Sei sulla pagina 1di 1

Il passero solitario

È un canto di solitudine come volontà. Il rimpianto per una giovinezza non vissuta e l’esclusione
dalla felicità. Scritto forse nel 1831 ma lo progettava da tanto, forse una decina di anni, fu
pubblicato solo nell’edizione napoletana.

È il primo dei piccoli idilli perché riconosceva una funzione introduttiva, il suo autoritratto, infatti è
propio Leopardi il passero solitario che vive in disparte e non partecipa alla vita gioiosa.

È un incipit sognante, che parte dalla ima del campanile (chiesa di santa Agostino a Recanati).

Il passero solitario è un uccello abituato a stare da solo. Probabilmente riprende la gura in un


verso di Petrarca che si rifaceva al passero solitario. Alla campagna, verso i campi. Vai:
preposizione anteposta a campagna, tipico e molto amato, pecche fa parte del senso di
indeterminata delle parole. Finché la sera nn scende ed erra. Il senso di gioia sottolineato anche
dopo. Erra: parola molto poetica, vaga.

L’armonia trova conferma nel brilla, intenerisce e poi si ode. Continua a dipingere il quadretto.
Angeli: lessico alto, passero solitario: lessico basso.L’irreparabile divertita. c’è un climax e la litote.
Parallelo con il passero per sottolineare la diversità da lui.

Tutto l’idillio nasce a una grandissima solitudine. La vita del passero acuminata alla vita del poeta.

Nella prima strofa il protagonista è il passero: viene descritto come solitario.

Seconda s. Pro. Il poeta che somiglia al passero nel costume di vita, ci da la festa di Recanati.

Terza strofa. Confronto tra passero e poeta che diventa anche scontro: tutto ciò che per loop. È
una scelta, per il passero è istinto. Per il passero non è infelicità perché è istinto, per il poeta è
causa di infelicità.

Nelle prime due strofe il confronto viene sottolineato al livello stilistico, come se ci fossero dei
richiami verbali e stilistici: alla campagna, cantando vai (passero); alla campagna uscendo
(Leopardi), il non ti cal (passero), non curo (leopardi), trapassi-passo, tu pensoso in disparte-io
solitario, il comune destino-il costume tuo.

Nelle prime due strofe c’è un parallelo, come se ci fossero dei concetti he si ripetono. Nella terza
strofa la condizione del canto di inverte: diventa una totale contrapposizione.

Anche il canto si frantuma come metodicità perché si passa dall’idillio alla ri essione. Si
interrompe la dolcezza, diminuiscono le rime con un ritmo che diventa martellante, come se la
meditazione diventasse ossessione. Il ritmo scandito da queste domande: il rallentamento del
ritmo.

A se stesso

Fa parte del ciclo di Aspasia: gruppo di cinque componimenti per Fannie. È la ne all’inganno
estremo, ossia dall’amore infelice per la donna. Si rivolge al suo cuore che è stanco e deluso e gli
dice di non battere più per amore, abbandonando ogni speranza, è un linguaggio volutamente
lontano dagli idilli, poiché trionfa l’espressione delusa, secca, arida, come un cuore che non
conosce più gioia e speranza. È il coraggio disperato di chi arriva a ssare lo sguardo su di sé e
dire basta, e quindi si rivolge a sé.

È un dialogo con il suo cuore, gelido. Ci troviamo di fronte ad un unica sorta di 16 versi tra
endecasillabi e settenari. È de nitivamente cessata l’ultima so erenza, ovvero l’amore. Inganno
acquista una connotazione fortemente negativa, diversamente da altri testi leopardiani. Le illusioni
avvolte servono.

Riposa: rinunci alla speranza, al gene nostro il fato non diede gioia.

C’è la realizzazione che deve rinunciare ad amare. Al desiderio si sostituisce la convinzione che
occorre guardare le cose così come solo. L’unica certezza è la vanità delle vanità. Abbiamo tre
sequenza legata da un forte schema metrico. Ciascuna sequenza inizia con un’esortazione al
cuore. L’esortazione è sempre seguita dall’enunciazione delle ragioni che l’hanno mossa. Solo il
verso 16 eccede rispetto a tutto il resto, però eccede perché nella struttura vuole essere la sintesi
del componimento. Il ritmo è martellante come il ritmo del cuore. È un addio quello che leggiamo,
è il canto della disillusione, della noia, la ragione che può parlare ormai tranquillamente e la
tensione che è martellante e si scioglie nel verso nale. Un tema tipicamente leopardiano trova
ancora spazio in questa poesia ma travestito con l’inganno. L’ultimo verso reca ancora una volta
l’in nito con sé, che potremmo accostare per contrasto all’immensità in cui è dolce naufragare. La
sintassi è semplice: tutte proposizioni prive di nessi. L’e etto generale è quello di ridurre all’osso
una verità, tutto concorre ad acuire il tono imperativo. Sono pochi gli aggettivi (stanco, estremo,
eterno, brutto: resa del poeta di fronte a tanta bellezza che lo aveva reso schiavo). Leopardi non
rinuncia al senso di misura della poesia perché abbiamo una metrica formalmente impeccabile.
fi
fi
fi
ff
ff
fi
fi
fl
fi

Potrebbero piacerti anche