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Le trasgressioni di genere

nelle rappresentazioni dei media


Il “popolo” variopinto dei Gay Pride
Luca Trappolin e Claudio Riva∗

Nella cultura tradizionale si rivela improbabile che un uomo


gay venga rappresentato in termini non travestiti, così come
un uomo travestito in termini non gay. È come se l’imma-
ginario culturale dominante dicesse a se stesso: se esiste una
differenza (tra gay ed eterosessuali), vogliamo essere in grado
di vederla e, se la vediamo (un uomo in abiti femminili), vo-
gliamo essere in grado di interpretarla.
Garber 1994; p. 156

Introduzione

Come viene rappresentata la transessualità nei media generalisti? Quali


sono i meccanismi che orientano il contenuto delle rappresentazioni? Cosa
ci dicono queste ultime a proposito della condizione sociale delle persone
transessuali? Nel panorama della ricerca sociologica queste domande non
hanno finora ricevuto un’attenzione specifica. Tuttavia, è possibile formulare
risposte ipotetiche utilizzando le indagini sulle identità gay, lesbiche, bisessuali
e transgender (GLBT) e quelle sui mezzi di comunicazione di massa. Nelle
pagine che seguono tenteremo di raggiungere questo obiettivo.
La riflessione che proponiamo aderisce ad un approccio socio-culturale
diffuso tanto nella letteratura internazionale quanto in quella nazionale,
in cui la transessualità viene indagata facendo ricorso alla categoria di
transgender e quindi al tema più generale delle ridefinizioni del genere (Ekins
e King, 1999; 2005; Arfini, 2007). Infatti, il concetto di transgender si
riferisce alle diverse forme con le quali gli uomini e le donne trasgrediscono
o sospendono le aspettative sociali sulle caratteristiche di genere dei loro

* Il saggio è frutto di una discussione comune sul rapporto tra l’indagine sociologica dei
processi di rivendicazione dell’identità e quella focalizzata su mass-media. Dovendo tuttavia
attribuire le singole parti, l’Introduzione, il primo e il secondo paragrafo sono stati scritti da
Luca Trappolin, mentre il terzo ed il quarto sono di Claudio Riva.
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corpi: transitando da un sesso all’altro oppure assumendo più o meno


temporaneamente alcune caratteristiche attribuite all’altro sesso. Allo stesso
tempo, il concetto di transgender viene utilizzato dalla stessa comunità
transessuale per mettere in questione la validità della distinzione binaria
uomo/donna che sembrerebbe implicita nei percorsi di transito (Bornstein,
1994; Bocchetti e Cuccio, 2007).
Nel primo paragrafo formuleremo due ipotesi riguardanti il modo in
cui la transessualità viene rappresentata nei media generalisti. La prima si
basa sull’idea che non ci sia alcun rapporto tra la decisione di trasformare
il proprio corpo transitando da un sesso all’altro e lo sviluppo di un’identità
omosessuale. La conseguente distinzione tra le immagini delle persone
transessuali e quelle di gay e lesbiche produce l’effetto di attribuire soltanto
alle prime un’etichetta negativa. Questa ipotesi è supportata dalle molte
ricerche internazionali che hanno gettato luce su due fenomeni tra loro
collegati: la “normalizzazione” delle rappresentazioni dei gay e delle lesbiche
gender conventional, ovvero di coloro che si adeguano alle convenzioni sociali
della maschilità e della femminilità (tranne che per l’orientamento sessuale),
e la costruzione delle identità GLBT non gender conventional nei termini di una
minaccia che deve rimanere ai margini della società.
La seconda ipotesi si basa su una modalità di rappresentazione meno
indagata nella letteratura internazionale. L’analisi di una rassegna stampa
riferita al Gay Pride nazionale del 2002 mostra che le immagini di corpi
maschili con caratteristiche femminili (o, seppure meno frequentemente, i
corpi femminili con caratteristiche maschili) vengono utilizzate per ritrarre
tutto il “variopinto popolo dei Gay Pride”1. Nelle fotografie pubblicate a corredo
degli articoli, le rappresentazioni della transessualità e del transgender non
sono separate da quelle dell’omosessualità gender conventional. Al contrario,
esse mettono in ombra le rispettive specificità uniformando l’intera comunità
GLBT. L’effetto che si produce è la delegittimazione simbolica delle richieste
di riconoscimento fondate sull’idea di normalizzazione delle identità di gay
e lesbiche.
Nel secondo paragrafo rifletteremo sul modo in cui le nostre ipotesi
si rapportano alla realtà sociale dei soggetti rappresentati, mettendo
innanzitutto in questione il presupposto dell’esclusione sociale delle identità

1
La rassegna stampa è composta da tutti gli articoli e le fotografie che le edizioni pado-
vane de Il Mattino e de Il Gazzettino hanno pubblicato in occasione del Gay Pride 2002
organizzato a Padova. Nel complesso, si tratta di 248 articoli e di 232 foto corredate dalle
rispettive didascalie. Il sottotitolo del saggio – il “popolo variopinto dei Gay Pride” – riprende
una definizione proposta da Il Mattino nell’edizione del 9 febbraio 2002.
LE TRAsGREssIoNI DI GENERE NELLE RAPPREsENTAzIoNI DEI MEDIA 297

GLBT che non si conformano alle convenzioni di genere. Tale presupposto


si fonda sulla convinzione che vi sia una relazione diretta – non dimostrata
– tra i significati presenti nel mondo dei media e quelli che orientano le
interazioni della vita quotidiana.
una chiave di lettura più adeguata verrà proposta nei paragrafi 3 e 4.
Essa tiene in considerazione l’esistenza di differenti spazi di rappresentazione
delle identità GLBT ai quali i soggetti rappresentati hanno livelli di accesso
disomogenei. Il medesimo medium generalista si trova nella condizione di
dover far fronte a diversi pubblici di riferimento, e la gestione di tale pluralità
individua uno dei meccanismi principali da cui dipendono le modalità di
narrazione e connotazione dei “fatti”.

1. Normalizzazione dell’omosessualità e ridefinizione


delle sessualità legittime
La partecipazione delle persone transessuali alla costruzione di un discorso
pubblico su sé stesse ha contribuito a scalfire l’idea secondo cui la transessualità
è motivata dall’omosessualità, oppure la implica (Hines, 2006). Da questo
punto di vista, possiamo ipotizzare che l’orientamento sessuale non rientri
tra i codici di rappresentazione della transessualità.
Questa distinzione tra transgender ed omosessualità costituisce la base
del modello dell’“omosessuale normale” divenuto egemonico all’interno delle
società contemporanee che lo rappresentano in termini non problematici
(Barbagli e Colombo, 2001). Per utilizzare le parole di steven seidman, Chet
Meeks e Francie Traschen, l’omosessualità viene descritta come una condizione che
non rende il soggetto né intrinsecamente inferiore né superiore a coloro che si identificano
come eterosessuali (2002, p. 434).
La conformità al genere costituisce a sua volta la dimensione più
significativa della normalizzazione dei gay e delle lesbiche, anche e
soprattutto nelle immagini dei media. Gay e lesbiche, cioè, vengono di
norma raffigurati attraverso i caratteri convenzionalmente attribuiti al loro
sesso (sempre con l’eccezione dell’orientamento sessuale). Nelle ricerche degli
anni ottanta, l’utilizzo mediatico di codici gender conventional costituiva un
processo emergente, la cui diffusione era ostacolata dal frequente ricorso
alle immagini più tradizionali basate sullo stereotipo del gay effeminato e
della lesbica mascolina (Dyer, 1993). Le indagini più recenti testimoniano
viceversa la piena maturazione e la generale diffusione dell’immagine di gay
e lesbiche “normali”. Nel lavoro di Joshua Gamson, ad esempio, l’abbandono
degli stereotipi dell’inversione di genere nei talk show americani è messo in
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relazione alle maggiori possibilità di voice e di auto-rappresentazione che


i mezzi di comunicazione di massa hanno concesso alla comunità GLBT
degli stati uniti [Gamson 1998a]. Più recentemente, steven seidman ha
indagato il passaggio graduale da un tipo di omosessualità deviante – fondata
sull’inversione di genere – alle rappresentazioni della normalità dei gay e
delle lesbiche analizzando il contenuto simbolico di 48 grandi produzioni
cinematografiche hollywoodiane messe in commercio dal 1962 al 1997
(seidman, 2004). Le conclusioni cui giungono queste ricerche sono le stesse
di quelle che – in uno dei pochissimi approfondimenti italiani sul tema –
Agatino Marco Alberio pone in chiusura di uno studio su alcune campagne
pubblicitarie apparse nella TV e nella stampa nazionali dal 1994 al 2006:
la convenzione di ritrarre i gay molli ed effeminati e le lesbiche mascoline è quasi del tutto
abbandonata (Alberio, 2007; p. 167).
Gli effetti della distinzione simbolica tra transgender ed omosessualità
riguardano tutto il panorama delle identità sessuali, seppure con conseguenze
diverse a seconda che si parli di eterosessualità o di identità GLBT.
Per quanto riguarda le rappresentazioni dell’eterosessualità, lo stesso
seidman ha messo in luce che, nelle pellicole mainstream che ha analizzato,
all’impossibilità di distinguere esteriormente tra omosessuali ed eterosessuali
corrisponde un più attento controllo della sessualità di questi ultimi (seidman,
2004). L’ipotesi che viene formulata è che la scomparsa di confini visibili tra
le identità sessuali induca il modello egemone a ridefinire su se stesso – oltre
che su quelli ad esso subordinati, come indica la citazione di Marjorie Garber
da cui siamo partiti – un criterio di distinzione riconoscibile. un maggiore
rigore nei confronti degli stili di vita trasgressivi degli uomini e delle donne
eterosessuali rientra tra questi criteri. Anche se ancora poco praticata, si tratta
di una direzione di ricerca estremamente interessante, che prende spunto da
indagini estranee all’ambiente dei media. Analizzando le logiche d’azione
di soggetti eterosessuali che, adeguandosi al principio della normalizzazione
dell’omosessualità, si trovano o si sono trovati a condividere il proprio spazio
sociale con gay e lesbiche, tali ricerche hanno colto i segni di un fenomeno
inedito. Consapevoli di correre il rischio di essere confusi con questi ultimi,
gli eterosessuali mettono in pratica una serie di strategie di distinzione che
trasformano la loro eterosessualità in un progetto identitario perseguito in
modo riflessivo e consapevole2.

2
A questo proposito, oltre al citato lavoro di steven seidman del 2004 che include i
risultati di una serie di interviste a giovani eterosessuali, rimandiamo alla recente ricerca di
Daniel K. Cortese sugli attivisti eterosessuali che partecipano regolarmente alle attività e alle
mobilitazioni dei gruppi GLBT americani (Cortese, 2006).
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Dal punto di vista del dibattito teorico e dell’analisi empirica risulta più
sviluppato lo studio degli effetti della normalizzazione dell’omosessualità
all’interno delle comunità GLBT. Diverse ricerche hanno utilizzato le
rappresentazioni dei media per indagare la costruzione di una distinzione
tra l’immagine dell’omosessuale normale, gender conventional e socialmente
bene integrato, e quelle riferite ad altri modelli di identità GLBT più o
meno periferici, basati sulla trasgressione delle aspettative di genere (Vaid,
1995; Gamson, 1998b; Phelan, 2001; seidman, 2004). Per un verso, i gay
e le lesbiche non convenzionali ed i soggetti transgender risultano molto
meno presenti negli spazi di rappresentazione mainstream. Per altro verso,
quando diventano oggetto del discorso, ad essi vengono associate immagini di
devianza o comunque di scarsa integrazione nella società. In entrambi i casi,
il risultato è la costruzione di un confine che separa le diversità che possono
aspirare a qualche livello di integrazione – anche al prezzo di rinunciare
al valore della loro differenza – dalle figure dell’alterità che, in virtù della
minaccia che simboleggiano, devono rimanere prive di riconoscimento.
All’interno di questo schema, le persone in transito da un sesso all’altro
verrebbero collocate tra i gruppi minacciosi.
I media italiani non sono estranei a queste dinamiche. Gli articoli e le
foto che le redazioni padovane de Il Mattino e Il Gazzettino hanno pubblicato
in occasione del Gay Pride nazionale del 2002 (cfr. nota 1) ci forniscono una
buona occasione di analisi. Inoltre, essi ci permettono di portare a galla un
aspetto meno approfondito nella ricerca internazionale: la costruzione di una
sovrapposizione tra la squalificazione del “transito” (inteso come percorso di
transgender) e quella delle identità omosessuali.
In una precedente analisi del dibattito mediatico del Gay Pride di
Padova del 2002, abbiamo avuto modo di sottolineare come il gioco degli
interessi contrapposti e le interazioni tra i diversi soggetti coinvolti nelle
mobilitazioni generano immagini concorrenti dell’omosessualità (Trappolin,
2005). Alle figure di gay e lesbiche gender conventional – e perciò “normali”
– si giustappongono quelle dell’“omosessuale deviante” e dell’“omosessuale
rivoluzionario” che mettono in questione le distinzioni tra uomini e donne:
uomini con abiti femminili, donne mascoline, transgender. Queste differenti
rappresentazioni si alludono a vicenda all’interno del medesimo spazio della
discussione. La rivendicazione della normalità di gay e lesbiche non può
infatti esprimersi se non negando esplicitamente le immagini dell’omosessuale
deviante e rivoluzionario. Allo stesso modo, il disconoscimento delle domande
sociali della comunità GLBT non può che partire dal rifiuto, sempre esplicito,
dell’immagine dell’omosessuale normale.
I media partecipano attivamente alla costruzione dell’idea della
300 TRANsEssuALITà E sCIENzE soCIALI

normalizzazione dei gay e delle lesbiche e della “pericolosità” delle persone


transgender. Nel terzo paragrafo metteremo in luce i meccanismi attraverso
i quali essi interagiscono con gli attori che vengono rappresentati. Per ora, ci
limitiamo ad isolare il contributo specifico dei media analizzando le fotografie
e le didascalie che hanno corredato gli articoli sul Gay Pride del 2002. Infatti,
le scelte di chi o che cosa ritrarre, e di come ritrarlo, si sottraggono in gran
parte alla negoziazione con gli attori in lotta, e perciò riflettono maggiormente
le strategie d’azione del medium che le compie.
In primo luogo, i due quotidiani locali danno meno voce alle auto-
rappresentazioni dei soggetti transgender rispetto a quelle dei gay e delle
lesbiche gender conventional. Delle 232 fotografie analizzate, 40 (17,2%)
ritraggono i portavoce del movimento GLBT padovano e nazionale che
sono stati coinvolti nel Gay Pride del 2002. Di queste, solamente 3 (il 7,5%)
mettono in primo piano rappresentanti della comunità transgender: Dolly
De Luca, Deborah Lambillotte, Porpora Marcasciano e Davide Tolu.
Viceversa, le immagini di soggetti con caratteri decisamente transgender
occupano uno spazio tutt’altro che marginale nelle rappresentazioni di quello
che viene definito il “popolo variopinto del Gay Pride”. Nel complesso delle
fotografie pubblicate dai due quotidiani, 113 si riferiscono a soggetti che,
ritratti nel corso delle mobilitazioni o in momenti di vita quotidiana, danno
corpo (in senso non figurato) alle istanze di cui i vari leader di movimento sono
i portavoce. Essi quindi sono doppiamente rappresentati: dai loro leader, che
ne traducono le domande sociali in forme di comunicazione spendibili nella
sfera pubblica; dai mass-media, che li utilizzano come criteri di interpretazione
dei “fatti” – cioè delle domande di riconoscimento – a beneficio del loro
pubblico. Di queste 113 immagini, 39 (34,5%) hanno come protagonisti
soggetti facilmente identificabili attraverso la categoria del transgender.
Accanto al dato quantitativo risulta estremamente significativo il dato

Figura 12.1 Figura 12.2

qualitativo derivante dal rapporto tra le fotografie e le rispettive didascalie. Le


Figure 12.1 e 12.2 sono un esempio – tratto da Il Mattino – di una strategia
LE TRAsGREssIoNI DI GENERE NELLE RAPPREsENTAzIoNI DEI MEDIA 301

di rappresentazione comune ad entrambi i quotidiani. Essa consiste nella


pubblicazione della stessa immagine a distanza di tempo e in riferimento ad
oggetti diversi. Le rispettive didascalie risultano quindi incongruenti sia tra
loro, sia rispetto alle immagini che vorrebbero descrivere.
La Figura 12.1. è stata pubblicata complessivamente 5 volte nell’arco
di 5 mesi, mentre la Figura 12.2. è stata utilizzata i 4 occasioni nell’arco
di 11 mesi. Nella Tabella 12.1 sono riportate tutte le didascalie con cui il
quotidiano ne ha commentano il contenuto:

Figura 12.1 Figura 12.2

01.02.2002: Due “Drag-Queen” sfilano in 03.08.2001: La sfilata del Gay Pride


marcia nella giornata del Gay Pride
08.03.2002: Un’immagine del Gay Pride 13.08.2001: La manifestazione degli
2001 omosessuali e delle lesbiche a Roma
14.05.2002: L’orgoglio omosessuale sfilerà 09.02.2002: Il “popolo” variopinto del
anche nelle strade di Padova Gay Pride
24.05.2002: Manifestazione del Gay Pride 03.06.2002: Drag Queen protagoniste anche
a Roma nel 2000 al Padova Pride
08.06.2002: Due giovani militanti del
movimento lesbico

Tabella 12.1 [Didascalie attribuite alle Figure 12.1 e 12.2]

Confrontando le immagini delle due fotografie con le rispettive didascalie


emerge chiaramente come l’intento del quotidiano che le ha pubblicate non
sia di tipo informativo/descrittivo. Piuttosto, le scelte compiute rispondono
all’intenzione di fornire al pubblico una chiave di lettura, un codice di
interpretazione il cui uso va esteso anche al contenuto dell’articolo di cui le
immagini sono corredo.
Dal punto di vista simbolico, l’insieme delle immagini che i due quotidiani
hanno pubblicato in occasione del Gay Pride del 2002 produce un duplice
effetto. Per un verso, esso separa le rappresentazioni dei gay e delle lesbiche
gender conventional da quelle dei soggetti transgender, fornendo diritto di
parola ai primi e non ai secondi. Per altro verso, i quotidiani sovrappongono
le immagini dei secondi a quelle dei primi, delegittimando tanto le
rappresentazioni della normalizzazione della comunità GLBT, quanto le
loro richieste di riconoscimento. Da un lato, l’analisi degli articoli indica che
le mobilitazioni sono supportate soprattutto dall’idea della normalizzazione;
viceversa, nelle fotografie il “popolo” GLBT viene raffigurato attraverso gli
302 TRANsEssuALITà E sCIENzE soCIALI

stereotipi dell’inversione o della trasgressione di genere. I media, cioè, non


solo suggeriscono che i rappresentanti non rappresentano nessuno poiché il
senso della mobilitazione che propongono non trova corrispondenza tra i loro
rappresentati. Attraverso le immagini che pubblicano, i media costruiscono
una cornice dentro la quale le rivendicazioni GLBT – anche quelle che si
ispirano al principio della normalizzazione – si traducono in una minaccia
alle regole della convivenza sociale che si vorrebbero fondate sulla distinzione
indiscutibile e “naturale” tra il maschile ed il femminile. Proprio il tipo di
distinzione che le persone transessuali mettono in discussione.

2. Il presupposto dell’esclusione sociale


Nell’ambito dei Gay and Lesbian Studies, alcuni studiosi sostengono che le
rappresentazioni della normalizzazione dell’omosessualità rispecchiano e
contemporaneamente producono l’esclusione sociale delle identità sessuali
che non si conformano alla polarizzazione uomo/donna. Tale esclusione
non si verificherebbe quindi solamente all’interno del mondo dei media; essa
troverebbe corrispondenza anche nella realtà sociale.
Analisi di questo tipo si basano implicitamente su due presupposti.
Nel primo, le rappresentazioni veicolate dai media – che come abbiamo
visto penalizzano direttamente i soggetti transgender ma anche, seppure
indirettamente, i gay e le lesbiche gender conventional – sono considerate
espressione del senso comune, cioè di un insieme di valori e di codici simbolici
che di fatto sono condivisi dalla maggioranza della popolazione. Nel secondo,
le stesse rappresentazioni proporrebbero schemi di interpretazione che il
pubblico utilizzerebbe sia per orientarsi nelle interazioni della vita quotidiana,
sia per formarsi opinioni in merito all’inclusione di gay, lesbiche, bisessuali e
transgender nel contesto sociale.
A proposito di questa corrispondenza tra il mondo dei media e quello
della vita quotidiana, Joshua Gamson cita l’opinione di Rosemary Hennessy,
secondo la quale “la visibilità culturale può preparare il terreno per la
protezione dei diritti dei gay e delle lesbiche” (Gamson, 1998b; p. 311).
Allo stesso modo, Richard Dyer sostiene che “il modo in cui un gruppo è
rappresentato (…) ha a che fare con il modo in cui i membri del gruppo
vedono sé stessi e gli altri membri, come considerano la loro posizione nella
società” (Dyer 1993; p. 11).
A ben vedere, queste ipotesi sviluppano l’intuizione degli interazionisti.
Infatti, le prime ricerche empiriche di matrice sociologica sul tema
dell’omosessualità furono condotte da esponenti dell’interazionismo
LE TRAsGREssIoNI DI GENERE NELLE RAPPREsENTAzIoNI DEI MEDIA 303

simbolico, per i quali la squalificazione culturale e l’emarginazione dei gay


e delle lesbiche andavano interpretate come situazioni reali originate dallo
sguardo e dalle reazioni degli eterosessuali. In un lavoro della fine degli
anni cinquanta, John I. Kitsuse affermò che “gli stessi omosessuali paiono
condividere questa visione della reazione societaria al loro comportamento,
alle loro attività, alla loro subcultura” (Kitsuse, 1964; p. 151). Nel presupposto
dell’esclusione sociale, i media agirebbero quindi da “soggetti integrati”, il cui
punto di vista corrisponde a quello della maggioranza e viene assunto anche
dai soggetti che ad essa non si conformano. In virtù di ciò, le rappresentazioni
mediatiche determinerebbero condizioni di marginalità e di auto-esclusione
ai danni della popolazione GLBT, in particolare di quella parte che – come
nel caso dei transessuali – non si conforma alle aspettative di genere riferite
ai loro corpi.
Non è nostra intenzione discutere le basi teoriche di queste ipotesi. Il
nostro scopo consiste piuttosto nel mettere in luce come l’adesione acritica
ad esse – cioè la tendenza a darne per scontata la validità senza sottoporla a
verifica empirica – porti a semplificare la relazione tra il mondo dei media e
la realtà che essi rappresentano. Il rischio è quello di lasciare nell’ombra una
serie di dinamiche sociali che riguardano da vicino la condizione delle persone
gay, lesbiche, bisessuali e transgender nelle società contemporanee.
Detto in altro modo, dal nostro punto di vista le ricerche basate sul
presupposto dell’esclusione sociale si prestano alla stessa critica che Jim McKay,
Janine Mikosza e Brett Hutchins hanno rivolto agli studi internazionali sulla
rappresentazione mediatica del corpo maschile. secondo gli autori, si tratta
di un settore di indagine che tende ad essere “teoricamente poco sofisticato, acritico
ed essenzialista” (McKay, Mikosza e Hutchins, 2005; p. 275).

3. Gli spazi di rappresentazione mediale Glbt


Cosa ci dicono dunque le rappresentazioni della transessualità nei media
generalisti rispetto alla realtà sociale delle persone transessuali? Quello che
cercheremo di dimostrare in questo e nel prossimo paragrafo è che esse
indicano certamente una posizione di debolezza nell’ambito della pluralizza-
zione degli spazi discorsivi mediali. Viceversa, il presupposto dell’esclusione
sociale appare molto più problematico.
Le forme di auto-rappresentazione e le risorse di comunicazione del
“popolo GLBT” hanno guadagnato una certa diffusione nel variegato
panorama della letteratura (Polo, 2007), dell’editoria giornalistica (Pedote,
2007, Paulucci, 2006), del cinema (Patanè, 2007, Massa, 2007) e di Internet
304 TRANsEssuALITà E sCIENzE soCIALI

(Galasso, 2006; Mori, 2007; Colosio, 2007). si tratta di un’inclusione nei


meccanismi della comunicazione che è legittimata dalle più recenti pratiche
di marketing in cui i soggetti GLBT diventano appetibili in quanto consumatori,
come ci ricorda Alessandro Corsi (2006).
All’interno di questi spazi di rappresentazione risulta evidente il tentativo
di normalizzare la presenza del “variegato popolo dei Gay Pride”. Ma
ciò non toglie che nei media si faccia un continuo ricorso ad immagini
stereotipate (la primadonna o il predatore sessuale), né che alcune identità
siano sottorappresentate rispetto ad altre (Grossi e Ruspini, 2007). Tra queste,
quelle più penalizzate sembrano essere le lesbiche, pur se nella pubblicità
è frequente il ricorso ad immagini lesbian chic, usate però più per solleticare
la fantasia erotica eterosessuale che per mirare a un vero target lesbico.
soprattutto, ad essere sotto (o per nulla) rappresentate sono le figure del
bisessuale e del transgender, in quanto ancor meno identificati come mercati
distinti e appetibili. Nel marketing ci sono travestiti e drag queen, ma la loro
presenza serve solo a creare situazioni umoristiche o bizzarre. Per i soggetti
transgender, invece, il discorso è diverso: “al contrario del travestito e della
drag, il transgender non fa ridere ma sorprende, destabilizza” (Corsi, 2006;
p. 84).
Ma queste immagini chi dovrebbero sorprendere e destabilizzare? Di
quale pubblico si parla qui? Quello che, genericamente, possiamo far rientrare
tra il “popolo GLBT” o un altro tipo di pubblico? un conto è parlare di
una comunicazione pensata per un pubblico di gay, lesbiche, bisessuali e
transgender, altro conto è riferirci a un insieme di immagini e rappresentazioni
relative al mondo Glbt usate però per raggiungere pubblici diversi da quelli
della comunità. In questo senso allora si possono cominciare a distinguere
i diversi spazi di rappresentazione delle identità GLBT nei media. Da un
lato quelli autogestiti, comunitari, che veicolano contenuti e immagini delle
identità GLBT, in cui la rappresentazione dovrebbe risultare più coerente
con quelle che sono le caratteristiche identitarie dei soggetti3. Dall’altro,
la comunicazione generalista di mainstream che produce comunicazione
sulle identità non eterosessuali per un pubblico più eterogeneo: formati (del
marketing, dell’informazione, dell’intrattenimento etc.) in cui comunque si
parla del mondo GLBT o rispetto al quale vengono costruite rappresentazioni
(discorsive e iconiche) usate nel discorso pubblico. Da un lato, allora, pubblici
specializzati (gay, lesbiche, bisessuali, transgender etc.) che si confrontano e

3
Anche se queste stesse rappresentazioni sono a loro volta frutto di una negoziazione
interna alla comunità tra le differenti identità (gay, lesbiche, bisessuali, transgender etc.) che
vi fanno riferimento (Trappolin, 2004).
LE TRAsGREssIoNI DI GENERE NELLE RAPPREsENTAzIoNI DEI MEDIA 305

discutono relativamente a immagini che li riguardano; dall’altro il più ampio


pubblico (eterosessuale) che fruisce di contenuti riguardanti un altro da sé. È
in questo doppio circuito di produzione e consumo di comunicazione che si
gioca il ruolo dei media nel definire gli spazi di negoziazione comunicativa
tra attori e rappresentazioni nei media e, ancora, nel costruire stili di
appartenenze, opinioni condivise e identità.
Come visto nei paragrafi precedenti, gli stessi processi di normalizzazione
(nella comunicazione) dell’omosessualità, per quanto significativi, scontano
periodicamente forme di spettacolarizzazione o drammatizzazione. Ad
esempio quando, per incorniciare gli eventi raccontati, vengono utilizzate
metafore ambigue che rimandano a universi simbolici problematici (i delitti
gay, le frequentazioni ambigue, le amicizie particolari, i festini etc.) o, come visto
nel caso della copertura giornalistica data al Gay Pride del 2002, vengono
utilizzate immagini e didascalie che rimandano agli stereotipi dell’inversione,
della non convenzionalità e della trasgressione di genere. In questo senso,
allora, le produzioni discorsive sulle identità GLBT mostrano la distanza tra
le forme e gli spazi di comunicazione mediale autoprodotta dalla comunità e
quelle dominanti circolanti. soprattutto nei media generalisti, all’incremento
di rilevanza sociale, culturale e politica della comunità Glbt non corrisponde
un proporzionale maggior potere di controllo della propria immagine da
parte di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.
I media sono strumenti di democratizzazione del dibattito pubblico e
incoraggiano la moltiplicazione dei canali d’intervento e la partecipazione
crescente degli attori e dei pubblici, anche per il solo fatto di aprire spazi di
autoproduzione di immagini e contenuti. Tuttavia essi non fanno scomparire
le asimmetrie esistenti in merito alla capacità d’influenzare il dibattito nei
media. La minor presenza dei soggetti transgender nei media generalisti
appare come conseguenza del loro minor potere di negoziazione nella sfera
pubblica. L’analisi sul materiale empirico relativo al Pride del 2002 e la
questione delle rappresentazioni mediatiche sui transgender sembrano così
rispondere all’esigenza di ritradurre in un ambito di discorsività stereotipata
in senso negativo l’inevitabilità del dover comunicare e dare accesso nei media
a gay, lesbiche, bisessuali e transgender. Rispetto alle rappresentazioni del
popolo GLBT sceso per le vie e le piazze padovane nel 2002, l’uso delle
immagini di travestiti, drag, transessuali etc. a corredo delle discorsività
prodotte anche in accordo con i rappresentanti di quella sorta di normalità
gay e lesbica, lascia spazio per la definizione di frames in cui la trasgressione
e l’eccezionalità riemergono prepotentemente.
un aiuto alla comprensione delle modalità con cui differenti attori sociali
diventano oggetto di rappresentazione da parte dei media ci viene dalle
306 TRANsEssuALITà E sCIENzE soCIALI

categorie classiche di analisi sui meccanismi di produzione delle informazioni


(newsmaking) e dei contenuti mediali in genere (sorrentino, 2002; stella, 2004).
Il discorso mediatico risponde a regole precise che determinano l’interesse
dei media per un evento, una circostanza, un attore o una categoria sociale.
Queste regole dipendono a loro volta da configurazioni (labili e variabili) di
interdipendenza tra i soggetti coinvolti nel processo di narrazione. Per quanto
riguarda gli attori sociali, è rilevante la capacità di disporre e agire risorse e
strategie che possono condizionare la trattazione giornalistica della questione
che li riguardano. I media, invece, rispondono a logiche d’impresa, agli
imperativi di vendita o di audience che impongono stili e formati e, in generale,
ad una logica commerciale ed editoriale che impone norme professionali di
selezione delle informazioni e di costruzione della notizia4.
È nella relazione con i propri pubblici che i media rappresentano e
interpretano azioni, soggetti e contesti fornendo quelle cornici (frames) che
rimandano a dimensioni di senso riconoscibili secondo elementi convenzionali,
spesso stereotipati. In questo, la produzione di contenuti non autoprodotti
dalla comunità non è neutra. sono i media a stabilire sia i generi sia i linguaggi
con cui i soggetti possono rappresentarsi, sia le regole mediatiche con cui è
consentito loro di avere concretamente accesso ai programmi televisivi o alle
pagine di giornale. I media, anche inconsapevolmente, tendono a rappresentare
punti di forza determinati da posizioni di potere, secondo una logica legata
ai rapporti di egemonia che in questo caso è di genere (uomini-donne-GLBT)
ma che, per esteso, riguarda qualsiasi altra forma di relazione che rimanda ad
un’asimmetria di potere di definizione e di categorizzazione (Riva, 2007).
Ciò avviene sulla spinta di una doppia tendenza. Qualsiasi categoria
sociale (gli omosessuali, ma anche le donne, gli anziani, i bambini, etc.) verrà
rappresentata in ragione dei comportamenti e delle forme di definizione
che si ritengono essere riconoscibili e collocabili in ambiti di significato
prima di tutto rassicuranti per lo spettatore (quali la normalità dell’essere gay o
lesbica). Al tempo stesso, la costruzione stessa del discorso mediatico spinge
verso una direzione differente, obbedendo a logiche sensazionalistiche, di
drammatizzazione e di spettacolarizzazione che rimandano alle più generali
logiche di inclusione o esclusione dalla comunicazione e dal dibattito pubblico
e rimarcano le reali capacità d’influenza delle categorie minoritarie che
puntano all’accesso alla sfera pubblica mediatizzata.

4
Ci riferiamo qui, in particolare, alle forme rituali e le routines produttive connesse ai pro-
cessi di newsmaking (Gans, 1979; Tuchman, 1978; Papuzzi, 1998) così come alle dinamiche in-
terne alla formazione della professione, i legami fiduciari con le fonti, le specializzazioni etc.
LE TRAsGREssIoNI DI GENERE NELLE RAPPREsENTAzIoNI DEI MEDIA 307

4. Le opinioni pubbliche tra consumo mediale


e sistemi di relazione
se nello spazio mediatico la transessualità viene rappresentata in modo
negativo, la fruizione dei prodotti dei media mainstream può innescare processi
di esclusione sociale ai danni delle persone transessuali?
un presupposto teorico comune è che i media abbiano un ruolo sempre
più pressante nella formazione e nell’espressione delle opinioni, così come
nel modellare il dibattito pubblico nelle società moderne. Tuttavia, se non
problematizzano il rapporto tra media ed effetti sugli individui, questi
presupposti si limitano a qualificare i media come una sorta di capro espiatorio
rispetto al presunto declino della partecipazione, all’apatia del pubblico o
alla degenerazione dello spazio pubblico (Rieffel, 2005). Le più moderne
interpretazioni degli effetti dei media a livello sociale confermano almeno in
parte questo tipo di ragionamento. La fruizione di rappresentazioni mediali
pare rinsaldare confini e mantenere distanze che poi collaborano a dare senso
alla costruzione di quella parte di mondo vissuta e sentita come propria da
ciascun individuo o gruppo. Per produrre l’identità di un noi devo collocare e
dare un significato anche a tutte le identità che possono apparire concorrenti
e insieme riaffermare l’aspettativa di regolarità abitudinaria e legittima che
caratterizza quelle che sentiamo più vicine (stella, 2005). L’atteggiamento
da tenere nei confronti dell’altro da sé è influenzato anche dalle immagini
che vengono veicolate dai media. In ciò, il ruolo dei media è centrale nel
definire molti dei modi con cui si misura la prossimità culturale, sociale o
ideologica di un gruppo rispetto ad un altro.
La più recente letteratura sociologica è però lontana da una prospettiva
che consideri la comunicazione mediale come generatrice di immediata
influenza in un rapporto di stimolo/risposta5, che da decenni è stata scavalcata
da una ricerca più attenta ai contesti e alle interpretazioni individuali e sociali
dei riceventi (Boni, 2004). I media vengono da tempo considerati non più
come “organizzatori che cercano di bersagliare le persone con i loro messaggi
a fini persuasivi, ma quali fornitori di prodotti simbolici la cui utilizzazione
o meno dipende in ultima analisi dall’individuo stesso, visto come soggetto

5
si tratta della famosa teoria ipodermica, formulata nel periodo fra la prima e la secon-
da guerra mondiale, e quasi immediatamente messa in discussione innanzitutto dagli studi
sulle caratteristiche psicologiche del pubblico riguardanti i processi di selezione, esposizione,
percezione e memorizzazione dei messaggi (Lazersfeld, Berelson e Gaudet, 1948; Hovland,
Lumsdaine e sheffield, 1949; Hyman e sheatsley, 1947) e, successivamente, dagli studi sul-
l’influenza dei contatti personali nella mediazione degli effetti persuasori dei media (Katz e
Lazarsfeld, 1968).
308 TRANsEssuALITà E sCIENzE soCIALI

capace di decidere attivamente e finalisticamente la propria condotta” (Cheli,


1992; p. 96).
Come riportano molti teorici contemporanei, i media partecipano a
definire l’agenda delle opinioni più che la formazione delle opinioni stesse: essi
strutturano i sistemi di conoscenza e la percezione del contesto (McCombs
e shaw, 1972) e il paesaggio sociale (Meyrowitz, 1986), più che la formazione
stessa delle idee e delle opinioni sui fenomeni sociali. La conoscenza (e in
qualche caso la consapevolezza) dell’esistenza di situazioni, contesti, azioni,
eventi, categorie sociali etc. può discendere dai media, in particolare per
quei fenomeni la cui esperienza diretta è pressoché nulla; tuttavia, l’opinione
posseduta in merito al livello di percezione dei fenomeni sociali stessi nasce
dall’esperienza personale e dal confronto con i saperi/sistemi esperti e trova
nei media una fonte di legittimazione e di messa a punto dell’opinione e dei
sistemi di pensiero già relativamente strutturati e uno spazio di confronto
negoziato e condiviso con gli altri.
secondo scheufele (1999), i media inquadrano le notizie in schemi
di narrazione coinvolti in un gioco di relazione biunivoca con i frames già
posseduti dall’individuo che, a sua volta, sono creati nella relazione discorsiva
con altri attori. Le identità individuali e collettive allora possono essere in
misura diversa influenzate dal tipo di immagine e dalla fiducia che l’individuo
o il gruppo hanno nei riguardi della raffigurazione mediata che li rappresenta,
in un gioco di continua negoziazione di tali immagini con quell’insieme
di conoscenze, di confronti, di relazioni con soggetti esterni agli spazi di
discorsività mediale.
Nella relazione tra la discorsività prodotta dai media e i pubblici cui
quella comunicazione è rivolta, vi sono alcune dimensioni vincolanti cui
tener conto. In particolare, sottolineiamo da un lato l’impossibilità per gli
individui di coprire con l’esperienza diretta eventi non esperibili, da cui
inevitabilmente discende la delega (ai media) della raccolta, selezione,
strutturazione e esposizione di discorsività sul mondo. Dall’altro c’è la
necessità psicologica di avere dei punti d’ancoraggio a partire dai quali misurare
la maggiore o minore consonanza delle opinioni possedute da ciascuno con
quelle ritenute caratterizzanti l’opinione pubblica per come questa è rappresentata
dai media. In questo senso, allora, la stessa esperienza transgender sembra
usata dai media secondo una modalità connotativa funzionale alla creazione
di una comunicazione fortemente ancorata ad un senso comune che si
ritiene condiviso, che vede gay, lesbiche, bisessuali o transessuali accomunati
dall’idea di stravaganza, trasgressione, presumibilmente pericolosità rispetto
all’ordine morale dominante.
Tuttavia, nei processi di costruzione dell’opinione pubblica circolante
LE TRAsGREssIoNI DI GENERE NELLE RAPPREsENTAzIoNI DEI MEDIA 309

su determinati temi, i media si muovono sul filo di un rapporto con i propri


pubblici che è continuamente in bilico tra capitali di fiducia e di diffidenza
e, anche in ragione di questo, risultano talvolta essere meno efficaci di
altri attori e istituzioni sociali nel veder accettate le proprie definizioni del
mondo, in particolare di quella parte del mondo della vita quotidiana esperita
direttamente. I media scontano un deficit di credibilità rispetto alla percezione
diretta dei fenomeni sociali e ai percorsi di vita quotidiana, tanto quanto sono
esposti primariamente alla falsificazione derivante dall’esperienza diretta dei
fenomeni di cui si sta parlando. Per quanto riguarda la comunità Glbt,
allora, la falsificabilità della comunicazione passa per la negazione del nesso
discorsivo tra un’esperienza omosessuale normalizzata nel corpo dell’articolo
ma immediatamente negata nel ricorso ad immagini sensazionalistiche dei
soggetti transgender, mostrati come esempio di eccentricità, di trasgressione
ai codici condivisi e di pericolosità per l’ordine sociale. o, ancora, anche per
quanto riguarda i media comunitari, il rimarcare le forme di differenziazione
identitaria non espressa nella comunicazione (citiamo i gay disabili ma forse
lo stesso vale per i transgender).
Inoltre, la considerazione sugli effetti della comunicazione mediale non
può prescindere dall’analisi del complesso delle relazioni che ciascun fruitore
instaura non solo con i media ma con gli altri ambiti della vita sociale. I frames
veicolati dai media risultano intimamente connessi ai processi di quell’ulteriore
mediazione derivante dal confronto con i sistemi di socialità degli individui.
La relazione degli individui con i media va sempre calibrata in ragione
dei differenti status socioeconomici, dei capitali culturali posseduti, dalla
scolarizzazione, dall’alfabetizzazione e socializzazione d’uso delle tecnologie
e dalle sedimentazioni e esperienze di consumo mediale di ciascuno, dalla
posizione in fasi diverse del corso di vita così come dall’interazione tra queste.
Fino alle ancor più ampie considerazioni che riguardano la ricerca di piaceri
e di soddisfazione a specifici bisogni da parte dei fruitori.
secondo una logica che tenga allora conto delle condizioni di consumo
situate (Lull, 1990), dei contesti relazionali della fruizione mediale e delle
comunità interpretative (Riva, 2005), i prodotti mediali vengono continuamente
ridiscussi in momenti e situazioni altre rispetto a quelli della fruizione
immediata. un prodotto mediatico si mette in moto in diversi universi come
risorsa e supporto di proiezione, “opera nella fluttuazione delle frontiere tra
diversi territori: è un oggetto transazionale, un prodotto tangenziale che si
evolve in un limbo difficilmente definibile” (Rieffel, 2005; p. 224).
una prospettiva di analisi che intenda indagare le rappresentazioni della
transessualità e i suoi effetti sociali dovrebbe tener conto dell’insieme delle
dinamiche considerate.
310 TRANsEssuALITà E sCIENzE soCIALI

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