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CONCEZIONE DELLO STATO IN HOBBES E LOCKE (pag.

35-36)

Mentre in Francia si rinforzava il potere di Luigi XIV, in Inghilterra si sviluppò una maniera del
tutto diversa di pensare il potere politico. Ciò si deve a due intellettuali inglesi della seconda metà
del ‘600: T. Hobbes, che basò l’assolutismo su fondamenti nuovi, e John Locke ritenuto il
fondatore del liberalismo.

Hobbes pubblicò il “Leviathan” nel 1651, in un periodo in cui vi erano divergenze sui poteri del re
e del Parlamento. Hobbes partiva dal pessimismo antropologico: come Lutero, Calvino e
Machiavelli era convinto che gli esseri umani fossero tutti egoisti ed elaborò una concezione
politica rigidamente laica, che riteneva che il potere non discendesse da Dio.

Hobbes partiva dalla condizione dell’uomo nello stato di natura e riteneva che lo Stato fosse
l’esito di un libero contratto stipulato da tutti i cittadini tra di loro.

A suo giudizio lo stato di natura era un incubo in quanto l’uomo possedeva il massimo della libertà
ma viveva in una situazione di completa insicurezza. Gli uomini a quel punto decisero di
sottomettersi tutti ad un’autorità superiore quindi rinunciarono completamente e
definitivamente ai propri diritti in cambio della sicurezza, ponendo fine all’anarchia che
caratterizzava lo stato di natura.

Lo Stato è un mostro dotato di grande forza, dunque capace di far regnare l’ordine e di difendere il
singolo dalle violenze di chi vuole privarlo dei propri beni.

Anche Locke si assunse il compito di dare un fondamento filosofico al modello di potere


ascendente maturato a seguito della Rivoluzione inglese del 1688-89. Tale rivoluzione, chiamata
“gloriosa”, aveva portato Guglielmo d’Orange e la moglie, Maria Stuart, figlia di Giacomo II, ad
essere nominati re d’Inghilterra dal popolo, secondo i criteri del potere ascendente. Questi nuovi
re avevano comunque giurato di rispettare l’inamovibilità dei giudici e la libertà di culto.

Locke partiva dal concetto di “stato di natura” che per lui era una sorta di eden poiché gli uomini
cercavano il piacere e la felicità utilizzando la propria ragione ma non a scapito degli altri uomini
in quanto essi sono capaci di rispettarsi a vicenda, dunque sono in grado di isolare i soggetti
violenti.

La caratteristica dello stato di natura non è la paura ma la libertà di cui ogni uomo gode in maniera
completa e in questo stato di natura l’uomo ha le sue proprietà raggiunte con il lavoro.

Nel momento in cui gli uomini hanno creato lo Stato hanno rinunciato ad alcune libertà,
esattamente al diritto di decidere e a quello di eseguire, ossia il diritto legislativo e quello
esecutivo.

Il potere è ascendente, deriva dal popolo, detentore ultimo della sovranità. Nel caso in cui qualche
istituzione aspirasse alla tirannide, il popolo può legittimamente riprendersi il potere con il diritto
all’insurrezione.
Locke ha gettato le basi dello stato liberale ma ha anche considerato del tutto giusta la
disuguaglianza sociale escludendo ogni principio democratico tanto che con il concetto di popolo
egli indicava solo coloro che potevano partecipare alla vita dello Stato in quanto aventi una
proprietà.

Leggere “La questione della tolleranza religiosa” secondo John Locke a pag. 62

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