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LEZIONE 1-2

Linguistica: Scienza che studia sistematicamente il linguaggio umano nella totalità delle sue manifestazioni,
e quindi le lingue come istituti storici e sociali, la loro ripartizione, i loro reciproci rapporti, nonché la
funzionalità delle singole lingue sotto differenti aspetti (fonetico, sintattico, lessicale, semantico), sia nella
struttura con cui si presentano in un determinato momento della loro storia, sia nella loro evoluzione
attraverso il tempo.

Linguistica italiana: quindi ci occuperemo della storia e della struttura dell’italiano in tutte le implicazioni
storiche, sociali, funzionali con qualche cenno ai rapporti con le altre lingue, quando sia necessario per
spiegare le trasformazioni (ad esempio dal latino all’italiano) o per rendere conto di fenomeni di
cambiamento in atto (ad esempio dovuti a contatti con l’inglese)

La linguistica si divide in:


Linguistica storica o diacronica: che studia il trasformarsi di una data lingua in successione temporale (storia
della lingua);
Linguistica sincronica o descrittiva: che studia una determinata lingua in un dato momento (un suo
particolare indirizzo è la linguistica strutturale, che si propone di determinare le strutture interne di un dato
sistema linguistico).

Grammatica: insieme delle strutture di una lingua, ma per analizzare e descrivere abbiamo bisogno di
studiare le diverse discipline che, nel loro insieme, raccolgono tutti i livelli di articolazione della lingua.

Fonetica e fonologia (comp. da fono, ‘suono’ e -logia, ‘discorsi’): discipline che studiano i suoni. La fonetica
si occupa dei suoni linguistici (foni) da un punto di vista concreto (tutti quelli che il nostro apparato
fonatorio può produrre); la fonologia studia i suoni da un punto di vista astratto e relazionale (fonemi); le
regole della fonologia permettono di individuare il repertorio di suoni di ciascuna lingua e le loro relazioni
con i segni grafici che li rappresentano

Morfologia (comp. di morfo- e -logia; il termine è stato coniato per la prima volta da Goethe (ted.
Morphologie) per indicare l’anatomia comparata): disciplina che studia le forme delle parole. Unità minima
della morfologia è il morfema, ciascun elemento minimo dotato di significato di cui si compongono le
parole. Il significato può essere sia “semantico” (cas-a) sia grammaticale (cas-a)

Morfologia flessiva e morfologia lessicale Morfologia flessiva: si occupa dei morfemi che portano
informazioni grammaticali (genere, numero, tempo, modo, alterazioni, derivazioni, ecc.) Morfologia
lessicale: si occupa dei morfemi che portano il significato “vero e proprio” della parola

Lessema (lemma): denominatore comune tra tutte le forme che può assumere una parola variabile, quella
forma che troviamo sul vocabolario (sing. per i nomi; sing. masc. per gli aggettivi; infinito per i verbi, ecc.).
Parola: non c’è una definizione univoca, ma quella che convince di più è quella di sequenza grafica
delimitata da spazi.

Unità lessicale superiore (o unità sintattica o ancora polirematica): è il caso più evidente della non
perfezione della definizione di parola appena vista. Si tratta infatti di espressioni formate da più parole
separate graficamente, ma che hanno significato solo nella loro unitarietà: conferenza stampa; chiavi in
mano, macchina da cucire, casco blu, ecc.

Sintassi: (dal gr. σύνταξις «associazione, organizzazione», comp. di σύν «con, insieme» e τάξις
«sistemazione»). Nella linguistica descrittiva, una delle quattro parti tradizionali della descrizione linguistica,
che ha per oggetto lo studio della connessione di unità minori per formare unità maggiori. Si occupa dei
fonemi, morfemi e vocaboli non presi per sé stessi ma calati nel contesto della frase, cioè dei procedimenti
mediante i quali il parlante pone in mutuo rapporto gli elementi lessicali per la formazione di
un’espressione compiuta (frase, periodo).

Sintassi: (dal gr. σύνταξις «associazione, organizzazione», comp. di σύν «con, insieme» e τάξις
«sistemazione»). Nella linguistica prescrittiva (o normativa), l’insieme delle norme che regolano l’uso dei
procedimenti mediante i quali le unità significative si combinano in frasi e in periodi. Oggetti di studio della
sintassi sono il sintagma, la frase semplice e la frase complessa. Sintagma: il sintagma è un’unità intermedia
tra la parola e la frase. Per es. la casa, a scuola, per caso, contare su (qualcuno). Si distinguono: sintagma
nominale, verbale, aggettivale, preposizionale. Oggetti di studio della sintassi sono il sintagma, la frase
semplice e complessa. La frase è un insieme di parole disposte intorno a un verbo di senso compiuto e
autonomo.

Frase semplice: la frase semplice (detta anche ➔proposizione) è formata da un unico verbo.
Frase complessa: La frase complessa (detta anche ➔periodo) è formata da più proposizioni collegate tra
loro sullo stesso livello o su livelli diversi.

Testo: prodotto definitivo (scritto, orale o trasmesso), dotato di coerenza e coesione, garantite dalla
efficace composizione di frasi e componenti di frase nelle loro relazioni reciproche.

Lessicologia: studio scientifico del lessico, delle proprietà caratteristiche delle parole, del modo in cui
entrano in rapporto tra loro.
Lessicografia: ha finalità più pratiche e tenta di individuare le modalità più efficaci per descrivere e
catalogare il lessico di una lingua.

Lessico: insieme delle parole di una lingua, descritte e raccolte in un supporto (cartaceo o digitale) che è il
dizionario. Sistema aperto, sempre in trasformazione: perde e acquisisce elementi continuamente

Semantica: studio del significato, associata immediatamente al lessico perché quando pensiamo a una
parola pensiamo prima di tutto ad associarle un significato.

Parole piene: nomi, aggettivi, verbi, alcuni avverbi immediatamente associabili a un referente
extralinguistico.
Parole grammaticali: articoli, preposizioni, pronomi, congiunzioni e alcuni avverbi non del tutto privi di
significato, ma che svolgono in primo luogo una funzione grammaticale

La Linguistica sincronica e Ferdinand de Saussure


(1857-1913)
Diacronia: quello che accade nelle lingue nel tempo
Sincronia: regole che presiedono al funzionamento
delle lingue in ogni istante Langue
(competenza/sistema): insieme astratto di risorse che
compongono la lingua depositate nella nostra mente
Parole (esecuzione/discorso): effettivi comportamenti
linguistici individuali
Teoria del segno linguistico. Il linguaggio si compone di
segni, unità a doppia faccia, composti da: Significato,
concetto che gli è associato
Significante, suoni, immagine acustica, che esprime tale
significato.
Arbitrarietà del segno linguistico.

Il rapporto tra significante e significato è


arbitrario, ovvero la maggior parte delle parole
(un’eccezione è rappresentata dalle
onomatopee) non deve la propria forma alla
natura di ciò che designa.

Una prova di questo principio lo si ritrova nel


fatto che lo stesso concetto può essere espresso
con segni linguistici completamente diversi nelle
diverse lingue.

Non tutti i segni sono arbitrari…


Indici: sono segni che manifestano la cosa per via di un rapporto di causa-effetto. Il fumo in lontananza ci
dice che c’è un fuoco acceso; la febbre mi dice che ci può essere un’infezione. Se sono prodotti
intenzionalmente si chiamano segnali (segnali di fumo): se il fuoco è stato acceso intenzionalmente per
farsi trovare da indice diventa segnale.
Icone: dal greco eikón ‘immagine’, sono quei segni che rimandano alla cosa attraverso la loro somiglianza
con essa. Immagini della donna e dell’uomo sulle porte dei bagni pubblici; la cornetta disegnata sul tasto di
chiamata dei cellulari. Sono per lo più intenzionali quindi somigliano molto ai segnali.
Simboli: il simbolo funziona all’interno di un sistema di convenzioni culturali (le candeline su una torta, la
fascia nera in segno di lutto, ecc.), ma possono essere anche del tutto arbitrari. I simboli arbitrari sono i
segni per eccellenza.

Ogni lingua è un sistema le cui parti sono in relazioni regolari tra di loro.
Relazioni sintagmatiche: relazioni in presenza che un segno linguistico ha con gli altri segni che occorrono
insieme a lui. Relazioni associative (o paradigmatiche): relazioni in assenza che un segno linguistico ha con
gli altri segni capaci di occorrere al suo posto.

Quello che definisce la funzione di un segno linguistico non è la sua natura concreta, il suo essere fatto in un
certo modo, ma il suo essere diverso dagli altri, in particolare da quelli contigui per significato o per
funzione. Bambino - Ragazzo - Uomo Si distinguono nella relazione tra loro. Se l’italiano non avesse, ad
esempio, ragazzo gli altri due nomi coprirebbero anche il suo significato
Esempio degli scacchi Se mi manca un pezzo posso sostituirlo con qualsiasi cosa che lo rappresenti, al posto
di un cavallo, ad esempio, posso prendere una moneta, un tappo o qualsiasi altra cosa: basta però che non
prenda un altro pezzo degli scacchi perché quello che distingue il cavallo non è la sua forma, ma il fatto di
essere diverso da tutti gli altri pezzi. Questo principio fondamentale vale sia per le parole, sia per la
funzione dei suoni della lingua. Non importa come ciascun parlante pronuncia un suono, ad esempio la c (a
Firenze spirantizzata!), basta che non venga sostituita con un altro suono distintivo dell’italiano.

Il sistema-lingua è una struttura in cui le funzioni e le relazioni reciproche tra gli elementi è fondamentale.
Da questa concezione ha avuto origine lo strutturalismo, la corrente di pensiero che ha portato a definire
come sistemi strutturati altre realtà umane che funzionano in modo simile.

LEGGI DISCORSO DI MATTARELLA ALFABETIZAZZIONE.


FUNZIONE EMOTIVA (ESPRESSIVA) fuoco sul mittente Che esprime le sue emozioni al destinatario cercando
di coinvolgerlo sullo stesso piano Molto importanti sono i soggetti e il punto di vista, in genere ravvicinato
per creare vicinanza – Nel linguaggio verbale deve provocare una emozione al destinatario ti desidero.
FUNZIONE REFERENZIALE (INFORMATIVA) fuoco sul contesto Quando ci si riferisce a qualcosa, si parla, si
descrive o si informa di qualcosa, di un avvenimento che interessa il “mondo” in cui si vive (le immagini dei
cataloghi tecnici o dei manuali d’uso di apparecchiature svolgono al meglio questa funzione) – Nel
linguaggio verbale ha valore descrittivo della realtà oggi è nuvoloso
FUNZIONE POETICA (ESTETICA) fuoco sul messaggio Si valorizzano gli aspetti qualitativi e formali del
messaggio (materiali, colore, composizione. Tutto il resto può essere messo da parte - Nel linguaggio
verbale quando si usano espressioni tipo ...e il naufragar m'è dolce in questo mare
FUNZIONE FATICA fuoco sul contatto Quando utilizziamo elementi per mantenere e sottolineare il contatto
comunicativo con il destinatario. Mani che si protendono, sguardi che si incontrano, elementi particolari
che attirano e mantengono l’attenzione sul canale. - Nel linguaggio verbale tutti gli uhm...si, si...davvero
detti durante una conversazione telefonica per far capire all'altro che siamo attenti e interessati a ciò che ci
viene raccontato
FUNZIONE METALINGUISTICA fuoco sul codice Si usano segni per spiegare, interpretare e commentare altri
segni facendo comunicazione sulla comunicazione - Nel linguaggio verbale la formula E=mc2 ci parla di un
linguaggio utilizzando un altro linguaggio
FUNZIONE CONATIVA fuoco sul destinatario Quando il messaggio contiene un ordine, una seduzione, un
obbligo che riguarda il destinatario inducendolo ad assumere un certo comportamento. - Nel linguaggio
verbale: apri la finestra, chiudi la porta…

LEZIONE 3-4
Lingua, cervello e movimento

Acquisizione: facoltà di imparare in modo naturale una lingua, progressiva conquista della prima lingua (o
lingua materna).
Apprendimento: processo guidato che richiede impegno e sforzi specifici.
Processi possibili solo all’essere umano in quanto dotato di pensiero che è la facoltà di associare i dati di
realtà con i segnali fino a fonderli in simboli

Per il bambino, immerso nei suoni di quella che sarà la sua lingua materna, le espressioni linguistiche
diventano simboli di persone e oggetti attraverso un processo associativo sensoriale: i suoni diventano il
rivestimento linguistico di sensazioni, emozioni, oggetti e concetti precisi e unici (mamma, pappa, nanna,
papà).
Sono i simboli che ci permettono di pensare, di svolgere attività di astrazione. In condizioni normali tale
processo avviene inconsapevolmente: solo dai 4 anni di età i bambini sviluppano la consapevolezza delle
sillabe e dai 5/6 anni dei singoli suoni (maggiore astrazione). Gli adulti educatori è importante che
favoriscano questo passaggio dall’implicito all’esplicito.

Il funzionamento del cervello umano è ancora abbastanza misterioso, ma sul linguaggio sono stati fatti passi
decisivi negli ultimi decenni. Già nell’Ottocento erano stati fatti esperimenti che avevano portato alla
localizzazione delle principali funzioni linguistiche.

Pierre-Paul Broca (1824-1880): antropologo francese che, studiando un soggetto che aveva perduto la
capacità di produrre parole, nel 1861 riuscì a individuare una degenerazione della terza circonvoluzione del
lobo frontale sinistro, da allora denominata Area di Broca.
Karl Wernicke (1848-1905): psichiatra polacco-tedesco che nel1874, studiando un caso di parlato fluido ma
completamente privo di senso, riuscì a circoscrivere un’altra zona del cervello, la circonvoluzione temporale
superiore della corteccia cerebrale dell’emisfero sinistro, la cosiddetta Area di Wernicke.
Fu così scoperta la predominanza dell’emisfero sinistro per le funzioni linguistiche. Il cervello resta
comunque un organo molto plastico e flessibile a tal punto che, in caso di lesioni, c’è sempre la possibilità
che uno dei due emisferi si modifichi in parte e supplisca alle funzioni dell’altro.
Negli ultimi decenni si sono molto ampliate le conoscenze sulle relazioni tra cervello e linguaggio, grazie allo
sviluppo di tre ambiti di ricerca, diversi ma interrelati:
1) le tecniche di neuroimmagine che permettono di osservare la distribuzione dell’attività del cervello
vivente e al lavoro misurando il flusso sanguigno e i cambiamenti di ossigenazione del sangue in risposta a
differenti attività;
2) la scoperta dei neuroni specchio (fondamentali gli studi di Giacomo Rizzolatti e del suo gruppo di ricerca),
capaci di rispecchiare l’azione osservata (quindi percepita attraverso i sensi) e di reagire come se
l’osservatore compisse effettivamente lo stesso movimento. Questi neuroni sono quindi al centro di
comportamenti imitativi che giocano un ruolo fondamentale nell'intelligenza linguistica e mettono in
relazione le aree prettamente linguistiche e quelle che regolano il movimento del corpo;
Teoria dei neuroni specchio: importanza del corpo come innesco dei processi mentali, e in particolare dello
sviluppo linguistico, capovolgendo la concezione più diffusa nella maggior parte delle culture per cui le
attività intellettive si collocano a un livello superiore rispetto a quelle motorie. Inoltre, il verificarsi di questa
“simulazione interna” di azioni svolte da altri, gioca un ruolo determinante nella capacità di “entrare nella
mente degli altri”, di costruire quindi legami di empatia e partecipazione alle emozioni altrui.
Ogni bambino, fin dal momento della nascita, è immerso in una costante sollecitazione sensoriale: suoni,
odori, sapori, contatto fisico, sensazioni di caldo/freddo e le voci degli adulti intorno che parlano una lingua,
che emettono quindi suoni particolari che il neonato mostra di riconoscere dagli altri stimoli sonori
attraverso quella che è stata definita sincronia interattiva.
Sincronia interattiva: micromovimenti che i bambini di poche settimane producono con il corpo solo in
risposta al linguaggio umano. Questo fa pensare che il linguaggio umano non sia una facoltà esclusivamente
mentale e che lo sviluppo cognitivo abbia come fondamento il movimento
3) indagini sulle basi genetiche del linguaggio, attraverso il confronto di dati raccolti su soggetti affetti da
disturbi del linguaggio in età evolutiva, alla ricerca di relazioni tra tali disturbi e modifiche genetiche.

Dai primi micromovimenti, il neonato sviluppa gradualmente azioni motorie, sempre più numerose e
complesse che, nella ripetizione, si fissano in memorie procedurali. Imparare a parlare, nel senso di
acquisire la sequenza dei movimenti di muscoli e organi vocali in modo da articolare suoni significativi,
implica infatti imitazione e ripetizione e si avvicina molto a quello che accade nella memorizzazione degli
atti motori.
Nell’acquisizione della lingua l’articolazione delle sequenze sillabiche diventa sempre più veloce, fluida e
precisa fino a diventare automatica, senza richiedere una “costruzione” consapevole e impegnativa ogni
volta che viene prodotto un enunciato. La conquista della produzione fonica è una scoperta entusiasmante
per i bambini, una capacità che alimenta e migliora sé stessa: il bambino ascolta la sua voce e consolida
l’impianto della sua lingua.
Nell’acquisizione della lingua l’articolazione delle sequenze sillabiche diventa sempre più veloce, fluida e
precisa fino a diventare automatica, senza richiedere una “costruzione” consapevole e impegnativa ogni
volta che viene prodotto un enunciato. La conquista della produzione fonica è una scoperta entusiasmante
per i bambini, una capacità che alimenta e migliora sé stessa: il bambino ascolta la sua voce e consolida
l’impianto della sua lingua.
La concretezza corporea è centrale e imprescindibile nei processi di formazione e rappresentazione
mentale: per un completo e armonioso sviluppo cognitivo e linguistico, i bambini hanno quindi estremo
bisogno di sperimentare con il corpo, toccando, manipolando materiali diversi e muovendosi nella realtà
che li circonda, sia con azioni libere sia con esperienze strutturate di giochi di movimento.
1983 italiano tendenziale Mioni A. M., Italiano tendenziale: osservazioni su alcuni aspetti della
standardizzazione, in Scritti linguistici in onore di Giovan Battista Pellegrini.
1985 italiano dell’uso medio Sabatini F., ‘L’italiano dell’uso medio’: una realtà tra le varietà linguistiche
italiane.
1987 neostandard o italiano regionale colto medio: Berruto G., Sociolinguistica dell’italiano
contemporaneo.

Standardizzazione
La standardizzazione di una lingua è il risultato di un processo storico che prevede più fasi:
SELEZIONE a partire dalle diverse varietà presenti in uno spazio linguistico si può elaborare per ibridazione e
mescolanza una koinè oppure si può scegliere una sola tra le varietà concorrenti; per l’italiano si è presa
questa seconda strada e la scelta è caduta sul fiorentino del Trecento.
CODIFICAZIONE Le regole della varietà scelta vengono esplicitate attraverso grammatiche (norma esplicita)
e/o diffuse attraverso l’imitazione di modelli condivisi (norma implicita); per l'italiano questo processo ha
preso avvio con le prime grammatiche realizzate nel Cinquecento e con l’imitazione dell’uso di alcuni
autori.
DIFFUSIONE ovvero l'allargamento della varietà individuata a una più ampia base di utenti: ciò può avvenire
attraverso dominio politico-militare o, come nel caso dell’italiano, a causa del prestigio culturale
ESTENSIONE DELLE FUNZIONI cioè la possibilità di servirsi della varietà standard in tutti gli usi, orali e scritti.
Per gli usi scritti questo processo è stato compiuto dall’italiano tra il Cinquecento e l’Ottocento, mentre per
la lingua orale il percorso si è avviato con l’unità d’Italia ma non può dirsi ancora del tutto compiuto,
almeno per le abitudini di pronuncia.

Nozione di standard.
Caratteristiche stabilità flessibile (istituzioni codificanti)
intellettualizzazione (elaborazione e uso in testi astratti)
funzione unificatrice (all’interno, come legame tra parlanti di domini sociogeografici diversi)
funzione separatrice (verso l’esterno, in opposizione ad altri standard nazionali)
funzione di prestigio (modello ammirato: produzione letteraria, usi ufficiali e formali)
funzione di modello di riferimento (norma codificata costituente una pietra di paragone per i giudizi di
correttezza)

Grammatica «leggera» Intesa come tolleranza per le oscillazioni nel rispetto di quell’equilibrio tra lingua
istintiva e lingua cosciente indicato da Bruno Migliorini nel 1939 come carattere dell’italiano nella sua storia

Le Varietà dell’italiano del Terzo Millennio Varietà.


L'italiano del Terzo Millennio, vischioso e un po' fluttuante, consiste essenzialmente in due fenomeni: a) un
ulteriore abbassamento, verso una più vivace o spigliata informalità, della soglia di standardizzazione
dell'idioma nazionale già avvicinata o raggiunta dall'«italiano dell'uso medio» (una nozione ormai
inservibile); b) una sensibile ibridazione, innescata dalle seconde linee di una conversazionalità che fa da
cerniera tra la formalità o serietà difensiva delle terze e la trasandatezza destabilizzante e d'assalto delle
prime, producendo miscele di base italiana esaltate dalla presenza di additivi «brillanti»: dialettalismi,
regionalismi, anglismi.
I sempre più fitti scambi tra le diverse varietà dell'italiano, effetto di una decisa progressione verso
l'annullamento o la riduzione delle loro distanze, rendono necessario recuperare l'idea di un loro uso, prima
ancora che normativo, funzionale.

Il repertorio italiano oggi Già a un primo sguardo saltano agli occhi alcuni elementi di novità. Innanzitutto il
generale affollamento della zona centrale del grafico, indice di una notevole riduzione delle distanze tra le
diverse varietà (ovvero di una sostanziale medietà della lingua dell’uso).
Poi altri fenomeni, tra i quali:
a) la maggiore incidenza della diatopia, che (sia pure con un’interferenza più leggera, resa qui da un grigio
chiaro) entra nel quadrante alto della diastratia/diafasia e invade – in diamesia – il settore della lingua
scritta;
b) la risalita dell’italiano standard (ormai di fatto cristallizzato in quello scolastico) fin quasi a coincidere con
l’italiano aulico formale (cfr. Serianni, Benedetti, 2009), e l’identificazione del nuovo standard con l’italiano
di un buon articolo di giornale (cfr. Serianni, 2003);
c) ai piani alti, la promozione dell’italiano tecnico-scientifico a varietà di massimo prestigio e la sostituzione
dell’italiano burocratico con quello aziendale, misto di residui burocratici e di tecnicismi economici;
d) la netta distinzione tra italiano regionale e italiano popolare;
e) il sensibile avvicinarsi (fin quasi a sovrapporsi) di italiano parlato colloquiale, italiano regionale e italiano
informale trascurato;
f ) la comparsa, nel quadrante in alto a destra, di una varietà scritta spiccatamente informale e
diastraticamente trasversale: l’italiano digitato.
Dicesi e-taliano…
Se si guarda a ciò che è accaduto negli ultimi vent’anni nella storia della nostra lingua, ci si trova di fronte a
una nuova rivoluzione (che solo apparentemente è una controrivoluzione). Per la prima volta, infatti,
l’italiano si ritrova a essere non solo parlato ma anche scritto quotidianamente dalla maggioranza degli
italiani. Una novità paradossale, appunto, visto che l’italiano è vissuto per secoli quasi soltanto come lingua
scritta. In realtà clamorosa, se si pensa che l’italiano scritto è sempre stato forte nella sua codificazione ma
debole nella sua diffusione, ostacolata prima dall’analfabetismo e poi dal dominio dei mezzi audiovisivi.
Ora invece, dopo aver conquistato l’uso parlato (a scapito del dialetto), la lingua nazionale ha finalmente
conquistato anche l’uso scritto di massa (a scapito del non uso). Nel primo caso il merito è stato in buona
parte della televisione; nel secondo, tutto della telematica.
Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti: grazie alla telematica moltissime persone che fino a vent’anni fa non
avrebbero scritto un rigo, oggi producono e consumano quotidianamente una mole impressionante – sia
pure frammentaria e quasi atomizzata – di testi digitati. E questo comporta il venir meno delle coordinate
che avevano caratterizzato e condizionato per secoli la scrittura.
Sulla base dei cambiamenti intercorsi in questi anni, l’architettura del repertorio proposta da Gaetano
Berruto nel 1987 potrebbe oggi essere ritoccata, apportando qualche piccolo aggiornamento (vd. fig.
seguente: il maiuscolo segnala le varietà assenti nello schema di Berruto).

Continuum
L’idea di continuum può essere applicata bene anche allo spazio di variazione di una lingua (=architettura
=architettura di un repertorio), repertorio), che è costituito da varietà di lingua che si sovrappongono e che
trapassano l’una nell’altra, con confini sfumati e non ben definibili.
La variazione linguistica
• Variazioni diastratiche Cicerone (plebeius sermo, familiaris sermo, sermo urbanus, sermo rusticus)
Francesco Cherubini: “il dialetto d’ogni paese si suddivide in cittadinesco e contadinesco, e nel primo si
riconoscono altresì distintamente tre specie di favellare, quella cioè della plebe, quella della gente colta, e
quella di chi vuol affettare coltura”
• Comunità linguistica: insieme delle persone che parlano una determinata lingua Stratificata, non
omogenea
• Repertorio linguistico: insieme dei codici e delle varietà che un parlante è in grado di padroneggiare
all’interno del repertorio linguistico più ampio della comunità cui appartiene
• Competenza comunicativa: capacità dei parlanti di utilizzare la lingua nei modi appropriati alle varie
situazioni
• Prestigio: alcune varietà sono socialmente riconosciute come più prestigiose di altre (storia letteraria) La
variazione linguistica Asse di variazione diafasico
• Lingue speciali: Socioletto Idioletto Lingue settoriali: I gerghi.
• Variazione diafasica La variazione diafasica comporta l’uso di differenti registri linguistici Solenne,
formale, medio, colloquiale.
• Il neo-standard La varietà di lingua comunemente usata dalle persone colte che ammette come
pienamente corretti alcune forme e costrutti fino a tempi non lontani ritenuti non facenti parte della
‘buona’ lingua (G. Berruto)
• Italiano dell’uso medio: praticato nella comunicazione parlata spontanea delle persone colte e adatto
anche alle scritture più agili (giornalismo; saggistica leggera; divulgazione; narrativa contemporanea) (F.
Sabatini)
• Italiano regionale: che risente in varia misura dei tratti provenienti dai dialetti delle singole regioni.
• Italiano popolare: che rappresenta il modo approssimativo di parlare l’italiano da parte delle persone con
bassa istruzione
• Italiano degli immigrati: rappresentato dalle varietà di incrocio con le lingue degli immigrati.

VEDI Varietà in Enciclopedia dell’italiano Treccani.

Scritto e parlato. I tratti principali dell’italiano dell’uso medio

Coesione e coerenza in testi scritti e parlati


Coesione: riguarda le connessioni sintattiche e morfologiche.
Coerenza: riguarda i legami logici e semantici (di contenuto).
Si possono avere testi coesi, ma non coerenti e viceversa testi coerenti ma non coesi.
IL FILO DEL DISCORSO La coesione e la coerenza si strutturano secondo una fitta rete di relazioni gettata sul
testo, garantendo così il mantenimento del “filo del discorso”.

Parlato: diverse tipologie


Parlato spontaneo: in situazione, conversazione informale, amichevole.
Parlato non spontaneo: programmato prima, come il parlato-letto o il parlato-recitato.
Parlato dialogico: conversazione, interrogazione, intervista, lezione partecipata, ecc.
Parlato monologico: lezione, discorso pubblico, conferenza.

In generale chi si trova a dover scrivere qualcosa destinato a un pubblico, che siano avvisi condominiali,
circolari, volantini, manifesti pubblicitari, pagine web…
Parlato: tratti tipici Parlato spontaneo conversazionale:
• Cambiamenti del soggetto • False partenze • Ridondanze • Effetti della progettazione in tempo reale •
Sintassi più slegata • Lessico meno rigoroso.
Parlato: tratti tipici
Deitticità: forte legame con il contesto extratestuale, presente a parlante e ascoltatore (nello scritto ogni
elemento del contesto deve essere inserito nel testo stesso).
Presupposizioni: ci si aggancia a conoscenze date per condivise
Segnali discorsivi: formule di attenuazione, di esitazione, di esemplificazione, di riformulazione, di controllo
della ricezione/comprensione, demarcativi
Parlato: tratti sintattici
Che relativo indeclinato: sostituisce il quale (nelle sue declinazioni del quale, al quale, ecc.). Es.: “la
macchina che ci tiene più di qualsiasi altra cosa”. Il che assume il valore di subordinante generico mentre il
rapporto sintattico è affidata al pronome atono di ripresa (spesso ridondante). Anche: “non c’è niente che
ho bisogno”
Che polivalente: subordinante generico. Alcuni casi accettati dalla norma: • Valore temporale. Es.: “l’estate
che ci siamo incontrati”. • Valore causale (nello scritto dovrebbe essere ché): “non ti ho chiamato ché era
tardi”, ma anche “aspetta che arrivo”.
Parlato: tratti sintattici. Costrutti di messa in rilievo (ordine non marcato SVO):
• Topicalizzazione contrastiva: viene messo in rilievo e sottolineato anche l’intonazione l’elemento
dislocato. Nella maggior parte dei casi si tratta dell’oggetto che viene anticipato all’inizio della frase: “la
cena ricordati!”
• Tema libero (cambio di progetto, anacoluto): viene messo ad inizio di frase l’elemento su cui si attira
l’attenzione, ma poi il soggetto grammaticale è un altro: “io speriamo che me la cavo” , “Luigi un cane gli
piacerebbe tanto!”
• Dislocazione a sinistra: anticipazione (a sinistra, quindi all’inizio della frase) dell’oggetto o di complementi
indiretti ripresi poi da un pronome. Es.: “la birra non la posso bere”; “il letto lo devo ancora rifare”; “del
convegno non me ne avevi parlato”.
• Dislocazione a destra: spostamento a destra (quindi alla fine della frase) dell’elemento in risalto. Es.: “l’hai
preso tu il pane?”; “… c’erano i risultati delle corse. Non che ci giocasse , … alle corse
• Frase scissa: elemento messo in rilievo introdotto da essere + che. Es.: “era lei che cantava”; “è che non
c’è più niente da fare”; “non è che mi stai prendendo in giro?”
• C’è presentativo: frasi introdotte da c’è (che). Es.: “c’è un problema che ti devo spiegare
Parlato: tratti lessicali
• Vocaboli generici: cosa, fare, tizio, roba • Espressioni di quantità: un sacco di, un monte di, un casino di..
• Enfatizzazione nella scelta degli aggettivi (con valore sia positivo sia negativo): pazzesco, incredibile,
mostruoso, allucinante, bestiale…
• Diminutivi affettivi (vuoti nel significato): momentino, attimino, pensierino, minutino…
• Espressioni colorite, turpiloquio: cavolo, cazzo, porca miseria, che palle!..
Lezione 5-6
L’uomo non è nato per leggere
• La lettura non si basa su un programma genetico trasmesso
• L’uomo ha imparato a leggere all’epoca dei Sumeri e di Socrate
• Attività che prevede uno sviluppo individuale che ci porta a imparare a leggere sempre con maggior
perizia
• Come si modifica il cervello quando si impara a leggere
“la biografia di ogni personalità letteraria dovrebbe dare ampio spazio a cosa e quando ha letto, perché, in
un certo senso, siamo quello che leggiamo” (Joseph Epstein)
Nella lettura si attivano in tempi velocissimi moltissime attività mentali e cognitive: attenzione, memoria,
processi visivi, uditivi e linguistici. Ma se il cervello umano non è programmato per la lettura, come ha avuto
inizio questo processo?
Secondo il neuroscienziato francese Stanislas Dehaene si tratta di una sorta di riciclaggio neuronale: la
facoltà di riconoscimento delle parole durante la lettura risalirebbe alla capacità dei nostri antenati di
distinguere a colpo d’occhio tra predatore e preda (quindi capacità di riconoscere il pericolo).
Le aree cerebrali preposte al riconoscimento degli oggetti furono usate per decodificare i primi simboli e le
prime lettere della lingua scritta.
Principio alfabetico: collegare lettere e suoni, riconoscere le parole e attribuire loro un significato dipende
dall’attitudine del cervello a imparare a collegare ciò che vede e sente a ciò che sa.
Quando leggiamo una parola anche semplice e frequente attiviamo non solo il senso più immediato, ma
inizia una sorta di selezione delle informazioni collegate a quella parola, una caccia semantica che ci porta a
scegliere il significato appropriato al contesto che stiamo leggendo..

Lo scienziato cognitivo David Swinney propone il caso di bug ‘cimice’, ma anche ‘microspia’, ‘modello della
Volkswagen’, ‘difetto di programma informatico’; noi possiamo fare l’esempio con virus tra cui, di volta in
volta, scegliamo tra i significati di ‘microrganismo che trasmette una malattia’ (oggi automaticamente
coronavirus) e almeno ‘virus informatico’.
I circuiti neuronali consentono alla lettura processi automatici: si formano però dopo centinaia di
esposizioni a lettere e parole e grazie alla nostra capacità di rappresentare configurazioni di informazioni
complesse in regioni cerebrali specializzate (lettere e gruppi di lettere “scaricate insieme”).
Primi sistemi di scrittura
La lettura è la storia di una serie di passi avanti cognitivi e linguistici. Ogni tipo di scrittura ha richiesto
diversi adattamenti da parte dell’uomo, ma i due passaggi nodali sono:
1) la rappresentazione simbolica per cui i segni possono rappresentare oggetti del mondo naturale e
2) la consapevolezza che con questi simboli è possibile comunicare attraverso il tempo e lo spazio.
Un terzo passaggio, avvenuto solo in alcune culture, è quello della corrispondenza suono-simbolo.
Contrassegni: reperti risalenti al periodo tra l’8000 e il 4000 a.C. che servivano ad annotare il numero di
beni comprati e venduti senza che questi fossero materialmente presenti. Anche nelle immagini rupestri i
contrassegni testimoniano l’affiorare di una nuova capacità umana per cui un’immagine stilizzata rinvia,
tramite l’occhio, a un oggetto. Per “leggere” i simboli era necessario collegare le rappresentazioni visive a
dati linguistici e concettuali: l’area del giro angolare del cervello (area associativa delle aree associative) è in
posizione ideale per connettere diversi tipi di informazioni sensoriali

Sistema cuneiforme (iscrizioni sumeriche 3300 – 3200 a. C.) Pur essendo assai più esaurienti dei
contrassegni, i primi caratteri cuneiformi richiedevano una capacità di astrazione di poco superiore,
essendo generalmente pittografici. Poco dopo la comparsa della scrittura cuneiforme il sistema si complicò
notevolmente, i caratteri diventarono sempre più astratti e ‘logografici’ (esprimono i concetti della lingua
parlata in modo diretto senza rinviare ai suoni delle parole corrispondenti); col tempo però iniziarono a
rappresentare alcune sillabe della lingua parlata (sistema logosillabico che rinvia sia ai concetti sia ai suoni
sillabici) fino a utilizzare il principio del rebus usando un simbolo per trasmettere il suo suono che in
sumerico corrispondeva alla prima sillaba di una parola.
Sistema dei geroglifici (Egitto, 3100 a.C., per alcuni già dal 3400 a.C.) Sistema di logogrammi che nel tempo
si è evoluto in un sistema misto con logogrammi per alcuni significati linguistici e segni speciali per i suoni
consonantici. Non esisteva alcun tipo di punteggiatura per raggruppare gli elementi e l’andamento era
bustrofedico (‘girarsi come il bue’). La rivoluzione si ebbe con l’acquisizione di un piccolo sottogruppo di
caratteri per esprimere le consonanti dell’egizio parlato (scoperta del fonema).
Sistema ugaritico (di Ugarit, Siria 1900-1800 a.C.): bella scrittura, evoluzione dell’antico egizio, si ritiene che
sia il primo alfabeto inventato (utilizzo di abbecedario, inteso come sistema che elenca le lettere di una
scrittura in un ordine fisso). Racconto di ispirazione biblica di Thomas Mann in cui parla dell’invenzione
dell’alfabeto: Mosè per scrivere le leggi dettate dal Signore capisce che deve usare un sistema universale e
inventa l’alfabeto, la scrittura che assegna a ogni suono un simbolo.

Nascita dell’alfabeto
Che cosa contraddistingue un vero alfabeto? Secondo il classicista Eric Havelock devono valere tre criteri:
1) numero limitato di caratteri (tra i 20 e i 30);
2) gruppo esauriente di caratteri in grado di esprimere tutte le unità minime di suono di una lingua;
3) completa corrispondenza tra ogni fonema della lingua e ogni elemento visivo.
Scrittura Cretese: 1900 scoperte le tavolette di lineare A e B negli scavi di Cnosso. Nel 1952 lo studioso
Michael Ventris dimostrò che la lineare B non era altro che la resa piuttosto rozza del greco parlato a quel
tempo (tra il XII e l’VIII sec. a.C.). Importanza dell’oralità, della trasmissione culturale ed enciclopedica
attraverso il racconto; memorizzazione con formule ripetute e ritmicità. In questa cultura orale l’alfabeto
greco scritto fu inventato soprattutto per preservare la tradizione orale omerica.
Tra l’800 e il 750 a.C. i greci progettarono il loro alfabeto e lo diffusero nelle loro colonie commerciali
(Creta, Thira, Minia e Rodi) esaminando ogni fonema dell’idioma fenicio e di quello greco. Dalla base
consonantica del fenicio crearono i segni per i suoni vocalici perché volevano ottenere un sistema con
perfetta corrispondenza tra suono e grafema. L’alfabeto greco è così diventato il progenitore di tutti gli altri
alfabeti indoeuropei.

Apporti dell’alfabeto per il cambiamento del cervello umano


1) Maggiore efficienza dell’alfabeto in confronto ad altri sistemi: economia di caratteri. Leggere in qualsiasi
lingua cambia il cervello perché sviluppa collegamenti tra aree cerebrali: area temporale-occipitale (di
‘riciclaggio neuronale’) si specializza nell’analisi visiva di qualsiasi tipo di scrittura; regione frontale intorno
all’area di Broca si specializza nei fonemi e nei significati; parte inferiore dei lobi parietali che
contribuiscono all’elaborazione di varie componenti sonore e semantiche specifiche dei sistemi alfabetici e
sillabici.
2) Agevola nuove idee mai espresse in precedenza: liberata la memoria dall’onere della tradizione orale si
sono ampliati i confini di ciò che si poteva pensare e scrivere. Lev Vigotsky (psicologo russo del XX sec.) ha
affermato che è proprio l’atto di mettere parole per iscritto che libera il pensiero stesso e lo trasforma. Ogni
bambino che impara a leggere e a scrivere rinnova questa relazione fruttuosa tra lingua scritta e idee
originali. L’alfabeto ha reso possibile l’originalità di pensiero per più persone, una sorta di
democratizzazione del cervello che legge.
3) Favorisce la consapevolezza dei suoni linguistici grazie alla facilità del suo apprendimento: Greci come
scopritori della fonetica. Risolsero il problema di sezionare la catena fonica e di individuare i singoli suoni a
cui attribuire un singolo segno. Addirittura cambiarono alcuni simboli per rappresentare le peculiarità degli
idiomi locali (i diversi dialetti delle singole città-stato).

Questa grande impresa si ripete inconsapevolmente in ogni bambino che impara a leggere.

Timori di Socrate nel passaggio dall’oralità alla scrittura (analoghi a quelli che abbiamo oggi rispetto al
digitale)
1) Immobilità della lingua scritta. Solo la lingua pronunciata, viva è dinamica e adatta allo svolgersi del
dialogo e quindi del ragionamento alla ricerca della verità. Sembrano gli stessi timori legati all’acquisizione
di marea di informazioni attraverso il computer senza però che ci sia una comprensione profonda.
2) Distruzione della memoria: “Infatti esse produrranno dimenticanza nelle anime di chi impara, per
mancanza di esercizio della memoria; proprio perché, fidandosi della scrittura, ricorderanno le cose
dall’esterno, dà segni alieni, e non dall’interno, da sé: dunque tu non hai scoperto un farmaco per la
memoria, ma per il ricordo.” (Platone, Fedro) Distruzione della memoria: Con lettura e scrittura aumenta la
memoria culturale, ma diminuisce quella del singolo. Paragone tra la scrittura e i bei dipinti: “se chiedi loro
qualcosa, tacciono solennemente. Lo stesso vale pure per i discorsi scritti: potresti avere l’impressione che
parlino, quasi abbiano la capacità di pensare, ma se chiedi loro qualcuno dei concetti che hanno espresso,
con l’intenzione di capirlo, essi danno una sola risposta e sempre la stessa.”
3) Perdita del controllo sul linguaggio. Leggere senza essere seguito dal maestro poteva diventare per i
giovani una invisibile e irreversibile perdita sul sapere. Interrogativi sull’eccesso di sapere: dalla mela
proibita a Google. Il controllo su cosa, come e quanto profondamente la prossima generazione imparerà ci
è sfuggito di mano nella misura paventata da Socrate due millenni e mezzo fa. Il nostro tornaconto però è
altrettanto palese: senza la scrittura non avremmo le obiezioni di Socrate tramandateci per iscritto da
Platone.

Come si comincia a leggere, oppure no

1) La quantità di tempo trascorsa dal bambino ascoltando i genitori o altre persone di fiducia che gli
leggevano a voce alta è un buon predittore dell’abilità di lettura che raggiungerà anni dopo. Non appena ha
modo di stare in grembo alla persona che si prende cura di lui, il bambino comincia ad associare l’atto del
leggere alla sensazione di essere amato. Associare l’ascolto della lingua scritta e il sentirsi amati dà a questo
lungo processo le fondamenta migliori.
a) Comprensione delle illustrazioni: dai sei mesi il sistema visivo funziona perfettamente, il sistema
dell’attenzione si farà sempre più maturo e il sistema dei concetti avanza ogni giorno. La più importante
premessa alla lettura è l’inizio dello sviluppo linguistico con la scoperta che ogni oggetto conosciuto ha un
nome. Con gradualità i bambini imparano a etichettare la realtà a cominciare dalle persone e cose più care.
Il processo si basa sulla capacità del cervello di collegare e integrare l’informazione proveniente da vari
sistemi: vista, processi cognitivi e linguaggio. Sviluppo fonologico (crescente capacità di ascoltare,
distinguere, segmentare e manipolare i fonemi delle parole) aiuta a preparare all’intuizione che le parole
sono formate da suoni; sviluppo semantico comprensione sempre maggiore del significato delle parole;
sviluppo sintattico che apre la strada alla comprensione di frasi sempre più complesse (ordine delle parole
nelle frasi); sviluppo morfologico contribuisce alla comprensione dei tipi di parole e usi grammaticali;
sviluppo pragmatico per conoscere e usare le regole socioculturali. I bambini tra i 2 e i 5 anni imparano in
media da 2 a 4 parole nuove al giorno fino a raggiungere qualche migliaio nel triennio.
b) Emozioni ed empatia: a 3 anni già capiscono che ogni illustrazione è accompagnata da un brano e che
ogni favola (o parte di essa) è collegata a un’emozione (paura, allegria, tristezza). Esperienza di nuovi
sentimenti e comprensione di emozioni sempre più complesse. Il libro è un riparo, si possono sperimentare
emozioni e immaginare come ci si può sentire in determinate situazioni fino a immedesimarsi e iniziare a
capire gli altri.
c) I libri sono pieni di parole. Dai 3 anni i bambini iniziano a capire che nei libri ci sono parole più o meno
lunghe, sempre le stesse come le illustrazioni. La lingua delle favole non è la lingua quotidiana, ci sono
parole e costrutti che non si trovano altrove. Più esperienza di lettura più ricchezza lessicale e dimestichezza
col lessico “letterario” (“dove mai era vista la luce del sole”); più flessibilità sintattica e capacità di
comprendere meglio il linguaggio altrui, sia scritto che parlato. Favorisce anche l’iniziale comprensione
degli artifici letterari, similitudini e metafore. Più favole si leggono più si fissa lo schema della favola: più la
favola è coerente più facilmente sarà memorizzata e più contribuirà a rafforzare gli schemi; più saranno gli
schemi, più coerenti appariranno altre favole e così sarà sempre più ampia la base per letture future.
Capacità di immaginare scenari probabili porta allo sviluppo delle capacità inferenziali.

2) Capacità apparentemente banale di nominare una lettera. Scoperta che le parole procedono in una
direzione precisa (bambini che seguono il testo scritto con il dito); capacità di identificare le singole lettere
dalla forma (stesse capacità dei sistemi di percezione che ci permettono di riconoscere gli oggetti); si
impara a riconoscere automaticamente una lettera grazie ad alcuni neuroni della corteccia visiva
specializzati nel contraddistinguere ogni lettera. La denominazione, prima degli oggetti e poi delle lettere,
corrisponde ai primi due capitoli della storia del cervello alfabetizzato. Come si comincia a leggere, oppure
no Capacità apparentemente banale di nominare una lettera. L’età alla quale un bambino comincia a
nominare le lettere varia molto da bambino a bambino e da cultura a cultura: tendenzialmente più precoci
con sistemi alfabetici meno complessi dal punto di vista grafico e per numero di caratteri, le femmine e i
bambini stimolati dalle famiglie a “leggere” le scritte ambientali.

3) Età per cominciare a leggere. Il processo di mielinizzazione (rivestimento di mielina, conduttore nervoso,
delle zone cerebrali coinvolte, come il giro angolare, arriva a un grado sufficiente di maturazione tra i
cinque e i sei anni (processo più lento nei maschi). Prima della mielinizzazione si possono proporre molte
cose che favoriranno l’apprendimento della lettura: scrittura e ascolto di poesie aiuta ad affinare l’udito, a
rendersi consapevole che la lingua parlata è costituita da singoli suoni che vengono rappresentati dai segni
della scrittura. I primi tentativi di scrivere sono più “arte dello scarabocchio”, ma quando si iniziano a
memorizzare singole lettere si può arrivare a una “scrittura” che si serve del nome delle lettere (bici: BC;
are: R) o con “ortografia inventata” che comunque è molto utile se viene riletta dai bambini stessi.

4) Consapevolezza fonetica. I bambini passano dalla consapevolezza delle caratteristiche più evidenti di una
parola, alle sillabe e poi ai singoli suoni. La consapevolezza fonetica è un ingrediente necessario ma anche
un prodotto dell’imparare a leggere e a scrivere. Nelle filastrocche (o canzoncine o altri testi per bambini)
possono esserci molti fattori che aiutano in questo processo: allitterazioni, rime, assonanze, ripetizioni.
Iniziano a distinguere la parte (suono) iniziale delle parole e la parte che entra in rima (o che suona simile in
altre parole): far raggruppare le parole in base ai suoni in comune favorisce la consapevolezza fonetica e
semplifica l’apprendimento della lettura.

Ogni singolo bambino che impara a leggere ripercorre la storia dell’uomo


1) “intuizione mosaica” di un sistema di scrittura basata sulla corrispondenza 1 a 1 tra suoni e simboli;
2) concetti più difficili: ogni lettera ha un nome e un suono (o gruppo di suoni) e ogni suono è rappresentato
da una lettera (o gruppo di lettere);
3) ogni parola può essere segmentata in sillabe e suoni.
La povertà verbale A 5 anni, bambini cresciuti in ambienti linguisticamente poveri hanno ascoltato 32
milioni di parole in meno rispetto a un bambino appartenente al ceto medio; usano meno della metà delle
parole dei bambini coetanei più fortunati. Anche la presenza in casa di libri è fortemente determinante
(così come parlare al bambino, ascoltarlo, dedicargli tempo verbale). Infezioni all’orecchio che possono
trasformarsi in un ostacolo invisibile alla conquista della lingua parlata e scritta.

Come si sviluppa la lettura


1) Pre-lettore emergente, primo quinquennio di vita, sulle ginocchia di una persona cara. La lettura
scaturisce da anni di percezioni (suoni, parole, immagini, concetti), di crescita intellettuale e sviluppo
sociale, e di continui incontri con la lingua parlata e scritta. Stadio logografico: si riconoscono le parole
in modo globale, come si riconoscono gli oggetti e altri simboli. I bambini sono in grado di pronunciare
la parola corrispondente alla scritta, ma non vengono fatti tentativi di corrispondenza fonologica.
Trattano le parole come fossero immagini, oggetti figurativi senza essere consapevoli della
corrispondenza tra grafema e fonema. Molti bambini già alla scuola dell’infanzia riconoscono dalla
forma il proprio nome senza però sapere individuare il suono delle singole lettere di cui è composto.
2) lettore neofita, momento esaltante in cui il bambino scopre che sa veramente leggere. Per raggiungere
l’obiettivo di decodificare il testo a stampa e capire il significato di ciò che ha decodificato, deve intuire
quel principio alfabetico arrivato dopo millenni nella storia dell’umanità. Stadio alfabetico: la scoperta
più importante del lettore neofita è il concetto che le lettere sono collegate ai suoni linguistici.
Segue lo stadio ortografico con l’apprendimento delle regole di corrispondenza grafema-fonema. Dalle
parole alle sillabe ai suoni, il lettore neofita impara a scomporre le unità più grandi in unità più piccole.
Lettura ad alta voce rappresenta per il lettore neofita una forma di “autoapprendimento”.
Errori tipici: interpretazioni sul piano semantico che non hanno riscontro nella fonologia (leggono ad
esempio babbo o papà invece che padre); errori semantici quando invece cominciano a conoscere
meglio le corrispondenze fonema-grafema (ingl. horse per house, it. barca per banca); infine sbagli che
mescolano piano ortografico e semantico (pala per palla). I bambini più bravi a leggere superano molto
velocemente questi tre stadi.
Sistema fonologico dell’italiano vantaggioso da questo punto di vista perché non sono moltissime le
non corrispondenze tra fonemi e grafemi (es. delle vocali: 5 grafemi per 7 fonemi, mentre l’inglese con
gli stessi 5 grafemi produce più di una dozzina di suoni vocalici differenti). La conoscenza del lessico
aumenta la facilità e la velocità della decodifica: vale per ogni lettore, le parole sconosciute si leggono
più lentamente e si tende a scomporle nei singoli morfemi per provare a ricostruirne il significato.
Fondamentale lo sviluppo lessicale e la lettura lo accresce fornendo continuamente contesti in cui le
nuove parole assumono il loro significato attraverso deduzioni e ipotesi semantiche.
Stadio lessicale in cui i bambini riconoscono in modo diretto le parole perché hanno formato un
magazzino lessicale che permette loro di capire il significato delle parole senza dover recuperare il
fonema associato a ogni grafema.
3) Lettore decodificante da lettore semifluido acquisisce un buon repertorio di schemi di lettere e coppie
di vocali tali da formare parole che oltrepassano il livello elementare. A ogni passo avanti nella lettura e
nell’ortografia il bambino impara in silenzio molte cose su che cosa c’è in una parola (radici, prefissi,
suffissi). La fluidità non è una pura questione di velocità: l’importante è leggere capendo che cosa si
legge e questo avviene quando si riesce a usare tutte le cognizioni speciali che il bambino possiede su
una parola (lettere, schemi, significati, funzioni grammaticali, radici e desinenze) abbastanza
rapidamente da avere il tempo anche di pensare e capire. Il bambino che passa dal decodificare
correttamente al decodificare fluidamente ha spesso bisogno del caloroso incoraggiamento di genitori
e insegnanti per affrontare le letture più impegnative. E poi c’è la dimensione emotiva: il destarsi dei
sentimenti può condurre il bambino a lanciarsi in una storia d’amore con la lettura lunga tutta la vita
4) Lettore esperto “E così analizzare compiutamente che cosa facciamo quando leggiamo sarebbe quasi il
culmine dei risultati di uno psicologo, perché sarebbe come descrivere la maggior parte dei più intricati
meccanismi della mente umana, così come sciogliere la storia ingarbugliata della più notevole capacità
specifica che la civiltà abbia appreso nella sua intera storia” (Sir Edmund Huey, Psicologia e pedagogia
della lettura,1908). Definizione del mezzo secondo: tempo che occorre a un lettore esperto per leggere
qualsiasi parola.
Mezzo secondo così spartito: Da 0 a 100 millisecondi per orientare la rete nervosa dell’attenzione e
inquadrare la parola. Da 50 e 150 millisecondi per riconoscere una lettera e cambiare il cervello Da 100
a 200 millisecondi per collegare le lettere ai suoni e l’ortografia alla fonologia: in questo passaggio
conoscere le regole di corrispondenza grafemi-fonemi è l’essenza del principio alfabetico e le lingue in
cui questa corrispondenza è maggiore richiedono meno tempo di elaborazione. Da 200 a 500
millisecondi per recuperare tutto quello che sappiamo di una parola: nei lettori esperti e nei bambini,
più è consolidata la conoscenza di un vocabolo più precisamente e velocemente lo leggiamo. Proprio
come nell’infanzia, anche negli adulti c’è continuum di sapere lessicale che va dalla parola sconosciuta a
quella nota e consolidata (il punto in cui la parola si colloca dipende dalla sua frequenza). Le regioni
superiori dei lobi temporali coinvolte nell’elaborazione sia fonologica sia semantica si attivano più
rapidamente nei vocaboli più vicini all’estremità consolidata del continuum.
La conclusione dello sviluppo del lettore non esiste;
la storia infinita della lettura non smette di
progredire, e lascia l’occhio, la lingua, le parole e
perfino l’autore per un nuovo luogo da cui “la verità
fa capolino, fresca e verde”, cambiando ogni volta il
lettore e il cervello. “A ogni persona pensante ogni
verso di ogni poeta mostra ogni pochi anni un volto
nuovo e vario, risuonando in lei in modo diverso… Il
gran mistero dell’esperienza del leggere sta in
questo: più impariamo a leggere con criterio, con
sensibilità e associazioni di idee, più chiaramente
vediamo ogni pensiero e ogni poesia nella sua
Modelli teorici di riferimento sul processo di lettura
1) Concezione linguistica (nell’ambito della ricerca psicologica di matrice positivista): leggere significa
recuperare il valore semantico di ogni parola, metterlo in relazione con le parole precedenti e successive
per integrare il significato della frase e, infine, mettere in relazione il significato delle diverse frasi per
accedere a quello complessivo del testo. Modello seriale con riconoscimento delle lettere, ricodificazione
fonologica e comprensione delle parole. Centrato sul codice per cui lettori diversi dovrebbero ricavare uno
stesso significato a prescindere dallo scopo per cui ciascuno si accosta allo stesso testo.
2) Concezione psicolinguistica: la lettura è un processo dinamico di interazione tra le informazioni fornite
dalle parole e le conoscenze presenti nella mente di chi legge. Il significato non risiede nelle parole, ma si
costruisce nella mente di chi legge a partire dalle sue conoscenze pregresse e quindi varia a seconda dei
soggetti e delle circostanze di lettura. A fondamento della concezione psicolinguistica molte ricerche svolte
fin dall’Ottocento (Castell 1885; Erdmanne e Dodge 1898): quello che un soggetto può percepire e ricordare
varia secondo le condizioni di lettura. Nello stesso tempo di lettura: • selezione casuale di lettere: vengono
ricordate 5 o 6 lettere • parole sconnesse tra loro: ricordate 2 o 3 parole (numero maggiore di lettere) •
frase di senso compiuto: viene ricordata l’intera frase (quindi un numero complessivo di lettere molto
maggiore) Significa che il cervello di fronte a parole o frasi di senso compiuto integra con il significato e non
si concentra sull’identificazione delle singole lettere. Secondo la concezione psicolinguistica quanta più
informazione possiede il lettore sul testo da leggere, meno avrà bisogno di «guardarlo» per arrivare alla sua
comprensione. Tale concezione sta alla base del metodo globale (1960) del pedagogista belga Ovide
Decroly: il bambino percepisce globalmente l’oggetto che gli si presenta guidato dai suoi interessi e solo in
un secondo momento avviene la percezione degli elementi semplici attraverso un processo di analisi. Teoria
degli schemi: Contributo scientifico recente a sostegno della concezione psicolinguistica per cui tutto ciò
che conosciamo è immagazzinato nella memoria sotto forma di schemi di conoscenza o pacchetti di dati
collegati tra loro. Lo schema viene ricavato attraverso l’astrazione di alcune caratteristiche comuni a
esperienze simili. Gli schemi «semplificano» e ordinano le esperienze e ne permettono la memorizzazione
che risulta fondamentale per i processi inferenziali che sono la sostanza di cui è fatta la comprensione del
testo. Le inferenze sono il vero occhio del lettore: conoscenze, immagini che popolano la sua mente e
illuminano e riempiono il senso della parola scritta. Negli anni Ottanta la ricerca psicologica sulla cognizione
si arricchisce ulteriormente con gli studi sulla metacognizione (consapevolezza del soggetto riguardo ai
propri processi cognitivi e di controllo dei suddetti processi) fino ad arrivare al modello interattivo che
prevede un lettore che utilizza contemporaneamente (quindi in modo interattivo) la sua conoscenza sul
mondo e la sua conoscenza sul testo per costruirne un’interpretazione. Viene teorizzato l’insegnamento
reciproco: apprendimento per scoperta (Dewey) e scaffolding cognitivo (apprendimento cooperativo con
piccoli gruppi in cui l’insegnante funge da esperto e pone domande, guida con anticipazioni, suggerisce
strategi
3) Concezione socioculturale Analizza l’incidenza del contesto culturale sulle caratteristiche del processo di
lettura e si fonda sull’origine culturale e sociale delle lingue. Ogni lingua è strettamente legata alla
dimensione culturale di un popolo: la parola è la presenza del pensiero nella realtà e contemporaneamente
la lingua configura e condiziona ciò che pensiamo, orienta la nostra visione del mondo. Testo come
artefatto culturale, per cui le pratiche sociali di lettura non possono essere «neutre» Secondo questa
concezione le proposte didattiche mirano a:
• lettura di testi vicini agli interessi e all’esperienza dei bambini come si presentano nella realtà (manifesti,
depliant, biglietti e lettere, istruzioni di giochi, ecc.)
• lettura di testi multimediali in cui la scrittura si integra con immagini, suoni, grafici, icone, ecc.
• lettura di testi in cui entrino in relazione lingua scritta e parlata
• lettura di testi di diversi ambiti disciplinati e interdisciplinari.

Lettura secondo le tre concezioni:


1) Linguistica: decodifica delle parole del testo. Parole: «si», «prega», «i», «signori» (da sciogliere
l’abbreviazione), «clienti», «di», «non», «pretendere», «di», «essere», «serviti», «e», «di», «parlare», «al»
«cellulare», «contemporaneamente», «grazie», «la», «Direzione». La presenza dei punti esclamativi ci fa
capire che si tratta di un’esortazione; applichiamo regole sintattiche e ricostruiamo il soggetto delle forme
verbali infinitive e ricostruiamo la coerenza del testo che «chiede di non parlare al cellulare quando è il
nostro turno in un negozio»
2) Psicolinguistica Dal testo dobbiamo inferire che si tratta di una richiesta da parte di un esercente ai
proprio clienti e che «servire» qui non ha il significato ad esempio di ‘servire il pranzo’ o di ‘essere servo di
qualcuno’, ma di assistere il cliente nei suoi acquisti.
3) Socioculturale Capiamo quanto sia pervasivo l’uso dei cellulari e dal «contemporaneamente» capiamo
che è frequente che i clienti di questo negozio continuino a parlare al cellulare anche quando è arrivato il
loro turno. Capiamo anche che è un avviso che mira a sensibilizzare riguardo al rispetto del lavoro degli altri

Ipotesi dei bambini sulla lingua scritta


1) Ipotesi del nome: le parole scritte rappresentano il nome dell’oggetto o della persona vicini nello spazio.
Il significato del testo è dipendente dal supporto materiale. Non hanno ancora scoperto che la scrittura
rappresenta il linguaggio verbale.
2) Scoperta dell’uso sociale dei testi: i bambini capiscono lo scopo dei diversi testi (per vietare, per dare
informazioni o istruzioni), ma associano comunque quello che è scritto al nome di qualcosa di esterno.
Che cosa è leggibile per i bambini
1) Ipotesi di quantità minima per cui una sequenza di meno di tre caratteri non è leggibile per i bambini
nella maggior parte delle lingue studiate (è indipendente dalla denominazione data alle lettere)
2) Ipotesi di varietà interna per cui una sequenza di lettere tutte uguali, ad esempio, anche se contiene
più di tre elementi non risulta leggibile.
3) Ipotesi del referente per cui si possono avere sequenze più lunghe perché riferite a un referente di
grandi dimensioni.

Scoperta dei valori sonori convenzionali I bambini cominciano a intuire che il numero e il tipo di lettere è in
relazione all’emissione sonora delle parole. Sul piano quantitativo cominciano a far corrispondere i
segmenti sillabici delle parole dette con le lettere di quelle scritte (scrittura sillabica) per arrivare alla
relazione fonemagrafema (scrittura alfabetica). Sul piano qualitativo i bambini iniziano a interessarsi al
suono e al nome delle lettere e a stabilire le prime corrispondenze tra lettere e suono della sillaba.

Lettura senza immagine


Non è scontato che i bambini pensino che tutto quello che si enuncia leggendo un testo sia effettivamente
scritto, così come non lo è il rispetto dell’ordine delle parole verbalizzate. Presentando ai bambini una frase
scritta (es. i bambini giocano a palla) che viene letta ad alta voce e fatta memorizzare, non è detto che
riconoscano in quella sequenza le singole parole pronunciate. Si va da un’indifferenziazione del rapporto tra
le parti e la totalità fino al riconoscimento progressivo della presenza di tutte le parole nello stesso ordine
in cui la frase è stata enunciata.
I bambini pensano che in qualunque parola ci possa essere scritta tutta la frase o, viceversa, che una delle
singole parole possa leggersi nell’intera frase. Nel primo caso possono interpretare gli elementi che
«avanzano» con espansioni coerenti della frase (e poi fanno merenda), oppure selezionare solo i due nomi
bambini e palla dare agli altri elementi nomi compatibili con il contesto (in giardino, amici, con la mamma,
ecc.) La distinzione tra totalità e porzioni di una frase presuppone che per i bambini tutte le parole
pronunciate «meritino» di essere scritte e che l’ordine di enunciazione corrisponda a quello della scrittura.
Si deve conquistare il concetto di parola. Inizialmente l’ipotesi è che solo le parole che hanno un significato
tangibile possano essere scritte (quindi i nomi); poi si arriva a comprendere nel concetto di parola anche le
categorie grammaticali senza significato concreto (articoli, preposizioni, congiunzioni). Il verbo inizialmente
viene legato ad altre categorie grammaticali (perlopiù nomi soggetto o complemento).
Articoli, preposizioni e congiunzioni presentano una doppia difficoltà: 1) Sono composti da poche lettere e
quindi risultano «illeggibili» in base all’ipotesi della quantità minima. 2) Non hanno concretezza materiale
come i nomi e quindi vengono considerati come elementi che vanno con i nomi. Quando «rileggono» alla
fine però enunciano anche questi elementi applicando la loro competenza linguistica che dice loro che una
frase senza articoli e preposizioni è agrammaticale.

Quando non si riesce a leggere: la dislessia


Possibili cause della dislessia:
1) Difetto evolutivo, forse genetico, delle strutture alla base del linguaggio e della visione (incapacità
di gruppi neuronali a specializzarsi.
I primi studi puntarono l’attenzione sul ruolo della percezione, quindi a funzionamenti anomali del sistema
visivo («cecità alle parole»). Con gli studi, prima di Lucy Fildes che nel 1921 mise in relazione le difficoltà di
lettura con problemi di udito (non riuscire a formare le «immagini acustiche») e poi di Paul Schilder (1944)
che scoprì l’incapacità in questi soggetti di scomporre le parole in suoni semplici, si arriva alla concezione
moderna della dislessia come disturbo del linguaggio (Noam Chomsky). Frank Vellutino ha dimostrato che i
più comuni problemi percettivi nella dislessia (come le inversioni visive tra b e d o tra p e q) sono il risultato
della difficoltà del bambino di recuperare le giuste etichette linguistiche dei suoni in questione: i bambini
disegnano correttamente le lettere ma continuano ad attribuire loro il nome sbagliato: conferma
dell’origine linguistica dell’errore. Non sono in grado di riconoscere un fonema né in una parola né all’inizio
o alla fine di essa.
2) Problema di raggiungimento dell’automatismo nel recupero delle rappresentazioni entro determinati
gruppi neuronali specializzati, o nei collegamenti tra le strutture, o in entrambe le cose. Necessità di
maggior tempo per reagire agli stimoli percettivi: i neuroni non trasmettono in modo fluido e questo non
lascia spazio alla comprensione. Il problema maggiore è coordinare le componenti di un comportamento in
modo rapido, preciso e sequenziale, ma non riguarda il livello elementare dell’elaborazione sensoriale.
Asincronia tra processi visivi e uditivi (Psicologa israeliana Zvia Breznitz): miglior predittore della dislessia è
il compito della «velocità di denominazione» dei colori (per bambini della scuola materna): alla base dei
compiti RAN (rapid automatized naming, denominazione rapida automatizzata) il bambino nomina file di
lettere, colori, numeri e oggetti più rapidamente che può. Molti bambini dislessici non hanno letteralmente
il tempo di pensare finché sono immersi nel testo a stampa. Riconoscono i colori ma non riescono a farlo
velocemente. I deficit della velocità non sono mai stati considerati una spiegazione alla dislessia, ma
possono essere un indice del problema. La decodifica non arriva mai a essere abbastanza veloce da lasciare
il tempo di pensare e quindi di capire il significato di ciò che si sta leggendo. Denominazione di oggetti e
lettere: se già nei bambini dell’asilo avviene con lentezza predice un possibile problema di dislessia.
3) Difetto dei circuiti di collegamento. Nei soggetti dislessici i collegamenti appaiono diversi. Nei lettori
senza deficit i collegamenti più robusti e automatici sono tra l’area temporo-occipitale (area 37) e le aree
frontali dell’emisfero sinistro; in soggetti dislessici i collegamenti più forti sono tra l’area occipito-temporale
sinistra e le aree frontali dell’emisfero destro. Strategie straordinarie del cervello a scopo di
compensazione: quando non può svolgere una funzione in un modo, il nostro cervello si riorganizza per
inventarne letteralmente un altro. Quando non si riesce a leggere: la dislessia
4) Ricomposizione di un circuito nervoso del tutto diverso rispetto a quelli normalmente usati. Un circuito
diverso per leggere: ipotesi del predominio, nella dislessia, dell’emisfero destro nel circuito della lettura per
cui i processi ortografici, fonologici, semantici, sintattici e inferenziali sono integrati più lentamente e con
l’impiego di strutture circuitali diverse e in un emisfero mai progettato per funzionare con grande
precisione cronologica (emisfero destro che è diventato sempre più incline a operazioni su larga scala come
creatività, deduzione di schemi e abilità contestuali).

La dislessia si dimostra un esempio straordinario delle strategie usate dal cervello a scopo di
compensazione: quando non può svolgere una funzione in un modo, il nostro cervello si riorganizza per
inventarne, letteralmente, un altro.

Lezione 7-8
APPARATO FONATORIO
Le consonanti dell’italiano
Oltre al modo di articolazione e al luogo di articolazione, nella classificazione delle consonanti intervengono
anche i parametri della sordità / sonorità e della nasalità. Secondo il modo di articolazione, le consonanti
possono essere distinte in occlusive, fricative, affricate, liquide (laterali e vibranti).
Secondo il luogo di articolazione, possiamo avere suoni consonantici bilabiali, labiodentali, dentali,
alveolari, prepalatali (o palatoalveolari), palatali e velari.
Le occlusive sono prodotte attraverso una momentanea occlusione del canale fonatorio, alla quale segue,
con il passaggio dell’aria, una sorta di “esplosione” (per questo tali consonanti sono anche dette
momentanee o esplosive). Le consonanti occlusive possono essere orali (l’aria passa solo attraverso la
cavità orale) o nasali (l’aria passa anche attraverso la cavità nasale).

A seconda del luogo in cui vengono articolate, le occlusive possono essere:


bilabiali, se l’occlusione avviene con la chiusura di entrambe le labbra [p, b, m], es. pasta, bacio, mare;
labiodentali, se la chiusura si attua appoggiando gli incisivi superiori alle labbra inferiori [ɱ], es. anfora;
dentali, se l’occlusione è attuata con la punta della lingua che va a toccare la parte posteriore degli incisivi
superiori [t, d], es. tasca, diga;
alveolari, se l’occlusione avviene con la lingua che tocca gli alveoli [n], es. nastro;
palatali, se l’occlusione è ottenuta con la lingua che va a toccare il palato [ɲ], es. gnomo;
velari, se l’occlusione è provocata dal contatto della lingua con il velo palatino [k, g, ŋ], es. cane, gatto,
ancora, anguria.
Le fricative sono consonanti prodotte con una chiusura parziale dell’apparato fonatorio che al passaggio
dell’aria provoca una specie di “frizione”. Dato che questi suoni, al contrario delle occlusive, possono essere
prolungati, le fricative vengono anche dette continue. Le fricative, in relazione al luogo di articolazione,
possono essere labiodentali [f, v], es. festa, vino; alveolari [s, z], es.sorella, rosa; prepalatali o
palatoalveolari [ʃ, ʒ], es. sciopero, abat-jour.
Le affricate sono consonanti che cominciano con un’articolazione occlusiva e finiscono con un’articolazione
fricativa; guardando al luogo di articolazione, esse possono essere:
alveolari [ts, dz], es. mazzo, zaino; prepalatali o palato-alveolari [tʃ, dʒ], es. ciao,giorno.
Sotto l’etichetta tradizionale di liquide vengono riunite le consonanti laterali, prodotte con la lingua contro i
denti e l’aria fuoriuscente dai due lati della lingua stessa, e che possono essere distinte, in relazione al luogo
di articolazione, in alveolare [l] e palatale [ʎ], es. lama, giglio; e la vibrante alveolare [r], prodotta mediante
la vibrazione dell’apice della lingua sugli alveoli, es. rana

Le semiconsonanti e le semivocali nei dittonghi


Si chiamano semiconsonanti i suoni che sono a metà strada tra le vocali e le consonanti. Si tratta, in pratica,
delle vocali i e u pronunciate stringendo ancor più il canale orale: si ottengono così la semiconsonante
palatale che si indica col segno /j/ (detto jod), e la semiconsonante velare che si indica col segno /w/ (detto
uau). Le semiconsonanti hanno valore fonematico, anche se si possono reperire pochissime coppie minime
rispetto alle vocali corrispondenti: ad es. spianti /'spjanti/ (2a persona singolare del presente indicativo del
verbo spiantare ‘sradicare’) e spianti/spi'anti/ (participio presente plurale del verbo spiare ‘osservare senza
essere visti’); la quale /la'kwale/ (pronome relativo femminile) e lacuale /laku'ale/ (relativo a un lago,
lacustre).

Dittongo, iato e trittongo


Le semiconsonanti si trovano esclusivamente nei dittonghi: questi sono combinazioni di una
semiconsonante (sempre atona) e di una vocale (che può essere tonica o atona). Sono dittonghi ia, ie, io, iu
(ad es. nelle parole piano, vieni, piove, piuma) e uà, uè, ui, uo (in guardo, guerra, guida, buono).
I dittonghi nei quali la semiconsonante precede la vocale si chiamano ascendenti. Quelli nei quali si trova
invece prima la vocale, si chiamano discendenti: sono ai, ei, oi, au, eu (ad es. in sai, sei, noi, causa, reuma).
La i e la u dei dittonghi discendenti sono più vicine alle pure vocali e vengono perciò chiamate anche
semivocali.
La lingua italiana conosce anche trittonghi, costituiti da una i e una u semiconsonantiche, una vocale e una
semivocale (tuoi, buoi,guai, miei), oppure da due semiconsonanti e una vocale (aiuola). Il dittongo
(ascendente o discendente) e il trittongo formano una sola sillaba; gli elementi che li compongono si
possono però separare con uno sforzo di pronuncia, e in tal caso la semiconsonante o la semivocale diventa
una vocale e fa sillaba per suo conto: mà-i, tu-òi. Questa separazione si chiama dièresi.
Alla descrizione del dittongo va subito affiancata quella dello iato, perché spesso c’è confusione tra le due
cose. Mentre il dittongo, come abbiamo visto, è l’unione di una semiconsonante e di una vocale che
formano nell’insieme una sola sillaba, lo iato è la semplice vicinanza di due vocali che restano staccate,
formano cioè due sillabe diverse (iato, dal latino hiatus, vuol dire ‘separazione’).
Si ha iato: - quando non sono presenti né la i, né la u: a│ereo, po│eta, sa│etta, le │one, ca │ os; - quando la i
o la u sono toniche: si│a, du│e, vi│a, Ca│ino, pa│ura (e anche in vi│ale, pa│uroso, e in sci│are, perché si
avverte la derivazione dalle forme con i e u toniche); - dopo il prefisso ri- (ri│esco, ri│apro) e dopo bi- e tri-
(bi│ennio, tri│ennio), perché in questi casi si avverte ancora l’autonomia del primo elemento.

Confronto tra grafia e fonia dell’italiano


Pronuncia e grafia delle vocali e semiconsonanti
Nella scrittura comune disponiamo di sole cinque lettere (a, e, i, o, u) per rappresentare nove fonemi
diversi. Di conseguenza, con questa scrittura non si nota la distinzione tra e aperta e chiusa, tra o aperta e
chiusa, e non si riconoscono immediatamente le semiconsonanti i e u che sono nei dittonghi.
Per la pronuncia delle e e o esiste in Italia una grandissima difformità fra regione e regione. In verità, sono
pochissime le parole di uso comune che si distinguono soltanto per effetto di questa differenza di
pronuncia; i casi più frequenti sono: legge = /ꞌlεddʒe/ dal verbo leggere, e /ꞌleddʒe/ ‘norma’; pesca
= /ꞌpεska/ il frutto, e /ꞌpeska/ dal verbo pescare; venti = /ꞌvεnti/ ‘correnti d’aria’, e /ꞌventi/ il numero; botte
= /ꞌbɔtte/ ‘percosse’, e /ꞌbotte/ il recipiente per il vino; volto = /ꞌvɔlto/ dal verbo volgere, e /ꞌvolto/ ‘viso’;
colto = /ꞌkɔlto/ dal verbo cogliere, e /ꞌkolto/ ‘istruito’; porci = /ꞌpɔrtʃi/ ‘maiali’, e /ꞌportʃi/ dal verbo porre.
Il riconoscimento della e aperta o chiusa è più facile quando tali vocali si trovano in fine di parola. Per tali
casi è possibile dare un’indicazione abbastanza facile da ricordare:
- hanno la e finale aperta, da segnare con l’accento grafico grave, soltanto è, cioè, caffè, tè, purè, gilè,
ohimè, ahimè;
- in tutti gli altri casi la e finale è chiusa e va segnata con l’accento grafico acuto ( / ): tra questi segnaliamo
le congiunzioni composte con che (ché, perché, poiché, benché..), il pronome sé, la negazione né, le forme
del passato remoto di alcuni verbi (poté, godé, temé).
Per gli altri casi si possono dare le seguenti indicazioni di massima:
- la e è generalmente aperta nel dittongo iè (viène, piède), nei gerundi in -èndo (vedèndo, leggèndo), nei
participi in -ènte(lucènte, ridènte), nelle terminazioni in -èllo (uccèllo, bèllo), in -ènza (presènza, sciènza),
nei condizionali (dovrei);
- la e è generalmente chiusa nelle terminazioni in -ménte (negli avverbi: certamente, liberaménte), in -
ménto (documénto, avveniménto), nell’infinito in -ére (vedére), nelle desinenze del futuro semplice
(andrémo), dell’imperfetto indicativo e congiuntivo di 2a coniugazione (leggévo, leggéssi), nei diminutivi in -
étto (cassétto, biciclétta, borsétta).
-la o è generalmente aperta nel dittongo uò (buòno, luògo, cuòre), salvo che non si tratti della
terminazione- uóso (affettuóso,delittuóso); in tutte le parole tronche (però, andò);
-la o è generalmente chiusa nelle terminazioni in -ónte (mónte), -óso (amoróso, costóso), -zióne (azióne,
stazióne)
La i che si trova dopo e e g davanti ad a, o, u (ad es. in giallo, giovane, giunco) è un semplice segno grafico,
che serve a dare valore di suono palatale alla lettera g, e non rappresenta un suono vocalico autonomo:
quindi non forma dittongo con la vocale successiva, né può, ovviamente, essere contato come sillaba (come
invece può accadere in parole come vieni, siede, ecc. pronunciabili con dieresi: vi-eni, si-ede).
Invece, in parole come cielo, cieco, scienza, coscienza, la i, anche se non si fa sentire nella pronuncia, è una
vera semiconsonante che forma dittongo con la e successiva: e quindi è possibile la lettura con dieresi (ci-
elo, ci-eco, ecc.)

Pronuncia e grafia delle consonanti


Ci sono, nel nostro alfabeto, lettere con due valori (c = /k/ e /tʃ)/; g = /g/ e /dʒ/; s = /s/ e /z/; z = /ts/ e /dz/)
e che, d’altra parte, si usano gruppi di due o tre lettere per esprimere un solo suono (è il caso di ch, gh, ci,
gi, gn, gl o gli, sc o sci); questi raggruppamenti di due o tre lettere che esprimono un solo suono si chiamano
rispettivamente digrammi e trigrammi.
S sorda /s/ e S sonora /z/
Nella scrittura comune esse sono rappresentate dallo stesso grafema s. Nella pronuncia, la distinzione è
fatta abbastanza concordemente da tutti i parlanti quando si tratta di suono all’inizio della parola
(/ꞌsale/, /ꞌsanto/, e /ꞌzbirro/, /ꞌzbattere/), mentre c’è molta difformità quando il suono è all’interno della
parola e tra due vocali: nell’Italia settentrionale prevale nettamente la pronuncia sonora /z/ (ꞌkaza/, /ꞌrɔza/),
in Toscana si ha una percentuale pari dei due tipi /ꞌkaza/, /ꞌrɔza/), nell’Italia meridionale prevale invece
nettamente la pronuncia sorda /s/ (/ꞌkasa/, /ꞌrɔsa/). Come nel caso delle e o o aperte e chiuse, questa
diversa pronuncia non porta quasi mai a confusioni di parole, sicché rappresenta, ormai, soltanto una
caratteristica regionale. Si va diffondendo, comunque, la pronuncia di tipo settentrionale, cioè con s
intervocalica sempre sonora. Anche per la z iniziale c’è differenza tra Nord, Centro e Sud: al Nord prevale la
pronuncia sonora (/dz/), e questa tendenza si va diffondendo nel resto d’Italia (si dice abbastanza
spesso /ꞌdzio/, /ꞌdzappa/, ecc.)
Fenomeni fonetici di giuntura
Nella catena parlata le parole subiscono alcune modifiche nei punti di giuntura: si hanno così i fenomeni
fonetici di giuntura (o fenomeni di «fonetica sintattica»), tra i quali sono più importanti l’elisione, il
troncamento e il raddoppiamento iniziale
Elisione
Si chiama «elisione» la caduta di una vocale atona finale di una parola davanti alla vocale iniziale della
parola successiva. Nella scrittura l’elisione si indica con l’apostrofo.
Troncamento
Si chiama «troncamento» (o anche «apòcope» la caduta di una vocale atona finale, o di una sillaba atona
finale di una parola, non per effetto della presenza di una vocale successiva, ma per un fenomeno di
spontaneo snellimento della giuntura con la parola successiva. Tale snellimento si verifica però soltanto se
la vocale che cade è una e o una o (raramente una i), se è preceduta da l, r, n (e talvolta m), e purché il
suono iniziale della parola seguente non sia s + consonante (detta s impura), z, gn, x, ps.
Anche il troncamento, come l’elisione, riguarda soprattutto gli articoli e le preposizioni articolate, gli
aggettivi indefiniti, l’aggettivo dimostrativo quello e, inoltre, tale, quale: il cane, del pane, un bicchiere, un
amico, alcun dovere, nessun paese, quel ragazzo, un tal personaggio, nel qual caso. Si verifica normalmente
anche negli aggettivi buono, bello, grande, santo (spesso preposti ai nomi), in alcuni dei quali si tronca
l’intera sillaba finale: buon amico, buon gelato, bel paesaggio, gran festa, san Giovanni (ma sant’Antonio).Si
ha anche con frate e suora (fra Cristoforo, suor Gilda, suor Angela). Altrettanto frequente è con i «titoli»:
signor Martini, dottor Contini, professor Bianchi, ecc.
Presentano ancora il troncamento, quando si trovano in locuzioni tipiche e piuttosto cristallizzate, le parole
male, amore, colore, fiore, fino, fine, bene; ad es.: mal di testa, mal di mare, mal visto, amor proprio, color
di rosa, fior di quattrini, fin qui, fin di vita, ben fatto. È frequente con varie voci verbali: con gli infiniti (voler
bene, far bene, dir male, saper fare, ecc.) e con alcune forme del presente di essere e avere (son pronto,
han detto). Nella frase di esempio citata all’inizio c’è il troncamento di sono in son, ma solo nella pronuncia
più veloce. Troncamento Casi particolari di troncamento sono: po’ per poco; (talvolta toh, come beh invece
di be’, che deriva da bene); e da’, di’, fa’, sta’, va’, forme di 2a persona singolare dell’imperativo dei verbi
dare, dire, fare, stare, andare. Tutte queste forme troncate si possono avere davanti a qualsiasi consonante
iniziale e anche in fine di frase: un po’ strano; aspetta un po’; fa’ stendere i panni; sta’zitto. La parola piede
viene troncata in piè (e non in pie’) nelle locuzioni a piè fermo, a piè di pagina, ecc.
Raddoppiamento iniziale (o fonosintattico)
Il raddoppiamento (o anche rafforzamento) iniziale è il fenomeno per cui la consonante iniziale di una
parola può essere raddoppiata quando è preceduta da determinate parole uscenti in vocale. Tale
raddoppiamento, che si avverte nella pronuncia ma non viene registrato nella nostra scrittura comune, è
provocato quindi dalla fine della parola precedente. Si verifica quando la parola precedente è: - una parola
tronca (che per iscritto porta l’accento grafico): perché ridi? si pronuncia /per'ke 'rridi/; andò via / an'do
'vvia/; sarà fatto/sa'ra 'ffatto/; - un monosillabo tonico (che porti o no l’accento grafico): è lui /'ε 'llui/; là
sopra /'la 'ssopra/; ho freddo /'ɔ 'ffreddo/; so tutto /'sɔ 'ttutto/. Nella nostra frase di esempio il fenomeno è
presente tra è e già, che danno èggià; - alcuni monosillabi atoni (a, e, o, ma, se, tra, fra, che, chi): a Roma /a
'rroma/; e tu /e 'ttu/; se credi /se 'kkredi/. La scrittura normale non tiene conto di questo fenomeno, a
meno che le due parole non siano già stabilmente unite; in tal caso il raddoppiamento si trova incorporato:
vedi le parole soprattutto, soprammobile, cosiddetto, contraddire, appena, chissà, ossia,vattene, ecc. Il
raddoppiamento iniziale è normale in tutta l’Italia centromeridionale e particolarmente esteso in Toscana
(dove si ha pure dopo da, dove, come). Manca, invece, nella pronuncia tipica dell’Italia settentrionale, dove
è generale la mancanza di consonanti doppie.

IL MONDO DELLE PAROLE


Lessico: insieme aperto delle parole di una lingua. Un lessicografo opera sempre e comunque una scelta,
taglia una fetta di lessico per il suo dizionario 
Parola: concetto intuitivo non sufficiente
• Sequenza di caratteri separata dalle altre da uno spazio bianco o da un segno di interpunzione
(definizione pratica, ma limitata alla forma)
• Per il linguista è imprescindibile il rapporto tra forma e significato Il mondo delle parole
Versante della forma
Parola testuale: diverse possibili forme che un lessema può assumere all’interno di un testo.
Il lessicografo deve quindi:
lemmatizzare, ricondurre alla forma convenzionale di riferimento Il mondo delle parole
Versante del significato
Ogni parola, nel momento che viene utilizzata, attiva connessioni semantiche.
Socialità delle parole che un dizionario deve riuscire a rendere attraverso richiami e riferimenti che tengano
unite parole co-occorrenti.

Repertori delle parole


Principali tipi di dizionari della lessicografia contemporanea
Dizionari storici (Crusca, Tommaseo-Bellini, Gdli)
Dizionari sincronici (dell’uso, Gradit, Zingarelli, Devoto-Oli, Sabatini-Coletti…)
Dizionari di Ortografia e Pronuncia (DOP)
Dizionari etimologici (DEI, DELI, LEI)
Dizionari tecnici (disciplinari)

I repertori di parole per bambini


Bambini/e e ragazzi/e hanno esigenze diverse e «vedono» mondi diversi
• Zanichelli junior: scuola secondaria. Principio aureo è quello di usare nelle definizioni solo le parole che
vengono spiegate nello stesso dizionario.
• Primo Zingarelli (ultima ed. 2010): elementari
• Nuovo Devoto-Oli junior (Le Monnier, 2015): def. Babbo Natale: “Personaggio che secondo la tradizione
rappresenta il Natale; è un vecchio dalla barba bianca che porta regali ai bambini”
• Il mio primo dizionario (MIOT, Giunti junior, ultima ed. 2014).
Fondamentali gli esempi nel Primo Zanichelli gli esempi precedono la definizione: “Bovino. Il bue, il bisonte
e il bufalo sono dei bovini”. Utili anche le etimologie: nausea in DO junior: “Il termine deriva dal greco
nausìa ‘mal di mare’, che viene a sua volta da naûs ‘nave’”. Vocabolari per piccoli, piccoli vocabolari: ma
quanto piccoli? Quante parole sono fondamentali da imparare per poter maneggiare adeguatamente una
lingua?
Dizionario di base della lingua italiana di De Mauro (Paravia, ultima ed. 2000). Fasce di vocaboli per
l'apprendimento progressivo del lessico. Distinzione tra parole fondamentali, frequenti e strategiche: circa
7000 parole sono distinte in tre fasce, con 2000 parole fondamentali, che costituiscono il cuore della nostra
lingua, 3000 parole di alto uso che si pronunciano e si scrivono spesso, e 2000 parole strategiche, usate
meno di altre, ma familiari a tutti ed essenziali per la vita quotidiana. Il DIB presenta altre 8000 parole,
selezionate sulla scorta dell'esperienza didattica e dell'osservazione, che compongono con le altre 7000 il
patrimonio lessicale il cui sicuro possesso può essere considerato obiettivo imprescindibile
dell'apprendimento linguistico nella scuola primaria.
Vocabolari come libri di testo con approfondimenti enciclopedici e grammaticali indicati da simboli
Zanichelli junior introduce gli spiegaesempi segnalati dall’immagine di una miccia accesa MIOT indica con
l’immagine di un occhio gli approfondimenti grammaticali (plurali, femminili, coniugazioni, reggenze,
pronuncia, ortografia) Devoto-Oli con l’immagine di una puntina da disegno.
GRADIT
Grande Dizionario italiano dell’Uso diretto da Tullio De Mauro (1999-2000 con successivi aggiornamenti fino
al 2008, consultabile in versione ridotta anche su https://dizionario.internazionale.it/). Con le sue 400.000
entrate può essere considerato il più grande dizionario della contemporaneità.
Marche di frequenza nel Gradit
Lessico di base (copre circa il 95% di ciò che ascoltiamo e leggiamo): circa 7000 lemmi di cui 2000 vocab.
fondamentale 2500 vocab. di alto uso 2000 vocab. di alta disponibilità.
Lessico comune più di 47.000 entrate Categoria poco strutturata: fascia di lessico che dovrebbe essere
intesa e usata da chi ha un’istruzione mediosuperiore. In realtà, per la complessità della società
contemporanea, nel lessico marcato come comune si possono rintracciare anche parole specialistiche.
Polirematiche procedimento di arricchimento lessicale: rappresentano una novità del GRADIT 1784
registrate a lemma principale 130.000 registrate sotto i lemmi semplici
Marche d’uso Basso uso (bu) Dialettale e regionale (dial. e reg.) Tecnico-specialistico (ts): questa
abbreviazione è seguita dalla sigla della disciplina di provenienza del termine (stor. storia, ling. linguistica,
geo. geografia, med. medicina, arte, ecc.).
Interesse didattico La descrizione del lessico in base alla frequenza offre la possibilità di verificare la
padronanza, da parte dei ragazzi, del nucleo essenziale della lingua. La descrizione del lessico in base alle
marche d’uso permette di selezionare gruppi di parole delle varie aree disciplinari per l’insegnamento delle
diverse terminologie.
Il mare dei significati
Percorso sulle relazioni di significato Sinonimia: gustoso/buono «è stato davvero un pranzo
gustoso/buono» «è stato davvero un consiglio *gustoso/buono»  Geosinonimi: forme diverse e stesso
significato distribuiti per aree geografiche Antonimia: lento/veloce; allegro/triste; caldo/freddo (da non
confondere con il contraddittorio, lento/non lento; allegro/non allegro…) Polisemia: la classe più polisemica
è quella dei verbi «prendere un treno», «prendere ferie», «prendere la borsa», «prendere la macchina»,
«prendere un pugno”
Percorso sulle relazioni di significato Campi semantici: dare un ordine logico a gruppi di parole per
appartenenza a un contesto più o meno esteso. Es.: la casa (letto, tavolo, forchetta…), gli animali (gatto,
cane, leone…), la medicina (malattia, farmaco, operazione…). Relazioni tra significati più ampi e più
specifici: cane iperonino di bassotto, setter, barboncino… viola, ciclamino, orchidea… iponimi rispetto a
fiore.
La visione del mondo che ogni vocabolario ci offre passa attraverso una serie di scelte Nuovo Treccani (Della
Valle-Patota, 2018): ridurre al minimo i lemmi e descrivere una lingua davvero viva, semplificare le
definizioni formulate con parole della lingua comune, mettere esempi e frasi tratte dall’uso reale Thesaurus
Treccani: dizionario analogico in cui i vocaboli sono raggruppati in base alle loro parentele di forma e
significato (rappresentazione grafica in cui le parole sono disposte in cerchio intorno a una parola cardine).
Più che una mappa concettuale un parlamond
Il RIF, Repertorio italiano di famiglie di parole Sono famiglie lessicali generate da un lemma «capostipite»: le
parole derivate seguono un percorso storico che aiuta a far scoprire i vincoli di parentela tra parole anche
ormai apparentemente lontane per forma e senso. Capire meglio i significati delle parole conosciute e
arricchire la propria competenza lessicale.
STORIA E FORM. DELLE PAROLE;
Alcuni esempi (forestierismi e dialettismi)
Computer < to compute ‘calcolare’, computer ‘colui che fa i calcoli’ (in inglese dalla prima metà del
Seicento) come driver è ‘colui che guida’. All’origine c’è il verbo latino computare ‘potare, sfrondare e poi
valutare, contare’. In italiano non si è sempre detto computer, ma elaboratore, calcolatore, meno spesso
ordinatore (che invece ha attecchito nel francese ordinateur). Dal 1966 (prima attestazione in un’intervista
a Gianni Agnelli), le occorrenze si infittiscono e nel 1970 computer è registrata nello Zingarelli. Oggi si parla
sempre di più di portatile, o di pc, e poi di smartphone e di tablet.
Lapsus (calami e digiti): latino e lingua. Lapsus dal verbo latini labi ‘cadere’, quindi uno scivolone della
penna o del dito… anche digitale ha come base il digitus ‘dito’ latino. Alcuni esempi (forestierismi e
dialettismi) Malloppo: romanesco (1688), in origine un fagotto, un involto ingombrante; per il gergo della
malavita è il bottino, la refurtiva e poi il gruzzolo; in senso traslato anche ‘indefinibile senso di oppressione’.
Manfrina: ballo piemontese, anche monfrina e monferrina (Giusti: “ballo allegrissimo, smesso in città,
mantenuto in campagna”). Non è chiaro come sia diventato sinonimo di cosa ripetitiva e noiosa.
Menagramo: lombardo menagràm (porta gram cioè tristezza), entra s.v. Iettatore del Dizionario di
neologismi di Panzini del 1923 ed entrerà a lemma nel 1942. Scoglio: già in Dante, ma in toscano arrivano
dal mar Ligure e da un anonimo poeta genovese (“Ni osemo strenze li ogi, tanto è pin lo mar del scogi”); dal
greco skopelos connesso con il verbo guardare (forse in origine una roccia prominente da cui si poteva
guardare lontano).

Il lessico si arricchisce attraverso due modalità fondamentali:


1) Prestito da lingue straniere a) In forma adattata: algebra (arabo), bistecca (inglese), appartamento
(spagnolo); edulcorare, formattare, sniffare, bloggare, googlare, postare b) In forma non adattata:
computer, shiatsu, chador, abatjour, movida c) Calchi: la parola straniere viene “tradotta” e
riprodotta con materiali autoctoni, come da skyscraper (sky ‘cielo’ e scraper ‘grattare’) diventato in
italiano grattacielo o da Nussknacker (Nuss ‘noce’ e Kancker ‘che schiaccia’) diventato in italiano
schiaccianoci, con inversione delle parole, secondo le regole dell’italiano (grattacapo,
schiacciapatate…)
2) Coniazione di nuove parole da materiale autoctono Derivazione: fornaio, fornetto, forneria,
fornellino, infornare, sfornare (suffissi e prefissi: -aio, -etto, -eria, in-, s-); Composizione:
asciugamano, portacenere, copriletto, tergicristallo, scaldabagno, aspirapolvere, lavastoviglie,
lanciafiamme: composti anche in questo caso, come grattacielo e schiaccianoci, da un verbo e un
nome, ma l’etimologia ci dice che questi ultimi sono calchi perché attestati in italiano in epoca
posteriore rispetto ai corrispondenti stranieri.
Anche molti prefissi e suffissi sono arrivati in italiano dal latino e continuano, in moti casi, a essere
produttivi: -aceo, -ale, - ario, -ense, -ivo; circum-, ex-, inter-, post-, sub-. Bibliotecario, segretario, legionario,
ausiliario, beneficiario, proprietario: sono passate in italiano direttamente dal latino; dignitario,
intermediario, milionario, pubblicitario, rivoluzionario, reazionario sono arrivati in italiano nel Settecento
dal francese (-arius latino era passato a -aire, in italiano poi -aio, -aro e anche -iere), passato anche
nell’agentivo di persona -ario presente in molti derivati formatisi direttamente in italiano: bancario,
impresario, confusionario, missionario, universitario.
Le parole complesse sono parole parzialmente motivate Libreria, fumetteria, biglietteria, salumeria,
gelateria, macelleria…: -eria ‘luogo in cui si vende N’ Si possono così formare parole nuove panineria,
frullateria, spaghetteria… applicando il suffisso di cui si conosce per analogia il significato e si possono fare
ipotesi sul significato di parole nuove che presentano tale suffisso. Lo stesso vale per le parole composte:
spazzaneve, portacenere, asciugamani: formati da un verbo e un nome che può fungere da complemento
oggetto.
Regole di formazione delle parole (mai troppo regolari!) Non si può però generalizzare a tutti i derivati con -
eria:  legatoria, oreficeria, falegnameria che possono essere definiti come ‘luogo in cui opera N’ 
argenteria, fanteria, rubinetteria, posateria nomi collettivi che possono essere definiti come ‘insieme di N’ 
con verbi come parola base: distilleria, fonderia, stireria definibili come ‘luoghi in cui si V’.  con aggettivi
come parola base: biancheria, minuteria, tifoseria definibile come ‘insieme di oggetti o persone che hanno
la qualità di Agg’ ; molti nomi di qualità derivati da aggettivi o nomi con accezione negativa: buffoneria,
cialtroneria, asineria, diavoleria, stregoneria. Produttività e frequenza Nomi di agenti (di persone che
svolgono un’attività): l’italiano sembra preferire -ista che ha almeno due vantaggi: non si flette per genere
(artista, pianista) ed è presente anche in lingue di prestigio e diffusione come inglese (-ist) e francese (-iste).
Non sempre produttività e frequenza vanno di pari passo: le formazioni in -aio (fioraio, fornaio, macellaio,
ecc.) sono molto frequenti e si sono formate nei secoli passati, ma questo suffisso non è più produttivo
nell’italiano contemporaneo. Anche per questo alcuni derivati di questo tipo non sono più riconoscibili:
mortaio (da mortarium ‘recipiente’) vivaio (da vivarium ‘luogo in cui si mantengono vivi animali, soprattutto
pesci’), semenzaio (da semenza ‘seme’ a ‘luogo dove si buttano i semi’). Produttività e frequenza Un suffisso
non più produttivo: -anza (su base agg. o verb.), ma frequente (abbondanza, alleanza, fratellanza, speranza,
uguaglianza… Si tratta di un suffisso entrato in italiano dalla poesia provenzale e molte parole in –anza sono
desuete (colleganza, simiglianza, soverchianza, doglianza…) Di molte non è più trasparente la base
originaria (eleganza, creanza, arroganza) o ci sono stati slittamenti di significato (ambulanza, osservanza,
concordanza).
Composizione
Testa e modificatore Si tratta di una caratteristica che colloca ciascuna lingua in una tipologia: l’italiano
segue l’ordine sinistra/destra (o meglio è una lingua che “costruisce” a destra) ovvero mette i
“modificatori” a destra. La testa o “determinato” (iperonimo) è a sinistra e il modificatore o “determinante”
è a destra.
Testa e modificatore
Capostazione, caposquadra, capoclasse…, ma anche qui ci sono delle smentite: gentildonna, gentiluomo,
granduca, bassorilievo, altorilievo, oppure terremoto, sanguisuga (ereditati dal latino) o madrelingua,
cartamodello (calchi da lingue moderne che seguono l’ordine inverso). Composti endocentrici = che hanno
una testa (caposquadra) Composti esocentrici = senza testa (pellerossa, senzatetto, dormiveglia
Prefissazione e suffissazione
interessano prevalentemente nomi, aggettivi e verbi anche se non mancano alcuni esempi di avverbi
(dietrologia, dirimpettaio) o sigle (cislino, cigiellino, pidiessino) Non tutte le parole che sembrano esibire un
prefisso o un suffisso sono derivati. Falsi prefissati: inetto, astemio Falsi suffissati: mattone, ceffone,
cavalletto, aquilone.
Sequenze di derivazione, seguono un ordine: decontestualizzazione: contesto+-ale= contestuale; +-izzare=
contestualizzare; + de- decontestualizzare; + -zione= decontestualizzazione. Decontestuale non esiste
perché de- si applica solo a verbi Regole di derivazione: si applicano anche a basi straniere; con i suffissi le
parole vengono assimilate alla morfologia dell’italiano e entrano, a tutti gli effetti, nel lessico (sintomo di
buona salute dell’italiano e garanzia della conservazione strutturale dell’italiano).
Derivazione: produce cambiamenti formali e semantici Cambiamenti formali: la prefissazione non produce
di solito modifiche né nel prefisso né nella parola di base che mantiene la sua categoria lessicale e flessiva;
la suffissazione, che può modificare la categoria della base, prevede che il suffisso si attacchi alla parola
base privata della desinenza (cancellazione di vocale), ma tale regola non si applica per le parole terminanti
per consonante, per i monosillabi e per le parole tronche.
auto → autista camion → camionista nazione → nazionale jeans → jeanseria guerra → guerreggiare blu →
bluastro bello → bellezza gru → gruista superbo → superbia caffè → caffeina pronto → prontezza virtù→
virtuoso.
dona → donatore leggere → letto → lettore (ma leggibile) canta → cantabile dividere → diviso → divisione
cammina → camminatore possedere → lat. possessum → possessore/ possessivo scrive → scrivano scrivere
→ scritto → scrittore/scrittura perde → perdizione cede → cedimento parto → partenza dormo →
dormiente riempio → riempimento.
Semantica: il significato delle parole complesse è ricavabile dalla somma del significato della parola di base
e dell’affisso: -oso: ‘pieno di N’ paludoso, odoroso, montuoso, fumoso… -bile: ‘che può essere V’
mangiabile, udibile, portabile, comprensibile… Suffissi rivali bloccano la formazione di derivati analoghi con
più di un suffisso: nomi di qualità
Semantica e meccanismi replicabili: Ad esempio, dai conosciuti noioso, doloroso, nervoso i bambini
possono produrne altri come studioso, gioioso, brufoloso (anche fantasiosi: capelloso, viaggioso, buioso e
petaloso!), ma anche intuire il significato di altri derivati analoghi ancora estranei al loro lessico: fascinoso,
corposo, ferroso, ecc., incorrendo talvolta anche in false etimologie come per geloso (non ‘pieno di gelo’,
‘intirizzito’, ma ‘pieno di zelo’ dal lat.med. zelosus)
Trasparenza morfotattica: sul piano formale sono chiaramente distinguibili gli elementi costitutivi senza
modifiche significative né nella base né nell’affisso; tale trasparenza si riflette anche a livello semantico:
insalatiera, ansioso, nazionale, educatore… Allomorfia della base e/o del suffisso: in- (ir-/il-/im-: irrilevante,
illuminante, impunito); -ità/-età (nudità, vanità, empietà, ovvietà)
Casi singoli di devianza (per ragioni etimologiche): pioggia → piovoso giovane → giovinezza amico →
amicizia ragione → razionale nuovo → novità piede → pedata ruota → rotaia suono → sonoro cronaca →
cronista città → cittadino mano → manuale mese → mensile Basi irriconoscibili: mugnaio, potabile,
ovazione, puerile, senile, equino, rurale, idrico.
Selezione delle basi Preferenze evidenti: -mente seleziona aggettivi; -aio e - oso selezionano nomi; -bile e -
tore verbi. Altre restrizioni: fonologiche: prefisso s- no prima di s o vocale (sano → insano; adatto →
inadatto); prefisso ri- davanti a i- diventa re- (reimpostare, reintegrare); suffisso -ale passa a -are su basi che
hanno l in ultima o anche in penultima sillaba (consolare, lineare, palmare)
Restrizioni morfologiche: -mente non si attacca ad aggettivi alterati o composti (*bellinamente,
*agrodolcemente); da verbi in -izzare si formano nomi in -zione, mentre da verbi in -eggiare si hanno nomi
in -mente (minimizzazione, ma ondeggiamento).
Restrizioni sintattiche: -tore e -trice per formare nomi che hanno significato di ‘qualcuno/qualcosa V’ che
selezionano verbi, transitivi e intransitivi, che possono avere soggetti agentivo o strumentale (trasportatore,
frullatore, miscelatore…), quindi non zerovalenti o impersonali *moritore, *piovitrice, *preoccupatore,
*svegliatrice…
FORMANTI PER DERIVANTI:
1.formante (o prefissoide)+base: con il formante video- si formano videoconferenza, videocitofono; con
euro- europarlamento, eurostar,; con mini- minibus, minimarket
2.base+formante (o suffissoide): con il formante –grafia (‘scrittura, ‘disegno’) si formano lessicografia,
ecografia; con -logia (‘studio’, ‘trattazione’) si forma neurologia, psicologi.
Si formano sempre per derivazione gli alterati (parole che mantengono le stesse caratteristiche
grammaticali della base: pupazzo ---► pupazzetto che sono entrambi un nome; bello---► bellino, entrambi
aggettivi Falsi alterati: parole che, casualmente, terminano con un suffisso alterativo - mattone, barone,
bottino, lampone -, ma non sono parole alterate.
PREFISSAZIONE
Con al prefissazione non cambia la categoria lessicale della parola di base che mantiene le caratteristiche
grammaticali, ma il prefisso aggiunge alla base un significato supplementare. Repertorio dei prefissi a
numero variabile a seconda se si considerino tali anche alcune preposizioni (con-, in-, sotto-) e alcuni
elementi autonomi (formanti classici come micro-, neo-, poli-) Lo stesso prefisso può selezionare basi
diverse per categorie: dis-: disgrazia (nom.) disabile (agg.) disattivare (verb.) pre-: prescuola (nom.)
prenominale (agg.) prevedere (verb.) Ma non sempre tutte: i due prefissi più produttivi antie in- (negativo)
funzionano solo su base nominale e aggettivale anti-: anticalcare antieconomico in-: insuccesso incoerente
Il prefisso in- forma verbi parasintetici quando ha valore vagamente locativo: infuocare, infondere,
interrare… de- e ri- selezionano solo verbi: decomporre, destabilizzare, rifare, rinascere anti- pro- e vice-
selezionano prevalentemente nomi: anticamera, antipasto, prorettore, vicesindaco, vicepreside.
Stesso significato portato da prefissi diversi: valore locativo anti-, cis-, extra-, fra-, fuori-, infra-, post, pre-,
pro, sovra-, sotto-; valore temporale: anti-, ex-, neo-, post-, pre-; negativo a-, in-, anti-, contra-, de-/di-, dis-,
in-, sStesso prefisso che assume valori diversi: anti- (antipasto, antimeridiano, anticamera), pre-
(prefazione, prescuola), extra- (extracomunitario, extravergine) Prefissi o preposizioni? Sono prefissate le
parole endocentriche: sottogruppo, superprocesso Sono composti (con preposizione) le parole
esocentriche: sottoscala, dopocena, fuorilegge Criterio estensibile anche ad alcuni formanti classici:
prefissati: superuomo, paraletteratura composti: antinebbia, retrobottega, prosindaco, infradito Formanti
classici molto produttivi: macro-, mega-, neo-, para-, pluri-, paleo-, pseudo-, equi-
COMPOSIZIONE
Esistono anche le parole composte, in cui si combinano parole “piene” dotate di significato autonomo. Nei
composti semplici le basi e il composto possono appartenere a varie categorie grammaticali. Interessanti
altri fenomeni che si stanno diffondendo sempre di più: sigle (tg; tv; dvd; cd), acronimi (modem; radar),
abbreviazioni (prof; bici; metro). Molte sigle vengono dall’inglese e il loro uso, come quello degli acronimi e
delle abbreviazioni, risponde a un’esigenza di rapidità.

LEZIONE 10
Il verbo: classi, proprietà, diàtesi. La frase minima o nucleare nel modello valenziale.
Frase come processo Le parole non sono isolate, ma collegate da rapporti di connessione stabiliti dalla
mente. Federica parla = ‘C’è una donna che si chiama Federica’ + ‘qualcuno parla’. La frase descrive la scena
in cui l’azione di parlare è riferita a Federica. Come in chimica, la composizione di due elementi genera una
nuova sostanza diversa da tutti e due.
Il processo è messo in moto dal verbo perché è l’unico elemento in grado di legare a sé altri elementi.
Questa capacità del verbo di reggere i suoi attanti è chiamata valenza. Ogni verbo, in base al suo significato,
seleziona un certo numero e un certo tipo di attanti. Ogni frase può essere intesa come un dramma in
miniatura. Il verbo: classi, proprietà, diàtesi.
Quindi il verbo è motore del processo, senza verbo non ci può essere frase (ma ci possono essere
enunciati). Es.: «Sì, d’accordo». Si può analizzare come una frase solo inserita in un contesto in cui è
presente un verbo precedente: «Ci vediamo dopo?», «Sì, d’accordo (ci vediamo dopo)»
Modello valenziale e generativismo
Le due teorie hanno alcuni concetti in comune:
1) Preminenza alla sintassi nell’analisi linguistica
2) Centralità del verbo
3) Distinzione tra elementi obbligatori e facoltativi
4) Concetto di trasformazione
5) Utilizzo di diagrammi ad albero rovesciato Il verbo: classi, proprietà, diàtesi.
Differenza fondamentale tra le due teorie: Il generativismo mantiene il modello binario soggettopredicato e
il diagramma ad albero, pur partendo da un unico elemento che è la frase , si articola sempre in due
costituenti immediati, soggetto (sintagma nominale) e predicato (sintagma verbale): F = SN + S

Verbo zerovalente: il verbo non è accompagnato da nessun argomento, si regge da solo anche senza un
soggetto.
Verbo monovalente: il verbo è accompagnato da un solo argomento e questo è sufficiente a completare il
suo significato.
Verbo bivalente (argomento diretto): il verbo è accompagnato da due argomenti, sufficienti a completare il
suo significato. Il secondo argomento non è introdotto da preposizione, è un argomento diretto.
Verbo bivalente (argomento indiretto): il verbo è accompagnato da due argomenti, sufficienti a completare
il suo significato. Qui il secondo argomento è introdotto da una preposizione, è un argomento indiretto.
Verbo trivalente con secondo argomento diretto: il verbo è accompagnato da tre argomenti, sufficienti a
completare il suo significato. Si tratta di un verbo trivalente con il secondo argomento diretto e il terzo
indiretto.
Verbo trivalente con secondo e terzo argomento indiretti: il verbo è accompagnato da tre argomenti,
sufficienti a completare il suo significato. Si tratta di un verbo trivalente con il secondo e il terzo argomento
indiretti.
Verbo tetravalente: il verbo è accompagnato da quattro argomenti, sufficienti a completare il suo
significato. Si tratta di un verbo tetravalente.
Ogni verbo, con il suo significato, attiva una scena che prevede altri elementi perché l’azione del verbo sia
completa e la frase risulti di senso compiuto. Non è però necessario che tutte le valenze del verbo siano
sature: Luigi adesso mangia (si omette che cosa mangia) Teresa prima di addormentarsi legge (si omette…)
Sto studiando (si omette…)
Variazioni di valenza Federica lavora (‘svolge un’attività’): monovalente Federica lavora il legno (‘intaglia,
modella’): bivalente La cosa va (‘procede, funziona’): monovalente Gioia va al cinema (‘si muove per
arrivare al cinema’): bivalente Il bus va dalla stazione al duomo (‘copre il percorso’): trivalente.
Variazioni di valenza
Riduzione di valenza e cambio di ausiliare: Ho finito il libro lo spettacolo è finito Ho cambiato casa lo
scenario è cambiato Riduzione o variazione di valenza e uso pronominale: Il lavoro stanca Gianni Gianni si
stanca Paolo ha rotto il vetro Il vetro si è rotto Hanno abbattuto un pino La pioggia si è abbattuta sui campi
Variazioni di valenza Dovute a significati metaforici, figurati del verbo: Sono piovute critiche Questa
macchina beve Riposa gli occhi Il contadino ha invecchiato (fatto invecchiare) il vino Il verbo: classi,
proprietà, diàtesi.
Frase completa o nucleare è quella che contiene tutti e solo gli elementi richiesti dal verbo per completarne
il significato (nell’accezione selezionata per un determinato contesto). Da non confondere con la frase
minima (André Martinet, 1984) che comprende solo il predicato e il soggetto che lo attualizza. I genitori
hanno regalato la vacanza a Stefano: è una frase nucleare con tutte le valenze sature.
Capire quando una frase è completa Si tratta prima di tutto di far riflettere sul significato dei verbi. Che cosa
significa mettere? ‘collocare qualcosa in un certo luogo’. Ci vorrà quindi oltre a un essere animato che
colloca (la mamma), qualcosa da collocare e un luogo in cui collocarlo. La mamma mise la mozzarella in
frigorifero.
Distinzione tra frase ed enunciato Usiamo e capiamo moltissime espressioni apparentemente incomplete,
addirittura senza verbo: Certo! Forse domani… Prima o poi… Basta! Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi.
Distinzione tra frase ed enunciato Si tratta di espressioni linguistiche apparentemente incomplete che
funzionano comunque come un messaggio nella comunicazione, a condizione però che si possa ricorrere a
un contesto (testuale, sociale, di conoscenze e usanze condivise) per integrare gli elementi mancanti. Sono
enunciati, cioè rielaborazioni di frasi nell’atto comunicativo concreto. La grammatica valenziale lavora sulle
frasi modello.
Distinzione tra frase ed enunciato Per ricondurre un enunciato (o una serie di enunciati, un testo) alla frase
modello è fondamentale saper riconoscere i "gruppi di parole". La frase si presenta come una sequenza di
parole che sono però raggruppate in sintagmi che si combinano sulla base di regole di forma e di posizione
in relazione alla loro funzione.
La struttura della frase
Una sedia sposta Andrea Questa frase è evidentemente ben costruita, ma manca di coerenza. Infrange
alcune regole della disposizione dei sintagmi nominali: i SN devono disporsi secondo la funzione sintattica
nel rispetto delle regole semantiche (la sedia inanimata non può spostare Andrea animato).
Sintagmi – Il gruppo del nome Il SN, eccetto il nome proprio, è contraddistinto: a) Dalla presenza di un
determinante del nome (articoli, numerali, possessivi, dimostrativi…) accordato al nome b) Dall’eventuale
presenza di modificatori (aggettivi, apposizioni), accordati al nome.
Sintagmi – Il gruppo del nome I complementi dell’analisi logica sono individuati solo sulla base del
contenuto semantico con conseguenze: a) etichette talvolta troppo generiche, come il compl. di specif. che
resta tale in frasi diverse nella struttura: il cane del nonno / mi fido del nonno b) etichette troppo
specifiche: di materia, di denominazione, ecc.
La struttura della frase Altro tipo di inversione: la bambina ascolta la maestra la maestra ascolta la bambina
In questo caso cambia la scena e questo ci dimostra che il significato di una frase dipende da più fattori.
La struttura della frase
a)Come i nomi sono connessi al verbo
b) L’ordine in cui sono disposti i nomi
c) Le funzioni che il verbo assegna a ciascun nome.
Riconoscere i gruppi di parole è fondamentale per interpretare correttamente una frase e soprattutto per
ricostruire la struttura della frase nascosta nell’ordine lineare degli elementi. .
La struttura della frase Gli amici che conoscono bene Laura le regalano bei libri Saper individuare i gruppi di
parole è più importante rispetto a seguire l’ordine lineare: Partire da regalano (plurale) ci permette di
riconoscere a distanza il gruppo nominale gli amici che si accorda e che, precedendo il verbo, funziona da
argomento soggetto.
Gli amici che conoscono bene Laura le regalano bei libri Gli amici regalano Per completare la frase nucleare
devo saturare il verbo regalare con ciò che viene regalato, bei libri, e con la persona a cui viene fatto il
regalo: in questo caso l’argomento indiretto è sostituito dal pronome le (a lei).
Funzioni sintattiche e ruoli semantici.
Funzione soggetto: posizione principale, protagonista dell’azione; ha una forma fissa (è un nome o un
sintagma nominale) che non dipende dal verbo (anzi impone l’accordo al verbo).
Ruolo semantico del soggetto: non è fisso, ma dipende dal significato del verbo.
Ruoli semantici del soggetto:
Agente: chi fa l’azione con verbi di azione
Paziente: nella diatesi passiva o con verbi attivi con significato passivo (subire, scontare, sopportare, ecc.),
chi subisce l’azione
Esperiente: chi sperimenta un certo stato o si trova in una determinata condizione (essere, soffrire, piacere,
avere fame, caldo, freddo, sete…).

Classificare i verbi
predicativi (gruppo più numeroso), verbi che “predicano”, cioè esprimono un significato specifico (es.
sbadigliare, pulire, giovare, regalare);
non predicativi piccolo gruppo di verbi che hanno un significato molto leggero e che si appoggiano ad altri
verbi come potere, dovere, stare per, iniziare a, fare, lasciare
Verbi predicativi
Transitivi: sia quelli che reggono un solo oggetto diretto (abbracciare) sia quelli che reggono un oggetto
diretto e uno indiretto (regalare). Nella maggioranza dei casi ammettono la forma passiva, ma ci sono
eccezioni come avere e riguardare Il bambino ha un cane La questione riguarda Francesco
Verbi predicativi Intransitivi: sia verbi impersonali (piovere) sia quelli propriamente detti intransitivi,
perlopiù verbi di movimento (camminare, passeggiare, correre, ecc.), sia verbi che ammettono un solo
oggetto ma di forma preposizionale (obbedire), sia verbi di movimento che reggono uno o due argomenti
indiretti (andare, venire)
Verbi predicativi Intransitivi propriamente detti: prendono come ausiliare avere e si comportano come i
transitivi rispetto alla posizione del soggetto (Maria ha passeggiato) Altri Intransitivi: prendono come
ausiliare essere e mettono il soggetto dopo il verbo nella posizione propria dell’oggetto (è caduta una
tegola)
Verbi predicativi Transitivi > intransitivi: quando sono usati in senso assoluto, cioè senza l’oggetto
Intransitivi > transitivi: quando sono accompagnati da un oggetto interno (vivere una vita serena, dormire
sonni tranquilli, correre una bella gara.
Verbi copulativi
Hanno significato tenuissimo e particolare (essere, sembrare, diventare) e servono a collegare due SN, uno
che funziona da soggetto e l’altro da elemento predicativo (necessario). Elisa è/sembra un fiore Elisa
è/sembra soddisfatta.
Con i verbi copulativi il nome o l’aggettivo predicativo possono attivare a loro volta delle valenze e quindi
reggere elementi che li completano: Elisa è una fan di Jovanotti Elisa è pronta alla partenza .
Verbi predicativi usati come copulativi
Paolo è rimasto a casa Paolo è rimasto deluso Michela è arrivata a scuola Michela è arrivata stanca. Verbi
predicativi come chiamare, dichiarare, stimare, rendere, eleggere possono essere costruiti con un oggetto
diretto arricchito da un nome o da un aggettivo che si riferisce al nome: La squadra ha eletto Piero capitano
Giulia ha reso felici i genitori Al passivo (argomento soggetto arricchito): Piero è stato eletto capitano dalla
squadra.
Verbi supporto (accompagnatori)
Tra i verbi predicativi ce ne sono alcuni che svolgono la funzione particolare di accompagnare altri verbi.
S’incontrano spesso forme verbali ed espressioni verbali composte da due verbi strettamente associati tra
loro. Di questi due verbi uno esprime un significato specifico e l’altro lo “accompagna”, con varie funzioni.
Gli ausiliari Il caso più semplice è dato dalla compresenza dell’ausiliare (essere, avere e qualche volta
andare e venire) che serve a creare le forme composte del verbo (passato prossimo, ecc.) e del participio
passato del verbo con significato specifico. È ovvio che questa coppia di elementi costituisce un solo
predicato.
Ci sono poi verbi che portano un significato particolare da aggiungere al verbo principale. Si distinguono le
seguenti categorie: Verbi modali: potere, dovere, volere, sapere, solere (o esser solito). Es. Lucio può
partire; Mara deve restare; Piero vuole mangiare; Claudia sa rispondere. Tutti aggiungono una “modalità” al
concetto espresso dal verbo che li segue; verbi causativi: fare e lasciare. Es. Paolo mi ha fatto comprare
questo libro; Mara mi ha lasciato decidere liberamente. Questi due verbi indicano che qualcuno “induce”
qualcun altro o “permette” a qualcun altro di fare qualcosa
Verbi supporto verbi aspettuali: sono soprattutto stare e stare per, mettersi a, smettere di, accingersi a,
prendere a, i quali indicano che qualcosa “è in corso” o “sta per cominciare” o “è appena cominciato”, “sta
per finire” o “è appena finito”. Es.: sta piovendo o sta per piovere; ha cominciato a piovere; l’avvocato sta
finendo di parlare o ha appena finito di parlare; continua a piovere; Ugo ha smesso di fumare.
Variazione di diatesi
I verbi predicativi che reggono un oggetto diretto ammettono la coniugazione passiva che serve a esprimere
una diatesi (direzione dell’azione) diversa rispetto a quella attiva. Il cambio di punto di vista, da quello
dell’agente a quello del paziente, comporta una ristrutturazione delle funzioni sintattiche. Mario ha pulito i
vetri > I vetri sono stati puliti da Mario La costruzione passiva porta a indebolire la seconda valenza (che
può essere sottintesa
La costruzione passiva
La costruzione con il si passivante in cui l’oggetto diretto diventa soggetto del verbo, ma il verbo viene
preceduto dal si e concordato con questo soggetto - quindi resta nella forma attiva - e l’agente (già soggetto
della forma attiva) normalmente non si esprime: Oggi [qualcuno] pulisce i vetri > Oggi si puliscono i vetri.
La costruzione riflessiva
Agente e paziente coincidono, l’azione ricade sullo stesso agente o su una parte del suo corpo, o su un
oggetto di sua pertinenza o è compiuta con l’intero corpo: Piero si lava Piero si lava la faccia (rifl. Indiretto)
Piero si regala una chitarra (rifl. Indiretto) Piero si lancia.
La costruzione con i verbi pronominali
Sono verbi pronominali quelli che si costruiscono sempre e solo con il pronome si: monovalenti come
arrabbiarsi, ammalarsi bivalenti come vergognarsi, pentirsi, innamorarsi Il si indica una perdita di agentività,
cioè la mancanza di perdita di controllo sull’azione.
I circostanti del nucleo
I circostanti del nucleo, cioè gli elementi aggiunti direttamente ai costituenti del nucleo, possono essere di
due tipi:
a) circostanti del verbo, cioè avverbi o espressioni avverbiali, che si legano al verbo;
b) circostanti degli argomenti, cioè articoli, aggettivi, participi, nomi, espressioni preposizionali, frasi
relative, che si legano agli argomenti di tipo nominale (nomi o pronomi).
Il modo di collegarsi dei circostanti ai costituenti è vario e va esaminato distintamente con riferimento ai
verbi e agli argomenti.

Due tipi di circostanti


(a) circostanti del verbo
Il verbo può essere affiancato da avverbi ed espressioni avverbiali introdotte da preposizioni che
non sono elementi di congiunzione dell’espressione al verbo, ma elementi costitutivi
dell’espressione stessa (es. a dirotto, di corsa, a precipizio,all’istante, in ritardo, di soppiatto, ecc.),
come dimostra anche il fatto che il verbo e la sua specificazione spesso si possono sostituire con un
altro verbo che sommi i due tratti di significato: piovere a dirotto si può sostituire con diluviare;
andare di corsa con correre;andare a precipizio con precipitarsi; e così via. Anche la negazione non
è un circostante del verbo, col quale forma come un solo verbo di significato contrario: Giulia non
ha accettato l’invito equivale a Giulia ha rifiutato l’invito. Anche le indicazioni di misura (di tempo,
distanza, peso, valore) sono dei circostanti del verbo e non suoi argomenti: non indicano un’entità a
sé stante rispetto al verbo (come l’oggetto diretto o indiretto), ma la “misura” del valore espresso
dal verbo: es. Il pacco pesa 2 chili; La stazione dista 3 chilometri.
(b) circostanti degli argomenti
I circostanti di un argomento possono essere: - aggettivi, che concordano in genere e numero con il
nome (es. Il mio amico Giulio). Come gli aggettivi si comportano anche i participi passati, che
concordano con il nome a cui si riferiscono (es. Il pacco, ben confezionato, è arrivato a
destinazione). Anche gli articoli non sono altro, per natura e per funzione, che aggettivi. Per natura,
per la loro origine da aggettivi latini (un, uno, una continuano l’aggettivo numerale latino unus, una,
unum; il, lo, la … continuano l’aggettivo dimostrativo latino ille, illa, illud), e per funzione, perché la
loro funzione è quella di qualificare la persona o cosa come “non ancora nota” (“indeterminata”)
oppure “già nota” (“determinata”) nell’ambito del discorso che si sta facendo. A rigore, quindi,
l’articolo va messo tra i circostanti. Nella nostra rappresentazione grafica, tuttavia, segniamo gli
articoli e gli aggettivi dimostrativi (questo, ecc.) e possessivi (mio, ecc.) dentro il cerchio del nome a
cui si riferiscono, dato il loro stretto rapporto. I circostanti di un argomento possono essere: - nomi
usati come apposizioni (composte da un solo nome o da più elementi) a un altro nome. Es. Luigi,
ingegnere, ha risolto il problema; da bravo ingegnere, Luigi ha risolto il problema, nostro cruccio da
tanti anni. - espressioni preposizionali, che specificano aspetti vari della persona o cosa indicata
dall’argomento, es. Gli amici del quartiere hanno regalato a Giulia un libro di storia dello sport;
Paolo ha mangiato un panino con salame; I miei cugini di Milano verranno a trovarmi; Luisa abita in
una casa sul mare.

Le espansioni
Alla frase è possibile aggiungere ancora altri elementi, diversi dai circostanti. Frase nucleare: Giulio legge
romanzi Frase con i suoi circostanti: Il mio amico Giulio legge lunghi romanzi di fantascienza di autori russi A
questa frase è possibile aggiungere altre informazioni, che riguardano, ad esempio, quando e dove e con
quali procedimenti Giulio si dedica a queste letture.
I nuovi elementi si inseriscono bene, concettualmente, nel contenuto preesistente della frase, ma non
hanno collegamenti strutturali (morfologici o sintattici), né uno specifico punto di attacco. Infatti, possono
essere spostati in vari punti della frase lineare.
Poiché la funzione degli elementi nuovamente aggiunti è quella di “ampliare la scena”, di “espanderla”, a
questi pezzi diamo il nome di ESPANSIONI. La rappresentazione grafica delle frasi viste sopra mette in
evidenza che le ESPANSIONI sono posizionate in una fascia esterna all’ovale che contiene il nucleo e i suoi
circostanti, chiusa da un ovale di altro colore. Si ricordi inoltre che le sei espansioni sono collocate in sei
punti diversi, ma, come già detto, la loro non è una posizione obbligata
LEZIONE 11-12
Storia della lingua italiana Le lingue hanno un momento in cui nascono. Quando si parla della storia di una
lingua si parla di una storia esterna e di elementi interni (meccanismi che portano a dei cambiamenti). La
lingua nasce parlata e poi ha un’evoluzione ma può anche morire (es. il latino è una lingua morta, anche se
si può comunque studiare). L’italiano è nato dal latino. Il latino era utilizzato in una ampia zona: c’era una
dominazione linguistica, aveva funzione di potere nell’impero (era la lingua del potere). Venne appresa e
utilizzata nell’impero in modi diversi, perché c’erano altre lingue sottostanti; lingue pre-esistenti che
influenzano l’apprendimento della nuova. Il latino aveva delle varietà/livelli perché era una lingua d’uso
(quindi sia per funzioni più alte sia a quelle umili). Le lingue romanze che derivano direttamente dal latino,
sono delle evoluzioni del latino volgare, quindi il latino parlato, e non del latino scritto. Questo grande
serbatoio linguistico del latino è una risorsa per tutte le lingue romanze, ma anche per tutte le altre, a cui
continuamente si è fatto ricorso. In italiano ci sono due filoni di derivazione dal latino all’italiano: allotropi
parole che derivano dalla stessa base latina ma che hanno avuto due percorsi diversi, un esito parlato e un
esito colto. Il percorso colto è ancora aperto, per avere nuove basi. Nel territorio italiano fino al 1500 fin a
quando non si era definito quale volgare era più adeguato per lo scritto e quindi più adeguato alla cultura,
le lingue che si parlavano in Italia erano i “volgari”, tante varietà di lingue diverse e tutte derivanti dal latino
volgare (tutte con la stessa grandezza e varietà espressiva): la differenza è stata nell’utilizzo maggiore che
se ne è fatto (fiorentino, perché in Toscana c’era la civiltà degli etruschi che non aveva una lingua
indoeuropea a differenza di altre che erano molto più vicine a queste o comunque al latino, e questo
portava a far sic he ci fosse una congiuntura particolare per l’apprensione del latino).
TESTIMONIANZE latino che si sta trasformando Appendix Probi (testo in latino volgare) vuol dire
“appendice di Probo” questo Probo si suppone sia un maestro che insegnava il latino e questa appendice
che si costituisce di una lista di parole, si riferisce ad un testo di studio della lingua. Si pensa che però sia
copiata da altre parole già esistenti; si presuppone che questa testimonianza (circa ottavo secolo) di
passaggio dal latino al volgare sia precedente (quarto-quinto secolo a.C.). Si pensa che con questa lista lui
voglia correggere i suoi allievi nella pronuncia: testimonia che queste parole erano pronunciate in modo
diverso dal latino classico. A Pompei, è stata distrutta nel 79 d.C. (quindi sappiamo che tutto quello che
troviamo risale prima del 79), possiamo trovare delle scritte sui muri che hanno una varietà linguistica
molto popolare e uno di queste si legge “bela pupa” = bella ragazza: notiamo che “bela” non è più latino
(bello in latino è pulcra) e questo “bela” deriva da un altro aggettivo che in latino voleva dire gentile, sano,
buono. Iscrizione della catacomba di Commodilla è un graffito che dice “non dicere ille secrita a (b)boce”
che vuol dire “non recitare le secrete ad alta voce” e si riferiva ai fedeli che non dovevano recitare ad alta
voce il canone della messa. La doppia “b” viene raddoppiata per riprodurre il suono di “v”: raddoppiamento
fonosintattico. E poi c’è il fenomeno del betacismo (sostituire alla “v” la “b” che poi sarà caratteristico del
romanesco). Il latino non aveva articoli: l’italiano ha preso gli articoli da altre forme come ad esempio gli
articoli dimostrativi (l’articolo “il” deriva da “ille”). Il primo testo ufficiale (perché è il verbale di un processo,
quindi sappiamo datazione e luogo) che è considerato testo in volgare è il testo di Placito capuano (960),
che è scritto in latino ma si ritrovano anche termini in volgare. Riguarda una discussione su un terreno e
viene trascritto sicuramente da un cancelliere che cerca di trascrivere in latino il parlato volgare. La grafia è
normalizzata (suoni che dal punto di vista del parlato erano diversi, rinforzati) perché lo scrivente è colto.
Iscrizione che si trova in nella chiesa di San Clemente, è un affresco che rappresenta il miracolo di San
Clemente che una volta catturato si è trasformato in una colonna molto grande impossibile da spostare. La
cosa particolare è che sono state inserite delle scritte insieme ai disegni, una sorta di didascalie che
sembrano riportare le parole dei personaggi. Si alternano latino e volgare (sono 5 le parti in cui c’è
scrittura). Alla fine del 1200 si sviluppa una scuola poetica, la scuola poetica siciliana. Il lavoro di colui che
vuole utilizzare il volgare parte da una rifinitura, impoverimento del volgare, che porta ad un recupero delle
lingue più prestigiose e che avevano avuto utilizzi letterari di un certo rilievo. In Sicilia nella prima metà del
1200 (anni 30), nella corte Federico II si sviluppa una particolare esperienza di scuola poetica. La scuola
poetica siciliana è il primo esempio di scuola poetica. Si tratta di un’esperienza limitata ed è composta dai
dipendenti/funzionari della corte, non sono quindi poeti di professione, ma si mettono alla prova in questa
esperienza poetica (la sua corte è aperta alle innovazioni). Il siciliano che utilizzano per i loro componimenti
è una lingua artificiale; è un compromesso perché è una lingua che hanno ripulito dai tratti locali e
arricchita da altro. Il tema è quello amoroso ed è in linea con la poesia provenzale: scrivono componimenti
amorosi e dobbiamo ad uno di questi, Giacomo da Lentini, l’invenzione del sonetto. Per quanto riguarda le
fonti il problema è complesso: a noi questi scritti non sono arrivati in via diretta, non abbiamo codici o
manoscritti che riportassero i componimenti dei poeti siciliani, ma sono arrivati a noi da manoscritti toscani
(ricopiati da toscani). Dal punto di vista linguistico, nella trascrizione da parte dei toscani, sono fatte
automaticamente delle modifiche: i copisti intervenivano nella forma linguistica, eliminando quelle forme
non in linea con il loro volgare e le hanno toscanizzate; la forma non è più quella originale. La conferma a
questa trasformazione la abbiamo avuta molto tardi, quando sono state scoperte delle carte ottocentesche
dove c’erano dei manoscritti nella forma originaria siciliana, e non corrette. Nella forma toscana non
tornavano le rime: le rime dovevano essere rime perfette, ma nelle trascrizioni non lo erano. Questo perché
il vocalismo siciliano era molto diverso da quello toscano. La lingua di questa scuola non ha potuto avere
dei risultai positivi perché conosciuta in un'altra forma e perché è stata limitata nel tempo e limitata a quel
luogo. Dante non aveva un modello precedente per quanto riguarda il volgare e non aveva una riflessione
prima di lui per quanto riguarda i volgari. Dante, che sceglie di scrivere la commedia in volgare, ha scritto
anche altre opere in latino (de vulgari eloquentia che una riflessione sulle lingue: quale fosse una lingua
universale, lingua che Dio aveva donato agli uomini, e che era la lingua perfetta; c’è anche una ricerca
sincronica, descrive attraverso esempi concreti sperimentati da lui stesso, su tutti i volgari presenti, li
commenta e cerca un modello; quale volgare risponde ai suoi criteri, che lui ritiene assoluti. Il linguaggio
doveva essere aulico). Nessuno dei volgari che lui ha analizzato corrisponde a tutte le caratteristiche:
avverte delle caratteristiche ma nessuno è concretamente la realizzazione di tutti questi ideali. Parla anche
del siciliano e apprezza l’esperienza poetica ma pensa che sia una lingua ancora troppo chiusa, e quindi non
la vede come ideale. Ma neanche il fiorentino, però lo sceglie per lo stile della commedia che è uno stile
basso, volgare, che si adatta alla sua lingua volgare, alla lingua materna. Nella commedia c’è una tendenza
ad un volgare più basso nella prima cantica dell’inferno, per andare ad un linguaggio più aulico andando
avanti. Per la lingua di Dante si è parlato di plurilinguismo (Contini), che è una compresenza di più registri
della stessa lingua ma anche il ricorso a varietà diverse di lingua. Dante conosce i volgari italiani e quindi fa
ricorso ad espressioni e forme di altri volgari che non siano il fiorentino. Questo plurilinguismo viene messo
in relazione con il monolinguismo di Petrarca (impostazioni diverse dal punto di vista linguistico.
Essenzialità nel lessico di Petrarca, utilizza poche parole, è più costante ma riesce con questo lessico ad
ampliare la sfera dei significati, usa la polisemia). Tradizione dei testi di Dante che non ha lasciato nessun
testo autografo, la tradizione è tutta una tradizione di copie e copisti. Non conosciamo la sua grafia.
Abbiamo però moltissimi testimoni, sono 27, anteriori al 1355. Tra questi codici quello che è considerato
principale è quello trivulziano 1390; importante perché molto antico e perché il copista era ritenuto
affidabile. Anche nel lessico la polimorfia, ovvero capacità di muoversi nei registri, è presente. Dante
introduce delle parole che non si erano mai trovate prima in altri testi letterari. Il livello linguistico poi si
innalza quando si passa da inferno, purgatorio e paradiso, arrivando ai latinismi. Molti latinismi sono
diventati comuni proprio per il suo impiego nella commedia, che si consolidano nell’italiano grazie all’uso
dantesco. Un altro settore praticato da Dante è quello delle voci scientifiche, i termini tecnici che possono
riguardare ad esempio l’astronomia, la medicina, la matematica e la geometria: quindi ha avuto il modo di
costruire un modello lessicale tecnico. Altre fonti da cui pesca per arricchire il lessico sono i gallicismi,
serbatoio della poesia franco-provenzale, e i dialetti. A tutto questo va aggiunto una capacità inventiva da
parte di Dante: neologismi danteschi, alcuni che sono scomparsi e altri che ci sono tutt’ora. Prima si parlava
di allotropi, ovvero parole che hanno stessa origine ma che danno esito colto o popolare; anche dante
alterna parole allotropi. Un esempio tipico dell’innalzamento/avanzamento del linguaggio si ha nell’uso
dell’aggettivo “vecchio” nell’inferno, che diventa “veglio” nel purgatorio, che diventa “sene” nel paradiso.

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