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Michele Giuttari - Carlo Lucarelli

Compagni di
sangue

Casa Editrice Le Lettere


La foto di copertina è stata fornita da Gianni Pasquini
fotografo in Firenze

Copyright © 1998 by Casa Editrice Le Lettere - Firenze


ISBN 88 7166 405 1
memoria delle giovani vittime
Avvertenza

I personaggi di questa storia sono tutti indicati con


i loro veri nomi. Quelli che hanno testimoniato nel
pubblico dibattimento sono presenti con nome e
cognome. Gli altri, sia i testimoni che gli indagati che,
però, non sono intervenuti nel processo, sono indicati
con le iniziali.
I DELITTI

Questa è una storia vera, una serie di eventi real-


mente accaduti e accaduti qui, in Italia e ora. Ma per
come sono agghiaccianti e straordinari, questi eventi e
questa storia, forse si farebbe prima a credere che
siano solo un'invenzione. Che non siano mai accaduti
davvero, né ora né qui.
Il racconto di questa storia allucinante inizia venti-
quattro anni fa.
Con un'auto ferma in un viottolo sterrato.

La mattina del 15 settembre 1974, a Borgo San


Lorenzo, località "Le Fontanine" di Rabatta, su un viot-
tolo sterrato a breve distanza dal fiume Sieve, tra rovi,
cipressi e viti, vengono trovati i cadaveri di Stefania
Pettini e Pasquale Gentilcore.
Pasquale aveva 19 anni, abitava a Molin del Piano,
una frazione di Pontassieve e lavorava a Firenze alla
Fondiaria Assicurazioni, prima come centralinista, poi
negli uffici.
Stefania aveva 18 anni, viveva con i genitori a Borgo
San Lorenzo e lavorava come segretaria d'azienda
presso una ditta di Firenze.
I due si frequentavano da circa due anni e mezzo, da
quando si erano conosciuti alla discoteca "La spiaggia"
di Vicchio. Dovevano sposarsi anche se negli ultimi
mesi il loro rapporto si era un po' incrinato per via di
altre relazioni avute da entrambi con diversi partner.
La sera del 14 settembre Pasquale prende l'auto del
padre, una Fiat 127, e dopo aver lasciato la sorella
Maria Cristina alla discoteca "Teen Club" con l'accordo
di passare a riprenderla intorno a mezzanotte, va a
prendere Stefania per appartarsi in auto in quella stra-
da sterrata vicino al fiume. Sono le 21 e 15 di una sera-
ta piovosa e buia, appena illuminata dalla luna avvolta
dalle tenebre. Una sera di novilunio.
La mattina del giorno dopo, un contadino che abita
nella zona tra Borgo San Lorenzo e Vicchio, nota la
Fiat 127. Si avvicina. Trova Pasquale, seminudo, acca-
sciato al posto di guida e poco distante dall'auto, per
terra, la ragazza con le braccia allargate a croce e le
gambe divaricate, con un tralcio di vite parzialmente
infilato nella vagina.
Quando arrivano, i carabinieri trovano che l'autora-
dio è ancora accesa, con dentro una cassetta che gira a
vuoto. Vicino alla macchina, ci sono gli oggetti che la
ragazza aveva in borsa, sparpagliati e gettati a terra. La
borsa, invece, viene trovata nel tardo pomeriggio del
15 settembre in mezzo ad un prato poco distante, in
seguito ad una telefonata anonima arrivata ai carabi-
nieri di Borgo San Lorenzo.
In un primo momento si pensa che il decesso di
entrambe le vittime sia stato causato da colpi inferii
con arma bianca. Si pensa che i due ragazzi siano stati
massacrati a coltellate, ma subito dopo, in sede d'esa-
me autoptico, si accerta che sono stati colpiti da due
diversi strumenti lesivi: proiettili di pistola calibro 22
Long Rifle e arma bianca, presumibilmente coltello.
Pasquale è stato raggiunto da almeno cinque colpi
di pistola, che ne hanno causato il decesso immediato,
e il suo cadavere presenta anche alcune coltellate infer-
te con arma bianca e a morte avvenuta.
Stefania, invece, è stata raggiunta da quattro colpi
di pistola al braccio destro, che l'hanno solamente feri-
ta: è stata poi uccisa e brutalmente crivellata con arma
bianca. Sul suo corpo si possono contare ben 96 ferite
specifiche, alcune inferte in vita, la maggior parte dopo
la morte, sparse per tutto il tronco, ma raggruppate a
livello addominale nella regione pubica.
Come segno di odio o di sfregio o di qualcos'altro,
inoltre, il cadavere presenta un tralcio di vite infilato
nella vagina.
Il giorno successivo, il 16 settembre, viene compiu-
to un sopralluogo più accurato. Vengono rinvenu-
ti, nascosti in mezzo all'erba e a breve distanza l'uno
dall'altro, cinque bossoli per pistola calibro 22 Long
Rifle. Non vengono trovati, invece, gli altri tre bossoli
esplosi.
A questo punto, anche grazie agli esiti della perizia,
si può ricostruire la dinamica del delitto.
L'assassino aveva sparato i primi colpi su Pasquale
attraverso il finestrino dello sportello dell'auto, lato
guida, colpendolo alla spalla sinistra e un proiettile gli
aveva trafitto il cuore. Quindi aveva sparato gli altri
colpi, che avevano ferito Stefania senza ucciderla.
Aveva poi trascinato fuori dall'auto il corpo della ragaz-
za, portandolo in mezzo ad un campo e lì lo aveva vio-
lato e orrendamente torturato a colpi di coltello.
Pasquale e Stefania erano stati uccisi intorno alle
ore 24 di quel sabato notte di novilunio, a breve distan-
za da un torrente e da una discoteca, piena di giovani
come loro, che si stavano divertendo. Erano stati ucci-
si con una pistola calibro 22 Long Rifle e con arma
bianca, con cui erano stati compiuti macabri rituali
tipici di un maniaco sessuale.
Gli accertamenti, svolti per ricostruire i movimenti
dei due giovani nei giorni precedenti, non portano
all'acquisizione di elementi di rilievo. Si apprende che
Pasquale, il pomeriggio del giorno precedente, 13 set-
tembre, senza preavviso e contrariamente al solito, si
era recato a trovare a casa Bruno Mocali, 53 anni, di
Scarperia (FI), sedicente guaritore conosciuto circa tre
anni prima e frequentato per farsi curare da alcuni
malanni epatici. Emerge, però, un particolare curioso:
il giovane, a ferragosto, da Rimini, dove si trovava in
vacanza, aveva chiamato Mocali dicendogli di avere
disturbi di vomito e richiedendo un rimedio.
All'epoca anche Stefania si trovava con le amiche al
mare a Rimini e, sia da testimonianze sia dall'esame
del diario della giovane, si appurava che il rapporto dei
due era in crisi, tanto che entrambi avevano frequenta-
to altri partner.
In ogni caso, il Mocali viene indagato e perquisito,
ma a suo carico non emergono elementi indizianti.
Le indagini proseguono senza alcun apprezzabile
successo e si concentrano su Giuseppe Francini, d'an-
ni 28, di Borgo San Lorenzo, che, presentatosi sponta-
neamente ai carabinieri, si era auto accusato del delit-
to. Poi, risultate infruttuose le ricerche di un eventuale
spasimante respinto dalla ragazza, viene privilegiata
l'ipotesi del maniaco sessuale.
Nell'ambito di questa ipotesi, nei giorni seguenti,
viene arrestato Guido Giovannini, d'anni 50, abitante a
Borgo San Lorenzo, la cui autovettura, una Fiat 127 di
colore bianco, nei giorni precedenti, era stata notata
nella zona del delitto, mentre l'occupante, riconosciuto
poi per lo stesso Giovannini, spiava le coppiette che
s'intrattenevano in atteggiamento intimo in macchina.
Entrambi, il Francini e il Giovannini, vengono in
seguito, riconosciuti completamente estranei alla
vicenda e, quindi, prosciolti.
Intanto il perito balistico, incaricato dal giudice
istruttore, indica il tipo d'arma da fuoco impiegata dal-
l'assassino in una pistola automatica marca Beretta
calibro 22 Long Rifle, modello 73 o 74, in commercio
dal 1959, con munizionamento Winchester con la let-
tera "H" impressa sul fondello, dotato di proiettili di
piombo a ramatura esterna. L'arma bianca, invece, è
un coltello a punta con lama di cm 10/12, larga circa
cm 1,5 e affilata da un solo lato.
Un esperto psichiatra traccia un identikit dell'as-
sassino e sostiene che si tratta di un delitto tipica-
mente anglosassone, il cui movente non è la vendet-
ta. Afferma che il suo autore deve essere un soggetto
frustrato per problemi sessuali, come sembrano dimo-
strare il tralcio di vite e le coltellate sul corpo della
ragazza.
Le novità sul caso si fermano qui e a parte un fatto
misterioso accaduto qualche anno dopo, quando qual-
cuno, dopo essere entrato notte tempo nel cimitero di
Borgo San Lorenzo dove i due giovani erano stati
sepolti, manomette e danneggia la tomba di Stefania.
Poi non succede più niente.
Fino a sette anni dopo.

La mattina del 7 giugno 1981, di domenica, un sot-


tufficiale di polizia sta facendo con il figlio di 10 anni
una passeggiata in campagna, in località "Villa Bianca"
di Scandicci, quando nota, parcheggiata su una stradi-
na sterrata, una Fiat Ritmo.
Dentro c'è il cadavere di un uomo.
Poco distante, in un fossato, il sottufficiale nota il
cadavere di una giovane donna e subito dà l'allarme.
L'autovettura si trova nei pressi di un cipresso a
margine della stradina sterrata e presenta gli sportelli
regolarmente chiusi e, quelli posteriori, con la sicura
inserita. Il cristallo dello sportello anteriore sinistro è
frantumato, sul terreno e poco distante si trovano alcu-
ni bossoli per pistola calibro 22, marca Winchester, con
impresso sul fondello il simbolo "H". Davanti allo spor-
tello sinistro c'è una borsetta da donna in paglia a
bordi metallici contenente oggetti personali e per il
trucco.
I due cadaveri vengono identificati per quelli di
Carmela De Nuccio, d'anni 21, nata in provincia di
Lecce ma residente a Scandicci, pellettiera, e di
Giovanni Foggi, d'anni 30, nato.a Reggello, nella pro-
vincia di Firenze, residente a Pontassieve, dipendente
dell'Enel.
II cadavere di Giovanni, sul sedile di guida, seminu-
do, presenta ferite d'arma da fuoco e da taglio. A pochi
metri dalla macchina, in un fossato, c'è quello di
Carmela, in posizione supina, vestito ma con un evi-
dente spacco nei jeans all'altezza del cavallo, fino alla
cintura, uno spacco che lascia intravedere la parte
anteriore delle cosce e la regione pubica. Presenta
anche ferite da arma da fuoco e da arma da punta e
taglio e una vasta ferita da taglio nella regione pubica.
Giovanni e Carmela si erano fidanzati circa quattro
mesi prima e, da pochi giorni, la loro relazione era
stata ufficializzata presso le rispettive famiglie, tanto
che già si parlava di matrimonio. Quella sera, dopo
aver cenato a casa di Carmela, verso le ore 22, i due
giovani escono con l'auto con la scusa di fare una pas-
seggiata e prendere un gelato con l'impegno di
Giovanni di riportare a casa la fidanzata entro la mez-
zanotte.
In realtà, dopo aver oltrepassato la Casa del Popolo
di Scandicci e la discoteca "Anastasia", imboccata la
via dell'Arrigo, dopo circa un chilometro, girano a
destra, infilandosi in una stradina sterrata che porta a
una fattoria. Lungo la stradina, si fermano in una piaz-
zola, parcheggiando l'auto in modo da poter ripartire
senza fare manovra.
Dalla posizione del cadavere di Giovanni, rinvenuto
con i pantaloni abbassati, si poteva chiaramente
dedurre che la coppia si era appartata in quel posto per
un convegno amoroso, durante il quale erano stati
aggrediti dal killer. Questi, dopo aver infranto il vetro
anteriore sinistro, aveva esploso all'interno numerosi
colpi di pistola calibro 22, colpendo i due giovani.
Successivamente l'omicida, dopo aver colpito ripetuta-
mente al collo con un'arma da taglio il Foggi, aveva tra-
scinato la ragazza fuori dall'auto portandola in un fos-
sato, poco distante, dove, dopo averle tagliato i panta-
loni e gli slip, aveva infierito sul suo corpo nella zona
pubica, che, con tre tagli netti, aveva asportato.
Sul posto venivano repertati cinque bossoli, mentre
i colpi esplosi risultavano essere stati otto.
Le indagini, in un primo tempo, seguono la pista
della vendetta personale, ma l'ex fidanzato della ra-
gazza viene riconosciuto completamente estraneo al
delitto.
Allora viene privilegiata la pista del guardone
maniaco, anche perché si accerta ben presto un parti-
colare agghiacciante: l'arma del delitto e la sua dina-
mica sono gli stessi del duplice omicidio del 1974.
Il fascicolo processuale di quel delitto viene subito
riaperto e si notano altre inquietanti analogie. La bor-
setta della ragazza, trovata aperta e priva del suo con-
tenuto, sparso per terra senza alcun apparente motivo.
L'arma bianca impiegata per infierire sul ragazzo e
fare strazio sul corpo della donna. La stessa giornata di
sabato di novilunio. La vicinanza di un fiume e una
discoteca. Il medesimo luogo di provenienza dei ragaz-
zi: Pontassieve.
Supposizioni che trovano presto precise conferme.
La perizia balistica sul fondello dei bossoli prova
che, a sparare in entrambi i delitti, è stata la medesima
pistola, una Beretta calibro 22 Long Rifle e che i bos-
soli sono marcati Winchester, con il solito simbolo "H".
L'arma da punta e taglio sembra invece un trincetto,
simile a quello utilizzato dai lavoratori di pelli.
Le indagini si incentrano subito su un noto guardo-
ne della zona: Enzo Spalletti, 40 anni, autista della
Misericordia di Montelupo Fiorentino, dove abita in
località "Trebone", coniugato con figli. In un primo
tempo, Spalletti viene accusato del reato di falsa testi-
monianza.
Poi, dei due duplici omicidi.
Si scopre, infatti, che Spalletti, prima ancora che
fossero rinvenuti i cadaveri della giovane coppia e
quindi fosse noto il delitto, aveva raccontato alla
moglie dell'atroce fine dei due fidanzati sulle colline di
Roveta. Aveva raccontato, in particolare, che l'assassi-
no dopo aver ucciso i giovani a colpi di pistola, aveva
infierito sulla ragazza asportandole il pube.
Si scopre che quella di Roveta è la zona abitual-
mente frequentata da Spalletti, che proprio la sera del
delitto si trovava in quella località dove si era incon-
trato con l'amico Fosco Fabbri.
Ancora, la macchina di Spalletti, una Ford di colore
rosso, era stata anche notata da alcuni testi nei pressi
del luogo del delitto intorno alle ore 23-23,30, in ora-
rio, quindi, compatibile con quello degli omicidi.
Di più: la stessa moglie dell' indagato racconta agli
inquirenti che il marito, quella sera, era uscito da casa
dopo cena e alle due, quando lei era andata a letto,
ancora non era rientrato.
Spalletti non conferma le dichiarazioni della moglie
e di Fabbri ma nel corso degli interrogatori a cui viene
sottoposto fornisce versioni contraddittorie. In un
primo momento dice di aver letto i particolari del delit-
to sul quotidiano di domenica, ma la notizia era stata
pubblicata solamente il lunedì successivo. Poi dice di
aver sentito parlare del fatto al bar, la domenica, ma
viene smentito dalla titolare dell'esercizio e dai dipen-
denti. Sostiene di essere uscito dal bar intorno alle ore
23, la sera del delitto e di essere andato subito a casa,
contrariamente a quanto affermato dalla moglie e da
Fabbri. E giura di non essere stato a Roveta, quella
sera, e di non aver sentito né tanto meno incontrato
Fabbri.
Spalletti sa qualcosa. Ha assistito al delitto, ha visto
i cadaveri prima della loro scoperta ufficiale o ha rice-
vuto la confidenza di qualche suo amico. Ma non con-
fessa e preferisce essere incarcerato.
A questo punto l'indagine è ferma e Spalletti è anco-
ra in carcere quando il "Mostro" colpisce ancora una
volta.

La mattina del 23 ottobre 1981, in località Travalle


del comune di Calenzano, vengono ritrovati i cadaveri
di Susanna Cambi, 24 anni, commessa di Firenze, e di
Stefano Baldi, 26 anni, tessitore di Calenzano. La loro
scomparsa era stata denunciata dai rispettivi genitori
la sera del giorno precedente.
I cadaveri di Stefano e Susanna sono in un campo,
chiamato "Le Bartoline", lungo un viottolo di campa-
gna sterrato, che divide un fondo di granturco da un
prato con canneto, ha alberi d'olivo e filari di vite sulla
sinistra e finisce in un casolare abbandonato.
A poche centinaia di metri, c e il torrente "Marina", in
piena per le abbondanti piogge dei giorni precedenti.
Su quel viottolo è parcheggiata una Volkswagen
Golf Diesel, intestata a Stefano, con il senso di marcia
rivolto in direzione del casolare abbandonato.
Oltrepassata la macchina, dopo una dozzina di metri,
sul lato destro di un canaletto per lo scarico delle
acque viene trovato il cadavere di Susanna. A circa 10
metri dalla stessa autovettura, ma sul lato sinistro, in
una scarpata, c'è quello di Stefano.
II vetro dello sportello destro della Golf è parzial-
mente infranto, mentre la metà che resta è completa-
mente scheggiata. Vicino all'auto, sul lato destro, ven-
gono rinvenuti a breve distanza uno dall'altro 7 bosso-
li per pistola calibro 22, mentre, a pochi metri, si nota-
strettoia di un ponte poco distante e procedeva a forte
velocità, con sguardo assente e terrorizzato. Ma anche
in questo caso le indagini si fermano qui.
Intanto, tra la gente, il panico si diffonde sempre di
più e si fa sempre più forte la preoccupazione che l'as-
sassino torni a colpire ancora. Si affacciano varie ipo-
tesi sul "Mostro": è un macellaio, è un medico o un
professionista insospettabile, è un uomo di notevole
statura e di eccezionale forza fisica, una specie di super-
uomo che tormenta i sonni di tantissimi giovani e dei
loro familiari.
Poi, mentre le ipotesi si susseguono e fiumi di lette-
re anonime arrivano agli inquirenti, il "Mostro" si
ripresenta puntuale ad un nuovo appuntamento di
morte con un'altra giovane coppia.

È il 19 giugno 1982, di sabato sera.


Il ragazzo ha 22 anni e si chiama Paolo Mainardi,
operaio di Montespertoli. Lei, Antonella Migliorini, ha
19 anni e è operaia in una ditta di confezioni a
Montespertoli.
Paolo e Antonella, con la Seat 147 del giovane, si
appartano in uno slargo sulla via Virginio Nuova, a
Baccaiano di Montespertoli. La strada, che collega vari
centri abitati della zona, a quell'ora è scarsamente fre-
quentata dalle auto.
Il "Mostro", favorito dalla fitta oscurità che avvolge
quella zona, priva anche di illuminazione artificiale, li
sorprende con la calibro 22 quando Antonella, rivesti-
ta, è ancora seduta sul sedile posteriore e Paolo è al
posto di guida, quasi intento a mettere in moto l'auto.
Spara prima un colpo di pistola contro Paolo, che
viene colpito ad una spalla e subito dopo un colpo con-
tro Antonella. Nel frattempo Paolo ha la prontezza di
far partire l'auto a marcia indietro. La Seat, però, dopo
aver attraversato trasversalmente la carreggiata, fini-
sce con le ruote posteriori in una cunetta a margine
della strada, sul lato opposto.
Il "Mostro", illuminato dai fari dell'auto, si avvicina
e dopo aver centrato con assoluta precisione entrambi
i fari, spara altri colpi contro i ragazzi, rimasti intrap-
polati nell'abitacolo. Antonella muore sul colpo, men-
tre Paolo dà ancora segni di vita quando arrivano sul
posto un'ambulanza e i carabinieri, avvertiti da alcune
persone che si erano trovate a passare da lì subito dopo
il delitto.
Paolo, trasportato all'ospedale civico di Empoli,
peggiora di ora in ora e nella mattina muore senza aver
ripreso conoscenza. Anche in questo caso, nel corso di
un accurato sopralluogo, vengono trovati 9 bossoli per
pistola calibro 22, tutti marca Winchester, con la lette-
ra "H" impressa sul fondello. L'esame comparativo dei
bossoli trovati sul posto con quelli degli altri crimini
conferma che sono stati esplosi tutti dalla stessa pisto-
la. Ma questa volta, a differenza delle altre, l'assassino
non ha compiuto il suo macabro rituale sul corpo della
giovane donna, probabilmente perché Paolo, pur
essendo stato ferito, aveva avuto la forza e la prontez-
za d'animo di mettere in moto la macchina e inserire la
retromarcia, tentando la fuga.
A questo punto, succede qualcosa di nuovo.
Un maresciallo dei carabinieri si ricorda di un delit-
to avvenuto nel 1968, quando era in servizio a Signa.
Due morti, Antonio Lo Bianco e Barbara Locci, uccisi
con una calibro 22. Incredibilmente, perché per legge
le prove devono essere distrutte dopo che il colpevole
di un crimine è condannato con sentenza definitiva,
ritrova i bossoli di quel delitto e li fa confrontare dagli
esperti balistici con quelli degli omicidi successivi.
La perizia balistica dà ragione all'intuito investigati-
vo del maresciallo. Sono gli stessi proiettili marca
Winchester con la stessa "H" impressa. Sparati tutti
dalla medesima arma, una pistola Beretta calibro 22.

Era il 22 agosto del 1968.


Nei pressi del cimitero di Signa, alle porte di
Firenze, in una stradina di campagna, era parcheggia-
ta un'Alfa Romeo Giulietta. Al suo interno, due aman-
ti: Antonio Lo Bianco, di 29 anni, e Barbara Locci, di
32, sposati, con figli. Stavano facendo l'amore sul sedi-
le anteriore, mentre il piccolo Natalino Mele, di 6 anni,
figlio della donna, dormiva disteso sul sedile posterio-
re. L'assassino colpiva le sue vittime sorprendendole in
quell'atteggiamento intimo, risparmiando dai colpi
della sua calibro 22 solamente il piccolo Natalino, che,
per il rumore degli spari, si svegliava scoprendo la
morte della madre e del suo amante.
Lei, Barbara, era di origine sarda e da anni si era
trasferita dal paese d'origine in Toscana. Aveva sposato
Stefano Mele, muratore, anche lui sardo, ma il loro
matrimonio era andato presto in crisi a causa dei
numerosi amanti della donna. Aveva cominciato a fre-
quentare, a Prato, sardi e siciliani, alcuni molto noti
alla cronaca nera toscana. Antonio Lo Bianco, di origi-
ne siciliana, era uno dei suoi ultimi amanti.
Le indagini, logicamente, si indirizzavano verso il
marito tradito, che, in un primo momento, cercava di
difendersi dall'accusa sostenendo che lui quella sera si
trovava a casa. Poi, però, faceva i nomi di altri sardi,
amanti della moglie. Prima quello di Francesco Vinci,
poi quello di Carmelo Cutrona e poi ancora quello di
Salvatore Vinci, fratello di Francesco. In particolare,
nel corso delle varie fasi processuali, insisteva molto su
Francesco Vinci indicandolo come ispiratore e orga-
nizzatore del delitto. Le varie versioni, però, non reg-
gevano e, così, alla fine, veniva condannato solamente
Mele: 14 anni di reclusione.
Adesso, dato il collegamento con il delitto del 1968,
le indagini per identificare il "Mostro" portano gli
inquirenti ad interessarsi di Francesco Vinci, abitante
a Montelupo Fiorentino, stesso paese di residenza di
Spalletti. Da questo momento, entra sulla scena delle
indagini la cosiddetta "pista sarda".
Vinci, che si trova in carcere perché imputato del
reato di maltrattamenti al coniuge 1 , viene indiziato per
il delitto del 1968 e per quelli successivi del "Mostro".
Deve dare spiegazioni su molte cose, ad esempio del
perché proprio dopo il delitto di Montespertoli, abbia
portato la sua auto sulla costa maremmana, abbando-
nandola.
Intanto, l'eccitazione collettiva esplode totalmente.
La gente è allarmata, presa completamente dalla
paura. La paura della campagna, delle colline, delle
strade scarsamente o per nulla frequentate, dell'oscu-
rità. La paura del "Mostro" che massacra senza pietà
coppie di giovani fidanzati, mutilando il corpo delle
donne per raggiungere un cupo e diabolico piacere
sadico.
E mentre Vinci è ancora in carcere, il "Mostro" si fa
di nuovo vivo con un altro duplice omicidio mettendo
in discussione anche la "pista sarda".

È la sera del 9 settembre 1983.


In un furgone con targa tedesca, fermo in uno spiaz-
zo di via di Giogoli al Galluzzo, vengono uccisi con la
solita pistola calibro 22 due ragazzi tedeschi in vacan-

1
Francesco Vinci era stato arrestato il 15 agosto 1982, mentre
si trovava ospite di un suo intimo amico, Giovanni Calamosca,
nella località "Coburaccia" di Firenzuola. Il Calamosca, proprieta-
rio terriero ed allevatore di bestiame, era in stretti rapporti di affa-
ri e di amicizia, nonché di collaborazione, con diversi sardi, alcuni
dei quali noti appartenenti all'Anonima sarda, quali Mario Sale e
Giovanni Farina.
za. Uwe Rusch, di anni 24, biondo e con capigliatura
lunga, tanto da sembrare una donna. E Horst Mayer,
anche lui di 24 anni.
Il "Mostro" spara sette colpi di pistola, quasi tutti
attraverso i finestrini laterali del furgone, da entrambi
i lati. Sul posto, si trovano solamente quattro bossoli,
marca Winchester, con la lettera "H" impressa sul fon-
dello.
Nel corso delle indagini vengono indagati i familia-
ri di Stefano Mele. In particolare il fratello Giovanni e
il cognato Stefano Mucciarini. Arrestati, vengono
accusati del primo delitto del 1968 e indiziati di tutti
gli altri omicidi. Le indagini, però, non fanno registra-
re nessun importante sviluppo e dopo qualche mese di
detenzione gli arrestati vengono scagionati.
Perché mentre sono in carcere si verifica un altro
delitto del "Mostro".

30 luglio 1984.
Alle ore 03,45 arriva una telefonata alla Centrale
Operativa dei carabinieri della Stazione di Borgo San
Lorenzo. Una persona, che non si qualifica, avvisa i
militari di correre subito a Boschetta di Vicchio. Ci
sono due ragazzi morti.
La notte è molto buia per la totale assenza della luna
e quando arrivano sul luogo indicato i carabinieri tro-
vano una Fiat Panda con all'interno il cadavere di un
giovane, identificato per Claudio Stefanacci, di anni
22, commerciante di Vicchio. Poco distante dall'auto, a
circa 6 o 7 metri da lui, dietro ad un cespuglio in un
campo d'erba medica, c'è il cadavere di una giovane
donna, visibilmente mutilato al seno sinistro, total-
mente asportato, identificata per Pia Rontini, di anni
18, barista di Vicchio.
Pia giace in posizione supina, senza vestiti, con la
testa rivolta verso l'autovettura e i piedi verso il campo
d'erba medica. Nella mano destra stringe una camicet-
ta e un reggiseno visibilmente intrisi di sangue. Le
gambe sono divaricate e distese. Il pube è completa-
mente asportato da un'arma da taglio.
Il luogo del delitto si trova sulla strada provinciale
Sagginalese, in un viottolo che si apre sulla destra,
dopo circa tre chilometri, venendo da Ponte a Vicchio
in direzione di Dicomano.
Sulla sinistra, parallelo alla strada provinciale, scor-
re il fiume Sieve.
Il viottolo sterrato, senza sfondo, leggermente in
salita, è largo poco più di due metri, forma una curva
a destra e termina dopo circa 60 metri contro le pendi-
ci di una piccola collina. Qui si trova la Panda, con la
parte frontale rivolta verso la strada provinciale e la
parte posteriore quasi attaccata alle pendici della colli-
na. Dalla parte opposta al bosco, a circa 300 metri, c'è
un casolare, l'unico della zona per un raggio di almeno
un chilometro, abitato da una vecchietta quasi sorda
che non aveva udito nulla.
L'auto ha il vetro dello sportello destro completa-
mente frantumato e sulla portiera di destra, al centro
circa della striscia paracolpi di plastica, impolverata, si
notano due aloni semicircolari ravvicinati, dovuti all'a-
sportazione della polvere. Sulla parte bassa, sul mon-
tante dove appoggia lo sportello dalla parte del passeg-
gero, proprio verso l'esterno accanto al sedile, ci sono
delle macchie di sangue e possibili segni di trascina-
mento a striature verticali che si ritrovano sul terreno
circostante.
A terra, dalla parte dello sportello destro, mezzo
metro circa prima della ruota anteriore, c'è un bossolo
calibro 22 marca Winchester con impressa la lettera
"H" sul fondello.
All'interno dell'auto la chiave d'accensione è ancora
inserita nel quadro. I sedili anteriori sono entrambi
reclinati in avanti, mentre sul sedile posteriore, a
destra e con le spalle verso l'esterno, c'è il cadavere di
Claudio, adagiato sul fianco sinistro e abbondante-
mente coperto di sangue. Presenta vistose lesioni d'ar-
ma da fuoco e da taglio. E senza pantaloni. Indossa
una maglia a mezze maniche, a righe blu e beige, mac-
chiata di sangue e un paio di slip, molto insanguinati
così come le calze di colore bianco.
Dentro la Panda ci sono altri quattro bossoli sempre
calibro 22 marca Winchester.
Le indagini, che procedono senza apprezzabili risul-
tati, restano orientate sull'ambiente dei sardi inquisiti
per i precedenti delitti, tanto che restano in carcere sia
Piero Mucciarini e Giovanni Mele, che Francesco
Vinci, finché nell'ottobre dell'84 il Tribunale della
Libertà ordina la scarcerazione dei primi due.
Nel contesto delle indagini, si decide di far traccia-
re un identikit psicologico-sociale del "Mostro". L'in-
carico viene affidato ad alcuni illustri esperti del-
l'Università di Modena, tra cui il professor Francesco
De Fazio, direttore dell'Istituto di medicina legale e
della scuola di specializzazione in criminologia clinica,
il professor Salvatore Luberto, psichiatra, docente all'i-
stituto di medicina legale e il professor Ivan Galliani,
psicologo, titolare della cattedra d'antropologia cultu-
rale.
Viene eseguito uno studio molto approfondito, con
l'aiuto anche del National Institute of Justice dell'F.B.I.
e del Bundeskriminalamt tedesco. Un lavoro molto
vasto, che prende in considerazione tutti i delitti e, in
particolare, le dinamiche materiali e psicologiche.
Oltre ad indicare il "tipo d'autore" dei delitti, lo studio
si prefigge anche lo scopo di vedere se gli aggressori
possano essere anche più di uno.
La conclusione dei periti indica nell'autore degli
omicidi un tipo criminale con le caratteristiche tipiche
del "Lustmorder": «inteso come soggetto che agisce
scegliendo i luoghi e le situazioni, ma non le vittime,
che gli sono in genere sconosciute, sotto la spinta di un
impulso sessuale abnorme, nel quale confluiscono
cariche aggressive profonde, sessualizzate (sadismo
sessuale) e un desiderio sessuale (ad orientamento
quasi sempre eterosessuale) che in genere non trova
altre vie di appagamento se non quelle dell'azione sadi-
ca e delle fantasie sadiche masturbatorie, nell'ambito
delle quali spesso si esaurisce la sua sessualità extra
delittuosa».
I periti precisano, inoltre, che «si tratta certamente
di un soggetto di sesso maschile, che agisce da solo, con
tutta probabilità destrimane, con una destrezza semi-
professionale nell'uso dell'arma da taglio e una cono-
scenza quanto meno dilettantistica dell'arma da fuoco».
Ed ancora che «le modalità dell'azione depongono
più per una iposessualità che non per una ipersessua-
lità, se non addirittura per una tipologia d'autore che
raramente è in grado di avere rapporti sessuali: da ciò
la conclusione che le maggiori probabilità sono per l'i-
potesi che l'omicida sia un uomo non perfettamente
integrato, sul piano affettivo e emotivo, con la figura
femminile».
Nel corso delle indagini, viene indagato anche
Giovanni Calamosca, un amico di Francesco Vinci e di
altri sardi, nei confronti del quale il padre della ragaz-
za uccisa ha svolto indagini per proprio conto. Ma
anche queste indagini finiscono nel nulla e tutti gli
indagati vengono prosciolti nel corso dell'istruttoria.
Passa poco più di un anno e ecco che il "Mostro"
colpisce ancora.
Per l'ultima volta.

La notte dell'8 settembre 1985, agli Scopeti, a pochi


chilometri di distanza dall'abitato di San Casciano Val
di Pesa, due turisti francesi accampati in una tenda di
tipo canadese, vengono uccisi con le stesse modalità e
con la medesima pistola calibro 22.
Lei si chiamava Nadine Mauriot, aveva 36 anni,
viveva ad Au de Encourt e aveva un negozio di calza-
ture a Montbeliard. Era separata dal marito e da alcu-
ni mesi conviveva con Jean Michel Kravechvili, di 25
anni, l'altra vittima. Si trovavano in Italia per un breve
periodo di ferie e, affascinati dalla campagna toscana,
dai suoi colori e dalla sua tranquillità, si erano accam-
pati agli Scopeti.
È domenica e sono da poco passate le 23.
Nadine e Jean Michel sono nella tenda e forse stan-
no facendo l'amore. Sono completamente nudi. Fa
molto caldo. Improvvisamente sentono il rumore pro-
vocato dal taglio della tenda sul lato posteriore. Ma il
"Mostro" non dà loro il tempo di rendersi conto di
quanto sta succedendo. Si presenta davanti all'ingresso
della tenda e da lì inizia a sparare diversi colpi di pisto-
la. Jean viene ferito e cerca di reagire fuggendo in dire-
zione del bosco. Il "Mostro", intanto, continua a spara-
re e poi, dopo un breve inseguimento, raggiunge il gio-
vane uccidendolo a colpi di coltello, alla schiena, al
collo, all'addome e al torace. A Nadine, rimasta inerme
dentro la tenda, viene asportato il seno sinistro e il
pube, completamente.
Nella tarda mattinata del giorno successivo, un gio-
vane di San Casciano, alla ricerca di funghi, trova i
cadaveri e avverte i carabinieri che trovano 9 bossoli
per pistola calibro 22, marca Winchester, con il fondel-
lo percosso, la maggior parte dei quali fuori dalla
tenda.
Vengono subito controllate e perquisite alcune per-
sone sospettate, i cui nominativi risultavano compresi
in un elenco appositamente compilato. Tra i sospettati
figurano Salvatore Vinci, fratello di quel Francesco
Vinci già indagato e prosciolto per gli analoghi delitti,
Piero Mucciarini, Giovanni Mele e Giovanni Cala-
mosca. In pratica i membri del cosiddetto gruppo
sardo sospettati per i precedenti duplici omicidi.
Ma tutti forniscono alibi che li tengono fuori da
immediate iniziative giudiziarie.
Intanto viene decisa una taglia di mezzo miliardo da
dare a chi avesse aiutato le Forze di Polizia a identifi-
care il "Mostro", mentre si intensificano le riunioni
degli inquirenti e si tengono vertici con la partecipa-
zione del Ministro dell'Interno. La situazione della
sicurezza pubblica assume aspetti drammatici. A ren-
derla ancora più drammatica arriva la notizia che il
Sostituto Procuratore Silvia Della Monica, unico magi-
strato donna che si occupa di quegli omicidi, ha rice-
vuto una lettera contenente un lembo di pelle del seno
di Nadine Mauriot. La lettera era stata imbucata poche
ore dopo il delitto. È quella la prima volta che il
"Mostro" si rivolge alla magistratura con un gesto che
può essere interpretato come una minaccia e, nello
stesso tempo, come una beffa.
Il gruppo sardo resta il principale inquisito. Almeno
fino al 14 dicembre 1989, quando il giudice istruttore
proscioglie definitivamente Salvatore Vinci, facendo
crollare l'ipotesi che faceva risalire al giro dei sardi il
nucleo centrale di tutta la vicenda. Dopo anni di inve-
stigazioni, pertanto, escono definitivamente di scena
Giovanni Mele, Piero Mucciarini e Francesco Vinci.
Le indagini tornano a zero.
Poi, il 12 novembre si affaccia sulla scena un altro
personaggio: Pietro Pacciani, contadino di 72 anni, ori-
ginario di Vicchio del Mugello, ma abitante, all'epoca
delle indagini, a Mercatale di San Casciano Val di Pesa,
sempre nella provincia fiorentina. A Pietro Pacciani
viene inviata un'informazione di garanzia che lo indica
come l'unico soggetto indagato per i delitti del "Mostro".
Ad accusarlo una serie di indizi e i risultati di alcu-
ne perquisizioni compiute nei luoghi in cui vive, dove
vengono ritrovati: un portasapone e un blocco da dise-
gno, che si ritengono appartenuti ai turisti tedeschi,
uno straccio simile a quei pezzi di stoffa che avvolge-
vano l'asta guidamolla inviata anonimamente ai cara-
binieri. Ma soprattutto, un bossolo calibro 22 marcato
"H" che porta su di sé segni compatibili con la pistola
del "Mostro".
Dopo otto mesi di dibattimento la Corte D'Assise di
Firenze ritiene le prove sufficienti e il 1° novembre
1994 condanna Pietro Pacciani per tutti i duplici omi-
cidi avvenuti dal 1974 al 1985 e firmati dalla stessa
Beretta calibro 22. Lo assolve solo per il delitto del 1968.
Per la Corte D'Assise, Pietro Pacciani è il "Mostro" di
Firenze.
Il processo d'appello viene fissato per il 29 gennaio
1996.
Le prove a carico di Pacciani, così "certe" per il
primo dibattimento, appaiono molto deboli ancora
prima del processo d'appello, tanto che si profila l'ipo-
tesi di una assoluzione. E poi resta ancora un dubbio
da accertare: il killer ha agito da solo o assieme ad
alcuni complici?
È qui, a questo punto, che entra in scena Michele
Giuttari, il nuovo capo della Squadra Mobile di
Firenze.
Il 15 ottobre 1995, dopo poco più di quattro anni
alla Direzione Investigativa Antimafia, prima al Centro
Operativo di Napoli e poi a quello di Firenze, il dottor
Giuttari rientra nell'Amministrazione di provenienza,
quella della Polizia di Stato, in cui si era arruolato il 15
gennaio 1978. L'incarico è quello di "Capo della
Squadra Mobile" della Questura di Firenze.
Nella DIA, Michele Giuttari si era occupato di inda-
gini che avevano riguardato sia la "Camorra" che "Cosa
Nostra" siciliana. Un'esperienza che unita alle cono-
scenze del fenomeno mafioso già ottenute indagando
sulla "N'drangheta" calabrese gli consente di poter affi-
nare la conoscenza delle tecniche investigative, specie
di quelle attinenti al settore dell'informatica. Risultato:
il rinvio a giudizio di boss mafiosi mandanti e esecuto-
ri di sei stragi compiute tra il 1993 e il 1994, tra cui
quelle di Roma e Firenze. Ma Michele Giuttari è
soprattutto un "poliziotto da Squadra Mobile", da uffi-
cio investigativo, da indagine sul campo. Quelle alla
Questura di Reggio Calabria prima e poi a quella di
Cosenza, al Nucleo Anti Sequestro, dove si occupa di
numerosi sequestri di persona.
A Firenze porta un metodo basato in gran parte sul-
l'investigazione tradizionale: partire dai fatti, dai parti-
colari, dai dettagli, anche quelli apparentemente più
insignificanti e sviluppare un processo logico, che con-
senta di poter trarre con ragionevole certezza una pre-
cisa conclusione. A questo aggiunge l'esperienza matu-
rata soprattutto in Calabria, nelle indagini sui seque-
stri di persona a scopo di estorsione, un tipo particola-
re d'indagini, che a seconda dei sequestri si prolunga-
no per mesi e anche per anni. Indagini che richiedono
costante impegno e sentita immedesimazione nelle
vicende delittuose. E cura del particolare, di quella pic-
cola traccia rilevabile dalle manifestazioni esterne dei
criminali che possa rappresentare un "errore" da uti-
lizzare sul piano investigativo e operativo. E l'indagine
psicologica, essenziale per poter interpretare la gestua-
lità, i comportamenti, le espressioni sia dei testi che
degli indagati e comprendere l'attendibilità delle per-
sone esaminate o indagate con le attività tipiche della
polizia giudiziaria, come intercettazioni telefoniche e
perquisizioni.
Tra le pratiche che Michele Giuttari trova sulla sua
scrivania di "Capo della Squadra Mobile" c'è il famoso
caso del "Mostro di Firenze". In particolare, quel
nuovo filone dell'inchiesta, che, partendo dalla motiva-
zione della sentenza di primo grado della Corte
D'Assise del Tribunale di Firenze, che aveva ricono-
sciuto Pietro Pacciani responsabile degli omicidi, era
rivolto ad accertare se Pacciani avesse avuto uno o più
complici, come era affiorato dall'istruttoria dibatti-
mentale in relazione al duplice delitto dell' 8 settembre
1985, avvenuto in località Scopeti di San Casciano 2 .

2
Cfr. Sentenza Corte D'Assise di Firenze - pagg. 441/445 - . In
particolare, si richiama il seguente passo: «...Se allora sulla scena
dei delitti non risalta in maniera obbiettiva l'intervento di eventua-
li complici, ciò, di per sé solo, non implica affatto che essi, uno o
più, non possano essere stati presenti al momento della commis-
sione di uno o più episodi criminosi. Se, infatti, come si è visto, l'a-
nalisi della dinamica materiale dei delitti non è affatto compatibile
con la presenza e l'agire della sola presenza dell'assassino, bisogna
pur dire che, inversamente, neppure sono emersi elementi che pos-
sano far escludere, in via di principio, la presenza, sul luogo del
delitto o in luoghi viciniori, di possibili complici del Pacciani con
funzioni di appoggio o ausilio. Al contrario, anzi, di tale presenza
vi è prova sicura ed inequivoca nella ricordata deposizione del teste
Nesi Lorenzo (supra, pag. 147 e segg.), il quale la notte dell'ucci-
sione dei giovani francesi aveva visto sfilare davanti a sé sulla Via
di Faltignano, in orario che si è visto perfettamente compatibile
con quello di commissione del duplice omicidio, la Ford Fiesta del
Pacciani, il quale aveva accanto a sé un individuo che il Nesi non
era stato in grado di riconoscere, ma che, stante la particolare
situazione di tempo e di luogo, non poteva che essere strettamente
intrinseco a_lui e, quindi, al crimine da poco commesso.
Significativa è poi al riguardo anche la già esaminata deposizione
del teste aw. Giuseppe Zanetti (supra, pag. 216 e segg.), il quale ha
narrato di aver visto, più volte, nei giorni immediatamente prece-
denti l'assassinio dei francesi, una Ford Fiesta che la Corte ha sta-
bilito essere con ogni verosimiglianza quella del Pacciani, posteg-
giata in varie zone lungo la via degli Scopeti, ed un paio di volte
fermo accanto ad essa un individuo che non era certamente l'im-
putato e che non sembrava far nulla di particolare se non, come
ritenuto fondatamente dalla Corte, attendere il rientro di costui da
una delle numerose ricognizioni che aveva fatto nei boschi in pre-
Le indagini sui delitti del "Mostro" lo porteranno a
scoprire una verità destinata a cambiare la considera-
zione abituale del concetto stesso di Serial Killer.
Una verità inquietante, dai risvolti agghiaccianti e
pericolosi.
La vera storia dei "Mostri di Firenze".

parazione del duplice delitto. Deve dunque concludersi che, alme-


no per tcile ultimo episodio, vi è prova certa del fatto che il Pacciani
avesse accanto a sé quella sera un'altra persona, quella vista dal
teste Nesi Lorenzo, probabilmente ma non necessariamente la stes-
sa vista dal teste Zanetti...». Ed ancora, di seguito: «...La possibile
presenza di un complice, che potrebbe aver aiutato il Pacciani a
trascinare fuori il corpo delle vittime dopo la commissione dell'o-
micidio potrebbe trovare indiretta conferma nelle impronte digita-
li e nelle altre tracce che furono riscontrate sulla Fiat Panda, all'in-
terno della quale, nella notte del 29 luglio 1984, sulla Via
Saggilanese di Vicchio di Mugello, erano stati assassinati Pia
Rontini e Claudio Stefanacci...».
L'INCHIESTA

I TESTIMONI DIMENTICATI

Il 15 ottobre 1995 prendevo servizio alla Questura di


Firenze con l'incarico di Capo della Squadra Mobile.
Il lavoro, che trovavo sulla mia nuova scrivania, era
quello dei delitti del "Mostro". Infatti, l'ufficio del
Pubblico Ministero mi aveva subito inviato gli atti di
quella vicenda giudiziaria, allo scopo di accertare se
Pietro Pacciani, quanto meno per il duplice omicidio
del 1985 ai danni dei due turisti francesi, fosse stato
aiutato da complici, così come la Corte di Assise aveva
scritto nella motivazione della sentenza di condanna
dello stesso Pacciani. Oltre agli atti processuali, mi feci
portare in visione anche tutti i fascicoli dell'indagine
esistenti negli archivi della Squadra Mobile.
Mi avvicinavo alla lettura di quegli atti con grande
interesse e attenzione, animato anche da una forte
curiosità professionale e senso di pietà per quelle gio-
vani vittime, rimaste innocentemente coinvolte in una
vicenda tanto feroce quanto nota in tutto il mondo.
Vicenda, che, sino a quel momento, avevo conosciuto
superficialmente attraverso le notizie di stampa.
Man mano che andavo avanti, ecco che, a poco a
poco, affioravano, come dei fantasmi, diversi testimo-
ni, dimenticati nei polverosi fascicoli della cosiddetta
SAM, la Squadra Antimostro. Quella stessa Squadra
Antimostro, che, d'altro canto, aveva scoperto il nome
del Pacciani, indagandolo.
Chi erano questi testimoni?
Erano persone che avevano riferito fatti interessan-
ti certamente per una fedele ricostruzione dei delitti e,
in particolare, per quelli del 1984 e del 1985. Erano
persone, quasi tutte, che non si conoscevano tra di loro
e che avevano testimoniato, presentandosi spontanea-
mente alle Forze di Polizia, o subito dopo la scoperta
dei delitti ovvero successivamente durante le indagini
e il processo a carico di Pacciani.
Vediamole, adesso, singolarmente, queste persone
risvegliandole da quel letargo in cui erano state fatte
cadere e che erano destinate a rimanere per sempre
nell'oblio giudiziario. Le distinguo in relazione ai delit-
ti, così come si presentarono a me nel corso della
prima lettura.

1. A proposito dell'omicidio di Pia Rontini e Claudio


Stefanacci, mi sembravano particolarmente interes-
santi le testimonianze rese dai coniugi Andrea Caini e
Tiziana Martelli e da Maria Grazia Frigo.
I coniugi, la notte del delitto, stavano tornando nella
loro abitazione di Fiesole, dopo essere stati ad una
festa per l'anniversario di matrimonio dei genitori
della Martelli in località Santa Margherita, tra San
Martino a Scopeto/Bricciana e la via Sagginale. Erano
circa le ore 24 quando si erano fermati ad una fonte
che si trova lungo la strada sterrata che dalla provin-
ciale sagginalese (S.P. 41) conduce a San Martino a
Scopeto e a Bricciana, località che si trovano proprio a
ridosso della piazzola del delitto. Ad un certo punto,
avevano visto transitare, proprio da quel posto, a forte
velocità - tenuto conto del fondo stradale sterrato e
dell'andamento tortuoso della strada - due macchine,
una scura e un'altra più chiara, guidate da conducenti
robusti e adulti, con direzione San Martino a
Scopeti/Dicomano. Si erano insospettiti per quell'inso-
lito passaggio di auto sia per l'ora tarda sia per la velo-
cità, anche perché mai, precedentemente, frequentan-
do loro quei luoghi da anni, avevano notato una situa-
zione analoga. Per loro, che erano soliti passare da
quei posti per recarsi dai parenti, era sembrato subito
strana quella circostanza, ma ancora non avevano
appreso la notizia del delitto.
Una volta, invece, che avevano saputo quanto si era
verificato poco prima di quell'ora, nella piazzola di
Vicchio, mossi da un forte senso civico di collabora-
zione con la Legge, si erano presentati agli investigato-
ri della Polizia, riferendo la circostanza relativa a quel
sospetto transito d'auto che aveva attirato la loro atten-
zione. Le loro dichiarazioni, però, non erano state
prese nella dovuta considerazione dagli investigatori
dell'epoca, tanto che, in quella circostanza, non furono
neppure verbalizzate.
Il 21 luglio 1994 - vale a dire mentre era in corso la
celebrazione del processo contro Pietro Pacciani
dinanzi alla Corte D'Assise di Firenze - i coniugi Caini,
convinti che quanto da loro visto fosse da ricollegare al
delitto, si erano presentati nuovamente, di loro sponta-
nea volontà, in Questura, alla Squadra Antimostro. In
tale occasione, certi che quanto da loro notato quella
notte potesse essere utile, avevano specificato che si
erano nuovamente presentati poiché avevano pensato
che forse il loro racconto, non verbalizzato a suo
tempo, fosse stato dimenticato dagli investigatori.
Quindi, le loro dichiarazioni, questa volta, venivano
verbalizzate, senza, però, che fossero portate a cono-
scenza dei giudici del dibattimento.
Il Caini Andrea, in particolare, aveva riferito: le due
auto che marciavano ad una velocità approssimativa di
60 km l'ora dimostravano due cose: la prima, che non
doveva trattarsi di persone residenti in quei posti perché
una macchina levava un polverone rispetto a quella
seguente e, la seconda, che in ogni caso davano l'impres-
sione di essere insieme e di conoscere bene la strada. La
prima auto aveva i fari anteriori rettangolari, poteva
essere una due volumi, oppure anche una tre volumi,
comunque con il cofano della bauliera corto (...) La
seconda auto poteva essere rossa (...) Entrambe erano
vetture di media cilindrata; la seconda auto mi colpì per-
ché commentammo così la scena: ma guarda questo qui
che sta attaccato alla macchina che precede con le sole
luci di posizione accese! Ambedue i conducenti avevano
una sagoma robusta e non erano giovani... Costoro
andavano in direzione opposta alla nostra; quindi da
San Martino a Scopeto verso Dicomano.
La moglie, Tiziana Martelli, sostanzialmente aveva
confermato le medesime circostanze, essendo stata
anche lei testimone del transito di quelle due auto
sospette.
Entrambi avevano detto che con loro, quella notte,
c'erano alcuni anziani familiari, deceduti nel 1987 e
nel 1988. Altri testimoni, questi, che, purtroppo, erano
scomparsi per cause naturali e che, a suo tempo, non
erano stati ascoltati.
La testimone Maria Grazia Frigo, di origine milane-
se e di professione artigiana in un'impresa a carattere
familiare, aveva dichiarato di aver notato un'autovet-
tura di media cilindrata e di marca di nazionalità este-
ra, che procedeva a fari spenti nella zona del delitto in
orario quanto mai interessante. Così risultava da una
relazione compilata dal Pubblico Ministero, al quale il
2 dicembre 1992 la donna aveva spontaneamente tele-
fonato in ufficio e, successivamente, dal verbale del 4
dicembre 1992, redatto, su delega del Pubblico Mini-
stero, dalla Squadra Antimostro.
In tale atto, tra l'altro, la teste aveva specificato: per-
correvamo, intomo alle ore 23,55, quella strada (la
donna insieme al marito e alla figlia di 10 anni torna-
va da una casa di parenti situata a circa un chilometro
dal luogo in cui ha incontrato l'auto) con provenienza
dalla fattorìa La Rena e eravamo diretti verso la via
denominata Sagginale. Tale strada ha sbocco nelle vici-
nanze del luogo del duplice omicidio. A circa un chilo-
metro dal termine della strada sterrata incrociammo una
macchina con alla guida una persona che non accenna-
va a rallentare e procedeva con accesi i soli fanalini di
posizione. Tale condotta mi aveva preoccupato, anche se
mio marito mi tranquillizzò dicendo: vedrai che si fer-
merà. La persona che ho notato aveva un'età intomo ai
50 anni con capelli brizzolati, tagliati a spazzola e indos-
sava una camicia a quadri con maniche rimboccate
aperta sul collo. Il suo sguardo era deciso e determinato
(...) In merito all'autovettura posso affermare che questa
era di media cilindrata, certamente non di marca italia-
na. Circa il colore non voglio esprìmermi con assoluta
certezza anche se ritengo che propendesse per lo scuro.
Non era dotata di poggiatesta. Un altro particolare che
desidero verbalizzare è quello di aver udito tra le 22,30 e
le 23,00 di quella sera un colpo che ho attribuito ad
un'arma da fuoco mentre mi trovavo nel giardino della
famiglia Bianchi da dove provenivo e che si trova subito
dopo la fattorìa La Rena (...).
Nel corso della deposizione, la donna aveva dichia-
rato anche di riconoscere nella persona del Pacciani,
visto fotografato sui giornali e ripreso in televisione, la
persona, notata alla guida di quell'autovettura. Aveva,
infatti, affermato:
Riconosco con certezza nella foto contrassegnata dal
numero 5 l'effigie della persona che notai quella notte
nella circostanza sopra accennata. In particolare, rico-
nosco, oltre che il volto e i capelli, il collo taurino e lo
sguardo determinato.
Notavo che, nella deposizione alla SAM non c'era
traccia del colore dell'auto, che, invece, era presente
nella relazione del Pubblico Ministero. In quest'ultimo
atto, infatti, leggevo che la donna aveva riferito che si
trattava di un'auto di colore rosso, mentre al persona-
le della SAM aveva riferito che il colore era scuro.
Anche le dichiarazioni della testimone Frigo non
avevano avuto alcun seguito e erano rimaste custodite
negli atti d'ufficio.
L'analisi delle testimonianze, inspiegabilmente non
valutate positivamente a suo tempo dagli investigatori,
mi consentiva di fare alcune riflessioni.
Innanzi tutto, deducevo che, nella zona del delitto,
quella notte, c'erano due autovetture sospette. Queste,
secondo le dichiarazioni del Caini e della moglie, erano
una di colore chiaro e l'altra di colore scuro, verosimil-
mente rossa. Quest'ultima con le sole luci di posizione
accese - e, quindi, quasi al buio - seguiva, in posizione
molto ravvicinata, l'altra autovettura. Secondo le
dichiarazioni della Frigo, nella medesima zona, c'era
un'autovettura sospetta, con le sole luci di posizione
accese, alla cui guida era stato riconosciuto il Pacciani.
Anche la Frigo aveva parlato di un'auto di colore rosso
o, comunque, che, secondo i suoi ricordi, propendeva
per lo scuro.
Rilevavo, quindi, un'impressionante analogia nei
racconti dei due gruppi di testi soprattutto in relazio-
ne, oltre che agli orari — pressoché coincidenti -, anche
per lo specifico particolare dell'auto, che procedeva
con le sole luci di posizione accese in una strada secon-
daria, con fondo sterrato, buia e polverosa. Trovavo
una plausibile spiegazione alla circostanza che la Frigo
avesse visto un' unica auto e gli altri testi, invece, due
macchine, nel fatto che gli orari forniti erano di poco
sfalsati e i luoghi erano a pochissimi chilometri di
distanza l'uno dall'altro. Ipotizzavo, così, che le due
auto si fossero ricongiunte dopo aver percorso, separa-
tamente, il tratto di strada compiuto dalla Frigo e che
era quello più prossimo alla piazzola dell'omicidio.
Altro particolare, che mi aveva colpito, era rappre-
sentato dalla descrizione, anche se sommaria, fatta
delle persone alla guida dei mezzi.
Infatti, gli autisti segnalati dai coniugi avevano una
sagoma robusta e non erano più giovani. La persona
segnalata dalla Frigo era non più in età giovanile, di
circa 50 anni, forte.
Rilevavo, ancora, che esisteva una perfetta coinci-
denza degli orari in cui i testi avevano notato le circo-
stanze riferite (intorno alle 23,55, la Frigo e, verso le
ore 24, i coniugi): orario perfettamente compatibile
con quello in cui l'autore e, verosimilmente, il suo com-
plice si erano allontanati dal luogo del crimine. La
Frigo aveva anche riferito del colpo d'arma da fuoco
sentito intorno alle 22,30/23,00.
Gli orari mi apparivano molto attendibili, poiché
sicuramente dall'inizio dell'azione esecutiva fino alla
sua conclusione, che comprendeva la< pratica dei noti
rituali, necessariamente doveva essere trascorso un
certo intervallo di tempo. Accreditavo ancora di più l'i-
potesi che le macchine fossero da ricollegare al delitto
dopo una ricognizione della zona, fino ad allora a me
sconosciuta.
Infatti, per rendermi direttamente conto dello stato
di quei luoghi e poter, quindi, ricostruire, nella manie-
ra più fedele possibile, i racconti dei testi, andai in
quelle località. Mi apparve, così, di grande interesse
investigativo, non solo l'estrema vicinanza dei luoghi
indicati dai testi alla piazzola dell'omicidio, ma anche,
e soprattutto, il fatto che questi luoghi si trovavano
lungo una strada sterrata sicuramente percorribile,
specie nelle ore serali e notturne, esclusivamente dagli
abitanti delle poche coloniche esistenti. E, come risul-
tava dalle testimonianze raccolte, compresi che, per la
velocità mantenuta dalle auto e per le modalità di
guida, effettivamente quegli autisti non dovevano esse-
re del posto. Molto importante era anche lo stretto
intervallo di tempo, intercorso tra l'ora del delitto e
l'avvistamento dei mezzi: mi convincevo sempre di più
che quelle fossero le auto degli assassini.

2. Anche riguardo all'uccisione di Nadine Mauriot e


Jean M. Kravechvili, rilevavo l'esistenza di alcune testi-
monianze, utili per una più precisa ricostruzione del-
l'episodio delittuoso.
Infatti, l'esame dell'attività di indagine, svolta a suo
tempo, mi consentiva di poter conoscere alcune testi-
monianze, che ritenevo di specifico interesse investi-
gativo, in particolare, per i riferimenti spazio-tempo-
rali dei fatti e delle circostanze riferite. Riferimenti
che, a mio giudizio, potevano essere riconducibili alle
attività preparatorie e a quelle esecutive del duplice
omicidio.
Vediamo questi testi, anch'essi dimenticati e, per-
tanto, completamente sconosciuti ai giudici della Corte
D'Assise.
Stepman Sharon, di origine americana, tecnico nel
settore della stampa, si era presentata spontaneamente
ai carabinieri il 10 settembre 1985, dopo aver appreso
la notizia del delitto. Aveva riferito che quella notte,
verso le ore 23, tornando a casa dopo aver lasciato un
amico, nel percorrere Via di Scopeti verso Firenze,
giunta poco prima del ristorante "La Capannina",
aveva notato un'autovettura di media cilindrata, di
colore bianco, squadrata nella parte anteriore. Il con-
ducente nell'uscire dalla stradina che conduce al luogo
del delitto, alla vista dell'auto della donna, aveva spen-
to le luci facendo marcia indietro con l'evidente scopo
di non farsi vedere.
In un successivo interrogatorio, la donna aveva pre-
cisato di aver avuto l'impressione che, a bordo, ci fosse
un'altra persona.
La circostanza era stata confermata anche dall'ami-
co della donna, Valeriano Raspollini, organizzatore di
mostre d'arte moderna. Costui aveva dichiarato di
avere, per primo, ricevuto la confidenza da parte della
sua amica, che aveva accompagnato alla stazione dei
carabinieri, ritenendo che la conoscenza di quel rac-
conto, da parte degli inquirenti, potesse essere utile per
le indagini.
Un altro testimone, Pordoli Giuseppe, operaio, pre-
sentatosi spontaneamente anche lui ai carabinieri di
San Casciano il 10 settembre del 1985, aveva dichiara-
to: per circa una settimana, ovvero dal 2 corrente fino a
giovedì 5, ho notato, sul luogo dove sono stati uccisi i
due giovani, una tenda, le cui dimensioni mi sfuggono,
e due autovetture di colore bianco, una più chiara e l'al-
tra più scura ... per circa 15 giorni, prima del duplice
omicidio, ho notato poco lontano dal luogo in questione
una motocicletta dal colore non unito. Ricordo che era a
strìsce multicolori come giallo verde o bianco. Non ho
notato la targa; solo la sigla FI. Accanto ho notato sem-
pre una persona che si aggirava nei paraggi. Poteva avere
l'età di 40 anni circa, corporatura robusta, alto 1,75
circa, capelli castano chiaro e radi di taglio normale.
Tutte le sere faccio ritomo da Firenze con la mia auto-
vettura percorrendo la via degli Scopeti. Questo avviene
sempre verso le 17 circa. In tali occasioni, come precisa-
to, da circa 15-20 giorni a questa parte ho notato la per-
sona e la motocicletta suddetta. Penso che la motociclet-
ta possa essere di media cilindrata (...).
Carmignani Sabrina, collaboratrice nell'azienda
agricola familiare, anch'essa sentita a verbale dai cara-
binieri il 9 settembre 1985, aveva dichiarato: verso le
ore 17,30 circa di ieri 8 corrente, unitamente al mio
fidanzato Galli Mauro (...) ci siamo recati agli Scopeti
nel punto in cui sono stati rinvenuti i cadaveri di due
persone in data odierna. Preciso che ci siamo fermati
vicinissimo alla tenda, molto piccola, di colore grìgio
chiaro. Poiché pensavamo di disturbare la gente che
eventualmente vi fosse dentro a dormire, sempre a bordo
della nostra autovettura, siamo tornati indietro, ferman-
doci a pochi metri di distanza. Abbiamo consumato un
panino...ricordo che davanti alla tenda che si affaccia
verso la strada ho notato un po' di sporco...ricordo bene
che vicino alla tenda c'era una macchina di colore chia-
ro, mi sembra, anzi sono sicura che era una Golf i cui
fari erano orientati verso la tenda a distanza di circa un
metro e mezzo. Siamo andati via dal posto dopo circa
una mezz'ora dall'arrivo. Mentre stavamo andando via è
arrivata un'altra autovettura con una persona a bordo.
Era una macchina tipo Regata, ma si trattava di un'au-
to che non so descrivere, anche perché non ho dato
importanza alla cosa (...) Molto spesso si notano, nella
zona del delitto, uomini da soli a piedi, i quali, quando
vedono i fari delle macchine, si girano di spalle per non
farsi riconoscere (...).
Taylor James, di origine americana, fotografo, in
vacanza in Italia presso un'amica di San Casciano, pre-
sentatosi spontaneamente ai carabinieri il 9 settembre
1985 subito dopo aver appreso la notizia dell'omicidio,
aveva riferito che, intorno alla mezzanotte del giorno
precedente, passando in auto dal luogo del delitto,
aveva notato ferma sulla strada, proprio in prossimità
della piazzola, dove erano stati uccisi i due francesi,
un'autovettura Fiat 131 di colore grigio argentato.
Weber Petra, di origine tedesca, in vacanza a San
Casciano, il giorno 12 settembre 1985, si era presenta-
ta ai carabinieri raccontando che, la notte del delitto,
mentre si trovava nel giardino della casa, dove era
ospite, che è molto vicina in linea d'aria al luogo del-
l'omicidio, verso le ore 24 aveva udito un rumore come
di «stappo di una bottiglia», proveniente proprio dalla
direzione della piazzola. Aveva riferito che la propria
madre aveva anche lei udito quel rumore. Secondo la
madre, però, quello era un colpo d'arma da fuoco.
Aveva avuto paura di rimanere fuori, in giardino, e il
giorno dopo, era tornata in Germania.
Rufo Giancarlo, costruttore, proprietario della casa
colonica che si trova sull'altro lato della strada, proprio
di fronte alla piazzola del delitto, interrogato il 10 set-
tembre 1985 aveva riferito di non aver notato nulla di
particolare durante la sua permanenza in quella casa
nel pomeriggio di domenica 8. Disse, inoltre, che, quel
giorno, aveva avuto ospiti alcuni amici, tra cui i coniu-
gi Chiarappa, che, però, non erano stati interrogati.
De Faveri Marcella in Chiarappa, insegnante, senti-
ta dieci anni dopo, il giorno 11 ottobre 1995, aveva
dichiarato che, intorno alle ore 14,30/15,00 dell' 8 set-
tembre 1985, insieme al marito, era andata a trovare
l'amico Rufo Giancarlo. Nel fare manovra per svoltare
e entrare nel cancello della casa colonica aveva notato,
ferma sul lato destro della carreggiata e in posizione
tale da ostacolare la manovra di svolta, un'autovettura
dalla forma tronca dietro, di colore rosso, sicuramente
non più nuovo né brillante, ma sbiadito.
Aveva anche precisato che, al momento dell'arrivo,
quindi nel pomeriggio, aveva visto, proprio nei pressi
di quell'auto, due uomini, dei quali aveva fornito le
seguenti descrizioni:
A) uno era un uomo di mezza età, di corporatura tipo
squadrata, di media altezza, senza collo, con testa dal
taglio rettangolare, che mi dava l'apparenza di essere un
contadino. Costui stava appoggiato al cofano motore
della macchina (cioè alla parte anteriore indirizzata
verso San Casciano) guardando in avanti, lungo la stra-
da. Mi dava l'impressione d'avere i capelli tagliati corti
B) il secondo personaggio era appoggiato sul lato
destro dell'auto e guardava il bosco. Questi dava l'im-
pressione di essere un po' più alto del precedente e come
figura sembrava meno grezzo dell'altro (...).
Vittorio Chiarappa, maestro di musica, marito della
De Favero, interrogato anche lui il giorno 11 ottobre
1995, aveva fornito una versione dei fatti analoga a
quella della moglie, specificando:
(...) notai che c'era parcheggiata, parallelamente alla
strada, con il davanti in direzione di San Casciano, una
vettura di colore rosso sbiadito, di forma squadrata, con
il dietro tronco. Notai anche che c'era un uomo che,
mostrando le spalle, guardava in direzione del viottolo
che conduceva al luogo del delitto. Quest'uomo non si
muoveva e stava appoggiato al tetto dell'auto, dalla parte
dell'asfalto in modo tale che io potevo vederlo solo di
spalle (...) Osservai l'uomo anche quando scesi con la
mia macchina a Firenze da solo, intorno alle 15,30, e mi
colpì molto il fatto di ritrovarlo, nella medesima posizio-
ne, dopo circa un'ora e mezza, intorno alle 17, quando
rientrai alla colonica del Rufo (...) Egli era di corporatu-
ra grossa di mezza età (...).
Quindi, dall'analisi delle testimonianze, emergeva
che nella zona del delitto, e nell'ora della sua realizza-
zione, c'era un'auto di media cilindrata di colore bian-
co squadrata nella parte anteriore. Dentro, oltre all'au-
tista c'era, forse, un'altra persona. Nel pomeriggio,
invece, c'era, in sosta, un'auto dalla forma tronca nel
retro, di colore rosso sbiadito, nei pressi della quale
erano stati notati due uomini. Uno di questi guardava
verso il bosco e, in pratica, proprio in direzione della
tenda dei due francesi. Emergeva, inoltre, che quella
notte c'era, ferma sulla strada in prossimità del luogo,
una Fiat 131 color argento e che, nel pomeriggio, pro-
prio nella piazzola, c'era un'auto, tipo Fiat Regata.
I testimoni dimenticati, con le loro dichiarazioni
fino ad allora completamente ignorate, erano final-
mente usciti dal profondo sonno in cui erano stati fatti
cadere e davano concretezza all'ipotesi segnalata nella
sentenza di condanna del Pacciani, secondo cui, alme-
no per gli omicidi del 1984 e del 1985, potevano esser-
ci stati dei complici.
La Corte D'Assise, infatti, nel riconoscere colpevole
dei delitti il Pacciani, aveva messo in risalto le testimo-
nianze dibattimentali di Nesi Lorenzo, Longo Ivo e
Zanetti Giuseppe, che si erano presentati spontanea-
mente nel corso del dibattimento. Il primo aveva rife-
rito che, la notte dell'uccisione dei due francesi, aveva
visto sfilare davanti a sé nella via di Faltignano - una
strada a meno di 2 km dal luogo del delitto - la Ford
Fiesta del Pacciani con un altro passeggero a bordo che
non era stato in grado di riconoscere. L'orario era per-
fettamente compatibile con quello di commissione del-
l'omicidio.
Longo Ivo aveva dichiarato che quella notte, sulla
superstrada Siena-Firenze, aveva riconosciuto il
Pacciani alla guida di un'auto, che non era la Ford
Fiesta.
Zanetti Giuseppe aveva raccontato di aver visto più
volte, nei giorni precedenti al delitto, una Ford Fiesta,
simile a quella del Pacciani, posteggiata in varie zone
lungo la via degli Scopeti e un paio di volte, fermo
accanto ad essa, un uomo che non era certamente il
Pacciani e che, per i giudici, poteva essere qualcuno
che aspettava il ritorno del Pacciani da una ricognizio-
ne dei luoghi.
La Corte D'Assise, a proposito del delitto di Vicchio,
aveva ipotizzato la presenza sul luogo di un complice,
che doveva aver aiutato il Pacciani ad estrarre dall'au-
to il corpo della ragazza. Questo convincimento si fon-
dava sul fatto che gli esperti della polizia scientifica
avevano riscontrato sulla Panda alcune impronte digi-
tali sul montante superiore dello sportello destro,
sopra la cornice del finestrino, nonché due aloni da
spolveratura, di forma semi circolare, sulla fascia para-
colpi di plastica nera. Quest'ultima, a giudizio dei peri-
ti, sarebbe stata l'impronta del ginocchio di una perso-
na alta m 1,80 e forse più. Sicuramente non di Paccia-
ni, che è molto più basso.
I giudici avevano ipotizzato, quindi, che l'eventuale
complice avesse tenuto aperta la portiera destra dell'au-
to mentre l'omicida trascinava fuori il cadavere della
Rontini. L'auto, peraltro, per la sua posizione a ridosso
della collina, era accessibile solo dallo sportello destro e
il corpo della giovane giaceva nel pianale posteriore.
Così i testimoni dimenticati mi offrivano elementi
che dovevo prendere in considerazione in una prospet-
tiva di sviluppo dell'indagine.
A quel punto, mi sembrava ovvio condividere l'im-
pulso investigativo fornito dai giudici della Corte
D'Assise.
Non ero ancora in grado di valutare gli indizi rac-
colti a carico del Pacciani (il rinvenimento di un bloc-
co da disegno Skizzen Brunnen e di un portasapone,
simili a quelli appartenuti a Horst Meyer; il rinveni-
mento, nell'orto annesso all'abitazione di Pacciani, nel
corso di una perquisizione effettuata il 29 aprile 1992,
di una cartuccia per pistola calibro 22 Long Rifle, con
impressa sul fondello la lettera "H"; l'invio, per posta,
il giorno 25 maggio 1992, al Maresciallo dei carabinie-
ri di S. Casciano Val di Pesa, di una lettera, spedita
quello stesso giorno da quel Comune, all'interno della
quale, oltre ad una missiva anonima, c'era un'asta
porta molla per pistola avvolta in due pezzi di stoffa,
alcune parti della quale erano state trovate nell'abita-
zione del Pacciani), ma mi appariva evidente, ai fini
della sua responsabilità, il suo carattere vistosamente
violento e la chiara mendacità delle sue dichiarazioni,
in particolare quella sull'alibi, falso, da lui fornito sulla
sera del delitto del settembre 1985. Ritenevo inoltre di
grande rilievo la testimonianza della Frigo, di cui la
Corte d'Assise non aveva saputo nulla.
Dopo la rilettura degli atti, quindi, l'orizzonte inve-
stigativo mi appariva più ampio di quanto non lo fosse
stato nella prima inchiesta sul Pacciani. Era anche più
chiaro e razionale.
A quel punto, richiedevo al Pubblico Ministero di
poter interrogare i testimoni già noti e quelli che sareb-
bero emersi durante lo sviluppo investigativo. Ottenni,
anche, l'autorizzazione ad eseguire l'ascolto telefonico
delle utenze in uso ad alcuni personaggi da me ritenuti
interessanti per i loro vecchi e consolidati rapporti di
amicizia e di frequentazione con Pacciani. Tra questi c'e-
rano Mario Vanni e Giancarlo Lotti, già noti, soprattut-
to il primo, come "compagni di merende" di Pacciani.
Ecco, allora, che, fin dai primi passi di questa artico-
lata attività, affioravano sulla scena diversi soggetti, mai
ascoltati nell'ambito della prima inchiesta. Soggetti, che,
chi più e chi meno, fornivano un positivo contributo
all'inchiesta. Tra questi personaggi un ruolo di rilievo lo
rivestivano le donne, alcune prostitute, che avevano
costituito, anche negli anni dei delitti dal 1981 al 1985,
il mondo femminile nel quale gravitavano, anche per le
"girate della domenica", i "compagni di merende".

Le donne dei "compagni di merende"

Chi sono queste donne? Scopriamole. Si chiamano


Filippa Nicoletti, Gabriella Ghiribelli, Maria Anto-
nietta Sperduto. Ad esse aggiungo Alessandra Barta-
lesi, non una prostituta, ma una ragazza semplice che
entra in questa storia semplicemente come nipote di
Mario Vanni. Le prime due, Filippa e Gabriella,
entrambe con problemi di alcool, avevano frequenta-
zioni maschili comuni. All'epoca dei delitti degli anni
'80 abitavano, con i loro protettori, a San Casciano,
mentre, esercitavano la loro attività nel centro storico
di Firenze.
Il quadro familiare della Sperduto era, invece, com-
pletamente diverso: vittima di violenze fisiche e ses-
suali. Anche lei, in quegli anni, dopo il misterioso sui-
cidio del marito, avvenuto il 24 dicembre 1980, abitava
a San Casciano. Infine, la nipote di Vanni che aveva
rappresentato, per un breve tempo, un interesse "serio"
per Lotti.
Vediamole, adesso, singolarmente.

Filippa Nicoletti, di origine siciliana, 43 anni, la


conoscevo solo mediante il contenuto di un interroga-
torio, che aveva reso al Pubblico Ministero il 27 no-
vembre 1995. In quella occasione, aveva negato di
aver conosciuto Vanni e Pacciani. Aveva, però, dichia-
rato di aver frequentato una persona, che sapeva esse-
re molto vicina al Vanni e al Pacciani, di nome
Giancarlo Lotti, con il quale aveva avuto un rapporto
intimo, che ancora durava. A proposito del Lotti,
aveva riferito che costui, avendo appreso da lei stessa
dell'invito all'interrogatorio notificatole dall'Autorità
Giudiziaria, l'aveva sollecitata a metterlo a conoscen-
za delle domande che le sarebbero state fatte, dimo-
strando un singolare interesse per le indagini. Inoltre,
sempre riguardo alla curiosità del Lotti, la donna
aveva specificato che analoghe richieste le erano state
avanzate, sempre dal Lotti, tutte le volte che, in pas-
sato, lei era stata avvicinata dagli investigatori, che
conducevano le indagini sui delitti del "Mostro".
Aveva, infine, fatto capire che Lotti sicuramente, per il
rapporto che lo legava sia a Vanni che a Pacciani,
sarebbe stato in condizioni di poter riferire notizie sui
due amici.
I particolari di quel racconto erano già sufficienti
per chiedere l'autorizzazione al Pubblico Ministero di
mettere sotto controllo il telefono dell'abitazione della
donna in provincia di Arezzo. Dall'attività di intercet-
tazione, avrebbero potuto emergere elementi utili per
le indagini. Il Pubblico Ministero accoglieva la mia
richiesta e mi autorizzava.
Con il passare del tempo, man mano che l'inchiesta
si andava sempre più arricchendo di fatti e episodi
nuovi, avevo modo di conoscere meglio la donna e,
soprattutto, l'ambiente da lei frequentato anche negli
anni dei delitti. Ovviamente avevo modo di approfon-
dire anche i rapporti intercorsi tra lei e Lotti.
Vediamola, quindi, questa donna dalla personalità
enigmatica, fedele custode di segreti, che non ha mai
inteso svelare per intero.
La conobbi personalmente il 6 febbraio 1996, quan-
do, su invito, si presentò nel mio ufficio per essere
interrogata. Ritenevo utile approfondire il rapporto
della donna con il Lotti e, anche, ricostruire l'ambien-
te da lei frequentato negli anni '80. In particolare,
avvertivo quest'ultima esigenza perché avevo appreso,
dalla lettura dei vecchi atti, che, proprio in quegli anni
aveva abitato in via di Faltignano, in una casa non
molto distante dal luogo dell'ultimo delitto del
"Mostro"; casa di via di Faltignano che era proprio
accanto a quella, occupata, sempre in quegli anni, da
Maria Antonietta Sperduto, che, negli atti della prima
inchiesta, era indicata come amante di Vanni e
Pacciani.
L'interrogatorio durò circa tre ore. Inizialmente la
testimone, ricostruì il suo rapporto con Salvatore
Indovino, il "mago di San Casciano". Raccontò di
aver conosciuto Indovino nel 1976 ad Alessandria,
dove lei, all'epoca, abitava con il marito e i suoi due
figli. L'Indovino si trovava in quella città, dove lavo-
rava come operaio presso una ditta di bibite. Era
stato così che, in occasione della consegna di un'ordi-
nazione, aveva avuto modo di conoscere l'uomo, che,
con il tempo, era diventato amico del marito, tanto
che capitava spesso che si fermasse da loro a bere
qualche bicchiere di vino. Durante quelle frequenta-
zioni, era nato un affetto tra lei e Indovino, anche
perché il suo rapporto con il marito non era mai stato
felice. Il marito spesso si ubriacava e la picchiava. Nel
1977, dopo l'ennesimo litigio e dopo aver tentato il
suicidio ingerendo dei barbiturici, aveva lasciato la
famiglia, scappando con Indovino. Dopo aver trascor-
so un breve periodo in Sicilia, nel paese di origine di
Indovino, si erano trasferiti nel 1978 in Toscana e,
esattamente, a Prato, dove l'uomo aveva alcuni paren-
ti. Nello stesso anno avevano preso in affitto la casa di
San Casciano.
Era stata in quella casa fino al 1984, quando aveva
litigato con Indovino a causa di una relazione che
aveva intrapreso con un giovane di Arezzo, conosciuto
nel 1982 durante la propria attività di prostituta. Era
stato Indovino, dopo un po' di tempo che erano arriva-
ti in Toscana, che l'aveva indotta a prostituirsi per fare
soldi, facendola battere nelle vie adiacenti la stazione
ferroviaria di Santa Maria Novella di Firenze.
Proseguendo nel suo racconto aveva indicato gli amici
e le frequentazioni di Indovino, nel periodo di tempo in
cui lei era stata in via di Faltignano. Tra gli amici cita-
va Milva Malatesta, figlia della Sperduto, il convivente
di questa, Vincenzo Limongi, Domenico Agnello e un
mago, tale Manuelito, che abitava nel centro storico di
Firenze. Tutti i personaggi, ad eccezione del mago
Manuelito, nel tempo, sono stati uccisi (Malatesta), si
sono suicidati (Limongi) o sono scomparsi (Agnello)3.
A quel punto, le chiesi se fosse a conoscenza del
fatto che Indovino praticasse la magia. Rispose di no.
Le contestai, però, che, dai documenti, sequestrati
nella sua abitazione nel corso di una perquisizione,
risultava, invece, che l'uomo era dedito alla magia. Le
ricordai alcune lettere che Indovino, durante la sua
detenzione in carcere nel 1981, le aveva inviato e nelle
quali appunto parlava di voler fare il Mago avendo sco-
perto di possedere specifiche doti profetiche, così
come il suo stesso nome indicava. La donna, allora,
ammise di conoscere quel desiderio di Indovino ma
specificò che, durante la loro convivenza, non aveva
notato pratiche di magia, né sedute spiritiche.
Le chiesi del suo rapporto con Lotti. Rispose di
avere con lui ancora un buon rapporto, tanto che Lotti
l'andava a trovare ad Arezzo quando aveva soldi e ciò si
verificava tre o quattro volte all'anno. Su precisa
domanda, poi, riferì che Lotti non le aveva mai confi-
dato di aver fatto il guardone, mentre le aveva detto
che i suoi amici, Vanni e Pacciani, erano soliti andare
nei boschi a guardare le coppie mentre facevano l'a-
more in auto. Indicava, tra quei posti, anche gli
Scopeti. Circa le sue frequentazioni di luoghi aperti per
momenti di intimità, indicò sia la piazzola degli
Scopeti, sia quella di Vicchio, quegli stessi luoghi, dove
erano state uccise le coppie nel 1985 e nel 1984. Disse

3
Nel mese di agosto del 1994, scompariva, essendosi allontana-
to il 4 agosto dalla propria abitazione di Prato, Domenico Agnello,
di anni 42, pluri pregiudicato, amico di Salvatore Indovino, del
quale, agli inizi degli anni '80 aveva frequentato anche l'abitazione
di via di Faltignano, punto di riferimento di gente pervertita, dedi-
;
ta alla magia e ad orge.
Le ricerche dell'uomo davano esito negativo, per cui si ipotizza-
va che si sia trattato di un classico caso di "lupara bianca".
di essere stata in quei luoghi con il suo amante di
Arezzo.
Le notizie acquisite dalla donna erano interessanti,
sia perché fornivano ulteriori spunti per approfondire
la figura di Indovino e, soprattutto, le sue frequenta-
zioni, sia perché mettevano in luce un particolare stra-
no: come mai si era intrattenuta con il suo amante
negli stessi luoghi dei delitti, luoghi molto distanti tra
loro, oltre 65 chilometri, su versanti territoriali opposti
della provincia di Firenze?
Identificai l'amante della donna.
Interrogato, dichiarò di essersi effettivamente ap-
partato in macchina, negli anni della sua frequentazio-
ne di Filippa, in luoghi vicini a San Casciano, ma non
nella piazzola del delitto. Negava, inoltre, di essersi
appartato nella piazzola di Vicchio.
Segnalai l'esito di questa attività alla Procura della
Repubblica, sottolineando la particolare circostanza
della frequentazione di quei luoghi da parte della
Nicoletti. Il Pubblico Ministero decise di interrogarla.
Nel corso di questo interrogatorio, la donna, dopo
aver ribadito di essere andata via dalla casa di Indo-
vino nel 1984, riferì che, in epoca successiva, aveva
continuato a vederlo, recandosi saltuariamente a fargli
visita. In genere andava da sola, con l'autostop, e, tal-
volta, arrivava a San Casciano molto tardi nella notte
perché aveva problemi di alcolismo e partiva da casa
alle ore più strane. Spesso era il Lotti che l'andava a
prendere alla stazione di Firenze per accompagnarla
poi a San Casciano. La Nicoletti aveva i recapiti telefo-
nici dei bar che lui frequentava e, una volta rintraccia-
to, gli dava indicazioni di dove andarla a prendere.
A proposito di Indovino, anche lui con gravi proble-
mi di alcolismo, affermava: io ero cotta per il suo carat-
tere poetico, ricordo che mi scriveva lettere e poesie dal
carcere, due delle quali ricordo a memoria. Ricordava
perfettamente le date di arresto e di scarcerazione del-
l'uomo, rispettivamente 26 luglio 1981 e 4 dicembre
1981.
Confermò di nuovo di essere stata nei luoghi dei due
delitti del 1984 e 1985 a fare l'amore in auto con il suo
amante di Arezzo e, a contestazione, non escluse che,
nella piazzola di Vicchio, potesse esserci stata anche
con il Lotti. Alla fine ammise di esserci stata con lui
una sola volta e più volte con l'amante di Arezzo.
Ricordò di aver conosciuto la Sperduto e i figli, che
abitavano accanto ad Indovino e, a proposito della
figlia Milva, aggiunse che, nel 1982, tornando a casa
dopo un'assenza di qualche settimana, aveva trovato
nella casa di Indovino e, precisamente, nei cassetti da
lei utilizzati, gli indumenti intimi e i trucchi della Milva.
Alla domanda di riferire delle esperienze sessuali di
varie persone, disse: a Indovino gli darei dieci, al Lotti
tre e al Sadotti (l'amante di Arezzo) sette. Il Lotti è un
pezzo di carne con gli occhi e basta.
Dichiarò di aver conosciuto nel 1983 Fernando
Pucci, intimo amico del Lotti, che in una circostanza,
in compagnia del Lotti, era stato a trovarla ad Arezzo e
lei l'aveva invitato a cena.
In un successivo interrogatorio, la testimone dimo-
strò di essere più precisa nei suoi ricordi, soprattutto
in relazione alle sue frequentazioni di Lotti. Disse di
essere stata più volte insieme al Lotti, che conosceva il
posto, nella piazzola di Vicchio. Disse di aver cono-
sciuto Lotti nell'agosto del 1981 al mercato di San
Casciano, quando Indovino era in carcere. Insieme
avevano fatto lunghe girate in macchina, soprattutto il
sabato e la domenica con il bel tempo, per levarsi un po'
di casa. Descrisse la piazzola specificando anche la
posizione in cui Lotti fermava l'auto: con i fari rivolti
verso la strada e la parte posteriore verso la collina.
Riferì anche che, in quelle occasioni, Lotti le aveva
pagato da mangiare alla "Casa del Prosciutto", lì vicino
e, quando poteva, le aveva dato anche dei soldi. A pro-
posito di quelle girate, aveva precisato che in genere
con Lotti parlavano del più e del meno, di stupidaggi-
ni. Lei parlava del suo rapporto con Indovino, mentre
Lotti era abbastanza chiuso e non parlava molto di sé.
Le raccontava della sua mamma che era ammalata e
del suo lavoro alla draga. Qualche volta si era fermato
a dormire da lei sia ad Arezzo che a San Casciano,
sempre quando Indovino era detenuto. Qualche volta
era capitato che avevano litigato perché lei aveva bevu-
to e non voleva fare l'amore con lui. Disse che Lotti
aveva fiducia in lei, che, curiosa, gli chiedeva notizie
delle persone che frequentava e del suo lavoro.
Qualche volta era capitato che, trovandosi a casa sua,
Lotti avesse chiamato Gabriella, dicendole: Indovina
dove mi trovo?
A proposito di Gabriella diceva che Indovino l'aveva
conosciuta a Prato. Uscito dal carcere, nel dicembre
1981, era andato ad abitare a Prato con questa
Gabriella. Lei, un giorno, si era messa a cercarlo. Era
andata in un bar di Prato, in Piazza Duomo, ma non
aveva trovato nessuno dei due. Aveva incontrato un
certo Giuseppe, con cui era stata una ventina di giorni
in un casolare di montagna nei pressi di Prato, in un
bosco. Dopo il suo rientro a casa, aveva notato che
Gabriella spesso telefonava cercando Indovino. A
causa di questo rapporto lei non aveva potuto mai dige-
rire la Gabriella, che, in pratica, - aggiungeva - stava
con il mio uomo e poi mi consolava quando le dicevo
che mi picchiava.
Il 30 marzo 1984 era andata via da casa perché non
ne poteva più di quella situazione. Col tempo, però, era
tornata a trovarlo perché aveva bisogno di affetto, si
era innamorata di lui da giovane, e voleva sapere cosa
faceva e come stava.
Gabriella Ghiribelli, di origine fiorentina, 44 anni,
personaggio completamente sconosciuto nell'ambito
della precedente inchiesta sul Pacciani, la conobbi il 27
dicembre 1995. Quel giorno, infatti, la invitai nel mio
ufficio per interrogarla. La donna era stata già sentita
il 21 dicembre 4 dai miei collaboratori. In quella occa-
sione, aveva riferito particolari, ritenuti da me interes-
santi per lo svolgimento delle indagini in corso, per cui
avevo deciso di procedere personalmente ad un nuovo
interrogatorio.
Avevo davanti a me una donna piccolina, mora,
vivace, molto precisa nelle sue affermazioni espresse in
un discreto italiano. Solo a tratti si lasciava andare in
volgarità. Nella prima metà degli anni '80, aveva abita-
to a San Casciano, in Borgo Sarchiani, la stessa via
dove abitava Mario Vanni.

4
II 21 dicembre, la Gabriella aveva riferito di aver esercitato la
prostituzione in una pensione di Firenze durante gli anni dal 1982
al 1986, quando abitava a San Casciano. Quindi, aveva dichiarato
di aver conosciuto il Vanni, sia perché vicino di casa, sia perché era
solito, in quegli anni, andare a Firenze da prostitute. Lo aveva defi-
nito come «un personaggio di cui si parlava in giro anche per un
fatto curioso e cioè che una volta, sulla SITA, gli era caduto di tasca
un vibratore con l'interruttore acceso e tale episodio esilarante, alla
presenza di altri suoi compaesani ed altri viaggiatori, lo aveva reso
ridicolo». Aveva precisato che Vanni le aveva più volte chiesto di
poter avere rapporti con lei, ma lo aveva sempre respinto poiché
non le piaceva la sua volgarità. Aveva, poi, confermato di avere
ancora rapporti con il Lotti, che, dopo essere stato interrogato in
Questura, non era più andato a trovarla poiché, a suo dire, si sen-
tiva seguito dalla polizia. Quindi, aveva riferito di aver conosciuto
Filippa Nicoletti ed il suo uomo. Salvatore Indovino, presso la cui
abitazione di via di Faltignano si tenevano sedute spiritiche, per
come ella aveva avuto modo di constatare. Aveva precisato che,
presso l'abitazione di Indovino, aveva visto anche il Pacciani.
Aveva, infine, raccontato che Indovino era «malato di sesso» e, sul
suo conto, da comuni frequentazioni, aveva appreso che spesso,
insieme ad un amico di Prato, andava nei boschi a guardare le cop-
pie che facevano all'amore.
Dalla teste venivo a conoscenza di notizie importan-
ti, che mi consentivano, non solo di poter conoscere
meglio il Lotti, specie nella sua sfera privata, ma anche
di far luce sul delitto del 1985.
La donna raccontava della sua attività di prostituta,
svolta a Firenze nell'arco di tempo 1982/1986. Tra i
suoi clienti c'era un gruppo di persone di San
Casciano, tra cui Vanni e un certo Fernando, amico
intimo di Lotti. Erano soliti andare a Firenze da lei la
domenica pomeriggio con la corriera della Sita, ad
eccezione di Lotti e Fernando, che utilizzavano, invece,
la macchina del primo. Precisava, al riguardo, di avere
avuto rapporti sessuali con tutti i componenti del grup-
po, ad eccezione del Vanni, al quale aveva opposto un
netto rifiuto. Motivava questo rifiuto con il fatto di
aver appreso che si trattava di un personaggio vizioso,
nel senso che quando andava con le donne portava
vibratori e falli di gomma, il cui uso lei assolutamente
non condivideva.
Sempre in relazione alla sua professione, che aveva
interrotto nel 1989/1990, aggiunse di aver continuato a
mantenere contatti solamente con il Lotti, con il quale
aveva avuto rapporti con frequenza quasi settimanale,
instaurando anche una buona relazione di amicizia.
Ad un certo punto la teste raccontò spontaneamen-
te un episodio direttamente riconducibile alle indagini
che si stavano svolgendo. Episodio che aveva tenuto
nascosto per così lungo tempo su suggerimento del suo
protettore dell'epoca, Norberto Galli. Costui, essendo
pregiudicato, non voleva avere noie con le Forze di
Polizia, per cui aveva intimato alla sua donna di tacere
quanto avevano notato, transitando dagli Scopeti la
notte del delitto.
Ritornando da Firenze, la sera prima del giorno in cui
fu diffusa la notizia del duplice omicidio degli Scopeti,
intorno alle ore 23,30, insieme al mio protettore dell'epo-
ca tale Galli Norberto, proprio in corrispondenza della
tenda - da me notata anche nei giorni precedenti -, ebbi
modo di constatare la presenza di un'auto in sosta di
colore rosso o arancione con la portiera, lato guida, di
altro colore sempre sul rossiccio, ma più chiaro dell'inte-
ro colore del mezzo.
Devo precisare che il colore dell'auto mi sembrò un
po' alterato in quanto su di essa rifletteva la luce dei fari
dell'auto su cui stavo viaggiando.
Quando si seppe la notizia in San Casciano dell'omi-
cidio, il Galli mi disse di tacere per non trovarci entram-
bi nei guai e fu per questo che non dissi nulla.
Alla richiesta di descrivere meglio l'auto da lei vista
disse che si trattava di un'auto del tipo sportivo con la
coda tronca, in sosta a cavallo tra una banchina erbo-
sa e l'asfalto proprio in corrispondenza della tenda
canadese di colore chiaro, come grigio sporco, dei due
turisti francesi uccisi. La macchina aveva il muso rivol-
to in direzione di San Casciano.
Proseguendo nel suo racconto, la teste, in sede di
individuazione fotografica, non solo riconosceva l'auto
in questione per una Fiat 128 coupé, ma addirittura
dichiarava che un'auto simile di colore sbiadito l'aveva
vista in possesso del Lotti, tanto che in una occasione,
vedendo il Lotti con l'auto, con fare spontaneo gli
aveva detto: vuoi vedere che sei tu il Mostro! Lotti volle
sapere il motivo della sua domanda e lei gli rispose che
la notte del delitto degli Scopeti aveva visto una mac-
china dello stesso colore. Lotti ci rimase male.
Nel corso del racconto, la donna rese nota la sua
riflessione del giorno dopo, quando apprese la notizia
delle uccisioni. Aveva ricollegato, e così anche il Galli, la
presenza di quell'auto al delitto, ma non aveva riferito
la circostanza a nessuno per aderire all'invito del suo
uomo. Ne aveva parlato solo recentemente con il Lotti,
dopo che aveva interrotto il suo legame con il Galli.
La testimone, inoltre, nella sua deposizione aveva
parlato delle riunioni spiritiche a casa di Salvatore
Indovino, convivente, all'epoca dei fatti, di Filippa
Nicoletti, uomo con precedenti penali, violento e
amante della magia.
Indicò i nomi dei partecipanti a quelle sedute, tra
cui un mago di origine siciliana che possedeva un cam-
per, identificato per Manuelito, il "Mago del Messico".
A proposito di quelle riunioni, disse di aver avuto
modo di notare direttamente i segni e cioè candele
spente, croci di carbonella combusta, preservativi, botti-
glie di liquori vari vuote, nonché un cartellone appoggia-
to sul tavolo contenente tutte le lettere dell'alfabeto e
numeri con all'estremità di questo cartellone, che era di
forma ovale, due cerchi con scritte in uno SI e nell'altro
NO. Nel mezzo di questo cartellone c'era un piattino da
caffè sporco di nero5.
Queste cose le aveva notate solitamente la domeni-
ca mattina, prima di recarsi a Firenze per prostituirsi.
La domenica, infatti, era solita passare da Indovino.
Era naturale pensare che le riunioni si svolgessero il
sabato sera. Riferì che le avevano spiegato che, nel
corso di quelle riunioni, prima facevano le carte, poi
bevevano e poi facevano le orge.
Definiva quei partecipanti persone molto strane.
Sempre a proposito dei riti che si svolgevano nella
casa di Indovino, la donna raccontò di aver appreso
nel paese di San Casciano, e anche dal titolare di un
negozio di alimentari della zona, tale Pestelli Ezio, che
presso quell'abitazione si recava di frequente gente
superstiziosa per farsi fare le carte e anche filtri d'a-
more, vi andavano anche giovani coppie della zona in

5
Un cartellone simile era stato trovato nella casa di Pacciani nel
corso di una delle tante perquisizioni eseguite.
prossimità del matrimonio.
La circostanziata testimonianza della Gabriella
apriva un nuovo scenario.
Affiorava un mondo sconosciuto, mai emerso nelle
prime indagini a carico del Pacciani: gente di bassa
estrazione sociale, gravitante nella campagna fiorenti-
na, perversa e pervertita, un mondo di prostitute, pro-
tettori, pregiudicati, contadini, operai, e praticanti di
magia nera. Questi personaggi avevano il loro punto di
riferimento nella casa, in via di Faltignano, di
Salvatore Indovino, che era a soli 2 chilometri dal
luogo dell'omicidio del 1985.
I riferimenti a quell'ambiente legato ai riti della
magia nera, richiamarono alla mia memoria la testi-
monianza di una donna di nome Silvia, già esistente
negli atti di polizia giudiziaria della prima inchiesta.
Testimonianza che, come quella della Frigo, non risul-
tava essere stata portata a conoscenza dei magistrati
giudicanti.
La donna, il 9 luglio 1994, mentre era in corso il pro-
cesso a carico di Pacciani, si era presentata negli uffici
della Questura. Aveva riferito un episodio occorsole
negli anni '80, sicuramente prima del 1985. Era in
cerca di una casa in affitto nella zona di San Casciano.
Si era fermata casualmente a chiedere informazioni a
due persone ferme davanti ad un immobile di via di
Faltignano, davanti al quale c'era il cartello "vendesi".
Lì aveva appreso da uno dei due individui che, in quel-
la casa, abitava il "mago di San Casciano", famoso per
la preparazione di filtri d'amore. Il mago in persona le
aveva fornito tutti i dettagli per la preparazione dei fil-
tri e la conseguente procedura per poter unire una cop-
pia per sempre. Specificava, infatti, che, per fare ciò,
era necessario disporre di un pezzetto di tessuto di
indumento dell'uomo, di una sua foto, nonché del
secreto vaginale e dei peli pubici della donna.
L'uomo doveva, poi, essere convinto a fare l'amore
in un luogo all'aperto, in macchina. La ragazza avreb-
be dovuto comunicare al Mago la sera, il luogo e il
modello della vettura usata dalla coppia.
Convocai la teste per avere ulteriori informazioni.
Nella circostanza, la Silvia, di anni 36, pittrice, con-
fermava le precedenti dichiarazioni. Faceva presente
che, a suo tempo, aveva sentito il bisogno, anzi il dove-
re, di riferire quei fatti, in quanto era stata particolar-
mente colpita dal contenuto inquietante dei discorsi
della persona che si era presentata come mago. Era
stata particolarmente impressionata da quei racconti
soprattutto alla luce delle modalità esecutive dei delit-
ti ai danni delle coppie. Precisava che quei discorsi le
erano apparsi ancor più inquietanti dopo aver scoper-
to del duplice omicidio degli Scopeti, avvenuto proprio
nelle vicinanze dell'abitazione del mago. In relazione
poi alla conoscenza del mago, dichiarò che, in quella
circostanza, il mago l'aveva invitata a visitare il suo
appartamento, dicendole che lui aveva già ricevuto lo
sfratto dal proprietario, per cui di lì a breve l'avrebbe
dovuto lasciare. Lei era entrata.
Era stata colpita dal fatto che il mago, accortosi che
lei stava per entrare in una stanza, aveva subito chiuso
la porta dicendole che non era il caso di entrare perché
portava ad un vano sottostante. Riferì che forse il mago
aveva insistito con la descrizione dei filtri d'amore per-
ché lei si era dichiarata molto scettica.
La testimone concludeva la sua deposizione facendo
rilevare che ancora pensava alle frasi, molto precise,
riferitele dal mago, sulle capacità che i filtri avevano di
unire per sempre la coppia, sulla necessità di conosce-
re, per poter operare, il luogo esatto dell'accoppiamen-
to che doveva essere all'aperto e in macchina, e la pre-
ventiva comunicazione, ad insaputa dell'uomo, del
luogo di questo accoppiamento, dell'ora e del tipo e
modello dell'auto. Frasi, tutte che, rilette in maniera
più razionale, ricollegava ai delitti del cosiddetto
"Mostro". Infatti, quei crimini erano stati realizzati
all'aperto, in campagna, in auto, ai danni di giovani
coppie, in alcuni casi con l'asportazione del pube, tutti
elementi, questi, che si ricollegavano bene ai discorsi
del mago.
Il 27 dicembre, subito dopo che Gabriella aveva
lasciato il mio ufficio, alle ore 23, convocavo Norberto
Galli. Volevo interrogarlo subito per non dare la possi-
bilità ai due di parlare tra di loro.
Iniziai l'interrogatorio partendo da lontano e, cioè,
dalla situazione familiare del teste negli anni '80. Mi
rispose che, nel 1982, dopo essersi separato dalla
prima moglie, aveva conosciuto una donna, di nome
Gabriella, prostituta, della quale si era innamorato.
Con questa aveva trascorso un lungo periodo di convi-
venza durato fino al 1988. Successivamente, si era spo-
sato con una donna di nazionalità filippina, con la
quale ancora conviveva.
Quindi, gli rivolsi domande specifiche sul periodo di
convivenza con la Gabriella. Mi raccontò che con que-
sta donna aveva vissuto, per circa un anno, in un
appartamento di San Casciano e, poi, in un apparta-
mento nel centro di Firenze, città, questa, dove
Gabriella era solita prostituirsi. Riferì che, quando abi-
tavano a San Casciano, era lui che accompagnava, nel
primo pomeriggio, a Firenze la donna per prostituirsi.
Facevano ritorno a casa la sera verso le ore 23/23,30.
Quindi, gli chiesi espressamente se fosse a cono-
scenza dell' omicidio avvenuto agli Scopeti nel 1985 e
se, al riguardo, ricordasse qualche particolare.
Rispose di ricordare bene che quella notte si era tro-
vato a transitare, in auto, intorno alle ore 24, da quel
posto, in compagnia di Indovino Salvatore e della
Gabriella. Ricordava bene che, nel passare, aveva nota-
to, ferma sul bordo della strada in corrispondenza della
stradina che conduce allo spiazzo degli Scopeti, un'au-
tovettura di media cilindrata della quale non ricordava
il tipo e sulla quale non aveva modo di vedere se ci fos-
sero persone. Alla vista di quell'auto, Salvatore o la
Gabriella, non ricordava bene, avevano esclamato:
beati loro che almeno scopano. Continuò affermando
che, quella sera, aveva portato Salvatore a casa e che, il
giorno dopo, aveva saputo dell'omicidio. Tornato a
casa, aveva raccontato a Gabriella del delitto.
Invitai il teste a ricordare bene i particolari da lui
notati.
Disse che non era solito passare dagli Scopeti e che
quella notte era stato Indovino, che era molto amma-
lato e che lui portava fuori per fare una passeggiata, a
dirgli di passare da quel posto.
Mi sembrò alquanto strano che Indovino, grave-
mente ammalato, gli avesse chiesto, a quell'ora, di
transitare dal luogo del delitto. Galli specificò che
Indovino aveva fama di essere mago e che, tra i suoi
amici, c'erano prevalentemente persone di origine
meridionale che abitavano a Prato o nella provincia di
Pistoia, nonché un mago, di nome Manolito, che abita-
va a Firenze. Tra le persone amiche di San Casciano
indicò Giancarlo, possessore, all'epoca della sua fre-
quentazione, di una Fiat 124 e di una Fiat 128 coupé,
buon amico della donna di Salvatore, di nome Filippa.
A proposito di Giancarlo specificò di averlo visto molte
volte a San Casciano insieme ad una persona anziana,
di nome Fernando.
In risposta alla precisa domanda sui motivi per i
quali non aveva riferito, né nell'immediatezza del delit-
to, né successivamente, quanto da lui notato transitan-
do dalla piazzola del delitto, confermò quanto asserito
dalla Gabriella. Disse, infatti, che, pur ritenendo che
quel particolare potesse essere un elemento importan-
te per gli investigatori, aveva preferito tacerlo per non
avere noie con la giustizia a causa della vita che, all'e-
poca, conduceva con Gabriella.
Di lì a poco identificai tutti i personaggi che aveva-
no frequentato la casa di Indovino, alcuni dei quali abi-
tavano a Prato. Tra questi c'era un certo Domenico
Agnello, che risultava scomparso in circostanze miste-
riose nel 1994, e il mago Manolito.
Nel corso di una perquisizione nella casa di que-
st'ultimo, trovammo, in un sacchetto di plastica, la foto
di un ragazzo insieme ad un paio di slip per uomo
sporchi, nonché altro materiale comprovante che l'uo-
mo era dedito alla realizzazione di filtri d'amore.
Nel frattempo importanti notizie arrivavano dalle
conversazioni che venivano registrate sull'utenza telefo-
nica di Filippa, che era stata messa sotto controllo.
Alle ore 18,29 del 21.12.1995, Gabriella telefonava a
Filippa. Commentando le loro deposizioni alla polizia,
ad un certo punto si misero a discutere delle sedute
spiritiche che venivano svolte nella casa di via di
Faltignano con l'intervento di diverse persone, tra cui
un medium di origine siciliana, che arrivava sul posto
con un camper. Nel corso della conversazione, inoltre,
le due donne facevano riferimento alla macchina spor-
tiva di Lotti, di colore rosso, scodata.
Alle ore 18,42 del 23.12.1995, Gabriella telefonava di
nuovo a Filippa. Si era ricordata il nome del medium
siciliano, Manuelito, affrettandosi ad aggiungere, però,
che a lui non ci abbiamo visto fare nulla. Gabriella,
inoltre, diceva di meravigliarsi del fatto che Lotti non
avesse messo in mezzo anche Fernando. Filippa rispo-
se che Lotti aveva troppa amicizia con Pacciani e che
cercava di chiamare in causa altre persone allo scopo
di sviare le indagini.
Nel prosieguo delle indagini, Gabriella forniva ulte-
riori notizie utili.
Raccontava di aver conosciuto il Lotti a San Ca-
sciano tramite la Filippa. Con lui, divenuto suo cliente,
aveva avuto anche un rapporto di amicizia, tanto che,
a volte, era andata a cena in trattorie di Firenze con lui
e Fernando. A volte, Lotti l'aveva anche accompagnata
in auto a trovare un cliente, che abitava in provincia.
In quelle occasioni, era capitato anche che i due si fos-
sero fermati a fare all'amore nella zona della Rufina e,
più spesso, nella stradina del cimitero di quella loca-
lità, soprattutto di venerdì, che era il giorno di chiusu-
ra del cimitero.
Ma ancora più interessanti erano le notizie riferite a
Indovino e alle sue frequentazioni.
Gabriella raccontò che, dopo la separazione dal pro-
prio marito, alla fine del 1977, era andata ad abitare a
Prato. Qui aveva conosciuto vari personaggi di origine
siciliana e sarda, che frequentavano il bar di Piazza
Duomo. Tra questi c'era Sebastiano Indovino, con cui
aveva avuto rapporti sessuali in un furgone che l'uomo
aveva a disposizione per lavoro. Tramite Sebastiano,
aveva poi conosciuto il fratello Salvatore Indovino.
Aveva iniziato a frequentare quel gruppo di siciliani e
sardi, dediti, per come aveva avuto modo di capire dai
discorsi che aveva sentito fare, a rapine, furti e a traffi-
ci di droga. Nel 1978, aveva lasciato Prato, e era anda-
ta a Firenze. Qui, aveva conosciuto Norberto Galli, che
l'aveva indotta a prostituirsi per strada. A Firenze veni-
vano a trovarla anche gli amici di Prato, tra cui
Sebastiano Indovino, che, più volte, così per fare una
girata, l'aveva portata a San Casciano a trovare il fra-
tello Salvatore. Erano gli anni 1978/1979. Da allora
aveva sempre più consolidato la sua amicizia con
Salvatore Indovino, che andava a trovare e ad assistere
anche negli anni in cui l'uomo era gravemente amma-
lato (gli anni 1984/1986).
Raccontò, così, le cose strane che aveva visto nella
casa di Indovino. La domenica mattina, prima di anda-
re a Firenze per prostituirsi, era solita passare dall'abi-
tazione di Salvatore per aiutarlo a sistemare la casa.
Notava che c'erano chiare tracce di quanto era avvenu-
to il sabato sera e la notte. C'erano, nella prima stanza
dell'appartamento, ceri spenti, una stella a cinque
punte disegnata per terra con il carbone, sporcizia e
confusione dappertutto, preservativi usati e segni di
attività sessuali. C'erano bottiglie di liquore. C'erano -
e ciò tutte le domeniche tra l'84 e l'85 - tracce di san-
gue sul lenzuolo nel mezzo di un letto da una piazza e
mezzo. Questo particolare le era sembrato molto stra-
no, tanto che aveva chiesto spiegazioni alla Filippa, che
le aveva risposto che quel sangue era suo perché aveva
avuto le mestruazioni. La risposta l'aveva ancor più
insospettita perché non poteva essere che tutti i sabati
la Filippa avesse le mestruazioni. Riferì che il sabato
sera, quando passava da casa di Indovino, trovava
molti di quegli amici di Prato e notava la presenza
anche di giovani donne del sud, forse siciliane. Tale
costante frequentazione della casa di Indovino l'aveva
notata sino all'omicidio del 1985. Dopo quel fatto, a
poco a poco quasi tutti gli amici si allontanarono, tran-
ne la Filippa. Anche lei tornava a trovare Salvatore, che
in pratica era stato abbandonato da tutti, per fargli
qualche minestra e le punture. Lo aveva fatto fino alla
morte di Salvatore, cioè fino al 1986. Riguardo alle riu-
nioni del sabato sera, affermò che anche il sabato pre-
cedente all'omicidio del 1985, aveva visto i soliti amici
di Salvatore riuniti in casa. Ricordava che lei aveva
fatto cenno alla coppia attendata agli Scopeti, manife-
stando la propria meraviglia per il fatto che qualcuno
potesse stare in un posto tanto buio e solitario.
Salvatore aveva risposto: contenti loro!
Tra le persone, che frequentavano la casa di
Salvatore, indicò anche Mario Vanni. Lo aveva saputo
dalla Filippa che le aveva detto che era una persona
molto strana, in quanto, nei rapporti sessuali, le mette-
va un vibratore e stava a guardare. Anche lei aveva poi
incontrato Vanni in quella casa.

Maria Antonietta Sperduto, originaria della provin-


cia di Potenza, ma da anni abitante in Toscana, nel
corso delle prime indagini sul Pacciani, era stata rap-
presentata come donna di facili costumi, amante di
Pacciani e di Vanni.
La testimonianza di questa donna, di 57 anni, mi col-
piva particolarmente sotto il profilo umano per il suo
contenuto drammatico. La testimonianza mi appariva
interessante e utile nell'ottica investigativa in generale,
soprattutto perché da essa emergevano precisi fatti e
episodi, che dimostravano chiaramente la complessa
quanto particolare personalità di Vanni e di Pacciani.
Era il 7 marzo 1996 quando la conobbi. Una donna
piccolina di statura, mora, con il viso segnato da una
vita di sofferenze e di problemi. Aveva abitato, negli
anni '80, insieme ai figli Luciano, Laura e Milva, in via
di Faltignano, proprio accanto alla casa del mago
Indovino. Il marito Renato era stato trovato, la vigilia
del Natale del 1980, impiccato nella cantina della loro
abitazione, con i piedi che toccavano per terra. Negli
anni '90, esattamente nell'agosto 1993, aveva perso la
figlia Milva, trovata uccisa e bruciata con il figlioletto
di 5 anni, in auto nelle campagne di Barberino 6 . Tutto

6
Alle ore 03,30 del 20 agosto 1993, la centrale operativa della
Polizia stradale era informata che, in località Poneta del Comune
di Barberino Val D'Elsa, si era verificato un incidente stradale a
causa della fuoriuscita di un veicolo dalla sede viabile con succes-
sivo incendio del mezzo. Gli agenti intervenivano prontamente, rin-
venendo l'autovettura Fiat Panda targata FI F 08335 completamen-
te distrutta dalle fiamme. All'interno del mezzo venivano trovati
era ancora avvolto nel mistero. La Milva era indicata,
negli anni '80, come amante di quel Francesco Vinci,
ucciso e bruciato in auto nello stesso mese di agosto
1993. Per un certo periodo, come risultava dalle dichia-
razioni della Ghiribelli e della Nicoletti, sempre negli
anni '80, era stata anche amante di Salvatore Indovino.
Vediamolo, adesso, il contenuto di quell'interrogato-
rio. Un interrogatorio sofferto, durante il quale la
donna ha avuto la forza d'animo di superare tutti gli
ostacoli che la delicatezza degli argomenti riferiti, sicu-
ramente, le ponevano.
Il destino della sua esistenza mi inquieta ancora:
piccola e indifesa, bisognosa di soldi per crescere i
figli, si era dovuta sottomettere alle più atroci e umi-
lianti circostanze che una donna, anche una prostituta
di professione, possa conoscere. Ho riflettuto a lungo
sulla opportunità di riferire il contenuto di quell'atto,
peraltro noto perché depositato nel fascicolo proces-
suale. Ma, alla fine, la specificità della testimonianza,
davvero eccezionale ai fini delle indagini, mi ha con-
vinto a riferire anche i particolari più scabrosi. La

due corpi carbonizzati, identificati successivamente per quelli di


Milva Malatesta, intestataria dell'auto, figlia di Antonietta
Sperduto e di Renato Malatesta e del figlio Mirko Rubbino di anni
3. I predetti risultavano scomparsi dalla loro abitazione, sita nel
Comune di Certaldo, dalla sera precedente. Nel corso degli accer-
tamenti tecnici, sul posto non venivano rilevate tracce di frenata o
scarrozzamento che potesse essere stata prodotta dal mezzo nella
fase precedente la fuoriuscita di strada, mentre sull'asfalto erano
rilevate abbondanti macchie di carburante, che emanavano ancora
odore percettibile.
Le indagini venivano orientate sul marito della donna, Fran-
cesco Rubbino, dal quale la prima si era poco prima separata a
causa dei violenti litigi e violenze subite da parte dell'uomo. Il
Rubbino veniva arrestato e processato. A seguito del processo,
veniva però assolto per non avere commesso il fatto, per cui il delit-
to rimaneva ad opera di ignoti.
donna offre un ritratto completo della particolare per-
versa sessualità di Vanni e Pacciani.
A proposito di Vanni e Pacciani, la testimone, innan-
zitutto, faceva presente: sento di dirvi con sincerità e
liberandomi di un peso che mi porto da tempo, che que-
ste due persone approfittarono di me tante volte anche
umiliandomi e costringendomi con la forza a fare cose
che, altrimenti, non avrei mai e poi mai fatto.
Quindi, ricostruiva, in maniera abbastanza precisa,
la sua conoscenza, prima, di Vanni e, in un secondo
momento, di Pacciani. Riferiva di aver conosciuto
Vanni agli inizi degli anni '70. Vanni, all'epoca postino,
consegnava la posta anche nella zona dove lei abitava.
In quelle occasioni, l'uomo si intratteneva a discutere
del più e del meno con lei, che si trovava sola in casa,
perché il marito, Renato, era a lavorare e i figli erano
tutti e tre a scuola. Era stato così che, col tempo,
durante quelle occasioni, aveva avuto rapporti sessua-
li, un po' particolari, con Vanni. Spiegava, infatti, che
Vanni: solitamente mi allargava le braccia e si metteva
sulle mie cosce masturbandosi, senza però penetrarmi
con il suo organo sessuale; egli aveva difficoltà a con-
giungersi con me, in quanto non gli si raddrizzava.
Ricordava anche che in uno dei primi incontri, mentre
Vanni stava cercando di violentarla, era entrato in casa
il figlio Luciano e aveva visto la scena.
A proposito di Pacciani, raccontava di averlo cono-
sciuto all'incirca nell'anno 1974. Lei stava camminan-
do a piedi per strada alla Sambuca, quando era stata
avvicinata da Pacciani, che, all'epoca, aveva una Fiat
500 di colore bianco e, per come le aveva detto, stava
andando a caccia. In quella occasione, l'uomo le aveva
proposto di mettersi con lui, ma lei aveva rifiutato
rispondendogli che aveva famiglia, marito e figli, e non
voleva avere rapporti con altri. Pacciani, però, un gior-
no, l'andò a trovare insieme a Vanni e, in quella oc-
casione, non era riuscita a resistere alle violenze di
entrambi gli uomini.
Descrisse la scena: mi presero con forza (nella verba-
lizzazione la Sperduto si metteva a piangere e pian-
gendo proseguiva nel racconto), non ce la feci a resiste-
re e a difendermi pur avendo preso un forcone. Mi tene-
vano ferma ora l'uno e ora l'altro e mi usarono violenza
e mi accorsi che, con la mia reazione, diventavano ancor
più violenti e furiosi. Mi dicevano frasi del tipo: o stai
con noi o sono guai per te e la tua famiglia (...) lo sap-
piamo noi che guai sono per te. Nel corso di queste vio-
lenze (la Sperduto nel parlare singhiozzava e era in evi-
dente stato di difficoltà, ma, tuttavia, faceva presente
di volersi liberare e continuava) mi prendevano per le
gambe, me le aprivano, uno mi teneva per la testa e mi
sbattevano sul letto introducendomi falli e masturban-
dosi. Ero sola in casa (...).
Aveva riferito più volte al marito le violenze subite,
chiedendogli e supplicandolo, lui che era un uomo, di
intervenire. Il marito, però, non poteva fare niente per-
ché era, a sua volta, minacciato da Vanni e Pacciani.
La testimonianza raggiunse una drammaticità dolo-
rosa e cupa al momento di riferire il rapporto sessuale
avuto con i due uomini proprio nella piazzola degli
Scopeti, dove, nel 1985, si era verificato l'omicidio dei
due turisti francesi. Nel descrivere quella triste espe-
rienza sessuale, vissuta un paio di volte, in auto, nella
Fiat 500 del Pacciani, la donna, a tratti si fermava: non
ce la faccio più. E si metteva a piangere.
L'avevano condotta in quella piazzola: Vanni era con
la sua lambretta e lei sulla Fiat 500 di Pacciani. Poco
più sotto rispetto al luogo del delitto, i due l'avevano
spogliata, l'avevano fatta distendere facendola uscire
con i piedi dallo sportello della macchina tenuto aper-
to, le avevano strappato le mutande, le avevano tirato i
seni, le avevano provocato graffi sul corpo, mentre si
masturbavano. Poi le avevano intimato di non muo-
versi da quella posizione, allontanandosi per avvicinar-
si ad alcune macchine con coppie che erano poco più
in su.
Ultimato il racconto fece un lungo sospiro: adesso
mi sento più libera, mi sento alleggerita.
Sempre nel corso dell'interrogatorio, la donna riferì
di aver visto, più volte, negli anni '80, Vanni e Pacciani
recarsi nella casa di Salvatore Indovino, che era pro-
prio dietro a quella da lei abitata. Raccontava che, in
quella abitazione, sentiva, la sera, cose strane. Aveva
sentito dire da Filippa che, in quel posto, facevano le
messe nere. La Filippa le aveva detto che mettevano le
carte e le mani su un tavolino, bevevano e facevano le
orge, il tutto organizzato da Salvatore Indovino.
Infine, la Sperduto parlò della morte del marito.
Disse che, anche se non era in possesso di prove certe,
era convinta fosse stato ucciso proprio da Pacciani e da
Vanni. Lo avevano minacciato più volte e una notte lo
avevano picchiato violentemente. Raccontò che un
giorno, mentre tornava a casa a piedi, nella zona degli
Scopeti era stata avvicinata da Pacciani, che era a
bordo di un motorino, seguito a piedi da Vanni.
Pacciani le aveva detto: attenta a non parlare di quello
che ti abbiamo fatto, ti si fa fare la stessa fine che abbia-
mo fatto fare a tuo marito.

Alessandra Bartalesi, 36 anni, originaria di San


Casciano, impiegata, nipote di Mario Vanni, la interro-
gavo il 26 giugno 1996: la sua deposizione ha giocato
un ruolo di primaria importanza contro Lotti e Vanni.
Vediamo innanzitutto di spiegare i motivi per i quali
avevo sentito la necessità di incontrare questa donna,
la cui presenza non era mai affiorata neppure nel corso
dell'inchiesta su Pacciani. Alcuni giorni prima, insieme
al Pubblico Ministero, avevo eseguito una perquisizio-
ne nell'abitazione e nello studio legale dell'aw. Alberto
Corsi di San Casciano 7 . Nel corso della perquisizione
erano state rinvenute numerose copie di un libro di
poesie scritto dalla Bartalesi a seguito di una malattia,
un aneurisma cerebrale, contratta nel 1985 a causa di
una malformazione congenita. Secondo quanto riferi-
va il professionista, quelle copie sarebbero state conse-
gnate a lui per la vendita presso amici e clienti. Il par-
ticolare mi induceva a ritenere che vi fossero ottimi
rapporti tra il legale e la donna, per cui ipotizzavo che,
dall'interrogatorio di quest'ultima, avrei potuto acqui-
sire notizie concernenti i rapporti intercorsi tra il lega-
le e Mario Vanni. Notizie, che avrebbero potuto contri-
buire a chiarire la necessità del Vanni di rendere l'ami-
co professionista depositario di importanti segreti.
L'interrogatorio si rivelò di grande interesse non
solo per quanto riguarda Vanni, ma anche perché mi
permise di acquisire notizie riguardanti Giancarlo
Lotti. La testimone era stata anche lei una donna dei
"compagni di merende". Nell'estate del 1995 aveva fre-
quentato lo zio Mario e Giancarlo Lotti, instaurando
con quest'ultimo una relazione di affettuosa amicizia
nella prospettiva - poi non concretizzatasi - di far
nascere un vero e proprio rapporto sentimentale.
Ecco, quindi, che cosa la Bartalesi dichiarava.
Raccontava di non conoscere personalmente l'avvo-
cato Corsi, del quale aveva sentito parlare solamente
come di un avvocato del paese. Ne aveva sentito parla-
re anche dallo zio Mario Vanni. Una volta, mentre si

7
L'aw. Corsi aveva formato oggetto di attività investigativa poi-
ché, sulla base di risultanze d'indagine, era emerso che Mario
Vanni aveva fatto leggere proprio al professionista, suo amico,
chiedendogli un consiglio, una lettera, dal contenuto minaccioso,
ricevuta da Pacciani, quando quest'ultimo si trovava detenuto nel
carcere di Firenze.
trovava insieme allo zio e a Giancarlo Lotti, aveva sen-
tito i due parlare del Corsi. Non era riuscita a com-
prendere il contenuto di quella conversazione poiché i
due interlocutori avevano subito abbassato il tono
della voce allo scopo evidente di non farle capire che
cosa stessero dicendo. Era il mese di agosto del 1995 e
già dalla fine di luglio lo zio Mario le aveva fatto cono-
scere Giancarlo Lotti. Da quel momento, tutte le sere,
tutti e tre uscivano insieme per andare a cena a San
Casciano o nei paesi vicini.
La testimone forniva un'interessante descrizione
della personalità del Lotti, anche sotto l'aspetto della
sua sessualità.
Raccontò che, quando il proprio fidanzato si trova-
va fuori San Casciano, passava molto tempo con
Giancarlo con il quale, talvolta, era andata anche al
mare. Sempre nell'agosto del 1995 era stata a pranzo
con lui in un locale degli Scopeti. Dopo aver mangiato,
Giancarlo l'aveva portata proprio nei pressi della piaz-
zola, teatro degli omicidi del 1985. Lì Giancarlo aveva
provato a fare l'amore con lei senza riuscire, però, ad
avere una normale erezione del pene. Si era giustifica-
to col fatto di aver bevuto troppo. Aveva tentato ugual-
mente di congiungersi con lei, ma inutilmente. Uscito
dall'auto, poi, si era appoggiato allo sportello e si era
masturbato. Alessandra era rimasta male e aveva invi-
tato Giancarlo ad accompagnarla subito a casa. Cosa
che l'uomo aveva fatto. In un'altra occasione, sempre
con l'auto di Giancarlo, in una delle loro girate, erano
passati da Baccaiano, proprio dal luogo, in cui nel
1982 il "Mostro" aveva ucciso. Passando da lì, lei aveva
ricordato l'episodio, pregando Giancarlo di andare
veloce senza fermarsi in quel posto. Giancarlo le aveva
risposto: non avere paura. Quando sei con me il Mostro
non ce!
In successivi interrogatori del Pubblico Ministero,
la teste aggiungeva altri fatti e dettagli precedente-
mente non riferiti. In particolare riferiva che Lotti le
aveva proposto, più volte, di diventare la sua fidanza-
ta. A lei non sarebbe dispiaciuto visto che con il pro-
prio fidanzato litigava spesso, mentre con Lotti anda-
va molto d'accordo e era favorevolmente colpita dalle
sue premure e dalle sue gentilezze. Il fidanzamento
non sarebbe dispiaciuto neppure allo zio Mario, che
più volte le aveva detto che con Giancarlo faceva una
bella coppia. Però aveva capito che Giancarlo aveva
problemi di natura sessuale, precisamente di impo-
tenza. Problemi, che, per come aveva avuto modo di
capire, aveva anche lo zio Mario. Precisava, a proposi-
to degli interessi femminili dello zio e di Giancarlo, di
aver capito, dai discorsi che facevano, che entrambi
erano alla ricerca di esperienze con donne, perché si
sentivano emarginati.
Riferì una circostanza che all'epoca non l'aveva par-
ticolarmente insospettita, anche se le era apparsa
alquanto strana. Lotti le aveva manifestato i propri
timori per il fatto che lei andasse in giro da sola con
Vanni. Non mi piace che tu vada da sola con tuo zio,
aveva detto, serio. In quella occasione, proprio per non
farla andare a Montespertoli da sola con lo zio,
Giancarlo, che era intenzionato a recarsi a Firenze
dalla Gabriella, aveva cambiato i suoi programmi, pre-
ferendo andare lui ad accompagnarli al paese.
Ad Alessandra pareva che Lotti nascondesse qualco-
sa di importante, nel senso che si comportava come se,
avendo un mistero, volesse comunicarglielo senza però
averne il coraggio. In pratica, aveva capito che Lotti
intendeva dire qualcosa ma dentro di sé aveva contem-
poraneamente un qualcosa che gli diceva di non dirla.
Un altro fatto misterioso era, secondo lei, la grande
disponibilità di denaro, che avevano sia lo zio che
Lotti. Quasi ogni sera lo zio pagava anche centomilali-
re e, una volta, le aveva dato una busta con cinque
milioni in contanti per consentirle di dare l'acconto per
l'acquisto di un'auto. Tutto ciò era inusuale e strano.

E, alla fine, ecco le ultime donne, anzi, le prime:


Luisa e Angiolina, e cioè, la moglie di Vanni e la moglie
di Pacciani. Un destino comune fatto di schiavitù, di
maltrattamenti, di terrore, di bestialità. Pagano ancora
oggi la conseguenza della loro triste vita matrimoniale.
Angiolina, appresa la notizia dell'imminente scarce-
razione del marito, avvenuta il 13 febbraio 1996, aveva
abbandonato la casa e, aiutata dalle assistenti sociali,
era andava a vivere da sola in una località ignota, chie-
dendo il divorzio.
Luisa, dopo l'arresto del marito, verificatosi il 12
febbraio 1996, rimase sola in casa, non andò mai a tro-
vare il marito né nel carcere di Pisa, né in quello di
Prato, nonostante la distanza tra San Casciano Val di
Pesa e le città di Pisa e di Prato sia piuttosto breve.

Giancarlo lotti, operaio a l l a draga

Il 15 dicembre 1995, mentre era in atto l'attività


d'intercettazione telefonica delle utenze di Mario
Vanni8 e di Filippa Nicoletti, invitai in ufficio Giancar-
lo Lotti.
Il Lotti, nel corso della prima inchiesta su Pacciani,
era stato solamente sentito dalla polizia giudiziaria il

8
Avevo messo sotto controllo il telefono di Vanni nello stesso
momento, in cui iniziavo analoga attività sul telefono della
Nicoletti. Avevo avanzato apposita richiesta all'Autorità Giudizia-
ria, ottenendo l'autorizzazione, il 4 dicembre 1995.
19 luglio 1990, allo scopo di conoscere le frequentazio-
ni del Pacciani. La sua testimonianza era stata breve e
piena di non ricordo. Si era mantenuto su argomenti
molto generici. Aveva ammesso la sua frequentazione
del Pacciani, a suo dire, saltuaria e esclusivamente per
le famose merende. Non era stata svolta, in quella
occasione, alcun'altra attività, né informativa né inve-
stigativa, nei suoi confronti, tanto che non era stato
citato tra i testimoni da esaminare nel dibattimento.
Era stato sentito, poi, in Questura, informalmente,
il 21 luglio 1994, mentre era in pieno svolgimento il
processo a carico di Pacciani, per conoscere, in parti-
colare, se avesse mai prestato qualche sua autovettura
a qualcuno. All'epoca, gli investigatori erano alla ricer-
ca di qualche amico o conoscente di Pacciani, che gli
avesse potuto dare in prestito un'auto. Questo perché
nel processo era emerso che un testimone, Longo Ivo,
la notte degli omicidi degli Scopeti, aveva visto, sulla
superstrada Siena/Firenze, il Pacciani alla guida di
un'auto che non era la sua solita Ford Fiesta.
Lotti aveva negato di aver mai prestato qualcuna
delle sue auto.
Il 15 dicembre si presentava alla Squadra Mobile
puntualmente all'orario di convocazione: le 15.30.
Ecco, quindi, che, dopo essere entrato nel palazzo della
Questura di via Zara e aver attraversato il lungo corri-
doio che porta al mio ufficio, si presentava davanti a
me, vestito con una camicia a quadri di tipo scozzese,
e un giubbotto.
Già mentre entrava nella mia stanza, mi colpiva il
suo comportamento di palese imbarazzo e difficoltà.
Lo invitai ad accomodarsi su una delle due sedie di
fronte alla scrivania. Ancora prima di sedersi, comin-
ciò a dire che aveva premura. Gli chiesi i motivi. Mi
rispose, con lo sguardo rivolto a terra, che aveva lascia-
to la propria auto in un parcheggio a ore nel centro,
per cui non avrebbe voluto pagare molto. Per questo
motivo, diceva, aveva fretta di andar via. Subito dopo,
restai ancor più colpito dalla posizione che assumeva.
Sedutosi davanti alla scrivania, proprio di fronte a me
con le spalle alla finestra, evitava di guardarmi diretta-
mente. Rivolgeva lo sguardo o verso terra, inclinando
leggermente la testa o, in alcuni momenti, addirittura
verso il lato opposto a quello in cui mi trovavo.
Incominciai l'interrogatorio che si protrasse per
diverse ore, esattamente fino alle 20,15, durante il
quale, il teste non cambiò mai atteggiamento. Anzi, tal-
volta mostrava segni di irrequietezza grattandosi la
testa come se non sapesse come rispondere ad alcune
domande. Notai, però, che il sorriso di maniera, anche
nei momenti più difficili, non scompariva mai dal suo
volto. Notai anche che il suo patrimonio intellettivo
non era certo brillante, ma comunque era caratterizza-
to da una discreta abilità di comprensione.
Gli lessi le precedenti dichiarazioni, rese il 19 luglio
1990, riguardanti i suoi rapporti di conoscenza e fre-
quentazione con Pacciani. Poi gli chiesi dei suoi rap-
porti con la prostituta Filippa Nicoletti. Disse di averla
conosciuta nel 1981 e di averla frequentata prima
come cliente e, poi, anche come amico sia all'epoca in
cui la Filippa abitava in via di Faltignano sia quando si
era trasferita in provincia di Arezzo. Un'amica che,
ancora, quando poteva, continuava a vedere.
Aggiunse che, alcuni giorni prima, mentre si trova-
va nel bar Centrale di San Casciano, da lui solitamen-
te frequentato, aveva ricevuto una telefonata della
donna. Dopo avergli comunicato che era stata invitata
in Questura, gli aveva chiesto se potesse accompa-
gnarla ma lui aveva rifiutato perché era impegnato
con il lavoro.
Gli chiesi se conoscesse altre persone che frequen-
tavano la Filippa. Fece riferimento a Mario Vanni. Mi
raccontò che Mario era andato dalla Filippa, in via di
Faltignano, per avere un rapporto sessuale. Non sape-
va, però, se l'amico avesse avuto tale rapporto in quan-
to Mario aveva delle preferenze fuori della norma, alle
quali non sempre anche una prostituta aderisce.
Aggiunse: Filippa mi disse che era stato da lei il Vanni
e che questi aveva preteso un rapporto anale, ma non mi
fece capire se avesse aderito o meno. Mi chiese solamen-
te se fossi stato io a mandare da lei il Vanni e io risposi
negativamente.
Visto che il Lotti, di sua iniziativa, aveva fatto riferi-
mento al suo rapporto di amicizia con Mario Vanni,
iniziai a chiedere di più. Speravo di arrivare, per quel-
la strada, ad acquisire anche nuovi elementi conosciti-
vi su Pacciani. Erano, infatti, già noti i pregressi rap-
porti tra il Vanni e il Pacciani, che avevano fatto insor-
gere perplessità durante l'istruzione dibattimentale del
primo processo 9 .
Il teste riferì di avere un buon rapporto con Vanni,
da lui frequentato spesso nel passato, mentre, negli
ultimi tempi, lo aveva visto di rado e gli era apparso
molto pensieroso e cagionevole di salute.
Sottolineava, poi, spontaneamente, le tendenze ses-
suali dell'amico, asserendo che questi nei rapporti ses-
suali, era un tipo un po' particolare, tanto che privilegia-
va quelli anali e sovente faceva uso anche di falli di
gomma, che portava in tasca, tanto che alcune volte, al
bar, mettendosi le mani in tasca gli era caduto per terra
qualche fallo.
Tra le prostitute frequentate dal Vanni, citava la
Gabriella.
Proseguiva raccontando che era stato proprio il

9
Durante il processo a Pacciani, Mario Vanni, chiamato a testi-
moniare, ancora non si era neppure seduto davanti ai Giudici che
diceva: «io ho fatto solo merende».
Vanni a presentargli Pacciani, verso la fine degli anni
'70 a San Casciano, quando il Pacciani abitava in loca-
lità Sant'Anna di Montefìridolfì. Con lui era andato,
qualche volta, a fare merenda in trattorie o negozi di
alimentari della zona e, in qualche occasione, si era
intrattenuto a bere e discutere a casa dello stesso
Pacciani.
Circa i rapporti tra Pacciani e Vanni, dichiarava che
erano ottimi, tranne che negli ultimi anni. Raccontava,
infatti, che, quando il Pacciani era detenuto per la que-
stione delle figlie, il Vanni per un certo tempo gli era
sembrato seriamente preoccupato per via di una lette-
ra dal contenuto minaccioso ricevuta dal carcere. A tal
riguardo, precisava che l'amico gli aveva riferito sola-
mente che era sua intenzione far vedere questa lettera
a qualcuno e che l'avrebbe portata ai carabinieri.
Anche dopo che il Pacciani era uscito dal carcere,
aveva avuto modo di constatare lo stato di forte preoc-
cupazione del Vanni, che aveva iniziato a ricevere
telefonate mute. Ricordava anche un episodio specifi-
co. Si trovava insieme a Vanni a San Casciano e, alla
vista del Pacciani, che stava seduto sul bordo di un
gran vaso di legno proprio nella piazza centrale, aveva
notato che l'amico si era impaurito e gli aveva detto di
tornare indietro poiché non aveva intenzione di salu-
tarlo.
Le affermazioni del Lotti, in questo primo interro-
gatorio, mi apparivano interessanti, sia perché forni-
vano un'ulteriore precisa testimonianza dell'inclinazio-
ne dei rapporti tra il Vanni e il Pacciani 10 , anche se non

10
Nel corso del processo a carico di Pacciani, era stato lo stes-
so Vanni, rispondendo alle domande di un avvocato di parte civile,
ad ammettere di aver paura di Pacciani e di essere stato da questi
anche minacciato. Non aveva, però, specificato i motivi di quella
paura e di quelle minacce.
riuscivo ancora a comprenderne bene la sostanza, sia
perché mi facevano conoscere nuovi personaggi, fre-
quentati del Vanni, tra cui la prostituta Gabriella.
L'incontro mi parve di estrema utilità. Avevo avuto
la possibilità di conoscerlo direttamente e, anche se
solo per poche ore, di esaminarlo sotto un profilo psi-
cologico. Sicuramente era a conoscenza di cose che
non intendeva riferire.
Era curioso il fatto che, senza che io gli avessi rivol-
to esplicite domande sull'argomento, avesse parlato
delle particolari tendenze sessuali dell'amico Vanni.
Nel corso delle indagini le mie intuizioni sul Lotti
vennero confermate.
Infatti, il 27 dicembre, a distanza di pochi giorni, la
Ghiribelli riferì della presenza di un'auto simile a quel-
la di Lotti ferma sulla strada degli Scopeti la notte del-
l'omicidio. E Fernando Pucci confermò che si trattava
proprio dell'auto di Lotti, la Fiat 128 coupé di colore
rosso sbiadito.
Il Pucci, di anni 64, pensionato, personaggio mai
emerso nel corso della prima indagine su Pacciani,
venne da me interrogato il 2 gennaio 1996. Raccontò
fatti interessanti che influirono, poi, successivamente,
su Lotti, facendolo maggiormente aprire agli inqui-
renti.
Devo rilevare che anche il Pucci mi colpì per l'imba-
razzo manifestato e un certo nervosismo e fastidio che
non riusciva a nascondere. Anche lui evitava di guar-
darmi in viso e cercava di schivare le domande o le
richieste di precisazioni facendo presente di avere fret-
ta. Asseriva di dover tornare a casa presto per cenare
insieme ai propri fratelli. Da un punto di vista caratte-
riale mi sembrò molto simile al Lotti.
Mi resi conto, man mano che andavo avanti nell'in-
terrogatorio, di avere davanti una persona anagrafica-
mente avanzata negli anni, ma, sotto il profilo psicolo-
gico, molto superficiale, ancora legato, come fosse un
bambino, ai propri fratelli sui quali aveva riversato
tutto il suo affetto. Era un uomo semplice, ma lucido e
consapevole delle sue affermazioni.
Cominciammo a parlare del Lotti. Disse di averlo
frequentato assiduamente fino a circa dieci anni prima,
fino al giorno in cui litigarono perché il Lotti non si era
presentato all'appuntamento, precedentemente concor-
dato, per andare insieme a Firenze a prostitute.
Più in particolare, disse che con lui era solito tra-
scorrere tutte le domeniche pomeriggio e sera. In quel-
le occasioni, con la macchina dell'amico, andavano a
donne a Firenze, solitamente dalla Gabriella. Prima di
conoscerla, invece, erano soliti recarsi nei pressi della
Stazione ferroviaria o alle Cascine.
Ci tenne a sottolineare che con Lotti sostanzialmen-
te aveva fatto coppia fissa per le girate a Firenze la
domenica e che solo qualche volta con loro era andato
anche il Vanni da lui definito buon amico di Lotti non-
ché un tipo un po' particolare, nel senso che non era nor-
male, tanto che si portava dietro falli di gomma.
Gli chiesi se, durante le loro girate, si fossero ferma-
ti nella piazzola degli Scopeti.
Formulai in maniera diretta la domanda sia perché
già conoscevo la circostanza della presenza di una auto
simile a quella del Lotti agli Scopeti la notte del delit-
to, sia perché una specie di intuito mi faceva ben spe-
rare nel momento di sincerità del teste che stava rife-
rendo intimi fatti personali, relativi alle sue esperienze
con prostitute.
Alla mia domanda, senza manifestare alcuna titu-
banza, dichiarava: al riguardo ricordo bene che sola-
mente in una occasione ci siamo fermati in questa piaz-
zola e ciò si è verificato circa 10 anni fa e, precisamente,
una domenica sera, allorché, rientrando da Firenze dopo
la solita girata e visita alla Gabriella, ci siamo fermati
per un bisogno fisiologico di entrambi e ricordo che fu il
Giancarlo a dire di fermarci in quel posto.
Una volta fermatici all'inizio della stradella che con-
duce nella piazzola, ricordo bene che notammo una
macchina, di colore chiaro, ferma a pochi metri di
distanza da una tenda e, alla nostra vista, due uomini,
che si trovavano a bordo di quell'auto, scesero da essa e
si misero a vociare contro di noi con atteggiamento
minaccioso, tanto che subito andammo via.
I due ci minacciarono di ucciderci qualora non fossi-
mo andati via subito e noi, impauriti, ci allontanammo
subito dal posto.
II Giancarlo mi accompagnò a San Casciano, dove io
avevo lasciato la mia ape e con questa ritornai a casa.
L'orario in cui solitamente partivano da San Cascia-
no era intorno alle 14,30, mentre la sera facevano ritor-
no al paese col buio, talvolta dopo cena, dopo aver
mangiato a Firenze, anche a casa della Gabriella, con
la quale avevano instaurato un buon rapporto di ami-
cizia.
Precisò, a proposito della sera in cui si erano intrat-
tenuti agli Scopeti, che Giancarlo, all'epoca, possedeva
o il 128 coupé o il 131.
A quel punto, visto che il teste aveva già fatto alcu-
ne ammissioni importanti, cercai di conoscere più par-
ticolari possibili su quell'episodio, allo scopo di acqui-
sire un quadro fattuale quanto più completo possibile
che potesse essere, in un secondo momento, di ausilio
nella prospettiva di eventuali contestazioni al Lotti.
Questi, nel corso del suo interrogatorio del 15 dicem-
bre, non aveva fatto alcun cenno a quell'avvenimento.
Domandai al Pucci come avesse appreso la notizia
dei due turisti francesi uccisi nella piazzola degli
Scopeti, proprio lì dove lui e Giancarlo, quella sera, si
erano fermati, a suo dire, per soddisfare un bisogno
fisiologico.
Rispose che l'aveva appreso dalla stampa e dalla
televisione. Il suo atteggiamento, nel frattempo, era
diventato meno ambiguo. Rispondeva con scioltezza.
Precisò altri dettagli relativi a quella sosta. Disse che
Giancarlo aveva fermato l'auto proprio in corrispon-
denza della stradella che conduceva alla piazzola del
delitto, con la parte anteriore rivolta verso San Cascia-
no. La stessa posizione in cui l'aveva vista la Gabriella.
A proposito dei due personaggi che li avevano
minacciati, disse che si esprimevano in dialetto tosca-
no e, precisamente, fiorentino. Erano d'aspetto piutto-
sto rozzo. Il loro abbigliamento era abbastanza primi-
tivo. Indossavano o un giubbotto o un giaccone. Anche
il loro modo di parlare era piuttosto primitivo, tanto
che le frasi che era riuscito a percepire erano state:
cosa venite a rompere i coglioni, andate via perché vi si
ammazza tutti e due.
A quel punto gli chiesi perché, sia per il fatto di esse-
re stati minacciati sia perché, appresa la notizia del
delitto, avevano sicuramente ricollegato la presenza
dei due uomini con il duplice omicidio, non avessero
informato le Forze di Polizia.
Il Pucci disse di non averne parlato con nessuno,
neppure con i propri familiari, anche se, in verità, quel-
la sera aveva pensato di andare dai carabinieri ma
Giancarlo lo aveva sconsigliato dicendogli che lui non
sarebbe andato mai e poi mai per non passare da spione.
Precisò: mi disse esattamente così: non voglio passare
da spia, facendomi intendere che in effetti egli aveva rico-
nosciuto i due individui e aveva paura di parlare con i
carabinieri.
Nei giorni successivi Giancarlo aveva manifestato
un certo nervosismo, peraltro già evidente quella stes-
sa sera e, dopo pochi giorni, aveva rotto l'amicizia con
lui, tanto che, insolitamente, non si era presentato
all'appuntamento domenicale al bar Centrale di San
Casciano per andare a fare la solita girata a Firenze.
In relazione ai rapporti tra Giancarlo e Vanni, Pucci
riferì di aver avuto l'impressione che Giancarlo avesse
paura, come se fosse in soggezione, non solo di Vanni
ma anche di Pacciani. Quella paura, a suo giudizio, era
ancor più forte nei giorni immediatamente successivi
al delitto.
Il racconto del Pucci mi aveva sorpreso soprattutto
per il fatto che il teste avesse potuto tenere nascosto
nel suo intimo fatti così gravi. Si trattava di pezzi di
verità assolutamente nuovi, che trovavano puntuale
conferma nelle dichiarazioni di altri testi, alcuni ver-
balizzati in epoca non sospetta nell'immediatezza del
delitto del 1985. Mi aveva particolarmente colpito la
rottura della solida e annosa amicizia tra Pucci e Lotti,
riconducibile proprio all'avvenimento di quella notte.
Era chiaro che c'era ancora qualcosa da scoprire. Il
Pucci non mi appariva credibile circa le motivazioni
che, a suo dire, lo avevano portato a fermarsi a quell'o-
ra in quel posto. Altri elementi investigativi facevano
pensare che, lui e l'amico, avessero trascorso, in quel
posto, una parte del pomeriggio.
Infatti, dalle dichiarazioni dei due testimoni dimen-
ticati, i coniugi Chiarappa/De Fa vero, avevo rilevato
che, nel pomeriggio di quella domenica e in prossimità
della stradina che conduce alla piazzola degli Scopeti,
c'erano due individui con un'auto, di colore rosso sbia-
dito e dalla coda tronca, che corrispondeva perfetta-
mente a quella del Lotti.
Trovavo una forte analogia tra le descrizioni dei due
uomini, fatta dai coniugi, e le caratteristiche somatiche
della coppia Lotti-Pucci.
La mattina successiva all'interrogatorio, andai dal
Procuratore Capo Dott. Vigna e, presente anche il
Pubblico Ministero Dott. Canessa, gli raccontai il con-
tenuto delle dichiarazioni di Pucci, facendo notare che,
a mio giudizio, avevamo iniziato un percorso investi-
gativo giusto per far luce, quanto meno, sul duplice
omicidio del 1985. Sottolineai, in particolare, che gli
esiti conseguiti sicuramente facevano prevedere ulte-
riori sviluppi. La motivazione che impediva al Lotti di
andare dai carabinieri {per non passare da spione),
faceva pensare, ad esempio, che i due amici avessero
ben conosciuto i due personaggi che li avevano minac-
ciati.
Detti notizia, quindi, in apposita informativa alla
Procura della Repubblica, dei risultati investigativi
raggiunti.
Il 23 gennaio, Pucci venne interrogato negli uffici
della Procura della Repubblica dai Pubblici Ministeri.
Confermò le dichiarazioni rese nel mio ufficio il 2
gennaio ma precisò ulteriormente che, la sera dell'o-
micidio, non si erano fermati solo per soddisfare un
bisogno fisiologico, ma anche per guardare qualche
coppia appartata. Avevano lasciato la macchina nei
pressi della piazzola ed erano saliti lungo un viottolo
verso lo spiazzo dove c'era una tenda a forma di capan-
na e una macchina ferma nelle vicinanze. Prima di
arrivare alla tenda erano stati affrontati da due uomi-
ni, di cui uno armato con una pistola. Costoro li ave-
vano minacciati intimando loro di andare via. Cosa che
loro avevano subito fatto. Durante il tragitto per anda-
re a casa aveva commentato con Lotti l'accaduto e que-
sti gli aveva detto di aver riconosciuto uno dei due,
senza però dirgli chi fosse. Avevano discusso dell'op-
portunità di andare dai carabinieri per denunciare che
erano stati minacciati con una pistola. Lotti lo aveva
sconsigliato facendogli presente che lui non intendeva
fare la spia. Il giorno successivo, in paese aveva sentito
parlare del duplice omicidio. Dopo qualche giorno, al
bar di San Casciano, sia lui che Lotti avevano riferito
che la notte del delitto erano stati minacciati da due
persone. Al riguardo, indicava i nomi di alcuni avven-
tori del bar che erano presenti in quell'occasione.
Raccontava, poi, che altre volte era stato insieme al
Lotti a spiare le coppiette e sapeva che Giancarlo ci
andava anche con Pacciani e Vanni.
Quindi, gli venne chiesto se avesse più parlato con
Lotti di quell'episodio. Rispose di averne riparlato e, in
un'occasione, anche davanti al Vanni che aveva escla-
mato: attento che il Pacciani ha una pistola! A quel
punto gli veniva ripetutamente chiesto di precisare i
termini esatti di quel colloquio e, in particolare, di spe-
cificare se Vanni intendesse riferirsi all'episodio dei
due individui che li avevano minacciati. Rispondeva:
noi parlammo delle persone che ci avevano minacciato
chiedendo al Lotti se aveva riconosciuto qualcuno. Il
Lotti disse: io credo che uno dei due fosse il Pacciani,
aggiungendo, come per mettermi in guardia: attenzione,
il Pacciani ha la pistola!
A nuove richieste di riferire tutto quanto a sua cono-
scenza su quello che aveva visto quella sera, risponde-
va: uno aveva il coltello e l'altro aveva la pistola. Quello
che aveva il coltello era il Vanni e io non ho riconosciu-
to l'altro.
Ed ancora, invitato a chiarire se avesse capito che
già era stato commesso il delitto, rispondeva: il Vanni
disse che li avevano già ammazzati. Vanni lo aveva
detto, a lui e a Lotti, qualche giorno dopo al bar di San
Casciano. Aveva detto semplicemente che i due turisti
erano stati uccisi, senza precisare da chi.
Il 23 gennaio, venivano perquisite le abitazioni di
Vanni, Lotti, Pucci, Galli, Nicoletti e, il giorno succes-
sivo, quella di Gabriella. Si sequestravano agende,
rubriche telefoniche e foglietti con numeri telefonici,
tranne che nell'abitazione del Pucci dove tutto si con-
cludeva con esito negativo.
Fu necessario un altro interrogatorio, esattamente il
9 febbraio, affinché il Pucci raccontasse gli eventi di
quel giorno in maniera precisa. Le cose erano andate
così. La domenica del delitto, nel primo pomeriggio,
era andato con Lotti, e con la sua macchina, a Firenze
dalla Gabriella. Con questa, entrambi e separatamente,
avevano avuto rapporti sessuali. Con loro c'era anche il
Vanni, che, però, era stato mandato via dalla donna.
Definiva il Vanni: (...) soggetto parecchio strano (...) era
uno che con le donne combinava poco (...) guardava e
basta (...) voleva usare un vibratore e si eccitava così. A
proposito sempre del Vanni, precisava che questi, dopo
il rifiuto della Gabriella, era incazzato fradicio tanto
che era andato via da solo senza aspettarli.
La sera, dopo essere rimasti un po' a girovagare per
le strade di Firenze e aver cenato in un locale, avevano
ripreso la macchina per fare ritorno a casa. Giunti alla
piazzola degli Scopeti, Giancarlo aveva fermato la
macchina dicendogli andiamo, che si va a vedere un
pochino; ci sono due con una tenda. Erano scesi, piano
piano, come erano soliti fare in quei casi. Era una bella
serata con la luna crescente, quella buona perché nasca-
no i funghi, per cui la visibilità era buona. Mentre sta-
vano per avvicinarsi alla tenda, erano stati aggrediti
verbalmente da due persone armate: quello più basso
aveva una pistola e quello più alto un coltello. Erano
Pietro Pacciani e Mario Vanni.
A quel punto, visibilmente commosso, diceva: io
rimasi sconvolto e tutte le volte che mi è capitato di pas-
sare per quella strada mi è tornata la paura. E ancora,
subito dopo: ora che mi viene chiesto se io abbia visto
anche qualche altra cosa per rimanere così spaventato,
voglio dire, liberandomi di un peso, che ho assistito a
tutta la scena e che ho visto sparare.
Era successo che lui e Giancarlo avevano fatto finta
di andare via, mentre, in realtà, si erano nascosti tra le
frasche e avevano visto quasi tutto: uno dei due, quello
più alto, cioè il Vanni, andò dietro la parte posteriore della
tenda e con quel coltellaccio da cucina che aveva in mano
tagliò il tessuto. Ricordo ancora il rumore che fece come
di tela strappata. Il gesto che io vidi mi sembrò come fatto
dal basso verso l'alto. A questo punto l'uomo uscì fuori
dalla tenda, dalla parte anteriore, scappando verso il
bosco, cioè dalla parte opposta della strada. L'altro, che
aveva la pistola, cioè il Pacciani, gli sparò e gli andò die-
tro mentre quello scappava, continuando a sparare. Nello
stesso tempo, Vanni si introdusse nella tenda.
Poi non aveva visto altro. Mentre stavano andando
via, Giancarlo gli aveva detto: li hanno già ammazzati.
E lo aveva invitato a non andare dai carabinieri, cosa
che lui, invece, aveva intenzione di fare. Pucci spiegò
che era veramente terrorizzato dal Vanni e dal Paccia-
ni, soprattutto perché il primo, una volta, lo aveva inti-
midito rivolgendogli velate minacce di morte esibendo
un grosso coltello.
Infine, fece un breve cenno al delitto di Vicchio del
1984, riferendo che, dopo qualche giorno dalla sua
commissione, Giancarlo, davanti al bar "Centrale" di
San Casciano gli aveva detto: guarda, hanno ammazza-
to quelli che si è visto noi!
La dinamica esecutiva dell'azione mi parve plausibi-
le e, in particolare, mi forniva una logica spiegazione al
fatto che il giovane francese, nel fuggire dalla tenda, si
fosse diretto verso il bosco, anziché, come sarebbe
stato più naturale, dal lato opposto in direzione della
strada, dove sarebbe stato più agevole chiedere aiuto.
Era chiaro che i movimenti della vittima erano stati
condizionati dall'improvvisa presenza di qualcuno che
tagliava la tenda sul retro, in direzione della strada.
I familiari del Pucci, a distanza di qualche giorno,
mi fornirono un'ulteriore, anche se indiretta, precisa
conferma della genuinità del racconto del Pucci.
La sera del 13 febbraio, infatti, il fratello di Pucci
chiese, telefonicamente, un incontro con la Squadra
Mobile. L'incontro avvenne la stessa sera a casa sua, a
Montefiridolfi. In quella occasione sia il fratello che la
cognata del teste riferirono che, essendosi insospettiti
del fatto che il loro congiunto, in un brevissimo arco di
tempo, fosse stato più volte convocato sia in Questura
che in Procura, avevano insistito per conoscere da
Fernando i motivi di quelle convocazioni. Dopo vari
tentativi, quel giorno, Fernando aveva confessato, rac-
contando loro di essere stato testimone oculare del
delitto degli Scopeti. Il fratello, nel sottolineare che il
racconto, a suo giudizio, era vero, faceva presente che,
se egli avesse saputo prima quei fatti, sicuramente
avrebbe presentato il fratello alla Polizia o direttamen-
te davanti ai giudici, durante il processo a carico di
Pacciani. La cognata confermò che Fernando le aveva
espressamente detto, durante il pranzo di quel giorno,
che, in relazione all'omicidio degli Scopeti, lui aveva
visto ogni cosa. Anche in epoca molto precedente
Fernando le aveva riferito confidenzialmente che, quel-
la sera, qualcuno lo aveva minacciato, ma non aveva
detto altro.
Nel frattempo, un ulteriore riscontro lo desumevo
dall'esito del servizio di intercettazione telefonica del-
l'utenza installata nel Bar Centrale di San Casciano,
frequentato da Lotti. Difatti, il 25 gennaio, Gabriella
aveva telefonato al bar, chiedendo di parlare con
Giancarlo.
Durante la conversazione, i due discussero della
perquisizione, subita da entrambi, ad opera della
Polizia e del sequestro delle agende. Ad un certo punto,
la donna testualmente affermò: non ci si può fermare
neanche a pisciare...lo hai detto tu, facendo chiaramen-
te intendere di aver discusso già altre volte della sosta
del Lotti sulla piazzola degli Scopeti la sera del delitto,
e di averne discusso dopo essere stati entrambi già
interrogati e dopo che lei stessa aveva dichiarato di
aver visto, ferma sulla strada asfaltata proprio in corri-
spondenza della tenda dei due francesi, una autovettu-
ra simile a quella del Lotti.
Il fatto era stato, evidentemente, oggetto di chiari-
menti fino all'ammissione da parte dell'uomo di esser-
si fermato per soddisfare un bisogno fisiologico.
L'attività investigativa registrava, quindi, l'impor-
tante evento della collaborazione del Lotti e il muta-
mento della sua posizione da teste a indagato.
Il Lotti, infatti, in un primo tempo, sicuramente allo
scopo di evitare una sua corresponsabilità nei delitti
che andava narrando, aveva dato un apporto di colla-
borazione molto limitato. Solo con il passare del
tempo, e dopo precise contestazioni dei risultati inve-
stigativi, la collaborazione diventava sempre più com-
pleta e sincera. I risultati più importanti si raggiunge-
vano negli ultimissimi interrogatori, quando, final-
mente, con ricchezza di particolari, descriveva gli omi-
cidi da lui vissuti personalmente. In quegli interroga-
tori, vincendo tutte le resistenze che lo avevano frena-
to per tanti mesi, svelava anche la ragione del ricatto
subito dai suoi complici, fornendo, peraltro, gli ele-
menti necessari per capire i motivi che lo avevano
indotto a partecipare ai delitti.
Ecco, in ordine quasi cronologico, gli atti relativi
alle dichiarazioni di Lotti.
Il giorno 11 febbraio 1996, di mattina, si procedeva,
negli uffici della Procura della Repubblica, ad interro-
gare il Lotti, che confermava sostanzialmente i fatti a
me riferiti nell'interrogatorio del 15 dicembre 1995.
Riferiva delle sue esperienze sessuali con prostitute, in
specie con Filippa e Gabriella e della sua amicizia
ultraventennale con Fernando Pucci, confermando
così quanto avevano precedentemente dichiarato sia le
donne che Pucci stesso.
A proposito del Pucci dichiarava: l'ho conosciuto
una ventina di anni fa. All'inizio venivamo a Firenze con
il pullman della Sita, quando non avevo la macchina.
Fernando veniva da Montefìridolfì a San Casciano, dove
prendevamo la Sita, con il suo motorino 48. All'inizio
della nostra conoscenza abbiamo frequentato diverse
prostitute, poi Fernando mi ha fatto conoscere la
Gabriella, che lui ha conosciuto separatamente da me e
con la quale era stato già all' hotel Spagna.
Alla domanda, poi, di elencare tutte le macchine che
nel tempo aveva posseduto, il teste le indicava tutte ad
eccezione della Fiat 128 coupé di colore rosso sbiadito,
il cui possesso, confermerà in un secondo momento.
Poi gli venne chiesto se la domenica dell'omicidio
degli Scopeti del 1985 ricordasse quello che aveva fatto.
Sentiamole le battute della risposta, integralmente,
perché meglio di qualsiasi commento possono raccon-
tare il travaglio di un uomo che cadeva nelle situazioni
più difficoltose ogni qualvolta cercava di tacere la
verità: mi viene a questo punto chiesto se la domenica
dell'omicidio degli Scopeti del 1985 io abbia qualche
ricordo particolare su cosa ho fatto. Al che il Lotti
dichiara: quella domenica (...) si tornò (...) e subito
dopo non mi sono mica fermato lì e successivamente
aggiunge io alle 23.00 ero a San Casciano.
Invitato a riferire se avesse mai visto la tenda pres-
so la quale avvenne l'omicidio del 1985 dice: io non l'a-
vevo mai vista prima e aggiunge quella domenica torna-
vo dal Galluzzo, da solo, ero stato a vedere un cinema.
Fatto presente al Lotti che, sulla base degli elemen-
ti in possesso dell'ufficio, emerge che la sua auto Fiat
128 coupé quella domenica è stata vista in via degli
Scopeti, la sera, dopo le 23,00, dichiara: la macchina
non era la mia (...) se dico no è no.
Chiesto se ha paura di qualcosa o di qualcuno,
dichiara: non ho paura. Invitato a riflettere dichiara:
può darsi che mi sia fermato un momento e basta (...)
poi siamo ripartiti (...) ho visto la tenda (...) poi siamo
ripartiti e siamo andati via, vicino alla tenda c'era una
macchina bianca.
Alla domanda del perché siano andati via, dice: ci
siamo fermati per fare un po' d'acqua, poi siamo andati
via da noi, saranno state le 23,15. Chiesto chi fosse la
persona che era con lui, dal momento che l'ufficio gli
fa presente che ha parlato al plurale e che, dalle dichia-
razioni raccolte emerge che quella sera, con lui, c'era
Pucci Fernando, dichiara: ho parlato al plurale, effetti-
vamente con me c'era Fernando. Chiesto se quella sera
avessero visto altre persone vicino alla tenda, in un
primo momento dichiara: se c'erano delle persone le
avrà viste il Pucci.
Fatto presente che il Pucci ha effettivamente affer-
mato ciò, dichiara, dopo averci pensato: sì, va bene,
due persone ci hanno mandato via e hanno detto: se non
andate via vi si fa fuori. Uno aveva una pistola. Invitato
a dire se avesse riconosciuto la persona che aveva la
pistola in mano, dichiara: non so chi è, e subito dopo:
non mi viene in mente. Invitato a descrivere come era
fatta la persona che li ha minacciati con la pistola,
dichiara: non ho visto di notte come era vestito (...) di
notte, al buio, si vede poco bene.
Invitato a dichiarare se, per caso, la persona che ha
minacciato con la pistola lui e il Pucci assomigliasse a
qualcuno conosciuto, dichiara: di notte come facevo. E,
successivamente: non riesco a dire il nome (...) non è
facile dirlo.
Invitato a dichiarare se, dopo quell'episodio, siano
andati o meno dai carabinieri, dice di non esserci
andato. Fatto presente che il Pucci Fernando ha riferi-
to all'ufficio che esso Pucci aveva proposto quella sera
al Lotti di andare dai carabinieri, dichiara: non ci
siamo andati, e successivamente: mi pareva una cosa
non tanto bella.
Invitato a spiegarsi meglio, dichiara: è stata una
cosa di paura.
L'ufficio dà atto che più volte il Lotti si è interrotto
e ha pensato a lungo prima di rispondere, facendo
delle lunghe pause e mostrando difficoltà nel conti-
nuare a rispondere alle domande.
Dopo una breve pausa, ancora spontaneamente
aggiunge: la sera prima dell'omicidio sono passato agli
Scopeti da me, il giorno del fatto ero con il Pucci. La sera
del fatto io ero molto impaurito. Vidi quello con la pisto-
la che ci minacciò con la frase che ho già detto. Accanto
c'era un altro, ma io non li ho riconosciuti. Fatto pre-
sente che il Pucci ha dichiarato di averli riconosciuti,
dichiara: io non mi ricordo chi disse che erano, non mi
viene in mente chi disse, non me lo ricordo. Chiestogli se
il Pucci, in riferimento alle persone da esso ricono-
sciute, abbia fatto il nome di Indovino Salvatore,
dichiara: no, lui non c'entra. Aggiunge spontaneamen-
te: ero impaurito, tanto allegro non ero! Invitato nuova-
mente a dire se il Pucci avesse riconosciuto qualcuno,
dice: dopo dieci anni non me lo ricordo.
Successivamente chiede all'ufficio che nomi abbia
fatto il Pucci, ma l'ufficio non palesa al Lotti tali nomi.
Invitato a descrivere la posizione delle due persone
e la posizione delle stesse rispetto alla tenda e all'auto,
dichiara: erano accanto l'uno all'altro, distanti un metro
circa tra loro, quello con la pistola era a destra, l'altro a
sinistra.
Invitato a chiarire la posizione della tenda e dell'auto
rispetto alla posizione in cui si trovavano lui e il Pucci,
dichiara: noi eravamo nella stradella in salita. La tenda
era più avanti, nello spiazzo davanti a noi. L'auto bianca
era dietro la tenda (...) loro mi chiedono di spiegare le
ragioni per cui non dico i nomi delle persone da me viste
quella notte vicino alla tenda: sono bloccato, non riesco a
dirlo, ho paura. Voglio dire, perché me lo chiedete, che da
quel posto non ci sono mai più ripassato.
Mostrato al Lotti il fascicolo fotografico del dupli-
ce omicidio del 1985, dice: non posso dire altro, non ce
lafo.
Quindi, nel pomeriggio dello stesso giorno 11 feb-
braio, si procedeva a mettere a confronto i due testi-
moni, Lotti e Pucci.
Così il Lotti apprendeva che l'amico aveva riferito i
nomi di Pacciani, armato di pistola, e di Vanni, arma-
to di coltello.
Subito dopo il confronto, il Lotti veniva nuovamen-
te interrogato. Questa volta confermava che si trattava
di Pacciani e Vanni, fornendo la sua versione, in gran
parte coincidente con quella riferita dall'amico, su
quanto aveva visto la notte del delitto. Raccontava,
infatti, di aver visto uno dei due uomini tagliare la
tenda da campeggio nella parte posteriore o meglio di
aver sentito il rumore della tela strappata e, subito
dopo, un uomo uscire dalla tenda e scappare dentro il
bosco inseguito dal Pacciani che gli aveva esploso con-
tro alcuni colpi di pistola subito appena era uscito
dalla tenda.
L'11 febbraio 1996 si otteneva, così, un risultato
determinante per la prosecuzione delle indagini e che
sicuramente lasciava supporre ulteriori sviluppi.
Avevamo, però, la consapevolezza che ancora sarebbe
stato faticoso far affiorare la verità nella sua comple-
tezza: era ancora da chiarire se i due amici fossero stati
solo due testimoni, come dagli stessi sostenuto, o se,
come sembrava ipotizzabile, complici nella realizza-
zione del delitto con ruoli che ancora si ignoravano.
Lo stesso 11 febbraio, a conclusione dell'interroga-
torio di Lotti, la Procura della Repubblica richiedeva al
Capo della Polizia l'applicazione di misure urgenti di
protezione nei suoi confronti. Successivamente, la
stessa Procura avanzava, alla competente Commis-
sione Centrale ex art. 10 L. 82/1991, la proposta di
ammissione allo speciale programma di protezione nei
riguardi dello stesso Lotti. Nella richiesta si sottolinea-
va la profìcua collaborazione offerta dall' indagato, che
aveva consentito di poter ricostruire vari omicidi con
dichiarazioni che avevano trovato supporto probatorio
anche nell'individuazione di luoghi e informazioni
assunte da altre persone.
Il Lotti diventava formalmente collaboratore di giu-
stizia gestito dall'apposito Servizio Centrale di
Protezione, istituito presso la Direzione Centrale della
Polizia Criminale.
Il 17 febbraio, nel corso di un ulteriore interrogato-
rio, Lotti affermò di essere stato a Vicchio sia con la
Filippa sia con il Pucci in distinte occasioni. Indicò la
piazzola come luogo dove si appartava con la macchi-
na, quella piazzola dove, nel 1984, erano stati uccisi
Pia Rontini e Claudio Stefanacci. Riferiva, in partico-
lare, che con la Filippa era stato in quel posto per fare
l'amore in macchina. Si era fermato anche a fare una
colazione alla "Casa del prosciutto". Con Pucci, invece,
c'era stato nell'estate del 1984. In sostanza confermava
quanto Filippa Nicoletti aveva riferito in relazione alle
sue girate in auto con l'amico.
Lo stesso giorno 17 febbraio venne fatto un sopral-
luogo a Vicchio con il Pucci.
Arrivati sul posto Pucci dichiarò di non ricordare
quei luoghi. Nell'affermare ciò, però, il teste appariva
visibilmente nervoso, strusciava più volte i piedi per
terra rimuovendo la ghiaia. Si poneva sistematicamen-
te con le spalle alla piazzola, dove era stata rinvenuta
l'auto della giovane coppia, manifestando un apparen-
te disagio. Chiese di potersi allontanare da quei luoghi,
quasi come fosse per lui insopportabile prolungare
ulteriormente la sua presenza lì. Successivamente, al
momento di compilare il relativo atto di sopralluogo
presso gli uffici della Polizia, riferiva: sono stato a
Vicchio con il Lotti Giancarlo in auto, come ho già detto
alla S. V. quando sono stato sentito la volta scorsa, ma
non ricordo esattamente il posto e, quindi, poco fa,
quando ci sono stato portato, non mi è sembrato di rico-
noscerlo.
Capii che rivedendo i luoghi dell'omicidio si era sen-
tito in forte imbarazzo e forse in colpa per aver taciu-
to per tanti anni quei segreti, che aveva chiuso, come
in una solida e impenetrabile cassaforte, nei suoi pen-
sieri.
Il giorno successivo, ricevuta delega da parte del
Pubblico Ministero ad eseguire un'individuazione dei
luoghi con la partecipazione del Lotti, mi recai con il
testimone a San Casciano, in via di Faltignano, dove,
all'epoca dei fatti, abitava la Nicoletti. Da qui partim-
mo per raggiungere Vicchio secondo l'itinerario che il
Lotti man mano riferiva di fare e che era lo stesso fatto
in occasione della girata con la donna di cui aveva par-
lato nel precedente interrogatorio.
L'itinerario era questo: via di Faltignano - via degli
Scopeti - Sant'Andrea in Percussina - piazzola degli
Scopeti - ponte agli Scopeti - Tavarnuzze - Firenze
Certosa - Galluzzo - Firenze - Viale Torricelli -
Piazzale Michelangelo - Ponte S. Niccolò - Lungarno
del Tempio - Girone - Ellera - Pontassieve - Rufina -
Dicomano - Vicchio - Ponte a Vicchio.
Dalla casa di via di Faltignano a Ponte a Vicchio c'e-
rano km 61,800.
Ad un certo punto il Lotti fece cenno di svoltare a
sinistra in direzione dell'abitato di Dicomano e, man
mano che si procedeva avanti, prestava attenzione alle
stradine laterali che si andavano incontrando sulla
destra, riferendo in progressione alla prima stradina,
no questa va su alle case, ad una successiva stradina no
questa no e ancora ad altra stradina, all'inizio della
quale vi è l'indicazione Azienda La Rena, no questa
porta ad una fattoria, l'ho percorsa con la Filippa per un
tratto fino alla prima casa e poi sono tornato indietro.
Ha aggiunto: dove mi sono fermato io era una piaz-
zetta vicino alla strada.
Proseguendo sempre nella medesima direzione di
Dicomano e, nell'avvicinarci a un'altra deviazione sem-
pre sulla destra, il teste diceva: può darsi sia questa e
subito dopo, in corrispondenza della deviazione, con
tono sicuro, affermava: è questa, è proprio questa!
La distanza tra la casa della Nicoletti e quel posto
risultava essere di km 65 esatti.
Ci immettevamo in quella stradella. Lotti, con gran-
de precisione e sicurezza, dichiarava: ricordo bene que-
sto posto, ricordo il palo della luce, non c'erano quelle
croci (si trattava delle croci in ricordo di Pia Rontini e
Claudio Stefanacci), la ghiaia che è per terra all'epoca
non c'era, almeno così io ricordo; ho fermato la macchi-
na con la Filippa nello slargo, con la parte posteriore
verso la collina e quella anteriore verso la casa colonica
sita poco distante; sono stato qui con la Filippa nell'e-
state del 1984, faceva molto caldo e ricordo che quando
andammo via ci fermammo vicino al fiume e ci
bagnammo i piedi proprio perché faceva molto caldo;
ricordo che scorreva meno acqua di quella che vedo
adesso.
Improvvisamente disse di ricordare alcuni partico-
lari nuovi. Raccontò che, in quel posto, dopo qualche
giorno dalla girata con la Filippa, era ritornato con
Fernando Pucci. Era buio e dopo aver lasciato la mac-
china in uno slargo lì vicino, si erano avvicinati a piedi
alla piazzola. Qui, avevano notato, in sosta, una mac-
china di piccola cilindrata, una Panda, di colore sul
bianco celestino, con la parte posteriore verso la colli-
na e quella anteriore verso una casa colonica che si
trova sul lato opposto a circa 300/400 metri di distan-
za. Nella macchina c'erano due persone. Lui e Pucci si
erano fermati a qualche metro di distanza per non farsi
notare, si erano nascosti dietro alcuni cespugli per
guardare la coppia che era impegnata in effusioni amo-
rose. Erano rimasti in quel posto ad osservare per
pochi minuti e, poi, accortisi che la coppia aveva nota-
to la loro presenza, erano subito andati via.
Dopo qualche giorno, trovandosi a parlare con Vanni
sia al bar che alla trattoria "La Cantinetta" di San
Casciano, gli aveva raccontato della coppia sulla Panda:
coppia che, a distanza di qualche giorno, per come
aveva appreso dai giornali e dalla televisione, era stata
assassinata. A quel punto Vanni lo aveva invitato a stare
attento a parlare perché: ci potevano essere persone in
borghese che sentivano i nostri discorsi e di non dire in
paese che io ero stato, pochi giorni prima, in quel posto.
Riferì, infine, che quando con Vanni gli era capitato
di parlare degli omicidi, l'amico aveva mostrato preoc-
cupazione e paura non tanto per quello di Vicchio
quanto per quello di Scopeti.
Tornammo a Firenze. Ero soddisfatto perché Lotti
stava cominciando a maturare la volontà di aprirsi con
gli investigatori ancor più di quanto non avesse fatto
nei precedenti interrogatori. Il luogo del delitto e la
vista delle croci avevano sicuramente contribuito ad
aprire il suo cuore.
Il 6 marzo, Lotti venne nuovamente interrogato.
Premetteva: prendo atto che vengo sentito in merito ai
fatti per i quali sono stato sentito in precedenza e voglio
subito dire, come ho già anticipato agli ufficiali di P. G.
presenti, che in questi ultimi giorni ho ripensato a lungo
ai fatti di cui sono stato testimone e quindi voglio ora pre-
cisare alcuni altri particolari che mi sono venuti in mente
soprattutto in relazione a quanto da me visto la notte in
cui fu commesso l'omicidio degli Scopeti del 1985.
Raccontò di aver visto Pacciani Pietro, che era
armato di pistola e Vanni Mario, armato di coltello.
Specificava di aver assistito a tutta la scena della dina-
mica materiale dell'omicidio, essendosi nascosto nei
pressi della tenda, tra i cespugli.
Aveva visto Vanni tagliare con il coltello la tenda dei
due turisti, verticalmente, da una parte, mentre
Pacciani la apriva dal lato opposto. Aveva visto il ragaz-
zo uscire dalla tenda e correre verso il bosco, inseguito
da Pacciani. Aveva visto Pacciani tenere con un braccio
il giovane e con l'altra mano colpirlo, prima all'altezza
del collo e, in un secondo momento, all'altezza del
petto. Dopo questa scena, aveva visto Pacciani tornare
verso la tenda, dove già si trovava il Vanni. Li aveva
visti rimanere nella tenda per diversi minuti, forse una
decina. Usciti, aveva visto il Pacciani tenere in mano
una specie di fagotto, forse una busta. Li aveva visti
andare in direzione del bosco, dove, nel luogo che mi
aveva indicato durante il sopralluogo del 18 febbraio",
uno si era chinato per un paio di minuti.
Quindi aveva visto i due inoltrarsi nel bosco mentre
lui faceva ritorno alla propria macchina.
Rivelò, poi, alcuni particolari relativi al delitto del
1984.
Infatti, nella parte finale dell'interrogatorio, il Pub-
blico Ministero, gli aveva contestato che, per quanto
concerneva quel delitto, due testi avevano riferito che,
la notte dell'omicidio, avevano visto nella strada ster-
rata sovrastante la piazzola dell'omicidio e in orario
perfettamente compatibile con la sua ricostruzione,
due auto di media cilindrata, una bianca davanti e una

11
In occasione del sopralluogo del 18 febbraio, passando in
auto dal luogo del delitto del 1985, Lotti aveva indicato una zona
boschiva, ove, la notte dell'omicidio, dopo la sua realizzazione,
aveva visto dirigersi Vanni e Pacciani.
rossa, dietro. Gli veniva fatto presente che, dalla descri-
zione dei testi, quelle auto erano simili alla Ford Fiesta
del Pacciani e alla sua Fiat 128 coupé rossa. Al che,
Lotti affermava: ora che me lo chiede e dopo che mi è
stato detto espressamente che nel 1984 non solo è stata
vista una macchina come quella del Pacciani, ma anche
una come la mia, devo dire che anche nel 1984 io ho
visto il Pacciani e il Vanni, ma senza essere visto da loro,
mentre commettevano l'omicidio.
Ribadiva che la sua posizione era sempre quella di
un testimone oculare. La sera dell'omicidio si trovava
nel piazzone di San Casciano, da solo, con la propria
macchina, senza fare niente di preciso. A un certo
punto aveva visto passare Pacciani e Vanni, sulla mac-
china del primo, che si dirigevano verso Firenze. Si era
insospettito e si era messo al loro seguito, senza essere
visto. Li aveva seguiti fino alla piazzola di Vicchio e,
qui, aveva assistito al massacro. Aveva visto Pacciani
sparare verso la macchina dalla parte del finestrino e,
subito dopo, Vanni tirare fuori dall'auto la ragazza.
Questa veniva trascinata nel campo e colpita con il col-
tello dal Vanni, mentre Pacciani si occupava del ragaz-
zo dentro alla macchina.
Inutile dire che il racconto del Lotti sembrava, in
parte, assolutamente inverosimile.
Era stato costretto, di fronte alla contestazione del
Pubblico Ministero ad ammettere la sua presenza sul
posto, ma non era credibile che ci fosse andato da solo,
all'insaputa dei due amici. La natura dei luoghi, molto
isolati, l'ora tarda, nonché il lungo tragitto effettuato
da San Casciano a Vicchio attraverso strade provincia-
li, scarsamente frequentate, non avrebbe consentito al
Lotti di passare inosservato.
Lotti sapeva molte cose di quei delitti, ma non vole-
va parlare per paura, per difendere la sua posizione, per
non rivelare di aver avuto in quei fatti un ruolo attivo.
L'll marzo Lotti chiese di incontrarmi: qualcosa
stava davvero cambiando nel suo atteggiamento.
Lo incontrai nella località dove all'epoca era sotto
protezione.
Dopo aver premesso che aveva avvertito la necessità
di vedermi per precisare alcuni aspetti dell'ultimo
interrogatorio relativi al delitto di Vicchio, mi rivelava
che quando era partito da San Casciano, la sera del
delitto, non aveva seguito l'auto di Pacciani e Vanni a
loro insaputa, come aveva precedentemente racconta-
to. Quindi, manifestando un sincero spirito di collabo-
razione, maturato, a suo dire, dopo lunghe riflessioni,
raccontò come erano andati i fatti.
La sera precedente a quella dell'omicidio aveva
incontrato Vanni nel piazzone di San Casciano che gli
aveva detto di tenersi disponibile per la sera successi-
va. Sarebbero andati, con Pacciani, nella piazzola di
Vicchio a guardare la coppietta con la Panda celestina
della quale lui gli aveva parlato qualche giorno prima.
La sera successiva, così come concordato, era andato
all'appuntamento, fissato per le 22 nella piazza di San
Casciano. Prima di partire, aveva appreso da Mario
che sarebbero andati a Vicchio per un lavoro che Mario
stesso e Pietro avrebbero dovuto fare in quella piazzo-
la. Quindi erano partiti con due macchine. Lui con la
sua Fiat 128 e Pacciani con la Ford bianca. Lungo la
strada si erano fermati in un bar del Galluzzo per pren-
dere un caffè. Arrivati sul posto, Pacciani era entrato
con la sua macchina dentro la piazzola, l'aveva ferma-
ta di traverso proprio davanti alla Panda poi, a piedi, si
era avvicinato per guardare cosa i due stessero facen-
do. A quel punto aveva visto alzarsi una delle due per-
sone dentro l'auto e, subito dopo, aveva visto Pacciani
prendere la pistola e sparare alcuni colpi. Mario, nel
frattempo, aveva tirato fuori dalla macchina del
Pacciani uno spolverino. Lo aveva indossato e si era
avvicinato anche lui alla Panda, con un coltello abba-
stanza lungo, con lama piuttosto larga e a punta nella
parte terminale.
Lotti precisò: prima di lasciare il posto vidi che il
Faccioni e Vanni scesero al fiume proprio dietro alla
piazzola e si lavarono le mani e lavarono anche il coltel-
lo. Poi se ne andarono. Pacciani e Vanni avanti, con la
macchina del primo e lui, con la propria macchina,
dietro, lungo una strada sterrata, molto terrosa, tanto
che a causa della polvere sollevata dall'auto di
Pacciani, non riusciva a vedere nulla. Dopo aver cam-
minato per circa 10 minuti, avevano ripreso la strada
asfaltata per Dicomano. Furono di ritorno a casa intor-
no alla mezzanotte.
Proseguì riferendo altri dettagli relativi all'omicidio
del 1985, che non aveva raccontato prima.
Ecco il suo racconto: tre o quattro giorni prima di
questo delitto, mi trovavo al bar Centrale di San
Casciano e sentii gli avventori che parlavano di una
tenda e di una macchina che si trovavano nella piazzola
degli Scopeti. La gente si meravigliava e diceva che era
pericoloso stare lì e ricordo anche che i carabinieri di
pattuglia dicevano agli avventori che avevano fatto pre-
sente a quella coppia di andare via perché era pericoloso.
Il giorno dopo aver sentito questi discorsi al bar,
incontrai Mario nel piazzone di San Casciano e gli riferii
quanto avevo sentito dicendogli che non ero sicuro se
ancora la tenda fosse lì. Mario mi disse: andrò a fare un
giro io per vedere se c'è. Ma non mi precisò quando e
come sarebbe andato. Ebbi conferma che Mario era stato
in quel posto quando il giorno dopo mi disse che la tenda
era ancora lì. Il giorno innanzi al delitto, Mario, che
incontrai sul piazzone di San Casciano, mi disse: sei
pronto? e io gli risposi: pronto per che cosa? Mario mi
disse: si deve andare con Pietro a fare un lavoretto a
quella coppia. Io domandai: come quello là di Vicchio? e
Mario mi rispose: te non ti preoccupare che a te non ti
succede nulla. Io quindi gli domandai: a che ora andate
da quelle parti? e lui rispose: verso le 11 di sera, e aggiun-
se: tu passi di lì, fai fìnta di fare pipì e guardi verso la
strada e stai attento che non venga nessuno, se no Pietro
se vede qualcheduno si incazza. Io lo assicurai che avrei
fatto come mi aveva chiesto.
Così il giorno in cui avvenne il delitto, prima di veni-
re a Firenze con Fernando, mi fermai di fronte alla piaz-
zola degli Scopeti per controllare il posto e vidi che c'era
la tenda e la macchina accanto. Rimasi fermo in quel
posto per un po' di tempo e dissi a Fernando che lì c'era-
no due persone. Fernando mi rispose: son fermi là mica
ti danno noia, lasciali stare. Allora gli spiegai che quella
sera Mario e Pacciani li avrebbero uccisi. Fernando non
ci credette e mi disse: tu dici così per farmi paura. Allora
gli spiegai il fatto di Vicchio, ma Fernando non credeva
a quello che gli dicevo. Io gli dissi: tu vedrai stasera
quando si passa e ci si ferma. Lui rimase un pò male e
credeva che scherzassi. Poi venimmo a Firenze e non se
ne parlò più. Ne riparlammo sulla via del ritomo, la sera,
quando gli dissi che ci saremmo fermati per fare un pò
d'acqua nella piazzola degli Scopeti. Lui mi chiese: per-
ché proprio lì? E io gli dissi che avevo preso accordi con
Mario e se lui aveva paura poteva rimanere in macchina.
Lui mi disse che si sarebbe avvicinato un po' anche lui a
vedere ma mantenendosi più distante di me perché aveva
paura. Mi disse che sarebbe rimasto più vicino alla mac-
china. Arrivati sul posto, dopo aver fermato la macchina
nel posto già indicato, siamo scesi salendo verso la piaz-
zola. A questo punto Pacciani e Vanni ci videro e mi rim-
proverarono perché avevo portato un'altra persona. Io
risposi che era Pucci Femando con cui avevo fatto una
girata e che non avrebbe parlato. Pacciani era proprio
imbestialito e mi minacciò dicendomi che mi avrebbe
ammazzato se avessimo detto qualcosa. Egli disse anche
che di me aveva ormai fiducia perché ero stato coinvolto
nel delitto di Vicchio e aveva avuto la prova che ero stato
zitto, mentre adesso non era sicuro per Pucci. Io lo assi-
curai dicendogli che Pucci era riservato e non avrebbe
detto nulla. Entrambi mi dissero: è meglio per te se non
parla perché ci rimetti te. Mario era arrabbiato ma non
come Pacciani che quando vide che c'era un'altra perso-
na con me aveva gli occhi di fuori dalla rabbia.
Quando dissi nei precedenti interrogatori che
Pacciani e Vanni ci minacciarono venendo verso di noi
fu in effetti perché videro che non ero solo, in quanto
aspettavano solo me in quel posto.
Assistetti quindi alla scena del delitto così come l'ho
già descritta12 e vidi che Mario non aveva lo spolverino
di Vicchio ma era vestito normale.
Mentre ero in quel posto, ho notato alcune macchine
passare per la strada, ma non si sono fermate e se lo
avessero fatto le avrei mandate via. Ricordo che qualche
macchina anche rallentò passando sotto la piazzola ma
vedendo ferma la mia macchina e il Pucci fermo nei
pressi proseguirono la strada.
Voglio precisare che, dopo il delitto, prima di andar
via dal posto, vidi Pacciani e Vanni andare verso il bosco
e tornare indietro dopo circa 15 minuti; quindi li vidi
scendere in giù, attraversare la strada degli Scopeti e sali-
re sulla macchina del Pacciani, la Ford, che era posteg-
giata dietro il muro accanto al cancello che si trova di
fronte all'ingresso della stradina che conduce alla piaz-
zola. Quando uscirono dal bosco nel venire in giù verso
di noi vidi che Vanni e Pacciani si strofinavano le mani
come per asciugarsele. Li vidi poi andare via in macchi-
na e io, dopo aver accompagnato il Pucci, andai a casa.

12
La scena del delitto Lotti l'aveva descritta nell'interrogatorio
del 6 marzo 1996, già citato.
Il Pucci rimase scioccato e mi disse: ma tu sapevi
veramente tutto? E io risposi: te l'avevo detto e tu non ci
volevi credere. Mi chiese poi effettivamente di andare dai
carabinieri, ma gli risposi di no.
Il 12 marzo, alla luce delle importanti rivelazioni
fatte il giorno precedente, venne effettuato, con il
Pubblico Ministero e il testimone, un sopralluogo a
Vicchio nella zona dell'omicidio.
Lotti ricostruì tutto il percorso e, in località Badia di
Bovino, sulla strada per la via Sagginalese, indicò una
colonica abbandonata, dove, quella notte, i due amici
avevano nascosto la pistola, precisamente in una nic-
chia ricavata sulla parete laterale destra.
Effettivamente nella parete destra c'era una cavità,
ricavata nel muro, all'interno della quale c'erano erba
secca, terra e pietre. Lotti infilò la mano dentro e si
mise a frugare, tirando fuori solo la terra e l'erba secca.
Sembrava sicuro di trovare qualcosa. Rimase deluso
ma per noi la precisione della sua descrizione era un
buon elemento d'indagine.
Lo stesso giorno, 12 marzo, Lotti veniva avvisato dal
Pubblico Ministero che, da quel momento, non era più
un testimone, ma persona sottoposta ad indagini in
relazione ai delitti di Vicchio e di Scopeti. Interrogato
alla presenza del difensore, confermava tutte le prece-
denti dichiarazioni. Riferiva, poi, in relazione alla lette-
ra, ricevuta da Vanni da parte di Pacciani, quando que-
st'ultimo era detenuto, che, con quella missiva, Pacciani
minacciava l'amico di ammazzarlo nel caso in cui aves-
se parlato. Come pure minacciava, per lo stesso motivo,
anche la moglie Angiolina. Affermava, inoltre, che, dalle
notizie fornitegli da Vanni, le cartucce calibro 22 sareb-
bero state fornite da un certo ET., ex appuntato dei
carabinieri in pensione, precisando, però, che lui non
aveva mai assistito alla loro consegna materiale.
Quest'ultima circostanza richiedeva una veloce veri-
fica, considerato il fatto che F.T., sino a qualche anno
prima, aveva espletato servizio presso la Stazione cara-
binieri di San Casciano, il cui personale si era interes-
sato direttamente alle indagini sul conto del Pacciani.
Il 16 marzo, il Pubblico Ministero emise un decreto di
perquisizione domiciliare a suo carico e, congiunta-
mente, lo invitò a presentarsi, il giorno successivo,
presso gli uffici della Procura per essere interrogato.
La mattina del 18 marzo eseguimmo la perquisizio-
ne. L'atto di polizia giudiziaria portò al rinvenimento,
all'interno di un armadietto metallico che si trovava
nella rimessa al piano terra dell'abitazione, di una
pistola semiautomatica marca Beretta calibro 22
modello 76, completa di caricatore, nonché di 200 car-
tucce calibro 22 marca Winchester-Super-Speed che
avevano, impresso, sul fondello il carattere di identifi-
* «1 1 TtP
cazrone W .
F.T., interrogato sulla detenzione dell'arma e delle
munizioni, regolarmente denunciate, disse di aver
acquistato l'arma da un certo Moncarelli che gli aveva
ceduto anche le munizioni dello stesso calibro.
Gli accertamenti svolti per verificare le sue asser-
zioni portarono a elementi che contrastavano con esse.
Lorenzo Moncarelli, interrogato, confermava di aver
venduto a F.T. la pistola Beretta calibro 22 Long Rifle
matricola A01017U in data 07.01.1985. Aggiungeva di
avergli dato anche il munizionamento di cui era in pos-
sesso e che aveva acquistato presso il poligono di tiro
delle Cascine, da lui frequentato. Il teste riferiva, però,
che una volta che si trovava in compagnia di F.T., que-
sti si era fermato a salutare il Pacciani.
Gli accertamenti consentirono di verificare che il
Moncarelli era stato, in effetti, un frequentatore per le
esercitazioni al poligono di tiro. Risultava essere tito-
lare del libretto di tiro n. 41712, recante vidimazioni
relative ad esercitazioni del 27.11.1972 - 30.11.1973 -
29.11.1974-24.11.1975 - 12.12.1978. Ma non risulta-
va nessuna traccia dell'acquisto delle cartucce.
La società Olin USA, interpellata in relazione alla
produzione e distribuzione delle cartucce calibro 22,
marca Winchester, ci comunicò che il simbolo "H" sul
fondello delle munizioni era stato impresso fino al
1980-1981. Dopo di allora era stato impresso il simbo-
lo "W", come quello che risultava sulle cartucce seque-
strate a F.T.
Le cartucce sequestrate all'ex carabiniere non pote-
vano, in nessun modo, provenire dal precedente titola-
re dell'arma, dato che il Moncarelli aveva frequentato
il poligono fino al 1978 e, cioè, nel periodo di tempo in
cui vi erano ancora le cartucce calibro 22 con il sim-
bolo "H" sul fondello. Se il Moncarelli avesse ceduto,
all'atto della vendita dell'arma, anche le munizioni,
queste sarebbero state contrassegnate quindi dalla let-
tera"H" e non dalla "W". Le cartucce avevano un'altra
provenienza, che l'indagato non aveva riferito.
Per completezza vennero fatti accertamenti anche
presso l'armeria di certo Nesi Aldo in San Casciano,
con il quale F.T. aveva avuto rapporti commerciali.
Non risultavano, però, acquisti di cartucce.
Era il 9 aprile.
Quel giorno, Lotti chiese di potermi parlare, ancora
a proposito dell'omicidio di Vicchio. Mi disse che alcu-
ni giorni prima del delitto, dopo aver raccontato a
Mario della presenza della coppia sulla Panda in quel-
la piazzola, era andato sul posto con lo stesso Mario. Si
erano nascosti dietro un albero e avevano visto l'auto
ferma nella piazzola. Quando videro che la macchina
con i due giovani ripartiva, la seguirono. La ragazza
scese al bar della stazione di Vicchio. A quel punto
Mario era entrato nel locale per prendere un caffè.
Lotti disse che, durante il viaggio di ritorno, Mario non
era tranquillo, raccontò di aver fatto delle avances a
quella ragazza ma lei gli aveva risposto malamente: io
con te, un uomo anziano, puoi essere il mio babbo!
Mario era molto incazzato. Gli aveva riferito qualche
frase del genere: a quella la sistemo io, brutta scema,
ninfomane, gliela faccio pagare, quella scema perché ha
detto a me così.
Lotti proseguì nel racconto riferendo un particolare
inedito, relativo all'invio di una lettera ad una donna di
Vicchio. Più specificamente, precisava che, dopo alcu-
ni giorni dal delitto, insieme a Vanni e su sua richiesta,
si era recato a Mercatale a casa di Pacciani. Lo aveva-
no trovato in cucina, intento a confezionare una lette-
ra con ritagli di giornali, che, poi, aveva messo in una
busta. L'indirizzo era scritto a penna ma era riuscito a
leggere solo il nome della città, Firenze. Pacciani aveva
dato la lettera a Mario e Mario gli aveva chiesto di
accompagnarlo a Vicchio per imbucare quella lettera.
Lotti aveva acconsentito dopo aver chiesto, senza otte-
nere una risposta sensata, i motivi per i quali dovesse-
ro recarsi proprio in quel paese per imbucarla. A
Vicchio, Mario aveva impostato la missiva in una buca
per lettere che si trovava proprio nei pressi del bar
della stazione.
Il 18 aprile venne interrogato nuovamente il Pucci e
l'atto fece registrare un ulteriore passo avanti dell'in-
chiesta.
Il teste disse di aver assistito solo all'omicidio degli
Scopeti, mentre, per quanto concerneva il delitto di
Vicchio, era stato in quel posto con l'amico Giancarlo
alcuni giorni prima, solo per guardare i due giovani
mentre facevano l'amore in un'auto di colore chiaro.
Era già buio e, prima di raggiungere la piazzola, si
erano fermati in un bar di Vicchio, che, successiva-
mente, aveva saputo essere il locale dove lavorava la
ragazza che di lì a poco sarebbe stata uccisa. Aggiun-
geva che, dopo aver appreso del delitto dai giornali e
dalla televisione, Lotti gli aveva riferito che erano stati
assassinati proprio quelli che avevano visto loro. Dopo
un po' di tempo, l'amico gli aveva detto di essere stato
presente all'esecuzione materiale del delitto, eseguito
da Pacciani e da Vanni. Costoro si erano recati in quel
luogo con la macchina di Pacciani, mentre Lotti con la
sua macchina. Precisava, anche, che Lotti gli aveva
raccontato che, nei giorni precedenti, avevano seguito
i movimenti della giovane coppia. Alla domanda se
sapesse perché li avessero uccisi, rispondeva che li ave-
vano ammazzati, sempre secondo le confidenze rice-
vute dal Lotti, perché la ragazza non aveva voluto fare
l'amore con Pacciani e Vanni. Aggiunse di ricordare
che, una sera, aveva incontrato a San Casciano Lotti,
Vanni e Pacciani e il primo gli aveva domandato se
volesse andare con loro a dare una lezioncina a quelli lì
di Vicchio, ma lui si era subito dissociato.
Gli venne, allora, chiesto, perché avesse assistito
alla fase esecutiva dell'omicidio degli Scopeti. Rispose
che, il pomeriggio di quella domenica, con Lotti era
andato a guardare quella coppia nella tenda mentre
loro facevano l'amore. L'amico lo aveva messo a cono-
scenza del fatto che, quella sera, Pacciani e Vanni
avrebbero ammazzato quei due francesi, così come
avevano fatto l'anno prima con la coppia di Vicchio.
Aveva chiesto perché dovessero ucciderli. Lotti aveva
risposto che avevano voglia di ammazzarli.
A quel punto gli venne domandato se avesse saputo
da Lotti qualcosa a riguardo degli omicidi compiuti
negli anni dal 1980 al 1983. Rispose di non sapere
nulla e, nel fare questa asserzione, tenne il capo a
lungo chino senza guardare il magistrato e gli investi-
gatori presenti; subito dopo si voltò dalla parte opposta
alla scrivania.
Mi tornò alla mente il comportamento del Lotti
durante il primo interrogatorio.
Quindi, il Pubblico Ministero fece presente al Pucci
che, nel corso delle indagini relative al delitto del 1985
era emerso che, nei pressi della piazzola, su di una
strada laterale, era stata notata una macchina metal-
lizzata tipo 131 o Argenta. Il teste disse: può darsi...
non lo so... io non la vidi.
Successivamente, durante la verbalizzazione in
forma riassuntiva delle dichiarazioni rese, nel punto in
cui il teste aveva raccontato quanto aveva appreso da
Lotti in merito all'intenzione di uccidere la ragazza di
Vicchio, Pucci riprese a parlare: io credetti al Lotti, cioè
che Pacciani e Vanni avrebbero ammazzato la coppia
appartata nella Panda perché sapevo che Pacciani e
Vanni erano gente che ammazzava, me lo aveva detto il
Lotti e si capiva anche dai discorsi che facevano loro che
avevano ammazzato. Lotti mi diceva che avevano
ammazzato anche quelli delle altre coppie degli anni pre-
cedenti. Mi disse che avevano ammazzato anche i due
tedeschi e che era stato presente anche lui. In un'altra
occasione mi disse che avevano ammazzato anche la
coppia dell'anno prima a Montespertoli. Ma io non c'ero.
Era il Lotti che tanto tempo prima dell'omicidio di
Vicchio me lo diceva ma non mi diceva mai i nomi di
quelli che avevano ammazzato. Diceva però sempre che
era stato presente anche lui. Una volta mi disse: hanno
morto anche quelli a Calenzano: di questo non mi disse
se c'era anche lui.
Il Pucci si era ulteriormente sbloccato ma alla
domanda se sapesse perché uccidevano, rispondeva
sempre la stessa cosa: perché gli garbava.
Gli venne chiesto, come mai nel 1983 erano stati
uccisi due uomini di nazionalità tedesca. Rispose: Lotti
mi disse che era stato uno sbaglio perché credevano che
uno dei due ragazzi tedeschi fosse una donna.
Aggiunse che Lotti gli aveva detto che, prima di
ammazzare le coppie, le seguivano come nel caso di
Vicchio, importunandole.
Gli aveva anche detto che Pacciani e Vanni conosce-
vano una persona di Calenzano, un guardone, un omo-
sessuale, che era stato presente al delitto di Calenzano
e anche, rimanendo in macchina, a quello degli Scope-
ti. Di questa persona il teste descrisse le caratteristiche
fisiche e, in sede di individuazione fotografica, lo rico-
nobbe in Giovanni Faggi, personaggio sfiorato nella
prima inchiesta per i suoi rapporti con Pacciani. Aveva
trattato con lui una partita di mattonelle di ceramica.
Pucci disse che Lotti gli aveva raccontato dei vari
omicidi, man mano nel tempo, precisando che a lui
piaceva guardare, mentre Pacciani e Vanni avevano
passione anche per ammazzare.
Il 26 aprile, Lotti venne nuovamente interrogato dal
Pubblico Ministero. Riferì altri dettagli relativi al delit-
to di Vicchio. In particolare, a specifica domanda se
fosse stato a guardare la piazzola del delitto, rispose: io
nella strada che passa nella zona sopra la piazzola di
Vicchio ci sono stato solo la notte dell'omicidio con
Vanni e Pacciani.
Fece presente che il ponticino, con una fonte d'ac-
qua nella parte superiore, che si trova lungo quell'iti-
nerario e che lui aveva indicato durante il sopralluogo,
lo aveva attraversato solo quando seguiva l'auto del
Pacciani. Era naturalmente la stessa fonte indicata dai
coniugi Caini-Martelli.
Tornò sul fatto della lettera imbucata a Vicchio.
Ricordò di aver visto che Pacciani era sceso nel garage
per prendere un vasetto dal quale aveva prelevato qual-
cosa che aveva incartato e messo dentro la busta.
Disse, di nuovo, di aver visto sull'indirizzo la scritta
«Vicchio-Firenze» e che, il giorno dopo, aveva accom-
pagnato Mario in quel paese per imbucarla nel luogo
già indicato nel precedente verbale.
Raccontò di nuovo anche la storia del Vanni molto
incazzato con la ragazza del bar, la storia della scema
ninfomane, che lui gliel'avrebbe fatta pagare e così via.
Ma non aveva nessuna intenzione di parlare degli
altri delitti di cui, qualche giorno prima, aveva parlato il
Pucci. Gli vennero lette le dichiarazioni rese su quei
punti dal teste, ma il Lotti continuava a dire di non sape-
re nulla e di non aver riferito quei discorsi all'amico.
Solo in un secondo tempo, prima di procedere alla
verbalizzazione riassuntiva delle dichiarazioni già
rese, si aprì: è vero io quelle cose che dice il Pucci gliele
ho dette veramente; ho assistito anche all'omicidio di
Baccaiano; ho visto la macchina dei ragazzi uccisi; c'è
una strada che si sale e a metà c'era questa macchina. Io
fui costretto ad andare lì come per gli omicidi successi-
vi. Anche quella volta io ero con la macchina mia e
Vanni e Pacciani erano con quella del Pacciani. Il Pucci
non c'era. Gliene ho parlato dopo io. Furono uccisi una
coppia di fidanzati: io ero rimasto un po' più in giù.
Sentii che sparavano dentro la macchina. Era Pietro che
sparava. Non li aveva presi tanto bene e volevano uscire
di macchina. Per me i due avevano riconosciuto le per-
sone. Volevano ripartire ma c'era un fossetto e la mac-
china durò fatica a sortire.
Quindi descrisse i particolari del delitto di Bac-
caiano, descrisse esattamente il luogo e la strada che
aveva percorso quella sera. Provenendo da San Cascia-
no, avevano oltrepassato San Pancrazio, quindi Pop-
piano, e avevano svoltato sulla sinistra in direzione,
appunto, di Baccaiano. Prima del paese c'era uno
spiazzettino dove aveva lasciato la macchina, mentre
più avanti, sulla sinistra, lungo il lato della strada, c'era
parcheggiata l'auto dei due ragazzi. Pacciani aveva
parcheggiato più avanti sullo stesso lato, dove si trova-
va il mezzo delle vittime.
Descrisse, in linea di massima, la dinamica esecuti-
va, riferendo che era stato Pacciani a sparare contro la
parte frontale della macchina dei due giovani che erano
intenti a fare l'amore. Dopo i primi colpi e un tentativo
di fuga, l'auto era andata a finire in un fossato. Precisò
che Vanni gli aveva annunciato già da alcuni giorni che
sarebbero andati in quel posto, per cui aveva dedotto
che sicuramente Vanni e Pacciani sapevano che, quel
giorno, avrebbero trovato quella macchina.
Proseguendo, oramai con scioltezza, riferì di aver
assistito anche all'uccisione dei due tedeschi, a
Giogoli. Era andato, anche quella sera, con la propria
macchina, mentre Vanni e Pacciani erano con l'auto di
quest'ultimo. Pietro aveva sparato alcuni colpi di
pistola dentro il furgone, dove c'erano due persone, di
cui una aveva i capelli lunghi. Pacciani e Vanni gli ave-
vano detto che doveva andare con loro per fare un
altro lavoro.
Passò all'omicidio di Calenzano, a cui disse di non
essere stato presente. Aveva saputo, comunque, da
Pacciani e Vanni che quel delitto lo avevano commes-
so loro, mentre l'avvistamento della coppia era stato
effettuato da un loro amico di Calenzano, di nome
Giovanni, che era un buco. Gli avevano anche detto che
questo Giovanni era stato presente al delitto di
Calenzano e che, dopo aver eseguito l'omicidio, si
erano recati a casa sua, lì vicino, per lavarsi.
Quindi tornò sul delitto del 1985, riferendo che, in
quella occasione, aveva notato sul posto, poco distante
da dove si trovava lui, un'auto grossa e scura ferma
sulla strada, senza però che avesse avuto la possibilità
di riconoscere la persona che c'era dentro, che, comun-
que, non era mai scesa.
Lotti, come riassumendo, disse che il primo delitto
al quale aveva assistito era stato quello di Baccaiano:
mi costrinsero Vanni e Pacciani ad andare con loro.
Alla domanda su come lo avessero costretto, rispose,
lapidario: lo sanno loro.
Gli fu chiesto di precisare: mi dissero di andare
anch'io. Mi minacciarono, mi dissero che mi facevano
fuori. Mi dissero che se non andavo mi venivano a pren-
dere a casa. Gli fu chiesto di precisare ancora: Fu Pietro
che mi costrinse. Era nel piazzone di San Casciano e mi
disse: tu devi venire con noi. Io non sapevo niente di più
finché non si arrivò sul posto.
Il 12 giugno Lotti fu sottoposto ad un altro interro-
gatorio, nel corso del quale aggiungeva nuovi dettagli.
In relazione alla lettera dal contenuto minaccioso rice-
vuta da Vanni da parte di Pacciani quando quest'ultimo
era detenuto, asseriva che, nella missiva, Pacciani chie-
deva all'amico di fare qualcosa per farlo uscire dal carce-
re. In pratica Vanni avrebbe dovuto fare un omicidio
per far scagionare Pacciani. Vanni, impaurito e preoc-
cupato per quella richiesta, si era rivolto ad un suo inti-
mo amico avvocato del quale aveva piena fiducia13.
Nonostante le rassicurazioni del legale, però, Vanni era
sempre impaurito e nervoso.
A proposito della morte dei due tedeschi, Lotti disse
che, prima di commettere quel delitto, Vanni gli aveva
detto che dovevano far sortire uno dal carcere e che
bisognava andare a fare l'omicidio. Gli aveva anche pre-
cisato o facciamo sortire quello di carcere o ci andiamo
di mezzo noi, senza spiegargli altro.
Il 15 luglio Lotti chiese di parlare ancora. Chiese di
incontrare il Pubblico Ministero per riferire fatti
importanti attinenti alle investigazioni. Venne avvisato
il Pubblico Ministero Dott. Paolo Canessa e così si pro-
cedette ad un nuovo interrogatorio dell'indagato.
Lotti disse di essersi ricordato il nome e il cognome

13
Trattasi dell'aw. Alberto Corsi di San Casciano, imputato del
reato di favoreggiamento personale per non aver voluto rivelare il
contenuto di quella lettera.
della persona che si trovava in carcere nel 1983, accu-
sata di essere il "Mostro di Firenze", per scagionare la
quale avevano eseguito l'omicidio dei due tedeschi a
Giogoli. Fece, quindi, il nome di Francesco Vinci, pun-
tualizzando che tale nome gli era stato fatto, a suo
tempo, dal Vanni. Disse di averlo visto a San Casciano
due volte. La prima volta era solo, nella piazza
dell'Orologio, aveva la barba così come risultava dalla
foto che gli veniva mostrata dal Pubblico Ministero. La
seconda volta, invece, era in compagnia di Vanni nei
pressi del bar Centrale. Parlavano camminando l'uno a
fianco all'altro. Poi aggiungeva che, dopo qualche gior-
no, aveva chiesto notizie al Vanni su quella persona
con la barba e l'amico gli aveva riferito che si trattava
della persona che loro avevano fatto uscire dal carcere
commettendo l'omicidio del 1983. Infine, affermava
che, nonostante egli avesse incalzato l'amico per cono-
scere altri particolari su quella persona, Vanni non gli
aveva riferito altro se non che si trattava di un sardo di
nome Francesco Vinci.
Riferiva un altro particolare che riguardava la mis-
siva impostata a Vicchio nel 1984. Gli era tornato alla
mente che la lettera, sempre secondo le confidenze del
Vanni, era indirizzata ad una donna di Vicchio, tale
Manuela, che, come la Rontini, era commessa in un
bar. Questa Manuela, amica della ragazza uccisa, gar-
bava molto a Vanni, ma lei non ne voleva sapere, per
cui avevano pensato di minacciarla con quella lettera.
Nel frattempo, il 16 settembre 1996, allo scopo di
comprendere meglio il profilo psicologico del Lotti, la
Procura della Repubblica, aveva richiesto una consu-
lenza tecnica ai Professori Ugo Fornari, medico spe-
cialista in psichiatria e Professore Ordinario di
Psicopatologia Forense presso l'università di Torino, e
Marco Lagazzi, medico specialista in psicologia e
Professore a Contratto di Psicologia Giudiziaria pres-
so l'università di Genova.
A questo punto succedeva una cosa curiosa. La con-
sulenza perveniva a risultati clinici, psichiatrici e psi-
cologi, perfettamente sovrapponibili agli esiti investi-
gativi. È, però, opportuno rilevare che, nel caso in
esame, la scienza, entrata in scena nella parte finale
delle indagini, forniva un significativo contributo per
comprendere ancor meglio la personalità del Lotti. Mi
riferisco al fatto che i consulenti avevano chiaramente
compreso la tendenza omosessuale del Lotti. Rife-
rivano, infatti : «(...) in estrema sintesi la realtà clinica
del periziando può essere identificata in quella di un
uomo apparentemente immune da patologie somati-
che e psichiatriche di rilievo, ma orientato in senso
omosessuale e connotato da forti istanze di carattere
perverso, sicuramente tali da essere parte della sua
personalità, delle sue scelte e della sua stessa intera-
zione con l'esterno». Questo avrebbe permesso di capi-
re meglio, in sede investigativa, il senso delle minacce
ricevute dal Lotti, che fino a quel momento, erano
rimaste poco comprensibili.
I colloqui intrattenuti da Lotti con i consulenti ave-
vano comportato, da parte di quest'ultimo, l'acquisi-
zione di una maggiore sicurezza e fiducia negli inqui-
renti, come se, dopo aver rivelato gli aspetti più riser-
vati della propria persona, avesse superato quel blocco
psicologico che gli aveva impedito di riferire circostan-
ze e fatti di estrema importanza.
Di questa nuova situazione si aveva conferma nel-
l'interrogatorio del 16 novembre, sollecitato dallo stes-
so Lotti mediante una lettera fatta recapitare al
Pubblico Ministero. In essa Lotti manifestava una
sorta di rimorso. Con riferimento a Vanni e Pacciani,
scriveva: fate cose mostruose (...) io non l'avrei fatte (...)
voi non avete rimorsi (...) siete come bestie.
Nel corso dell'interrogatorio, poi, riferì un aspetto
segreto della propria persona. Disse di aver avuto un
rapporto omosessuale con una persona di San
Casciano, della quale forniva i dati identificativi.
Pacciani e Vanni l'avevano visto, una sera, mentre si
trovava in una zona appartata in macchina. Nei giorni
seguenti lo avevano minacciato dicendogli che, se lui
non fosse andato con loro avrebbero messo in giro nel
paese la voce che era stato visto in intimità con un
uomo. Egli, quindi, fu costretto a anda per forza (...)
sennò parlavano perché San Casciano gli è un paese che
parla troppo...
Così i due erano andati a prenderlo a casa e, da qui,
erano partiti con macchine separate per Giogoli, per fa'
un lavoro.
Arrivati avevano fermato l'auto davanti a uno slargo
dove c'era un furgone posteggiato. Lui si era fermato
poco prima. Erano scesi e, ad un certo punto, Pacciani,
tirata fuori dalla cintola dei pantaloni una pistola,
gliel'aveva messa in mano intimandogli di sparare alle
persone che si trovavano dentro il furgone. Era sgo-
mento, ma poi: obbedii a loro (...) e fui costretto a spa-
rare (...) verso il vetro (...) dalla parte destra. Precisò che,
probabilmente, avevano fatto sparare lui perché era
più alto e aveva così modo di vedere meglio all'interno
del mezzo. Aveva sparato due o tre volte ma poi si era
bloccato. A quel punto Pacciani gli aveva preso dalle
mani l'arma e, andando velocemente sull'altro lato del
furgone, aveva esploso altri colpi all'interno, mentre
Vanni stava in piedi vicino allo sportello del guidatore.
Poi, Pacciani aveva aperto lo sportello e si era accorto
che si trattava di due uomini, di cui uno con i capelli
lunghi. A quella vista Pacciani incominciò ad incazzar-
si mentre lui non era in grado di dir nulla, era come
bloccato, non sapeva se anda' avanti o indietro. Poco
dopo si era allontanato piano piano lasciando gli altri
due, che per quella sera non avrebbe più rivisto.
Era la prima volta che Lotti riferiva di un suo pieno
e diretto coinvolgimento nella fase esecutiva di un
delitto.
Identificai e interrogai l'amico di Lotti, con il quale
aveva avuto il rapporto sessuale. Lo indico con il solo
nome di battesimo, Fabrizio. Costui confermò lo stret-
to legame di amicizia e frequentazione. Riferì di esse-
re andato più volte in giro con la macchina di Lotti,
con il quale si era anche appartato per intrattenersi a
discutere. Era comprensibile che il teste non si spin-
gesse oltre ma la sua testimonianza era comunque un
utile riscontro alle affermazioni del Lotti. Il teste rife-
riva, infine, di essere rimasto molto amareggiato dalle
notizie di stampa e televisione, relative all'implicazione
dell'amico nei delitti in quanto lo stimava moltissimo e
non lo riteneva assolutamente capace di commettere
crimini simili. Disse che, a suo giudizio, Giancarlo era
stato costretto da Vanni, poiché, un giorno, davanti al
bar di San Casciano, aveva sentito che Giancarlo,
arrabbiatissimo, rivolgendosi a Vanni, aveva detto: se
parlo io, tu stai più fermo.

Eravamo al 2 di dicembre. Davanti alla l a Sezione


Penale della Corte Suprema di Cassazione, in Roma, si
sarebbe discusso il ricorso proposto dal Procuratore
Generale presso la Corte di Appello di Firenze avverso
la sentenza del 13.2.1996 della Corte di Assise di
Appello, con cui Pietro Pacciani era stato assolto dal-
l'imputazione di essere il "Mostro di Firenze".
Un'eventuale conferma, da parte della Corte di Cassa-
zione, della sentenza di assoluzione a carico di Paccia-
ni avrebbe sicuramente costituito, soprattutto per me
che conoscevo a fondo l'inchiesta bis, una mostruosità
giuridica. Il ricorso del Procuratore Generale presso la
Corte di Appello di Firenze verteva essenzialmente e,
anzi, esclusivamente, sul seguente punto: «l'inosser-
vanza, da parte della Corte di Assise di Appello del
terzo comma dell'art. 125 c.p.p. e la mancata e manife-
sta illogicità della motivazione per non avere quella
Corte argomentato in alcun modo sull'acquisizione
prodromica della ordinanza cautelare del 12.2.1996 a
carico del Vanni, in base al contenuto della quale si
sarebbe dovuto stabilire se ricorressero i presupposti
per accogliere o meno la richiesta di interruzione della
discussione per acquisire, in un processo esclusiva-
mente indiziario, una prova diretta costituita dall'esse-
re emerso che testi oculari avevano assistito alla per-
petrazione dell'omicidio dei due francesi. Né spostava
alcunché la disposta segretazione del nome dei testi
(due oculari e due di supporto), atteso che trattavasi di
persone esattamente individuate e la disegretazione
sarebbe intervenuta entro qualche giorno».
Intorno alle ore 13 squillò il mio cellulare: era ter-
minata la discussione del ricorso. Il Procuratore
Generale d'udienza, nel suo intervento, aveva chiesto la
reiezione del ricorso stesso e, conseguentemente, la
conferma della sentenza di assoluzione nei riguardi di
Pacciani. La notizia mi turbò profondamente. Non riu-
scivo a comprendere come il Procuratore Generale,
che in pratica rappresentava l'accusa, avesse potuto
avanzare quella richiesta ignorando completamente
l'esistenza di fonti importanti di prova, non accolte
durante la discussione davanti alla Corte di Assise di
Appello. Non poteva andare a finire in quel modo.
Sarebbe stato vergognoso.
Intorno alle 15,30 squillò di nuovo il cellulare. La
Corte Suprema di Cassazione, disattendendo le con-
clusioni del Procuratore Generale, aveva accolto il
ricorso annullando la sentenza impugnata e rinvian-
do ad altra Sezione della Corte di Assise di Appello
di Firenze. Era stata annullata la sentenza di asso-
luzione di Pacciani, che, pertanto, riacquistava la
veste di imputato dei duplici omicidi del "Mostro".

Ripresi le indagini.
Il 23 dicembre venne effettuato, con Lotti, un
sopralluogo a Baccaiano e a Giogoli. Partimmo da San
Casciano e, da qui, Lotti cominciò a indicare la strada
fatta la notte del delitto per raggiungere Baccaiano. Si
transitava da San Pancrazio, poi da San Quirico, quin-
di da Poppiano. Mentre si percorreva la strada per
Baccaiano, il Pubblico Ministero chiese a Lotti come
mai, in quell'occasione aveva seguito Vanni e Pacciani.
Lotti rispose che frequentava da tempo il Pacciani, era
stato anche a casa sua, a Mercatale. Raccontò che una
volta, durante una di queste visite, aveva cominciato a
toccarlo. Era rimasto meravigliato ed era stato così
costretto a prenderlo dietro. Era questo il motivo per
cui era stato costretto ad andare con Pacciani e Vanni
nel 1982 a Baccaiano. Pacciani glielo aveva chiesto
espressamente e per quanto era successo con lui non
aveva potuto rifiutarsi.
Intanto si era arrivati sul luogo dove la sera dell'o-
micidio del 1982 egli aveva fermato la propria macchi-
na.
Scendemmo e il Lotti indicò un punto sulla strada,
esattamente sul ciglio destro rispetto alla direzione di
marcia riferendo che, la sera del fatto, lui si era ferma-
to in quel posto. Pacciani e Vanni, con la Fiat 500 del
primo, si erano fermati più avanti sul lato sinistro della
carreggiata. Percorse a piedi qualche metro e vide lo
slargo, sulla sinistra, dove, quella sera, c'era l'auto dei
due giovani poi uccisi. Ricordava che quello slargo era
più ampio, più pulito dalle sterpaglie e, quindi, più agi-
bile. L'auto della coppia era ferma con la parte fronta-
le in direzione del prato. Per terra, adesso, c'era solo un
mazzo di fiori appoggiato al tronco di un albero.
Quella notte lui non aveva sparato. Era stato
Pacciani a sparare, mentre Mario Vanni era vicino, ma
quella sera non tagliò. Pacciani aveva sparato anche
quando l'auto aveva fatto marcia indietro andando a
finire la sua corsa con le ruote posteriori in un fossato.
Ripartimmo mentre Lotti continuava ad indicare la
strada, quella strada percorsa, quella notte, per fare
ritorno a casa, al Ponterotto.
Poi andammo a Giogoli. Attraverso un itinerario,
che attraversava le frazioni di Spedaletto e Chiesanuo-
va, si arrivò sulla via Volterrana, all'altezza del civico
82, dove Lotti disse di svoltare a sinistra. Dopo, un cen-
tinaio di metri Lotti indicò il luogo dove, quella sera, si
era fermato con la macchina e quello dove Pacciani
aveva posteggiato la sua. Indicò anche la posizione
esatta in cui si trovava il furgone dei due tedeschi, sot-
tolineando che la vegetazione, presente in quello spiaz-
zo, all'epoca non c'era, per cui si poteva arrivare sul
posto con maggiore facilità.
Ultimati i sopralluoghi si provvide, subito, a sotto-
porre il Lotti ad un nuovo interrogatorio. Gli venne
chiesto di approfondire il rapporto omosessuale avuto
con Pacciani. Al riguardo, l'indagato premetteva che: di
questo non ne avevo mai parlato con nessuno perché a
San Casciano se si racconta qualcosa tutti lo sanno e
una cosa è raccontare di avere avuto rapporti con donne
altra cosa con uomini. Quindi, riferiva che lui, a casa di
Pacciani, ci andava come amico, però, quel giorno,
aveva visto che: cominciava a toccare e me lo volle met-
tere dietro. Io non potevo andare via. Lo provò a fare
anche se non lo fece per bene. Lo fece per tenermi bene in
pugno. E ancora aggiungeva: quel giorno cominciò a
toccarmi con le mani e mi disse: spogliati. Era come
incazzato non so spiegarmi, mi deve capire. Io di fatto
non riuscii ad andare via perché anche se era più basso
di me era più forte. A quel punto mi prese la paura e mi
toccò subire. Questo era successo prima del delitto del
1982. Così era cominciato il ricatto: non so come spie-
gare meglio che mi ricattava. Voglio dire che mi aveva in
pugno e voleva da quel giorno che facessi ciò che diceva
lui perché mi aveva fatto quel che mi aveva fatto. Quella
volta di Baccaiano mi disse: vieni con me e basta. Io non
potevo dire altro. Insomma da quel rapporto che ebbi in
casa sua ho sempre dovuto fare ciò che diceva.
Al termine dell'interrogatorio, disse: questa cosa l'a-
vrei anche potuta dire prima ma è una cosa intima; non
me la sentivo.
In pratica, con quell'interrogatorio, si riusciva final-
mente a comprendere la reale natura delle minacce
subite da Lotti.
Rimasi colpito dal nuovo atteggiamento del Lotti. Si
era aperto completamente e, nell'esposizione dei fatti,
era molto più sicuro delle volte precedenti, anzi, direi
era quasi brillante. Non teneva più lo sguardo rivolto
per terra o altrove, come aveva quasi sempre fatto.
Guardava, invece, in viso i suoi interlocutori. Alla fine
dell'interrogatorio, il suo viso era sereno e tranquillo
come mai prima.
Dopo quel giorno lo rividi di sfuggita e solo per
brevi attimi.
Il 19 febbraio 1997, in occasione del suo interroga-
torio, reso con la procedura dell'incidente probatorio,
lo incontrai, al termine della sua lunga deposizione,
mentre all'uscita dall'aula del Tribunale si accingeva a
salire sull'auto del Servizio di Protezione. Cercò il mio
sguardo. Era passato poco più di un anno da quando
l'avevo conosciuto e aveva fatto progressi notevoli: era
la prima volta che lo vedevo sorridere. Adesso era un
uomo libero. Denunciando e autodenunciandosi aveva
pagato il suo debito morale alla giustizia, aveva dato
una cornice a quei delitti che, senza di lui, forse, sareb-
bero rimasti «ad opera di ignoti».
Quel giorno 19 febbraio, l'interrogatorio, iniziato
alle 9 di mattina, si era protratto fino alle 16,36. Lotti
aveva confermato tutto. Nell'esposizione dei fatti,
anche di quelli riservati, con il suo modo di esprimersi
elementare, freddo, tipicamente toscano e a tratti pri-
mitivo, aveva dimostrato sicurezza anche quando si era
dovuto scontrare con gli avvocati delle parti civili, con
gli imputati e, in particolare, con il difensore di Vanni.
Quest'ultimo, con domande incalzanti, volte ad
esaltare l'eventuale inattendibilità del Lotti, aveva cer-
cato di far leva sul significato di un'espressione (mi
hanno imbrogliato loro) riferita dallo stesso Lotti alla
Filippa in una conversazione telefonica del 24 marzo
1996. In buona sostanza, il legale adombrava l'ipotesi
che il Lotti fosse stato imbrogliato dalla Procura a fare
le ammissioni sui delitti. Lotti, però, con molta calma
e, talvolta in maniera adirata quando le domande
erano più incalzanti, aveva precisato che, con quella
frase, aveva inteso significare che era stato indotto da
Pietro e Mario a partecipare agli omicidi. Aveva dife-
so, inoltre, con inaspettato vigore, la propria norma-
lità sessuale, affermando di non essere un omosessua-
le e di avere avuto, con uomini, solamente quei rap-
porti di cui aveva parlato apertamente nel corso del-
l'interrogatorio. Precisava che era stato costretto a
subire la violenza sessuale da parte di Pietro, che, in
quel modo, lo aveva tirato dentro, costringendolo a
partecipare prima al delitto del 1982 e, poi, a quelli
successivi.
Lotti, quindi, aveva risposto in modo preciso a tutte
le domande, aveva retto bene anche alle contestazioni
dei difensori, stupendo tutti gli avvocati presenti.
Costoro ritenevano, evidentemente sulla base di noti-
zie giornalistiche messe in giro da chi aveva interesse
a screditare l'inchiesta-bis, che Lotti fosse un pazzo,
un "grullo", anzi "il grullo" del paese. Si erano, invece,
resi conto di aver avuto davanti un uomo cosciente,
determinato, freddo, preciso, che aveva raccontato i
fatti come stavano. Un uomo che probabilmente era a
conoscenza di altri segreti, che non aveva inteso sve-
lare.
Il 20 febbraio, si svolse l'udienza preliminare, a con-
clusione della quale il G.I.P., condividendo in pieno le
risultanze investigative, rinviava a giudizio tutti gli
imputati, fissando la data di inizio del relativo dibatti-
mento per il 20 maggio 1997.
Tra i commenti che ebbi modo di leggere sulla stam-
pa il giorno successivo, mi colpì l'affermazione di
Renzo Rontini: finalmente comincio a sentire odore di
giustizia. I familiari delle vittime riacquistavano fidu-
cia nella giustizia.
Rividi il Lotti al processo durante la sua lunga e fati-
cosa deposizione. Lotti, pur avendo come imputato la
facoltà di non rispondere, si sottopose ad una serie
infinita di domande, spesso ripetitive, avanzate da
tutte le parti processuali. Rispondeva confermando
tutte le accuse, esprimendosi talvolta a fatica per via
delle sue limitate capacità espressive. Usava talvolta
frasi disordinate, ma tuttavia andava avanti. In quelle
circostanze vedevo in Lotti l'uomo che ormai aveva
deciso di essere totalmente a disposizione della giusti-
zia. Si sottopose, per ben sei udienze, all'esame da
parte del Pubblico Ministero e al contro esame degli
avvocati degli imputati; sei interminabili udienze,
durante le quali Lotti, con il suo singolare elementare
linguaggio, ripeteva, con imprevedibile fermezza, le
accuse ai suoi compagni di sangue. L'atteggiamento
era fermo e deciso, anche quando gli toccava narrare,
di nuovo, le parti più importanti e delicate dei suoi rac-
conti, quale l'esperienza di improvvisato killer nel delit-
to del 1983 e le pratiche omosessuali.
Appariva chiaro a tutti i presenti, giudici, avvocati e
pubblico, che era un soggetto di livello culturale molto
modesto che manifestava difficoltà a comprendere a
pieno il significato delle frasi e anche di talune parole
oggetto dell'interrogatorio e, in particolare, del contro
esame. Aveva il suo speciale vocabolario.
Per dire di aver visto uno scaffale nel garage di
Pacciani, dove si trovava la scatola con la pistola,
diceva: c'era delle cose apposta dalle pareti, no, alle
pareti ci metton dei cosi di legno per mettici la roba
sopra. Oppure: In do c'è quei cosini apposta che
fanno... come si chiamano? I cosi fatti a... Quello che
per una persona normale è uno scaffale, per Lotti è un
coso di legno per mettici la roba sopra ! E ancora: l'omi-
cidio è il coso. La lampadina una di queste cose per far
la luce... come si chiamano? Quelle che portano così per
far luce quando gli è buio. Un attaccapanni, a proposi-
to dello spolverino di Vanni notato appeso nel riposti-
glio, è: c'è quei cosini apposta, quelle cose apposta per
tenere roba leggera, o quei cosi che si piegano e si met-
tano ...
Il suo linguaggio era tutto particolare e spesso aveva
originato equivoci, poi chiariti con pazienza e con la
ripetizione delle domande con parole per lui più com-
prensibili.
Ma con chiarezza diceva di aver detto sempre la
verità.
Era molto preciso nel racconto dei fatti vissuti in
prima persona: la girata a Vicchio, i sopralluoghi, gli
omicidi di Vicchio, di Scopeti, di Baccaiano, di Giogoli.
Riferiva sempre le stesse versioni, nonostante le
domande dei difensori gli fossero rivolte più volte e
anche in tempi diversi allo scopo evidente di creargli
confusione e farlo cadere in contraddizione.
Rispondeva a tutte le domande specificando talvol-
ta la difficoltà a parlare: perché essere qui non è tanto
facile, parlare liberamente non è facile!
Specie gli avvocati di Vanni avevano adottato un
metodo di contro esame che sicuramente non poteva
definirsi corretto. Ma il comportamento del Lotti era
sempre uguale: confermava i punti essenziali dei suoi
racconti. Più di una volta aveva manifestato le proprie
difficoltà a capire il significato di alcune domande
soprattutto per il modo con cui gli venivano rivolte,
tanto da dire, rivolgendosi all'avvocato di Vanni: se mi
dice le cose precise, rispondo per bene (...) sennò mi
confondo anch'io (...) io non ho inventato nienteI4.
L'aw. Filastò, inoltre, contestava dichiarazioni dei
primi verbali, che già erano da considerarsi superati
dalle successive dichiarazioni su quei punti. Lo stesso
Lotti diceva che, quando aveva rilasciato le prime
dichiarazioni non era pronto a parla'preciso. E poi alle
domande dell'altro difensore di Vanni, sulla genesi
delle sue confessioni, rispondeva: di esse' un po' bloc-
cato dentro, però un mi riusciva di parla' prima dei
tempi di questi omicidi. Un mi riusciva di parlare prima.
Parlare perché m'era rimasto dentro qualcosa che un
potevo parlare. Negli interrogatori e allora piano piano ce
l'ho fatta a sbloccarmi su questi fatti qui. Insomma un
so se mi sono spiegato bene o no. Durante gli interroga-
tori fanno le domande e devo rispondere.
Più volte, allo scopo di minare la sua credibilità, i
difensori facevano leva sull'ambiguità di risposte forni-
te senza che Lotti avesse prima compreso effettiva-
mente il significato delle domande ovvero facevano
leva su interpretazioni estensive di alcuni significati

14
Si citano ad esempio le insistenze dell'aw. Filastò per cono-
scere gli orari della giornata di domenica del delitto di Scopeti, su
cui più volte e in tempi diversi ritornava per far dire che Lotti
sarebbe giunto da Gabriella alle quattro di pomeriggio: particolare
che, invece, Lotti non aveva mai detto, giacché aveva sempre pre-
cisato che sugli orari non poteva essere preciso e perché era tra-
scorso molto tempo e perché non stava a guardare l'orologio!
delle parole utilizzate dallo stesso Lotti15. Ma lui si
manteneva sempre fermo sui punti fondamentali delle
sue accuse.

Il 24 marzo 1998, la Corte d'Assise ha condannato


Giancarlo Lotti a trenta anni di reclusione.

L'attendibilità d e l l a confessione di
Lotti

Lotti era attendibile in tutte le sue confessioni? Per


primo, più volte, mi ponevo questo interrogativo
durante lo svolgimento dell'inchiesta. Come me, se lo
poneva anche l'ufficio del Pubblico Ministero.
L'interrogativo, a conclusione dei minuziosi riscon-
tri, che eseguivo, veniva sciolto in senso affermativo.
Anzi le verifiche deponevano chiaramente per la più
completa e piena genuinità delle sue affermazioni.
Intanto erano numerosi i riscontri oggettivi e testi-
moniali. L'attendibilità, quindi, della progressiva e sof-
ferta confessione di Lotti era certa.
Tra i più convincenti, indicavo all'ufficio del Pubbli-
co Ministero quelli risultati da sopralluoghi della poli-
zia giudiziaria e della polizia scientifica all'epoca dei
fatti, l'autopsia dei cadaveri e la ricostruzione medico-
legale della dinamica di alcuni omicidi.

15
Basti pensare che, facendo riferimento al fatto che "vetro" per
Lotti era "parabrezza", riferito all'episodio di Baccaiano, parlando
poi del delitto di Giogoli, quando faceva cenno al vetro opaco verso
cui aveva sparato, si voleva far dire a Lotti che egli aveva sparato
verso il parabrezza perché questo per lui era vetro!
In relazione all'omicidio dei francesi e, in particola-
re all'aggressione dell'uomo, c'era una coincidenza per-
fetta tra la ricostruzione fatta dai periti dell'Università
di Modena e il racconto del Lotti.
I periti, nelle pagine 14, 15 e 16 della perizia, scrive-
vano:
«(...) Sembra invece fuori di discussione che il colpo
al braccio dx. del soggetto sia stato esploso a tergo dal-
l'aggressore durante la fuga della vittima verso la mac-
chia contribuendo a determinare la lesione fratturativa
di omero.
In tale medesimo contesto è probabilmente da col-
locarsi anche il colpo di striscio alle dita della mano
sn., pur nella variabilità di ipotesi connessa alla pres-
soché infinita possibilità di movimento della mano.
Successive - e comunque temporalmente ben distin-
te dalle ferite d'arma da fuoco (in ragione di un impos-
sibile utilizzo contemporaneo dei due mezzi lesivi da
parte dell'aggressore) - si collocano le ferite da arma
da taglio, che presuppongono, ovviamente, l'avvenuto
raggiungimento fisico della vittima (arrestata nella
fuga sia dalla natura dei luoghi - la siepe di rovi diffi-
cilmente superabile - che dalle precedenti lesioni -
appunto da arma da fuoco - con conseguente shock
psicologico e traumatico).
Lo studio delle sedi e della direzionalità dei tramiti
delle lesioni da taglio autorizza a ritenere che in primis
la vittima sia stata raggiunta a tergo dall'aggressore
che impugnava il coltello con la mano dx. e colpita al
dorso da una prima coltellata (2.b) (senza esito, tutta-
via, avendo attinto la 5a vertebra dorsale). Suc-
cessivamente, aiutato eventualmente dalla retroflessio-
ne algogena del collo da parte della vittima, nella
medesima posizione da tergo, l'aggressore può aver
agito afferrando il collo della vittima con il braccio sn.
e affondando la lama del coltello - impugnato con la
mano dx. - in regione cervicale (ferita 2.d) (trapassan-
dovi la trachea, senza colpire, a quanto sembra, il
fascio nervo vascolare relativamente retroposto su
piani tessutali più laterali e più profondi) con un colpo
vibrato quindi da dx. a sn.
E verosimile che a questo punto la vittima, ormai
esausta, sia stramazzata supina al suolo, offrendo il
petto all'aggressore, che nel frattempo si sarebbe posto
vis a vis con essa.
Il cambiamento di piano nei rapporti tra aggressore
e vittima spiegherebbe l'opposta direzionalità dei colpi
inferii al torace, rispetto a quelli vibrati al dorso e al
collo.
I colpi vibrati dall'aggressore, che impugnava l'arma
con la mano dx., risulterebbero cioè da dx. a sn. Nella
prima fase di inseguimento e da sn. a dx. nella succes-
siva fase di opposizione (per ribaltamento a terra del
corpo della vittima)».
Era ovvio, quindi, che la dinamica del delitto, per-
fettamente coincidente con i risultati medico legali,
poteva essere narrata solamente da chi, come Lotti, vi
avesse effettivamente assistito.
La donna, inoltre, era stata sicuramente uccisa e
seviziata all'interno della tenda, così come dichiarato
da Lotti e come aveva confermato la perizia, che, a pag.
22, così diceva:
«(...) Non vi sono segni di trascinamento del cada-
vere, essendo tutte le macchie di sangue riferibili a sco-
latura e ad imbrattamento dalla fonte principale: a tal
proposito è da sottolineare come sul dorso della donna
siano evidenti tracce di scolatura di sangue come per
materiale caduto dall'alto: esse sono state probabil-
mente prodotte dal seno ormai prelevato e tenuto sol-
levato dall'aggressore con una o entrambe le mani al
termine dell'operazione asportativa.
Vi è anzi da ritenere che, al termine di questa prima
fase dell'esecuzione delittuosa, l'attore abbia appoggia-
to tale primo feticcio fuori della tenda, dove appunto in
sede di indagine di sopralluogo era stata descritta una
piccola ma consistente gora di sangue».
In relazione sempre alla dinamica operativa sulla
giovane, i periti, pur nella ferma convinzione che si
trattasse di un unico autore, in riferimento alle ferite
riscontrate sul corpo della vittima, avevano ipotizzato
l'uso di un secondo coltello. Pag. 27:
«(...) Dopo aver ucciso la vittima di sesso maschile,
il reo è presumibilmente tornato sui suoi passi e, ope-
rando all'interno della tenda, avrebbe iniziato con
calma la rituale escissione dei feticci: come detto, dap-
prima il seno (con le citate difficoltà di affilatura del
mezzo tagliente), quindi il pube (dove tali difficoltà di
taglio non appaiono più documentabili); il che rende-
rebbe possibile l'ipotesi che egli disponesse di un
secondo coltello (o di uno strumento affila lame)».
Le diversità dei tagli, quindi, a giudizio degli esper-
ti, erano da attribuire all'uso di due diversi coltelli. E
dalla ricostruzione del Lotti, emergevano, in effetti,
due coltelli: uno in mano al Vanni, con il quale era
stato tagliato il telo della tenda dal lato posteriore e un
altro in possesso del Pacciani, che, dopo aver raggiun-
to il giovane in fuga, lo aveva bloccato, colpendolo e
finendolo con un coltello. Il Pacciani, come raccontato
dal Lotti, una volta ucciso il ragazzo, era tornato alla
tenda, dove già si trovava il complice, era entrato ed
entrambi si erano trattenuti dentro una decina di
minuti, vale a dire il tempo necessario per poter com-
pletare l'operazione di mutilazione sul corpo della
donna.
Ulteriori riscontri li trovavo nella effettiva lacerazio-
ne da taglio sul telo esterno della tenda in corrispon-
denza della parte posteriore; nel fatto che il corpo della
donna era stato rinvenuto all'interno della tenda; nei
bossoli, trovati davanti alla tenda.
C'erano poi le cause della morte del ragazzo. Era
morto per «anemia acuta prodotta dall'emotorace e
dall'emoperitoneo per le ferite da arma bianca inferte
in regione toraco-addominale». In poche parole la vit-
tima era stata finita a colpi di coltello, come dichiara-
to da Lotti.
Un altro riscontro era rappresentato dal rinveni-
mento, il 24.02.1996, di una buca dove, come raccon-
tato da Lotti, dopo il delitto Vanni e Pacciani avevano
nascosto qualcosa, forse le armi.
La buca, completamente nascosta dalla vegetazione,
era stata identificata solamente dopo la bonifica della
zona: era a circa m 7,70 dal bordo della piazzola in
direzione del bosco, di circa cm 40 di profondità, con
diametro di cm 35x40. All'interno di essa, era presente
una piccola cavità di cm 9x15 con profondità di cm 24,
prodotta verosimilmente da un contenitore che era
stato collocato lì per essere celato.
Al momento della perquisizione era completamente
scoperchiata, come se chi l'aveva riaperta non avesse
più avuto alcun interesse a ricomporla.
C'erano poi le testimonianze, tra cui quelle dei
diversi testimoni dimenticati.
Ad esempio quella di Ennio De Pace, che forniva
una prova indiretta del probabile uso, da parte di
Pacciani e Vanni, della buca.
Il De Pace, pensionato di 72 anni, originario della
Puglia, e da anni residente a Firenze, il 5 marzo 1996,
si presentò nel mio ufficio. Raccontò che, all'alba di un
mattino del settembre 1985, era in cerca di funghi nel
bosco degli Scopeti, proprio nella parte sottostante alla
piazzola dell'omicidio. Ad un certo punto aveva incon-
trato un individuo, riconosciuto, poi, per il Pacciani,
che proveniva dalla piazzola del delitto e si dirigeva
attraverso il vallone sottostante. Prima aveva sentito
un fruscio di arbusti e, subito dopo, a pochi metri da
lui, aveva visto sbucare dalla macchia quell'uomo, che,
senza rispondere al suo saluto e con passo molto velo-
ce, dopo averlo fissato in viso, aveva attraversato il sen-
tiero, infilandosi nuovamente nel bosco. Ebbe l'im-
pressione che non intendesse farsi notare. Ciò che più
gli era rimasto impresso era il modo di camminare del
Pacciani, l'andatura veloce e il braccio destro aderente
al fianco come se tenesse qualcosa sotto la giacca.
Gli fu domandato come mai avesse deciso di pre-
sentarsi in Questura con tanti anni di ritardo. Rispose
che, dopo la scarcerazione di Pacciani, aveva sentito il
dovere di riferire quello che aveva visto.
L'episodio, sia per le circostanze di tempo e luogo,
che per il comportamento, strano e sospetto del
Pacciani, probabilmente, era da collegare alle fasi pre-
paratorie del delitto o a quelle successive.
Anche riguardo al delitto Rontini/Stefanacci del
1984, rilevavo precisi riscontri oggettivi, desumibili
dalla ricostruzione della dinamica operativa e dagli
esami autoptici, eseguiti all'epoca.
La ragazza era stata davvero trascinata fuori dal-
l'auto nel campo di erba medica, accanto al luogo in
cui era ferma l'auto. Inoltre, nella perizia dei medici
legali, che avevano effettuato l'autopsia sul corpo della
giovane, risultava che la vittima, mentre veniva tirata
fuori dalla macchina, era ancora in vita. Infatti, in
quell'elaborato, a proposito dell'eventuale possibilità di
movimenti coordinati e finalistici della ragazza, i peri-
ti a pag. 59 scrivevano che dopo il colpo d'arma da
fuoco alla testa: «sul cadavere non ci sono segni che
indichino la comparsa di morte immediata, ma al con-
trario, ci sono segni indicativi di una certa sopravvi-
venza, che sono rappresentati dall'edema polmonare».
E ancora «(...) per quanto riguarda il carattere delle
lesioni da arma bianca al collo, si può conclusivamen-
te dire che esse sono molto più probabilmente (anche
se non con certezza assoluta) inferte in vita che non in
morte. Ciò perché lo stravaso ematico lungo il tramite
e lungo alcuni dei muscoli della regione latero-cervica-
le sinistra è stato abbondante».
Quindi, secondo i medici, c'era stato un periodo di
sopravvivenza, proprio come aveva raccontato il Lotti
12 anni dopo. La coincidenza era impressionante. Le
affermazioni di Lotti fornivano una spiegazione anche
al particolare delle ferite, inferte con il coltello, al collo
della vittima. Quelle ferite, in quel posto, infatti, si
spiegavano verosimilmente con lo scopo dell'assassino
di uccidere la ragazza al più presto, perché era ancora
viva e gemeva e dovevano essere eseguite le escissioni
di alcune parti del corpo.
Ulteriori riscontri oggettivi si avevano dalla rileva-
zione di impronte digitali nel montante superiore dello
sportello destro, sopra la cornice del finestrino, nonché
dalla presenza di due aloni da spolveratura sulla fascia
paracolpi di plastica nera dello stesso sportello. Questi
ultimi, secondo i periti, sarebbero stati impronte di
ginocchio appartenenti ad una persona alta m 1,80 e
forse più. Vanni era alto un metro e ottanta.
Anche per il delitto del 1984 erano molte le testimo-
nianze, alcune rese all'epoca del fatto e altre successi-
vamente, dalle quali desumevo riscontri alle afferma-
zioni di Lotti.
Approfondiamo la testimonianza della signora
Frigo Maria Grazia, la signora che già nel 1992 e nel
1994, mentre era in corso il processo a carico di
Pacciani, aveva contattato gli inquirenti per riferire del
transito sospetto di un'autovettura nella strada sterra-
ta, vicina alla piazzola del delitto, in orario compatibi-
le con la fase successiva all'esecuzione materiale del
delitto.
La incontrai il 26 marzo 1996. Una donna coraggio-
sa animata da un forte senso civico, diversa cultural-
m g j i t e dalla maggior parte degli altri personaggi, emer-
gi nell'inchiesta.
yvncora oggi non riesco a comprendere i motivi, per
cU j gli ufficiali di polizia giudiziaria non avessero
6 go in considerazione le sue dichiarazioni,
palla lettura degli atti, compilati nella circostanza
¿ e \\e dichiarazioni rese il 4 dicembre 1992, rilevavo
c \ie ufficiali di polizia giudiziaria, avevano manife-
sta t o perplessità in relazione al suo racconto,
^ f e r i v a n o che la donna, che aveva dichiarato di aver
r l c £ ) nosciuto Pacciani alla guida dell'auto che quella
n o t t e stava entrando in collisione con la sua macchina,
aVgVa escluso che l'auto fosse di marca italiana e aveva
a 0 e r m a t o che il suo colore era certamente scuro. Agli
u faciali sembrò strano, perché Pacciani possedeva due
a u t ovetture, una Ford Fiesta e una Fiat 500, entrambe
di colore bianco. Facevano notare anche che sul posto
e r a j i o stati rinvenuti cinque bossoli, per cui appariva
s t r £ l no che la donna avesse udito l'esplosione di un solo
c c j p o di pistola.
Rilevavano, infine, che sarebbe stato più logico che
gl'individuo, per fuggire, avesse percorso quella
g t r ^ d a sterrata in discesa e non già in salita, come rife-
dalla Frigo. Davano, comunque, atto che quella
s ^ d a sterrata conduceva alle località di San Martino
a gji Scopeti, Sagginale e Barbiana.
lettura delle dichiarazioni della teste erano piut-
tosto superficiali. La Frigo, infatti, a proposito dell'au-
to 2 v e v a precisato: circa il colore non voglio esprìmermi
A assoluta certezza anche se ritengo che propendesse
sull° scuro- Non era dotata di poggiatesta. Inoltre, a pro-
n t o degli spari, gli ufficiali di polizia giudiziaria non
a v e v a n o tenuto in debita considerazione il fatto che la
• s tola era un'arma di piccolo calibro, per cui era vero-
simile che la donna avesse sentito solo un colpo, e non
tutti i colpi. Si sarebbe dovuto tener presente anche la
natura dei luoghi. Infatti, se era vero che la piazzola
del delitto distava 500 metri, in linea d'aria, dalla casa
dove si trovava la teste, era anche vero che la linea d'a-
ria tra i due luoghi non era completamente libera. Tra
la piazzola e la casa c'era una collina che sicuramente
aveva attutito il rumore degli spari. Peraltro, gli uffi-
ciali di polizia giudiziaria non avevano affatto conside-
rato la qualità della deposizione della Frigo, il fatto che
si fosse presentata spontaneamente premettendo di
essere ossessionata da otto anni da quell'episodio capi-
tatole la notte del delitto.
Quali considerazioni fare?
Certo la prima e la più importante, è che l'investiga-
tore non dovrebbe mai "innamorarsi" di una precisa
ipotesi investigativa, e a questa piegare la propria
attività. Gli errori sono quasi sempre determinanti.
Nessun Procuratore della Repubblica, per quanto pre-
parato e professionalmente capace possa essere, potrà
rimediare agli errori della polizia giudiziaria, dato che
è questa che interviene, per prima, sul luogo del delit-
to, che svolge materialmente i sopralluoghi, che effet-
tua le perquisizioni, le intercettazioni, che assume
informazioni, anche nell'immediatezza del fatto delit-
tuoso, dai testi o dallo stesso indagato.
Quel 26 marzo rimasi subito colpito dalla persona-
lità della Frigo. Mi fece presente che aveva reso, a suo
tempo, dichiarazioni in Questura, anche contro il pare-
re dei suoi familiari, perché era sicura al cento per
cento, di quello che aveva visto e per lei era stata una
decisione molto sofferta. Al riguardo, precisava: come
può comprendere è molto più facile stare zitta, che par-
lare, ma per me era indispensabile, per un problema pro-
prio di dovere civico, riferire i fatti notati per poter con-
tribuire alle indagini.
Mi fece anche presente che si era decisa a riferire l'è-
pisodio narrato con otto anni di ritardo perché aveva
avuto modo di vedere, nel 1992, la foto del Pacciani sui
giornali e lo aveva riconosciuto: era la persona notata
quella notte del 29 luglio 1984 alla guida dell'auto, e
che aveva un comportamento sospetto e assolutamen-
te fuori luogo.
Cercai di capire meglio il perché di quegli otto anni.
Era importante chiarire quest'aspetto anche per poter
esprimere un giudizio sull'attendibilità della teste.
Disse di aver ricollegato subito al delitto ciò che vide
quella notte, in particolar modo il comportamento del
guidatore di quell'auto, che, percorrendo a forte anda-
tura la strada sterrata, aveva tagliato la strada alla
macchina su cui lei viaggiava con il marito e la figlia.
Ne aveva discusso in famiglia e, forse per paura, l'ave-
vano consigliata di non dire nulla. Aggiunse: poi, sa
come vanno queste cose: più tempo passa e meno è faci-
le prendere la decisione di collaborare. Inoltre, nel tempo,
ebbi modo di leggere sulla stampa che avevano identifi-
cato il Mostro nei Mele, dei quali vidi le foto che io non
riconobbi, per cui ritenni che la persona da me notata
quella notte, nella circostanza riferita agli inquirenti,
non avesse nulla a che vedere con il Mostro.
Continuò: è andata proprio così: quando vidi che i
Mele vennero scarcerati e le indagini, ripartite di nuovo,
conducevano al Pacciani, avendo riconosciuto la foto di
questi per la persona notata la notte del delitto, anche se
erano passati diversi anni, vinsi tutte le resistenze sia
mie che dei miei familiari e feci il passo per contattare gli
inquirenti e riferire tutto.
Rilessi le sue precedenti dichiarazioni. Chiarì che
quando aveva sentito il boato, non erano le 23,30, ma
sicuramente un'ora compresa tra le ore 22 e le 23, poi-
ché avevano già cenato, ma non era ancora notte. Ci
tenne a sottolineare che, nel 1992, non aveva riferito di
aver udito un colpo d'arma da fuoco, come riportato in
quel verbale, bensì un boato, come un fragore, un
rumore potente portato da un'eco. Lo sentirono anche le
bambine e la donna, presso cui era ospite.
Quest'ultima, all'osservazione della teste - accipicchia,
ma che ci sono di già i cacciatori - sapendo che la cac-
cia non era ancora aperta, aveva detto che quel boato
le era sembrato lo scoppio di un pneumatico di auto.
La teste era contenta di essere stata inaspettata-
mente riconvocata. Disse di essersi molto meravigliata
quando il personale della Questura, aveva detto che il
suo racconto non era attendibile.
Raccontò di nuovo l'episodio: andati via dai Bianchi,
la famiglia presso cui eravamo stati ospiti, eravamo io,
mio marito alla guida della nostra macchina Citroen e la
bambina, che all'epoca aveva 10 anni, mentre percorre-
vamo la strada sterrata in discesa e in direzione quindi
della strada sagginalese, prima di una curva, ebbi modo
di vedere salire verso di noi un'autovettura che procede-
va a velocità sostenuta e con i soli fanalini di posizione
accesi. A tale vista, dissi subito a mio marito, che stava
armeggiando con la leva che consente nella Citroen di
sollevare gli ammortizzatori per via delle buche, di stare
attento perché non mi piaceva l'andatura di quella mac-
china che sopraggiungeva e che, per la natura stretta
della strada, non consentiva il passaggio di due auto.
Mio marito vide la macchina, intuì il pericolo e proce-
dette dicendomi «stai calma, vedrai che se non vuole pic-
chiare, si ferma prima». Mio marito era abbastanza tran-
quillo anche perché la nostra macchina era in posizione
di vantaggio e era anche più. grossa. Quando ci avvici-
nammo a questa macchina, il guidatore, anziché fer-
marsi, fece una manovra repentina tagliandoci la strada
e immettendosi in un slargo tra una siepe e un'altra
facendo una brusca frenata in quel posto. Noi prose-
guimmo, senza fermarci e, quando andai, dopo le dichia-
razioni in Questura, a fare il sopralluogo, vidi che al di
sotto del posto in cui si era fermata bruscamente l'auto
c'era un balzo che, anche se non profondo, avrebbe
immobilizzato il mezzo. La manovra repentina del gui-
datore che in pratica ci tagliò a brevissima distanza la
strada mi diede modo di vedere bene la macchina e
anche la faccia di questa persona. Anzi devo dire che
prima ho guardato la faccia e subito dopo la macchina,
della quale ricordo di aver letto sul momento anche la
targa, che però non annotai e dimenticai. Ricordo sola-
mente che era una targa senza le lettere dell'alfabeto.
Fissai bene il soggetto e la macchina perché era mia
intenzione nel caso in cui l'avessi rivisto di giorno fargli
rilevare che non era quello il comportamento da tenere di
notte in quella strada e in quei posti così isolati perché
privi di luce e quella guida costituiva sicuramente un
pericolo.
Descrivo adesso l'uomo e la macchina. Ribadisco che
l'uomo l'ho poi con certezza riconosciuto nel Pacciani
Pietro.
Era di corporatura robusta, viso pieno, volto deciso
nell'aspetto, non sudato, ricordo molto bene la camicia
che indossava. Era scozzese a sfumature e il colore pote-
va essere con una prevalenza di azzurro. Aveva i capelli
ben pettinati, tagliati a spazzola, come fatti in giornata.
La macchina era di colore bianco e ebbi modo di
vederla bene quando ci tagliò la strada e venne illumina-
ta dai fari della nostra auto. Era di media cilindrata, una
utilitaria abbastanza decente.
Proseguendo nella strada sterrata, dopo aver notato
quanto ho riferito, poco distante e sempre prima di
immetterci nella via sagginalese, ho notato un'altra auto-
vettura che avanzava verso di noi ad andatura che mi è
sembrata regolare. Quest'auto, che era di colore rosso e
presentava la coda di dietro tronca, prima che noi la
incrociassimo, si immise in una stradella laterale sempre
in terra battuta. Vidi che su quest'auto c'era una sola per-
sona, anche questa grassottella, più giovane del Pacciani.
La distanza tra le due macchine da me notate sarà
stata di circa 200-300 metri. Sono comunque disponibi-
le ad indicarvi i posti esatti in cui vidi le due auto.
A distanza di qualche settimana, mentre si trovava
sempre ospite, di domenica, presso la casa di campa-
gna degli stessi amici, aveva notato transitare, davanti
alla casa, il Pacciani alla guida di una Fiat 126, che l'a-
veva guardata insistentemente, senza però fermarsi.
Indossava una camicia a fondo rosa, che gli aveva rivi-
sto addosso in una ripresa televisiva del processo.
Anche la camicia che indossava la notte del 29 luglio
1984 l'avrebbe riconosciuta in mezzo a mille altre.
L'aveva già riferito in Questura ma di questo non c'era
traccia nel verbale del 1992.
La stessa sera incontrai il marito della teste,
Bertaccini Giampaolo, mai interrogato prima né dalla
polizia giudiziaria, né dall'Autorità Giudiziaria.
L'uomo confermò il racconto della moglie. Ricordò
la paura avuta quando, lungo la strada sterrata, aveva
visto arrivare, in senso contrario, un'autovettura a
forte andatura e con i fari spenti. Aveva pensato che il
il guidatore, avvicinandosi alla loro macchina, si sareb-
be fermato per evitare la collisione. Non si era fermato
e aveva evitato l'impatto sterzando bruscamente e
tagliando loro la strada, proprio all'ultimo momento,
per fermarsi in un piccolo slargo. Non sapeva di più
perché era concentrato nel tentativo di evitare un inci-
dente. Sua moglie, però, aveva notato vari particolari,
sia relativi al guidatore, sia relativi a quella macchina.
Confermò tutto ciò che sua moglie aveva anticipato.
Il giorno dopo, il 27 marzo, interrogai Edmondo
Bianchi, consulente contabile, proprietario della villa,
presso cui erano stati ospiti i coniugi. Non era stato
mai sentito precedentemente se non informalmente da
un ufficiale di polizia giudiziaria, che gli aveva doman-
dato, telefonandogli a casa, se aveva ospitato i coniugi
Bertaccini nella giornata del 29 luglio 1984. Egli aveva
avuto la netta impressione, dalle domande che gli
erano state rivolte, che l'ufficiale di polizia giudiziaria
volesse verificare l'attendibilità della cugina.
Il teste riferì che i propri cugini, all'epoca dell'omi-
cidio di Vicchio, erano soliti andare a trovarlo quasi
ogni domenica per trascorrere in campagna il pome-
riggio e la sera. Disse di aver saputo dalla cugina, non
subito, ma a distanza di anni, quando stava per cele-
brarsi il processo a carico di Pacciani, che la notte del
delitto, durante il tragitto per ritornare a casa sulla
strada sterrata che conduce alla sagginalese, era stata
colpita dal comportamento del guidatore di un'auto
che aveva tagliato loro la strada. Disse anche che la
cugina aveva riconosciuto il Pacciani.
Interrogai anche la signora Bianchi. Disse che i suoi
cugini erano persone serie e non avrebbero avuto moti-
vo di non dire la verità.
Non nascondo che l'interrogatorio della Frigo, sup-
portato da quelli degli altri testi citati, era andato ben
oltre alle mie aspettative. Gli elementi di prova diretta
verificavano positivamente il racconto del Lotti soprat-
tutto in relazione all'itinerario effettuato subito dopo la
realizzazione dell' omicidio. Peraltro, su quell'itinera-
rio, c'erano anche le puntuali dichiarazioni dei coniugi
Caini-Martelli.
Era stato davvero un grave errore aver sottratto alla
valutazione dei giudici di merito un elemento così
forte come la testimonianza della Frigo che sicura-
mente, tra gli indizi a carico del Pacciani, sarebbe stato
quello più significativo e di maggiore spessore.
Il 29 marzo, mi recai in località "La Rena" e, insie-
me alla donna, effettuai un sopralluogo, constatando
personalmente la vicinanza del luogo, dove la donna
aveva visto quell'auto sospetta, alla piazzola del delitto.
Ricostruimmo sia l'episodio relativo al mancato inci-
dente, sia i movimenti della seconda auto, che proce-
deva a distanza di un centinaio di metri da quella gui-
data dal Pacciani. Questa era, secondo la teste, una
macchina di tipo sportivo, bassa, con la coda tronca, di
colore rosso sbiadito, corrispondente perfettamente
alla Fiat 128 di colore rosso, posseduta, all'epoca del
delitto, da Lotti.
Precisò che, qualche giorno prima del delitto e, con
tutta probabilità, proprio il giorno precedente, aveva
notato quella stessa auto sulla medesima strada sterra-
ta, con una persona a bordo. L'auto si era immessa in
una stradina laterale. La percorremmo fino a che,
dopo circa 200 metri, non terminava davanti ad un
promontorio, ai piedi del quale, dall'altro lato, c'era
proprio la piazzola del massacro. Era ipotizzabile che
quella postazione fosse stata utilizzata per guardare la
coppia senza essere notati.
La Frigo descrisse il guidatore della seconda auto-
vettura. Si trattava di una persona di corporatura robu-
sta, con il viso pieno, capelli di colore castano scuro sul
marrone, adulta. A quel punto mostravo alla donna la
foto di Lotti. La guardò: la foto che mi fate vedere mi dà
una certa somiglianza di quella persona che vi ho
descritto. Essa, infatti, raffigura una persona che ha lo
stesso capoccione e la stessa pettinatura della persona da
me notata. Anche la corporatura mi sembra la stessa. E,
ancora, guardando meglio: sì la pettinatura è proprio
quella.

Quella sera, ultimato il sopralluogo, decisi, prima di


rientrare a Firenze, di andare a trovare la famiglia
Rontini per conoscerla personalmente e per rassicu-
rarla sul fatto che la Squadra Mobile e la Procura della
Repubblica stavano facendo tutto il necessario per
chiarire gli omicidi attribuiti al "Mostro".
Renzo Rontini era in un bar nei pressi della piazza
centrale del paese di Vicchio. Appena mi vide, il suo
viso si illuminò. Sorrise. Mi aveva riconosciuto e, senza
darmi il tempo di entrare nel locale, mi venne incontro
abbracciandomi. Mi disse che: gli avevo fatto il più bel
regalo che egli avesse potuto ricevere per Pasqua.
Andammo a casa sua. Lui e la moglie mi parlavano,
interrompendosi a vicenda, sovrapponendo di conti-
nuo la voce l'uno sull'altra. Mi raccontarono del cane
Brix, un setter inglese di cinque anni, che, quando
andava con loro nella piazzola dove era stata uccisa
Pia, si metteva sotto la croce e non faceva avvicinare
nessuno, neppure loro, come se sentisse qualcosa.
Renzo mi raccontò di aver speso tutti i suoi soldi per
pagare investigatori privati che potessero far luce sul-
l'accaduto. Viveva solo in attesa della giustizia.

Il 15 aprile, la signora Frigo veniva convocata negli


uffici della Procura della Repubblica per essere inter-
rogata dal Pubblico Ministero.
In quella sede, la teste rispondeva alla domanda sul-
l'attività svolta, asserendo che era socia di una ditta, a
gestione familiare, che produceva contenitori per
musicassette e oggetti simili. Precisava che la ditta
aveva rapporti anche con l'estero e la parte contabile
era curata da lei, che svolgeva anche lavori in casa e
lavori di artigianato.
Quindi confermò pienamente sia le precedenti
dichiarazioni rese in Questura, nel mio ufficio, sia
quelle rese nel corso del sopralluogo, fatto nei giorni
precedenti. Confermò, anche, di aver telefonato al
Dott. Canessa dopo essersi rivolta all'avvocato Ventura,
suo conoscente, che, essendo difensore di Pacciani, le
aveva fatto presente che lui non avrebbe potuto, pro-
prio in fede del suo incarico, interessarsi della sua
testimonianza.
Circa l'ora in cui aveva udito il boato riferì che era
sicuramente dopo cena e che dove si trovava lei, e cioè
ad una certa altezza, era il momento del crepuscolo
fondo. Si potevano distinguere le bambine che si muo-
vevano nel giardino, una delle quali aveva una maglia
bianca, mentre, più in basso, e il luogo del delitto era
più in basso, il buio era ormai fatto.
Per quanto riguardava la distanza tra la macchina
bianca, guidata da Pacciani, e l'altra di colore rosso
sbiadito, precisava doveva trattarsi di un centinaio di
metri. Aggiunse di aver avuto la netta impressione che
le due auto procedessero insieme.
Il Pubblico Ministero osservò che lei, nella telefona-
ta fatta nel 1992 al Dott. Canessa, aveva parlato gene-
ricamente di una macchina rossa. La donna rispose
che per telefono aveva fornito solo delle generiche indi-
cazioni in attesa di poter chiarire meglio.
Disse che suo marito e anche i suoi figli le avevano
consigliato di non riferire quello che aveva visto quella
notte, facendole presente che, in quei posti, abitava
gente poco raccomandabile. Si era sentita, però, sem-
pre combattuta anche quando i familiari avevano cer-
cato di tranquillizzarla il giorno in cui furono arrestati
i sardi Mele e Mucciarini. Aveva guardato le foto ma
tra loro non c'era la persona della macchina bianca.
Nelle foto aveva riconosciuto invece la Fiat 128
coupé color rosso sbiadito, di cui aveva parlato.
Il Pubblico Ministero rimase positivamente impres-
sionato dalla deposizione della donna e, certificata
l'importanza dell'atto, dispose la sua segretazione.
Intanto, nel corso dell'attività investigativa, si
acquisivano altri riscontri al racconto del Lotti. Si
acquisivano anche particolari inediti, sconosciuti
anche agli inquirenti, che davano una chiara e deter-
minante prova della bontà delle dichiarazioni rese
dall' indagato.
Infatti, dopo la diffusione sulla stampa dei partico-
lari del delitto di Vicchio, Renzo Rontini chiese di
incontrarmi urgentemente. Mi disse che Lotti aveva
detto sicuramente la verità. Un amico del Rontini,
infatti, il giorno dopo il delitto, aveva visto lungo il
fiume Sieve, proprio in corrispondenza con la piazzola
del delitto, delle macchie di sangue. L'amico si chia-
mava Pietro Pasquini, di anni 61, già macellaio, da
Dicomano. Lo interrogai.
Il teste mi raccontò che il giorno dopo l'omicidio era
andato a lavare la macchina, giù, al fiume Sieve.
Alcune pietre erano macchiate di sangue. Insospettito,
aveva raggiunto la piazzola. E lì, altre macchie segna-
vano un percorso che si interrompeva nello stradello
che portava al fiume. Lo stradello, sterrato, non aveva
trattenuto il sangue. Si era dissolto in polvere, o era
calato dentro la terra. L'aveva raccontato al Rontini e
ad altre persone che, subito, avevano avvertito i cara-
binieri. Erano andati, insieme al maresciallo, verso il
fiume, gli avevano mostrato le macchie di sangue. Poi,
non aveva saputo più nulla.
Il racconto venne confermato anche da Bartolini
Luciano, di anni 50, da Vicchio, artigiano bronzista,
che era in casa dei genitori di Pia, quando il Pasquini
aveva raccontato delle macchie di sangue. Il Pasquini,
anche lui mai interrogato prima, era stato un diretto
testimone, poiché, insieme ai carabinieri e al macel-
laio, era andato a vedere le tracce di sangue. Disse di
aver notato le macchie anche sullo stradello in terra
battuta, anche se non erano ben visibili per via dell'as-
sorbimento della terra. Giù al fiume, invece, c'era una
pietra segnata da una chiazza più consistente: sembra-
va vi avessero appoggiato sopra qualcosa di sanguinan-
te, qualcosa che era come colato da una busta forata.
Le gocce, a partire dalla strada asfaltata, erano a
due metri di distanza l'una dall'altra e così fino al greto
del fiume, sembrava davvero che fossero cadute da
qualche busta forata.
Esaminando gli atti di polizia giudiziaria, trovai
altri riscontri alle dichiarazioni del Lotti e in particola-
re al fatto che la ragazza, nei giorni precedenti al delit-
to, fosse stata seguita.
Infatti, Poggiali Mauro, di anni 45, da Vicchio, ope-
ratore ecologico, amico della ragazza, sentito dalla
polizia giudiziaria il 16 febbraio 1993, aveva riferito
che, pochi giorni prima che la ragazza venisse uccisa,
l'aveva accompagnata, alla fine del turno serale, dal
bar a casa. In due occasioni si era accorto che una
macchina li seguiva, una macchina che era partita
dalla piazza della stazione di Vicchio, proprio di fron-
te al bar. La ragazza non ci aveva dato peso.
Il 17 aprile interrogai nuovamente il Poggiali, che
confermava le precedenti dichiarazioni del 1993,
facendo, però, alcune modifiche. Specificò che l'auto
che li aveva seguiti l'ultima volta non lo aveva fatto la
sera prima del delitto ma la settimana precedente.
Doveva essere successo di martedì e di giovedì, essen-
do quelli i due giorni della settimana in cui rincasava
tardi, venendo da Firenze, dove faceva l'arbitro.
Gli chiesi di specificare gli episodi dell'inseguimen-
to e descrivere il tipo di auto.
Raccontò nei minimi particolari l'ultimo insegui-
mento e, cioè, quello che lo aveva particolarmente
insospettito. Era partito dal bar della stazione, insieme
a Pia, verso la mezzanotte e mezza. Mentre percorreva
il viale della stazione, si era accorto che, dalla piazza
della stazione, all'epoca non adibita a parcheggio, era
partita un'autovettura. Tramite lo specchietto retrovi-
sore della propria auto, controllava quell'auto, che si
manteneva a una distanza di circa 200 metri per poi, in
alcuni tratti, avvicinarsi anche a 50 metri, o forse anco-
ra di più nei pressi della casa di Pia. A quel punto, si
era insospettito ancor di più, perché la strada dove abi-
tava la ragazza non era una via di transito. Si ricordò
allora di essere stato seguito qualche giorno prima pro-
prio dalla stessa macchina. Si trattava di un'auto di
media cilindrata, dal colore sicuramente non chiaro,
ma sull'amaranto o sul rosso, ma non rosso vivo. Gli
mostrai la foto della Fiat 128 coupé. Nell'esaminare
tale foto, disse: la macchina che mi fate vedere in una
fotocopia in bianco e nero mi sembra, nella parte poste-
riore, simile a quella da me notata nelle circostanze rife-
rite. Nel suo insieme, però, quest'auto mi dà l'impressio-
ne, guardandola nella fotocopia, che sia più grande di
quella in questione. Dovrei vederla personalmente per
poter essere più sicuro. Comunque questa macchina mi
fa un certo effetto e la parte posteriore, ripeto, mi sembra
simile anche perché vedo che non ha la luce laterale nella
parte posteriore e io, quando ho visto di profilo quella
macchina, ho appunto notato che nella sua parte poste-
riore laterale non aveva la luce.
Un altro riscontro positivo in relazione ai pedina-
menti arrivò dalla stessa famiglia Rontini.
Infatti, venne spontaneamente nel mio ufficio,
Kristensen Winnie Dalagaard, madre di Pia Rontini,
rifendo di aver appreso recentemente, da una amica di
famiglia, Ingrid Von Pflugk Harttung, di nazionalità
danese, che era molto in confidenza con sua figlia,
alcuni particolari che riteneva potessero essere utili
alle indagini. Ingrid e Pia erano molto affezionate
anche perché dal gennaio al maggio 1984, la ragazza
aveva frequentato una scuola per cuochi, in Danimar-
ca, e aveva frequentato la donna tanto che al ritorno
della Pia in Italia, le due si sentivano telefonicamente
almeno una volta alla settimana.
La signora Kristensen disse che c'era un individuo
che molestava e seguiva sua figlia. Ingrid lo sapeva e
glielo aveva confidato solo da un mese e mezzo. A lei lo
aveva detto Pia, proprio nel periodo in cui la ragazza
lavorava al bar della stazione. Ingrid aveva pensato che
fosse un ubriaco che frequentava quel bar, per cui le
aveva consigliato di smettere di andare a lavorare lì.
Ingrid mi scrisse una lettera. Diceva che, nell'ultimo
colloquio telefonico avuto con la giovane amica, pro-
prio pochi giorni prima che questa fosse uccisa, le era
sembrato che Pia non fosse più entusiasta di lavorare
in quel bar. Le aveva riferito che c'erano degli uomini
poco piacevoli insieme ai quali si sentiva molto insicu-
ra. Lei le aveva consigliato di cambiare luogo di lavoro.
Non l'aveva più sentita.
Anche per gli altri omicidi, riferiti da Lotti, trovai
precisi riscontri. C'era, per il delitto di Baccaiano del
1982, una perfetta coincidenza tra lo svolgimento del-
l'azione esecutiva, così come l'aveva descritta Lotti, e la
ricostruzione del fatto, eseguita sul posto a suo tempo.
Erano stati esplosi colpi d'arma da fuoco davanti alla
macchina delle vittime. Erano stati colpiti anche i fari.
Erano stati esplosi colpi all'interno dell'auto, dato che,
nell'abitacolo, era stato rinvenuto un bossolo calibro
22, come risultava sempre dagli atti, a suo tempo com-
pilati. Inoltre, l'auto della coppia effettivamente era
stata rinvenuta con le ruote posteriori in un fossato, a
margine della strada; fatto, questo, che sicuramente
aveva impedito ai due giovani di poter fuggire.
Anche in relazione all'omicidio di Giogoli del 1983,
trovai effettive convergenze soprattutto nella descrizio-
ne della dinamica degli spari contro il furgone.
L'altezza di Lotti, nell'ordine del metro e ottanta e più
era perfettamente compatibile con l'altezza dei fori dei
proiettili sui finestrini del veicolo. Le modalità, descrit-
te dal Lotti, inoltre, erano conformi a quanto era stato
accertato dalla polizia giudiziaria, all'epoca, in sede di
sopralluogo. I ragazzi assassinati, infatti, si trovavano
seduti all'interno del furgone al momento degli spari.
Uno dei due aveva i capelli lunghi e poteva sembrare,
da lontano, una donna. A seguito di quel delitto, era
poi effettivamente stato scagionato, Francesco Vinci,
che si trovava in carcere, imputato degli omicidi del
"Mostro".
E ancora un'altra conferma arrivava dalle dichiara-
zioni, rese in tempi non sospetti e, precisamente in
data 13.09.1983, ai carabinieri della Stazione di Gal-
luzzo da Nenci Giovanni 16 , deceduto in data
09.08.1990. Costui aveva riferito che, nel transitare da
via di Giogoli, la mattina del giorno precedente al delit-
to, aveva notato, accanto al furgone delle vittime, una
autovettura Fiat 128 di colore rosso targata Firenze.
La moglie del Nenci, interrogata nel corso dell'in-
chiesta, confermava di aver saputo dal marito della pre-
senza di quell'auto rossa, accanto al furgone. Lei stessa,
aggiungeva, passando da quel posto proprio la mattina
del giorno del delitto, aveva notato, nei pressi del fur-
gone, un'auto di media cilindrata di colore bianco.
In relazione al duplice omicidio di Calenzano, avve-
nuto nell'ottobre del 1981, rilevai che una persona sola
in auto era stata vista allontanarsi dal luogo dell'omi-
cidio da una coppia di giovani. All'epoca era stato
redatto un identikit, che presentava sorprendenti cor-
rispondenze e analogie antropometriche con Faggi
Giovanni. Identificai la giovane coppia - Parisi
Rossella e Tozzini Giampaolo - mai formalmente inter-
rogata. Entrambi confermarono di aver incontrato
quella notte in orario perfettamente compatibile con il
delitto medesimo, una persona, che, alla guida di
un'auto procedeva a forte andatura, come se fosse in
trance, tanto che stava rischiando di scontrarsi proprio

16
II Nenci abitava nei pressi del luogo del delitto e per recarsi a
lavorare a Firenze più volte al giorno passava da quel posto.
con loro, che procedevano in senso opposto.
I due giovani confermavano l'identikit e la somi-
glianza con Faggi.
Più testi, quindi, avevano riferito la frequentazione
del Faggi con Pacciani e Vanni nella zona di San
Casciano. Un'altra teste, Cencin Gina, vicina di casa di
Sperduto Malatesta Antonietta, sentita dalla Polizia
Giudiziaria e nel corso del dibattimento a carico del
Pacciani all'udienza del 26.5.1994, aveva dichiarato di
aver riconosciuto il Faggi come persona che aveva
visto con il Pacciani e il Vanni a San Casciano. C'era
anche la testimonianza di Malatesta Luciano, figlio
della Sperduto. Costui, da me sentito il 7.3.1996 e dal
Pubblico Ministero, il 19.3.1996, aveva affermato di
avere riconosciuto il Faggi come persona vista più
volte, prima della morte del padre Malatesta Renato,
deceduto il 24.12.1980, mentre in auto, una grossa ber-
lina scura, da solo passava vicino casa, lentamente, e
sembrava spiare.
Altri riscontri li desumevo dall'attività di intercetta-
zione telefonica sull'utenza di Lotti, nella località
segreta in cui si trovava. Il 14 giugno 1996, alle ore
20,26, Lotti aveva detto, al telefono, a Don Fabrizio,
della parrocchia di Chiesanuova, di aver raccontato
tutto quello che sapeva, e che era la verità.

Mario Vanni, il postino

Personaggio enigmatico, dalla personalità contorta,


Mario Vanni, portalettere nella zona di Montefiridolfi,
a due passi da San Casciano, negli anni dei delitti era
già noto per la sua stretta amicizia con Pacciani.
Infatti, era stato più volte interrogato, nel corso delle
indagini su Pacciani, sia dagli investigatori della
Squadra Antimostro, sia dall'ufficio del Pubblico
Ministero. Erano convinti, all'epoca, che, per la sua
relazione di amicizia con Pacciani, fosse a conoscenza
di notizie relative agli omicidi per i quali il suo amico
era, prima sospettato e, poi, imputato. Non pensavano
affatto che Vanni potesse essere un complice, poiché
gli esperti criminologi e psichiatri, che l'Autorità
Giudiziaria aveva interpellato, avevano sostenuto con
fermezza l'incompatibilità di quei delitti con la parte-
cipazione di più persone. In pratica, quindi, gli inqui-
renti, fortemente condizionati dalla teoria del serial kil-
ler solitario, avevano tenuto Vanni fuori dalle vere e
proprie indagini di polizia giudiziaria. Non una inter-
cettazione telefonica, né perquisizione, né approfondi-
menti sulla sua persona. Niente.
Durante gli interrogatori (19.7.1990 - 13.11.1991 -
27.12.1991 - 28.9.1992), Vanni aveva accreditato pres-
so i suoi interlocutori l'immagine di un innocente com-
pagno di merende del Pacciani. Di un compagno, che
aveva frequentato il Pacciani solamente per bere insie-
me nelle varie feste di paese o per fare merende nel
tempo libero dopo faticose giornate di lavoro. Aveva
risposto con grande superficialità alle domande rivol-
tegli sul contenuto di una lettera, inviatagli da Pacciani
dal carcere, di cui già all'epoca gli inquirenti erano a
conoscenza. Aveva riferito che in quella lettera l'amico
gli chiedeva di mettersi alla ricerca di una donna, che
potesse testimoniare a suo favore nel processo per la
violenza carnale alle figlie. Di quella donna, però, non
aveva saputo fornire un minimo elemento idoneo per
la sua identificazione.
Aveva fatto cenno anche ai suoi rapporti sessuali con
Antonietta Sperduto, con la quale, a suo dire, aveva
avuto rapporti anche Pacciani. Aveva definito la donna
esperta in giochi amorosi. Aveva riferito, in relazione
alle sue abitudini sessuali, che lui, quando andava a
donne o prostitute, portava con sé un fallo di gomma.
Aveva aggiunto che, agli inizi degli anni 80, aveva com-
prato due falli, e uno l'aveva dato al Pacciani. Non sape-
va, però, dire come l'amico lo usasse.
Durante la celebrazione del processo a Pacciani, era
stato chiamato a testimoniare. Aveva colpito tutti, in
quella occasione, il fatto che, ancor prima di mettersi a
sedere davanti ai giudici, si era lasciato andare «dia
seguente affermazione: io ho fatto solo merende. Aveva
dimostrato di aver già pronte le dichiarazioni che
avrebbe dovuto rendere. E, in effetti, in quell'interro-
gatorio, non faceva altro che ripetere quanto aveva già
dichiarato precedentemente, insistendo molto sul fatto
che con Pacciani era andato solamente a bere nelle
cantine della zona.
Ma nella nuova ottica investigativa, orientata a tro-
vare i complici di Pacciani, mi era sembrato subito un
soggetto interessante su cui svolgere approfondimenti
d'indagine anche con intercettazioni, perquisizioni e
interrogatori di persone, che potessero fornirmi notizie
su di lui.
Si cominciò dal delitto degli Scopeti.
Sulla scorta dei primi risultati investigativi, in parti-
colare le dichiarazioni di Lotti, Pucci, Ghiribelli e
Galli, la Procura della Repubblica, il giorno 12 feb-
braio 1996, chiedeva al Giudice per le Indagini
Preliminari la misura restrittiva della custodia cautela-
re in carcere nei confronti di Mario Vanni in relazione
al duplice omicidio degli Scopeti del 9 settembre 1985,
commesso in concorso con Pietro Pacciani.
Nella richiesta si faceva riferimento alla individua-
zione di due testi oculari: Pucci e Lotti, indicati, per
imprescindibili esigenze investigative, rispettivamente
con le sigle di Alfa e Beta, precisando che la presenza
di costoro sul luogo del delitto era affiorata nel corso
delle dichiarazioni di altri due testi, indicati anch'essi,
sempre per esigenze investigative, con le sigle di
Gamma e Delta, vale a dire la Gabriella e il suo uomo
Norberto.
La sera del 12 febbraio, il Procuratore Capo Dott.
Pier Luigi Vigna e il Sostituto Dott. Paolo Canessa mi
consegnarono, per la sua esecuzione, il provvedimento
restrittivo a carico del Vanni.
Mi recai personalmente a San Casciano, dove, con i
miei collaboratori, eseguivo l'arresto e contestualmen-
te effettuavo una minuziosa perquisizione dell'abita-
zione di Vanni.
Era la prima volta che vedevo Vanni e la moglie
Luisa. La donna non voleva aprire la porta e ci accolse
con atteggiamento grintoso, quasi violento. Luisa
aveva un aspetto trascurato, era una persona infelice,
esasperata, sofferente, vittima di un marito che non le
aveva mai garantito un'esistenza normale.
Il Vanni, pur essendo appena le 20, era a letto, par-
lava con voce lamentosa e poco comprensibile, diceva
qualche frase del tipo io ho fatto solo merende!
Mi colpì il fatto che, mentre era in corso la perqui-
sizione, il Vanni, ancor prima di sapere del provvedi-
mento di cattura, aveva capito che eravamo andati ad
arrestarlo. Infatti si alzò dal letto, si vestì, prese da un
cassetto alcune banconote da centomila lire e, termi-
nata la perquisizione, ci seguì, uscendo di casa senza
neppure salutare la moglie. Luisa urlava frasi a me
incomprensibili.
Ripensai spesso a quella donna a cui il marito, nel-
l'andare via, non aveva rivolto neppure uno sguardo.
Mi riaffioravano alla memoria gli episodi delle violen-
ze subite da parte del marito e di cui c'era traccia nei
documenti esistenti agli atti d'ufficio. L'aveva fatta
ruzzolare dalle scale quando era incinta di pochi mesi,
l'aveva rincorsa per casa minacciandola: era il 9
dicembre 1963, lei lo aveva denunciato a soli otto mesi
dal matrimonio. A volte se n'era andata via di casa
senza dirgli niente.
L'arresto di Vanni coincise con la chiusura della
discussione del giudizio d'appello nei confronti del
Pacciani.
L'accusa ci appellò di «tempestività ed eleganza
eccezionali». I giudici d'appello dissero che si voleva
«cambiar le carte in tavola».
Intanto i nuovi testi, indicati con sigle, non veniva-
no ammessi da quella Corte che, sulla scorta degli ele-
menti indiziari posti a base della condanna del 1°
novembre 1994, riteneva di assolvere l'imputato
Pacciani per non aver commesso i delitti.
Il Dott. Ferri, presidente della Corte d'Assise
d'Appello, ridicolizzò i nuovi testi, tanto che ai giorna-
listi riferì: i quattro testimoni sono persone inattendibi-
li, ma soprattutto hanno raccontato cose false. Ed anco-
ra: a San Casciano tutti si mettono a rìdere quando si
parla di Lotti e Pucci.
Le sedici vittime, però, aspettavano giustizia.
Ricominciai a lavorare.
Allo scopo di ottenere notizie su Vanni, sia sull'epi-
sodio specifico della lettera ricevuta da Pacciani, sia
sulla sua personalità, interrogai Nesi Lorenzo.
Il Nesi era già noto nella prima inchiesta a carico di
Pacciani. Aveva avuto, infatti, più colloqui, informali,
con gli investigatori. Era stato anche interrogato dal
Pubblico Ministero e anche nel dibattimento davanti ai
Giudici della Corte Di Assise, ai quali si era presentato
spontaneamente. Sostanzialmente il teste, buon amico
da tantissimi anni del Vanni, aveva riferito alcuni fatti,
che riguardavano il Pacciani. Tra questi, in particolare,
il fatto che Pacciani aveva sparato ai fagiani con la
pistola e l'episodio relativo all'invio di una lettera a
Vanni. Aveva, altresì, riferito una circostanza relativa al
delitto degli Scopeti. La notte di quel delitto, tornando
a casa, con alcuni amici, si era trovato a passare da
quelle parti. Aveva incrociato il Pacciani a bordo della
sua macchina, in compagnia di un'altra persona che
non aveva identificato. Questa affermazione aveva
fatto ipotizzare a quei giudici la probabile esistenza,
per quel delitto del 1985, di un complice del Pacciani.
Quella testimonianza, pertanto, aveva costituito un
fondamentale contributo per l'accertamento dei fatti e
per la prosecuzione delle indagini.
Dalla lettura di quegli atti avevo rilevato che il teste
era sicuramente un personaggio utile per poter
approfondire la conoscenza della personalità del
Vanni. In più colloqui, Nesi aveva fatto cenno alle
comuni frequentazioni di prostitute fiorentine, facen-
do riferimento anche alle perversioni sessuali del
Vanni.
Devo però rilevare che, dalla lettura di quei docu-
menti, il Nesi mi apparve un soggetto complicato, a
tratti poco convincente soprattutto per il fatto di aver
riferito gli episodi riguardanti le indagini in più
momenti successivi, come se li avesse ricordati di volta
in volta nel tempo.
Ritenevo, pertanto, opportuno ascoltarlo. Prima
richiesi all'Autorità Giudiziaria un decreto di perquisi-
zione domiciliare.
Il 28 febbraio, di mattina presto, feci eseguire la per-
quisizione, che sostanzialmente dava esito negativo.
Invitai il Nesi nel mio ufficio per l'interrogatorio.
Erano le ore 11,30. Nesi entrò nella mia stanza cam-
minando nervosamente, manifestò il suo risentimento
per la perquisizione subita. Mi fece presente che lui
aveva sempre collaborato. Specificava, poi, con modi
visibilmente adirati, che, da quel momento, non avreb-
be proseguito più nella sua collaborazione. Lo invitai a
stare calmo. Gli feci capire che non era lui l'indagato e
che la perquisizione era stata eseguita al fine di rileva-
re qualcosa che riguardasse Vanni, del quale lui, come
risultava, era stato ottimo amico per tantissimi anni.
Gli feci presente che avrei dovuto interrogarlo, su
delega della Procura della Repubblica. Si sedette di
fronte a me, dicendomi che, comunque, non avrebbe
firmato alcun atto perché aveva collaborato sempre
informalmente senza firmare nessuna carta. Gli feci
presente che la collaborazione informale non mi inte-
ressava e che avrei dovuto compilare comunque un
verbale, che lui poi sarebbe stato libero di sottoscrive-
re o meno, ma che, comunque, sarebbe stato firmato
da me, come ufficiale di polizia giudiziaria.
L'interrogatorio si protrasse per quasi cinque ore. A
volte il testimone si alzava dalla sedia per passeggiare
nella mia stanza, ma con atteggiamento molto tran-
quillo. Mi rendevo conto che, man mano che l'interro-
gatorio andava avanti, il testimone capiva sempre
meglio che quello era un incontro diverso da quelli
avuti nel passato. Alla conclusione firmò l'atto insieme
a me.
Riferì cose nuove sul conto di Vanni. Lo conosceva
da 40 anni. Andavano a prostitute insieme. Raccontò
di una prostituta di nome Gina, della quale il Vanni
elogiava la bravura nel rapporto orale, tanto che lui,
una volta, gli aveva chiesto di voler provare. Una volta
avevano fatto l'amore in quattro: lui, Vanni, Gina e la
donna di servizio di quest'ultima. Raccontò che, in
un'altra occasione, aveva lasciato l'amico a casa della
Gina e si era recato a sbrigare alcune pratiche. Era
ritornato dopo circa mezz'ora a riprenderlo. Non tro-
vandolo in strada era salito nell'appartamento della
Gina, aveva aperto la porta della stanza da letto, e si
era trovato davanti una scena inquietante. C'era una
persona con un mantello nero. L'ambiente era buio,
illuminato solo da una lampada rotonda con la luce
rossa. Aveva avuto l'impressione che quell'individuo
fosse un mago. Aveva raccontato tutto a Mario, dicen-
dogli che lui non sarebbe più tornato dalla Gina. Disse
che Mario era solito usare un vibratore ma qualche
volta, trombava pure. Qualche volta era andato con lui
alle Cascine, e gli aveva messo a disposizione il proprio
furgone, per avere rapporti con le prostitute, mentre
lui aspettava fuori.
Quindi raccontò di Mario e Antonietta Sperduto.
All'inizio lei non gliela dava e Mario si masturbava
mentre Antonietta girava intorno alla tavola. Poi, però,
sempre secondo il racconto che gli aveva fatto l'amico,
la donna gli allargò le gambe. Vanni aveva iniziato con
lei una relazione che era continuata anche quando
Antonietta era andata ad abitare in via di Faltignano.
Si era comportato sempre bene con quella donna,
tanto che, quando faceva il giro della posta, le portava
bistecche, pollo o braciole. Ma quando aveva iniziato a
portare Pacciani, a cui Mario aveva raccontato di quel-
la relazione, non era più riuscito ad avere un rapporto
sereno con lei. Erano iniziate le famose spedizioni del
pomeriggio del sabato o della domenica.
L'arrivo di Pacciani aveva, in pratica, messo in moto
una serie inaudita di violenze. Pacciani buttava fuori di
casa il marito della donna e voleva toccare anche le
figlie. Quando c'era lui saltava la caricata tranquilla
che, da solo, Mario riusciva a fare. Nesi disse che
Mario eseguiva gli ordini di Pacciani, non era in grado
di opporsi e di non portarlo con sé.
Raccontò poi un episodio molto significativo per
conoscere meglio la personalità del Vanni. Aveva
accompagnato Mario a prendere della legna a casa del
Pacciani e, poi, insieme, erano tornati a casa. Mario
aveva scaricato la legna dal furgone, riponendola nel
ripostiglio della cucina. Ad un certo punto aveva inco-
minciato a rimproverare Luisa perché non voleva trom-
bare con lui, che era così costretto ad andare a prosti-
tute a Firenze. Luisa era andata in bestia e aveva cer-
cato di chiamare i carabinieri. Mario aveva preso un
coltello. Nel fare ciò, si era abbassato i pantaloni, aveva
tirato fuori l'uccello, dicendole: guarda che uccello che
ho! Lei scappava per la casa e lui aveva cercato di cal-
mare Vanni. Disse di essersi molto stupito per il fatto
che Mario aveva l'uccello eretto in quella situazione
abbastanza tragica.
In relazione, poi, all'episodio della lettera, inviata da
Pacciani a Vanni, riferì che un pomeriggio l'amico,
visibilmente turbato, gli aveva chiesto di accompa-
gnarlo con urgenza dalla moglie di Pacciani, Angiolina.
Aveva motivato quella sua necessità dicendogli che
aveva ricevuto una lettera, contenente fatti brutti, fatti
di sangue, cose grosse. Ma non gli disse altro. Quindi lo
aveva accompagnato con il furgone a casa di Angioli-
na, lasciandolo lì.
Rividi il Nesi dopo un anno. Si presentò spontanea-
mente, accompagnato da un legale di fiducia, per rife-
rire altre notizie su Vanni. In particolare le frequenta-
zioni del Vanni con una prostituta di nome Clelia, ucci-
sa a colpi di coltello, nel suo appartamento di Firenze,
il 14.12.198317. Riferì anche che, in passato, quando
aveva affrontato con Vanni il discorso delle imputazio-
ni del Pacciani, l'amico si era turbato. Gli aveva

17
II 14 dicembre 1983, alle ore 15, la Polizia, su richiesta, inter-
veniva in un appartamento di via G.P. Orsini, n. 64, ove trovava il
cadavere di Clelia Cuscito, di anni 37, prostituta. La donna si tro-
vava nuda, nella camera da letto, in una pozza di sangue. Giaceva
bocconi con le gambe divaricate. Il corpo presentava numerose
ferite da arma da taglio, sparse soprattutto nella parte alta e nel
basso ventre. Una minuziosa consulenza medica evidenziava signi-
ficative analogie tra tale omicidio e quello della Monciatti dell'an-
no precedente. Le indagini, comunque, si concludevano con esito
negativo.
domandato: Mario forse hai fatto qualcosa anche te?
Mario era sbiancato e gli aveva chiesto di accompa-
gnarlo a casa. Così aveva telefonato alla Squadra Anti-
mostro raccontando quanto era successo e manife-
stando varie ipotesi su Vanni, tra cui quella che l'ami-
co potesse essere effettivamente implicato in quei delit-
ti. Gli era stato risposto che Vanni era uno che sapeva,
ma non voleva parlare. Quella risposta lo aveva tran-
quillizzato, anche perché lui aveva incominciato a
sospettare seriamente dell'amico quando, in passato,
gli aveva detto che con Pacciani aveva fatto cose brut-
te, cose che non vanno bene.
Nesi era completamente diverso dall'anno prece-
dente. Era molto tranquillo, sereno. Mi disse che l'an-
no prima gli ero stato antipatico.
Il racconto del Nesi, come quello della Sperduto,
delineava, in termini abbastanza precisi, la specificità
della personalità di Vanni. Emergeva un accentuato
sadismo. Sessualmente perverso, traeva piacere dalle
sofferenze inflitte all'oggetto del desiderio: la donna.
Ecco, traeva piacere dalle minacce che gli consentiva-
no una erezione del pene, che altrimenti era difficil-
mente raggiungibile. E che fosse difficilmente raggiun-
gibile lo dimostrano tutte le testimonianze, anche di
prostitute, che avevano riferito la particolarità delle
sue richieste sessuali. Questo profilo psicologico mi
pareva perfettamente compatibile con la volontà di
uccidere le coppie, e con la volontà di punire le donne
con l'asportazione delle zone erogene. L'unione con l'a-
mico Pacciani, esaltava queste sue caratteristiche,
Vanni aderiva al suo carattere estremamente violento,
anche quando non avrebbe voluto essere violento,
come nel rapporto con Antonietta Sperduto.
Il 23 marzo 1996, Vanni era raggiunto in carcere da
un nuovo provvedimento di custodia cautelare in rela-
zione alla sua partecipazione all'omicidio di Vicchio.
Il provvedimento, così come quello del 12 febbraio,
era impugnato dal suo difensore presso il Tribunale del
Riesame, che, però, rigettava il ricorso. Il difensore,
contro quelle decisioni, proponeva separati ricorsi alla
Suprema Corte di Cassazione, che, in data 3 giugno, li
respingeva, considerando fondati e gravi gli indizi a
carico dell'arrestato.
Il Tribunale della Libertà, in particolare, nell'ordi-
nanza dell'I 1.04.96 motivava, tra l'altro, la non conces-
sione degli arresti domiciliari a favore del Vanni, affer-
mando che, trovandosi libero Pacciani, Vanni avrebbe
potuto servirsi della collaborazione di questi per inqui-
nare le prove.
L'inchiesta, intanto, andava avanti con i vari inter-
rogatori di Lotti per cui, il 15 giugno, la Procura della
Repubblica richiedeva al G.I.P. l'emissione di ordinan-
za di custodia cautelare in carcere nei confronti del
Vanni in relazione ai duplici omicidi di Calenzano,
Baccaiano e Giogoli. Richiedeva analogo provvedi-
mento anche nei confronti di Giovanni Faggi in ordine
ai duplici omicidi di Calenzano e degli Scopeti. Il G.I.P.
emetteva il provvedimento restrittivo, che, in data 1
luglio, veniva notificato in carcere a Vanni, mentre, lo
stesso giorno, veniva arrestato il Faggi e portato al car-
cere di Prato.
Nel provvedimento restrittivo, veniva contestato ai
destinatari, per la prima volta, anche il reato di asso-
ciazione per delinquere, per essersi associati con
Pacciani e Lotti allo scopo di commettere, nella pro-
vincia di Firenze, i delitti ai danni di giovani coppie
appartate in auto. Si metteva in evidenza che gli asso-
ciati avevano organizzato minuziosamente un'attività
preventiva di osservazione delle vittime, dei luoghi e
dei tempi in cui le coppie si appartavano e si erano dati
compiti specifici, prima, durante e dopo l'esecuzione
dei singoli delitti.
Nella richiesta del Pubblico Ministero si metteva in
risalto, che: «I principali sviluppi sono dovuti, non
tanto alle modestissime ma non trascurabili ammissio-
ni del Vanni nel corso degli interrogatori resi dopo la
adozione nei suoi confronti della misura cautelare in
carcere ma, soprattutto, dalle sempre più ampie e cir-
costanziate dichiarazioni rese da Lotti Giancarlo e da
Pucci Fernando nonché da persone informate sui fatti
recentemente individuate e ancora dalla intensa e inci-
siva attività di riscontro della Squadra Mobile della
Questura di Firenze».
Si faceva riferimento, quindi, nel provvedimento,
«alle modestissime, ma non trascurabili ammissioni
del Vanni». A quali ammissioni ci si riferiva?
Già nei suoi primi interrogatori Vanni aveva
ammesso alcune circostanze, negando, però, ogni sua
responsabilità. Aveva affermato di avere parlato con
Lotti, prima dell'omicidio di Vicchio, della Panda cele-
ste ferma nella piazzola. Aveva affermato di aver rice-
vuto effettivamente una lettera dal carcere da parte di
Pacciani e di essersi recato dalla moglie di Pacciani
perché la lettera conteneva cose brutte. Aveva specifica-
to che, dopo quella lettera, aveva avuto paura.
Negli ultimi interrogatori, aveva anche ammesso di
aver cercato di acquistare una pistola presso l'armeria
di Nesi Aldo a San Casciano per difesa personale, pro-
prio nel periodo di tempo in cui aveva avuto problemi
con Pacciani. Aveva ancora affermato che effettiva-
mente aveva fatto vedere quella lettera all'avv. Corsi.
Altro fatto nuovo dell'inchiesta, approdato nel
nuovo provvedimento detentivo di Vanni, era rappre-
sentato dalla contestazione agli indagati del reato di
associazione per delinquere.
Per dimostrare l'esistenza del reato associativo
avevo inviato all'ufficio del Pubblico Ministero una
dettagliata informativa di reato, con cui avevo denun-
ciato gli indagati anche per il delitto di associazione
per delinquere finalizzata alla commissione di più omi-
cidi, vilipendio di cadaveri e altro.
Quali erano gli elementi di fatto e le considerazioni
che mi avevano portato a presentare quella denuncia?
Innanzi tutto il nuovo scenario che l'inchiesta bis
aveva delineato. Uno scenario che, in pratica, aveva
ribaltato di netto la linea investigativa seguita in anni
di indagini e studi e che era sfociata nel noto processo
a carico di Pietro Pacciani.
Per anni, si era pensato ad un solo "Mostro". Un
"Mostro", che, in piena solitudine, verosimilmente per
procurarsi emozioni di natura sadico-sessuale, per
diciassette anni, aveva imperversato sulle colline intor-
no a Firenze uccidendo, e mutilando i corpi delle
donne. Un "Mostro", che, si supponeva, mettesse in
atto modalità esecutive tipiche di un professionista del
crimine.
La nuova inchiesta, invece, aveva dimostrato che i
delitti erano stati realizzati con il concorso di più par-
tecipanti. Era emerso un gruppo di soggetti solidali in
un disegno unitario. Un "gruppo", insomma, che aveva
agito secondo un piano criminoso e che aveva messo in
atto una vera e propria ripartizione dei compiti tra i
vari componenti. C'era chi sparava, chi eseguiva le
mutilazioni, chi faceva il "palo" e aveva contribuito
nelle attività preparatorie dei duplici omicidi.
Un gruppo composto essenzialmente da guardoni,
omosessuali, pervertiti, con caratteristiche psicologiche
comuni, stesse tendenze sessuali, personalità simili. Di
bassa estrazione sociale, appartenenti al mondo conta-
dino o comunque frequentatori della campagna che si
spostavano verso la città solamente per andare a pro-
stitute. Era stato scoperto, in pratica, un aspetto nuovo
di quel mondo contadino e rurale che, da sempre, si era
distinto per laboriosità, forte senso della famiglia, soli-
darietà umana e pieno rispetto delle regole di civile con-
vivenza. Un mondo che non coincideva con l'immagine
tradizionale di Firenze «città della cultura e dell'arte» e,
più in generale, con il paesaggio toscano, che, con le
sue colline e la sua natura meravigliosa, diffondeva, da
sempre, un senso di serenità e di sicurezza.
Questa realtà ribaltava completamente le preceden-
ti carte investigative e processuali, rappresentava
indubbiamente il risultato più rilevante dell'inchiesta
bis. La teoria del serial killer solitario era improvvisa-
mente vecchia, da buttare.
Tutta questa vicenda investigativa testimonia del
fatto che la scienza criminológica, con le proprie teorie
e ipotesi, non dovrebbe influenzare le investigazioni.
Deve, tutt'al più, offrire un supporto, ma non può fare
da pilota alle indagini. La teoria, in qualche caso, può
essere un elemento rafforzativo degli esiti investigativi.
Ma se questi non coincidono con le teorie esistenti, gli
esperti devono prenderne atto e rielaborare le loro
conoscenze.
Certo la storia dei "compagni di merende" rappre-
senta un caso davvero eccezionale che sfida e smenti-
sce le casistiche sui Lustmòrder, e cioè del delitto come
equivalente sadico del piacere sessuale compiuto per
raggiungere l'orgasmo. La letteratura in materia, infat-
ti, insegna che il delitto sessuale, normalmente, è com-
piuto in solitudine, giacché la sessualità anche se pato-
logica viene consumata senza condivisione.
A Firenze, invece, all'interno del gruppo si era origi-
nata una solidarietà criminale che li aveva spinti, lega-
ti da un incredibile patto di sangue, ad operare come
un'unica entità. Da soli non sarebbero stati capaci di
niente.
Andando nello specifico osservavo come la metico-
losa ricostruzione dei delitti avesse messo in risalto che
i componenti del gruppo, come si era appurato in ma-
niera chiara per gli omicidi di Vicchio e di Scopeti, già
nei giorni precedenti ai delitti, si erano adoperati per
effettuare dei sopralluoghi e studiare le abitudini delle
vittime per scegliere il momento più opportuno per
colpirle, realizzando, così, il loro progetto criminale.
Ognuno aveva svolto un ruolo ben preciso.
Il Lotti, in un primo momento aveva segnalato le
coppie agli altri, poi le aveva pedinate, quindi aveva
vigilato la zona del delitto, allo scopo di assicurare lar-
ghi margini di sicurezza ai complici, che potevano
lavorare indisturbati.
Il Vanni e il Pacciani erano gli esecutori materiali, il
primo uccidendo con il coltello e il secondo con la
Beretta calibro 22 Long Rifle.
Del gruppo, Pacciani era senza dubbio l'elemento
con la personalità delinquenziale più forte, il più peri-
coloso. Basti pensare al suo atteggiamento violento,
litigioso, duro, minaccioso, anche nei confronti dei
suoi stessi complici. Era il capo carismatico che incu-
teva timore agli stessi associati, come era emerso dalle
dichiarazioni di Lotti, Pucci e dello stesso Vanni.
Vanni, durante tutto lo sviluppo delle indagini, era
rimasto in carcere, nonostante le numerose domande
presentate dal suo avvocato per fargli ottenere la scar-
cerazione o gli arresti domiciliari per motivi di salute.
Domande, tutte, respinte dall'Autorità Giudiziaria che,
tramite consulenze mediche, aveva accertato che le
condizioni di salute del detenuto non erano affatto
peggiorate durante la carcerazione.
Nel carcere di Pisa, Vanni si dedicava alla scrittura.
Nell'arco di pochi mesi aveva inviato oltre duecento
lettere ai suoi concittadini di San Casciano. In esse
manifestava la sua volontà di vendicarsi nei confronti
di chi lo accusava e, in modo particolare, del Lotti.
Era, quindi, in stato di detenzione sia all'udienza
preliminare il 20 febbraio 1997, sia al processo, inizia-
to il 20 maggio successivo. Al processo si presentava
con un aspetto molto trascurato, con barba incolta e
con un crocefisso di legno appeso al collo. Più volte,
durante le prime udienze, sia tramite il suo difensore,
sia personalmente chiedeva al Presidente della Corte di
essere mandato a casa dalla sua Luisa.
In una dichiarazione spontanea diceva: Pucci e Lotti
sono dei bugiardi. Lotti faceva l'amore con la mia nipo-
te; per quattro mesi gli ho pagato le cene. Non so come
mai l'hanno presa con me. Io sono malato, ho due ulce-
re e l'ernia e mia moglie ha l'epilessia, casca per terra. Io
sono innocente; è un anno e tre mesi che sono in carce-
re. Presidente, se mi fa la gentilezza di mandarmi a casa
perché non ne posso più. Ma il Presidente non lo accon-
tentava. Respingeva l'istanza presentata dall'avvocato,
motivando che, una volta a casa, Vanni avrebbe potuto
inquinare le prove, intimidire i testi e forse commette-
re anche atti violenti.
Anche il 18 luglio e il 28 novembre 1997, la Corte di
Assise respingeva altre richieste di scarcerazione e di
arresti domiciliari. Nell'ultimo provvedimento, si
riservava di decidere, al compimento dell'età di 70
anni, in relazione alla domanda volta a far ottenere al
detenuto gli arresti nella sua abitazione per via dell'età
avanzata. Così il 23 dicembre 1997, proprio lo stesso
giorno in cui Vanni compiva i 70 anni, la Corte, rite-
nendo non più sussistenti i pericoli di inquinamento
delle prove, dato che i testimoni dell'accusa erano stati
già tutti ascoltati, né le esigenze cautelari di «eccezio-
nale rilevanza», disponeva gli arresti in casa con divie-
to di comunicare, neppure per mezzo del telefono o
per via epistolare, con persone diverse da quelle che
coabitano con lo stesso Vanni. E così, dopo quasi due
anni di carcere, Vanni, grazie ad una apposita norma
processuale, che fa esplicito riferimento all'età di 70
anni, ritornava nella propria abitazione, dove l'avevo
arrestato la sera del 12 febbraio 1996.
Durante le udienze del processo, nelle quali era pre-
sente anche Lotti, Vanni non aveva rivolto mai lo
sguardo verso il suo vecchio amico, seduto qualche
posto dietro di lui.
Lotti invece teneva lo sguardo alto. Lo orientava nel-
l'enorme aula Bunker in ogni direzione. Guardava negli
occhi tutti, anche il pubblico presente e i giornalisti.

Il 24 marzo 1998 la Corte d'Assise ha condannato


Mario Vanni all'ergastolo.

Il processo volgeva verso la fine quando, nel primo


pomeriggio del 22 febbraio, vigilia della richiesta di
condanna del Pubblico Ministero ai "compagni di
merende", fui avvisato che Pietro Pacciani era stato
trovato morto nella sua abitazione di Mercatale. Mi
recai subito sul posto.
Lo trovai riverso sul pavimento, solo, con i pantalo-
ni abbassati, con un bicchiere di vino rosso sul tavolo
della cucina, abbandonato da tutti i familiari, in una
casa sporca e maleodorante. Tre piccoli vani in cui
regnava un totale disordine. Era la prima, e oramai
unica, volta che lo incontravo, dopo più di due anni di
indagini sui suoi compagni. Avrei preferito incontrarlo
da vivo, avrei voluto guardarlo negli occhi, seguire i
suoi movimenti, la sua teatralità; avrei voluto perqui-
sirlo, senza clamori, da vivo e non da morto.
E pensare che avevo creato tutti i presupposti per
poter eseguire quanto meno una perquisizione nella
sua abitazione! Nel mese di maggio del 1996, lo avevo
denunciato, insieme ai suoi compagni, per il delitto di
associazione per delinquere finalizzato all'esecuzione
di omicidi. Avevo anche chiesto alla Procura della
Repubblica di interessare la Corte di Assise di Appello
per le valutazioni di competenza alla luce dei risultati
perseguiti con l'inchiesta sui "compagni di merende".
Ma nulla era stato fatto. Il nuovo processo di appello
era stato fissato per il 5 di ottobre del 1998, dopo due
anni dalla sentenza della Cassazione, con cui era stata
annullata l'assoluzione. Adesso c'era tempo per riflet-
tere su una Giustizia che non riesce a fare chiarezza in
tempi ragionevoli sugli autori di efferati delitti.
In occasione della perquisizione, prolungatasi per
diversi giorni, incontrai Angiolina, l'ex moglie di
Pacciani, tornata in paese dopo più di due anni di
assenza per assistere all'atto di polizia giudiziaria. Era
una donna diversa da quella che ero abituato a vedere
nei vecchi filmati televisivi o nelle foto su vecchi gior-
nali, dove mostrava un atteggiamento grintoso, quasi
violento, con un fisico deperito e uno sguardo smarri-
to.
Era irriconoscibile. Ben curata, serena, dai modi
cordiali, sorridente. Accettava il dialogo dimostrando
un buon grado di comprensione. Indossava una giac-
chetta di lana chiara con disegnati grandi cuori neri,
pantaloni grigio scuro, camicetta a righe bianche e
celesti. Era un'altra persona.
Vidi anche la figlia Graziella, una figura minuta e
dallo sguardo smarrito, che, quando doveva fare riferi-
mento al padre, lo chiamava "il Vampa". Quello che mi
colpiva era l'indifferenza per la morte del loro con-
giunto, e una situazione di imbarazzo e quasi di paura
nel muovere i primi passi all'interno di quella che per
tanti anni era stata la loro abitazione, il luogo di bru-
tali torture e inaudite violenze fisiche e sessuali.
Giovanni Faggi, il rappresentante di
piastrelle

Giovanni Faggi, rappresentante di piastrelle e rive-


stimenti per appartamenti, di Calenzano. Altro "com-
pagno di merende", arrestato il 1° luglio 1996 in esecu-
zione di ordinanza di custodia cautelare in carcere per
gli omicidi di Calenzano e di Scopeti. Una figura mino-
re, nel senso che non si erano accertati compiti di
primo piano, né tantomeno si erano raccolti elementi
sicuri di prova. Solo indizi.
Vediamo come nel corso delle indagini si era arriva-
ti a lui. Le prime tracce le trovavo negli incartamenti
relativi al processo Pacciani. Si conoscevano, si fre-
quentavano. Il Faggi era stato perquisito. Era il 30 giu-
gno del 1990. Nella sua casa vennero trovate riviste
pornografiche, falli di gomma e di legno e una nota-
zione sul calendario dell'anno 1997 relativa a Pac-
ciani 18 .
Le indagini avevano documentato una frequentazio-
ne dei due in epoca antecedente alla morte di Renato
Malatesta, e cioè prima del dicembre 1980, così come
aveva dichiarato sia Cencin Gina, vicina di casa del

18
Nel verbale di perquisizione redatto da quegli investigatori si
legge: «Nel corso della perquisizione veniva rilevato materiale car-
taceo e altro (falli di gomma e di legno nonché riviste pornografi-
che) che il Faggi spontaneamente consegnava agli uffici di P.S. pro-
cedenti per gli accertamenti di rito. Ad ogni buon conto si eviden-
zia che su un foglio di calendario, relativo al 1977, e precisamente
nella pagina del mese di ottobre, al giorno 3 - lunedì -, è scritto e
sottolineato il nome di Pacciani Pietro San Casciano. Si da atto che
il materiale di cui sopra sarà trattenuto in questo ufficio il tempo
strettamente necessario al suo esame e successivamente sarà ricon-
segnato al sopracitato Faggi».
Malatesta e lo stessei figlio del Malatesta, Luciano, sia
lo stesso Vanni. Quella frequentazione che Pacciani e
Faggi avevano tentato di mascherare, limitandola ad
un occasionale incontro nel Mugello. Ma di tale even-
to, i due avevano dato differenti versioni.
C'era una cartolina, inviata da Faggi a Pacciani, con
timbro postale "19.3.1979", impostata a Calenzano,
sulla quale si leggeva: Caro Pietro, sono stato fuori da
Toscana a lavorare. Ti ricordo sempre con tanto piacere.
Fammi sapere se posso venire a trovarti per quel tuo
amico che aveva bisogno di (pavimenti e rivestimenti).
Sentimi, dimmi quando devo venire, il giorno e l'ora
pressappoco e dove. Nuovamente ti saluto tanto dal tuo
amico Faggi Giovanni. C'era anche un biglietto, recapi-
tato a Pacciani sempre tramite posta ordinaria, con
timbro "16.3.1979": dimmi se ti è andata bene la tuta
che ti portai. Ti saluto tanto. Faggi Giovanni.
Faggi era compatibile con il mondo degli amici di
Pacciani. Abitava a Calenzano a poche centinaia di
metri dalla località Bartoline-Travalle, luogo in cui il 23
ottobre 1981 erano stati trovati i cadaveri di Susanna
Cambi e Stefano Baldi. Di lui avevano parlato prima
Pucci, e poi Lotti.
Il 15 maggio 1996, il Sostituto Procuratore emette-
va decreto di perquisizione a suo carico, poiché c'era
«il fondato motivo di ritenere che presso l'abitazione di
Faggi Giovanni, comprese pertinenze e autovetture e
in ogni altro luogo che nel contesto risulti in disponi-
bilità del medesimo e sulla sua persona possono rinve-
nirsi cose o documenti o quanto altro pertinente ai
reati in ordine ai quali sono in corso le indagini».
L'atto conteneva apposita informazione di garanzia
in relazione ai reati indicati nel decreto di perquisizione.
Era il primo atto che faceva entrare Faggi, come
indagato e non più come testimone, nello scenario del
"Mostro".
Era di mattina presto quando bussai alla sua porta.
Il Faggi era ancora a letto con la moglie. Dopo qualche
minuto, aprì. Era la prima volta che lo vedevo. Di lui
avevo visto solo una foto tessera, che sembrava una
fotocopia fedele dell'identikit fatto a suo tempo dai
coniugi Parisi-Tozzini. Gli zigomi e il mento stretto, la
stempiatura sulla fronte le ritrovavo nel suo volto reale.
Di lui, inoltre, conoscevo l'apparizione, come testi-
mone, al processo a carico di Pacciani. Si era seduto di
fronte alla Corte di Assise con in mano un'agenda: così
le televisioni lo avevano ripreso.
Era un uomo anziano, con i suoi 76 anni ben porta-
ti, curato, con i capelli tinti di color rosso ruggine. Con
modi gentili assisteva all'operazione di polizia. C'era
anche la moglie. La casa era molto ordinata e curata. Mi
colpì il fatto che la stanza adibita a studio, dove l'uomo
custodiva le cose personali, aveva un lucchetto esterno,
come per escludere da quello spazio anche la moglie e
gli altri familiari. Era una sorta di isola protetta.
La perquisizione fu effettuata anche nel garage.
Vennero trovati, ben nascosti, diversi falli di legno, di
diversa grandezza e ben curati nella fattura, che il
Faggi disse di aver fatto personalmente.
Furono trovate anche varie agende. Allorché feci
presente di procedere al loro sequestro, Faggi disse
che, negli anni passati e per lo stesso motivo aveva
subito altre perquisizioni e che le agende arano rima-
ste al loro posto. Nel dire ciò fece trapelare un certo
nervosismo. Nello studio trovai altre agende, una rela-
tiva al 1990 e un'altra, ben visibile, al 1981.
Intanto la mattinata era quasi trascorsa e con Faggi
si lasciava Calenzano per raggiungere la località
"Leccio", poco fuori dal centro abitato.
Attraverso una strada in terra battuta, tutta in sali-
ta, si raggiunse una zona collinare dove l'indagato
aveva una villetta e un appezzamento di terreno. Era
un casolare ristrutturato con cura. Uno di quei posti
amati dai toscani, dai turisti, specialmente dai tedeschi
che da anni hanno fatto delle colline toscane la loro
seconda dimora. Un luogo fantastico dove lo sguardo
si perde nel verde, nel silenzio. L'operazione di polizia
nella villa non portava al ritrovamento di cose utili per
le indagini.
Nei giorni successivi vennero esaminate le agende.
C'erano tracce importanti che portavano da Faggi a
Pacciani.
Vediamole queste tracce, che nelle ultime battute
del processo avrebbero riservato una sorpresa.
Innanzitutto c'era un riscontro preciso della cono-
scenza, da parte di Faggi, della località Travalle, luogo
dell'omicidio del 1981, al quale, secondo i racconti di
Pucci e di Lotti egli aveva partecipato.
Sull'agenda del 1981 c'era la notazione bella gita a
Travalle.
Inoltre sulle pagine delle agende c'erano annotati
continui apprezzamenti su uomini e sulle loro caratte-
ristiche personali. Nell'agenda del 1977, in relazione al
5 dicembre, c'era scritto: ore 17,30 circa a Montefì-
ridolfì materiale muratori con Pietro Pacciani - scrìtto
lettera 28.11. Nell'agenda del 1968 era annotato: dato
mio biglietto da visita a Vanni.
Il 1° luglio 1996 tornavo da Faggi per arrestarlo
come imputato degli omicidi di Calenzano e Scopeti,
nonché del delitto di associazione a delinquere. Anche
questa volta era mattina presto e Faggi era a letto.
Mantenne anche questa volta un atteggiamento calmo.
Era come se non capisse la reale portata dell'atto. Non
aveva nessuna reazione emotiva.
Dopo le formalità di rito, notifica atti e foto segna-
lamento, entrava nel carcere di Firenze.
Durante gli interrogatori cercava di minimizzare i
suoi rapporti con Pacciani, limitandoli a due visite lega-
te alla vendita di piastrelle. In relazione alle sue fre-
quentazioni di San Casciano, diceva: io a San Casciano,
cantinette, cantinette, bar, ristoranti... come la vuole lei,
io mai stato a San Casciano. In relazione alla conoscen-
za di Pacciani: senta dottore, io il Faccioni l'ho incontra-
to quando s'andò a pescare, quella volta a pesca nel 1977,
mi pare che fosse verso l'80, quando si andò a pescare, i
tempi sono stati lunghi, però io ho la certezza massima
che io per caso, senza che lo conoscessi, dandolo il tavo-
lino, il gomito, ci si trovò per caso a mangiare.
Alle contestazioni, poi, dei racconti di Lotti e Pucci
che lo coinvolgevano nei due omicidi contestati, repli-
cava: ma guardi dottore questa è una storia che a me
non mi riguarda affatto, per niente perché io% a San
Casciano mai stato né a merende né (...) poi di notte io
non uscivo mai.
Circa l'annotazione Bella girata a Travalle, risponde-
va: si vede me venuto l'espressione in base al tempo e via
di seguito, che cosa le devo dire, dottore? Era un'espres-
sione così che si può fare in tante altre occasioni di dire
bella girata a Travalle o bella mangiata eccetera eccetera.
Il Tribunale di Riesame, il 7 agosto 1996, riconosce-
va l'esistenza di gravi indizi di colpevolezza. Faceva
però presente che il detenuto aveva superato i 70 anni
d'età. Fissava così la durata della misura cautelare in
carcere per 90 giorni. Ai primi di novembre Faggi
lasciava il carcere, rimanendo imputato a piede libero.
Al processo, Faggi non si presentò, affidandosi
esclusivamente alla difesa tecnica dei suoi abili difen-
sori. Rimase come un fantasma, di cui si conosceva
solo la foto del volto, un identikit e i suoi singolari
balocchi: i falli di legno sequestrati e proiettati sul
maxi schermo dell'aula giudiziaria.
A conclusione del dibattimento il Pubblico Ministe-
ro Dott. Paolo Canessa, il 23 febbraio 1998, chiedeva
l'assoluzione. In pratica il Pubblico Ministero eviden-
te?
ziava come fosse stata raggiunta la convinzione della
sua responsabilità, sottolineando, però, che tale con-
vincimento non era assoluto, e cioè l'assoluzione con
quella che, nel vecchio codice di procedura penale, era
la formula dubitativa.
I legali civili chiedevano la condanna. I difensori di
Faggi chiedevano la sua assoluzione anche in base all'e-
sistenza di un alibi in relazione al delitto di Calenzano.
Vediamolo questo alibi.
In un'agenda del 1981 c'era appuntato, nei giorni 21
e 22 ottobre a Celano Fucino e a Celano Fucino ritorno,
in Abruzzo.
Naturalmente il delitto di Calenzano era stato ese-
guito proprio la notte tra il 22 e il 23 ottobre. I giudici
chiesero al Pubblico Ministero il deposito di quell'a-
genda. Il Pubblico Ministero la depositava insieme ad
un'altra agenda dello stesso anno, trovata nel garage,
nella quale ai giorni 21 e 22 ottobre risultavano vari
appuntamenti di lavoro in Toscana e nei giorni 4 e 5
novembre, invece, risultava la notazione del viaggio a
Celano.

II 24 marzo 1998 la Corte d'Assise ha assolto Giovan-


ni Faggi per non aver commesso il fatto.

La pista sarda

I sardi hanno dominato la scena investigativa per


molti anni. Le indagini sui delitti del "Mostro", ad un
certo punto, avevano privilegiato la cosiddetta "pista
sarda", e più di una volta si era creduto di essere alla
risoluzione della tormentata vicenda giudiziaria. Ma
poi, puntualmente, ogni volta che era stato arrestato
qualcuno legato a quella pista, si era verificato un altro
omicidio e con ciò l'ipotesi crollava.
I sardi entrano in scena nel 1982, dopo l'omicidio di
Baccaiano. In quell'occasione veniva rispolverato il
fascicolo processuale, relativo all'omicidio, avvenuto il
21 agosto 1968 nei pressi del cimitero di Signa, nel
quale era stata utilizzata una pistola calibro 22. La
perizia sui bossoli, rinvenuti sul luogo dell'omicidio di
Baccaiano, confrontati con quelli sequestrati in occa-
sione del delitto del 1968, aveva dimostrato che appar-
tenevano alla stessa arma. Analogo esito aveva dato la
comparazione di quei bossoli con quelli sequestrati in
tutti gli altri delitti, attribuiti al "Mostro".
Si erano, quindi, fatte ricerche su tutti i personaggi
già indagati dopo il delitto del 1968.
Di origine sarda, tutti avevano avuto relazioni amo-
rose con la vittima, Barbara Locci e tutti erano stati
chiamati in causa, come corresponsabili del delitto, dal
marito della donna, Stefano Mele.
Erano Francesco Vinci, suo fratello Salvatore,
Giovanni Mele, fratello di Stefano, Piero Mucciarini,
cognato di Giovanni Mele e di Carmelo Cutrona.
La "pista sarda" era stata messa da parte nel 1989
quando il giudice istruttore aveva prosciolto definitiva-
mente l'ultimo sardo, ancora imputato, Salvatore
Vinci.
Le nuove indagini avevano portato, successivamen-
te, all'individuazione di Pacciani, che, come noto, era
diventato l'unico imputato per quegli omicidi. Le inda-
gini, però, non avevano chiarito il passaggio della
famosa calibro 22 dai sardi a Pacciani, accusato anche
del delitto del 1968.
L'inchiesta bis sui "compagni di merende", anche se
non riusciva a dimostrare concretamente il passaggio
di quell'arma dal primo gruppo a quello capeggiato da
Pacciani, tuttavia stabiliva vari collegamenti tra i sog-
getti dei due sodalizi. In particolare modo, attraverso
alcune testimonianze, si riusciva a trovare un legame
tra Francesco Vinci e Pietro Pacciani e tra Francesco
Vinci e Mario Vanni, tanto che, quando nel 1983, il
Vinci era in carcere per la vicenda del "Mostro", l'omi-
cidio di Giogoli di quell'anno, era stato commesso
anche per poterlo scagionare. Vinci fu, infatti, pro-
sciolto e scagionato.
A proposito del passaggio dell'arma, purtroppo,
molti ostacoli impedivano di accertare quel passaggio.
Sia per i tantissimi anni trascorsi dal 1968, sia per l'uc-
cisione di Francesco Vinci e la scomparsa del fratello
Salvatore e sia, infine, per la morte, nel 1986, per cause
naturali, di Salvatore Indovino. Tutti personaggi, che
avrebbero potuto costituire oggetto di specifiche atti-
vità investigative.
L'analisi del delitto del 1968, però, mi aveva con-
vinto che quell'omicidio aveva in comune con gli altri
solo l'uso della stessa arma. Non c'erano altre analo-
gie. L'omicidio del 1968, sia per movente, sia per
modalità esecutive non poteva, a mio giudizio, essere
attribuito agli autori dei delitti eseguiti successiva-
mente.
Il movente del 1968, infatti, era stato di natura pas-
sionale e l'autore, nell'esecuzione materiale, non aveva
infierito sui corpi delle vittime, come, invece, si era
verificato negli altri crimini. Anzi, l'assassino, dopo
aver ucciso, era stato preso quasi da un senso di pietà
e aveva ricomposto i corpi delle vittime, rivestendoli
alla meglio.
Era stato, comunque, utile aver analizzato quel pri-
mo omicidio, e cercare di comprendere come il gruppo
di San Casciano, ritenuto responsabile dei delitti avve-
nuti dall'ottobre 1981 al settembre 1985, fosse venuto
in possesso di quell'arma. Era ipotizzabile l'esistenza
di rapporti tra qualcuno di questo gruppo e qualcuno
dei sardi inquisiti per il delitto del 1968, ma le vecchie
indagini non avevano messo in risalto alcun significa-
tivo elemento in tal senso.
Ora si trattava di trovare quel punto d'unione, che
potesse spiegare il passaggio dell'arma. Su questo
aspetto, l'inchiesta bis, aveva messo in luce buoni risul-
tati, mai raggiunti prima.
Innanzitutto, bisogna ricordare la testimonianza di
Lotti, relativa alla conoscenza di Francesco Vinci da
parte del Pacciani e del Vanni. C'era anche la testimo-
nianza di un detenuto, Giuseppe Scangarella, di anni
35, originario di Salerno, che stava scontando l'erga-
stolo per avere violentato e ucciso una bambina di otto
anni. Era imputato anche per l'omicidio di una prosti-
tuta, Milvia Mattei, avvenuto nel 1994 a Lastra a Signa,
durante un periodo di permesso. Nella stessa casa della
prostituta abitava Fabio, figlio di Francesco Vinci,
insieme alla sua ragazza. Entrambi tossicodipendenti.
Il detenuto aveva riferito dell'esistenza di rapporti di
frequentazione tra Pacciani e Francesco Vinci.
Da me interrogato il 10 giugno 1996 presso il carce-
re di Firenze, aveva dichiarato che, durante la propria
detenzione, aveva conosciuto sia Pacciani che
Francesco Vinci. Da quest'ultimo aveva appreso alcuni
fatti che concernevano il Pacciani. Lo Scangarella all'e-
poca faceva lo scrivano e aveva modo di parlare con
diversi detenuti, era divenuto amico del Vinci, con cui
aveva instaurato un rapporto di fiducia. Vinci gli aveva
confidato di aver conosciuto, nella zona di San
Casciano, circa dieci anni prima dal racconto, il
Pacciani e altre persone, tra cui un postino, amico del
Pacciani, e alcune prostitute. Gli aveva raccontato che
erano soliti riunirsi, con Pacciani e con altri amici, in
una casa colonica, disabitata, nelle campagne di San
Casciano, per fare i tarocchi e predire il futuro. Lui, all'e-
poca, non aveva ancora conosciuto Pacciani. Vinci, che
era accusato per i delitti del "Mostro", gli aveva riferi-
to che stava pagando per gli amici, dai quali era stato
abbandonato. Diceva che se avesse deciso di parlare
sarebbe finita male.
Vinci, in quel periodo era molto depresso, piangeva
spesso e temeva di essere ucciso dai suoi amici.
Il detenuto disse di non aver mai parlato prima in
quanto nessuno, prima, lo aveva interrogato, anche se
lui, dopo aver letto sulla stampa che Pacciani lo aveva
accusato di avergli nascosto il proiettile nel giardino, si
aspettava di essere interrogato. A proposito dell' accu-
sa raccontò di essersi rivolto al personale di polizia
penitenziaria del carcere, che aveva subito posto il
divieto di incontro tra lui e Pacciani, che, nel frattem-
po, era stato arrestato per i delitti del "Mostro".
Successivamente il Pacciani era stato trasferito al
Centro clinico del carcere di Pisa.
Scangarella raccontò anche di essere stato a trovare
Pacciani, dopo la scarcerazione per la condanna della
violenza alle figlie, nella casa di Mercatale, insieme a
Don Cuba e ad un altro detenuto. Avevano cercato di
mettere in moto l'autovettura del Pacciani, che aveva
problemi di accensione. Durante la permanenza in
quella casa Pacciani lo aveva tenuto costantemente
sotto controllo seguendolo sempre da vicino.
Il 20 giugno interrogai di nuovo il detenuto. Riferì
che, durante il periodo di comune detenzione, aveva
avuto modo di notare che la domenica mattina il
Pacciani, stando con le spalle rivolte all'ingresso della
cella e guardando verso la finestra al di sotto della
quale c'era un tavolino con alcuni oggetti, celebrava la
messa per conto suo secondo il rito della magia nera.
Precisava di aver visto che, nel celebrare la messa,
Pacciani si serviva di candele, immagini tratte da un
settimanale riguardanti argomenti satanici e scorze di
formaggio, che, per quanto a lui risultava, venivano
utilizzate per le fatture.
Aveva notato anche che Pacciani disegnava animali
strani, spesso con le corna, vitelli, lupi, conigli, volpi,
nei quali spesso metteva in evidenza gli organi genita-
li. Disegnava anche figure femminili con le parti ero-
gene risaltate. Gli aveva chiesto il motivo di quei dise-
gni particolari. Pacciani gli aveva risposto di essere
molto appassionato a quel genere di disegni.
Riprendendo il racconto fatto nel precedente inter-
rogatorio, relativo alla visita a casa del Pacciani e al
suo atteggiamento di controllo, specialmente quando
erano entrati nel garage, aggiunse che era accaduta
un'altra cosa curiosa. Quando il teste gli aveva chiesto
di poter andare nel bagno per soddisfare un bisogno
fisiologico, Pacciani gli aveva risposto di attendere.
Era, quindi, entrato nel bagno e c'era rimasto per
diversi minuti, tanto che il testimone era dovuto uscire
fuori per soddisfare quel bisogno.
Raccontò che Pacciani, circa 15-20 giorni prima di
uscire dal carcere, al tempo della detenzione per la
questione delle figlie, gli aveva detto di essersi molto
affezionato a lui, tanto da volergli regalare una caset-
ta, che aveva ricavato di fronte alla sua abitazione e di
cui gli aveva fatto uno schizzo su un foglio.
Naturalmente, conoscendolo bene, aveva immaginato
che avesse in animo di chiedergli qualche favore in
cambio.
Riguardo al Vinci raccontò che una volta gli aveva
manifestato forti preoccupazioni per l'incolumità fisi-
ca della propria famiglia. Gli aveva detto, quasi pian-
gendo, di aver nascosto alcune cose impressionanti sui
delitti del "Mostro" e di essere stato avvertito dai suoi
amici, che erano liberi, che, se avesse parlato con il
magistrato, avrebbero colpito la sua famiglia. Gli
spiegò di avere un forte rimorso sulla coscienza che
non lo faceva dormire la notte. Gli aveva fatto capire
che era terrorizzato dai suoi amici. Precisava che Vinci
era stato ricoverato in infermeria per lo sciopero della
fame e, in un'altra occasione, per la frattura di una
mano.
Ribadì, infine, che Vinci, insieme a Pacciani, al
postino, all'amante del Pacciani e ad un'altra donna,
era solito riunirsi in una colonica per sedute di
"magia", nelle quali Pacciani si sedeva a capotavola.
L'amante del Pacciani, secondo le sue stesse dichiara-
zioni, era la moglie di un certo Rubino, e cioè Milva
Malatesta.
Feci accertamenti per verificare l'attendibilità delle
dichiarazioni del detenuto. Sia Don Cubattoli 19 , che
Rescigno Antonio20, sentiti in data 21.06.96, mi confer-
marono di essersi recati con Scangarella, nell'abitazio-
ne di Pacciani, in via Sonnino di Mercatale, dopo la
scarcerazione di quest'ultimo, avvenuta nel 1991.
Pacciani li aveva condotti in una casetta che aveva rica-
vato accanto alla sua abitazione. Poi, si erano recati nel
garage di Piazza del Popolo, per cercare di mettere in
moto l'autovettura di Pacciani, che aveva un problema
all'accensione, ma senza riuscirvi. Don Cubattoli aveva
dichiarato che Pacciani e Scangarella erano effettiva-
mente in buoni rapporti. Riferì anche notizie sullo
stato psichico di Francesco Vinci che aveva conosciuto
in carcere. Disse che il Vinci aveva preso male l'impu-
tazione per i delitti del "Mostro", lui stesso aveva assi-
stito a scene di disperazione dello stesso Vinci, che si
batteva anche il capo al muro.
Lo stesso Don Cuba aveva confermato di essere a
conoscenza del fatto che Pacciani aveva promesso a

19
Trattasi del parroco, indicato da Scangarella come Don Cuba.
20
Trattasi del detenuto, che, insieme a Don Cuba ed a Scanga-
rella, era stato da Pacciani.
Scangarella, in dono, una delle sue case che aveva dalle
parti di San Casciano.
Interrogai anche Bochicchio Aldo, che riferiva di
essere stato detenuto, dal 2.5.91 al 27.6.91, nel reparto di
infermeria del Carcere di Sollicciano, nella stessa cella
con Pacciani. Precisava che quest'ultimo, non aveva
confidenza con gli altri detenuti, ma di averlo visto col-
loquiare spesso con lo scrivano, il quale giornalmente
passava per le celle a ritirare le varie domande che i
detenuti dovevano presentare alla direzione del carcere.
Altri riscontri li rilevai dall'esame della documenta-
zione acquisita presso la Casa Circondariale di Sollic-
ciano. Pacciani era stato effettivamente nel reparto di
infermeria, con Scangarella, in diversi periodi di
tempo 21 . Il Vinci era stato ricoverato presso il Centro
Clinico della Casa Circondariale di Firenze, per sciope-
ro della fame, dal giorno 01.10.1982 al 02.10.1982 e dal
giorno 06.10.1982 al 21.10.1982. Per la presunta frat-
tura della mano, lo stesso Vinci era stato sottoposto ad

21
Esattamente nei seguenti periodi:
dal 31.05.1987 al 01.06.1987
dal 08.09.1987 al 12.09.1987
dal 23.07.1988 al 25.12.1988
dal 26.12.1988 al 03.01.1989
dal 11.01.1989 al 03.10.1989
dal 16 10.1990 al 11.11.1990
dal 17.11.1990 al 31.12.1990
dal 11.01.1990 al 26.03.1991
dal 01.04.1991 al 20.05.1991
dal 26.05.1991 al 19.07.1991
dal 26.07.1991 al 09.10.1991
dal 15.10 1991 al 05.12 1991
dal 11.12.1993 al 01.03.1994
dal 07.03.1994 al 02.04.1994
dal 10.04.1994 al 22.05.1994
dal 30.05.1994 al 20.03.1995
dal 25.03.1995 al 20.05.1995
esami radiologici all'interno dello stesso carcere in
data 04.07.1984.
Risultava anche che durante il periodo di comune
detenzione con Vinci, Scangarella aveva effettuato l'at-
tività di scrivano per conto di diversi detenuti che non
erano in grado di scrivere autonomamente. I due erano
stati ristretti, in quel carcere, nel periodo di tempo che
va dal 17.05.1984, giorno in cui Scangarella era stato
trasferito dal carcere di Campobasso a quello di Sol-
licciano, al 26.10.1984, giorno di scarcerazione di
Francesco Vinci.
Altri importanti elementi di riscontro, peraltro acqui-
siti in epoca non sospetta, li desumevo dall'esame del-
l'attività di intercettazione ambientale, eseguita nell'abi-
tazione del Pacciani nel corso della prima inchiesta.
Trovai che, in data 2 gennaio 1992, di pomeriggio,
Don Cuba si era recato nell'abitazione del Pacciani
insieme ad altre due persone per cercare di mettere in
moto l'autovettura del Pacciani.
Erano state, altresì, registrate due conversazioni
molto significative. La prima era intervenuta tra il
Pacciani e il Dott. Perugini, capo della SAM, che era
andato a fargli visita. La seconda era intervenuta tra
Pacciani e il suo legale, l'aw. Fioravanti.
Esse forniscono una piena e chiara conferma della
attendibilità delle dichiarazioni di Scangarella sulla
visita fatta a Pacciani, e sul comportamento guardingo
tenuto nell'occasione dal padrone di casa. C'è in esse
un particolare significativo: Pacciani anticipava ai suoi
interlocutori una circostanza, poi effettivamente rea-
lizzatasi a distanza di quasi quattro mesi: il rinveni-
mento di una cartuccia calibro 22 nel suo orto.
La prima conversazione avveniva, nell'abitazione di
via Sonnino di Mercatale, il giorno 7 gennaio 1992,
dalle ore 12,45 alle ore 13,15, tra Pacciani e il Dott.
Perugini. Pacciani, dopo aver premesso di aver letto
sui giornali 22 che un detenuto, che aveva ancora molti
anni di carcere da scontare, aveva rilasciato dichiara-
zioni sui delitti, manifestava i sospetti che potesse
trattarsi di Giuseppe Scargarella, di Napoli o comun-
que della bassa Italia, che aveva ucciso una bambina.
Riferiva, quindi, che, qualche giorno prima, lo
Scangarella era venuto a casa sua con Don Cuba.
Aggiungeva: (...) e io un vorrei mica che facesse qual-
che scherzo, veni' quassù e pigliasse, piglia un gingillo e
sotterrarmelo, Dio (...) nel campo e disse che lui sa ... ha
capito? E ancora più avanti: (...) quello lì, ha capito, io
penso c'è uno dice c'era sul giornale una persona, dice
un detenuto che ha un monte di anni da fare, ha fatto
una proposta, dice, poi in ultimo dice, s'è venuto a sco-
prire che un aveva nulla da dichiarare eee...io che ha un
monte di anni da fare gli era lui eee (...) che quello gli è
grullo eh! Al che il Dott. Perugini domandava: ma lui
è venuto pure qua? L'interlocutore rispondeva: e vense
qui una sera e per mettermi in moto la macchina Don
Cuba, vense per piglia' quella roba, poi il Land Rover
che gli ha (...) A quel punto il Dott. Perugini riferiva:
aspetti un attimo che per caso questo non ha portato
qualche cosa? E Pacciani: Maremma cane no. Ma gli
era con lui, poi gli andetti dietro, si andette là a metter
in moto la macchina, gli offrii da bere e ... già e poi si

22
Effettivamente sul quotidiano «La Nazione» del 5.11.1991, nel
corpo di un articolo, intitolato "Pacciani protesta: mai avuto una
pistola", l'articolista riferiva: «La verità è che in questo giallo senza
fine, che per i fiorentini è diventato un incubo angosciante, tutte le
piste vanno battute, nessuna esclusa. Come quella che gli investi-
gatori hanno percorso qualche settimana fà quando dal carcere di
Sollicciano un detenuto, condannato a trentanni di reclusione per
omicidio, ha fatto sapere di conoscere la persona che ha in custo-
dia l'introvabile Beretta calibro 22. "Io il nome ve lo dico, ma voglio
precise garanzie" ha messo le mani avanti il detenuto dettando
pesanti condizioni per svelare il suo segreto...».
si prese gli eran in tre lui, questo Sgargarella e un altro
che vensero con una...con u...con una Ritmo.
All'osservazione poi del Dott. Perugini: Già ma quello
che giri può fare venuto con Don Cuba, siete stati insie-
me ... Pacciani riferiva: Eh! No, siccome poi di qui poi
si andette là alla casa di là, sicché qui vennero e si prese
si andette là fino verso...verso un'oretta, insomma per
vedere se gli entrava in moto quella macchina perché
porca puttana! Io...e c'è poco da scherza'poco con que-
sta gente sai eh, perché (...) E ancora: sì sì e io siccome
quando lessi quell'affare dico: ma che sei te? Gli dissi
quello che che che (...) Il Dott. Perugini osservava: Sì,
ma se era lui mica glielo diceva a lei!. Pacciani: e lo so
(...) gli è sul giornale, dice t'ha fatto una proposta... e
stette zitto e rimase un po' alla male, ha capito?... il pec-
cato (...)
La seconda conversazione avveniva sempre nell'abi-
tazione di via Sonnino di Mercatale, il 16 gennaio
1992, dalle ore 20,00 alle ore 21,40, tra Pacciani e il suo
legale, l'avvocato Fioravanti.
Nel corso di essa, Pacciani fece riferimento di nuovo
alla visita di Don Cuba e di Scangarella, riferendo: (...)
sai icché gli ha fatto? lui prese una bambina di otto anni
eh ... eh ... alzò poverina ... ora lui ci ha l'ergastolo ... e
gli è rimasto trent'anni ... questo disgraziato ... che glie-
ra lui, però, lì all'infermeria del centro clinico c'era sola-
mente lui... dice sul giornale ... alla Nazione dice ... con
dei patti ben precisi che lui sa dove è la calibro 22 ... dice
... e ... però ... dice io ve la insegno ma però ... fece dei
patti insomma ... allora poi in ultimo dice che dietro l'in-
terrogatorio dice un à mia nulla da dichiarare (...)
Ancora proseguendo: ... e io dissi mah questo pezzo di
grullo non verrà mica quassù e dico perché se uno trova
un gingillo e lo sotterra ... dentro l'orto di Pacciani, venga
quassù e mi trovano ... Maremma cane e mi beccano
anche innocente (...).
Nei giorni successivi, in particolare il 23 e il 27 gen-
naio 1992, il personale di polizia in servizio di osserva-
zione all'abitazione del Pacciani notava che questi
osservava il terreno del suo orto come se cercasse di
individuarvi qualcosa e, nei giorni precedenti, era stato
notato addirittura mentre sondava il terreno con una
sbarra di ferro.
Il giorno 2 febbraio 1992, in un'altra conversazione
intercorsa tra Pacciani e la moglie, l'uomo invitava la
donna a prestare la massima attenzione, riferendo: se
un bischero sotterra un gingillo qualsiasi (...) ci rovina-
no (...).
Nel corso della maxi perquisizione a casa e nell'orto
di Pacciani, effettuata dal 27 aprile all'8 maggio 1992,
veniva rinvenuta, alle ore 17,45 del giorno 29 aprile
1992, dal Dott. Perugini, interrata nel foro di un palet-
to spezzato, una cartuccia per pistola calibro 22, Long
Rifle, con impressa sul fondello la lettera "H", inesplo-
sa e, secondo gli esperti, recante i segni di un prece-
dente inceppamento. Dalla perizia chimica risultava
essere stata interrata da non più di cinque anni, dato il
grado di corrosione dell'ottone del bossolo.
L'inchiesta bis aveva dimostrato anche l'esistenza
del collegamento tra Vinci e altri personaggi emersi nel
corso delle indagini.
Era risultata la comune frequentazione del bar di
Piazza Mercatale di Prato, meglio noto come "bar dei
sardi". Il locale alla fine degli anni '70 - inizi anni '80,
era frequentato prevalentemente da personaggi di ori-
gine sarda, tra cui Francesco Vinci. C'erano anche i fra-
telli Sebastiano e Salvatore Indovino, Filippa Nicoletti,
Gabriella Ghiribelli, nonché Domenico Agnello, tutte
persone che avevano frequentato la casa di via di
Faltignano del mago Indovino.
Avevo anche individuato l'esistenza di un periodo di
comune detenzione, trascorsa nel carcere fiorentino
"Le Murate", da Salvatore Indovino e da Francesco
Vinci. Il primo, infatti, era stato ristretto in quel carce-
re nel periodo dal 27.7.1981 al 5.12.1981 e Francesco
Vinci dal 14.11.1981 al 21.12.1981. Durante quel perio-
do i due si erano frequentati, atteso che le celle di quel
carcere erano singole e senza servizi igienici e rimane-
vano aperte, dando la possibilità ai detenuti di incon-
trarsi, dalle ore 8 di mattina alle 20.
Un ulteriore elemento di collegamento, lo ravvisavo
nel fatto che Francesco Vinci, agli inizi degli anni '80,
era stato l'amante di Milva Malatesta, ossia di quella
giovane donna, figlia di Antonietta che, proprio in que-
gli anni, aveva avuto turbolenti rapporti sessuali con
Pacciani e Vanni. Quella Milva Malatesta, che, secondo
i racconti di Gabriella e di Filippa Nicoletti, aveva
avuto rapporti sentimentali anche con il mago
Salvatore Indovino.
Giova ricordare che la Filippa, nel corso di un suo
interrogatorio del 23 aprile 1996, aveva riferito che il
suo ex era uscito dal carcere nel dicembre del 1981 ed
era andato ad abitare a Prato in un appartamento a lei
sconosciuto. Un giorno era andata a cercarlo al bar dei
sardi di Piazza Duomo di Prato, senza successo. Aveva,
però, conosciuto una persona di nome Giuseppe, che
l'aveva ospitata in una casa di montagna, fuori Prato,
per quasi un mese. Quando, poi, aveva fatto ritorno
nella casa di via di Faltignano, verso la fine del mese di
gennaio 1982, aveva notato che, nei cassetti della
camera da letto, c' erano gli indumenti intimi e i truc-
chi di Milva Malatesta. Non aveva invece trovato i pro-
pri oggetti personali. Giova anche ricordare che, nel
corso della perquisizione domiciliare, eseguita nei con-
fronti della Filippa, erano state rinvenute diverse lette-
re di Indovino, inviatele quando questi si trovava in
carcere proprio nel 1981. In tutte le lettere, l'uomo, in
calce, inviava affettuosi saluti agli amici Milva e Enzo
(Limongi Vincenzo 23 , convivente, all'epoca della
Milva). Nelle lettere, lo stesso Indovino comunicava
alla donna di voler fare il Mago, poiché aveva scoperto
di possedere doti di veggente.
In relazione alla convivenza tra il Vinci e la
Malatesta, ebbi conferma dalle dichiarazioni di
Giovanni Calamosca, di anni 72. Già noto nelle prime
indagini sui delitti del 1984 e del 1985, per i quali era
stato anche inquisito e poi prosciolto, il Calamosca era
stato in ottimi rapporti di amicizia con Francesco
Vinci.
Lo interrogavo, dopo aver perquisito la sua abita-
zione, nelle campagne di Firenzuola, quasi al limite
con la provincia di Bologna. Instaurai con lui subito un
rapporto di fiducia. Mi riferì fatti da lui mai preceden-
temente narrati agli inquirenti. In relazione ai suoi
rapporti con Francesco Vinci, soprannominato "cec-
chino", raccontava che, a suo giudizio, il Vinci sarebbe
stato implicato nei delitti del "Mostro", eseguiti a cate-
na allo scopo di scagionare, di volta in volta, sia lo stes-
so Vinci quando era imputato sia gli altri sardi inquisi-
ti. Lo stesso Vinci gli aveva confidato che l'omicidio del
1968 sarebbe stato realizzato da lui e dal marito di
Barbara Locci, Stefano Mele. Vinci gli aveva confidato
di aver ucciso la donna, insieme all'amante, per gelo-
sia. Aveva avuto con lei una lunga relazione sentimen-
tale, condivisa dal marito della stessa, il quale, addirit-
tura, era solito portare ai due il caffè a letto nelle pause

23
II 19 maggio 1991, presso il carcere di Sollicciano, ove era
detenuto, veniva trovato impiccato, nella sua cella, Vincenzo
Limongi, di anni 37, già convivente di Milva Malatesta quando que-
sta abitava nella casa di via di Faltignano. L'uomo, tra qualche gior-
no, sarebbe stato scarcerato.
In quella data e nello stesso carcere era detenuto anche
Pacciani.
dell'amore. Aggiunse che Vinci per non farsi chiamare
in causa dal Mele, che nel frattempo era stato arresta-
to, gli aveva promesso dei soldi, poi, in effetti, non cor-
risposti. A quel punto il Mele aveva chiamato in causa
il Vinci e, in un secondo momento, essendo stato avvi-
cinato in carcere da alcuni sardi, aveva ritrattato le
precedenti dichiarazioni accusatorie.
Disse che il Vinci gli aveva confidato anche che la
pistola utilizzata per quell'omicidio era sua. Quindi, il
teste chiariva meglio i motivi in base ai quali egli rite-
neva che Vinci fosse implicato in quei delitti del
"Mostro". Per quanto riguardava il delitto del 1968, ne
era certo per aver ricevuto direttamente la confessione
del Vinci. Per gli altri delitti eseguiti con cadenza quasi
annuale, precisava che egli aveva avuto modo di capire
che Vinci conoscesse gli autori per il semplice fatto che
sicuramente conosceva il nome della persona a cui
aveva trasferito l'arma, impiegata in tutti gli omicidi.
Alcuni giorni prima dell'arresto del Vinci, questi
aveva chiesto il suo interessamento per fargli ottenere
un passaporto per l'estero. In quella occasione, con
tono molto preoccupato, Vinci gli aveva detto che
doveva recarsi all'estero perché non voleva mettere la
sua famiglia nella merda. Nel dirgli ciò gli aveva fatto
capire che la sua preoccupazione riguardava proprio i
delitti del "Mostro". Preoccupazione, sempre da come
aveva avuto modo di capire, determinata dal fatto che
l'amico evidentemente ricattava la persona a cui aveva
dato la pistola e da questo ricatto stava avendo dei pro-
blemi. Perciò aveva pensato di recarsi il più distante
possibile. Poi il Vinci venne arrestato.
Mi raccontò un altro episodio. Nel 1990, esattamen-
te due giorni prima di Pasqua, Vinci era andato a tro-
varlo per proporgli di mettere sù assieme a lui un greg-
ge di pecore. Era molto depresso, come aveva poi sapu-
to dagli amici comuni, si ubriacava spesso. C'era di
mezzo ancora il ricatto della pistola. Secondo lui, Vinci
sarebbe stato assassinato, a distanza di qualche anno,
proprio perché continuava a ricattare quelli a cui aveva
dato la pistola. Probabilmente era diventato pericoloso
perché ubriacandosi avrebbe potuto parlare e sputare il
rospo. A proposito dell'omicidio del Vinci24 (rimasto ad
opera di ignoti) disse che per le modalità della dinami-
ca esecutiva, la causa del delitto non poteva essere
individuata nelle attività criminali del Vinci. Costui,
infatti, era un ladro che si dedicava principalmente a
piccoli furti di bestiame e non era un doppio giochista,
non faceva, cioè, soffiate alle Forze di polizia. Aveva
dedotto che fosse stato ucciso per evitare sia che conti-
nuasse a ricattare chiedendo soldi, sia che, essendo
diventato un ubriacone, potesse raccontare in giro i
suoi segreti su quei delitti.
Disse che quando Vinci gli aveva chiesto il passa-
porto, gli aveva specificato di non badare a spese,
facendogli capire di essere in possesso di grosse dispo-
nibilità di denaro. La cosa non trovava giustificazione,
naturalmente, nei proventi dell'attività di modesto
ladro di bestiame. Riferì ancora che quando vennero
uccisi i due uomini tedeschi, mentre il Vinci era dete-
nuto per la vicenda del "Mostro", egli aveva subito pen-

24
Nel pomeriggio del giorno 7 agosto 1993, in località
Castagnolo del Comune di Chianni (PI), nel bagagliaio dell'auto-
vettura Volvo 240/D targata FI K 03380, completamente distrutta
dalle fiamme, erano rinvenuti i cadaveri identificati, successiva-
mente, per quelli di Francesco Vinci, di anni 50, e di Angelo Vargiu,
di anni 39, sardo anche questi come il Vinci. L'auto veniva rinve-
nuta in una scarpata, completamente distrutta dalle fiamme. Sulla
strada, nei pressi, erano rinvenute macchie di sangue. Dalla posi-
zione dei cadaveri nel bagagliaio, si poteva arguire che gli stessi
erano stati legati a mo' di "incaprettamento". Le indagini, orienta-
te nell'ambiente dei sardi abitanti in toscana, si concludevano con
esito infruttuoso.
sato che quel delitto fosse stato fatto per scagionarlo.
Proseguendo nel suo racconto, il teste forniva altri
importanti elementi. In particolare, riferiva che, tra la
fine degli anni '70 e gli inizi degli anni '80, era stato a
trovare l'amico al bar dei sardi di Piazza Duomo di
Prato. In sede di individuazione fotografica riconosce-
va, tra le persone viste in quel locale insieme al Vinci,
un giovane sardo, del quale aveva parlato, per averci
avuto un rapporto di frequentazione, la Gabriella.
Proprio in quegli anni, Vinci aveva una relazione senti-
mentale con una prostituta, per la quale aveva perso la
testa tanto da volersi separare dalla moglie. Una volta,
in un ristorante della zona di Prato, Vinci gli aveva pre-
sentato questa prostituta di cui forniva una dettagliata
descrizione fisica, precisando di non conoscere il
nome. In un album, contenente le riproduzioni foto-
grafiche di varie persone, riconosceva con certezza
quella prostituta, era Milva Malatesta. Ecco, quindi,
che si aveva una diretta testimonianza sul rapporto
sentimentale tra Milva e Vinci, di cui tanto si era par-
lato senza però essere riusciti mai a trovare precisi ele-
menti di riscontro. Rapporto sentimentale che poteva
collocarsi temporalmente in anni molto prossimi a
quelli della relazione tra la stessa Milva e Indovino.
Altri dati importanti vennero dai due detenuti che
avevano trascorso un periodo di comune detenzione
con Pacciani: M. R. e G. F.
M. R., pregiudicato per reati contro la persona e il
patrimonio, di 32 anni, nel mese di maggio del 1996,
dopo la scarcerazione, si presentava presso la stazione
carabinieri di Rufina, riferendo spontaneamente di
essere a conoscenza di alcuni elementi utili alle inda-
gini, relative al "Mostro di Firenze". In particolare, pre-
cisava che, negli anni '80, durante la sua detenzione
nella casa circondariale di Sollicciano, aveva conosciu-
to Pietro Pacciani, all'epoca ristretto per motivi diversi
di quelli attinenti alla vicenda del "Mostro". Raccontò
che Pacciani gli aveva confessato di essere responsabi-
le dei delitti ai danni delle coppiette. Un giorno, gli
aveva chiesto, qualora fosse uscito prima di lui dal car-
cere, di effettuare l'omicidio di una coppietta, utiliz-
zando una pistola che lui gli avrebbe procurato. Il
delitto gli avrebbe consentito di essere scagionato dal-
l'accusa di essere il "Mostro di Firenze". In cambio,
Pacciani gli aveva promesso che gli avrebbe regalato
una casa e parte dei soldi relativi al risarcimento dei
danni morali derivati dalle ingiuste accuse. Gli confi-
dava anche che nel luogo dove teneva la pistola
nascondeva anche il coltello usato per le incisioni sui
cadaveri.
I carabinieri informarono prontamente il Pubblico
Ministero, che procedeva, insieme a me, all'interroga-
torio del teste, che confermava le dichiarazioni rese ai
carabinieri. Specificava di aver detto la verità e di non
aver alcun motivo né richieste da avanzare alla giusti-
zia. Disse che negli ultimi tempi, in carcere, era molto
maturato e che aveva deciso di riferire ciò che sapeva
sulla vicenda del "Mostro", esclusivamente per se stes-
so e non per chiedere qualcosa in cambio. Quindi, si
dichiarava disponibile a fornire tutti i chiarimenti
necessari sulle dichiarazioni precedentemente rese.
Precisava, così, di aver conosciuto Pacciani all'inizio
della propria carcerazione nel 1991.
Stava male, all'epoca, spaccava tutto, per cui era
stato ricoverato al Centro clinico, dove aveva cono-
sciuto Pacciani. Dichiarava di ricordare che Pacciani
era malvisto da tutti gli altri detenuti, che lo minaccia-
vano perché aveva violentato le figlie. Era l'unico a non
comportarsi male con Pacciani. L'uomo aveva iniziato
a confidarsi, accennandogli che aveva bisogno di lui
per alcuni suoi problemi. Successivamente era stato
trasferito a Montelupo Fiorentino e qui aveva ricevuto
una lettera, che riportava come mittente il nome di
Scangarella, ma che, invece, proveniva dal Pacciani.
Pacciani gli chiedeva di mettersi in contatto con lui.
Gli aveva mandato una cartolina, ma poi, era stato
ritrasferito a Sollicciano e non aveva avuto più modo
di incontrarlo, perché ristretto in altra sezione.
Alla domanda di precisare meglio i discorsi che
Pacciani gli aveva confidato nel 1991, il testimone rife-
riva che gli aveva accennato solo che una volta fuori gli
avrebbe dovuto risolvere un problema e, poi, quando
anche lui fosse stato scarcerato, lo avrebbe dovuto aiu-
tare ad ammazzare una persona, che lo aveva deluso e
ingannato. In cambio gli avrebbe dato una casa e molti
soldi. Ma non aveva avuto modo di approfondire l'ar-
gomento, perché era stato trasferito. Rientrato a Sol-
licciano nel 1994, era stato, per alcuni giorni al centro
clinico, dove aveva rivisto Pacciani, che aveva subito
iniziato ad inviargli lettere e bigliettini tramite i lavo-
ranti della sezione.
Aveva poi distrutto quelle lettere così come Pacciani
stesso gli aveva chiesto di fare. I messaggi dicevano che
lui ce l'aveva a morte con una persona, qualcuno che
gli era stato accanto e ora, che lui era in carcere, non
faceva niente per aiutarlo.
Lo considerava un traditore. Gli spiegò che quest'a-
mico si era rifiutato di uccidere una coppia, mentre lui
era in carcere, per scagionarlo.
Il teste proseguiva precisando che, durante la
detenzione del 1994, per un certo periodo, era stato
ristretto in una cella vicino a quella del Pacciani, per
cui aveva avuto modo di parlare direttamente a voce
con lui. Pacciani era sotto processo per i fatti del
"Mostro" e aveva paura di essere condannato e di non
poter più uscire dal carcere. Gli aveva chiesto se fosse
intenzionato ad aiutarlo e, avuta risposta affermativa,
man mano gli aveva spiegato che, una volta fuori,
avrebbe dovuto uccidere una coppia utilizzando la
pistola che, al momento opportuno, gli avrebbe indi-
cato dove trovare.
Gli aveva ribadito, in cambio, la promessa del rega-
lo di una casa e di tanti soldi, di quelli che avrebbe rice-
vuto come risarcimento dell'ingiusta carcerazione.
Quando fosse uscito dal carcere, nel 1996, lo avrebbe
dovuto contattare, magari tramite Suora Elisabetta e,
una volta pronto, gli avrebbe fatto sapere dove si tro-
vavano la pistola e il coltello. Ma dopo quel periodo di
carcerazione nel centro clinico, era stato spostato in
sezione e non aveva più visto il Pacciani, con il quale
non aveva più potuto comunicare.
Aveva paura che Pacciani, per essere scagionato
definitivamente dalle accuse, potesse ancora far com-
mettere l'omicidio di una coppia, per cui, una volta
uscito dal carcere aveva sentito il dovere di recarsi dai
carabinieri del suo paese per raccontare quanto a sua
conoscenza. Precisava che Pacciani gli aveva detto che
la pistola era custodita in una borsa di pelle in un posto
nei pressi della sua abitazione. Gli aveva anche spie-
gato che, prima di uccidere la coppia, l'avrebbe dovu-
ta cercare nella zona di Pontassieve - Rufina - Borgo
San Lorenzo, pedinare per un certo tempo, facendo
anche delle fotografie utilizzando quei rullini che
stampano sulla foto il giorno, il mese e l'anno in cui
viene scattata.
Pacciani voleva anche uccidere l'amico con cui
aveva eseguito i delitti delle coppie, perché, durante la
detenzione, aveva inviato a questi una lettera chieden-
dogli di uccidere una coppia, ma l'amico gli aveva fatto
recapitare un messaggio con la risposta perché non ti
ammazzi. Gli chiedeva di innescare quell'amico tramite
una prostituta delle Cascine e portalo in una zona
montagnosa, dove lo avrebbero ucciso.
Gli accertamenti svolti sui periodi di comune deten-
zione di Pacciani e M. R. presso la Casa Circondariale
di Sollicciano confortavano pienamente quanto affer-
mato da M.R.
Risultava, infatti, che i due erano stati ristretti nel
Centro clinico, in più periodi, durante l'arco di tempo
febbraio-giugno 1991.
Risultava, altresì, che, dopo aver trascorso i primi
tre giorni in isolamento, M. R. era stato posto, sino
all'8 maggio 1991, nella cella contrassegnata dal n. 12,
attigua alla n. 11, occupata, nello stesso periodo da
Pacciani. Emergeva, anche, che gli stessi avevano tra-
scorso altro periodo di comune detenzione e, precisa-
mente, dal 20.5.1994 al 26.6.1994, occupando Pacciani
la cella n. 4 e M. R., prima, la cella n. 9, poi, la n. 2 e,
infine, la n. 8.
Il G. E, l'altro detenuto, era stato ristretto al centro
clinico del carcere di Sollicciano dal 27.10.93 al
21.03.94 e aveva occupato per un certo periodo una
cella attigua a quella di Pacciani.
In data 28.02.97, ristretto in un carcere siciliano,
interrogato, riferiva situazioni totalmente coincidenti
con le dichiarazioni di M. R.. Affermava, infatti: (...)
una sera il Pacciani, convinto della mia prossima scar-
cerazione, disse testualmente: sei disposto a fare un lavo-
retto per me? Aggiunse inoltre: perché quello non è riu-
scito a fare niente, ti pago bene (...) mi chiese testual-
mente, a proposito del discorso fattomi la sera preceden-
te: Ammazzeresti una coppia per me? Ti do cinquanta
milioni (...) Rimanemmo d'accordo quindi che, una
volta uscito io dovevo mandargli una lettera in cui gli
dicevo che ero il siciliano e gli indicavo un recapito di un
bar, l'utenza telefonica dello stesso e l'orario in cui sarei
stato rintracciabile a quell'utenza. A quel punto il
Pacciani mi avrebbe fatto sapere il luogo dove avrei tro-
vato la coppia da uccidere, fornendomi anche una pisto-
la calibro 22 e i milioni pattuiti (...) Gli feci osservare
inoltre che la pistola che mi avrebbe fornito sicuramente
era arrugginita o inutilizzabile, ma lo stesso mi disse che
la pistola era ben conservata e oliata, nascosta in un
luogo sicuro vicino a casa sua. Mi disse inoltre di porta-
re un coltello in quanto, oltre ad uccidere la coppia, avrei
dovuto anche effettuare sui corpi dei tagli di cui mi
avrebbe spiegato successivamente. E infine, una setti-
mana dopo il nostro accordo, ricordandomi sempre
quello che avevamo pattuito, mi disse espressamente:
Quel postino lo devo schiacciare.
C'era così una perfetta coincidenza tra le dichiara-
zioni dei detenuti in relazione alla pistola del Pacciani.
Tutti e due, infatti, avevano riferito che si trattava di
un'arma in perfetta efficienza e nella materiale dispo-
nibilità di Pacciani, nascosta nelle immediate vicinan-
ze della sua abitazione.
A proposito della pistola, particolarmente interes-
santi erano i particolari riferiti da M. R. e soprattutto
l'asserzione: (...) riguardo la pistola diceva che la teneva
dentro una borsa di pelle chiusa in un posto.
Infatti, dall'esame dell'attività di intercettazione
ambientale, svolta nel 1992 nei riguardi del Pacciani,
avevo rilevato un episodio quanto mai sospetto e, con
tutta probabilità, interessante per le indagini all'epoca
in atto. L'agente di polizia, addetto al servizio di ascol-
to di quella attività di intercettazione, a suo tempo,
aveva segnalato la seguente circostanza: alle ore 3,30
circa del 20.5.1992, l'uomo si sveglia, si alza dal letto con
decisione, fa alcuni passi, poi si sofferma un'attimo in
cucina, dopodiché comincia a spostare oggetti che pro-
ducono un forte rumore. Sembra che stia cercando qual-
che cosa che non trova (pronuncia infatti la frase: dove
cazzo è), probabilmente quella cosa lui non la vede e va
a tastoni; i rumori proseguono per un certo periodo, poi
si sentono due colpi battuti forse su ceramica, forse per
richiudere o fermare un coperchio o il nascondiglio stes-
so. Subito dopo questo, l'uomo pronuncia sottovoce la
frase: in do la metto ora? segue un profondo respiro,
l'uomo è molto affaticato lo si sente dal respiro; sembra
quasi che abbia lavorato in posizione disagiata, che
abbia spostato oggetti pesanti. L'uomo non si fa scappa-
re altre frasi; si sente il rumore di una cerniera lampo
probabilmente di una piccola borsetta per trucchi; la si
sente solo per due volte, aprire e chiudere.
Purtroppo, nonostante l'agente avesse subito infor-
mato i suoi superiori, non si era ritenuto opportuno
intervenire, per cui l'episodio era rimasto avvolto nel
mistero. Con tutta probabilità, data l'ora tarda, la fati-
ca dei lavori del Pacciani, il suo stato d'animo, le sue
preoccupazioni, il particolare momento investigativo,
che già aveva portato al rinvenimento e sequestro di
oggetti pertinenti alle indagini, intervenendo quella
notte stessa con un'accurata perquisizione sarebbe
stato possibile trovare forse la pistola o comunque
qualcosa di compromettente per il Pacciani.
EPILOGO

C'è qualcosa d'altro dietro la banda dei "compagni


di merende"?
Magari uno o più persone, gente insospettabile, che
ordinava i lavoretti, un modo di dire che Lotti aveva
usato spesso quando spiegava gli accordi, presi con i
suoi complici, per andare ad uccidere le coppie.
Questa ipotesi porterebbe a uno o più mandanti che
in tutti quegli anni avrebbero agito dietro le quinte,
senza mai esporsi personalmente.
E senza aver lasciato tracce.
Se fosse così si potrebbe delineare anche un moven-
te, quasi accessorio, di quei brutali omicidi che hanno
scosso non solo le famiglie delle vittime ma una città e
il mondo intero. In altre parole, porterebbe ad un
secondo livello dell'organizzazione criminale.
L'inchiesta ha descritto uno scenario povero, mise-
ro, fatto di donne vulnerabili e uomini impotenti, uno
scenario immobile, come in un dipinto del Trecento.
Ma l'inchiesta ha anche messo a punto svariati ele-
menti per far sì che questo fondo opaco di immagini
fisse lasciasse intravedere altri movimenti alle spalle.
Porte chiuse, dietro le quali si nasconde qualcuno di
ancora più perverso.
Prima di tutto, il movente primario dei delitti, così
come è stato accertato dalle indagini. La perversione
sessuale. Per Lotti, è chiarissima la consulenza tecni-
ca, disposta dall'ufficio del Pubblico Ministero. Per
Vanni, tutte le testimonianze, dimostrano come, nelle
pratiche sessuali, usasse violenze inaudite e brutalità.
Per Faggi, basta pensare all'affermazione di Lotti,
secondo cui Faggi assisteva agli omicidi perché gli pia-
ceva.
Infine, per quanto concerne Pacciani, le sue perver-
sioni sessuali sono note: le continue violenze sessuali,
cui aveva sottoposto le sue figlie minorenni, i suoi rap-
porti di promiscuità sessuale, la specificità del suo
carattere estremamente violento e brutale nei confron-
ti del sesso femminile, compresa la moglie Angiolina.
Lotti aveva detto che a Vanni e Pacciani gli piaceva
uccidere, e a Faggi gli piaceva vedere uccidere. Questo il
semplice e brutale movente primario.
I "compagni di merende" sono stati dei serial killers,
dominati dalla sadica e distruttiva associazione di
sesso e morte.
Se questo è il movente emerso, non possono però
escludersi ulteriori moventi, moventi accessori, che
possono aver fornito un'ulteriore spinta agli autori di
quei delitti o almeno, ad alcuni di loro, per realizzarli.
Ecco la prospettiva, lo sfondo, le porte chiuse abitate
da soggetti sconosciuti.
Ma quali sono gli elementi d'indagine che fanno
intravedere l'esistenza di questo secondo livello dell'or-
ganizzazione, o quanto meno, l'esistenza di uno o più
complici, sicuramente di elevata estrazione sociale e
ottima cultura, ma con una sessualità disturbata al
pari di quella dei "compagni di merende" o forse ancor
più gravemente disturbata?
Intanto, le indagini portavano alla luce la situazione
patrimoniale anomala dei "compagni".
Strana era la disponibilità patrimoniale e finanzia-
ria di Pacciani, difficilmente giustificabile con le nor-
mali attività lavorative da lui svolte.
L'enorme consistenza economica del Pacciani ini-
ziava a crescere vertiginosamente proprio a partire
dagli anni del ciclo seriale degli omicidi e questo, insie-
me alle dichiarazioni acquisite sulla figura del man-
dante, lascia effettivamente pensare alla presenza di un
secondo livello, che ordinava i delitti e riceveva le parti
asportate alle ragazze uccise.
Gli accertamenti nei confronti di Pacciani erano
stati eseguiti ancor prima delle dichiarazioni riguar-
danti il mandante. Prendevano le mosse dal sequestro
di buoni postali effettuato nel corso di una perquisi-
zione domiciliare a carico di Suora Elisabetta, la suora
laica dell'ordine "Figlie della Carità", che aveva segui-
to, durante la detenzione, il Pacciani e che aveva con-
tinuato a seguirlo fino alla sua morte.
Nel mese di luglio del 1996, viene richiesta al
Pubblico Ministero l'autorizzazione ad effettuare la
perquisizione domiciliare nei confronti della suora,
sulla base di alcune emergenze scaturite dall'attività di
intercettazione telefonica dell'utenza di Pacciani.
Il 28 giugno, infatti, nel corso di una conversazione
telefonica in cui Pacciani e la suora commentavano i
risultati dell'inchiesta bis, lei lo invitava a non parlare
per telefono: se loro hanno il telefono sotto controllo ...
prendono i provvedimenti. Nella parte finale della con-
versazione, la suora comunicava all'interlocutore che
presto si sarebbero dovuti vedere per andare alla posta
e rinnovare dei "fondi", intestati a Pacciani e in pos-
sesso della suora stessa. Aveva detto: poi presto ci vedia-
mo per andare alla posta (...) riprendo tutto, mettiamo a
posto le cose, se lei vuole lasciarli a me questi fogli li
riprendo io (...). Pacciani aveva risposto che si sarebbe-
ro messi d'accordo per la prossima settimana.
Così viene predisposta la perquisizione. La mattina
di qualche giorno dopo, Michele Giuttari arriva assie-
me ai suoi collaboratori in Via Michelozzi, al centro di
Solidarietà Caritas, dove la suora era domiciliata.
Lì trovano i buoni postali, libretti di risparmio e
numerose lettere, tra cui figuravano quelle dello Scan-
garella.
Interrogata, la suora dice di custodire i titoli e i
libretti sequestrati per incarico di Pacciani, specifican-
do che quei soldi erano frutto dei risparmi dell'uomo e
di quanto lo stesso aveva ricevuto dai suoi congiunti.
Tutte motivazioni, queste, che apparirono subito inve-
rosimili e destinate ad essere presto smentite.
Emergeva, così, che Pacciani, nel 1979 e nel 1984
aveva acquistato due case a Mercatale, che, poi, aveva
ristrutturato25. Emergeva anche che il totale della
somma, in contanti, investita da Pacciani nell'acquisto
di buoni in più uffici postali di più paesi, era pari a
£ 157.890.038. Somma che non aveva trovato giustifi-
cazione nelle entrate ufficiali di Pacciani e della sua
famiglia.
Questa disponibilità finanziaria e patrimoniale
equivale, secondo i calcoli presentati nel processo da
un legale di parte civile, ad una cifra attuale di circa
900 milioni di lire.
Dall'analisi dei movimenti di quel denaro, si poteva
constatare che l'acquisto della quasi totalità di buoni
era avvenuto tra il 1981 e il 1987 e, cioè, nell'arco di
tempo, in cui erano stati realizzati i delitti con le maca-
bre asportazioni.
Inoltre, in un arco di tempo molto ristretto, dal
15.11.85 al 26.05.87, aveva versato in contanti per
acquisti di buoni in più uffici postali (Mercatale,
Cerbaia, Montefiridolfi) una somma complessiva di
£ 57.050.000. A volte aveva fatto più versamenti nello
stesso giorno. La circostanza fa pensare che quei soldi

25
La somma complessiva, in contanti, spesa per l'acquisto delle
due abitazioni risultava di £ 61.000.000 in contanti. Nulla si riusci-
va ad apprendere sui costi della ristrutturazione, che, pertanto,
vanno sommati a quella somma.
potessero essere stati o il frutto di un saldo dei lavoret-
ti, ordinati dal mandante, oppure il ricavato di una
attività di ricatto dello stesso Pacciani nei confronti del
mandante stesso. Attività di ricatto, peraltro, già messa
in atto, a suo tempo, da Francesco Vinci, come riferito
da Calamosca.
La circostanza appare ancora più sospetta perché
Pacciani, dal 24.10.85 al 6.04.87, risultava aver lavora-
to, in maniera saltuaria e per brevissimi periodi, pres-
so la "Fattoria di Luiano", Mercatale Val di Pesa, di
Palumbo Alberto, percependo la somma complessiva
di £ 1.600.000.
I soldi non provenivano certo dalla "Fattoria", né da
lasciti ereditari, di cui non c'era traccia. Non proveni-
vano neppure da lavori "al nero" visto che, al massimo,
Pacciani aveva coltivato, accettando incarichi a ore,
qualche terreno e qualche giardino.
Quella somma, che Pacciani aveva cercato di mime-
tizzare investendola e frazionandola in più uffici posta-
li, avrebbe potuto arrivare proprio da quel secondo
livello, sfiorato dall'inchiesta bis. In particolare, da
quella persona, che, secondo le ultimissime dichiara-
zioni di Lotti, ordinava i lavoretti, pagando Pietro.
II Lotti, infatti, aveva riferito che Pacciani era in
contatto con un "dottore", un medico, che lui aveva
visto una volta a San Casciano mentre parlava con
Vanni. Era lui questo medico che dava a Pacciani i
soldi in cambio delle parti asportate alle ragazze ucci-
se. Le affermazioni di Lotti erano state confermate
anche da Pucci. Un riscontro indiretto arrivava, come
si è visto, da alcuni versamenti, effettuati proprio in un
periodo di tempo vicino ad alcuni dei duplici omicidi:
Pacciani acquistava i primi buoni postali proprio nel
1981 quando, in effetti, erano iniziati gli omicidi seria-
li. Esauriva gli investimenti nei primi mesi del 1987,
quando era stata completata la serie delittuosa.
L'analisi valeva anche per Mario Vanni. Il postino
era intestatario di due libretti di deposito in banche di
San Casciano, nei quali risultava un saldo complessivo
di circa 93 milioni di lire. Presso l'ufficio postale di
Montefiridolfi, inoltre, lo stesso Vanni aveva acquista-
to Buoni Postali Fruttiferi e aveva aperto un libretto a
risparmio per un valore complessivo di circa 53 milio-
ni di lire.
Dal rapporto sui Buoni emergevano strani movi-
menti. Dal 24 febbraio 1984 al 25 luglio 1984 aveva
acquistato Buoni per un valore complessivo di 19
milioni di lire e altro Buono di 500 mila lire il 25 ago-
sto 1984. Nel novembre 1984 aveva aperto un conto
bancario depositando 10 milioni di lire e il 25 novem-
bre 1985 aveva versato sempre in banca una somma di
circa 8 milioni di lire.
Quegli acquisti e versamenti e, insomma, quella
disponibilità di denaro proprio in quel periodo di
tempo (poco prima del delitto di Vicchio, il 29 luglio
1984, e poco dopo) erano anomali anche perché non si
rinvenivano particolari entrate della famiglia Vanni.
Quale dipendente delle Poste Italiane aveva, nel 1984,
una retribuzione mensile di £ 1.032.169 e, nel 1985, di
£ 1.079.269; era andato in pensione nel 1987 con una
buonuscita provvisoria di poco più di 12 milioni di lire
e un successivo adeguamento di circa 3 milioni e 700
mila lire. La moglie, dal febbraio 1980, percepiva una
pensione cosiddetta di "invalidità rurale" corrisposta
dall'INPS, che inizialmente era di £ 1.534.000 annue e,
all'atto dell'accertamento, il 1996, di £ 8.583.640
annue.
I dati relativi a Pacciani erano già noti nell'inchiesta
che aveva portato all'incriminazione dello stesso
Pacciani quale unico autore dei delitti.
Nel corso delle varie perquisizioni domiciliari, effet-
tuate dopo la sua scarcerazione del 6 dicembre 1991,
erano stati già rinvenuti gli stessi Buoni postali. In
quella occasione, però, non si era ritenuto procedere al
sequestro. Era noto, anche il fatto che Pacciani aveva
acquistato, nel volgere di pochi anni, ben due case,
pagate in contanti. Anche su questo gli investigatori
non avevano ritenuto opportuno procedere ad appro-
fondimenti investigativi.
Forse la spiegazione era nell'impostazione delle
ricerche investigative. Bisognava trovare un autore, il
cui profilo criminale e psicologico appariva perfetta-
mente compatibile con quello delineato dagli esperti
criminologi e psichiatri, e ciò escludeva naturalmente
la compartecipazione di altre persone ai delitti e, quin-
di, anche la presenza di un eventuale mandante.
Anzi, la figura del mandante non era stata neppure
ipotizzata. Era Pacciani, per quegli investigatori, che
individuava le coppie, le seguiva, le uccideva, le muti-
lava per soddisfare le proprie perversioni sadico-ses-
suali. La ricchezza patrimoniale di Pacciani non aveva
fatto riflettere a sufficienza.
Le indagini comunque avevano portato al consegui-
mento di un fatto certo: un'ingente somma di denaro,
posseduta dal capo della banda di San Casciano, e
accumulata a partire proprio dal primo dei delitti
seriali fino a poco prima che fosse arrestato per la vio-
lenza alle figlie. Avevano messo in luce, inoltre, una
disponibilità di denaro inconsueta anche per Vanni
proprio a ridosso dell'omicidio di Vicchio.
Ma c'era anche qualcos'altro.
Le indagini avevano consentito, anche, di scoprire
uno strano mondo di squallidi personaggi, prevalente-
mente pregiudicati e prostitute, frequentati anche dai
"compagni di merende", che praticava i riti tipici della
Magia nera. Riti, che potevano fornire una spiegazione
alla necessità, da parte dei partecipanti, di procurarsi i
feticci delle ragazze uccise. Quell'ambiente misero e
depravato, però, non consentiva di dare una giustifica-
zione all'ingente somma di denaro di Pacciani. Né le
indagini, nella minuziosa ricostruzione delle frequen-
tazioni dell'abitazione del Mago Salvatore Indovino,
avevano condotto alla individuazione di soggetti di
media-alta estrazione sociale, che potessero aver avuto
la disponibilità di tutto quel denaro.
A questo punto le indagini si fermano, nell'impossi-
bilità di fare un passo avanti.
Finché non succede qualcosa di nuovo.
Qualche giorno prima dell'inizio del processo ai
"compagni di merende", si verificava un fatto partico-
larmente significativo, che dimostrava l'esistenza, pro-
prio nella zona di residenza e di frequentazione dei
"compagni di merende", di altri personaggi, sicura-
mente facoltosi, anch'essi sessualmente pervertiti e
dediti ai riti magici.
Questo evento descrive ancor meglio l'orizzonte di
quella realtà magica e misteriosa, di quelle meraviglio-
se colline di Firenze, che hanno fatto da cornice alle
attività criminali del gruppo.
Accade proprio alla vigilia dell'apertura del proces-
so, esattamente il 14 maggio 1997.
Quel giorno al dottor Giuttari arriva la telefonata di
due donne, madre e figlia, proprietarie di una villa in
aperta campagna, su una collina tra San Casciano e
Mercatale. Due donne già conosciute mesi prima, pro-
prio in occasione delle indagini sugli omicidi, già inter-
rogate per un vecchio rapporto di lavoro che Pacciani
aveva avuto con loro.
Dicono di avere qualcosa di molto interessante.
Qualcosa che avevano trovato in due stanze della villa
occupate, fino a qualche giorno prima, da un artista
francese.
Sopra ad un tavolo di grandi dimensioni, lungo oltre
quattro metri, avevano disposto parecchi oggetti. Armi
e un'abbondante documentazione pornografica. C'era
un revolver calibro 38, alcuni coltelli particolari, foto
raffiguranti scene pornografiche impressionanti molto
simili ad alcune scene dei delitti. C'erano numerosissi-
me riviste pornografiche di edizione francese, disegni e
quadri raffiguranti prevalentemente una femminilità
violentata e deturpata.
Tutto quel materiale appartiene ad un pittore, tale
C. F., di origine svizzera, ma abitante in Francia, che,
per circa tre anni, aveva occupato due suites della loro
villa. Qualche giorno prima, il pittore aveva lasciato lì,
nelle camere, quegli oggetti e se n'era andato via a
bordo di una moto di grossa cilindrata, senza saldare il
conto
Un personaggio strano, che finché aveva occupato
quelle stanze si era fermato lì per la notte solo pochis-
sime volte, soprattutto negli ultimi tempi, perché di
solito dormiva in un furgone tipo camper, attrezzato
per l'occasione. In pratica il pittore si intratteneva di
giorno nella villa, dove riceveva i suoi clienti, ma poi
andava via, ritornando solo il giorno successivo.
L'uomo possedeva un terreno e una casa colonica in
Emilia, e una casa a Cannes. Di queste proprietà,
prima di andare via, aveva lasciato alle due donne una
procura speciale rilasciata presso un notaio di
Scandicci, per venderle e potere in quel modo pagare
l'affitto delle stanze.
Il racconto è strano e poco convincente. Michele
Giuttari sequestra tutto il materiale e fa accertamenti
ma il pittore risulta incensurato agli atti di Polizia.
Il 22 maggio, le donne chimano ancora per la con-
segna di altro materiale. Si tratta ancora di materiale
pornografico, a detta delle donne appartenente sempre
al pittore.
Intanto, viene perquisita e sequestrata la casa colo-
nica del pittore, sull'appennino emiliano. All'interno,
su tutte le pareti delle camere, ci sono murales raffigu-
ranti animali e donne con evidenziati gli organi genita-
li, i cui temi ricordano i noti disegni di Pacciani.
Sul posto vengono interrogati alcuni amici del pit-
tore che sono in possesso delle chiavi della casa, per-
ché incaricati della vigilanza e di eseguire lavori di
ristrutturazione. Il pittore, qualche settimana prima,
aveva comunicato loro che aveva dovuto lasciare
improvvisamente la villa di San Casciano, dove pensa-
va di trasferirsi definitivamente, perché era stato trat-
tato male dalle proprietarie, che addirittura lo avevano
più volte chiuso a chiave nella camera. Il pittore cono-
sceva la figlia dei proprietari di quella villa da oltre
dieci anni e con lei aveva avuto una relazione senti-
mentale.
In considerazione dei nuovi elementi raccolti, scat-
ta la perquisizione nella villa, dove viene sequestrato
altro materiale, appartenente all'artista, che non era
stato consegnato dalle due donne nelle due occasioni
precedenti.
E lì c'è qualcosa di molto interessante.
Disegni che riproducono autovetture di grossa cilin-
drata di tipo sportivo e moto, sempre di grossa cilin-
drata. Temi che ricordano i disegni di Pacciani, rinve-
nuti nel corso delle varie perquisizioni a suo carico. C'è
anche un blocco da disegno Skizzen Brunnen delle
dimensioni di 34 x 48 cm, recante sul retro il tagliando
del prezzo di DM 19.60 e la dicitura, verosimilmente
del negozio "Bausch Deulmann - 7570 Badén Baden".
Un blocco della stessa marca e tipo era stato seque-
strato nell'abitazione di Pacciani in occasione della
perquisizione eseguita il 2 giugno 1992. Anche i fami-
liari del Rusch, ucciso a Giogoli nel 1983, avevano con-
segnato alla Polizia un analogo blocco da disegno uti-
lizzato dal giovane ucciso. Risultano diverse solamen-
te le dimensioni, essendo quello rinvenuto a casa di
Pacciani della grandezza di 17 x 24 cm e quello a casa
del tedesco di 24 x 33 cm.
C'è, inoltre, ben custodito in una copertina di plasti-
ca, un foglio di giornale del quotidiano «La Nazione»
del 26 marzo 1996, riportante notizie sugli omicidi del
"Mostro" e sugli indagati Lotti, Vanni e Pacciani, tutti
fotografati. Di quotidiani e riviste italiane non c'era
altro. Ci sono, invece, altri oggetti molto significativi e
riconducibili proprio all'esercizio di pratiche di Magia
nera. E proprio successivi accertamenti sui proprietari
della villa consentono di appurare che si tratta di per-
sone dedite ai riti di Magia nera.
Ci sono significative coincidenze con l'inchiesta sui
"compagni di merende".
I proprietari della villa e l'artista francese risultano
dediti alla magia, così come Pacciani e i frequentatori
della casa di Indovino.
Pacciani aveva frequentato sia la casa di Indovino,
che la villa, quest'ultima, a dire dei proprietari, come
giardiniere.
II pittore, professionista di spessore internazionale,
come testimoniano le mostre fatte in varie città euro-
pee ed anche oltre oceano, realizzava disegni e quadri,
aventi gli stessi temi di quelli di Pacciani. Tra il mate-
riale sequestrato, c'era una rivista francese, di ottima
fattura, destinata sicuramente ad una cerchia di clien-
ti riservati, che riproduceva nudi femminili con varie
menomazioni, come il taglio del seno sinistro e del
pube. Proprio di quelle parti, che, nel concreto, la
banda di "Mostri" aveva realizzato.
Chi è, veramente, il pittore? Un ispiratore? Un ideo-
logo di quelle torture sessuali, che rappresentava nei
suoi quadri ma che venivano realizzate da altri? O sem-
plicemente un ammiratore affascinato di quei delitti e
di quei luoghi? Fa parte di quel secondo livello, appe-
na sfiorato dall'inchiesta bis? La villa, che lo ha ospita-
to, è stata luogo di riunioni particolari tra le persone
interessate a quegli omicidi, una specie di club riserva-
tissimo composto da pervertiti con tendenze sadiche,
dediti a riti satanici? Perché i proprietari della villa,
alla vigilia dell'apertura del processo, hanno consegna-
to quel materiale, che avrebbe potuto essere compro-
mettente anche per loro?
Per sciogliere gli interrogativi bisognerebbe rintrac-
ciarlo. Ma il pittore fa subito perdere le proprie tracce,
anche in Francia, dove risulterebbe essersi recato dopo
aver lasciato improvvisamente San Casciano. Tutti i
tentativi, finora svolti hanno dato esito negativo. Il
Consolato svizzero, la polizia francese, i suoi amici
emiliani. È come svanito nel nulla. Non si fa sentire
nemmeno per chiedere notizie sul sequestro della sua
proprietà.

Un altro episodio. Un altro personaggio, enigmati-


co, affatto trasparente, che indichiamo con F. G.
E il 4 settembre 1997. F.G. consegnava ad un colla-
boratore di Michele Giuttari un cilindretto di metallo,
aperto su entrambe le estremità, contenente un pezzet-
to di carta con annotato a mano il numero di targa
della macchina su cui era stata uccisa una coppia, vit-
tima del "Mostro". Dice di averlo trovato, proprio quel-
la mattina, nel podere di Schignano di Vicchio26 duran-
te una visita sul posto per eseguire alcune riprese video
del fabbricato e del terreno circostante. Racconta di
aver sentito dei rumori provenire dalla vegetazione,
sotto un albero di noci. Avendo paura che potesse trat-
tarsi di una serpe, aveva preso un ramoscello smuo-

26
Si tratta del podere indicato da Lotti come il luogo, in cui, la
notte del duplice omicidio di Vicchio, dopo l'esecuzione materiale,
si erano recati per nascondere la pistola all'interno di una specie di
nicchia ricavata in una parete del fabbricato abbandonato.
vendo l'erba e la terra. Dalla terra smossa era uscito
quel cilindretto, all'interno del quale aveva trovato il
pezzettino di carta.
Questo è il primo racconto ed è un racconto molto
strano.
A Giuttari, che lo interroga su delega del Pubblico
Ministero e gli contesta l'attendibilità del ritrovamen-
to, F.G. dice di aver dichiarato il falso, sostenendo di
aver fabbricato lui stesso quel pezzetto di carta. Spiega
la procedura seguita per la falsificazione che consiste
sostanzialmente nella trasposizione, mediante l'uso del
computer, delle lettere e dei numeri su un foglio di
carta. Quindi, utilizzando un foglio di carta carbone,
aveva copiato la scritta sul foglietto, che, artificialmen-
te invecchiato, aveva poi infilato in quel piccolo cilin-
dro.
Poi, però F.G. rifiuta di sottoscrivere quelle afferma-
zioni e chiede all'improvviso a cosa va incontro una
persona che ha sottratto un corpo di reato. Il Pubblico
Ministero, avvertito della novità, dispone l'immediato
accompagnamento presso il suo ufficio del teste.
Durante il tragitto, F.G., visibilmente in grandi diffi-
coltà, cambia versione e dice che il pezzettino di carta
e lo scritto contenuto sono autentici. Ha paura di dire
la verità, perché dovrebbe chiamare in causa alcune
persone, che teme. Michele Giuttari e F.G. arrivano in
piena notte nell'ufficio del Pubblico Ministero che
viene informato di tutta la vicenda. Ma poiché non si
riesce a rintracciare il difensore di fiducia del teste, che
nel frattempo è diventato indagato, il magistrato deci-
de di rinviare l'interrogatorio alla mattina dopo.
Ma la mattina dopo, dopo aver avuto un colloquio
riservato con il suo legale, F.G. ritratta di nuovo le pre-
cedenti dichiarazioni sostenendo che il biglietto è stato
falsificato da lui. Nei giorni successivi viene eseguita
una perquisizione nella sua abitazione: vengono seque-
strati il computer, alcune penne e un block notes, cioè
gli oggetti che avrebbe usato per la falsificazione. Nel
frattempo il Pubblico Ministero nomina un noto esper-
to calligrafo al quale vengono trasmesse anche le
dichiarazioni dell'indagato contenenti la procedura
seguita per la falsificazione del biglietto.
A questo punto, un colpo di scena.
Il consulente conclude con una dettagliata e docu-
mentata relazione che il biglietto è stato scritto dalla
mano di Pietro Pacciani. Pietro Pacciani, che su un
foglietto traccia indicazioni che si riferiscono ad uno
degli omicidi.
È una conclusione che oltre ad accusare Pacciani, fa
chiedere chi sia realmente F.G. Una persona che, ini-
zialmente, intendeva aiutare gli inquirenti, ma poi,
messo alle strette, non volendo rivelare come era venu-
to in possesso di quel reperto, aveva fatto marcia indie-
tro sostenendo la falsificazione? Un personaggio pieno
di ombre, che intende offuscare l'indagine con un pro-
getto depistante, sostenendo in un primo tempo l'au-
tenticità del biglietto per poi, al processo, negare tutto
e attaccare, così, la capacità investigativa degli inqui-
renti?
Qualunque sia la risposta, l'episodio del biglietto va
ad aggiungersi a tutti gli altri fatti strani e non chiara-
mente decifrabili che hanno caratterizzato sia l'inchie-
sta su Pacciani sia quella sui "compagni di merende".
Fatti strani e indecifrabili che a questo punto devono
essere analizzati e riesaminati con una nuova ottica
investigativa.
La rielaborazione porta a qualcosa di strano e parti-
colarmente agghiacciante.
Il convincimento dell'esistenza di altro complice,
ma non un complice qualunque.
Una persona altolocata, appartenente ad una fami-
glia fiorentina ricca e potente. Una persona, per la
quale hanno operato - e continuano ad operare - più
persone che a quella erano vicini o per motivi affettivi
o per semplice complicità criminale.
Su cosa si basa un'affermazione del genere?
Il primo elemento è la lettera pervenuta al Sostituto
Procuratore della Repubblica Dott.ssa Silvia Della
Monica, inviata qualche ora dopo la realizzazione del-
l'ultimo duplice omicidio e contenente un lembo di
pelle umana. Le analisi sul macabro reperto avevano
stabilito che proveniva dal seno asportato dalla giova-
ne francese assassinata, Nadine Mauriot. La lettera
risultava essere stata impostata a San Piero a Sieve, nel
Mugello, il 10 settembre 1985. Quel gesto, che sapeva
di minaccia e nello stesso tempo di beffa essendo rivol-
to al giudice donna, che all'epoca si interessava di quel-
le indagini, non appare compatibile con il basso, o
comunque modestissimo, grado di intelligenza dei
"compagni di merende". Sembra, invece più compati-
bile con una mente arguta che, senza esporsi personal-
mente, stando sullo sfondo, lancia una sfida agli inqui-
renti, come a voler continuare il gioco. Come se, da
quel gioco, riuscisse a trarre ulteriori momenti di com-
piacimento e soddisfazione
Altro elemento è il rinvenimento della cartuccia
calibro 22 nell'orto di Pacciani durante la maxi perqui-
sizione del mese di aprile del 1992.
E ancora un ulteriore elemento è l'invio, nel mese di
maggio del 1992, al maresciallo dei carabinieri di San
Casciano di un plico contenente un'asta portamolla per
pistola, compatibile con l'arma del delitto. Il pezzo del-
l'arma era avvolto in un pezzo di stoffa a fiori. Altri
pezzi della stessa stoffa furono trovati, in una successi-
va perquisizione, nella casa e nel garage di Pacciani.

Infine l'ultimo episodio, verificatosi pochi giorni


prima dell'inizio del processo a carico di Pacciani, e
che ha visto protagoniste una misteriosa donna anzia-
na e la moglie di Pacciani.
Era il 23 gennaio 1996, sei giorni prima dell'inizio
del processo d'appello. Intorno alle ore 11, in
Mercatale, via Sonnino, nei pressi della propria abita-
zione, Manni Angiolina venne soccorsa da alcuni vici-
ni poiché si presentava malferma sulle gambe e con il
viso segnato da escoriazioni sanguinanti. Raccontò che
una persona le aveva portato via il denaro che custodi-
va in casa. Furono avvertiti i carabinieri. Un sopralluo-
go all'interno dell'appartamento della donna consenti-
va di accertare che tutti gli ambienti si presentavano in
ordine, ad eccezione della camera. Il letto era disfatto
come se ci avessero dormito due persone. Su un guan-
ciale e sul lenzuolo c'erano tracce di sangue. Nei luo-
ghi, indicati dalla donna, dove doveva trovarsi il dena-
ro, non c'era niente.
Più testimoni riferirono di aver visto Angiolina, il
pomeriggio e la sera precedente, in compagnia di una
donna di anni 65-70 circa, statura m 1,70 circa, di nor-
male corporatura, dall'accento settentrionale, capelli
biondi verosimilmente tinti, non molto lunghi e mal
pettinati, che indossava una pelliccia scura di visone.
Era arrivata in paese verso le ore 12,40 del 22 gennaio
con l'autobus della Sita proveniente da Firenze. Si
accertava anche che la sconosciuta era stata notata nel
giardino della casa di Pacciani insieme ad Angiolina e,
nel pomeriggio di quello stesso giorno, presso l'ambu-
latorio medico e la farmacia del paese, dove aveva
acquistato una confezione di Tavor.
Angiolina non sapeva, o non voleva, dare spiegazio-
ni su quanto era successo. Dopo quell'episodio, però,
appreso che il marito stava per essere assolto dalla
Corte di Assise d'Appello, non attendeva il ritorno del-
l'uomo a casa, ma andava via chiedendo, nei giorni
successivi, il divorzio.
Sono episodi che fanno pensare.
Alcuni di essi dimostrano la volontà, da parte di
qualcuno, di aggravare la posizione processuale di
Pacciani. Così per l'invio dell'asta portamolla e per la
cartuccia nell'orto. E questo qualcuno deve conoscere
bene il ruolo di Pacciani in seno all'organizzazione cri-
minale.
Ecco, se questa non fosse una storia vera ma un
romanzo giallo, questo qualcuno potrebbe essere il
mandante che sfida gli inquirenti inviando macabri
reperti ai magistrati. Una persona che gioca. Una per-
sona colta che ama il rischio. Un professionista facol-
toso, come quel medico di cui si era parlato nel pro-
cesso dopo l'omicidio del 1985. Oppure qualcuno che
vuole incastrarlo, inducendo Pacciani a confessare di
fronte alla certezza di essere condannato.
Se questi atti non fossero veri e, invece, fossero epi-
sodi di un romanzo giallo, la "donna misteriosa" sareb-
be, allora, la moglie del medico, o l'amica, l'amante,
una che sa e condivide, una che lo protegge. La moglie
di un medico molto ricco, con gravi problemi sessuali.
Un medico specializzato, magari in ginecologia come a
suo tempo vociferava l'opinione pubblica.
Qui le deduzioni investigative si fermano e cedono il
passo alla fantasia. Ma se fosse davvero un romanzo
giallo, quello dei "Mostri di Firenze" sarebbe un
romanzo con due protagonisti. Una sorta di "Dottor
Jekyll e Mister Hyde" non fusi nella stessa persona ma
divisi in due persone distinte.
Da una parte, il Dottor Jekyll, una persona colta e
facoltosa, potente. Il raffinato esponente di una fami-
glia d'élite che di giorno compie una vita normale. È un
medico, il nostro Jekyll, che dedica gran parte della sua
vita al suo lavoro. Il suo reparto in ospedale, le visite in
clinica, gli esami al laboratorio. Un lavoro che lo porta
a contatto con la fonte stessa della vita: la nascita. Il
nostro Dottor Jekyll è uno stimato ginecologo che di
giorno, nel vero senso della parola, dà la vita.
Ma di notte, la notte del cuore, della metà oscura
dell'anima, il nostro dottore è diverso. Pur essendo un
uomo colto, di grande successo professionale, un
uomo ricco, stimato e potente, il nostro dottore è infe-
lice. E malinconico. E triste. È malato. Non riesce a
raggiungere, né mai ha raggiunto, la soddisfazione ses-
suale. Si è sposato ma il matrimonio non funziona.
Forse non riesce a confessare neppure a se stesso le
proprie tendenze, quello che nasconde nel cuore e che
lo spinge a fantasticare in modo inconfessabile. E
irrealizzabile, perché il nostro dottore non ha il corag-
gio di far emergere quell'altro, il mister Hyde che sta
nascosto in lui.
Poi, però, lo incontra.
Mister Hyde è un rozzo contadino che vive quasi
esclusivamente nella brutalità fisica della materia. È
l'esatto contrario di lui: incolto, diretto, violento.
Distruttivo. Uno che ha a che fare in maniera istintiva
e piena col lato oscuro delle cose. Con la morte.
Gli stessi interessi sessuali, le stesse perversioni, lo
stesso sadismo e la stessa attrazione per il sangue e per
la morte. Due lupi che si incontrano. Il dottor Jekyll
che incontra il suo mister Hyde.
Quello che nasce è un legame strettissimo. Mister
Hyde subisce il fascino dell'uomo colto e raffinato, il
dottor Jekyll quello dell'essere primordiale che vorreb-
be diventare. Hyde, avido e avaro, legatissimo ai soldi,
vede nel dottore l'uomo che può soddisfare i suoi biso-
gni materiali. Jekyll, debole e distante, vede in lui la
stessa cosa. Soddisfare il bisogno di una brutalità che
esca allo scoperto proprio nel momento in cui sta per
avere origine la vita. Colpire e straziare le coppie nel
momento dell'amore, mutilare la donna proprio in
quei simboli di vita, di felicità e di piacere che a lui, al
dottor Jekyll, sono negati.
Si crea un rapporto mandante-esecutore che si rove-
scia continuamente, che gira, come un vortice. Un rap-
porto piramidale, che si struttura in vari livelli e che
coinvolge anche altre figure. Una struttura rara, insoli-
ta, ma tutto sommato non inedita, anche se non anco-
ra studiata per gli omicidi in serie. È la stessa, per
esempio, che domina gran parte del mondo della pedo-
filia: ricchi pervertiti che pagano sporchi mezzani che
pagano brutali pervertiti per abusare di un bambino.
Ma gli altri, gli aiutanti che vedono il dottore, che ne
sentono parlare, non lo conoscono. Non lo frequenta-
no. Dottor Jekyll e Mister Hyde sono soltanto loro, il
ginecologo e il contadino.

Questa è la storia, una storia vera, basata su fatti


realmente accaduti, con un finale fantasioso. Anche se
spesso la realtà supera la fantasia e i finali fantastici si
rivelano più limitati e meno inquietanti di quelli reali.
E forse un giorno si scoprirà che il medico e il conta-
dino, il dottor Jekyll e il mister Hyde di questa strana
storia di realtà e fantasia corrispondono davvero alla
verità delle cose.
Anche se non sarà facile. All'epoca dell'ultimo pro-
cesso il nostro dottor Jekyll potrebbe essere già morto
e non c'è nulla come una pietra tombale per seppellire
definitivamente ogni epilogo.
Nei romanzi gialli come nella realtà.
APPENDICE

1. C r o n o l o g i a fondamentale
(1968-1998)

21 agosto 1968
Omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, amanti,
entrambi sposati, avvenuto in località Castelletti di Signa. Il
colpevole è identificato nel marito della donna, il sardo
Stefano Mele, condannato, con sentenza del 25.3.1970 della
Corte di Assise di 1 ° grado di Firenze, sostanzialmente con-
fermata in grado di appello e passata in cosa giudicata, alla
pena di 14 anni di carcere. ( Il Mele, dopo avere confessato
di essere stato lui l'autore del delitto, aveva successivamente
ritrattato accusando altre persone, tra cui gli amanti della
moglie: i fratelli Salvatore e Francesco Vinci e Carmelo
Cutrona).
14 settembre 1974
Omicidio di Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore, fidan-
zati, avvenuto in località Sagginale di Borgo San Lorenzo. Il
corpo della ragazza presenta ben 96 ferite da taglio nella
zona toracica e pubica e un tralcio di vite introdotto nella
vagina.
6 giugno 1981
Omicidio di Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi, fidan-
zati, in via dell'Arrigo di Scandicci. La donna presenta l'a-
sportazione del pube.
15 giugno 1981
È arrestato Enzo Spalletti, autista della Misericordia di
Montelupo Fiorentino, guardone, frequentatore della zona
del delitto. Accusato inizialmente del reato di falsa testimo-
nianza, è, poi, accusato del duplice omicidio.
22 ottobre 1981
Omicidio di Susanna Cambi e Stefano Baldi, fidanzati, in
località Bartoline di Calenzano. Il corpo della donna presen-
ta l'asportazione del pube. Il giorno successivo al rinveni-
mento dei cadaveri, lo Spalletti è scarcerato.
19 giugno 1982
Omicidio di Antonella Migliorini e Paolo Mainardi, fidan-
zati, in località Baccaiano di Montespertoli. Dopo i primi
spari, il giovane cerca di scappare in auto a retromarcia, ma
invano.
Dopo questo delitto nasce la cosiddetta "pista sarda". In
pratica, sono inquisiti, nel tempo, vari personaggi, di origi-
ne sarda, i cui nominativi erano emersi nelle indagini relati-
ve al duplice omicidio del 1968.
15 agosto 1982
È arrestato, presso l'abitazione di Giovanni Calamosca,
in località Caburaccia di Firenzuola, il sardo Francesco
Vinci, che, in un primo tempo, era stato accusato da Stefano
Mele di essere stato suo complice, nonché la mente del delit-
to del 1968. Il Vinci era ricercato per maltrattamenti in fami-
glia, ma il 28 agosto 1982 viene raggiunto da comunicazio-
ne giudiziaria per i duplici omicidi del 1974, 1981 e 1982.
9 settembre 1983
Omicidio di Horst Meyer e Rusch Uwe Sens, entrambi
uomini, avvenuto in via di Giogoli a Galluzzo.
Sono accusati e arrestati altri due sardi Giovanni Mele,
fratello di Stefano Mele e il cognato Stefano Mucciarini.
24 gennaio 1984
Viene prosciolto dall'accusa di essere l'autore dei duplici
omicidi Francesco Vinci.
29 luglio 1984
Omicidio di Pia Rontini e Claudio Stefanacci, fidanzati,
in località Boschetta di Vicchio del Mugello. Il corpo della
giovane presenta l'asportazione totale del pube e della mam-
mella sinistra.
Viene indagato Giovanni Calamosca, amico di Francesco
Vinci.
2 ottobre 1984
Sono scarcerati Giovanni Mele e Stefano Mucciarini.
8 settembre 1985
Omicidio di Nadine Mauriot e Jean Michel Kravechvili,
amanti, entrambi di origine francese, in vacanza in Italia,
avvenuto in località Scopeti di San Casciano Val di Pesa. Il
corpo della giovane presenta l'asportazione del pube e della
mammella sinistra.
Sono indagati Salvatore Vinci, Francesco Vinci e Giovan-
ni Calamosca.
10 settembre 1985
Perviene alla Procura della Repubblica di Firenze, indi-
rizzata al Sostituto Procuratore della Repubblica dott.ssa
Silvia Della Monica, una lettera anonima, contenente un
foglio di carta ripiegato su se stesso. All'interno di detto
foglio, vi è un sacchetto di polietilene contenente un fram-
mento di tessuto mammario. Questo, sottoposto a perizie, è
risultato, per caratteristiche organiche e genetiche, del tutto
identico a quello prelevato dal cadavere della Nadine
Mauriot. La busta reca il timbro di spedizione dell'ufficio
postale di San Piero a Sieve, nel Mugello, e la data del 9 set-
tembre 1985.
10 settembre 1985
È ritrovato un bossolo calibro 22 nel parcheggio di auto
dell'ospedale Santa Maria Annunziata di Ponte a Niccheri a
Firenze.
19 settembre 1985
Giunge ai carabinieri di San Casciano una lettera anoni-
ma, con cui si invita a svolgere indagini sul "concittadino"
Pietro Pacciani. È eseguita una perquisizione nell'abitazione
del Pacciani, con esito negativo. Nella circostanza, è interro-
gato sui suoi movimenti nel giorno del delitto del 1985.
1 ottobre 1985
Sono recapitate presso la Procura della Repubblica di
Firenze tre buste, indirizzate, in forma anonima, ai Sostituti
Vigna, Fleury e Canessa, contenenti, ciascuna, fotocopie di
ritagli di giornali e un dito di guanti da chirurgo tagliato con
dentro un proiettile calibro 22.
Ottobre 1989
La Squadra Antimostro, a conclusione di uno screening
su 82 nominativi, sospettati dei delitti, enuclea il nome di
Pietro Pacciani, che, dal 30 maggio 1987, era detenuto sic-
come condannato, tra l'altro, per il delitto di violenza carna-
le ai danni delle figlie minori Rosanna e Graziella.
13 dicembre 1989
Il giudice istruttore dott. Mario Rotella, con sentenza
istruttoria, proscioglie tutti gli imputati della cosiddetta
"pista sarda", che esce definitivamente dalla scena investiga-
tiva.
7 giugno 1990
Pacciani è indagato per reati in materia di armi e muni-
zioni.
11 giugno 1990
Pacciani è indagato per i duplici omicidi attribuiti al
"Mostro" di Firenze. Da tale data gli inquirenti incomincia-
no ad eseguire una serie di perquisizioni sia nelle abitazioni,
sia nella cella del carcere di Sollicciano, dove Pacciani si
trova detenuto.
3 dicembre 1991
È eseguita una perquisizione a casa di Pacciani. Tra l'al-
tro è rinvenuto un foglietto pubblicitario con annotata
manoscritta la targa di un'autovettura e la parola "coppia".
27 aprile - 8 maggio 1992
È eseguita una maxi perquisizione a casa di Pacciani,
estesa all'orto ad essa annesso. Il 29 aprile, verso le ore
17,45, nell'orto è rinvenuta una cartuccia per pistola calibro
22 Long Rifle che si trova all'interno del foro di un paletto di
cemento da vigna.
25 maggio 1992
Perviene ai carabinieri di San Casciano una lettera ano-
nima, contenente una piccola asta metallica avvolta in due
strisce di tessuto di cotone con motivi floreali di colore
verde. L'oggetto risulta essere un'asta portamolla (o guida-
molla) di recupero, montata su pistole semiautomatiche: in
particolare su due modelli di pistola calibro 7.65 e su alcuni
modelli delle pistole semiautomatiche marca Beretta calibro
22 Long Rifle, tra questi, sul modello 74 della serie 70.
31 maggio 1992
È eseguita una nuova perquisizione a casa di Pacciani.
Sono sequestrati due pezzi di stoffa dello stesso tipo di quel-
la che avvolgeva l'asta portamolla.
2 giugno 1992
Altra perquisizione domiciliare a carico di Pacciani.
Vengono sequestrati un portasapone e un blocco da disegno
marca Skizzen Brunnen (oggetti simili a quelli usati dai
tedeschi uccisi), nonché un altro pezzo di stoffa simile a
quello che avvolgeva l'asta.
13 giugno 1992
Ancora un'altra perquisizione a casa di Pacciani. Sono
sottoposti a sequestro vari oggetti (pastelli da disegno,
penne, una taglierina di marca tedesca, foto della città di
Amsterdam).
9 dicembre 1992
La Procura della Repubblica chiede al Giudice per le
Indagini Preliminari l'emissione di ordinanza di custodia
cautelare in carcere a carico di Pacciani.
16 gennaio 1993
Pacciani è arrestato in esecuzione di provvedimento del
GIP, emesso il precedente giorno 12 gennaio.
30 aprile 1993
E eseguita altra perquisizione a casa di Pacciani.
Vengono sequestrati l'autovettura, un motorino e occhiali da
vista e da sole.
7 agosto 1993
Francesco Vinci e il suo servo pastore Angelo Vargiu sono
uccisi da ignoti nei boschi nei dintorni di Pisa. I loro cada-
veri, incaprettati secondo la classica esecuzione della crimi-
nalità organizzata di tipo mafioso, sono bruciati e fatti tro-
vare nel bagagliaio dell'autovettura del Vinci.
19 agosto 1993
Milva Malatesta e il figlio Mirko di tre anni sono uccisi e
bruciati nell'auto della donna nel territorio del comune di
Barberino Val D'Elsa.
15 gennaio 1994
Il Giudice per le Indagini Preliminari dispone il rinvio a
giudizio di Pacciani davanti alla Corte di Assise di Firenze
per rispondere di tutti gli otto duplici omicidi attribuibili al
"Mostro".
19 Aprile 1994
Inizia il processo a carico di Pacciani.
28 maggio 1994
A San Mauro a Signa viene uccisa la prostituta Milvia
Mattei, il cui cadavere, semi carbonizzato, è trovato sul letto.
Presso l'abitazione della donna, da qualche tempo, abitava
Fabio Vinci, figlio di Francesco Vinci e la ragazza di Fabio.
Di tale delitto viene imputato Giuseppe Scangarella, detenu-
to in permesso quel giorno, amico del Pacciani e con cui era
stato detenuto in comuni periodi presso il Centro Clinico del
carcere di Sollicciano.
1 novembre 1994
Pacciani è condannato alla pena di sette ergastoli venen-
do riconosciuto colpevole di tutti i duplici omicidi, ad ecce-
zione di quello del 1968.
15 ottobre 1995
Insediamento del dott. Michele Giuttari nel nuovo incari-
co di Capo della Squadra Mobile della Questura di Firenze.
Su delega della Procura della Repubblica, l'investigatore ini-
zia subito a leggere e analizzare tutti gli atti processuali e
non dell'inchiesta a carico di Pacciani, nonché tutti gli atti
relativi ai singoli otto duplici omicidi. Formula proposte
investigative, che attua con i metodi di investigazione-tradi-
zionale, dando luogo alla nuova inchiesta, nota come
"inchiesta bis" sui delitti del "Mostro".
29 gennaio 1996
Inizia il processo di Appello a carico di Pacciani davanti
alla Corte di Assise d'Appello di Firenze.
12 febbraio 1996
Viene arrestato Mario Vanni, postino, amico di Pacciani
e complice di questi nel duplice omicidio del 1985. Vanni è
colpito da ordinanza di custodia cautelare in carcere emes-
sa lo stesso giorno.
13 febbraio 1996
La Corte di Assise d'Appello di Firenze assolve Pietro
Pacciani da tutti i delitti, annullando la sentenza del 1
novembre 1994.
12 marzo 1996
Lotti, prima testimone, viene formalmente indagato per i
duplici omicidi del 1984 e 1985. Riceve avviso di garanzia
perché sottoposto ad indagini in ordine a quei delitti, non-
ché per detenzioni di armi e vilipendio di cadaveri.
19 marzo 1996
La Procura Generale presso la Corte di Appello deposita
il ricorso per Cassazione contro la sentenza assolutoria a
favore di Pacciani. La motivazione si basa essenzialmente su
argomentazioni di carattere giuridico connesse al rifiuto
della Corte di Assise di Appello di ammettere le nuove testi-
monianze, emerse nel corso dell'inchiesta bis.
23 marzo 1996
Vanni viene colpito da altra ordinanza di custodia caute-
lare in carcere in relazione al duplice omicidio del 1984.
7 maggio 1996
11 Capo della Squadra Mobile denuncia alla Procura della
Repubblica Pacciani Pietro, Vanni Mario, Lotti Giancarlo e
Faggi Giovanni per il delitto di associazione per delinquere
finalizzata alla realizzazione di più delitti, tra cui omicidi,
vilipendio di cadaveri, detenzione e porto illegale di armi e
munizioni.
24 giugno 1996
È emesso avviso di garanzia in ordine al delitto di favo-
reggiamento personale a carico dell'avv. Corsi Alberto.
29 giugno 1996
Vanni Mario è colpito da altra ordinanza di custodia cau-
telare in carcere per i duplici omicidi dell'ottobre 1981, del
1982 e del 1983 e per il reato di associazione per delinquere.
I luglio 1997
È arrestato Faggi Giovanni, colpito da ordinanza di
custodia cautelare in carcere, emessa dal GIP il 29 giugno
1996 per i duplici omicidi dell'ottobre 1981 e settembre
1985, nonché per il reato di associazione per delinquere.
12 dicembre 1996
La Corte di Cassazione revoca la sentenza di assoluzione
di Pietro Pacciani emessa il 13 febbraio 1996, accogliendo in
pieno le motivazioni addotte nel ricorso dalla Procura
Generale presso la Corte di Appello di Firenze.
II gennaio 1997
Il Pubblico Ministero, a conclusione delle indagini preli-
minari, chiede il rinvio a giudizio degli imputati Vanni,
Lotti, Faggi e Corsi, nonché l'incidente probatorio per pro-
cedere all'interrogatorio di Lotti.
19 febbraio 1997
Interrogatorio di Lotti mediante incidente probatorio nel
corso di udienza davanti al Giudice dell'Udienza Prelimi-
nare.
20 febbraio 1997
Il Giudice per l'Udienza Preliminare rinvia a giudizio
davanti alla seconda sezione della Corte di Assise per il 20
maggio gli imputati Vanni Mario, Lotti Giancarlo, Faggi
Giovanni e l'aw. Corsi Alberto. Vanni per rispondere degli
ultimi cinque duplici omicidi (dal giugno 1981 al settembre
1985); Lotti degli ultimi quattro (dal 1982 al 1985); Faggi di
quello del giugno 1981 e dell'ultimo del 1985; l'aw. Corsi per
rispondere del reato di favoreggiamento personale. Vanni,
Lotti e Faggi, infine, per rispondere anche del delitto di asso-
ciazione per delinquere finalizzata alla commissione di omi-
cidi, in concorso con Pietro Pacciani. Quest'ultimo, che,
dopo la revoca dell'assoluzione, ha assunto di nuovo la veste
di imputato, dovrà essere sottoposto ad altro procedimento
penale davanti alla Corte di Assise di Appello di Firenze, che
verrà fissato per il 5 ottobre 1998.
20 maggio 1997
Incomincia davanti alla seconda sezione della Corte di
Assise di Firenze il processo a carico di Vanni, Lotti, Faggi e
Corsi.
23 dicembre 1997
La Corte di Assise, dopo aver rigettato per ben due volte
precedentemente analoga istanza, concede a Vanni gli arre-
sti domiciliari, avendo, in quella data, compiuto 70 anni.
22 febbraio 1998
Nel primo pomeriggio, su segnalazione di alcuni vicini di
casa, i carabinieri di San Casciano intervengono presso l'a-
bitazione di Pietro Pacciani, a Mercatale, trovandolo morto,
disteso sul pavimento, con i pantaloni abbassati. Il referto
del medico parla di decesso per arresto cardio-circolatorio.
La Procura della Repubblica dispone l'autopsia sul cadave-
re. La Squadra Mobile indaga.
23 febbraio 1998
Il Pubblico Ministero, a conclusione della sua requisito-
ria, durata tre udienze, chiede la condanna all'ergastolo per
Mario Vanni, a 21 anni di carcere per Giancarlo Lotti, ad 1
anno e 6 mesi per l'aw. Alberto Corsi. Chiede, inoltre, l'asso-
luzione per Giovanni Faggi.
24 marzo 1998
La Corte di Assise di primo grado di Firenze - sezione II
- dichiara colpevoli Mario Vanni e Giancarlo Lotti, condan-
nandoli, il primo, alla pena dell'ergastolo e il secondo, alla
pena di anni trenta di reclusione. Assolve Alberto Corsi dal
reato di favoreggiamento perché il fatto non sussiste, e
Giovanni Faggi per non aver commesso il fatto.

2. S t r a l c i d e l l a consulenza tecnica
dei Prof. Ugo Fornari e Marco
Lagazzi su Giancarlo Lotti

La Procura aveva posto ai consulenti i seguenti quesiti:


1) se il Lotti Giancarlo fosse affetto da impotenza sessuale
organica o psicogena e in caso positivo in quale forma;
2) quale ne era la causa;
3) quale ruolo la stessa abbia potuto esercitare nella dina-
mica dei reati per cui il Lotti era indagato, quali ricostruiti
dalle indagini e dalle dichiarazioni dello stesso Lotti;
4) quanto altro utile all'accertamento della verità clinica del
soggetto.
I predetti professori, quindi, incontravano più volte il Lotti
per esaminarlo, anche con colloqui, e sottoporlo ad accerta-
menti clinici.
I dati più significativi indubbiamente risultavano quelli
desunti proprio dai colloqui clinici, nel corso dei quali, gli
esperti acquisivano, prima, i seguenti dati anamnestici, rac-
colti dalla viva voce del paziente e più volte controllati.

ANAMNESI FAMILIARE

II padre, Lotti Primo, era deceduto nel 1966, intorno ai 67


anni, per disturbi imprecisati (forse un'infezione ad una
gamba complicatasi in cancrena): non è stato guardato bene,
era tutto quello che Lotti sapeva dire. Il padre era affetto da
ernia inguinale e era un forte bevitore.
La madre era deceduta nel 1975, all'età di 74 anni, per
vasculopatia cerebrale, almeno per come riuscivano a com-
prendere. Raccontava, a tal proposito, il Lotti: L'ho portata
troppo tardi in ospedale. Anche lì ho passato momenti non
troppo belli. Ricordo che mia madre si fissava sulla luce, pren-
deva la notte per il giorno.
Una sorella di 71 anni, ma è come neppure ci fosse. Lei
non mi parla e poi siamo due caratteri un po' diversi. Io ne ho
sofferto molto, perché sono un fratello, mica un barbone di
strada! Anche mia nipote non mi guarda. Cosa le ho fatto io?
lo non ho mica fatto niente a tutti loro, specificava il Lotti.
Anche con il cognato i rapporti erano cattivi: non è che si
andasse troppo d'accordo, diceva.
Il Lotti negava specifici disturbi di carattere psicopatolo-
gico a carico di ascendenti e collaterali.

ANAMNESI PERSONALE

Il Lotti, per come riuscivano a comprendere i professori,


sembrerebbe essere nato da parto eutocico, dopo gravidan-
za regolarmente condotta a termine.
Il soggetto non era in grado di fornire notizie attendibili
circa la prima infanzia e le eventuali malattie sofferte.
Aveva sempre goduto di buona salute, non aveva avuto
malattie gravi e non era stato ricoverato in ospedale.
Probabilmente aveva riportato alla schiena un'ustione da
colpo di sole nel 1993, durante l'estate; la lesione sarebbe
guarita in un mese.
Riferiva- io posso solo dire che i miei genitori non mi
hanno mai dato uno schiaffo. Mi hanno sempre tenuto molto
chiuso, specie mio padre; mi guardava un po' troppo; se arri-
vavo un po' tardi di sera, lui veniva a riscontrarmi. Mia madre
invece un po' di meno. Anche come famiglia eravamo un po'
isolati; le persone erano un po' astiose con noi, non so perché.
Mia madre era una donna molto religiosa; io invece non sono
mai stato religioso.
Addebitava a ciò il fatto di aver sempre avuto problemi di
rapporto affettivo e relazionale con le persone, sia uomini,
sia donne: sono sempre stato molto chiuso.
Istruzione: IV elementare, più volte ripetente, perché stu-
diare non mi interessava e perché non si imparava nulla. A 14
anni ho smesso. Leggere, leggo, mi arrangio.
Aveva iniziato a lavorare a vent' anni e aveva sempre svol-
to attività poco remunerative e saltuarie, talché aveva chie-
sto alcune volte dei piccoli prestiti in banca. Prima dei
ventanni aiutavo mio padre in campagna, saltuariamente.
Poi mi sono messo a fare quello che trovavo. Al massimo ho
preso 1.300.000 lire al mese per il mio lavoro. Pochi, per man-
tenere la macchina, mangiare, bere, dormire e andare a donne
una volta la settimana.
Aveva lavorato per sedici anni e mezzo sotto l'acqua e
all'umido e sono stati anni duri; allora ero giovane. Un mestie-
re non l'ho imparato; facevo quello che trovavo.
Fin dall'adolescenza aveva avuto problemi di rapporto
con il sesso femminile.
Aveva conseguito la patente nel 1978 all'età di trentotto
anni, dopo parecchie bocciature subite negli anni precedenti
all'esame di teoria. La patente l'ho presa mica con tanta faci-
lità; se non mi aiutavano non ce la facevo. Non mi andava più
di andare con il motorino e poi con la macchina puoi andare
dove e come vuoi. Mi piaceva guidare la macchina. Adesso ho
un 131 Fiat 1600. Di macchine ne ho avute tante: una 850 Fiat
special bianca; una Mini Morris 1100 gialla; due 124 Fiat una
celeste e l'altra gialla; un 128 coupé rosso, una 131 Fiat rossa
1300 e infine una 131 Fiat rossa 1600. Tutte macchine usate,
perché non avevo la possibilità di comprarne una nuova. Le
macchine che più mi sono piaciute sono state le due 124.
Da ragazzo ero molto riservato e parlavo poco. Amici ne
avevo a S. Casciano, ma non di tutti mi fidavo; e non è nep-
pure che ne avessi tanti. Un po' scherzavo e qualche volta mi
arrabbiavo. Non sono mai andato a ballare.
Praticamente era vissuto in famiglia fino ai 26 anni, sem-
pre in casa. I miei non volevano che io uscissi di sera, specie
mio padre, non so neppure io perché.
Dopo la morte dei genitori, era vissuto sempre da solo:
non ho mai avuto una casa mia; una volta sono stato in affit-
to, ma poi mi mancavano i soldi. Per qualche anno era vis-
suto in una casa del padrone della cava in cui lavorava.
Poi sono andato a vivere per quattro anni con un prete in
una Comunità, dove pagavo solo la luce. Con il mio lavoro, mi
compravo il mangiare e i vestiti. Per il dormire non pagavo
niente. Io in quella Comunità stavo male, perché non potevo
parlare con nessuno; non capivo cosa dicevano (erano quasi
tutti extracomunitari). Ogni tanto mi arrabbiavo e il prete mi
rimproverava. Avessi avuto i soldi, mi sarei preso una casa per
me, invece niente. Non ho mai trovato modo di dividere una
casa con qualcuno, anche perché non sai...
Praticamente, da anni Lotti viveva da solo: e io so fare
tutto in casa; perciò non ho bisogno di una donna che mi fac-
cia le cose in casa. Certo che la solitudine è brutta, anche se
ormai ci ho fatto l'abitudine.
Della sua vita sentimentale, dietro esplicite domande e
dopo molti chiarimenti, ammetteva: a me sarebbe piaciuto
andare con le ragazze, ma sono stato troppo chiuso e non mi
sono mai osato. Le donne le ho avute perché le pagavo; con le
altre avevo paura, non avevo confidenza. Poi non ero tanto
sicuro io. Ricordo che tra i 12 e i 14 anni qualcuna mi ha dato
uno schiaffo, perché io l'avevo toccata. Da ragazzo mi mastur-
bavo e così ho continuato fino a 20 anni. Una volta, a 12 anni,
mi hanno trovato a letto con una ragazza della mia età; non si
faceva niente, ma mia madre mi ha sgridato molto e mi ha pic-
chiato.
Non mi sono sposato, perché io ho un carattere che la
Filippa mi ha detto che non si poteva stare insieme. Io ho fatto
molte cose per lei. Abbiamo incominciato a frequentarci nel
1981, quando Salvatore (il suo convivente di allora) era in car-
cere. Adesso sarà un anno e mezzo che non la vedo più e non
ho più sue notizie. Prima ci si vedeva di frequente, poi lei se ne
è andata via da S. Casciano e allora io non potevo più andar-
la a trovare, anche perché ne aveva un altro. Però lei veniva a
trovarmi e stava da me anche qualche giorno.
Poi c'era il problema dei soldi; come facevo a sposarmi
senza soldi e con un lavoro che un po'c'era e un po'non c'era?
Sono stato un po' sfortunato. Io però ero proprio innamorato
di questa donna. L'amore, con la Filippa, ne ho fatto anche
troppo. Anche lei si è innamorata di me. Fu l'uomo con cui lei
viveva e che poi è stato un periodo in carcere (4 mesi) che la
faceva prostituire. Poi nell'85-86 Filippa è tornata ad Arezzo e
10 l'andavo a trovare 1-2 volte al mese.
Ammetteva di aver conosciuto tante donne a Firenze: ma
è sempre stata solo una cosa passeggera, solo uno sfogo.
Ultimamente cambiavo, ma dall'81 a qualche anno fa ne ho
frequentato sempre e solo una, che conoscevo da tanti anni e
che era pulita. Quando ho conosciuto Gabriella lei aveva uno
insieme; io non è che ci andassi molto volentieri, perché in
casa c'erano la mamma e il suo uomo e a me la cosa dava
fastidio. Poi costava cara, e allora la vedevo poche volte. Io le
ero affezionato, ma lei mi sfruttava un po' troppo. Lei diceva
che mi voleva bene, ma non era vero, perché mi sfruttava. Io
avevo già tante spese, perché dovevo mantenere me e la mac-
china.
Alessandra era la nipote del Vanni; la conobbi per caso; fu
11 Vanni a presentarmela. Lei aveva il fidanzato. A me piaceva
abbastanza, ma non ne ero assolutamente innamorato.
Abbiamo incominciato ad uscire insieme e poi siamo andati a
letto. Lei si era ammalata a 20 anni e era finita su di una car-
rozzella. Dopo qualche anno si è rimessa a camminare, ma
quando si usciva insieme mi toccava reggerla. Fumava tantis-
simo e parlava un po' troppo. Era molto ingrassata per tutte le
medicine che prendeva. Alessandra si era affezionata a me.
Adesso è tornato il suo fidanzato ed è dal '95 che non la vedo
più. Era lei che veniva a cercarmi, non io.
Di fatto, Lotti non si era mai sentito soddisfatto nelle sue
relazioni con le donne, anche se: le donne mi sono sempre
piaciute. Però non mi è stato mai possibile averne una per me;
mi è dispiaciuto. Sono anche stato invidioso di chi poteva più
di me, ma non potevo farci niente. Con la macchina le cose
sono un po' cambiate, perché potevo andare in giro, ma conti-
nuavo a non avere soldi. Poi ricordo una cosa brutta, di una
donna che voleva spogliarmi e saltarmi addosso.Io non ho
fatto niente, perché non eravamo soli; era presente anche Paola
(la ragazza che in quel periodo mi piaceva e che mi ha aiutato
a prendere la patente), che mi ha detto: come, fai così? Allora
non sei un uomo! Io sono rimasto impressionato da questa
faccenda.
Col passare degli anni, si rimane bloccati e non si fa più
nulla. A me è andata male. Il fatto è che io non ho più una
grande considerazione delle donne, per tutto quello che mi è
successo. Forse è dopo la faccenda di mia madre e di mia
sorella che io evito le donne. Ora come ora è troppo tardi. Non
mi metterò mai più con una donna. Le donne ti possono fre-
nare.
Circa la sua attività sessuale, dichiarava: tante volte,
quando ero bevuto, non riuscivo ad avere erezione. La stessa
cosa quando ero emozionato o stanco o bloccato come da
Gabriella, perché in casa c'era sempre qualcuno. Così anche
con le prostitute che si mettevano subito nude e volevano fare
subito e in fretta e a me non mi riusciva. Se invece c'era un po'
di atmosfera, andava bene. Io non riesco a farlo alla svelta. Per
esempio, una volta mi sono fermato con Gabriella su di una
piazzola lungo una strada; in quel momento passarono i vigi-
li; lei non se ne accorse, ma io sì; mi bloccai e feci finta di leg-
gere il giornale; poi l'ho fatto e non ci fu problema. Qualche
volta, se ero molto eccitato, venivo subito. Ora è parecchio
tempo che non faccio più nulla. Con la Filippa sono stato più
soddisfatto che con altre donne. Anche con lei una volta è suc-
cesso in autostrada, in macchina, che la portavo dalle sue
figliole ad Alessandria; lei ha incominciato a tastarmi e l'ab-
biamo fatto. La Gabriella di Firenze mi diceva bravo, bravo,
che invece non era vero. Bravo fino a un certo punto, ma non
come diceva lei.
Nel corso di un colloquio, ammetteva: praticamente, non
sono mai stato capace di far godere una donna. Negava di
aver mai avuto curiosità particolari o di aver messo in atto
pratiche sessualmente perverse. In particolare, spontanea-
mente precisava: io non ho mai fatto il guardone; la cosa non
mi ha mai interessato.
Per quanto riguardava il carattere, si descriveva come
uomo dal temperamento mite; io sono calmo e tranquillo se
nessuno mi dà fastidio; però quando mi arrabbio, mi arrab-
bio; se vengono a stuzzicarmi, io reagisco. Non ho mai avuto
paura di nessuno: se devo farmi le mie ragioni me le faccio. A
San Casciano mi dicevano che ero troppo buono, ma invece io
sopporto un po' e poi basta. Ammetteva, inoltre, di essere un
soggetto emotivo e labile.
Come abitudini di vita, ammetteva di essere sempre stato
un forte mangiatore (aveva pesato fino a 120 Kg) e aveva sof-
ferto di ipertensione. Beveva circa un litro di vino al giorno.
Non aveva mai consumato super-alcolici: talvolta col vino
andavo troppo in là; 2 o 3 volte la settimana. Sono arrivato
anche a bere più di un litro per pasto; un po' a cena e un po'
dopo cena con gli amici. Non ho mai bevuto a digiuno. Anche
se bevevo parecchio, mangiavo molto. C'è stato un periodo che
bevevo ma mangiavo poco e allora ho dovuto smettere, perché
poi ci rimettevo di salute.
Relativamente ai fatti per cui era indagato, Lotti infor-
mava di quanto segue: Pacciani l'ho conosciuto nell'80 circa,
dopo Vanni. Io lo frequentavo poco; non mi era simpatico.
Mario invece lo andava a trovare anche a casa. Allora Pacciani
abitava in una frazione di Montefìridolfì; lì io l'ho conosciuto,
casualmente, attraverso Mario Vanni che era il postino di
zona. Pacciani era uno che aveva la voce un po' alta e un po'
prepotente. Poi aveva fatto delle cose brutte con le figlie e la
moglie; sicché non c'era da fidarsi mica tanto. Non mi anda-
va proprio bene frequentarlo. Voleva essere superiore agli altri.
Con Mario c'era confidenza, era educato e mi dava anche i
soldi per la benzina, quando si faceva portare da qualche parte.
Con Pacciani, invece, non c'era confidenza; non mi andava.
Non potevo parlare tranquillamente con lui, per cui preferivo
stare zitto. Quando si giocava a carte, voleva vincere sempre.
Quando si andava fuori, Pacciani non pagava mai; o pagava
Mario o pagavo io. I soldi li aveva, ma li teneva stretti. Ad
andare con lui, anche quando si facevano le merende insieme,
non mi andava mica tanto bene. Come faceva Vanni a sop-
portarlo, non lo so proprio. Pacciani ha cercato di coinvolger-
mi, per farmi stare zitto, nel senso che ha continuato a portar-
mi con sé dopo l'82. La prima volta (1982) non sapevo mica
cosa si andasse a fare. Non è mica stata una cosa molto bella.
Non mi piacque niente vedere le armi e me ne tomai in mac-
china. Allora Pacciani ha incominciato a minacciarmi: ormai
ero dentro e dovevo andare avanti. Io avevo paura che
Pacciani, se dicevo di no, mi poteva fare qualcosa di male. Era
un violento, suvvia, diciamolo. Pacciani comandava anche
Vanni. Adesso io più che arrabbiato con Pacciani, sono preoc-
cupato, perché non so come finirà questa storia. Pacciani è
uno che ha detto che nemmeno mi conosce; io invece lo cono-
seo benissimo e se dirà contro di me, saprò bene io come difen-
dermi. Inoltre Pacciani è uno che sa e che, se verrà condanna-
to, verranno fuori altri nomi. Se non dicevo nulla, ero belle
che dentro. Mi hanno messo davanti a dei contrasti e io ho
dovuto ammettere qualche cosa, altrimenti me ne sarei anda-
to in carcere.
Negli ultimi colloqui, infine, i professori tentavano di
discutere i vissuti che il periziando poteva provare, in rap-
porto alla gravità e al carattere traumatico di quanto aveva
sperimentato. Rispetto a queste tematiche, il Lotti appariva
poco spontaneo e collaborativo: in particolare, non faceva
emergere nessuno spunto di identificazione e di empatia nei
confronti delle vittime, e superficialmente negava, con moti-
vazioni meramente soggettive, la possibilità di informare le
Forze dell'Ordine prima della esecuzione degli omicidi dei
quali lui - come da lui stesso precisato - era stato preavver-
tito. Invitato ad esprimere i suoi vissuti circa la sofferenza
provata dalle vittime, in un primo momento il Lotti si limi-
tava a stringersi nelle spalle, poi si limitava a dire: Eh, ma
sennò mi sparavano anche a me\ in successivi momenti,
appariva sempre più infastidito e reattivo, e infine sostene-
va: tanto cosa ci potevo fare io? Circa la possibilità di infor-
mare le Forze dell'Ordine, aveva inizialmente ripetuto il
tema della sua passività verso gli ordini del Pacciani e del
Vanni, poi, quando gli era ribadito che lui era comunque
libero di muoversi, e che anche dopo i fatti si era tranquilla-
mente accompagnato con le stesse persone (suggerendo
l'immagine di una stabile amicizia, piuttosto che di una
dipendenza imposta con la minaccia) reagiva con fastidio,
ripetendo che altro non se ne poteva fare. Nessun aspetto di
empatia verso le vittime, di rincrescimento, o di franco
rimorso, emergeva circa la partecipazione ai delitti.
Circa l'esame psichiatrico diretto, i professori evidenzia-
vano che il Lotti, nei molteplici incontri effettuati, si era pre-
sentato «lucido, vigile, cosciente, perfettamente orientato
nel tempo, nello spazio, nei confronti della propria persona
e della situazione di esame».
Evidenziavano, altresì, che la mimica, piuttosto mobile,
era apparsa atteggiata a compiacente cortesia e apparente
disponibilità nei confronti dei temi più neutrali e lontani
dalle vicende connesse ai delitti. Ogni qualvolta, però, si
erano toccati gli argomenti delittuosi, Lotti aveva preso a
divagare, a portare il discorso sui mille disturbi fisici che lo
affliggevano, sulla necessità di essere curato. Il sorriso di
maniera non era mai scomparso dal suo volto neppure in
questi momenti, ma era venuto meno il contatto oculare
diretto e il soggetto aveva iniziato a mostrare segni di irre-
quietezza e di imbarazzo, aveva preso a schernire e a grat-
tarsi la testa, come se non sapesse come togliersi dalla situa-
zione, combattuto tra il dire e il non dire, tra il «rovesciare
il sacco» e il «tenere nascoste le carte che ha in mano», per
scoprirle al momento opportuno.
Quindi, i consulenti esprimevano il loro convincimento
che Lotti sarebbe stato in grado di dare molte più risposte e
informazioni di quanto fino a quel momento aveva fornito,
ma che giocasse con astuzia nel centellinare il suo dire;
infatti non diceva più di tanto, e, al contempo, godeva di
tutti i vantaggi di una persona inserita in un programma di
protezione; di qui il ferreo, impenetrabile, non scalfibile suo
atteggiamento di chiusura e di rifiuto ad «andare oltre».
Evidenziavano, altresì, che il patrimonio intellettivo del
Lotti non appariva certo brillante, specie a livello di intelli-
genza teorico-astratta, ma era caratterizzato da buona abi-
lità di comprensione e di gestione dei problemi pratici e con-
creti. Egli, infatti, sapeva molto bene che era lui ad avere la
situazione in pugno; aveva capito molto bene cosa si atten-
devano da lui i magistrati e i consulenti degli stessi.
Memoria e attenzione erano assolutamente indenni,
come attestato dalle informazioni precise e minuziose date
agli inquirenti e ai consulenti.
Non si rilevavano segni di deterioramento mentale, come
attestato dalla vivacità e non esauribilità dell'attenzione,
dalla modulazione del pensiero, dalla prontezza e pertinen-
za delle risposte, dalle capacità di analisi e di critica, e dalla
stessa reticenza opposta rispetto a taluni argomenti, senza
che vi fosse nessun "cedimento" di fronte all'esame in corso.
Affettivamente il soggetto era apparso orientato in senso
normotimico, ma povero di modulazione affettivo-relazio-
nale. Si coglieva, inoltre, una completa assenza di empatia
nei confronti delle vittime dei fatti.
A conclusione delle indagini mediche e psico diagnosti-
che del caso, sentito più volte l'interessato, i consulenti
erano in grado di fornire un parere ai quesiti posti loro dalla
Procura della Repubblica.
Suddividendo le considerazioni espresse in differenti
capoversi, afferenti alle singole tematiche in esame, riferiva-
no quanto segue.

L E CONDIZIONI SOMATICHE

A tale proposito, notavano che il Lotti, uomo di 56 anni,


si presentava in condizioni somatiche complessivamente
buone, se si teneva conto della attività lavorativa usurante
da lui svolta per anni (operaio in una draga) e della sua con-
dizione di sovrappeso corporeo e di ipertensione arteriosa,
per la quale era in trattamento.
In particolare, gli accertamenti medici esperiti avevano
consentito di evidenziare unicamente la sussistenza di lievi
alterazioni ematologiche e ematochimiche (lieve iperglice-
mia, forse derivante dalla incongrua assunzione di glucidi
prima dell'esame; lieve alterazione della conta piastrinica e
poco altro), nonché la sussistenza di problemi osteo-artico-
lari a carico del rachide, per i quali il Lotti lamentava dolo-
ri sui quali abitualmente aveva centrato la propria conversa-
zione.
Dal punto di vista somatico, non rilevavano la presenza
di nessuna di quelle malattie metaboliche (diabete, grave
ipercolesterolemia familiare con diatesi vasculopatica),
endocrinologiche (ipogonadismo, sindromi ipogonadiche)
vascolari (alterazioni della irrorazione dell' area peniena e
degli arti inferiori, angioscierosi diffusa) o neurologiche
(deficit centrale) dalle quali, solitamente, viene fatta deriva-
re la genesi somatica di una possibile impotentia coeundi.
Alla luce delle indagini effettuate e della stessa storia cli-
nica del soggetto, da lui ampiamente descritta e lamentata,
non si rilevava quindi nessun elemento utile ai fini della pos-
sibile identificazione di una patologia somatica rilevante ai
fini della funzione sessuale del soggetto, o, più in generale,
influente sulla sua condizione psichica.
L'EVENTUALE SUSSISTENZA DI PATOLOGIE
PSICHIATRICHE

Le indagini eseguite non avevano, parimenti, consentito


di mettere in luce nessuna patologia psichiatrica riconosci-
bile come tale.
Evidenziavano di essersi trovati, infatti, di fronte ad un
soggetto sicuramente non brillante, di limitatissima cultura
e fortemente problematico sul piano psicologico, che era
tuttavia immune sia da disturbi di carattere psicotico, sia da
possibili aspetti di deficitarietà mentale o di involuzione su
base psico-organica.
Non si era, infatti, ravvisato alcun elemento clinico che
potesse deporre in tal senso, e si doveva quindi escludere
ogni valutazione al proposito.

LA CONDIZIONE PSICOLOGICA E RELAZIONALE

Ai fini della valutazione di questo elemento, di primaria


importanza ai fini dell'esame, ritenevano innanzitutto utile
ripercorrere la storia esistenziale del periziando.
Tale storia, secondo quanto riferito da Lotti e secondo
quanto risulta, era quella di un soggetto eccezionalmente
solo, privo di stabili amicizie, connotato da un limitatissimo
inserimento lavorativo (il lavoro alla draga, poi cessato) e
esistenziale, tanto da essere infine finito in una struttura per
emarginati. In tale contesto, privo di affetti familiari (il
Lotti, con dolore, aveva ricordato di essere stato rifiutato dai
congiunti), si collocavano le superficiali amicizie con prosti-
tute a loro volta connotate da gravi problemi esistenziali e,
soprattutto, si collocava il centrale e prioritario rapporto con
i "compagni di merende", Pacciani e Vanni.
Tali figure, presenti per molti anni nella vita del Lotti,
erano prioritarie rispetto a quelle più marginali, come quel
Pucci che il Lotti aveva cessato improvvisamente di fre-
quentare, e erano rilevanti soprattutto per la costanza della
attenzione che il Lotti riservava nei loro confronti. Tale lega-
me sembrava essere stato più forte con il Vanni (persona
della quale il Lotti aveva frequentato la nipote e della quale,
nonostante quanto emerso, non diceva nulla di negativo),
mentre era stato forse più ambivalente verso il Pacciani,
descritto da lui come maggiormente temibile e aggressivo.
In un panorama povero e limitato, emergevano, quindi,
con spicco, le figure di Pacciani e soprattutto di Vanni, "cop-
pia" alla quale il Lotti mostrava di essere comunque legato
(tanto da reagire con sdegno alla asserzione del Pacciani
circa la non conoscenza tra loro, e da evitare ogni critica
verso quello stesso uomo, il Vanni, che lui aveva ammesso di
veder compiere gravissimi e ripugnanti gesti).
Rispetto a tali figure, il Lotti parlava di un rapporto di
apparente dipendenza, centrato soprattutto sul timore verso
il Pacciani, e esteso fino a coercire la sua partecipazione ai
fatti criminosi e il suo silenzio, sempre per il timore del
Pacciani. Al riguardo, i consulenti, puntualizzavano che tale
tesi, che di fatto assimilerebbe il Lotti ad uno "schiavo"
rimasto tale per molti e molti anni, così terrorizzato da non
permettersi neppure il minimo gesto verso i suoi persecuto-
ri, appariva del tutto contrastante non solo con le risultanze
degli atti e con le stesse dichiarazioni dell'interessato, ma
risultava ancor più stridente, se confrontata con la persona-
lità del Lotti stesso.
Evidenziavano, altresì, che il Lotti, pur essendo una per-
sona di limitatissima cultura e di non brillante intelligenza,
aveva saputo costantemente far fronte alla situazione perita-
le, eludendo ogni tentativo di "entrare in profondità" rispet-
to ai suoi vissuti, omettendo ogni risposta potenzialmente
rilevante a fini giudiziari, mantenendo inalterata la propria
tesi, e addirittura ponendo - anche se in modo inevitabil-
mente ingenuo - attenzione alle stesse risposte che forniva
ai reattivi mentali. Rilevavano, pertanto, di non essersi tro-
vati di fronte ad un soggetto dipendente, passivo e facilmen-
te spaventabile o suggestionabile, che nel caso avrebbe
immediatamente adottato un atteggiamento di altrettanta
dipendenza verso gli inquirenti e i consulenti, ma, al contra-
rio, un uomo determinato, sfuggente o francamente sleale
quando gli era stato utile, del tutto privo di empatia e di rin-
crescimento, e attentamente impegnato nella gestione di
una sua "strategia" difensiva.
Circa il mondo della sessualità del Lotti, rilevavano come
esso fosse stato ben misero e come alle frustranti relazioni
con donne (quasi tutte prostitute) si fossero accompagnati
aspetti di carattere maggiormente perverso, relativi «alla
presenza sia di istanze omosessuali, sia di istanze palese-
mente voyeuristiche». Sotto questo profilo, sottolineavano
come la ricerca e la frequentazione della figura femminile
avrebbe potuto rappresentare semplicemente un alibi, un
meccanismo di copertura dell'orientamento omosessuale del
soggetto.
Tutto questo consentiva di proporre una interpretazione
delle vicende in esame, coerente con la personalità del Lotti
e con le dichiarazioni da lui stesso rilasciate in atti.
L'immagine che emergeva da quanto rilevato era, infatti,
quella di un soggetto che, pur non presentando esplicite
valenze distruttive e sadiche, si presentava come un «uomo
che guarda», che tuttavia non si limitava ad esercitare un
ruolo passivo, ma diveniva in qualche modo "co-protagoni-
sta", all'interno di un gruppo che - anche se forse non sul
piano fisico - «sicuramente presentava pesantissime istanze
di carattere omosessuale», come attestato dalla realtà
profonda del Lotti, dalla coerenza del rapporto tra le tre per-
sone, e da molti altri elementi citati in atti.
Con ciò, si delineava una situazione personologica molto
complessa e inquietante, della quale sicuramente occorreva
tenere conto in ogni ulteriore fase della vicenda.

1 DISTURBI SESSUALI

Quanto ampiamente ammesso da Lotti, confrontato e


confortato da quanto dichiarato da Bartalesi Alessandra,
Ghiribelli Gabriella e soprattutto Nicoletti Filippa, orientava
senza ombra di dubbio verso l'esistenza in Lotti di una
disfunzione sessuale caratterizzata da ipovalidità erettile
(disfunzione dell'erezione), indubbiamente spesso accentua-
ta dall'uso di bevande alcoliche e da saltuaria eiaculazione
precoce.
Compromissione dell'eccitazione e dell'orgasmo erano
spesso presenti in corso di intossicazione alcolica acuta, ma,
anche indipendentemente e a prescindere dalla stessa, erano
caratteristiche ricorrenti sia negli affrettati rapporti merce-
nari di Lotti, sia nel corso di relazioni con donne con le quali
egli aveva invece avuto modo di intrattenersi ad altri livelli,
di comunicare, di parlare.
Nulla conduceva, quindi, ad una possibile genesi somati-
ca della limitata funzionalità erettile del periziando, mentre
emergevano moltissimi elementi in merito alla possibile
influenza che, in tal senso, poteva essere esercitata dagli
«aspetti maggiormente perversi della sua personalità»
(aspetti rispetto ai quali, oltre a quanto già elencato, assu-
meva particolare significato la sua scelta di portare l'amica
Bartalesi ad amoreggiare proprio nel luogo del delitto del
1985, forse al fine di incrementare la propria performance
con il ricordo di quanto accaduto in quello stesso luogo).
Nel caso, non si poteva, quindi, parlare di una vera e pro-
pria impotenza non supportata da aspetti somatici né da
aspetti psicogeni, ma si doveva parlare di una scarsa pro-
pensione del soggetto a raggiungere l'eccitazione sessuale in
situazioni che non fossero confacenti alle sue aspettative e -
probabilmente - a quei desideri e a quelle fantasie dei quali
non poteva farsi latore in un rapporto eterosessuale e mer-
cenario.
Alla luce delle indagini effettuate, i consulenti erano,
quindi, in grado di rispondere, il 20 novembre 1996, in modo
conclusivo, ai quesiti posti dalla Procura della Repubblica,
dichiarando:
«Lotti Giancarlo è affetto da disturbi dell'erezione e del-
l'orgasmo di natura psicogena; detti disturbi possono essere
accentuati dall'uso di bevande alcoliche, che interagiscono
in sinergismo negativo con gli stessi, ma sembrano con mag-
gior verosimiglianza essere collegati con aspetti di carattere
perverso, propri della personalità del soggetto, che non pos-
sono trovare adempimento in un normale atto sessuale, e la
cui frustrazione può forse contribuire alla scarsa performan-
ce del soggetto; tra le cause che si trovano alla base di que-
sta situazione sono da segnalare: l'isolamento in cui ha tra-
scorso la sua infanzia e adolescenza; la colpevolizzazione
delle sue prime curiosità e approcci erotici; la mancata
acquisizione di abilità relazionali e sociali; il complesso di
inferiorità in lui presente a tutti i livelli (intellettivo, affetti-
vo, relazionale, sociale e economico) nonché gli elementi
maggiormente perversi, sopra citati; i disturbi sessuali che
lo affliggono da anni entrano direttamente nella genesi e
nella dinamica dei reati per cui il medesimo è indagato,
quali ricostruiti dalle indagini e dalle dichiarazioni dello
stesso Lotti; nel senso che hanno fatto di lui non solo e non
tanto il passivo spettatore, l'esecutore marginale di delitti da
altri organizzati, pianificati e portati a termine, ma anche -
e in modo più sottile - un attento e sicuramente servizievole
(se ci si consente questo termine) collaboratore degli assas-
sini, senza dubbio gratificato dal proprio ruolo e stimolato
da quanto osservava in quelle occasioni; alla luce di quanto
riferito, in estrema sintesi la realtà chiara del periziando può
essere identificata in quella di un uomo apparentemente
immune da patologie somatiche e psichiatriche di rilievo,
ma orientato in senso omosessuale e connotato da forti
istanze di carattere perverso, sicuramente tali da essere
parte della sua personalità, delle sue scelte e della sua stessa
interazione con l'esterno».

3. S C H E D A SULLA SITUAZIONE

PATRIMONIALE E FINANZIARIA DI

Pacciani

Dagli accertamenti eseguiti, la situazione finanziaria e


patrimoniale del Pacciani, maturata nel corso degli anni,
risultava la seguente.

- Dal 16.04.51 al 04.07.64 Pacciani era stato detenuto per il


reato di omicidio ai danni di Bonini Severino.
Da un accurato esame del fascicolo personale relativo a
tale periodo di detenzione, era emerso che lo stesso aveva
più volte richiesto al competente Ministero di Grazia e
Giustizia il pagamento delle spese di viaggio che i suoi fami-
liari avrebbero dovuto affrontare per recarsi da lui in visita,
«in quanto poveri».
Lo stesso aveva, inoltre, chiesto sia all'Ente Comunale di
Vicchio che al Patronato, sussidi e aiuti finanziari per la sua
famiglia.
Inoltre, nel predetto fascicolo, era presente un certificato
del Comune di Vicchio, datato 14.11.63, a firma del Sindaco,
attestante lo stato di «nullatenenza e povertà» del Pacciani.

- Al momento della scarcerazione, avvenuta in data 4.7.64,


disponeva di fondi pari a £ 350.000, come si evinceva da un
estratto della pratica di «liberazione di Pacciani Pietro»,
redatta dalla Casa Circondariale di Padova in data 4.7.64.

- Dal 1965 al 1968, risultava aver lavorato, in qualità di mez-


zadro, presso il podere "Casino Particchi" sito in località
Badia a Bovino, di proprietà di Ceseri Costantino.
Durante tale periodo, non aveva percepito alcuno stipen-
dio, ma aveva diviso il raccolto e l'eventuale vendita di
bestiame con il proprietario del fondo.
La moglie del defunto Cesari Costantino, interrogata,
aveva precisato che «il reddito del podere era appena suffi-
ciente a mantenere una famiglia».

- Verso la fine degli anni Sessanta, inizio degli anni Settanta,


per circa tre anni, aveva lavorato in qualità di mezzadro,
senza quindi alcuna retribuzione in denaro, presso un pode-
re in località Casini di Rufina, in via Forlivese di proprietà di
Lotti Cesare, da cui, a dire delle figlie del Lotti stesso, aveva
ricavato «l'indispensabile per il fabbisogno di una famiglia».
- Dal 15.4.73 al 31.12.81, risultava aver lavorato nell'azienda
agricola di Rosselli del Turco, con le mansioni di operaio
agricolo specializzato, percependo il pagamento di n. 40 ore
settimanali.
Veniva acquisita la documentazione relativa alle somme
percepite dal Pacciani dal 1978 al 1982, così suddivise:
nel 1978 £ 5.913.270
nel 1979 £4.293.383
nel 1980 £ 5.583.115
nel 1981 £ 5.007.741
nel 1982 £ 5.420.403
per un totale di £ 26.217.912
(in data 30.9.79 Pacciani aveva acquistato la casa di Piazza
del Popolo n. 7 per la somma di £ 26.000.000 in contanti)

- Dalla fine del 1982 alla metà del 1984, risultava aver lavo-
rato presso la famiglia Gazziero, in qualità di operaio av-
ventizio agricolo, saltuariamente con retribuzione di circa
£ 5.000/6.000 l'ora.
(In tale arco di tempo, aveva acquistato: nel dicembre
1982 l'autovettura Ford Fiesta targata FI D26185 per una
somma contante di £ 6.000.000, nonché in data 30.6.84, l'a-
bitazione di via Sonnino nr. 32 per la somma di £ 35.000.000
in contanti).
- Dal 24.10.85 al 6.4.87, risultava aver lavorato, in tre brevi
periodi di tempo, presso la "Fattoria di Luiano", sita in
Mercatale Val di Pesa (FI), di Palumbo Alberto, percependo
complessivamente la somma di £ 1.600.000 circa.

- Era stato detenuto per violenza ai danni delle figlie dal


30.7.87 al 6.12.91 e aveva percepito, durante la sua carcera-
zione:
nel 1988 £ 593.000
nel 1989 £ 386.000
come si evinceva dall'archivio dell'anagrafe tributaria.

- Sia il Pacciani che la moglie, Manni Angiolina, beneficia-


vano della pensione minima erogata dall'I.N.P.S., rispettiva-
mente dal febbraio del 1979 e dal gennaio del 1973.
Nell'arco degli anni la pensione era rimasta sempre al
"minimo" per un importo che era variato dalle £ 122.000 del
1973 alle attuali £ 659.050 mensili. La riscossione avveniva
con cadenza bimestrale con tredici mensilità annue.

- Dei genitori dei predetti coniugi solo il Manni Pio, padre


dell'Angiolina aveva riscosso una pensione dall'I.N.P.S. di
categoria "minima" dal novembre del 1959 al febbraio del
1978.
- Da una nota dei CC di Vicchio di Mugello (FI) nr. 3419/9
R.P.P., datata 18.03.63, si rilevava che la madre del Pacciani,
all'epoca, aveva una pensione di circa £ 5.000 mensili.

- Non risultava alcuna successione da:


* Pacciani Antonio e Bambi Rosa, genitori di Pacciani
Pietro;
* Manni Pio e Gaudenzi Giulia, genitori di Manni Angiolina.

- Le figlie Rosanna e Graziella avevano frequentato


l'Orfanatrofio di S. Giovanni in Sugana, comunemente chia-
mato dagli abitanti di S.Casciano, "Il Tálete", a spese in parte
del Comune e in parte dell'O.N.M.I. Non era possibile acqui-
sire la documentazione cartacea inerente le spese sostenute
per la frequenza delle due ragazze, in quanto l'istituto aveva
cessato la propria attività nel 1975.
Pacciani Graziella, dal 1987-1988, aveva lavorato presso
la famiglia Cappelli, in qualità di domestica, con uno stipen-
dio, all'atto dell'accertamento (anno 1996) di £ 800.000 men-
sili, vitto e alloggio compresi. Precedentemente la stessa non
aveva svolto altro lavoro retribuito.
Pacciani Rosanna, allo stato degli accertamenti (anno
1996) non espletava alcuna attività lavorativa, in quanto
ricoverata presso il centro diurno "Meoste". In passato la
stessa risultava aver lavorato presso la famiglia Giacchetti,
in qualità di domestica dal 30.10.85 al 16.03.91, percependo
una retribuzione mensile che andava dalle £ 500.000 mensi-
li iniziali, a £ 750.000 mensili degli ultimi periodi, vitto e
alloggio compresi. Precedentemente, non risultava avesse
svolto altro lavoro retribuito. Sempre all'atto degli accerta-
menti, la predetta risultava percepire, dal Comune di S.
Casciano V.P., un contributo "minimo vitale" di £ 700.000
bimestrali, come si evinceva dalla delibera della Giunta
Comunale del 2.9.96.
INDICE

Avvertenza pag. 4

i DELITTI » 5

L'INCHIESTA » 30
I testimoni dimenticati » 30
Le donne dei "compagni di merende" » 44
Giancarlo Lotti, operaio alla draga » 71
L'attendibilità della confessione di Lotti » 123
Mario Vanni, il postino » 145
Giovanni Faggi, il rappresentante
di piastrelle » 163
La pista sarda » 168

EPILOGO » 191

APPENDICE » 211
1. Cronologia fondamentale » 211
2. Stralci della consulenza tecnica dei
Prof. Ugo Fornari e Marco Lagazzi su
Giancarlo Lotti » 219
Anamnesi familiare » 219
Anamnesi personale » 220
Le condizioni somatiche » 228
L'eventuale sussistenza di patologie
psichiatriche » 229
La condizione psicologica e relazionale pag. 229
I disturbi sessuali » 231
3. Scheda sulla situazione patrimoniale
e finanziaria di Pacciani » 233
Finito di stampare
dallo Stabilimento Poligrafico Fiorentino
nel Maggio 1998 <ff*

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