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È divertente! Mi annoio!

Che schifo

Dopo un anno di interruzione, riprendo il lavoro con Jo, un ragazzino di 2° media,con diagnosi di
disturbo oppositivo provocatorio.
Fin dal primo giorno di lavoro riprendo la logica che avevo seguito in passato con lui, ma in modo
ancora più deciso, ovvero mi muovo per la classe senza un compito preciso se non offrire o dare un
aiuto ad alunni che sono in difficoltà o mi chiedono qualcosa. Non si tratta di essere indifferente a
Jo, quanto di sottrarmi al sentirmi chiamato in causa ogni volta che lui fa qualcosa di fuori dalle
righe. Lascio che l’insegnante di classe intervenga con lui come con tutti gli altri.
Mentre aiuto un alunno con alcune operazione è proprio Jo che il primo giorno, dopo esserci salutati
e aver iniziato ognuno il proprio lavoro, viene da me a chiedermi che aiuti anche lui.
Questa strategia lascio che sia operativa ogni volta che mi trovo a lavorare con lui in classe.
Cosa diversa quando usciamo per fare attività in individuale o in piccolo gruppo.
Anzitutto faccio si che sia sempre l’insegnante di classe che dica a me e a Jo di poter uscire. Inoltre
anche in questo caso porto Jo a convocarmi per uscire, senza chiedere io di andare e soprattutto
senza arrivare a intimargli di uscire quando in classe c’è confusione, anche dovuta a lui.
A partire da queste premesse ogni volta che arrivo a lavorare con Jo, dopo un primo tempo che
rimane a fare le sue cose, è lui che mi chiama per chiedermi cosa fare esponendo una sua richiesta
sulla possibilità di uscire a fare dei lavori insieme.
Quando non stiamo in classe, spesso una prof chiede a me e Jo di uscire con una compagna
straniera per aiutarla a fare alcuni schemi o riassunti di italiano, storia o geografia. In questa
occasione, dopo una prima parte di lavoro in cui si impegna ad aiutarmi nel aiutare la sua
compagna, dedichiamo una parte del tempo per attività di suo interesse che si svolgono in palestra o
in un aula di teatro. Si tratta quasi sempre di attività che coinvolgono il corpo: riuscire a fare un
certo numero di palleggi, delle capriole particolari, canestro nel bidone o lanciare degli aereoplanini
di carta nel bidone. Attività queste che sono tutte legate ad un suo dire: “Mi diverto”. Dopo periodi
in classe in cui “Mi annoio” è come se questa fosse una necessità per riequilibrare qualcosa che
altrimenti non sarebbe tollerabile. Da dire che quando in classe fa magari un pò più di confusione
degli altri, a volte sbadigliando o mostrandomi annoiato dico che è proprio una noia stare così e che
proprio non mi divertono affatto queste cose. Lui spesso di ferma e viene a chiedermi spiegazioni
del perché non mi divertono.
Un modo di divertirsi funzionale al lavoro è quando, durante le due ore di arte in cui lavoriamo
insieme, mentre fa l’attività didattica ci scambiamo battute che fanno ridere, giochi di parole o
barzellette, per esempio lui mi dice:”in una gara uno squalo conto un uomo se lo squalo mangia
l’uomo è squalificato” oppure:”se una suora mangia una pizza arriva suor dinazione”
Queste due ore sono un momento particolare di lavoro. Siamo in un ambiente dove, a parte il
mandato del prof di arte concordato prima di uscire, il modo in cui realizzarlo può essere lasciato
alla mia e sua inventiva.
Due cose da dire in particolare:
- spesso quando si mette al lavoro o prima di farlo, si arrabbia da solo con ciò che sta facendo
perché non gli viene come vorrebbe. Su questo ascolto senza dire niente se non qualche breve inciso
ogni tanto, e continuo quello che sto facendo, lasciando che mi possa rivolgere ciò che ha da dire.
Lascio che possa essere arrabbiato, che possa sbagliare e non riuscire. L’unica cosa su cui
intervengo è quando ciò che fa proprio non gli riesce come vorrebbe ed è portato a distruggerlo
buttando nel bidone la “schifezza” che ha fatto, chiedo di poterla avere io per farci un lavoro visto
che trovo le schifezze importanti e degne di attenzione. Così si rimette all’opera curioso di quello
che sto facendo con le sue schifezze.
- in una occasione aveva chiesto che, come altre volte, andassi a prendere un tappetone da portare
nell’aula di teatro, per fare delle capriole. Più avanti dirà: “Voglio imparare a cadere in piedi”. Me
lo chiede mentre sto facendo un lavoro. Alla risposta che ora non posso mi propone lui di andare in
palestra da solo. Dico che se vuole è libero di andare ma io non lo autorizzo ne lo vieto. È libero di
scegliere. Gli dico che non gli rispondo, non glielo proibisco né glielo permetto. Si blocca e mi
chiede “Perché? Dai, rispondomi!”. Replico che può decidere, ma ribadisco il né si né no. Dopo un
po’ ci pensa e dice: “Facciamo un compromesso. Mi prendi il tappetone e facciamo grammatica”.
Accetto. Rispetta la parola data. In un'altra occasione si sorprende a dire con me che è strano, ha
avuto quello che aveva chiesto, ha fatto una cosa che gli piace eppure ora si annoia e non sa perché.
Osserva che dopo che è suonata la campana ed è ora di andare trova che ha smesso di annoiarsi e
vorrebbe riprendere quello che faceva. Proprio ora che non è possibile. “Si!” dice sorpreso e
mettiamo via tutto per andare.
Un inciso su come prendere questo breve testo.
Vorrei evidenziare l’importanza di una logica di intervento centrata sui dettagli di quanto emerge
nell’incontro singolare tra me e Jo, tra un orientamento che cerco di seguire e la bussola data da
quello che per Jo è fonte di agitazione o interrogazioni. In questo sono fondamentali i suoi detti
relativi al Mi diverto, Mi annoio, Che schifo che prendo senza dargli nessun senso, ma cerco di
usare per dare una cornice al suo fare in classe e per portarlo ad indirizzarmi un suo dire.

Omar Battisti

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