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IL CANTO BENEVENTANO

Il canto gregoriano è un repertorio monodico e liturgico della chiesa latina, si è sviluppato e diffuso in
Europa a partire dal IX secolo. I manoscritti di quel periodo si trovano, in buona parte, nella biblioteca
capitolare di Benevento. La maggior parte di essi contiene il predetto repertorio gregoriano
rappresentando, quindi, un repertorio internazionale. All’interno di questi manoscritti si trovano, inoltre,
delle melodie che appartengono al canto beneventano.

Il canto beneventano è un repertorio per la messa e per l’ufficio, che sono i due servizi principali della
chiesa latina, con una serie di melodie e testi diversi dal canto gregoriano. Secondo una ricostruzione fatta
da vari studiosi, tra cui il più conosciuto è il professor Kelly, era un repertorio in uso prima del gregoriano
nella regione beneventana. Quando si parla di canti beneventani, scrittura beneventana, manoscritti
beneventani, ecc. si intendono scritti della regione di Benevento, che si estendeva da poco a nord di
Montecassino e comprendeva buona parte della Campania e buona parte della Puglia. La chiamano regione
beneventana o zona beneventana perché è un termine che utilizzava Ilias Avrei Fow.

Ciò che unifica le diverse regioni che ne fanno parte è il testo e per noi musicisti è la notazione. Nel
medioevo fino ad una certa epoca le scritture erano differenti, a seconda delle zone geografiche, ad
esempio in Spagna si usava un certo tipo di scrittura, nell’Italia meridionale un altro tipo di scrittura che noi
chiamiamo beneventana, ma loro non la chiamavano beneventana ma Longobardica, mentre alcuni
studiosi hanno usato il termine Cassinese, a seconda dei luoghi che prediligevano. Però alla fine è stato
deciso di chiamarla beneventana perché una delle capitali del principato è appunto Benevento e quindi è
rimasto questo termine.

DIFFERENZE NELLA SCRITTURA

Le lettere sono molto simili alle nostre tranne alcune, ad esempio la “(a) minuscola” nella scrittura
beneventana è formata da un cerchio e un semicerchio, la “(t) minuscola” è molto simile alla (a), però la
differenza è che ha un tratto orizzontale e dritto.

Nel resto d’Europa e nel resto d’Italia si usava la scrittura Carolina che è molto simile alla nostra scrittura
moderna minuscola, si chiama Carolina perché deriva da Carlo Magno.

Tutti i manoscritti che contengono la scrittura beneventana hanno una variante della scrittura neumatica
che è piuttosto simile alle scritture neumatiche italiane con delle particolarità grafiche. Alcuni segni che si
trovano solo nella scrittura beneventana, ad esempio il segno “Pers Volubilis” (sono due note, una sotto e
l’altra sopra con la differenza che la nota superiore è luquescente, cioè il suono della nota viene articolato
all’interno della consonante da cui è legato, utile per riconoscere un canto beneventano).

I canti gregoriani non riuscivano a colmare tutta l’interezza dei canti per la liturgia ed in questi casi si faceva
un contraffactum (si prendeva una melodia già esistente e si aggiungeva un nuovo pezzo).

Ricordiamo la messa per San Bartolomeo che si trova nei manoscritti beneventani, San Bartolomeo è uno
dei patroni di Benevento.

La messa per San Bartolomeo e in particolare i manoscritti beneventani, hanno preso le melodie gregoriane
originariamente dedicate alla vergine che è un’altra patrona di Benevento e l’hanno rivestita con nuovi testi
dedicati specificamente a San Bartolomeo, oppure si componevano nuove melodie sempre nello stile
gregoriano.

Ricordiamo il manoscritto Benevento 40, il codice 40 fa riferimento alla biblioteca capitolare di Benevento,
comincia dalla settimana di Pasqua, è un manoscritto del XI secolo ed è interessante vedere come una
persona di 1000 anni fa ha scritto musica in questo luogo (Benevento) e si suppone che questo manoscritto
sia stato copiato nella chiesa di Santa Sofia.
Questa notazione può sembrare strana perché ci sono simboli particolarmente diversi dai simboli che
utilizziamo noi nei nostri spartiti, però il principio è esattamente lo stesso.

I nostri spartiti si basano su 3 convenzioni di base, sull’altezza delle note, sulla direzione delle note che
leggiamo da sinistra a destra.

I primi documenti in cui troviamo la notazione, erano manoscritti liturgici che in origine erano già provvisti
di testo per la liturgia, l’introito e poi è stata aggiunta la notazione sopra.

I METODI DI APPRENDIMENTO DEL CANTO GREGORIANO

Il manoscritto Beneventano 40 contiene soltanto una parte di tutte le melodie, di tutti i testi che i monaci
ed anche le monache dovevano imparare per poter fare la liturgia. Se noi pensiamo che la liturgia era
cantata dall’inizio alla fine, tutti i giorni dell’anno, molte volte al giorno, possiamo dedurre che è un
repertorio di canti molto esteso che si aggira intorno ad un migliaio di canti. Se pensiamo a quando si è
diffuso, con i carolingi che avevano un grande interesse nel diffondere il repertorio gregoriano attraverso
l’Europa, possiamo dire che sia avvenuto prima dell’invenzione della notazione.

E’ stato un processo che è avvenuto oralmente e pertanto tutte queste melodie andavano memorizzate,
per i testi c’era poi il supporto della scrittura.

La cosa affascinante dello studio di questi manoscritti antichi consiste in una serie complessa di
metodologie che hanno messo in atto per poter padroneggiare questo repertorio, esso va da melodie
estremamente semplici come una cantillazione, sillabica (con una sola nota per sillaba). Esistono melodie
molto più complesse e virtuosistiche.

Poter padroneggiare un repertorio così vasto è una cosa complessa, perfino per delle menti ben allenate,
ed avevano inventato dei sistemi che erano tutti nelle loro memorie, che era uno strumento di creazione e
non ci hanno lasciato tante cose per capire il loro metodo di apprendimento.

Uno dei primi metodi che hanno utilizzato è quello di essersi inventati una serie di frasi che avevano i
numeri ed erano frasi estrapolate dalla Bibbia. C’è una frase del Vangelo di Matteo che dice “Cercate per
prima cosa il regno di Dio” e l’hanno trasformata mettendo la parola prima (primum) all’inizio della frase.
Questa frase serviva per associarla al N°1 (Primum), a questa frase c’è stata aggiunta una piccola frase
musicale, associandola al 1° modo (i modi sono 8), era utilizzata per fare un riassunto all’osso di quella che
è una melodia in 1° modo. Nel momento che avevano difficoltà a capire la melodia la associavano a questo
modo, oppure la utilizzavano come preparazione per l’orecchio, prima di cantare una melodia in 1° modo,
potendo ripassare questa frase che era facile da memorizzare, anche per il termine primum con cui veniva
composta la frase e ogni frase era numerata in modo diverso, facendo sempre riferimento agli 8 modi e
quindi alle 8 frasi, ad es. Secondum, ecc.

Ogni frasetta ha una melodia e la melodia è formata secondo le caratteristiche del modo.

La melodia del 7° modo “Sette sono gli spiriti d’avanti al trono di Dio”.

La scrittura beneventana ha il principio dell’andare sopra, sotto e mantenere gli intervalli, può sembrare
strana perché la forma è molto diversa rispetto alla nostra notazione, quella neumatica utilizza un unico
simbolo per scrivere diverse note, quindi riuscivano a scrivere diverse note con un unico simbolo.

Un altro meccanismo in cui queste formule che erano memorizzate e che quindi facevano parte della loro
conoscenza, venivano scritte utilizzando una notazione in cui si usano i nomi delle note invece delle note
stesse, questi nomi delle note vengono attribuiti a Guido D’Arezzo con il suo sistema.

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