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Cinque Platonici a Princeton

L’autore John L. Casti considera ciò che scrive un’opera di finzione, non un romanzo.
Si concentra sul problema dei limiti della conoscenza scientifica dal momento che,
secondo lui, ci sono molte ragioni di ordine pratico, morale, politico ecc. che
impediscono di conoscere quanto vorremmo del mondo reale.

Questo libro intende indagare in che misura i limiti al potere della scienza, se
esistono, siano connessi alle nostre capacità computazionali. Il tema è affrontato nel
programma di ricerca promosso da John von Neumann presso lo IAS (Institute for
Advanced Study) di Princeton nel New Jersey nel periodo successivo alla seconda
guerra mondiale. I personaggi che entreranno nella narrazione saranno molte delle
figure più importanti dell’epoca: Albert Einstein, Julius Robert Oppenheimer
(Direttore dello IAS), Wolfang Pauli, Hermann Weyl e Kurt Godel, i cui lavori sui limiti
logici della matematica e non della scienza hanno offerto lo spunto dal quale si
sviluppa gran parte della rappresentazione in questo libro.

Capitolo 1: Passeggiata in Mercer Street

Durante una delle passeggiate quotidiane in Mercer Street che Albert Einstein, il più
illustre professore dello IAS, faceva per tornare a casa dall’Istituto, Kurt Godel, il più
grande logico dei tempi di Aristotele, gli confessò che era piuttosto preoccupato ed
offeso da un punto di vista personale e professionale perché non era stato ancora
nominato professore della facoltà di matematica, ma che era rimasto solo un
membro dell’Istituto, pensando addirittura che qualcuno avesse messo in
discussione il valore del suo lavoro. Gli chiese quindi di mettere una buona parola
con il direttore dello IAS Oppenheimer per fare cambiare idea anche agli altri
membri della facoltà, che fino ad allora avevano votato contro. Einstein rispose che
ci avrebbe provato, anche se la facoltà lo teneva in considerazione solo per il suo
lavoro passato e non per le idee attuali, quindi non lo avrebbero ascoltato.

Non potendo fare molto per alleviare le preoccupazioni di Godel, cercando, quindi,
di cambiare discorso, Einstein gli chiese su cosa si stesse occupando in quei giorni e
lui rispose, molto soddisfatto, che stava lavorando alla sua teoria della relatività
generale e studiando le equazioni matematiche su cui era basata la teoria. Durante
questo studio aveva scoperto che una soluzione alle equazioni della teoria della
relatività generale di Einstein implicava la possibilità di vivere in un universo nel
quale non vi era alcun fluire oggettivo del tempo. Il “prima” di una persona poteva
essere il “poi” di un’altra e viceversa e quindi lui riteneva possibile poter viaggiare
indietro nel tempo. Il tempo non scorre alla stessa velocità per tutti. Più ci si avvicina
alla velocità della luce più lento va il proprio orologio rispetto a quello di un
osservatore stazionario.

Su questo punto Einstein concordò ricordando uno dei più celebri paradossi
dell’epoca ossia quello dei “due gemelli”. Il paradosso enunciava che uno dei due
gemelli fece un viaggio nello spazio con una astronave che viaggiava ad una velocità
prossima a quella della luce mentre l’altro rimase a casa. Quando il gemello
viaggiatore tornò scopri, con grande sorpresa, che il fratello era invecchiato di
diversi decenni rispetto alla sua età. Questo paradosso infatti voleva significare che il
tempo non scorre alla stessa velocità per tutti.

Attraverso la sua soluzione Godel affermò, quindi, che poteva fornire un insieme di
modelli del mondo che ruotano, arrivando a dimostrare che rivisitare il passato e,
quindi, poter viaggiare nel tempo, voleva significare la scomparsa del tempo
cosmico.

Einstein replicò che il suo nuovo universo rotante era solo un mondo che risultava
dalla matematica e che quindi poteva non corrispondere ad alcuna realtà fisica, ma
Godel rispose che l’universo reale e quello matematico hanno le stessi leggi di
natura quindi se il tempo è un’illusione in un mondo, deve esserlo anche nell’altro.
Inoltre secondo lui viaggiare nel futuro o nel passato era possibile allo stesso modo
in cui era possibile viaggiare in direzioni differenti nello spazio. Einstein però restò
convinto che non fosse possibile che l’universo matematico fosse uguale a quello
reale e inoltre fece notare a Godel come questa teoria fosse simile, nello spirito del
lavoro, a quella sua precedente sull’ incompletezza della matematica. Einstein
aggiunse, infatti, che le argomentazioni formali della logica matematica da lui
utilizzate per dimostrare che e’ impossibile definire il concetto “intuitivo” di verità
all’interno di un qualsiasi sistema logico fossero state le stesse argomentazioni
utilizzate per dimostrare che la teoria della relatività non può catturare il concetto
“intuitivo” di tempo.

In linea anche con la teoria sul principio di indeterminazione delle proprietà fisiche
degli oggetti di Heisenberg, anche le teorie di Einstein e Godel dimostrarono che
usando gli strumenti dell’analisi logica e della matematica si poteva comprendere
meglio come vi fossero dei limiti nella conoscenza del mondo che ci circonda.

Capitolo 2: Il tè all’Istituto

In un pomeriggio, durante la tradizionale ora del tè delle tre, si trovavano nella sala
Common Room il leggendario poeta Thomas S. Elliot che era stato invitato dal
Direttore dello IAS a trascorrere un trimestre a Princeton, ma ancora non capiva
l’utilità di trovarsi in mezzo a matematici e fisici; Hermann Weyl, matematico e fisico
e Wolfang Pauli, energico fisico teorico. Mentre quest’ultimi dibattevano sulla
differenza tra il tipo di conoscenza che viene riconosciuta dai matematici e quella
riconosciuta dagli scienziati naturali come i fisici, entrò nella sala il Direttore
Oppenheimer con una folla di giovani studiosi e riallacciandosi alla discussione tra
Weyl e Pauli affermò che c’era una profonda differenza tra la conoscenza che un
poeta esprime in una poesia sull’amore e la conoscenza che uno scienziato potrebbe
ottenere misurando la concentrazione di sostanze chimiche nel cervello di un
paziente, quando gli viene chiesto di pensare alla persona amata. La conoscenza che
intendeva Pauli era scientifica ed era diversa da quella che avrebbe potuto spiegare
il poeta Elliot. Ma c’era qualcosa, a cui sia i poeti che gli scienziati potevano attingere
per la loro conoscenza, ed era l’anima. La scienza e la matematica forse non hanno
un ruolo privilegiato nella creazione della conoscenza. La partecipazione del poeta a
questo incontro voluto dall’autore e che inizialmente appare come fuori contesto
sembra assumere, quindi, un estremo valore per i notevoli contributi che anche la
poesia può dare alla conoscenza umana.

Si apre poi un dibattito incentrato sulla critica ai risultati del lavoro di Godel.

Weyl, infatti, afferma che non si poteva accettare l’idea che per dimostrare che
qualcosa fosse vero si doveva dimostrare che non fosse falso. La matematica
avrebbe dovuto essere molto più definita rispetto agli oggetti che studiava e che per
dimostrare che qualcosa fosse vero si doveva costruire partendo dai numeri naturali
senza dimostrare che fosse falso. Secondo Weyl la teoria di Godel, quindi, era come
dire al mondo che c’era un tesoro senza rivelare dove fosse. Il teorema di Godel
implicava, quindi, che c’erano limiti alla precisione della certezza, che c’era un
confine invalicabile perfino in fisica teorica e che questo confine era rappresentato
proprio dallo stesso scienziato come essere che pensa.

Elliott, il poeta, intervenne affermando la sua convizione che gli scienziati


eseguissero dei calcoli per ottenere una mappa della realtà quindi si domandò se
fosse possibile, tramite esperimenti di laboratorio, controllare la validità delle
predizioni per convalidarle o rifiutarle, ossia si domandò se tutto ciò che si poteva
sapere sul mondo potesse essere letto su uno strumento di misura. Pauli, il fisico
teorico, affermò che le misurazioni indicavano qualcosa intorno alla realtà ma non
costituivano la realtà stessa. La fisica e le altre scienze miravano a comprendere la
struttura profonda del reale e non solo le teorie della misurazione.
Altro argomento di discussione fu introdotto da Weyl, rivogendosi al Direttore,
relativamente alla sua preoccupazione per la proposta di Von Neumann di costruire
un calcolatore all’interno dello IAS in quanto luogo non adatto ad un progetto di tipo
ingegneristico.

In realtà il calcolatore rappresentava uno strumento estraneo al modo in cui i


matematici e fisici facevano il loro mestiere e poteva rappresentare, per loro, una
minaccia per il modo in cui praticavano la loro professione.

Capitolo 3: Quel buontempone di Johnny

Durante una festa a casa sua, Von Neumann ebbe la possibilità di parlare con il suo
vecchio amico Stan Ulam, un matematico che aveva conosciuto anni prima a
Princeton e a Los Alamos e che aveva un profondo interesse per l’applicazione dei
calcolatori all’esplorazione delle strutture matematiche della fisica e della biologia.
Gli parlò della difficoltà che stava avendo a far accettare il progetto del suo
calcolatore all’interno dello IAS, dal momento che gli oppositori non vedevano
quanto la tecnologia in realtà stava cambiando il mondo e confessò che, se a breve,
non fosse stata risolta la questione, avrebbe portato il progetto altrove. L’amico
Ulam gli disse che il calcolatore sarebbe stato indispensabile per la costruzione della
bomba ad idrogeno, da usare per tenere i russi sotto scacco, perché per costruirla
venivano richiesti tanti calcoli che nemmeno un esercito di computer umani, che
lavoravano giorno e notte sulle calcolatrici meccaniche, avrebbero potuto risolvere.
Von Neumann rispose che il suo intento era quello di usare il calcolatore per
controllare il tempo atmosferico e non per progettare bombe, ma che ne avrebbero
discusso ancora.

Il tipo di computer che voleva costruire per lo IAS avrebbe funzionato in parallelo,
ossia sarebbe stato in grado di eseguire simultaneamente numerosi calcoli e non
una singola operazione in ciascuno dei suoi cicli interni. Per costruirlo ci sarebbero
voluti tre anni e diverse persone impiegate.

Von Neumann approfittò del dibattito su quale fosse la differenza tra la conoscenza
in generale e quel tipo di conoscenza ottenuta con i metodi scientifici per sostenere
l’importanza dell’introduzione del suo calcolatore. Siamo in presenza di una
differenza tra le regole scientifiche ossia regole esplicite, oggettive e indipendenti
dal pensiero degli studiosi e regole generali basate sul modo in cui si giunge a queste
regole, ossia partendo da osservazioni empiriche per arrivare a un’ipotesi
controllata, in una serie di esperimenti, capace di essere accettata o rifiutata. Von
Neumann sosteneva che la scienza fosse un modo di creare una realtà, scoprendo e
applicando un insieme di regole. Lui stesso pensava al suo calcolatore come a un
dispositivo che seguiva regole. Sostenne che se la scienza consisteva essenzialmente
nell’eseguire un calcolo, allora i suoi limiti potevano essere spostati se le capacità
computazionali di ognuno potevano essere ampliate utilizzando un calcolatore.
Domandò allora se questo poteva, secondo loro, essere un valido argomento per
poter costruire il calcolatore allo IAS. Nessuno rispose alla domanda.

Godel sosteneva che un gran numero di problemi in matematica non potevano


essere risolti da un insieme di regole logiche quindi si domandava se qualcuno
conoscesse una questione appartenente alla realtà fisica o sociale che appariva
come un problema, la cui soluzione andava oltre i confini della scienza. Se in
matematica esisteva la nozione di dimostrazione, consentendo senza alcun equivoco
di dimostrare o refutare alcune proposizioni, non si sapeva quale fosse l’analogia
della dimostrazione nella fisica e per sostenere che qualcosa andava oltre i limiti
della scienza, bisognava mettere a punto una nozione che potesse svolgere lo stesso
ruolo della dimostrazione matematica.

Ulam rispose che il suo scopo non era quello di varcare il confine che separa la
matematica dalla scienza o dall’economia, ma quello di rimanere all’interno di un
quadro computazionale e che il suo interesse per la scienza esisteva solo finchè si
trattava di un modello matematico della realtà e non della realtà stessa, che
secondo lui,era troppo complessa.

Von Neumann si avvicinò infine a Weyl chiedendogli di appoggiare la proposta di


promozione a ruolo di professore di Godel.

Capitolo 4: Godel alla lavagna

Una mattina, mentre si recava al lavoro, Von Neumann stava riflettendo sulla
questione relativa alla promozione di Godel e continuava a chiedersi come fosse
possibile vincere la resistenza dei colleghi su ciò che per lui era in realtà molto
semplice, in quanto credeva che nessuno avrebbe potuto definirsi professore, se
non poteva farlo Godel. Decise così di convincere il grande logico a svolgere un
seminario all’Istituto sulla verità matematica, in cui potesse chiarire gli aspetti del
suo pensiero, probabilmente mal interpretati da alcuni costruttivisti. Aggiunse anche
(per persuadere Godel) che questa lezione gli sarebbe stata utile per sostenere la
sua candidatura alla posizione di professore, quindi non potè fare a meno di
accettare. Von Neumann si assicurò che fossero presenti tutti i membri della
comunità scientifica di Princeton e invitò personalmente il suo collega Weyl (bestia
nera di Godel).
Quel giorno la Sala di Matematica dello IAS era molto affollata, in quanto gli invitati
continuavano a chiedersi che cosa avesse Godel di così strordinario da annunciare
pubblicamente, dato che egli aveva un’avversione per le relazioni sociali.

Godel, dopo il suo lavoro sull’incompletezza matematica (in cui affermava che
l’argomentazione deduttiva è soggetta a limitazioni intrinseche riguardo alla
scoperta della verità matematica) decise di concentrare la sua presentazione sull’
IPOTESI DEL CONTINUO, enunciata per la prima volta da Cantor. Questa ipotesi
riguardava l’esistenza di differenti livelli di infinito, ma Cantor aveva mostrato che il
livello di infinito rappresentato dai numeri reali era maggiore di quello dei numeri
naturali (chiamato “infinito numerabile”), in quanto l’insieme dei numeri reali
consisteva di tutti i possibili sottoinsiemi dei numeri naturali. Si diceva quindi che
esso avesse la potenza del continuo. Godel, a questo punto, volle mostrare ai suoi
colleghi come era riuscito a dimostrare la coerenza dell’ipotesi del continuo con gli
assiomi della teoria degli insiemi: il primo passo consisteva secondo lui nel
dimostrare che la teoria del continuo era compatibile con gli assiomi della teoria
degli insiemi e poi considerare tutti i numeri ordinali come dati, invece che cercare
di costruirli partendo dai principi primi. La concezione platonica di Godel, infatti,
richiamava il fatto che gli oggetti matematici (come i numeri ordinali) esistono
indipendentemente dalla mente umana o da ogni procedura atta a costruirli, in
quanto l’universo della matematica va ben oltre la percezione che abbiamo di esso
(questo perché secondo lui la matematica è una scienza empirica).

Durante la presentazione il grande logico ricevette molte domande e molte


considerazioni da parte dei partecipanti e riuscì secondo Von Neumann ad aver
favorito una concezione più profonda della posizione relativa ai suoi risultati di
incompletezza nella concezione scientifica del mondo, sperando che il pubblico la
pensasse come lui. Al termine del seminario, il matematico decise di fermare Weyl
chiedendogli se fosse ancora contrario alla promozione di Godel ed egli rispose che
le sue obiezioni non avevano a che fare con la qualità del lavoro di Godel, ma ciò che
più lo preoccupava, riguardo la sua nomina a professore ordinario, era la sua
instabilità psichica, il suo distacco dalle cose reali, che avrebbe influito sulla grande
quantità di lavoro amministrativo che bisognava svolgere all’interno della Scuola di
Matematica. Aggiunse che questa era anche la preoccupazione di molti altri colleghi,
tra cui Siegel e Montgomery.

Capitolo 5: La sala del Consiglio


Oppenheimer riflettè sul Consiglio di amministrazione che si sarebbe tenuto a breve,
in particolare riguardo il progetto di von Neumann sulla costruzione di un
calcolatore per condurre indagini scientifiche. Egli era convinto del fatto che la
facoltà avrebbe apprezzato i vantaggi di avere a disposizione un calcolatore allo IAS
e avrebbe accettato, ma non aveva tenuto conto del fatto che essere membri dello
IAS (in cui non vi sono lezioni né studenti) attraeva coloro che disdegnavano le
applicazioni della scienza, in quanto violazioni dell’ideale platonico a cui credevano.

Ci furono chiaramente coloro che si opposero all’iniziativa, tra cui Siegel (analista
matematico) che riteneva che la missione dello IAS fosse quella di esplorare i limiti
dell’intelletto umano e quindi non lo riteneva il luogo adatto per costruire macchine,
ma anche dei sostenitori di questo progetto. Tra di essi emersero:

- Veblen (uno dei leader della comunità matematica americana) il quale affermò di
essere favorevole al progresso della conoscenza in qualunque direzione andasse,
quindi von Neumann avrebbe potuto contare sul suo sostegno

- Strauss (amministratore dello IAS) il quale stimava molto von Neumann e quindi
riteneva che qualsiasi cosa egli volesse fare doveva valerne la pena

Non appena venne dato inizio al Consiglio, Oppenheimer riassunse brevemente le


obiezioni da parte della facoltà nei confronti del progetto dicendo che alcuni
ritenevano che lo IAS fosse dedicato al pensiero e quindi si opponevano a un
progetto che consideravano puramente ingegneristico, applicativo. Altri invece
sembravano essere indifferenti al progetto, ma non vi erano membri della Scuola di
Matematica che ne fossero davvero entusiasti.

Chiarita la posizione della fazione contraria al calcolatore, Oppenheimer ritenne


importante permettere a von Neumann di fare un resoconto delle sue idee e della
portata del progetto che aveva in mente, per poter prendere una decisione.

Il matematico allora iniziò dicendo che il calcolatore avrebbe amplificato il potere


della mente umana di scrutare sempre più a fondo nei segreti della natura: risolvere
problemi riguardo il mondo comportava l’esecuzione di calcoli, quindi più si era
bravi a calcolare, più a fondo si era in grado di penetrare nel mondo della natura e
degli esseri umani. Proseguì affermando che il calcolatore sarebbe riuscito a
spiegare anche la relazione tra il mondo fisico e il mondo dei simboli in quanto non
era altro che un congegno fisico che possedeva molti interruttori elettrici che
potevano trovarsi su ON o OFF. Lo schema ON-OFF e il modo in cui cambiava da un
istante all’altro determinavano ciò che veniva calcolato dal computer, quindi
rappresentavano un simbolo, non la cosa reale. Era però possibile utilizzare simboli
e regole di trasformazione di insiemi di simboli in altri analoghi, per rappresentare
relazioni del mondo reale. Il calcolatore poteva elaborare insiemi di simboli in modo
più veloce e affidabile di qualunque altro dispositivo che la storia dell’umanità
avesse mai conosciuto; proprio perché questa macchina rappresentava il processo
che avrebbe portato l’informazione a sostituire la materia e l’energia, secondo von
Neumann, andava costruita allo IAS. In questo modo essa sarebbe stata resa
disponibile alla ricerca scientifica generale e lo IAS era stato costruito con lo scopo di
promuovere con ogni mezzo il progresso della conoscenza.

Finita la sua presentazione il grande matematico lasciò la Sala del Consiglio, però,
data l’ora, i membri decisero di formalizzare la mozione secondo cui lo IAS si
sarebbe dichiarato pronto a ospitare il progetto e a finanziarlo a patto che il dottor
von Neumann fosse stato in grado di reperire in anticipo, la parte restante dei fondi
dall’esterno.

Capitolo 6: Pensieri notturni del Sommo Fisico


Nella sua abitazione in Mercer Street, quella sera Albert Einstein era in preda al
turbamento, in quanto:
- La sua TEORIA DELLA RELATIVITA’ GENERALE (che legava spazio, tempo e
materia in un’unica cornice teorica e riguadava oggetti di dimensioni
macroscopiche come pianeti e galassie) era puramente classica, in quanto gli
oggetti si muovevano in accordo con le leggi della meccanica newtoniana. Era
quindi una teoria coerente del campo gravitazionale.
- La TEORIA DEI QUANTI (che riguardava oggetti di dimensioni microscopiche
come elettroni, fotoni e altre particelle e che si era imposta sulla scena anche
grazie ai suoi lavori) era di natura statistica, in quanto riteneva che finchè la
misurazione non veniva effettuata, gli elettroni avevano solo una certa
probablità di essere trovati in una determinata posizione. Era quindi una
teoria del campo elettromagnetico.

Ciò che faceva riflettere il grande scienziato era proprio come fosse possibile riunire
questi fenomeni (gravità ed elettromagnetismo) in una teoria coerente nota come
TEORIA DEL CAMPO UNIFICATO.
Einstein, profondamente realista, era legato alla concezione classica secondo cui una
particella ha propietà ben definite come la quantità di moto e la posizione, in ogni
singolo istante. Nel dominio microscopico dei quanti invece un oggetto come un
elettrone non ha alcuna proprietà prima di essere osservato, solo dopo che ciò
accade acquista una posizione, uno spin, una quantità di moto a seconda della
natura della misurazione effettuata.
Il fisico allora, insieme alla collaborazione di Podolsky e Rosen, decise di presentare
ai teorici dei quanti un esperimento in cui se si supponeva di avere un sistema di
particelle composto da due elettroni con spin opposti (SU e GIU’), allora lo spin
totale del sistema era uguale a zero. Stando a ciò che credevano i teorici dei quanti
non si poteva dire che i due elettroni avevano uno spin definito finchè esso non
veniva misurato. Immaginando che (prima di aver determinato lo spin degli elettroni
attraverso l’osservazione) uno di essi venisse traportato dall’altro lato della Galassia
e raggiunta la sua destinazione venisse misurato lo spin di uno dei due elettroni e
risultasse essere SU’, senza alcuna misurazione fu possibile stabilire che lo spin
dell’altro elettrone doveva necessariamente essere GIU’, dato che lo spin totale del
sistema doveva essere zero. Effettuando le opportune misurazioni risultò proprio
che lo spin di quest’ultimo era davvero giù.
Secondo Einstein se era possibile dedurre lo spin di una particella misurando quello
della gemella, entrambi gli spin dovevano esistere come elementi reali. L’idea di
conoscere lo stato di un elettrone, misurando lo stato dell’altro, rappresentava però
una completa violazione del PRINICIPIO DI INDETERMINAZIONE di Heisenberg, su cui
poggiava la meccanica quantistica, quindi il fisico continuava a ritenere che c’era
qualcosa di sbagliato in questa teoria.
Altro argomento di riflessione del fisico era proprio relativa al suo stato attuale
all’interno dello IAS, in quanto credeva di non essere altro che un’icona, utile
all’Istituto per il suo nome, ma estraneo al principale orientamento delle sue attivià
scientifiche e professionali, quindi iniziò a domandarsi come fosse finito ad
insegnare a Princeton e ripercorse mentalmente la storia della sua vita fino ad
arrivare anche alla discussione che aveva avuto poche settimane prima con von
Neumann sul progetto del suo calcolatore. Continuava a chiedersi come una
macchina potesse sostituire la mente umana e soprattutto se essa potesse pensare
in maniera creativa al punto da sciogliere l’enigma del campo unificato. Credeva che
forse la soluzione poteva essere quella di appoggiare il progetto, in modo che Von
Neumann stesso, costruendo la macchina, si sarebbe reso conto del fatto che è
inconcepibile che una scatola di metallo possa in qualche modo duplicare il cervello.
Con questi pensieri in mente, Einstein abbandonò il suo studio per recarsi a letto
continuando a pensare che, forse, il giorno dopo sarebbe stato quello giusto per
trovare la soluzione al suo rompicapo.
Capitolo 7: Una serata a Olden Manor
Oppenhaimer invitò nella sua residenza a Olden Manor alcuni tra i maggiori fisici, tra
cui Pauli (che fu suo insegnante molti anni fa), Bohm (che fu suo studente nonché un
giovane che stava lavorando con Einstein sulla teroia dei quanti), Wigner (il grande
fisico americano di origine ungherese che insegnava all’università di Princeton) e
Bethe (professore della Cornell Univeristy, dotato di una grande intelligenza e
intuito per la fisica nucleare atomica) per discutere ampiamente di alcune
tematiche.
Nella prima parte della discusssione, venne chiesto a Bohm (data l’assenza di
Einstein) che genere di lavoro stesse portando avanti con il fisico relativamente alla
teoria dei quanti. Egli sembrò appoggiare Einstein nel ritenere insoddisfacente dal
punto di vista estetico l’idea che non esistano realmente oggetti con proprietà ben
definite finchè non vengono osservati, quindi dichiarò che il loro lavoro era
orientato alla ricerca di un’interpretazione alternativa. In particolare egli stava
lavorando su una rivisitazione dell’ipotesi avanzata da Le Broglie, ritenendo che ogni
oggetto fosse identificato come una particella classica, che le sue proprità fossero
ben definite e che ad ognuno di questi oggetti era associata un’onda di informazioni
che chiamò POTENZIALE QUANTISTICO. La particella si comportava a sua volta in
modo coerente con l’informazione che riceveva sull’ambiente dal potenziale
quantistico. La sua concezione venne apprezzata dal resto dei fisici, in particolare da
Oppenhaimer che decise di invitarlo a presentare la sua posizione in uno dei
seminari che si sarebbero svolti prossimamente allo IAS.
La discussione venne riportata in poco tempo sui problemi correnti dell’Istituto, che
riguardavano:
- Von Neumann per il suo progetto del calcolatore. Oppenhaimer si convinse
del fatto che sarebbe dovuto ricorrere a qualunque mezzo per convincere il
Consiglio di Amministrazione ad approvare la proposta del matematico,
altrimenti Von Neumann sarebbe andato altrove a realizzarlo e lo IAS non
poteva permettersi di perdere un personaggio di quel calibro.
- Godel per la sua nomina a professore. In questo caso Oppenhaimer
argomentò dicendo che questa fosse una questione meno rilevante perché se
lui fosse diventato professore non sarebbe cambiato nulla all’interno dello
IAS, quindi si trattava di un problema di natura diversa (più legata al fatto che i
meriti intellettuali dovevano essere rispecchiati dallo status occupato nella
gerarchia di un’organizzazione intellettuale come lo IAS).

Bothe intervenne improvvisamente facendo notare a Oppenhaimer quanto i


due problemi fossero in realtà correlati, in quanto parlando dei limiti della
conoscenza scientifica avevano precedentemente distinto un modello
matematico di una situazione reale e la situazione reale stessa. I risultati di
Godel sull’incompletezza, così come la tesi di Von Neumann (secondo cui ciò
che possiamo conoscere si riduce a ciò che possiamo calcolare) sembrano
avere un rapporto diretto con il lato matematico della distinzione.

Capitolo 8: I verdetti
Veblen tenne l’incontro mensile dei membri della facoltà della Scuola di Matematica
(al quale parteciparono Von Neumann, Morse, Siegel, Montgomery e Weyl) dicendo
che avrebbero dovuto affrotare due questioni importanti in quella seduta:
- La promozione del collega Godel a professore ordinario dell’Istituto
- La scelta dei visitatori per l’anno accademico successivo
Decisero di iniziare con la questione della promozione di Godel perchè avrebbe
richiesto più tempo. Von Neumann iniziò il suo intervento a favore di Godel
ribadendo che la comunità internazionale lo riteneva il più grande logico del secolo e
che nessuno di loro poteva chiamarsi professore se non proprio lui. Molti
sembravano essere d’accordo con Von Neumann, ma non tutti, tra cui:
- Weyl che riteneva il suo teorema “un trucco linguistico” più che un solido
risultato matematico (la sua pozione fu smontata dallo stesso Veblen).
- Montgomery che invece non aveva dubbi sull’eccellenza del lavoro
matematico di Godel, ma era la sua personalità che lo preoccupava. Riteneva
(come molti all’interno della facoltà) che sarebbe stato meglio se avesse
continuato ad occupare la sua posizione di membro permanente dell’Istituto,
che non lo impegnava in questioni amministrative, piuttosto che promuoverlo
a professore (ruolo in cui la sua instabilità psicologica poteva riverlarsi di
ostacolo per il funzionamento della Scuola).
Von Neumann si sentì in dovere di intervenire in quanto conosceva bene Godel ed
era convinto che per quanto quest’ultimo fosse preciso sul lavoro, quando si
trattava di prendere decisioni non era più distante dalla realtà del resto della facoltà.
Anzi, aggiunse che lui avrrebbe accolto con piacere le sue opinioni logiche riguardo
alle questioni su cui di solito deliberavano, tra cui la nomina di professori e scelte di
visitatori. A questo punto Morse si unì alla discussione dalla parte di Johnny,
credendo che Godel avrebbe svolto i compiti amministrativi in modo molto
coscienzioso.
Veblen, arrivato il momento di votare, consegnò dei pezzi di carta e fece lo
spoglio dei voti, per poi informare il direttore Oppenhaimer che la facoltà della
Scuola di Matematica aveva votato a favore della promozione di Kurt Godel.
Contemporaneamente, nella Sala del Consiglio, si stava avviando il dibattito
riguardo l’approvazione della proposta di Von Neumann. Nonostante la tensione
tra Oppenhaimer e Strauss, la sola cosa su cui erano d’accordo era l’importanza
di trattenere il grande matematico allo IAS. Strauss Iniziò a fare le sue
considerazioni che vennero appoggiate e ricalcate dal direttore dell’Istituto, il
quale aggiunse che lo IAS era nato per promuovere imprese intellettuali di
frontiera e che nessuno all’interno della facoltà avrebbe incarnato questo spirito
più di Von Neumann, motivo per cui avrebbe appoggiato la proposta di ospitare lì
il progetto del calcolatore. Anche il dottor Aydelotte sostenne il pensiero di
Oppenhaimer, ma propose anche di destinare a questo progetto centomila
dollari dalle risorse finanziarie dell’Istituto come fondo da utilizzare in caso di
necessità.
Oppenhaimer, a questo punto, chiese di votare e la maggioranza fu raggiunta per
entrambe le proposte: lo IAS avrebbe sostenuto la realizzazione del progetto
diretto dal professor Von Neumann, l’Istituto avrebbe messo centomila dollari a
disposizione e il direttore fu sollevato dal fatto di non aver perso una mente così
potente.

EPILOGO:
1) JOHN VON NEUMANN, dopo l’approvazione del progetto da parte del
Consiglio di amministrazione, riuscì a realizzare il suo progetto e il suo
primo vero impiego risale all’estate del 1951. Interessante è ricordare che
ultimato quel progetto lo IAS approvò una risoluzione per cui non vi
sarebbe stato più spazio per alcun programma applicativo.

2) KURT GODEL venne promosso a professore della Scuola di Matematica nel


1953 e fu un membro della facoltà diligente e coscienzioso, svolse i compiti
amministrativi con prontezza ed efficienza.
3) JULIUS ROBERT OPPENHEIMER fu direttore dello IAS fino al 1966. Data la
sua appartenenza giovanile ad associazioni comuniste le udienze del
governo sulla revoca dell’esenzione di Oppenheimer divisero la comunità
scientifica in due parti: una pro e l’altra contro di lui.

4) ALBERT EINSTEIN non si riconciliò mai con il credo quantistico secondo cui
“un fenomeno non è tale finchè non viene osservato” e la sua vita di fisico
sembrava già terminata quando si recò a Princeton.

La questione filosofica relativa ai limiti della conoscenza scientifica rimane ancora


irrisolta a causa della sua vaghezza, infatti a differenza della matematica (in cui si ha
un’idea ben definita di cosa vuol dire “risolvere”), nelle altre scienze non c’è un
concetto chiaro di cosa costituisca una risposta.

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