseguenze prodotte dal suo atto.

Se un individuo viene trovato dalla polizia in flagranza di reato, mentre sta rubando
qualcosa, viene arrestato e processato. Basta questo perché l’immagine che gli altri
avevano di lui cambi radicalmente. La stigmatizzazione che l’ha colpito lo farà sentire
sempre più isolato dal resto della società e questo lo spingerà ad entrare in contatto
con gli altri. Ulteriori sue infrazioni delle norme provocheranno reazioni sociali sempre
più forti che lo indurranno a proseguire la “carriera” di deviante.

La teoria della scelta razionale

I sostenitori della teoria della scelta razionale considerano invece i reati come il
risultato non di influenze esterne, ma di un’azione intenzionale adottata
attivamente dagli individui. Essi sono infatti convinti che l’individuo è un essere
razionale, che agisce seguendo i propri interessi, ricercando il piacere e fuggendo il
dolore, e che è capace di scegliere liberamente se violare o meno una norma. Se egli
decide di compiere un reato è di solito perché si attende di ricavarne benefici maggiori
di quelli che avrebbe investendo il suo tempo e le sue risorse in attività lecite.
Secondo questa teoria, inoltre, coloro che si dedicano ad un attività illecita non sono
sostanzialmente diversi dagli altri. I motivi che portano ad un’attività illecita sono gli
stessi che spingono a quella illecita: la ricerca del guadagno, del potere, del prestigio,
del piacere.

Negli ultimo trentennio queste idee sono state rielaborate da numerosi economisti e
alcuni sociologi; questi ultimi hanno messo in luce come colui che trasgredisce la
legge vada incontro a vari tipi di costo: esterni pubblici, esterni privati ed interni.
Quelli esterni pubblici sono dati dalle sanzioni legali inflitte dallo stato e dalle
conseguenze negative che queste hanno sulla reputazione sociale. Quelli esterni
privati sono i cosiddetti “costi di attaccamento”, che derivano dalle sanzioni informali
degli “altri significativi”, dalle loro critiche, dalla loro condanna. Quelli interni nascono
dalla coscienza (dalle norme interiorizzate), che fa provare al trasgressore sensi di
colpa e di vergogna.

Forme di criminalità
L’attività predatoria comune

La fonte principale della paura che i cittadini hanno della criminalità è costituita da
quella che molti studiosi chiamano l’attività predatoria comune. Con questa
espressione ci si riferisce a quell’insieme di azioni illecite condotte con la forza o con
l’inganno per impadronirsi dei beni mobili altrui che comportano un contatto fisico
diretto fra almeno uno di coloro che compiono l’azione e una persona o un oggetto. Ne
fanno parte due gruppi assai diversi di reati. In primo luogo, quelli compiuti di
nascosto, con il raggiro, evitando la vittima o facendo in modo che non si accorga di
quanto sta avvenendo, come ad esempio il furto di beni nei grandi magazzini. In
secondo luogo, quelli commessi con la violenza, strappando una cosa di mano o di
dosso ad una persona (scippo) o prendendogliela con la forza o la minaccia (rapina).

I reati ricordati sono diversi per molti altri aspetti. Innanzitutto per la loro gravità e per
la severità delle sanzioni che la legge commina a chi li commette, che vanno da venti
giorni ad alcuni anni di reclusione. In secondo luogo, per la loro redditività. In terzo
luogo, per il tipo di forma associativa che incoraggiano fra i soggetti attivi e per il
grado di complessità della divisione del lavoro fra loro. Alcuni di questi reati sono
commessi da persone che non hanno bisogno di complici. Ma una gran parte
dell’attività predatoria viene svolta da coppie o da piccoli gruppi di malfattori, privi di
un capo e con una divisione del lavoro poco accentuata.

Le indagini di vittimizzazione condotte in questi anni mostrano che vi sono grandi


differenze nella frequenza dei reati contro la proprietà fra i diversi paesi. Per quanto
riguarda i furti in appartamento, i dati raccolti dall’ultima International Crime
Victimization Survey, condotta nel 2000 e relativa al 1999, mostrano che la frequenza
è tendenzialmente elevata nei paesi anglosassoni e dell’Europa settentrionale (con
l’eccezione di Svezia e Finlandia), ed è inferiore nell’Europa meridionale (Portogallo,
Spagna, Francia), in Svizzera e in Giappone.

I furti di oggetti dalle automobili in sosta sono molti diffusi in Spagna, in Italia, in
Nuova Zelanda e Australia e in Inghilterra e Galles; mostrano valori medi nei paesi del
Nord Europa e sono bassi in Svizzera e Giappone. Le rapine invece sono assai diffuse
in Spagna, hanno valori intermedi in Italia e in Inghilterra e bassi in Norvegia, Austria
e Giappone.

Negli anni sessanta è cresciuto enormemente, in tutti i paesi occidentali, il numero dei
seguenti reati: borseggi e scippi, furti di auto e in appartamento, furti nei negozi e
rapine. Per la frequenza di alcuni di questi reati, il punto più alto è stato raggiunto, in
molti paesi, intorno al 1991.

Gli omicidi

La più importante distinzione da fare è fra omicidio colposo e doloso. Il primo è


quello non voluto dall’agente e che si verifica a causa di negligenza, imprudenza,
imperizia o inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline (un automobilista
distratto investe un passante uccidendolo). Doloso viene invece chiamato l’omicidio di
chi agisce con la volontà di uccidere. Quest’ultimo viene a sua volta distinto in
premeditato e occasionale. In tutti i paesi occidentali gli omicidi colposi sono molto più
frequenti di quelli dolosi.
L’omicidio (doloso) tipico è quello che nasce da un conflitto fra due persone che si
conoscono. Secondo i risultati della più rigorosa ricerca condotta in Italia in questo
campo, nel 38 % dei casi l’autore dell’omicidio era parente della vittima, nel 42 % era
amico o conoscente e solo nel 20 % era uno sconosciuto.

In Italia, almeno dopo l’Unità in poi, le regioni nelle quali si ammazzano più persone
sono: la Calabria, la Sicilia, la Sardegna, la Campania. Nel mondo, gli Stati Uniti sono
uno dei paesi che ha il tasso di omicidio più elevato. In generale è nei paesi in via di
sviluppo, caratterizzati da forti disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza, che
la frequenza con cui gli omicidi vengono commessi è maggiore: in Colombia, El
Salvador, Brasile.

Mutamenti nel tempo degli omicidi

Alcuni storici hanno sostenuto che l’aumento della criminalità è stato in parte
provocato dalla modernizzazione, che è iniziato dopo la rivoluzione industriale e quella
francese, quando la società tradizionale è entrata in crisi, ed è continuato
ininterrottamente fino ad oggi.

Sottoporre ad una verifica rigorosa queste proposizioni sembra a prima vista


impossibile.

Sulla violenza della società medievale abbiamo dati quantitativi, che mostrano che in
Europa vi è stata una tendenza plurisecolare alla diminuzione del tasso di omicidio.
Sappiamo che nel tardo Medioevo, in Europa, il tasso di omicidio andava dal 20 al 40
% per 100.000 abitanti, mentre a metà del Novecento aveva raggiunto valori
incomparabilmente più bassi (dallo 0,5 all’1 % per 100.000).

In questa tendenza secolare alla diminuzione del tasso di omicidio vi sono state
forti oscillazioni. Alcune di queste sono avvenute in occasione delle guerre. Già
Durkheim osservava che in Francia, nel 1871, alla fine della guerra franco – prussiana,
il tasso di omicidio era cresciuto del 45 %. In Italia, ad esempio, alla fine della prima
guerra mondiale, questo tasso è fortemente aumentato, raggiungendo nel 1922 un
valore che era il doppio di quello prebellico. Un’oscillazione ancora più marcata si è
avuta nel 1945 – 47, cioè dopo la seconda guerra mondiale. Un’importante ricerca
storica comparata ha messo in luce che nel periodo seguente alle guerre del nostro
secolo (sia mondiali che altre) vi è stato di solito un aumento degli omicidi nei paesi
che vi hanno partecipato. Questo si è verificato più spesso in quelli che durante la
guerra hanno subito maggiori perdite di vite umane.

Anche se con molte oscillazioni, la curva del tasso di omicidio ha proseguito nella sua
secolare tendenza alla diminuzione fino alla metà degli anni cinquanta o all’inizio degli
anni sessanta sia in Gran Bretagna che in Francia, negli Stati Uniti e in Germania. Dopo
di allora essa ha ripreso ad aumentare. In Italia, questa inversione di tendenza ha
avuto luogo nel 1969, anno in cui il numero di questi reati ha ricominciato a crescere.
Quindi la curva del tasso di omicidio ha avuto un andamento ad U. Però in molti paesi
occidentali, pur essendo cresciuto il tasso di omicidio negli ultimi trentacinque o
quarant’anni, questo tasso resta molto più basso di un secolo fa.

La teoria che appare oggi maggiormente in grado di spiegare la tendenza secolare alla
diminuzione degli omicidi è quella del processo di civilizzazione, proposta dal
sociologo Norbert Elias. Secondo questa teoria, nel Medioevo la vita quotidiana era
caratterizzata dal sopruso, dalla violenza, dalla guerra perché in Europa vi era una
pluralità di poteri sovrani in concorrenza e in lotta fra loro. Gli uomini vivevano così in
uno stato di insicurezza e di paura, pronti a difendersi dagli altri e ad attaccarli per
primi. La situazione iniziò a cambiare quanto un potere territoriale più forte trionfò su
quelli più deboli e si instaurò il monopolio della violenza legale da parte dello stato. I
guerrieri si trasformarono allora in cortigiani e le capacità militari lasciarono il campo a
quelle verbali di argomentazione e di persuasione. Essendo riservata solo a dei corpi
specializzati, la violenza venne esclusa dalla vita degli altri e si formarono delle zone
tranquille, pacificate, protette. All’interno di queste zone si svilupparono le “buone
maniere”, che sostituirono la violenza nelle relazioni interpersonali. Il campo di
battaglia fu interiorizzato. Dapprima nei ceti più elevati e poi fino a quelli più bassi, gli
individui abbandonarono la spontaneità, l’irruenza, l’auto indulgenza ed impararono a
dominare se stessi, a controllare le proprie pulsioni e passioni, a regolare
l’aggressività. Così gradualmente, diminuirono le manifestazioni di violenza contro gli
altri, gli assalti, le rapine, gli omicidi.

Dei bruschi aumenti del numero di omicidi che si verificano di solito nei periodi
postbellici sono state fornite almeno tre diverse spiegazioni. La prima è che essi
sarebbero dovuti alla disorganizzazione sociale tipica di questi periodi. La seconda
privilegia invece i fattori di natura economica: scarsità dei beni e la disoccupazione. La
terza infine riconduce tutto alla legittimazione della violenza fornita dal governo
durante la guerra; le supreme autorità dello stato, oltre a ordinare ai cittadini di
uccidere i soldati nemici, presentano questo come un comportamento meritorio o
eroico. Di queste tre è tuttavia l’ultima spiegazione che ha trovato maggiore sostegno
nei risultati delle ricerche finora condotte.

I reati dei colletti bianchi

Utilizzando l’espressione introdotta alla fine degli anni trenta da Sutherland, i sociologi
chiamano “reati dei colletti bianchi” molti di quelli scoperti negli ultimi anni dalla
magistratura italiana con Mani pulite. Tradizionalmente, i criminologi avevano
concentrato il loro interesse solo sulle violazioni delle norme sociali ritenute tipiche
delle classi inferiori: furti, rapine, omicidi. Sutherland richiamò l’attenzione degli
studiosi su un’altra categoria di delitti: i reati dei colletti bianchi. Egli si riferiva ai
reati commessi da una persona rispettabile e di elevata condizione sociale nel corso
della sua occupazione.

Per documentare l’importanza di questi reati, Sutherland condusse una ricerca su 70


grandi imprese industriali e commerciali americane, mostrando che esse avevano
compiuto numerosissimi atti illeciti (violazione dei diritti d’autore, aggiotaggio, truffe,
frodi). Sono delitti di grande importanza, che colpiscono numerose persone e che
hanno ingenti costi. Costi finanziari, ma anche sociali. Perché questi reati, che
consistono sostanzialmente nella violazione della fiducia che gli altri hanno nel titolare
di un ufficio, creano sfiducia e favoriscono la disorganizzazione sociale. Ma raramente
coloro che li commettono vengono denunciati, processati, condannati ed arrestati,
perché, con il potere economico e politico di cui dispongono, essi riescono ad influire
su coloro che fanno ed applicano le leggi, sul parlamento e la magistratura.
Nella categoria dei delitti dei colletti bianchi rientrano due gruppi di reati: i reati
nell’occupazione e quelli di organizzazione. I primi sono commessi da individui nello
svolgimento del loro lavoro per ricavarne un vantaggio personale (medici che spingono
i pazienti a sottoporsi a dispendiose operazioni chirurgiche). I secondi sono invece
compiuti in nome o per conto di un’organizzazione, sia essa pubblica o privata.

Della categoria dei reati nell’occupazione fanno anche parte l’appropriazione


indebita, l’insider trading, la corruzione e la concussione. Commette il primo chi si
appropria del denaro o di una cosa altrui, di cui abbia il possesso per qualsiasi motivo.
Per insider trading si intende invece la speculazione sui titoli di una società attuata da
chi, in quanto socio di tale società o per ragioni d’ufficio, dispone di informazioni
riservate. La corruzione del pubblico ufficiale consiste in un mercanteggiamento della
funzione pubblica; in cambio di una somma in denaro non dovuta, compie un atto
contrario ai doveri d’ufficio. Si parla invece di concussione quando un pubblico
ufficiale, abusando dei suoi poteri, induce qualcuno a dare indebitamente del denaro a
lui o ad altra persona.

Fanno parte dei reati di organizzazione le frodi di vario tipo commesse dalle aziende
private o pubbliche quando, nelle relazioni, nei bilanci o in altre comunicazioni,
riportano fatti non rispondenti al vero sulla costituzione e sulle condizioni economiche
della società. Ma sono reati di organizzazione anche quelli che mettono a repentaglio
la salute e la vita di milioni di cittadini (la produzione di prodotti pericolosi, il mancato
rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro).

La criminalità organizzata

Con l’espressione criminalità organizzata molti studiosi intendono un insieme di


imprese che forniscono beni e servizi illeciti e che si infiltrano nelle attività
economiche lecite. Esempi di beni e servizi illeciti sono la produzione e la vendita di
droga, il gioco d’azzardo, l’usura, la prostituzione, il commercio di armi. Il tipo di beni e
servizi illeciti forniti varia tuttavia a seconda dei paesi. L’infiltrazione nelle attività
legittime avviene costringendo con la forza le imprese ad azioni che altrimenti non
compirebbero. Così la criminalità organizzata riesce ad estorcere una tangente (pizzo)
a commercianti ed artigiani, promettendo loro protezione. E, d’altra parte, un mafioso
che si sia arricchito fornendo beni o servizi illeciti può entrare nel mercato legale,
diventando un imprenditore di merci la cui produzione e vendita è consentita dalla
legge, adoperando per creare, nel suo settore d’attività, un situazione di monopolio,
basata sull’intimidazione e la violenza.

Le imprese criminali hanno talvolta carattere polivalente, nel senso che esse mirano
all’acquisizione sia di profitti finanziari che del potere politico. Per agire hanno bisogno
di consistenti capitali, da investire sia nella attività economiche illegali (acquisto di
chili di droga) che in quelle legali. Ma esse devono disporre anche di gruppi di persone
adeguatamente armate, capaci e disposte a eliminare fisicamente vecchi e nuovi
nemici. Falcone ha spiegato che il ricorso alla violenza, da parte di Cosa nostra, non è
mai gratuito; avviene quando tutte le altre forme di intimidazione si sono dimostrate
inefficaci. Né gratuite sono le forme con cui la violenza viene esercitata.

Le varie organizzazioni criminali che operano oggi nel mondo hanno strutture interne
diverse. La Yakuza giapponese, della quale fanno parte oltre 100.000 persone, si
avvicina al modello organizzativo formale, con elenchi di aderenti, distintivi e giornali.
Invece, in Cosa nostra, costituita da circa 500 famiglie, con oltre 15.000 appartenenti,
le relazioni di parentela conservano una notevole importanza. Sappiamo tuttavia che
anche in Cosa nostra vi sono degli organi (la commissione interprovinciale) la cui
funzione è di coordinare l’attività delle diverse famiglie.

Il reclutamento dei membri dell’organizzazione è basato spesso su criteri molto


selettivi e avviene attraverso un rito di iniziazione. In Giappone, ad esempio, il
candidato ad essere ammesso nella Yakuza beve il tè dalla stessa tazza del capo che
celebra la cerimonia e si impegna solennemente a vivere con questa parentela per
tutta la vita: a lavorare per l’organizzazione anche quando sua moglie e i suoi figli
muoio di fame.

Gli autori dei reati e le loro caratteristiche

Per capire perché ogni giorno, vengono commessi dei reati, i sociologi hanno studiato
le caratteristiche socio demografiche di coloro che li compiono. Per lungo tempo hanno
concentrato la loro attenzione sulla classe sociale di appartenenza. Più recentemente,
il loro interesse si è spostato all’analisi dell’età e del genere.

La classe sociale

Per definizione, i reati dei colletti bianchi vengono commessi dalle persone delle classi
medio – alte, gli altri reati si è sostenuto a lungo che fossero compiuti dagli
appartenenti alle classi sociali svantaggiate. L’idea che vi sia una relazione inversa fra
la classe sociale e la disponibilità a commettere reati è stata a lungo condivisa dai
sostenitori di teorie diverse come quella della tensione, della subcultura o
dell’etichettamento.

In Italia, all’inizio del Novecento, analizzando i dati riguardanti i condannati dai


tribunali, Manzini è arrivato alla conclusione che le classi dei lavoratori dove i salati
sono più bassi e la disoccupazione è più frequente producono dovunque il maggior
numero di ladri. Le informazioni statistiche riguardanti l’ultimo trentennio ci dicono
d’altra parte che i condannati per furto e rapina appartengono alle classi sociali basse.
Inoltre, i risultati di alcune ricerche più approfondite sui giovani sottoposti a
procedimento penale mostrano che coloro che provengono dalle classi sociali più
basse hanno una maggiore disponibilità a rubare.

A conclusioni diverse sono giunte le ricerche condotte con la tecnica


dell’autoconfessione, intervistando cioè persone appartenenti a campioni
possibilmente rappresentativi della popolazione (quella giovanile) e chiedendo loro se
hanno commesso o meno dei reati. Secondo queste ricerche la relazione fra classe
sociale e tendenza a violare la legge è meno chiara di quella che emerge dai dati sui
condannati.

I risultati di queste due ricerche, tuttavia, non sono contradditori. Esse infatti si
riferiscono a violazioni delle norme assai diverse: assai più lievi nelle indagini di
autoconfessione che sui dati sui condannati. Tenendo contro di tutto questo si può dire
che la relazione fra classe sociale e tendenza a violare una norma è tanto più forte
quanto più grave è il reato (rapine commesse dalle persone di classi sociali
svantaggiate; il taccheggio nella stessa misura dagli appartenenti a tutte le classi
sociali).

Il genere

Il genere è una delle variabili più importanti per predire la criminalità. Quanto più il
reato è grave, tanto più è facile che a compierlo sia un uomo e dunque tanto maggiori
sono le differenze di genere. In Italia la quota di donne sul totale delle persone
condannate non raggiunge neppure il 10 % nel caso delle rapine e degli omicidi,
mentre aumenta nel caso dei reati meno seri (la truffa, frode). Questa quota tocca una
punta record (50 %) nel caso del taccheggio.

Molti studiosi hanno sostenuto che, a partire dagli anni settanta, la criminalità
femminile è aumentata molto più di quella maschile. Secondo alcuni, questo è
avvenuto solo nell’ambito dei reati contro il patrimonio ed è dovuto alle grandi
trasformazioni che vi sono state nell’economia e nelle società (crescita di donne nel
mercato del lavoro) che hanno creato nuove occasioni di illeciti penali. Secondo altri,
invece, l’aumento dell’attività criminale femminile si è verificato anche nell’ambito dei
reati violenti ed è riconducibile all’affermazione dei movimenti femministi. Tali
movimenti avrebbero dunque fatto nascere un nuovo tipo di criminale donna, ribelle,
duro, violento.

In Italia, nell’ultimo trentennio, è aumentata la percentuale delle donne sui condannati


nel caso delle truffe e dell’appropriazione indebita. La quota delle donne sui
condannati è rimasta costante in tutto il trentennio nel caso delle rapine, mentre è
diminuita in quello degli omicidi. Delle due tesi che abbiamo ricordato quella che trova
maggior confronto nei dati è la prima.

L’età

Nel primo studio sistemati condotto in materia, il belga Adolphe Quètelet sostenne di
essere riuscito a ricavare dai suoi dati una vera e propria “legge di sviluppo” della
“tendenza al crimine”, che vale per tutti i paesi europei. A suo avviso, questa
tendenza cresce molto rapidamente verso l’età adulta, raggiunge un massimo e in
seguito decresce, lentamente, fino agli ultimi anni di vita.

Per molti reati, la relazione individuata da Quètelet non è molto diversa da quella
esistente oggi in Italia r in altri paesi. Pochi numeri bastano a dare un’idea della
rapidità con cui cambiano le cose nel corso degli anni. Le quote delle persone
condannate per furto a vent’anni è il doppio che a trenta, sette volte maggiore che a
quaranta. Diverso è l’andamento della curva dei condannati per emissione di assegni
a vuoto. Innanzitutto perché essa raggiunge il picco molto più tardi. In secondo luogo
perché, una volta raggiunto il punto più alto, essa non scende rapidamente.

La tendenza a violare le norme penali varia dunque molto a seconda della fase del
ciclo di vita. Di solito si inizia a rubare molto presto, anche se non sono propriamente
reati quelli commessi prima di aver raggiunto il quattordicesimo anno di età. A rubare
si inizia però di fatto molto prima, persino a otto o a nove anni. Si continua a farlo per
qualche anno. Poi, a poco a poco, una volta uscita dall’adolescenza, la grande
maggioranza abbandona questa attività. Coloro che continuano passano, nel corso
degli anni, ad altri tipi di reato contro il patrimonio: la truffa, l’emissione di assegni a
vuoto, la ricettazione.

L’eccezionale aumento della quota dei maschi che rubano o rapinano durante
l’adolescenza o le altre variazioni della tendenza a violare le norme che si verificano
durante le varie fasi della vita non sono peculiarità dell’Italia di oggi. Tutte le ricerche
mostrano che lo stesso avviene oggi negli altri paesi: negli Usa e in Gran Bretagna, in
Francia e in Germania, in Argentina e in Israele. Queste ricerche hanno messo in luce
che, nell’ultimo secolo e mezzo, vi è stato un abbassamento di cinque o sei anni
dell’età a cui più frequentemente si commettono reati.

Per quanto scarsi e insoddisfacenti, i dati di cui disponiamo fanno pensare che nei
paesi in via di sviluppo l’età a cui si ruba o si uccide sia un po’ più elevata che in quelli
industrializzati. In India solo il 3 % degli arrestati ha meno di 21 anni, nonostante che
circa la metà della popolazione sia al di sotto di quell’età.

Devianza e sanzioni

In ogni società, la conformità alle norme viene mantenuta attraverso l’uso o la


minaccia di sanzioni. Oltre che negative o positive, queste possono essere anche
formali o informali, severe o lievi. Vengono dette formali quelle comminate da gruppi o
organi specializzati (polizia, magistratura) ai quali è affidato il compito di assicurare il
rispetto delle norme. Informali sono invece quelle spontanee e poco organizzate
provenienti dai familiari, gli amici, i colleghi di lavoro, i conoscenti.

La severità delle sanzioni dipende fra l’altro dalla gravita dell’infrazione commessa. Se
qualcuno viola una norma di uso, verrà punito con un sentimento di disgusto. Ma se
qualcuno infrange una norma di legge, la sanzione sarà più forte. Vi sono tuttavia leggi
di vario tipo a seconda di quella che viene violata, cambia anche la sanzione prevista e
la forma di devianza.

Se una persona viola il diritto penale, si dice che commette un reato. Se invece non
rispetta le altre leggi, si parla di illecito civile o amministrativo. La differenze
fondamentale fra queste due forme di devianza risiede nella natura della sanzione. Per
il reato è prevista una pena, cioè una sanzione che può limitare la libertà personale
dell’individuo. Nel caso degli altri illeciti giuridici, la sanzione incide prevalentemente
sul patrimonio di chi li ha commessi.

Sistemi di punizione

Grandi differenze vi sono state, fra le varie società, riguardo al tipo di sanzioni usate
contro i trasgressori delle norme. In alcune comunità vigeva il sistema della faida, cioè
della vendetta da parte della vittima del reato nei confronti del reo. Nel diritto romano
si è a lungo seguito il principio del taglione, “occhio per occhio, dente per dente”.

Per molto tempo, i trasgressori della legge sono stati puniti con sanzioni pecuniarie,
l’espulsione dalla comunità, pene corporali o con la pena capitale. La varietà dei mezzi
impegnati per sopprimere coloro che avevano infranto una legge era molto ampia.
L’esecuzione prescelta aveva spesso un forte significato simbolico.

L’esecuzione della pena di morte avveniva di solito in pubblico, con una cerimoniale
preparato con grande sapienza, e richiamava enormi masse di popolazione.

Grandi mutamenti sono avvenuti nel corso del tempo. Il numero di mezzi impiegati per
uccidere un condannato si è ridotto. Nel corso degli ultimi due secoli i più usati sono
stati la ghigliottina, l’impiccagione, la fucilazione, la sedia elettrica, la camera a gas.
Inoltre, in molti paesi la pena di morte è stata abrogata. Questo processo è iniziato un
secolo e mezzo fa nei paesi dell’Europa settentrionale. Già nel 1826 la Finlandia ha
preso questa decisione. In Italia la pena di morte fu abrogata una prima volta nel 1889
dal codice Zanardelli. Reintrodotta durante il periodo fascista (1926) è stata di nuovo
abolita e sostituita con l’ergastolo nel 1948.

Oggi nel mondo vi sono ancora 103 paesi nei quali esiste la pena di morte. Gli Usa e il
Giappone sono economicamente molto sviluppati. L’India e la Cina hanno un’enorme
popolazione. In Cina l’esecuzione della pena di morte avviene ancora oggi in pubblico.

Di origine molto più recente è il carcere, come strumento per colpire i trasgressori,
che si è affermato pienamente nel XIX secolo. Prima di allora, esso esisteva come
luogo che serviva per custodire i colpevoli in attesa di processo, e non a punirli. La
privazione della libertà personale è diventata da allora, in tutto il mondo, la più
importante pena contro i trasgressori delle leggi penali.

In molti paesi, nell’ultimo secolo e mezzo, vi sono stati grandi mutamento anche
riguardo alla popolazione detenuta. A metà dell’Ottocento, il paese con il tasso di
detenzione più alto era l’Italia, seguito dai paesi nordici, mentre l’Inghilterra (oggi in
testa alla classifica) aveva il tasso più basso. In tutti questi paesi, tuttavia, è iniziato
allora un processo di diminuzione del tasso di detenzione che, con qualche
oscillazione, è durato per più di un secolo.

Nell’ultimo ventennio, l’andamento della popolazione detenuta è stato assai diverso a


seconda dei paesi. In molti di questi il tasso di detenzione è nuovamente salito, ma in
alcuni è sceso. Queste fortissime variazioni sono dovute a numerosi fattori:
l’importanza della detenzione preventiva e al numero di persone in attesa di giudizio
rispetto a tutta la popolazione; alle pene comminate e più in generale alla politica
penale seguita; al numero di reati commessi; ai provvedimenti di clemenza emanati.

Scienza e tecnica
Scienza e tecnica nelle società premoderne

Le prime riflessioni alle quali noi oggi possiamo attribuire l’aggettivo “scientifiche”
sono le osservazioni sui movimenti delle stelle che sono alla base dello sviluppo delle
conoscenze astronomiche e matematiche nelle civiltà mesopotamiche ed egizie.
Nei movimenti dei corpi celesti i sacerdoti – matematici babilonesi ritenevano di poter
scorgere presagi sugli eventi terreni (prosperità e carestie), le stelle erano considerate
delle divinità.
Gli scienziati greci, invece, erano filosofi. Anche la scienza greca si è sviluppata
prevalentemente nel campo dell’astronomia e della matematica (Pitagora ed Euclide),
ma pensatori come Aristotele e Platone si spinsero a formulare teorie non solo
sull’universo, ma anche sulla costituzione della materia che sarebbero resistite per
quasi duemila anni. Il mondo romano ereditò la tradizione della scienza greca senza
apportarvi contributi; i maggiori contributo degli intellettuali romani si trovano nel
campo delle “tecniche” (dell’agricoltura e dell’architettura). Per tutto il mondo antico,
scienza e tecnica restano due ambiti sostanzialmente separati.

Nel Medioevo, salvo alcuni importanti apporti della scienza araba (scuola
salernitana), la scienza non conobbe sviluppi particolari. Il modello della conoscenza
del mondo resta sostanzialmente quello aristotelico. Il compito della filosofia,
sosteneva Tommaso d’Aquino, consisteva nel fare convergere le due fonti
fondamentali della verità, la fede (verità rivelata) e la ragione (verità acquisita
dall’intelletto umano), ma quando tra le due dovesse nascere conflitto era la prima a
dover prevalere.

Del resto, nelle università medievali (nate a partire dal XII secolo), le scienze, salvo la
matematica e l’astronomia, non avevano una collocazione precisa. L’insegnamento si
fondava sulle sette arti liberali del trivio (grammatica, retorica, logica) e del quadrivio
(aritmetica, geometria, musica, astronomia), alle quali si aggiungevano nelle “facoltà
professionali” la teologia, il diritto e la medicina. Anche le tecniche, restarono per tutto
questo tempo separata dal pensiero scientifico.

Le origini della scienza moderna

Per illustrare lo sviluppo della scienza moderna è stata proposta una periodizzazione in
tre fasi: i secoli XVII e XVIII, il secolo XIX fino alla metà del XX, il periodo dalla seconda
guerra mondiale ad oggi. Le periodizzazioni sono convenzionali e arbitrarie. I
mutamenti, nella scienza, non sono mai repentini; il “nuovo” ha sempre bisogno di
essere anticipato da qualche fatto precorritore e il vecchio non scompare mai
improvvisamente, ma sopravvive in condizioni mutate.

Vi è ampio consenso tra gli storici nel fissare la nascita delle scienze moderne
nell’Europa del XVII secolo. Il Rinascimento italiano nel XV secolo aveva già segnalato
un nuovo interesse per l’osservazione diretta della natura senza gli occhiali della
filosofia medievale e della dogmatica della chiesa.

Francis Bacon è considerato il “legislatore della scienza moderna”; egli riteneva che il
metodo sperimentale fosse il fondamento della spiegazione scientifica. La “verità”
viene ricercata nell’osservazione attenta della realtà naturale e nella predisposizione
di “esperimenti” attraverso i quali poter dimostrare in modo convincente per tutti
l’operare delle leggi della natura, cioè di relazioni causali costanti tra fenomeni distinti.

Nell’arco di pochi decenni si assiste in tutta Europa ad uno straordinario fermento di


esplorazione scientifica. E, tuttavia, in questa prima fase, l’attività di ricerca scientifica
è ancora fondamentalmente dilettantistica e artigianale. Nonostante questo carattere
della loro attività, i primi “scienziati” sviluppano la prassi di incontrarsi regolarmente in
circoli intellettuali dove si conducono discussioni ed esperimenti pubblici e dove si
costruisce il consenso su quali siano le procedure più affidabili per compiere le
osservazioni. Si può parlare di un vero e proprio “movimento scientifico”. Il
movimento delle accademie che si era sviluppato in Italia nel XVI secolo in aperta
opposizione alla chiesa, si apre nel XVII secolo alla scienza sperimentale. Gli scienziati
incominciano a formare una comunità di “uguali” (Accademia dei Lincei) che,
indipendentemente dalle autorità politiche e religiose, sottopongono i risultati delle
loro ricerche al vaglio della critica reciproca. Si tratta del primo passo verso il
processo di istituzionalizzazione della scienza che trova nell’Inghilterra dei secoli
XVII e XVIII le condizioni più favorevoli per il suo sviluppo.

Possiamo dire che la scienza si istituzionalizza quando, da un lato, la società riconosce


l’importanza della sua funzione sociale e, dall’altro lato, quando si sviluppano delle
norme autonome che regolano l’attività degli scienziati e delle organizzazioni che
presiedono al rispetto di tali norme e al mantenimento degli standard riconosciuti di
scientificità.

Robert K. Merton, il fondatore della “sociologia della scienza”, in uno studio sullo
sviluppo della scienza nella società inglese del XVII secolo, ampliando la portata della
tesi weberiana sulle origini del mondo moderno, ha sostenuto che vi erano alcuni
elementi dell’etica protestante diffusasi in Inghilterra in quel periodo che
contribuirono a creare un ambiente favorevole allo sviluppo della scienza. Primo per i
protestanti, le azioni che risultano utili al prossimo e alla società sono anche il mezzo
più idoneo per glorificare Dio; secondo, l’impegno e il successo nel proprio lavoro è un
mezzo per confermare il proprio stato di grazia; terzo, il modo per servire meglio Dio
consiste nel dominare le passioni ed usare la ragione.

In generale, possiamo dire che il pluralismo religioso e l’assenza di un’autorità


religiosa indiscussa hanno contribuito a creare un ambiente favorevole allo sviluppo
della scienza come attività professionale.

In una prospettiva diversa, ma non per forza incompatibile con quella di Merton, uno
studioso sovietico, Boris Hessen, ha sostenuto che lo sviluppo della scienza
nell’Inghilterra del Sei – Settecento dove essere ricondotta alle esigenze tecnologiche
di un’emergente borghesia industriale. In particolare i Principi matematici della
filosofia naturale di Newton, davano risposte convincenti ai problemi tecnologici
dell’artiglieria, dei trasporti per terra e per mare o dell’industria estrattiva, settori in
quegli anni in grande espansione.

Entrambe le ipotesi sopra elencate sono da ritenere valide e, resta il fatto che nei
secoli XVII e XVIII Inghilterra, Francia e Paesi Bassi sono i paesi nei quali le scienze
naturali sperimentano lo sviluppo più rigoglioso e sono anche i paesi dove si affermano
le prima forme di capitalismo.

Gli sviluppi successivi

Il processo di istituzionalizzazione è proseguito e si è approfondito nelle fasi


successive. Nel periodo che va dall’inizio del XIX secolo alla seconda guerra mondiale
si assiste a due tendenze principali: 1) le scienze si istituzionalizzano in discipline
specialistiche all’interno delle università; 2) si sviluppa in forma parzialmente
autonoma il settore della ricerca applicata connesso all’industria.
Nell’istituzionalizzazione universitaria delle discipline scientifiche un ruolo
particolare spetta alla Prussia. La riforma humboldtiana (Wilhelm von Humboldt)
dell’università di Berlino nel 1810 prevedeva la presenza consistente, accanto alle
tradizionali facoltà professionali (teologia, diritto e medicina), di molti insegnamenti
scientifici nell’ambito della facoltà di filosofia. Questa impostazione si diffuse
rapidamente agli atenei degli altri stati tedeschi creando un sistema decentrato di
competizione per accaparrarsi i migliori studenti e docenti, ma rafforzando in tal modo
i legami tra i cultori di una stessa disciplina dislocati in sedi diverse. Ai docenti fu
garantita una grande libertà di insegnamento e di ricerca e quindi, nonostante la
frammentazione politica, si crearono le condizioni per lo sviluppo di comunità
scientifiche di ampiezza nazionale per ogni ambito disciplinare, scienze naturali
comprese. L’idea originaria di von Humboldt era che nell’università non si dovesse
perseguire una ricerca orientata a fini pratici. Verso la metà del secolo, però, si
svilupparono, sia in alcune università, sia nelle appena istituite scuole tecniche
superiori (politecnici), con il sostegno dello stato e dell’industria, grandi laboratori di
ricerca applicata che contribuirono allo sviluppo accelerato dell’industria tedesca nei
decenni a cavallo tra il XIX e il XX secolo.

Il modello humboldtiano di università esercitò una larga influenza sul continente


europeo, ma soprattutto nelle università del nuovo continente. Gli Stati Uniti
assumono infatti dall’inizio del XX secolo la leadership nello sviluppo della scienza a
livello mondiale. Non solo le scienze occupano fin dall’inizio una posizione importante
nelle più prestigiose università americane, ma ricerca fondamentale (scienza “pura”) e
ricerca applicata non percorrono strade separate, come era avvenuto nelle università
europee. Stato, industria e università contribuiscono in modo interdipendente al
finanziamento e all’organizzazione del sistema della ricerca scientifica. Inoltre, il
sistema dei “dipartimenti” ai quali fanno capo una pluralità di ricercatori favorisce,
assai di più del sistema degli “istituti mono – cattedra”, tipici della tradizione europea,
lo sviluppo di rapporti di collaborazione/competizione all’interno di ogni singola
istituzione. La ricerca incomincia ad assumere caratteristiche della ricerca di gruppo
dove, accanto alla creatività e alla competenza dei singoli ricercatori, contano molto le
capacità organizzative e imprenditoriali.

La scienza, in tutto il mondo industrializzato, cresce di dimensioni, sia per numero di


ricercatori impiegati, sia per risorse investite. Attualmente si calcola che i ricercatori
superino i 2 milioni. Gli Stati Uniti attualmente investono circa il 2,5 % del Pil nella
ricerca scientifica. Nell’insieme dei 25 paesi dell’Unione Europea gli investimenti in
ricerca raggiungono l’1,9 %, ma in Italia non superano l’1,2 % del Pil. Il paese che
attualmente investe la quota più elevata è il Giappone (3,15 %).

La seconda guerra mondiale ha rappresentato una svolta nel processo di crescita


delle dimensioni degli apparati scientifici. La figura dello scienziato che nel suo
laboratorio, con l’aiuto di pochi strumenti e di qualche assistente, esplora qualche
mistero insoluto del mondo che lo circonda, pensando soltanto a risolvere l’enigma
che lo assilla senza curarsi delle eventuali applicazioni delle sue eventuali scoperte, è
definitivamente tramontata.

Si era compiuto il passaggio dalla little science alla big science. Dopo di allora
numerosi sono stati i grandi progetti di ricerca che coinvolgono spesso centinai di
ricercatori su scala internazionale. I più importanti sono stati quelli legati
all’esplorazione dello spazio extraterrestre che hanno visto una serrata competizione
tra quelle che erano allora le due superpotenze, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica.

Venute meno le esigenze della competizione militare dopo il crollo dell’Urss, i


programmi di esplorazione dello spazio hanno subito un certo rallentamento.
L’attenzione si è spostata verso altri settori, ad esempio la ricerca biologica e la
ricerca sulle energie alternative. In particolare, bisogna ricordare il progetto “genoma
umano” volto alla mappatura dei caratteri genetici delle popolazioni umane, che ha
visto la competizione tra agenzie pubbliche e private di ricerca. Queste ricerche
avranno probabilmente importanti ricadute in vari campi, soprattutto in campo
medico, da cui si deduce il grande interesse che l’industria farmaceutica e delle
biotecnologie nutre per questo tipo di indagini.

Raramente tali grandi progetti hanno un puro scopo conoscitivo: l’impresa scientifica
riesce a mobilitare ingenti risorse perché da essa ci si aspettano ricadute in altri settori
di attività; la scienza diventa un decisivo fattore di potenza sia in campo militare, sia in
campo economico.

La scienza come oggetto della sociologia

La scienza è diventata uno dei settori più importanti delle società moderne e può
quindi stupire che la sociologia se ne sia occupata relativamente poco. La scienza ha
assunto nelle società moderne alcuni tratti tipici della sua antica rivale, la religione, e
ciò si riscontra anche nel linguaggio dove gli esclusi dalla scienza vengono designati
come “profani”. Gli scienziati stessi usano spesso un linguaggio esoterico che esclude
dalla comunicazione i non iniziati. Questa immagine regge tuttavia sempre meno. La
scienza è un’istituzione sociale integrata ad altre istituzioni sociali e gli scienziati sono
normali esseri umani, sia pure dotati di particolari competenze e sottoposti a processi
di formazione. Essi procedono per tentativi ed errori, e le scoperte alle quali
pervengono sono comunque destinate ad essere superata dagli sviluppi successivi. In
quanto impresa umana, la scienza può legittimamente diventare oggetto essa stessa
di quella scienza, la sociologia, che studia istituzioni, gruppi e comportamenti umani.

I valori e le norme delle “comunità scientifiche”: il contributo di


Robert K. Merton

Una prima domanda che si sono posti i sociologi riguarda il posto della scienza nella
società moderna. Per Parsons le istituzioni scientifiche, e in primo luogo le università,
incorporano i valori universalistici della razionalità scientifica che sono i valori
dominanti della società moderna. Merton ribadisce e conferma l’idea che la scienza
occupi un posto centrale e tuttavia goda di autonomia rispetto alle sue possibili
applicazioni.

Per Merton, come per Parsons, la scienza gode nella società moderna di un elevato
grado di autonomia e si sviluppa per effetto di una dinamica essenzialmente
endogena, anche se non è mai priva di condizionamenti esogeni.

Il fine istituzionale della scienza, secondo Merton, è l’accrescimento della conoscenza


verificata, e questo è un processo sostanzialmente cumulativo. I metodi per
raggiungere questo fine sono da un lato il metodo induttivo, mediante il quale
l’osservazione ripetuta di regolarità consente la formulazione di “leggi” generali sulla
base delle quali formulare previsioni che vengono confermate empiricamente, e
dall’altro lato il metodo deduttivo che consiste nel ricavare in modo logicamente
coerente proposizioni determinate da premesse determinate (da qui l’importanza della
matematica). La cumulatività risulta dal fatto che ogni ipotesi empiricamente
verificabile porta il suo contributo alla conoscenza scientifica.

La garanzia dell’autonomia della scienza è per Merton l’esistenza di comunità


scientifiche che formulano e garantiscono l’applicazione di principi normativi specifici
al campo scientifico e alle quali i singoli scienziati rispondono della corretta
applicazione delle procedure di ricerca. Ecco i principi normativi che formano l’ethos di
ogni comunità scientifica. Il primo principio è l’universalismo: ogni enunciato è
soggetto al vaglio di criteri impersonali che prescindono dalle “qualità” specifiche di
chi lo ha formulato (razza, genere, religione, nazionalità sono escluse). Il secondo
principio è il comunitarismo: la scienza è patrimonio comune e quindi i risultati
raggiunti da uno scienziato devono essere comunicati per poter essere condivisi da
tutti gli altri (incompatibilità con la proprietà privata). Il terzo principio è il disinteresse
personale: l’interesse primario dello scienziato deve essere il progresso della
conoscenza, ogni altro interesse deve essere secondario e subordinato. Il quarto
principio è il dubbio sistematico: è dovere di ogni scienziato esporre i propri risultati in
modo tale che possano essere sottoposti al vaglio dei suoi pari. Gli esperimenti devono
essere potenzialmente replicabili da parte di altri ricercatori. Nella scienza non vi è
nulla di sacro che non possa essere messo in discussione.

Evidente è che questi principi appartengono alla sfera del dover essere, forniscono
cioè un codice deontologico al quale gli scienziati “dovrebbero” attenersi, ma che
non descrive in modo adeguato i loro comportamenti effettivi. Merton sostiene che le
violazioni di questo codice sono tutto sommato meno frequenti di quanto ci si
potrebbe aspettare. Cosa motiva gli scienziati a seguire queste regole? Essi possono
aver interiorizzato il valore della conoscenza e le norme della comunità scientifica
attraverso il processo di socializzazione al quale sono stati sottoposti, ma ciò non è
sufficiente a spiegare il grado di conformità al codice di deontologia professionale. Due
studiosi che si sono collocati sulla scia di Merton ritengono che le comunità scientifiche
dispongono di un efficace meccanismo di motivazione e di controllo, vale a dire la
distribuzione di una risorsa/ricompensa che gli scienziati sono interessati ad acquisire:
il riconoscimento da parte di coloro che sono giudicati competenti a valutare la qualità
dei risultati. Il meccanismo motivazionale è quindi il desiderio di riconoscimento che
da un lato induce il ricercatore a rendere pubblici i suoi risultati, ma dall’altro lato
influenza anche la sua scelta di problemi e metodi, indirizzandolo verso quelli che egli
ritiene saranno meglio apprezzati dalla comunità scientifica, a scapito dell’originalità e
dell’innovazione. A ciò si aggiunge il fatto che, nelle comunità scientifiche coloro che
distribuiscono riconoscimenti sono allo stesso tempo in un rapporto di
concorrenza/competizione con coloro che li ricevono e questo può sollevare qualche
dubbio che il loro giudizio sia sempre improntato a criteri puri di razionalità cognitiva.

L’impostazione mertoniana non è stata esente da critiche. Essa si fonda più su quello
che gli scienziati dichiarano di fare, piuttosto che su quello che fanno realmente; si
tratta nient’altro che dell’ideologia di un particolare gruppo professionale. Di fatto gli
scienziati talvolta infrangono le norme alle quali pretendono di orientarsi, i casi di
plagio, di occultamento di risultati controversi o, di falsificazione di dati non sono del
tutto infrequenti.

Ad esempio, Max Weber sapeva quanto fosse difficile affermare i criteri universalistici
anche nell’ambito, quello scientifico, che dovrebbe essere di loro dominio e, tuttavia,
non abbandonò mai la convinzione che la scienza fosse l’unico modo per accostarsi
alla realtà in modo il più possibile libero da pregiudizi.

La critica forse più consistente alla formulazione mertoniana dell’ethos della scienza
indica che tale ethos riflette la condizione degli scienziati dediti alla ricerca
fondamentale (scienza pura) nell’ambito delle istituzioni universitarie, mentre ormai la
grande maggioranza degli scienziati opera all’interno di enti di ricerca di grandi
dimensioni, alle dipendenze di, apparati industriali e militari, dove la segretezza dei
risultati e il perseguimento di interessi no scientifici sono i criteri fondamentali. Molto
spesso gli scienziati si trovano ad operare in una situazione di ambivalenza strutturale,
devono cioè far fronte ai valori e alle esigenze divergenti della comunità scientifica da
un lato e della società, e dei committenti, dall’altro.

Le rivoluzioni scientifiche: il contributo di Thomas S. Kuhn

L’assunto della cumulatività del progresso scientifico è messo radicalmente in


discussione da Thomas S. Kuhn, storico e sociologo della scienza americano, la cui
opera più importante, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, è diventata un punto di
riferimento fondamentale degli studi in materia.

L’analisi kuhniana parte dall’assunto che nello sviluppo di ogni singola scienza vi siano
delle fasi di continuità, dove le nuove conoscenze si aggiungono alle precedenti in un
processo cumulativo, e fasi di rottura della continuità. Nella fasi di continuità (scienza
normale), il lavoro di ogni scienziato si innesta sul tronco di una tradizione che egli
riceve da coloro che lo hanno preceduto. Questa tradizione, il paradigma scientifico,
è composta da una concezione del mondo oggetto di una particolare disciplina, da un
certo numero di assunti teorici di fondo che definiscono i criteri di rilevanza nella
scelta degli oggetti da indagare, i problemi da risolvere e i metodi riconosciuti come
validi per la loro situazione. L’esistenza di un paradigma richiede che esso venga
accettato dalla comunità scientifica come fondamento sulla base del quale
intraprendere il lavoro scientifico (codificato nei trattati e testi fondamentali). Il
concetto fondamentale per l’analisi sociologica dell’attività scientifica è quello di
comunità scientifica. Per Kuhn non vi è comunità scientifica senza paradigma e non vi
è paradigma senza che su di esso si manifesti il consenso di una comunità scientifica,
due termini strettamente collegati.

Un paradigma si afferma perché riesce a risolvere meglio dei suoi competitori alcuni
problemi che il gruppo di specialisti ha riconosciuto come rilevanti. Nella fase del suo
dominio, un paradigma fornisce i criteri in base ai quali viene stabilita la “scientificità”
dei prodotti della ricerca. Tuttavia, nessun paradigma riesce mai a risolvere tutti i
problemi ritenuti rilevanti. Si manifestano quindi anomalie e contraddizioni. I
paradigmi hanno tuttavia una loro inerzia, essi contengono tutto ciò che in un dato
momento una comunità assume come certo, il loro abbandono comporta un costo
elevato e non basta che si presentino anomalie e contraddizioni perché vengano
abbandonati. Uno dei compiti della scienza normale è appunto quello di estendere e
articolar e meglio il paradigma, di escogitare spiegazioni, capaci di eliminare le
contraddizioni. Possono anche sorgere nuovi problemi all’esterno della comunità
scientifica, che non trovano una soluzione adeguata nell’ambito del paradigma
consolidato.

Tuttavia ciò però non basta per mettere in crisi un paradigma scientifico, la crisi
appare soltanto quando è disponibile un paradigma alternativo. La proposta di un
nuovo paradigma dà luogo ad una rivoluzione scientifica. La sostituzione di un vecchio
paradigma con uno nuovo è sempre un momento di discontinuità, anche se il vecchio
paradigma non scompare del tutto. Una nuova teoria deve in primo luogo essere in
grado di spiegare tutti i fenomeni che erano già adeguatamente spiegati dalle teorie
precedenti, ma deve soprattutto dare una spiegazione delle anomalie di cui le teorie
precedenti non riuscivano a dar conto. Il nuovo paradigma una volta affermatosi, apre
una nuova fase di scienza normale, fino a quando non sarà di nuovo messo in
discussione e a sua volta sostituito.

L’esempio più significativo di rivoluzione scientifica è la cosiddetta rivoluzione


copernicana. Il passaggio da una visione geocentrica ad una visione eliocentrica ha
senz’altro costituito una tappa fondamentale nello sviluppo dell’astronomia e della
fisica, ponendo le basi di quella che sarà poi la concezione meccanicistica
dell’universo di Newton, ma ha infranto una lunga tradizione che aveva trovato il
sostegno della chiesa, cioè della massima autorità intellettuale dell’epoca.

Molte delle prospettive di indagine di storia della scienza aperte dall’opera di Kuhn
erano già state anticipate negli anni trenta da un medico – biologo polacco, Ludwik
Fleck, in un libro, Genesi e sviluppo di un fatto scientifico; questo libro non riscosse
grande successo perché impreciso e di difficile comprensione, i tempi evidentemente
non erano ancora maturi per sostenere la tesi della storicità dei criteri di scientificità e
quindi della validità relativa delle teorie scientifiche, poi riprese da Kuhn.

- Limiti della conoscenza scientifica. Che la scienza non sia in grado di


produrre “verità assolute”, ma soltanto verità che valgono all’interno di
convenzioni o paradigmi generati dal consenso che si produce nelle comunità
scientifiche, era un’idea che era incominciata a maturare nei primi decenni del
XX secolo, anche nella matematica e nella fisica (teoria della relatività, fisica
quantistica). La conoscenza scientifica è sempre una conoscenza relativa al
punto di vista dell’osservatore e tale punto di vista è storicamente condizionato
sia da fattori interni alla comunità scientifica, sia da fattori esterni. Le leggi di
natura appaiono come leggi probabilistiche che non possono predire con
assoluta certezza il verificarsi di un evento e lo stesso metodo sperimentale non
è certo che assicuri la veridicità di una teoria o che la sconfessi. Il sapere è
costruito in relazione a scelte compiute dal soggetto stesso, ogni conoscenza è
destinata prima o poi ad essere superata in un processo senza fine. Non vi può
essere corrispondenza assoluta tra sapere e realtà. I limiti della conoscenza
scientifica non fanno venir meno il fatto che essa costituisce il fondamento della
nostra civiltà e che se vogliamo agire in modo consapevole dobbiamo fare
affidamento sulle conoscenze della realtà che ci circonda prodotte dalla scienza.
Facciamo un ulteriore considerazione. Ogni progresso della conoscenza scientifica, non
riduce di per sé l’area dell’ignoto, ma, anzi, scopre nuovi ambiti di realtà ancora
inesplorati. La conoscenza produce la consapevolezza di non sapere.

A differenza degli uomini comuni, gli scienziati sono coloro che hanno un’acuta
consapevolezza della vastità degli ambiti della realtà che ci sono ancora sconosciuti.

La “nuova” sociologia della scienza

Nella filosofia della scienza contemporanea si contrappongono due tradizioni:


l’empirismo/razionalismo critico, il cui esponente principale è Karl R. Popper, e il
relativismo, i cui esponenti principali sono Paul K. Feyrabend e Imre Lakatos. Per
Popper il metodo scientifico procede per tappe: in primo luogo incontriamo dei
problemi dai quali nascono degli interrogativi, in secondo luogo proponiamo qualche
teoria per risolvere i problemi e dare una risposta agli interrogativi (formuliamo delle
congetture), in terzo luogo sottoponiamo a critica i nostri tentativi di soluzione
attraverso l’osservazione empirica della realtà (applicando una logica di confutazione).
La formulazione di congetture appartiene ad una logica della scoperta, la ricerca di
confutazioni ad una logica della giustificazione. In questo modo il progresso della
conoscenza avviene mediante un percorso di continue prove ed errori. Secondo il
relativismo, invece, non è possibile identificare quanto una conoscenza è coerente
con l’osservazione della realtà e quando invece è smentita dell’osservazione della
realtà empirica; ogni conoscenza è valida solo all’interno di una convenzione i cui
contenuti sono sempre mutevoli e che è determinata sia da interessi extrascientifici
sia dagli interessi professionali degli scienziati.

Il programma relativista e la prospettiva di Kuhn sono stati ripresi e sviluppati dalla


cosiddetto scuola di Edimburgo (sociologia della scienza contemporanea). Il
programma di ricerca di questa scuola si concentra su tre aspetti principali: 1) come
vengono condotti gli esperimenti nei laboratori; 2) come all’interno di un gruppo di
scienziati viene costruito il consenso intorno ad una determinata interpretazione dei
risultati sperimentali; 3) come i rapporti con interessi politico – sociali esterni
influenzino le modalità di ricerca. Sui primi due punti si è sviluppata una serie di
ricerche che hanno considerato il laboratorio come una micro – organizzazione sociale.

Il laboratorio è un luogo artificiale dove la natura viene riconfigurata per poterla


meglio manipolare al fine di condurre osservazioni controllate. Nel laboratorio si
possono innanzitutto controllare i fattori ambientali. Il laboratorio consente quindi di
“semplificare” la dinamica dei fenomeni per poter indagare i rapporti causa – effetto
mantenendo sotto controllo i fattori che potrebbero perturbare la dinamica stessa,
come è noto, situazione che non si verifica mai compiutamente nella realtà.

Quasi infiniti, sono i fattori che possono influenzare l’accadere di un evento; se non
riuscissimo a ridurli ad un numero finito e a controllarli non saremmo in grado di
formulare nessuna generalizzazione. Possiamo dire che nel laboratorio la natura viene
in un certo senso “addomesticata” per renderla più facilmente osservabile e
misurabile. Al limite, la natura viene addirittura sostituita con dei modelli di
simulazione che riproducono al computer la dinamica dei processi oggetto di
investigazione.
La sociologia del “laboratorio” adotta quindi un approccio costruttivista al problema
della conoscenza; la scienza non può accedere alla realtà esterna se non attraverso
pratiche di costruzione della realtà; la scienza può rappresentare la realtà attraverso i
propri linguaggi.

I ricercatori del laboratorio possono essere studiati come qualsiasi altro gruppo
sociale, all’interno del quale avvengono costantemente negoziazioni in merito alle
scelte da compiere per progettare un esperimento, realizzarlo e per interpretare alle
fine i risultati e comunicarli all’esterno. In queste scelte non sono rilevanti solo fattori
scientifici, ma anche fattori sociali che hanno a che fare coi rapporti (collaborazione,
gelosia) che si instaurano all’interno dell’èquipe di ricerca.

Studiare con metodi sociologici, il laboratorio come organizzazione sociale, i ricercatori


che vi lavorano come gruppo sociale e i linguaggi che essi utilizzano come particolari
forme di retorica è coerente con una concezione della conoscenza di base alla quale
conoscere vuol dire rappresentare la realtà. Se in tal modo la verità scientifica viene
inevitabilmente relativizzata, la scienza non perde tuttavia il suo significato e la sua
importanza, anzi, può in tal modo diventare meglio consapevole insieme della sua
portata e dei suoi limiti, favorendo tra gli scienziati stessi un processo di
autoriflessione e di consapevolezza critica.

Scienza, tecnologia e sviluppo economico

Dobbiamo ora volgerci ai fattori esterni e riprendere il tema della fase più recente,
successiva alla seconda guerra mondiale, dello sviluppo scientifico. In questa fase, il
rapporto tra scienza e tecnologia assume un’importanza decisiva.

Nei secoli XVIII e XIX incomincia a verificarsi una divaricazione tra ricerca
fondamentale e ricerca applicata; la prima si istituzionalizza nelle università, mentre la
seconda trova nei politecnici e nei laboratori di ricerca industriale il proprio luogo
privilegiato. In seguito, si sviluppa a partire dagli Stati Uniti un sistema di relazioni
strutturali tra università, amministrazione pubblica e industria.

Si potrebbe pensare ad uno sviluppo lineare che da una scoperta scientifica conduca a
un’invenzione tecnologica e quindi al suo eventuale sfruttamento economico. Però
capita spesso che il percorso sia rovesciato e che il processo sia messo in moto da
un’esigenza economica che stimola un’innovazione tecnologica che solo a
posteriori trova una sua fondazione nel sapere scientifico. In sostanza, non è solo la
scienza che produce innovazione tecnologica; ogni innovazione per svilupparsi e
diffondersi deve trovare una terreno favorevole, deve fare i conti con gli interessi
organizzati siano essi economici, politici o militari.

Sono proprio tali gruppi che sovvenzionano gli apparati di ricerca. Tra ricerca pura e
ricerca applicata esiste quindi inevitabilmente una competizione per le risorse. La
ricerca applicata all’innovazione tecnologica trae spesso vantaggio dalla ricerca
fondamentale, tuttavia i rischi di insuccesso fanno sì che le imprese in genere non
abbiano interesse ad investire nella ricerca fondamentale. Essa è sempre appannaggio
delle università e delle istituzioni pubbliche di ricerca, salvo alcuni casi (ricerca
fondamentale indispensabile per l’industria farmaceutica).
Nell’ambito del rapporto tra ricerca fondamentale e ricerca applicata un ruolo decisivo
è stato assunto dagli apparati militari. Dalla seconda guerra mondiale in poi circa il 40
% delle risorse mondiali destinate alla ricerca scientifica e tecnologica sono state
assorbite dalla ricerca militare. L’arte della guerra ha sempre stimolato l’ingegno al
fine di produrre un sapere utilizzabile per aumentare la potenza offensiva e difensiva
degli eserciti. La fusione dei metalli si è sviluppata ed è stata affinata in epoche
remote per produrre armi sempre più efficaci. Tuttavia è dal XX secolo che la scienza si
è messa sistematicamente al servizio della potenza militare nell’ambito di progetti di
ricerca di dimensioni sconosciute nelle epoche precedenti. Con la caduta del muro di
Berlino e la fine della guerra fredda i bilanci militari sono stati sensibilmente ridotti e
quindi anche gli investimenti per la ricerca (soprattutto spaziale).

Se la ricerca militare produce innovazioni che vengono poi utilizzate nella produzione
“civile”, si parla di ricaduta tecnologica (technological fall – out). I recenti sviluppi
nel campo dell’informatica, della micro – elettronica e delle telecomunicazioni, che
hanno generato molti prodotti di uso comune, devono molto alle originarie applicazioni
in campo militare. Perché vi sia una ricaduta, tuttavia, è necessario che esista un
rapporto stretto tra ricerca militare e ricerca industriale (ciò è avvenuto negli Stati
Uniti). Indubbio è comunque che vi sia un rapporto positivo nel lungo periodo tra
investimenti in Ricerca e Sviluppo (R & D, Research and Development) e crescita
economica. Soprattutto in un’economia aperta alla concorrenza internazionale,
risultano avvantaggiati quei paesi la cui struttura industriale si basa su prodotti ad alto
contenuto scientifico e tecnologico (settore high – tech). Un indicatore assai eloquente
del grado di sviluppo della ricerca applicata di un paese è la bilancia tecnologica
che contabilizza gli introiti e gli esborsi dovuti alla cessione o all’acquisto
dell’utilizzazione dei brevetti industriali. L’Italia presenta un consistente deficit della
bilancia dei pagamenti tecnologici dovuto allo scarso sviluppo della ricerca industriale,
oltre che alla carenza degli investimenti pubblici in R & D. Quindi, molti scienziati di
valore hanno abbandonato il nostro paese per un ambiente favorevole per le loro
ricerche.

La ricerca deve contribuire al perseguimento di obbiettivi sociali e per valutare l’entità


di tale contributo si è sviluppata una disciplina che ha preso il nome di
scientometria, cioè la misurazione dell’output e della qualità della ricerca. Un
indicatore utilizzato è il numero delle citazioni che un determinato lavoro o progetto ha
ottenuto nelle pubblicazioni scientifiche di tutto il mondo (Science Citation Index). A
questi strumenti di tipo quantitativo sono stati affiancati anche strumenti di
valutazione qualitativa, fondati sulla peer review, cioè sulla raccolta di pareri formulati
da esperti del settore su nuovi progetti di ricerca, su stati di avanzamento di progetti
in corso e sui risultati finali di progetti conclusi.

Scienze naturali e scienza sociali

Negli ultimi due secoli accanto alle scienze della natura, si sono sviluppate delle
discipline che hanno per oggetto gli esseri umani e le loro relazioni e che possono
rivendicare legittimamente lo statuto di scienze. Si potrebbe fare la storia delle
scienze sociali dal punto di vista delle influenze che sul loro sviluppo hanno esercitato
le scienza naturali, pensando di replicare i loro apparati di analisi e i metodi di
indagine.
A cavallo tra XIX e XX secolo si sviluppò invece, soprattutto nella cultura tedesca, una
reazione al dominio delle scienze naturali e alla trasposizione dei loro metodi nel
campo di quelle che allora venivano chiamate scienze dello spirito. Si riteneva che il
fatto che l’oggetto di queste ultime fosse l’uomo, le sue azioni, i suoi prodotti, la sua
cultura dovesse tradursi in una specificità dei metodi di ricerca rispetto a quelli che
servivano per accostarsi alla natura inanimata. Si riteneva che i fenomeni umani
dovessero piuttosto essere “compresi” nel loro significato culturale. Il dibattito si
sviluppò in particolare intorno allo statuto scientifico della storia, nei confronti della
quale il fine della conoscenza non sembrava essere la formulazione di leggi universali,
bensì la comprensione/spiegazione di eventi individuali e irripetibili. Max Weber adotto
una posizione che influenzò, successivamente, sulla definizione dei fondamenti del
sapere sociologico. Egli ha sostenuto la specificità delle scienze sociali sia pure
nell’ambito di una concezione fondamentalmente unitaria del metodo scientifico:
mentre i fenomeni della natura possono essere soltanto “spiegati” (imputandone le
cause all’operare di “leggi”), i fenomeni sociali, accanto alla spiegazione, possono
anche essere oggetto di comprensione. I fatti sociali sono in ultima istanza
riconducibili ad azioni individuali. L’azione è l’unità minima di analisi delle scienze
sociali. La specificità dell’agire umano consiste nel fatto che gli esseri umani sono
dotati della capacità di attribuire un senso alle loro azioni ed è proprio questo “senso”
che è accessibile mediante la “comprensione”.

Il rapporto tra spiegazione e comprensione resta a tutt’oggi uno degli aspetti più
dibattuti e controversi dell’epistemologia delle scienza sociali. Vi sono due estremi,
coloro che sostengono un monismo metodologico, cioè la sostanziale unità del metodo
scientifico a prescindere dalla diversità dell’oggetto di ricerca, e coloro che,
sostengono l’irriducibile “differenza” tra le scienze dell’uomo e quelle della natura.

Possiamo indicare alcune dimensioni che servono per fissare linee di demarcazione e
di continuità tra le scienze.

- La prima dimensione riguarda la “natura” dell’oggetto: le scienze sociali


trattano oggetti che hanno natura “soggettiva”, sono esseri umani dotati cioè
della capacità di agire intenzionalmente e di attribuire un senso alle loro azioni.

- La seconda dimensione riguarda la funzione dei paradigmi: nelle scienze sociali


non vi è quasi mai un unico paradigma storicamente dominante, ma una
pluralità di paradigmi in competizione tra loro. Nelle scienze naturali si
succedono dia cronicamente, nelle scienze sociali sono presenti
sincronicamente.

- La terza dimensione riguarda la diversa centralità del metodo sperimentale:


nelle scienze è assai più difficile compiere dei veri e propri esperimenti
controllati, sia per problemi di natura deontologica (non si possono condurre
esperimenti su esseri umani), sia di natura sostanziale (fenomeni non
riproducibili in laboratorio). Nelle scienze sociali prevalgono metodi di
elaborazione delle informazioni che non rispondono a criteri rigorosamente
sperimentali.

- La quarta dimensione riguarda il tipo di linguaggio utilizzato nella


comunicazione all’interno delle comunità scientifiche: nelle scienze naturali il
linguaggio tende ad essere assai più consolidato e formalizzato che non nelle
scienze sociali.

- La quinta dimensione riguarda il grado di istituzionalizzazione: le scienze sociali


hanno visto riconosciuto il loro posto nelle istituzioni scientifiche e accademiche
in epoca più recente rispetto alle scienze naturali.

Le varie discipline si collocano lungo un continuum definito da queste dimensioni.


Nella letteratura anglosassone è in uso a questo proposito una distinzione tra scienze
dure e scienze molli; ad un estremo la fisica, la chimica, all’altro estremo la scienza
politica, l’antropologia culturale.

Tuttavia, il riconoscimento che anche nel campo delle scienze della natura i “fatti”
sono costruiti, cioè che la scienza, quale che sia il suo oggetto, raccoglie ed elabora
“dati”, vale a dire informazioni selezionate relative a “fatti”, fa pensare che la distanza
tra dure e molli sia tendenzialmente destinata a ridursi. Wolfgang Lepenies, in un libro
che significativamente si intitola Le tre culture, può sostenere che le scienze sociali
svolgono una funzione di ponte tra cultura umanistica e cultura scientifica. La
sociologia avrebbe due anime tra loro interdipendenti: una scientifica e una
ermeneutica (contiguità con letteratura e le arti).

Il maggiore ostacolo alla comunicazione tra ambiti disciplinari diversi è costituito


dall’estrema specializzazione del lavoro scientifico non solo tra le discipline, ma
all’interno della stessa disciplina. I problemi che gli specialisti devono affrontare sono
molto spesso simili, ma ognuno lavora in una condizione di forte isolamento e quindi
l’integrazione delle conoscenze acquisite risulta difficile e la frammentazione del
sapere elevata.

L’esigenza della ricerca interdisciplinare è fortemente avvertita, soprattutto in settori


orientati all’applicazione pratica delle conoscenze, ma la sua realizzazione è
difficoltosa. Tra le formulazione di un problema da parte di chi è responsabile della sua
soluzione e la sua traduzione in un progetto da parte di un gruppo di specialisti in
un’istituzione di ricerca il cammino è spesso lungo. Tra decisori e ricercato la
comunicazione è sempre difficile, perché i primi richiedono una visione sintetica che
tenga conto globalmente dei vari aspetti del problema in oggetto, mentre gli esperti
tendono ad affrontarlo, a seconda delle loro rispettive specializzazioni, tenendo
analiticamente separati i vari aspetti. Una possibile prospettiva di parziale
superamento della frattura tra specializzazioni diverse consiste nella formazione di
sottodiscipline a cavallo tra campi contigui nei quali gli specialisti devono essere in
grado di disporre di competenze plurime e di padroneggiare una molteplicità di
linguaggi (biochimica, sociobiologia).

L’immagine pubblica della scienza e della tecnologia

Nell’opinione pubblica si sono diffusa immagini della scienza come mondo a parte,
misterioso e anche in parte minaccioso, con il quale è sempre più difficile per l’uomo
comune entrare in contatto. A ciò hanno contribuito la forte istituzionalizzazione, la
specializzazione e l’uso di linguaggi intraducibili. L’opinione pubblica quindi si
interroga sia sulla sostenibilità dei costi della ricerca (imposizione fiscale), sia sulla sue
effettiva utilità, visti gli effetti disastrosi degli usi sociali di certe scoperte (bomba
atomica), i rischi ambientali (inquinamento) e i rischi per la salute (nocività di prodotti
dell’industria alimentare e farmaceutica).

Inoltre, tra gli esperti si sviluppano frequentemente aspre controversie, contribuisce a


mettere la scienza agli occhi dell’opinione pubblica in una luce ambivalente.

Gli atteggiamenti del pubblico dipendono da due componenti tra loro interdipendenti,
l’uno di natura cognitiva e l’altro di tipo valutativo. Entrambi fanno parte di quella che
si può chiamare cultura scientifica diffusa, le cui fonti sono da un lato gli insegnamenti
scolastici, dall’altro le attività di divulgazione scientifica e i messaggi dei mass media.

Le attività di divulgazione scientifica svolgono un’azione più efficace di quella della


scuola. I musei di scienze naturali e i musei della tecnica, ma anche i musei
etnografici, sono spesso luoghi assai importanti di diffusione della cultura scientifica.
Anche certe pubblicazioni sono fondamentali per la divulgazione scientifica, tuttavia,
non tutto il pubblico ha un livello di alfabetizzazione tale da poter comprendere
totalmente certe argomentazioni. Inoltre, se divulgazione vuol dire dare per certe
conoscenze che gli scienziati stessi esprimono con la massima cautela, allora il
processo di traduzione del sapere scientifico per un pubblico di non specialisti si
trasforma in un processo di deformazione del sapere stesso. come abbiamo visto, alle
scienze non si possono chiedere certezze assolute, mentre il pubblico chiedi agli
esperti di risolvere dubbi e non di creare nuove incertezze.

I mass media privilegiano il più delle volte gli aspetti più sensazionalistici delle
scoperte scientifiche che possono attirare la curiosità e l’interesse dell’opinione
pubblica. Talvolta i resoconti dei media producono speranze infondate in particolari
categorie della popolazione, in altri casi possono scatenare il panico accentuando la
percezione del rischio tecnologico, oppure, al contrario minimizzare il rischio. Ciò che
viene trasmesso attraverso questi canali non sono solo conoscenze, ma anche
“immagini” e “stereotipi”. Emergono quattro stereotipi dello scienziato: 1) il mago che
ha un potere sulla natura (concezione prerazionale o arazionale della scienza); 2)
l’esperto, cioè colui che affronta e risolve i problemi in modo razionale ed efficiente; 3)
il creatore/distruttore, irresponsabile di fronte alle conseguenze delle sue scoperte; 4)
l’eroe, dalla cui creatività discende il progresso generale.

Gli atteggiamenti che si esprimono attraverso questi stereotipi oscillano tra due
estremi: da un lato una fiducia incondizionata nella scienza come dispensatrice di
progresso, dall’altro lato un oscuro sentimento che vede nella scienza e nelle sue
ricadute tecnologiche una minaccia misteriosa.

Nella fase attuale, soprattutto per effetto delle iniziative dei movimenti ecologisti, la
percezione del rischio tecnologico e delle minacce alla vivibilità dell’ambiente sono
fattori importanti nel plasmare gli atteggiamenti della popolazione nei confronti della
scienza e della tecnologia e nel ridurre il livello di credibilità nei loro confronti.

Il concetto stesso di rischio non è certo lo stesso per gli esperti e per il pubblico:
mentre per i primi si tratta della probabilità che tale evento provochi determinate
conseguenze, il concetto di rischio evoca nella gente comune il sentimento di un
evento minaccioso dalle conseguenze dannose incalcolabili. La scienza stessa può
contribuire ad attenuare i rischi che le sue applicazioni hanno generato (i problemi
ambientali hanno stimolato ricerche di nuove fonti di energia). Nel mondo moderno la
scienza è un’attività fortemente orientata alla soluzione razionale di problemi pratici e
i suoi effetti dipendono dal tipo di problemi verso i quali è indirizzata la ricerca. La
responsabilità degli effetti ricade su coloro che pongono i problemi da risolvere e
formulano le domande alle quale trovare risposta.

Come abbiamo visto, la riflessione sociologica sulla scienza parte dall’assunto che la
conoscenza scientifica è socialmente costruita e che l’attività scientifica è
intrinsecabilmente intrecciata con fattori interpersonali, organizzativi e culturali che
contribuiscono alla produzione e all’uso del sapere scientifico. La scienza è legata a
interessi politici, militari ed economici che non sempre coincidono con l’interesse
comune.

La ricerca sociologica sui condizionamenti, sui modi di operare e sugli effetti sociali
della scienza, può forse contribuire a radicare, nell’opinione pubblica e tra gli
scienziati, un’immagine realistica della scienza che sia libera dagli stereotipi di tutti i
tipi.

La religione
Una premessa di metodo

Le religioni riguardano credenze, cioè idee che gli uomini si fanno intorno alla natura
della realtà terrena e ultraterrena. Il sociologo prende queste credenze come fati di
fatto che è necessario spiegare nella loro genesi. Egli non si chiede se queste credenze
siano vere o false, perché hanno a che fare con una realtà non empirica.

L’unico fatto empirico è che uomini reali, organizzati in società reali, sviluppano
credenze e istituzioni e mettono in atto comportamenti che chiamiamo religiosi. Vere o
false, nella misura in cui questi criteri si applicano al lavoro scientifico, possono essere
solo le asserzioni che riguardano le credenze religiose e non le credenze stesse. Ciò
non vuol dire che il sociologo che studia le religioni non possa a sua volta avere delle
credenze religiose. L’esercizio dell’attività scientifica richiede la capacità di mantenere
distinti i vari ruoli. Una separazione assoluto non è possibile, ma forse neppure
auspicabile. Se la religione non “fa problema” per lo studioso come uomo e non in
quanto studioso, non potrebbe suscitare il suo interesse. La prospettiva nella quale si
colloca lo studioso condizione la scelta degli aspetti che vengono messi in primo piano
e influenza la direzione nella quale si spinge l’indagine.

Si tratta di mantenere una certa distanza dall’oggetto di studio. Del resto, vi è un setto
della sociologia, chiamato appunto “sociologia della conoscenza, che studia proprio
come l’attività conoscitiva sia influenzata dalle credenze e dagli interessi dello
studioso che si collocano al di fuori della sfera conoscitiva, ovvero al di fuori della
scienza.

Sacro e profano
Difficile è trovare al mondo un aggregato umano che non dedichi una parte del tempo
e dello spazio che ha a disposizione a pratiche religiose.

La religione, in forme elementari o complesse, è un fenomeno pressoché universale


nelle società umane. Quindi è anzitutto necessario riflettere sul perché
dell’universalità del fenomeno religioso. Non esistono società umane che non
abbiano sviluppato qualche forma di religione. La religione deve quindi rispondere ad
un’esigenza specifica delle società umane.

A cosa pensa la gente comune quando parla di religione? La religione è una credenza,
o un insieme di credenze, relativa all’esistenza di una realtà ultrasensibile, ultraterrena
e sovrannaturale. Chiariamo i termini di questa definizione. Una credenza è un
giudizio sulla realtà che si fonda su un atto di fede. La nozione di credenza presuppone
una distinzione cruciale tra credenza e conoscenza. Il confine tra credenze e
conoscenze è certamente sfumato nel senso che le due categorie presentano zone di
sovrapposizione; credenze e conoscenze sono due modi mediante i quali gli esseri
umani raggiungono un relativo grado di certezza sulla realtà che li circonda; sia le
credenze che le conoscenza possono lasciare dei margini di dubbio. La certezza
dell’esistenza di Dio è raggiunta essenzialmente mediante un atto di fede e non
mediante un’operazione conoscitiva (prove empiriche).

Veniamo ora alla seconda parte della definizione: la credenze religiose riguardano
l’esistenza di una realtà al di là di ciò che è percepibile con i sensi e accumulabile
come conoscenza empirica. L’uomo riconosce che vi è un mondo misterioso e
normalmente inaccessibile. In altre parole, le credenze religiose postulano l’esistenza
di una sfera della realtà trascendente rispetto alla sfera della realtà percepibile. La
stessa idea che l’uomo ha di se stesso, la sua identità soggettiva, è il prodotto di
questa capacità di trascendere il presente, di riconoscere sé e gli altri come entità che
vanno oltre ciò che è immediatamente percepibile. Questa capacità consente all’uomo
di concepire l’esistenza di una realtà trascendente, che sta dietro le cose percepite dai
sensi e che si estende anche al di là della vita terrena. Questa sfera del trascendente
(invisibile) costituisce la sfera del sacro: il cosmo viene distinto in una sfera del sacro
e in una sfera del profano. Si può dire che le varie forme di religione si differenziano
tra loro a seconda del modo con cui è articolato il rapporto sacro e profano.

Nella magia, forma primitiva di religione, il mondo ultrasensibile è popolato da spiriti


che vengono rappresentati con sembianze umane e la cui volontà (benevola o
malevola), può essere influenzata mediante pratiche rituali propiziatorie. I doni e i
sacrifici offerti alla divinità per accattivarsi la loro benevolenza o per placare la loro ira
hanno la stessa funzione dei rituali. Alla sfera degli essere che popolano il mondo
ultraterreno e ultrasensibile vengono attribuiti gli stessi moventi, capacità e sentimenti
tipici degli esseri umani, solo ad una potenza più elevata.

La magia si differenzia dalla religione proprio per il diverso rapporto che si instaura tra
sacro e profano. Mentre nella magia le pratiche rituali, messe in atto da maghi,
servono per influenzare gli spiriti, al fine di produrre effetti pratici nella vita terrena,
nella religione il fine appare piuttosto quello di consentire agli uomini di elevarsi al di
sopra e al di là della loro esistenza terrena e di accedere, alla sfera del sacro,
attraverso pratiche mistiche e ascetiche, o attraverso una condotta esemplare che
verrà ricompensata nella vita ultraterrena.
L’esperienza religiosa

Dobbiamo ora approfondire la nostra definizione; dobbiamo anche chiederci quali sono
i tratti fondamentali dell’esperienza religiosa, cioè come e perché gli esseri umani
sviluppano la credenza nell’esistenza del sacro. Il discorso deve partire da due
esperienze tipiche della condizione umana: l’esperienza del limite e l’esperienza del
caso

L’esperienza del limite riguarda la stessa vita umana. Gli esseri umani sanno di
dover morire; essi vivono nella certezza che la loro vira ha avuto un inizio e avrà una
fine, un limite. L’idea stessa di limite è tuttavia inconcepibile senza l’idea opposta di
assenza di limite; sa da un lato vi è il mondo delle cose mortali, deve esistere dall’altro
lato un mondo delle cose immortali. Probabilmente tutti gli uomini almeno una volta
nella loro esistenza si pongono una serie di perché. Le religioni aiutano a dare una
risposta a questi interrogativi e quindi a mantenere l’angoscia che da essi deriva entro
limiti tollerabili per il semplice fatto che, di fronte alle imperfezioni del mondo,
all’ingiustizia e alla sofferenza, postulano l’esistenza di un mondo –altro che non
conosce questi limiti.

Inoltre, gli esseri umani vivono nella consapevolezza di essere in balia di forze più
grandi di loro e che sfuggono in larga misura al loro controllo; l’uomo sa che ci sono
dei confini alla sua volontà e che esiste un divario incolmabile tra ciò che vuole e ciò
che può fare, sa che ci sono degli ostacoli alla sua volontà e deve tenere conto di essi
nel definire i limiti delle proprie mete. Il mondo degli dei è invece popolato da esseri
onnipotenti. L’idea di limite è indissolubilmente legate all’idea di assenza di limite.

L’esperienza del caso evoca un’esperienza di tipo religioso, l’uomo si confronta


costantemente con il limite della sua capacità di dare una spiegazione agli eventi
naturali, sociali e individuali che interferiscono con la sua esistenza. Noi moderni
sappiamo infinitamente di più del mondo che ci circonda di quanto non sapessero i
nostri predecessori, ed è anche vero che nella vita pratica di tutti i giorni possiamo
fare tranquillamente affidamento sul sapere accumulato dall’umanità nel corso dei
millenni; le nostre spiegazioni rimangono tuttavia sempre parziali e provvisorie, non
siamo in grado di risalire alle cause ultime del divenire e di ricondurre l’infinita varietà
di fenomeni a una spiegazione unitaria ed esaustiva. Poiché l’ordine al quale siamo in
grado di ricondurre gli eventi che osserviamo risulta sempre parziale e provvisorio, ci
rendiamo conto che il caso e il disordine dominano comunque una gran parte della
realtà nella quale si svolge la nostra esistenza e penetrano all’interno della coscienza
che abbiamo del mondo e di noi stessi.

La consapevolezza del limite posto alla capacità di conoscere di ogni singolo individuo
e della specie umana nel suo complesso rende possibile concepire l’idea di un ente
che non sia sottoposto a tali limitazioni, appunto di un ente onnisciente al quale
ricondurre in modo unitario l’ordine delle cose naturali e umane. Così fatti
apparentemente inspiegabili trovano una loro collocazione e giustificazione in un
ordine misterioso, ma di cui la mente umana è in grado di postulare l’esistenza. Tale
ordine consente di ricondurre i molteplici, variabili e contrastanti significati delle
esperienze e delle azioni umane ad una gerarchia di significati e quindi a dei significati
“ultimi”, alla volontà imperscrutabile di qualche divinità.
Vi è un altro aspetto legato all’esperienza religiosa: il problema dell’ordine morale.
Gli esseri umani devono sempre decidere tra alternative di azione e, a fronte di questa
possibilità si crea un problema morale. In base a quali criteri scegliere quale azione
intraprendere? Molte scelte vengono effettuate in base a criteri puramente
unilateralistici. Ma in molti casi le scelte non coinvolgono, la dimensione dell’utile, ma
anche la dimensione del bene e del male. In questi casi i criteri di scelta sono dei
codici morali che consento di distinguere il bene e il male. Succede assai spesso che
azioni che risulterebbero assai utili al raggiungimento dei nostri fini non ci sono
consentite perché violerebbero il nostro codice morale.

Anche se è possibile concepire una morale “laica, di fatto nella storia dell’umanità i
codici morali hanno quasi sempre trovato nella religione il loro fondamento, gli dei
prescrivono i comportamenti. Ogni religione comporta la presenza di un elemento
prescrittivo/normativo: ogni comandamento diventa tanto più vincolante se colui al
quale è destinato è animato dalla credenza che sia un potere sovrannaturale a
prescrivergli come deve comportarsi.

La spiegazione dell’universalità delle religioni risiede nel fatto che esse, soddisfano sia
bisogni degli individui che bisogni delle collettività.

Tipi di religione

Un criterio per classificare le religioni (sociologicamente) riguarda la natura delle


credenze fondamentali intorno al mondo e all’aldilà. Vi sono religioni che postulano
semplicemente l’esistenza di forze sovrannaturali impersonali che influenza nel bene o
nel male le vicende umane, come la credenza nel mana delle isole della Malesia
(Malinowski), oppure il totemismo (Durkheim), nel quale i credenti riconoscono in un
oggetto (animale o pianta), l’antenato comune che ha dato origine al loro clan. Altre
religioni, chiamate animistiche, credono che dietro gli uomini, le cose, i fenomeni vi
siano degli spiriti che intervengono attivamente influenzandone il comportamento.
Tutte queste religioni contengono forti elementi di magia e riguardano in genere
società semplici, vale a dire scarsamente differenziate, con un numero di membri
limitato. L’estrema variabilità di queste credenze dipende proprio dal fatto che si tratta
di piccole società che vivono spesso piuttosto isolate le une dalle altre e che
sviluppano quindi dei culti “locali”.

Molto diverse sono le grandi religioni universali, cioè quelle religioni che unificano
mediante credenze comuni masse enormi di uomini, spesso appartenenti a una
pluralità di società. Tra queste si collocano le religioni che credono nell’esistenza di
una (monoteismo) o di più divinità (politeismo). La divinità è oggetto di adorazione da
parte dei fedeli, i quali riconoscono in essa tutti quegli attributi di cui essi sono privi
(perfezione, onnipotenza, onniscienza). La divinità è un’entità superiore alla realtà
naturale ed umana; tra il mondo degli dei e il mondo degli uomini e delle cose esiste
un eterogeneità di principio e un ordinamento gerarchico di superiorità/inferiorità.

Nelle religioni politeiste, il mondo degli dei è anch’esso differenziato e


gerarchizzato. Vi è un dio superiore, ma la sua superiorità non è garantita una volta
per tutte: deve essere continuamente riaffermata e confermata. Nelle religioni
politeistiche gli dei vengono concepiti come potenze eternamente in lotta tra loro e in
concorrenza per la devozione da parte degli uomini. Nonostante la loro inconfondibile
superiorità rispetto agli uomini, ad essi vengono attribuiti sentimenti e aspirazioni
quasi umane: i rapporti tra dei sono simili a quelli tra esseri umani. Essi si collocano su
un piano trascendente rispetto al mondo umano, ma si tratta di trascendenza relativa
e non assoluta. Tra il mondo divino e quello umano vi sono analogie e corrispondenze.

Si può parlare in proposito di divinità di funzione, poiché assai spesso le singole


divinità presiedono alle varie attività umane. Tra le grandi religioni del mondo attuale,
l’induismo è quella che si avvicina di più al modello di una religione politeistica.

Nelle religioni monoteistiche l’eterogeneità tra divino e umano raggiunge il grado


più elevato: Dio è unico, onnipotente, la sua potenza non può essere messa in
discussione dalla concorrenza di altri dei e chi ne adora altri commette un atto di
idolatria. Anche nelle religioni monoteistiche, tuttavia, il carattere unitario e
trascendente della divinità può essere più o meno accentuato (nel cattolicesimo è
praticato anche il culto della Madonna e dei Santi).

La credenza nella divinità e il concetto stesso di divinità non sono elementi comuni a
tutte le religioni. Vi sono religioni, ad esempio il buddismo, che non postulano
l’esistenza di vere e proprie divinità collocate in un aldilà, ma di una sfera dove regna
quiete e armonia, verso la quale è possibile elevarsi mediante pratiche di
contemplazione, contrapposta alla sfera mondana dominata dalla turbolenza e dal
disordine. Queste sono anche dette religioni cosmo centriche, cioè fondate sulla
credenza di un’armonia universale ultraterrena, per contrapposizione alle religioni
teocentriche, vale a dire fondate sulla credenza in un aldilà dominato dalla presenza
della divinità.

Per Weber i criteri in base ai quali classificare le religioni, da un punto di vista


sociologico, sono i seguenti: il tipo di promessa e di premio che viene riservato ai
fedeli e il tipo di metodica di comportamento che garantisce la salvezza. In base al
primo di questi criteri, abbiamo religioni la cui promessa consiste nella possibilità di
raggiungere uno stato di beatitudine e di pienezza durante la vita o, come
nell’induismo, mediante successive reincarnazioni, oppure, al contrario, religioni che
promettono il riscatto e la redenzione dalle pene terrene soltanto nell’aldilà. Queste
ultime si chiamano religioni della redenzione.

Dal punto di vista delle metodiche di comportamento, abbiamo religioni che


prescrivono pratiche mistiche e contemplative di distacco dal mondo, mentre altre al
contrario prescrivono una condotta ascetica di vita al di fuori, oppure all’interno del
mondo. Per quanto riguarda le prime (monaco buddista), l’ideale religioso è
rappresentato da un atteggiamento di rifiuto del mondo, poiché soltanto distaccandosi
della corruttibilità e caducità delle cose terrene, l’uomo può essere in grado di ricevere
la grazia, di mettersi in sintonia con l’armonia divina del cosmo, di farsi contenitore
della rivelazione divina. L’ascesi (monaco benedettino- ascesi extramondana e
imprenditore ascesi - mondana), comporta un atteggiamento attivo in cui l’uomo si fa
strumento della volontà divina.

In molte religioni questi vari modi di atteggiarsi e comportarsi nei confronti del mondo
e dell’aldilà sono presenti in combinazioni diverse, ma uno di essi tende a prevalere a
seconda del particolare contesto storico e sociale.
Molte religioni contengono una “promessa di redenzione” in questo mondo o
nell’aldilà, vale a dire una promessa di liberazione dalla sofferenza e dall’ingiustizia. Le
religioni profetiche e le religioni del salvatore (cristianesimo) sono vissute in un
rapporto di tensione nei confronti del mondo e dei suoi ordinamenti. La sfera religiosa
tende in questo caso a contrapporsi alle altre sfere (economia, politica, scienza … ).

Movimenti e istituzioni religiose

Le religioni non sono soltanto sistemi di idee; le idee, per diventare socialmente
operanti, devono essere sostenute da uomini nell’ambito di gruppi.

Anche nelle religioni delle società più semplici compare una figura (mago, stregone,
sacerdote) che si pone su un piano diverso da quello del resto dei credenti e alla quale
è affidato professionalmente il compito di fare da intermediario tra gli uomini e le forze
sovrannaturali. La celebrazione di riti e culti, mediazione tra sacro e profano, diventa
una funzione sociale specializzata affidata a personale specializzato. Possiamo dire che
è una prima forma di divisione del lavoro; data l’importanza sociale della funzione
svolta, il ministro del culto è infatti esentato dal provvedere direttamente ai suoi
bisogni materiali e vive delle offerte dei fedeli. Si forma così un ceto sacerdotale
(clero) che opera nell’ambito di organizzazioni molto variabili nella loro forma. La
storia delle religioni può essere scritta come storia delle organizzazioni religiose, noi ci
soffermeremo soltanto su alcune forme tipiche che sono rilevanti della tradizione
ebraico – cristiana: i movimenti religiosi, le chiese, gli ordini monastici, le sette e le
denominazioni.

Il movimento religioso è la forma più fluida di organizzazione religiosa. Esso nasce


quando in una società maturano le condizioni per una rottura delle credenze religiose
tradizionali. All’origine di un movimento religioso vi è una profezia o un profeta che
“rivela” agli uomini che sono diventati sordi, la parola e la volontà di dio; il profeta è
quindi uno strumento mediante il quale dio fa sentire la sua voce agli uomini. Intorno
al profeta si raccoglie un seguito, una comunità di fedeli che crede nelle virtù
eccezionali del proprio capo, nella sua facoltà straordinaria di ricevere direttamente la
volontà di dio. Essi abbandonano la loro famiglia, i loro averi, sfidano i poteri religiosi e
politici costituiti, vivono collettivamente la testimonianza della loro fede e fronteggiano
insieme l’ostilità degli infedeli.

Un movimento religioso nasce e si diffonde perché i suoi membri passano attraverso


l’esperienza della conversione. La conversione rappresenta una svolta nella vita di
un individuo, non è più quello di prima, taglia i ponti con il passato abbandonando le
credenze che gli erano state trasmesse, come se fosse stato illuminato. Questa
esperienza è collettiva. In epoca moderna il movimento religioso più importante
nell’ambito del cristianesimo è stato la Riforma protestante che ha dato luogo alla
formazione di varie sette e denominazioni.

Il movimento religioso è un’organizzazione allo stato nascente, tutta incentrata sul


rapporto carismatico tra il capo e i suoi seguaci, sulla solidarietà e sulla fratellanza
che si viene a creare tra i membri del gruppo. Come ha illustrato Weber, si tratta di
una forma sociale molto instabile, legata alla natura squisitamente personale del
vincolo che unisce il capo religioso ai seguaci e i seguaci tra loro. Per poter
sopravvivere alle persone che gli hanno dato vita un movimento religioso deve
affrontare una serie di problemi: la successione del capo, la diffusione della fede, la
definizione di regole di organizzazione slegate dalle persone dei primi seguaci, la
trasmissione del credo alle nuove generazioni.

Il problema della successione è che: la fedeltà e la fiducia del tutto personali che i
seguaci riponevano nel capo deve ora essere trasferita al suo successore, ma perché
ciò possa verificarsi il rapporto stesso deve trasformarsi in una direzione di maggiore
impersonalità. La fiducia e la fedeltà sono ora generate dalle idee e dalla dottrina del
capo e i suoi successori devono diventare interpreti fedeli di essa. Il gruppo deve
essere in grado di allargarsi al di là della cerchia ristretta dei primi seguaci; questi
devono disperdersi, allontanarsi l’uno dall’altro senza perdere il vincolo di solidarietà
che li unisce, e diventare predicatori per provocare in altri la loro stessa esperienza di
conversione. Per mantenere l’unità in condizioni di dispersione spaziale, è necessario
che si formi un’organizzazione permanente, che si fissino incontri periodici, che si
stabilisca una gerarchia capace di tenere insieme un gruppo ampio e disperso. Infine,
il gruppo deve essere in grado di riprodursi non solo tramite le nuove conversioni, ma
trasmettendo alle nuove generazioni i fondamenti della propria fede.

Il movimento deve trasformarsi in chiesa attraverso una processo di


istituzionalizzazione delle credenze e delle pratiche religiose. Prima di tutto, le
credenze devono venire sistematizzate, consolidate in un corpo organico di dottrina e
codificate in un testo scritto che valga come legge fondamentale del gruppo dei
credenti e come strumento di trasmissione della fede. In quasi tutte le religioni vi sono
dei testi “sacri” nei quali sono fissate le credenze e le prescrizioni di condotta
fondamentali e la cui interpretazione “autentica” è demandata ai teologi. Ma anche le
pratiche religiose vengono sistematizzate, spersonalizzate, sottratte il più possibile
all’arbitrio individuale e alla specificità dei tempi e dei luoghi. Le pratiche rituali
assumono così un carattere di universalità, stabilità e astrattezza e nel loro insieme
vengono a costituire una liturgia alla quale presiede il clero organizzato in un ordine
gerarchico. Quando le religione assume la forma organizzativa della chiesa, si genera
un differenziazione interna tra un ceto sacerdotale e la massa dei credenti. Da un
punto di vista sociologico assumono grande rilevanza le modalità mediante le quali il
ceto sacerdotale viene reclutato dalla massa dei credenti, i meccanismi di selezione
iniziale e di accesso ai vari livelli, le regole che vengono messe in atto per assicurare
continuità all’organizzazione e per garantire la “fedeltà” al messaggio originario.

Una chiesa per sussistere deve trovare qualche forma di accomodamento con il
contesto economico, sociale e politico in cui opera. Una chiesa per poter dispensare
beni di salvezza ai propri membri, diventa immancabilmente soggetto di interessi
secolari: deve reperire e amministrare risorse economiche, deve assicurarsi che i
propri ministri e fedeli possano celebrare liberamente i culti, deve proteggere e
rafforzare la propria organizzazione in concorrenza con lo stato. Chiesa e stato sono
due istituzioni che avanzano pretese di fedeltà da parte della stessa massa di persone.
Il rapporto tra chiesa e stato può quindi svilupparsi in termini di aperto conflitto,
oppure, più frequentemente, di sostegno reciproco, attraverso una sorta di alleanza.
Se siano i poteri secolari o quelli religiosi a prevalere può essere accertato soltanto da
un’analisi delle singole situazioni storicamente determinate. Nella tradizione
dell’Occidente vi è un elevato grado di separazione tra istituzioni religiose e politiche.
Ai margini di un organizzazione religiosa è possibile che si sviluppino movimenti
religiosi che si oppongono, in modo latente o manifesto, per ragioni dottrinarie o
politiche, all’ordinamento religioso rappresentato dalla gerarchia ecclesiastica. Tali
movimenti possono condurre a vere e proprie fratture scismatiche che portano alla
separazione della chiesa di intere regioni con le loro popolazioni e alla creazione di
nuove chiese separate. In altri casi, tali movimenti possono rivendicare un ritorno alle
origini. In genere sorgono dispute dottrinarie sull’interpretazione autentica del
messaggio divino (interpretazione dei testi sacri), si denuncia la corruzione dei
costumi da parte dei ministri della chiesa e la perdita di autentico significato religioso
delle pratiche liturgiche.

La storia della chiesa cattolica è costellata dalla comparsa di movimenti religiosi che
sono stati dichiarati eretici e quindi duramente combattuti e repressi, spesso
efficacemente, con ogni possibile mezzo, dottrinario, giuridico – politico (tribunali
dell’Inquisizione) ed anche militare.

Non sempre la risposta della chiesa alla comparsa di movimenti religiosi è stata una
risposta repressiva. Gli ordini monastici hanno speso avuto origine da movimenti
religiosi di tipo carismatico che contenevano potenzialmente una forte carica critica
nei confronti dell’ortodossia ufficiale. Ma essi non sono stati combattuti come eretici, è
stata riconosciuta la loro legittimità nell’ambito di una struttura ecclesiastica più
differenziata e flessibile che consente ad essi un grado anche elevato di autonomia
dalla gerarchia ecclesiastica. Gli ordini monastici rappresentano un tipo di comunità
religiosa separata dalla massa dei fedeli di una chiesa, ad essi si appartiene per scelta
attraverso un atto di rifiuto del mondo e di dedizione a un ideale di perfezione di vita
religiosa. Weber parla in proposito di una “religiosità di virtuosi”, cioè di un ideale
condotta di vita non accessibile alla massa dei credenti laici.

L’esito di un movimento religioso è assai spesso la formazione di una setta. Una setta
si differenzia da una chiesa soprattutto per il fatto che l’appartenenza a una setta
presuppone un atto di adesione individuale. La setta è una comunità religiosa
tendenzialmente ristretta, tra i cui membri si stabiliscono legami assai forti di
fratellanza e di fiducia e che vive in un contesto sociale formato da appartenenti ad
altre religioni o confessioni. Per i seguaci della setta conta di più la qualità e la forza
della convinzione che non l’espansione quantitativa del gruppo. I nuovi adepti devono
soprattutto dar prova dell’autenticità della loro fede prima di essere accolti a pieno
titolo come membri della comunità.

Anche le sette passano attraverso un processo di istituzionalizzazione e si trasformano


quindi in denominazioni alle quali (come per le chiese) si appartiene più per nascita.
Tra chiese e denominazioni vi è un’affinità di fondo, con la differenza, che mentre le
chiese tendono ad essere le organizzazioni religiose dominanti nell’ambito di singole
società, le denominazioni rispecchiano una situazione di pluralismo religioso
(organizzazione religiosa per denominazioni è nel Usa).

Tra le diverse religioni, movimenti, chiese, sette o denominazioni, la storia ci presenta


un quadro di lotte. Bisogna dire però che mai una guerra è esclusivamente una guerra
di religione: interessi politici (economici, militari, sociali) si intrecciano e si nascondono
dietro gli interessi solamente religiosi, cosicché quella che appare come guerra di
religione risulta essere un conflitto tra gruppi sociali (ceti, classi, nazioni) in lotta per il
potere. I movimenti e gli interessi religiosi risultano quindi inestricabilmente connessi,
e subordinati, a motivi e interessi secolari di tutt’altra natura.

Religione e struttura sociale

Le vicende delle religioni e delle organizzazioni religiose sono indissolubilmente


intrecciate alle vicende e alle strutture delle società entro le quali si trovano ad
operare.

Quale nesso esiste tra la struttura della disuguaglianza sociale e la religione,


intesa come complesso di credenze, di organizzazioni e di comportamenti? Nella storia
vi sono state tante religioni e tante società e per ognuna di essere il rapporto si
configura in modo specifico. A noi basterà individuare alcune linee di fondo.

L’esperienza religiosa nasce dal bisogno di dare un senso al mondo e alla propria
esistenza; ora è chiaro che questo bisogno è diverso a seconda della posizione che un
individuo o un gruppo occupa nella società. I poteri costituiti, di qualsiasi natura,
ricevono un formidabile sostegno quando la loro posizione viene sanzionata
dall’autorità religiosa; non solo i sudditi sono più disposti ad obbedire ad un potere che
emana da una fonte divina, ma gli stessi detentori del potere risultano assai più sicuri
e consapevoli della propria dignità e legittimità. Le religioni hanno senza dubbio svolto
la funzione di legittimazione del potere.

Sarebbe riduttivo, tuttavia, pensare alla religione soltanto come strumento per
regnare. I bisogni religiosi dei detentori del potere non sono gli stessi di quelli di altri
gruppi e classi. Le religioni profetiche annunciano in genere il riscatto degli umili e
degli oppressi, sia pure soltanto nell’aldilà, un messaggio che non può essere ben
accolto dai potenti.

Credenze, pratiche e organizzazioni religiose sono senz’altro connesse alla struttura


dei rapporti tra classi, ceti e gruppi sociali, il nesso tuttavia non è di puro
rispecchiamento e si configura in modo diverso a seconda dei contesti. La chiesa
cattolica è un buon esempio di organizzazione differenziata e flessibile. Le sue
organizzazioni periferiche (parrocchie, diocesi) sono prossime alle realtà sociali del
quartiere o del paese in cui operano e riflettono quindi la cultura locale della
popolazione dei fedeli. Inoltre, vi è spesso omogeneità sociale tra i rappresentanti del
clero e i fedeli di una parrocchia; la chiesa ha infatti reclutato il proprio personale da
vari strati sociali, anche se i meccanismi di reclutamento e di socializzazione variano
molto da un’epoca storica all’altra. La chiesa è sempre stata, sia pure in maniera
variabile da epoca a epoca, una canale di mobilità sociale (Papa Giovanni XXIII figlio di
un contadino).

Talvolta, come nel caso del movimento dei preti operai negli anni cinquanta, il luogo
dell’attività pastorale è stato spostato al di fuori della chiesa in senso stretto nelle
fabbriche e nei luoghi di lavoro. Nell’ambito della chiesa si esprimono varie forma di
religiosità.

L’organizzazione della chiesa, inoltre, non è solo territoriale ma anche “funzionale”: vi


sono università, scuole, associazioni professionali che rientrano tutte nel panorama
assai differenziato del “mondo cattolico” nel quale si esprimono forme e gradi diversi
di religiosità che coinvolgono, oltre al clero, fasce consistenti di fedeli “laici”.
L’organizzazione religiosa si intreccia quindi nel tessuto dell’organizzazione sociale,
combinando interessi religiosi e interessi secolari, in un rapporto che è sia di
concorrenza, sia di complementarità, sia di sussidiarietà rispetto ai servizi pubblici
(istituzioni educative e assistenziali).

Il processo di secolarizzazione

Il posto della religione risulta nelle società moderne tutto sommato ridotto rispetto alle
società del passato. Esse si collocano infatti ad uno stadio avanzato di un processo
detto processo di secolarizzazione.

Alle origini di questo processo vi sono le stesse religioni che collocano il sacro e il
divino su un piano trascendente rispetto al mondo e alle cose terrene. Questa assoluta
trascendenza del sacro ha conseguenze molto importanti perché libera
tendenzialmente la religione da ogni contaminazione con la magia e consente di
sviluppare un orientamento laico, pragmatico e potenzialmente razionale nei confronti
della realtà terrena.

Una religione di questo tipo è però soltanto una premessa, una precondizione perché
possa avviarsi il processo di secolarizzazione. Per secoli e secoli la vita sociale e
politica, così come l’esistenza quotidiana degli individui è rimasta intrisa di elementi
religiosi. Tutto ciò non è evidentemente scomparso anche ai giorni nostri, ma queste
pratiche sono tuttavia diventate meno frequenti, anche se, vi è una grande variabilità
da paese a paese.

Un esempio molto illuminante dell’operare del processo di secolarizzazione lo si


riscontra nel significato del lavoro. Nella tradizione religiosa ebraico – cristiana la
concezione del lavoro contiene elementi tra loro anche contrastanti: si va dalla
dannazione biblica del lavoro come pena e fatica, punizione del peccato originale, alla
valorizzazione del lavoro nell’etica protestante come strumento di realizzazione della
volontà divina, che assegna ad ogni uomo un compito specifico. Weber ha messo in
luce come la concezione del lavoro come “vocazione” sia risultata un fattore
fondamentale nell’orientare gli individui verso un’attività operosa e sistematica,
indispensabile alla nascita di un’economia capitalistica. Al giorno d’oggi, gli uomini e le
donne lavorano per guadagnarsi da vivere o per auto realizzarsi, senza attribuire al
loro agire nella sfera lavorativa un significato religioso.

Anche la sfera delle attività e delle istituzioni politiche si è col tempo resa
consistentemente autonoma dalla religione. Vero è che in molti paesi vi sono partiti e
movimenti che si ispirano a principi e valori religiosi. Il principio “libera chiesa in libero
stato” è largamente adottato come linea guida per definire i rapporti tra sfera religiosa
e sfera politica. Soprattutto nei paesi dove domina il pluralismo religioso, la religiosità
tende sempre più a diventare una questione privata dei credenti che certo influenza i
loro comportamenti, e quindi anche i loro comportamenti politici, ma che tuttavia
rimane confinata in una sfera privato/pubblica per lo più separata dalla sfera politica.
In quest’ultima dominano i rapporti di forza e di interesse tra gruppi, ceti e classi in un
ambito relativamente autonomo e separato rispetto alle credenze religiose.

Nel processo di secolarizzazione lo sviluppo della scienza moderna ha senza dubbio


svolto un ruolo decisivo. Scienza e religione si sono spesso trovate a combattere su
fronti opposti. I prodigiosi sviluppi della scienza nei secoli passati hanno alimentato
l’idea illuministica che la ragione e la scienza avrebbero alle fine svelato tutti i
misteri dell’universo e relegato la religione nell’ambito della pura superstizione. Oggi
non vi è più una fiducia così sicura nei suoi illimitati poteri. Scienza e religione
sembrano convivere in un rapporto di non belligeranza anche se storicamente si sono
poste talvolta in antitesi.

In certe fasi storiche sembra quasi che le religioni vengano sostituite da altre fedi, da
altri credi, di tipo secolare e politico che, come le religioni svolgono la funzione di
fornire allo stesso tempo delle visioni unitarie del mondo e delle mete chiare e
semplici verso le quali orientare l’azione individuale e collettiva (grandi ideologie XIX e
XX secolo tra cui il marxismo).

Non è da escludere che il declino di queste religioni secolari lasci il campo alla
formazione di nuove religioni, di nuovi culti di nuove sette. Recentemente si è
sviluppato in tutto il mondo occidentale un insieme variegato di credenze e di culti che
sono stati raggruppati sotto le denominazione New Age. In certo è se tali pratiche
possano considerarsi effettivamente forme religiose; esse combinano tendenze
spiritualistiche con pratiche di meditazione ricavate da tradizioni orientali, dove la cura
dell’anima si unisce alla cura del corpo. Non sembra infatti che il processo di
secolarizzazione sia un processo unilaterale e irreversibile che procede parallelamente
al processo di modernizzazione. La società nord americana, la più moderna al mondo,
è meno secolarizzata della società europea. Non sembra comunque che il processo di
secolarizzazione conduca alla graduale estinzione della religione e della religiosità.
Conduce ad una crescente specializzazione della religione che si costituisce come
sfera relativamente autonoma accanto ad altre sfere, relativamente autonome.

Le interpretazioni sociologiche della religione

La sociologia tratta la religione come un fenomeno sociale, senza dare risposte sulla
veridicità delle credenze religiose. Le principali interpretazioni sociologiche della
religione sono cinque.

- Le interpretazioni in chiave evoluzionistica della sociologia positivista


dell’Ottocento. Nell’ambito di questo filone interpretativo la religione occupa
uno stadio primitivo nell’evoluzione delle società umane. Comte individua tre
stadi nello sviluppo delle società umane le quali progrediscono da uno stadio
teologico ad uno metafisico per giungere infine allo stadio positivo dell’epoca
moderna. La religione domina il primo stadio (divinità con caratteristiche
umane). Per Spencer la religione è un fenomeno che compare nelle società più
arcaiche che egli (società militari) in quanto in esse vige un rigido principio
gerarchico al quale la religione offre un fondamento di legittimazione. Nella
società industriale vige un principio democratico fondato sulla capacità e le
prestazioni individuali e quindi viene meno l’esigenza di credenze e norme
religiose che impongano il rispetto dell’autorità. Per gli studiosi che seguono
questo filone la religione è destinata ad essere sostituita dalla scienza come
criterio fondamentale di orientamento delle azioni e delle società umane.

- La religione come ideologia delle classi dominanti. Per gli illuministi la religione
è un fenomeno che oscura le menti e impedisce di vedere la luce della ragione.
Con il materialismo dialettico di Marx questa interpretazione assume una
formulazione teorica consistente. Per Marx, la storia è lotta di classe e la
religione, spostando nell’aldilà il momento del riscatto dalle sofferenze terrene,
ostacola il processo mediante il quale gli oppressi prendono coscienza dei
rapporti sociali di dominio dei quali sono vittime (religione = “oppio dei popoli”).
La religione è per lui una sovrastruttura ideologica la cui funzione sarebbe
esclusivamente quella di occultare i rapporti di dominio. Il processo di
secolarizzazione sarebbe il logoramento di questa sovrastruttura, mostrando
così i rapporti di oppressione. Le religioni, in forma istituzionalizzata, sono state
storicamente un potente alleato per le classi dominanti per garantire l’ordine
sociale e stabilità nei rapporti di potere e autorità. Tuttavia non è sicuro che
questa funzione sia la sola capace di spiegare la presenza del fenomeno
religioso nelle società umane.

- L’interpretazione funzionalistica. Per i funzionalisti la religione pur mutando


grandemente nelle forme, svolge una funzione sociale fondamentale in ogni tipo
di società. La società è un qualcosa di integrato, in cui tutte le parti sono tenute
insieme da una credenza comune, da un vincolo che continuamente si rinnova,
soprattutto quando sono minacciate da conflitti interni o esterni. La religione
svolge questa funzione di integrazione. E se nelle società moderne la religione
sembra in declino, è perché altre forme, pur sempre di natura religiosa, hanno
preso il suo posto (culto della patria). Se la religione è un’istituzione universale
delle società umane, la sua presenza sarà riscontrata sia in quelle più semplici
che quelle più complesse. Per Durkheim ogni atto di culto, ogni cerimonia
rituale, diventa occasione per ribadire e rafforzare, l’identità collettiva e il
sentimento di appartenenza (solidarietà meccanica). Vero è che con la
crescente divisione del lavoro e la conseguente più estesa e profonda
interdipendenza tra uomini e gruppi sociali, la solidarietà meccanica cede il
passo a quella organica, tuttavia, l’esigenza di integrazione resta e con essa
restano forme simboliche di tipo religioso che garantiscono questa integrazione.

- La religione come fattore di mutamento. Weber vede la religione come un


fenomeno dotato di una sua autonomia specifica. Molte religioni sono state un
fattore di conservazione dell’ordine sociale costituito ma, le religioni profetiche
(cristianesimo, ebraismo, islamismo) si sono sviluppate in forte tensione con il
mondo circostante, sono state cioè un fattore di rottura della tradizione e di
mutamento sociale e di esse si sono fatti portatori ceti e classi emergenti che
hanno dovuto lottare per la loro affermazione. In questo senso, le idee religiose,
che Weber talvolta designa col termine di “interessi ideali”, sono state
storicamente delle potenze rivoluzionarie, capaci di indurre profonde
trasformazioni negli assetti sociali e culturali.

- La concezione fenomenologica. Per la concezione fenomenologica l’elemento


costitutivo e universale della religione è l’esperienza del sacro; essa pone quindi
l’accento sulla relazione tra il soggetto credente e l’oggetto di venerazione che
si colloca su un piano trascendente rispetto alla realtà terrena. Diversi sono i
tratti che definiscono l’esperienza religiosa. Per R. Otto tipico di ogni esperienza
religiosa è il sentimento di essere creatura, la quale scompare al cospetto di ciò
che sovrasta ogni creatura, la propria nullità. Un ulteriore esperienza è il
mistero; il sacro è circondato da un’aura di mistero di inacessibilità che produce
un’emozione profonda in cui si combinano timore e riverenza, paura e
attrazione. In ogni esperienza religiosa, anche nelle forme più intellettualizzate,
è sempre presente una componente emozionale attraverso la quale all’individuo
è concesso di trascendere se stesso e i propri limiti per accostarsi alla
“comunione” con ciò che si colloca su un piano radicalmente altro da quello
della realtà terrena.

Differenziazione e uguaglianza
Stratificazione e classi sociali
Per stratificazione sociale si intende, in sociologia, il sistema delle disuguaglianze
strutturali di una società, nei suoi due principali aspetti: quello distributivo,
riguardante l’ammontare delle ricompense materiali e simboliche ottenute dagli
individui e dai gruppi di una società e quello relazionale, che ha invece a che fare con i
rapporti di potere esistenti fra di essi. Definiamo perciò strato un insieme di individui
che godono della stessa quantità di risorse o che occupano la stessa posizione nei
rapporti di potere. Gli strati hanno assunto storicamente forme specifiche assai
diverse, caste, ceti e classi. Molto diversi sono i criteri di strutturazione delle
disuguaglianze. Grande importanza hanno il genere e l’appartenenza etnica.

Universalità della stratificazione sociale

La stratificazione sociale è esistita in tutte le società che conosciamo? Per coloro che
adottano una definizione come la nostra di stratificazione sociale, la risposta è
affermativa. Anche nelle società più semplici esistono disuguaglianze strutturate
basate sul genere o sull’età.

Ci sono delle società che, pur presentando disuguaglianze di genere e età, sono
tendenzialmente egualitarie dal punto di vista delle risorse materiali e simboliche di
cui dispongono le famiglie. Sono quelle di caccia e raccolta e le orticole.

Gli antropologi hanno individuato due motivi principali della natura egualitaria delle
società di caccia e raccolta. Il primo è il nomadismo di queste popolazioni, che
naturalmente ostacola l’accumulazione di grandi quantità di risorse. Il secondo è
l’applicazione del principio di reciprocità, che porta a condividere con gli altri le scarse
risorse disponibili, è quello che permette di massimizzare le possibilità di
sopravvivenza (animale ucciso non si può conservare, allora lo si condivide).

Il sociologo G. Lenski ha tentato di individuare le condizioni che favoriscono le


disuguaglianze sociali. Mettendo a confronto società di tipo diverso, lungo un arco di
tempo che abbraccia tutta la storia dell’umanità, egli è arrivato alla conclusione che la
disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza, che era assai bassa nelle società di
caccia e raccolta, è cresciuta nelle orticole ed ha raggiunto il punto più alto in quelle
agricole, per poi diminuire in seguito. Le società industriali, quindi, hanno un grado di
disuguaglianza maggiore di quelle di caccia e raccolta, ma miniore di quelle agricole.

La forma a campana della curva della disuguaglianza dipende da due diversi fattori: le
dimensioni del surplus economico e la concentrazione del poter politico. A parità di
altre condizioni, le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza crescono
all’aumentare del surplus. Perché possano iniziare ad esistere famiglie che hanno una
quantità di risorse maggiore delle altre è necessario che si superi la fase dell’economia
di sussistenza. E in effetti, fu con l’avvento delle società agricole che si ebbe un forte
aumento della produttività e si iniziò a produrre surplus economico.

La disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza cresce anche all’aumentare della


concentrazione del potere politico. La sua concentrazione raggiunge il massimo nelle
società agricole e diminuisce in quelle industriali. Dunque, se è negli imperi agrari
(impero romano, Francia medievale) che la disuguaglianza nella distribuzione della
ricchezza è più accentuata, è perché queste società presentano un considerevole
surplus economico e ad appropriarsene è l’aristocrazia militare. Se nella società
industriale la distribuzione della ricchezza diventa più equa, è perché si verifica una
rivoluzione politica che attribuisce maggior potere ad una parte consistente della
popolazione.

Teorie della stratificazione

La teoria funzionalista della stratificazione sociale

La teoria funzionalista è stata formulata in modo articolato e rigoroso solo dopo la


seconda guerra mondiale, nel corso di un vivace dibattito avvenuto sulla più
importante rivista americana di sociologia. I sostenitori di questa teoria hanno cercato
le diverse caratteristiche della stratificazione nello spazio e nel tempo. E la tesi di
fondo che K. Davis e W. E. Moore hanno presentato è che la principale necessità
funzionale che spiega la presenza universale della stratificazione è precisamente
l’esigenza sentita da ogni società di collocare e motivare gli individui nella struttura
sociale. Per i sostenitori di questa teoria, l’esistenza delle disuguaglianze sociali è un
fatto non solo inevitabile, ma anche necessario al buon funzionamento della società.

In sintesi, le argomentazioni principali dei funzionalisti.

- In ogni società, non tutte le mansioni hanno la stessa “importanza funzionale”,


ma alcune sono più rilevanti di altre per l’equilibrio e il funzionamento del
sistema sociale e richiedono capacità speciali (medici, ingegneri).

- In ogni società, il numero delle persone dotate di quelle capacità che possono
essere convertite nelle competenze appropriate ad occupare quelle posizioni è
“limitato” o “scarso”.

- La conversione delle capacità in competenze implica un periodo di


addestramento, durante il quale vengono sostenuti “sacrifici” di varia natura da
parte di coloro che vi si sottopongono (spese per istruzione).

- Per indurre le persone capaci a sottoporsi a questi sacrifici, è necessario dar loro
delle ricompense “materiali” e “morali”, cioè far sì che le posizioni che tali
persone andranno ad occupare godano di un livello di reddito e di prestigio
maggiore delle altre.

Le teorie del conflitto


I teorici del conflitto negano che la stratificazione sociale svolga una funzione vitale
indispensabile alla sopravvivenza del sistema sociale. Ritengono invece che le
disuguaglianze esistano perché i gruppi sociali che se ne avvantaggiano sono in grado
di difenderle dagli attacchi degli altri, in una situazione di conflitto continuo. Ci sono
due impostazioni diverse, quella di Karl Marx e quella di Max Weber.

Le classi sociali secondo Marx. Nonostante fosse stato usato anche prima, il
concetto di classe sociale fece ufficialmente la sua prima comparsa nel 1848, con la
celebre affermazione del Manifesto del Partito Comunista di Marx e Engels.
Paradossalmente però, Marx non ci ha lasciato né una trattazione organica né una
definizione formale del concetto di classe. Inoltre, nelle molte pagine su questo tema
che si ritrovano nelle sue opere, egli fa un uso poco preciso del termine “classe”
(Klasse), che alterna a quello di “ordine” o di “ceto” (Stand), come se fossero sinonimi.

Nelle sue linee essenziali la teoria di Marx è chiara. La base delle classi è nella sfera
economica. Ma ciò non significa che le differenza vadano ricercate nel livello di
reddito, e che tutto si riduca alla contrapposizione tra ricchi e poveri. In ogni società,
l’asse portante delle classi si trova nei rapporti di produzione e nelle relazioni di
proprietà. Un piccolo numero di persone ha la proprietà dei mezzi di produzione (la
terra, gli strumenti di lavoro), mentre la maggior parte della popolazione ne è esclusa.

Ma la forma di produzione e quella di proprietà variano a seconda del tipo di società.


Nella società borghese, la forma più importante di proprietà è costituita dal capitale
industriale e le due classi principali sono la borghesia (che lo controlla) e il proletariato
o gli operai, che hanno solo la loro forza lavoro.

Gli schemi interpretativi di Marx si articolano e si complicano quando egli analizza


società storicamente esistenti. Così, parlando della Germania precedente il 1848, egli
ricorda otto classi (la nobiltà feudale, la borghesia, la piccola borghesia, i grandi o
medi agrari, i piccoli proprietari, gli operai agricoli o quelli dell’industria), e scrivendo
della Francia della metà Ottocento, ne menziona sette. In realtà, alcune di queste sono
“frazioni” di una classe.

Altre classi che Marx prende in considerazione nelle sue analisi storiche possono
essere collocate senza troppa fatica nel suo schema di fondo. Il caso è della piccola
borghesia (artigiani o commercianti) o dei contadini, perché sono formate da persone
che sono proprietarie dei mezzi di produzione e acquistano forza lavoro sul mercato,
ma anche al tempo stesso svolgono un lavoro manuale. Ma altre ancora non sono
certamente definibili in termini di rapporti di produzione e di proprietà. Lo si può dire
per il sottoproletariato che in tutte le grandi città forma una classe nettamente
distinta dal proletariato industriale, nel quale si reclutano ladri e delinquenti di ogni
genere, che vivono dei rifiuti della società.

Secondo la teoria di Marx, le classi sono dei raggruppamenti omogenei di persone che
hanno lo stesso livello di istruzione, lo stesso livello di consumo, le stesse abitudini
sociali, gli stessi valori e le stesse credenze, la stessa concezione della vita e del
mondo. Sono sostanzialmente dei soggetti collettivi, che vivono e pensano in modo
simile, delle forze sociali, degli attori storici, capaci in certe condizioni di azione
unitaria.
Ma secondo Marx le classi erano degli attori storici solo potenzialmente. Egli infatti
distingueva fra classe in sé e classe per sé. Con la prima espressione indicava un
insieme di individui che si trovano nella stessa posizione rispetto alla proprietà dei
mezzi di produzione. Usava la seconda quando questi individui prendevano coscienza
di avere degli interessi comuni e di appartenere alla stessa classe. Anche se Marx non
ha mai affrontato sistematicamente questo problema, nelle pagine dei suoi libri vi
sono importanti intuizioni sui tre tipi di fattori che favoriscono il passaggio dalla classe
in sé a quella per sé. Nel primo rientrano quelli che, facilitando le comunicazioni fra gli
appartenenti ad una classe, aumentano la visibilità e la trasparenza della struttura di
classe. Agisce in questo senso la concentrazione degli operai in grandi stabilimenti.
Opposta è invece la situazione dei contadini coltivatori, le cui condizioni di lavoro
rendono difficili le comunicazioni. Il secondo tipo di fattori che favoriscono questo
passaggio è costituito da quelli che riducono le stratificazioni interne ad una classe.
Quanto più una classe è omogenea, tanto più facile è che i suoi comportamenti
acquistino coscienza di farne parte. Di conseguenza, i processi migratori che fanno sì
che una classe sia formata da strati culturalmente assai diversi ostacolano la
formazione di classi per sé. Invece ha avuto storicamente effetti di segno opposto
l’introduzione nelle fabbriche delle macchine che, portando al superamento dei vecchi
mestieri artigiani e provocando un abbassamento del livello di qualificazione richiesto,
hanno reso la classe operai sempre più omogenea. I fattori del terzo tipo sono quelli
che rendono più rigide le barriere di classe. Possiamo dire che, per Marx, quanto
maggiore è la mobilità esistente in una società, tanto più difficile è che si formino
classi per sé.

Classi, ceti e gruppi di potere secondo Max Weber. Weber ha elaborato una
teoria della stratificazione sociale a più dimensioni. Egli era infatti convinto che le fonti
delle disuguaglianze e i principi fondamentali di aggregazione degli individui
andassero ricercati in tre diverse sfere: l’economia, la cultura e la politica. Nella prima,
gli individui si univano sulla base di interessi materiali comuni, formano classi sociali;
nella seconda seguendo comuni interessi ideali e dando origine a ceti; nella terza, si
associavano in partiti o in gruppi di potere per il controllo dell’apparato di dominio. Per
Weber come per Marx, il possesso e la mancanza di possesso costituiscono le
categorie fondamentali di tutte le situazioni di classe. Per Weber il criterio di fondo
dell’appartenenza a una classe era la situazione di mercato. I mercati erano tre: del
lavoro, del credito e delle merci. Nel primo si contrapponevano la classe operaia
(vendevano forza lavoro) e gli imprenditori (che l’acquistavano); nel secondo, debitori
e creditori; nel terzo, consumatori e venditori. Storicamente, l’importanza di questi tre
tipi di mercato per i rapporti e i conflitti di classe è mutata. Nella società capitalistica
tali conflitti derivano dal mercato del lavoro.

Weber distingue fra classi possidenti e classi acquisitive, privilegiate


positivamente o negativamente. Le “classi possidenti privilegiate in senso positivo”
sono costituite da redditieri che ricavano i loro redditi da schiavi, terre, miniere,
impianti di lavoro, navi. Le c”classi possidenti privilegiate in senso negativo” sono
formate da coloro che non dispongono di nulla. Fra le due classi vi sono le classi
medie, i cui membri hanno o piccole proprietà o un po’ di istruzione o qualche
competenza professionale (contadini, artigiani, funzionari). Le “classi acquisitive
privilegiate in senso positivo” sono composte da imprenditori di vario tipo (agricoli,
commerciali, industriali) e da professionisti forniti di un alto livello di preparazione
(avvocati e medici). In quelle “privilegiate in senso negativo” rientrano i lavoratori.

I ceti si ritrovano invece nella sfera della cultura. Essi sono comunità di persone con
uno stesso stile di vita (stesso gusto) e un forte senso di appartenenza. Essi si
distinguono l’uno dall’altro per il diverso grado di prestigio di cui godono. La situazione
di ceto è ogni componente tipica del destino di un gruppo di uomini, la quale sia
condizionata da una specifica valutazione sociale, positiva o negativa, dell’onore che è
legato a qualche qualità comune di una pluralità di uomini. Questo ha importanti
conseguenze. L’onore di ceto si esprime normalmente soprattutto nell’esigere una
condotta di vita particolare da tutto coloro i quali vogliono appartenere ad una data
cerchia. Connessa con ciò è la limitazione dei rapporti sociali. Tale limitazione si
esprime nel matrimonio e nella commensalità.

Tra la distribuzione della ricchezza e quella del prestigio vi è una relazione. Nella
società di antico regime non vi era una completa coincidenza fra la distribuzione delle
risorse economiche e quella del prestigio. Mentre gli aristocratici continuavano a
godere di un’alta considerazione sociale anche quando cadevano in miseria, i nuovi
ricchi venivano disprezzati e derisi dai nobili. Nella società capitalista, il rapporto fra
ricchezza e prestigio è considerevolmente cambiato, perché il mercato ignora ogni
considerazione della persona.

Le relazioni fra classi e ceto sono assai complesse. Se alcuni ceti nascono in seno alle
classi, altri le trascendono. I primi hanno origine dalla divisione del lavoro,
dall’articolazione in occupazioni. I secondi sono invece di origine etnica o religiosa. In
genere le classi hanno una maggiore eterogeneità interna dei ceti e dunque sono
meno frequentemente comunità morali e più difficilmente si mobilitano per fini
collettivi. Per migliore la loro situazione, i ceti seguono la strategia della chiusura
sociale, restringendo cioè gli accessi alle risorse e alle opportunità ad uno strato
limitato di persone dotate di certi requisiti. Nelle società di antico regime, la chiusura
sociale aveva luogo in base a criteri di stirpe e di lignaggio, rifacendosi agli alberi
genealogici delle persone. Nei paesi occidentali essa avviene oggi attraverso controlli
ed esami, rilasciando quei titoli e quei certificati necessari per esercitare determinate
professioni.

Lo squilibrio di status secondi i sociologi americani. I sociologi americani


(Lenski) che negli anni cinquanta hanno proposto il concetto di squilibrio di status per
spiegare alcune forme di comportamento si rifacevano ad un concezione
pluridimensionale della stratificazione sociale come quella di Weber. in ogni società vi
è una pluralità di gerarchie (reddito, potere, istruzione, prestigio) e ciascun individuo
occupa una posizione in ognuna di queste gerarchie. Si parla di equilibrio di status
quando una persona si trova in ranghi elevati nelle diverse gerarchie (sia al massimo
che al minimo in ogni gerarchia). Si parla invece di squilibrio quando un individuo non
si trova allo stesso livello in tutte le gerarchie (nobile decaduto).

Perché si abbia squilibrio di status non è sufficiente una differenza nelle posizioni
occupate. Necessario è anche che questa sia in contrasto con le aspettative della
società. La situazione di squilibrio di status è causa di frustrazioni e di tensioni per
colui che vi si trova e può provocare il suo isolamento sociale, l’emergere di disturbi
psicosomatici o la sua politicizzazione o radicalizzazione. Alcune ricerche hanno
mostrato che le conseguenze sono diverse a seconda del rapporto esistente fra status
ascritti e acquisiti. Quando lo status ascritto (etnico o di genere) è alto, mentre quello
acquisito (titolo di studio o occupazione) è basso, l’individuo tende a reagire in modo
intrapunitivo (cioè ricerca in se stesso la causa dello squilibrio) e dunque a soffrire di
disturbi psicosomatici. Quando invece è alto lo status acquisito e basso quello ascritto,
l’individuo tende a rispondere in modo extrapunitivo (attribuendo alla società l’origine
dei suoi mali) e dunque a desiderare un cambiamento nella distribuzione del potere.

Sistemi di stratificazione sociale

I più importanti sistemi di stratificazione sociale esistiti nella storia dell’umanità sono
stati quattro: schiavitù, caste, ceti e classi. In una data società, tuttavia, ne possono
coesistere almeno due.

Schiavitù

La schiavitù è una forma estrema di disuguaglianza in cui alcune persone ne


possiedono altre, le fanno lavorare, e possono punirle, venderle e comprarle a loro
piacimento. La schiavitù è esistita nell’antica Atene e nell’antica Roma, ha perso
importanza nell’Europa medievale e ha assunto di nuovo dimensioni ragguardevoli
nelle due Americhe, dall’inizio del XVIII alla fine del XIX secolo, quando circa 10 milioni
di neri vi vennero trasportati a forza dall’Africa.

La schiavitù può esistere solo in un’economia poco sviluppata che richieda grandi
quantità di lavoro umano. Tuttavia, nelle varie società, il lavoro degli schiavi è stato
usato in settori molto diversi. Se quelli occupati nel commercio o nelle famiglie romane
potevano godere di una cera considerazione sociale ed arricchirsi, coloro che erano
condannati al lavoro manuale conducevano una vita assai dura (piantagioni nelle
Americhe o miniere nell’antica Roma).

Il sistema delle caste in India

Il sistema delle caste esiste in India da almeno 2.500 anni, anche se nel corso di
questo lunghissimo periodo ha subito vari cambiamenti. Il termine casta è invece di
origine più recente. Esso fu usato per la prima volta a proposito dell’India dai
portoghesi nel significato di razza. Ma viene dal latino castus, che significa puro,
disinteressato, integro, non contaminato.

Secondo i Veda, i testi sacri dell’induismo, la società indiana si articolava in passato in


quattro grandi varna, o gruppi di caste, che avevano funzioni sociali diverse ed erano
posti in ordine gerarchico a seconda della considerazione sociale di cui godevano. Al
vertice vi era quello dei Brahamani, che secondo la leggenda erano nati dalla testa
dell’uomo primigenio. Originariamente stregoni, essi divennero in seguito sacerdoti e
uomini di cultura. Dopo aver imparato a memoria i testi sacri tramandati oralmente,
essi si dedicavano ai sacrifici e all’istruzione, per essa accettavano solo doni. Il
secondo varna era quello dei Kshatryia, generato dalle spalle dell’uomo primigenio.
Era formato da aristocratici e cavalieri, che avevano la funzione di proteggere
militarmente la popolazione. Da essi ci si aspettava che non morissero nel proprio letto
e, una volta vecchi cercavano la fine in battaglia. Il terzo per rango era il varna dei
Vaishya, nato dalla coscia e costituito di contadini, pastori e commercianti. Il quarto
era quello dei Shudra, nato dai piedi, e fatto di lavoratori, servitori domestici,
pasticceri, giardinieri, vasai, venditori di profumi e oli. Non citati da nessun testo vi
erano gli Harijan o paria, che non appartenevano a nessuna casta e ogni forma di
contatto con loro era fonte di contaminazione.

L’organizzazione in caste della società indiana non è tuttavia riconducibile ai quattro


gruppi di cui parlano i testi classici. Nessuno sa quante caste (jati) esistano oggi in
India, ma esse sono certamente alcune migliaia. Solo alcune di queste si trovano su
tutto il territorio nazionale (Camar, gente del cuoio, gli Jat, i coltivatori, e gli Ahir, i
bovari). Anche esse sono divise in sottocaste. Tutte le caste hanno un nome. Talvolta
questo viene dal mestiere a cui sono legate. In altri casi, il nome deriva dall’origine
territoriale o tribale della casta. Il numero di persone che fanno parte di una casta
varia considerevolmente.

Tre sono le caratteristiche essenziali della casta.

- In primo luogo, essa è un ceto chiuso (Weber). ciò significa che si entra in una
casta solo alla nascita, per successione. La casta è caratterizzata
dall’endogamia (sposarsi all’interno del gruppo). A volte è permessa
l’ipergamia, di una donna con un uomo di casta superiore, perché la donna è
inferiore all’uomo.

- In secondo luogo, caratteristica della casta è la specializzazione ereditaria.


Tradizionalmente, ogni casta è legata allo svolgimento di un mestiere o di una
funzione rituale.

- In terzo luogo, le caste formano un ordine rigidamente gerarchico, basato su un


criterio religioso: la purezza. Il contrasto fra le due caste estreme dai
Brahamani e degli Intoccabili è la più chiara espressione di questo sistema.

Il criterio della purezza è alla base delle relazioni fra tutte le caste. Nella società
indiana vi sono norme precise sulle persone con cui è permesso mangiare, su chi deve
preparare il cibo, da chi si possono accettare i vari tipi di cibo, con chi si può fumare la
pipa.

Weber, per mostrare che importanza avesse la contrapposizione puro – impuro, ha


raccontato che, in occasione della carestia del 1866, l’amministrazione inglese aprì
alcune mense popolari nelle quali veniva distribuito cibo a tutti. Ma la paura della
contaminazione rituale fu ancora più forte del morso della fame e le caste più elevate
minacciarono di scomunicare tutti coloro che andavano in queste mense se non
fossero stati assunti cuochi le cui mani erano considerate pure e se, nelle sale mense,
gli appartenenti alle diverse caste non fossero stati separati simbolicamente con segni
tracciati in gesso.

Il sistema dei ceti nelle società di antico regime

La società articolata in ceti, che è esistita in Europa per alcuni secoli prima della
rivoluzione francese, aveva alcune caratteristiche distintive. In primo luogo, gli status
ascritti, quelli cioè che vanno al di là del controllo dell’individuo, avevano un’enorme
importanza. In linea di principio, ciascuno faceva parte di un ceto fin dalla nascita e vi
restava per tutta la vita, quali fossero gli sforzi per uscirne. In secondo luogo, fra i ceti
vi erano differenze sociali non solo di fatto, ma anche di diritto. In terzo luogo,
l’appartenenza ad un ceto conferiva un certo grado di prestigio, ma richiedeva un
particolare stile di vita e dunque imponeva obblighi ed inibizioni (per gli aristocratici
coraggio, lealtà alla parola data).

Il quadro più preciso che abbiamo sulle dimensioni dei diversi ceti è quello delineato
da Gregory King riguardante la società inglese del 1688. Il ceto più basso era
formato da vagabondi, lavoratori dei campi, braccianti, operai, servitori. Ne faceva
parte ben il 56 % delle famiglie inglesi. Secondo King, erano famiglie che vivevano a
detrimento del benessere della nazione, perché non erano economicamente
indipendenti e si trovavano spesso in situazioni di miseria. Un gradino più in alto vi era
il ceto medio, costituito da piccoli proprietari terrieri, contadini coltivatori, artigiani,
negozianti ( 28 % delle famiglie). Immediatamente sopra vi era un ceto assai più
piccolo, formato da mercanti e commercianti di esportazione.

Al vertice vi erano i tre ceti più elevati. Il primo era formato dalle persone con cariche
ed uffici importanti, gentiluomini, i professionisti, gli ecclesiastici. Del secondo
facevano parte gli esquires, i cavalieri e i baronetti. Infine, il terzo era composto da un
piccolissimo numero di famiglie della nobilitas major, insignite del titolo di pari. Anche
tra queste famiglie vi era un gerarchia, che aveva al vertice i duchi, seguiti dai
marchesi, dai conti, i visconti e i baroni. Ma la più importante divisione passava fra i
primi tre e i secondi due.

Tra questi ceti vi erano grandi differenze di reddito e soprattutto di potere e prestigio.
Per primo, basterà ricordare che i pari sedevano di diritto alla Camera dei Lords, che
aveva sicuramente un forte peso politico. Un modo per segnalare le differenze di
prestigio era l’uso dei titoli e delle forme di indirizzo (i pari My Lord, i cavalieri Sir, i
gentiluomini Mr.). All’estremo opposto venivano tutti chiamati per nome e cognome.

Si è stimato che in Europa, nel XVIII secolo, su 190 milioni di abitanti, i nobili non
fossero più di 3 o 4 milioni (dal 1,5 al 2 %). Anche se le dimensioni dei ceti variavano,
vi erano molte somiglianze fra i vari paesi europei. Oltre ai nobili, vi era ovunque un
gran numero di famiglie che vivevano in povertà. Il loro numero non era costante, ma
variava a seconda dell’economia e aumentava fortemente quando vi era un’annata di
cattivo raccolto. Un altro fatto importante del pauperismo è stata in Europa, dopo il
XVI secolo, la crescita demografica. Ne è la prova il fatto che la quota dei poveri era
più alta nei paesi densamente popolati (Paesi Bassi, Inghilterra).

Nelle città europee vi erano in questo periodo tre cerchi concentrici di persone povere.
Il cerchio interno (dall’8 al 4 %) era formato dai poveri strutturali, da coloro cioè
che, a causa dell’età o delle condizioni di salute, non erano in grado di guadagnarsi da
vivere e facevano i mendicanti a tempo pieno o dipendevano dall’assistenza pubblica.
Nel secondo cerchio rientrava il 20 % della popolazione, i quali ricevevano
occasionalmente elemosina. Erano i poveri congiunturali o della crisi, lavoratori
occasionali o con bassi salati, che si trovavano in serie difficoltà ogni volta che
aumentava il prezzo del pane. Infine, nel terzo cerchio (50 % della popolazione) vi
erano i poveri non indigenti, cioè quegli artigiani, piccoli commercianti e impiegati
di basso rango che, quando vi era una grave crisi economica (provocata da
un’epidemia di peste) dovevano far ricorso alla pubblica assistenza.
Le classi nelle società moderne

La società moderna (post- rivoluzione francese) è caratterizzata dall’uguaglianza di


diritto di tutti i suoi membri. Ma, pur essendo uguali di diritto, i cittadini non lo sono di
fatto. Fra di loro esistono rilevanti differenze sociali non casuali, ma strutturate, cioè
relativamente durature. Le classi, quindi, sono raggruppamenti non di diritto ma di
fatto.

Due schemi di classificazione

Il primo dei due schemi è stato quello proposto dall’economista Paolo Sylos Labini, ed
è basato principalmente sul tipo di reddito percepito da un individuo. Vi sono tre
categorie di reddito: la rendita (proprietari fondiari), il profitto (capitalisti) e il salario
(operai). Oltre a queste tre, vi sono altre importanti categorie di reddito: i redditi misti,
da lavoro e capitale, propri dei lavoratori autonomi; gli stipendi degli impiegati; i
redditi di coloro che hanno occupazioni precarie e saltuarie, che sono bassi, incerti e
variabili.

Sulla base di queste categorie di reddito, Sylos Labini ha distinto cinque classi
sociali, ciascuna delle quali composta da varie sottoclassi:

- Borghesia. Formata dai grandi proprietari dei fondi rustici e urbani (rendite),
dagli imprenditori e dagli altri dirigenti di società per azioni (profitti e redditi
misti), da professionisti (redditi misti).

- Piccola borghesia relativamente autonoma. Composta da lavoratori autonomi


dei tre principali settori di attività, cioè coltivatori diretti, artigiani e
commercianti (redditi misti).

- Classe media impiegatizia. Costituita dagli impiegati pubblici e da quelli privati.

- Classe operai. Formata dai braccianti e dai salariati fissi in agricoltura, dagli
operai dell’industria e dell’edilizia e da quelli del terziario (salari).

- Sottoproletariato. Composto da coloro che restano per lunghi periodi di tempo


fuori dalla sfera di produzione, perché disoccupati.

Il secondo schema di classificazione, che viene sempre più frequentemente utilizzato,


è stato proposto dal sociologo britannico Goldthorpe e si basa su due criteri: la
situazione di lavoro e la situazione di mercato. Con la prima espressione si fa
riferimento alla posizione nella gerarchia organizzativa (e alle conseguenti relazioni
sociali) assunta dagli individui in quanto occupanti una data posizione occupazionale.
La seconda espressione indica invece il complesso dei vantaggi e degli svantaggi,
materiali e simbolici, di cui godono i titolari dei vari ruoli lavorativi (reddito percepito,
possibilità di carriera, stabilità del posto).

In base alle relazioni di lavoro, gli occupati possono essere distinti in tre grandi
categorie: gli imprenditori, che sono coloro che acquistano il lavoro altrui ed esercitano
autorità e controllo su di esso; i lavoratori autonomi senza dipendenti, che non usano il
lavoro altrui né vendono il proprio; i lavoratori dipendenti, che invece vendono il loro
lavoro. Tenendo inoltre conto della situazione di mercato e del settore di attività
economica (dicotomizzato in agricolo e non agricolo) si giunge al seguente schema a
sette classi.

Classe I. formata da grandi imprenditori, professionisti e dirigenti di livello superiore,


da persone che svolgono un’occupazione ad alto reddito, sicura, che presenta forti
possibilità di carriera e comporta l’esercizio di autorità. La caratteristica essenziale di
queste occupazioni è rappresentata dalla “relazione di servizio”. Tale relazione
comporta che il dipendente eserciti un’autorità delegata o una conoscenza
specializzata nell’interesse dell’organizzazione per la quale lavora. Egli godrà di una
notevole autonomia di decisione e le sue prestazioni dipenderanno più dal grado di
identificazione che ha con l’organizzazione che dalle sanzioni esterne.

Classe II. Formata da professionisti e dirigenti di livello inferiore.

Classe III. Costituita dagli impiegati di livello superiore e inferiore e dagli addetti alle
vendite.

Classe IV. Comprende la piccola borghesia urbana e quella agricola. Coloro che fanno
parte di questa classe godono di una notevole autonomia nel lavoro. Vi è una certa
eterogeneità di reddito e la sicurezza varia in base alla congiuntura economica.

Classe V. Costituita dai tecnici di livello più basso e dai supervisori dei lavoratori
manuali. Coloro che occupano queste posizioni godono di un livello di reddito
abbastanza buono e di una discreta sicurezza di impiego. Esercitano una qualche
autorità sui lavoratori di livello inferiore. Modeste le possibilità di carriera.

Classe VI. Formata da operai specializzati di tutti i settori di attività economica.

Classe VII. Costituita da operai non qualificati di tutti i settori.

Fra i due schemi presentati vi sono notevoli somiglianze. Alla borghesia corrisponde la
classe I e gran parte della classe II; alla classe media impiegatizia, la classe III; alla
piccola borghesia urbana, la IV; alla classe operaia, le tre classi V, VI, VII. Lo schema di
Goldthorpe non comprende sottoproletariato.

Alcuni grandi mutamenti

Trasformazioni di grande rilievo sono avvenute, negli ultimi due secoli, nella
stratificazione sociale di tutti i paesi occidentali. Esse hanno riguardato il tipo e il
numero delle classi sociali, la loro composizione e il loro peso, i confini e i rapporti fra
di esse.

Questi mutamenti sono in parte ricollegabili allo sviluppo, o al declino, che vi è stato in
tutto questo periodo, dei diversi settori di attività economica, allo spostamento cioè
della popolazione attiva prima dall’agricoltura all’industria e poi da questa al terziario
e ai servizi. All’inizio del XIX secolo, in tutta Europa, la maggioranza assoluta della
popolazione faceva parte delle due classi agricole (braccianti e coltivatori proprietari).
Il processo di industrializzazione ha determinato il declino di queste due classi,
facendo nascere quella operaia di fabbrica. Le dimensioni del proletariato industriale
sono gradualmente aumentate, finché questa è diventata la classe a cui apparteneva
la quota più ampia della popolazione. D’un tratto, questa tendenza ha subito una
brusca inversione e il peso quantitativo di questa classe ha cominciato a diminuire.
Una volta che il processo di industrializzazione ha raggiunto il culmine, ha iniziato a
svilupparsi il settore dei servizi, del settore impiegatizio e professionale. Dalla società
industriale si è passati a quella postindustriale.

Questi processi sono avvenuti in tutti i paesi occidentali, ma in tempi diversi. Il declino
delle classi agricole, l’espansione e la contrazione della classe operaia di fabbrica
sono iniziati prima in Inghilterra e in altri paesi dell’Europa settentrionale. Essi hanno
avuto luogo più tardi in quella meridionale.

Diverso è stato l’andamento della classe media impiegatizia. Dimensioni minuscole


alla fine dell’Ottocento, essa ha avuto fino ad oggi in tutti i paesi occidentali un rapido
e continuo sviluppo, tanto da diventare in alcuni di essi la classe più numerosa.
L’espansione di questa classe è riconducibile a molti fattori: la crescente divisione del
lavoro nell’impresa capitalistica,l’estendersi delle funzioni dello stato, lo sviluppo del
sistema scolastico e più in generale del welfare state.

Cambiati sono anche i confini e le relazioni fra la classe media impiegatizia e quella
operaia industriale. Vi sono somiglianze e differenze fra di esse. Nessuna delle due
possiede i mezzi di produzione e per vivere devono vendere la loro forza lavoro sul
mercato. Ma la loro condizione di lavoro è diversa, gli operai svolgono mansioni
“sporche” (colletti blu), per i quali non serve un lungo periodo di addestramento; gli
impiegati svolgono funzioni di direzione, pianificazione, controllo e amministrazione
che richiedono una buona qualificazione (colletti bianchi). Ultimamente queste
differenze nelle condizioni di lavoro sono diminuite grazie, ai mutamenti tecnologici,
che hanno reso il lavoro degli operai meno gravoso.

Altri mutamenti nella stratificazione sociale hanno a che fare con i processi di
proletarizzazione. Questa espressione viene usata per indicare il passaggio di una o
più persone dalla piccola borghesia al proletariato, cioè dalla condizione di lavoratore
autonomo, proprietario dei mezzi di produzione, a quella di lavoratore salariato,
dipendente da un imprenditore pubblico o privato. Tale processo è diverso da quello di
caduta di livello di vita al di sotto della sussistenza, o di perdita di prestigio o di
dequalificazione professionale (pauperizzazione).

L’espropriazione di un gran numero di piccoli produttori autonomi è stata una delle


caratteristiche salienti della nascita del capitalismo. Ma i processi di proletarizzazione
hanno avuto luogo molte altre volte, nel XIX e nel XX secolo, sia nei paesi occidentali
industrializzati che in quelli in via di sviluppo. Tali processi riguardano la popolazione
agricola. In certi periodi, i contadini coltivatori hanno perduto la proprietà dei campi,
diventando così braccianti. Altre volte, a proletarizzarsi sono stati gli strati urbani della
popolazione, artigiani e commercianti, diventando operai di fabbrica o braccianti.

Non sono mancati anche i processi di de proletarizzazione, di passaggio cioè dalla


condizione di bracciante o di operaio di fabbrica a quella di lavoratore autonomo. In
Italia è avvenuto questo durante il periodo fascista, con la promozione della piccola
proprietà contadina. Ma processi analoghi sono avvenuti negli ultimi trent’anni in molti
paesi occidentali. Secondo alcuni studiosi, questa tendenza è stata più forte nei paesi
con alti tassi si disoccupazione (Italia, Irlanda, Spagna, Gran Bretagna e Belgio).

La borghesia e il proletariato nei servizi


Da molti anni ormai, nei paesi occidentali, la grande maggioranza della popolazione
attiva è occupata nel settore dei servizi. Se si osserva con cura questa popolazione, si
notano segni evidenti di una tendenza alla divaricazione sociale. In alto, si è avuta una
continua espansione di dirigenti e professioni con elevata qualificazione. In basso, si è
formata e si sta espandendo una nuova classe di persone che svolgono lavori a
bassissimo livello di qualificazione (Macjob, sta a indicare i lavoratori da fast – food).

L’aumento del numero di questi posti di lavoro a bassa qualificazione non è avvenuto
nella stessa misura in tutti i paesi e nei tre settori nei quali è possibile distinguere i
servizi. Esso è stato più forte nei servizi al consumatore (ristoranti, bar) e minore nei
servizi sociali (salute, istruzione), mentre non si è verificato nei servizi alle imprese
(consulenza manageriale, servizi legali), nei quali si sono invece moltiplicati i posti di
lavoro ad alto livello di qualificazione. Vi sono differenze fra i paesi. Negli Usa i
Macjobs (servizi al consumatore) danno poca possibilità di carriera e offrono poca
sicurezza di lavoro, sono svolti da giovani o anziani; mentre in Svezia (servizi sociali)
offro più possibilità di carriera e sono le donne prevalentemente a occupare questi
posti.

La sottoclasse

Gli schemi di classificazione che abbiamo seguito per analizzare i mutamenti nella
stratificazione sociale prendono in considerazione solo le persone occupate, mentre
noi sappiamo che un’alta quota della popolazione non lo è. Nessuno studioso è riuscito
a presentare stime soddisfacenti delle dimensioni di questa classe e delle sue
variazioni nel tempo.

Alcuni sociologici hanno osservato che nei paesi occidentali si è formata e si sta
sviluppando una nuova classe, la sottoclasse (underclass) e che è costituita da tutte
le persone che si trovano in uno stato permanente di povertà e che, non essendo in
grado di procurarsi da vivere con un’attività economica legale, dipendono
dall’assistenza pubblica.

Non vi è accordo fra i sociologi riguardo alle caratteristiche di fondo della sottoclasse e
alle condizioni sociali che la rendono possibile. Le concezioni prevalenti sono due:
una culturalistica, l’altra strutturalista. Per la prima, la sottoclasse è costituita da
tra gruppi (particolarmente diffusi nella popolazione di colore): ragazze madri, persone
espulse dal mercato del lavoro, delinquenti. E lo sviluppo di questi tre gruppi è dovuto
alle politiche sociali liberali e al welfare state. Ben lungi dall’aiutare la popolazione
povera a darsi da fare per uscire dal suo stato (giovani che trovano lavori a redditi
bassi, preferiscono l’aiuto dello stato che gli consente un tenore di vita analogo), le
riforme sociali hanno favorito il formarsi, nella sottoclasse, di atteggiamenti di
rassegnazione, di demoralizzazione, di cinismo.

Per gli strutturalisti, invece, la sottoclasse è frutto di una debolezza di fondo


dell’economia. Secondo questi studiosi, il problema della povertà è quello della
mancanza di posti di lavoro che diano un reddito sufficiente per vivere. Se la
sottoclasse si è sviluppata è perché il declino dell’industria manifatturiera ha fatto
venir meno un gran numero di quei lavori operai ben retribuiti che costituivano un
tempo, nelle città americane, una testa di ponte per i neri e gli immigrati.
L’importanza delle classi sociali

Negli ultimi decenni, hanno sostenuto alcuni sociologi (Clark), man mano che le
gerarchie tradizionali perdevano di importanza ed emergevano nuove differenze
sociali, l’analisi di classe si è rilevata sempre più inadeguata. Il concetto di classe, per
quanto utile per lo studio dei precedenti periodi storici, è sempre più superato (la
classe non influisce più sul voto).

Vi sono tuttavia altri sociologi che ritengono che il concetto di classe sociale sia utile
anche per l’analisi delle società contemporanee. Essi sono ben consapevoli dei grandi
cambiamenti che sono avvenuti negli ultimi decenni in queste società e in particolare
dal fatto che l’importanza del lavoro, nella vita degli individui, è diminuita. Ma sono
anche convinti che la classe sociale resti un criterio significativo di strutturazione delle
disuguaglianze e che anche oggi l’appartenenza ad una classe influisca su molti
aspetti della vita di un individuo.

I risultati delle ricerche condotte nei diversi paesi occidentali continuano a mostrare
che la classe sociale esercita ancora un’influenza rilevante su molte forme di
comportamento. Oggi giorno, le ricerche più sofisticate mostrano che, fra classe
sociale e preferenza di voto vi è anche oggi una relazione significativa. Questo vale
anche per la socializzazione. Per comprende l’importanza che conservino le classi
sociali si possono osservare due questioni: i mutamenti che vi sono stati negli ultimi
decenni nella distribuzione delle risorse economiche e la relazione esistente fra
appartenenza ad una classe sociale e durata di vita.

La distribuzione dei redditi

Se la divisione in classi sociali avesse perso gran parte della sua importanza, non vi
sarebbe più una forte disuguaglianza nella distribuzione delle risorse economiche fra
gli individui e le famiglie.

Affrontando questa questione, bisogna tenere distinto il reddito e il patrimonio. Il


primo è quello che gli individui e le famiglie ricavano dalle più varie fonti (salari,
profitti, rendite). Il patrimonio invece è costituito da tutti i beni mobili e immobili
posseduti dagli individui o dalle famiglie. Le ricerche che sono state condotte
riguardano più il primo che il secondo aspetto. Uno dei metodi che esse hanno più
frequentemente usato per misurare la disuguaglianza nella distribuzione delle risorse
economiche consiste nel calcolo del cosiddetto coefficiente di Gini (demografo
italiano che l’ha proposto), che viene espresso in una scala che va da 0 (perfetta
uguaglianza) a 1 (massima disuguaglianza).

Nei paesi occidentali vi è ancora una forte disuguaglianza nella distribuzione delle
risorse economiche. La disuguaglianza è maggiore nella distribuzione del patrimonio
che in quella del reddito.

I dati sulla disuguaglianza nella distribuzione del reddito (Banca Mondiale, 2005)
mostrano che le disuguaglianze sono maggiori nei paesi più poveri, in particolare in
Africa e in America Latina. Ma anche fra i paesi ad altro livello di sviluppo vi sono delle
differenze. Da un lato, abbiamo i paesi nordici, dove le disuguaglianze sono molto più
contenute che altrove. Dall’altro lato ci sono quei paesi dove essere sono più forti
(Portogallo, Usa, Italia).
Per quanto scarsi e frammentati, i dati disponibili indicano che, sia nel passato
prossimo che in quello più remoto, vi sono stati in questo campo importanti
mutamenti. Essi sono avvenuti in genere molto lentamente e, contrariamente a
quanto si pensa, non sono andati nella stessa direzione. Eloquenti sono, da questo
punto di vista, i risultati delle ricerche condotte in Inghilterra, unico paesi di cui si
posseggono i dati storici della distribuzione del reddito degli ultimi tre secoli. Secondo i
dati di questa serie, la disuguaglianza nella distribuzione del reddito si è ridotta nel
XVIII secolo, è aumentata in quello successivo, ed è di nuovo diminuita nel XX, nel
trentennio successivo alla seconda guerra mondiale.

Negli ultimi decenni si è avuta una nuova inversione di tendenza, il coefficiente di Gini
ha ripreso a crescere.

L’aumento della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi che si è avuto nei paesi
occidentali (Usa, Germania, Francia, Nuova Zelanda) è riconducibile a vari fattori.

- Il primo è la dinamica dei redditi di lavoro e l’ampliarsi dei differenziali


retributivi, causato dal fatto che la diminuzione della domanda di operai poco
qualificati è stata maggiore di quella di impiegati e di dirigenti.

- Il secondo fattore è l’aumento del tasso di attività delle donne e del numero di
mogli che percepiscono buone retribuzioni, che ha favorito il passaggio di
alcune famiglie dalla fascia di reddito media a quella alta.

- Il terzo fattore è stato la crescita del numero di divorzi, che ha fatto cadere una
parte delle famiglie composte da madre e figli dallo strato medio a quello basso.

La durata della vita

Alcune ricerche mostrano condotte in Gran Bretagna negli anni venti e trenta
mostrano che vi era una relazione inversa fra classe sociale di appartenenza e tasso
di mortalità, ossia che, ad ogni età, la quota di persone che moriva era tanto più alta
quanto più bassa era la classe sociale. I mutamenti che sono avvenuti da allora hanno
fatto pensare che questa relazione fosse del tutto scomparsa o indebolita. Il primo è
che si è avuto uno straordinario miglioramento nelle condizioni abitative e
nell’alimentazione di tutti gli strati della popolazione dei paesi occidentali. Il secondo è
che le malattie infettive non uccidono più come un tempo. Il terzo è che, con
l’estendersi del welfare state, l’assistenza sanitaria è stata generalizzata a tutti. Le
numerose ricerche svolte negli ultimi quarant’anni hanno mostrato che la relazione fra
classe sociale e durata della vita è ancora oggi molto forte; anzi alcune ricerche
mostrano inoltre che negli ultimi decenni le differenze fra classi sociali e durata della
vita, ben lungi dal ridursi, o sono rimaste costanti o sono addirittura aumentate.

Dunque è evidente che non possiamo attribuire alla malnutrizione e al


sovraffollamento la minor aspettativa di vita delle persone delle classi più basse.
Dobbiamo prendere in considerazione altre variabili. Il primo luogo, le condizioni di
lavoro e di vita (ambienti più nocivi e inquinati). In secondo luogo, lo stile di vita (bere
alcolici,fumare, mangiare male ed essere obesi). In terzo luogo perché hanno minore
accesso ai servizi sanitari di alta qualità.
Più difficile è spiegare perché, in alcuni paesi, le differenze fra classi sociali nella
durata di vita siano aumentate. Probabile è però che si tratti di un fenomeno
transitorio, dovuto al fatto che negli ultimi quarant’anni, in tutti i paesi occidentali vi è
stato un netto calo di mortalità e che questo è stato più rapido nelle classi medio –
alte che in quelle basse.

La mobilità sociale
Tipi di mobilità sociale

Definiamo mobilità sociale ogni passaggio di un individuo da uno strato, un ceto,


una classe sociale ad un altro. I sociologi che nell’ultimo mezzo secolo si sono dedicati
allo studio sistematico di questi movimento distinguono fra mobilità orizzontale e
verticale, ascendente e discendente, intergenerazionale ed intragenerazionale, di
breve e di lungo raggio, assoluto e relativa, individuale o di gruppo.

Per mobilità sociale orizzontale, si intende il passaggio di un individuo da una


posizione sociale ad un’altra allo stesso livello (artigiani, il figlio fa l’impiegato). Si
parla di mobilità sociale verticale per indicare lo spostamento ad una posizione più
alta o più bassa nel sistema di stratificazione sociale. Nel primo caso è ascendente, nel
secondo discendente (figlio di operai, diventa ingegnere mobilità ascendente; figlio di
imprenditori che fa il commesso, mobilità discendente). Si parla di mobilità di lungo
raggio, quando è avvenuta fra strati o classi molto lontani. Quando questi strati e
queste classi sono contigue, si parla di mobilità di breve raggio.

Il passaggio fra una classe sociale e l’altra possono essere esaminati mettendo a
confronto la posizione della famiglia di origine di un individuo con quella che egli ha
raggiunto in un determinato momento della sua vita. Si parla di mobilità sociale
intergenerazionale. Ma il confronto può essere fatto tra posizioni che una persona
ha occupato nel corso della sua esistenza (mobilità sociale intragenerazionale o
di carriera).

La mobilità assoluta è data dal numero complessivo di persone che si spostano da


una classe all’altra. Per mobilità relativa (o apertura di una società o fluidità sociale)
si intende il grado di uguaglianza delle possibilità di mobilità dei membri delle varie
classi. In una società vi è una completa uguaglianza nelle chances di mobilità (o
fluidità completa) quando la classe di origine degli individui non esercita alcuna
influenza sui loro destini sociali e tutti hanno le stesse possibilità di salire o scendere
lungo la scala della stratificazione.

Le distinzioni fatte si riferiscono tutte alla mobilità individuale. Del tutto diversa è la
mobilità sociale collettiva. Con questa espressione si intendono i movimenti verso
l’alto o verso il basso di un intero gruppo rispetto a tutti gli altri gruppi sociali (in Italia
la professione di notaio dal 1913 viene esercitata solo dai laureati in giurisprudenza,
prima con soli due anni di laurea).

Due tradizioni teoriche

Lo studio della mobilità sociale è stato intrapreso da due diversi angoli visuali e per
dare risposta a due diversi interrogativi teorici.
Il primo ha a che fare con il concetto di apertura di una società o di fluidità sociale,
cioè con le opportunità che le persone con origini sociali diverse hanno di raggiungere
le varie posizioni nel sistema di stratificazione. Gli studiosi che si richiamano a questa
impostazione si chiedono di solito se l’apertura di una determinata società sia mutata
nel corso del tempo, sia aumentata o diminuita, oppure se essa sia maggiore o minore
di quella di altre società, e cercano di individuare i fattori che favoriscono o ostacolano
la fluidità sociale. Sono interrogativi che gli studiosi di scienze sociali si sono posti da
tempo.

Il secondo filone ruota intorno al problema della formazione e dell’azione delle


classi sociali. Alcuni sociologi hanno sostenuto che una classe diventa una
formazione stabile quando coloro che ne fanno parte condividono valori, idee, stili di
vita e ritengono di avere interessi comuni. Per questo, essi si sono chiesti se la
mobilità intergenerazionale, riducendo la componente permanente di una classe, cioè
la quota di persona che restano per tutta la vita nella stessa posizione dei genitori,
impedisca a questa classe di diventare una collettività sociale. Anche queste sono
domande classiche. Se le è poste per primo Marx, il quale osserva che negli Usa le
classi sociali, pur esistendo già, non si sono ancora fissate e in un flusso continuo
modificano continuamente le loro parti costitutive e se le cedono. Sorokin sosteneva
che in ogni classe sociale vi era una componente “fluida” e una “permanente”e
osservava, che se si voleva considerare gli atteggiamenti tipici di una classe,
bisognava prendere in considerazione chi ne ha fatto parte per tutta la vita. Per questo
il socialismo si sarebbe affermato soprattutto fra gli operai figli di operai.

Le ricerche sulla mobilità sociale

Il primo studio sistematico sulla mobilità sociale è stato scritto nel 1927 da Pitirim
Sorokin, che di questo tema aveva una conoscenza personale diretta. Nel suo libro
analizzava la mobilità sociale in numerosi paesi per un lunghissimo arco temporale
(dall’antica Roma alla fine dell’Ottocento) basandosi su una ricca documentazione.
Una parte di questa è costituita da dati statistici, ricavati non da inchieste
sistematiche su campioni rappresentativi di tutta la popolazione di un paese, ma sulle
cosiddette “indagini di èlite”, riguardanti cioè le origini sociali di alcuni gruppi
particolari (sovrani, santi, dirigenti, uomini di genio). Il libro di Sorokin è un classico.
Alcune delle sue tesi di fondo sono ancora oggi valide. Tuttavia, dal punto di vista della
raccolta e dell’analisi dei dati, la ricerca di mobilità sociale ha fatto molti passi avanti
negli ultimi decenni, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale. Da allora è che i
sociologi hanno iniziato a condurre indagini sistematiche su campioni rappresentativi
della popolazione di un paese.

Tutte le ricerche condotte hanno alcune caratteristiche in comune. Si servono di


campioni della popolazione molto grandi (da 5.000 a 25.000) e dunque sono assai
costose. Mirano a rilevare la posizione sociale degli individui che fanno parte di questi
campioni e delle loro famiglie di origine. Di solito chiedono agli intervistati
l’occupazione che svolgono in quel momento, quella che avevano prima (entrata nel
mercato del lavoro e dieci anni dopo), l’occupazione del padre (quando avevano 12 o
14 anni) e, se sono sposati, quella del suocero. Nell’analisi dei dati, fanno uso di
tecniche avanzate e complesse.
Tutte le più importanti indagini di questo tipo condotte negli Usa e in Europa (tranne in
Italia) si basano su dati riguardanti soltanto la popolazione maschile. Il motivo è che
i sociologi che le hanno dirette si rifacevano alla concezione tradizionale della
posizione delle donne nel sistema di stratificazione sociale. Tale concezione si basa su
due assunti fondo. Il primo è che l’unità base del sistema di stratificazione non è
l’individuo ma la famiglia. Il secondo è che la posizione della famiglia in questo
sistema è determinata interamente da quella del capofamiglia. L’occupazione della
donna non ha alcun peso per la collocazione della famiglia nel sistema di
stratificazione sociale.

Nell’ultimo trentennio, molti studiosi hanno criticato questa concezione, sostenendo


che essa rende impossibile l’analisi di una delle più importanti forme di disuguaglianza
sociale, quella appunto basata sulle differenze di genere. Essi hanno inoltre messo
in rilievo che la concezione tradizionale della stratificazione sociale oggi è ancora
meno accettabile di un tempo, perché contrasta sempre più con alcune tendenze di
fondo delle società avanzate e in particolare con due di queste. La prima è che, una
quota crescente di famiglie ha come “capo” una donna. La seconda tendenza è che è
aumentato il tasso di attività della popolazione femminile. Questa tendenza ha
prodotto effetti di grande rilievo sulla famiglia. Ha fatto diminuire il grado di
omogamia, cioè la percentuale di sposi che fanno lo stesso lavoro. Ha fatto aumentare
il numero di coppie nelle quali la moglie ha un’occupazione superiore (per reddito e
prestigio) del marito.

Il dibattito è ancora in corso, ma nessuno condurrebbe più una ricerca di mobilità


sociale solo sulla popolazione maschile.

La mobilità sociale nelle società non contemporanee

L’india e le caste

In una società indiana in cui domina il sistema di caste (ceto chiuso), non è possibile
alcuna forma di mobilità sociale intergenerazionale o intragenerazionale. La religione
indù ammette tuttavia una forma particolare di mobilità sociale: quella fra una vita e
l’altra.

I due principi fondamentali dell’induismo sono la credenza nella metempsicosi


(samsara) e la teoria della retribuzione (karma). Ad ogni successiva morte nel corpo in
cui è ospitata, l’anima passa in un altro corpo, umano, vegetale o animale. Quando
trasmigra in un essere umano, la posizione che questo occupa nel sistema di casta
dipende da come si è comportato nella vita precedente. Se ha seguito una condotta
conforme al rituale di casta, rinascerà in una più elevata, in caso contrario, scenderà in
una più bassa. Per questo, gli indù ortodossi pensano che coloro che fanno parte di
una casta impura abbiano commesso molti peccati nella vita precedente. D’altra
parte, questi ultimi cercano di essere ligi ai loro doveri perché sanno che solo in
questo modo hanno qualche speranza di mobilità ascendente nella nuova vita.

Si è ritenuto che per millenni, in questo sistema mancasse ogni forma di mobilità
sociale. Grazie a molte ricerche storiche e sociologiche, oggi sappiamo che questo non
è vero. Anche nel passato quello della casta non è mai stato un sistema
completamente rigido; se la mobilità individuale era limitata ed effimera, quella
collettiva aveva una certa importanza. Le caste intermedie e quelle inferiori tentavano
spesso di conquistare una posizione più elevata nella scala sociale. Perché questi
tentativi riuscissero erano necessarie almeno due o tre generazioni. Quando avevano
successo, non provocavano alcuna trasformazione strutturale del sistema di casta. Ciò
che avveniva era solo che la posizione gerarchica di due o più caste all’interno di
questo sistema mutava e mentre una saliva, un’altra scendeva.

La mobilità ascendente collettiva era accompagnata da pratiche di “giustificazione


simbolica” della nuova posizione, chiamata di sanscritizzazione. Con questo termine
si indica quel processo con cui gli appartenenti a una casta inferiore cambiano
costumi, rituali e ideologia, cercando di imitare e di fare propri quelli di una casta
superiore scelta a modello.

La Cina e il sistema degli esami

In Cina, per molti secoli, il rango sociale dipendeva dal numero di esami sostenuti.
Quando introdusse il sistema degli esami, l’imperatore stabilì che solo coloro che lo
superavano potevano fare i funzionari governativi, cioè entrare a far parte di quel ceto
dei letterati che era al vertice della gerarchia sociale. In questo modo, si poneva fine
alla prerogativa degli aristocratici di diventare funzionari in virtù del loro status
familiare.

Per capire in che modo il sistema degli esami favorì la mobilità sociale, alcuni
studiosi hanno condotto imponenti ricerche sui documenti riguardanti decine di
migliaia di casi di persone che, dalla metà del XVI alla fine del XIX secolo, hanno
superato questi esami. Da tali ricerche è emerso che una quota rilevante di esse ( 30
%) proveniva da famiglie di non funzionari, mercanti, artigiani o contadini, cioè di
mobilità ascendenti. Per quanto in linea di principio aperti a tutti, gli esami del
sistema cinese richiedevano tali e tante risorse economiche per la loro preparazione
che le persone provenienti dai ceti più bassi non avevano quasi alcuna possibilità di
superarli. Vero è, d’altra parte, che il sistema di esami che fu introdotto in Cina in un
periodo storico in cui in Europa si stava formando il sistema feudale, era
straordinariamente avanzato e si basava su un’idea di uguaglianza che non aveva
equivalenti in nessun’altra parte del mondo a quell’epoca. Il sistema cinese degli
esami ha reso più facile rispetto all’Europa dell’antico regime il passaggio dal ceto dei
ricchi mercanti a quello più elevato (funzionari in Cina e nobiltà in Europa).

Le società di antico regime

I risultati delle ricerche condotte dagli storici negli ultimi anni ci fanno pensare che la
mobilità relativa fosse in passato minore di oggi. Essi ci dicono inoltre che alcune
caratteristiche ascritte avevano un tempo un peso molto maggiore che nella società
contemporanea.

Sappiamo che, almeno per due secoli, le famiglie aristocratiche e quelle borghesi di
tutta Europa e quelle dei contadini di alcune sue zone hanno seguito il modello
successorio patrilineare indivisibile, che prevedeva che tutta l’eredità paterna andasse
a uno solo dei figli maschi, di solito il primogenito. Ai cadetti veniva data una somma
di denaro e alle figlie una dote. Ciò vuol dire che solo un figlio restava nello stesso ceto
del padre, mentre tutti gli altri rischiavano di iniziare la loro vita in un ceto diverso, di
solito più basso; i cadetti per evitare questa mobilità discendente o restavano nella
famiglia del primogenito, oppure cercavano di farsi strada con la carriera religiosa.

Nella società di antico regime vi era una notevole mobilità assoluta, che non era solo
di gruppo, ma anche individuale. Molto forte era la mobilità intragenerazionale. In
parte essa era dovuta a quel fenomeno che gli storici chiamano di circolazione dei
giovani tra le famiglie. I genitori mandavano spesso i loro figli per alcuni anni, prima
che si sposassero, a servizio in casa di altri, essi interagivano con un autorità diversa
da quella dei genitori e svolgevano attività produttive (apprendisti, garzoni, stallieri).
Quest’uso era diffuso nelle regioni centro – settentrionali d’Europa e riguardava più
della metà dei giovani dai 15 ai 29 anni.

In altre zone d’Europa, flussi consistenti di giovani lasciavano i genitori e i parenti per
emigrare in un centro urbano e trovare un’occupazione. Spesso, sia chi andava a
servizio in casa di altri sia chi emigrava in città sperimentava quella che viene oggi
definita mobilità con ritorno alle origini per indicare coloro che, quando lasciavano
la famiglia, occupano una posizione diversa da quella del padre, per ritornare poi al
punto di partenza dopo un certo numero di anni.

Ma anche la mobilità assoluta intergenerazionale non mancava nelle società di


antico regime. In linea di principio, l’aristocrazia era un ceto a cui si apparteneva per
nascita. Però chi possedeva ricchezza (mercanti e banchieri) poteva cercare di
comprare un feudo o un titolo. Oppure poteva imparentarsi con l’aristocrazia
attraverso il matrimonio (mèsalliances). Venivano giudicati severamente, ma quando
una famiglia aristocratica si trovava economicamente in cattive acque ricorreva a un
matrimonio del genere, soprattutto se esso avveniva fra un nobile e una borghese.
Infine, nell’aristocrazia si poteva salire per la carriera politica, i servizi prestati al
sovrano, la perizia nelle arti o in alcune professioni.

Anche un nobile, nel corso della sua vita, poteva fare l’esperienza del
declassamento, della mobilità sociale discendente. In Italia e in alcune altre zone
europee, coloro che si trovavano in questa situazione venivano chiamati poveri
vergognosi. Molti sforzi furono fatti per attenuare o occultare questi casi di mobilità
sociale discendente, che rappresentavano un’infrazione alle norme della società per
ceti. Nel XV e nel XVI secolo, nelle città italiane si moltiplicarono le istituzioni
assistenziali che distribuivano in segreto elemosina a questi poveri vergognosi, che
non potevano né lavorare né mendicare senza perdere l’onore.

Nelle società del passato i tassi di mobilità assoluta inter e intragenerazionale non
dipendeva tanto dal grado di chiusura dei ceti elevati, ma dalla dimensione dei vari
ceti esistenti. Nel 1678, nelle campagne di Prato, oltre agli artigiani, vi erano tre
gruppi sociali agricoli (contadini proprietari, mezzadri, pigionali). Questi ultimi erano
lavoratori senza casa e senza stalla che coltivavano piccoli appezzamenti poco fertili
che non potevano diventare poderi. Nel secolo successivo la popolazione aumentò del
50 %, mentre il numero dei poderi non aveva subito variazioni. Così, essendo il
numero di famiglie mezzadrili rimasto costante, le persone in più o erano salite nello
strato dei contadini proprietari o più spesso erano cadute in quello dei pigionanti.

Anche nell’Europa del passato, i tassi di mobilità inter e intragenerazionale variavano


nello spazio e nel tempo. Le crisi di mortalità che avvenivano periodicamente, in pochi
mesi facevano scomparire anche un terzo della popolazione, creavano grandi vuoti in
molti gradini della scala sociale e questo faceva aumentare la mobilità assoluta.
Conseguenze analoghe ha avuto la crescita della burocrazia di stato e i cambiamenti
dei contratti agrari che provocavano l’espansione degli strati medi o di quelli inferiori.

Industrializzazione e sviluppo economico

I sociologi hanno condotto grandi indagini, cercando di ricostruire e di analizzare i


mutamenti nella mobilità sociale (assoluta e relativa) avvenuti nell’ultimo secolo e le
differenze esistenti fra i vari paesi. Le descrizioni e spiegazioni più importanti sono
cinque; la prima, la seconda e la quinta si riferiscono sia alla mobilità assoluta che a
quella relativa, mentre la terza e la quarta solo a quella assoluta.

1) La prima è la teoria liberale dell’industrialismo. Secondo questa teoria, il


passaggio dalla società preindustriale e quella industriale è stato accompagnato da un
aumento della mobilità sia assoluta (ascendente) che relativa. Tale aumento non si è
arrestato alla fine di questo periodo storico, ma continua tuttora man mano che
prosegue lo sviluppo economico. Questo sviluppo fa crescere la mobilità assoluta
perché causa continui mutamenti nel mercato del lavoro e un costante aumento delle
posizioni di vertice che richiedono alti livelli di qualificazione. D’altra parte esso
determina un aumento della mobilità relativa perché provoca un processo di
razionalizzazione, il passaggio dal particolarismo all’universalismo, dal dominio dei
ruoli ascritti a quello dei ruoli acquisiti.

2) la seconda posizione, in disaccordo con la prima, dice che fra i paesi sviluppati ve
ne sono alcuni che hanno livelli di mobilità sociale eccezionalmente elevati. Neppure
coloro che si richiamano alla prima teoria negano che vi siano delle differenze fra le
società industriali, ma le riducono esclusivamente al diverso livello di sviluppo,
economia più avanzata maggiore possibilità di mobilità assoluta e relativa. Per i
sostenitori della seconda posizione, la forte mobilità sociale di alcuni paesi è dovuta a
fattori di ordine culturale o politico. Gli studiosi che pensano che gli Usa siano il
paese in cui spostarsi da una classe all’altra è facile, ritengono che questo sia dovuto
alla peculiarità delle sue istituzioni e della sua cultura nazionale. Coloro invece che
credono che siano i paesi socialisti sorti nell’Europa orientale alla fine della seconda
guerra mondiale o quelli nordici socialdemocratici ad avere una notevole mobilità
sociale sono convinti che questo dipenda dalla loro storia politica, dal fatto che i
governi hanno preso delle misure volte a rendere più fluida la società.

3) Una terza teoria è stata formulata da Sorokin; nei paesi occidentali moderni, la
mobilità sociale era elevata, più di quanto lo fosse nel XVIII secolo. Ma allo stesso
tempo egli ha sostenuto che non vi era nessuna tendenza definita e costante verso un
aumento o una diminuzione dell’intensità e della diffusione della mobilità verticale.
Proprio risalendo indietro nel tempo si scorgevano continue fluttuazioni. Queste
continue fluttuazioni dipendevano dalla diversa importanza assunta dai fattori esogeni
e da quelli endogeni al sistema di stratificazione. I primi (rivoluzioni, guerre, invasioni)
provocavano di solito un aumento del tasso di mobilità. I secondi spingono in senso
inverso. In tutte le società, coloro che occupano le posizioni di vertice fanno tutto il
possibile per non lasciarle e dunque, quando cadono alcune barriere, cercano di
sostituirle con altre.
4) La quarta è la teoria sostenuta da Lipset e Zetterberg. Questi studiosi
condividono la tesi di Sorokin secondo cui tutti i paesi occidentali hanno oggi una forte
mobilità sociale (assoluta). Ma essi ritengono che l’andamento della mobilità sociale
sia alquanto simile nelle diverse società industriali occidentali, in contrasto con i
sostenitori della seconda tesi, e che, una forte mobilità sociale (assoluta) sia una
caratteristica specifica dell’industrializzazione. A differenza della prima tesi, essi non
pensano che il tasso di mobilità sociale continui a crescere con lo sviluppo economico.
Sono invece convinti che vi sia una sorta di “effetto soglia”, cioè che la mobilità delle
società diventi relativamente elevata quanto la loro industrializzazione, e quindi la loro
espansione economica, raggiunge un determinato livello. Cosa che si verifica nella
fase di decollo di questo processo.

5) La quinta è la teoria di Featherman, Jones e Hauser. A differenza della quarta


teoria, questi studiosi sostengono che, per quanto riguarda la mobilità sociale
assoluta, vi sono significative differenze fra i paesi sviluppati, perché essa dipende da
fattori esogeni (caratteri economico, tecnologico e demografico) il cui peso varia a
seconda dei paesi. Per quanto riguarda la mobilità relativa, essa è all’incirca la stessa
in tutti i paesi sviluppati e non cresce parallelamente al loro sviluppo economico,
quindi sono critici con la prima teoria.

La mobilità sociale assoluta in Italia

Negli ultimi decenni, nel nostro paese, vi è stata una forte mobilità assoluta, grazie
alle trasformazioni che hanno avuto luogo nella struttura dell’occupazione e in
particolare all’espansione della classe media impiegatizia e alla contrazione di quelle
agricole. Tra le persone occupate da 18 a 65 anni il 59 % ha sperimentato una qualche
forma di mobilità sociale, ascendente o discendente, anche se si breve raggio, tra
classi contigue.

Per analizzare i due diversi aspetti della mobilità sociale (inter e intragenerazionale)
possiamo prendere in considerazione contemporaneamente tre punti: la classe sociale
della famiglia di origine, quella del soggetto alla prima occupazione e quella attuale.
Fra questi tre punti sono possibili cinque diversi tipi di itinerari sociali.

- Gli immobili. Sono coloro che restano nella stessa classe del padre e dunque
non sperimentano alcun tipo di mobilità sociale: né inter né intra.

- I mobili con ritorno alle origini sono coloro che, quando entrano nel mercato del
lavoro, occupano una posizione diversa da quella del padre. Dopo alcuni anni si
ritrovano al punto di partenza. La loro è una mobilità intragenerazionale e, solo
nella prima parte della loro vita, anche intergenerazionale (borghesi che
entrano nel mercato del lavoro come impiegati).

- I mobili all’entrata nella vita attiva sono coloro che partano da una posizione
diversa da quella del padre e che vi restano anche in seguito. La loro è una
mobilità intergenerazionale (chi grazie al titolo di studio fa l’impiegato).

- I mobili nel corso della vita attiva sono coloro che iniziano dalla stessa posizione
del padre e che dopo un po’ la lasciano per occuparne una diversa. La loro è
una forma di mobilità intragenerazionale che ne provoca una intergenerazionale
(figli di coltivatori proprietari che entrano nel mercato come tali e in seguito
cambiano).

- I super – mobili sono coloro che parto da una posizione diversa da quella del
padre e che in seguito la cambiano, ma senza tornare al punto di partenza. Essi
sperimentano forme di mobilità sociale sia inter che intragenerazionale.

Tendenze nei paesi occidentali

Il confronto, che è possibile fare grazie alle numerose indagini condotte negli ultimi
anni, della mobilità assoluta dell’Italia con quella di altri nove paesi occidentali è reso
interessante dal fatto che in essi il processo di industrializzazione ha avuto tempi e
ritmi assai diversi. Da questo punto di vista, tali paesi possono essere distinti in tre
diversi gruppi. Industrializzazione precoce: Inghilterra, Galles, Scozia. Processo di
industrializzazione iniziato un po’ dopo: Francia, Germania, Irlanda del Nord e Svezia.
Prevalentemente agricoli fino alla seconda guerra mondiale: Polonia, Ungheria e
Repubblica d’Irlanda. L’Italia occupa una posizione intermedia fra i paesi del secondo e
quelli del terzo gruppo.

Il tasso di mobilità intergenerazionale, per anno di nascita della popolazione maschile


dei dieci paesi considerati ha valori convergenti. Questa convergenza è in gran parte
dovuta all’andamento dei valori dell’Irlanda e della Polonia, che indicano come il tasso
di mobilità intergenerazionale sia aumentato passando dalle generazioni dell’inizio del
XX secolo a quelle nate dopo il 1940.

I valori sono in netto contrasto con la teoria liberale dell’industrialismo, cioè che il
tasso aumenta parallelamente allo sviluppo economico. Nel complesso, se escludiamo
l’Irlanda e la Polonia, possiamo dire che in tutti gli altri paesi gli uomini il cui ingresso
nel mercato del lavoro è avvenuto dopo la seconda guerra mondiale non sono vissuti
in società più mobili di quelli che vi sono entrati nel 1920.

Dunque, almeno a riguardo alla mobilità assoluta, la teoria che trova maggior
conferma nei dati è quella di Sorokin secondo cui non vi è alcuna tendenza costante al
suo aumento o alla sua diminuzione. L’andamento dei valori di Irlanda e Polonia, che
hanno avuto un’industrializzazione tardiva, fa pensare che sia valida la tesi dell’effetto
soglia di Lipset e Zetterberg, cioè che sia la prima fase dell’industrializzazione a
provocare un forte aumento della mobilità sociale assoluta. Non riceve sostegno dai
fatti accertati la tesi di Lipset e Zetterberg secondo cui non vi sarebbero differenze nei
tassi di mobilità fra i paesi industrializzati.

La mobilità relativa

Una quota molto alta di coloro che vivono in Europa e negli Usa (dal 55 al 75 %, a
seconda del paese) fa parte di una classe sociale diversa da quella del padre. Nei
paesi occidentali vi è dunque una forte mobilità sociale intergenerazionale. Ma ciò non
indica una società aperta o fluida. Al contrario, tutte le ricerche mostrano che vi sono
forti disuguaglianze nelle chances di mobilità fra le persone provenienti da diverse
classi (mobilità relativa).

Il tasso di mobilità assoluta intergenerazionale di coloro che fanno parte di una


determinata popolazione dipende anche dalle dimensioni o dall’ampiezza di queste
classi. Se in Italia e negli altri paesi occidentali questo tasso è alto, nonostante vi sia
una forte disuguaglianza nelle possibilità di mobilità, è perché dagli anni cinquanta vi è
stata una forte espansione della classe media impiegatizia e una contrazione di quelle
agricole. Sono le trasformazioni avvenute nella struttura occupazione che hanno fatto
sì che un numero rilevante di persone passasse da una classe ad una diversa.

Ma anche se sono molto forti , la disuguaglianze nelle chances di mobilità potrebbero


essere molto minori di un tempo. Invece non è così. La ricerca condotta sul nostro
paese ha messo in luce che, a partire dagli anni cinquanta, la fluidità sociale non ha
subito cambiamenti, ossia che l’influenza che la classe di origine esercita su quella di
arrivo è rimasta immutata. Anche negli altri paesi sviluppati, la fluidità sociale è molto
stabile nel tempo o varia in misura minima. Vi sono tuttavia tra paesi nei quali la
mobilità relativa è aumentata negli ultimi decenni: Svezia, Polonia, Ungheria. Altri
sociologi hanno stimato che nei paesi industrializzati vi è stato un aumento della
fluidità sociale di circa l’1 % all’anno, trascurabile nel breve periodo ma non nel lungo
periodo. I dati di cui disponiamo smentiscono la tesi della teoria liberale
dell’industrialismo.

Con qualche modifica e specificazione, l’ipotesi di Featherman, Jones e Hauser è quella


che rende meglio conto dei risultati delle ricerche dell’ultimo trentennio. Secondo
questi ultimi la mobilità relativa dei paesi sviluppati è simile. Le differenze di fluidità
sociale esistenti fra questi paesi sono in parte dovute alla loro specificità storica. Ma in
parte sono riconducibile ad una fonte di natura sistematica, cioè agli sforzi fatti dai
governi dei vari paesi per cercare di rendere più fluida la società. Questa ipotesi può
essere riformulata dicendo che vi è una somiglianza di fondo, riguardo alla fluidità
sociale, fra tutti i paesi con un’economia di mercato e un sistema familiare nucleare,
quando non sia stato utilizzato il potere degli apparati dello Stato moderno per
modificare i processi (e gli esiti) attraverso i quali le disuguaglianze di classe sono
prodotte e riprodotte da una generazione all’altra.

La composizione delle classi

La mobilità sociale ha un ruolo chiave nella formazione delle classi. La tesi, che le
classi non si strutturano finché vi è un flusso continuo di persone che entrano ed
escono, ci permette di dire che quanto maggiore è la mobilità intergenerazionale di
una società, tanto più difficile è che si formino delle classi. Quando non è presente un
certo grado di chiusura, quando il ricambio sociale è continuo, diventa sempre più
difficile, per coloro che occupano la stessa posizione sociale, avere valori e stili di vita
comuni e comuni interessi. La condizione perché le classi siano delle collettività sociali,
con alcuni tratti culturali distintivi, è che abbiano un certo grado di identità
demografica, una certa omogeneità per origine sociale.

In Italia, vi sono oggi delle forti differenze nella composizione sociale delle varie classi.
Il tasso di auto reclutamento, di ogni classe, è la percentuale di persone che fanno
parte della stessa classe del padre. Le classi più omogenee per origine sociale sono la
piccola borghesia agricola e la classe operaia urbana, che hanno un tasso di auto
reclutamento molto alto. All’estremo opposto vi è la classe media impiegatizia, che ha
una debole identità demografica. Ciò è dovuto dal fatto che, negli ultimi decenni,
questa classe ha conosciuto una forte espansione, ha reclutato molte persone dalle
altre classi, diventando così sempre più eterogenea.
Il grado di omogeneità per origine sociale della classe operaia è mutato nel corso
del tempo, calato negli anni settanta, è poi risalito a fine anni ottanta e infine ha
chiuso il XX secolo aumentando ancora. Questi dati mostrano che la mobilità sociale
non indebolisce necessariamente l’identità demografica della classe operaia ma in
certi casi può addirittura rafforzarla. Goldthorpe ha mostrato che questo può accadere
quando, superato un determinato livello di industrializzazione, si verificano
contemporaneamente alcune condizioni. La prima è che la classe operaia cessi di
espandersi. La seconda è che la quota degli occupati nel settore agricolo decresca
continuamente e si riducano quindi le possibilità di reclutare da questo bacino gli
operai. La terza è che diminuisca la mobilità discendente, dalle classi medie alla classe
operaia. Tenendo conto di queste osservazioni si possono capire le variazioni nello
spazio e nel tempo del grado di omogeneità per origine sociale della classe operaia
italiana.

Le conseguenze della mobilità sociale

Due diverse ipotesi sono state avanzate per capire le conseguenze della mobilità
sociale. La prima viene chiamata dello “sradicamento sociale”, la seconda dell’
“acculturazione” o della “risocializzazione”.

L’ipotesi dello sradicamento sociale è stata sostenuta da numerosi studi oggi


considerati classici. Già Durkheim rileva che i bruschi aumenti di mobilità sociale
(ascendente e discendente) producono delle situazioni di anomia e queste facilitano il
suicidio. Soprattutto gli improvvisi accrescimenti di potenza e fortuna sconvolgono le
gerarchie e i principi che le legittimano.

Sorokin rileva che la mobilità sociale favorisce la superficialità, riduce l’intimità e fa


aumentare l’isolamento socio psicologico degli individui. Analogamente, Lipset e
Bendix hanno sostenuto che la mobilità ha un alto costo sociale e psichico in termini di
combattività, frustrazione, mancanza di radicamento.

La mobilità sociale è dunque considerata dai sostenitori della prima ipotesi come
un’esperienza dolorosa e difficile, che produce squilibri e tensioni. Uscire da una classe
per entrare in un’altra significa di solito rompere le relazioni con coloro che continuano
a far parte della prima senza peraltro riuscire a formarne di nuove con quelli che si
trovano da tempo nella seconda. Questo avviene sia nei casi di mobilità ascendente,
che in quelli di mobilità discendente, ma per diversi motivi. Se le persone che salgono
socialmente non riescono ad integrarsi è perché coloro che fanno parte da tempo della
classe in cui sono appena approdati non li accettano. Se le persone che socialmente
non si integrano è invece soprattutto perché non vogliono farlo, credendo che la loro
condizione sia transitoria, cercano di non stabilire nuovi legami con coloro che fanno
parte della classe in cui sono cadute.

Due sono le risposte delle persone mobili. Da un lato il superconformismo ai valori


della classe d’arrivo, dall’altro il rifiuto assoluto di questi valori. La prima risposta si ha
nei casi di mobilità ascendente. Essi si adeguano repentinamente ai modi di pensare e
di agire, dei membri della nuova classe, e lo fanno con un impegno e con una
dedizione assoluti, in modo da presentarsi agli altri come gli interpreti più autentici e i
difensori ultimi dei valori della nuova classe. La seconda risposta si ha nei casi di
mobilità discendente. Il passaggio ad una classe più bassa può portare a rifiutare in
blocco gli usi e i modi di agire di questa e ad aderire con più forza e con più
convinzione di prima, eccedendo in misura, ai valori e alle forme di comportamento
della classe d’origine; chi affonda si attacca a tutto per ricordare a se stesso e agli altri
il suo onorevole passato.

Del tutto diversa è la seconda ipotesi, detta ipotesi della risocializzazione. Per i
suoi sostenitori, se una persona passa da una classe all’altra deve necessariamente
ridefinire la propria identità sociale, mutare il proprio modo di pensare e agire. Questo
mutamento non è tuttavia repentino e radicale. Per un lungo periodo di tempo, in una
persona socialmente mobile coesistono, trovando una qualche forma di equilibrio, il
vecchio e il nuovo. Questo avviene in tutti e due i casi di mobilità. Se si nasce in una
classe si trascorre in questa una parte della propria vita, si apprendono i valori e le
forme di comportamento di coloro che ne fanno parte. Quando, al momento
dell’entrata nel mercato del lavoro, o in un periodo successivo, si passa in un’altra
classe, ha inizio un processo di risocializzazione, nel corso del quale le persone
socialmente mobili ridefiniscono se stesse, abbandonando a poco a poco i valori della
vecchia classe per apprendere quelli della nuova.

Le ricerche condotte hanno mostrato che l’ipotesi che trova maggior sostegno nei fatti
è la seconda. Nelle società avanzate di oggi la mobilità non determina lo sradicamento
e l’isolamento di coloro che la sperimentano. La mobilità sociale mette invece in moto
un lento processo di risocializzazione, di ridefinizione dell’identità, di sostituzione dei
modi di pensare e di agire della classe di origine con quelli della classe di arrivo.

Probabile è che un tempo, soprattutto nei periodi in cui i tassi di mobilità assoluta
erano minori e il grado di discontinuità esistente fra le diverse classi era maggiore, i
passaggi fra queste classi fossero esperienze dolorose e difficili che provocavano lo
sradicamento sociale.

Le differenze di genere
Nelle scienze sociali si è introdotta la distinzione fra sesso e genere. Per sesso si
intendono gli attributi dell’uomo e della donna riconducibili alle caratteristiche
biologiche; per genere le loro qualità distintive (mascolinità e femminilità) definite
culturalmente. Il sesso di una persona è una realtà fisica, ma il modo in cui gli uomini
e le donne vedono se stessi e si pongono in relazione l’un l’altro e i ruoli che sono loro
assegnati sono una costruzione sociale e vengono appresi in un processo di
socializzazione.

I cromosomi e la differenziazione sessuale

Gli uomini e le donne sono sessualmente dimorfi, cioè presentano differenze chiare e
visibili di carattere anatomico. Tutto inizia quando uno spermatozoo feconda un uovo.
Lo spermatozoo fornisce all’embrione ventitré cromosomi ed altrettanti gliene dà
l’ovulo. Ogni individuo possiede ventitré paia di cromosomi. In ventidue di queste, i
cromosomi sono identici. Nel ventitreesimo paio invece possono essere sia uguali che
diversi. Nel primo caso (XX) l’embrione diventerà una femmina, nel secondo (XY) un
maschio. Poiché l’ovulo contribuisce sempre con un cromosoma X e lo spermatozoo
con uno di tipo X o Y, è l’apporto del padre a determinare il sesso del nascituro.
Il processo di differenziazione sessuale inizia solo alla sesta settimana dopo il
concepimento. Fin ad allora, tutti gli embrioni sono anatomicamente identici e
sessualmente bi potenziali. Intorno alla sesta – ottava settimana, se nell’embrione vi è
un cromosoma Y, le gonadi (ghiandole), fino ad allora indifferenziate, si trasformano in
testicoli; se il cromosoma Y è assente, diventano ovaie. Testicoli e ovaie sono definiti
caratteri sessuali primari.

I testicoli iniziano a secernere gli ormoni sessuali androgeni e questi ultimi generano lo
sviluppo prima dei genitali interni (prostata) e poi di quelli esterni (pene). Nelle
femmine si sviluppano i genitali interni (utero) e quelli esterni (clitoride).

Gli ormoni sessuali entrano in azione anche più avanti per determinare lo sviluppo dei
caratteri sessuali secondari (nelle donne seno, negli uomini muscoli e astensione delle
zone pilifere).

Essenzialismo e costruttivismo sociale

L’essenzialismo mette l’accento sul dualismo assoluto dei due sessi, il costruttivismo
sociale sulla somiglianza dei generi. Per la prima, le differenze fra mascolinità e
femminilità sono naturali, universali, immodificabili, per la seconda sono una
costruzione sociale. Dunque, per la prima, uomini o donne si nasce, per seconda si
diventa.

Le teorie essenzialiste vengono spesso sostenute da studiosi di scienze naturali di


sesso maschile. Esse sono frequentemente di tipo biologico e riconducono la
mascolinità e la femminilità a differenze ormonali, di dimensione e di organizzazione
del cervello o di capacità riproduttiva. Negli ultimi decenni sono state proposte teorie
essenziali sta anche da studiose di scienze sociali di sesso femminile che non sempre
sono teorie di tipo biologico.

Gli ormoni

Le differenze di comportamento fra uomini e donne sono state spesso ricondotte agli
ormoni. La proporzione degli ormoni varia a seconda del sesso e della fase della vita
degli individui. I testicoli secernono più androgeni che estrogeni, mentre le ovaie fanno
l’opposto.

Nella fase della pubertà è il momento in cui le differenze nei livelli ormonali fra i due
sessi si accentuano. Le femmine cominciano a secernere più estrogeni, i maschi più
androgeni. In questa fase, coloro che hanno nel sangue una maggior quantità di
testosterone sono più aggressivi. A favore di questa tesi, alcuni studiosi citano non
solo i risultati di varie ricerche, ma anche gli effetti provocati dalla castrazione. I critici
di questa tesi osservano però che negli uomini la castrazione non riduce per forza
l’aggressività.

Che il comportamento degli uomini e delle donne risenta del livello degli ormoni
sessuali è indubbio. Ma la relazione fra queste due variabili è probabilmente debole e
non serve a spiegare la mascolinità e la femminilità

Il cervello
Recentemente , le differenze fra gli uomini e le donne sono state ricondotte non alle
dimensioni, ma alla cosiddetta lateralizzazione del cervello o alla asimmetria
emisferica. Nel cervello vi sono due diversi emisferi, uno destro e l’altro sinistro,
connessi da una fascia di fibre nervose detta corpo calloso e ciascuno di questi si
specializza in certi compiti. L’emisfero sinistro, che controlla la parte destra del corpo,
è più importante per il linguaggio e per le attività motorie. L’emisfero destro, da cui
dipende la parte sinistra del corpo, è responsabile di alcune funzioni spaziali come la
capacità di visualizzare oggetti, di distinguere una persona dall’altra, di percorrere
mentalmente un labirinto, di capire e utilizzare carte topografiche. Ora, secondo alcuni
studiosi, nella donna prevale l’emisfero sinistro (punteggi elevati nei test di scioltezza
verbale), negli uomini invece quello destro (si riesce meglio in matematica e si può
soffrire di balbuzie).

Nessuno è riuscito finora a dimostrare che l’emisfero sinistro è più sviluppato nel
cervello della donna e il destro in quello dell’uomo.

Gli ovuli e gli spermatozoi

Secondo i sociobiologi, ogni organismo è portato a massimizzare il proprio potenziale


riproduttivo, a trasmettere i propri geni ai discendenti e a far sì che questi
sopravvivano. Tuttavia, a causa delle loro differenze biologiche, le donne e gli uomini
hanno strategie riproduttive distinte. La femmina è specializzata nella produzione di
uova, il maschio invece in quella di spermatozoi. Ma fra questi due tipi di cellule
sessuali vi sono grandi differenze (la donna può produrre al massimo quattrocento
uova, l’uomo milioni di spermatozoi, la donna può essere fecondata una volta e non
più durante la gravidanza, mentre l’uomo può fecondare centinaia di partner
contemporaneamente).

Da questa diversa capacità riproduttiva derivano le principali diversità esistenti fra gli
uomini e le donne negli atteggiamenti e nei comportamenti nei confronti degli
appartenenti allo stesso e all’altro sesso e nella tendenza a quello che viene definito
l’investimento parentale. Con questa espressione i sociobiologi intendono ogni
investimento di un genitore in un discendente tale da accrescere le probabilità di
sopravvivenza di quest’ultimo (e quindi il successo riproduttivo) a spese della
possibilità da parte del genitore di investire in un altro discendente. Uomini e donne
hanno un atteggiamento molto diverso nei confronti di questo investimento: gli uomini
passano da una donna all’altra proprio per aver la possibilità di fecondare più partner;
la donna invece sceglie con più accuratezza i partner per trovare i maschi con i geni
migliori.

L’essenzialismo femminista

Un’impostazione simile a quella essenziali sta si ritrova anche fra le studiose


appartenenti a una corrente femminista (differenzia liste). Anch’esse sostengono che il
genere (mascolinità o femminilità) è una qualità (un’essenza) che esiste
indipendentemente dalla definizione culturale o sociale. Queste studiose attribuiscono
proprietà superiori alle donne.

Per l’essenzialismo femminista, uomini e donne hanno tratti completamente


diversi. I primi tendono alla separazione, all’isolamento, al dominio, alla
gerarchizzazione. Le seconde invece all’associazione, all’unione, alla cooperazione,
alla cura e all’assistenza degli altri. Secondo alcune studiose, queste differenze
dipendono da fattori biologici (ormoni, organizzazione del cervello). Secondo altre
invece esse devono essere ricondotte all’esperienza della maternità e al diverso
rapporto che con la madre hanno le figlie e i figli. Sono essenzialiste Nancy Chodorow
e Carol Gilligan.

Secondo la Chodorow, uomini e donne hanno personalità di “base” diverse


universalmente, cioè in tutte le culture e le società, perché radicalmente diverse sono
le loro prima esperienze relazionali. La figura chiave nell’infanzia di ogni individuo, è la
madre. Dunque, il primo rapporto significativo delle bambine avviene con una persona
dello stesso sesso, quello dei bambini con una dell’altro sesso. Per acquistare
un’identità di genere, le femmine e i maschi passano attraverso percorsi molto diversi.
Le prime non devono rifiutare la loro iniziale identificazione con la madre ed è
dall’interazione quotidiana con questa che sviluppano una personalità femminile. Per
questo, una caratteristica di tale personalità è la tendenza ad avere forti relazioni con
gli altri. I maschi, per acquistare un’identità di genere, devono distaccarsi dalla madre
e identificarsi con il padre. Dato che quest’ultimo è assente, la loro identificazione
avviene più con un ruolo sociale. Ne deriva che essi tendono ad essere emotivamente
distaccati dagli altri, a non identificarsi e a non stabilire relazioni calde con loro.

Le studiose che seguono questa impostazione si basano di solito su dati di ricerche e


analisi scientifiche. L’approccio essenzialista è stato favorito dalle delusioni provocate
dal femminismo universalista degli anni settanta, che si batteva per l’uguaglianza fra
uomini e donne.

Genere e cultura

Numerose prove a favore della tesi che il genere è una costruzione sociale e che le
differenze negli atteggiamenti e nei comportamenti degli uomini e delle donne variano
culturalmente sono venute per la prima volta dai risultati di una ricerca antropologica
condotta da Margaret Mead su tre tribù della Nuova Guinea: gli Arapesch, i
Mundugumor, i Tschambuli.

Gli Arapesch vivevano in una zona montana e non conoscevano quasi le guerre.
uomini e donne erano miti, tranquilli, passivi e affettuosi. Piuttosto che entrare in
conflitto e battersi contro qualcuno, i maschi preferivano subire. Educati con affetto e
tolleranza, i giovani crescevano con una forte fiducia negli adulti, una grande sicurezza
di sé, un assoluta mancanza di egoismo. Gli atti aggressivi li rivolgevano verso gli
oggetti.

I Mundugumor erano una tribù di cannibali e cacciatori di testa. In questa


popolazione, la competitività e la violenza erano valutate positivamente, sia per gli
uomini che per le donne. Le donne provavano nei riguardi della gravidanza paura e
ostilità. Sentivano inoltre una forte rivalità e gelosia verso le figlie. I bambini venivano
allevati con durezza, con rimproveri e botte.

Fra i Tschambuli, le donne erano dispotiche, pratiche, efficenti (pescavano,


commerciavano); gli uomini erano passivi, sensibili e delicati (attività artistiche,
acconciarsi i capelli, spettegolare). Questi ultimi erano sensibili verso i bambini, ai
quali dedicavano tempo e cure.

Dunque, sia tra gli Arapesch che tra i Mundugumor, gli uomini (femminilizzati) e le
donne (mascolinizzate) erano assai simili. Nelle tribù Tschambuli uomini e donne
avevano, rispetto ai nostri, ruoli invertiti.

La divisione sessuale del lavoro nelle società preindustriali e


industriali

Basandosi sui dati raccolti in quasi duecento società primitive gli antropologi hanno da
un lato dimostrato che la divisione sessuale del lavoro è un universale culturale,
cioè che esiste in tutte le società. Ma, dall’altro, essi hanno reso evidente che certi
compiti che in alcune società sono considerati propri degli uomini, in altre vengono
invece ritenuti come più appropriati per le donne.

Alcuni compiti vengono svolti unicamente dagli uomini: la caccia, la fusione e la


lavorazione dei metalli, l’abbattimento degli alberi, la lavorazione del legno. Altri
spettano quasi sempre alle donne: cucinare, lavare, andare a prendere l’acqua, filare.
Altri svolti con la stessa frequenza da entrambi: il raccolto, la mungitura, la
fabbricazione di articoli in cuoio.

Per spiegare la divisione sessuale del lavoro sono state formulate varie ipotesi. La
prima considera cruciale la maggiore forza fisica degli uomini. La seconda, chiamata
l’ipotesi della compatibilità con l’allevamento dei bambini, sostiene che le donne
svolgono quei compiti che permettono loro di allattare e curare i figli, cioè quelli che
possono interrompere e riprende facilmente, che non le costringono a fare lunghi
viaggi lontano da casa e che non sono pericolosi per i bambini (ecco perché gli uomini
si dedicano alla caccia e alla pesca). La terza è l’ipotesi della spendibilità e afferma
che gli uomini svolgono di solito i compiti più pericolosi, perché, dal punto di vista
della riproduzione, possono esse più facilmente sacrificabili delle donne.

Per quanto non prive di valore, queste ipotesi non bastano da sole a spiegare la
divisione sessuale del lavoro.

Lo status delle donne

Oggi sappiamo che il concetto di status delle donne è multidimensionale e che


comprende aspetti diversi, quali il controllo sulle risorse economiche, il potere politico,
l’autonomia personale, il grado di deferenza dovuto agli uomini e altri ancora. In una
società questo status può essere basso riguardo a certe dimensioni, ma medio o alto
rispetto ad altre (in Africa occidentale le donne hanno una cera indipendenza
economica, sono subordinate al marito).

Sappiamo anche che, nonostante le relazioni di genere varino nello spazio e nel
tempo, non è mai esistita una società nella quale il potere politico fosse nelle mani
delle donne. L’idea che all’inizio dei tempi vi fosse un matriarcato è stata ripresa più
volte da vari studiosi, ma oggi possiamo dire che essa non ha alcun fondamento.
Sono invece esistite società nelle quali le donne avevano un potere non trascurabile. Il
caso più famoso è quello degli indiani Irochesi, che vivevano nel nord dello stato di
New York.

Rapporti di genere simili a quelli degli Irochesi sono stati molto frequenti nelle società
di caccia e raccolta. La situazione è cambiata radicalmente in seguito. Lo status
delle donne è diminuito nelle società orticole e poi, in quelle agricole. Con lo
sviluppo dell’agricoltura intensiva, la divisione sessuale del lavoro si accentuò. Agli
uomini furono riservati i compiti di maggiori rilievo: preparare terreni, arare, scavare i
canali di irrigazione. Le donne persero il ruolo produttivo che avevano avuto prima e
diventarono economicamente sempre più dipendenti dagli uomini. Si occuparono
anche del lavoro agricolo, ma svolgendo mansioni secondarie. Dedicarono d’altra
parte un numero crescente di ore a cuocere e conservare il cibo, a tessere e ad
allevare i figli. Nelle società agricole il tasso di fecondità raggiunse punte altissime.
Si formò allora una netta separazione tra la sfera pubblica e quella privata e la prima
fu riservata ai maschi, mentre nella seconda furono relegate le donne. Tutto ciò servì a
garantire che esse rimanessero vergini e fedeli.

Un’inversione di tendenza ha avuto luogo, in molti paesi sviluppati, nel corso del
Novecento. Nel corso degli ultimi decenni sono diminuite le disuguaglianze di genere
nel lavoro, nel controllo delle risorse economiche, nella distribuzione del potere
politico.

Le variazioni nello spazio e nel tempo dello status delle donne sono state ricondotte
principalmente a tre fattori: il sistema di parentela; la frequenza con cui una società è
in guerra; il contributo economico fornito dalle donne.

Per quanto riguarda il primo, l’importanza sociale di queste è maggiore nelle società
con un sistema di parentela matrilaterale e in cui si segue la regola di residenza
matrilocale. In primo luogo perché le donne, andando a vivere dopo le nozze nella
famiglia dei genitori, conservano il sostegno della madre e delle sorelle. In secondo
luogo perché esercita un’autorità su di loro non solo il marito, ma anche il fratello, e
quando i due non sono d’accordo finiscono per neutralizzarsi vicendevolmente, dando
così maggiore autonomia alla donna.

Per quanto riguarda il secondo fattore, quanto più spesso una società è in guerra,
tanto più è probabile che le relazioni fra uomini e donne siano androcentriche. Per
avere queste conseguenza le guerre devono essere combattute contro gruppi vicini.
Quello contro nemici lontani fanno crescere l’autonomia e il potere delle donne.

Quanto al terzo fattore, il caso delle società contemporanee mostra bene che lo status
sociale delle donne dipende anche dal contributo che esse forniscono alla
produzione e al controllo che esse esercitano sulle risorse economiche.

Ad esempio, la diversa situazione delle donne in Africa occidentale e India


settentrionale dipende dal fatto che queste due regioni sono caratterizzate da due tipi
diversi di agricoltura. Nell’Africa occidentale vi è un sistema femminile di coltivazione,
l’attrezzo più importante è la zappa a impugnatura corta (qui le donne vengono prese
in sposa solo se viene pagato alla famiglia un prezzo); esse eseguono la semina, la
sarchiatura e il raccolto (status maggiore, indipendenza economica e libertà di
movimento). Nell’India settentrionale vi è invece un sistema maschile (status
femminile inferiore, vivono chiuse in casa). Prevale la coltivazione estensiva con
l’aratro tirato dai buoi e il lavoro agricolo è svolto prevalentemente dagli uomini,
mentre le donne vi partecipano solo in momenti eccezionali (raccolta).

L’uso del tempo nella società contemporanea

Secondo un indagine dell’Istat, in Italia gli uomini adulti impiegano in media più tempo
nel lavoro retribuito. Tuttavia le donne occupano un maggior numero di ore nelle varie
forme di lavoro non retribuito: nelle attività domestiche, nella cura dei figli, nella
produzione per l’autoconsumo e nella gestione della contabilità per gli affari del
marito. Di conseguenza le donne lavorano più ore al giorno degli uomini e minore è il
tempo che dedicano alle cure personali e al tempo libero. La nascita dei figli ha
conseguenze diverse sull’uso del tempo dei due genitori. Per ogni figlio che mette al
mondo, la madre dedica un’ora di tempo più di prima alla famiglia, mentre il padre
aumenta di tre quarti d’ora il tempo di lavoro retribuito.

Le differenze di genere nell’uso del tempo variano molto a seconda del paese. Nei
paesi in via di sviluppo le donne dedicano molto più tempo degli uomini al lavoro
(retribuito e non). Nei paesi industrializzati, il tempo di lavoro è più equamente
distribuito fra uomini e donne.

Negli ultimi trent’anni, nei paesi sviluppati, vi sono stati rilevanti mutamenti nell’uso
del tempo. Diminuito è quello che gli uomini dedicano al lavoro retribuito. Diminuito è
anche il numero delle ore che ogni giorno le donne investono nelle attività domestiche,
in parte perché si è avuta una netta flessione della fecondità, in parte perché in tutti
gli strati sociali si è diffuso l’impiego degli elettrodomestici. Aumentato è invece il
numero delle donne che svolgono un lavoro retribuito e di conseguenza il tempo che
esse vi dedicano.

In molti paesi occidentali, le disuguaglianze di genere nella distribuzione del lavoro


domestico si sono leggermente ridotte (diminuito il tempo delle donne, aumentato
quello degli uomini).

Differenze nei tassi di attività

In molte parti del mondo vi è stata una significativa diminuzione delle differenze di
genere nella partecipazione al mercato del lavoro, a causa soprattutto del forte
aumento del tasso di attività della popolazione femminile.

Dal 1970 al 1990, la percentuale delle donne economicamente attive è cresciuta


considerevolmente nei paesi industrializzati, nell’Africa settentrionale e nell’Asia
occidentale, mentre è rimasta costante o è diminuita negli altri.
Contemporaneamente, in molti di questi paesi, è leggermente diminuito il tasso di
attività della popolazione maschile.

Oggi i paesi nei quali il tasso di attività della popolazione femminile è più basso sono
quelli musulmani (Arabia Saudita, Algeria) seguiti dagli altri in via di sviluppo. All’altro
estremo, i paesi in cui questo tasso è più alto sono quelli scandinavi o comunisti ed ex
comunisti (Cina, Russia, Vietnam) seguiti dai paesi più ricchi (Usa, Canada, Giappone).
Come si può notare da questo elenco, e come vari studi hanno messo in luce, il tasso
di attività della popolazione femminile di un paese dipende non solo dal suo livello di
sviluppo economico, ma anche dalle norme culturali in esso prevalenti e dalla politica
sociale dei suoi governi.

La segregazione occupazionale

In tutti i paesi sui quali abbiamo dati vi è una segregazione occupazionale per sesso, le
donne fanno un lavoro diverso da quello degli uomini. In certi casi, questa
segregazione è fisica, nel senso che gli uomini e le donne sono separati da edifici. Di
solito però essi sono divisi da classificazioni sociali, che definiscono femminili alcune
occupazioni e maschili altre.

Si usa l’espressione segregazione occupazionale (orizzontale) secondo il sesso per


indicare la concentrazione di uomini e donne in lavori diversi. Essa viene normalmente
misurata attraverso il cosiddetto indice di dissimilarità, i cui valori vanno da 0 a
100. Tale indice è 100 quando in ciascuna occupazione vi sono solo uomini o solo
donne, mentre è 0 quando vi sono metà dei primi e metà delle seconde.

In Italia, nel 1901, l’indice di dissimilarità aveva il valore di 78 e dunque era assai
elevato. Negli ottant’anni successivi esso è diminuito in modo sensibile. Questo
mutamento è dovuto, oltre che all’ingresso delle donne in alcune occupazioni un
tempo considerate maschili, all’aumento del peso di quelle già prima integrate. In
Italia è notevolmente aumentata la quota delle donne sul totale dei medici, degli
avvocati e dei magistrati. Nonostante questo, il grado di segregazione occupazionale
per sesso è ancora elevato. In tutti i paesi sviluppati le donne sono più spesso
occupate come impiegate di media e bassa qualificazione nel commercio e nei servizi
sociali e personali, gli uomini come operai dell’industria, dirigenti o professionisti.
Anche fra i paesi sviluppati vi sono notevoli differenze. Le ricerche comparative hanno
mostrato che i paesi più moderni e avanzati (Usa, Svezia, Norvegia) hanno livelli di
segregazione occupazionale per sesso maggiori di quelli tradizionali (Italia, Grecia,
Giappone). Questo è dovuto al fatto che se lo sviluppo economico, la modernizzazione
e le politiche sociali egualitarie provocano una riduzione della segregazione; altri
importanti processi in corso spingono in senso opposto.

Il primo è quello della “dequalificazione” delle occupazioni impiegatizie (nuovi posti da


impiegato che richiedono un basso livello di qualificazione in cui vengono occupate le
donne). Il secondo processo è quello dello sviluppo del settore dei servizi sociali e
personali (crescente domanda dei servizi di questo tipo e sono occupati da donne
perché sono posti più flessibili degli altri, e perché queste sono più disposte e capaci di
svolgere queste funzioni).

Differenze retributive

Il salario della popolazione femminile occupata nell’industria, in Italia, è passato dal 51


% di quello degli uomini nel 1938 al 64 % nel 1961 e all’86 % nel 1983.

Vi sono paesi (Giappone, Cipro, Corea del Sud) in cui il divario retributivo fra le donne
e gli uomini è ancora più forte, perché le prima guadagnano oggi solo la metà dei
secondi. Ma ve ne sono altri (Francia, Danimarca, Islanda, Australia) in cui i salari
femminili vanno dall’80 % al 90 % di quelli maschili.

Questa differenza è in parte dovuta alla segregazione occupazionale e al fatto che di


solito la popolazione femminile svolge occupazioni meno qualificate di quella
maschile. Ma in molti casi, anche quando fanno lo stesso lavoro degli uomini, le donne
sono pagate meno di loro.

Gli svantaggi delle donne nell’economia: alcune spiegazioni

Ecco alcune teorie che affrontano il perché le donne abbiano tassi di attività più bassi,
svolgano occupazioni meno qualificate e guadagnino meno degli uomini. La teoria del
capitale umano e quella della socializzazione di genere affrontano la questione dal lato
dell’offerta di lavoro. Invece quelle della discriminazione statistica e delle barriere la
esaminano partendo dalla domanda.

La teoria del capitale umano sostiene che gli individui compiono scelte razionali dal
punto di vista economico (quanti anni andare a scuola, scegliere il tipo di
occupazione). Poiché le donne hanno un forte orientamento verso la famiglia e si
aspettano di lasciare il lavoro quando diventano madri esse scelgono occupazioni che
consentono una certa flessibilità, possono essere svolte in maniera intermittente, non
richiedono lavori straordinari o imprevisti, lunghi viaggi e una forte mobilità
geografica.

La teoria della socializzazione di genere cerca di spiegare il perché le donne siano


orientate più verso la famiglia che verso la carriera professionale. Essa sostiene che
questo si verifica perché, dalla nascita in poi, la famiglia, la scuola, i mezzi di
comunicazione insegnano agli appartenenti ai due generi qual è il modo appropriato di
parlare, di vestirsi, di passare il tempo libero, quali sono le aspirazioni più adatte.
Questi messaggi vengono interiorizzati da ragazzi e ragazze, che si formano così
orientamenti, preferenze e competenze per alcune occupazioni invece che per altre.

Altre teorie riconducono la segregazione occupazionale per sesso alle diverse barriere
che riducono le opportunità di cui dispongono le donne di scegliere il lavoro che
preferiscono. Si tratta di barriere formali di accesso alle varie professioni, alle scuola
che forniscono titoli per esercitare queste professioni oppure di barriere informali. Fa
parte di queste teorie anche quella della discriminazione statistica, secondo la
quale gli imprenditori trattano gli individui sulla base delle proprie credenze riguardo
all’intera categoria a cui questi appartengono (non assumono donne in età feconda
perché meno produttive per assenze).

La politica

Nell’età moderna, in Europa, vi sono state donne che hanno goduto di un’autorità
politica, anche se esse ne erano spesso escluse come gli strati più bassi della
popolazione, compresi anche gli uomini. In tutto questo periodo, il ruolo delle donne è
stato assai diverso negli stati organizzati in repubbliche e in quelli organizzati in
monarchie. Nei primi, le donne potevano esercitare un’influenza politica solo in modo
informale, attraverso relazioni di amicizia o di parentela. Nei secondi invece esse
potevano occupare posizioni di potere formale, diventando ad esempio regine nel caso
in cui mancasse un erede maschio.
Nell’ultimo secolo, le disuguaglianze di genere sono diminuite anche in questo campo.
Le donne hanno ottenuto il diritto di voto in quasi tutte le parti del mondo (1893
Nuova Zelanda; 1929 Usa; 1945 Italia).

Subito dopo aver conquistato il suffragio universale, le donne andarono a votare in


misura minore degli uomini. Ma in seguito il tasso di partecipazione dell’elettorato
femminile ha raggiunto o addirittura superato quello maschile. Le differenze di genere
sono diminuite anche nelle altre forme di partecipazione politica (iscrizione a un
partito). In alcuni paesi sviluppati la differenza fra l’interesse politico degli uomini e
quello delle donne è esigua, in altri è più netta (Italia, Portogallo, Grecia).

Tuttavia, le donne sono fortemente sottorappresentate ai vertici delle organizzazioni e


delle istituzioni politiche. Nei 159 stati appartenenti alle Nazioni Unite, le donne sono
solo il 3,5 % dei ministri.

Negli ultimi trent’anni, in molti paesi occidentali, è profondamente mutato anche


l’orientamento politico della popolazione femminile, all’inizio le donne erano più a
destra degli uomini. Con il passare degli anni le differenze sono diminuite, poi
scomparse, finché l’elettorato femminile è diventato più a sinistra di quello maschile.

Genere e salute

Oggi, in tutti i paesi sviluppati, la vita media degli uomini dura sette anni meno di
quella delle donne. Solitamente si riconduce questo a fattori biologici. Varie ricerche
hanno messo in luce che coloro che hanno una coppia di cromosomi X (le donne)
corrono meno rischi di malattie di quelli che ne hanno una X e Y; che l’estrogeno, cioè
l’ormone sessuale femminile, protegge contro le malattie cardiache; che le donne
hanno un sistema immunitario più forte di quello degli uomini.

I fattori biologici sono dunque importanti. Ma lo sono altrettanto i fattori ambientali


e sociali. Se tutto fosse spiegabile solo in termini genetici e biologici, la differenza di
mortalità fra la popolazione maschile e quella femminile sarebbe costante nello spazio
e nel tempo. Invece non è così. Studi recenti hanno mostrato che, all’inizio del XX
secolo, la differenza fra uomini e donne nella durata della vita media era solo di due
anni e che da allora essa è progressivamente aumentata. Questo è dovuto a fattori
sociali e culturali. Ne è la prova il fatto che l’aumento della differenza della durata
della vita fra uomini e donne si è verificato soprattutto in due classi di età: dai 15 ai 24
e dai 45 ai 65 anni. Nella prima ciò è riconducibile a due tendenza: alla diminuzione
delle morti per parto e alla crescita di quelle per incidenti stradali, che riguardano più
spesso gli uomini. Nella seconda classe d’età, l’aumento della differenza fra i due sessi
è dovuta all’incremento delle morti per tumori ai polmoni e per le malattie
dell’apparato cardiocircolatorio, che è stato maggiore nella popolazione maschile che
in quella femminile.

Se gli uomini muoiono prima delle donne è anche perché hanno uno stile di vita
diverso e si comportano nei modi che tradizionalmente ci si aspetta da loro (bevono,
fumano, mangiano molta carne, sono sprezzanti dei pericoli). Proprio per questo, si
può prevedere che la differenza di mortalità fra i sessi diminuirà man mano che lo stile
di vita delle donne diventerà sempre più simile a quello degli uomini. Questa
tendenza, del resto, è già iniziata.
Se ci allontaniamo dall’Europa e dagli Usa la situazione cambia radicalmente. Mentre
nei paesi ricchi vi sono 106 donne per ogni 100 uomini, nell’America Latina esse sono
101, nell’Africa sub sahariana 103, nell’Africa del Nord 99 e in certi paesi dell’Asia 95.
Il motivo è che in molte regioni del Terzo mondo, in certe classi d’età, il tasso di
mortalità femminile supera quello maschile. Questo di verifica soprattutto dai 2 ai 30
anni ed è dovuto a fattori economici e sociali. Le femmine non ricevono le stesse cure
dei maschi e dunque la percentuale di donne sul totale della popolazione è minore di
quella esistente in Europa e negli Usa.

Le minori cure ricevute dalle donne dipendono dal sottosviluppo economico (mortalità
per parto causa scarsi servizi ospedalieri). Nei paesi dell’Africa sub sahariana la
mortalità femminile è inferiore a quella maschile, per quanto fortemente
sottosviluppati.

La spiegazione più importante delle minori cure che le donne ricevono in alcuni paesi
del Terzo mondo è di ordine sociale e culturale. Quanto è più alto è lo status delle
donne tanto maggiori sono le loro speranze di vita in confronto a quelle degli uomini.
Le donne ricevono minori cure nelle regioni nelle quali non svolgono un lavoro
retribuito e quindi non dispongono di un reddito esterno alla famiglia. In questi paesi, i
genitori sono convinti che sia meglio avere un figlio maschio. In primo luogo, perché è
solo al maschio che possono essere trasmessi il nome e le proprietà della famiglia. In
secondo luogo, perché è dai figli maschi che essi si attendono di riceve un sostegno
economico una volta diventati vecchi, dal momento che si segue la regola di residenza
patrilocale (figlie escono, i figli portano moglie in famiglia). In terzo luogo, il
matrimonio della figlia è più costoso (alla figlia va data un dote, il maschio porta in
famiglia la dote della moglie). In quarto luogo, perché è solo ai maschi che è
consentito celebrare riti ancestrali per il padre dopo la sua morte.

I paesi nei quali la preferenza per i maschi è forte raggiungono alti tassi di mortalità
femminile attraverso varie strade. In primo luogo, i genitori fanno talvolta ricorso
all’infanticidio femminile ( in Cina a causa della politica demografica, un solo figlio,
adottata dal governo nel 1979). Talvolta ricorrono all’aborto selettivo, cioè appena
saputo qual è il sesso del nascituro, non permettono alle figlie di vedere la luce.

In secondo luogo, i genitori dedicano più tempo e risorse all’allevamento dei maschi. I
bambini vengono allattati al seno più a lungo delle loro sorelline. I primi ricevono
un’alimentazione più abbondante e più ricca di proteine e ferro delle seconde. Anche è
per questo che fra le donne vi è un’incidenza più alta di anemia, che le rende più
vulnerabili alle complicazioni della gravidanza e del parto. In caso di malattia, sono i
figli maschi ad essere più spesso e meglio curati.

Corso di vita e classi di età


In ogni società, sia gli individui sia i ruoli sono stratificati anche per età. L’età è una
caratteristica ascritta, in ogni momento noi abbiamo un’età ben precisa. Ma, a
differenza del genere, quello dell’età è uno status di transizione, perché finché siamo
in vita passiamo da un’età all’altra. Questo significa che se alcuni gruppi di età godono
di maggiore potere, maggior prestigio e di maggiori risorse economiche di alti ci
possiamo aspettare di farne parte prima o poi. Sotto questo aspetto, l’età è più simile
alla classe sociale, perché in molte società la mobilità da una classe all’altra è
impossibile, ma a differenza di quella da un’età all’altra non è mai né inevitabile né
irreversibile.

Due processi di fondo

In ogni società vi sono vari strati d’età, cioè aggregati di individui di età simili. Tali
strati, oltre ad essere diversi per ampiezza e composizione, differiscono anche per
status e ruoli. I doveri, i diritti e le ricompense vengono infatti distribuiti in maniera
diversa a seconda dell’età. I comportamenti ritenuti adeguati alle diverse età possono
essere definiti sia da norme formali, giuridiche, sia da quelle informali (età a cui si può
andare a scuola, età in cui si può votare, informali: dopo la maturità o ci si iscrive
all’università oppure si cerca lavoro).

Per capire come si formino gli strati d’età è bene tener presente che in ogni società
hanno luogo due diversi processi. Il primo è quello universale dell’invecchiamento e
della successione delle coorti. Una coorte è formata da persone nate nello stesso
periodo, che a poco a poco invecchiano, passano attraverso vari ruoli. Man mano che
alcune persone muoiono, altre nascono e si formano nuove coorti. Il secondo processo
è quello del mutamento delle strutture e dei ruoli connessi all’età. La società si
trasforma per vari motivi e con essa cambiano anche le aspettative normative riferite
all’età e le ricompense e le sanzioni ad esse collegate.

L’invecchiamento degli appartenenti alle diverse coorti e il mutamento delle strutture


e dei ruoli connessi all’età sono separati e distinti, ma anche interdipendenti, cioè si
influenzano l’un l’altro. Così, in un momento dato, le persone appartenenti alle diverse
coorti passano attraverso le strutture connesse con l’età e si trovano di fronte le
opportunità e le norme riguardanti le diverse età esistenti nella famiglia, nella scuola,
nelle fabbriche e negli uffici. Ma oltre a subire l’influenza di queste strutture, tutte
queste persone a loro volta le influenzano.

Coorti e generazioni

Una coorte è un insieme di persone che vivono uno stesso evento nello stesso
momento. Se questo evento è la nascita (coorte di nascita), la coorte è formata da
tutti coloro che sono nati entro un medesimo arco temporale e che di conseguenza
invecchiano insieme. L’ampiezza di una coorte è massima al momento in cui essa di
forma, cioè appunto quando nascono coloro che ne fanno parte. Con il passare del
tempo, la morte e l’emigrazione provocano un assottigliamento della coorte, ma anche
un mutamento nella sua composizione interna. Dato che le donne vivono più a lungo
tendono ad essere sovra rappresentate quanto più le persone che fanno parte di una
coorte invecchiano.

Significato diverso ha il concetto di generazione. Secondo Karl Mannheim la


generazione non è un gruppo concreto i cui componenti sono uniti da legami reciproci,
come la famiglia o la tribù. Ciò che caratterizza una generazione è che coloro che ne
fanno parte hanno la stessa collocazione nello spazio storico sociale e sono esposti a
influenze culturali dello stesso tipo. Questo tuttavia non basta. Perché vi sia una
generazione è necessario che si crei anche un nesso generazionale fra coloro che sono
esposti allo stesso contesto storico –sociale. E questo si forma quando vi è
improvvisamente una forte discontinuità storica e , per un certo periodi di tempo, la
trasmissione del patrimonio culturale tradizionale dai genitori ai figli non è più
possibile. Può infatti accadere che una parte delle persone nate nello stesso anno non
vivano con la stessa partecipazione emotiva gli eventi che si verificano nella loro
società o che non si accorgano neppure di loro. Perché vi sia una generazione è
necessario che si crei anche un nesso generazionale fra coloro che sono esposti allo
stesso contesto storico – sociale. E questo si forma quando vi è una forte discontinuità
storica e, per un certo periodo di tempo, la trasmissione del patrimonio culturale
tradizionale dai genitori ai figli non è più possibile (avvengono in caso di guerra,
rivoluzione). Trasformazioni di questa natura producono effetti su tutti coloro che
fanno parte di una società. Ma esse hanno un’influenza particolarmente forte sugli
orientamenti dei giovani, di coloro che hanno da 16 a 25 anni, e che sono più ricettivi
e più facilmente plasmabili degli altri, essendo questa una fase di passaggio, in cui i
legami con i genitori e gli insegnati si indeboliscono, senza che se ne siano formati di
nuovi e forti. Quando avvengono durante questo periodo della vita, le grandi
trasformazioni sociali e politiche possono provocare una ristrutturazione delle mappe
cognitive degli individui, dell’immagine che hanno di se stessi e del mondo (vedi
generazione ’68)

Effetto età ed effetto coorte

Misurando le capacità intellettuali di un campione di soggetti nati in momenti diversi,


gli studiosi hanno visto che queste erano tanto minori quanto più avanzata l’età.
L’interpretazione che essi hanno fornito di questi risultati è che l’invecchiamento
comporta una perdita delle capacità intellettuali. Ma le ricerche successive hanno
mostrato che questa interpretazione era parziale. Studiando e seguendo per anni gli
stessi soggetti, vari gruppi di psicologi hanno visto che i punteggi ottenuti nei test
utilizzati per misurare certe capacità intellettuali dipendevano dal livello di istruzione.
Tenendo conto di questo hanno mostrato che la relazione inversa trovata nelle prime
ricerche fra età e capacità intellettuali era riconducibile non all’invecchiamento, ma a
differenze esistenti fra le coorti presenti nel campione, e in particolare le persone nate
recentemente avevano un livello di istruzione più alto delle altre.

Queste ed altre esperienze di ricerche mostrano che, quando si analizzano le


differenze esistenti fra le caratteristiche delle persone di due classi di età, bisogna
essere consapevoli del fatto che esse possono essere dovute sia ad un effetto età (due
età diverse e in una ci sono individui più vecchi) sia ad effetto coorte (due età formate
in periodi storici distinti).

Le dimensioni delle coorti e l’effetto Easterlin

Analizzando i cicli demografici, molti studiosi hanno sostenuto che le differenze nelle
dimensioni delle coorti, dovute alle variazioni nel tempo della natalità, possono
provocare mutamenti nel modo in cui i vari ruoli vengono assegnati alle persone
appartenenti a diversi strati d’età. Ma è stato sicuramente il demografo americano
Richard Easterlin quello che ha presentato la versione più articolata e suggestiva di
questa ipotesi, cercando di ricondurre alle diverse dimensioni delle coorti fenomeni
assai diversi come l’età al matrimonio e i tassi di fecondità, di attività della
popolazione femminile, di criminalità e di suicidio.
Alla base dello schema interpretativo di Easterlin vi è il concetto di reddito relativo,
che nasce dal confronto fra le risorse economiche di cui una persona dispone (reddito
effettivo) e le aspirazioni che essa ha (reddito attesto). Le aspirazioni riguardo al
reddito si formano in genere durante l’infanzia e l’adolescenza e risentono della
situazione economica dei genitori. Dunque, il reddito che un individuo si attende
dipende da quello effettivo che aveva la sua famiglia di origine quando egli era
giovane.

Quanto maggiori sono le dimensioni di una coorte, tanto più basso è il livello di reddito
effettivo dei suoi componenti, perché questi ultimi soffrono degli svantaggi
dell’affollamento in famiglia (più figli meno cure al singolo), nella scuola
(sovraffollamento riduzione delle possibilità di apprendimento) e nel mercato del
lavoro (più offerta più difficile trovare un lavoro ben pagato). Dunque, il reddito
effettivo di un individuo dipende dalle dimensioni della sua coorte, quello atteso dalle
dimensioni della coorte dei suoi genitori. Il reddito relativo è quindi espressione del
rapporto esistente fra la coorte del soggetto e quella dei genitori. Se la prima ha
dimensioni maggiori della seconda, il reddito relativo è basso; altrimenti è alto.

Coloro che hanno un reddito relativo basso reagiscono in vari modi. Per cercare di
mantenere il livello di vita a cui sono stati abituati dai genitori si sposano tardi,
spingono la moglie a entrare nel mercato del lavoro, rimandano la nascita del primo
figlio e comunque non ne hanno tanti. Le tensioni a cui sono soggetti coloro che, pur
avendo un reddito basso, si sposano, li portano più frequentemente al divorzio. Le forti
situazioni di stress a cui sono sottoposti fanno crescere la propensione a commettere
reati e al suicidio.

Le ricerche condotte in questo campo hanno sottoposto a verifica la validità delle


ipotesi di Easterlin, mostrando che le dimensioni della coorte influiscono sulle scelte
procreative dei soggetti, ma non su altri tipi di comportamento. Queste ipotesi
sembrano utilizzabili solo per i paesi ad altro livello di sviluppo, nei quali i figli vengono
considerati alla stregua di beni di consumo e il controllo delle nascite è possibile e
facile.

Le fasi del corso della vita

L’idea che nella vita di un essere umano vi siano fasi diverse è molto antica. Pitagora
pensava fossero quattro: infanzia, adolescenza, giovinezza e vecchiaia. William
Shakespeare, in un brano famoso di Come vi piace, ha scritto che la vita è “un
dramma in sette atti: le sette età”.

Oggi i sociologi considerano il corso della vita non come biologicamente


determinato, ma come una costruzione sociale. Le ricerche antropologiche e quelle
storiche hanno infatti dimostrato in modo definitivo che esso e le fasi in cui si articola
variano nello spazio e nel tempo e che persino fatti biologici come la nascita, la
pubertà e la morte hanno assunto ed assumono un significato e un valore diverso nelle
diverse epoche e società.

I riti di passaggio

Il concetto di rito di passaggio è stato introdotto nelle scienze sociali dall’antropologo


Arnold Van Gennep, per indicare quelle cerimonie che accompagnano ogni
modificazione di posto, di stato, di posizione sociale e di età (riti celebrati in occasione
della nascita, della pubertà, del matrimonio, della morte).

Tutti questi riti hanno una struttura simile e passano attraverso tre diverse fasi. Nella
prima, detta preliminare o di separazione, una persona abbandona la posizione e le
forme di comportamento precedenti. Nella seconda, di transizione o di margine, il
soggetto non è né da una parte né dall’altra, è in una spazio intermedio (anche
chiamata liminare, paragonata alla morte o all’invisibilità). Infine, nella terza fase,
quella di aggregazione, una persona viene, reintrodotta nella società: è di nuovo in
uno stato relativamente stabile e ha diritti e doveri precisi.

Si prenda, ad esempio, la nascita. Essa dà luogo a molti riti, di separazione, di


margine e di aggregazione. Riti di separazione (dal suo mondo precedente cioè la
madre) sono il primo bagno, il lavaggio della testa, il massaggio del neonato. Con i riti
di margine, il bambino viene recluso in casa per un certo numero di giorni. Numerosi
erano infine i riti di aggregazione. Di solito, se era la madre che metteva
fisicamente al mondo il figlio, spettava al padre assicurargli una vita sociale e questo
avveniva in vari modi. Il più importante rito di aggregazione è l’imposizione del nome.

Altri riti accompagnano il passaggio dall’infanzia alla gioventù e da questa all’età


adulta. Nelle società, ad una certa età, i giovani maschi vengono separati dal mondo
precedente delle donne e dei bambini e isolati nella foresta o in una capanna. Durante
il periodo di isolamento, mentre si spezzavano i vecchi legami che hanno con la madre
e le sorelle, essi dimenticano i giochi e gli svaghi dell’infanzia e imparano a diventare
uomini e guerrieri. Il passaggio alla maturità comporta spesso la circoncisione o
qualche mutilazione, che hanno l’effetto di renderli uguagli ai membri della comunità
adulta. In questo nuovo mondo essi entrano con un rito di aggregazione.

Per le femmine, la cesura fondamentale era data dall’uscita dalla famiglia di origine e
dalla creazione di una nuova famiglia o dall’entrata in quella del marito. E questa
cesura veniva segnalata da vari riti di separazione e di aggregazione. A Firenze nel
Quattrocento, il rito del fidanzamento inizia con un primo incontro non pubblico
(impalmamento) fra i parenti dei due futuri sposi, preparato dai sensali. A distanza di
pochi giorni aveva luogo un secondo incontro fra i membri maschili delle due famiglie
che serviva a definire, con l’aiuto di un notaio, le condizioni del fidanzamento. Un terzo
incontro avveniva, il giorno dell’anello, a casa della fanciulla, dove il fidanzato si
recava con i suoi parenti e infilava al dito della donna l’anello nuziale.

Anche le nozze erano accompagnate da complessi riti di separazione e di


aggregazione. Prima di lasciare la casa paterna, la sposa si abbandonava a pianti
dirotti, si stringeva al collo della madre e mostrava in tutti i modi di non volere andar
via. Era compito dei parenti convincerla ad uscire. Il momento essenziale del rito di
aggregazione era l’incontro fra la sposa e la suocera. La suocera faceva resistenza ad
accettare la nuora e decideva di farla entrare in casa solo quanto quest’ultima aveva
dato prova di essere in grado di assumere il ruolo giusto nella famiglia in cui veniva
incorporata.

Il ruolo dei riti di passaggio è profondamente cambiato nel corso del tempo.
Contrariamente a quanto si pensa, alcuni di questi sono oggi più diffusi di cinquanta o
di cento anni fa. Il viaggio di nozze, usato all’inizio del XX secolo dalle famiglie
benestanti, oggi è un rito di tutti per segnalare l’autonomia della coppia rispetto ai
genitori. Altri riti sono di origine ancora più recente. Il caso è dell’acquisizione dello
status di guidatore (prendendo la patente e comprando la macchina) di un’automobile
che per un giovane costituisce oggi una tappa essenziale per il riconoscimento della
maturità sociale.

Ma nel complesso, nei paesi occidentali, i riti di passaggio hanno perso di importanza
nell’ultimo secolo. Lo steso di può dire del matrimonio, che è stato a lungo uno dei più
importanti riti di passaggio. Innanzitutto perché, da più di trent’anni, nei paesi
occidentali, l’inizio di una nuova famiglia è sempre più spesso segnato dalla creazione
di una convivenza more uxorio. In secondo luogo perché il rito del matrimonio è più
semplice di un tempo e ha meno frequentemente natura religiosa. Negli ultimi
decenni, in tutta Europa, vi è stato un forte aumento della quota delle coppie che
celebrano le nozze solo civilmente, anche se la frequenza con cui questo si verifica è
assai diversa da un paese all’altro.

Mutamenti nelle prima fasi

L’idea che vi siano stati storicamente grandi cambiamenti nella definizione del corso
della vita degli individui è stata sostenuta, negli ultimi decenni, da molti studiosi,
riguardo soprattutto all’infanzia e all’adolescenza. Philippe Ariès presentava due
tesi che hanno avuto grande risonanza nel mondo scientifico.

La prima è che l’infanzia e l’adolescenza sono invenzioni della società moderna e che
un tempo non esistevano come fasi distinte del corso della vita. Nel Medioevo, non
appena gli esseri umani raggiungevano l’autonomia fisica, entravano a far parte del
mondo degli adulti, quindi infanzia molto breve. Le prove più importanti che Ariès
adduce a sostegno di questa tesi sono tre: i bambini non portavano abiti riservati alla
loro età, ma appena usciti dalle fasce venivano vestiti come adulti; dall’arte medievale
essi venivano raffigurati come adulti in formato ridotto, senza nulla di infantile; in
francese e in altre lingue, non vi erano termini precisi per distinguere il bambino
dall’adolescente.

La seconda tesi è che nel passato i padri e le madri avevano un atteggiamento di


indifferenza nei riguardi dei figli, finché questi erano piccoli. Ariès sostiene che i
genitori non provavano un gran doloro di fronte alla morte di un figlio piccolo e la
consideravano come un incidente a cui porre rimedio mettendone al mondo un altro.
Questo era imparte dovuto alla elevata mortalità del tempo, che spingeva gli adulti a
sviluppare dei meccanismi di difesa e ad affezionarsi ai figli solo dopo che questi
avevano superato il primo anno di vita.

Secondo Ariès, la situazione cambiò radicalmente in età moderna, dapprima nei ceti
elevati in seguito in quelli intermedi, più tardi ancora nel resto della popolazione.
Nacque il sentimento dell’infanzia, l’idea che questa fosse una fase ben distinta del
corso della vita, con esigenze e problemi specifici. Il mondo dei bambini si separò da
quello degli adulti, a causa di due grandi mutamenti avvenuti in Europa a partire dal
XVI e dal XVII secolo. In primo luogo, ebbe inizio il lento processo di scolarizzazione.
Vennero istituiti i collegi e le scuole di carità. In secondo luogo, cambiarono la famiglia
e le relazioni fra genitori e figli: nacquero e si svilupparono l’amore materno e quello
paterno.
Sull’importanza delle tesi di Ariès non vi sono dubbi, ma sono anche stato sottoposte a
dure critiche.

L’infanzia

Basando sui risultati di accurate ricerche, molti storici hanno invalidato le due tesi di
Ariès. Riguardo alla seconda, essi hanno sostenuto che nessuno dei fatti che ci sono
noti fanno pensare che un tempo madri e padri avessero un atteggiamento di
indifferenze verso i figli. Quanto alla prima tesi, gli storici hanno mostrano che anche
nel Medioevo vi era un sentimento dell’infanzia e questo costituiva una fase distinta
del corso della vita.

Indubbio è comunque che, nei paesi occidentali, la condizione dell’infanzia è oggi assai
diversa da quella di un tempo. Per valuta appieno i mutamenti che vi sono stati si
pensi che, dalla fine del XV alla metà del XX secolo, in molti paesi europei, molte
decine di migliaia di neonati (detti trovatelli o esposti) sono stati abbandonati,
temporaneamente o definitivamente, dai loro genitori. Per molto tempo, essi furono
lasciati davanti a qualche abitazione o sui gradini di una chiesa. Nella prima metà
dell’Ottocento un numero sempre maggiore di neonati entrò nei brefotrofi attraverso la
ruota o il torno, un attrezzo che faceva suonare un campanello quanto un neonato vi
veniva immesso, in modo da avvisare chi aveva il compito di accogliere il neonato.
Addosso portavano spesso un segno di riconoscimento, che consentisse in futuro
l’identificazione dal bambino nel caso di una richiesta di restituzione da parte di uno
dei due genitori (monete intere o a metà, catenine). Ma moltissimi di questi bambini
morivano nei giorni immediatamente successivi all’esposizione.

La pratica dell’abbandono dei neonati non ha avuto la stessa importanza in tutta


Europa. Rara in Scandinavia e nei Paesi Bassi, in Inghilterra e in Germania, essa ha
avuto grande diffusione nei paesi cattolici: in Italia, in Francia e nella penisola iberica.
Inoltre, nell’Europa del sud il numero degli esposti ha subito nel corso del tempo varie
fluttuazioni. Comunque, un po’ ovunque il numero degli esposti toccò il punto più alto
nella prima metà dell’Ottocento.

Per spiegare un fenomeno così complesso come l’abbandono dei neonati è necessario
tener conto di una pluralità di fattori di ordine economico, demografico e culturale.
Comunque nella seconda metà del XIX e durante il XX secolo anche nell’Europa
meridionale l’uso di abbandonare i neonati è quasi del tutto scomparso.

Le condizioni dell’infanzia nei paesi occidentali è diversa da quella di un tempo anche


per molti altri paesi. Nel corso del Novecento, che è stato chiamato il “secolo del
bambino”, nei paesi occidentali ha avuto grande diffusione l’idea che i bambini
abbiano diritti e privilegi, che debbano essere allevati ed educati in famiglia e a
scuola, che debbano essere protetti dagli abusi e dai maltrattamenti degli adulti. A
questa condizione dell’infanzia si è giunti, nei paesi occidentali, attraverso numerosi
cambiamento. Ma uno dei più importanti è stato l’introduzione dell’obbligo scolastico
che ha avuto luogo in alcuni paesi nel XVIII e in altri nel XIX secolo e che lentamente
fatto aumentare dai sette agli undici e poi ai quattordici anni l’età di ingresso nel
mercato del lavoro.
Nei paesi in via di sviluppo, milioni di bambini lavorano duramente per molte ora al
giorno. In Asia, centinaia di miglia di bambini vengono rapiti ogni anno ed avviati alla
prostituzione. Secondo i risultati di alcune ricerche, in alcuni di questi paesi non trova
conferma nella realtà l’assunto di fondo di tutte le politiche per l’infanzia: che la
persona che si prende cura dei bambini è la madre biologica, questo può dipendere
dalla mancanza di risorse, dovute alla vedovanza, al divorzio, a crisi politiche o
economiche. Soprattutto nell’Africa sub sahariana e nell’America Latina, in cui un’alta
percentuale dei bambini non vive con la madre.

La gioventù

Criticando Ariès, numerosi storici hanno cercato di dimostrare che la gioventù non è
un’invenzione della nostra epoca, ma che è esistita come fase distinta della vita in
tutte le società del passato anche se la sua concezione e la sua durata sono cambiate
nel corso del tempo.

Per indicare questa fase, alcuni studiosi usano oggi come sinonimi i due termini
“adolescenza” e “gioventù”. A tutti è chiaro che la gioventù non coincide con la
pubertà, cioè con il passaggio dalla condizione fisiologica del bambino a quella
fisiologica dell’adulto, che è caratterizzata dallo sviluppo degli organi sessuali, dei
caratteri sessuali secondari e dall’accrescimento scheletrico e muscolare.

La pubertà va all’incirca dai 10 ai 19 anni. Essa incomincia e termina prima nelle


ragazze che nei ragazzi. Durante questo periodo nelle prime si sviluppa il seno, si
allarga il bacino, compaiono i peli pubici; nei ragazzi si ingrossano pene e testicoli e
crescono le superfici pilifere. In entrambi si ha un forte aumento del ritmo di sviluppo
del peso e dell’altezza (scatto di crescita). Esso varia per quanto riguarda l’età a cui ha
inizio, l’intensità e la durata.

Pur essendo un processo di natura biologica, la pubertà risente anche dell’influenza


dei fattori sociali. In passato si è spesso osservato che l’età al menarca variava a
seconda del ceto sociale (più precoce nella ragazze dell’aristocrazia e della borghesia
che in quelle delle famiglie agricole. Ma oggi sappiamo anche che in Europa,
nell’ultimo secolo e mezzo, l’età al menarca si è ridotta passando da 17 a 13 anni.
Diminuita è l’età a cui, nei maschi, si abbassa la voce, mentre è aumentata la statura
sia dei maschi che delle femmine. Questa tendenza all’anticipazione della pubertà è
riconducibile a due fattori: al miglioramento dell’alimentazione e alla forte riduzione
del lavoro infantile.

La gioventù è il passaggio dallo status sociale di bambino a quello di adulto. Ma


questi due status vengono definiti in modo diverso in ogni società e in ogni epoca. In
genere si può dire che una persona, di sesso sia maschile che femminile, diventa
adulta quando ha varcato alcune soglie: ha concluso il percorso formativo; ha
un’occupazione relativamente stabile; ha lasciato la casa dei genitori; si è sposata; è
diventata per la prima volta madre o padre.

Nel passato vi sono state grandi variazioni nello spazio e nel tempo riguardo all’età in
cui si superavano queste soglie. Assai diversa era l’età in cui ci si sposava. Due sistemi
di formazione della famiglia erano importanti. Il primo era diffuso nell’Europa centro –
settentrionale, il secondo in quella orientale, in parte in quella meridionale e in Asia.
Dove dominava il primo, gli sposi seguivano di solito la regola di residenza neolocale,
cioè mettevano su casa per conto proprio, formando una famiglia nucleare, e l’età del
matrimonio era assai elevata. Laddove prevaleva il secondo sistema, gli sposi
seguivano la regola di residenza patrilocale, andando a vivere nella famiglia del marito
e i matrimonio venivano celebrati in giovane età.

Il diverso sistema di formazione della famiglia influiva sulla durata e le caratteristiche


della gioventù. Dove dominava il primo si restava giovani più a lungo. Date le norme
sociali del tempo, ciò significa che una notevole parte della popolazione restava
esclusa per lungo tempo da ogni attività sessuale, si formavano gruppi di giovani
maschi che regolavano e organizzavano il corteggiamento.

Importante è il fatto che laddove si seguiva il primo sistema di formazione della


famiglia vi era una forte discontinuità nel passaggio dalla gioventù all’età adulta. Il
matrimonio coincideva con la creazione di una nuova famiglia e, nel caso dell’uomo,
con il passaggio dalla dipendenza dal padre alla piena autonomia. La gioventù era una
sorta di fase di preparazione alla formazione di una nuova famiglia. Figlie e figli
uscivano assai giovani di casa per andare a servizio da altri e mettendo da parte le
risorse necessarie a mettere su casa per conto proprio. La gioventù era una fase di
forte mobilità geografica, dedicata all’istruzione e al risparmio.

Nelle zone in cui dominava il secondo sistema la gioventù durava assai meno, dato
che il matrimonio era precoce, e prima si avevano rapporti sessuali. Inoltre, poiché gli
sposi andavano a vivere nella casa dei genitori del marito, quest’ultimo restava sotto
l’autorità del padre e dunque non vi era una forte discontinuità nel passaggio dalla
gioventù all’età adulta. Seguendo la regola di residenza patrilocale, i giovani non
dovevano procurarsi le risorse necessarie a metter su casa, andare al servizio da altri
e risparmiare.

Ma in tutta Europa, alla fine del XVIII secolo, si verificarono due importanti mutamenti
che ridussero almeno in parte le differenze esistenti fra le sue varie zone. In primo
luogo, dopo la rivoluzione francese, fu introdotta la coscrizione universale
obbligatoria e si affermò l’idea che l’acquisizione dei diritti civili dipendesse
dall’assolvimento del servizio di leva. Dopo la rivoluzione francese, l’età fissata per il
servizio militare fu intorno ai vent’anni. Da allora, per i maschi, la guarnigione divenne
un luogo di separazione da tutto il resto (genitori, parenti). E il servizio militare
divenne sempre più un evento che segnava la fine della gioventù. In secondo luogo,
mentre nelle società di antico regime i figli erano soggetti all’autorità del padre finché
vivevano nella famiglia di origine, quale che fosse la loro età, alla dine del XVIII secolo,
in tutti i paesi europei si affermò il principio che una volta raggiunta la maggiore età
(25 anni) i figli si emancipavano dalla patria potestà.

Anche nell’ultimo quarantennio, in tutti i paesi occidentali, sono avvenuti profondi


mutamenti. Vi è stato un prolungamento della fase giovanile, si finisce di studiare e si
entra nel mercato del lavoro più tardi di un tempo. Questo si è verificato in tutti gli
strati della popolazione. Tuttavia anche oggi, come del resto un tempo, il passaggio
all’età adulta è tanto più precoce quanto più bassa è la classe sociale di origine.

Pur essendosi verificato in tutto l’Occidente, il fenomeno del prolungamento della


fase giovanile ha assunto aspetti parzialmente diversi nei vari paesi. Significativo è
quanto è avvenuto riguardo all’uscita dalla casa dei genitori. In genere, dal 1940 ad
oggi, la percentuale dei giovani che vivono con i genitori è diminuita nel primo
ventennio ed è poi aumentata di nuovo nel periodo successivo. In tutti questi paesi, il
prolungamento della permanenza dei figli nella famiglia d’origine è in gran parte
dovuto alla fortissima tendenza che vi è stata a differire il matrimonio. Prendendo in
considerazione solo celibi e nubili si vede che la quota di coloro che vivono con i
genitori è costantemente diminuita nell’ultimo mezzo secolo. Anche se questa
tendenza è comune a tutti i paesi occidentali, vi sono fra loro importanti differenze.
Oggi, nell’Europa occidentale, vi sono due diversi modelli di formazione delle nuove
famiglie. Il primo è caratterizzato dalla presenza di tappe intermedie nel passaggio
dalla famiglia d’origine a quella nuova (unione di fatto e si ha spesso un figlio prima di
sposarsi). Nel secondo modello, le tappe intermedie hanno scarso rilievo o mancano
del tutto (lasciano la famiglia tardi, si sposano e dopo hanno un figlio). Il primo
modello domina in: Finlandia, Svezia, Danimarca, Olanda, UK, Belgio, Francia,
Germania, Austria e Svizzera. Il secondo prevale in: Italia, Grecia, Spagna, Portogallo,
Irlanda.

Osservando il nostro ragionamento si giunge alla conclusione che, anche in passato,


nell’Europa centro – settentrionale, la giovinezza durava a lungo. Vi sono tuttavia due
grandi differenza tra la situazione di allora e quella di oggi. La prima è che un tempo,
anche se ci si sposava tardi, si cominciava a lavorare presto. La seconda è che nel
passato un’alta quota dei giovani restava esclusa dall’attività sessuale, esattamente il
contrario di oggi.

Il prolungamento della fase giovanile che si è avuto nei paesi occidentali nell’ultimo
quarantennio è riconducibile alla diffusione della scolarità di massa e alle
trasformazioni avvenute nell’economia. Ma in parte esso è dovuto a un’accentuata
tendenza dei giovani di oggi alla valorizzazione del “sé”, i quali rimandano quanto più
possibile ogni scelta che non consenta la piena autorealizzazione.

La vecchiaia

Di solito si pensava che le persone anziane godessero in passato di un potere e di un


prestigio considerevoli e che li abbiano in gran parte perduti nel corso di quel lungo
processo di modernizzazione che ha avuto inizio negli ultimi decenni del XVIII secolo.

Ma che le cose non stiano esattamente in questi termini è stato messo in luce dalle
ricerche condotte dagli antropologi e dagli storici. I primi hanno mostrato che
certamente, nelle società primitive, miti e leggende esaltavano il ruolo degli anziani,
ai quali venivano attribuiti poteri magici, finché godevano di buona salute; ma se le
loro condizioni di salute peggioravano, se diventavano fisicamente e intellettualmente
inefficienti, l’atteggiamento degli altri nei loro confronti cambiava ed essi venivano
ignorati, trascurati e maltrattati. E in effetti nel 20 % delle società primitive per le quali
si hanno dati, gli anziani venivano uccisi quanto diventavano un peso per gli altri.

Alcuni antropologi hanno rilevato che gli anziani in cattive condizioni di salute vengono
talvolta uccisi anche nelle società in cui godono di un alto status (negli Irochesi
godevano di alto status ma venivano uccisi se non camminavano più). Per spiegare
questo paradosso è necessario tenere presente che, in alcuni luoghi e in determinati
periodi storici, il togliere la vita a persone vecchie e deboli veniva considerato o come
una dolorosa necessità o addirittura come una sorta di servizio che si rendeva loro
perché altrimenti queste sarebbero morte di fame (a volte erano gli anziani stessi a
chiederlo). In altre società erano i figli a chiedere l’autorizzazione a sbarazzarsi degli
anziani.

Fra le varie società primitive vi sono comunque importanti differenze, per il modo in
cui gli anziani vengono trattati, che almeno in parte possono essere spiegate.

Le ricerche condotte negli ultimi decenni fanno pensare che altre condizioni, oltre allo
stato di guerra e alle difficoltà di alimentazione, influissero sul modo in cui venivano
trattate le persone anziane. Così, ad esempio, queste venivano uccise più spesso nelle
società di caccia e raccolta che in quelle agricole, perché nelle prime le tribù si
spostavano di continuo e non avendo animali né mezzi meccanici di trasporto le
persone invalide costituivano un peso straordinario.

Fra le società agricole ve ne sono state alcune (cinese) in cui gli anziani godevano di
grande potere e prestigio e continuavano ad essere curati dai figli e dai parenti anche
quanto non erano più autosufficienti. In Europa libri e prediche raccomandavano il
rispetto nei riguardi delle persone anziane. Ma nella realtà le cose andavano in modo
assai diverso. Molto dipendeva comunque dalla condizione economica e sociale della
famiglia. Quanto più alto era il ceto sociale di appartenenza e più grande il patrimonio
di un vecchio, tanto più probabile era che i figli lo rispettassero e si prendessero cura
di lui.

La terza età e il pensionamento

Almeno nei paesi occidentali, la situazione degli anziani è profondamente cambiata


dopo la seconda guerra mondiale. In primo luogo, il loro peso numerico sul totale della
popolazione è fortemente cresciuto. In secondo luogo, il termine “vecchiaia” ha
assunto un significato nuovo e viene spesso sostituito dall’espressione terza età, che
indica quella fase della vita che inizia con la pensione ed è caratterizzata da un grande
aumento del tempo libero e delle possibilità di realizzazione personale, e che viene
tenuta distinta da quarta età, che è quella della dipendenza fisica dagli altri. In terzo
luogo, è mutata la situazione economica degli anziani, grazie soprattutto all’istituzione
e allo sviluppo del sistema universale di pensioni di vecchiaia.

Il pensionamento è un’istituzione sociale di origine relativamente recente. Oggi,


nelle società occidentali, con questo termine si indica il passaggio da una fase a
un’altra della vita, la fine del periodo di lavoro e l’inizio di quello del tempo libero, delle
attività non economiche. Ma un tempo il ritiro dal lavoro aveva un significato del tutto
diverso, soprattutto perché non erano stati ancora istituiti i sistemi pensionistici; i
contadini proprietari lasciavano le terre ai figli in cambio del loro mantenimento,
mentre, chi non possedeva nulla cercava di rimanere economicamente attivo il più a
lungo possibile. Dunque, la vecchiaia coincideva un tempo con il declino fisico,
l’incapacità lavorativa, la dipendenza dagli altri.

La situazione iniziò a cambiare nell’Ottocento. Il primo programma di pensionamento


di massa fu lanciato nel 1889 da Bismarck in Germania e da qui si diffuse in molti altri
paesi europei, fra i quali il nostro, dove nel 1898 fu istituita la Cassa nazionale di
previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai, serviva per vecchi operai poveri
che non potevano badare a loro stessi e non potevano servirsi dell’aiuto dei figli.

Nei decenni successivi il sistema pensionistico fu ovunque esteso agli altri strati
della popolazione e cambiò natura. Si possono individuare due modelli principali: uno
universalistico, l’altro occupazionale. Nei paesi che hanno seguito il primo, le pensioni
sono state concepite, fin dall’inizio, per tutti i cittadini, quale che fosse la loro attività
lavorativa (Svezia 1913, Danimarca, Norvegia, Finlandia anni 30’, Gran Bretagna
1946). Ritroviamo invece il secondo modello nei paesi dell’Europa continentale
(Francia, Belgio, Germania, Austria e in parte l’Italia) nei quali si è partiti con schemi di
pensioni riguardanti alcune categorie di lavoratori dipendenti, procedendo poi a
includere ad una ad una tutte le altre. In Italia dal 1969 si ha l’assicurazione
pensionistica per tutti gli ultra sessantacinquenni.

Nei paesi occidentali, l’allargamento del sistema delle pensioni a tutti gli strati della
popolazione ha avuto un’accelerazione dopo la seconda guerra mondiale. Dopo di
allora è anche fortemente aumentato il livello delle pensioni. Oggi, la pensione è il 60
% del salario. Il sistema di pensioni moderno riguarda tutti i cittadini. Esso non serve
più a prevenire la povertà, ma è rivolto a far mantenere a tutti i lavoratori, anche dopo
che sono usciti dal mercato del lavoro, lo standard di vita di cui hanno goduto negli
anni precedenti

Prepensionamento e tassi di attività

Alla metà degli anni settanta il sistema pensionistico era ampiamente sviluppato e le
leggi prevedevano che gli uomini potessero lasciare il lavoro per raggiunti limiti d’età a
65 anni, le donne un po’ prima. Per questo il tasso di attività della popolazione
maschile con oltre 65 anni era il 20 %. A partire dal 1970 e per tutto il ventennio
successivo si è avuta una flessione anche del tasso di attività della popolazione
maschile dai 60 ai 64 anni. Esso è diminuito ovunque, a causa della tendenza al
prepensionamento che si è avuta in questo periodo in tutti i paesi sviluppati e che
riguardano entrambi i generi (maschile e femminile).

Il prepensionamento è stato favorito in vari modi dai governi dei paesi sviluppati per
dare una risposta alle crescenti difficoltà di occupazione. Ma esso è stato voluto, dagli
imprenditori, dai sindacati e dagli operai più anziani. Attraverso questa strada, gli
imprenditori hanno cercato di ridurre e svecchiare la forza lavoro (dipendenti anziani
costano più e rendono meno). I sindacati hanno aderito a questa soluzione con
l’obbiettivo di favorire l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Infine, gli operai
più anziani non si sono opposti perché facevano sempre più fatica ad adattarsi alle
nuove tecnologie e alle mutate condizioni del lavoro.

L’abbassamento dell’età del pensionamento è avvenuto in un periodo in cui, nei paesi


occidentali, molti fattori sembravano spingere in senso opposto. Il primo è che la
durata della vita media, anche a 60 anni, è cresciuta. Di conseguenza il periodo di
pensionamento si è allungato. Il secondo fattore è che il peso della popolazione
anziana è fortemente cresciuto, facendo aumentare spaventosamente i costi. Il terzo
fattore è che i sessantenni di oggi godono di un livello di istruzione e di condizioni di
salute migliori di quelli delle coorti precedenti. Il quarto è che una parte crescente
dell’opinione pubblica ha fatto propria l’idea che l’essere attivo è per l’individuo il
modo migliore per ritardare l’invecchiamento fisico e psichico.

Ecco perché negli ultimi anni i governi stanno cercando di elevare l’età pensionabile.

Razze, etnie e nazioni


Il concetto di razza

Si può dire che ogni forma di “sapere” parte dalla classificazione. Apparentemente
l’operazione di classificazione può sembrare semplice, ma non è così. Le complicazioni
derivano della particolare struttura ad albero della maggior parte delle
classificazioni per cui ogni “classe” comprende un pluralità di sottoclassi, ma,
soprattutto, dal fatto che per classificare qualsiasi insieme di oggetti bisogna sapere
bene in base a quali proprietà si intende classificarli. La regola logica in base alla quale
si opera una classificazione dice che ad una “classe” appartengono oggetti simili per
certe proprietà (genere prossimo) che li distinguono dagli oggetti di altre “classi” dello
stesso livello, nelle quali quindi queste proprietà sono assenti (differenza specifica).

Anche gli esseri che appartengono alla specie umana possono venire classificati
seguendo questa logica. Dobbiamo prima di tutto decidere in base a quali proprietà
operare la classificazione. Possiamo decidere di classificare gli esseri umani in base ad
un certo numero di caratteristiche somatiche che in genere compaiono associate
(pelle, labbra, forma del cranio). Compiendo questa operazione classifichiamo in razze
la specie umana. Possiamo infatti definire la razza come un insieme di esseri umani
che condividono alcune caratteristiche somatiche.

A seconda del numero di caratteristiche considerate varia anche il numero delle razze
identificate; per certi studiosi le razze umane fondamentali sono quattro (bianchi, neri,
gialli e amerindi), poiché assumono come criterio discriminante il solo colore della
pelle, per altri il numero sarebbe più elevato. Già Darwin aveva notato come il numero
delle razze, a seconda degli studiosi, potesse oscillare da due a sessantatrè. Cavalli
Sforza suggerisce a rinunciare ad una classificazione su solide basi scientifiche valida
una volta per tutte, poiché impossibile o arbitraria. Resta comunque il fatto che le
popolazioni umane differiscono per alcuni tratti somatici e che una classificazione
serve come primo strumento per orientarsi nella diversità umana.

I tratti che vengono presi in considerazione per la classificazione delle razze sono
caratteristiche ereditate. Tra i milioni di informazioni genetiche che ci vengono
trasmesse dai nostri genitori attraverso i cromosomi, ve ne sono alcune che
contengono le informazioni necessarie a farci nascere e crescere come esemplari di
una razza determinata. Le razze quindi esistono come prodotto di un’operazione di
classificazione e le differenza tra le razze sono differenze genetiche che riguardano
solo una piccola parte del nostro patrimonio genetico. Il fatto che le differenze
genetiche tra individui di una stessa razza siano quantitativamente più rilevanti delle
differenze genetiche tra individui di razze diversa ha fatto ritenere a molti biologi che il
concetto di razza sia un concetto biologicamente irrilevante. Non lo è da punto di vista
sociologico poiché le differenze somatiche sono state assunte negli ultimi due secolo
della storia delle società umane per significare, e giustificare, altre differenze di ordine
morale, intellettuale e comportamentale non riconducibili a differenze biologiche
Il razzismo: dottrine, atteggiamenti e comportamenti

All’inizio del XIX secolo iniziano a circolare dottrine che attribuiscono alla razza tratti
del carattere e del comportamento che nulla hanno a che fare con le differenze
somatiche. Queste dottrine si fondano su una serie di credenze: che vi sia una
corrispondenza tra caratteristiche somatiche e tratti mentali e morali, che quindi
anche questi ultimi siano trasmessi per via ereditaria e siano immodificabili, che
l’organizzazione sociale rifletta la divisione dell’umanità in razze distinte, che vi sia
una gerarchia naturale tra le razze e che questo giustifichi il dominio e lo sfruttamento
da parte delle razze che si autodefiniscono come superiore sulle razze definite
inferiori.

La concezione dominante della natura, come ambito dove vigono “leggi” non
manipolabili dall’azione umana e dalla volontà umana, è un potente strumento di
giustificazione delle disuguaglianze. Nonostante il dominio crescente che l’uomo
sembra esercitare su alcuni processi della “natura”, incute sempre timore e tutte le
differenze tra gli uomini che possono essere sancite da “leggi naturali” ne risultano
per questo fatto rafforzate.

Comunque è chiaro che le dottrine della razza si fondano su un forte determinismo


biologico in base al quale il comportamento di individui, gruppi e intere civiltà risulta
determinato dall’appartenenza razziale. Per i sostenitori di queste dottrine, quello che
conta per spiegare le differenze tra gli uomini è il fatto di far parte per nascita di una
razza i cui caratteri e destini sono iscritti nell’ordine naturale.

Le conoscenze accumulate in questo secolo ci hanno fornito la prova che queste teorie
non sono scientificamente dimostrabili.

Gli studi sulla distribuzione dei punteggi medi del quoziente di intelligenza (QI) in
popolazioni appartenenti a razze diversa sono da vari decenni al centro del dibatti
sull’esistenza o meno di differenze mentali e comportamentali associate alla differenze
somatiche. In primo luogo, non sappiamo bene che cosa si l’intelligenza e che cosa
misurino i test di intelligenza; è assai probabile che essi misurino la capacità di
risolvere problemi che sono più familiari alle persone di un’elevata classe sociale.
Inoltre, tali capacità dipendono senz’altro dall’efficacia dei processi di allevamento,
apprendimento e istruzione che ovviamente dipendono a loro volta dall’ambiente
sociale e familiare di crescita e formazione.

I fattori ambientali sono decisi per determinare l’esito di qualsiasi processo


biologico. Molte ricerche condotte sulla distribuzione del quoziente di intelligenza in
popolazioni esposte a diverse condizioni ambientali (diverse “cure” educative) hanno
dimostrato al di là di ogni dubbio che l’ambiente conta moltissimo, senza per questo
dover escludere che anche fattori genetici possano esercitare una certa influenza.

In ogni caso, si può dire che è meglio evitare ogni sorta di determinismo unilaterale,
sia ambientale sia biologico. Patrimonio genetico e ambientale socio – culturale sono
entrambi fattori che condizionano lo sviluppo degli esseri umani e, allo stato attuale
delle conoscenze, non siano in grado di valutare l’entità del condizionamento
ambientale rispetto a quello genetico e viceversa, anche se questi due fattori si
influenza reciprocamente.
Tuttavia nelle popolazioni dove vi è uno scarso incontro con le altre (isolamento
prodotto dalla configurazione orografica del terreno) e, di conseguenza, i suoi membri
si accoppiano solamente tra loro, tenderanno a diventare geneticamente omogenee
per un processo che i biologi chiamano di deriva genetica. Talvolta, tuttavia, le
barriere sociali sono anche più efficaci delle barriere fisiche e geografiche; la divisione
di una società in caste, che pure vive nello stesso territorio, è in grado di ostacolare gli
incroci genetici quanto e anche più di una catena montuosa. In questo caso fattori
ordine socioculturale, influenzano la scelta del partner, influenzano anche la
distribuzione dei caratteri genetici. Questo processo prende il nome di selezione
sessuale.

Il riconoscimenti del fatto che esistano tra gli uomini anche differenze genetiche, non
giustifica affatto le disuguaglianze tra popolazioni di razza diversa sul piano morale
giuridico. Possiamo infatti chiamare dottrine razziste quelle dottrine, quegli
atteggiamenti e quelle pratiche che discriminano, sulla base dell’appartenenza
razziale, l’accesso all’esercizio di diritti e a determinate opportunità e posizioni sociali.
Una dottrina è razzista quando assume la razza come fattore determinante dei
rapporti umani, dell’organizzazione sociale e dei comportamenti dei singoli. Queste
dottrine non avrebbero fortuna se ad esse non facessero riscontro atteggiamenti e
comportamenti discriminatori largamente diffusi, che si manifestano in gruppi che
trattano come inferiori altri gruppi per la sola appartenenza razziale. Naturalmente,
perché questi atteggiamenti e comportamenti possano svilupparsi è necessario che
popolazioni appartenenti a razze diverse entrino in contatto, spesso per effetto di
movimenti migratori.

Parliamo di discriminazione razziale quando in una società ai membri di una


popolazione identificata per le sue caratteristiche, reali o presunte, di razza, viene
negato l’accesso all’esercizio di una serie di diritti. Alcune forme di discriminazione
sono legali, nel senso che fanno riferimento a divieti sanciti dalla legge, in altri casi
invece si tratta di discriminazioni di fatto. Ciò si verifica quanto l’impedimento
all’esercizio dei diritti è costituito da comportamenti discriminatori fondati su
atteggiamenti e opinioni ostili. Anche se in molte società contemporanee le forme
“legali” sono state abolite, le forme “di fatto” mantengono spesso inalterata la loro
efficacia (restrizioni che impediscono di diventare proprietari di beni immobili, di
accedere a certi mestieri e professioni, di usufruire dei servizi pubblici o di frequentare
locali dove accedono liberamente gli altri abitanti). Questi divieti o impedimenti di
fatto creano attorno al gruppo oggetto di discriminazione delle barriere che producono
isolamento e segregazione sia fisica sia sociale.

Taguieff introdusse una distinzione per rendersi conto di come con la parola razzismo
si indichino realtà anche molto diverse tra loro. Un conto è quando il concetto di razza
viene applicato in prima istanza al proprio gruppo (auto – razzizzazione) per affermare
la superiorità e, soprattutto, per garantirne la purezza; e un conto è quando la razza
viene intesa come sinonimo di civiltà inferiore e arretrata (etero – razzizzazione). Nel
primo caso, coloro che non appartengono alla “razza” vengono percepiti come un
pericolo alla sicurezza, integrità e purezza, la loro presenza viene presentata come
incompatibile con la comune convivenza e viene scatenata una reazione di rigetto che
arriva fino allo sterminio e al genocidio. Nel secondo caso, invece, le razze considerate
inferiori diventano oggetto di sfruttamento e di segregazione e si punta alla loro
graduale assimilazione alla cultura dominante (esempio del primo caso è
l’antisemitismo culminato nell’olocausto, esempio del secondo caso è il fenomeno
dell’apartheid).

Quattro casi di discriminazione razziale

L’antisemitismo

Il fenomeno dell’antisemitismo è molto antico e affonda le proprie radici nella storia


dell’ostilità nei confronti del popolo ebraico che data fin da prima dell’avvento dei
cristiani. Originariamente popolo di beduini semiti, gli ebrei si trasformarono dapprima
in agricoltori e quindi nel primo popolo urbano e letterato della storia. In seguito, essi
si trovarono a vivere, attraverso secolari vicende di migrazioni, di fughe e di
deportazioni tra popolazioni prevalentemente agricole e per lo più analfabete nei
confronti delle quali finirono per sviluppare un sentimento di superiorità.

Questa singolare posizione sociale, economica e culturale trovava un potente sostegno


nella religione. La religione ebraica fu la prima religione monoteista, fondata cioè sulla
credenza in un unico dio che aveva riservato al popolo ebraico la posizione privilegiata
di “popolo eletto”. Le religioni monoteiste tendono ad alimentare forti atteggiamenti di
intolleranza religiosa.

Popolo senza territorio, e quindi senza stato, minoranza tra popolazioni di religione
diversa, sottoposti alla pressione delle autorità politico – religiose che mal ne
tolleravano la presenza, esposti a periodiche cacciate e a frequenti eccidi (pogrom),
gli ebrei hanno tuttavia mantenuto nei secoli una loro identità collettiva per effetto di
un duplice processo di esclusione e di autoesclusione nei confronti delle società che li
ospitavano. Le comunità ebraiche svilupparono pressoché ovunque due dinamiche
contrapposte: da un lato la tendenza al rafforzamento della propria identità attraverso
la difesa dell’ortodossia religiosa e il divieto di sposarsi al di fuori della comunità
(endogamia), dall’altro lato la tendenza all’assimilazione attraverso l’occultamento
della propria identità e, al limite, attraverso la conversione alla religione dominante del
paese in cui si trovavano a vivere.

Nel tardo Medioevo, esclusi di fatto o di diritto da quasi tutti i mestieri, gli ebrei si
specializzarono nel mestiere interdetto ai cristiani: il prestito ad interesse (usura). Ciò
li poneva in una posizione ad un tempo “centrale” e “marginale”: centrale perché
permetteva loro di intrattenere rapporti con le corti, i ceti dominanti e i nascenti centri
dell’attività finanziari, marginale perché li escludeva dalle più importanti attività
produttive e dalla rete delle relazioni nella sfera socioculturale. Questa posizione
sociale trova espressione nelle diverse forme di segregazione spaziale delle comunità
ebraiche e, soprattutto nell’istituzione del ghetto.

La tendenza alla concentrazione abitativa degli ebrei in vie e quartieri particolari


all’interno delle città si manifesta in Europa già all’inizio del Medioevo. In quel periodo
questo fenomeno era prodotto per lo più dalle scelte volontarie delle comunità
ebraiche che trovavano nella vicinanza spaziale un fattore di solidarietà e di
protezione nei confronti di un mondo esterno spesso ostile. In seguito, soprattutto per
effetto della crescente intolleranza religiosa nell’epoca della Controriforma, la
segregazione spaziale divenne sempre più frequentemente oggetto di specifiche
misura legislative che impedivano agli ebrei di risiedere al di fuori delle aree a loro
riservate, per lo più ai margini delle mura cittadine. Con la nascita del ghetto, un
quartiere circondato da mura nel quale gli ebrei erano obbligati a risiedere e le cui
porte venivano chiuse ogni sera, la segregazione spaziale da fenomeno difensivo di
auto separazione assume il significato di strumento di reclusione volto ad evitare il
“contagio” e a impedire l’integrazione e l’assimilazione culturale delle comunità
ebraiche.

La doppia dinamica mediante la quale un gruppo assume un’identità collettiva tanto


più forte quanto più tale identità gli viene attribuita e continuamente ribadita dal
mondo esterno trova, nel caso degli ebrei, l’esemplificazione più evidente.

La reclusione e segregazione operate dal ghetto, se da una parte discriminavano gli


ebrei mettendoli al margine della vita civile, sono state tuttavia nello stesso tempo
strumenti di perpetuazione di una tradizione e di rafforzamento di una solidarietà e
identità collettive che altrimenti si sarebbero sensibilmente indebolite.

L’affermazione dei diritti umani e civili seguita alla rivoluzione francese significò per gli
ebrei l’emancipazione sul piano giuridico e aprì nuove opportunità di integrazione sul
piano economico, sociale e culturale. Le nuove ideologie nazionaliste che si diffusero
in Europa nel XIX secolo alimentarono nuove forme di ostilità nei confronti di una
comunità che, accanto all’identità nazionale, manteneva un’altra identità collettiva.
Mentre da un lato molti esponenti delle comunità ebraiche si affermavano in vari
campi, le correnti dell’antisemitismo facevano breccia in strati profondi dell’opinione
pubblica dei paesi europei.

Essi divennero il capro espiatorio per eccellenza e cui imputare tutte le crisi di quegli
anni. L’antisemitismo trovava un fertile terreno di diffusione soprattutto in personalità
fragili, educate in modo autoritario e appartenenti a ceti minacciati dagli
sconvolgimenti prodotti dalle periodiche crisi economiche e sociali. L’antisemitismo fa
parte di un’ideologia complessa, caratterizzata da un estremo conservatorismo, supina
sottomissione dell’autorità, ma, nello stesso tempo, feroce autoritarismo verso coloro
che sono più deboli e hanno minor potere, il tutto sostenuto da idee etnocentriche che
pongono il proprio gruppo al vertice dei valori.

Queste tendenze culminarono nel tentativo sistematico di sterminio perpetuato


durante la seconda guerra mondiale dal regime nazista nei campi di concentramento
dove erano stati deportati milioni di ebrei da tutte le zone occupate dalle armate di
Hitler. La persecuzione subita rafforzò molto il movimento sionista e si arrivò così nel
1948 alla fondazione in Palestina dello stato di Israele verso il quale emigrarono per
ondate successive molti ebrei da tutto il mondo (Europa orientale e Nord Africa). Ciò
apri tuttavia un nuovo fronte di lotta tra Israele e il mondo islamico che produsse una
lunga catena di guerre fino ai giorni nostri. Anche se la maggioranza degli ebrei vive
attualmente al di fuori dello stato di Israele e risulta assai bene integrata nelle
democrazie occidentali, la questione ebraica resta, nel mondo moderno, un nodo
irrisolto.

Il “dilemma americano”
Poco prima della seconda guerra mondiale, la fondazione Carnegie affidò a Gunnar
Myrdal, la conduzione di una grande indagine sulla popolazione di colore al fine di
individuare gli ostacoli che si frapponevano alla sua integrazione nella società
nordamericana. Myrdal arrivò alla conclusione che tra i valori egualitari del credo
americano, solennemente sanciti nella Costituzione e fatti propri dalla maggioranza
della popolazione, e le pratiche discriminatorie cui veniva sottoposta la popolazione di
colore, perdurava una profondo e drammatico contrasto e che tale contrasto impediva
un’esplicita presa di coscienza del problema da parte della maggioranza bianca.
Inoltre la discriminazione attuata dalla maggioranza che si riteneva superiore nei
confronti di una minoranza ritenuta inferiore si ripercuoteva sulla stessa immagine del
mondo della stessa minoranza nera, la quale finiva per ritenersi e comportarsi come
inferiore, aggravando così ulteriormente la propria situazione di inferiorità in un
processo di causazione circolare cumulativa. Si tratta di un vero e proprio circolo
vizioso in cui la discriminazione e il pregiudizio creano in chi ne è vittima un’auto
immagine di inferiorità e quindi comportamenti che confermano e rafforzano i
pregiudizi che li hanno generati.

Anche dopo l’abolizione della schiavitù (1863), i neri restavano lo strato più povero
della società in quanto subivano di fatto forma di discriminazione sia dal punto di
vista residenziale e abitativo, sia nell’accesso al mercato del lavoro e alle opportunità
educative, sia nell’esercizio stesso dei diritti politici. Inoltre, soprattutto negli stati del
sud, erano state reintrodotte verso la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, forme legali
di discriminazione: ai neri era fatto divieto di usare le stesse carrozze ferroviari, gli
stessi gabinetti pubblici e gli stessi bar e ristoranti della popolazione bianca. La
segregazione e l’isolamento sociale dei neri persistevano come tratto fondamentale
della loro condizione.

Gli Stati Uniti sono una società di immigrati. Le ondate migratorie, provenienti
dall’Europa, dall’America Latina e dall’Asia si sono gradualmente integrate nella
società americana, sia pure con difficoltà, favorite dalle immense opportunità offerte
prima dall’espansione verso ovest (frontiera), poi dallo sviluppo dirompente
dell’economia capitalistica. Per spiegare questi processi, alcuni sociologi hanno parlato
della società americana come di un crogiolo (melting pot) in cui si fondono in una
nuova sintesi culture diversa. Questa interpretazione trova però un limite proprio nella
mancata integrazione della minoranza nera. Se non fosse per la discriminazione
razziale, non si spiegherebbe come mai la minoranza nera, che pure è la minoranza di
più antica immigrazione sia rimasta costantemente ad occupare gli strati più bassi
della scala sociale.

Non è difficile spiegare come i pregiudizi e gli stereotipi che attribuiscono ai neri
caratteristiche negative siano più radicati negli strati più bassi della popolazione
bianca, in genere nei gruppi di più recente immigrazione. Per questi gruppi i neri
vengono percepiti come minaccia, sia perché competono negli stessi segmenti più
bassi del mercato del lavoro, sia perché sono spesso localizzati in zone contigue nelle
aree urbane. Da questa prossimità – ostilità nasce l’esigenza di erigere barriere che
minimizzino la probabilità di contatto. Il pregiudizio nei confronti di tutte le minoranze
connotate in senso etnico – razziale, cresce quanto più basso è il livello di istruzione e
quindi quanto è minore la capacità di sviluppare una rappresentazione articolata della
realtà sociale.
Non si deve tuttavia pensare che la condizione dei neri in America non si sia
modificata nel corso del tempo. Le spinte al cambiamento sono venute sia dal basso
che dall’alto. Dal basso per effetto dei movimenti collettivi che hanno mobilitato in
varie forme la popolazione nera per l’affermazione della parità di diritti e opportunità,
col sostegno di strati consistenti dell’opinione pubblica bianca di orientamento liberale
e progressista. Dall’alto per effetto di una legislazione, a livello federale, volta a
rimuovere gli ostacoli all’integrazione prodotti dalle diverse forme di discriminazione.
Tuttavia, senza la mobilitazione dal basso dei movimenti neri, ben difficilmente il
Congresso avrebbe passato una legislazione anti discriminatoria.

Una prima breccia avvenne, alle soglie della seconda guerra mondiale, con l’abolizione
della segregazione nell’esercito e con la messa fuori legge delle pratiche
discriminatorie nel mercato del lavoro. Ma solo nel 1964, sotto la spinta del
movimento non violento guidato da Martin Luther King, il Congresso approvò il Civil
Rights Act che poneva fine, formalmente, a ogni forma di discriminazione su base
razziale.

La legislazione sui diritti civili rappresentò senz’altro una grande passo avanti. Non
basta tuttavia che la discriminazione sia abolita per legge per far sì che essa scompaia
nelle pratiche e nei comportamenti quotidiani. Nell’accesso all’istruzione, al lavoro e
alla residenza, così come nei rapporti con le forze dell’ordine e la giustizia, permasero,
e permangono tuttora, forti discriminazioni di fatto.

Per contrasta queste persistenti tendenze furono adottate, nel corso degli anni
settanta e ottanta, misure volte a corregge e riequilibrare lo svantaggio iniziale dovuto
all’appartenenza a una minoranza discriminata e a promuovere processi di mobilità e
integrazione sociale. Queste misura vanno sotto il nome di azioni positive e
consistono nel riservare agli esponenti delle minoranze uno quota di posti
nell’ammissione alle scuole e alle università, nell’assunzione negli impieghi pubblici e
privati e, per quanto riguarda le imprese, nell’assegnazione di appalti pubblici.

Molte sono le opposizioni e le resistenze che tali misura hanno incontrato in fase di
elaborazione e di attuazione, anche perché in un certo senso si scostano dai principi
liberali, individualistici e meritocratici sui quali si fonda il credo americano. Esse sono
state comunque efficaci nel promuovere il consolidamento di una classe media di
coloro e nell’incrementare il numero di posizioni di rilievo nell’amministrazione
pubblica e nelle professioni occupate da esponenti delle minoranze. La grande
maggioranza della popolazione nera, però, resta ancorata al fondo della società,
segregata in quartieri fatiscenti con alti tassi di criminalità e di uso di droga, con
servizi educativi e sanitari inesistenti e, soprattutto, afflitta da tassi di disoccupazione
assai più elevati del resto della popolazione. Si è chiaramente instaurato un circolo
vizioso che impedisce a una parte cospicua della minoranza nera di raggiungere un
livello dove possa godere degli stessi diritti di cui godono gli altri cittadini. Le
periodiche esplosioni di rivolta nei ghetti neri delle grandi città sono un’indicazione
evidente del fatto che il “dilemma americano” resta un problema aperto.

Il Sudafrica dall’apartheid alla convivenza


Prima del XVII secolo, cioè prima dell’arrivo dei coloni olandesi (Boeri) e inglesi l’area
di quella che sarebbe poi stata chiamata Colonia del Capo era scarsamente popolata
da tribù di cacciatori – raccoglitori (Boscimani) e di pastori nomadi (Ottentotti).
Espandendosi verso nord nell’opera di colonizzazione i Boeri entrarono in contatto con
i Bantu, un popolo di pastori e agricoltori nomadi che, provenendo da nord, da secoli si
spingevano nelle aree meridionali senza però insediar visi stabilmente. I Boeri, che
potevano contare su tecnologie produttive e militari più avanzate, ebbero facilmente il
sopravvento sulle sparse popolazioni locali.

Si creò così una società di immigrati fondata sulla schiavitù che trovava sostegno e
giustificazione in un versione razzista del protestantesimo calvinista in base alla quale
sulla popolazione di colore gravava una sorta di dannazione biblica. L’abolizione legale
della schiavitù, imposta dall’Inghilterra nel 1835, provocò la secessione boera e la
creazione delle due repubbliche boere dell’Orange e del Transvaal nel tentativo di
perpetuare, insieme alla schiavitù, il mondo arcaico dei primi coloni.

Le prospetti di sfruttamento delle miniere d’oro e diamanti condusse prima alla guerra
anglo – boera e quindi alla creazione dell’Unione sudafricana che, oltre alla provincia
del Capo e alle repubbliche boere, comprendeva la colonia inglese del Natal. I Boeri,
sconfitti militarmente, mantennero tuttavia nel nuovo stato una posizione di dominio e
imposero una serie di misura legislative che, da un lato, riservavano alla popolazione
bianca i posti di lavoro migliori nell’industria, lasciando agli indiani, ai meticci e ai neri
le mansioni più ingrate e faticosa e, dall’altro lato, confinavano la popolazione nera
della campagne in “riserve” a seconda dell’origine tribale.

La discriminazione si estendeva anche all’ambito religioso: i neri non erano ammessi a


frequentare le funzioni nelle chiese dei bianchi e crearono proprie chiese destinate e
diventare in seguiti centri attivi di formazione di una coscienza politica dei neri e di
opposizione al regime dell’apartheid.

Il regime dell’apartheid si instaura formalmente solo dopo il 1948, anno in cui prende il
potere la corrente più radicale e conservatrice delle forze politiche espressione della
minoranza bianca. La società dell’apartheid è una società rigidamente gerarchizzata:
al vertice vi è la popolazione bianca, composta, oltre che dai discendenti degli antichi
coloni boeri e inglesi, da altri immigrati soprattutto tedeschi, ed ebrei e a sua volta
articolata lungo linee di classe (benestanti e poveri), seguono gli Indiani, i Malesi di
Città del Capo, i meticci e gli altri neri. Al gradino più basso stanno i lavoratori neri
immigrati dalle regioni settentrionali, gli eredi degli antichi Boscimani e Ottentotti. In
regime di apartheid, i diritti politici sono riservati alla minoranza bianca, vige una
rigida discriminazione nell’accesso ai posti di lavoro, vi è segregazione nei luoghi e nei
servizi pubblici (trasporti, bar, scuole) e, inoltre, la popolazione nera è sottoposta a
severe restrizioni che ne limitano la stessa mobilità geografica (avevano un
passaporto per individuare il luogo della residenza coatta).

Questo regime suscitò all’esterno forti reazioni nell’opinione pubblica internazionale e,


all’interno, movimenti di resistenza e di opposizione della popolazione nera. Le
reazioni esterne culminarono nel crescente isolamento internazionale del governo di
Pretoria e nelle sanzioni contro il Sudafrica deliberate dell’Assemblea delle Nazioni
Unite (non intaccavano il commercio di oro e diamanti). Le reazioni interne portarono a
rivolte nei ghetti neri (represse in una serie di massacri) e, soprattutto, alla diffusione
e al rafforzamento di un grande movimento nero, l’African National Congress, che
divenne il portavoce della maggioranza nera sia a livello internazionale, sia nei
confronti delle correnti liberali che all’interno della minoranza bianca spingevano per
porre fine all’apartheid.

A parte le pressioni internazionali e la crescita del movimento nero di opposizione, altri


fattori contribuirono a mettere in crisi il regime dell’apartheid. In primo luogo,
l’impossibilità di trasmettere intatte alle nuove generazioni le tradizioni arcaiche di
una società di coloni; in effetti, molti giovani sudafricani bianchi esposti attraverso a
viaggi e studi all’influenza delle idee democratiche dell’Occidente, nonché alla
penetrazione delle idee socialiste e marxiste; la compattezza del fronte di
segregazione era quindi minacciata anche dall’interno. In secondo luogo, l’esperienza
del paese confinante della ex Rodhesia che, ottenuta l’indipendenza dalla Gran
Bretagna e trasformatasi in Zimbabwe, aveva dimostrato come non fosse impossibile
una convivenza abbastanza pacifica di una minoranza bianca e di una maggioranza
nera.

Con il repentino e largamente inatteso cambiamento di rotta dal presidente De Klerk,


con la liberazione del leader dell’African National Congress Nelson Mandela (1990) con
le prime elezioni libere fondate sul suffragio universale e con la successiva elezione
dello stesso Mandela e successivamente di Mbeki a Presidente della Repubblica, il
Sudafrica ha posto fine ad uno dei regimi più totalitari e repressivi che la storia
moderna ricordi e iniziato uno degli esperimenti sociali più grandiosi del nostro tempo:
la convivenza pacifica, su un piano di parità tra popolazioni che per secoli sono state
legate soltanto da un rapporto di sfruttamento e di oppressione. Non si sa in che
misura questo esperimento avrà successo, però, se dovesse riuscire, dal Sudafrica
verrebbe un insegnamento per l’intera umanità.

L’immigrazione verso i paesi europei e l’Italia in particolare

Gli esempi che abbiamo appena visto sono casi in cui gli europei sono emigrati dai loro
paesi per colonizzarne altri e in questo processo hanno dovuto fare i conti con
minoranze e maggioranze di appartenenti a razze e culture diverse (Sudafrica, Usa). In
realtà, tutti i continenti hanno visto una massiccia penetrazione di immigrati europei
(America del Nord, America Latina, Africa, Australia). Ma l’intero globo è percorso da
continue migrazioni spinte sia da processi di espulsione dalle zone di provenienza
(squilibrio tra popolazione e risorse locali), sia da processi di attrazione verso zone di
destinazione dove si spera di trovare opportunità a condizioni di vita migliori.

Con la fine delle ondate migratorie dei primi decenni del Novecento e con la
conclusione del processo di decolonizzazione negli anni sessanta, l’Europa ha cessato
di essere area di emigrazione e si è trasformata in area di immigrazione. In un primo
tempo i flussi migratori si sono diretti dalle ex colonie verso le ex potenze coloniali, in
seguito, dalla metà degli anni ottanta, i flussi si sono rivolti vero la Germania e l’Italia,
senza connessione con il loro passato coloniale.

Due fattori di ordine strutturale sono all’origine di questa più recente corrente
migratoria verso l’Europa: l’esplosione demografica in molti paesi del Terzo mondo,
che ha rotto un già precario equilibrio tra popolazione e risorse, e lo straordinario
periodo di sviluppo delle economie dei paesi dell’Europa occidentale, la cui opulenza
esercita una forte attrazione per tutti coloro che sono afflitti dalla miseria e dalla fame.
Se ai flussi migratori provenienti dai paesi del Terzo mondo aggiungiamo la
migrazioni interne tra gli stessi paesi dell’Europa occidentale sviluppatesi negli anni
sessanta e settanta, e le più recenti migrazioni verso Occidente provenienti dai paesi
dell’Europa centrale e orientale, ci rendiamo conto che ogni paese dell’Europa
occidentale ha oggi una popolazione composita, in cui coloro che vivono e lavorano in
una paese diverso da quello nel quale sono nati sono diventati una cospicua
minoranza.

I paesi dell’Europa occidentale stanno diventando società multietniche e


multirazziali, poiché è possibile prevedere che si manterranno nel prossimo futuro
forti differenziali, soprattutto nei confronti dei paesi africani, sia di sviluppo economico
sia di sviluppo demografico. Dovremo quindi imparare a convivere con persone che
hanno alle spalle una storia diversa, che parlano lingue diverse, che hanno stili di vita
e abitudini che non ci risultano familiari. Non dobbiamo farci illusioni, i fenomeni
migratori tendono invariabilmente a produrre tensioni e conflitti. Già vediamo come
nelle nostre società si generino episodi di intolleranza, talvolta casi di violenza, come
si affermino in strati dell’opinione pubblica atteggiamenti ostili alla presenza di
stranieri, come si diffondano pregiudizi, come si sviluppino movimenti che fanno della
lotta all’emigrazione una loro bandiera.

Di fronte a queste tensioni, i paesi dell’Unione Europea hanno adottato negli ultimi
anni politiche di contenimento e di controllo tendenti a porre un freno
all’immigrazione. Tali politiche devono essere viste nell’ambito del contesto specifico
che ha caratterizzato la storia delle migrazioni in ogni singolo paese. Vi sono paesi
(Francia, Germani, Regno Unito) che hanno una storia più lunga di immigrazione e una
presenza più consistente di minoranze etnico –razziali e altri, come l’Italia, dove
l’immigrazione è un fenomeno recente. In Francia le politiche nei confronti degli
immigrati hanno da tempo puntato alla loro assimilazione alla cultura francese. Questa
politica ha mostrato scarsa efficacia soprattutto nel caso dei giovani di seconda
generazione che vivono nelle periferie delle grandi città e presentano tassi elevati di
disoccupazione. Nel Regno Unito al riconoscimento dei diritti politici si è
accompagnata una segmentazione sub culturale che ha garantito la sopravvivenza di
molti tratti delle culture d’origine. In Germania l’immigrato è stato trattato come
lavoratore – ospite al quale garantire un lavoro, e le connesse prestazioni sociali,
assistenziali e sanitarie, e un’abitazione, senza intenzione di integrarlo in modo
permanente nella società tedesca. Di fatto, però molti lavoratori – ospiti si sono
stabilizzati, soprattutto quando i loro figli hanno frequentato scuola tedesche, anche se
prevedono di tornare in patria al raggiungimento dell’età del pensionamento. Una
distinzione importante è tra migrazioni temporanee e migrazioni permanenti. Molto
spesso gli immigrati partono dal loro paesi con un progetto temporaneo, pensando
cioè di ritornare non appena guadagnata una somma sufficiente per poter vivere
dignitosamente nel paese d’origine. Col tempo, tuttavia, l’iniziale progetto temporaneo
si trasforma in molti casi in una permanenza stabile nel paese d’arrivo, soprattutto se
si tratta di emigrati con la famiglia e i cui figli si sono integrati nella nuova società.

In Italia il fenomeno dell’immigrazione è stato per lo più inatteso e ha colto di


sorpresa sia le autorità sia l’opinione pubblica. Per quasi un secolo, l’Italia era stato un
paese di emigrazione. La posizione geografica nel mezzo del Mediterraneo, la relativa
permeabilità dei confini, la consistenza di un’economia informale capace di assorbire
la forza lavoro irregolare, l’immagine di benessere trasmessa dai media hanno fatto
dell’Italia dalla fine degli anni settanta in poi un polo di attrazione per correnti
migratori provenienti in gran parte dall’Africa, dall’Asia e dall’Europa dell’est.

Il numero degli immigrati in Italia suscita allarme, soprattutto in quegli strati della
popolazione che hanno più possibilità di venire a contatto con la fascia più diseredata
e precaria della popolazione di immigrati: i “clandestini che si insediano in abitazioni di
fortuna nelle periferie delle grandi città e che sopravvivono con occupazioni del tutto
precarie. Si innesca così il tipico meccanismo del pregiudizio: all’insieme degli
immigrati vengono applicati gli stereotipi costruiti in riferimento alla sottoclasse degli
stessi caratterizzata da maggiore visibilità e ci si dimentica che molti immigrati sono
regolari e onesti. In varie zone e settori la forza lavoro immigrata è ormai
indispensabile per far funzionare le aziende che la impegnano.

La forza lavoro immigrata è solo marginalmente concorrenziale con la forza lavoro


disoccupata locale. Nella maggior parte dei casi, gli immigrati occupano posti di lavoro
per i quali l’offerta di lavoro locale è inesistente o carente. Questo fatto, tuttavia,
stenta a penetrare nelle opinioni della gente e molti ritengono che gli immigrati
tolgano posti di lavoro ai disoccupati locali.

Il fatto poi che i tassi di criminalità delle popolazioni immigrate siano di norma più
elevati che non per la popolazione locale contribuisce a creare allarme tra gli autoctoni
e a sollevare la richiesta di più efficaci misure di sicurezza. Ci si dimentica che le
popolazioni di immigrati, soprattutto nelle fasi iniziali del processo di inserimento nella
società di accoglienza, sono più facilmente permeabili all’influenza di attività criminali
(criminalità italo –americana negli Usa anni 30’ – 40’). Si tratta però sempre di
minoranze ed è scorretto generalizzare tali tendenza alla popolazione immigrata nel
suo complesso.

Gli immigrati incontrano frequentemente atteggiamenti ostili in una quota non


trascurabile della popolazione. L’aver fornito al resto del mondo una massa
considerevole di immigrati (3,5 milioni di italiani risiede all’estero), non è un vaccino
efficace contro i sentimenti xenofobi.

Etnie e nazioni

Il concetto di etnia rimanda a differenze di ordine culturale che si trasmettono di


generazione in generazione, attraverso, i meccanismi della trasmissione culturale. Al
centro del concetto di etnia vi sono i miti, le memorie, i valori e i simboli che
identificano una popolazione e la differenziano dalle altre. Vi sono alcuni elementi che
ricorrono sempre nelle varie definizioni di etnia. Quindi, possiamo dire che vi è un
gruppo etnico quanto: 1) i membri di un gruppo designano se stessi, e sono
designati da altri, mediante un nome che li contraddistingue; 2) si è prodotto il mito di
una comune origine o discendenza; 3) si è creata una comunità che condivide certe
memorie comuni (tradizioni) e vi è chi si preoccupa di trasmetterle alle generazioni
future; 4) vi è una cultura condivisa che presenta caratteri distintivi rispetto alle
popolazioni geograficamente vicine; 5) vi è un territorio (o luogo simbolico) che i
membri del gruppo considerano proprio per diritto storico anche quando vivono
dispersi o separati; 6) si sviluppa un sentimento di solidarietà particolaristico tra i
membri del gruppo che non si estende ai membri di altri gruppi.

Nella definizione di etnia non compaiono necessariamente elementi che riguardano


l’organizzazione politica. Gli elementi che costituiscono un’etnia si modificano nel
tempo per effetto di fattori sia endogeni sia esogeni che possono rafforzare o
indebolire la coesione, far sopravvivere o estinguere un’etnia. Fattori endogeni sono la
presenza o l’assenza di un èlite letterata che curano la conservazione e la
trasmissione delle tradizioni etniche. Fattori esogeni sono il contatto con culture
etniche vicine dalle quali ci si riesce a differenziare, oppure dalle quali ci si lascia
assimilare.

Nel lessico delle scienze sociali vi è spesso confusione tra il concetto di etnia, e i
concetti di nazionalità e nazione. Le ragioni di questa confusione dipendono dal
fatto che gli stessi termini vengono usati con significati diversi. Si possono distinguere
due significati diversi a seconda del rapporto che si instaura tra etnia, nazione e
comunità politica (stato nazionale). Nel primo caso, il concetto di nazione designa una
collettività (popolo) che si richiama a una discendenza comune, ai vincoli creati dalla
lingua, dai costumi e dalle tradizioni comuni, e che, in virtù di tale comunanza,
rivendica a sé il diritto di organizzarsi, su un dato territorio, in forma di stato sovrano.
In questo caso, la nazione si fonda sull’etnia ed entrambe, etnia e nazione, precedono
la formazione dello stato – nazione. In altre parole, la nazione nasce attraverso la
mobilitazione dei sentimenti di appartenenza etnica in vista della fondazione di uno
stato.

Nel secondo caso, invece, il concetto di nazione designa una collettività di cittadini che
hanno comuni diritti e doveri nell’ambito di uno stato territoriale. In questo caso lo
stato precede la formazione della nazione e questa può essere composta anche da
etnie differenti.

Questi due concetti di nazione rimandano ai diversi processi di formazione degli stati
nazionali. Alcuni stati nazionali sono nati dalle trasformazione di stati dinastici
preesistenti per effetto di processi di modernizzazione che hanno coinvolto le varie
sfere della vita sociale (economia, politica, militare, educativa); come principio di
legittimazione la nazione si è sostituita agli antichi principi dinastici, sia nella forma
democratica dei diritti di cittadinanza, sia nelle forme plebiscitarie o totalitaria
(Francia, Spagna, Olanda, Gran Bretagna, Svezia, Russia). La nazione si è formata o
perché un etnia è diventata dominante o perché si è formata una coscienza nazionale
che ha messo in secondo piano le varie etnie o nazionalità preesistenti sul territorio, le
quali sono state a seconda dei casi cancellate, oppresse, oppure mantenute in
posizione subordinata o garantire da statuti di autonomia (Catalani e Baschi in
Spagna).

Altri stati nazionali sono nati dalla disgregazione di stati dinastici, imperi o federazioni
multinazionali attraverso la rivendicazione di gruppi etnici di darsi un’organizzazione
statuale (stati nati dalla disgregazione dell’impero asburgico, dalla disgregazione
dell’Urss).

La Germania e l’Italia, infine, rappresentano dei casi particolari di formazione dello


stato nazionale, il quale risulta dall’unificazione di una pluralità di stati regionali sotto
la spinta egemonica di uno di essi (Piemonte e Prussia). Anche in questi casi la nazione
preesiste lo stato, ma si tratta di una formazione debole, in quanto risulta
frammentata in una pluralità di cultura regionali, che possono essere considerate
come delle micro nazionalità e delle microetnie. La formazione di una coscienza
nazionale capace di superare i particolarismi regionali ha richiesto un’intesa opera di
indottrinamento da parte dello stato, realizzata prevalentemente attraverso le
istituzioni della scuola pubblica e della leva militare.

Vi è, infine, il caso di quegli stati nei quali si sviluppa una coscienza nazionale sulla
base, tuttavia, di una pluralità di origini etniche e di nazionalità. Si tratta di stati a
base multietnica e multinazionale.

Verso società e stati multietnici e multinazionali?

Vi sono nel mondo moderno vari esempi di stati multietnici e multinazionali (Usa,
Australia, Svizzera). Prendiamo il caso degli Usa, un paese che si è formato attraverso
successive ondate di immigrazione di popolazioni di varie razze, etnie, culture e
religioni. Non c’è dubbio che la grande maggioranza degli abitanti degli Usa si sentano
oggi appartenenti alla “nazione americana”, nonostante le loro diverse origini e
nonostante il fatto che alcuni tratti delle loro culture d’origine si mantengano anche
dopo varie generazioni. La nazione in questo caso manca di qualsiasi fondamento
etnico, ma non è per questo meno solida; la nazione americana ha i suoi miti, le sue
memorie, i suoi eroi, i suoi simboli e sviluppa comunque tra i suoi membri un forte
sentimento di appartenenza al quale si sentono estranei forse soltanto gli “indiani”,
vale a dire i discendenti degli antichi abitanti del continente nordamericano.

Lo stato multietnico e multinazionale più grande nel mondo attuale è senz’altro l’India.
In India convivono una pluralità di gruppi etnici, linguistici e religiosi. Su una
popolazione di circa 1 miliardo e 100 milioni di abitanti si contano almeno 225 gruppi
linguistici e circa 1.500 lingue tra le quale l’hindi è parlato da circa 450 milioni di
persone, ma altre lingue sono parlate ciascuna da 50 milioni di persone. Di fronte a
questa varietà le tensioni e i conflitti risultano tutto sommato localizzati negli scontri
tra hindu e sik nella regione Punjab e tra hindu e musulmani nella regione del Kashmir.
L’India è un esempio della possibilità di organizzazioni statuali profondamente
eterogenee al loro interno dal punto di vista etnico, linguistico e religioso.

Anche la Spagna, il Belgio e il Canada sono stati multietnici o multinazionali. Tuttavia


in questi stati si sono sviluppati movimenti separatisti che intendono rompere il patto
di convivenza che li lega a un’entità statuale comune. Fin ora la tendenze centrifughe
sono state controllate dalle tendenze centripete.

Lo stesso non è avvenuto nella ex Unione Sovietica dove, sulla base del principio che
ad ogni nazionalità debba corrispondere uno stato, sono nati dal 1990 in poi una
miriade di nuove entità statali, ognuna delle quali rivendica la sovranità su un
determinato territorio. La storia ha tuttavia prodotto nel tempo un tale intarsio di
gruppi etnici e di nazionalità che ogni tentativo di tracciare un confine produce più o
meno cospicue minoranze e quindi guerre, deportazioni e operazioni di pulizia etnica.
Ogni stato nazionale europeo ha le sue minoranze e quando a queste non viene
garantito uno statuto di autonomia che ne assicuri la sopravvivenza culturale,
vengono di fatto assimilate o annientate, oppure deportate dai territori dove vivevano
da secoli. Il principio dello stato nazionale è quanto mai impietoso con le minoranze
(successe agli italiani dell’Istria e della Dalmazia).

Il tentativo di creare in Europa, cioè sul terreno dove storicamente si sono verificati i
più aspri conflitti etnico – razziali degli ultimi due secoli, un’entità statale
multinazionale, lascia sperare che sia possibile la convivenza sullo stesso territorio tra
popolazioni diverse per razza.

La riproduzione della società


Famiglia e matrimonio
Soprattutto quando parlano dei paesi occidentali, gli studiosi di scienza sociali di oggi
usano il termine “famiglia” per indicare quell’insieme di persone unite fra loro da
legami di parentela, di affetto, di servizio o di ospitalità che vivono insieme sotto lo
stesso tetto. Quella che l’Istat definisce “famiglia di censimento” e che gli antichi stati
preunitari italiani definivano “fuoco”. Gli studio di scienze sociali usano invece il
termine “parentela” per definire il gruppo di tutti coloro che, sia che convivano o no,
sono legati da vincoli di filiazione, matrimonio e adozione.

Parentela e discendenza

Gli antropologi distinguono due sistemi principali di discendenza: cognatico e


unilineare. Nel sistema cognatico, che è quello che domina oggi nei paesi
occidentali, il gruppo di parentela (parentado) è formato da tutti i discendenti di una
persona sia attraverso la linea maschile sia quella femminile. Nel sistema unilineare,
invece, il gruppo di parentale è formato da tutti coloro che discendono da un antenato
comune esclusivamente attraverso la linea maschile o quella femminile (clan quando il
capostipite è mitico, lignaggio quando è genealogicamente dimostrabile).

Un gruppo di discendenza è detto patrilineare quando l’anello di congiunzione è


solo maschile (relazioni agnatiche). Nella definizione di parentela contano solo le linee
maschili. Si parla invece di rapporti di discendenza matrilineare quando l’anello di
congiunzione è esclusivamente femminile (relazioni uterine). In questo caso, una
persona appartiene al clan della madre, non del padre. Fra i suoi parenti vi sono la
madre, con i suoi fratelli e le sue sorelle, i figli e le figlie della sorella della madre, i
fratelli e le sorelle, i figli e le figlie di queste ultime. La trasmissione dei beni e dei
principali ruoli sociali ha luogo tra il fratello della madre e i figli di quest’ultima. La
figura di maggiori rilievo è quella del fratello della madre. Il marito di quest’ultima ha
in questo gruppo di discendenza solo la funzione di procreatore. Come zio materno
invece il suo potere di estende a tutto il matrilignaggio, della sorella, del quale è capo.

Fra il parentado dei paesi occidentali e i gruppi di parentela a discendenza unilineare


di molte società preindustriali vi sono altre, importanti differenze. Dall’appartenenza
ad un gruppo di parentela unilineare derivano numerosi doveri, diritti e privilegi. Il clan
è infatti un entità collettiva, i cui membri possiedono terre ed altri beni in comune, che
sono solidali gli uni con gli altri e che agiscono insieme in molte occasioni.

Completamente diversa è la natura del parentado delle società occidentali. Più


che un gruppo stabile, esso è una rete di relazioni che si attiva in particolari situazioni.
Non possiede beni collettivi, non prende decisioni, non svolge funzioni permanenti. Un
insieme è di persone dai confini non definiti una volta per sempre alle quali ci si
rivolge per avere aiuto di tipi psicologico e finanziario.

Le ricerche storiche e quelle sociologiche condotte negli ultimi quarant’anni hanno


messo in luce che, l’urbanizzazione e l’industrializzazione non hanno reso la famiglia
nucleare sempre più isolata, come si pensava fino a qualche decennio fa.

Dalle ricerche storiche è emerso che i flussi migratori che hanno avuto luogo nel corso
dell’industrializzazione e dell’urbanizzazione non solo non indeboliscono le relazioni di
parentela, ma anzi sono possibili grazie ad esse. Le reti parentali hanno avuto infatti
enorme importanza per richiamare nuove persone, organizzare i loro spostamenti,
aiutare ad adattarsi alla nuova situazione.

Dalle ricerche sociologiche è risultato che in tutti i paesi occidentali la famiglia


nucleare opera nell’ambito di una rete fitta e solida di rapporti e scambi fra parenti. I
figli, quando si sposano, pur andando ad abitare per proprio conto, restano spesso
molto vicini ai genitori.

In tutti i paesi occidentali il sistema di parentela è cognatico, ma vi sono delle


differenze fra i vari paesi. Negli Usa e in Gran Bretagna, come in Sardegna, vi è una
tendenza alla matrilateralità, cioè a mantenere legami più stretti con i parenti della
moglie che con quelli del marito. Invece in Veneto e in Emilia –Romagna, vi è stata a
lungo una tendenza alla patri lateralità.

Esogamia ed endogamia

Si usa endogamia per indicare le norme sociali che prescrivono la scelta del coniuge
all’interno di un gruppo, si usa esogamia per riferirsi invece alle norme che vietano di
sposarsi con una persona dello stesso gruppo. Questi due termini devono essere
sempre usati in riferimento ad un gruppo ben definito (clan, villaggio).

La norma che i membri dello stesso nucleo familiare devono sposarsi all’esterno è
ampiamente diffusa. Nelle società occidentali, le relazioni sessuali e i matrimoni tra
persone dello stesso nucleo familiare sono definiti incesto e condannati. Ma nelle
società del passato vi sono state notevoli differenze riguardo alle categorie di
consanguinei fra i quali il matrimonio non è consentito. Nessuna cultura tollera il
matrimonio tra genitori e figli. Quello invece tra fratello e sorella è stato ammesso e
persino incoraggiato in alcune società (antico Egitto).

Il tabù dell’incesto è stato spiegato in diversi modi. Alcuni l’hanno ricondotto al fatto
che le unioni fra consanguinei sono biologicamente pericolose perché generano figli
con minori probabilità di sopravvivenza. Altri hanno invece posto l’accento sui
vantaggi sociali e culturali di questa forma di esogamia. Il tabù dell’incesto, secondo
questa concezione, previene le rivalità e i conflitti all’interno della famiglia, perché non
si entra in competizione per i partner sessuali all’interno della famiglia; rafforza
l’unione tra marito e moglie; cementa la società perché moltiplica i matrimonio tra non
consanguinei.

L’esogamia riguardo al clan esiste oggi solo in pochi paesi (Africa nera a sud del
Sahara). Tale regola nasce probabilmente dall’esigenza di avere buoni rapporti con
persone di altri clan, di sviluppare alleanze politiche o assicurarsi un’accoglienza
pacifica.

Due sono i casi più famosi di società nelle quali si pratica l’endogamia. Il primo è
quello dell’India dove le norme impongono di sposarsi con una persona della stessa
casta, perché si ritiene che il contatto con le caste più basse sia ritualmente
contaminante per le persone di quelle più alte. Il secondo è quello dei paesi arabi, nei
quali le norme prescrivono di sposarsi con un parente prossimo, possibilmente con il
figlio dello zio paterno. La regola del matrimonio fra cugini paralleli patri laterali è così
coercitiva che il cugino può opporsi alla decisione della figli dello zio paterno di
sposare qualcun altro. La funzione di questa regola è probabilmente di evitare che una
parte del patrimonio esca fuori dal clan (dote).

Comunque, i dati di cui disponiamo mostrano tuttavia che il matrimonio con i parenti è
oggi molto meno diffuso di un tempo.

Monogamia e poligamia

Si parla di monogamia quando non è permesso avere più di una moglie o di un


marito per volta e di poligamia quando invece si può essere sposati nello stesso
momento con due o più persone (donna con più mariti poliandria; uomo con più mogli
poliginia).

Poche sono le società che hanno conosciuto la poliandria (società dei Toda dell’India,
una donna sposa contemporaneamente due o più fratelli e va a vivere con loro).

La poliginia ha avuto grande importanza al di fuori del mondo occidentale. Gli


occidentali pensano che essa sia una situazione tipica del mondo arabo. Tuttavia oggi,
in Tunisia, in Egitto, nel Marocco o in altri paesi arabi o nelle regioni musulmane
dell’Asia, solo coloro che occupano posizioni sociali elevate sono sposati con due o più
mogli.

La poliginia è invece ancora assai diffusa nei paesi dell’Africa nera, dove negli ultimi
decenni non ha perso d’importanza. La quota degli uomini sposati che ha più di una
moglie è particolarmente alta nell’Africa occidentale (Senegal, Costa d’Avorio, Nigeria)
mentre è più bassa in quella orientale e centrale.

Difficile è dire a cosa sia dovuta la fortuna della poliginia. L’opinione pubblica dei paesi
occidentali ritiene che la funzione principale della poliginia sia di offrire agli uomini una
certa varietà sessuale. Gli antropologi hanno messo in luce che ben altre sono le
funzioni e le ragioni del suo successo. Essa dà agli uomini dei vantaggi di carattere sia
demografico che economico. Per un uomo dell’Africa nera sposare più donne significa
avere più figli e poter disporre di più terra. In un sistema itinerante, in cui la
coltivazione delle piante alimentari spetta alle donne, mentre l’abbattimento degli
alberi per preparare nuovi appezzamenti di terra è compito dei giovani, l’uomo di una
famiglia poliginica riesce a produrre molto più di quello che ha una sola moglie. D’altra
parte, dovendo le mogli dedicarsi sia alla coltivazione che ai lavori domestici, una
donna può essere favorevole all’arrivo di un’altra moglie, perché spera di poter ridurre
il suo carico di lavoro.
Alcune ricerche hanno mostrato che perché un uomo abbia più mogli sono necessarie
due condizioni demografiche. La prima condizione è che vi sia una forte differenza fra
l’età al matrimonio degli uomini e quella delle donne. Ciò significa che questo ultime
si sposano giovanissime (15 anni), mentre i primi lo fanno ad un’età più avanzata (25
anni). In questo modo, nella classe di età fra 10 e 20 anni, quasi la metà delle donne
sono coniugate e quasi tutti gli uomini sono celibi. Nella classe di età successiva sono
in stato di matrimonio tutte le donne e la metà degli uomini. L’altra condizione ha che
fare con le seconde nozze. A causa della forte differenza di età al matrimonio fra
uomini e donne e dell’alto tasso di mortalità di queste società, le mogli restano vedove
molto presto. Inoltre, una parte rilevante delle coppie divorzia dopo i primi anni. Tutte
le donne però si risposano e lo fanno quasi subito (4 o 5 mesi dalla fine del primo
matrimonio). In alcune zone vige la norma del levirato, che prevede il diritto – dovere
da parte del fratello del morto di sposare la vedova di lui. I figli che avrà saranno
considerati figli del defunto.

Queste due condizioni hanno tre conseguenze importanti. La prima è che il numero di
donne coniugate è molto maggiore di quello degli uomini nella stessa condizione. La
seconda è che, nella popolazione maschile, al crescere dell’età aumenta la quota di
coloro che hanno due o tre mogli. La terza è che, nella popolazione femminile, al
crescere dell’età sale la quota delle spose di seconde nozze.

Tipi di famiglia monogamica

Le prime indagini empiriche sulla famiglia in Europa sono state condotte da Frèdèric
Le Play. Per analizzare la ricca documentazione raccolta, Le Play elaborò uno schema
di classificazione che prevedeva tre tipi ideali di famiglia.

- La prima è la famiglia patriarcale, nella quale tutti i figli sposati convivono sotto
lo stesso tetto con i genitori, sottoposti all’autorità del padre.

- La seconda è la famiglia instabile, caratterizzata dalla piena libertà di decisione


dei figli, i quali, indipendentemente dal sesso e dall’ordine di nascita, appena
raggiunta una certa età, lasciano la casa dei genitori e vanno ad abitare in una
nuova, autonoma residenza.

- In una posizione intermedia rispetto a questi due tipi estremi vi è la famiglia


ceppo, che si forma quando un solo figlio maschio, scelto dal padre, porta la
moglie a casa dei genitori, mentre tutti gli altri ne escono se e quando si
sposano.

Questa tipologia si basa su vari criteri di classificazione. Il primo è dato dall’autorità


del pater familias, che è molto forte nella famiglia patriarcale, debole in quella
instabile, intermedia in quella a ceppo. Il secondo criterio è dato dalla regola di
residenza dopo le nozze, cioè dalle norme che stabiliscono con quali persone devono
andare a vivere gli sposi dopo le nozze.

Oggi, antropologi e sociologi parlano di regola di residenza matrilocale quanto il


marito va ad abitare con i genitori della moglie e patrilocale quando invece è la
seconda che si trasferisce nella famiglia del primo. La regola di residenza è bilocale
quando i due coniugi possono scegliere se andare ad abitare con i genitori di lui o
quelli di lei. Se ci attende che i due coniugi risiedano nella famiglia dello zio materno
del marito si ha la soluzione avunculocale. Se infine si preferisce che marito e moglie
mettano su casa per proprio conto, allora si ha la regola di residenza neolocale. Ora è
evidente che si ha la famiglia patriarcale quanto tutti i figli seguono la regola
patrilocale, si ha famiglia instabile quanto invece tutti si rifanno a quella neolocale, si
ha infine la famiglia a ceppo quando un figlio segue la prima regola, tutti gli altri la
seconda.

Nell’ultimo trentennio, per far chiarezza concettuale nella letteratura scientifica, si è


affermata una tipologia elaborata da Peter Laslett che è ormai utilizzata da quasi
tutti gli studiosi di scienze sociali. Essa classifica la famiglia in cinque tipi: nucleare,
senza struttura coniugale, solitario, estesa, multipla.

- Nucleare è detta la famiglia formata da una sola unità coniugale, sia completa
(marito, moglie e figli) oppure incompleta (madre vedova con figli), detta anche
monoparentale.

- Senza struttura è definita la famiglia priva di un’unità coniugale, formata cioè


da persone con altri rapporti di parentela (fratelli non sposati).

- La famiglia del solitario è costituita da un’unica persona.

- Estesa viene chiamata la famiglia con una sola unità coniugale e uno o più
parenti conviventi. A seconda del rapporto di questo con il capofamiglia si parla
si estensione verticale (padre del capofamiglia) o orizzontale (fratello del
capofamiglia).

- Multiple sono le famiglie con due o più unità coniugali. Anche qui, a seconda del
legame fra queste unità, si parla di multiple verticali (padre, madre, figlio e
sposa) o orizzontali (fratelli che vivono con le rispettive mogli e figli).

- Si parla infine di famiglie complesse quanto si considerano insieme le estese e


le multiple.

Fra questa e la tipologia di Le Play vi sono delle somiglianze. La famiglia instabile è


nucleare, quella a ceppo è multipla verticale, la patriarcale è multipla orizzontale e
verticale. Tuttavia, uno dei meriti della tipologia di Laslett è di far riferimento solo alla
regole di residenza dopo le nozze e alla composizione della famiglia e di non
presupporre che vi fosse una relazione fra questi aspetti e le relazioni di autorità fra
padri e figli.

Ma, oltre che per la struttura, le famiglie possono essere distinte anche a seconda dei
rapporti di autorità e di affetto esistenti fra coloro che ne fanno parte, dei modi
con cui essi interagiscono e si trattano, dei sentimenti che provano l’uno per l’altro. Da
questo punto di vista, si può contrapporre la famiglia patriarcale a quella coniugale
intima. Per patriarcale si intende un tipo di famiglia che, quale che sia la sua
struttura, è caratterizzata da una rigida separazione dei ruoli fra i suoi membri, sulla
base del sesso e dell’età, e da relazioni di autorità fra marito e moglie, genitori e figli,
suocere e nuore, fortemente asimmetriche. In questo tipo di famiglia, inoltre, i genitori
influiscono considerevolmente sulla scelta del coniuge e, anche dopo il matrimonio, il
legame fra lo sposo e i genitori conserva una straordinaria importanza. Coniugale
intima è invece definita quella famiglia che, quale che sia la sua struttura, presenta
un sistema di ruoli più flessibili, meno legato al sesso e all’età, e in cui le relazioni di
autorità sono più simmetriche. In questa famiglia, inoltre, la scelta del coniuge è più
libera e il legame coniugale assume un’importanza maggiore di quello fra lo sposo e i
suoi genitori.

Sistemi di formazione della famiglia

Hajnal ha sostenuto che, nella società preindustriale, vi erano due diversi modi di
formazione della famiglia.

- Il primo, tipico di molti paesi dell’Europa nord – occidentale (scandinavi, isole


britanniche, Paesi Bassi, Francia settentrionale, paesi di lingua tedesca) si
basava su tre regole. In primo luogo, sia gli uomini che le donne si sposavano
abbastanza tardi (i primi a 26 anni, le seconde a 23). Inoltre, dal 10 al 15 % di
loro non si sposava mai. In secondo luogo, gli sposi mettevano su casa da soli
creando famiglia nucleare. Oppure essi potevano anche andare ad abitare nella
casa dei genitori del marito (famiglia multipla verticale) ma solo se questi si
ritiravano. In ogni caso, il marito, appena sposato, diventava capo della nuova
famiglia. In terzo luogo, prima delle nozze, un’alta quota di giovani passava
alcuni anni fuori casa, a servizio di un’altra famiglia.

- Il secondi sistema di formazione della famiglia, tipico di tutti gli altri paesi
(soprattutto asiatici), si basava su tre regole del tutto diverse. In primo luogo, gli
uomini, ma soprattutto le donne, si sposavano abbastanza presto (i primi sotto i
26 anni, le seconde sotto i 22). In secondo luogo, la nuova coppia andava a far
parte di una famiglia multipla, in cui vi era un’altra coppia più anziana e dunque
il marito non diventava subito capofamiglia. Infine, non vi era l’uso di andare a
servizio alcuni anni prima di sposarsi.

I dati di cui disponiamo mostrano la validità di una parte delle tesi di Hajnal. In Europa
ancora nella prima metà del Novecento, soprattutto in quella centro – settentrionale,
le donne si sposavano molto più tardi che in Asia o in Africa.

Le ricerche storiche hanno messo in luce che, per molto tempo, nei paesi asiatici, si
seguiva il secondo sistema di formazione della famiglia. Si formavano famiglie multiple
orizzontali. D’altra parte, nei paesi dell’Europa nord – occidentale, almeno dal
Cinquecento in poi, la grande maggioranza della popolazione ha sempre seguito la
regola di residenza neolocale andando a vivere in una famiglia nucleare. Poiché
seguire queste regola significava procurarsi i mezzi necessari per mettere su casa, la
popolazione si sposava tardi. Prima del matrimonio, molti andavano a servizio in
un’altra famiglia per guadagnare le risorse necessarie per le nozze. Questo sistema di
formazione della famiglia ha avuto grande importanza anche per l’andamento della
fecondità.

Altri dati non possono essere interpretati con lo schema di Hajnal. Lo si può dire di
quanto si sa del Giappone, che a differenza degli altri paesi asiatici, non seguiva il
secondo sistema di formazione della famiglia. Anche in Giappone, come in India e in
Cina, si sposavano tutti, ma in molte zone lo facevano più tardi. Diversa era anche la
struttura della famiglia. Mentre in Cina e in India dominava la famiglia multipla al
tempo stesso orizzontale e verticale, in Giappone era molto diffusa la famiglia multipla
verticale o a ceppo (solo un figlio restava in casa con la moglie).

Per quanto riguarda l’Italia, se andiamo indietro nel tempo troviamo sia il prima che il
secondo dei due sistemi di formazione della famiglia. Il primo, ad esempio, era seguito
nei centri urbani, ma soprattutto in Sardegna. Il secondo metodo di formazione della
famiglia era assai diffuso nelle campagna fiorentine del Quattrocento.

Ma insieme a questi vi sono stati nel nostro paesi altri due sistemi di formazione della
famiglia. Il primo ha dominato per lungo tempo nell’Italia meridionale. La popolazione
femminile si sposava in giovanissima età. L’uso dei garzoni nelle famiglie agricole era
sconosciuto. I due sposi seguivano la regola di residenza neolocale e mettevano su
casa per conto proprio. Il secondo sistema di formazione della famiglia era seguito, nel
corso del Settecento e dell’Ottocento, nelle campagne delle regioni della mezzadria: in
Toscana e in Emilia, nelle Marche e in Umbria. In queste zone, l’uso dei garzoni nelle
famiglie agricole era abbastanza diffuso. Dopo le nozze si seguiva la regola di
residenza patrilocale e si andava a vivere in famiglie multiple orizzontali o orizzontali e
verticali. La popolazione femminile si sposava in età avanzata (24 – 25 anni).

La nascita della famiglia moderna

Gli studiosi di scienze sociali hanno per lungo tempo pensato che la famiglia
nucleare e coniugale sia nata con il passaggio dalla società tradizionale a quella
moderna. Tale sistema era incompatibile con la famiglia complessa tradizionale,
perché funzionava reclutando delle persone in base non alle caratteristiche ascritte
ma acquisite e provocando una forte mobilità geografica e sociale della popolazione.

Le ricerche condotte negli ultimi decenni dagli studiosi hanno tuttavia messo in crisi
l’idea che il periodo dell’industrializzazione costituisca lo spartiacque fra la famiglia
tradizionale e quella moderna e hanno presentato un quadro molto più ricco e preciso
dei mutamenti avvenuti negli ultimi secoli nella famiglia dei paesi occidentali;
distinguendo fra i mutamenti nella struttura (nucleare) e quelli nelle relazioni interne
alla famiglia (coniugale).

Mutamenti nella struttura familiare

Tenendo conto di ricerche svolte in paesi europei si può arrivare alla conclusione che,
almeno dalla metà del Cinquecento, nell’Europa centro – settentrionale, la grande
maggioranza della popolazione ha sempre seguito la regola di residenza neolocale e
dunque che la famiglia nucleare ha preceduto di secoli l’industrializzazione.

Diversa è stata la storia dei mutamenti della struttura della famiglia nei paesi
dell’Europa meridionale e in particolare dell’Italia. Da noi infatti le famiglie complesse
hanno avuto nel passato un’importanza maggiore che nei paesi dell’Europa centro –
settentrionale e l’urbanizzazione e l’industrializzazione hanno fato un rilevante
contributo all’affermazione della regola di residenza neolocale.

In Italia però vi è stata una grande eterogeneità di situazioni. Le famiglie multiple


erano molto diffuse soprattutto nelle regioni del nord – est e in quelle del centro –
nord. Nella campagne di queste zone una parte considerevole della popolazione
seguiva la regola di residenza patrilocale e viveva in famiglie complesse. Fra i vari
strati agricoli vi erano però differenze, dovute alla proprietà della terra, alla natura dei
contratti, alle forme di insediamento. Le famiglie nucleari e quelle estese erano più
diffuse fra i braccianti, quelle multiple fra i coltivatori proprietari e mezzadri, che
vivevano in casa isolate sui poderi.

Nel caso dei mezzadri il contratto obbligava la famiglia a vivere nel podere e a
subordinare alle esigenze di questo le sue dimensioni e la sua composizione (il
proprietario sceglieva con cura la famiglia e non dovevano esserci troppe bocche
inutili da sfamare; per questo nessun componente poteva sposarsi senza
l’autorizzazione del proprietario).

Tuttavia anche in Italia vi sono state grandi zone nelle quali la famiglia nucleare ha
preceduto di secoli l’industrializzazione. Nel Seicento, in Puglia, in Sicilia e in altre zone
meridionali la maggioranza della popolazione seguiva la regola di residenza neolocale.
Nelle regioni centro – settentrionali, gli artigiani, quando si sposavano mettevano su
casa per proprio conto. In modo simile si comportavano gli strati più poveri della
popolazione urbana, quelli formati spesso da immigrati, i quali però vivevano molto più
spesso da soli o in famiglie senza struttura coniugale.

Soltanto le persone appartenenti ai ceti più elevati seguivano dopo le nozze la regola
di residenza patrilocale e andavano a vivere in famiglie multiple verticali o orizzontali
e verticali. Ma, anche in questi ceti, il passaggio alla famiglia nucleare è iniziato verso
la fine del Settecento, cioè molto prima dell’avvio del processo di industrializzazione,
ed è stato provocato soprattutto da mutamenti avvenuti nelle regole di trasmissione
della proprietà da una generazione all’altra, con la crisi del modello basato sul
fedecommesso e la primogenitura.

Mutamenti nelle relazioni familiari

Oggi sappiamo quanto diverse fossero un tempo le pratiche di allevamento dei


bambini nella prima infanzia. Nei ceti più elevati, si facevano di solito allattare i figli
non dalla madre, ma da un’altra donna, la balia, nonostante questo riducesse le già
basse probabilità di sopravvivere che avevano. Nei ceti più bassi, ma talvolta anche in
quelli medi, i genitori che non potevano o non volevano allevarli abbandonavano i
bambini. Soprattutto nella seconda metà del Settecento e nella prima dell’Ottocento, il
fenomeno dei neonati abbandonati assunse dimensioni gigantesche, molti non
arrivavano al primo anno di vita.

Più difficile è tuttavia interpretare questi fatti. Molti storici hanno efficacemente
mostrano che l’abbandono dei neonati o altri comportamenti “crudeli” può da solo
dirci quali fossero i sentimenti dei genitori verso i figli. Neppure l’infanticidio. Tuttavia
sappiamo che le relazioni esistenti fra i membri di una famiglia erano un tempo molto
diverse da quelle di oggi. In tutti i ceti sociali, nelle famiglie multiple come in quelle
nucleari, dominava un modello di autorità patriarcale,una gerarchia di posizioni e di
ruoli definiti in base all’età, al sesso e all’ordine di nascita. Al vertice vi era il maschio,
padre e marito. E a lui la moglie, i figli e le nuore erano completamente subordinati.

Fra marito e moglie vi era una rigida separazione dei ruoli, che faceva si che, quando
non lavoravano, essi trascorressero la maggior parte del tempo non insieme, ma con
altre persone dello stesso sesso. I rapporti fra i coniugi erano dominati dal distacco
e dal riserbo (nelle famiglie nobili si davano del “voi”, nei ceti più bassi la moglie dava
del “voi” al marito e lui del “tu” alla prima).

I genitori addestravano i figli fin da piccoli alla sottomissione e alla deferenza. Li


tenevano a distanza e non davano loro la minima confidenza, affinché imparassero a
sentirsi diversi e inferiori. Nei ceti agricoli e urbani più bassi i figli davano del “voi” ai
genitori. Nelle famiglie nobili i figli si rivolgevano loro con le espressioni “signor padre
o madre” e dando loro del “lei”. Quando si presentavano ai genitori, baciavano loro le
mani e facevano una riverenza. I genitori d’altra parte esercitavano un controllo ferreo
e continuo sulle loro emozioni e sentimenti e cercavano di non manifestare il loro
affetto con parole e gesti e dunque tendevano a non lodare i figli, a non vezzeggiarli, a
non baciarli. L’autorità dei genitori si faceva sentire anche nel momento del
matrimonio, perché, soprattutto nei ceti più elevati, essi influivano sulla scelta del
coniuge.

Un caso di famiglia patriarcale reso famosa da un romanzo di Giovanni Verga è


quello dei Malavoglia. Questo modello patriarcale entrò in crisi molto tempo prima che
iniziasse il processo di industrializzazione: nel nostro paesi negli ultimi decenni del
Settecento e nei primi dell’Ottocento, in Inghilterra e in Francia ancora prima. Le
relazioni fra i coniugi e fra i genitori e figli cambiarono profondamente ed emerso un
nuovo tipo di famiglia: quella coniugale intima. Anche se il padre e marito continuò ad
essere la figura più importante, egli cessò di essere l’autocrate indiscusso e
inavvicinabile di un tempo. La distanza sociale fra lui e la moglie e fra i genitori e figli
si ridusse molto. Si iniziò ad usare il “tu” fra i membri della famiglia. Il modello
pedagogico che imponeva ai genitori di non esprimere in modo diretto ed evidente il
loro amore per i figli entrò in crisi. Aumentarono la frequenza delle interazioni fra i
membri della famiglia, il tempo in cui essi stavano insieme, le attenzioni e le cure che
si rivolgevano.

Mentre le regola di residenza neolocale e la famiglia nucleare avevano prevalso


dapprima fra gli artigiani e gli strati più poveri della popolazione dei centri urbani e
solo dopo molti secoli si erano diffusi nei ceti più elevati, le relazioni tipiche della
famiglia coniugale si affermarono seguendo un itinerario del tutto diverso. Fu infatti al
vertice della scala sociale che iniziò la crisi del modello patriarcale e che nacque quello
coniugale.

L’affermazione della famiglia coniugale in Asia

In molti paesi asiatici, nell’ultimo mezzo secolo, la famiglia coniugale ha fatto dei
grandi passi avanti. In questi paesi vi è innanzitutto un importante cambiamento nel
campo della scelta del coniuge. In effetti un tempo, in Cina, in India e in Giappone,
esso non era una faccenda personale, privata, ma un affare di famiglia, della famiglia
e per la famiglia. Per i genitori e i parenti dello sposo, il matrimonio serviva a generare
dei bambini che permettessero di perpetuare la linea di discendenza e di acquisire una
donna che aiutasse nei lavori domestici e che curasse e assistesse la suocera e il
suocero quando questi diventavano vecchi.

Di conseguenza, il matrimonio era spesso combinato. Erano i genitori, i nonni e gli


zii che decidevano quando una persona doveva sposarsi e con chi. La bellezza,
l’attrazione fisica, l’amore non avevano dunque alcuna importanza per la scelta del
coniuge. La situazione tuttavia è profondamente cambiata negli ultimi sessant’anni. La
scelta del coniuge è ormai sempre più spesso nelle mani di chi si sposa e dipende
sempre più dall’amore.

Radicalmente cambiato è anche il sistema di formazione della famiglia. Negli ultimi


cinquant’anni l’età al matrimonio in molti di questi paesi si è alzata. Un numero
crescente di sposi segue inoltre la regola di residenza neolocale, andando a vivere in
famiglie nucleari, diminuiscono di conseguenza le famiglie estese e multiple.

Completamente mutate sono nei paesi asiatici anche le relazioni interne alla famiglia e
in particolare quelle fra i coniugi e fra essi e i genitori dello sposo. Nella famiglia
multipla tradizionale cinese e indiana, i due coniugi, appena sposati, dovevano
mantenere l’uno verso l’altro un atteggiamento freddo e riservato. Fuori dalla camera
da letto essi dovevano evitare ogni manifestazione di affetto e potevano perfino
rivolgersi poco la parola, salvo nei casi in cui il marito doveva dare degli ordini alla
moglie. La giovane moglie e un eventuale rapporto di affetto fra lei e il marito
venivano visti come una minaccia incombente all’unità e alla compattezza della
famiglia multipla.

Negli ultimi decenni le cose sono notevolmente cambiate. A differenza di un tempo,


ormai fra le persone che si sposano vi è un forte rapporto di affetto. E questo legame
viene sempre meno subordinato alle esigenze di unità e compattezza della famiglia
multipla dei genitori dello sposo.

Il declino della famiglia coniugale nei paesi occidentali

La famiglia coniugale ha perso importanza nei paesi occidentali. Qui, a partire dalla
metà degli anni sessanta, si è avuto contemporaneamente una diminuzione del
numero delle nozze, un forte aumento delle separazioni legali e dei divorzi e una netta
flessione della fecondità. E questi cambiamenti hanno favorito la nascita di nuovi tipi
di famiglia.

La diminuzione della nuzialità

In tutti i paesi occidentali sono in corso da tempo due tendenze di segno opposto, che
hanno portato ad un progressivo allontanamento fra il momento del primo rapporto
sessuale completo e quello del matrimonio. Da un lato infatti si è avuto un
abbassamento dell’età al primo coito. Dall’altro invece vi è stata una diminuzione della
nuzialità e un innalzamento dell’età al matrimonio.

La diminuzione del numero dei matrimoni è iniziata in tutti i paesi occidentali nel
corso degli anni sessanta e settanta. Ovunque la flessione della nuzialità è stata
accompagnata da tre diverse tendenze. In primo luogo, vi è stato un forte aumento del
numero di giovani che vivono da soli (Danimarca, Francia). In secondo luogo, dalla
metà degli anni settanta è aumentata la propensione dei giovani a restare sempre più
a lungo nella casa dei genitori. In terzo luogo, la diminuzione della nuzialità è stata
accompagnata dalla diffusione delle convivenze more uxorio, cioè di quelle famiglie
di fatto che si formano quando due persone di sesso diverso abitano insieme come
coniugi senza tuttavia essere unite in matrimonio (apparse alla metà degli anni
sessanta in Svezia). Si può dire genericamente, che quanto più è alta la percentuale
della popolazione dei paesi dell’Europa che si dichiara cattolica, tanto più bassa è la
quota di giovani coppie eterosessuali che convivono more uxorio.

Questi mutamenti nel costume hanno provocato dei cambiamenti anche nelle norme
giuridiche. L’adulterio non è più considerato reato. I figli naturali, nati fuori dal
matrimonio (un tempo “illegittimi”), hanno ormai gli stessi diritti di quelli legittimi
riguardo sia al mantenimento e all’educazione che all’eredità dei genitori. In alcuni
paesi si tende all’equiparazione tra famiglia naturale e famiglia legittima anche nel
campo dei rapporti patrimoniali.

In tutti i paesi, l’uso di convivere more uxorio con un’altra persona dell’altro sesso è
iniziato negli strati più secolarizzati delle popolazioni urbane e si è poi esteso agli altri
strati (in Svezia è iniziato nella classe operaia).

In genere, la convivenza prepuziale si presenta non come un’alternativa, ma come


un fase di preparazione alla famiglia legittima. La convivenza prepuziale sta
prendendo il posto che aveva, un tempo, il fidanzamento. Ma al tempo stesso è uno
dei segni della perdita di importanza del matrimonio. Il matrimonio infatti serve
sempre meno a consacrare l’inizio di un’unione e sempre più a sanzionare la sua
esistenza.

La convivenza prepuziale ha due caratteristiche di fondo. In primo luogo dure un breve


periodo di tempo, in genere da un anno ad un anno e mezzo. In secondo luogo è di
solito infeconda, perché la nascita di un figlio ridurrebbe considerevolmente le
possibilità di scelta dei due partner, rendendo in particolare più difficile la rottura della
loro unione informale.

In alcuni paesi sta crescendo tuttavia l’importanza delle unioni libere, di quelle
famiglie di fatto che si pongono in alternativa a quelle legittime fondate sul
matrimonio. Esse durano più a lungo, sono feconde e non sfociano nelle nozze.
Soprattutto è a causa di questa tendenza che negli ultimi trentacinque anni, in tutti i
paesi occidentali, è aumentata la quota dei figli naturali, nati fuori dal matrimonio.

Le famiglie di fatto sono assai diverse per origine a caratteristiche. Vi è innanzitutto


chi scegli di convivere more uxorio per motivi di principio, per rifiuto del matrimonio
ed ostilità verso lo stato o per timore che l’istituzionalizzazione del rapporto finisca per
danneggiare la qualità della relazione di coppia. Ma vi è anche chi convive con un’altra
persona perché la legge impedisce di sposarla (separazione legale dal primo coniuge)
o perché il matrimonio presenta degli svantaggi di ordine economico (donne divorziate
che se si sposano perdono il diritto all’assegno di mantenimento).

Le ricerche finora svolte hanno messo in luce che i motivi più importanti della
formazione di famiglie di fatto sono altri due. In primo luogo, le convivenze more
uxorio sono delle “unioni sperimentali”, che nascono come una forma di reazione alla
crescente instabilità coniugale (alti tassi di divorzio).

In secondo luogo, le famiglie di fatto nascono spesso anche dalle esigenze delle
donne, soprattutto di quelle con un alto libello di istruzione e con un’attività
professionale. Questo tipo di convivenza viene scelto perché la natura fluida e
flessibile della famiglia di fatto permette alle donne di rinegoziare diritti e doveri con
l’uomo con cui abitano, di rimandare il momento della nascita del primo figlio, di
ottenere maggiori spazi per l’attività di lavoro extradomestico.

L’aumento dell’instabilità coniugale

A partire dal 1965, in tutti i paesi occidentali, vi è stato un forte aumento del numero
delle separazioni legali e dei divorzi. Tale aumento è continuato ininterrottamente
fino ad oggi in alcuni di questi paesi, in altri invece si è fermato all’inizio degli anni
ottanta.

Gli Usa sono il paese sviluppato in cui l’instabilità coniugale è maggiore. All’ultimo
posto vi sono la Spagna, il Portogallo e l’Italia, nei quali le coppie che divorziano sono
di meno. Anche nel nostro paese, tuttavia vi è stato un forte aumento dell’instabilità
coniugale. Ma fra le varie zone dell’Italia vi sono delle grandi differenze anche da
questo punto di vista. Da un lato vi sono regioni come l’Emilia – Romagna e la Liguria
dove vi è un alto tasso di instabilità coniugale. Dall’altro lato invece vi sono regioni
come quelle meridionali dove le separazioni legali e i divorzi sono molto meno
frequenti.

In tutti i paesi occidentali divorziano più frequentemente coloro che si sono sposati
molto giovani, che non appartengono ad alcuna confessione religiosa, che hanno
avuto genitori che si sono separati. Inoltre, in molti di questi paesi vi è una relazione
positiva fra instabilità coniugale e ceto sociale, cioè quanto più elevato è quest’ultimo
tanto più facile è che i coniugi restino insieme tutta la vita. In Itali invece avviene
l’opposto, cioè si separano e divorziano più frequentemente i professionisti e gli
imprenditori. Ma la situazione dell’Italia di oggi è, da questo punto di vista, molto
simile a quella che si aveva un secolo fa negli altri paesi occidentali nei quali il divorzio
è stato introdotto prima. Ciò fa pensare che finché il divorzio non si è istituzionalizzato,
finché i costi economici per sostenerlo non sono diminuiti, finché le persone dei ceti
più bassi non hanno superato il timore e la diffidenza che provano verso gli avvocati e
i tribunali, a rompere il matrimonio per via legale sono soprattutto le persone dei ceti
più elevati, mentre le altre ricorrono più frequentemente alla separazione di fatto.

L’aumento dell’instabilità coniugale è stato accompagnato, e probabilmente favorito,


da grandi mutamenti del diritto di famiglia. Nel corso degli anni settanta, in tutti i
paesi dove era presente il divorzio (Italia dal 1970), sono cambiate le norme che
regolano la rottura dei matrimoni.

Un tempo il divorzio veniva considerato come una sanzione contro il coniuge che si era
macchiato di una colpa (adulterio). Nel corso degli anni settante il sistema divorzio –
sanzione è stato abbandonato e sostituito da quello del divorzio – fallimento o rimedio.
Perché oggi un tribunale decreti la rottura di un matrimonio basta che fra marito e
moglie vi siano delle “differenze inconciliabili” che provochino un “fallimento” del
matrimonio e rendano la convivenza “intollerabile”.

In alcuni paesi, questo “fallimento” viene definito con un criterio oggettivo: un periodo
di tempo in cui i coniugi siano stati separati di fatto. Ma in altri paesi la definizione è
soggettiva, se non ci sono figli il divorzio viene subito concesso, altrimenti circa sei
mesi. In Italia il divorzio non si è affiancato alla separazione legale (presente già
nell’Ottocento), ma si è aggiunto ad essa. Ciò significa che da noi, a differenze che in
altri paesi, quello che porta alla rottura completa del matrimonio è un processo a due
stadi, perché da noi chi vuole divorziare deve di solito ottenere prima la separazione
legale. Un’importante conseguenza di questa peculiarità del nostro paese è che da noi
il divorzio avviene a un’età più avanzata che in altri paesi, perché dal momento
dell’ottenimento della separazione legale devono passare tre anni per poter essere
richiesto il divorzio.

Sarebbe sbagliato pensare che l’aumento dell’instabilità coniugale degli ultimi


trentacinque anni sia dovuto ad un peggioramento della qualità dei rapporti fra i
coniugi o che in alcune parti del mondo i matrimoni sia più felici che in altre.
L’infelicità coniugale è infatti una condizione necessaria ma non sufficiente
dell’instabilità. Un matrimonio può essere fallito eppure due coniugi possono
continuare a stare insieme. Vi sono infatti numerose barriere che possono impedire lo
scioglimento di un matrimonio: credenze religiose, timori di conseguenze negative sui
figli, mancanza di autonomia finanziaria.

Innanzitutto è con la diversa importanza di queste barriere che possiamo spiegare le


variazioni nello spazio e nel tempo dell’instabilità coniugale. Due sono le variabili utili.
La prima è costituita dalla religione. Quanto più forte è stata in un paese l’influenza
della chiesa cattolica, tanto minore sarà il numero di divorzi. La seconda è data dal
tasso di attività della popolazione femminile. Quanto più alto è il numero delle
donne che svolge un’attività extradomestica, tanto più spesso i matrimoni terminano
con una sentenza di tribunale. Perché, per un certo numero di donne, ottenere un
lavoro extradomestico retribuito vuol dire superare un’importante barriera che
impediva la separazione o il divorzio.

La correlazione esistente fra tasso di attività della popolazione femminile è instabilità


coniugale è stata tuttavia interpretata con altre due ipotesi. Per la prima ipotesi, il
lavoro della donna, mutando la distribuzione del potere all’interno della coppia e
spingendo la moglie a pretendere di più dal marito, può essere fonte di nuovi conflitti
fra i due. Per la seconda ipotesi, se l’attività extradomestica femminile può provocare
la rottura del matrimonio è perché i mariti continuano a comportarsi come se la moglie
fosse sempre una casalinga, a rifiutarsi di introdurre una qualche modifica nella
divisione del lavoro all’interno della famiglia.

Le famiglie ricostruite

Il peso quantitativo delle famiglie ricostituite formate con le seconde nozze è


considerevolmente aumentato. Per la verità, la quota delle persone divorziate che si
risposano è diminuita nel corso degli ultimi venticinque anni. In Italia, si risposano il 50
% degli uomini e il 27 % delle donne. Inoltre, il numero dei divorziati è fortemente
aumentato. Per questo, il peso delle seconde nozze è cresciuto rapidamente. In alcuni
paesi esse costituiscono più di un terzo dei matrimoni. In altri si avvicinano alla metà.

Famiglie che ricordano quelle ricostituite sono esistite anche in passato, quando le
persone rimanevano vedove abbastanza giovani e molte di loro si risposavano. Ma le
famiglie ricostituite di oggi, nate dal divorzio, sono in realtà molto diverse sia da quelle
create dopo la vedovanza sia dalla famiglia coniugale classica.
Oggi la ricostruzione della famiglia comporta l’aggiunta di uno o due nuovi genitori ai
due già esistenti. Una caratteristica di fondo della famiglia ricostituita dopo un
divorzio è di avere dei confini più incerti e ambigui di quella coniugale, in termini sia
spaziali (figli affidati alla madre) che biologici (fratello “uterino”, cioè da parte di
madre ma con padre diverso) o giuridici. Quelli che fanno parte della famiglia
ricostituita non vivono sempre nella stessa casa e non hanno tutti lo stesso cognome.
Quanto ai figli, non tutti hanno lo stesso sangue nelle vene.

L’ambiguità di confini delle famiglie ricostituite dipende dalla storia coniugale dei due
adulti che l’hanno formata. Quando entrambi hanno alle spalle almeno un matrimonio
e un divorzio e portano con sé almeno un figlio, la nuova famiglia che creano è
strutturalmente molto complessa. Lo è invece poco quando uno solo dei due adulti è
stato sposato senza per altro aver avuto figli.

Le ricerche finora condotte mostrano che le seconde nozze sono ancora più fragili
delle prime, cioè si divorzia più frequentemente che nelle prime nozze. Questo è stato
spiegato con due diverse ipotesi. Per la prima ipotesi, se le persone che si risposano
divorziano più frequentemente è perché esse sono diverse dalle altre, cioè sono più
secolarizzate e sono più disposte a ricorrere al divorzio nel caso in cui il loro
matrimonio sia infelice. Per la seconda ipotesi le differenze vanno ricercate non nelle
persone che si risposano ma nella qualità del rapporto che nasce con le seconde
nozze. E questo rapporto è molto più difficile di quello delle prime nozze sia perché le
famiglie ricostituite sono strutturalmente più complesse e hanno confini più ambigui
sia perché esse non sono ancora pienamente istituzionalizzate. A differenze cioè di chi
fa parte di una famiglia coniugale, chi vive in una famiglia ricostituita non ha di fronte
a sé dei modelli di comportamento socialmente accettati e condivisi da seguire e da
utilizzare per affrontare i vari problemi che si trova di fronte.

Educazione e istruzione
L’educazione è una e molteplice. Molteplice perché ve ne sono tanti tipi quanti sono gli
strati in cui si articola una società (formazione di un imprenditore è differente da
quella di un operaio). Tuttavia essa è anche una, perché tutti i tipi diversi di
formazione poggiano sempre su una base comune. Ogni società, ogni paese, ha un
patrimonio di idee, di valori, di conoscenze, che cerca di trasmettere a tutti coloro che
vi entrano, qualunque sia la casta, il ceto o la classe a cui appartengono.

Così definito, il concetto di educazione si identifica con quello di socializzazione. Ora


bisogna capire come la trasmissione e l’apprendimento di valori, norme, conoscenze,
capacità, linguaggi, avvenga nei sistemi scolastici.

Cultura orale e cultura scritta

Nella trasmissione del patrimonio culturale si possono distinguere tre elementi.

- In primo luogo, ogni generazione lascia alla successiva la cultura materiale della
società in cui è vissuta, l’insieme di strumenti e di oggetti che ha a sua volta
ereditato o che ha prodotto (automobili, strade, ponti).
- In secondo luogo, ogni generazione trasmette alle seguenti i modi di agire
standardizzati, che possono essere comunicati anche senza mezzi verbali (come
allevare i bambini, come cucinare i cibi).

- In terzo luogo, da una generazione all’altra passano le conoscenze e i valori che


possono essere trasmessi solo attraverso le parole, per via orale o scritta.

Per più del 99 % della loro storia, gli esseri umani hanno vissuto in culture solo orali,
nelle quali l’educazione ha avuto luogo, in famiglia o sul lavoro, con contatti faccia a
faccia, con una lunga serie di conversazioni. Fu solo, dal VII secolo a.C. che, nelle città
– stato della Grecia, venne creato il primo sistema completo di scrittura alfabetica, che
esprimeva i singoli suoni linguistici con segni vocalici e consonantici, e che di qui si
diffuse in seguito in tutto il mondo.

Fra l’introduzione della scrittura e la sua diffusione generale è trascorso più di un


millennio. A lungo, anche coloro che la conoscevano usarono la scrittura solo come
ausilio alla memoria e continuarono a servirsi esclusivamente della comunicazione
orale. Inoltre, un’alta quota della popolazione è rimasta per secoli analfabeta. Il
processo di alfabetizzazione fece grandi passi avanti ad Atene e a Roma. Ma la
quota delle persone che sapevano leggere e scrivere diminuì nei secoli successivi,
almeno fino al Mille. L’invenzione della stampa a caratteri mobili, che avvenne alla
metà del Quattrocento, segnò senza dubbio una svolta in questa lunga storia, perché
fece diminuire molto i costi di produzione dei libri, rendendo il loro acquisto accessibile
ad un numero sempre maggiore di persone.

Secondo molti studiosi il passaggio dalla cultura orale a quella scritta ha avuto
conseguenze di grande portata. Tra le tante cose, essa ha reso possibile lo sviluppo
della burocrazia moderna, che è basato non solo su regole scritte e sull’esistenza di
archivi, ma anche su metodi di reclutamento spersonalizzati. Tuttavia, quello che è
certo è che il passaggio dalla cultura orale a quella scritta è stato accompagnato dalla
nascita e dallo sviluppo della scuola. Fino a quanto il patrimonio culturale è stato
trasmesso solo con rapporti faccia – a – faccia e con conversazioni, la socializzazione è
avvenuta all’interno della famiglia e del gruppo di pari. Quando invece si è cominciato
a servirsi della scrittura come mezzo di comunicazione, una parte crescente
dell’educazione ha avuto luogo nella scuola (nel V secolo a.C. è stata istituita, in
Grecia, la scuola elementare).

Pur avvicinando alla nuova forma di comunicazione scritta tutti o quasi tutti, la scuola
ha creato nuove disuguaglianze e divisioni fra i vari gradi di alfabetizzazione.
L’educazione primitiva era un processo che manteneva una continuità tra i genitori e i
figli, mentre, l’educazione moderna sottolinea invece il ruolo della funzione educativa
nel creare discontinuità: nel rende alfabeta il figlio dell’analfabeta.

Teorie sull’istruzione

Le principali teorie riguardo all’educazione e ai sistemi scolastici sono le stesse tre


della stratificazione sociale: funzionalista, marxista, weberiana.

In generale, la teoria funzionalista considera la società come un sistema di parti


interdipendenti, che compiono determinate funzioni utili o necessarie alla
sopravvivenza dell’intero sistema. Le funzioni svolte dall’istruzione sono la
socializzazione, il controllo sociale, la selezione e allocazione degli individui nelle varie
occupazioni, l’assimilazione degli immigrati nella società di arrivo. La teoria marxista e
quella weberiana mettono invece l’accento sul conflitto considerando l’istruzione come
un’arma nelle lotte di dominio. Per la teoria marxista, quest’arma è nelle mani della
classe dei proprietari dei mezzi di produzione, che se ne servono per mantenere
l’ordine sociale esistente. Per la teoria weberiana, l’istruzione è al centro di una lotta
che ha luogo fra classi, ceti e gruppi di potere.

La teoria funzionalista

Analiticamente, questa teoria può essere articolata nelle seguenti proposizioni:

a) il livello di qualificazione richiesto dalle occupazioni della società industriale cresce


costantemente attraverso due diversi processi: a1) vi è in primo luogo una tendenza
all’aumento della percentuale dei posti di lavoro che richiedono un alto livello di
qualificazione e una tendenza parallela alla diminuzione di quelli che ne richiedono
uno basso; a2) vi è in secondo luogo una tendenza degli stessi posti di lavoro a un
costante innalzamento del livello di qualificazione richiesto;

b) è l’istruzione fornita della istituzioni scolastiche che provvede il livello di


qualificazione richiesto. Ciò significa che: b1) l’istruzione rende la forza lavoro più
produttiva; b2) essa viene fornita non da molte, ma da un’unica istituzione
specializzata: la scuola;

c) ne consegue che man mano che il livello di qualificazione richiesto dalle occupazioni
nella società industriale cresce, aumenta la percentuale della popolazione che deve
passare attraverso le istituzioni scolastiche, così come aumenta la durata del periodo
che questa deve trascorrere in esse.

La scuola, quindi, viene considerata come un canale di mobilità sociale.

La teoria marxista

Per la verità, Karl Marx si era occupato ben poco dei problemi della scuola. Ma, a
partire dagli anni settanta, alcuni filosofi, sociologi ed economisti hanno elaborato una
teoria dell’istruzione sviluppando alcune idee di Marx. Questi studiosi pensano che per
capire come sono nati, come operano e perché possono cambiare i sistemi scolastici
moderni è necessario guardare ai rapporti di produzione e alla lotta fra le classi sociali.

Secondo Louis Althusser, nella società capitalistica la riproduzione dei rapporti di


produzione viene assicurata dall’esercizio del potere di stato negli apparati di stato. Vi
sono tuttavia due tipi diversi di apparati di stato: gli apparati repressivi e quelli
ideologici. Dei primi fanno parte il governo, l’esercito; dei secondi la chiesa, la
famiglia, la scuola. I primi appartengono alla sfera pubblica, i secondi a quella privata.
I primi funzionano con la violenza, i secondi con l’ideologia. Oggi l’apparato ideologico
più importante è la scuola. Alla sue influenza sono sottoposti i bambini di tutte le classi
sociali, proprio nel periodo della vita in cui sono più vulnerabili. Il compito della scuola
non è tanto di trasmettere competenze tecniche, quanto piuttosto di inculcare in
ciascun ragazzo l’ideologia adatta al ruolo che dovrà svolgere da adulto nella società.
Di conseguenza la scuola è anche il luogo della lotta di classe.
Gli economisti neomarxisti americani hanno sostenuto che il sistema scolastico serve a
perpetuare e a riprodurre il sistema capitalistico. Lo fa in due modi. Innanzitutto,
promuovendo la credenza che il successo economico dipenda esclusivamente dal
possesso di determinate capacità e competenze. In secondo luogo, trasmettendo agli
allievi non tanto conoscenze quanto piuttosto quegli attributi non cognitivi (tratti della
personalità, modi di presentazione) che permettono agli adulti di svolgere le mansioni
loro assegnate perpetuando la divisione gerarchica del lavoro. In genere, la scuola
premia la docilità, la passività e l’obbedienza e scoraggia la spontaneità e la creatività.
Vi sono tuttavia differenze importanti a seconda della probabile posizione economica
futura degli studenti. La socializzazione al rispetto massimo delle regole è tanto più
importante quanto più è probabile che lo studente vada a fare un lavoro manuale
monotono e malpagato.

Il sistema scolastico opera in questo modo perché esiste una stretta corrispondenza
fra i rapporti sociali che vi sono a scuola e quelli che vigono nel mondo della
produzione. Infatti, fra gli studenti e gli insegnati e fra questi e i loro superiori vi è la
stessa divisione gerarchica del lavoro esistente nelle aziende. Ma gli aspetti più
importanti della corrispondenza sono tre. In primo luogo, gli studenti hanno tanto poco
potere sul loro curriculum di studi quanto i lavoratori sulle loro mansioni. In secondo
luogo, sia l’istruzione che il lavoro sono attività puramente strumentali, che vengono
svolte per ottenere premi (voto a scuola, salario in azienda) o per evitare conseguenze
spiacevoli (bocciatura, licenziamento). In terzo luogo, alla frammentazione del lavoro
nel mondo della produzione corrisponde una fortissima competizione fra gli studenti
provocata dal sistema di valutazione del loro rendimento da parte degli insegnati.

La teoria weberiana

Secondo Weber per analizzare i sistemi di istruzione e i mutamenti che essi hanno
subito nel corso del tempo tenendo conto della stratificazione sociale e degli interessi
e dei conflitti che essa crea. Per Weber i tipi fondamenti di potere sono tre:
carismatico, tradizionale, legale – razionale. Per ogni tipo di potere vi è un
diverso ideale educativo.

- Al potere carismatico corrisponde l’ideale dell’iniziato, della persone cioè che ha


accesso ad un sapere segreto tramite prove e cerimonie (sacerdote). Il carisma
(doni magici) non può essere insegnato. Può solo essere risvegliato (se esiste
all’interno) con una rinascita della personalità. Tutto ciò costituisce il senso
genuino dell’educazione carismatica.

- Al potere tradizionale corrisponde l’ideale dell’uomo colto. Il fine


dell’educazione è in questo caso il “raffinamento” della persona, cioè la
trasformazione della condotta della vita esteriore e interiore. Le definizione di
uomo colto varia tuttavia a seconda delle condizioni sociali dello strato dei
detentori del potere.

- Al potere legale – razionale corrisponde l’ideale dello specialista. L’istruzione


che viene fornita ai giovani ha un’immediata utilità pratica, nelle officine e negli
uffici. La preparazione specialistica è promossa dallo sviluppo
dell’amministrazione burocratica, che esercita un potere in virtù del sapere. In
questa fase è che istruzione ed esami assumono la massima importanza.
Secondo alcuni studiosi, che hanno ripreso e sviluppato la teoria weberiana, lo
sviluppo dell’istruzione che si è avuto nella società moderna non è dovuto tanto
all’aumento della domanda di qualificazione tecnica proveniente dall’economia (teoria
funzionalista) quanto piuttosto alle azioni condotte dai vari ceti sociali per mantenere
e migliorare la propria posizione nel sistema di stratificazione. Sono queste azioni che
hanno provocato il fenomeno del credenzialismo, cioè l’uso inflazionato dei titoli di
studio come mezzi per controllare l’accesso alle posizioni chiave nella divisione del
lavoro.

Weber spiega che, già all’inizio del Novecento, esami e titoli di studio avevano
acquistato un’enorme importanza nelle strategie di chiusura e di monopolizzazione
delle posizioni di vantaggio sociale ed economico. Rifacendosi a questa impostazione,
molti sociologi sostengono oggi che le professioni (avvocato) tendono a raggiungere il
monopolio del diritto di fornire determinati servizi (difendere in tribunale la causa di un
cliente) e, attraverso l’uso di credenziali educative, del diritto di decidere chi può farlo.

Coloro che si richiamano a questa teoria sostengono inoltre che i ceti elevati hanno
influito sulla struttura interna dei sistemi scolastici e sulle materie che vi venivano
insegnate. Dal momento che ciò che unisce i componenti di un ceto è una cultura
comune, usata come segno distintivo di appartenenza al gruppo, l’istruzione di ceto
ha avuto per molto tempo, e ha tuttora, notevole importanza. Completamente
staccata dalle attività pratiche, essa ha avuto spesso natura estetica e cerimoniale
(eleganza della calligrafia). In Europa, la scuole di maggior prestigio sono state quelle
in cui si insegnavano i classici, il greco e il latino.

Fatti e teorie

I dati di cui disponiamo mostrano tuttavia che le variazioni nello spazio e nel tempo
dell’istruzione non possono essere spiegate solo con le tre teorie (funzionalistica,
marxista e weberiana). Molti altri fattori hanno influito sull’andamento dell’istruzione:
la religione, le concezioni che della scuola hanno avuti i gruppi dominanti, lo sviluppo
dello stato nazionale.

La religione

All’inizio del XX secolo, l’area più progredita, in cui la quota della popolazione che
sapeva leggere e scrive superava il 90 % si estendeva dalla Svezia alla Svizzera,
passando per la Germania, ma comprendeva la Francia orientale, i Paesi Bassi,
l’Inghilterra e la Scozia. L’analfabetismo dominava invece in Russia, nella penisola
balcanica, in Italia, in Spagna e nel Portogallo.

Questi dati possono far pensare che in tutta Europa il tasso di alfabetismo dipendesse
solo o esclusivamente dal livello di sviluppo economico. Ma questo non è vero. A ben
vedere, le differenze esistenti all’inizio del XX secolo nel grado di istruzione fra le varie
regioni europee erano in gran parte riconducibili al peso della varie confessioni
religiose e al diverso atteggiamento che cattolici e protestanti hanno a lungo avuto nei
riguardi dell’alfabetizzazione e dei libri. Le ricerche storiche hanno dimostrato che la
Riforma protestante diede un contributo straordinario alla diffusione della
scolarizzazione. Le dottrine protestanti sostennero che, per diventare consapevole
della fede e della vita cristiana, per raggiungere la salvezza, ciascun individuo doveva
leggere con i proprio occhi le Sacre Scritture. Esse dunque si impadronirono
dell’invenzione della stampa a caratteri mobili e promossero la pubblicazione di Bibbie
in volgare, libri di preghiera e di catechismo.

La chiesa cattolica reagì negativamente a quanto stava avvenendo. Vietò ai fedeli


l’accesso alle Bibbie in volgare, intensificò il culto dei santi e si trasformò in una
cultura dell’immagine, proprio mentre il protestantesimo si affermava come cultura del
libro e dell’istruzione. Così, mentre durante il Medioevo e il Rinascimento la zona
d’Europa in cui l’istruzione era più diffusa era stata quella mediterranea, dopo la
Riforma divenne quella settentrionale.

La legislazione ecclesiastica del 1686, della Svezia, prescriveva che i bambini,


braccianti e servi imparassero a leggere e a vedere con i proprio occhi ciò che il Santo
Verbo di Dio comanda. In mancanza di scuole, questo obbiettivo fu perseguito
all’interno della famiglia. Il capofamiglia era ritenuto responsabile dell’educazione dei
figlie e dei servi e, con la Bibbia, doveva insegnare loro a pregare e a leggere. La
comunità esercitava una forte pressione sulle famiglie, sottoponendole a controlli
periodici. L’adulto che non superava l’esame della comunità non poteva né giurare
davanti ad un tribunale né sposarsi. In questo modo, alla fine del XVII secolo, quasi
tutti i giovani sapevano leggere. Il processo di alfabetizzazione toccò tutti gli strati
della popolazione: donne e uomini, poveri e ricchi.

Le concezioni dei gruppi dominanti

Per molti secoli i gruppi dominanti hanno visto nell’istruzione di massa un grave
pericolo, perché, una volta istruiti, gli strati più bassi della società non avrebbero
accettato la loro degradante condizione e si sarebbero ribellati ai loro superiori.

In altri gruppi dirigenti e in altri movimenti ritroviamo invece l’idea, che ha finito per
affermarsi in tutti i paesi occidentali, che la diffusione dell’istruzione fra tutta la
popolazione fosse la politica migliore da seguire. L’argomentazione più importante a
favore della diffusione dell’istruzione è che questa era il miglior mezzo di controllo
sociale.

Ritroviamo queste diverse concezioni dell’istruzione anche nei vari stati dell’Italia
preunitaria. Così nello Stato pontificio dominava il modello del controllo sociale
attraverso l’ignoranza del popolo. Nel Granducato di Toscana si fece invece a poco a
poco strada il modello opposto, del controllo sociale attraverso la diffusione
dell’istruzione.

Dopo l’Unità, la classe dirigente italiana si trovò di fronte alla necessità di creare una
coscienza nazionale e di fare accettare a tutti il nuovo sistema sociale e politico, e
dunque si rifece al secondo modello, proclamando per la prima volta l’obbligatorietà e
la gratuità dell’istruzione primaria.

Lo sviluppo dello stato nazionale

La nascita e lo sviluppo degli stati nazionali sono stati accompagnati dal


riconoscimento di numerosi diritti di cittadinanza. Tra i diritto sociali vi era il diritto –
dovere all’istruzione elementare.
Contrariamente a quanto ci si può aspettare seguendo la teoria funzionalista, il
riconoscimento del diritto all’istruzione elementare ha preceduto il processo di
industrializzazione. Nel corso del XIX secolo esso fu proclamato in quasi tutti i paesi
occidentali.

Varie ricerche hanno mostrato che i paesi nei quali ha avuto origine la scuola di massa
sono quelli in cui il concetto moderno di sovranità e il principio di nazionalità si sono
affermati prima. Gli stati nazionali si basavano infatti su alcune idee di fondo che
favorivano la nascita e lo sviluppo dei sistemi scolastici. In primo luogo, pensavano
che l’attore principale della società e dello stato fosse l’individuo. In secondo luogo,
ritenevano che la nazione altro non fosse che un insieme di individui e, di
conseguenza, che lo sviluppo nazionale presupponesse quello individuale. In terzo
luogo, avevano fiducia nel futuro e nel progresso. In quarto luogo, attribuivano grande
importanza all’infanzia, fase nella quale gli individui erano ancora malleabili e
potevano essere formati. Erano di conseguenza convinti che, con la scuola e un corpo
di insegnati professionisti, fosse possibile formare adulti leali e produttivi,
contribuendo in questo modo allo sviluppo della nazione.

Somiglianze e differenze

Fra i vari paesi vi sono oggi significative differenze riguardo all’istruzione, ma alcune di
esse si sono ridotte nel corso dell’ultimo mezzo secolo. Questa è la conclusione a cui si
giunge mettendo a confronto questi paesi riguardo a quattro aspetti dell’istruzione.

Il primo aspetto è il grado di diffusione dell’istruzione nella popolazione. All’inizio


del XX secolo vi erano fra questi paesi enormi differenze nel tasso di iscrizione alla
scuola elementare e in quello di analfabetismo. A poco a poco tali differenze si sono
attenuate e poi sono del tutto scomparse. Differenze rilevanti permangono oggi invece
nella diffusione dell’istruzione secondaria superiore.

Il secondo aspetto riguarda il diverso livello di apprendimento raggiunto dalla


popolazione scolastica dei vari paesi. La quota della popolazione scolastica di 15 anni
che ha un basso livello di apprendimento è elevato nei paesi in via di sviluppo, ma
anche in alcuni di quelli economicamente molto avanzati (Germania, Italia, Usa).
All’estremo opposto, i paesi nei quali questa quota è modesta (Svezia, Finlandia, Gran
Bretagna, Canada, Giappone).

Il terzo aspetto è costituito dal curriculum della scuola elementare. Dal 1920 ad oggi,
nei paesi di tutto il mondo vi è stata una tendenza alla standardizzazione dei curricula
della scuola elementare, cosicché oggi vi è una forte somiglianza riguardo alle materie
insegnate. Oggi, nel curriculum tipo delle scuole elementari di tutto il mondo, più di un
quarto delle ore di insegnamento è rivolto alla lingua nazionale, il 18 % alla
matematica, l’8 % alle scienze naturali, solo il 3 % alla storia, la geografia e
l’educazione civica.

Il quarto aspetto riguarda la struttura interna dei sistemi scolastici e il momento


in cui essi prevedono la separazione fra gli studenti che possono e quelli che non
possono entrare all’università. Utile è distinguere due tipi diversi di sistema
scolastico: il primo, che troviamo negli Usa, a selezione tardiva; il secondo,
tipicamente europeo, a selezione precoce.
- Il primo prevede per tutti gli studenti una scuola secondaria unica, al termine
della quale essi possono decidere se proseguire gli studi superiori. Si tengo
aperti i canali di scorrimento tra corsi diversi, evitando ogni netta separazione
fra gli studenti più capaci e motivati e gli altri.

- Il secondo sistema, dopo pochi anni di istruzione comune, si biforca in scuole


propedeutiche agli studi secondari superiori e universitari (licei) e in scuole
vicolo cieco o fini a se stesse, che non permetto invece il passaggio ai livelli
superiori (professionali).

Lo studioso Turner ha sostenuto che a questi modelli di sistema scolastico


corrispondono due diversi tipi di mobilità sociale: competitivo, cooptativo. Essi
forniscono una soluzione diversa al problema di garantire la fedeltà delle classi
svantaggiate nei confronti di un sistema in cui i loro membri ricevono meno di una
quota proporzionale dei beni della società. Il sistema competitivo incoraggia ciascun
individuo a competere con gli altri per raggiungere una posizione socioeconomica
preminente, convincendolo che il risultato di questa competizione è solo nelle sue
mani e rimandando il più possibile il momento del primo bilancio della propria carriera.
In tal modo, le frustrazioni sopraggiungono quando ormai il sistema sociale è stato
accettato e l’insuccesso può essere interpretato in termini di incapacità personali. Nel
sistema di mobilità cooptativa, invece, il controllo è mantenuto addestrando le
masse a considerare se stesse relativamente incompetenti a dirigere la società,
restringendo l’accesso alle conoscenze, alle capacità e allo stile di vita dell’èlite e
coltivando la credenza nella superiore competenza dell’èlite. Quanto prima avviene la
selezione delle reclute, tanto più rapidamente gli altri possono essere socializzati ad
accettare la loro inferiorità e a fare programmi più “realistici” che fantastici. Una
selezione che avvenga molto presto previene il sorgere di speranze in gran numero di
persona che possono altrimenti diventare leader insoddisfatti di una classe che sfida la
sovranità dell’èlite al potere.

Le differenze fra i due tipi di sistema scolastico sono diminuite nel corso del tempo,
anche se non sono scomparse. Il momento della separazione fra gli studenti che
possono e quelli che non possono entrare all’università ha luogo in Italia a 18 – 19
anni, al termine della scuola secondaria.

L’istruzione e le disuguaglianze

Generalmente si prendono in considerazione quattro forme di disuguaglianze


scolastiche: rendimento scolastico, attitudini o intelligenza degli allievi, ambiente
d’origine degli studenti, ambiente scolastico.

Sociologi e psicologi si sono rivolti soprattutto all’analisi delle relazioni fra le prime tre
forme di disuguaglianza.

L’intelligenza e la sua origine

Per trovare una definizione comune, alcuni studiosi hanno sostenuto che l’intelligenza
è ciò che viene misurato dai test del QI (quoziente d’intelligenza).

Da tutti i dati raccolti in molti decenni risulta che il QI degli allievi è correlato sia con il
rendimento scolastico sia con le caratteristiche dell’ambiente d’origine. Chi ha un
punteggio più elevato nei test di intelligenza apprende meglio e più rapidamente
quello che i docenti insegnano. Ma gli studenti di gruppi etnici e quelli di classi sociali
svantaggiate raggiungono nei test di intelligenza punteggi più bassi degli altri.

Alcuni studiosi hanno sostenuto che le differenze nel quoziente di intelligenza fra classi
sociali alte e basse dipende in gran parte da fattori ereditari. Queste affermazioni
hanno provocato un violento dibattito, nel quale la grande maggioranza degli studiosi
hanno respinto questa tesi per vari motivi.

Il primo è che i test del QI sono condizionati culturalmente e premiano coloro che
hanno maggiore familiarità con alcune idee e conoscenze. Ad essere favoriti sono in
genere i bambini bianchi di classe media, nella cui esperienza rientrano più facilmente
quelle forme di ragionamento astratto presupposto da alcune domande dei test. Ma se
fossero formulate diversamente, a trarne vantaggio sarebbero i bambini di altri
ambienti sociali.

In secondo luogo, le prove a sostegno della tesi precedente non sono considerate
soddisfacenti. Che l’intelligenza sia in parte innata e in parte appresa, in parte dovuta
a fattori ereditari e in parte a fattori ambientali, è fuori discussione. Misurare il peso di
queste due componenti è tuttavia assai difficile, a volte pesa di più il fattore ereditario,
altre volte di più quello ambientale.

Classi sociali e successo scolastico

Quanto più elevata è la classe di origine, quanto più probabile è che uno studente
abbia un buon rendimento scolastico e che continui a lungo gli studi, fino alla laurea e
oltre. Oltretutto, ciò che influisce sul successo negli studi è il titolo di studio dei
genitori, a prescindere dal loro reddito e dalla loro occupazione.

Di questa relazione fra classe sociale e successo scolastico sono state fornite
spiegazioni assai diverse. Per la teoria del deficit, se i giovani provenienti dalla
classe sociali più basse hanno un cattivo rendimento scolastico e interrompono presto
gli studi è perché, la famiglia non fornisce loro né le capacità cognitive e linguistiche
né i valori, gli atteggiamenti e le aspirazioni che la scuola richiede (situazione di
“privazione culturale”).

Critici nei riguardi di questa impostazione sono i sostenitori della teoria della
differenza, che rimproverano alla teoria del deficit di cercare le cause dei fallimenti e
dei ritardi non nelle istituzioni scolastiche, ma solo nei bambini e nel loro ambiente
d’origine. Spostando l’attenzione dalla scuola al bambini, la prima teoria fa
dimenticare le discriminazioni sociali che la scuola opera nei confronti del bambini.
Varie ricerche mostrano che, se gli allievi provenienti dalle classi sociali più basse
hanno un cattivo rendimento scolastico è perché questo è quello che la scuola e gli
insegnanti si aspettano da loro.

Secondo Bourdieu, sociologo francese, se gli studenti delle classi agita vanno meglio a
scuola è perché godono di privilegi sociali. La famiglia trasmette ai figli un certo
capitale culturale, cioè un complesso di conoscenze e valori, e un certo ethos di
classe, cioè un complesso di atteggiamenti nei riguardi della cultura. Il primo influisce
sul rendimento scolastico, il secondo soprattutto sulla durata della carriera scolastica.
Questa eredità culturale viene trasmessa per osmosi, rafforzando, nei membri della
classe colta, l’idea che le loro qualità siano indotte da doti naturali.

Trattando tutti gli studenti come se fossero uguali, la scuola conferisce alle differenze
culturali di partenza una sanzione formale, le legittima e le giustifica. Induce così gli
individui a pensare che le disuguaglianze sociali siano dovuto alle doti, cioè siano
naturali. La scuola accorda inoltre un vantaggio supplementare ai più avvantaggiati,
perché il sistema di valori impliciti che presuppone e che trasmette è molto simile a
quello delle classi più agiate.

Istruzione e meritocrazia

Negli ultimi decenni, molti studiosi, hanno affrontato il problema del ruolo
dell’istruzione nei processi di mobilità sociale.

Gli studiosi che si rifanno alla teoria funzionalistica ritengono che questo ruolo sia
costantemente cresciuto e che la società moderna sia diventata sempre più
meritocratica. Ciò che caratterizza infatti tale società è il processo di
razionalizzazione, il passaggio dal particolarismo all’universalismo, dall’ascrizione
all’acquisizione, come criterio di selezione e ricompensa. In altri termini, ciò che in
questa società determina la posizione degli individui nel sistema di stratificazione (la
quantità di potere e il livello di reddito e di prestigio di cui godono) è sempre meno
l’origine sociale e sempre più le loro doti innate e le competenze acquisite (titolo di
studio). Questa è la principale legittimazione delle disuguaglianze della società
moderna.

L’idea che la società moderna sia tendenzialmente meritocratica ha trovato anche il


consenso di quegli studiosi che hanno parlato dell’avvento della società
postindustriale, perché questa è caratterizzata dalla crescita sia delle professioni che
richiedono alti livelli di conoscenza sia dalle burocrazie pubbliche e private. Ma i
risultati delle ricerche condotte in molti paesi occidentali non sembrano dare ragione a
queste teorie.

Queste ricerche hanno di solito preso in considerazione tre variabili: l’origine sociale, il
titolo di studio conseguito e la destinazione di classe delle persone appartenenti a una
determinata popolazione. Ora, secondo la teoria funzionalista, l’influenza dell’origine
sociale sul titolo di studio è conseguito è diminuita; è diminuita anche quella
dell’origine sociale sulla destinazione; ma è aumentata l’influenza del titolo di studio
sulla destinazione sociale.

Considerando le prime due variabili, vi sono altre due argomentazioni importanti a


favore della tesi che la relazione fra queste due variabili si sia indebolita. La prima è
che negli ultimi quarant’anni, in molti paesi occidentali, sono state approvate riforme
del sistema scolastico di ispirazione egualitaria, che cercavano appunto di ridurre
l’influenza della classe sociale dei genitori sul titolo di studio conseguito dai figli. La
seconda è che negli ultimi decenni vi è stata una considerevole espansione
dell’istruzione, che dovrebbe aver ridotto la forza della relazione fra le prime due
variabili, perché il tasso di iscrizione degli studenti delle classi sociali più basse
sarebbe aumentato con velocità maggiore di quello della classi medio – alte.
Le ricerche condotte in tredici paesi diversi (dell’Europa occidentale e orientale,
dell’Asia e dell’America del Nord) hanno mostrato che quello che molti sociologi si
aspettavano nella realtà non si è verificato. Da tutte queste ricerche risulta comunque
che le importanti riforme dei sistemi scolastici che hanno avuto luogo in questi paesi
non hanno contribuito a ridurre l’influenza dell’origine sociale sul livello di istruzione
raggiunto. Per quanto riguarda le altre relazioni, alcune ricerche hanno mostrato che
l’influenza del livello di istruzione raggiunto sulla destinazione di classe è aumentata,
mentre altre sono arrivate alla conclusione che è rimasta costante o è diminuita.

La vita quotidiana nella classe scolastica

Tre sono le principali impostazioni seguite dalle ricerche sul microcosmo della classe
scolastica. La prima riguarda lo stile di leadership degli insegnanti; la seconda le
strategie degli insegnati e degli allievi e le negoziazioni che avvengono fra di loro; la
terza l’applicazione alla vita della classe del concetto di profezia che si auto adempie.

Stili di leadership

Alcuni studiosi hanno distinto fra il comportamento dominativo e quello integrativo


dell’insegnate o fra l’influenza indiretta e quella diretta che egli esercita sulla classe.
Questa distinzione è stata proposta dallo psicologo sociale Neil Flanders, padre di uno
dei metodi più interessanti per studiare l’interazione in classe fra insegnati e allievi.
Secondo questo metodo, il comportamento verbale dei soggetti interagenti viene
scomposto in tante unità elementari seguendo una lista di dieci categorie prefissate
fornite all’osservatore. Quest’ultimo ha il compito di codificare ogni tre secondi, in una
delle dieci categorie, i comportamenti verbali dell’insegnante e degli allievi (lezione di
40 minuti vi sono 800 unità di registrazione). Questa classificazione è rivolta
principalmente a misurare il grado di libertà concesso dal docente ai discenti. In ogni
situazione, l’insegnante può scegliere di essere diretto, cioè di ridurre al minimo
questa libertà, facendo lezione, dando ordini e direttive o criticando i comportamenti
degli allievi che ritiene impropri o scorretti. Oppure egli può essere indiretto, cioè
massimizzare la libertà degli allievi, accettando i loro sentimenti, lodandoli o
incoraggiandoli, utilizzando le loro idee, facendo loro domande.

Le numerose ricerche condotte seguendo questo metodo hanno messo in luce che gli
insegnanti parlano per un’enorme quantità di tempo. Vi sono differenze significative a
seconda dell’età degli allievi, nel senso che la quota del tempo occupata dai discorsi
dell’insegnante è tanto maggiore quanto più questi sono grandi.

Metà del tempo in cui parla, l’insegnante lo dedica a far apprendere i contenuti della
sua materia in senso stretto, spiegando o interrogando gli allievi. L’altra metà la
occupa nell’organizzazione della classe, per mantenere il controllo su di essa e la
disciplina. Di solito, egli rende esplicite le sue aspettative di comportamento degli
allievi la prima volta che li incontra. Ma le riafferma e le ribadisce più volte anche in
seguito.

Strategie e negoziazioni

Diversa è l’impostazione degli studiosi che si rifanno all’interazionismo simbolico.


Essi partono dall’idea che l’azione degli insegnanti e degli allievi, così come quella di
tutti gli individui, non è un mero risultato della situazione oggettiva, ma è scelta da
questi sulla base del modo in cui essi interpretano questa situazione, dei significati che
le attribuiscono.

In genere, l’insegnate e gli allievi hanno fini diversi ed elaborano strategie diverse
per imporre agli altri la loro definizione della situazione. L’insegnante ha più potere.
Ma il suo dominio sulla classe non è mai completo. Per questo, fra l’uno e gli altri ha
luogo un continuo processo di negoziazione, attraverso il quale la realtà della classe
viene costantemente definita o ridefinita. La negoziazione implica la ricerca di un
accordo. Perché l’insegnamento e l’apprendimento possano avere luogo, è necessario
che siano stabilite e mantenute alcune regole. In tutte le scuole vi sono norme ufficiali,
stabilite tempo prima che l’insegnante e la sua classe si incontrino per la prima volta e
inizino a lavorare. Tuttavia, nella vita quotidiana della classe nascono continuamente
nuovi problemi, che richiedono nuove regole, e queste ultime vengono negoziate e
rinegoziata fra insegnante e allievi.

La profezia che si auto adempie in classe

Si parla di profezia che si auto adempie quando una definizione falsa di una
situazione dà origine a comportamenti che la rendono vera. Le azioni delle persone
non dipendono infatti solo dagli aspetti oggettivi di una situazione, ma anche dal modo
in cui essi la definiscono, cioè dal significato che ha per loro. Questa è l’idea di fondo
del teorema formula dal sociologo W.I. Thomas: “se gli uomini definiscono certe
situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze”.

Il concetto di profezia che si auto adempie può servire anche a interpretare


l’interazione in classe fra insegnante e allievi. Lo ha messo in luce un’interessante
ricerca condotta negli anni sessanta in una scuola elementare da due psicologi sociali
americani. Fingendo di preparare un nuovo test per predire il rendimento scolastico e
le abilità intellettuali dei bambini essi fecero sapere agli insegnanti, con la
raccomandazione di non rivelarli a nessuno, i nomi di venti allievi che con tutta
probabilità avrebbero fatto grandi progressi nell’anno successivo. Erano in realtà nomi
scelti a casa dagli psicologi e dunque l’unica cosa che rendeva questi venti allievi
diversi dagli altri era l’aspettativa degli insegnati che essi avrebbero fatto registrare
un forte miglioramento. I risultati dei test somministrati più volte a molti mesi di
distanza mostrarono che i bambini dai quali gli insegnati si aspettavano maggiori
progressi li fecero realmente. Questi allievi furono inoltre descritto dai loro docenti
come più felici, più curiosi, più simpatici, meglio adattati e più affezionati degli altri.

Dunque, le aspettative degli insegnati produssero effetti sul comportamento e sul


rendimento scolastico degli allievi. Tuttavia, questo non avvenne perché i docenti
dedicarono più tempo e maggiori energie ai ragazzi considerati più “promettenti” che
agli altri. Probabilmente, gli insegnati comunicarono le loro aspettative in modi molto
più sottili: con il tono della voce, l’espressione del viso, la posizione del corpo. E così
facendo influirono sulle motivazioni dell’allievo, sulla sua concezione di sé, sulle sue
aspettative riguardo al proprio comportamento, sulle sue capacità.

Economia e società
Economia e società
In cerca di una definizione di economia

Potremmo intendere con il termine “economia” l’insieme delle attività orientare alla
produzione, alla distribuzione e al consumo di beni e servizi per la sussistenza
dell’uomo. Questa sembra una definizione semplice e precisa, a cominciare dallo
stesso termine sussistenza, ma non è così.

Le cose che consideriamo oggi necessarie alla vita sono per quantità e qualità molto
diverse da quelle che erano considerate tali anche solo qualche decennio fa,
cambiando da paese a paese, da una cultura ad un’altra. In realtà, il termine
sussistenza è oggi adoperato in relazione a condizioni minime di sopravvivenza o per
definire i bisogni economici di società arretrate e povere.

L’osservazione che i bisogni cambiano e si estendono mette nella giusta direzione per
precisare il significato di economia. Possiamo considerare un primo punto importante,
la vera e propria sussistenza, è solo un aspetto, o una parte dei fenomeni
dell’alimentazione o del vestire, i quali hanno anche altri scopi o funzioni (moda,
posizione o funzione sociale).

Proseguendo il ragionamento, osserviamo che non solo le attività orientate alla


sussistenza hanno altri aspetti non economici, ma anche che nelle azioni non
economiche, che non riguardano cioè direttamente la sussistenza, si deve tenere
conto dei mezzi materiali necessari a realizzarle. Così facendo, abbiamo allargato e
precisato, il concetto di economia, riferendoci a quell’aspetto di ogni attività,
organizzazione o associazione che riguarda procurare mezzi materiali per i fini che ci si
propone.

Ponendoci da un altro punto di vista, possiamo osservare le società moderne,


possiamo distinguere un insieme di attività e organizzazioni specializzate nella
produzione di beni e servizi, che sono distribuiti attraverso scambi di mercato
(denaro). Se consideriamo l’economia questo insieme di attività e organizzazioni, e il
fatto che le relazioni fra queste organizzazioni e i consumatori sono vendite e acquisti
per mezzo di denaro, cambiamo la definizione precedente, perché ora facciamo
riferimento alla forma secondo la quale si svolgono le attività in questione (scambio di
mercato), piuttosto che al loro contenuto (sussistenza, mezzi materiali, servizi).
Questa concezione dell’economia è chiamata formale, quella precedente, sostanziale.
Nella concezione formale, si comprendono nell’economia una quantità indefinita di
attività, che possono anche cambiare a seconda dei momenti o delle società, purchè si
tratti di attività che hanno a che fare con il mercato.

Questo punto di vista è adottato dagli economisti, che individuano anche un modo
tipico di comportamento sul mercato. Essi osservano che in genere i mezzi a
disposizione per i nostri fini sono scarsi e considerano economico un comportamento
che, di fronte alla relativa scarsità dei mezzi per realizzare determinati fini, è orientato
a ottenere il massimo risultato con i mezzi a disposizione, o un dato risultato con il
minimo dei mezzi. Questo comportamento è chiamato dagli economisti
comportamento razionale.
L’origine del mercato è antica, ma esistono società che non lo conoscono e sino
all’epoca moderna esso non ha svolto un ruolo centrale nell’economia. Ci si può allora
chiedere se per studiare società dove non esiste il mercato, sia comunque utile
considerare che le persone, per far fronte ai loro bisogni, si comportino secondo criteri
di razionalità economica, cercando di rendere massimi i loro vantaggi o minimi i loro
costi, piuttosto che semplicemente secondo abitudini e comportamenti tradizionali,
senza porsi il problema se non sia possibile migliorare le proprie condizioni di vita
distribuendo meglio le risorse fra diversi fini e bisogni.

Certamente è possibile adottare questo punto di vista, ma gli antropologi mettono in


guardia dall’estendere meccanicamente a società che non conoscono il mercato idee
sulle motivazioni e i comportamenti economici che si riferiscono a società
contemporanee, e proprio per questo adottano un punto di vista sostanziale. Le
ricerche mostrano infatti comportamenti economici che appaiono strani dal punto di
vista al quale siamo abbituati.

La pratica del potlatch (pelle rossa), consisteva nel accumulare e, successivamente,


donare dei beni a un’altra famiglia, che era obbligata ad accettare e ricambiare, in
quantità maggiori, i doni; comportamento che ci appare economicamente irrazionale,
ma esso non faceva parte di un meccanismo economico, serviva a distribuire prestigio
sociale a chi riusciva a ricambiare sempre i doni ricevuti.

Dal punto di vista formale riesce facile comprendere l’economia nelle società
contemporanee. Si deve però anche considerare che nelle società contemporanee la
produzione di certi beni o servizi può avvenire sia con riferimento al mercato, sia in
altro modo (mangiare al ristorante o mangiare ciò che è preparato in casa). Quando
consideriamo nell’economia contemporanea anche queste attività, adottiamo un
punto di vista sostanziale.

In conclusione, dovendoci occupare in particolare di società contemporanee


sviluppate, possiamo considerare l’economia come insieme di attività, organizzazioni e
istituzioni specializzate riferite al mercato, e il comportamento economico tipico quello
razionale. La definizione è inutile però per società tradizionali o semplici, e sapendo
che accanto ad aspetti formali dovremo considerare aspetti informali dell’economia
(anomali). Inoltre, in quanto sociologi, il nostro problema principale sarà, per tutti i tipi
di economia, di vedere come l’economia, la sua organizzazione, i suoi valori e i suoi
tipici comportamenti sono resi compatibili, accettati o contrastati all’interno della
società.

Il posto dell’economia nella società

Nelle economie preindustriali, tutte quelle prima della rivoluzione industriale


(Inghilterra XVIII secolo), essendo semplici le tecniche di produzione utilizzate, la
produttività del lavoro, vale a dire la quantità di un prodotto che in media una persona
può produrre in un certo tempo, era bassa. Ne deriva che una parte importante del
prodotto era in quelle società destinata all’autoconsumo.

Un’agricoltura abbastanza efficiente da consentire un sovrappiù per la sussistenza di


persone che non lavorano nei campi è la condizione essenziale perché la società
diventi più complessa, con istituzioni e ruoli differenziati e specializzati. Questo
processo di differenziazione comincia nella preistoria e cresce nel corso della storia.

Anche la comparsa di istituzioni e organizzazioni economiche specializzate con lo


sviluppo del mercato è un aspetto del processo di differenziazione strutturale.
Questo significa che le attività e le relazioni economiche nelle società preindustriali
non sono mai del tutto distinguibili da altri tipi di relazioni sociali. Ciò riguarda ogni
aspetto dell’economia: le motivazioni degli attori come l’organizzazione sociale della
produzione e le forme di distribuzione dei mezzi di sussistenza.

Le società hanno affrontato in modi diversi i loro bisogni di sussistenza con l’uso della
terra, così come in forme diversissime sono stati combinati e organizzati i fattori della
produzione. Per far ordine in questa varietà ci si può chiedere se siano individuabili in
astratto alcuni tipici modi di integrazione dell’economia nella società, ovvero sistemi di
regole secondo cui in una società il lavoro, le risorse e i prodotti sono distribuiti e
destinati ad attività di produzione e consumo.

Si individuano tre modi fondamentali di integrazione, definiti reciprocità,


redistribuzione, scambio di mercato. Nelle società conosciute, l’economia è integrata
nella società secondo uno di questi modi tipici, per lo più combinato con gli altri.

Reciprocità

Per reciprocità si intende la prestazione di servizi o la cessione di beni materiali, con


la previsione di avere successivamente una restituzione di servizi o beni in modi,
quantità e tempi fissati da norme culturali. Ci sono due tipi essenziali di reciprocità. Il
primo è la reciprocità generalizzata, che non ha contenuti precisi, non fissa limiti di
tempo e non richiede neppure che ciò che viene restituito abbia lo stesso valore
economico di quanto è stato dato (rapporti all’interno della famiglia).

Il secondo tipo è la reciprocità bilanciata, che riguarda relazioni all’esterno della


famiglia, nella cerchia della parentela allargata e tra famiglie all’interno della stessa
comunità. Qui lo scambio prevede una restituzione equivalente in valore, calcolata con
molta precisione, in tempi definiti e di solito molto brevi.

I due tipi di reciprocità sono accomunati dal fatto che si tratta di relazioni regolate da
norme e sanzioni morali, le quali hanno anche un contenuto economico, ma
incapsulato all’interno delle relazioni sociali, dalle quali non può essere separato. Le
relazioni descritte assomigliano più al dono che a uno scambio economico e proprio
come i doni esse esprimono e servono a confermare dei legami sociali. L’attesa di
restituzione e quella di restituire, mantengono aperta la relazione fra persone e
famiglie e la riproducono nel tempo, stabilendo delle aspettative ricorrenti. Chi non
rispetta gli obblighi della reciprocità nella famiglia è disprezzato e isolato; alle stessa
maniera non rispettare la reciprocità bilanciata porta alla rottura totale di una
relazione tra famiglie.

Nelle società a economia di reciprocità non esistono organizzazioni economiche


separate dalla famiglie, e la posizione nella famiglia definisce anche la posizione nel
processo produttivo: il capofamiglia organizza il lavoro e questo è diviso secondo l’età
e il sesso. Gli scambi e la cooperazione si svolgono dunque all’interno di relazioni
stabili nel tempo, e queste sono relazioni complesse, con più significati e soprattutto
mai solo economiche. Lo scambio di lavoro per cui le famiglie di una comunità di
contadini si aiutano ogni anno per il raccolto del grano è una stabile relazione
economica, ma insieme è sempre stata l’occasione per feste periodiche, scambi di
informazioni, mantenimento di legami tra famiglie altrimenti separate.

Sino alla comparsa di società agrarie relativamente complesse e differenziate, lo


schema della reciprocità è stato il modo tipico di integrazione dell’economia nella
società (oggi è così in Amazzonia e Nuova Guinea, mentre è dominante nelle tribù
dell’Africa e nelle isole del Pacifico), e si è poi conservato in combinazione con altri
modi (nelle società sviluppate è presente nella vita familiare o tra amici).

Abbiamo visto che le regole della reciprocità cambiano passando da relazioni strette di
parentela a relazioni più esterne tra famiglie o villaggi (anello di Kula). In un cerchio
ancora più esterno stanno le popolazioni con le quali non si hanno rapporti. Il concetto
di reciprocità negativa è stato usato per indicare un tipo di relazioni culturalmente
prescritte in questa cerchia, che sono la negazione di reciprocità: il molte società
arcaiche, guerra, furto e rapina sono ammessi nei confronti degli esterni e
conferiscono onore.

Redistribuzione

La redistribuzione è uno schema di integrazione dell’economia nella società che


comprende una trasferimento di risorse di produzione, di lavoro, di beni di sussistenza
a un “centro”, e successivamente un’allocazione e ripartizione di risorse e beni fra i
membri della società. Assomiglia alla reciprocità all’interno della famiglia, ma se ne
discosta perché riguarda strutture sociali più complesse; un signore, con l’aiuto di un
apparato amministrativo, raccoglie e conserva i prodotti consegnati dai contadini e
dagli artigiani, ne trattiene per sé, e li redistribuisce per quote diverse ai componenti
di diversi strati sociali. Il signore dispone della terra e di altre risorse che assegna
perché vengano lavorate, esige tributi e impone lavori obbligatori periodici ai sudditi.

Il contenuto economico della redistribuzione è parte di un rapporto politico, che lega in


generale dei sudditi a un potere centrale, il quale offre protezione, servizi collettivi e
organizzazione della società; si lavora agli ordini di un signore perché si ritiene che
questo faccia parte di un obbligo di fedeltà nei suoi confronti e perché si teme il suo
potere di coercizione.

In generale, lo schema di redistribuzione, nella sua forma pura, serve dunque a


definire un’economia regolata da un potere politico centrale.

Il principio di redistribuzione è combinato con le altre forme di integrazione, in


particolare con il mercato, come forma dominante oppure secondaria. In epoca
moderna, esso riguarda i modi diversi in cui uno stato regola l’economia con leggi e
atti amministrativi, raccoglie risorse con l’esazione fiscale per pagare i suoi funzionari
e dare attuazione alle leggi, redistribuisce fra la popolazione sussidi e servizi che
direttamente organizza.
Tutte le grandi economie antiche hanno fatto ricorso al principio della redistribuzione
(antico Egitto, Babilonia), molto spesso accanto a una crescente economia di mercato
(antica Roma, l’impero cinese, il Perù precolombiano).

Il feudalesimo dell’Europa medievale, con la produzione familiare su terre assegnate,


le corvèes dei contadini sulle terre del signore, le decime pagate al clero e altre sue
istituzioni era un sistema che combinava un’integrazione politica dell’economia con la
reciprocità nelle famiglie e nelle comunità locali, e una scarsa presenza di mercato;
l’aumento della richiesta di tributi in denaro da parte del signore, per i crescenti
bisogni degli eserciti e con l’allargarsi dei commerci a distanza, introdusse sempre più
lo scambio di mercato e minò poco a poco questo equilibrio.

Scambio di mercato

Lo scambio di mercato è il trasferimento di un bene che ha un valore economico da


un venditore a un compratore, in cambio di denaro. Un vene comprato e venduto è
detto merce.

L’espressione mercato viene usata anche per indicare l’insieme di quei rapporti, che si
instaurano tra venditore e compratore nella definizione del prezzo, il quale sarà dato in
base anche al costo di produzione del bene, e per definire il particolare meccanismo di
regolazione complessiva dell’economia, basato sulla formazione di prezzi fluttuanti a
seconda della domanda e dell’offerta.

Tuttavia, moneta e prezzi possono esserci senza che ci sia scambio di mercato in
senso proprio. Anche le attuali economie prevalentemente di mercato comprendono
categorie di beni con prezzi fissati per decreto, chiamati prezzi amministrativi: in Italia
fino a pochi anni fa la benzina. Dello stesso genere sono le tariffe fissate per un
servizio pubblico.

Lo scambio di mercato si è diffuso gradualmente, sino a diventare il modo dominante


di integrazione dell’economia nelle società sviluppate (tutti lavorano per un salario o
profitto).

Con l’affermazione del mercato si compie una differenziazione strutturale


dell’economia, e il rapporto economia – società si pone in modo nuovo rispetto al
passato: l’economia non è più incapsulata nella società, come parte di rapporti
culturali o politici e da questi regolata, ma diventa autoregolata.

Il mercato come meccanismo regolatore dell’economia

Gli economisti spiegano con un modello formale semplificato il meccanismo attraverso


il quale l’economia è autoregolata attraverso la formazione dei prezzi.

Le quantità di una merce che vengono offerte e domandate sul mercato variano al
variare del loro prezzo. I compratori hanno denaro in quantità limitata rispetto a
bisogni diversi; se si comportano come attori razionali ognuno cercherà di spendere in
modo calcolato, distribuendo le sue risorse per acquisti di merci diverse.

Dal punto di vista del venditore, solo pochi di essi possono offrire merce a un basso
prezzo. Infatti, il ricavo della vendita deve almeno coprire le spese di produzione e
pochi sono capaci di impiegare al meglio senza sprechi i mezzi di produzione: lavoro,
le materie prime, le macchine. Gli altri che progressivamente producono a costi più
elevati, non possono scendere sotto un certo prezzo che è via via più elevato. L’offerta
aumenta dunque all’aumentare del prezzo.

Il punto nel quale domanda e offerta coincidono è chiamato prezzo di equilibrio.


Negli scambi di mercato, il prezzo di una merce tende a fissarsi a un livello al quale la
quantità complessivamente domandata e quella complessivamente offerta coincidono
(prezzo superiore merce invenduta, di conseguenza, i venditori abbassano il prezzo).

Se nel tempo la domanda di una merce cresce, i prezzi tendono dunque a salire e il
mercato, in questo modo, lancia un segnale ai venditori: i produttori saranno allora
invogliati a produrre quantità aggiuntive di quella merce. Viceversa, se la domanda
diminuisce i produttori si sposteranno ad altre merci. Inoltre, chi produce deve
sforzarsi di usare e combinare in modo efficiente i fattori della produzione. Se non fa
così, il costo del suo prodotto sarà superiore a quello di altri che producono in modo
più efficiente, con i quali non potrà concorrere sul mercato. In questo senso si dice che
la concorrenza di mercato garantisce efficienza economica.

In sostanza, il mercato è una specie di calcolatore, che fornisce informazioni agli


operatori economici per mezzo dei prezzi che si formano e che regola l’economia nel
suo insieme.

Lo schema rappresentato è una rappresentazione molto semplificata della realtà. Il


mercato spesso si scosta da determinate condizioni, e il modello dovrà allora essere
modificato. Quello indicato è comunque lo schema fondamentale per capire il
funzionamento del mercato come meccanismo regolatore.

Adam Smith, con le sue teorie, e l’inizio dell’economia politica, ovvero di una
scienza specializzata nello studio della natura e delle cause della ricchezza delle
nazioni, derivano dal fatto che sino ad allora il mercato non si era ancora esteso al
punto da diventare il regolatore (tramite la mano invisibile) di un’intera economia in
crescita.

L’economia regolata dal mercato

Se il commercio regolato dal mercato ha origini antiche, più recente è invece la


produzione regolata dal mercato. Solo è quando anche la produzione viene organizzata
su vasta scala in riferimento a regole di mercato che possiamo parlare in senso
completo di economia regolata dal mercato.

L’economia regolata dal mercato si basa sulla proprietà privata dei mezzi di
produzione e sul fatto che anche il lavoro è fornito per un compenso fissato dalle parti
con una contrattazione di mercato. Si chiama capitale una somma di denaro investito
per produrre o commercializzare delle merci, in vista di un profitto. Una maggiore o
minore prospettiva di profitto, segnalata dalla tendenza dei prezzi di mercato, spinge a
investire in una produzione piuttosto che in un’altra; se chi ha realizzato il profitto lo
reinveste l’economia si sviluppa. In questo modo l’imprenditore diventata una figura
sociale specializzata, che ha nella società la sola funzione di produrre e vendere,
motivata dal profitto e indirizzata dal meccanismo di mercato. La stessa economia si
incarica di controllarlo perché assolva alla sua funzione, distribuendo premi o sanzioni
(fallisce, guadagna o perde).
L’istituzione della produzione e del commercio è l’impresa, esclusivamente orientata
all’attività economica.

Le banche sono organizzazioni che operano su un mercato particolare: quello del


denaro. Anche il denaro ha un suo prezzo, e può essere prestato a costi diversi, che
variano nel tempo. Il mercato, infine, regola anche la distribuzione del lavoro alle varie
attività.

L’estensione del mercato anche all’organizzazione della produzione ha un profondo


significato per la struttura della società. Le diverse possibilità di mercato, basate sulle
diverse risorse per il processo produttivo che una persona può offrire (capitale, lavoro),
definiscono infatti la posizione di classe nella società. Le società a economia di
mercato sono dunque strutturate in classi. Un sistema economico basato sulla
proprietà dei mezzi di produzione, sulla concorrenza economica fra imprese e sul
lavoro libero pagato a un prezzo di mercato è chiamato capitalismo.

In regime capitalistico, l’economia non è solo autoregolata, secondo un meccanismo


che la rende efficiente ed elastica, vale a dire capace di adattare rapidamente
produzione e consumi, e le varie produzioni fra loro al variare delle circostanza e del
mutare della domanda. Essa è anche una parte della società specializzata e
differenziata dalle altre, con figure sociali, istituzioni, forme di controllo delle attività
che sono sue particolari.

Il raccordo fra economia di mercato e società

Il raccordo fra economia di mercato e società può essere considerato in relazione a


due aspetti: il rapporto fra istituzioni economiche e sistema istituzionale complessivo
della società; gli interventi politici di regolazione dell’economia.

Economia e sistema istituzionale

Commerciare, investire nella produzione, lavorare per guadagnare un salario sono


considerati nella nostra società modi legittimi e normali per procurarsi mezzi per i più
diversi scopi: l’economia e il mercato sono stati istituzionalizzati. La storia
dell’istituzionalizzazione del commercio è molto istruttiva a questo riguardo.

La professione del mercante è rimasta a lungo non chiaramente definita, o piuttosto


definita in senso negativo e accostata al furto e alla rapina. Il disprezzo per i mercanti
a poco a poco si mutò in sospetto e cautela, e le città greche finirono per accettare il
commercio che ritenevano ormai indispensabile, ma elevando rigide barriere (esclusi
dai diritti politici, non potevano possedere terra). Si precisarono e fissarono regole per
il commercio e i modi ammessi e giusti di commerciare.

In forme diverse, presso tutti i popoli si trovano simili processi di nascita e lenta
istituzionalizzazione del commercio.

In Europa, verso la fine del Medioevo, i centri di maggior sviluppo sono le città italiane.
Appunto è con lo sviluppo del primo capitalismo delle città italiane, fra Medioevo e
Rinascimento, che in Europa il commercio e il mercato cominciano a trovare un posto
più stabile e riconosciuto nella società.
Tutte queste resistenze all’affermazione del commercio perché lo sviluppo del mercato
è parte del più comprensivo processo di modernizzazione. Il cambiamento definito
come passaggio dalla comunità alla società, comprende anche il passaggio da
economie di sussistenza, basate sulla reciprocità e redistribuzione, a economie in
sviluppo regolare dal mercato. Il mercato è stato un importante veicolo di
modernizzazione. Il cambiamento come regola, l’universalismo, la razionalità, il
carattere specifico e limitato delle relazioni che libera da dipendenze personali, e che
viene fissato solo da legami contrattuali, sono caratteristiche del mercato e aspetti
generali della cultura della modernizzazione.

Il mercato è dunque pienamente istituzionalizzato e può essere accettato come il


principale regolatore di un’economia quando in generale sono istituzionalizzati i valori
della società moderna. Cambiamenti come quelli ricordati hanno suscitato forti
resistenze culturali, perché quando hanno cominciato a presentarsi mettevano in
questione assetti tradizionali. Si è trattato anche dei conflitti di potere fra gruppi, ceti
e classi sociali: il commerciante era poco più che uno schiavo nella società ateniese,
perché il potere che avrebbe potuto accumulare era pericoloso per gli equilibri politici
delle città – stato,successivamente, già nell’Europa del feudalesimo, i grandi
commercianti minarono le basi del potere dei signori, che era basato sul controllo della
risorse economica strategica nella società tradizionale, la terra: il denaro accumulato
divenne sempre più necessario per pagare eserciti e apparati amministrativi, i
banchieri finirono per controllare le finanze dei regni. Il nuovo potere basato sul
mercato mostrò infine tutta la sua forza quando al commerciante e al banchiere si
aggiunse l’industriale, vale a dire quando l’economia capitalistica si realizzò
compiutamente.

Vincendo gli ostacoli il mercato è stato istituzionalizzato, ma la resistenza culturale


nei suoi confronti deve considerarsi permanente; ciò deriva dal fatto che pur essendo
riconosciuto utile per la sua efficienza economica; tuttavia è anche considerato
invadente, perché l’economia di mercato, lasciata a se stessa, tende a regolare ambiti
sempre più ampi di relazioni sociali. Da qui deriva la necessità di controllarne la
portata, che è espressa culturalmente nella nostra resistenza o cautela, per la
salvaguardia di valori che si ritiene non debbano essere compromessi.

La reazione culturale per essere efficace richiede livelli di informazione e di


elaborazione adeguati, e di solito si esprime attraverso la politica e l’azione pubblica:
nuovamente, le dinamiche culturali devono essere vista in relazione anche ai
rapporti di potere. Politicamente si esprime, in particolare, il più delicato aspetto di
istituzionalizzazione del mercato, quello relativo alla definizione e al controllo delle
disuguaglianze sociali. Il mercato non garantisce che costi e vantaggi siano ripartiti in
modo equo. In ogni società si ridefiniscono continuamente i criteri culturali per
valutare ciò che può essere considerato equo in economia, in relazione ai diversi
interessi e diritti. Ma è soprattutto con l’azione collettiva in politica che differenti valori
e interessi possono esprimersi, entrare in conflitto tra loro e trovare forme di
istituzionalizzazione per la loro composizione, con effetti sulla modificazione delle leggi
che riguardano l’economia e sugli interventi di regolazione politica di questa.

Dal punto di vista strettamente culturale, si può dire in sintesi che le reazioni sono
resistenze alla possibilità che il mercato e l’economia da mezzi diventino fini.
La dimostrazione dell’importanza delle reazioni culturali è nel fatto che senza il
sostegno culturale il mercato non può funzionare. Basta a dimostrarlo l’osservazione
che lo scambio di mercato non si innesca se non esiste la fiducia reciproca che i patti
saranno rispettati. Diverse società e culture sono in grado di garantire in misura
maggiore o minore la risorsa fiducia, che continuamente deve essere ricostituita nei
processi di socializzazione e controllo sociale. Per un’economia arrestata essa è un
vero e proprio prerequisito dello sviluppo, mentre in un’economia avanzata, un clima
scorretto nelle relazioni economiche richiede controlli costosi e produce dunque
inefficienza del mercato.

Stato e mercato: la regolazione politica dell’economia

La questione del rapporto fra regolazione di mercato e azione politica nell’economia si


pone in modo nuovo in riferimento all’economia capitalistica, quando il mercato
diventa il principale regolatore. Lo stato, esercitando la sua autorità e destinando le
risorse fiscali che preleva, definisce condizioni ai comportamenti di mercato e al suo
funzionamento, e per qualche aspetto si sostituisce al mercato. Per indicare questi
interventi pubblici nell’economia di mercato usiamo l’espressione “regolazione politica
dell’economia”.

Un’economia concreta è di solito la combinazione di regolazione di mercato e


politica, più vicina a un polo o all’altro a seconda dei casi.

La regolazione politica definisce anche condizioni importanti perché il mercato si


sviluppi.

Il polo del puro mercato può essere definito economia del laissez – faire.
Comunque, ogni stato, che garantisca questo tipo di economia, definisce le regole del
diritto commerciale, fiscale, del lavoro che fissano i modi legittimi in cui l’azione
economica può svolgersi. In questa economia l’intervento dello stato è comunque
limitato al minimo e riguarda le condizioni generali perché il gioco economico si possa
svolgere con il meno possibile dei vincoli.

Il polo opposto è quello di un’economia pianificata (economia di redistribuzione in


epoca contemporanea). Pianificata è l’economia socialista, basata sulla proprietà
statale dei mezzi di produzione e sulla destinazione delle risorse tramite decisioni
politiche e amministrative (Urss, Cina).

Il massimo di avvicinamento all’economia di laissez – faire, si verifica in Inghilterra, nel


periodo che va dal 1820 al 1870 – 80. Dopo di allora, l’intervento di regolazione
politica aumenta ovunque e ci si avvia a un’economia mista, non più autoregolata.

L’organizzazione di queste economie di mercato, più complicate in termini di modi di


regolazione, è molto varia. Fra i più tipici e ovunque diffusi interventi politici in
economia ci sono quelli che riguardano la produzione dei cosiddetti beni pubblici,
che nessun priva ha convenienza a produrre perché una volta resi disponibili lo sono
per tutti, senza poter escludere nessuno dal loro uso (illuminazione delle strade).
Altrettanto importanti le politiche che fissano regole e controlli per il rispetto delle
condizioni di libera concorrenza sul mercato, in particolare la legislazione
antimonopolistica. Lo stato può poi sostenere, per esempio con vantaggi fiscali o
con finanziamenti a tassi agevolati, settori in difficoltà o regioni sottosviluppate.
Particolarmente significative sono però le politiche che incidono sul funzionamento
dell’intera economia.

Fin ad oggi non si è trovato un meccanismo efficiente, agile e veloce come il mercato,
anche se si tratta di un meccanismo imperfetto. Le decisioni sono sempre prese in
condizioni di incertezza, cattive informazioni e valutazioni conducono a errori, e molte
decisioni sbagliate possono cumularsi. Proprio a questi errori che si cumulano sono
dovuti i cicli economici, vale a dire la successione di fasi di crescita e di recessione
dell’attività economica, con oscillazioni al di sopra o al di sotto di una linea di
tendenza, per stabilizzare le quali il governo interviene frenando o stimolando
l’economia, con variazioni del costo del denaro o della pressione fiscale. Questi assetti
regolativi, ovvero queste particolari combinazioni di mercato e intervento politico,
sono chiamati keynesiani.

Gli assetti keynesiani e i differenti capitalismi nazionali

Due sono gli aspetti essenziali della regolazione politica keynesiana.

- Governo dell’economia con interventi di stabilizzazione dei cicli, ma orientati


dall’idea che il mercato, lasciato a se stesso, tende comunque a trovare un
equilibrio che non è di pieno impiego dei fattori di produzione, in particolare di
pieno impiego del lavoro. Per vincere la disoccupazione, lo stato deve perciò
stimolare l’economia con la spesa pubblica.

- Sviluppo di sistemi di sicurezza sociale, sostenuti pubblicamente, per garantire


a tutti pensioni e sussidi in caso di malattie, invalidità, disoccupazione;
creazione di sistemi sanitari nazionali, per fornire in modo generalizzato le cure
essenziali; miglioramento dell’istruzione pubblica, organizzata direttamente
dallo stato.

Questi principi sono stati diversamente seguiti e sviluppati nei diversi paesi, e sono a
loro volta parte di un insieme più vasto di caratteristiche organizzative e istituzionali
dell’economia che distingue capitalismi nazionali. A grandi linee si sono potute
distinguere due forme tendenziali di assetti istituzionali. Quella anglosassone
(Inghilterra e Usa) che ha conservato una maggiore regolazione di mercato, e quella
europea continentale (e giapponese) dove l’intervento pubblico è stato maggiore. Nel
capitalismo continentale il mercato è stato maggiormente sostenuto dalla produzione
di beni pubblici; è stato stabilizzato da procedure rispettate di contrattazione fra stato,
associazioni di imprenditori e sindacati e compensato dallo sviluppo di vasti sistemi di
welfare. Se l’economia è regolata da combinazioni di mercato e politica, è in gioco la
capacità che il sistema politico ha di combinare diverse domande e pressioni che si
esprimono nella società con le esigenze delle imprese che operano sul mercato. I livelli
di salari e stipendi, per esempio, tendono a crescere non troppo rapidamente se sono
compensati da servizi efficienti forniti dallo stato. Interventi di questo genere, se
coordinati fra loro, possono tenere sotto controllo l’andamento dell’economia nel suo
insieme, garantendo un equilibrio fra consumi, salari, prelievo fiscale, spesa pubblica,
investimenti, in grado di garantire occupazione e crescita economica. Questo
accadeva in passato.
Gli anni successivi alla seconda guerra mondiale sono stati quelli di maggior
avvicinamento a politiche keynesiane, e si può anche notare che risultati nettamente
migliori hanno avuto i capitalismi continentali rispetto a quelli anglosassoni. Sino alle
fine degli anni sessanta sviluppo economico, spesa per consumi e spesa sociale
aumentano insieme.

Dagli anni settante le politiche nazionali di controllo dell’economia funzionano meno


bene e l’inflazione, vale a dire la perdita di capacità di acquisto della moneta nel
tempo, crea disordine economico e malcontento sociale, perché erode la capacità di
consumo dei redditi fissi. Per far fronte alla difficoltà si ridefiniscono i sistemi di
assistenza pubblica, mentre non si riesce a riassorbire quote importanti di
disoccupazione. In altre parole, ci si allontana dagli assetti keynesiani, lasciando di
nuovo spazio alla regolazione di mercato. Negli anni novanta, sono le economie più
liberiste ad avere risultati di crescita migliori.

Fra i motivi del perché le politiche keynesiane non funzionano più bene, vi è quello che
il costo crescente dei sistemi di assistenza (con l’invecchiamento della popolazione); in
generale la spesa pubblica ha raggiunto quote importanti del prodotto nazionale,
sottraendo risorse agli investimenti produttivi. Ma va anche considerato che una lunga
fase di crescita e regolazione concentrata dell’economia aveva consolidato gruppi di
interesse costituiti, allontanandosi sempre più dalla verifica di efficienza del mercato.
Con l’aperture internazionale delle economie, e la comparsa di nuovi grandi
protagonisti, come Cina e India, la concorrenza si è fatta più forte e i processi si sono
accelerati; inoltre la stessa apertura consente decentramento di attività e capitali in
altri paesi e diminuisce l’efficacia della politiche economiche nazionali, mentre quelle
sociali sono ostacolate. In effetti, l’imperativo della regolazione sembra oggi diventato
piuttosto quello dell’innovazione. Dove lo stato investe molto in alcuni settori con
ricadute nell’intero sistema, e dove esiste anche una tradizione finanziari disponibile a
sostenere iniziati promettenti, l’innovazione è facilitata; e dobbiamo considerare che
sempre più gli investimenti nei settori ad alta tecnologia e ricerca sono quelli che
trainano la crescita.

Non è dunque semplicemente un ritorno al mercato a spiegare i diversi rendimenti, ma


piuttosto una maggiore regolazione di mercato innestata su tradizioni e specificità
istituzionali. Per quel che riguarda l’Europa continentale, e la sua tradizione di
capitalismo più regolato dalla politica, si può dire che sta sperimentando una dose
maggiore di mercato innestato sulle sue specifiche tradizioni.

Tra le conseguenze di lungo periodo, restano aperti gli interrogativi sull’efficienza e


l’equità dell’economia di mercato.

Economia formale e informale: uno schema riassuntivo

Definiamo economia formale i processi di produzione e scambio di beni e servizi


regolati dal mercato e realizzati tipicamente da imprese di produzione e commerciali
orientata al profitto, che agiscono sottomesse alle regole del diritto commerciale,
fiscale, del lavoro e in generale nel quadro delle leggi e delle disposizioni con cui lo
stato regola e orienta l’azione economica.
Comunque pur essendo il mercato dominante, reciprocità, redistribuzione e scambio di
mercato, ovvero regolazione culturale, politica e propriamente di mercato
dell’economia, si affiancano e convivono. La definizione data di economia formale
tocca la parte principale, la tendenza culturale di organizzazione dell’economia,
riguarda il mercato e i modi di raccordo fra questo e la società, ma non esaurisce le
diverse forme in cui oggi le persone si procurano mezzi materiali per i loro fini.
Chiamiamo allora economia informale tutti quei processi di produzione e scambio
che tendono a sottrarsi per uno o più aspetti ai caratteri distintivi indicati.

Possiamo tracciare una specie di mappa di orientamento per individuare i diversi tipi di
economia formale e informale, tracciata considerando che l’economia è un insieme di
attività di lavoro, per la produzione di beni e servizi, e che sia lavoro che beni e servizi
possono essere comprati o venduti sul mercato ovvero forniti fuori mercato.

Ecco i sette tipi di economia:

- Economia formale, ovvero economia di mercato. Indica le attività che con lavoro
remunerato producono beni e servizi venduti sul mercato.

- Economia domestica, il lavoro che qualcuno della famiglia fa in casa per


cucinare, lavare non è pagato e non viene venduto agli altri famigliari.

- Economia di diretto intervento dello stato. Questo, pagando dipendenti dei


servizi pubblici, svolge le sue normali funzioni ed eroga i servizi sociali, gratuiti
o pagati a prezzi non di mercato,fissati con decreti. Si tratta dunque di un’area
di redistribuzione nelle economie contemporanee,in cui l’azione dello stato
sostituisce il mercato (spesa pubblica dei 7 paesi più sviluppati è il 40 % del
prodotto nazionale)

- Forma antica di economia che combina reciprocità e mercato: si riferisce infatti


a beni prodotti in famiglie contadine o artigiane, senza che il lavoro sia pagato,
che però, contrariamente all’economia domestica, vengono venduti fuori dalla
famiglia.

- Economia di mercato parallelo, è una vera e propria economia di mercato, ma


con evasione di norme giuridiche civili o penali, del diritto del lavoro, fiscale o
commerciale (lavoro nero, materiali illeciti, ad esempio, la droga; oppure il
commercio di tutte quelle merci sottoposte a monopolio).

- Economia riferita alle attività di beneficenze,ai contenuti di relazioni all’interno


di associazioni, ai lavori svolti in comunità per i bisogni dei membri della stessa
comunità (attività di volontariato).

- Economia di beni acquistati sul mercato per un lavoro fuori mercato. Essa serve
a individuare il tipo particolare di economia domestica del “fai da te” (mobili
acquistati in scatola di montaggio).

Questo schema di può essere usato non solo per distinguere un tipo economico
dall’altro, in un dato momento, ma anche per sviluppare ipotesi su spostamenti da un
tipo all’altro. Nel tempo infatti le attività tendono in parte a spostarsi dall’una all’altra
forma di organizzazione. Un esempio: la biancheria era una volta in gran parte lavata
in casa (economia domestica); successivamente, con lo sviluppo delle lavanderie nelle
grandi città, una parte importante si è spostata all’economia di mercato, mentre con la
diffusione delle lavatrici si è passati a una economia del “fai da te”.

La questione più interessante sulla quale lo schema può attirare l’attenzione, è che
aspetti formali e informali sono spesso strettamente intrecciati in determinate
strutture di azione. Il lavoro senza copertura assicurativa e non dichiarato al fisco che
si compie in una piccola impresa (economia di mercato parallela) può per esempio
essere svolto la sera, come secondo lavoro, da un operaio con rapporto di lavoro
regolare e copertura assicurativa in una grande impresa (economia formale).

Gli studi sugli intrecci tra economia forma e informale hanno permesso importanti
analisi sugli spostamenti da un’economia all’altra, e le nuove combinazioni di
economia formale e informale hanno spesso fornito la traccia per interpretare
importanti tendenze di cambiamento sociale.

Il problema dello sviluppo

Se le economie sviluppate si pongono il problema di mantenere elevati i consumi,


proseguendo la loro crescita economica, il problema per le economie più arretrate è
innescare un processo di crescita in grado di vincere povertà, fame, malattie. Anche
paesi in forte crescita e con alti potenziali di sviluppo mostrano, con i dati del prodotto
pro capite, la distanza dei loro punti di partenza e gli scompensi che ancora li
caratterizzano. Si potrebbero immaginare i vari paesi posti come a diversi gradini di
una scala. Le cose sono più complicate, perché nessuna economia ha mai percorso
esattamente il cammino di un’altra.

I soggetti attivatori dello sviluppo economico sono stati diversi in circostanze diverse,
ma questo significa anche modi in parte diversi di organizzazione economica e la sua
integrazione nella società (Inghilterra soggetto promotore le imprese in un economia
di laissez – faire).

Il problema si complica se si passa a considerare gli attuali paesi in via di sviluppo o


arretrati. Un acceso dibattito si è svolto intorno alla questione se il contatto fra
economie sviluppate e sottosviluppate, tramite il commercio o gli investimenti, tenda
a diffondere lo sviluppo oppure a polarizzare in modo stabile centri e periferie
(America Latina sviluppo nei periodi di allentamento del contatto con l’Europa). Il
contatto con un’economia forte serve effettivamente da stimolo a un paese arretrato;
la crescita che si attività però, non solo può troppo rapidamente distruggere economie
di sussistenza tradizionali, ma organizzarsi in funzione piuttosto di interessi esterni che
di un armonico sviluppo interno.

Con riferimento al problema dello sviluppo, i sociologi hanno studiato soprattutto i


caratteri sociali e culturali che in una data situazione lo favoriscono o lo ostacolano, e
le sue conseguenze sociali. Si sono individuati alcuni tipici ostacoli allo sviluppo, che
spiegano le difficoltà persistenti di molti paesi; fra questi: l’esplosione demografica; la
concentrazione urbana più rapida dell’industrializzazione, con ampie fasce di poveri; la
crescita eccessiva delle attività terziarie, che nasconde disoccupazione o che espande
troppo velocemente i servizi moderni, con crescita prematura degli strati medi urbani
non produttivi rispetto al grado di sviluppo.

Il tema dello sviluppo è emerso anche in riferimento a un nuovo ordine di problemi,


che possiamo indicare come i limiti dello sviluppo. Alcune ricerche mostrano che la
continua crescita economica rischia di andare oltre le capacità fisiche di adeguamento
del pianeta. Queste ricerche contengono previsioni allarmanti e sono stato criticate
perché basate sulla semplificazione di processi reali, che possono anche distorcere le
conclusioni: una scoperta scientifica e le innovazioni tecnologiche possono cambiare il
corso dello sviluppo. Queste ricerche hanno avuto il merito di porre il problema dei
limiti fisici della crescita, di indicare la necessità di un equilibrio fra attività
economiche e ambiente naturale, e di segnalare che queste questioni vanno affrontate
subito se si vogliono evitare conseguenze irreparabili.

Significa pensare a uno sviluppo sostenibile, che non esaurisca le condizioni fisiche
che lo rendono possibile e che si preoccupi delle condizioni ambientali in cui si
troveranno a operare le generazioni future. Per essere realizzato, ciò richiede profonde
modificazioni nell’azione economica, nella abitudini di consumo e in generale nelle
forme di integrazione dell’economia nella società. Per porsi obiettivi di equilibrio
ambientale, o di sviluppo sostenibile, è necessario prendere in considerazione
conseguenze più lontane nello spazio e nel tempo, delle singole scelte economiche. I
problemi ambientali si spostano dunque verso più complessi equilibri fra mercato e
regolazione politica dell’economia.

Il lavoro
Chiamiamo lavoro ogni attività diretta a trasformare risorse materiali per produrre
beni e servizi necessari alla sussistenza dell’uomo. Si tratta dunque dell’attività
economica per eccellenza. In una società a economia prevalentemente di mercato per
lavoro si intende per lo più un lavoro che produce un reddito (esclusione dei lavori
domestici).

La divisione del lavoro: concetti base e termini di uso corrente

Il termine occupazione indica un lavoro remunerato svolto in un dato momento o


periodo da una persona (Italia 22.293.000 occupati). Nelle statistiche nazionali,
l’insieme delle persone che hanno un’occupazione o che ne cercano attivamente una
(disoccupati) costituiscono la popolazione attiva (nelle statistiche economiche si usa
“forza lavoro”).

La popolazione non attiva comprende chi non si offre al mercato, come i bambini e i
ragazzi non ancora in età di lavoro, gli anziani, chi studia, chi vive di rendita, chi non è
in grado di lavorare a causa di un’invalidità, le casalinghe.

Il termine professione (attività professionale) viene usato per indicare il tipo di


attività normalmente svolta per ricavare un reddito, indipendentemente dal fatto di
essere occupati o disoccupati. Per distinguere il grado di specializzazione di un
lavoratore nel suo campo professionale si parla di lavoratori specializzati o di
lavoratori non qualificati.
Una distinzione fondamentale è quella fra lavoratori indipendenti e dipendenti (i
primi: imprenditori, coltivatori diretti; i secondi: operai, impiegati, dirigenti). La
distinzione fra lavoratori indipendenti proprietari dei mezzi di produzione e dipendenti
non proprietari individua la divisione sociale del lavoro nelle economie regolate dal
mercato.

Agricoltura, industria e servizi sono i tre grandi settori della produzione, suddivisi al
loro interno. La massima parte di queste attività è oggi realizzata da imprese, presso
le quali sono occupati lavoratori dipendenti. La specializzazione settoriale delle
imprese e delle attività è un altro aspetto della divisione sociale del lavoro nella
società: viene usata l’espressione divisione del lavoro sociale.

Un terzo aspetto della divisione del lavoro riguarda la sua organizzazione. Lo sviluppo
economico e l’aumento della capacità produttiva sono stati possibili suddividendo e
coordinando in modo sistematico all’interno di un’unità produttiva diversi compiti e
mansioni che richiedono capacità diverse a chi le esegue. In genere un’economia
sviluppata ha dunque anche un’elevata organizzazione o divisione tecnica del
lavoro.

La popolazione attiva

Il tasso di attività della popolazione è il rapporto fra le forza di lavoro e la


corrispondente popolazione di riferimento (popolazione fra i 15 e i 64 anni). Diverse
sono le condizioni che incidono sul tasso di attività: le caratteristiche dell’economia e
della domanda di lavoro, ovvero la quantità e qualità dei posti offerti, la struttura per
età della popolazione, fattori culturali, la legislazione del lavoro, e così via. In genere i
paesi ad alto tasso di sviluppo hanno anche elevati tassi di attività.

Sono distinti tre settori di attività nel mondo: l’agricoltura (compresa la pesca),
l’industria, i servizi. L’ultima di queste categorie, quella dei servizi, mette purtroppo
insieme attività fra loro eterogenee (attività che non sono né agricoltura né industria):
per questo si parla anche di terziario e nelle tavole statistiche si usa la dizione “altre
attività”. All’interno del terziario si possono distinguere le attività di trasporto e
comunicazione, le attività commerciali, gli alberghi e i ristoranti, le attività finanziarie
delle banche e delle assicurazioni, la pubblica amministrazione, e altre ancora. Il
terziario comprende un insieme di professioni molto diverse che vanno da un’altissima
specializzazione a una forte dequalificazione. La composizione interna della categoria
dei servizi è molto diversa a seconda del grado di sviluppo.

Nel mondo in complesso, si può stimare che ormai meno della metà degli occupati
lavorino in agricoltura. Inoltre, gli addetti ai servizi hanno superato quelli all’industria
in modo netto.

Nei paesi occidentali industrializzati, all’inizio degli anni novanta i servizi pesano quasi
il 70 %, mentre l’agricoltura è ridotta al 7 % (agricoltura molto pesante nell’Africa sub
sahariana). Mentre l’industria diminuisce il suo peso nei paesi industrializzati, negli
altri cresce, e si raddoppia nei nuovi paesi industrializzati dell’Oriente.

Da alcuni dati emerge chiaramente la tendenza alla diminuzione della popolazione


attiva in agricoltura nel processo di sviluppo. Questo storicamente ha significato il
trasferimento di popolazione all’industria e poi al terziario, che però in tutte le nostra
ripartizioni supera l’industria. Per una corretta interpretazione di questo dato bisogna
tenere presente quanto detto circa le diverse composizioni interne del terziario e fare
anche attenzione a un processo indicato nel capitolo precedente. Parlando dei
problemi dello sviluppo si è detto allora che un ostacolo può essere rappresentato da
un’eccessiva concentrazione urbana e proprio da uno sviluppo eccessivo e anticipato
del terziario rispetto al grado di industrializzazione. Il terziario è spesso in questi casi
l’attività di chi si arrangia in piccole povere attività di commercio, o la crescita
prematura di servizi più moderni per una parte della popolazione, o il moltiplicarsi di
attività amministrative pubbliche in assenza o scarsità di attività industriale e con
un’agricoltura rimasta povera e inefficiente. In altre parole, la terziarizzazione di
un’economia sottosviluppata ha caratteri diversi da quella che segue e accompagna
l’aumento della produttività del lavoro nell’industria moderna.

La terziarizzazione è particolarmente spinta nei paesi a più alto grado di sviluppo ma


fra questi, Francia, Germania e Italia conservano ancora una quota elevata di addetti
all’industria.

Il mercato del lavoro

Domanda e offerta: occupati e disoccupati

Le forze di lavoro occupate comprendono i lavoratori autonomi, gli imprenditori che


impiegano lavoratori dipendenti e i lavoratori dipendenti che hanno trovato un lavoro.
Le forze lavoro occupate in attività dipendenti (la maggioranza della popolazione
attiva occupata) rappresentano l’incontro di domanda e offerta sul mercato del lavoro
in un certo momento. I disoccupati sono invece coloro che non hanno trovato
un’occupazione corrispondente alla loro offerta. Il tasso di attività della popolazione fra
i 14 e i 64 anni è il rapporto fra quanti hanno un lavoro o ne cercano uno sul totale
della popolazione nella stessa fascia di età. Il tasso di occupazione si riferisce invece a
quanti lavorano nella stessa fascia di età, distinguendo fra maschi e femmine. Lo
stesso è calcolato per gli occupati anziani (55 – 64 anni). Sono poi presentati due tassi
di disoccupazione, distinguendo quello complessivo per la fascia 55 – 64 anni e la
disoccupazione giovanile (15 – 24 anni).

In Italia il tasso di attività della popolazione in età da lavoro è notevolmente più basso
della media europea. Il tasso di occupazione, in Italia, ha il valore più basso dei paesi
europei, le differenze riguardano soprattutto l’occupazione femminile, mentre per gli
uomini la distanza dagli altri paesi si accorcia. Il tasso di disoccupazione giovanile, del
nostro paese, ha un valore superiore alle media dell’Europa dei 25.

I metodi di rilevazione delle statistiche del lavoro presentano problemi complessi e


sollecitano discussioni sulla precisione. Tuttavia, i dati ufficiali permettono
comparazioni significativa per individuare alcune vistose anomalie del caso italiano: il
basso tasso di attività, il basso tassi di occupazione femminile, l’elevato tasso di
disoccupazione giovanile.

I tassi relativi al mercato de lavoro variano sensibilmente in differenti contesti


regionali. Le regioni con minore disoccupazione sono quelle del nord – est, ma se i
valori del nord – ovest e del centro non sono molto diversi, la forte disoccupazione
meridionale salta agli occhi. Stessi andamenti comparati, ma con dati sempre
peggiori, in totale e per le classi di età, in Italia e in tutte le ripartizioni sono i dati per
le femmine rispetto a quelli per i maschi.

I dati della popolazione attiva variano anche nel tempo. Fino al 1972 si osserva una
tendenza di lungo periodo alla diminuzione sia degli occupati che delle forze lavoro,
mentre successivamente sia gli uni che gli altri aumentano, con una progressiva
divaricazione che segna un aumento tendenziale della disoccupazione. Molti fattori
sono in gioco nel determinare questa tendenza, ma sul piano strettamente statistico si
può notare che l’inversione è in gran parte dovuta all’ingresso crescente delle donne
nel mercato del lavoro, che comporta in parallelo l’aumento vistoso del tasso di
attività femminile e più debole del tasso di occupazione, mentre il tasso di attività dei
maschi si stabilizza.

Condizioni di lavoro

Se consideriamo “tipica” l’occupazione dipendente stabile a tempo pieno in


un’azienda o in un ente pubblico, intendendo con questo che è stata l’occupazione
normale della maggior parte delle persone per molta parte del Novecento, dobbiamo
considerare non solo che esistono oggi molti lavoratori in condizione “atipica”, ma
aggiungere che molti dei nuovi posti di lavoro sono oggi atipici, e che questo fa
aumentare il loro peso sul totale. Si può stimare che nel 2003 le occupazioni tipiche
fossero in Italia più dei tre quarti del totale (atipiche un po’ meno di un quarto). Una
prima forma di lavoro atipico è il lavoro permanente a tempo parziale (part – time); ma
i lavori atipici si sono differenziati nel tempo, e ne sono comparsi di nuovi. Tra questi
sono compresi, l’apprendistato, i contratti di formazione – lavoro, il lavoro interinale, il
lavoro a domicilio, il telelavoro, il lavoro di ci condivide lo stesso posto con un altro
(job – sharing), chi lavora a chiamata (job – on – call). Le differenze sono definite dal
tipo di contratto previsto per legge, relativo alla durata, stabilità, remunerazione, diritti
di sicurezza sociale garantiti. A questi si deve aggiungere un tipo formalmente
indipendente, ma simile a quello dipendente: sono le attività basate su “contratti di
collaborazione coordinata e continuativa” (i co. co. co, che evolvono nei co. co. pro.,
contratti a progetto) stipulati fra un lavoratore autonomo e un imprenditore o un ente
pubblico. Per una parte si tratta di attività effettivamente indipendenti, con buone
prospettive di guadagno; in altri casi si tratta di lavoro più semplici, casi di finto lavoro
autonomo.

Il lavoro atipico è aumentato nel tempo, e sulla valutazione del fenomeno e le


previsioni a lungo termine esistono posizioni più o meno preoccupare, per la precarietà
che si può diffondere nelle condizioni e nelle prospettive delle persone, soprattutto dei
giovani: in Italia, un periodo di forte aumento è stato alla fine degli anni sessanta;
negli anni successivi la crescita rallenta e crescono i lavori tipici, sia perché sono state
introdotte modalità di maggiore flessibilità, sia per gli sgravi fiscali previsti per i datori
di lavoro che assumono a tempo indeterminato. Come si vede, le leggi incidono non
solo sulla comparsa di tipi diversi di lavoro, ma anche sulla loro diffusione relativa.

Sono comunque anche in gioco cambiamenti nell’offerta sul mercato del lavoro: il part
– time, per esempio, può essere anche effettivamente una scelta in relazione ad altri
impegni o attività. In generale esso riguarda molto più le donne che gli uomini.
Probabile è che, per quanto riguarda, le donne, in certi casi si tratti di un ripiego, in
mancanza di un lavoro a tempo pieno, ma in altri di una strategia per combinare in
modo accettabile lavoro e famiglia.

In generale si può dire che i tipi diversi di lavoro atipico sono diversamente diffusi in
Europa come effetto della diversa composizione e organizzazione dell’economia, delle
politiche adottate in campi diversi, di tradizioni culturali (Spagna, paese europeo di
massima diffusione). La diffusione varia poi anche a seconda dei settori (poco diffuso
nell’edilizia e in agricoltura; molto diffuso nello spettacolo e nella scuola).

L’espressione lavoro nero è usato in genere per indicare l’attività di chi non risulta a
libro paga dell’imprenditore. Il lavoro nero può essere considerato il caso limite del
lavoro non – normale. Si tratta dunque di lavori più o meno saltuari e occasionali, non
regolarizzati contrattualmente e non tutelati. Alcuni sostengono che l’emersione del
lavoro nero nascosto, vale a dire regolarizzare in modo esteso il lavoro dal punto di
vista legale, è favorita anche dalla diffusione dei lavori atipici previsti per legge di cui
si è parlato.

Un caso particolare di lavoro nero è costituito dal secondo lavoro. Il caso è di chi,
avendo già un’occupazione garantita, svolge una seconda attività nascosta (presso le
famiglie, effettuando piccole riparazioni o lavori di manutenzione, oppure, presso
un’altra impresa senza avere garanzie previdenziali e pensionistiche). In Italia il
fenomeno è molto diffuso i bioccupati sono tanti quanti i disoccupati.

Un occupato con un contratto a tempo indeterminato non lavora necessariamente


tutta la vita nello stesso posto di lavoro. La mobilità dei lavoratori è più o meno alta
nei diversi paesi (alta negli Usa e bassa in Giappone). La durata dei tempi di lavoro
presso una azienda sembrano accorciarsi in tutti i paesi. Questo non significa
necessariamente precarietà. I cambiamenti possono essere parte di un progetto
individuale preferito da chi lavora, così come possono essere invece subiti, con esiti
negativi che si cumulano nel tempo. La flessibilità ha bisogno di regolazione e
compensazioni appropriate.

Come funziona il mercato: due modelli interpretativi

Domanda e offerta si incontrano sul mercato, ma le differenze delle professionalità


domandate e offerte sono tali che solo con una grossolana semplificazione possiamo
parlare di mercato del lavoro al singolare. In realtà esistono più mercati dove si offrono
e sono richiesti insiemi diversi della popolazione attiva.

Economisti e sociologi del lavoro hanno sviluppato un modello in diverse varianti che
tiene conto di una grande, ma significativa differenza fra due parti del mercato. Per
questo si parla di modelli dualistici del mercato del lavoro e di dualismo del
mercato del lavoro.

Una variante semplice possiamo formularla nel modo seguente. I mercati di vendita
sui quali operano le imprese sono più o meno stabili e prevedibili. Le imprese che
soddisfano una domanda relativamente stabile e standardizzabile sono abbastanza
sicure da poter rischiare investimenti tecnologici che migliorino la loro efficienza e
possono di conseguenza pagare salari più elevati. Possono anche far ricordo alle
“quote forti” del mercato del lavoro (lavoratori di mezza età ed esperti). Il contrario
succede alle piccole imprese che operano su mercati instabili e imprevedibili; offrendo
salari inferiori e occupazione discontinua, esse fanno ricorso alle “quote deboli” del
mercato del lavoro (donne, giovani, minoranze etniche). Per motivi diversi,queste
categorie si accontentano di soluzioni più o meno precarie e meno remunerate del
problema del lavoro.

Il modello dualistico del mercato del lavoro cerca dunque dal lato della domanda di
lavoro delle imprese le radici economiche dei lavori precari (dualismo del sistema
produttivo legato all’incertezza). Attira poi l’attenzione sulle caratteristiche dei
soggetti e sui meccanismi di socializzazione e controllo sociale per spiegare le
motivazioni ad accettare lavori precari (gestione sociale dell’incertezza). I meccanismi
in questione possono essere diversi a seconda dei paesi o delle zone (donne accettano
il part – time in determinate fasi del ciclo della vita). Applicato alla ricerca, il modello
fornisce interpretazioni plausibili di certi casi concreti, ma per altri o per diversi aspetti
lascia insoddisfatti.

Un altro modello dualistico si basa sulla distinzione fra mercati interni e mercati esterni
del lavoro. Il mercato esterno è il vero e proprio mercato sul quale si offrono, in
concorrenza fra loro, persone non ancora occupate o in cerca di un posto per loro
migliore. Con l’espressione “mercato interno” si intendono invece procedure all’interno
di un’organizzazione per spostare gli occupati da un posto a un altro, e per stabilire dei
percorsi di carriera. Esattamente si tratta di processi organizzativi.

In situazioni diverse un’impresa può ricorrere all’uno o all’altro dei mercati. Tuttavia,
sin che possono, le imprese hanno vantaggi a ricorrere al mercato interno. L’azione dei
sindacati, che proteggono gli occupati, tende a rafforzare questi meccanismi. Il
modello spiega dunque una fonte di rigidità del mercato del lavoro a vantaggio di chi
già è occupato e può in parte spiegare, per esempio, la difficoltà dei giovani ad entrare
nel mercato del lavoro.

Si potrebbe introdurre un numero maggiore di distinzioni del mercato, sviluppando


l’idea della segmentazione del mercato del lavoro. Lo scopo resta comunque
quello di individuare parti stabilmente differenziate del mercato del lavoro, nelle quali
sono richieste e offerte figure sociali diverse, che si muovono con risorse e vincoli
radicati nella struttura della società.

I modelli presentati fanno riferimento alle condizioni di mercato di categorie diverse di


lavoratori in rapporto a differenti tipi di domanda. Tuttavia, altri approcci di ricerca
hanno usato strumenti per un’analisi più ravvicinata, a livello d’interazione. Il
sociologo M. Granovetter, osservando un campione di tecnici e manager, è giunto alla
conclusione che la probabilità di cambiare lavoro migliorando la propria posizione
dipende proprio dall’ampiezza del network di relazioni di cui uno dispone; sono
efficaci, per l’autore, i “legami deboli”, superficiali, ma composti da catene lunghe, che
penetrano in ambienti di lavoro diversi dal proprio.

L’approccio della network analysis al mercato del lavoro non è necessariamente


alternativo (nel caso della richiesta di credenziali oggettive questo metodo è inutile),
ma piuttosto complementare all’uso dei modelli dualistici presentati: esso permette di
vedere gli attori in azione, che si muovono con loro strategie personalizzate nel quadro
generale che i modelli precedenti delineano.
La disoccupazione

Gli economisti distinguono tre tipi di disoccupazione: frizionale, strutturale, ciclica.

- La disoccupazione frizionale è dovuta al fatto che continuamente ci sono


persone che cercano un lavoro (passano da scuola a lavoro). Anche nel caso ci
fosse piena occupazione ci sarebbe sempre casi di questo genere.

- La disoccupazione strutturale deriva da una cattiva corrispondenza fra


domanda e offerta: certe professionalità non sono più richieste, mentre per altre
richieste non c’è sufficiente offerta. Riguarda tipicamente certi settori o aree.

- La disoccupazione ciclica riguarda una domanda di lavoro più bassa in tutta


l’economia, in corrispondenza di una fase ciclica recessiva quando la spesa e la
produzione diminuiscono.

Nella lunga fase di crescita economica del dopoguerra anche la disoccupazione è stata
contenuta nelle economie avanzate, grazie all’attuazione, da parte degli stati, di
politiche keynesiane (spesa pubblica, welfare e assistenza ai disoccupati). Il
meccanismo si è inceppato negli anni 70’, e ora il tasso tollerabile di disoccupazione è
del 6 %.

La disoccupazione di lunga durata (oltre un anno) è un fenomeno studiato in


particolare dai sociologi. Ricerche in diversi paesi europei hanno considerato sia
caratteri personali dei disoccupati di lunga durata sia le condizioni che aumentano la
probabilità di diventarlo, spostando soprattutto su queste l’asse della spiegazione. Si è
dimostrato che nei paesi che garantiscono una protezione relativamente favorevole ai
disoccupati di lunga durata questi subiscono un peggioramento netto dei redditi e del
livello di vita. Si è poi mostrata la tendenza alla segregazione sociale: reti di amicizia
fra disoccupati, separate da reti di occupati. Ciò deriva dal fatto che i disoccupati non
sono in grado, non avendo le risorse, di stabilire relazioni di reciprocità nei rapporti
sociali con persone in condizioni migliori. Sono meccanismi come questi che tendono a
cronicizzare la disoccupazione.

La disoccupazione strutturale è una componente di crisi sociale in aree di grandi


industrie tradizionali che hanno cambiato organizzazione del lavoro o hanno
ridimensionato o chiuso i loro impianti (vecchie aree siderurgiche o cantieristiche). Più
in generale, la ristrutturazione industriale a seguito di innovazioni tecnologiche
provoca spesso disoccupazione strutturale, perché la domanda di lavoro da parte delle
imprese in generale diminuisce e perché vecchie qualifiche non sono più richieste
(persone anziane che non riescono a riqualificarsi).

La disoccupazione ciclica tocca in generale l’economia, ma ci sono settori e imprese


più esposti di altri all’incertezza e dove dunque gli occupati sono più a rischio. I settori
e le fasce di imprese più esposti alimentano varie forme di lavoro precario e in certe
condizioni danno origine alla disoccupazione intermittente di chi continuamente trova
e perde un lavoro. I lavoratori precari e intermittenti individuano la grande area grigia
della sottoccupazione.

In alcuni casi, le condizioni di lavoro sono così precarie, oltre che mal pagate, faticose
e sgradevoli che emerge un paradosso della disoccupazione: l’immigrazione da
paesi poveri in presenza di forte disoccupazione nazionale. Ciò si verifica perché le
condizioni di lavoro scendono al di sotto della soglia accettata da una popolazione e
garantita dalla legislazione del lavoro, dai sistemi di welfare, dal sostegno familiare o
da altri meccanismi che offrono risorse di sussistenza al disoccupato in cerca di lavoro.

Notiamo che i diversi tipi di disoccupazione si muovono insieme: la disoccupazione


frizionale di un giovane rischia di durare di più se è in corso una ristrutturazione che
provoca disoccupazione strutturale, a meno che quel giovane non abbia una nuova
qualifica richiesta.

La ripresa economica diminuisce la disoccupazione ciclica, ma può anche capitare che


la ripresa economica non riporti a tassi di occupazione elevati (basse condizioni di
accettabilità di del lavoro più lavoratori precari). Molte variabili sono in gioco e le
politiche devono destreggiarsi fra vincoli diversi.

L’organizzazione del lavoro

L’evoluzione del lavoro industriale

A seconda delle dimensioni, dei settori e dei tipi di produzione, ma anche a seconda
dei reparti di una stessa azienda, esistono differenze significative nel modo di dividere
e organizzare il lavoro. Ci che si dirà compone un quadro semplificato, riferito
soprattutto alle forme di organizzative confluite nella grande produzione di serie.
Queste hanno del testo influenzato in generale il modo di coordinare le attività
produttive negli anni della grande crescita. Le forme moderne di organizzazione
industriale si affermano nella prima metà del XX secolo. Opportuno è osservare tali
cambiamenti organizzativi in rapporto anche ai cambiamenti delle tecniche di
produzione. Per valutare le grandi novità del lavoro in fabbrica, si può inoltre metterlo
a confronto con il tradizionale lavoro artigiano.

Taylorismo e fordismo

L’artigiano è un imprenditore che conduce la sua impresa prevalentemente con il


lavoro proprio e dei suoi familiari, con l’assunzione eventuale anche di dipendenti. Nel
laboratorio artigiano ci si serviva di utensili che estendono la possibilità di chi lavora;
tuttavia è l’abilità nell’uso diretto dell’utensile sui materiali a essere decisiva per
produrre un bene. Gli utensili di cui si parla servono a fare molte cose diverse.
L’artigiano svolge un lavoro specializzato, fatto di fasi distinte, dell’ideazione del
prodotto alla sua finitura. L’abilità richiesta è appresa con un lungo tirocinio.

L’organizzazione della fabbrica, come organizzazione della produzione per il mercato,


nasce nel XVIII secolo. L’ampliamento e il controllo della produzione da parte di un
imprenditore aveva già conosciuto una forma che non richiedeva la concentrazione di
mezzi di produzione e persone; si tratta del putting – out system, vale a dire del
coordinamento di artigiani che lavorano a domicilio, ai quali un imprenditore –
mercante ricorre a seconda delle richieste di mercato.

Le prime concentrazioni di manodopera in uno stesso luogo, sotto la direzione e il


controllo di un imprenditore (factory system), non cambiano radicalmente il modo di
lavorare, gli strumenti, le gerarchie. Comincia tuttavia una trasformazione che,
attraverso maggiori investimenti in macchinari, l’evoluzione di questi, la crescente
concentrazione di mezzi e persone conduce anche a rivoluzionare l’organizzazione del
lavoro.

In fabbrica si introducono le prima macchine utensili anch’esse flessibili e perciò


chiamate macchine universali. Le macchine universali possono essere adoperate
per diverse operazioni, adattate a queste dall’operatore (lavorazione senza intervento
diretto). L’operato deve conosce le diverse possibilità della macchina (fresatrice),
predisporla per l’esecuzione e intervenire con altri attrezzi per completare o rifinire il
pezzo.

L’uso di macchine utensili universali caratterizza una prima fase dell’organizzazione


del lavoro in fabbrica. L’imprenditore sceglie cosa produrre e assicura le condizioni
generali della produzione, ma l’esecuzione del prodotto è in gran parte lasciata
all’autonomia e all’abilità professionale degli operai nell’uso delle macchina,
organizzati in squadre (operai esperti, apprendisti, manovali non qualificati). Gli operai
dotati di professionalità di questa fase sono chiamati operai di mestiere.

Di tale genere era l’organizzazione del lavoro di fabbrica all’inizio del Novecento. Essa
era alquanto disorganizzata, uno stesso lavoro poteva richiedere tempi di attuazione
differenti a seconda delle squadre, essere fatto in modi diversi, essere diversamente
remunerato a seconda degli accordi del caposquadra con gli operai che lui stesso
assumeva. Da considerazioni come queste nacque l’idea di introdurre un metodo
nell’organizzazione del lavoro. La proposta più compiuta fu la cosiddetta
organizzazione scientifica del lavoro (Scientific Management), ideata da F.W. Taylor. I
metodi a lui ispirati costituiscono il taylorismo.

Taylor partì dall’idea che per acquistare efficienza era necessario progettare
un’organizzazione centralizzata, nella quale fossero rigidamente divisi i compiti di
decisione e pianificazione del lavoro (spostati alla direzione) da quelli di esecuzione. Il
processo complessivo di lavorazione doveva essere smontato in una serie di
operazioni, ognuna delle quali definisse un posto di lavoro. Le singole operazioni
potevano poi essere standardizzate, fissandone tempi e metodi, tenuto conto dello
sforzo necessario e di un corretto modo di esecuzione; in tal modo, esse diventavano
esattamente prevedibili. Il personale veniva selezionato secondo opportune tecniche e
diversamente remunerato secondo quello che veniva valutato il suo apporto alla
produzione. Il sistema organizzativo complessivo era la ricomposizione di tali attività
standardizzate, adattate le une alle altre e controllabili.

Faceva parte della proposta di Taylor che i lavoratori fossero spinti ad accettare le
nuove condizioni da un salario maggiore che derivava da una produzione più
efficiente. Questo non bastò però a evitare vivaci reazioni, perché il nuovo metodo
sottraeva ai lavoratori potere e autonomia.

Taylor era poi ingenuo nel credere che si potesse “scientificamente” stabilire il modo
migliore di fare una cosa, e a volte il taylorismo finì per diventare sinonimo di
compressione dei tempi di lavoro. Merito di Taylor fu in ogni caso quello di porre per la
prima volta il problema dell’organizzazione del lavoro in azienda; l’organizzazione
industriale successiva può essere considerata uno sviluppo a partire dai suoi schemi.
Una nuova fase si apre con l’avvio della grande produzione di serie, basata
sull’introduzione estesa di un nuovo tipo di macchina: le macchine speciali. Queste
compiono poche operazioni, non richiedono importanti e diversi interventi di
regolazione e funzionano con continuità (veloci e non flessibili). La conseguenza è che
gran parte del lavoro richiesto è più semplice di quello dell’operaio di mestiere
(aumentano gli operai non qualificati).

La lavorazione a catena è un tipo di organizzazione del lavoro per cui le diverse


operazioni, ridotte alla medesima durata o ad un multiplo o sottomultiplo semplice di
tale durata, vengono eseguite senza interruzione tra loro e in un ordine costante nel
tempo e nello spazio.

La catena di montaggio fu applicata da Ford alla produzione di auto in grande scala


(1913). Da qui anche l’uso dell’espressione “fordismo” per questa nuova fase
dell’organizzazione industriale, dove la fabbrica è interamente progettata a partire dal
sistema delle macchine.

Il fordismo accentuò la segmentazione del lavoro e finì per cancellare il “mestiere”.


Cominciavano però a nascere anche nuove funzioni intermedie di controllo e gestione,
e in ambito operaio nuove qualificazioni nei reparti di attrezzaggio e manutenzione.

Dopo il mestiere e il taylorismo – fordismo, si apre allora per il lavoro una terza fase,
nella quale nuove qualificazioni necessarie per operazioni di controllo tecnico,
manutenzione, riparazione aumentano, mentre i lavori di esecuzione diretta e passiva
tendono a diminuire. I robot che agiscono con movimenti simili al braccio umano, e
macchine a controllo numerico che svolgono da sole lavorazioni diverse sulla base di
programmi inseriti in un calcolatore sono esempi delle nuove tecnologie, di nuovo
flessibili.

Il sistema Toyota

La sfida maggiore portata al fordismo, in anni recenti, è il sistema Toyota.

Oggi è finita l’epoca della grande crescita e i mercati sono diventati più limitati, più
differenziati e più instabili: nella nuova situazione si tratta di avvicinarsi alla
condizione di produrre soltanto quello che è già richiesto da un cliente. Ciò rende
necessaria una rivoluzione organizzativa.

Nel fordismo le decisioni su che cosa e quanto produrre sono fissate dalla direzione a
monte. Rovesciando lo schema organizzativo, è l’ordinazione di un certo numero di
beni pervenuta agli uffici commerciali che mette in moto lungo la linea produttiva la
richiesta dei diversi componenti, i quali vengono allora prodotti solo nella quantità
necessaria. In fabbrica non circola nessuna componente che già non si sappia a che
auto è destinato: è la cosiddetta produzione just in time, con la quale si intende che
nel corso dell’assemblaggio di un bene (auto) ciascun componente arriva alla linea di
montaggio nel preciso momento in cui ce n’è bisogno e solo nella quantità necessaria.

Il cambiamento di ottica si accompagna a molte altre innovazioni organizzative.


Ricordiamo ancora il principio della “auto attivazione”, applicato alle macchine, agli
operai e alle linee produttive: in caso di errore si interrompe la linea. I controlli di
qualità non sono solo alla fine della linea produttiva, che funziona sempre senza
interrompersi. L’auto attivazione permettere di intervenire senza che gli errori si
ripetano e accumulino, con tempestività e alla radice.

Il sistema Toyota, più capace di adattarsi al mercato, richieda un attento gioco di


squadra; richiede molta responsabilizzazione e partecipazione da parte di tutti
(macchine automatiche più elastiche e uomini in grado di percepire e realizzare
direttamente i continui aggiustamenti ai processi di produzione). La garanzia del posto
di lavoro “a vita” e differenziali fra le paghe degli operai e di dirigenti più bassi che in
Occidente sono due esempi delle motivazioni a partecipare che lo rendono possibile.

Infine possiamo dire che, la tesi di una continua dequalificazione del lavoro, sostenuta
da Braverman, è stata smentita. Sembra infatti che, con il passaggio alle nuove forme
di organizzazione, in media si possono riscontrare un miglioramento della
qualificazione professionale e maggiori ambiti di autonomia nello svolgimento delle
attività lavorative.

I successi ottenuti hanno sollecitato altrove imitazioni e adattamenti. In realtà, sia


l’organizzazione che il sistema di motivazioni escogitati in Occidente sono piuttosto
degli ibridi, nati dall’innesto su esperienze e condizioni precedenti. Del resto anche il
sistema Toyota è in continua evoluzione (causa crisi il principio di lavoro “a vita” è
stato accantonato per certe categorie di dipendenti).

Lavoro specializzato e lavoro dequalificato nei servizi

Nei servizi troviamo lavori molto specializzati e ben remunerati accanto ad altri
dequalificati e poco pagati: le due categorie aumentano insieme.

Per sondare il mondo dei servizi da questo punto di vista ci serviremo di una famosa
ricerca innovativa di Esping – Andersen, che ha suddiviso gli occupati in modo
inconsueto, allo scopo di mettere soprattutto in evidenza le categorie di servizi più
lontani dalla produzione.

Nella categoria degli addetti alla produzione e alla distribuzione di beni fisici ci sono
anche addetti contati nel terziario (nei paesi avanzati gli occupati del commercio
addetti alla distribuzione sono circa un quinto del totale degli occupati). L’economia
dei servizi staccati dalla produzione è poi analizzata in riferimento a tra categorie: i
servizi al consumatore (bar, ristoranti); i servizi sociali (salute, istruzione) e i servizi
alle imprese (consulenze, servizi legali e finanziari). Possiamo chiamare
postindustriali questi settori che sono in espansione. Oltre alla percentuale di
addetti in ogni categoria rispetto al totale, la ricerca permette di valutare la qualità del
lavoro riportando la percentuale di occupati non specializzati in ogni categoria.

Il peso degli addetti alla produzione e distribuzione di beni fisici è ovunque in


diminuzione, tendenza che è accompagnata dalla diminuzione dei lavoratori non
specializzati. I servizi alle imprese aumentano ovunque il loro peso; molti di questi
lavori richiedono una professionalità elevata (professionisti, ricercatori) ma con il
tempo è aumentata la quota dei non specializzati, che rimane tuttavia bassa; in
complesso si tratta dunque di un settore dove si trovano molti lavori buoni o a medie
condizioni di professionalità e remunerazione.
I servizi sociali hanno fatto in venticinque anni un balzo in avanti. Nei servizi al
consumato, infine, si conta la quota più elevata di non specializzati.

Germania, Svezia e Usa hanno andamento del tutto simili. In sintesi, la Germania negli
anni ottanta è ancora un paese piuttosto tradizionale nella sua struttura professionale.
Industria e commercio contano ancora molto, le imprese affidano all’esterno servizi
avanzati di cui hanno bisogno, mentre i servizi al consumatore e i servizi sociali, che
corrispondono al ricorso all’esterno da parte delle famiglie per i bisogni prima in gran
parte soddisfatti al loro interno, hanno avuto una crescita contenuta. Svezia e Usa
sono complessivamente più postindustriali, ma vi è un’importante diversità. Si tratta
del peso rilevante assunto in Svezia dai servizi sociali, con quote alte di lavoro non
specializzato, e del maggior peso relativo negli Usa dei servizi al consumatore, con
quote molto elevate di lavori cattivi. Queste diversità dipendono dalla regolazione
politica e sindacale dell’economia.

I servizi al consumatore si espandono con il lavoro fuori casa delle donne e l’aumento
del tempo libero, tanto più quanto meno sono costosi: un mercato liberalizzato, con
popolazione non protetta dalla legislazione sociale e non rappresentata
sindacalmente, e dunque con soglie basse di accettazione delle condizioni di lavoro ha
permesso l’espansione di lavori poco remunerati in questi servizi negli Usa, sovente di
immigrati appartenenti a minoranze etniche.

In Svezia la tradizione di un welfare state esteso, che mantiene soglie più alte, non ha
fatto crescere i servizi al consumatore, comportando invece una quota elevata e in
aumento degli addetti nel settore dei servizi sociali. Si tratta in gran parte di donne,
molte non qualificate, sovente con lavoro part – time; siccome l’assistenza è pagata
dello stato che ricorre alla tassazione, l’espansione del settore coincide anche con
salari più bassi di quelli nel settore privato.

Un’ultima osservazione riguarda il rapporto degli andamenti esposti con il problema


dell’occupazione. In Germani, una bassa espansione dei servizi postindustriali coincide
con una minor presenza delle donne nel mercato del lavoro e con una disoccupazione
maschile che è più altra di quella svedese e americana. La disoccupazione, tra gli anni
sessanta e gli ottanta, è stata molto bassa sia in Svezia, che negli Usa. In entrambi i
casi, la strada è stata appunto la crescita dei servizi, ma secondo due modelli diversi.

Le relazioni industriali

I sindacati

I sindacati sono associazioni di lavoratori che si uniscono per tutelare i propri


interessi professionali. Queste danno vita a organizzazioni che agiscono stabilmente
nei confronti dei datori di lavoro. I sindacati sono associazioni particolari, che possono
modificare in diverse direzioni i caratteri generali della associazioni generica.

Un sindacato rappresenta gli interessi degli iscritti, ma può di fatto rappresentare


anche quelli dei lavoratori non iscritti appartenenti a una stessa categoria se i contratti
collettivi che stipula hanno per legge valore per tutti; addirittura i sindacati possono
creare organizzazioni nazionali che si propongono di rappresentare gli interessi
dell’insieme dei lavoratori di un paese (lavoratori dipendenti), occupati e disoccupati o
pensionati. Si delineano così due tipi polari: i sindacati associativi (di iscritti e per
categorie ristrette, sindacato americano) e i sindacati di classe (a rappresentanza
estesa, sindacato svedese).

Le possibili forme organizzative di affiliazione e rappresentanza sono in realtà molte. In


origine il sindacato nasce come associazione di operai che hanno uno stesso mestiere,
ovvero una particolare professionalità da difendere. Il conflitto fra lavoratori
specializzati e non specializzati è tipico di una prima fase del sindacalismo, che tende
a escludere i secondi.

Verso la metà del XX secolo è iniziata la tendenza, in quasi tutti i paesi sviluppati, al
passaggio dal sindacato di mestiere a organizzazioni che comprendono l’insieme dei
dipendenti di un settore (ad esempio, dell’automobile), indipendentemente dalla loro
professionalità; la tendenza è stata sollecitata dallo sviluppo della produzione di massa
e dall’organizzazione fordista; infine possiamo notare la tendenza, alla formazione di
grandi federazioni (confederazioni) nazionali di sindacati di diversi settori, che restano
più o meno autonomi al loro interno.

Rispetto agli Usa in Europa, in alcuni paesi (Francia, Olanda, Belgio, Italia), hanno più
formazioni di sindacati costituiti su una base ideologica o vicinanza politica. Questo
pluralismo sindacale non si verifica nei paesi scandinavi, in Germania, in Austria, dove
troviamo una sola federazione, molto organizzata.

Mentre negli Usa le parti sociali (lavoratori e padroni in rapporto alla politica)
chiedono ai poteri pubblici soltanto di fissare e garantire regole di contrattazione, in
Europa più spesso esse sollecitano l’intervento dello stato in quanto regolatore
dell’economia attraverso la spesa pubblica e la legislazione sociale, industriale, del
lavoro. In altre parole: mentre in America i sindacati sono attori collettivi
dell’economia, in Europa stanno piuttosto fra economia e politica. Diventa allora più
esplicita una funzione, che già in parte è propria delle federazioni nazionali: quella di
agire anche per compensare categorie svantaggiate rispetto ad altre più
avvantaggiate.

Nel caso italiano l’organizzazione settoriale si combina con il principio


dell’organizzazione territoriale, che raggruppa i lavoratori di un’area a prescindere dal
loro settore di appartenenza (organizzazione territoriale: Camere del lavoro della Cgil).

Per completare il quadro dell’Italia si può ancora osservare l’esistenza anche di un


associazionismo imprenditoriale frammentato (Confindustria). Negli anni più recenti le
trasformazioni dell’organizzazione economica e altre modificazioni nel tessuto sociali
hanno avuto conseguenze anche sull’organizzazione sindacale. La minor presa di
ideologie tradizionali, unita a forme organizzative della produzione e dei servizi con
figure di lavoratori meno simili gli uni agli altri, hanno reso più difficile l’aggregazione e
la rappresentanza unitaria degli interessi. Si sono allora diffusi i “sindacati autonomi”,
che tutelano gruppi di lavoratori grandi o piccoli, spesso molto aggressivi e con scarsa
attenzione a problemi di compensazione. In questo senso si parla di tendenze alla
tutela di interessi corporativi.

Contrattazione, conflittualità, regolazione


I processi di contrattazione collettiva fra organizzazioni dei lavoratori e dei datori di
lavoro, per stipulare accordi relativi a salari e condizioni di lavoro costituiscono le
relazioni industriali.

I normali rapporti all’interno di un’azienda sono insieme di collaborazione e conflitto.


Le relazioni industriali permettono di esprimere le divergenze di interessi fra
imprenditore e diverse categorie di dipendenti, e attraverso la contrattazione collettiva
di ricomporle in contratti che diventano obbligatori fra le parti, valevoli per un certo
periodo. Contratti firmati dai rappresentanti delle grandi confederazioni nazionali dei
lavoratori e degli imprenditori hanno valore generale. A questi si aggiungono i
contratti collettivi nazionali di settore (rinnova ogni quattro anni), che riguardano
categorie di lavoratori (metalmeccanici). Miglioramenti dei contratti collettivi possono
però essere contrattati a livello di zona o di singola azienda.

La contrattazione riguarda salati e la parte normativa (orari, condizioni di lavoro). La


minaccia di rompe la trattativa sposta la contrattazione verso rapporti più conflittuali,
che possono sfociare nella dichiarazione di uno sciopero. Lo sciopero (diritto
costituzionale) è un’astensione dall’attività lavorativa da parte di un gruppo di
lavoratori dipendenti; l’astensione è in genere dichiarata da un’organizzazione
sindacale, ma può esserlo anche da un’assemblea spontanea di lavoratori sul luogo di
lavoro. Speculare allo sciopero è la serrata (non è diritto) da parte dell’imprenditore,
che consiste nella chiusura dell’azienda per un certo periodo.

Due interpretazioni sociologiche hanno cercato di comprendere le determinanti


principali dello sciopero, cioè le ragione che spiegano quando diventa probabile che
esso si manifesti: modello economico e modello politico – organizzativo. Secondo il
modello economico, la probabilità degli scioperi aumenterebbe e diminuirebbe in
relazione all’andamento del ciclo economico. Questo perché in una fase di espansione
aumentano le aspettative salariali, ma soprattutto aumenta la forza dei lavoratori sul
mercato del lavoro in quanto molti sono occupati, con difficoltà dunque delle imprese a
reperire nuova manodopera; il contrario si verifica nelle fasi depressive. Secondo il
modello politico – organizzativo, la conflittualità aumenta se il sindacato ha
un’organizzazione con elevata capacità di mobilitare i suoi iscritti e i lavoratori in
genere. Questa capacità può dipendere dall’elevata completezza del gruppo che i
sindacati rappresentano, o un forte cemento ideologico che unisce i lavoratori.

Una ricerca comparativa fra diversi paesi, su lungo periodo, ha mostrato che in
generale l’andamento degli scioperi è piuttosto autonomo nei confronti del ciclo
economico. Solo in alcuni casi il puro modello economico riesce a spiegare
l’andamento della conflittualità, mentre più spesso le variabili economiche relative al
ciclo sono una componente importante della spiegazione, collegate però all’influenza
più o meno marcata di variabili del secondo modello, che a sua volta, lasciato solo,
spiega solamente casi eccezionali.

Queste osservazioni sugli scioperi ribadiscono la collocazione del sindacato come


attore collettivo che si situa fra economia e politica. A tale riguardo è necessario
osservare che le relazioni industriali non solo regolano i rapporti fra due controparti,
ma contribuiscono alla regolazione dell’economia nel suo complesso. Questa funzione
di regolazione economica da parte delle relazioni industriali si è realizzata in modo più
esteso ed efficace in alcuni paesi.
Interventi sulla base di politiche keynesiane, se coordinati in un quadro complessivo di
politica economica possono tenere sotto controllo l’economia nel suo insieme
garantendo un equilibrio fra consumi, salari, prelievo fiscale, spesa pubblica,
investimenti, in grado di garantire occupazione e sviluppo. Le contrattazione che
portano a intese del genere assumono tipicamente la forma di concertazioni
“triangolari”, che vedono allo stesso tavolo sindacati padronali, sindacati dei lavoratori
e rappresentanti del governo. Un sistema di relazioni industriali allargato al governo
che tipicamente produce queste forme di regolazione è chiamato neocorporatista
(neocorporativo, paesi scandinavi e Australia). Le condizioni che sembrano averle
favorite sono: organizzazioni sindacali e padronali molto rappresentative e accentrate;
l’esistenza di una tradizione politica socialdemocratica, con governi orientati
all’intervento dello stato nella regolazione economica. Ma sullo sfondo ci sono anche la
centralità della produzione industriale nell’economia e l’organizzazione taylorista –
fordista di questa che favoriscono una rappresentanza aggregata degli interessi e la
possibilità di accordi di regolazione economica centralizzata. Il terziario oggi in crescita
è invece un mondo sociale molto più differenziato. Fenomeni come questi, nel quadro
della ristrutturazione industriale e di ricerca di flessibilità da parte delle imprese,
ostacolano prospettive di rappresentanza generalizzata, hanno messo in difficoltà le
forme di concertazione “triangolare” e spingono il sindacato a specializzare le sue
prestazioni e a differenziarsi.

Produzione e consumo
Imprenditori e imprese

Il codice civile definisce imprenditore chi esercita professionalmente un’attività


economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o servizi.
Impresa è l’attività organizzata svolta a questo fine. Azienda è l’organizzazione
dell’impresa, vale a dire il complesso di beni e le relazioni fra le persone che
consentono l’impresa.

Nella definizione data, l’imprenditore può apparire in più vesti, in relazione a diverse
funzioni che esercita. Anzitutto è una persone che rischia un capitale, in operazioni di
mercato che spera producano un guadagno. L’imprenditore è poi un organizzatore,
che costruisce l’azienda, e un dirigente che la dirige.

Un altro aspetto, espresso nel linguaggio corrente della parola imprenditività, è


nascosto nella definizione giuridica, ma importante per economisti e sociologi;
l’imprenditore, per ottenere buoni a continui risultati economici, deve essere capace di
introdurre innovazioni nel sistema economico: nuovi beni, nuovi metodi di produzione.
In questo modo egli assicura continuamente una “distruzione creatrice” che attiva lo
sviluppo economico.

In realtà la definizione si adatta meglio a un piccolo imprenditore, perché in questo


caso le diverse funzioni tendono a essere svolte da una sola persona. Ma prendere
decisioni, studiare e introdurre innovazioni, sostenere il rischio possono essere funzioni
spartite fra più persone e figure sociali. Questo è evidente quando si guarda alle
grandi imprese.

I giuristi pongono molta attenzione al rischio economico, perché la responsabilità


per le perdite individua l’imprenditore. Per aumentare l’apporto di capitale e per
dividere i rischi è però prevista la formazione di imprenditore collettivi, cioè di una
società. Una società è un attore artificiale distinto dai singoli che la costituiscono.
Nelle società di capitali la responsabilità dei soci si limita al capitale che alla società
hanno conferito; i soci non rispondono con altri loro averi di eventuali perdite. In
questo senso si dice che le società hanno “autonomia patrimoniale”. Il tipo più
complesso di società per capitali è la società per azioni, posseduta da un numero
anche molto grande di persone che possiedono quote anche piccole del patrimonio
sociale (azioni).

Dal punto di vista sociologico una società commerciale è un tipo particolare di


associazione, che per svolgere la sua attività dà vita a un’organizzazione (azienda). La
società commerciale è dunque la figura che assume l’imprenditore moderno. Le
società con le loro aziende sono viste come organizzazioni, vale a dire come attori
collettivi che agiscono sul mercato, prendendo decisioni sulla base di coalizioni di
interessi che si formano fra i vari soggetti che ne fanno parte.

L’Italia ha una certa particolarità nella produzione industriale: pur essendo un paese
ad alto sviluppo, e pur essendosi questo di solito realizzato nelle diverse economie con
un processo di concentrazione delle attività produttive, l’economia del nostro paese ha
invece una struttura molto dispersa, vale a dire caratterizzata da molte piccole
imprese. Si possono indicare due processi che hanno influenzato la conservazione e il
rinnovamento di tradizioni commerciali, professionali e artigianali. Il primo, che è
precedente nel tempo, è la protezione politica che il lavoro autonomo e la piccola
impresa hanno avuto, come elementi di stabilizzazione sociale e importante base
elettorale dei partiti di governo per un lungo periodo, a fronte di un forte partito
comunista che aveva il quasi monopolio dei voti della classe operaia. Ciò ha per certi
aspetti ritardato la modernizzazione del sistema produttivo e mantenuto aree di
inefficienza in questo. Il secondo processo, più recente ed economicamente più
dinamico, è la spinta verso l’industrializzazione diffusa.

Produzione di massa e specializzazione flessibile

Le grandi imprese al centro dell’economia

Il mercato basato sull’ipotesi di molti imprenditori in concorrenza fra loro, vale


piuttosto per alcuni settori dell’economia, dove continuano a operare piccole imprese,
spinte dalla concorrenza ad abbassare i loro prezzi. Un’ipotesi esattamente opposta è
quella del mercato con un solo produttore: si parla allora di monopolio. Di solito però,
le grandi imprese si trovano in una situazione di mercato che non corrisponde né
all’uno né all’altro modello: si trovano in concorrenza con poche altre imprese. In tal
caso si parla di oligopoli.

Spesso la nascita della grande industria è associata allo sviluppo della tecnologia.
L’idea di base è che sostituendo lavoro umano con macchine che consentono un’alta
velocità di produzione, i costi per unità di prodotto di abbassano. Si può anche dire che
con l’introduzione di macchina aumenta la produttività del lavoro, e cioè la quantità
prodotta per addetto. In questo modo si sviluppa una produzione in grande serie di
beni standardizzati (produzione di massa o di grande serie), che per diventare
economicamente conveniente richiede mercati abbastanza grandi. Mercati in
espansione e capacità tecnologica sono dunque due condizioni di fondo per lo sviluppo
della grande imprese.

Un ulteriore condizione cruciale è la relativa stabilità dei mercati. Con riferimento al


problema della stabilità, è stato sviluppato un modello analitico chiamato del
dualismo produttivo. Il modello distingue due settori dell’economia: il settore
centrale, dove operano imprese più grandi e stabili, e il settore periferico, composto di
piccole imprese più instabili. Il forte e rigido impiego di capitale richiede la ragionevole
sicurezza che il prodotto sarà venduto in certe quantità e per un periodo abbastanza
lungo perché il capitale stesso venga ricostituito e remunerato: gli impianti molto
costosi per la produzione di massa sono progettati per realizzare un certo prodotto e
non possono farne un altro. Questo significa che mercati molto instabili non
ammettono grandi imprese a produzione di massa. Sugli altri mercati, un’impresa
tenderà poi a crescere sino a essere capace di rispondere alla quota di domanda
stabile, vale a dire che corrisponde alla domanda prevedibile nelle fasi basse del ciclo
economico; la quota di domanda aggiuntiva che si manifesta nella fasi alte è lasciata a
imprese più piccole e più instabili. La grande impresa ha inoltre la capacità di
sviluppare azione per cercare di stabilizzare quanto più possibile i propri mercato
(accordi fra imprese, pubblicità, accordi e rapporti con il potere politico per la
regolazione economica). Grandi imprese che operano su mercati in crescita e
relativamente stabili hanno sviluppato impianti meccanizzati di produzione in grande
serie, facendo della produzione di massa la parte centrale dell’industria nell’ultimo
secolo.

La crescita della grande industria ha avuto importanti conseguenze sociali. La


produzione di massa ha richiesto anche una particolare organizzazione del lavoro, e
dunque particolari caratteri nuovi della classe operaia nel suo insieme. Con il cresce
dell’organizzazione, crescevano poi le funzioni di coordinamento delle attività e
cresceva dunque uno strato intermedio di impiegati. Al vertice, una classe di dirigenti
di professione (manager) sostituiva il proprietario nella gestione dell’impresa. Le
funzioni imprenditoriali si dividono fra più soggetti. Si può allora fare l’ipotesi che i due
gruppi dei proprietari (azionisti) e dei dirigenti abbiano interessi almeno in parte
differenziati. In particolare, si ritiene che gli azionisti siano maggiormente interessati a
massimizzare i profitti nel breve periodo, che consentono più dividendi, mentre i
dirigenti puntino piuttosto alla crescita dell’organizzazione, che conferisce loro
maggior prestigio e potere.

Fra le conseguenze sociali bisogna indicare la concentrazione di potere in alcuni gruppi


che controllano con il possesso di azioni importanti grandi industrie. Questi gruppi non
solo sono in grado di condizionare con le loro decisioni parti rilevanti dell’economia,
ma hanno la capacità di influenza politica, di orientamento dell’opinione pubblica, di
incidenza sull’evoluzione delle abitudini e delle condizioni di vita delle persone. Dal
punto di vista strettamente economico, la legislazione antitrust è orientata a
limitare l’eccesso di concentrazione che sottrae le imprese al controllo della
concorrenza. Ma il controllo del potere sociale delle grandi concentrazioni industriali è
un più complesso problema politico e culturale.

Mercato e gerarchia: l’impresa – rete

La grande impresa prende forma internando attività che in precedenza erano svolte o
che comunque avrebbero potuto essere svolte da singole, più piccole imprese
indipendenti. Una fabbrica di automobili ingloba una fabbrica di produzione di
ingranaggi oppure può effettuare compravendite da essa sulla base di accordi.

Poste le cose in questi termini, si apre una prospettiva interessante per studiare la
questione delle dimensioni di impresa nelle economie contemporanee. Mercato e
organizzazione (“gerarchia”) possono infatti essere pensate come alternative che
dipendono dai costi di transazione. Se un’impresa deve comprare da un’altra un
prodotto semplice occasionalmente, o ripetendo l’acquisto senza variazioni nel tempo,
e se ci sono molte imprese che offrono il prodotto di cui ha bisogno, in concorrenza fra
loro, probabilmente il mercato è la soluzione più conveniente perché trasmette
sufficienti informazioni sul prodotto, sul suo costo e sulle intenzioni del venditore. Ma
la transazione può essere complessa, riguarda per esempio una fornitura dilazionata
nel tempo oppure possono esserci pochi venditori. In questi casi possono svilupparsi
comportamenti opportunistici da parte del venditore, che si basano su un’imperfetta
informazione dell’acquirente e che sfruttano in un momento successivo vantaggi
imprevisti, quando l’acquirente non può più tirarsi indietro o modificare la condizioni
del contratto. In tal caso, diventa preferibile “produrre” invece che “comprare”, ovvero
diventata preferibile la crescita organizzativa ovvero la gerarchia. Accanto a variabili
di mercato e tecnologiche è così individuato un nuovo campo di variabili organizzative
che incidono sulle dimensioni.

In generale, con riferimento ai costi di transazione si può dunque rilevare quali fattori
giochino a favore del coordinamento delle attività tramite l’organizzazione e quali a
favore del coordinamento tramite il mercato (un network di relazioni sociali
preesistenti fra possibili contraenti favorisce il coordinamento delle attività tramite il
mercato).

Si possono dunque individuare teoricamente molti meccanismi che spingono verso


l’alternativa mercato o l’alternativa gerarchia, i quali si combinano in modo variabile
nello spazio e nel tempo, vale a dire a seconda del contesto in cui l’impresa opera. Da
questo punto di vista, una grande impresa può essere che ha cercato di evitare
eccessivi costi di transazione che si sarebbero altrimenti determinati su uno specifico
mercato, in uno specifico contesto sociale e istituzionale.

Tuttavia, possiamo individuare della condizioni che spingono a soluzioni intermedie, a


delle forme di coordinamento fra le imprese che non sono propriamente di mercato,
ma neppure direttamente organizzative (quasi – mercato o quasi –
organizzazione).

Si tratta di uno sviluppo importante dello schema, perché apre all’analisi dei sistemi di
imprese. Forme tipiche che può assumere l’organizzazione di un sistema di imprese
indipendenti sono le joint – venture (contratti con cui imprese diverse decidono di
collaborare alla realizzazione di un prodotto o di un’opera, coordinando le loro capacità
e dividendo per quote investimenti e profitti), il franchising (contratti con i quali
un’impresa concede a una catena di altre, a un presso in parte proporzionale alle
vendite, di rivendere un suo prodotto sotto il suo controllo, utilizzando un marchio
comune e garantendo l’assistenza tecnica).

Le grandi imprese, a causa della crisi della grande crescita del dopoguerra e con i
mercati diventati sempre più mutevoli e differenziati, hanno aumentato l’importanza
delle relazioni fra imprese e le forme di coordinamento che stanno fra organizzazione e
mercato. Dal punto di vista dell’azienda si hanno avuti alcuni cambiamenti
nell’organizzazione del lavoro per far fronte a queste nuove condizioni. Dal punto di
vista dell’imprese che opera sui mercati, possiamo osservare che la grande impresa a
produzione di massa è in difficoltà e che fa la sua comporta l’impresa – rete.

L’impresa – rete è un’impresa grande che coordina una rete di imprese minori,
collegate da rapporti di quasi – mercato o quasi – organizzazione. Una condizione
importante per il suo sviluppo deriva da nuove possibilità aperte dalla tecnologia. Più
precisamente, si devono considerare gli effetti dell’applicazione della microelettronica
ai processi produttivi e della telematica nel controllo dei sistemi di imprese.

Le macchine a controllo numerico sono l’esempio tipico del primo caso. Si tratta di
macchine che, sulla base di programmi diversi inseriti in un calcolatore, permettono di
variare rapidamente i processi di lavorazione e anche i prodotti. Si tratta di una
tecnologia molto flessibile, che si presta a produzioni di piccola serie e al limite di
pezzi unici, ma che insieme può essere ad alta produttività. L’introduzione della
microelettronica (delle macchine a controllo numerico) consente di decentrare
produzione in imprese autonome che si specializzano in una determinata lavorazione o
componente, e che non necessariamente lavorano per una sola più grande impresa.

Al contrario, la telematica, vale a dire l’uso combinato dei nuovi mezzi di


comunicazione e dell’informativa, consente di centralizzare il coordinamento e il
controllo di complessi processi di produzione decentrati, con variazioni e diverso
assemblaggio di prodotti, e delle attività di vendita su mercati diversi, per acquirenti
diversificati. L’agile impresa – rete, che stabilisce network di produzione e di vendita
variabili nel tempo, valicando i confini nazionali per trovare condizioni di
collaborazione favorevoli, è il nuovo, grande attore economico sulla scena mondiale.

Perché nell’industria continuano a esserci molte piccole imprese

Al centro dell’economia industriale stanno dunque le grandi imprese che si


trasformano per diventare più capaci di adattarsi a mercati diversificati e instabili.
Viene anche usata un’espressione per indicare il tipo e i modi di produzione meno
standardizzata che tendono a sostituire la produzione standardizzata di grande serie:
specializzazione flessibile. Le piccole imprese non spariscono, anzi in certi casi
ritrovano nuovo spazio.

Le industrie nazionali hanno differenti combinazioni di grandi e piccole imprese. Un


quarto degli addetti lavora in Italia in imprese con meno di dieci dipendenti, oltre la
metà in imprese sotto i 50. Gli addetti alle imprese medio – grandi e grandi (oltre 250
addetti) pesano insieme per meno della metà. La situazione è molto diversa per
Francia, Germania, Regno Unito.
In Italia non solo gli operai sono per una quota solo molto contenuta operai di grande
impresa, ma esistono molti imprenditori: circa un terzo delle imprese europee sono
imprese italiane. Esistono importanti differenze regionali nella diffusione dell’industria.
L’industrializzazione ha toccato in prevalenza il nord e in parte il centro del paese,
mentre nel sud e nelle isole gli insediamenti si fanno più rarefatti. Tuttavia, nel centro –
nord si è trattato in realtà di due forme diverse di industrializzazione: più concreta nel
nord – ovest, l’area principale di insediamento dell’industria di massa in Italia
(Piemonte); più dispersa nel nord – est e nel centro, dove si è sviluppata quasi
esclusivamente una industrializzazione diffusa di piccola imprese (Veneto).

Tuttavia, in nessun paese le piccole imprese sono scomparse; ovunque invece hanno
segnato una tenuta o una ripresa. Il punto fondamentale è che le piccole imprese
hanno aperto la strada della specializzazione flessibile. Dal punto di vista
economico il modello del dualismo produttivo non è sufficiente a dar conto di tipi
diversi di piccole imprese.

Fra le condizioni che hanno permesso la crescita della grande industria si considerano
mercati di consumo abbastanza ampi e standardizzabili. Piccole imprese possono
dunque anzitutto sopravvivere in mercati locali, che per qualche motivo non risentono
della capacità di penetrazione della produzione di massa: alti costi di trasporto o
difficoltà di organizzare la distribuzione. Si tratta però di condizioni sempre più ridotte.

Permangono poi mercati di consumo ristretti non in senso geografico, ma in quanto


altamente specializzati (capi di abbigliamento pregiati).

E tuttavia, anche il più vasto pubblico dei consumatori non sembra oggi, in economie
più ricche, disposto a una produzione eccessivamente standardizzata (differenziazione
dell’abbigliamento nelle classi sociali). Imprese con piccole serie di produzione in
settori come l’abbigliamento, la pelletteria, i mobili, l’arredamento trovano dunque
loro “nicchie” di mercato, a volte molto sicure. Le nuove tecnologie
microelettroniche permettono anche a loro un sentiero di crescita tecnologica
conservando elasticità, mentre l’espansione di imprese – rete può cercare di attrarle
nella propria orbita. In entrambi i casi, si vedono spazi per imprese minori, più o meno
autonome.

Un’impresa maggiore può decentrare stabilmente lavorazioni semplici che possono


essere realizzate a costi più bassi in imprese piccole dove il sindacato non è presente.
Questo decentramento produttivo che mira alla semplice compressione dei costi
non deve però essere confuso con quello che gli economisti chiamano
decentramento di specialità. Tale forma di decentramento prevede sub – fornitori
specializzati in lavorazioni o componenti di un processo più complesso, per le quali
una grande impresa non ha interesse ad attrezzarsi, mentre una piccola impresa può
diventare un produttore altamente specializzato, con tecnologie sofisticate e per
diversi acquirenti, sul mercato mondiale. Nel tempo queste forme di decentramento di
specialità e le piccole imprese che le realizzano sono aumentate.

Una produzione più diversificata richiede anche macchine adatte ai particolari bisogni
di un’impresa che produce un certo prodotto, che non sono esattamente gli stessi di
un’altra. La produzione di piccola serie richiede dunque anche macchine differenziate,
o adattate: piccoli produttori sono diventati così spesso anche specialisti nella
produzione di macchine utensili.

Esiste però un’altra possibilità di affrontare le difficoltà e sfruttare le opportunità


aperte dai nuovi mercati specializzati e più instabili, con ricorso anche alle nuove
tecnologie flessibili. Invece che entrare nell’orbita di una grande, le piccole imprese
possono legarsi fra loro. Si possono cioè formare sistemi di piccole imprese,
localizzate vicine le une alle altre. In questo caso, spesso le imprese formano catene di
sub – fornitura, che fanno magari capo a medie imprese, ma si tratta anche di
imprenditori che realizzano prodotti simili per imitazione: sempre però trovano nella
società locale delle risorse comuni che combinano realizzando alla fine una produzione
che può essere considerata la produzione complessiva di una specie di paese –
fabbrica. Il caso è dei “distretti industriali” delle regioni centrali e nord – orientali
italiane dove, quando ancora la grande impresa di massa non aveva iniziato la sua
trasformazione, si sono sperimentate le possibilità della specializzazione flessibile.

I distretti industriali

Gli economisti hanno usato il concetto di distretto industriale per indicare e studiare
queste forme territoriali di divisione del lavoro fra piccole imprese con produzioni di
piccola serie, il cui spazio nell’economia contemporanea è aumentato.

I sociologi hanno cercato di spiegare perché alcune regioni e paesi piuttosto che certi
altri siano stati così capaci di sfruttare le nuove possibilità della specializzazione
flessibile; a tale fine, si sono chiesti se non esistessero caratteri particolari della
società locale, in queste zone e non altrove presenti, che fossero adatti a quel tipo di
economia.

Le società locali che più hanno mostrato di essere capaci di sfruttare le possibilità sono
caratterizzate da tessuti fitti di città e cittadine, che hanno attrezzato e distribuito sul
territorio funzioni urbane: tradizioni spesso antiche di commercio, artigianato e piccola
produzione, servizi bancari e amministrativi, strade e infrastrutture civili, buone scuole
di base e di formazione professionale, corretta ed efficiente amministrazione locale, il
tutto cementato da forti identità culturali locali. Questo ambiente sociale ha fornito
conoscente tecniche e commerciali diffuse fra molte persone, una consuetudine
condivisa con l’idea e le pratiche di mercato, network di relazioni personali che
permettono una fiducia reciproca per trattare insieme facilmente di affari (costi di
transazione bassi). Molti si sono dunque trovati in condizione di provare a rischiare
l’avventura imprenditoriale.

Diverse figure sociali di queste città sono state dunque le attivatrici del processo, che
hanno interagito con campagne caratterizzate a loro volta da una particolare struttura
sociale: quella della famiglia agricola autonoma che viveva in un podere isolato nella
campagna. Questo ha fornito alle imprese operai che a casa avevano imparato molti
mestieri e che potevano contare sulla famiglia di origine se all’inizio erano poco pagati
(avevano a casa prodotti agricoli per l’autoconsumo, e potevano tornare a contribuire
alla produzione agricola da vendere). Gli imprenditori non hanno solo origine urbana.
A volte anche le grandi famiglie contadine, combinano diverse fonti di reddito, agricolo
e di lavoro industriale, hanno accumulato abbastanza capitale da sostenere attività
artigianali e poi magari industriali di un figlio che si metteva in proprio.
Si può dire che queste società hanno utilizzato in modo selettivo risorse culturali che
appartenevano al loro patrimonio tradizionale, investendole in nuove possibilità
economiche che in generale si aprivano.

I distretti industriali sono un’originaria possibilità di organizzazione sociale


dell’industria che è stata per così dire bloccata dall’avvento dell’industrializzazione di
massa, e che ora ha ripreso fiato, al cambiare delle circostanze, quindi, non sono una
novità di oggi. Si tratta però anche di economie in movimento, che per tenere il passo
devono continuamente modernizzare i loro impianti e migliorare la loro gamma di
prodotti.

In tutte le tipiche regioni italiane di piccole imprese, ormai da parecchi anni, c’è stato il
passaggio dalla crescita estensiva (che deriva cioè da un crescente impiego di
nuova manodopera, poco pagata, con scarse attrezzature tecnologiche) alla crescita
intensiva (con investimenti tecnologici che aumentano la produttività del lavoro e con
paghe mediamente più elevate). Alle risorse originarie necessarie tendono a
sostituirsene altre nuove. La famiglia contadina non è più così importante. Gli
imprenditori devono interagire velocemente con imprese e su mercati sparsi per il
mondo. I cambiamenti di molti distretti che resistono bene anche in tempi difficili
dell’economia mostrano però che continua a essere possibile il flessibile gioco di
squadra fra imprese a livello locale, anche se si richiede un’azione concordata fra
attori pubblici e privati, per favorire in modo diffuso attrezzature e beni di cui le
imprese hanno bisogno e che non si trovano più semplicemente nella cultura
tradizionale condivisa: centri di ricerca, ferrovie ad alta velocità, nuovi piani regolatori.
Da questo punto di vista, lo sviluppo dei distretti è possibile se continua a essere
un’impresa collettiva, ma questa sarà sempre più un’impresa costruita
consapevolmente: i distretti hanno bisogno di stabilire reti esterne per l’accesso a
risorse di conoscenza, commerciali, finanziarie. Fra le maggiori tendenza di evoluzione
si riscontra il decentramento della produzione di alcuni distretti all’estero, per esempio
nei paesi dell’Europa orientale dove il costo del lavoro è inferiore, e questo vale in
particolare per i settori o lavorazioni ad alta intensità di lavoro.

Diversi sono i modi possibili in cui l’economia si innesta nella società locale, sfruttando
le risorse culturali e istituzionali disponibili a seconda dei casi. La ricerca comparata ha
mostrato che i distretti si sono diffusi in Europa, ma quasi mai si ripete esattamente il
modello indicato per l’Italia. Il carattere di crescita diffusa “dal basso” ha poi attirato
l’interesse sulla formula dei distretti da parte dei paesi sottosviluppati.

I distretti industriali sono stati e sono una risorsa importante e in evoluzione del
sistema industriale italiano. Tuttavia va rilevato che, a fronte del dinamismo delle
piccole imprese che li popolano, sta purtroppo la debolezza del sistema delle grandi
industrie.

Quella dell’industria italiana è una storia di rapido successo. In una prima fase, sino
all’inizio degli anni settanta, la ricostruzione e il cosiddetto miracolo economico si
sono basati soprattutto sulla grande produzione meccanica e automobilistica, su
grandi opere di infrastruttura e produzioni di base, sull’edilizia. In questa fase sono
state decisive le grande imprese private e pubbliche.
Successivamente il fenomeno più vistoso è stata l’industrializzazione diffusa. A volte
questa è anche chiamata l’industria del made in Italy, perché esporta molto. In
effetti, il nostro paese è un grande esportatore di prodotti tessili, dell’abbigliamento,
di calzature, di prodotti in pelle, di mobilio, di gioielleria, e in genere di prodotti di
consumo durevole di piccola serie. L’avanzo nell’interscambio commerciale di queste
produzioni è aumentato nel tempo, mentre è cresciuto il disavanzo per i settori nei
quali siano da sempre deficitarii.

Il punto da sottolineare è che fra i settori in cui importiamo più di quanto non
esportiamo troviamo anche le parti più moderne dell’economia (elettronica di
consumo, industria farmaceutica, telecomunicazioni). Anche fra le piccole imprese del
made in Italy troviamo produzioni ad alta tecnologia e imprese innovative. Il ruolo
dell’industria minore è stato decisivo per la crescita del paese e per la tenuta
dell’occupazione. La debolezza relative nei settori di punta resta però un carattere
critico, sul lungo periodo, dell’economia italiana.

Finanza e produzione

Attività finanziaria è la raccolta di capitali per investimenti in imprese o per il


fabbisogno dello stato.

Azioni, azionisti, imprese

Un’impresa costituita come società per azioni dispone anzitutto dei capitali investiti
dai suoi azionisti. Questi possono essere grandi azionisti, anche membri di famiglie di
capitalisti proprietari, magari da più generazioni (capitalismo familiare). Le azioni di
una società possono però essere anche molto disperse fra piccoli azionisti. Una public
company è una società con proprietà delle azioni molto diffusa: in tal caso i dirigenti
hanno un peso maggiore sulle scelte di gestione. Spesso si dà però il caso di un
sindacato di controllo, formato da un gruppo di pochi grandi investitori, in possesso di
una quota di azioni sufficiente a garantire il controllo della società.

Le azioni, una volta emesse, possono essere comprate e vendute: la borsa è il mercato
dove questo avviene. Quando si diffondono giudizi di solidità e aspettative di futuri
buoni risultati economici di un’impresa, che garantiranno dunque sicuri e buoni
dividendi agli azionisti, molti cercheranno di comprare azioni e il loro prezzo salirà;
scenderà in caso di cattive previsioni. La borsa funziona anche come una specie di
termometro dello stato di salute delle imprese e, di riflesso, dell’economia nel suo
insieme. Oltre alle azioni, le società emettono per finanziarsi un altro tipo di titoli, le
obbligazioni, che sono debiti a lungo termine a reddito fisso.

L’interesse fondamentale della grande massa di piccoli risparmiatori è garantirsi un


reddito abbastanza remunerativo dell’investimento, ma anche ragionevolmente sicuro.
Essi possono rivolgersi, per comprare azioni, a enti di intermediazione finanziaria,
come i fondi comuni di investimento. Questi raccolgono i risparmi di una grande
massa di risparmiatori e diversificano l’investimento (il rischio) in azioni e obbligazioni
di imprese diverse, che gestiscono per conto dei clienti, rispondendo alle loro esigenze
di ragionevole sicurezza e remunerazione. I fondi comuni sono chiamati investitori
istituzionalizzati, come anche lo sono le banche, le società di assicurazione o i fondi
pensione.
L’intreccio tra finanza e produzione

Le banche sono imprese commerciali che raccolgono e imprestano denaro. Per le loro
necessità finanziarie, le imprese possono ricorrere anche a banche, per prestiti a breve
o a medio e lungo termine.

Un tipo di banca sul quale dobbiamo soffermare la nostra attenzione è la cosiddetta


merchant bank o banca d’affari. Si tratta di istituti che si incaricano di collocare
azioni e altri titoli di un’impresa; inoltre, possono anche direttamente imprestare
denaro a lungo termine, e acquistare quote del capitale sociale di imprese diverse. I
soggetti con cui queste banche entrano in relazione sono medie e grandi imprese, e gli
scambi di titoli che le banche propongono sono fra imprese. I maggiori soggetti
imprenditoriali che interagiscono negli strati alti della finanza sono grandi imprese
conglomerate e holding. Le conglomerate sono grandi imprese che ne controllano un
gruppo do altre in settori diversi attraverso partecipazioni azionarie. Una holding è
una società finanziaria senza funzioni produttive dirette che controlla un insieme di
altre imprese. Le imprese controllate possono produrre cose simili, o avere produzioni
fra loro collegate per tecnologia o per la possibilità di essere vendute insieme. Da
notare che si costituiscono spesso delle catene di imprese, ognuna delle quali
possiede il controllo di un’altra, ottenendo il cosiddetto “effetto telescopio”.

Gruppo è il termine più generico per indicare un insieme di imprese sottoposto al


controllo diretto o indiretto di uno stesso vertice, per mezzo di catene di
partecipazioni. I rapporti finanziari fra le imprese sono dunque un fatto cruciale per
comprendere l’economia e bisogna rilevare una conseguenza importante dei fenomeni
di gruppo: l’azione imprenditoriale finisce infatti in questi casi per collocarsi su un
crinale; da un lato l’imprenditore può cedere o acquistare altre imprese allo scopo di
rafforzare le funzioni produttive proprie del gruppo; dall’altro può sviluppare strategie
essenzialmente finanziarie, comprendo e vendendo aziende per giochi speculativi sul
loro valore.

Tocchiamo qui il punto più delicato degli assetti attuali del capitalismo, che tende a
essere squilibrato da azioni speculative aggressive di operatori e centri finanziari in
grado di manovrare anche masse molto ingenti di capitali. Questa rincorsa al
guadagno basato sul valore di mercato delle azioni, più che al valore prodotto
dall’attività economica di un’impresa, pone difficoltà a progetti industriali di lungo
termine e facilita anche forme di devianza economica.

L’economia dei paesi anglosassoni si distingue per un’ampia diffusione delle quote
proprietarie delle imprese, per l’elevato finanziamento diretto di queste con emissione
di azioni e obbligazioni e, nel caso di ricorso al credito bancario, per l’indipendenza
gestionale dalle banche, che non possiedono azioni e non partecipano ai consigli di
amministrazioni. In Inghilterra e Usa sono importanti gli investitori istituzionali:
assicurazioni, fondi di investimento, fondi pensione. La separazione fra proprietà e
gestione è marcata.

In Europa si sono stabili caratteri tendenzialmente opposti: al minor ricorso diretto al


mercato dei capitali fa riscontro la diffusione di partecipazioni in altre imprese, con la
formazione di gruppi di controllo, la partecipazione incrociata, la partecipazione della
banche alla proprietà delle imprese e anche la loro presenza nei consigli di
amministrazione di queste ultime. Sono in corso trasformazioni che renderanno le
economie europee più simili al modello anglosassone.

In questo quadro, il caso del capitalismo privato italiano presenta marcate


particolarità. Rispetto agli altri paesi, la proprietà è in generale più concentrata e la
borsa più debole. I proprietari sono comunque gruppi di controllo, anche a base
familiare, e sono diffuse le partecipazioni incrociate e gli “effetti telescopio”. Questo
assetto ha comportato una cronica sottocapitalizzazione dell’industria italiana.

I processi finanziari pongono delicati problemi di controllo, per ottenere rispetto delle
regole del gioco economico e per un sufficiente rispetto delle istituzioni democratiche.
La posta in gioco è alta, perché grandi concentrazioni industriali e finanziarie possono
condizionare con la loro azione in modo pesante l’organizzazione della società nel suo
insieme; d’altro canto, un robusto ed efficiente sistema finanziario, efficacemente
controllato, ma anche indipendente da ingerenze indebite del potere politico, è
essenziale al funzionamento dell’economia moderna.

La new economy

Verso cambiamenti radicali nei modi di produzione

In generale possiamo concludere che si sta aprendo una nuova fase


dell’organizzazione economica. Per completare il quadro, è però ancora necessario
parlare di decisive innovazioni tecnologiche, alle quali molti dei cambiamenti già
individuati sono collegati, e le cui conseguenze, finora verificate o previste, fanno
parlare oggi in modo esplicito di una “nuova economia” (new economy).

In senso ristretto, la nuova economia è il settore delle tecnologie dell’informazione e


della comunicazione (Ict: information and communication technologies). Questo sta
diventando rapidamente il settore trainante dell’economia; comprende le
apparecchiature informatiche (hardware) e i programmi di calcolo (sofware), la
televisione e i sistemi multimediali, la telefonia fissa e mobile, Internet. In senso
allargato, la nuova economia è poi anche l’applicazione di queste nuove possibilità
tecniche all’intero insieme di produzione di beni e servizi. La diffusione è molto rapida,
e si rileva un potente fattore di organizzazione a distanza, e si rileva dunque come un
acceleratore del processo di globalizzazione (telematica base dello sviluppo
dell’impresa – rete).

Circa la velocità di diffusione basti pensare che la velocità di trasmissione dei dati
aumenta di circa il 18 % all’anno, che gli accessi a Internet aumentano ogni anno del
70 %, mentre il commercio elettronico (transazione tra imprese) aumentano ogni anno
dell’80 %.

La novità più rilevante è che oggi al centro dell’economia c’è la produzione di beni
immateriali, vale a dire di informazioni che possono essere sviluppate,
immagazzinate e distribuite in quantità e velocità finora inimmaginabili. In queste
condizioni, la conoscenza è diventata davvero la fondamentale risorsa produttiva, e la
ricerca basata sulle possibilità delle nuove tecnologie dell’informazione stimola
l’innovazione dei prodotti e dei processi in tutti i settori produttivi. Nuovi campi si
aprono pi insieme alla ricerca scientifica e alle applicazioni economiche.
Siamo alla vigilia di cambiamenti epocali dell’organizzazione economica.

Le conseguenze sociali

Come è sempre accaduto nei momenti di grande trasformazione delle tecniche di


produzione, dobbiamo anzitutto aspettarci nuove distribuzioni del potere economico e
politico. Su mercati diventati più veloci e instabili, i settori più mobili, nei quali è più
facile passare da un progetto ad un altro, da un affare ad un altro, da un partner ad un
altro, a seconda delle opportunità che si aprono, sono favoriti rispetto a quelli dove gli
investimenti in impianti fissi sono elevati e più legati ad attività che diventano
redditizie nel lungo periodo. In tutti i settori si cercano forme di organizzazione più
flessibili, che appesantiscano di meno e leghino meno nel tempo. Il ricorso a produttori
specializzati esterni per sempre più funzioni produttive o di servizio (pratica di
decentramento outsourcing) è sempre più diffuso. Anche l’industria dell’automobile
fa oggi ricorso a queste forme più flessibili di organizzazione, ma in complesso resta
un settore di produzione rigido. Dalle cose dette deriva che proprietari e manager di
una grande industria automobilistica sono oggi meno influenti di ieri nelle relazioni
sociali e politiche. Ma insieme sono meno influenti le organizzazioni sindacali che
rappresentano i loro operai, che sono molto diminuiti di numero.

Secondo alcuni, le nuove condizioni giocano a favore di una diffusione del potere
economico. La new economy ha appena iniziato a esplorare il potere dal basso. Con
Internet stiamo assaggiando le immense potenzialità dei sistemi disseminati, della reti
con un controllo centrale ridotto al minimo. Rifkin osservano il crescente ricordo a
servizi offerti dal mercato, considera che è diventato meno importante possedere un
bene, e decisivo invece la possibilità di accesso alla sua fruizione; si può allora temere
una società di persone che, espropriate di diritti di proprietà, diventino dipendenti da
pochi grandi gestori dell’accesso a ogni tipo di servizio a pagamento.

Un’economia del genere è regolata dal libero mercato, ma tende alla formazione di
grandi monopoli. In effetti, richiede un’attenta politica antitrust, vale a dire che
mantenga la libera concorrenza. Questo è anche un modo con cui la politica difende il
suo spazio di azione rispetto alla crescita eccessiva del potere economico.

Cambiamenti importanti si stanno verificando anche nell’insieme della struttura


sociale. Cambia la consistenza delle classi sociali. Gli operai, come anche gli impiegati
o altri lavoratori, tendono a differenziarsi maggiormente fra loro; l’esperienze della
mobilità da un lavoro ad un altro non favorisce la loro organizzazione; le nuove figure
dei lavoratori atipici sono ambigue, fra lavoro dipendente e indipendente.
L’appartenenza di classe non è più dunque una sicura base sociale della politica,
capace di costituire un fronte di interessi e prospettive omogeneo in confronto ad altri.

Questo non significa che diminuiscano le disuguaglianze sociali. Al contrario, le


differenze di reddito fra gli stati alti e bassi sono aumentate in quasi tutti i paesi
sviluppati. Spesso l’outsourcing significa ricorrere a imprese dove il lavoro è meno
stabile e più esposto alla concorrenza, e questo tiene i salari bassi. In America,
tuttavia, è anche fortemente diminuita la disoccupazione, al contrario di quanto è
avvenuto in quasi tutti i paesi europei, dove la nuova economia cresce più lentamente.
Non è facile prevedere, sul lungo periodo, il saldo di vantaggi e svantaggi in termini di
disuguaglianze sociali, e da quali forze queste potranno essere compensate e gestite.
Forse si può dire che il sistema americano trainato dalla new economy ha ottenuto un
certo equilibrio sociale dinamico, che è capace cioè di mantenersi in condizioni di
crescita costante. Il sistema sembra però piuttosto esposto a eventuali recessioni
dell’economia.

Per quanto riguarda l’interazione tra persone sembra vada diffondendosi un senso di
insicurezza, e che aumenti la difficoltà a immaginarsi in percorsi coerenti di vita;
diminuisce anche la possibilità di dedicarsi a pratiche stabili di interazione con altri
nella vita quotidiana, coltivando un capitale sociale di relazioni diffuse, come risorse
comune a un gruppo di persone per molti scopi diversi, nelle quali si manifesta la
capacità auto – organizzativa della società, e si forma e riproduce la fiducia
interpersonale. Nascono nuove “comunità virtuali” di persone che la sera dialogano a
distanza su Internet, ma diminuisce l’associazionismo.

Il consumo di massa

L’economia americano J.K. Galbraith osserva che il flusso di istruzioni su cosa e quanto
produrre non va in genere dal consumatore al mercato al produttore (sequenza
ritenuta), ma dal produttore al mercato al consumatore (sequenza aggiornata). Le
grandi imprese riescono a controllare i loro mercati e a indurre il comportamento di
consumo.

I sociologi hanno preso sul serio quest’idea.

Quando con la produzione di massa, sostenuta dalla pubblicità, si sono allargate le


offerte di beni di consumo durevole, il termine consumismo nasce per indicare la
ricerca della felicità attraverso l’accumulazione di beni di consumo. Il tenore di vita di
strati sempre più larghi di popolazione aumenta, con l’aumento generalizzato della
capacità di spesa, ma questa stessa crescita desta anche reazioni di delusione o di
critica al consumismo, facendo sorgere domande sulla reale necessità dei beni
consumati.

Non è facile decidere cosa si un bisogno reale o un consumo inutile, o non necessario.
Se si esce dal livello minimo della sussistenza, la valutazione di un bisogno o di un
consumo diventa culturale, e può cambiare nel tempo.

La critica si fa più sottile: l’isolamento e la debolezza del consumatore frastornato


dalla pubblicità non consentono una reale valutazione discussa e condivisa delle
direzioni di sviluppo e nemmeno delle condizioni in cui si vive o si lavora; o in altri
termini, i consumi in crescita spingono a rinchiudersi nella sfera privata e allontanano
dall’impegno pubblico. Da questo punto di vista il consumismo ha la conseguenza
generale di rendere le persone culturalmente e politicamente passive. Nel loro
insieme, i consumatori non costituiscono un pubblico dove si formano opinioni, ma
piuttosto una folla (una massa) di persone fra loro isolate e sottoposte agli stessi
stimoli (folla solitaria).

Lo studio del consumo di massa, e la critica del consumismo, per essere davvero
efficaci devono tuttavia scendere da un livello troppo astratto e assumere punti di
vista che lascino spazio alla comprensione della capacità di reazione degli attori.
Questa può essere colta sia a livello dell’interazione sociale nella vita quotidiana che
dell’azione collettiva. In particolare, per ciò che concerne l’azione collettiva, non sono
solo significativi i movimenti e le organizzazioni a difesa del consumatore (fenomeno
del consumerismo). Più in generale, associazioni, movimenti sociali e organizzazioni
politiche sono in grado di mettere in discussione specifici modi e tipi di consumo,
contrastando immagini di sequenza ritenuta e mostrando la loro realtà in termini di
sequenza aggiornata, passivamente subita dal consumatore. Attraverso nuovi
comportamenti dal basso ottenuti nell’interazione sociale e con l’azione collettiva
impegnata in un conflitto culturale o politico, un modello prevalente di consumo può
allora essere cambiato (caso tipico è il crollo del consumo del tabacco).

La spinta alla chiusura nella sfera privata contrapposta all’impegno pubblico, non
sembra dunque un effetto scontato dell’aumento dei consumi. Probabilmente, fasi di
privatismo e fasi di impegno politico e sociale si susseguono con un andamento ciclico.
La comparsa della produzione flessibile, con un’offerta più differenziata a seconda
della domanda dei clienti, potrebbe essere interpretata come un più raffinato controllo
sul consumatore, oppure come la risposta a consumatori che magari, nella fase più
critica in cui è entrata l’economia oggi, consumano meno, ma stanno diventando
culturalmente più esigenti. Forse entrambe le cose.

Non è chiaro come evolveranno i consumi. Per questo, nella letteratura sull’argomento
si trova insieme chi pensa a un futuro mondo alla McDonald’s, vale a dire di
consumatori standardizzati e chi all’opposto vede emergere nuovi consumatori
imprenditori, capaci di strategie personali di consumo che combinano stili di vita e
attività di lavoro mutevoli.

Il consumo come comportamento collettivo

Il consumatore non è mai davvero solo. La stessa espressione “folla solitaria” richiama
l’idea dell’isolamento, ma anche quella dell’appartenenza a un insieme di altre
persone in situazione analoga perché sottoposte agli stessi stimoli: da questo punto di
vista il consumo è considerato un comportamento collettivo. Un tema classico al
riguardo sono i meccanismi della moda.

Simmel ci ha lasciato su questo tema un famoso saggio intitolato La moda. Nella sua
essenza, la moda è una delle forme in cui si esprimono due esigenza contrastanti e
compresenti del vivere dell’uomo in società: la tendenza alla fusione con il gruppo e il
distinguersene individualmente. La prima si esprime psicologicamente con
l’imitazione, che dà sicurezza e solleva da responsabilità di scelta personale; come
tale è elemento di continuità e stabilità. Ma contro la stabilità gioca invece la
differenziazione individuale, il distinguersi rispetto agli altri. La moda è appunto una
forma culturale in cui si esprime questa tensione presente in generale nei fenomeni di
gruppo.

Questo effetto di cambiamento e distinzione si ottiene con la variazione dei beni


consumati, e per il fatto che le mode sono per Simmel fenomeni di classe, distinguono
diverse appartenenze e vengono abbandonate da una classe superiore quando
un’altra inferiore se ne appropria; in questo modo il gioco ricomincia continuamente. Il
comportamento di moda aumenta dunque la coesione di una cerchia sociale e marca
la differenza rispetto ad altre. Ha così allo stesso tempo funzioni di collegare e
separare. Da notare che questi meccanismi non corrispondono direttamente a funzioni
pratiche: questo conferma la natura specificamente sociale della moda.

Con un argomento sottile si può poi rendere conto della presa particolare della moda
nell’epoca moderna. Nella grande città l’uomo contemporaneo è sottoposto a un
eccesso di stimoli, che alla lunga diminuiscono le sue capacità di reazione: sono la
differenza e la novità che riescono allora più facilmente a destare la sua attenzione.
Questo meccanismo sarebbe all’opera anche in comportamenti che appaiono
insignificanti: il passaggio dal sigaro alla sigaretta, accesa e spenta in continuazione,
sarebbe un cambiamento di consumo che risponde a tale logica. Ciò sottolinea un altro
aspetto del comportamento di moda: il fascino esercitato dal confine, ovvero il fascino
dell’inizio e della fine, dall’andare e del venire. Elemento essenziale della moda è
perciò anche la sua fragilità.

Il potere della moda corrisponde all’indebolirsi delle convinzioni grandi, tenaci,


incontestabili. Gli elementi effimeri e mutevoli della vita occupano uno spazio sempre
più ampio. In questo modo Simmel formula un’idea analoga alla tensione fra impegno
pubblico e chiusura nella sfera privata del consumo.

Consumo e stili di vita

Il consumo è per i sociologi una specie di linguaggio, con il quale continuamente si


comunica con gli altri. I sociologi sono poi interessati al fatto che con questo
linguaggio si compongono e trasmettono messaggi con la funzione di definire
appartenenze di gruppo e di distinguere un gruppo da un altro. La distinzione che così
viene marcata riguarda la distribuzione del prestigio. Indipendentemente dal
comportamento collettivo fluttuante della moda, questa è una funzione stabile dei
modelli di consumo.

Questa direzione di indagine porta ad allargare il campo di osservazione, considerando


il consumo come parte di un più generale stile di vita. Con questa espressione si
intende un insieme coerente e distinto di scelte di consumo, ma anche di modi in cui si
consuma (come dividere il tempo tra attività diverse).

Nella nostra cultura sopravvivrebbero tratti un tempo tipici della cultura “barbarica”,
che definiva onorifiche solo attività predatorie e oziose, e non onorifiche quelle
produttive. Su questa base si è distinta anticamente una “classe agiata” che elaborava
stili di vita in cui lo sciupo di risorse e di tempo in attività inutili veniva esibito come
prova di superiorità. Qualcosa insomma che ha a che fare con il potlatch (torneo
cavalleresco di un tempo è sostituito dalla pratica nello sport, che richiede lunghi
allenamenti). Effettivamente certi modi di vestirsi o di adornarsi delle donne di oggi
servono proprio a mostrare lontananza oziosa dalla praticità richiesta dal lavoro
produttivo.

Su consumi e stili di vita come distinzione sociale è stata svolta in Francia un’ampia
ricerca da Bourdieu.

Questa mette in relazione le condizioni di vita definite dalla classe sociale e specifici
stili di vita e di consumo che, sulla base di rilevazioni empiriche, possono essere
appunto considerati tendenzialmente tipici di determinate classi. Esistono più classi o
frazioni di classe che devono essere considerate, fondate sulla disponibilità di mezzi di
produzione oppure di capitale culturale, espressione con cui l’autore intende risorse
culturali in genere formate con gli studi.

Gli stili di vita sono differenziati e resi operanti da criteri di gusto. Questi criteri di
gusto costituiscono dei sistemi coerenti. Gli stili di vita non sono il semplice riflesso
della popolazione di classe, ma conseguenza di un gioco di classificazioni culturali
operate e subite dai diversi gruppi. I criteri sono impliciti nelle scelte e nei
comportamenti quotidiani delle persone, e non hanno bisogno di essere riconosciuti o
ostentati per essere attivi.

Con questa rete concettuale sono stati organizzati dati statistici nazionali sui consumi
e altri raccolti con questionari. Dall’insieme risulta che gusti nell’alimentazione, nel
modo di vestirsi, nell’arredamento e nell’uso della casa, nei consumi culturali, nelle
attività sportive e così via individuano stili di vita propri per esempio dell’alta
borghesia, dei professori universitari, dei funzionari pubblici, dei dirigenti del settore
privato, della piccola borghesia del commercio, o degli operai. Questo consumi non
sono soltanto e direttamente corrispondenti alla capacità di spesa, anche se da questa
sono influenzati, e oltre che dalla posizione di classe sono influenzat