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Da: B. Menegatti, Sviluppo sostenibile a scala regionale.

Quaderno metodologico,
Bologna, Pàtron, 1999, pp:. 27-61.

LO SVILUPPO SOSTENIBILE A SCALA LOCALE:


CONSIDERAZIONI TEORICHE E METODOLOGICHE

Carlo Cencini *

Premessa

Questo contributo è strutturato in due parti: la prima è dedicata ad una breve rassegna
dello sviluppo del pensiero economico nei confronti dei problemi ambientali e
all'approfondimento teorico del concetto di sviluppo sostenibile, sulla base dei più recenti e
significativi contributi scientifici pubblicati a livello nazionale e internazionale; la seconda è
essenzialmente metodologica e contiene un percorso di analisi della sostenibilità a livello
locale che fa propri alcuni schemi esplicativi di recente elaborazione: la metafora nodo-rete,
la nozione di sistema locale, i concetti di identità e di milieu. I sistemi locali (definiti
prevalentemente in senso socio-economico) sono messi in relazione con i sistemi naturali
(ecosistemi) da essi sottesi - interpretati attraverso le unità di paesaggio (geosistemi) - e
confrontati con il modello ideale della "rete di aree protette", quale indicatore di sostenibilità.

1. LO SVILUPPO SOSTENIBILE: UN APPROFONDIMENTO TEORICO

1.1. Economia e ambiente

Il pensiero economico riguardante il rapporto tra economia e ambiente naturale ha subito


profondi mutamenti nel tempo, anche se spesso alcune idee sono state prima inventate, poi
dimenticate e successivamente riscoperte. In particolare, il problema dei limiti delle risorse
naturali, come possibile vincolo alla crescita della produzione e dei consumi, è stato
* Dipartimento di Scienze Economiche, Università di Bologna.

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avvertito, in misura più o meno accentuata, da quasi tutte le correnti teoriche della storia del
pensiero economico: fisiocratici, classici, marxisti, neoclassici, fino alle più recenti correnti
dell'economia ecologica.
Una storia, per quanto succinta, dell'ambiente in economia non può che partire dagli
economisti del XVIII secolo: i fisiocratici. Essi consideravano la natura come il fattore
produttivo essenziale e furono i primi a riconoscere la sua importanza in funzione
dell'agricoltura. Solo l'agricoltura poteva essere considerata un'attività potenzialmente
produttiva perché fornitrice di un "prodotto netto". Anche se largamente superata, l'intuizione
dei fisiocratici conserva ancora oggi una propria validità. In realtà il processo produttivo in
agricoltura è legato all'energia solare e il "dono gratuito della natura", secondo la definizione
di Quesnay (1758), è in realtà fornito dai vegetali, i soli in grado di fornire un surplus, grazie
alla attività di fotosintesi (Bresso, 1993).
La scienza economica attuale discende in gran parte dall'elaborazione teorica dei classici
inglesi piuttosto che dal pensiero dei fisiocratici. Nel pensiero dei classici il sovrappiù è il
risultato del lavoro dell'uomo, capace di creare nuovo valore. L'economia classica prese
corpo con l'opera di Adam Smith, il quale mostrava un deciso ottimismo sulla disponibilità di
risorse naturali, giustificato dai poderosi cambiamenti intervenuti in campo socio-economico,
scientifico e tecnologico al tempo della Rivoluzione Industriale, come pure dal continuo
flusso di materie prime pregiate dalle colonie. Malgrado l'ottimismo dominante, non
mancarono voci discordi, né mancò l'attenzione verso il problema dei limiti delle risorse
naturali e della produzione di alimenti che fu affrontato, sia pure in vario modo, nell'opera di
classici quali Malthus, Ricardo, Marx e Mill.
Uno dei primi pessimisti, circa le prospettive di crescita economica nel lungo termine, fu
l'economista inglese Thomas Malthus (1798), che nel suo famoso Essay on the Principles of
Population ebbe il merito di intravedere per primo i limiti assoluti alla crescita economica
dovuti ai vincoli che l'ambiente poneva, come la scarsità delle terre coltivabili. Benché il
progresso tecnologico e il calo della natalità abbiano in larga misura ridimensionato le
preoccupazioni maltusiane, a distanza di due secoli dall'uscita del celebre saggio, il dibattito
sollevato dalle dottrine di Malthus è tutt'altro che sopito e il problema della crescita della
popolazione mondiale è ancora di grande attualità.
Negli stessi anni, un altro economista inglese, David Ricardo (1926), elaborò la teoria
della rendita decrescente, secondo la quale l'attività economica è "limitata" dalla scarsità
delle risorse naturali, in quanto i costi tendono ad aumentare man mano che le risorse

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migliori si esauriscono e devono essere sostituite da risorse di qualità progressivamente
inferiore.
Anche Marx sottolineò la possibilità che lo sviluppo economico potesse essere limitato,
ma egli fu interessato a mettere in evidenza i limiti sociali dello sviluppo, quali le agitazioni
sociali e politiche all'interno dell'economia nazionale e della società in generale, piuttosto che
i limiti fisici.
Non si può dimenticare, infine, il contributo di John Stuart Mill. Egli riteneva che il
processo di sviluppo economico dovesse prima o poi sfociare in uno "stato stazionario",
caratterizzato da un livello costante di popolazione e servito da una quantità fissa di capitale
fisico (beni, infrastrutture, edifici, ecc.): una sorta di optimum socialmente desiderabile. Il
concetto di stato stazionario a crescita zero riemergerà - come vedremo - durante gli anni
Settanta, soprattutto ad opera di Daly (1977).
A partire dal 1870 circa, iniziò a svilupparsi il pensiero neoclassico, destinato a
rappresentare, fino ai giorni nostri, il paradigma economico dominante. L'economia
neoclassica rappresenta un approccio più ristretto verso lo studio dei fenomeni economici, in
termini di adozione di una ben definita struttura per ciascuna specifica questione. Al centro
della prospettiva dell'economia neoclassica sono i concetti di condotta razionale degli attori
in economia, del ruolo determinante dei prezzi e dell'ottimizzazione dell'utilità o dei profitti
come garanzia del funzionamento sociale ottimale del sistema economico.
In questa prospettiva, il concetto di sviluppo che ha dominato fino agli anni Settanta del
nostro secolo è stato quello di crescita e, di conseguenza, l'ambiente è stato a lungo
considerato come una semplice "esternalità", avallando in un certo qual modo il suo utilizzo
spregiudicato, sia come fonte di risorse che come ricettore di rifiuti delle attività industriali e
dei consumi. Di grande importanza fu l'introduzione, da parte di Alfred Marshall (1920;
1979), del concetto di "economie esterne" di scala, dove l’ambiente è rappresentato dal
complesso delle imprese di un luogo, che rappresenta un fattore positivo per la localizzazione
della singola impresa, in grado di far ridurre i suoi costi di produzione.
L'introduzione alle "esternalità negative" in economia si deve a Pigou (1920), il primo a
formalizzare l'impatto dell'inquinamento sul funzionamento dell'economia. Nella sua analisi,
Pigou intravide il fatto che l'inquinamento è causa di costi esterni che determinano uno
scollamento fra costi privati e costi sociali.
Pur consapevole dei limiti delle risorse e dei possibili costi ambientali "esterni" di
produzione e di consumo, l'economia neoclassica ha prestato ben poca attenzione

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all'ambiente naturale che costituisce un elemento che rimane esterno all'organizzazione della
produzione sino al momento in cui gli si assegna un prezzo. "L'ambiente viene assunto al pari
di ogni altro fattore di produzione, e come tale trasformabile da parte di un sistema
produttivo teso verso una crescita virtualmente illimitata" (Conti, 1996, p. 480). L'ortodossia
economica ha riposto la massima fiducia nell'operare congiunto del meccanismo dei prezzi di
mercato e dell'innovazione tecnologica: l'eventuale scarsità di una risorsa viene risolta dal
mercato che, attribuendole un prezzo più alto, stimola la ricerca di riserve meno costose.
In questa ottica lo sviluppo è visto come un processo di modernizzazione industriale e
tecnologica e un progressivo asservimento della natura. Una concezione storicamente
radicata nel pensiero occidentale, che ha costituito per lungo tempo il paradigma dominante
delle teorie dello sviluppo.

Nel secondo dopoguerra, e segnatamente nel corso degli anni Sessanta, in quasi tutti i
paesi industrializzati iniziarono a manifestarsi i primi vistosi segni dei danni all'ambiente:
inquinamento, piogge acide, effetto serra, desertificazione, ecc. Le economie più sviluppate
si trovarono improvvisamente a fare i conti con il fatto che la crescita economica senza sosta
e l'industrializzazione spinta non avevano prodotto solo dei vantaggi, ma anche conseguenze
negative sull'ambiente e sull'uomo.
Il moltiplicarsi delle grida di allarme e delle preoccupazioni per lo stato di salute
dell'ambiente nell'opinione pubblica dei paesi sviluppati produsse le prime correnti di
pensiero riunite sotto il nome di "ambientalismo" (O'Riordan, 1989). La scoperta dei limiti
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oggettivi che l'ambiente poneva alla crescita illimitata e la constatazione che i danni
ambientali si traducevano in costi per il sistema economico indusse alcuni economisti a
sviluppare una nuova branca della disciplina economica nota come "economia dell'ambiente"
(environmental economics), il cui compito era di occuparsi, in modo sistematico, degli effetti
dello sviluppo economico sull'ambiente e dei limiti ecologici dello sviluppo (Barbier, 1998;
Pearce, 1991; Pearce et al., 1989; Perrings, 1987, 1997; Turner et al., 1994).
Tra i primi critici dell'economia tradizionale e del concetto di esternalità ambientali,
elaborato da Marshall e da Pigou, va ricordato William Kapp che nel suo The Social Costs of
Private Enterprise (1950) mise in evidenza come in un'economia di mercato l'impresa privata

1 Il termine ambientalismo è qui inteso nel senso generale, cioè come quell'insieme di movimenti culturali,
etici e anche ideologici (si pensi ai partiti dei "Verdi" che sono entrati a far parte di numerosi governi europei)
che si battono in difesa dell'ambiente e per la tutela della natura. In geografia invece il termine è spesso usato
come sinonimo di "determinismo fisico", cioè di una certa interpretazione del rapporto uomo-natura maturata
all'interno della geografia classica.

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aveva fino ad allora internalizzato i profitti e scaricato i costi sociali (tra i quali i danni
all'ambiente) su altri attori o categorie, con conseguenze ingiuste per i singoli e per la società.
Fondamentale fu anche il saggio di Kenneth Boulding (1966) The Economics of the
Coming Spaceship Earth che paragonò l'economia tradizionale a quella del "cow-boy" che,
vivendo in una terra di frontiera, ha l'illusione di disporre di risorse infinite da sfruttare. In
realtà il pianeta Terra può essere paragonato a una "navicella spaziale" in viaggio
nell'universo che dispone di una sola fonte di energia - quella solare - e che deve pertanto
risparmiare su ogni risorsa e riciclare il massimo possibile. Questa suggestiva metafora ha
avuto l'indubbia utilità di ricordare che, come l'economia della simbolica e teorica astronave,
anche l'economia reale rappresenta un flusso circolare di risorse in cui è necessario
concentrare gli sforzi di riciclaggio dei materiali, di riduzione dei rifiuti, di mantenimento
delle fonti esauribili e di sfruttamento delle fonti di energia potenzialmente illimitate, come
quella solare. Solo in questo caso i processi potranno continuare all'infinito.
L'idea di "stock costante" e di crescita zero - un problema che, come visto, aveva già
appassionato gli economisti del secolo scorso - fu un altro concetto che riemerse durante gli
anni Settanta. La questione fu riproposta per primo da E. J. Mishan (1967, 1970) e fu poi
ripresa da Herman Daly nel suo Steady State Economics (1977) e, più recentemente, ancora
da Daly e Cobb in For the Common God (1989). Secondo Daly, la questione politica
essenziale era quella di quanto dovrebbe crescere l'economia (trattandosi di un sottosistema
dell'ambiente), in rapporto al sistema complessivo (cioè la biosfera). I concetti di "limiti" e di
"stock costanti" (di stato stazionario) sono tuttora punti importanti dell'analisi e del dibattito
dell'economia ambientale, ma l'assoluta fede in essi non è un aspetto accettato da tutti e il
dibattito è tuttora aperto (Turner et al., 1996).
Nel corso degli anni Settanta il modello di sviluppo economico tradizionale fu anche
oggetto di critiche di forte ispirazione neomaltusiana, fondata sull'idea della incapacità della
Terra di soddisfare i bisogni di una umanità in crescita esponenziale. Il rischio ecologico
connesso al boom demografico fu denunciato in termini catastrofici da Ehrlich (1970) ma,
probabilmente, la critica più nota - e a sua volta più contestata - fu quella contenuta nel
rapporto I limiti dello sviluppo, promosso dal Club di Roma e realizzato dal MIT di Boston,
pubblicato nel 1972 e divenuto rapidamente assai noto in tutto il mondo. Gli autori del
rapporto (Meadows et al., 1972) svilupparono un approccio sistemico mettendo a punto un
modello globale del "sistema Terra" ed estrapolando le tendenze in atto delle principali
variabili ambientali.

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Nel complesso, i lavori degli economisti dell'ambiente hanno prodotto un'analisi assai
approfondita dei limiti del funzionamento del mercato rispetto alle questioni ambientali e
proposto numerosi modi di intervento, come le analisi costi-benefici e le regolamentazioni
ambientali.
L'analisi "costi-benefici", applicata ai problemi e alle questioni ambientali, è uno dei
metodi e delle tecniche utilizzati dall'economia dell'ambiente per valutare in termini monetari
le funzioni ambientali (Hanley e Spash, 1993; Tisdell, 1993; Brent, 1996). Essa ha lo scopo
di integrare le funzioni degli ambienti naturali (che non hanno un prezzo, ma alle quali è
associato un valore) e di evidenziare i danni economici inferti alle economie nazionali
dall'esaurimento delle risorse e dall'inquinamento. In pratica si tratta di valutare e confrontare
i benefici ambientali con l'entità dei danni che derivano dai singoli progetti o, più in generale,
dalle politiche ambientali o da politiche economiche di più vasta portata.
Sotto il profilo politico, l'economia dell'ambiente si è tradotta nella definizione dei
cosiddetti "livelli ottimali di emissione", cioè i livelli "accettabili" di qualità ambientale. Il
modo più efficiente per conseguire un determinato livello di qualità dell'ambiente consiste
nel predisporre regolamenti, norme e misure di incentivazione economica e finanziaria
finalizzate a modificare i comportamenti dei produttori e dei consumatori ed altre forme di
intervento volte a "controllare" il tasso e la portata dell'inquinamento (Turner et al., 1994).
La prima (e più diffusa) politica tesa alla internalizzazione delle esternalità negative è la
creazione di tasse (spesso definite "pigouviane" dal nome dell'economista francese), volte a
controllare l'inquinamento o altri effetti negativi, secondo il cosiddetto Polluter Pay
Principle (PPP) che in italiano suona come "chi inquina paga" (Levèque, 1996; Dommen,
1993) . In aggiunta alle tasse ambientali, sono stati sviluppati altri strumenti di intervento
2

quali, ad esempio, gli incentivi economici che richiedono versamenti monetari per indurre
chi inquina a mutare il proprio comportamento (Dales, 1968; Berg, 1996).
L'ambiguità del ragionamento poggia sul fatto che queste politiche sono state definite in
base a criteri politici ed economici e non, come sarebbe stato auspicabile, in virtù delle
capacità di carico degli ecosistemi. In altre parole, invece di perseguire l'obiettivo della
qualità ambientale, l'economia dell'ambiente si è limitata a fissare i livelli di inquinamento
giudicati ottimali e quindi sopportabili dalla collettività e a suggerire i mezzi per

2 L’utilizzo delle tasse ambientali è particolarmente efficace per l’internalizzazione dei costi esterni, poiché
possono costituire un incentivo, tanto per i consumatori quanto per i produttori, a modificare il proprio
comportamento e a promuovere l’innovazione e i cambiamenti strutturali.

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"internalizzare" i costi ambientali, trasformando il costo sociale dell'inquinamento in un costo
per l'impresa. Ma l'ottimo economico spesso non coincide con l'ottimo ecologico (Pearce e
Turner, 1989). Il problema dell'inquinamento ambientale non si risolve sulla base di semplici
logiche economiche perché, quand'anche i costi sociali dell'inquinamento entrassero tra i
componenti del costo privato di produzione, attraverso il criterio della tassazione per chi
inquina, fisserebbero comunque limiti arbitrari per l'inquinamento. In definitiva, quindi,
l'economia dell'ambiente si è fatta carico di definire una serie di regole per un'adeguata
gestione delle risorse, ma sempre nel rispetto dei fondamenti della tradizione neoclassica,
secondo i quali l'ambiente naturale rimane "esterno" all'organizzazione delle produzione, un
vincolo all'efficiente funzionamento del sistema nel libero gioco delle forze della
concorrenza. Pur nascendo come reazione ai fallimenti dell'economia neoclassica di fronte ai
problemi ambientali, l'economia dell'ambiente è rimasta radicata alla tradizione della
disciplina, accettandone i principi e gli strumenti, in particolare la fiducia nei meccanismi
autoequilibranti del mercato (Conti, 1996).
L'economia dell'ambiente ha avuto comunque l'indubbio merito di aver introdotto come
argomento di studio l'ambiente ecologico, mettendolo in relazione con i problemi dello
sviluppo. Rispetto a molte altre scienze sociali (la sociologia, la geografia, la storia, la
filosofia), ma anche rispetto a molte discipline tecnico-scientifiche, l'economia è stata forse
la prima a sviluppare questo specifico settore.

Nel corso degli anni Ottanta, all'interno del gruppo di economisti che si occupano di temi
ambientali, si è verificata una scissione che ha portato alla nascita di una sottodisciplina
potenzialmente separata, la cosiddetta "economia ecologica" (ecological economics).
La nuova proposta progettuale si distacca sensibilmente dalla quasi omonima "economia
dell'ambiente". Mentre, infatti, per quest'ultima si intende una specializzazione dell'economia
neoclassica, all'opposto, con "economia ecologica" si indica una disciplina trasversale che
affronta i problemi ambientali in modo interdisciplinare, attingendo alle diverse scienze che
affrontano le infinite sfaccettature della questione ambientale. Riconoscendo l'estrema
complessità del mondo naturale e dei suoi legami con le attività produttive umane,
l'economia ecologica introduce l'idea della non separabilità e dell'interdipendenza fra società
e ambiente. Mentre l'economia dell'ambiente ha ormai un corpus teorico ben definito di
principi e metodi, non altrettanto si può dire per l'economia ecologica, anche se si può
individuare nella ricerca di un approccio interdisciplinare la sua caratteristica principale. Più

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che di una vera e propria disciplina, si tratta di un nuovo modo di pensare l'economia e, più
in generale, del modo di fare scienza.
L'economia viene così ad essere coinvolta in un più vasto dibattito della razionalità
scientifica che ha retto lo sviluppo della scienza e della tecnica occidentale nell'ultimo mezzo
millennio e che pretende di applicare alla complessità ed all'unicità del fenomeno reale la
semplificazione astratta dell'esperimento di laboratorio. I legami di ogni cosa con tutte le
altre, che sono alla base del paradigma sistemico, non sono riproducibili in laboratorio e sono
queste impossibilità che rendono imprevedibili gli effetti delle azioni umane sull'ambiente. In
economia, come in ecologia, di fronte all'inconoscibilità dei fenomeni complessi, la regola
fondamentale di azione è dunque la prudenza.
È quasi impossibile dare un completo quadro degli studi sull'economia ecologica. La
letteratura sull'argomento è massiccia e sorprende coloro i quali pensano che l'economia
abbia fatto pochi sforzi per occuparsi dei problemi ambientali . 3

Una delle correnti di pensiero più chiaramente definite all'interno dell'economia ecologica
è l'approccio termodinamico, che si fa risalire all'economista rumeno Nicholas Georgescu-
Roegen (1971) e al già citato lavoro di Kenneth Boulding (1966). L'importanza del
contributo di questi due studiosi è dovuta al fatto che essi furono i primi a perseguire un
tentativo di integrazione fra scienze economiche e scienze ecologico-ambientali applicando le
leggi fisiche ai fenomeni economici. Nel fondamentale lavoro The Entropy Law and the
Economic Process, Nicholas Georgescu-Roegen introduce nell'economia un nuovo
paradigma fondato sull'utilizzo del concetto fisico di "entropia", ponendo le basi di una teoria
economica dell'ambiente sganciata dalla tradizione neoclassica . 4

3 Van den Berg classifica ben 12 diverse prospettive che possono offrire basi teoriche per l'analisi economica-
ecologica: neoclassica dell'equilibrio, neoaustriaca temporale, ecologico-evoluzionistica, evoluzionistica-
tecnologica, fisico-economica, energetico-biofisica, ecologico-sistemica, ingegneria ecologica, ecologico-
umana, sociobiologica, storico-istituzionale, etico-utopistica. Naturalmente i confini tra le diverse scuole sono
spesso sfumati e molti autori possono riferirsi a più di un approccio (Berg, 1996, pp. 22 e segg.).
4 Com'è noto, il secondo principio della termodinamica stabilisce che in un sistema isolato le differenze di
energia tendono ad annullarsi spontaneamente e il sistema passa irrevocabilmente da uno stato di ordine ad
uno di disordine e quindi di aumentata entropia. Alla legge dell'entropia sono soggetti anche i sistemi non
isolati, come i sistemi ecologici e i sistemi economici: per sopravvivere e svilupparsi, essi introducono
dall'esterno materia ed energia ordinate e di elevata qualità (cioè a bassa entropia) ed emettono energia e
materia degradate e disordinate (ad alta entropia). Il sistema economico, che è contenuto in quello più ampio
rappresentato dall'ecosfera, riesce quindi a crescere e a mantenere il proprio ordine a costo di aumentare il
disordine ai livelli gerarchici più alti del sistema. Essendo l'ecosfera, a sua volta, un sistema materialmente
chiuso ed impossibilitato ad accrescersi, l'uso delle risorse energetiche fossili "ordinate" non può che ridurre
irreversibilmente le risorse disponibili per il futuro, aumentando il disordine" e cioè l'entropia del sistema (fig.
1) (Dragun e Jakobsson, 1997).

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Di particolare interesse è l'estensione analogica che Georgescu-Roegen fa della legge della
degradazione dell'energia alle risorse non rinnovabili rare (come taluni prodotti minerari e, in
particolare, i metalli), introducendo una sorta di "entropia dei materiali" separata dall'entropia
dell'energia. In questo modo si possono definire a bassa entropia i minerali ad alta
concentrazione di metallo e ad alta entropia gli stessi metalli non più ricuperabili una volta
dispersi nell'ambiente. Mentre i sistemi naturali riciclano al 100%, i metalli che noi
disperdiamo "entropicamente" in una discarica non potranno mai venire recuperati totalmente
se non a costi energetici enormi e con tempi cosi lunghi da risultare impraticabili, pur se
teoricamente realizzabili (Perring, 1987). Si può quindi affermare, sulla scorta del
suggerimento di Georgescu-Roegen, che le materie prime "ordinate" (quali i minerali ad alta
concentrazione di materia utile e le risorse energetiche fossili) sono soggette ad un degrado
irreversibile e che la loro durata dipende dalle scorte disponibili e dal tasso di consumo
annuale (eventualmente dedotta la parte riciclata) . 5

5 Questi concetti aiutano a comprendere perché gli economisti classici, a differenza dei fisiocratici, hanno
considerato produttive anche le attività industriali. Queste attività aggiungono effettivamente utilità alle
materie che trasformano, per cui sono in grado di produrre un sovrappiù che consiste nella differenza fra il
valore di scambio dei beni prodotti e il valore di scambio delle materie prime e del lavoro utilizzati. Ciò che
permette di spiegare una produzione che si ripete anno dopo anno, consiste nel prelievo, senza restituzione,
che viene effettuato dal capitale naturale terrestre di risorse energetiche e minerali. Quelle energetiche fossili
sono, in realtà, frutto anch'esse di un'attività di sintesi del mondo vegetale ma avvenuto in epoche remote e
nell'arco di tempi geologici non ripetibili nella scala di vita umana. Anche in questo caso si può parlare di un
"dono gratuito della natura" nel senso dei fisiocratici: solo che tale dono è uno stock limitato, per quanto
disponibile talvolta in quantità assai abbondante, e non un flusso continuo, ed è quindi soggetto ad
esaurimento. È stata la grande disponibilità di materia a bassa entropia a permettere l'incredibile sviluppo
delle società industriali che si sono così liberate dal vincolo che i prodotti agricoli costituivano per le
economie preindustriali, sia come quantità, che come qualità (Bresso, 1993).

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La principale obiezione a questa impostazione, si basa sulla convinzione che sia sempre
possibile contare sulla capacità dell'uomo di inventare materiali nuovi, in grado di sostituire
quelli naturali che diventano via via più scarsi, come in parte sta avvenendo con le plastiche
o le ceramiche. Tuttavia tale sostitutibilità non pare possa in nessun modo essere considerata
totalmente sicura e sempre possibile.

1.2. Un nuovo paradigma: lo sviluppo sostenibile

Il tentativo di proporre modelli di sviluppo economico alternativi e di costruire una teoria


generale volta a rendere compatibili i processi economici con gli equilibri ambientali, ha
trovato il suo paradigma nello sviluppo sostenibile. Lo sviluppo sostenibile è diventato,
infatti, il principio chiave sia dell'economia dell'ambiente e dell'economia ecologica, che
delle moderne politiche ambientali e territoriali.
Del concetto di sviluppo sostenibile si parla sempre più spesso, sia a livello scientifico che
divulgativo, tanto da essere considerato, da taluni, l'ultima moda in fatto di teorie dello
sviluppo economico . Anche se non possiede ancora un corpo teorico ben solido, non sono
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pochi a ritenere che la nozione di sviluppo sostenibile possa costituire una svolta radicale nel
modo di concepire la società e il suo sviluppo e un serio tentativo di conciliare due obiettivi
storicamente antitetici e apparentemente incompatibili: lo sviluppo economico, da una parte,
e la conservazione dell'ambiente, dall'altra.
Le origini del concetto di sviluppo sostenibile affondano nelle diverse ideologie
ambientaliste alternative. La speculazione sullo sviluppo sostenibile fu la tappa finale di un
lungo dibattito scientifico sul concetto di sviluppo assimilato a quello di crescita, nel corso
del quale emersero i concetti di "limite dello sviluppo" e di "sviluppo umano" (Vallega,
1994a, 1998). Lo sviluppo sostenibile ha trovato la sua enunciazione formale attraverso le
sistemazioni concettuali condotte in occasione delle periodiche conferenze organizzate
dall'ONU sui problemi dell'ambiente e dello sviluppo e, soprattutto, all'interno del programma
MAB (Man and Biosphere) dell'UNESCO.
La prima, e forse più famosa conferenza internazionale su questi temi, ebbe luogo a
Stoccolma nel 1972 con il titolo Man and his Environment. Malgrado le speranze degli
ambientalisti (per la prima volta si affrontavano in sede internazionale problemi come le

6 Come ricorda Conti (1996) il pensiero scientifico attorno al concetto di sviluppo ha seguito spesso "mode"
diverse. Con la nozione di sviluppo sostenibile, tuttavia, per la prima volta l'approccio si è spostato su una
interpretazione unitaria dei sistemi economici e di quelli naturali.

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piogge acide e l'inquinamento), la conferenza non portò a risultati concreti e si limitò a
formulare auspici e raccomandazioni. Essa costituisce, tuttavia, una pietra miliare nella storia
ambientale, perché per la prima volta il problema ecologico venne riconosciuto come un
problema globale, cioè coinvolgente tutto il mondo.
Nel corso della conferenza di Stoccolma venne istituito l'UNEP (United Nations
Environmental Programme), il Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente, incaricato di
analizzare le interrelazioni tra ambiente e sviluppo, di evidenziare i problemi e le
contraddizioni e di suggerire i modi per avviare politiche economiche compatibili con
l'ambiente. Nel 1980 l'UNEP, unitamente all'IUCN (The World Conservation Union) e al WWF
(Fondo Mondiale per la Natura) pubblicò il rapporto Caring for the Earth, A Strategy for
Sustainable Living, in cui lo sviluppo veniva definito, per la prima volta, come un
miglioramento della vita umana, entro i limiti della capacità di carico degli ecosistemi.
Fondamentale fu la pubblicazione, avvenuta nel 1987, del documento Our Common
Future elaborato dalla WCED (World Commission on Environment and Development), la
Commissione Mondiale sull'Ambiente e lo Sviluppo delle Nazioni Unite, meglio noto come
"Rapporto Brundtland", dal nome dell'ex primo ministro norvegese Gro Harlem Brundtland
che presiedeva la commissione. In esso si trova la prima e più condivisa definizione di
sviluppo sostenibile, indicato come: "uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza
compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri" (WCED, 1987).
Si tratta di un documento rivoluzionario che ha lasciato una traccia profonda nel dibattito
economico e ambientale degli anni successivi, enunciando alcuni fondamentali presupposti
che sono alla base del concetto di sviluppo sostenibile: il legame tra ambiente e sviluppo,
l'interdipendenza tra le nazioni nella gestione dell'ambiente, l'estensione del concetto di
sviluppo a quello di equità sociale, ecc. L'enunciato della Commissione Brundtland non
imponeva dei limiti assoluti allo sviluppo economico, ma quelli imposti dal presente stato
dell'organizzazione tecnologica e sociale nell'uso delle risorse ambientali e dalla capacità
della biosfera di assorbire gli effetti delle attività umane . 7

7 Il rapporto Brundtland individuava con grande chiarezza tre ostacoli principali sulla strada del
conseguimento di uno sviluppo compatibile con la difesa dell'ambiente. Il primo è rappresentato dalla quasi
assoluta dipendenza dai combustibili fossili come fonte energetica delle attività umane. Questa situazione,
oltre ad aggravare gli squilibri geopolitici fra Nord e Sud del pianeta, è anche responsabile di fenomeni di
inquinamento transnazionale come le piogge acide, l'effetto serra, il "buco" nella fascia di ozono, ecc.
Secondo la commissione, le alternative in grado di condurre alla sostenibilità non sono state perseguite con il
dovuto impegno, a causa soprattutto dei forti interessi economici delle grandi imprese e dei governi che
controllano gli approvvigionamenti dei combustibili fossili. La seconda minaccia allo sviluppo sostenibile è
identificata nella esplosione demografica dei paesi del Terzo Mondo, che rischia di diventare incompatibile
con le capacita produttive dell'ecosistema. Uno degli aspetti salienti del rapporto Brundtland è dunque dato dal
fatto che esso collega in maniera esplicita i problemi ecologici e quelli sociali, affermando che il sottosviluppo

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Il concetto di sviluppo sostenibile ha ricevuto, infine, la sua legittimazione ufficiale in
occasione del «Summit della Terra» tenutosi a Rio de Janeiro nel giugno 1992 nel quale
furono accolte le risultanze del lavoro della UNCED (United Nations Conference on
Environment and Development) . In quella sede il dogma della sostenibilità fu
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definitivamente consacrato come strategia mondiale dalle Nazioni Unite (Vallega, 1994a,
1995). Tra i fatti più significativi della Conferenza di Rio vi è l'approvazione ufficiale, da
parte di tutti i paesi partecipanti, della Dichiarazione di Rio, contenente i principi relativi
all’integrazione tra sviluppo e ambiente, e dell'Agenda 21, un documento che contiene le
linee guida di una politica di sviluppo sostenibile a livello globale, nazionale e regionale per
il XXI secolo.

L'affermazione della nozione di sviluppo sostenibile è quindi piuttosto recente ed è tuttora


oggetto di approfondimenti teorici, soprattutto per quanto riguarda le implicazioni pratiche di
politica economica, alle quali spetta il compito di rendere concretamente realizzabili gli
obiettivi definiti dal concetto. A prima vista può apparire una dichiarazione di buone
intenzioni, poco articolata sul piano delle politiche economiche. Tuttavia, ad una più attenta
disamina, il tentativo di definire un programma per avviare l'economia mondiale su un
sentiero di sviluppo sostenibile, anche nella sua forma più cauta, comporta il cambiamento di
alcuni pilastri portanti della teoria e della pratica economica, quali la preferenza del presente
rispetto al futuro, la messa in discussione del modello di razionalità dell'homo oeconomicus,
l'uso e l'abuso del criterio ceteris paribus per simulare impossibili esperienze di laboratorio,
ecc.
Nonostante numerosi autori riconoscano una validità paradigmatica al concetto di sviluppo
sostenibile, in realtà non esistono ancora sistemazioni teoriche compiute e neppure una
convergenza su una definizione sufficientemente univoca di che cosa si debba intendere con
questa espressione . 9

è una delle cause principali dei danni ambientali. Il terzo ostacolo individuato dal rapporto è l'inadeguatezza
del quadro istituzionale. Non esistono, infatti, enti o istituzioni sovranazionali dotati del potere necessario a
coordinare (e imporre) a livello globale le scelte di natura economica, tecnologica ed ecologica indispensabili
per il perseguimento di uno sviluppo veramente sostenibile (WCED, 1987).
8 La Conferenza di Rio ha costituito un evento di indiscutibile portata, che ha richiesto oltre due anni di
intensi negoziati e ha coinvolto la partecipazione di 183 paesi.
9 Pearce et al. (1991), in un accurato inventario delle molte possibili accezioni del termine, hanno censito ben
25 diverse definizioni di sviluppo sostenibile. Un'altra collezione di definizioni è contenuta in Pezzey (1993).
Alcuni Autori (O'Riordan, 1989; Redclift, 1991) sottolineano come il termine rivesta una notevole ambiguità,
che ne costituisce allo stesso tempo un punto di forza e di debolezza.

12
C'è una certa confusione sul significato di "sviluppo sostenibile". Malgrado la grande
produzione letteraria sull'argomento, molti contributi trattano il problema solo in maniera
generale e descrittiva (Tisdell, 1993; Wilson, 1997). Ciò dipende in parte dalla eterogeneità e
dalla multidisciplinarità dell'approccio, che presuppone un radicale cambiamento nella
definizione delle priorità e dei contenuti delle politiche socio-economiche e ambientali.
Alla luce di questa mancanza di univocità di interpretazione è utile tracciare un quadro
almeno sommario, che, partendo da alcuni punti fermi del concetto, passi in rassegna le
diverse interpretazioni con cui le varie scuole di pensiero si sono poste di fronte al problema
dei rapporti fra economia ed ecologia.
Una prima importante conseguenza della introduzione del concetto di sviluppo sostenibile
è quello di aver chiarito la differenza tra i termini "crescita" e "sviluppo" che hanno
significati sostanzialmente diversi. Nell'economia neoclassica il concetto di sviluppo era
assimilato a quello di crescita, identificata nella sempre maggiore disponibilità di beni
materiali ed espressa dall'aumento di variabili quantitative: il reddito pro capite, il tasso di
occupazione, il prodotto nazionale lordo o di altri aggregati macroeconomici. In questa ottica
il benessere viene assimilato alla capacità di consumo e di produzione di merci.
Secondo la nuova prospettiva, invece, lo sviluppo non è inteso come una semplice crescita
quantitativa, ma come un miglioramento della qualità della vita, la risultante quindi di varie
componenti, non solo economiche, ma anche sociali ed ambientali, come le condizioni
sanitarie ed abitative, il livello di istruzione e di sicurezza, i diritti civili, la tutela accordata
all'ambiente e al territorio, ecc. Si ipotizza, in sostanza, che esista non una, ma più modalità
di sviluppo e che quindi lo sviluppo stesso possa essere "aggettivato" e qualificato.
Un problema ancora aperto riguarda la questione se la crescita economica è una
condizione sine qua non per una effettiva politica di sviluppo sostenibile. La questione
riporta in auge un filone già aperto da Mill nel secolo scorso e riaffermato da Daly e da altri
studiosi nel corso degli anni Settanta e Ottanta: quello dello "stato di equilibrio" e della
"crescita zero" (Mishan, 1967; Daly, 1977; Daly e Cobb, 1989). Alcuni studiosi ritengono,
tuttora, che una crescita economica continua e senza alcun vincolo distruggerà le condizioni
per la vita sulla Terra e che sarà quindi necessario porre dei limiti quantitativi alla crescita
economica. Per rimanere nei confini dello spazio ambientale (cioè il quantitativo di risorse,
energia e territorio che può essere usato in modo sostenibile) sarà inevitabilmente necessario
fermare la crescita economica ad un "tetto" che per il momento è difficile stabilire. È questa,

13
ad esempio, la tesi contenuta in uno studio dell'Istituto Wuppertal per un'Europa sostenibile
(Amici della Terra, 1995) . 10

Lo sviluppo sostenibile va inteso prima di tutto un sistema di obiettivi: quelli canonici


sono essenzialmente tre (Dommen, 1993; Vallega, 1994a, 1995).
Il primo è l'integrità dell'ecosistema, intesa sia come realizzazione del principio etico della
salvaguardia degli ecosistemi, della diversità biologica e della tutela degli aspetti estetici e
culturali che definiscono la qualità ambientale, sia come corretta utilizzazione delle risorse
naturali rinnovabili, conservazione della capacità dell'ambiente di assicurare i processi
biologici da cui dipende la vita e di assorbire rifiuti e inquinamento. Più in particolare, l'uso
sostenibile delle risorse naturali rinnovabili non deve superare la capacita e i tempi di
ripristino ambientale; l'utilizzo delle risorse naturali non rinnovabili deve avvenire entro i
limiti definiti dal tasso di rinvenimento delle risorse stesse, o di altre che svolgano le
medesime funzioni; le emissioni di inquinanti e di rifiuti devono avvenire entro i limiti
definiti dalla capacita di assorbimento dell'ambiente, limiti che sono anche in funzione delle
tecnologie disponibili, nonché della varietà e delle caratteristiche del territorio preso in
considerazione.
Il secondo obiettivo è l'efficienza dell'economia. Il principio impone un profondo
ripensamento dei principi "convenzionali" di produttività in economia in base ai quali un
sistema economico è tanto meglio organizzato quanto più grande è il divrio tra costi e ricavi.
L'efficienza, invece, è tanto più alta quanto più ridotto è l'uso di risorse non rinnovabili e
tanto più intenso l'uso di risorse rinnovabili. Ne deriva che l'ambiente e la qualità della vita
non debbono essere più considerati come esternalità ma come elementi endogeni al sistema e
che l'economia deve essere organizzata in funzione dell'ecologia e dell'etica.
Il terzo obiettivo è quello dell'equità sociale. È questo il principio che ha sollevato i più
accesi dibattiti. Infatti le diseguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza si

10 In molti circoli dei Paesi sviluppati, tuttavia, si ritiene che una crescita economica zero o negativa sarebbe
svantaggiosa per la stessa qualità ambientale. Sono molti gli economisti, e anche gli ambientalisti, che
considerano i progressi in termini di efficienza tecnologica la soluzione al problema della sostenibilità. In
sostanza, si ritiene che i miglioramenti di efficienza portino in modo automatico a risparmiare risorse naturali
e a ridurre i consumi. La stessa Commissione Brundtland, ad esempio, ha individuato proprio nella crescita
economica la via percorribile per combattere la povertà e perseguire l'obiettivo dello sviluppo e della
salvaguardia dell'ambiente. Wackernagel e Rees (1996) rilevano invece come l'aumento di efficienza
tecnologica incoraggi i consumi e gli investimenti e porti il sistema economico verso la crescita. Per una sorta
di paradosso, quindi, "sarebbero "proprio i guadagni economici derivanti dalla migliorata efficienza tecnica ad
accrescere il tasso di sfruttamento delle risorse". Il progresso tecnologico potrebbe rivelarsi utile in chiave
ecologica solo se i risparmi in termini di efficienza venissero invece convogliati in investimenti per la
rigenerazione del capitale naturale.

14
configurano come dei fattori che contribuiscono alla non sostenibilità dello sviluppo. A tal
fine si possono considerare due tipologie di equità sociale:
- equità all'interno della singola comunità (o tra le diverse comunità) in un determinato
momento storico (equità intragenerazionale), intesa come uguale diritto di tutti i popoli della
Terra di partecipare allo sviluppo.
- equità tra le generazioni (equità intergenerazionale), la quale mette l'accento, per la
prima volta, sulla responsabilità della generazione attuale verso le generazioni future. In altre
parole la tendenza verso la massimizzazione del benessere della presente generazione deve
lasciare sufficienti opportunità per la realizzazione del benessere delle future generazioni
Le interpretazioni dello sviluppo sostenibile differiscono tra loro a seconda della diversa
priorità assegnata ai tre principi canonici. In altre parole esse mostrano tutte una diversa
combinazione di efficienza economica e di politiche di conservazione ambientale e di equità
sociale
Nell'impossibilità di giungere ad una definizione univoca del concetto di sostenibilità,
alcuni autori (Dommen, 1993; Faucheux e O'Connor, 1998; O'Riordan, 1989) dimostrano
come sia possibile collocare le diverse concezioni dello sviluppo sostenibile lungo un
continuum che va dalle posizioni più marcatamente tecnocratiche a quelle più esplicitamente
ecocentriche (fig. 2). Al centro delle prime sono le prospettive di sviluppo economico e gli
obiettivi sociali come quello della giustizia intergenerazionale, mentre il problema
ambientale è inserito nella pratica politica attraverso un uso "razionale" delle risorse
codificato attraverso una serie di divieti, di norme e di standard di emissione di cui si è già
detto a proposito dell'economia dell'ambiente. All'altro estremo le posizioni ecocentriche [o
biocentriche (Worster, 1985)] possiedono radicati fondamenti etici ed epistemologici che
riflettono un interesse per i valori intrinseci della natura vivente e della biodiversità. In
questo caso le preoccupazioni ambientali costituiscono un vincolo imprescindibile per il
raggiungimento degli altri obiettivi economici e sociali (Conti, 1996) . 11

11 Mercedes Bresso (1995) individua quattro tipi di posizioni a proposito del significato di sostenibilità. La
differenza fra le varie impostazioni è rilevante, poiché postula diverse concezioni del benessere ma anche
diverse concezioni della responsabilità verso il mondo naturale e verso le generazioni future. Secondo alcuni
filoni teorici (prevalentemente di scuola neoclassica) il concetto di sostenibilità può essere riferito in primo
luogo alla sfera strettamente economica. In tal senso la sostenibilità significa che devono essere assicurati
almeno pari livelli di consumo pro capite per le presenti e le future generazioni, collegati a indicatori di
performance economica come reddito, produzione e benessere, che non devono diminuire nel tempo. In
secondo luogo, il concetto di sostenibilità può essere riferito all'obiettivo di assicurare un livello costante di
benessere materiale all'umanità, inteso non solo in senso quantitativo ma anche qualitativo. Lo stesso
benessere può quindi essere ottenuto anche con minori livelli di consumo materiale, ad esempio grazie al calo
del consumo dei beni materiali e l'aumento dei servizi (dematerializzazione). In terzo luogo, il concetto di
sostenibilità può riguardare la conservazione del capitale naturale. Questa interpretazione sottolinea la
necessità di conservare e trasmettere alle generazioni future lo stock attuale di risorse naturali. Poiché le

15
Un'altra fondamentale distinzione che viene usualmente posta circa il concetto di sviluppo
sostenibile - non solo puramente terminologica ma anche di contenuto - è quella fra
sostenibilità "debole" e sostenibilità "forte", che si basa essenzialmente sulla possibilità o
meno di compensazione tra gli stock di capitale naturale e di capitale costruito dall'uomo
(Pearce et al., 1989).
Con l'accezione indicata dall'espressione sostenibilità debole si ritiene che la società possa
considerarsi sostenibile a patto che non risulti decrescente l'insieme della ricchezza materiale
basata sugli stock aggregati di capitale naturale e di capitale prodotto dall'uomo. Questa idea
postula una sorta di compensazione in base alla quale la perdita di un elemento dell'ambiente
naturale può essere compensata dall'aumento di un altro. Ogni generazione potrebbe quindi
degradare gli ambienti naturali a patto di rimpiazzarli con ricchezza capitale prodotta
dall'uomo. La sostenibilità debole è ritenuta da molti economisti un obiettivo già di per sé
sufficiente ed auspicabile per assicurare la sostenibilità dello sviluppo.

risorse non rinnovabili non possono più essere ricostituite, occorre che ne venga ridotto al minimo il consumo
netto (tramite il riciclaggio e il risparmio) e che vengano trovati nuove riserve o dei sostituti, preferibilmente
rinnovabili. Per quanto riguarda le risorse rinnovabili, il loro uso deve avvenire entro le capacità di
autorigenerazione dell'ambiente. Infine, il concetto di sostenibilità può ampliarsi alla necessità di assicurare
non solo i livelli di consumo umano ma anche la stabilità degli ecosistemi. Questo approccio considera
desiderabile la conservazione dei sistemi naturali e della biodiversità anche senza una particolare utilità
economica per l'umanità.

16
Vale la pena di rilevare che fino ad oggi la crescita economica tradizionale è avvenuta
proprio in questo modo, con le macchine che hanno sostituito la forza animale, il carbone che
ha rimpiazzato il legname come combustibile, i fertilizzanti artificiali di sintesi che hanno
preso il posto quelli organici, ecc. (Pearce e Turner, 1989). Portando questo tipo di approccio
fino alle sue estreme conseguenze, si potrebbe concludere che il capitale naturale non è
essenziale e che un sentiero di sviluppo sostenibile può essere intrapreso anche sostituendo
interamente il capitale naturale col capitale prodotto.
Il concetto di sostenibilità forte richiede, invece, che vengano mantenuti costanti gli stock
di capitale naturale, indipendentemente dal capitale prodotto dall'uomo. Le aspirazioni sociali
ed economiche dello sviluppo sostenibile sarebbero dunque limitate dall'imperativo di
lasciare alle generazioni future lo stesso stock di capitale naturale, che non può quindi venire
sostituito dal capitale artificiale prodotto dall'uomo. Ogni generazione dovrebbe cioè
ereditare, come minimo, un ambiente naturale simile a quello a disposizione della
generazione precedente. Questa visione fa leva sulla "insostituibilità" e sulla
"multifunzionalità" dei servizi che la natura è in grado di offrire e sui problemi di
12

"incertezza" e di "irreversibilità" che sono connessi ad una rinuncia al capitale naturale a


13

favore del capitale manufatto. In altre parole ci si preoccupa di lasciare intatte le potenzialità
dell'ambiente di produrre ricchezza o , "semplicemente", di esistere. La responsabilità si
allarga così alle altre specie viventi e, al tempo stesso, si lasciano le generazioni future libere

12 Il capitale naturale svolge altre funzioni (economiche, ecologiche, sociali) che il capitale manufatto non è
sempre in grado di assolvere (insostitutibilità). In altre parole non è possibile equiparare la produttività del
capitale naturale con quella del capitale umano, se non trascurando l'importante aspetto della multifunzionalità
delle risorse naturali; una caratteristica che non appartiene al capitale prodotto dall'uomo. Queste funzioni
sono essenzialmente tre: la produzione e l'offerta di risorse, la ricezione dei rifiuti e degli inquinanti, il valore
intrinseco di bene estetico (Pearce e Turner, 1989). Come rilevano Daly e Cobb (1989), il mondo sta andando
da una situazione in cui era il capitale manufatto ad essere scarso, ad una in cui il fattore limitante dello
sviluppo sarà sempre di più il capitale naturale. La stessa logica economica dovrebbe quindi portare
all'aumento della produttività di questo fattore limitante, ad esempio aumentando la copertura forestale, il
patrimonio ittico, le popolazioni naturali di certe specie, ecc. attraverso opportuni interventi. Nel caso delle
risorse non rinnovabili l'investimento può essere diretto al loro risparmio, cioè all'incremento della
produttività nell'uso, alla ricerca di fonti rinnovabili sostitutive, alla manutenzione del patrimonio.
13 L'approccio sistemico ha avuto il merito di mettere in rilievo una caratteristica dell'evoluzione storica dei
sistemi complessi, quali i sistemi ecologici e i sistemi economici: cioè l'incertezza. Allo stato attuale delle
conoscenze scientifiche, pur così avanzate, non si è ancora in grado di comprendere, con pienezza, i complessi
meccanismi che regolano molti fenomeni, come ad esempio il modo in cui le foreste naturali proteggono il
suolo o contribuiscono alla regolazione del clima del pianeta, oppure le conseguenze della dispersione dei gas
nell'atmosfera. Inoltre, va tenuto presente che ogni decisione di sostituire il capitale naturale in favore del
capitale manufatto è quasi sempre irreversibile, per cui risulta impossibile rimediare ad eventuali errori
commessi. Per esempio, la biodiversità e le foreste tropicali, una volta eliminate o ridotte, non possono essere
ricreate; spesso è molto difficile rendere nuovamente coltivabili i terreni colpiti dall'erosione o dalla
desertificazione.

17
di scegliere fra l'uso e il non uso del patrimonio naturale: cioè di scegliere anche livelli
inferiori di benessere materiale e maggiori di qualità dell'ambiente . 14

In conclusione si può affermare che il rapporto Brundtland costituisce un documento


politico volto ad influenzare i governi, gli industriali e gli scienziati. Esso dichiara che
l'economia mondiale è totalmente legata con l'ecologia terrestre, mentre le nostre istituzioni
sono rimaste indipendenti: in altre parole le istituzioni che governano l'economia sono quasi
completamente separate da quelle che governano l'ambiente.
Qualcosa, tuttavia, si sta muovendo. Dopo l'approvazione dell'Agenda 21, varie politiche
internazionali di sostenibilità sono state intraprese con riguardo soprattutto ai grandi
problemi globali quali, ad esempio, i cambiamenti climatici, il buco nella fascia dell'ozono,
ecc. A livello internazionale molti organismi sovranazionali, come la FAO, stanno rivedendo
i programmi da una prospettiva di sviluppo sostenibile. La Banca Mondiale ha incluso lo
sviluppo sostenibile tra i criteri di valutazione dei progetti. In aggiunta, azioni concrete sono
state intraprese a livello nazionale ma anche molti interventi di politica locale e regionale.
Alcuni governi hanno ufficialmente adottato politiche di sviluppo sostenibile; tra questi
ricordiamo Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi e Canada.
Pur nella sua ineliminabile dose di ambiguità e di retorica, il concetto di sviluppo
sostenibile ha ormai irreversibilmente "contaminato" il pensiero scientifico contemporaneo,
ponedo le basi per un approccio economico e politico alla questione ambientale che sia
capace di andare oltre le semplici operazioni di ottimizzazione tecnologica. La
riorganizzazione delle attività umane, al fine di renderle sinergiche con l'ecosistema, richiede
una modifica sostanziale degli stili di vita e dei processi produttivi, volta all'eliminazione
delle cause che arrecano danni ambientali e alla valorizzazione di comportamenti simbiotici e
coevolutivi. La stessa efficienza dei meccanismi autoregolati del mercato viene messa in
discussione in modo più profondo di quanto non lo si sia fatto finora.
14 Se si accetta la definizione di sostenibilità forte, la conservazione dello stock di capitale naturale e delle sue
fondamentali funzioni di sostegno alla vita può essere garantita solo dal rispetto di tre semplici ma importanti
regole (Pearce e Turner, 1989): 1) occorre impiegare le risorse rinnovabili ad un tasso di utilizzo (o di
raccolto) non superiore al loro tasso naturale di rigenerazione. Solo se il tasso di utilizzo non supera quello di
rigenerazione, lo stock continuerà a crescere e l'incremento potrà nuovamente venire raccolto, il processo
potrà in teoria continuare indefinitamente; 2) occorre impiegare le risorse non rinnovabili ad un tasso di
utilizzo che sia compatibile con la possibilità di una loro sostituzione, dettata dal progresso tecnologico o
dall'uso di surrogati o di risorse rinnovabili (ad esempio l'energia solare al posto di quella da combustibili
fossili). Il problema di tentare di stabilire un tasso di utilizzo ottimale è molto complesso e di no facile
soluzione; 3) occorre mantenere il flusso dei rifiuti (inquinamento liquido e gassoso, rifiuti solidi)
nell'ambiente al di sotto della sua capacità di assimilazione. La capacità di riciclare i propri rifiuti da parte
dell'ambiente non è illimitata: in altre parole questa capacità può essere paragonata ad una "risorsa
rinnovabile".

18
Lo sviluppo sostenibile non è uno stato fissato, ma un adattabile processo di cambiamento
in un sistema multidimensionale e complesso. La sua realizzazione impone radicali
mutamenti nell'attuale modo di produrre e di consumare, nei valori e negli obiettivi della
società, nonché nei meccanismi dominanti i processi decisionali. È una sfida formidabile per
l'umanità del prossimo secolo, un cambiamento storicamente paragonabile, per dimensioni,
ad altri grandi mutamenti della storia, come la rivoluzione agricola del Neolitico e la
Rivoluzione Industriale iniziata due secoli fa.

2. LA SOSTENIBILITÀ A SCALA LOCALE: UN PERCORSO METODOLOGICO

2.1. Gli aspetti spaziali dello sviluppo sostenibile

Quali che siano la definizione e i contenuti che si riconoscono allo sviluppo sostenibile
(approccio tecnocratico o ecocentrico; sostenibilità debole o forte; "stato stazionario" o
crescita continua), occorre porsi il problema circa la realizzazione pratica di questo obiettivo.
Non esiste infatti un'unica modalità secondo la quale un sistema economico è sostenibile, ma
una serie di modelli o, secondo una felice espressione di Mercedes Bresso (1993), di "sentieri
di sostenibilità".
Nel dibattito internazionale sullo sviluppo sostenibile (dal rapporto Brundtland che lo ha
lanciato, alla Conferenza di Rio che lo ha ufficializzato) è stato enfatizzato soprattutto il
carattere generale dei problemi dell'ambiente e dello sviluppo e il concetto di sostenibilità è
stato sovente associato a quello di globalità. È stata questa una evidente (e forse giusta)
risposta alla progressiva e pressante globalizzazione della questione ambientale, maturata nel
corso degli anni Settanta. I problemi globali debbono essere affrontati prima di tutto con una
visione globale. Anche nella Conferenza di Rio i riferimenti al locale sono stati, tutto
sommato, piuttosto scarsi: nella stesura definitiva l'accenno al locale riguarda solo l'auspicio
al sostegno partecipato delle comunità ai progetti di sviluppo sostenibile . 15

15 Il capitolo 28 dell’Agenda 21, in particolare, afferma che i problemi di sostenibilità e le relative soluzioni
devono essere gestiti direttamente dalle autorità locali, le quali sono chiamate ad intraprendere con i cittadini,
le organizzazioni e le imprese, un processo di consultazione, apprendimento e costruzione del consenso su una
Agenda 21 locale, volta allo sviluppo sostenibile della comunità nel lungo periodo, così da accrescere la
coscienza ambientale e indurre cambiamenti positivi nelle modalità di produzione e di consumo e negli stili di
vita.

19
L'Agenda 21 riconosce, tuttavia, che la sostenibilità è un obiettivo che va perseguito a
quattro scale geografiche - globale (o planetaria), sovranazionale (grande spazio), nazionale e
regionale - e raccomanda, al tempo stesso, che i vari livelli siano tra loro integrati attraverso
il coordinamento dei centri decisionali (Vallega, 1995). È evidente, infatti, che le grandi
questioni globali (l'effetto serra, il buco nell'ozono, le piogge acide, ecc.), che richiedono un
approccio, appunto, globale, non possano prescindere dall'adozione di strategie comuni e di
accordi di cooperazione tra tutti i paesi della Terra. Tuttavia è altrettanto evidente che, per
essere concretamente realizzata, la sfida planetaria dello sviluppo sostenibile deve tradursi in
pratica in una pluralità di azioni e di comportamenti coinvolgenti le comunità nazionali,
regionali e locali, fino ai singoli soggetti (cittadini, istituzioni, imprese). La sostenibilità
regionale non può che essere una sorta di "mosaico" di sostenibilità locali, le quali a loro
volta devono essere rese compatibili con alcune grandi questioni globali. Ne deriva che,
anche quando l'attenzione è rivolta alla scala regionale, si debbano considerare le relazioni
che la legano con le dimensioni più grandi, cioè sovranazionale e globale.
Inoltre il concetto di sviluppo sostenibile, pur dovendo essere definito all'interno dei
grandi problemi di compatibilità globale - che hanno tutti un carattere transnazionale - deve,
al tempo stesso, essere confrontato con le risorse locali e territoriali di un dato contesto
geografico. "La sostenibilità dello sviluppo è insomma un obiettivo che va localizzato
territorialmente per poter essere concretamente perseguito, perché le capacità di carico
variano e variano anche le potenzialità di ogni paese" (Bresso, 1993, p. 102).
Contestualizzare lo sviluppo sostenibile a livello locale significa che, in sostanza, i paesi e
le regioni devono tentare di calibrare il loro modello di crescita economica e sociale sulla
base delle caratteristiche e delle risorse specifiche ed endogene del proprio territorio. La
sostenibilità si crea prima di tutto a partire dalla conoscenza del proprio ambiente e
dall'adattamento ad esso delle scelte di sviluppo (Wackernagel e Rees, 1996).
Questo non significa necessariamente sostenere la necessità di creare aree territoriali
autonome in senso politico, né riproporre superati modelli autarchici in senso economico. È
però innegabile che una singola regione, considerata come avulsa dal contesto, potrebbe
risultare sostenibile in termini di prelievo di risorse naturali dal proprio territorio e di
emissione di rifiuti nel proprio ambito spaziale; tuttavia, in un'ottica allargata ad un ambito
spaziale più grande o all'intera biosfera, la stessa regione potrebbe rivelarsi una forte
importatrice di risorse naturali da altre regioni ed una forte esportatrice di inquinamento e di

20
rifiuti verso altri paesi con norme ambientali meno severe. La regione risulterebbe, in ultima
analisi, sostenibile a livello locale, ma insostenibile a livello globale.
Se vi è un qualche consenso sulle azioni da compiere a livello internazionale, non è affatto
scontato in che modo queste possano proiettarsi sulle singole realtà regionali e locali. Il
problema è quello di stabilire in base a quali principi debba avvenire quella che, solo in
apparenza, può sembrare una semplice trasposizione di scala e se l'introduzione del locale
imponga o meno un ripensamento degli schemi e dei concetti astratti e generali formulati
ragionando in termini di sostenibilità globale.
Nella letteratura internazionale - sia di ispirazione economica che ecologica - il problema
dello sviluppo sostenibile a livello regionale e locale è stato assai poco affrontato se non
addirittura ignorato. Le poche, anche se importanti, eccezioni sono reperibili nei lavori della
scuola economica olandese che fa capo a Jeroen van den Berg e Peter Njikamp, i quali,
peraltro, sono i primi a lamentare la scarsa attenzione riservata dall'economia ambientale ed
ecologica agli aspetti locali (Berg, 1991; 1996; Berg e Nijkamp, 1993; Berg e Straaten, 1997;
Nijkamp, 1990; Nijkamp et al., 1990; Perrings, 1997). Questo fatto non può che sorprendere,
soprattutto alla luce dell'abbondante letteratura che è stata prodotta sullo sviluppo sostenibile
globale. L'economia usualmente distingue i livelli micro, meso (o regionale) e macro, ma le
scale più frequenti nelle ricerche sono quella micro (che coinvolge il singolo o un'impresa) e
quella macro (che riguarda un mercato, un paese o il sistema globale).
Quali sono i motivi che giustificano o addirittura fanno auspicare l'introduzione della
dimensione locale o regionale?
Tra i primi vi è la considerazione del fatto che "nessun potere sulla Terra può gestire tutto
globalmente" (Wackernagel e Rees, 1996). Se le singole regioni imparassero a vivere
secondo un uso sostenibile delle proprie risorse, integrate da scambi commerciali
ecologicamente bilanciati, il risultato netto sarebbe automaticamente una sostenibilità
globale. Naturalmente non è possibile che ciò possa realizzarsi automaticamente, come del
resto non è pensabile l'esistenza di regioni totalmente autonome.
Lo studio congiunto dei sistemi economici e naturali a livello locale offre poi alcuni
vantaggi pratici ed operativi. I sistemi locali sono meno complessi in quanto sono il risultato
di un numero minore di interazioni tra ecosistemi e sistemi economici. La dimensione locale
consente una migliore conoscenza dei sistemi grazie al più facile accesso (e raccolta) di
informazioni di base. A livello locale non esistono, di norma, problemi legati alla
incomparabilità tra i dati, cosa assai frequente, invece, quando si debbono confrontare dati

21
provenienti da paesi e realtà diverse. Né si hanno perdite significative di informazioni,
inevitabili, al contrario, durante l'aggregazione di dati necessaria per passare alla scala
globale Anche il ricorso all'uso di indicatori e di modelli può essere compiuto più facilmente
(Berg, 1996).
L'interesse per la scala locale proviene poi dalle reciproche relazioni tra locale e globale: i
processi locali, in quanto fonte di pressioni ambientali, hanno un impatto globale; il trend
globale porta ad effetti locali. Ad esempio, la perdita di ecosistemi in alcune regioni può
avere un grosso impatto sul cambiamento climatico o sui cicli biogeochimici; il sovrapascolo
e la deforestazione possono portare erosioni su larga scala. D'altra parte i processi ambientali
globali, quali l'effetto serra, hanno importanti, e a volte disastrose, conseguenze a scala
regionale.
Un fondamentale motivo della necessità di considerare gli ambiti locali, deriva dal fatto
che le dimensioni della popolazione e dell'economia regionale non sono sempre in equilibrio
con la capacità di carico della regione. Un'apparente sostenibilità locale può essere la
conseguenza di una insostenibilità in altre regioni, per esempio quando si consumano risorse
e servizi che provengono da altri ambiti, oppure si producono inquinanti e rifiuti che si
riversano negativamente all'esterno. Viceversa, una regione può non essere sostenibile a
causa dell'esistenza dell'impatto negativo esterno dello sviluppo regionale proveniente da
regioni vicine o da fenomeni globali (per esempio i cambiamenti climatici) dai quali il
controllo regionale è separato. I flussi di beni e l'inquinamento che attraversano i confini
possono causare il superamento della capacità di carico regionale. Risulta allora importante,
facendo riferimento a un ambito di economia aperta, cercare di capire quanta sostenibilità (o,
se si preferisce, quanta capacità di carico) è importata dal resto del mondo e quanta ne è
esportata. Due fondamentali differenze distinguono lo sviluppo sostenibile tout court dallo
sviluppo sostenibile: e cioè l'esistenza di un flusso di beni e di servizi economici e ambientali
attraverso i confini regionali e la presenza di determinanti esterne allo sviluppo. La
realizzazione di uno sviluppo sostenibile locale può essere valutata sulla base della fornitura
sostenibile di risorse naturali locali e dell'import-export - dal punto di vista della sostenibilità
di altre regioni - di risorse, merci, servizi e rifiuti (Bergh, 1991; Berg e Nijkamp, 1993;
Nijkamp et al., 1990; Scapigliati, 1995; Segre e Dansero, 1996).
Lo sviluppo sostenibile non è comunque necessariamente realizzabile a tutti i livelli,
sopratutto a quelli più piccoli. Ad esempio, una discarica che riceve i rifiuti di una vasta area,
molto probabilmente non sarà "sostenibile" alla scala del comune in cui la discarica è

22
collocata. Ad un più alto livello di aggregazione spaziale, invece, l'impianto potrebbe
risultare sostenibile. In altre parole si può affermare che dalla scelta della scala di riferimento
dipende - almeno in parte - se una regione è sostenibile.
Un esempio paradigmatico della contraddittorietà della sostenibilità locale è quello fornito
dalla città. La città è, per definizione, insostenibile (in senso forte), in quanto in costante
squilibrio energetico nei confronti dell'ambiente esterno. Nessuna città potrebbe sostenersi
solo contando sulle risorse disponibili nel suo hinterland. Questo è vero anche per molti
sistemi produttivi locali. Tutte le regioni fortemente industrializzate sono collegate da una
rete complessa di interazioni attraverso la quale esse importano risorse naturali, materie
prime ed energia, mentre esportano prodotti manufatti, servizi e persone. Al "surplus
ecologico" di queste aree corrisponde, necessariamente, un impoverimento del capitale
naturale nelle aree di importazione. Ne consegue che le aree urbane, in quanto "importatrici
nette" di sostenibilità, non possono essere autosufficienti né sostenibili in senso forte. Non
esiste, quindi, una definizione assoluta di sviluppo urbano sostenibile. Una "città sostenibile"
deve, soprattutto, tendere alla minimizzazione delle importazioni di risorse naturali e
dell'esportazione di rifiuti, oltre che alla massimizzazione della protezione del capitale
naturale e costruito locale, come i monumenti e le opere di pregio, assimilabili alle risorse
non rinnovabili (Salzano, 1992; Alberti et al., 1994; Bettini, 1996; Fusco Girard e Nijkamp,
1997).
Poiché lo sviluppo sostenibile è necessariamente un progetto di governo del territorio, un
ulteriore argomento a favore della introduzione della dimensione "locale" è rappresentato dal
fatto che le politiche e gli strumenti di regolazione presentano maggiore efficacia se sono
emanate dal governo locale (la regione amministrativa) (Bresso, 1993; Carley e Christie,
1992; Scapigliati, 1995). A questo prospettiva si riallacciano anche le proposte di
introduzione della dimensione locale come sviluppo "dal basso" e partecipazione dei soggetti
locali al processo decisionale, auspicata anche dalla stessa Commissione Brundtland (Sachs,
1988; Bartelmus, 1994).
Un'interessante prospettiva, di tipo analitico-operativo, giustifica l'introduzione del
"locale" in quanto è a questo livello che sono meglio percepibili e valutabili le relazioni
problematiche tra società e ambiente. È dunque alla scala locale che si contestualizzano le
dinamiche e le strategie di sviluppo sostenibile. Il locale non ha solo il significato di
descrivere i problemi ambientali di un particolare contesto, ma costituisce una fondamentale
chiave interpretativa per comprendere, spiegare e correggere il rapporto tra società ed

23
ecosistema, fatto di innumerevoli interazioni e retroazioni (Dematteis, 1993; Conti e
Dansero, 1995; Dansero, 1996). "Concetti come quelli di impatto ambientale, capacità di
carico, ecc. non hanno senso se non in riferimento a un determinato ecosistema e ancor di più
in relazione a un contesto locale (e non solo fisico) circoscritto e definito" (Segre e Dansero,
1996, p. 120-21).
L'ultima prospettiva considerata è di tipo metodologico. Il locale è inteso non solo come
entità geografica, ma come livello intermedio (tra sistema globale e soggetto singolo), dotato
di capacità di "auto-organizzazione" e di "identità". Il livello locale non viene introdotto
soltanto a fini analitici, ma in quanto livello imprescindibile per la comprensione dei
fenomeni reali. È questa la novità introdotta dalle ricerche sullo sviluppo endogeno, che
hanno posto al centro dell'indagine le molteplici relazioni tra sviluppo e le caratteristiche
dell'ambiente locale. Secondo questa impostazione il locale non viene interpretato come
semplice spazio, frutto della suddivisione amministrativa del territorio, ma come un insieme
di caratteristiche e di condizioni naturali ed umane irripetibili, come sarà meglio esplicitato
nel prossimo paragrafo (Becattini, 1987; 1989; Conti et al., 1996).

2.2. Il sistema locale e il milieu

Le ricerche socio-economiche sullo sviluppo endogeno e sulle dinamiche dei distretti


industriali (Bagnasco, 1977; 1988; Becattini, 1987; 1989) hanno riconosciuto il ruolo
fondamentale svolto all'interno delle dinamiche dello sviluppo economico dalla variabile
territoriale e hanno posto al centro dell'indagine le molteplici relazioni tra sviluppo e
caratteristiche locali. Nelle teorie dello sviluppo dell'economia neoclassica lo spazio era visto
come un'entità omogenea e indifferenziata o, tutt’al più, era introdotto come variabile per
spiegare la localizzazione delle attività economiche. Ad una visione "aspaziale" dello
sviluppo si tende oggi a sostituire il territorio, inteso come uno spazio che si organizza e si
identifica a partire dai complessi sistemi di relazioni che si instaurano tra i gruppi sociali . 16

Secondo questo approccio, lo sviluppo non si realizza secondo schemi e processi lineari,
univoci e prevedibili, ma è tributario delle specifiche condizioni dei luoghi, ovvero delle
caratteristiche della popolazione, dei rapporti sociali storicamente radicati e più in generale
dei caratteri dell'ambiente naturale e umanizzato.

16 La riscoperta della "territorialità" non ha coinvolto solo le discipline che tradizionalmente l'hanno fatta
propria (come la geografia e l'economia regionale), ma anche le scienze sociali nel loro complesso,
permeando il sapere filosofico e sociologico e lo stesso pensiero politico.

24
La svolta concettuale è molto importante. Essa riconosce che la storia di un luogo è il
frutto di circostanze e di condizioni contingenti, non prevedibili entro schemi di
ragionamento predeterminati. I sistemi territoriali locali non sono definiti solo in termini
dimensionali o di scala, cioè come entità intermedie tra il sistema nel suo insieme e il
soggetto singolo, ma come un modo diverso di concepire il territorio, di guardare alle sue
specificità e alle sue differenze (Beccattini, 1989).
Nelle ricerche sulla rivalorizzazione periferica in Italia (Dematteis, 1983; Cencini et al.,
1983) Dematteis introduce la metafora della "rete" per descrivere i processi di
deterritorializzazione che hanno dato origine a nuove configurazioni tendenzialmente non
gerarchiche. Il lavoro compiuto negli anni successivi ha trasformato questa iniziale intuizione
in una categoria concettuale in grado di descrivere e interpretare l'organizzazione dello spazio
nei paesi del capitalismo avanzato. Si veda, ad esempio, quanto fatto da Emanuel (1989) per
la Padania centro-occidentale.
Nell'ambito dell'interpretazione reticolare del territorio, la dialettica locale-globale è
analizzata in termini di rapporto nodo-rete (Dematteis, 1993). Si tratta di una
rappresentazione simbolica della realtà, nella quale il concetto di "rete" rappresenta sia le
relazioni orizzontali, tra i nodi della rete, sia le relazioni verticali tra reti di diverso livello
(locale e sovralocale) e tra i nodi e le specifiche condizioni dei luoghi. Il "nodo" si riferisce,
invece, a un sistema che possiede una propria identità e come tale distinto dall'ambiente che
lo circonda. I sistemi locali divengono così interpretabili come nodi di sistemi a rete globali,
dove il sistema "nodo locale" è un sistema autonomo, in grado di interagire con l'esterno
secondo regole proprie mediante le quali garantisce il mantenimento dell'identità e la
coesione interna del sistema.
Il comportamento del sistema rete globale e del sistema nodo locale può essere
interpretato, in termini non deterministici, facendo ricorso alla teoria dei sistemi complessi.
L'approccio sistemico, nelle formulazioni dei teorici della complessità (Bocchi e Ceruti,
1985; Turco, 1988), ha raggiunto risultati di rilievo nell'interpretare i sistemi non lineari o
complessi la cui dinamica si manifesta attraverso un numero elevato di comportamenti. In
particolare, le teorie dell'autopoiesi (Maturana e Varela, 1985; 1987) e dell'autoreferenzialità
(von Foerster, 1985) miranti alla comprensione dei sistemi viventi, si sono dimostrate di
notevole utilità al fine di analizzare e rappresentare i sistemi complessi anche non biologici,
come i sistemi sociali, i sistemi politici, i sistemi economici e il territorio.

25
L'assunto chiave di questo accostamento è che un sistema possa essere identificato facendo
ricorso ad una coppia di concetti: il concetto di organizzazione e il concetto di struttura. I
sistemi autoreferenziali e autopoietici non funzionano come sistemi chiusi e isolati, ma
piuttosto in regime di apertura relazionale con l'esterno e di chiusura operativa all'interno del
sistema (Ceruti, 1985; Dematteis, 1993; Conti, 1996).
La prima proprietà che caratterizza l'organizzazione degli organismi complessi,
distinguendoli da tutti gli altri, è l'autopoiesi, cioè la capacità del sistema di riprodurre se
stesso (e gli elementi di cui è composto) attraverso il proprio funzionamento. L'originalità di
questa concezione consiste nell'aver individuato nell'organizzazione l'elemento che consente
di spiegare il funzionamento del sistema rispetto all'ambiente esterno. L'organizzazione è
definita come l'insieme delle relazioni invisibili e invarianti che connettono le componenti
del sistema, differenziandolo dagli altri, e che ne conservano l'identità. Il sistema sarà tanto
più forte, quanto più sarà in grado di auto-organizzare risorse e soggetti locali intorno a
specifici input provenienti dall'esterno e dall'interno del sistema . La proprietà 17

autoreferenziale è una conseguenza dell'autopiesi. Quando un sistema è capace di auto-


organizzarsi, acquisisce coscienza delle sue relazioni con l'ambiente esterno e si auto-
definisce in rapporto all'ambiente esterno. Ciò significa che il sistema reagisce all'ambiente
esterno, ma sempre con riferimento al progetto che persegue (Vallega, 1995) . 18

Anche i sistemi territoriali possono essere concepiti come sistemi complessi, cioè sistemi
in cui la reazione alle perturbazioni esterne non è linearmente determinata dalle stesse, ma
avviene attraverso complicati processi di auto-regolazione interna. Un sistema locale può
essere visto come un sistema in grado di auto-organizzarsi e di auto-riprodursi, reagendo agli
stimoli provenienti dall'ambiente esterno sulla base delle proprie caratteristiche endogene.
L'evoluzione del sistema avviene attraverso la creazione continua di nuove strutture
organizzative, per adattarsi agli stimoli esogeni provenienti dal sistema economico globale. Il
persistere di forme territoriali può essere considerato come un processo auto-riproduttivo, che
trae origine dall'organizzazione dei singoli contesti spaziali.

17 Le influenze dell'ambiente esterno (o di un altro sistema) non sono in grado di determinare e controllare le
trasformazioni del sistema considerato. Possono innescare un cambiamento all'interno del sistema, ma non di
determinarne la direzione. Il sistema tenderà, sulla base delle proprie regole, a modificarsi adattando la
propria identità al cambiamento delle condizioni esterne.
18 Foerster (1985) riferendosi all'analisi dei sistemi autoreferenziali mette in evidenza la differenza esistente
fra la macchina banale e la macchina non banale. Il comportamento della macchina banale dipende
dall'esterno, secondo una relazione diretta causa-effetto; viceversa la risposta della macchina non banale ad
uno stimolo non sarà prevedibile a priori, ma dipenderà dalla rielaborazione fatta all'interno della macchina
stessa.

26
In che cosa consiste - in concreto - l'organizzazione di un sistema territoriale? Da alcuni
recenti studi (Becattini, 1987; 1989b; Tinacci e Dini, 1991) sembra che l'organizzazione
possa essere rappresentata a partire dagli insiemi di risorse specifiche di ciascuna area e dagli
effetti di sinergie che la loro compresenza è in grado di innescare. Un sistema locale
territoriale, cioè, si caratterizza come tale in riferimento ad una specifica identità territoriale,
che è data dalle caratteristiche di quello che viene definito il suo milieu, un concetto che
consente di mettere in evidenza l'importanza del luogo, delle specificità e delle differenze
locali all'interno delle tendenze globalizzanti dell'economia.
Il concetto di milieu è profondamente radicato nella riflessione della geografia francese
ma è di difficile traduzione, perché non corrisponde esattamente all'italiano "ambiente" né
all'inglese environment. La nozione di milieu corrisponde piuttosto a "ciò che sta nel mezzo"
e "intorno" al tempo stesso. Non si tratta di una semplice sostituzione terminologica, ma di
un nuovo schema di ragionamento che comporta un radicale cambiamento metodologico e
interpretativo. Secondo Maillat, Crevoisier, Lecoq (1991): il milieu riunisce un tutto
coerente, un apparato produttivo, una cultura e degli attori. Lo spirito d'impresa, le pratiche
organizzative, i comportamenti d'impresa, le modalità di utilizzo delle tecniche e di
apprendimento delle opportunità e dei vincoli di mercato, la capacità lavorativa sono tutti
ingredienti del milieu..
Il milieu risulta così composto dall'insieme di condizioni ambientali (naturali e socio-
culturali, economiche, istituzionali, ecc.) che si sono prodotte e "sedimentate" in un
determinato contesto geografico attraverso l'evoluzione storica. Esse costituiscono le
proprietà specifiche di un luogo e, pertanto, possono essere considerate come "dotazioni
ambientali" del territorio, in quanto non riproducibili in ambiti geografici diversi. Un primo
elemento qualificante del concetto di milieu è quindi l'aspetto della persistenza nel tempo di
determinate condizioni specifiche in una specifica localizzazione geografica.
Come esempi di componenti di milieu, Giuseppe Dematteis (1993, p. 61) elenca: "le
condizioni qualitative e quantitative del mercato del lavoro, la disponibilità di suoli, il
capitale fisso sociale, le atmosfere industriali, le attitudini professionali, la qualità
ambientale, il grado di elasticità e vulnerabilità dell'ecosistema locale, l'immagine esterna
dell'area, i livelli di conflittualità sociale". Si tratta, in altre parole, delle diversità locali, delle
differenze, delle specificità che caratterizzano il territorio, cioè quelli che le scienze
economiche hanno a lungo considerato come elementi residuali o devianti.

27
Dal punto di vista operativo, una matrice identitaria forte del milieu può essere colta
soltanto, o prevalentemente, attraverso molteplici dimensioni qualitative: cosi
l'identificazione politico-culturale può scaturire dalla persistenza di confini storici
amministrativi ed ecclesiastici (le unità politiche del passato e le diocesi); quella funzionale
dalla sovrapposizione - alle aree politico-culturali - delle aree di competenza per la
produzione e la prestazione di servizi alle famiglie (i distretti sanitari, scolastici e telefonici,
le circoscrizioni amministrative, le comunità montane, i comprensori, le tenenze dei
carabinieri, i tribunali, ecc.) o delle agglomerazioni di imprese (i sistemi locali industriali);
quella relazionale dalla contestualizzazione delle gravitazioni e delle interazioni per motivi di
lavoro (i bacini di pendolarismo), di informazione (i distretti telefonici), e commerciali (i
flussi di traffico e le aree di mercato). Dal punto di vista pratico, il metodo cartografico delle
"filtrazioni successive" può offrire un primo, semplice ma efficace, approccio. È’ quanto
fatto, ad esempio, da Bruno Menegatti (1997) per definire l’identità dell'Imolese.
Una volta delineata la configurazione territoriale del milieu occorre procedere alla
individuazione delle sue "risorse". Il milieu è, infatti, un concetto duplice che ruota attorno a
due temi complementari: il fondamento locale e territoriale di una specifica identità ma anche
l'insieme delle risorse e delle potenzialità endogene dello sviluppo. In altri termini le
proprietà specifiche di un certo luogo possono tradursi in risorse e vantaggi competitivi locali
nel quadro della globalizzazione. Infatti, le proprietà e le caratteristiche socio-culturali di un
certo luogo sono delle potenzialità o pre-condizioni naturali o storiche (la dotazione base)
che dovranno essere riconosciute e attivate dai soggetti locali. Esse costituiscono una sorta di
"codice genetico" (Governa, 1997) delle differenti realtà territoriali che evidenziano
potenzialità evolutive e qualità emergenti che non hanno valore deterministico, né valore
assoluto.
Il concetto di milieu può essere definito anche in termini relazionali, come articolazione
dello spazio e della società in una situazione storica. Non solo la dotazione di caratteri e di
specificità locali, quindi, ma anche l'insieme delle relazioni interattive e sinergiche tra i
soggetti che utilizzano tale dotazione, che rappresentano l'insieme delle potenzialità di
sviluppo e dei vantaggi competitivi di un determinato sistema locale. Questa ottica enfatizza
il ruolo del territorio nel determinare o almeno favorire l'innovazione tecnologica e la nascita
di imprese innovative (milieu innovateur) (Aydalot, 1985, Lecoq, 1993) . 19

19 Nell'ambito degli studi sul rapporto tra innovazione tecnologica e territorio, il GREMI (Groupe de Recherche
Européen sur le Milieux Innovateurs) è pervenuto alla individuazione di alcune categorie concettuali come il
milieu innovateur. Esso è uno dei concetti centrali delle recenti concettualizzazioni sul ruolo dei fattori
territoriali locali nelle dinamiche dell'innovazione tecnologica. Il fenomeno innovativo è visto come un

28
2.3. Sistema locale e “geosistema”

L'applicazione della prospettiva "territorialista" alla problematica dello sviluppo può


offrire un valido supporto al confronto tra sviluppo locale e sviluppo sostenibile. Poiché il
concetto di sviluppo sostenibile impone l'integrità dell'ambiente naturale (l'ecosistema), di cui
occorre assicurare almeno il non declino nel tempo, la verifica della sostenibilità locale
richiede la comprensione dei reciproci legami che collegano le componenti socio-culturali,
proprie di ogni sistema locale, alle caratteristiche dell'ambiente naturale.
La dinamica locale-globale, espressa dalla metafora nodo-rete, necessita di ulteriori
approfondimenti. In questa dinamica, infatti - come acutamente osserva Egidio Dansero
(1996) - non viene riconosciuta autonomia concettuale all'ecosistema. Le caratteristiche degli
ecosistemi che vengono riconosciute e utilizzate dal sistema locale come risorse non
esauriscono la complessità dell'ecosistema. La rete locale non vede l'ecosistema nella sua
interezza, ma solo le risorse che vengono connesse al sistema locale. L'ecosistema, cioè, non
esiste di per sè. Nel modello, infatti, si includono sì le relazioni tra il sistema locale e le
componenti dell'ecosistema, ma si escludono le relazioni tra le componenti non umane
dell'ecosistema, sia quelle interne all'ecosistema che quelle tra l'ecosistema locale e
l'ecosistema globale.
Un'utile integrazione alla metafora nodo-rete - in grado di superare questa impasse -
proviene da Adalberto Vallega (1995) che considera la regione come il prodotto della
interazione tra una comunità e un ecosistema o più ecosistemi contigui. La regione è definita
come un sistema bimodulare, composto, cioè, da due sottoinsiemi: un modulo naturale e un
modulo sociale. Entrambi i moduli vengono intesi come macchine "non banali", perché
possiedono le proprietà tipiche dei sistemi complessi. Ne deriva che le proprietà, autopoietica
e autoreferenziale, non vengono attribuite solo al sistema socio-economico, ma anche
all'ecosistema, in quanto in grado di autorganizzarsi e autotrasformarsi. Sistema socio-
culturale ed ecosistema interagiscono per produrre quell'organismo complesso che é il
sistema locale (o, ad altra scala, regionale). In questa prospettiva il concetto di sistema locale
si allarga fino a comprendere anche le relazioni tra i due sottoinsiemi locali, sistema socio-
economico e sistema ecologico e le relazioni tra questi e l'ambiente esterno, che è anch'esso

processo di creazione, imitazione e apprendimento cumulativo che si realizza in uno spazio economico
riconosciuto nella sua complessa articolazione.

29
bimodulare in quanto composto dal sistema socio-economico globale e dall'ecosistema
globale (l'ecosfera).
Le complesse relazioni che si sviluppano all'interno del sistema locale, e fra questo e
l'esterno, sono riassunte da Dansero (1996) in tre tipi fondamentali (fig. 3): A) relazioni
ambientali di tipo indiretto che riguardano le relazioni trans-scalari di tipo socio-economico
tradizionale, cioè gli scambi di beni, di merci e di persone che sono tutti interpretabili come
scambi di sostenibilità da e verso l'esterno; a queste si possono equiparare anche le relazioni
immateriali, come le norme, le leggi, le pressioni dell'opinione pubblica e le politiche
ambientali; B) relazioni di tipo diretto uomo-ambiente che avvengono all'interno del sistema
locale e sono mediate dal milieu locale. È questa la forma più classica dei prelievi e delle
immissioni (aria, acqua, rifiuti, ecc.); C) relazioni di tipo ambiente-ambiente, che si
riscontrano all'interno dell'ecosistema locale, ma che possono coinvolgere anche altri
ecosistemi non contigui: esse sono il risultato del funzionamento degli ecosistemi terrestri
regolati dai grandi cicli biogeochimici naturali.

Sistema socio-economico globale

Sistema socio-
economico locale
A A
B

Milieu

B
C C
Ecosistema locale

Ecosistema globale

Fig. 3 - Relazioni socio-ambientali significative


(Dansero, 1996)
A - relazioni ambientali indirette
B - relazioni dirette società ambiente
C - relazioni ambiente-ambiente

Questo modello consente di prendere in considerazione anche le caratteristiche fisiche e


biologiche dei sistemi locali, della loro portata e del loro ruolo all'interno delle dinamiche
territoriali. In questo modo è possibile riferire la problematica dello sviluppo sostenibile non

30
tanto all'ambiente naturale, ma al milieu locale nel suo complesso, superando la visione
tradizionale dell'ambiente naturale come ecosistema autonomo rispetto all'azione umana e
come deposito di risorse da sfruttare o da distruggere. Secondo la proposta di Dansero, il
concetto di milieu può costituire il tramite, la "cerniera" tra il sistema locale e l'ecosistema.
Nel milieu sono inclusi, infatti, gli elementi e le caratteristiche qualitative dell'ecosistema,
che rientrano a pieno titolo fra le risorse specifiche di un dato territorio. Il milieu è quindi il
concetto chiave che collega i due moduli (naturale e sociale) facendone contemporaneamente
parte.
La sostenibilità locale diventa così funzione dell'intera rete di relazioni che caratterizza il
sistema locale. Le interazioni rete locale-milieu saranno interazioni sostenibili - che
innescano cioé un processo di sviluppo locale sostenibile - se realizzano un uso non
distruttivo delle componenti del milieu; se cioè permettono la continua produzione e
riproduzione del sistema locale nel suo complesso. In altre parole lo sviluppo locale è
sostenibile quando garantisce la continuità - sia pure nell'evoluzione - delle relazioni che
costituiscono le identità locali. Lo spostamento dell'attenzione dall'ambiente all'identità del
sistema locale, permette di interpretare le problematiche ecologiche (il degrado ambientale,
l'inquinamento, la perdita di biodiversità, ecc.) come processi di "deterritorializzazione", cioè
destrutturazione delle relazioni che caratterizzano il territorio. La sostenibilità dei processi di
sviluppo locale diventa funzione della ricostruzione di queste relazioni attraverso la
definizione di "atti territorializzanti" che alimentano la conservazione e la crescita evolutiva
delle identità locali e delle loro risorse (Governa, 1997).
Al lato pratico il confronto tra sistemi socio-economici e sistemi naturali pone il problema
della quasi impossibile sovrapposizione fra confini del sistema locale e i confini
dell'ecosistema. Vallega affronta il problema mettendo a confronto l'estensione
dell'ecosistema con l'estensione delle circoscrizioni amministrative o politiche. Secondo
questo autore, una regione è tanto più vicina all'obiettivo dello sviluppo sostenibile, quanto
più le circoscrizioni in cui operano i centri decisionali tendono a coincidere con l'estensione
dell'ecosistema o di gruppi di ecosistemi contigui. La "regione perfetta" si identifica con "lo
spazio coincidente con l'estensione di un ecosistema oppure con quella di ecosistemi contigui
e dotato di un proprio, ben strutturato, complesso di centri direzionali" (Vallega, 1994b, p.
24).

31
Nel nostro caso, si tratta, invece, di confrontare l'estensione del sistema locale - non
necessariamente coincidente con i confini amministrativi - con l'estensione dell'ecosistema o
degli ecosistemi locali, che hanno confini spesso sfumati.
Ma quali sono gli ecosistemi da prendere in considerazione e quali sono i loro confini? Ai
fini della ricerca di strategie di sviluppo sostenibile a livello locale appare lecito, anzi
opportuno, confrontare il sistema locale - individuato attraverso la sua identità e le risorse del
suo milieu - con tutte le unità ecosistemiche presenti all'interno dello spazio "sotteso" dal
sistema locale.
Il problema dell'identificazione degli ecosistemi locali e dei loro confini è molto difficile.
L'ecosistema è una unità fondamentale di studio dei sistemi naturali; esso è essenzialmente
un sistema funzionale e organizzato all'interno del quale avvengono scambi di materia, di
energia e di informazioni. Il concetto può riferirsi a realtà collocate a scale molto diverse.
Mentre gli ecosistemi più piccoli sono generalmente ben identificabili (un bosco, uno stagno,
ecc.), il problema diventa di difficile soluzione quando si vogliono identificare gli ecosistemi
a un livello intermedio, qual è appunto quello locale. Non sono dei limiti fisici a definire un
ecosistema, ma piuttosto l'insieme delle relazioni fra le componenti fisiche e biologiche
(quindi anche umane) che lo costituiscono. Il concetto di ecosistema è essenzialmente
aspaziale e non è, quindi, un concetto geografico. "L'écosystème n'a ni échelle, ni support
spatial bien défini" (Bertrand, 1968, p. 253).
Ma l'analisi degli ecosistemi non può prescindere da una loro territorializzazione. Ciò
legittima la necessità, per il geografo, di cercare proprie suddivisioni dello spazio come
mezzo di approccio alla realtà locale. La soluzione qui proposta è quella di utilizzare un
concetto molto più vicino alla geografia, cioè quello di paesaggio - come sintesi delle
fattezze naturali e costruite del territorio - nel ruolo di "spazializzazione dell'ecologia" (Zerbi,
1993, p. 79).
L'affermazione delle concezioni sistemica nello studio del paesaggio - che si fa risalire ai
lavori di George Bertrand (1968; 1973) - offre la possibilità di considerare il paesaggio come
un insieme coerente e rappresentativo dell'ambiente, la cui individualità trae origine dalla
sedimentazione delle azioni della natura e delle attività umane. Pur essendo partita dagli studi
sul paesaggio "naturale", la concezione sistemica del paesaggio si è affermata anche nella
geografia umana e storica. "Il paesaggio non è la semplice addizione di elementi geografici
disparati. È il risultato, su una certa porzione di spazio, della combinazione dinamica, dunque
instabile, di elementi fisici, biologici ed antropici che reagendo dialetticamente gli uni sugli

32
altri fanno del paesaggio un insieme unico ed indissociabile in perpetua evoluzione"
(Bertrand, 1968).
Bertrand propone un sistema classificatorio del paesaggio in sei livelli: la zona, il
dominio, la regione naturale, il geosistema, la geofacies, il geotopo. L'unità più interessante
sul piano dello studio geografico è quella di geosistema, esteso da qualche chilometro a
qualche centinaia di chilometri quadrati, tipico dei sistemi locali: una dimensione nella quale
si colgono la maggior parte dei fenomeni di interferenza tra gli elementi del paesaggio e la
più adatta sul piano dell'azione, per la gestione del territorio e per l'applicazione di politiche
di sviluppo sostenibile. La definizione teorica di geosistema poggia su tre elementi: il
potenziale ecologico (cioè il substrato geomorfologico, climatico e idrologico); i dinamismi
biologici (suolo, vegetazione, fauna); l'azione antropica (l'intervento umano).
L'aver sostituito il concetto di ecosistema con quello di paesaggio pone qualche problema.
Secondo Jean Tricart (1979) l'idea di "ecosistema" e l'idea di "paesaggio" hanno la stessa
"struttura logica". Entrambi i concetti pongono le interazioni come elemento fondamentale
del loro essere entità diverse rispetto a quelle risultanti dalla giustapposizione o dalla somma
delle rispettive componenti. Ma presentano anche profonde differenze: il paesaggio nasce
come entità spazializzata e concreta, mentre la sua concettualizzazione sistemica è
relativamente tardiva. Per il concetto di ecosistema, invece, la dimensione sistemica è
ontologica, mentre è assente una dimensione spaziale concreta (Zerbi, 1993).
La ricerca si sposta così sulla individuazione delle unità di paesaggio - o geosistemi -
concepite come ambiti caratterizzati da specifici sistemi di relazioni che collegano le azioni
dei soggetti alle componenti del milieu e che permettono la continua riproduzione delle
identità locali e del sistema locale nel suo complesso . 20

L'utilizzo del concetto di paesaggio consente di recuperare la dimensione culturale


dell'ambiente, sorprendentemente assente nella letteratura sullo sviluppo sostenibile di
estrazione economica. Nella maggior parte delle regioni europee, invece, il patrimonio
naturale da salvaguardare è intimamente fuso col patrimonio culturale, costruito nei secoli
dalle popolazioni locali, con un processo ininterrotto di elaborazione, tuttora attivo.
20 Per quanto riguarda il paesaggio una buona base di partenza è rappresentata dal fondamentale lavoro di
Aldo Sestini (1963) e dai successivi aggiornamenti (Bonapace, 1977) e, almeno per quanto riguarda il
paesaggio naturale, dal recente lavoro di Sandro Pignatti (1994). È poi necessario integrare l'analisi dei
paesaggi (naturali e umani) con le emergenze naturalistiche e storico-culturali. Per i "monumenti" naturali"
una interessante fonte è quella costituita dal censimento del Gruppo di Lavoro per la Conservazione della
Natura della Società Botanica Italiana (SBI, 1971; 1979) che contiene 563 schede per altrettanti "biotopi di
rilevante interesse vegetazionale meritevoli di conservazione in Italia". Ai biotopi naturali occorre aggiungere
le emergenze storico-culturali in quanto capitale costruito locale (monumenti, luoghi storici, ecc.) assimilabili
alle risorse non rinnovabili.

33
L'attenzione e la sensibilità verso le culture locali, la loro identità e la loro capacità di gestire
il territorio sono l'elemento cardine di ogni politica di sviluppo sostenibile

2.4. Un indicatore di sostenibilità: la rete delle aree protette

Un aspetto importante delle politiche di sviluppo sostenibile è quella di definire gli


indicatori in grado di valutare le tendenze delle trasformazioni in atto e l'efficacia delle
politiche ambientali adottate. Lo sviluppo di indicatori di sostenibilità ambientale è
indubbiamente un pre-requisito per l'attivazione di strategie di sviluppo sostenibile. Non
esiste ancora, tuttavia, un consenso nella comunità scientifica sulla definizione di indicatori
ambientali, economici e sociali atti a costituire una misura efficace del progresso verso lo
sviluppo sostenibile.
Usualmente si suole distinguere tre tipi di indicatori: 1) indicatori di pressione, che
descrivono lo stress esercitato dalle attività umane sulla qualità dell'ambiente e sulle risorse
naturali; 2) indicatori di stato, che descrivono le trasformazioni, qualitative e quantitative,
intervenute nelle componenti ambientali a causa dei fattori di pressione (capacità di carico,
impronta ecologica, ecc.); 3) indicatori di risposta, che descrivono la sensibilità e gli sforzi
con cui la società nel suo complesso, o le varie istituzioni, rispondono ai problemi ambientali
con azioni individuali e collettive volte a limitare o prevenire l'impatto delle attività umane
sull'ambiente e tutelare la natura e le sue risorse (Segre e Dansero, 1996).
Tra gli indicatori di particolare interesse per risolvere le contraddittorietà insite nella scelta
della scala locale, si collocano la capacità di carico, lo spazio ambientale e l'impronta
ecologica.
Determinare la "capacità di carico" (carring capacity) di una regione (Rees, 1992)
significa valutare quanta popolazione umana essa può sostenere. Il concetto è semplice ma la
sua valutazione pratica è molto difficile. Il peso di una popolazione varia col reddito medio
pro-capite, con le aspettative di consumo e con la tecnologia. In pratica la capacità di carico
dipende tanto dalla cultura e dall'economia quanto dalla produttività ecologica. Un concetto
opposto a quello appena visto è quello dello "spazio ambientale", cioè il quantitativo di
energia, acqua, territorio, materie prime non rinnovabili e legname che può essere utilizzato
in maniera sostenibile. L'indicatore è introdotto dall'Istituto Wuppertal, che però non fornisce
indicazioni pratiche su come misurarlo concretamente (Amici della Terra, 1995). Un
indicatore analogo, ma di pratica applicazione, è quello introdotto da Wackernagel e Rees

34
(1996) della Università della Columbia Britannica sotto il nome di "impronta ecologica"
(ecological footprint). Esso supera il tradizionale concetto di capacità di carico
semplicemente invertendo i termini del problema. L'impronta ecologica è definita come la
superficie di territorio (terra e acqua) ecologicamente produttivo (nelle diverse categorie:
terreni agricoli, pascoli, foreste, ecc.) che è necessaria per fornire tutte le risorse di energia e
materia consumate e per assorbire tutti gli scarti di quella popolazione, indipendentemente da
dove tale territorio sia situato. Se il commercio sembra aumentare la capacità di carico locale,
certamente la riduce in qualche altro posto. L'indicatore presenta numerosi vantaggi, quali un
approccio molto pratico, la facile reperibilità delle fonti statistiche da utilizzare, una serie di
calcoli relativamente semplici. Richiede tuttavia numerose semplificazioni che inficiano, in
parte, la validità dei risultati.
Non esiste, evidentemente, un indicatore di sostenibiltà "ideale", come non esiste un solo
"sentiero" di sviluppo locale. In questa sede si propone di utilizzare come categoria di
riferimento il modello ideale della rete di aree protette , un "indicatore di risposta" in grado
21

di confrontare e di valutare la sensibilità ambientale locale e sovra-locale e l'efficacia delle


politiche di sostenibilità nel garantire l'integrità ambientale e la conservazione delle risorse
per le generazioni future.
Una interpretazione "reticolare" degli spazi protetti va innanzi tutto spiegata. Il concetto
assume due significati di grande rilevanza, anche se, a ben vedere, fortemente collegati tra
loro, tanto che l'uno difficilmente potrebbe fare a meno dell'altro.
Il primo significato richiama il concetto di "sistema di parchi" . In una situazione ideale le
22

aree protette devono costituire, nel loro insieme, un sistema diversificato, articolato,
organizzato e integrato nella più generale politica di gestione del territorio. Un sistema di
aree protette non si esaurisce nella creazione dei parchi di grandi dimensioni e di grande
rilevanza scientifica - i "nodi eccellenti" del sistema - ma deve comprendere un ampio
numero di situazioni variamente diversificate per dimensione, ubicazione, tipologia e finalità.
La distribuzione sul territorio deve essere equilibrata e, soprattutto, rappresentativa di tutta la
gamma tipologica di ecosistemi e di ambienti naturali presenti, nella loro specificità di
condizioni e caratteri, in modo da assicurare la massima diversità biologica (ma anche

21 Il concetto di rete ha fatto la sua prima comparsa in campo conservazionistico all'inizio degli anni
Novanta, quando l'IUCN ha avanzato la proposta di una "rete ecologica europea" (European Ecological
Network), intesa come infrastruttura ecologica di base per la conservazione della diversità biologica e per una
più efficace protezione della natura (Gambino, 1994).
22 Questo concetto è ormai profondamente radicato in molti paesi di lunga e consolidata tradizione nel campo
della conservazione della natura, come Stati Uniti, Australia, Sud Africa, Gran Bretagna, ecc.

35
geomorfologica, paesaggistica, storica e culturale). Un sistema organico di aree protette deve
comprendere al suo interno aree che - attraverso un opportuno dosaggio di rigore
protezionistico - assolvano le diverse funzioni che normalmente si riconoscono a questo tipo
di istituzioni. Tra queste ricordiamo: la tutela delle specie o degli habitat, la ricerca
scientifica, il recupero ambientale e il ripopolamento animale o vegetale, la protezione di
singoli "monumenti" naturali, storici e culturali, la fruizione pubblica attraverso la recreation
e l'ecoturismo, lo sviluppo economico e culturale delle comunità locali.
Ma il concetto di rete ha anche un secondo, e altrettanto pregnante significato: quello che
introduce la necessità di collegare le aree protette, o comunque naturali, con una rete
connettiva corridoi ecologici per assicurare gli indispensabili scambi genetici tra le
popolazioni animali e vegetali. A causa della eccessiva frammentazione degli habitat e del
loro crescente isolamento, gli scambi genetici tra gli organismi viventi - per i quali il
"deserto" costituito dalle aree coltivate o urbanizzate costituisce una barriera insormontabile
per i movimenti di migrazione e di dispersione - sono difficili o impossibili, con grave
rischio di impoverimento della variabilità genetica e di estinzione delle popolazioni. I
corridoi possono avere caratteri e dimensioni variabili in funzione delle interazioni da
salvaguardare e della scala considerata: dalle grandi catene montuose e dal sistema
idrografico principale, fino ai corpi idrici più piccoli, alle siepi ed ai filari d'alberi, che
costituiscono la più minuta trama connettiva dei paesaggi agrari.
Estendendo questo concetto, prettamente biologico, alla sfera della fruizione umana si può
aggiungere che le aree protette devono essere mutuamente collegate anche da relazioni
funzionali di gestione. In questo caso, le relazioni di complementarietà e di sinergia tra le
diverse risorse si stabiliscono non tanto sulla base della contiguità o della prossimità, quanto
piuttosto sulla base dei loro caratteri distintivi e sul gioco delle diversità naturali, storiche,
paesaggistiche e culturali, favorendo così una valorizzazione complessiva del territorio
(Gambino, 1994).
In definitiva, non si tratta solo di creare parchi o riserve accerchiati dalle zone
antropizzate. Troppe volte i parchi, e in generale le aree protette, sono stati istituiti su base di
criteri estetici o residuali e quindi non scientifici . Questa impostazione va ribaltata in favore
di un sistema di spazi a matrice naturale o seminaturale fortemente interconnessi e
ampiamente diramati sul territorio e tali da costituire il tessuto connettivo, in stretto rapporto
con la rete urbana e stradale, con i servizi e le attrezzature sociali e ricreative. Sarebbero
dunque le aree fortemente umanizzate a diventare, laddove questo è ancora possibile, quasi

36
delle isole - sia pure fortemente interconnesse tra loro - in mezzo alle aree naturali, dando
luogo ad una trama diffusa di riserve naturali strettamente intrecciate con una serie di attività
umane ecocompatibili e intercalate da "nodi" ad elevata attività umana, come le città e le aree
industrializzate. Questo è quanto viene proposto, ad esempio, nel Wildland Project, un
progetto molto ambizioso elaborato per il continente nord-americano da M. Soulé, R. Noss,
D. Foreman, J. Davis e D. Johns nel 1992. Uno scenario che può apparire romantico e
utopista, ma che è in realtà saggio e pragmatico, se si guarda, ad esempio, a quanto è stato
realizzato nei Paesi Bassi, nel Randstadt Holland e nel suo green heart.
Il confronto tra la realtà e il modello della rete ideale delle aree protette richiede il
riferimento ad almeno tre parametri: 1) La distribuzione delle aree protette sul territorio, che
deve essere equilibrata e diversificata; 2) la differenziazione tipologica delle aree protette,
che devono valorizzare la diversità e la specificità tipologica naturale, storica e paesistica (o,
se si preferisce, "geosistemica") dei sistemi locali e sovralocali; 3) la proporzionalità delle
aree protette rispetto all'estensione territoriale complessiva, che deve tenere conto
dell'obbiettivo minimo fissato dalla "sfida del 10%", lanciata nel Convegno di Camerino del
1980 e ormai accettata in sede nazionale e internazionale.
Le tre condizioni citate suggeriscono interventi correttivi volti a completare la struttura
regionale complessa, tramite una rete intelligente di geosistemi integrati che garantiscano una
dinamica persistenza.

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