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CARLO CENCINI1

ECOTURISMO IN GABON: UNA SFIDA PER LA


CONSERVAZIONE DELLE FORESTE IN AFRICA CENTRALE

1. Le foreste equatoriali dell’Africa

Le foreste pluviali ospitano una gran parte della biodiversità del pianeta ma, al
tempo stesso, stanno sparendo più velocemente di qualunque altro bioma terre-
stre. In Africa, le foreste pluviali sono ormai limitate a una fascia equatoriale di va-
ria larghezza, con un blocco maggiore nel bacino del Congo e nella contigua zona
costiera guineana e un blocco minore in Africa occidentale. Foreste pluviali minori
persistono anche in Madagascar e sulle vette sparse dell’Africa orientale (Eastern
Arc). Le foreste pluviali sono tra gli ecosistemi africani nei quali la biomassa è più
elevata e massima è la presenza di endemismi e di biodiversità. Sulla base dell’alto
numero di specie endemiche, sono state incluse tra gli hotspots (punti caldi) della
biodiversità mondiale e per questo rappresentano una delle massime priorità delle
politiche di conservazione globale (Myers et al., 2000).
Ciò nonostante le foreste pluviali dell’Africa sono state severamente degradate
da una serie di cause, tra le quali lo sfruttamento industriale del legname, l’agri-
coltura “taglia e brucia” (slash and burn), la caccia eccessiva (sia commerciale che
di sussistenza) e lo sviluppo delle infrastrutture viarie. Ben oltre la metà di tutte le
foreste pluviali africane sono state eliminate o frammentate. La perdita della fore-
sta è stata più severa nell’Africa occidentale, dove oggi sopravvive meno del 12%
della foresta pluviale originaria (diminuita da 1,25 a 0,15 milioni di km2) e in Africa
orientale, che possiede solo l’8% della relativa formazione originaria (diminuita da
0,36 a 0,03 milioni di km2). Le foreste centrafricane, invece, mantengono ancora
quasi il 60% della loro superficie originaria (diminuita da 3,13 a 1,86 milioni di
km2) (Pignatti, 1995).
La deforestazione industriale, anche se selettiva, ha importanti effetti diretti
sugli ecosistemi tropicali e sulla fauna selvatica, ma le conseguenze più allarmanti
sono quelle secondarie; i labirinti di strade e di piste aperti dai bulldozer favorisco-
no l’accesso alle foreste da parte di cacciatori, minatori e coltivatori che finiscono
per distruggere o degradare ulteriormente l’ambiente.
La distruzione della foresta è anche una conseguenza indiretta della rapida
crescita demografica. In Africa equatoriale, sia le popolazioni rurali che quelle ur-
bane, fanno molto affidamento sulle proteine provenienti dalla fauna selvatica, che
è oggetto di un crescente commercio. Si tratta dello sfruttamento più intensivo
attuato da un’economia di raccolta sull’ecosistema naturale, valutato in 5 milioni
1
Dipartimento di Scienze Economiche, Alma Mater Studiorum Università di Bologna.
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di tonnellate di carne l’anno. Delle 57 specie di mammiferi, uccelli e rettili cacciate


nel bacino del Congo, più della metà sono sfruttate in maniera insostenibile.
Infine, le guerre ricorrenti, l’instabilità politica e la corruzione endemica co-
stituiscono impedimenti seri per la conservazione della natura. Negli ultimi anni,
quasi un terzo dei 42 paesi subsahariani sono stati coinvolti in guerre internazio-
nali o civili.
Fortunatamente il Gabon ha evitato in gran parte le pressioni sociali ed eco-
nomiche che hanno afflitto le vicine nazioni. Favorito dalla presenza di petrolio,
di giacimenti minerari e di ricche risorse di legname, il paese ha goduto di un alto
grado di stabilità politica e sociale e di un reddito pro-capite relativamente elevato,
almeno 4-6 volte superiore a quello della maggior parte degli altri paesi subsa-
hariani. Molte foreste del Gabon – fra le più ricche e biologicamente importanti
dell’Africa – sono ancora sostanzialmente intatte e per questo motivo il Paese può
ancora svolgere un ruolo chiave nelle future strategie di conservazione in Africa
centrale.

2. Il Gabon: ambiente ed economia

Il Gabon si estende su di una superficie totale di 268.000 km2 (più o meno la


superficie dell’Italia) con una popolazione di 1.484.000 abitanti (stima al 2008).2
Situato a cavallo dell’Equatore fa parte della vasta regione fitogeografica gui-
neo-congolese, che include il bacino del Congo e le foreste contigue occidentali.
Le dense foreste pluviali della pianura predominano vicino al litorale gabonese,
per trasformarsi gradualmente verso l’interno in foreste stagionali e semi-decidue.
Le foreste occupano l’85% del territorio con una superficie di 210.000 km2
e con la più grande superficie boscata pro capite dell’Africa (19 ha per persona).
Completano il quadro altri ecosistemi, come le savane (che sono spesso il risultato
di interventi antropici), le mangrovie che si ritrovano lungo le coste, gli estuari e
all’imboccatura dei fiumi, e le aree paludose e marine.
Le foreste del Gabon sono reputate tra le più ricche di biodiversità dell’Africa
con un numero di endemismi vegetali pari al 20% delle specie descritte. Alcuni alberi
di legno duro, come l’okoumé (Aucoumea klaineana) e l’ozigo (Cecropiedes büttne-
ri), forniscono prodotti di grande valore commerciale. Il Gabon è un vero santuario
per alcuni mammiferi della foresta come il gorilla di pianura (35.000 esemplari pari al
30% della popolazione mondiale), lo scimpanzé (64.000 esemplari pari al 35% della
popolazione mondiale), il mandrillo (tra 75.000 e 100.000 esemplari, pari al 70% del
totale mondiale) e l’elefante di foresta (ritenuto a lungo una sottospecie dell’elefante
africano, ma che l’analisi del DNA ha oggi definitivamente assegnato a una specie a
sé stante: Loxodonta cyclotis) con meno di 60.000 esemplari (Roca, 2001).
Il Gabon fu colonizzato dai Francesi, che qui stabilirono il loro primo inse-
diamento nel 1839, mentre la capitale, Libreville, fu fondata dagli schiavi liberati

2
www.statistiques-mondiales.com
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nel 1849. Nel 1910 il paese fu incluso nell’Africa Equatoriale Francese da cui ha
ottenuto l’indipendenza nel 1960. La lingua ufficiale è il francese e la maggior parte
della popolazione è cristiana o animista, con una piccola minoranza musulmana.
Il Gabon è fra i paesi meno densamente popolati dell’Africa, con 4,6 ab./km2.
L’alta incidenza delle malattie – la malaria cerebrale, diverse forme di zoonosi, le
patologie portate dall’acqua infetta e, più recentemente, l’Aids – hanno contri-
buito a limitare il numero degli abitanti. La popolazione è concentrata nelle città
(70% del totale) e lungo le strade principali e i fiumi. Ciò deriva in parte dalla po-
litica di raggruppamento attuata dalla gestione coloniale francese durante il secolo
scorso, che ha causato lo spostamento forzato di interi villaggi lungo le strade e
i fiumi principali, per favorire la disponibilità di manodopera nelle piantagioni di
cacao (Laurance et al., 2006).
Politicamente il Gabon è uno dei paesi più stabili dell’Africa. Possiede uno
dei redditi pro capite più alti del continente grazie soprattutto all’esportazione di
materie prime, primo fra tutte il petrolio. Il PIL del Gabon è pari a 10.654 milioni
di dollari (2007), che equivale ad un PIL pro capite di 5071 dollari e un PIL pro
capite PPA (a parità di potere d’acquisto) di 13.800 dollari.3
Dopo l’indipendenza, il Gabon è passato da un’economia di estrazione del
legname derivata dalla colonizzazione, a un’economia basata sul petrolio. Fin dalla
sua scoperta negli anni Settanta il settore petrolifero è fortemente cresciuto, so-
prattutto nelle zone costiere, particolarmente nel complesso di Gamba nella regio-
ne di sud-ovest. La produzione è ulteriormente aumentata tra gli anni Ottanta e
Novanta, portando il Gabon al terzo posto tra i produttori di petrolio dell’Africa
subsahariana, dopo Nigeria e Angola. Il petrolio greggio è oggi al primo posto del-
la bilancia commerciale e rappresenta fino all’80% delle esportazioni e il 40-50%
del bilancio pubblico.4
La notevole abbondanza di petrolio, se da un lato ha permesso al Paese di ave-
re uno dei redditi pro capite più alti del continente africano, dall’altro costituisce
uno degli aspetti più fragili dell’economia gabonese che risulta essere struttural-
mente dipendente da questa risorsa e altamente vulnerabile alle oscillazioni della
produzione e dei prezzi.
Di recente le attività di sfruttamento del petrolio sono rallentate e, malgrado la
lieve ripresa degli ultimi anni,5 è probabile che continuino a calare ulteriormente.
Non si hanno scoperte di nuovi giacimenti di dimensione importanti dagli anni
Duemila (Christy et al., 2000) e così altri settori dell’economia, quali quello mine-
rario e la silvicoltura, sembrano destinati a rivestire un ruolo maggiore nel prossi-
mo futuro.
Lo sfruttamento del legname è al secondo posto dell’economia gabonese. Le
riserve sono stimate in 400 milioni di m3 di legname, di cui 130 del prezioso okou-
3
www.statistiques-mondiales.com
4
www.legabon.org, www.beac.int
5
Dopo il calo dei primi anni Duemila, la produzione di greggio ha registrato una lieve ripresa: dai
240.000 barili giornalieri nel 2007 ai 245.000 barili nel 2008 e i 251.000 del 2009, grazie ai rinnovati inve-
stimenti in vecchi impianti petroliferi e al raggiungimento della piena attività per quelli piccoli e nuovi.
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mé, di cui il Gabon è il principale fornitore mondiale. A fronte della flessione delle
esportazioni di petrolio, la produzione di legname è raddoppiata e oggi è pari a 3
milioni di m3 di legname, 2,4 dei quali sono destinati all’esportazione, soprattutto
verso la Cina, che da sola assorbe la metà della produzione (Peyrot, 2008).
Il Gabon possiede anche considerevoli scorte di manganese, di uranio e, dopo
le recenti scoperte degli enormi giacimenti ferrosi di Bélinga, anche di ferro (si
veda il paragrafo 5.2). Il settore manifatturiero è limitato a causa dell’alto costo
della manodopera e della scarsa tradizione imprenditoriale.
Infine, sebbene la popolazione rurale sia pari al 33%, il settore agricolo contri-
buisce al PIL solo per il 7,3% del totale (2004). La maggior parte dell’agricoltura è
di sussistenza e si esercita sull’1,2% del territorio nazionale, con un impatto assai
modesto sull’ambiente.

3. Nuove pressioni sulle foreste e sulla biodiversità

Da quando i proventi del petrolio hanno accennato a diminuire, il governo


gabonese si è sempre più orientato verso le esportazioni del legname. Ciò ha con-
dotto a una repentina crescita delle concessioni forestali, salite oggi al 75% della
superficie boscata.
Le concessioni sono spesso mal regolamentate e poco o niente controllate.
Soltanto una frazione molto piccola (meno del 3%) delle 221 aziende forestali
registrate in Gabon, ha presentato il piano di gestione, come richiesto dalla legge.
Il Ministero delle acque e delle foreste dispone di soli 100 agenti operativi nell’in-
tero paese, la maggior parte dei quali è priva di veicoli. In media, ogni agente è re-
sponsabile di quasi 1000 km² di foresta in concessione. Le ONG che operano nel
Gabon hanno individuato decine di aree di estrazione illegali al di fuori delle zone
di concessione, spesso all’interno dei parchi e delle altre aree protette (Laurance
et al., 2006).
Al momento attuale la situazione ambientale è ancora vicina all’equilibrio, in
quanto la perdita di foresta dovuta allo sfruttamento è compensata dalla ricoloniz-
zazione spontanea delle aree disboscate da parte della vegetazione naturale. Tutta-
via, un ulteriore incremento nello sfruttamento della foresta potrebbe mettere in
serio pericolo la biodiversità del Paese e causare la frammentazione e la distruzione
degli habitat e delle relative popolazioni animali. L’estrazione di legname a scopo
commerciale è infatti causa di cambiamenti strutturali della foresta, di alterazioni
microclimatiche e di erosione del terreno (Wilks, 1990).
Per quanto riguarda la caccia, la politica coloniale francese di raggruppamen-
to della popolazione aveva favorito la formazione di ampi tratti di foresta nei
quali la pressione antropica era modesta e dove la fauna selvatica aveva raggiunto
alte densità. Da allora, tuttavia, la pressione della caccia è aumentata, parallela-
mente allo sviluppo su larga scala dello sfruttamento del legname, del petrolio e
dei minerali. Le concessioni forestali, in particolare, hanno causato un aumento
drammatico della caccia commerciale, favorendo l’accesso dei cacciatori a tratti
Ecoturismo in Gabon 147

di foresta un tempo inaccessibili e abbassando i costi del trasporto della selvaggi-


na (il cosiddetto bushmeat o viande de brousse) al mercato. Gli operai delle com-
pagnie del legname sono spesso essi stessi degli avidi cacciatori che, con le vendite
di bushmeat, guadagnano fino a 40% del loro reddito annuo. Le compagnie del
legname, d’altra parte, fanno affidamento sulla fauna selvatica come alimento per
la propria manodopera.
Per aumentare i profitti, i cacciatori non si limitano a cacciare le piccole prede,
ma uccidono anche animali di grossa taglia, quali le scimmie e i bufali della foresta.
L’efficacia della caccia è inoltre aumentata grazie all’uso di fucili e di trappole con
cavi d’acciaio, che hanno sostituito balestre, vimini e reti tradizionali.
La costruzione di strade per il legname e per l’estrazione mineraria e petrolife-
ra favorisce anche la diffusione dell’agricoltura “taglia e brucia”. Nel sud ovest del
Paese le fattorie stanno proliferando lungo le nuove strade costruite dal governo.
Si stima che il Gabon abbia già perso un 20% della copertura forestale originaria e
questo dato certamente aumenterà negli anni a venire sotto le spinte della crescita
demografica e dell’aumento degli investimenti esteri (Laurance et al., 2006).

4. La sfida dell’ecoturismo e i nuovi parchi

Da alcuni anni il governo gabonese, con il sussidio e l’incoraggiamento inter-


nazionale, ha avviato un importante sforzo per trovare un’alternativa allo sfrutta-
mento del legname, basato sullo sviluppo del turismo e, in particolare, dell’ecotu-
rismo. Questo progetto è collegato strettamente ad alcune importanti iniziative di
politica ambientale che hanno interessato l’Africa centrale.
Nel marzo 1999 il Gabon – assieme ad altre sei nazioni centrafricane (Repub-
blica Democratica del Congo, Chad, Camerun, Repubblica centroafricana, Re-
pubblica del Congo, Guinea Equatoriale) – ha firmato la Dichiarazione di Yaou-
ndé, che ha dato il via a un accordo tra i paesi interessati dalle foreste del bacino del
Congo (Congo Basin Forest Partnership) che prevede un impegno importante per
la conservazione della foresta e per la sua gestione sostenibile. La dichiarazione –
che mira a promuovere strategie integrate tra comunità locali, compagnie forestali
e ONG – ha come obiettivo fondamentale la trasformazione del 10% delle foreste
di ogni Paese dell’Africa centrale in aree protette. Un secondo obiettivo dichiarato
è quello di imporre l’eco-certificazione dei prodotti forestali e promuovere prati-
che di sfruttamento sostenibili.
Mentre negli altri paesi coinvolti dalla Dichiarazione di Yaoundé poco o nulla
è stato fatto per mantenere gli impegni presi, il Gabon ha varato un’importan-
te riorganizzazione della rete nazionale di aree protette. Nel settembre del 2002
il Paese ha ufficialmente istituito 13 parchi nazionali per una superficie di circa
29.200 km2 (senza contare le aree marine), pari all’11% del paese (figura 1). La rete
di aree protette, progettata con la collaborazione di esperti locali e internazionali,
comprende la maggior parte dei principali ecosistemi terrestri, litoranei e marini,
distribuiti nelle nove province del Paese.
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Figura 1 Parchi e aree protette del Gabon.


Cosciente della ricchezza ecologica ed economica rappresentata dalla sua na-
tura e dalla biodiversità, il Gabon punta sulle aree protette per sviluppare “un
turismo di qualità, nel rispetto della natura e degli uomini”, nella convinzione
che possa diventare un’alternativa allo sfruttamento commerciale del legname�
(CNPN, 2003).
Prima del 2002 le aree protette del Gabon erano di tre tipi (riserve faunistiche,
domini di caccia e aree di sfruttamento forestale), ma erano del tutto inefficaci a
garantire la tutela dell’ambiente e non prevedevano l’utilizzo delle risorse naturali
a fini turistici.
Il Gabon possiede invece un ottimo potenziale per sviluppare l’ecoturismo,
grazie anche alla sua esemplare stabilità politica e sociale. A sostegno di queste
iniziative di ecoturismo, il Paese ha ricevuto il supporto finanziario da parte di
molti governi stranieri, come Stati Uniti, Francia, Germania e Giappone, nonché
il supporto logistico e scientifico da parte di organizzazioni ambientali internazio-
Ecoturismo in Gabon 149

nali tra cui: Wildlife Conservation Society (WCS), World Wildlife Fund (WWF),
Conservation International, Institut de Recherche en Ecologie Tropicale (IRET),
Ecosistème Forestiers d’Afrique Centrale (ECOFAC), Smithsonian Institute,
Fondation Internationale Gabon Eco-Tourisme (FIGET), ecc.
Lo sviluppo del turismo tuttavia è ancora embrionale: il Gabon riceve circa
222.000 visitatori stranieri all’anno (2003) e le entrate generate sono basse: 15 milio-
ni di dollari, pari appena all’1% del PIL. Il dato è comunque sopravvalutato per la
difficoltà di distinguere tra turisti in senso stretto e coloro che viaggiano per scopi
diversi. Anche il tasso di crescita delle attività turistiche è modesto al confronto con
altri Paesi africani. Gli sforzi intrapresi negli ultimi anni sono volti a diversificare
l’economia e rendere il turismo una vera alternativa economica. Il turismo ha anche
l’ambizione di posizionarsi come uno strumento nella lotta contro la povertà e per lo
sviluppo delle comunità rurali e come uno strumento in favore della conservazione
e valorizzazione del patrimonio naturale e culturale del paese (Ndoutoume, 2006).
Nello sforzo di sviluppare l’ecoturismo, il governo gabonese ha incrementato
le iniziative di progettazione per dotare ogni parco delle strutture di accoglienza,
dei quartieri per il personale e della rete dei sentieri, così come delle linee guida
per i tour operators. Il governo ha inoltre in progetto lo sviluppo di un program-
ma di formazione di guide e guardaparco, che comprenda un’esperienza pratica
nel parco nazionale de La Lopé e una parte teorica insegnata a Libreville. Alcuni
guardaparco saranno mandati in Kenia per l’addestramento antibracconaggio e
l’amministrazione (Minko-Mvé, Nkoghe, 2006).

5. Casi di studio

Sono qui riportate alcune esperienze di ricerca realizzate in tre parchi nazionali
durante una spedizione compiuta in Gabon nell’agosto-settembre 2008, che ha con-
sentito di valutare criticamente le forme di ecoturismo attuate o in corso di realizza-
zione nel Paese. Durante il soggiorno sono state effettuate diverse interviste e interes-
santi discussioni con molti degli attori locali coinvolti nell’attività turistica.

5.1 Il Parco de La Lopè

La Lopè è uno dei parchi più grandi e noti dell’Africa centrale. Situato nel
centro del Gabon, comprende un’eccezionale combinazione di savane, foreste a
galleria e dense foreste pluviali. Sebbene queste ultime siano prevalenti, nella parte
settentrionale del parco si trovano relitti di savane formatesi durante l’ultima gla-
ciazione, 15.000 anni fa, e oggi mantenute artificialmente con il periodico incendio
delle erbe. Per queste ragioni il parco offre una grande diversità di habitat e di
specie ed è inserito tra i siti patrimonio mondiale dell’UNESCO (CNPN, 2006).
Il parco è situato 200 chilometri a est di Libreville e può essere raggiunto con
un lungo tragitto in auto o in treno o, molto più facilmente, con piccoli aerei. La
150 Unità Operativa di Bologna

Lopè deve la sua fama internazionale alle ricerche svolte sui primati condotte negli
ultimi 20 anni: negli oltre 5.000 chilometri quadrati di area protetta vivono dai 3 ai
5000 gorilla. Il parco ospita anche una numerosa popolazione di elefanti, di man-
drilli e di scimpanzé. Inoltre, è uno dei più antichi siti archeologici dell’Africa, con
circa 1800 petroglifi o incisioni rupestri dell’Età del Ferro.
ECOFAC, un programma di conservazione delle foreste tropicali finanziato
dall’Unione Europea, è responsabile dei progetti di turismo sostenibile nel parco de
La Lopè. Tra il 2000 e il 2005 circa 1500 turisti l’anno, in gran parte stranieri, hanno
visitato il parco, ma il numero è in crescita e si può stimare che abbia ormai raggiunto
i 2000 turisti l’anno. Il lodge principale è l’Hotel Lopè, situato in una bella posizione
sul fiume Ogooué, che dispone di 20 chalet, di un ristorante e di 12 guide ecoturi-
stiche. Altre sistemazioni comprendono un paio di case de passage più spartane e un
piccolo campo satellite a Mikongo a due ore da La Lopè, che dispone di 6 chalet,
ristorante e guide e attira diverse centinaia di visitatori l’anno. A Mikongo ha sede
una stazione scientifica gestita dalla Zoological Society of London, i cui ricercatori
studiano la popolazione di gorilla di pianura anche allo scopo di abituare gli animali
alla presenza dei turisti. Al momento il progetto è nella sua fase iniziale, e le proba-
bilità di un incontro con i gorilla sono ancora scarse. Più sicuro è l’incontro con le
famiglie di mandrilli, che qui vivono in gruppi di diverse centinaia di individui, in
quanto i maschi dominanti sono stati dotati di radiocollare per permettere la loro
localizzazione con la tecnica del radio-tracking. Altre ricerche sono condotte a La
Lopè da WCS ed ECOFAC: ogni anno lavoravano in media nel parco almeno 75
ricercatori con un totale di 120 pubblicazioni scientifiche prodotte.
Il parco offre un grande potenziale per gli appassionati di natura e gli impianti
sono buoni, anche se non ancora al livello di quelli dell’Africa orientale e australe.

5.2 Il Parco Ivindo e le cascate Kongou

Il Parco nazionale dell’Ivindo si estende su un’area di 3000 km² nella provincia


dell’Ogooué Ivindo, nel nord est del Gabon, dove racchiude una vasta zona di fo-
resta equatoriale primaria, ancora inesplorata fino a epoca recente e, a tutt’oggi, non
ancora sfruttata dalle società del legname. Il parco è attraversato dal fiume Ivindo che
forma una serie di rapide e di cascate spettacolari, tra cui le celebri cascate di Kongou,
e quelle minori di Mingouli e di Djidji. Malgrado siano ancora attive alcune attività
di bracconaggio – rese possibili dalla carenza di controllo da parte delle autorità – nel
parco vivono numerosi elefanti, diverse specie di primati, di uccelli e di altri animali
di foresta (bufalo, sitatunga, potamocero, pangolino gigante).
All’interno del parco, non lontano da Makokou (capoluogo della provincia)
si trova la Riserva Naturale di Ipassa, protetta fin dal 1971 e integrata nella rete
del Programma MAB dell’UNESCO, dove ha sede la stazione di ricerca di Ipassa
Makokou dell’Institut de Recherche en Ecologie Tropicale (IRET).
Nella parte meridionale del parco si trova una radura naturale nella foresta, chia-
mata baï di Langouè, scoperta da Michael Fay nel 2000 in occasione della sua famosa
Ecoturismo in Gabon 151

spedizione MegaTransect. Si tratta di una radura naturale (lunga un km e larga 300


m) che circonda una pozza d’acqua ricca di sali minerali. Lo spiazzo è stato creato,
nel corso dei secoli, dal passaggio degli elefanti di foresta che qui convergono per in-
tegrare la propria dieta con i sali minerali. La radura ospita una profusione di piante
che altrimenti non potrebbero vivere nel buio della foresta. Questa combinazione
di piante e minerali attira un gran numero di animali: oltre agli elefanti, i bufali, le
antilopi sitatunga e la più grande concentrazione di gorilla del Paese.
Nel parco dell’Ivindo sono presenti due operatori turistici: WCS, che offre
visite alla Baï di Langoué e FIGET, che ha costruito un campo a Kongou.
Dal 2004 la Wildlife Conservation Society (WCS) ha iniziato ad accogliere
anche i turisti a Langoué, allo scopo di contribuire al finanziamento del parco. Per
questo sono stati costruiti un accampamento, molto rustico ma confortevole, e
due piattaforme sugli alberi dotate di cannocchiale per l’osservazione degli animali
della foresta. L’accesso alla Baï di Langoué si fa da Ivindo, una piccola città nel cen-
tro del Gabon accessibile in treno o con un piccolo aereo da turismo. Da Ivindo
si giunge a Langué con un percorso in fuoristrada di circa due ore e una marcia
di un’altra ora e mezza. Il campo ha ricevuto un numero crescente di turisti: fino
a 159 visite e 534 notti nel 2006, con una media di 3-4 notti di permanenza e un
tasso di occupazione del 30% (Vande weghe, 2006; Lescuyer, 2006). Purtroppo
le attività turistiche a Langoué sono state sospese nel dicembre 2008. I visitatori
non sono stati sufficienti a rendere il progetto economicamente sostenibile e, non
avendo trovato un tour operator interessato a gestire il turismo, WCS ha deciso di
abbandonare il progetto e dedicarsi esclusivamente alla ricerca scientifica.
Il progetto ecoturistico più interessante è quello sviluppato dalla FIGET (Fon-
dation Internationale Gabon Eco-Tourisme “Giuseppe Vassallo”). La FIGET è una
fondazione di diritto gabonese, creata a Libreville nel maggio del 2000 su iniziativa
italiana e su invito del Governo gabonese. I suoi obiettivi principali sono quelli di
assistere l’amministrazione e le pubbliche autorità al fine di preservare e valorizzare
le foreste dell’Ivindo e di promuovere l’ecoturismo in favore delle popolazioni lo-
cali. Nel febbraio 2001 il governo gabonese ha affidato alla Fondazione FIGET un
nucleo iniziale di 120 km2 di foresta, attorno alle cascate di Kongou e di Mingouli.6
Il progetto prevede il coinvolgimento delle popolazioni locali nel turismo e nella sal-
vaguardia forestale, attraverso la creazione di una cooperativa locale e la diffusione
dell’educazione ambientale. Alcuni ex bracconieri sono stati convertiti in guide per i
visitatori, è stata costruita una scuola e, in collaborazione con il villaggio di Loa-Loa,
è stato realizzato un campo per i turisti ai piedi delle cascate.
6
Già nel 2001, prima della creazione del parco nazionale, la FIGET aveva acquistato dal Gover-
no i diritti sulla foresta vergine per salvarla dal taglio e preservarne le popolazioni autoctone di gorilla,
scimpanzé, coccodrilli ed elefanti. Artefice di questa singolare iniziativa fu un italiano, Giuseppe
Vassallo, ex console onorario del Gabon e promotore della Fondazione, che propose al governo
del Gabon un accordo per allora rivoluzionario: prendere in affitto un primo tratto dei 3000 km
quadrati della foresta, a un costo pari a quello pagato dall’industria forestale. Oggi dirige la FIGET
l’italiano Gustavo Gandini, dell’Università di Milano, che alla morte di Vassallo avvenuta nel 2000, ne
ha raccolto l’eredità. La FIGET lavora in collaborazione con la Fondazione Trust the Forest (www.
trusttheforest.org; www.ivinco.org).
152 Unità Operativa di Bologna

Il viaggio per le cascate comincia a Makokou, capoluogo della regione


dell’Ogoouè Ivindo. Dal villaggio di pescatori di Loa Loa ci si imbarca su piccole
piroghe a motore, pilotate da guide locali, attraverso il corso del fiume Ivindo.
Il viaggio della durata di tre ore e mezza consente di ammirare il paesaggio in-
contaminato della foresta, attraverso il corso tortuoso del fiume e sette piccole
rapide. Kongou è un complesso di cascate e di rapide che si estende per 1,5 km di
lunghezza e due di larghezza. Il salto più impressionante misura circa 40 metri di
altezza.
Il campo gestito dalla FIGET sorge ai margini delle cascate e dispone di quat-
tro bungalow a due camere, uno per la cucina e un ristorante terrazza. La capa-
cità è di 16 posti letto. Il carattere rustico dei luoghi offre la sensazione di vivere
un’esperienza pionieristica da esploratore. La rilevazione della frequentazione tu-
ristica tra il 2004 e l’inizio del 2006 è stata di circa 200 persone l’anno, con un sog-
giorno medio di quattro giorni. Per il futuro sono attese 300 persone entro il 2010
e 600 entro il 2015. Nel lungo periodo è prevista l’organizzazione di un turismo di
lusso, con l’apertura di un circuito nel parco, la creazione di lodge più accoglienti,
di ponti sospesi tra gli alberi e camminamenti lungo volta della foresta, di rafting
nelle rapide, ecc. (Lescuyer, 2006).
Oggi purtroppo il complesso delle cascate Kongou è destinato a scomparire: nel
settembre 2007 il Governo ha annunciato di volere costruire una diga sulle cascate
per fornire l’energia idroelettrica necessaria allo sfruttamento delle miniere di ferro
nel nord del paese, a Bélinga, definite il giacimento più ricco al mondo. Il progetto
– realizzato da un consorzio di aziende cinesi: la CMEC (China National Machi-
nery & Equipment Import & Export Corporation) – prevede la costruzione delle
infrastrutture necessarie allo sfruttamento minerario: una ferrovia, un porto e, per
l’appunto, una centrale idroelettrica. La miniera sarà controllata per l’85% dai Cinesi
che sosterranno le spese. Tutto il minerale estratto sarà destinato alla Cina, notoria-
mente affamata di materie prime e di petrolio.7 Alcune ONG ambientaliste, come
“Publish What You Pay”, hanno proposto invano un sito alternativo, ma il Ministe-
ro delle miniere ha preferito il sito di Kongou, più vicino al giacimento di Bélinga.
Il progetto è stato elaborato senza alcuna valutazione d’impatto ambientale, né
una preventiva consultazione con le popolazioni interessate e, addirittura, scaval-
cando le competenze del Ministero delle acque e delle foreste, preposto alla gestione
dei parchi. La costruzione della diga comporterà l’abbattimento di centinaia di km2
di foresta entro il parco nazionale e la distruzione delle stesse cascate, le più belle
dell’Africa centrale. Anche le popolazioni locali, che in gran parte vivono di pesca,
hanno manifestato forti timori per le possibili conseguenze economiche e umane
dell’inevitabile inquinamento del fiume, connesso all’attività estrattiva (Lebas, 2008).
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I Cinesi stanno “conquistando” l’Africa: secondo alcune stime sono ormai 750 mila i lavoratori
cinesi impiegati in Africa, dove costruiscono dighe, strade, ferrovie, aeroporti, raffinerie. Pechino
offre ai Paesi africani finanziamenti importanti a condizioni vantaggiose, ma in cambio pretende ma-
terie prime e concessioni minerarie. Il comportamento spregiudicato dei Cinesi preoccupa sia a livello
politico che etico, per il sostegno aperto ai governi dittatoriali (come quelli di Sudan e Zimbabwe) e
la mancanza del rispetto dei diritti umani (Brighi, Panozzo, Sala, 2007).
Ecoturismo in Gabon 153

Purtroppo, per raggiungere le cascate i Cinesi hanno già aperto una pista lunga
40 chilometri nella foresta vergine. La strada è ora utilizzata anche dai bracconieri
che dispongono così di un più facile accesso al parco.

5.3 Il Parco Loango e l’esperienza di Sette Cama


Il Parco Nazionale di Loango si trova nel sud del Gabon, lungo la costa atlan-
tica, in quello che viene comunemente chiamato il Complesso Gamba. Il parco ha
ereditato una delle poche aree protette create prima della legge del 2002. Ancora
in epoca coloniale, nel 1956, i Francesi avevano creato il Parco nazionale Petit
Loango, poi trasformato in riserva faunistica nel 1962 dal neonato Governo indi-
pendente. Tra il 1962 e il 1966 furono aggiunte diverse aree contigue parzialmente
protette (riserve faunistiche e aree di caccia) per formare, nell’insieme, il Comples-
so Gamba, il più vasto insieme di aree protette del Gabon (Lee et al., 2006). Nel
2002 il Governo ha creato due parchi nazionali: quello di Moukalaba-Doudou
(4.500 km2) e quello di Loango (1.550 km2). Tra i due parchi si estende un’area di
caccia, utilizzata anche come “corridoio industriale” perché ospita alcune impor-
tanti concessioni petrolifere della Shell e diverse città e villaggi.
Il Parco Loango è rinomato per la sua varietà di ambienti e di fauna terrestre
e marina e il grande potenziale ecoturistico. Comprende foreste, savane, mangro-
vie, lagune e spiagge incontaminate che ospitano una biodiversità straordinaria e,
per questo, è considerato tra le località naturali prioritarie dall’IUCN (The World
Conservation Union). È noto anche per essere l’unico luogo al mondo dove gli
ippopotami frequentano la spiaggia e fanno il bagno in mare!
Il parco è sfruttato turisticamente sia da operatori privati che dalle comunità
locali. Le attività proposte ai visitatori prevedono diversi circuiti a piedi e uscite in
barca per l’osservazione degli ippopotami, del coccodrillo nano e la pesca del bar-
racuda. Nei villaggi situati attorno al parco è possibile l’incontro con gli artigiani
e la cultura locali.
Di particolare interesse è l’esperienza realizzata dal villaggio di Sette Cama, a
sud del parco, dove è in atto un interessante esperimento di ecoturismo comunita-
rio sponsorizzato dall’Unione europea attraverso lo PSVAP (Programme Sectori-
el de Valorisation des Aires Protégées). Una cooperativa locale chiamata Abietu-
Bi-Sette Cama (che nella lingua locale lumbu significa “per il beneficio di Sette
Cama”) organizza i servizi per i turisti: alloggio, pasti, escursioni guidate, osserva-
zione della fauna selvatica, produzione e vendita di artigianato, danze tradizionali.
Il progetto è organizzato attorno alla case de passage “Abietu”, un edificio
in muratura destinato all’alloggio dei turisti, e dà lavoro complessivamente a una
quarantina di persone, una metà della quale lavora direttamente nell’attività turi-
stica (cuoche, cameriere, guide, piroghieri, ecc.), l’altra è impegnata nella produ-
zione e nella vendita di oggetti di artigianato.
Il progetto Abietu è gestito congiuntamente dal villaggio e dal GIC (Groupe-
ment d’Initiatives Communautaires pour la promotion et le développement), una
ONG creata dal Consiglio regionale al fine di sostenere e promuovere iniziative di
sviluppo della comunità. Il GIC coordina le operazioni di marketing turistico, le
154 Unità Operativa di Bologna

prenotazioni, e il trasporto da e per l’aeroporto di Gamba. Il 60% dei proventi va


al Consiglio regionale; il restante è destinato alla cassa del villaggio gestita da una
cooperativa, allo scopo di finanziare i progetti scelti dalla stessa comunità (gruppo
elettrogeno, scuola, ambulatorio medico, ecc.) (Lescuyer, 2006).
Il progetto Abietu ha attirato i clienti sin dalla sua apertura nel gennaio 2004.
Oggi i visitatori sono almeno 200 l’anno e qui giungono soprattutto grazie alla
pubblicità fatta dagli stessi ospiti attraverso il passa-parola (Prunier, 2005).
L’indagine condotta presso gli attori locali (funzionari del Ministero delle ac-
que e foreste, operatori del Parco e popolazione locale) ha permesso di constatare
come il miglioramento del tenore di vita abbia sviluppato tra i residenti un for-
te senso di appartenenza. La popolazione ha capito che i turisti portano benefici
economici e si sente maggiormente responsabile della tutela del proprio ambiente.
Ciò ha comportato un sensibile ribasso del bracconaggio (Corblin, 2006).
Restano alcuni punti negativi ancora da risolvere, come la mancanza di infra-
strutture stradali e di comunicazioni. Le piste sono facilmente rovinate dalle forti
piogge equatoriali e dai fuoristrada. Ciò è spesso fonte di notevoli disagi per i turisti.

6. Conclusioni

L’istituzione dei parchi in Africa ha ridotto l’accesso delle popolazioni locali


alla caccia e alle terre per l’agricoltura. La protezione della biodiversità è stata fino
a ora imposta a scapito delle popolazioni locali che sono state escluse da qualsiasi
processo decisionale. È ormai riconosciuto che le popolazioni locali debbano esse-
re compensate della perdita di accesso alle risorse che queste subiscono in seguito
alla creazione di un’area protetta (Hulme, Murphree, 2001; Cencini, 2004). In am-
bito internazionale si è sempre più concordi nel ritenere che il turismo possa di-
ventare un valido strumento di sviluppo locale e di riduzione della povertà, purché
gestito in maniera appropriata. In particolare il turismo comunitario (Communi-
ty-Based Tourism) aspira ad aumentare il coinvolgimento delle popolazioni locali
nel turismo e a una maggiore equità nell’accesso alle risorse (Kiss, 2004).
L’indagine effettuata a Ivindo e a Sette Cama ha dimostrato che, quando l’uso
sostenibile della biodiversità genera benefici per le popolazioni locali, queste sono
le prime a prendersene cura. Tutti gli attori locali sembrano soddisfatti dell’impat
to dell’ecoturismo, ciascuno vi trova il suo vantaggio, sia le popolazioni locali che
beneficiano delle ripercussioni finanziarie dell’attività, che i funzionari dei parchi
che constatano la diminuzione del bracconaggio.
Il Gabon ha puntato sull’ecoturismo come alternativa alla futura diminuzione
dello sfruttamento petrolifero. Tuttavia, per raggiungere questo obiettivo, il paese
deve ancora affrontare grandi sfide. I parchi recentemente istituiti sono in realtà
poco più che delle linee tracciate sulla carta; pochi hanno infrastrutture e personale
di base e molti sono lontani e poco accessibili. Con l’eccezione del Parco nazio-
nale di La Lopè, le nuove aree protette difettano dei programmi di gestione, delle
guide sul campo e di altre risorse di base per i turisti: sono dotazioni che possono
richiedere anni per essere predisposte.
Ecoturismo in Gabon 155

Una sfida ulteriore è data dalle capacità della manodopera gabonese, che parla
solo il francese o i dialetti bantù locali e manca di esperienza nei settori dei servizi,
come il turismo internazionale e la gestione dei parchi nazionali che praticamente
non esistevano prima del 2002. A tutt’oggi i prodotti turistici sono poco numerosi
e inferiori per qualità e varietà all’offerta che il “turismo d’avventura” propone a
livello internazionale.
Tra gli ostacoli da superare vi sono anche quelli legati all’immagine. Anche se il
Gabon è politicamente e socialmente stabile, l’Africa equatoriale è percepita come
un luogo non sicuro e i turisti sono estremamente sensibili a questo. Occorre an-
che superare l’idea che in Gabon sia possibile l’osservazione della grande fauna,
come avviene in Africa orientale e australe. Le lussureggianti e fertili giungle e i
paesaggi costieri non si prestano al fotosafari tipico delle savane africane, ma piut-
tosto a un turismo d’avventura legato al mito della “foresta vergine” e a un’espe-
rienza di full immersion nella natura.
Infine non si può pensare che l’ecoturismo sia una panacea per la conservazione
della natura. Sono necessarie altre iniziative, quali gli sforzi per controllare la defo-
restazione illegale e il bracconaggio, i programmi di istruzione e di sensibilizzazione
pubblica, l’adesione ai trattati internazionali per la conservazione, ecc. L’industria
turistica può solo generare un supporto pubblico ed economico a tali iniziative.
Lo sviluppo di un turismo prospero richiederà probabilmente molti anni e
molto impegno e i risultati potrebbero essere modesti. Probabilmente l’ecoturi-
smo non renderà mai quelle ricchezze che l’estrazione del petrolio e la deforesta-
zione sfrenata potrebbero assicurare nel breve periodo, ma potrà fornire redditi
sostenibili e occupazione duratura. Il forte potenziale del Gabon ha già suscitato
l’interesse di alcuni tour operator internazionali (Wildeness Safari, Mistral Voya-
ge, Opération Loango, ecc.) e questo fa ben sperare nel lungo tempo. Data la gran-
de ricchezza di biodiversità, gli sforzi del Gabon meritano sicuramente il supporto
dei donatori e delle organizzazioni internazionali, perché fornisce le migliori pro-
spettive di conservazione della natura in Africa centrale.
Sono debitore a Romain Calaque (WCS), Joseph Vivien Okouy Okouy
(IRET), Fabrice Malèkou Tchibinda (Itineris Gabon), Paul Nguema e Armando
Bilardo per la collaborazione e i preziosi consigli.

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