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16/09/2021

La parola istituzione  deriva dal latino istitutiones   sostantivo che deriva a sua volta dal verbo latino  instituere
che significa insegnare.

Institutiones ➡️  insegnamenti


Non a caso nell'antichità manuali e corsi elementari che introducevano allo studio di una materia in maniera
ordinata sistematica e sintetica erano detti Institutiones (o Elementa)
Anticamente furono scritti manuali chiamati institutiones per comprendere la retorica (Quinitiliano - Institutio
oratoria) e la teologia (Lattanzio - institutiones rerum divinanarum). In campo giuridico due importanti 
institutiones  furono scritte  da Gaio( usate a  partire dalla metà del II secolo d.C a Roma e in tutto il resto
dell'impero) e Giustiniano.( si affiancano a quelle di Gaio a partire dal 533 d.C, libro destinato agli studenti del
primo anno del corso di studi giuridici dell'Università di Costantinopoli. Manuale scritto in prima persona in cui
egli parlava al plurale maiestatis in qualità d'imperatore direttamente agli studenti di diritto  )Pur ispirandosi a
quelle di Gaio le institutiones di Giustiniano le sostituirono perché Giustiniano scrisse questo manuale per le
esigenze di aggiornamento nell'insegnamento riguardante i contenuti della materia
Perché la disciplina di alcuni istituti nel frattempo era stata modificata rispetto a quella che aveva illustrato Gaio
qualche secolo prima.

DIRITTO
In senso oggettivo il diritto o coordinamento giuridico è un complesso di regole di comportamento che vengono
adottate da una comunità politicamente organizzata. Dal punto di vista del contenuto queste regole di condotta
possono:
• Consentire quando è previsto un potere, una facoltà che viene riconosciuto all'individuo (il diritto di proprietà,
il contratto di compravendita)
• Proibire (il divieto di rubare)
• Imporre (norme del diritto tributario che impongo il pagamento dei tributi)
• Punire ( quando trasgrediscono la norma stessa)

Il termine diritto attiene alle norme giuridiche che compongono l'ordinamento giuridico .
L'uomo per la sua stessa natura di essere razionale, tende a dare un regolamento alle proprie azioni, in
relazione ai fini che con esse intende perseguire. In ogni società umana si afferma pertanto l’esigenza di
enucleare un complesso di regole cui si adegui il comportamento dei singoli, nell'interesse della vita della
società stessa e per i fini che essa persegue: interesse e fini sono individuati di volta in volta in un dato ambiente
sociale dalle forze politiche che governano quella società.

Le norme giuridiche che contengono le regole di condotta che nel loro insieme costituiscono l'ordinamento
giuridico sono quindi poste in essere proprio perché espressione di scelte che quella collettività politicamente
organizzata fa, sono quindi espressione dell'ambiente sociale da cui derivano. Ecco perché le norme giuridiche
non sono fisse, ma sono espressione del fluire degli eventi e della storia anche
Quando parliamo di diritto in senso oggettivo facciamo riferimento a questa regolamentazione dei
comportamenti di coloro che fanno parte di questa società organizzata. Gli interessi e i fini dipendono da scelte
che vengono compiute da quella determinata società in quel contesto socio economico e storico in senso
ampio.
La dimensione della storia è dunque connessa al diritto.

Diritto privato e diritto pubblico


Il diritto privato insieme delle regole che regola i rapporti tra individui in quanto tali, dei privati, sicché vengono
in considerazione soprattutto interessi privati.
Nel diritto pubblico disciplina 'organizzazione e il funzionamento dello stato e degli altri enti pubblici, regola la
loro azione, interna e di fronte ai singoli individui, nell’interesse generale della collettività, pertanto vengono in
considerazione interessi pubblici.

ROMANO

Anche i romani avevano delle regole che disciplinavano i comportamenti tra i singoli, il diritto romano si
compone infatti di tante norme volte o agli interessi del privato e o a quelli della comunità. Abbiamo quindi un
diritto pubblico romano e un diritto privato

L'aggettivo Romano si riferisce alla collettività politica di uomini liberi dell'antica Roma. Uomini liberi perché
nell'ambito del diritto delle persone il diritto romano compie una distinzione tra uomini liberi (non sottoposti al
potere di nessun 'altro) e lo schiavo (sottoposto alla potestà domenicale, al padrone, al dominus). Solo l'uomo
libero può prendere parte alla vita politica di Roma che decideva k3regole di comportamento per gli
appartenenti alla comunità mentre lo schiavo non è parte
integrante della comunità politica ma solo una res, oggetto di diritto.

Da punto di vista cronologico l'epoca  storica del Diritto Romano va dalle origini della città di Rona nel VII SEC.
A.C.(754 753 a.C.) fino alla morte di Giustiniano primo imperatore d'oriente il 14 novembre del 565 d.C. si tratta
di una ricostruzione di tempo plurisecolare, oltre 1300 anni di storia giuridica e convenzionalmente sono state
scelte queste date perché si tratta di date che indicano accadimenti di straordinaria importanza, che per la
storia del diritto consentono di ripercorrere anche le evoluzioni che si sono  verificate nell'ordinamento
giuridico o che avendo attraversato secoli e secoli di storia è espressione di contesti molti diversi dal punto di
vista sociale, politico ed economico.

Dal punto di vista delle origini Roma nasce nella metà dell'8 secolo a. C dall'aggregazione dei cosiddetti PAGI
ovvero comunità di villaggi che erano stanziate nei pressi dell'isola Tiberina. Si trattava di villaggi di pastori
agricoltori con una società familiare di tipo patriarcale e tra di loro avevano tradizioni, pratiche rituali, di culto e
interessi economici simili. Decisero dunque di unirsi individuando un capo che svolgesse le principali funzioni di
governo ma anche militari e Religiose per assicurarsi che i loro componenti potessero continuare a vivere nei
luoghi in cui erano stanziati, divenendo insieme anche più forti rispetto alle altre comunità anch' esse derivanti
da popolazioni indoeuropee stanziate nella pianura del Tevere il cosiddetto Latium vetus.  Queste popolazioni si
unirono nella Lega latina sancita da un apposito trattato internazionale il Fedus Cassianum che consentì a
queste comunità di operare nell'interesse di tutti piuttosto che combattersi tra di loro con il predominio che
però venne riconosciuto a Roma. Con tale evento ha inizio la vita giuridica di Roma

L'epoca del diritto romano termina con la morte di Giustiniano D'oriente che sale al trono nel 527 d.C e vi
rimane fino al 565.   A lui si deve la realizzazione  del Corpus iuris civilis che emana con forza di legge le singole
opere che lo compongono
• Le institutiones= le istituzioni
• Digesta = digesto
• Code iustinanus= Codice di Giustiniano
opere che raccolgono tutto e solo il diritto che doveva avere vigenza tratto dall'esperienza giuridica precedente
sviluppatasi grazie all'interpretazione  dei giuristi e alle costituzioni imperiali

ISTITUZIONI  di DIRITTO PRIVATO ROMANO=  è un settore particolare del diritto romano relativo al diritto
privato  caratterizzato da numerose Definizioni, concetti istituti e  discipline delle  principali figure giuridiche che
regolavano le relazioni fra i privati.
Alcune  regole del diritto romano le abbiamo ereditate e le usiamo ancora oggi.
• È alla radice di principi, istituti e  concetti giuridici che si sono perpetrati nel tempo e sono validi ancora oggi.
• il diritto romano evidenzia la connessione tra il fenomeno giuridico e La Storia.
• Il diritto romano insegna il metodo del ragionamento giuridico creato e sviluppato dai giuristi romani, i
cosiddetti iuris prudentes o iuris consulti.I giuristi romani ci hanno dunque  trasmesso il metodo del
ragionamento giuridico, il percorso giuridico da seguire per leggere in modo giuridico la realtà e trovare la
norma giusta.
1. Studiare i casi
2. individuarne gli elementi giuridici
3.  trovare la soluzione giusta (chi tra i contendenti ha ragione)

Diritto romano e esperienze giuridiche occidentali


Il diritto romano è matrice:
1. Della tradizione romanista ( quella tradizione giuridica  e di studi e si è formata a partire dall'alto medio e
sulla base del Corpus iuris Giustiniano e che ha condotto durante il periodo del cosiddetto illuminismo giuridico
alle codificazioni ) alla base dei codici  dei Paesi i cui sistemi giuridici sono detti di Civil law
• Europa
• America latina( tramite Spagna e Portogallo)
• Giappone
• Louisiana (tramite colonizzazione francese)

2.Tradizione giuridica anglosassone  alla base dei sistemi giuridici detti di Common low:
• Gran Bretagna
• Stati uniti
3. Il diritto romano è oggi oggetto di studio anche nella repubblica popolare cinese

Storia del diritto romano


L'EPOCA ARICAICA dal 754 753 a.C. ( fondazione  della città di Roma) alla metà del III secolo a.C. (= emanazione
delle leges Liciniae Sextiae 367 a.C.)
ETA PRECLASSICA dalla metà del III secolo alla fine della repubblica romana (fine I secolo a .C)
ETA CLASSICA dall’ ascesa al potere di Ottaviano Augusto che istituisce il Principato (27 a.C.) alla prima metà del
III secolo d.C.(declino della d’insita dei Severi, Alessandro severo muore nel 253d.C e anarchia militare)
all'avvento del Dominato (Diocleziano abdica nel 305 d.C.)
Età POSTCLASSICA
dall'ascesa al trono di Costantino(312 d.C) al 527 d.C
Et GIUSTINIANEA
dall'inizio del regno (527 d.C) alla morte(565 d.C) di Giustiniano

La storia costituzionale inizia con la


MONARCHIA che rimane in vigore dalla fondazione di Roma alla fine del VI secolo a.C. si impernia sul re.
REPUBBLICA dal 509 a.C. alla fine del I secolo A.C. si impernai sulle magistrature.
PRINCIPATO dal 27 a.C. al 235 d.C , regime di governo ibrido
DOMINATO dal 284 d.C ,ascesa di Diocleziano ,sistema di governo assoluto e dispotico

LE FONTI DEL DIRITTO


Sono fatti atti, meccanismi che pongono i essere, producono la norma giuridica ma
FONTI DI COGNIZIONE
Strumenti attraverso I quali è possibile conoscere la norma giuridica. Nel Diritto Romano abbiamo una varietà di
documentazione:
Opere letterarie     e       testi giuridici
Conservati su pergamene ,papiri, tavolette errate, epigrafi su pietra, bronzo

EPOCA ARCAICA (534 A.c-367 AC)


l'epoca arcaica si caratterizzai per il fatto di essere stata un epoca in cui in parte c'è stata la monarchia in parte
la repubblica

MONARCHIA
REX= IL CAPO POLITICO,MILITARE,RELIGIOSO, IL RE è  espressione della comunità politicamente organizzata che
deriva dalla fondazione di Roma
,fondazione che è a sua volta stata creata sull'aggregazione delle antiche comunità di villaggio, i cosiddetti pagi i
quali ad un certo punto, in ragione di una serie di affinità che presentavano si uniscono ed scelgono il capo
politico militare religioso della comunità unitariamente intesa.
la formazione della città di Roma deriva dal fatto che le comunità di villaggio stanziate sui 7 colli avevano una
struttura sociale fondata sulla famiglia patriarcale, questo  è il primo dato che accomunava queste comunità
chiamate anche PRECIVICHE perché preesistono alla fondazione della città di Roma. La famiglia patriarcale
aveva una struttura di carattere piramidale, a capo vi era il pater familias che aveva il potere assoluto sui beni e
sulle persone che facevano parte di quella famiglia. le comunità di villaggio erano quindi strutturate in famiglie
patriarcali che 
quando discendevano da uno stesso capostipite si sentivano unitamente parte di una gens.  le più antiche
strutture sociali che si perpetuano dopo che Roma è stata fondata sono le comunità gentilizie delle famiglie
patriarcali. questa struttura sociale che è sempre caratterizzata dal riconoscimento di un capo, perché anche a
capo della gens c'era un princeps gentis influenza anche al momento della fondazione l'individuazione di un
capo politico militare e religioso che appunto è il re.
al re, in quanto capo politico, sono demandate le scelte fondamentali riguardanti la vita della città, decide quali
sono le regole che devono essere rispettate all'interno della comunità, svolge quindi una funzione di carattere
legislativo (fra fonti del diritto arcaico le legis regis)
il re è anche il capo militare, è colui che è titolare del comando dell'esercito, nomina i generali dell'esercito,
indice la leva, decide se fare guerra ma anche se concludere la pace, detiene il potere delle truppe dell'esercito
e proprio questo volere gli consente di imporre il proprio volere nei confronti dei sudditi i quali a loro volta sono
sottoposti ad una coercizione che il re può esercitare nei loro confronti.
il re è anche una importante posizione rispetto alla divinità, fa da intermediario tra gli dei per il fatto che deve
propiziarne verso tutti i membri della comunità cittadini, i re è colui che garantisce la cosiddetta pax
deorum ,cioè garantisce l'alleanza tra gli uomini e gli dei, facendosi portavoce lui stesso dei voleri della
comunità che vengono espressi agli dei  e interrogando gli dei sulle decisioni da prendere per il bene della città.
Questi poteri nel loro insieme (politico,militare,religioso e giudiziario) costituiscono la POTESTAS REGIA.

il re è espressione di una scelta da parte della comunità organizzata, viene acclamato nei comizi(l'assemblea
popolare) con l'approvazione del senato ma la sua individuazione è anche di ispirazione divina, se il re viene
meno per una qualche ragione prendono il potere 10 senatori  che a turno amministrano tutto ciò che attiene
l'organizzazione cittadina in una forma di governo chiamata inter regnum fino a quando le circostanze e il
volere gli dei consentiranno di   individuare un nuovo re. ciò consente di spiegare perché secondo la leggenda i
re di Roma furono 7 in arco di tempo di circa 250 anni. La monarchia termina nel 510 a. c. e quindi dal 754-753
fino alla cacciata di Tarquinio il Superbo (ultimo re di Roma) si sarebbero succeduti 7 re, numero che è
sembrato piuttosto esiguo, la ragione è da ricercare nel fatto che tra un re e l'altro è possibile che vi siano stati
dei periodi di inter regnum
I re della leggenda sono effettivamente esistiti, i primi 4 furono di stirpe latino-sabina i restanti tre di origine
etrusca.
1. Romolo, il più antico re di Roma, fondatore della città, il celebre re eponimo perché a lui si deve il nome della
città di Roma.  A lui si riconducono una serie di iniziative riguardanti l'organizzazione della città, la divisone degli
abitanti della citta tra patrizi(i più importanti membri della comunità  cittadina perché discendevano dalle
antiche comunità familiari che si erano aggregate e erano e più importanti nell'ambito delle gens , personaggi
importanti anche perché avevano patrimoni rilevanti oltre che delle doti, delle virtù ce li rendevano
particolarmente autorevoli) e plebei ( tutti coloro che si trovavano in condizioni economiche di inferiorità ma
anche in una condizione di inferiorità dal punto di vista socio-politico).inoltre a lui si deve l'istituzione del
Senato,(assemblea degli anziani che rimase sempre in vigore nella storia giuridica di Roma e che sarà
caratterizzato soprattutto nell'epoca più antica dall'esercizio di funzioni consultive, il Senato non può prendere
decisioni politiche che siano rilevanti per la comunità cittadina ma se interrogato dal re può rilasciare un parere
sulla decisione da prendere che però non è vincolante perché il re può discostarsi dal consiglio dato dal senato
attraverso il cosiddetto Senatus consultum anche se normalmente questo parere veniva tenuto in
considerazione proprio perché  derivava dai membri più anziani della comunità che erano dotati  di grande
autorevolezza) la distribuzione della popolazione in circoscrizioni territoriali che venivano chiamate tribù,
l’assegnazione di  porzioni di terreno ai capi famiglia  motivo per cui Romolo viene considerato all'origine della
proprietà privata. A lui la norma riguardante il diritto del marito di uccidere la moglie che abbia commesso
adulterio, il diritto che limita il poter del pater familias di uccidere il proprio figlio quando non abbia ancora
compiuto 3 anni a meno che non sia nato deforme

2. Numa Pompilio opera importanti riforme nell'organizzazione religiosa e nell'ambito del diritto Penale= lui
distingue l'omicidio volontario dall'omicidio involontario prevedendo diverse sanzioni:
-chi uccide volontariamente un'alta persone viene messo a morte direttamente dai parenti dell'ucciso, questo
vuol dire che chiunque potrà ucciderlo nella stessa maniera in cui lui ha commesso l'omicidio
- chi ha ucciso involontariamente un'altra persona dovrà semplicemente sacrificare un ariete a favore dei
parenti in linea maschile della persona che era stata involontariamente uccisa.
A Numa Pompilio  si riconduce il divieto al padre di vendere il figlio quando abbia dato il consenso alle nozze del
figlio stesso.
3.Tullo Ostilio che aumenta il numero dei componenti del Senato
4.Anco Marcio (l'ultimo di stirpe latina-sabina) a lui si deve la fondazione della colonia di Ostia.
5. Tarquinio Prisco (primo dei  tre re di stirpe etrusca che danno un impronta maggiormente dispotica alla
monarchia, rafforzano il loro potere militare e riescono ad imporre in maniera più evidente il proprio valore e
quindi a indurre all'obbedienza i membri della comunità cittadina tendendo atteggiamenti dispotici ) che viene
ricordato per una serie di iniziative riguardanti l'abito urbanistico di Roma, la costruzione di edifici di carattere
monumentale a conferma del potere assoluto che in quanto capo della comunità ha sulla comunità stessa.  I re
etruschi manifestano il proprio potere anche attraverso dei simoboli:indossando la toga purpurea una veste di
colore rosso, sedendo sulla cosiddetta  sella curulis quindi un trono,facendosi precedere dai fasci e dai littori
quindi assumono una serie di segni esteriori che deve comunicare questo potere assoluto sulla comunità
cittadina
6.Servio Tullio che riforma l'esercito, istituisce le centurie ( nuova forma di ripartizione nell'ambito delle schiere
dei soldati, unità composte da 100 uomini in armi , le centurie sono unità dell'esercito ma diventeranno i
raggruppamenti fondamentali dell’assemblea popolare che sostituirà nel tempo i comizi curati e che è
rappresentata dai comizi centuriati), a lui si attribuisce la previsione che gli schiavi liberati dovessero diventare
cittadini romani
7. Tarquinio il Superbo, ultimo re di Roma passato alla storia per aver assunto atteggiamenti dispotici che
sconfinavano nell'arbitrio e dunque degli abusi nei confronti anche della popolazione e proprio questo
atteggiamento che sfociava nella tirannide ne avrebbe determinato la caciata. Causa scatenate da cui deriva la
cacciata dei monarchi etruschi è il suicidio di Lucrezia Romana, una matrona, una donna nobile dell'aristocrazia
che governava la città, moglie di Tarquinio Collatino a sua volta parente di Tarquinio il Superbo , che viene
violentata dal figlio di Tarquinio il superbo, oltraggio che rischia di mettere a repentaglio la sua virtù e di gettare
disonore su tutta la sua famiglia, quindi per riaffermare la propria onorabilità Lucrezia si suicida davanti al padre
e al marito dopo aver denunciato lo stupro subito dal figlio di Tarquinio il Superbo ma si fa giurare dal marito
che avrebbe vendicato il torto subito,  Tarquinio Collatino per vendicare la violenza subita da Lucrezia si mette a
capo si una sollevazione popolare che avrebbe causato la cacciata d Tarquinio il superbo e dei suoi discendenti ,
determinando la caduta definitiva della monarchia a Roma. In realtà è possibile che fossero cambiati gli equilibri
tra gli aristocratici che avrebbe portato all'istituzione della res publica.

ASSETTO COSTITUZIONALE
REX= Capo politico, militare e religioso

SENATUS= ASSEMBLEA DEGLI ANZIANI (SENES, PATRES) originariamente formata da 100 membri che furono poi
portati a 150 e a 200

COMITIA CURIATA =ASSEMBLEA POPOLARE, composta dai cittadini romani maschi che si riunivano nel comizio. I
comizi acclamavano le leggi che venivano presentate del re e il re quando veniva individuato grazie alle
indicazioni degli dei e del senato, partecipavano ad alcuni atti rilevanti come il Testamento ed una particolare
forma di adozione ossia l'Abrogatio

23/09/2021

FONTI DI COGNIZIONI INDIRETTE DELL'ASSETTO COSTITUZIONALE MONARCHICO


Le fonti di cognizione che ci consentono di avere conferma di questa assetto costituzionale sono  sia di carattere
giuridico sia di carattere letterario, ma sono fonti di cognizione indirette perché per il tramite di autori che
vissero in epoche successive agli avvenimenti noi conosciamo quegli avvenimenti lontanissimi e ricomponiamo
l'assetto costituzionale monarchico.

Pomponio in un frammento della sua opera conservato nel Digesto afferma che
"è noto che ai primordi di questa città i re ebbero ogni potere"
menziona quindi i re, confermando il racconto della tradizione ed evidenzia come questi ebbero ogni potere,
erano i capi assoluti della comunità cittadina e retrocede la presenza dei re ai primordi della città, alla
fondazione della città di Roma

Livio nella sua opera monumentale "ab urbe condita" scrive nella età Agustea,ricorda Romolo e in particolare
afferma che:
"Romolo creò cento SENATORI, sia perché quel numero era sufficiente, sia perché erano soltanto cento quelli
che potevano essere nominati senatori. è certo per la loro dignità essi furono chiamati patres, e patrizi i loro
discendenti"
Livio ricorda quindi che si deve a Romolo l'istituzione del senato, che fecero parte inizialmente del senato 100
senatori che erano persone eminenti, il riferimento alla dignità che si legge nella fonte, riguarda il rango, la
dignitas nella sua accezione più antica, nell’ambito delle fonti romane, riguarda proprio il rango elevato,
aristocratico, che si unisce però alla virtù. Furono chiamati a fare parte del senato i pater familias eminenti che
avevano questo rango elevato, erano aristocratici e furono chiamati patrizi

Varro nel "de lingua latina" ricorda i comizi curiatii affermano che :
"il comitium ha questo nome dal fatto che esso coibant(si riunivano) per i comizi curiati e per le cause giuridiche
"
il comitium è anche il termine che indica nel foro il luogo in cui si riuniva l'assemblea popolare,ed era anche il
ruolo in cui venivano discusse le cause giudiziarie. Comitium, nel passo di Varrone, è quindi un termine che
assume una valenza topografica perché identifica proprio quella parte del foro dove i più antichi comizi curiati,
l’assemblea popolare, si riuniva

FONTI DI COGNIZIONE DIRETTA DELL'ESISTENZA DEL RE


Oltre alle fonti di cognizione indiretta abbiamo anche una fonte di cognizione diretta dell'esistenza del re. Si
tratta del cosiddetto Cippus vetustissimus ovvero Iscrizione in caratteri latini arcaici disposti in verticale con
andamento bustrofedico ( da destra a sinistra e da sinistra a destra)su un blocco di tufo piramidale avente
cinque facce, mutilo nella parte superiore, scoperto nel foro romano sotto il Lapis Niger, databile al tempo della
monarchia di Servio Tullo(578-535 a. C) dove  vi si legge la parola Rex , nel dativo arcaico RECEI e al nominativo
RE(X)

Attesta quindi  l'esistenza del re e sembra faccia riferimento a delle norme che dovevano essere rispettate dal
re in occasione dello svolgimento di alcuni culti. Importante che in riferimento a queste precise disposizioni
dello ius sacrum, delle regole riguardanti la vita religiosa della città vi sia un’esplicita menzione del re in ben due
punti.
c'era scritto come il re doveva svolgere un sacrificio che avveniva anche grazie a degli animali che dovevano
essere sacrificati, è un’iscrizione legata al culto  perché dice chiaramente che cosa il re doveva fare quando
sacrificava e il re sacrificava quando  convocava i comizi.

il re è il capo religioso della città ma esistono anche i collegi sacerdotali che svolgevano specifiche funzioni e che
operavano insieme i riti, prendevano insieme delle decisioni sull'attività sacrali religiose,protagao3nisti anche
loro della vita cittadini, indispensabili perché erano il tramite tra la comunità e gli dei
- gli AUGURES tre in tutto che interpretavano il volere degli dei sulla base dei fenomeni naturali e il
comportamento degli animali(volo degli uccelli,terremoti,tempeste,fulmini =presagio di sventura, ira degli dei)
-i FEZIALI venti  in tutto , erano designati a vita come gli augures,  competenti nella stipulazione dei trattati
internazionali per cui era necessaria la benevolenza degli dei, che partecipavano anche alla dichiarazione di
guerra, ai giuramenti politici che dovevano avvenire alla presenza delle divinità, in particolare di Giove
-I PONTIFICES i più importanti sacerdoti, custodi del diritto sacro e del diritto civile, avevano funzioni sacrali e
giuridiche, i primi giuristi di tutta la città di Roma. A loro fu assegnato il compito di custodire i sacra ossia le
norme riguardanti i rituali sacralità, scandire lo scorrere del tempo con il calendario individuando i giorni fasti e
quelle nefasti, erano detentori degli ANNALI MAXIMI, quindi tenevano nota ufficiale degli avvenimenti più
importanti della città, erano custodi della memoria collettiva della comunità. I pontefici furono in numero
variabile da 3 a 5, ma la caratteristica del collegio pontificale(come degli altri collegi) è che vi potevano accedere
solo i patrizi cioè i membri delle famiglie aristocratiche e questa sarà una delle ragioni delle lotte plebee.

Con la fine della Monarchia, dopo  la cacciata di Tarquinio il superbo  si realizza un momento di transizione DAL
REGNUM ALLA RES PUBLICA.
Nell'epoca arcaica abbiamo quindi due diversi assetti di governo :alla monarchia segue la repubblica ma nella
sua organizzazione primordiale, non ancora stabile infatti la stabilizzazione degli organi costituzionali
repubblicani si avrà a partire dal 367 a.C.
Il contesto storico che caratterizza il periodo che va dal 509 al 367 a.C. è il  contrasto tra PATRIZI e PLEBEI,
determinato dal fatto che i patrizi sono i detentori del potere sulla  citta, sono il ceto dirigente, possiedono la
ricchezza fondiaria e il potere politico, solo loro accedono al senato, ai collegi sacerdotali e ai comizi. Il potere di
governo è quindi in mano agli aristocratici.
i plebei sono tutti coloro che non sono patrizi sono dediti alle attività produttive in particolare agli scambi
commerciali e alle attività artigianali, non hanno il possesso dell''ager pubblicus dei fondi, dei terreni che
restano solo in proprietà o nella disponibilità dei patrizi. Non possono accedere ai collegi sacerdotali, alle
magistrature cittadine, alla ricchezza fondiaria.
Questa situazione di inferiorità non è destinata a rimanere immutata perché nel tempo si creano delle occasioni
nei commerci che diventano una fonte importante di acquisizione di ricchezza e quindi all'interno dei plebei si
distinguono plebei ricchi e plebei poveri, accomunati dalla stessa aspirazione, ossia partecipare alla vita politica,
al governo cittadino perché alla monarchia succede una prima forma di governo repubblicano in cui il potere
della città viene attribuito a dei magistrati.
I primi magistrati della storia di Roma furono i consoli, originariamente chiamati pretori( da praetor precede) e
identifica i comandanti dell'esercito ,segno che appunto i pretori originariamente erano i detentori del potere di
comando delle truppe chiamato iMPERIUM
I pretores che vennero poi chiamati consoli esercitavano il potere di governo collegialmente, erano infatti due,
prendevano le decisioni insieme e rimanevano in carica soltanto un anno e soprattutto venivano eletti
dall'assemblea popolare. Questa novità (la collegialità, l’annualità e l’elettività dei due magistrati) si spiega per il
fatto che si voleva evitare di tornare a forme dispotiche di governo.
questo contrasto tra patrizi e plebei dura 60 anni conduce all'emanazione della Legge delle dodici tavole 449
a.C.(=legge che racchiude le più antiche norme della città , per la prima volta nella storia di Roma la legge viene
messa per iscritto ed  esposta nel foro)si conclude con un Accordo patrizio-plebeo che trova espressione nelle
Leges liciniae Sextiae 357 a. C a partire dalle quali ci sarà un nuovo assetto repubblicano stabile nel quale si
ammetterà anche la presenza di plebei che avranno accesso al governo cittadino

ORGANI RES PUBLICA


Consules= 2 magistrati (collegialità, annualità, elettività)
Senatus= 300 membri(ai patrizi si aggiungono gli ex magistrati)
ASSEMBLEA POPOLARE (ai COMIZI CURIATI si aggiungono i comizi centuriati che cominceranno ad avere una
funzione deliberativa , mentre i comizi curiati avevano solo la funzione di assistenza che però non implicava una
vera partecipazione alle decisioni perché erano solo spettatori delle decisioni prese dal re o dal pontefice
massimo. I comizi centuriati invece hanno POTERE DECISORIO, di decidere chi debba essere eletto e diventare
console, potere questo temporaneo, di durata limitata= un anno ed esercitato attraverso Intercestio= ciascuno
di questi magistrati può bloccare gli atti ufficiali che vengono svolti da parte del collega qualora non li condivida.
MAGISTRATURE PLEBEE= Concilia plebis-Tribunus plebis

Coattività DELLA NORMA GIURIDICA

La norma giuridica è una norma di comportamento che è espressione di una comunità politicamente
organizzata e che ha come destinatari i cosiddetti consociati ossia coloro che fanno parte di questa comunità.
Oltra alla norma giuridica ci sono altre regole di comportamento che possono essere espresse da una comunità
organizzata, regole di comportamento che disciplinano delle relazioni tra soggetti, stabiliscono cioè quale è la
posizione di un soggetto rispetto ad altri. Esistono quindi delle regole di comportamento che hanno la funzione
di regolare i rapporti intersoggettivi, sono delle norme di relazione che però non sono norme giuridiche. Quello
che quindi distingue la regola di comportamento che chiamiamo norma giuridica da tutte quelle altre regole di
comportamento che non sono norme giuridiche è la coattività o coercibilità. La coattività è la doverosità della
norma, nel senso che la norma una volta che viene prevista deve essere rispettata e se non viene rispettata
viene applicata una sanzione per la violazione della stessa che è stata realizzata. Quindi l’altra della regola di
comportamento che impone di tenere quella condotta è la sanzione che opera nel caso in cui quella condotta
prevista e quindi imposta dall’ordinamento giuridico non venga rispettata. La sanzione consiste nell’infliggere a
chi ha violato un dovere di comportamento uno svantaggio che può essere sia di carattere personale sia di
carattere patrimoniale. Ad e sempio chi commette un reato e quindi contravviene ad una norma del codice
penale è sottoposto ad una sanzione che nel caso più grave consiste nella reclusione, che in sé determina una
limitazione della libertà personale, si tratta cioè di una sanzione che comporta uno svantaggio in ordine alla
persona che ha compiuto la violazione della norma penale. La sanzione può però anche consistere in uno
svantaggio di tipo patrimoniale, economico che viene imposto a chi ha violato la norma. Ad esempio il debitore
che è colui che ha il dovere giuridico di eseguire una prestazione, quindi un determinato comportamento a
favore di un creditore, se non adempie incorre nella cosiddetta responsabilità contrattuale che lo sottopone ad
una sanzione di carattere patrimoniale perché egli dovrà risarcire i danni che il creditore ha subito sul piano
patrimoniale a causa del mancato pagamento del debito che gli era dovuto. La norma giuridica è quindi una
norma che impone un comportamento nel senso che laddove questo comportamento non sia tenuto da parte
di chi ne è destinatario vi sarà l’inflizione di una sanzione. Questo implica però che la sanzione deve essere
irrogata tramite organi e strumenti appositamente predisposti dall’ordinamento giuridico: se la norma prevede
la sanzione ma poi la sanzione non può essere attuata è chiaro che ella norma diventa vuota, non ha senso.
Allora la comunità politicamente organizzata che stabilisce le norme giuridiche, quindi norme coattive, ne
assicura ‘attuazione attraverso organi e strumenti che sono proprio diretti ad irrogare le sanzioni che devono
appunto riguardare coloro che hanno violato la norma stessa.

Le regole di comportamento che non sono quindi giuridiche sono ad esempio le regole morali, le regole
religiose, le regole della buona educazione ossia regole che se violate non danno luogo a delle conseguenze di
carattere sanzionatorio , potranno essere rilevanti socialmente perché se un soggetto non rispetta dei principi
morali in cui si riconosce una determinata società potrà essere valutato questo suo comportamento, sarà lui
stesso a sottoporsi ad una autovalutazione in ordine a quello che è il suo foro interno ma al di là della
riprovazione sociale non potrà essere sottoposto ad una sanzione. Lo stesso per quanto concerne le regole
religiose ossia le regole che vengono definite da una comunità che si riconosce in una fede religiosa: chi rispetta
le regole religiose, in realtà, rispetta un comportamento in cui si riconosce perché è parte di quella comunità,
ma se quel comportamento non venga rispettato sarà solo valutato da parte di quella comunità stessa. Le
norme del diritto canonico riguardano ad esempio chi si riconosce nella fede cattolica e se un soggetto tiene un
comportamento contrario ad una norma del diritto canonico non incorre in una sanzione dell’ordinamento
giuridico, ma al massimo incorrerà in una serie di conseguenze che lo stesso diritto canonico dispone ma
all’interno della comunità dei fedeli.

Una altra serie di regole di comportamento sono quelle che attengono alla buona educazione, anche queste
regole se non rispettate possono suscitare un giudizio, una riprovazione sociale, ma comunque non ci sono
strumenti di coercizione per farle rispettare. La regola del saluto ad esempio è una regola di condotta dettata
dalla buona educazione, ma se una persona non saluta non può essere costretta in alcun modo al farlo, al più
potrà essere giudicata per il mancato rispetto di una regola di buona educazione.

Quindi :
-le regole di condotta, che assicurano l'ordine di una collettività, sono dette NORME GIURIDICHE e, nel loro
insieme, ne costituiscono l'ordinamento giuridico.
-l'aspetto distintivo delle norme giuridiche rispetto a tutte le altre possibili regole di comportamento
( morali,religiose,di buona educazione) è costituito dalla loro Coattività consistente nel fatto che la relativa
attuazione è suscettibile di essere imposta con la forza, ciò si traduce , in pratica, nella predisposizione, da parte
della società organizzata per cui il diritto è posto, di organi e strumenti di coazione diretti a colpire con sanzioni
ogni condotta contraria alla regola giuridica.
- Tale forza vincolante nei confronti dei consociati deriva alla norma giuridica dall'essere creata mediante i fatti
e gli atti idonei a produrla e a renderne possibile la conoscenza in conformità all'ordinamento giuridico( le
cosiddette fonti di diritto)

Le norme giuridiche derivano infatti da un particolare procedimento di formazione che risponde alle norme di
produzione normativa che sono in vigore in un determinato contesto socio-politico in un determinato momento
storico. I meccanismi di produzione della norma nel diritto romano cambiano: nell’epoca arcaica sono diversi
rispetto all’epoca imperiale perché nell’epoca arcaica il re legislatore, ma nell’epoca imperiale diventerà
legislatore l’imperatore mentre nell’epoca repubblicana la funzione legislativa sarà riconosciuta solamente alle
assemblee popolari. Quindi i meccanismi di produzione normativa cambiano nel tempo ma sono questi
meccanismi, che sono rispettati all’interno della comunità politicamente organizzata, ad assicurare la coattività
della norma giuridica.

Oggi ad esempio la legge, nel nostro ordinamento giuridico, secondo quanto stabilito dalla costituzione,
racchiude un insieme di norme giuridiche che devono essere discusse nei due rami del parlamento, la Camera
dei deputati e il Senato, devono essere votate e una volta che la votazione abbia esito positivo e quindi la legge
si possa ritenere approvata non entra automaticamente in vigore perché la costituzione impone un ulteriore
passaggio che è quello della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Il meccanismo di produzione delle norme di
carattere legislativo è sottoposto ad una serie di passaggi, il cosiddetto ITER PARLAENTARE , che poi si conclude
nell’ultimo atto che consente di rendere nota, conoscibile una legge attraverso la pubblicazione nella Gazzetta
ufficiale
QUALI SONO LE FONTI DI PRODUZIONE DEL DIRITTO ROMANO IN Età ARCAICA?
-il monarca che poteva imporre determinati comportamenti e concedere l’esercizio di determinati poteri
attraverso le cosiddette legge regiae
- Prima però delle legge regiae , come norme che reggevano la comunità, fin dall’epoca delle comunità
preciviche, troviamo i mores maiorum= le più antiche norme giuridiche che si formano attraverso un particolare
procedimento di formazione. Si parla infatti di consuetudini degli antenati: consuetudine significa che da
epoche antichissime, riconducibili alle epoche in cui vivono nelle comunità di villaggio gli antenati delle
comunità familiari che poi si aggregheranno nella città di Roma, venivano rispettati dei comportamenti e questi
comportamenti in progresso di tempo si ritenne che dovessero continuare ad essere rispettati così come li
avevano definiti nel loro agire gli antenati.

“i mores sono il tacito consenso del popolo inveterato in una lunga consuetudine”

(Ulpiano, Tituli ex corpere ulpiani)

Il tacito consenso della generalità dei consociati che costituiscono nel loro insieme il popolo romano implica
semplicemente che questi comportamenti sono reiterati nel tempo senza essere messi in discussione. Sono
quindi dei comportamenti che assurgono a regole di condotta che devono semplicemente essere praticate così
come erano state praticate dagli antenati e si erano reiterate nei secoli. Questo comportamento tacito che
viene reiterato nel tempo nella convinzione della sua doverosità fa si che si abbia una formazione della norma
tramite la cosiddetta consueudine:c’è una doverosità che è indotta dalla ripetizione reiterata di quel
comportamento che viene sentito come un comportamento dovuto, che deve essere assolutamente rispettato,
questo fa si che quel comportamento assurga a regola che diventa consolidata nel tempo e che quindi diventa
definitiva. Tutto questo è possibile perché originariamente queste regole di condotta sono individuate da parte
degli antenati che divengo una sorta di divinità, dei numi tutelari delle famiglie e il fatto che quei
comportamenti risalgano agli antenati significa che comunque devono ancora essere rispettati. Gli antenati li
hanno individuati come comportamenti espressione di un ordine naturale delle cose, immutabile, universale e
devono continuare ad essere appunto rispettati.

DIRITTO ROMANO
Lezione del 7.10.2021
Fonti del diritto romano arcaico (fine periodo arcaico)
MORES MAIORUM= consuetudine degli antenati
L’anno 367 a.C., in cui furono emanate le leggi Liciniae Sextiae, segna una demarcazione tra l’epoca arcaica
e l’epoca preclassica, in quanto segna la fine della più antica epoca della storia giuridica di Roma e l’inizio
di un epoca che introdurrà delle innovazioni dal punto di visto costituzionale, proprio grazie alle leggi
Liciniae Sextiae, e consentirà una significativa evoluzione anche del diritto privato romano.
Dal punto di vista delle storia delle fonti del diritto romano, fino all’emanazione delle leggi Liciniae Sextiae,
accade che le fonti di natura consuetudinaria trovano una sistemazione nell’ambito della legge delle 12
Tavole, la quale è espressione di un accordo che dopo lunghe lotte viene trovato tra i patrizi e i plebei
finalizzato a far sì che le norme della civitas, che fino a quel momento si erano prodotte e che quindi
costituivano il nucleo giuridico dello ius civile, potessero essere disponibili ed accessibili a tutti.
Per comprendere questa sistemazione legislativa delle 12 tavole bisogna riprendere il discorso sui Mores
maiorum, norme originarie e primigenie dello ius civile.
I Mores maiorum sono le consuetudine degli antenati, ossia sono le regole di comportamento
originariamente adottate da parte dei maiore, cioè antenati, individuate sulla base di pratiche che venivano
effettivamente compiute all’interno dei nuclei familiari e nelle relazioni interindividuali senza che fossero
oggetto di una fissione o di una discussione e dunque di una deliberazione nell’ambito di un’assemblea
legislativa.
Queste regole sono attribuite agli antenati perché furono i capi famiglia delle comunità preciviche che per
primi li adottarono, ed inoltre furono coloro che decisero di unire i gruppi gentilizi e dunque anche familiari
fondando la città di Roma.
La convinzione che queste norme si dovessero effettivamente seguire così come le avevano individuate e
praticate gli antenati, ossia la convinzione di questa doverosità e dunque la forza vincolante delle antiche
norme consuetudinarie cittadine, derivava dal fatto che erano stati per primi gli antenati ad aver avuto il
merito di riconoscere l’ordine naturale ed universale delle cose tradotto poi in regole di comportamento,
ordine che si riteneva immanente nella struttura dei rapporti familiari, sociale ed anche economici.
Gli antenati avevano quindi avuto la capacità e la sapienza di individuare delle regole di condotte che non
potevano essere diverse da come loro le avevano individuate perché erano corrispondenti ad un ordine
universale che reggeva la vita degli uomini.
Inoltre, gli antenati veniva rispettati perché si ritenevano delle divinità (numi) tutelari dei gruppi familiari,
per cui si aggiungeva a questa autorevolezza legata al merito di aver individuato le regole di
comportamento il fatto che ad essi doveva essere attributo una specie di rispetto sacrale.
Mores maiorum → sono quindi il frutto di pratiche costanti e ripetute nel tempo di generazione in
generazione nella convinzione della loro forza vincolante, e dunque della loro giuridicità, a prescindere dal
fatte che fossero state oggetto di una decisione presa da un’assemblea legislativa.
Domizio Ulpiano, politico e giurista romano, nella sua opera “Tituli ex corpore Ulpiani” afferma che: «I
mores sono il tacito consenso del popolo inveterato in una lunga consuetudine».
Esempio: La PATRIA POTESTA’ era il potere assoluto del pater familias sui propri discendenti e su tutti i
beni del gruppo familiare, e si trattava di un potere assoluto che era sempre esistito in quanto si riteneva
che non potesse essere diversamente. L'istituto della patria potestà era proprio dei cittadini romani, come
già si evince dalle Istituzioni di Gaio.
Leges regiae
In quest’epoca tanto risalente, in particolare quando il governo della città venne affidato ad un capo dello
Stato dotato di pieni poteri, militari, civili e giurisdizionali e che era anche il sommo sacerdote politico
vengono anche emanate delle leggi, le cosiddette leges regiae = le leggi del re.
Le leggi del re sono in realtà delle leggi che hanno contenuto consuetudinario, in quanto il re pronunciava
solennemente davanti all’assemblea popolare riunita nel comitium quelle che erano delle regole di
comportamento a cui il popolo aderiva passivamente, senza alcuna discussione, per il semplice fatto che
queste norme proposte dal re erano perlopiù dei comportamenti già praticati.
Nonostante quindi si parli di leggi attribuite ai re in realtà sono semplicemente delle pronunce solenni che
il re fa davanti al popolo riguardo a regole di comportamento da adottare nella comunità che però sono già
condivise, quindi non si tratta di iniziative arbitrarie e completamente nuove.
Il rex quindi emanava ordinanze di contenuto ispirato ai mores, allo scopo di rafforzarne il valore giuridico,
infatti una volta approvate dal popolo venivano acquisite ufficialmente e quindi a pieno titolo andavano a
costituire il diritto della civitas.
Ai Mores maiorum si aggiungono le leges regiae come fonti di produzione normative, ma sostanzialmente
presentano entrambe carattere consuetudinario.
Come vengono individuate queste regole di comportamento (mores maiorum) dagli antenati?
Per comprendere l’iter formativo dei mores maiorum è necessario considerare che nella Roma delle origini
e fino a tutta all’epoca arcaica vi è una stretta compenetrazione tra la sfera divina e la sfera umana, che
trova espressione in quella che viene definita pax deorum = pace con gli dèi.
In particolare, con pax deorum si intende un’alleanza che la comunità cittadina stringe con le divinità, ossia
quelle entità sovraordinate alla civitas che esprimono la loro volontà attraverso i fenomeni naturali, una
volontà che indica ciò che per gli dei può essere considerato lecito (fas) e ciò che invece deve essere
considerato proibito (nefas). Si tratta di rivelazione che non sono dirette ma i sacerdoti ritengono che i
fenomeni dirompenti della natura abbiano un senso o un significato ben preciso, considerati delle
rivelazioni degli dèi, quali i terremoti, i fulmini, le tempeste o anche un comportamento particolare degli
animali come, per esempio, il volo degli uccelli.
Originariamente i membri della comunità cittadina si pongono in una posizione di osservazione di questi
fenomeni per individuare il fas e il nefas, ossia il lecito e il non lecito, al fine di evitare di compiere qualcosa
che andasse contro la volontà degli dèi, i quali di conseguenza si sarebbero adirati e vendicati nei confronti
non solo di chi avesse avuto un comportamento illecito ma anche nei confronti di tutta la comunità
cittadina.
In altre parole, alle origini attraverso un attento scandaglio dei fenomeni naturali e dei comportamenti
degli animali, ritenuti rivelatori della volontà divina, era possibile individuare cioè che è lecito da ciò che
non è lecito dal punto di vista della sfera divina.
Questa operazione è preliminare rispetto all’attività esclusivamente umana dell’elaborazione delle regole
di diritto, quindi nel momento in cui vi è la certezza di quello che è non gradito alle divinità rispetto a quello
che è invece gradito si può individuare come ci si deve comportare.
L’operazione di formazione delle regole, quindi, è eminentemente un prodotto dell’attività umana, (non si
tutta quindi di un ordinamento giuridico di carattere teocratico), prodotto che però tiene in considerazione
quella che è l’ispirazione che gli dèi danno agli uomini rivelandosi attraverso i fenomeni naturali.
IUS: insieme di regole di comportamento prodotte dall’attività di elaborazione dell’uomo.
Isidoro di Siviglia, vescovo del V secolo d.C., distingue in maniera molto netta:
 Il Fas → è la legge divina
 Lo/Il ius → è la legge umana
La religione che permea la vita sociale e politica della città impone che, anche laddove sia l’uomo ad
individuare le regole di comportamento da tenere, siano rispettate determinate formalità.
In sostanza occorre che gli uomini nei loro comportamenti utilizzino sempre dei termini, parole o verba e
modi di fare prestabiliti in ragione degli scopo per cui quelle attività umane vengano realizzate.
Le regole di comportamento che vengono individuate originariamente sono regole di comportamento che
chiamiamo ius ma che possono essere distinte in rapporto alla relazione che l’uomo intende instaurare:
 IUS SACRUM: Se l’attività che l’uomo compie è diretta verso la divinità: si tratta di uno ius sacrum e
quindi potremo dire che la direzione delle norme è in un certo senso in verticale. Questo insieme di
regole riguardano tutte quelle forme, solennità e ritualità che dovevano essere rispettate per svolgere
un sacrificio propiziatorio ed a seconda dello scopo e della divinità furono individuate le formule sacrali
e religiose, ed inoltre queste regole di comportamento sono connotate anche dal formalismo.
 IUS CIVILE: Ma invece laddove lo ius, e quindi le regole di comportamento, sia individuato per
regolamentare i rapporti interindividuali potremo dire che la direzione delle norme è in un certo senso
orizzontale, perché riguarda gli uomini che instaurano relazioni fra di loro. In questo caso lo ius,
essendo espressione della città, diventerà ius civile.
I congegni verbali e i comportamenti prestabiliti sono indispensabili per regolare relazioni tra i cives
rispondenti a esigenza concrete:
o della vita familiare (es. il testamento, atto giuridico compiuto a causa di morte per regolamentare
la destinazione di tutti i rapporti giuridici soggettivi di cui è titolare il pater famiglia per il tempo
successivo alla propria morta. Il testamentum nell’epoca arcaica deve essere redatto nel rispetto di
solennità specifiche, in particolare non si tratta di un atto privato ma è un atto che assume una
connotazione pubblicistica perché queste volontà devono essere rese note al popolo riunito
nell’assemblea cittadina, quindi davanti ai comizi nel rispetto di determinate formalità, ossia con la
pronunciazione di formule ben precise).
o delle attività socioeconomiche (es. la mancipatio è un atto che viene utilizzato per realizzare una
compravendita ma è un atto complesso che assume delle specifiche connotazione dal punto di
vista formale. In particolare, deve essere svolto in presenza di testimoni, i quali devono essere
cittadini romani puberi, e nel rispetto di formule pronunciate solennemente dal punto di vista
orale. Si tratta di un tipico atto giuridico dell’epoca arcaica che è produttivo di effetti nella misura in
cui tutti i verba e i gesta imposti dall’ordinamento giuridico vengano rispettati.)
o dell’attività processuale (es. la rivendicare la proprietà di un bene impone che ci si rivolga ad un
magistrato, che si chiami in giudizio l’avversario, che alla presenza del magistrato le parti
contendenti esprimano quello che è l’oggetto della loro pretesa in sede giudiziaria utilizzando
determinate formule solenni e anche compiendo determinati gesti.
Il formalismo che attraversa l’epoca arcaica è frutto della compenetrazione nell’ambito della vita sociale e
politica della città con la sfera religiosa perché vi è una superstizione di fondo.
In sostanza bisogna comportarsi in un determinato modo per raggiungere quei determinati fini che la
divinità consente, senza che quelle regole siano violate perché altrimenti non sarà possibile raggiungere
quelle finalità, ed in alcuni casi la conseguenza sarà la vendetta della divinità.
PONTIFICES
Tutto questo fu possibile perché ci fu l’intermediazione di un collegio pontificale qualificato chiamato
collegio dei pontifices.
Il termine pontifex, che viene dal latino pontem facere, significa “costruttore di ponti” in riferimento alla
funzione fondamentale svolta dal collegio sacerdotale ossia di intermediazione fra gli uomini e gli dèi.
I Pontefici erano coloro che ebbero grande parte nello scandaglio della sfera del fas e del nefas, e quindi
furono i protagonisti dell’individuazione dei comportamenti leciti e delle attività lecite umane, ed inoltre
avevano delle funzioni di regolamentazione più ampia nell’ambito della comunità cittadina, quali:
La scansione del tempo: i pontefici dividevano l’anno in giorni, organizzando così un calendario, ed in
particolare stabilivano i giorni fasti dai giorni nefasti, sempre sulla base di un’indagine preliminare della
volontà divina. Per cui durante i giorni nefasti non potevano compiersi le attività giuridiche perché gli
dèi non volevano, al contrario durante i giorni fasti tutte le attività umane erano lecite.
Predispongono i rituali sacri e custodiscono le formule per le invocazioni agli dèi all’interno dei libri
ponteficales, per cui queste regole vennero messe per iscritto.
I Pontefici sono quindi i sacerdoti e i sapienti della città ma sono soprattutto degli esperti di diritti, sono
infatti propriamente dei giuristi, e più specificamente sono i primi giuristi della storia giuridica di Roma.
La loro attività fondamentale è quella di conoscere e custodire il diritto ed in particolare di dare responsi,
cioè in sostanza di rispondere ai quesiti dei concittadini relativi alla conformità di una data attività al ius.
Questa attività del responsum presuppone che i pontifices siano interrogati da chi vuole ricevere una
regola particolare per evitare una lite o anche per risolvere un contrasto che abbia già una sede.
I responsi dati dai pontifices sono fonti di produzione normative, in quanto queste risposte che
riguardano la regola da applicare al singolo caso concreto entrano a pieno titolo come regole di condotta
nell’ambito dell’ordinamento giuridico. Per cui ai mores maiorum e alle leges regiae si aggiunge un’altra
fonte normativa che è la RESPONSA PONTIFICUM.
Il giurista
Per comprendere meglio chi sono i pontifices è necessario prima aprire una parentesi sul giurista.
Il giurista è una figura ineliminabile in ogni ordinamento giuridico di tutti i tempi, laddove vi sia un sistema
di regole di condotte che vengono poste in essere nell’ambito di una comunità politicamente organizzata vi
è necessariamente anche un esperto di diritto che deve compiere un’attività fondamentale, che ad oggetto
ha le norme giuridiche, ossia l’attività dell’interpretazione che consiste nella ricerca del significato
giuridico delle norme in funzione della loro applicazione.
In ogni tempo il giurista compie un’operazione connaturale, propria e imprescindibile dal diritto:
Sia che si prende in considerazione l’attività giuridica, che definiamo propriamente processuale, sia che si
prende in considerazione l’attività giuridica che definiamo negoziale, in realtà laddove si richieda
l’applicazione di una regola di comportamento occorre l’intermediazione dell’esperto di diritto, che è colui
che può effettivamente individuare la norma da applicare ai casi.
L’attività dell’interpretazione presuppone la conoscenza delle norme giuridiche e saperne ricercare il
significato per valutarne, in rapporto ai vari casi,:
 L’applicabilità
 L’opportunità di estrarre altre “norme” da quelle esistenti
 La necessità di creare nuove norme
Il giurista-interprete compie una “mediazione culturale” fra l’ordinamento giuridico come sistema di
norme, cioè di regole di condotta che in sé hanno una dimensione storica, e le mutevoli esigenze della vita
quotidiana.
Età arcaica: giurisprudenza pontificale
A Roma questa attività di interpretazione alle origini è svolta dai pontifices, che danno quindi luogo alla
giurisprudenza pontificale, in quanto sono gli esperti di diritto della città cioè sapienti che avevano anche la
funzione di intermediazione tra la comunità e gli dèi ma erano soprattutto gli unici depositari della ius,
inteso come ius della comunità cittadina, e quindi erano gli unici veri conoscitori in maniera approfondita
delle norme che reggevano la civitas.
L'attività di interpretazione dei pontefici ha ad oggetto i Mores e le leges, che nel loro insieme costituivano
lo ius civile, ossia le regole di comportamento adottate dal Popolo Romano.
L’attività di interpretazione del giurista cambia nel tempo e nell'epoca più antica è un'attività di
interpretazione che si svolge:

 in maniera letterale cioè il giurista identifica il significato della norma rimanendo il più possibile
aderente al significato delle parole con cui quella regola di comportamento viene espressa. Quindi
questo fa sì che la regola di comportamento abbia un'applicazione non particolarmente elastica ma
un'applicazione piuttosto rigida, tanto che certi casi non sono coperti dalle norme e il giurista pontefice
non è in grado di andare oltre, di conseguenza la sua attività di interpretazione è limitatamente
creativa perché deve rimanere ancorata a quegli schemi formali con cui le norme stesse sono espresse
e devono trovare manifestazione nei rapporti interindividuali. Salvo alcuni casi in cui l'attività dei
giuristi, prendendo comunque spunto dalle norme già esistenti, riesce ad individuare nuovi istituti:
Un tipico esempio è quello dell'emancipazione: è un istituto che fa parte della regolamentazione della
patria potestà. Il Pater familias infatti non avrebbe potuto, pur volendo, liberare dal proprio potere
assoluto i suoi sottoposti, quindi il suo potere riguardava a prescindere dalla loro età tutti i suoi
discendenti, a un certo punto però si manifesta il limite di questa rigorosa e rigida impostazione
dell'Istituto della patria potestà.
I Pontefici individuano il modo attraverso il quale il Pater familias potrà manifestare la volontà di
liberare i propri discendenti dalla sua potestas ma rispettando determinate regole, attraverso un atto
complesso, che prende spunto da una norma delle 12 tavole che sanzionava la vendita per più di tre
volte del figlio da parte del padre con la perdita della Patria potestas.
Quindi utilizzando questa norma delle XII tavole, attraverso congegni informali indicati dai pontifices
stessi, i Pontifices accolgono l’istanza sociale di fare in modo che la patria potestà potesse avere una
durata limitata, conforme a quella che era la vera volontà del padre famiglia, in modo tale che i propri
discendenti potessero essere liberati dal suo potere anche prima della sua morte, quindi
fondamentalmente la emancipazione è espressione di questa attività limitatamente creativa delle
norme giuridiche che tramite l'interpretazione delle norme già esistenti viene posto in essere da parte
dei pontefices.
 in regime di monopolio ossia i Giuristi Pontefici, che sono gli unici ad avere la conoscenza esclusiva
delle norme giuridiche, sono coloro ai quali necessariamente occorre rivolgersi per ottenere

l’indicazione sulla regola da applicare nel caso concreto perché nessun altro al di fuori del collegio
Pontificale ha la conoscenza approfondita del diritto.
Si tratta infatti di un monopolio della conoscenza del diritto e dell’interpretazione in funzione
dell'applicazione delle regole che compongono lo ius, che fa sì che i Pontefici abbiano un grande potere
e che il loro responso sia una sorta di oracolo dal quale non si osa discostarsi, proprio perché la loro
esclusiva conoscenza del diritto ne accresce anche l'autorevolezza.
Motivo per cui nessuno al di fuori del collegio Pontificale conosce le norme dell’ordinamento giuridico
approfonditamente e le sa interpretare, quindi tanto più quello che promana dai Pontefici ha una
valenza quasi oracolare e quindi ha una forza vincolante.
Per questo che il responso diventa fonte di produzione del diritto perché ha una forza intrinseca in
ragione dell’autorevolezza e dunque dell'autorità anche con cui si impone ai consociati.
Tutto questo implica anche che l’attività di interpretazione si svolga nel segreto, nessuno sa come i
Pontefici interpretassero le enorme, quali procedimenti logici e quali metodi dell'interpretazione
adottassero. La segretezza con cui tutto questo veniva svolto accresceva ancora di più questa natura
vincolante del responso che proveniva dai i Pontefici, i quali fino al 300 a.C. erano esponenti
esclusivamente del patriziato, soltanto i membri scelti delle famiglie aristocratiche di Roma potevano
entrare a far parte di questo collegio, che aveva un grandissimo potere perché maneggiava il diritto e
quindi in questo modo indicava delle regole di comportamento che potevano anche non assicurare una
parità di trattamento tra tutti i cittadini.
Nel 300 a.C. i plebei furono ammessi al pontificato ma siamo ormai in un epoca nella quale già si
afferma una più diffusa conoscenza dell'ordinamento giuridico e comincia un’attività di interpretazione
anche al di fuori del collegio Pontificale, quindi si va verso una giurisprudenza che viene detta Laica
perché appunto si affranca da questi meccanismi logici intrinseci alla formazione del diritto e alla
custodia del diritto nell'ambito di una collegio sacerdotale.
Comprendendo queste dinamiche di formazione dell'ordinamento giuridico e quindi dello strapotere
dei Pontefici possiamo anche cogliere meglio il significato che ha la legge delle XII tavole.
Schema riassuntivo delle modalità secondo cui avviene l’attività di interpretazione: 
Decemvirato 451-450 a.C.
Nella metà del V secolo a.C., quindi dopo una sessantina circa dall’istituzione della Res pubblica durante la
quale il patriziato e la plebe si erano confrontati in ordine a certi aspetti che i plebei volevano modificare
all’interno dell’organizzazione cittadina, viene istituita una nuova magistratura, in particolare nel 451-450
a.C., che viene definita la magistratura dei decemviri legibus scribundis.
In sostanza tra le tante rivendicazione, che durante le lotte tra patrizi e plebei erano state avanzate, i
plebei avevano, con grande vigore, richiesto che vi fosse una legge che mettesse per iscritto le norme
dell’ordinamento cittadino. Questa rivendicazione aveva effettivamente condotto i patrizi a ritenere che
fosse ormai il tempo di concedere ai plebei una legislazione scritta.
Nel 451 viene quindi istituita questa magistratura straordinaria, e le caratteristiche del collegio di
decemviri legibus scribundis, i quali erano i magistrati, che esercitano il potere di governo sulla civitas, a
cui viene assegnato un compito prioritario che è quello di scrivere le leggi, sono:
 istituito con pieni poteri,
 sospese le magistrature ordinarie
 allo scopo di creare un corpus di leggi scritte
Il primo Decemvirato si compone solo di patrizi, i quali si dedicano alla redazione delle leggi scritte
producendo X tavole della legge, che vengono preventivamente sottoposte ai comizi, però in questa
occasione si fa presente che il lavoro deve essere completato perché ancora delle norme devono essere
sistemate. A quel punto il popolo fa sì che il decemvirato prosegua, ossia che vi sia un secondo mandato a
proseguire il lavoro di messa per iscritto delle norme.
Il secondo Decemvirato in realtà rivela una scarsa attenzione verso la redazione delle tavole, ed in
particolare comincia ad assumere degli atteggiamenti di carattere tirannico nel senso che il potere viene
esercitato dai decemviri in maniera arbitraria con una serie di soprusi soprattutto nei confronti dei plebei.
A causa di un episodio scatenante avvenuto nel 449 a.C., rovesciato i Decemvirato, i Decemviri vengono
cacciati dalla città e si torna alle magistrature ordinarie cioè al consolato, ed i particolare il potere viene
conferito a due consoli: L. Valerio e M. Orazio, i quali presentano ai comizi le tavole della legge, che fino a
quel momento erano state redatte, ossia XII tavole che vengono definitivamente approvate dai comizi.
A partire da quel momento quindi viene emanata e pubblicata la legge delle XII tavole.
La scrittura delle norme e la loro esposizione nel foro è lo strumento ed il momento di passaggio
fondamentale per raggiungere una parità di trattamento rispetto ai patrizi e per avere la certezza del
diritto.
L’episodio scatenante è rappresentato dal sopruso subito da Virginia, una giovane plebea, che era stata
rivendicata in schiavitù da parte del capo dei Decemviri, che era Appio Claudio, ossia un patrizio che aveva
compiuto un atto di forza in quanto pretendeva che la figlia di un suo cliente fosse sua schiava.
A quel punto, dal momento che il padre della giovane plebea volle evitare che la figlia potesse cadere in
schiavitù di questo personaggio la uccise, per salvarne l’onore.
Le rivendicazioni plebee in realtà non erano limitate alla legislazione scritta ma si estendevano anche
all’abolizione di schiavitù per debiti e all’abolizione del divieto di conubium, cioè di nozze legittime fra
patrizi e plebei. Queste due rivendicazioni non furono accolte, ma fu accolta solo quella di redigere leggi
per iscritto. In particolare, la schiavitù per debiti sarà abolita dalla lex poetelia papiria nel 326 a.C. mentre il
divieto di matrimonio tra patrizi e plebei sarà abolito dal plebiscito Canuleio nel 445 a.C. Si tratta di
rivendicazione che avevano un senso profondo perché la plebe con la
richiesta dell’abolizione del divieto di matrimonio tra patrizi e plebei
voleva avere la possibilità di accedere in qualche modo al patriziato,
instaurando del legami familiare, e avere quindi accesso al governo
della città.
Lex XII tabularum
I decemviri misero per iscritto su tavole di bronzo (altri sostengono di
legno o avorio) tutte le norme che fino ad allora erano state raccolte, motivo per cui la legge delle XII
tavole è un corpus, un insieme di norme. Le norme dell’ordinamento furono quindi messe iscritto su tavole
che furono poi esposte in un luogo di passaggio ossia il foro, luogo in cui si svolgeva la vita cittadina, al fine
di rendere le norme giuridiche conoscibile. Inoltre, le XII tavole costituivano il riferimento fondamentale
per assicurare certezza nella loro applicazione e certezza delle norme da osservare.
LEX PUBLICA
Le XII tavole, dal momento che sono espressione di una legge approvata dai comizi, introducono
nell’ordinamento giuridico una nuova fonte di produzione del diritto che è la lex publica, questo comporta:
 Una limitazione del potere del collegio dei pontefici, in quanto tutti possono conoscere le norme e
soprattutto possono ragionare sull’applicabilità di queste norme ai singoli casi.
 L’attività di interpretazione dei pontefices progressivamente si esaurisce poiché giuristi laici, che non
fanno parte del collegio pontificale, cominciano a formarsi sulla base di quelle norme ormai rese
conoscibili a tutti, che diventano quindi oggetto di studio, riflessione ed in particolare di interpretazione
creativa. Questo cambiamento assicura anche la possibilità di svincolarsi dagli schemi fissi a cui invece i
pontefici si erano sempre attenuti, perché i giuristi laici sono più liberi nella loro attività di
comprensione delle norme giuridiche.
Contenuto delle legge delle XII tavole
Il contenuto delle XII tavole erano regole di carattere consuetudinarie, nel senso che i decemviri
raccolsero in queste tavole delle norme, che erano già adottate all’interno della comunità cittadina,
riguardanti il diritto processuale, le relazione tra privati, norme di diritto penale.
Quindi queste norme, che erano già patrimonio comune della comunità, vengono messe per iscritto in
forma di brevi versetti con prosa in lingua latina arcaica e ritmica, nel rispetto di quella che era la cultura
del tempo ma anche per facilitarne la memorizzazione. Le norme contenute all’interno delle XII tavole noi
le conosciamo solo indirettamente perché, secondo il racconto della tradizione, furono materialmente
distrutte nell’incendio che fu appiccato a Roma dai Galli, che invasero la città nel 390 a.C.
A questo evento nefasto si riconduce la distruzione delle tavole però soltanto da un punto di vista
materiale, in quanto i contenuti di quelle leggi che erano appunto di carattere consuetudinario, quindi
erano già praticati, conosciuti e condivisi dalla comunità, continuarono a perpetuarsi ma oralmente.
Infatti per superstizione queste tavole non furono nuovamente scritte, non furono rimpiazzate le tavole
originarie ma i versetti, ossia le norme contenute nelle leggi originariamente realizzate dai Decemviri,
furono soltanto tramandate oralmente.
Cicerone ricorda come queste norme facessero parte integrante della formazione dei giovani che le
imparavano come carmen necessarium, cioè le imparavano a memoria.
Questo ci fa capire che il diritto era parte integrante della formazione dei giovani, soprattutto dei giovani
aristocratici. La conoscenza che abbiamo delle XII tavole è frammentaria e indiretta, cioè derivante da
attestazioni di fonti giuridiche, letterarie, grammaticali di epoche successive. Quindi, proprio grazie a
citazioni indirette noi siamo in grado di conoscere quelle che erano le norme contenute in questa antica
legge. Le fonti delle epoche successive, quindi, sono state utilizzate per costituire quella che i moderni
chiamano palingenesi delle XII tavole, cioè un’operazione di ricomposizione dei frammenti pervenuti che
vengono messi in sequenza per tentare, con margini di grande incertezza, di ricostruire quello che era il
contenuto delle tavole stesse.
Riassunto schematico di quello che ci è pervenuto:

Citazione di una norma delle XII tavole:

Lezione del 14.10.2022


Epoca preclassica (367 a.C.- 27 a.C.)
L’epoca preclassica ha inizio con l’emanazione delle leggi Liciniae Sextiae nel 367 a.C. mentre terminerà
con l’ascesa la potere di Ottaviano Augusto il 6 gennaio del 27 a.C.
Le leggi Liciniae Sextiae hanno avuto il merito di consolidare l’ordinamento costituzionale repubblicano:
-In particolare, nel 509 a. C., dopo la Cacciata di Tarquinio il Superbo e dei tuoi figli, viene instaurato il
regime di governo repubblicano caratterizzato dalla presenza delle magistrature, dell'assemblea popolare e
del Senato. I primi 60 anni della Repubblica sono anni di instabilità politica legata anche alle lotte patrizio-
plebea ed ha una instabilità che probabilmente aveva condotto anche ad un alternarsi della magistratura
consolare con la magistratura dei tribuni, che in sostanza all'occorrenza accentravano il potere di governo
nelle loro mani.
Ma a partire dalle leggi Liciniae Sextiae l'aspetto di governo repubblicano diventa, appunto, consolidato e si
arricchisce di due innovazioni:
1. Istituiscono una nuova magistratura che è quella della pretura, in particolare il pretore ha ruolo
fondamentale nella amministrazione della giustizia ed in particolare nella gestione del processo. e
soprattutto del processo formulare. La pretura è frutto di un ulteriore compromesso che viene
raggiunto tra i plebei e patrizi, i quali accordano l'istituzione di un magistrato che eserciterà
esclusivamente la funzione giurisdizionale ma con la condizione che questo magistrato sarà un patrizio.
Alloro volta i plebei ottengono una concezione consistente nel fatto che uno dei consoli potrà essere un
plebeo. In sostanza le Liciniae Sextiae sono frutto di un ulteriore compromesso che questi due ordini
contrapposti, patrizi e plebei, raggiungono proprio per dare maggiore stabilità alla Repubblica.
2. In questo assetto costituzionale che si afferma appunto accade che l'assemblea Popolare, ossia i comizi
centuriati assumono una importantissima funzione che è quella di deliberare le leggi.
In sostanza i comizi centuriati sono l'assemblea Popolare che assume una funzione propriamente
legislativa all'interno della Civitas, mentre prima l'assemblea Popolare dei comizi curiati aveva una
funzione di adesione passiva alle proposte di leggi che provenivano soprattutto da parte del re.
Quindi, proprio a partire dall'epoca preclassica che i comizi centuriati assolvono pienamente la
funzione di approvare le leggi o anche di non a approvarle quando vengano loro proposte.
COMITIA CENTURIATA
I comizi centuriati sono l'assemblea Popolare, aspetti rilevanti:
o Il termine “comitia” evoca l’idea del cum ire quindi del trovarsi tutti insieme in assemblea, in occasione
di una convocazione che venga svolta appositamente da parte del magistrato, mentre “centuriata” è
l'aggettivo che trova il proprio significato fondamentale nel termine centuria, che è un termine militare
che identifica un’unità di uomini che fanno parte dell’esercito oplitico, caratterizzato da
un’organizzazione in cui la falange della fanteria procedeva in maniera compatta analogamente agli
eserciti corinzi.
o I comizi centuriati sono una forma di assemblea popolare che esercita le sue funzioni civili in epoca
preclassica ma sulla base di una originaria istituzione che si deve, in epoca monarchica, a Re Servio
Tullio che a un certo punto aveva chiamato l'esercito in alcune occasioni a deliberare su questioni di
carattere politico. Quindi in origine i comizi centuriati non sono altro che l’esercito riunito per svolgere
funzioni di carattere civile.
Questa impronta militare originaria viene col tempo superata perché l'assemblea Popolare dell'epoca
preclassica non s'identifica con l'esercito ma di questa origine militare i comizi centuriati conservano
una struttura di fondo, aspetti esteriori.
o Più specificamente, questa assemblea popolare in realtà si componeva di tutti coloro che a Roma
avessero precisi requisiti, quindi il l'idea del populus che viene evocata dall’assemblea popolare deve
essere precisata nel suo significato tecnico, in particolare che dal punto di vista costituzionale con il
termine Populus facciamo riferimento a: tutti cittadini romani maschi che avessero un'età compresa tra
i 17 e i 60 anni e fossero idonei a portare le armi, venivano quindi escluse le donne, che non potevano
prendere parte attiva alla vita politica cittadina.
o Una volta definite queste condizioni di base occorreva che i cittadini Romani fossero distribuiti
all'interno del comizio nell'ambito delle classi del censo:
-I comizi centuriati avevano al proprio interno una strutturazione in cinque classi, che rimasero sempre
stabili, corrispondenti ciascuna alla ricchezza che veniva definita per entrare a farvi parte.
-All'interno di ciascuna delle classi vi era un determinato numero di centurie, quindi di unità di uomo o
membri, che componevano quella che era la cellula del comizio centuriato.
-L’assemblea Popolare era strutturata sulle centurie, che erano in numero fisso di 193 e che erano
distribuite nelle cinque classi, in base alla ricchezza.
o Le centurie non erano distribuite equamente nelle classi ma erano distribuite in maniera diseguale, in
particolare di 193 centurie 98 appartenevano alle prime due classi, che appartenevano ai più ricchi in
assoluto di tutta la città.
Questo è importante perché al momento di esprimere il voto nell’ambito dell’assemblea popolare,
considerando che il voto era espresso per centuria e non per singolo cittadino, vinceva la maggioranza
delle centurie, che apparteneva alle prime due classi del censo.
Ciò vuol dire che le prime due classi dei più ricchi raggiungevano automaticamente la maggioranza e
quindi nella votazione molto spesso ci si fermava alle prime due classi senza dover giungere a
raccogliere la manifestazione di voto delle altre classi, perché la maggioranza veniva raggiunta subito
non appena le prime due classi avessero votato nello stesso modo, esprimendo quindi 98 voti
corrispondenti alle 98 centurie.
o Il meccanismo e la conformazione dell'assemblea popolare dei comizi centuriati sono molto particolari,
in particolare il requisito del censo è esso stesso un residuo dell’originaria conformazione
dell’esercito, perché anticamente l'arte della guerra non era alla portata di tutti ma potevano
partecipare alle spedizioni belliche coloro che avevano le sostanze economiche per procurarsi le armi.
Quindi in sostanza più si aveva una ricchezza patrimoniale a propria disposizione più si aveva la
possibilità di avere un’armatura che consentisse di prendere parte alle file dell'esercito più importanti
tanto più quest'armatura poteva essere ricca.
All'interno anche dell'esercito c'erano differenze tra i soldati semplici della fanteria e man mano coloro
che erano più ricchi e quindi partecipavano alle schiere, per esempio, degli equites, ossia dei cavalieri.
Quindi questa originaria conformazione dell'esercito, che implica anche un diverso schieramento
all’interno delle fila dell'esercito in ragione dell'armatura che dipende dalla ricchezza, si ripercuote
automaticamente sulla composizione dei comizi centuriati.
o Fondamentalmente i comizi centuriati svolgono una pluralità di funzioni che richiedono un senso di
responsabilità e di fedeltà in qualche modo anche alla Repubblica. In particolare, le altre funzioni svolte
dai comizi centuriati, oltre alla funzione deliberativa, sono:
- eleggere i magistrati
- partecipare alle decisioni di pace o di guerra
- decidere sulla messa a morte di un cittadino romano che abbia commesso un crimine a sfondo
politico.
Riassunto schematico della struttura dei comitia centuriata:

Iter di approvazione della legge comiziale


Una volta che la legge è stata emanata le norme che essa contiene entrano a far parte dell’ordinamento
giuridico, cioè dello ius civile. Ma vista la composizione e il meccanismo attraverso il quale la votazione
viene realizzata nei comizi centuriati, cerchiamo di capire come veniva approvata una legge.
Innanzitutto i magistrati (ossia i consoli, pretori, dittatori), che avevano il cosiddetto ius agendi cum populo
ossia il potere di convocare l’assemblea popolare, presentavano la proposta di legge chiamata Rogatio,
termine che significa interrogazione perché appunto il popolo viene interrogato in ordine all’approvazione
o meno della legge che viene proposta dal magistrato proponente.
La proposta viene esposta nel Foro e rimane nel foro per il tempo di tre mercati, il cosiddetto trinundinum,
in modo tale che tutti i cittadini possano conoscere il testo di legge che viene proposta e di discuterne al di
fuori e prima che l’assemblea viene convocata.
Trascorsi i tre mercati comizi vengono riuniti e vengono chiamati a votare, nel momento in cui il comizio
viene chiamato a deliberare sulla proposta è libero di scegliere perché:
Può accogliere la proposta di legge, ed esprimersi con VR: uti rogas = come comandi,
Può rigettare la proposta di legge, ed esprimersi con A: antiquo iure utitur = mantengo il diritto antico,
Può astenersi dalla votazione, ed esprimersi con NL: non liquet = la cosa non è chiara
Queste abbreviazioni (VR, A e NL) venivano messe per iscritto, a partire dagli inizi del II secolo a.C., quando
furono emanate le leggi tabellarie che consentirono di esprimere per iscritto il voto che le centurie
esprimevano rispetto alla proposta di legge su cui erano chiamate a votare.
Tutto questo meccanismo ha un’anomalia in quanto il popolo nell’assemblea quando è convocato nel
campo marzio in realtà non deve discutere della proposta di legge ma deve solo votare, e quindi o
accogliere o respingere in blocco la rogatio del magistrato.
La legge approvata prende la denominazione del magistrato proponente o dei magistrati proponenti.
LEX
Il termine lex presenta come significato etimologico: pronuncia vincolante, infatti la lex ha un significato
ampio ed esprime in sé questa idea della vincolatività. Si tratta di un termine prevalentemente impiegato
con riferimento alla lex pubblica, ma viene anche impiegato nell’ambito del diritto privato perché appunto
il suo significato originario è proprio quello di evidenziare un’enunciazione che ha in sé una forza che
vincola.
Per comprendere il significato della lex pubblica, come fonte di produzione del diritto, vi è una citazione di

La particolarità di questa citazione è che questa legge con effetto vincolante generale può anche derivare
dalla plebe, che fin dai primi anni della Res Publica si era organizzata con una propria assemblea, i
cosiddetti concilia plebis tributa, in cui si riuniva e prendeva delle deliberazioni.
Questa organizzazione della plebe si componeva anche di un magistrato, che era il tribunus plebis, che si
faceva portavoce delle istanze plebee presso il patriziato.
Le deliberazioni prese dalla plebe potavano avere anche carattere normativo, in quanto era la plebe stessa
che si dava delle regole da seguire, ed erano i cosiddetti plebiscita, cioè le decisioni che nell’ambito dei
concilia plebis tributa venivano prese dalla plebe riunita.
I plebisciti non avevano carattere vincolante generale, infatti erano espressione di un organo
“rivoluzionario” in quanto i patrizi non avevano dato un riconoscimento ufficiali alle istituzioni derivanti
dall’organizzazione plebea, quindi i plebisciti non avevano forza vincolante fino a quando nel 287 a.C. fu
emanata la lex Hortensia che equiparò alle leggi i plebisciti, tanto che a partire da quel momento le
deliberazioni prese dalla plebe nei concilia plebis vennero talvolta chiamate lex.
Quindi a partire dalle lex Hortensia la legge non è soltanto la rogatio proposta dal magistrato e votata, in
senso positivo, da parte dei comizi centuriati, ma con il termine lex si identifica anche quello che è
propriamente un plebiscito, ossia una deliberazione in ordine a una proposta normativa nell’ambito
dell’assemblea plebea. Di conseguenza progressivamente le istituzioni derivanti dall’organizzazione plebea
entrarono a far parte dell’assetto di governo repubblicano.
Il pretore
Il pretore, istituito nel 367 a.C. con le leges Liciniae Sextiae, è un magistrato che svolge un’importante
funzione ossia l’amministrazione della giustizia, la cosiddetta giurisdizione o iuridictio.
Il pretore è un magistrato che viene eletto dai comizi centuriati e rimane in carica un anno, ed inoltre ha
un enorme potere perché è titolare dell’imperium, ossia il potere di comando che era riconosciuto ai
consoli, alla massima magistratura che governava la città nell’asseto di governo della città.
L’imperium del pretore può essere esercitato nell’ambito di una potestas cioè di una competenza limitata,
perché questo magistrato non ha un potere di generale di comando come i consoli ma ha un potere che si
limita all’amministrazione della giustizia, cioè significa sostanzialmente che il pretore è il punto di
riferimento per l’esercizio dell’attività giudiziaria, svolta attraverso le forme del processo civile nel quale
trovano definizione le controversie tra cittadini romani. La funzione giurisdizionale è espressione di quella
che noi oggi chiameremmo funzione giudiziaria.
PRAETOR URBANUS
Il pretore, istituito nel 367 a.C., viene disegnato come praetor urbanus, la ragione per cui ad un certo
punto si sente la necessità di istituire un apposito magistrato per la funzione giurisdizionale all’interno della
città viene svelata da Pomponio, un giurista che vive nel pieno dell’epoca classica, in un brano al cui al suo
interno afferma: «Dal momento che i consoli erano impegnati in guerre con le popolazioni limitrofe e in
città non c’era nessuno che amministrasse la giustizia, fu istituito anche un pretore, che fu chiamato
urbano, perché amministrava la giustizia nella città»
PRAETOR PEREGRINUS
Nel 242 a.C. viene istituto il praetor peregrinus, il quale assume la stessa funzione giurisdizionale del
praetor urbanus ma con una competenza diversa dal punto di vista dei soggetti che erano in lite, in
particolare del loro status civitatis. Il praetor peregrinus è il pretore degli stranieri, i quali non avendo la
cittadinanza romana non potevano godere delle norme dello ius civile.
La ragione per cui viene istituito è svelata anche qui da Pomponi, il quale afferma:
«Dopo un certo numero di anni quel pretore, cioè il pretore urbano, si rivelò insufficiente, poiché in città
sopraggiungeva una grande massa di stranieri e quindi fu istituito un altro pretore, chiamato peregrinus,
perché generalmente amministrava la giustizia tra gli stranieri (peregrini)»
Breve excursus di carattere geo-politico:
La realtà storica, per quanto concerne Roma, è caratterizzata da una progressiva espansione territoriale.
In particolare a partire dal III secolo a.C. Roma comincia una progressiva attività di campagne militare
volte alle conquiste dei territori limitrofe, che riguardano sostanzialmente la penisola italica, poi
progressivamente estende il proprio dominio oltre mare, determinanti saranno le tre Guerre Puniche (264
a.C.-146 a.C. ) in quanto si conclusero con la vittoria definitiva di Roma su Cartagine che fu distrutta.
A partire dal 146 a.C. Roma diviene la padrona incontrastata del mediterraneo occidentale.
In sostanza si ha una progressiva conquista, in questo arco di tempo, della
Sicilia, Sardegna, Corsica, Africa settentrionale, della Spagna, Dalmazia ed ad
un certo punto Roma comincia anche ad espandersi verso le coste del
mediterraneo orientale ed infine arriva Cesare che annette tutta la Gallia.
Nella conquista di tutti questi territori, inevitabilmente significa che i Romani
entrano in relazioni, soprattutto di carattere economico, con le popolazione
dei territori conquistati. Quindi a Roma cominciano ad arrivare stranieri che
sono delle controparti contrattuali dei cittadini romani. Queste attività di
tipo economico, tra stranieri e romani o anche solo tra stranieri, ad un certo punto danno luogo a delle
relazioni che possono sfociare in controversie e quindi a quel punto vi è l’esigenza del praetor peregrinus.
L’editto
Il pretore eletto dai comizi centuriati, all’inizio dell’anno di carica, emana l’editto, ovvero un proclama che
contiene un programma nel quale vengono resi note le previsioni riguardanti i provvedimenti con cui il
magistrato amministrerà la giustizia. Si tratta di un programma vincolante che viene reso noto dal
magistrato ai concittadini, in modo da sapere in che modo debbano rivolgersi al magistrato in tribunale per
avere giustizia. A questo proposito Pomponio, il quale vive e scrive nel II secolo d.C. quindi nel pieno
dell’epoca classica il libro liber singularis enchiridii che è una specie di manuale adottato nelle scuole ed è
l’unica testimonianza giunta a noi riguardante la storia delle magistrature e della giurisprudenza, afferma
che: «In quel tempo anche i magistrati amministravano la giustizia e affinché i cittadini sapessero quale
diritto ognuno di loro avrebbe pronunciato su qualsiasi argomento, e potessero premunirsi, pubblicavano
degli editti. Tali editti dei pretori costituirono il ius honorarium, chiamato honorarium perché derivante
dalla carica (honos) del pretore»
L’editto ha una funzione che oggi chiameremo di garanzia costituzionale, perché il magistrato tramite
questo proclama si impegna a concedere i provvedimenti che promette di utilizzare laddove nella sede del
processo si rivelerà indispensabile. Quindi è uno strumento che incanala, guida e limita l’esercizio
dell’imperium del magistrato ma è anche uno strumento di garanzia per i cittadini, perché conoscendo
questi provvedimenti in anticipo si possono premunire.
L’editto è espressione dello ius edicendi, quindi della facoltà di emanare disposizioni per lo più dirette a
dirimere controversie, ma queste disposizioni non sono delle norme generali ed astratte, infatti il pretore
non è un legislatore, quindi, non impone di tenere dei comportamenti, ma fornisce tutela giudiziaria ai
richiedenti, concedendo precisi rimedi processuali in base alle circostanze del caso concreto sottoposto alla
sua giurisdizione. Questi rimedi processuali si chiamano formule, usate durante il processo formulare.
L’editto viene emanato a partire dal II secolo a. C., all’inizio dell’anno di carica di ogni magistrato, e viene
pubblicato nel foro e rimane in vigore per un anno, quindi è un programma riguardante l’amministrazione
della giustizia che ha una durata annuale, e corrisponde alla iurisdizio che quel pretore si impegna nei
confronti della cittadinanza ad esercitare nell’anno in cui svolgerà la sua funzione.
EDITTO: aggiornamento anno dopo anno
 Edictum perpetuum: dura solo un anno ed il magistrato in carica una volta che lo ha pubblicato non può
modificarlo o sostituirlo,
 Edictum tralaticium: viene riconfermato nel suo nucleo di provvedimenti che abbiamo dato esito
positivo all’atto della loro applicazione, quindi di anno in anno si crea un nucleo stabile di rimedi
processuali, che vengono quindi tramandati di pretore in pretore,
 Edictum repentinum: l’editto emanato in corso d’anno per far fronte a determinate esigenze.
L’espressione edictum perpetuum è destinata ad assume l’eccezione di editto definitivo ed immutabile a
partire dal 130 d.C. perché l’imperatore Adriano che regna dal 117-138 d.C. prende un’importante
l’iniziativa perché incarica Salvo Giuliano, il più grande giurista della sua epoca, di redigere una versione
dell’editto stabile e definitiva che quindi viene proposta al Senato e approvata.
L’editto da quel momento diventa perpetuo nel senso di immutabile, realizzandosi così una cristallizzazione
dell’Edictum perpetuum.
IUS HONORARIUM
Il diritto onorario o pretorio, la risultante di tutta questa attività di amministrazione della giustizia, quindi
deriva dagli editti. Lo ius honorarium contiene delle regole che trovano applicazione direttamente nel
processo.
Nell’ambito del diritto onorario vi è una parte chiamata diritto delle genti, ius genium, in quanto è
applicabile anche ai peregrini.
Il ius honorarium è il sistema di norme che venne introdotto dai magistrati romani al fine di colmare le
lacune dell'ormai “obsoleto” ius civile, sempre più inadeguato a regolare la crescente società di Roma in un
periodo di grande espansione geografica, militare ed economica.
A proposito del diritto romano Papiniano, giurista tardo classico che vive nell’epoca dei severi tra il II e il III
secolo d.C., in un passo che ci è pervenuto all’inizio del digesto afferma:
«Il diritto pretorio o onorario è quello che i pretori introdussero per aiutare (= confermare) o integrare o
correggere il diritti civile per l’utilità pubblica.»
SENATUSCONSULTA
Un’altra fonte di produzione normativa dell’epoca preclassica è rappresentata di senatusconsulta, cioè
dalle delibere con efficacia normativa indiretta del Senato che in quest’epoca diventano vincolanti per i
magistrati che esercitano la iurisdictio, in particolare queste delibere fissano indirizzi politico-giuridici
vincolanti per i magistrati con iurisdictio.
I senatusconsulti diventeranno vincolanti dal punto di vista delle normazione diretta successivamente, cioè
nell’età del principato, in cui assumeranno forza di legge.
Il diritto dell’epoca preclassica è espressione di una coesistenza di norme che derivano da varie fonti di
produzione normativa, quindi il diritto preclassico si compone:
 delle norme derivanti dai mores maioum,
 dalle XII tavole,
 dall’interpretatio che era sorta sulle XII tavole ed era stata realizzata dai pontifices,
 dai responsa che verranno emanati dai giuristi classici,
 lo ius honorarium,
 i senatusconsulta
Tutto questo insieme di norme, che provengono da atti di formazione diversificati, coesistono e si
integrano ma non vengono sistemati in quello che noi oggi chiameremo un codice.
Queste norme sono tutte espressione di una tradizione giuridica, ossia del diritto del popolo romano, che
non viene a costituire oggetto di una razionalizzazione o sistemazione.
Prima età imperiale
A partire dal 27 a.C. comincia una nuova epoca della storia giuridica romana che è l’epoca classica, epoca
che coincide con la prima età Imperiale.
L’età classica si concluse nel 235 d.C. con la morte di Alessandro Severo, quindi è segnata dall’ascesa al
potere di Augusto e dalla morte dell'ultimo rappresentante della dinastia dei Severi.
Per capire la società al potere di Augusto e necessario ripercorrere brevemente la situazione particolare
che si era venuta a creare al termine dell’epoca repubblicana che è rappresentata dalle guerre civili.
A Roma, a un certo punto, gli esponenti dell'aristocrazia cominciano a essere in contrasto e piano piano
questo contrasto si inasprisce e sfocia in lotte sanguinose per la presa del potere.
Queste lotte però riguardano esclusivamente l’aristocrazia, si distinguevano in particolare l'aristocrazia
senatoria dall'aristocrazia costituita dagli equites cioè dai cavalieri, che erano i cosiddetti nuovi rischi.
Queste lotte portano a destabilizzare il Senato e che in definitiva sono espressione di un’aspirazione, cioè
di una prevaricazione sugli altri e prendere in mano il potere della città.
Questa epoca, cioè la fine dell'epoca repubblicana, che viene attraversata dalle guerre civili è un epoca di
profonda instabilità politica si succedono:

 Silla, un dittatore che patteggia per il centro senatorio, ristabilisce il potere del Senato e poi si ritira
dalla vita politica ma non risolve il problema del contrasto all'interno dell'aristocrazia.
 In questa epoca si afferma Cesare come grande condottiero militare che ottiene progressivamente un
potere sempre più ampio, in particolare dopo la conquista delle Gallie, grazie al supporto fondamentale
dell'esercito e in particolare dei veterani. Il potere militare gli assicura una posizione di supremazia
anche a livello politico che lo porta a detenere nelle proprie mani il potere assoluto.
Questa aspirazione in realtà non è condivisa dalla aristocrazia senatoria e a un certo punto Cesare cade
sotto i pugnali dei cesaricidi, cioè dei congiurati, che lo uccidono nel 44 a.C.
Alla morte di Cesare le guerre civili si riaccendono, finché il pronipote di Cesare ossia Ottaviano, che era
nel frattempo diventato anche il tuo figlio adottivo, nel partecipare a questa queste lotte sanguinose vince
Antonio nella battaglia di Azio del 31 a.C.
Dopo aver vinto questa battaglia, ed essendosi schierato con il Senato, Ottaviano depone il comando
perché vuole dimostrare al Senato che non ha quelle aspirazioni che aveva avuto Cesare.
Ottaviano è un vero e proprio genio politico e riesce in questo modo a convincere il Senato di non avere
delle aspirazioni personali e di avere soltanto l'interesse della restaurazione dell'Antico ordine
repubblicano. Questo atteggiamento molto cauto di Ottaviano in realtà crea una fiducia da parte del
Senato, che il 16 gennaio del 27 a.C. lo insignisce del titolo onorifico di Augustus.

Il Senato quindi gli riconosce questo grande prestigio che è quasi ammantato di sacralità perché il titolo
Augustus significa sacro, come se quest’uomo fosse stato mandato dagli dèi, e nello stesso tempo
maestoso perché richiama le grandi doti umane che vengono riconosciute ad Ottaviano Augusto.
Augusto consente la consente la ristorazione dell'Antico ordine della Repubblica ma se ne fa garante e
quindi diventa il primo cittadino, ossia il princeps dell'ordine repubblicano restaurato dopo le guerre civili.
In sostanza è come se il senato riponesse in Augusto piena fiducia che sarà lui stesso ad assicurare la
stabilità politico-istituzionale di cui Roma ha profondamente bisogno.
Augusto che si propone come garante fa anche capire che per esercitare questa attività di controllo
affinché la Repubblica continui ad esistere e a funzionare si fa attribuire i più grandi poteri.
Quindi Augusto non è formalmente il capo dello Stato, è solo il primo cittadino dell'ordine repubblicano
costituito, ma di fatto gli viene attribuito il potere sull’esercito e sulle province, ossia imperium maius et
infinitum che è l’imperium proconsolare. Poi gli viene attribuita la tribunicia potesta per cui come un
tribuno della plebe si avvale dell’inviolabilità del potere di convocare le assemblee popolari e quindi in
realtà assomma su di sé tutti i poteri, che gli consentono di avere il vero controllo dello Stato.
Il Principato è una quindi una forma di governo ibrida in cui formalmente esistono le istituzioni
repubblicane ma di fatto il vero detentore del potere assoluto è nelle mani di Augusto.
Nasce quindi una nuova forma di governo: il Principato che dà inizio all’impero romano perché Augusto
viene designato non sono princeps ma anche imperator. Riassunto schematico:

Istituzioni di diritto romano 


Lezione del 21/10/2021
 
L’ età classica (27 a.C-235 d.C): ha iniziato con l’ascesa al potere di Ottaviano Augusto (27 a.C)
e l’attribuzione del titolo di:
-‘Augustus’ ad Ottaviano è la conferma da parte del senato del ruolo che a partire da quel
momento viene riconosciuto, 
-nonché quello di ‘princeps’. Con l’inaugurazione di una nuova forma di governo, il principato,
le strutture dell’assetto costituzionale repubblicano vengono rinnovate, esistono ancora quindi
l’assemblea popolare, le magistrature e il senato, ma ad Augusto viene attribuita
un’importantissima funzione, cioè garante della restaurata ‘res publica’. Il titolo
di princepsevidenzia il suo riconoscimento come primo cittadino e per assicurare che
la res publica continui ad esistere viene ad avere conferito da parte del popolo e del senato una
serie di altri poteri che riguardano il comando militare e la gestione delle finanze, il governo
sulle province (oggetto di conquista), cosi da assommare su di se un enorme potere, che
formalmente è finalizzato a conservare la res publica, ma che accentra sostanzialmente nelle sue
mani tutti i poteri decisionali. 
-Augusto assume una posizione politica centrale, in virtù del suo carisma e virtù, come definito
nella sua autobiografia ‘De resgestae’, in quanto ‘auctoritas’ (dissimulazione del potere
monarchico)
-Il potere accentrato nelle sue mani comporta che egli sia anche conosciuto con il titolo
di ‘ imperator’ (vincitore), per il riuscito superamento delle lotte che avevano insanguinato
l’aristocrazia romana. Cosi è evidente che egli stesso goda di un’assoluta preminenza, a questo
si aggiunge un potere sconfinato con “ l’imperium proconsulare maius et infinitum che riguarda
sia l’esercito che tutti i territori che Roma aveva assoggettato.
-Il suo potere riguarda inoltre le casse dello stato, supportato dal fatto che Augusto ha dei
funzionari che fanno parte di uffici appositamente creati e al suo massimo servizio. Crea inoltre
una cassa particolare, la cassa imperiale, il fiscus, che si affianca all’aerarium populi romani, e
che costituisce il suo patrimonio privato al quale può attingere, cosi da garantirgli maggiore
autonomia nelle scelte di governo da adottare. 
-Cambia la concezione delle magistrature (PRIMA annuali e a titolo gratuito), ORA saranno
conferite per consentire alla respublica di mantenere questa struttura, almeno apparentemente,
alle famiglie aristocratiche romane, che sostanzialmente però non esercitano i poteri conferiti, il
potere vero è esercitato da Augusto che indirizza i lavoro delle assemblee popolari, del senato e
anche delle magistrature.
Tale struttura resterà anche per i successori di augusto e in particolare fino al 235 d.C.  
(Il principato terminerà con la morte di Alessandro Severo).
 
Questo modulo operandi del princeps che implica un continuo insinuarsi nel funzionamento
degli organi di governo repubblicani ne comporta lo svuotamento dei poteri. 
-l’assemblea popolare (funzione legislativa), adesso si limita ad approvare la proposta
del princeps.
-il senato acclama la proposta di delibera del princeps. 
Nell’epoca Adrianea le proposte al senato diventano delle orationes principis: orazioni che
vengono presentate dall’imperatore e il senato si limita ad accogliere senza più discutere . 
-L’editto pretorio: lo strumento attraverso cui il magistrato esercitava la unzione giurisdizionale,
vicine e definitivamente cristallizzato a partire dal 130 d.C, quindi quelle che erano le fonti di
produzione normativa che avevano funzionato nella forma di governo repubblicana,
progressivamente vengono ad essere svuotate del loro significato.
-l’ultima legge comizionale fu votata tra il 96 e il 98 d.C, la funzione legislativa dei comizi, si
esaurirà e non verra più esercitata. 
FONTI DEL DIRITTO IN ETA’ CLASSICA :
L’ordinamento giuridico diventa composito, allo ius honorarium(si era aggiunto in epoca
repubblicana allo ius civile), viene ad aggiungersi il diritto imperiale, promanato direttamente
dall’ imperatore. 
Augusto non può autonomamente prendere iniziative di carattere normativo, in
quanto garante della res publica, opera tramite comizi, senato. Vengono promulgate in questa
epoca leggi che prendono la denominazione di ‘leges iulie’, votate nelle assemblee popolari, ma
proposte da augusto stesso, l’appellativo di iuliederiva dalla gens di Augusto. 
Augusto è garante della cura legum et morum, deve vigilare sulle leggi e sui costumi della città,
vuole egli stesso ripristinare i vecchi mores maiorum e quindi la sua funzione è quella di
indirizzare tutto cio vche si attiene alla produzione normativa nell’ambito delle sedi proprie. 
 
Il diritto imperiale si aggiunge allo ius civile e honorarium, ad un ceto punto è il princeps ad
esercitare un potere normativo diretto: con Vespasiano (69-79 d.C)
Ed in particolare con la Lex de impero Vespasiani, legge particolare, di cui abbiamo conoscenza
grazie ad una fonte di cognizione diretta, una grande epigrafe di bronzo, rinvenuta nel 1347
nella basilica di San Giovanni in lateranno da Cola di Rienzo. La l’ex de impero aveva conferito
all’imperatore da parte del popolo e del senato un grandissimo potere che i giuristi chiameranno
‘comando supremo’ in ordine a tutte le decisioni che fossero necessarie per la res publica.
Nell’ambito di questo grande potere, conferito formalmente tramite una legge all’imperatore, vi
era anche il potere normativo. L’imperatore quindi aveva:
-vari poteri (concludere trattati internazionali, convocare il senato ecc…)
-facoltà di agire nell’interesse della res publica anche senza osservare leggi e plebisciti 
-adottare decisioni ritenute necessarie equiparabili alle leggi.
Tale lex quindi investire di una delega che il popolo e il senato conferiscono all’imperativo re, di
una serie di potere decisionali, all’interno dei quali rientra il potere di prendere decisioni di
carattere normativo in autonomia, senza approvazione da parte delle assemblee popolari o del
senato. 
Ulpiano in un passo del Digesto riporta tale legge, definibile com elegge delega, delega
fittizia, perche è un riconoscimento formale di quanto già avveniva in precedenza. Con tale
legge, ulpianostesso afferma che al princeps viene conferito ogni impero e potestà (in un’ottica
quindi sempre più vicina alla monarchia, piuttosto che alla repubblica). 
Il principato non abolisce, a differenza del dominato, le strutture della res publica. 
 
(Breve excursus storico e dinastico del principato)
Qual è la caratteristica del principato che gli ha permesso di resistere per i secoli successivi?
-Chi è al potere, rimane al potere a vita, carica vitalizia. 
Il problema più grande riguarda la successione, viene risolto facendo prevalere di volta in
volta l’ereditarietà sul piano familiare e dinastico. Con Augusto sale al potere la dinastia
Giulio-Claudia:
Augusto-Tiberio-Caligola-Claudio ed infine Nerone.
Poi guerre civile con il potere conteso
tra Galba, Otone e Vitellio, quest’ultimo sarà annientato da Vespasiano che sale al potere ed è
il primo dei principes della dinastia dei Flavi:
Vespasiano-Tito-Domiziano-Nerva-Traiano
Segue dopo Traiano la dinastia degli Antonini:
Adriano-Antonino Pio-Marco Aurelio.
Ultima dinastia del principato, nonché quella dei Severi:
Settimio Severo-Antonino Caracalla-Alessandro Severo.
Chi può impone come proprio successore un proporzionale familiare.
 
Fonti di produzione del diritto: diritto romano imperiale.
Il potere normativo ad un certo punto può essere esercitato in autonomia da parte del princeps,
emana le cosi dette costitutiones principis, queste costituzioni sonno espressione di 5
diverse tipoòligie nelle quali la volonta legislativa imperiale si poteva esercitare:
1. Edicta: costruzioni che hanno la caratteristica della generalità, i destinatari risultano essere il
popolo o determinate popolazioni che vivono in certi territori o citta . Gli editti sono destinati al
popolo in senso ampio, o a singoli territori o a gruppi di soggetti.
L’editto piu famoso l’edictumdi Antonino Caracalla (costitutio antoniniana), si rivolgeva a tutti i
sudditi dell’impero per concedere la cittadinanza romana. 
2. Mandata: costruzioni che hanno la caratteristica della generalità. Sono istruzioni rivolte ai propri
funzionari(istituiti da Augusto), per governare sui territori, sui quali il princeps istruisce in
ordine alle funzioni da svolgere. Istituirono una specie di statuto ‘il corpus mandatorum’ , regole
che i funzionari dovevano seguire nell’esercizio dei compiti burocratici, e che in casi sporadici
riguardano il diritto privato (regolamentava in testamento militis, dei soldati, regole
assestanti roispetto al classico testamento).
3. Decreta: il princeps in veste di giudice emana una sentenza, in una costuizone che prenderà il
nome di decretum. L’imperatore potrà essere richiamato pe la risoluzione di una controversia di
carattere criminale o civile, possibilità di ricorrere al princeps in appello (òer giudicare una
questione su cui era già intervenuta una sentenza di primo grado). Hanno la caratteristica della
particolarità, rivolte a coloro che sono parte in causa. 
4. Rescripta: caratteristica della particolarità, risposte alle richieste di privati per un parere su
una questione di dirittonel corso di un processo. Risposta imperiale scritta nello stesso foglio
della richiesta (rescriptum). Sono vincolanti 
5. Epistule: caratteristica della particolarità, risposte a quesiti posti dai giudici o da magistrati e
funzionari imperiali. Sono vincolanti, occorrerà fare riferimento a questi. 
Quando parliamo di imperatore, parliamo nel caso specifico di cancelleria imperiale, salvo
casi sporadici, atti normativi che sono espressione di un’organizzazione amministrativo-
burocratica , gestita da operatori del diritto di altissimo profilo, che posso fornitore risposte
cin mezzi adeguati, risposte che però formalmente risultano essere fornite direttamente
dal princeps. 
 
Durante il principato pero fonte di produzione rilevante può essere definita la responsa:
Le risposte che riguardano quesiti giuridici, fin da epoche antiche viene esercitata dai
giuristi, durante l’epoca classica da giuristi di altissimo profilo. L’epoca classica è
fondamentale per l’evoluzione del diritto privato romano grazie a questi esperti di diritto
che operano nel loro esercito dell’attività interpretativa innanzitutto rispondendo a chi pone
loro dei quesiti. Vengono interpellati d singoli privati che sono già parte in causa di un
processo o anche coloro che hanno intenzione di intentare un processo. Interpellati anche
per atti negoziali, prima che una lite sia in corso e anvhe per evitarla, per definire al meglio
gli assetti dei negozi giuridici, quindi egli affari. 
Dal momento in cui il giurista pronuncia la soluzione al caso concreto (fin dall’epoca pre
classica), quella soluzione viene seguita, applicata, per l’autorevolezza dal personaggio da
cui proviene. 
La giurisprudenza pertanto tramite l’attività repondenda crea diritto, la soluzione indicata è
considerata giusta per quel caso concreto sul piano normativo in quanto deriva da una
persona estremamente affidabile. 
I giuristi non sono investiti di un compito preciso, non fanno parte della struttura
istituzionale, rimangono sullo sfondo, devono rimanere autonome. Queste svolgono il ruolo
importantissimo di produzione normativa, ma in realtà è un ruolo riconosciuto
indirettamente, in ragione del loro prestigio. 
Nell’epoca del principato la posizione del giurista difficile, deve fare i coti con la figura
del princeps che tende ad insinuarsi dappertutto. Augusto si interessa di
intervenire percondizionare l’attività interpretativa dei giuristi, togliendo loro l’autonomia
da sempre avuta. Sappiamo che tale tentativo risulta però fallimentare perché i giuristi e in
particolare Marco Antisio Labeone, riesce a prevenire le mosse di autistico e conservare
quell’autonomia indispensabile per operare obiettivamente, rispetto ai principi
dell’ordinamento giuridico e alle istanze della società. Nonostante n potere imperiale forte,
questi riescono a conservare l’autonomia. 
Una prova della volonta di Augusto di intervenire è rappresentata dallo:
Ius Respindendi Ex Auctoritate Principis: Augusto fa un tentativo di convogliare all’interno
del proprio potere l’attività interpretativa dei giuristi perché dice che i giuristi devono avere
lo ius respondendi, un’autorizzazione di dare responsi direttamente conferita da parte
del princeps. Sappiamo poco di tale ius respondendi nella pratica, sappiamo però che
autorevoli giuristi riuscirono ad imporre la propria autonomia. 
Gaio però afferma che ad un certo punto Adriano interviene in modo più diretto circa la
validità dei responsa e stabilisce qual è la loro forza vincolante. Stabilisce che questi
devono essere applicati dal momento in cui risultano essere concordi e laddove soltanto
siano discordi il giudice avrà autonomia decisionale per applicare quale responso ritiene più
giusto e conforme. 
I responsi perciò sono fonti del diritto.
Al termine dell’età classica quindi il quadro delle fonti delle produzioni del diritto che è un
quadro di un ordinamento ormai stratificato in cui convivono norme che provengono da
vari meccanismi di produzione, tale stratificazione risulta nell’elenco delle fonti di
produzione del diritto che troviamo all’inizio delle istituzioni di Gaio. 
Gaio apre la sua opera definendo gli iura populi romani, gli ordinamenti giuridici del
popolo romano:
-ius civile
-ius honorarium
-diritto imperiale.
Gli ordinamenti giuridici derivano da:
-leggi 
-plebisciti 
-senatoconsulti
-costituzioni dei principi
-editti di coloro che hanno il potere di farli 
-responsi dei competenti.
Tante norme prodotte da meccanismi differenti, che coesistono, non esiste l’abrogazione,
tutto ciò che proviene da epoche precedenti rimane a far parte dell’ordinamento romano.
Fino a metà del III secolo d.C maggiore rilevanza è costituita da:
-costitutiones principum
-interpretatio prudentium (non solo sul caso concreto, ma anche sulle norme già esistenti). 
Aspetto dinamico dell’attività interpretativa: interagisce con chi gli chiede il parere 
Aspetto statico: il giurista estrapola il significato delle norme esistenti.
 
A partire da questo momento si prepara un’evoluzione storico-giuridica che conduce
all’epoca postclassica. 
La fine dell’età classica conduce alla morte di Alessandro severo nel 235 d.C, dopo le
lotte pe il potere e per l’ascesa al potere vedono coinvolti i militari, le truppe. 
Pertanto dal 235 d.c al 284 d.C vige l’anarchia militare, si succedono per 27 imperatori,
espressione del potere delle truppe che dal momento in cui riuscivano a prevalere,
imponevano il proprio generale. Si tratta di un’imposizione con l’uso della forza che non
implica una definitiva acquisizione e quindi questi imperatori venivano uccisi, rimpiazzati e
tale successione caotica finisce con Diocleziano. 
Diocleziano è un militare, ma è un militare che riesce a tenere il potere per più tempo (dal
284 d.C al 305d.C), con una serie di riforme, anche dell’assetto costituzionale. 
Dà inizio all’età del dominato, facendosi chiamare dominus, m allo stesso tempo sa che il
potere deve essere regolato come l’aiuto di altri, poiché le esigenze sono tante, bisogna
tenere l’ordine. Cosi egli stesso istituisce la TETRARCHIA:
- 2 augusti: uno in oriente e uno in Occidente (impero diviso)
- 2 cesari: coadiuvano con il potere degli aggiusti ì oriente ed occidente e sono anche
individuati come successori, per prevenire il caos legato alla successione. 
L’epoca postclassica si protrae dall’avvento di Diocleziano (284 d.C) – fino all’avvento
di Giustiniano al potere (527 d.C) (darà vita all’epoca giustinianea).
 
Ritorniamo all’anarchia militare: 
Questa genera un caos sotto tutti i fronti, scompare la figura del giurista, tutta l’attività
giuridica si concentra nella cancelleria imporriate, che vede operare al proprio interno
funzionari anonimi e che non hanno la cultura dei giuristi e che  aveva conservato
un’assoluta autonomia interpretativa. 
Lo ius controversum (diritto giurisprudenziale che aveva
dentro anche opinioni contrastanti su casi molto diversi)(attività interpretativa
Giuristi) diviene ius receptum(diritto a pieno titolo consolidato è e deve essere il
riferimento a cui attingere per trovare le norme e a cui attingere per i casi concreti.
Questo vale in relazione all’attività svolta dai funzionari imperiali che devono dare le
risposte operando al servizio dell’imperatore, non esiste più l’autonomia,
possono conoscere le opere dei giusti classici che sono il portato della loro attività
interpretativa. E conoscere al meglio le leggi imperiali per trovare applicazione. 
 
Tra la fine del III secolo d.C e l’inizio del IV secolo d.C, l’ordinamento giuridico romano
si compone di due enormi materiali:
-iura: riassume quella parte che era stata definita attraverso l’attività interpretativa dei
giuristi ed era condensata nelle loro opere scritte. Iura perché provenienti dai giuristi e
frutto della loro attività interpretativa anche sui diritto civile e onorario 
-leges: costituzioni imperiali, che nell’epoca postclassicarisultano essere l’unica fonte
viva del diritto. Tutto il potere è In capo al dominus e l’unico che può creare norme è
egli stesso. 
La letteratura giuridica dell’età postclassica, tarsiò imperiale, è una letteratura giudica
che tende a semplificare, quindi riassumere in opere di agile consultazione sia frammenti
degli iura che delle leges dal applicare in sede giudiziaria. 
Tutto questo si collega alla prassi della recitatio, in tribunale nell’epoca postclassica,
dovevano esporre le argomentazioni a sostegno dei propri clienti fornendo
le recitationes (pronuncia orale davanti al giudice), quindi le opinioni dei giuristi
attraverso i quali si poteva sostenere la difesa dell’ assistito. Si aveva la necessità
di avere a disposizioni quindi opere che raccogliessero sia leges che iura. 
 
Valentiniano III, nel 426 d.C, emana la cosi detta legge delle citazioni, per regolamentare
le citazioni poste durante la recitatio. Stabilendo che queste
possono riufuardarewsolamente 5 giuristi e in particolare: Papiniano, Paolo, Ulpiano,
Gaio e Modestino e dei giuristi che essi stessi menzionavano. Attestare l’opinione del
giurista attraverso il manoscritto dell’opera a cui si faceva riferimento. 
Inoltre Valentiniano spiega al giudice come deve trattare queste opinioni, a volte
controverse. Impone un calcolo matematico per semplificare le cose:
Il giudice dovrà in caso di contrasto di opinioni seguire la maggioranza, l’opinione
equità dal maggior numero di giuristi citati, mentre se le opinioni sono sostenute a
partita, dovrà essere scelta l’opinione seguita da Papiniano(tra i più grandi giuristi), se
non è possibile applicare nessuno dei due criteri, il giudice potrà decidere secondo il suo
prudente parere. 
Il potere di sistemazione del diritto viene risolto da Diocleziano, poiché le leggi imperiali
vengono raccolte in codici. Il codex è una raccolta di leggi imperiali, i primi due codici
della storia romana risultano essere:
- Codice Gregoriano: da Settimo Severo in poi 
- Codice Ermogeniano: rescritti di Diocleziano degli anni 293-294 d.C.
Tali codici risultano essere compilazioni provate, realizzate da chi aveva grandi
competenze, ma non era stato ufficialmente investito dall’imperatore dal computo di
redigere tali raccolte.
Composti per esigenza giudiziaria, quindi nei tribunali e per un’esigenza pedagogica,
cioè l’insegnamento del diritto nelle scuole. 
Agile consultazione perché divisi in settori per materie, per agevolarne la consultazione
per la prassi dei tribunali, l’amministrazione della giustizia. 
 
Nel 438 d.C vi è emanato un codice, per la prima volta ufficiale, da Teodosio II,
imperatore d’Oriente, intraprende un’iniziativa per la prassi giudiziaria, per
raccogliere lecostituzioni imperlai, emanato e a partire da Costantino e coloro che gli
succedettero, una raccolta xche pero ha solo costituzioni generali, non
presenta rescripti (già sistemati nei due codici sovra citati). 
A partire da Costantino le costituzioni imperiali diventano la forma più diffusa e normale
per l’emanazione di leggi. 
Il suo primo progetto era molto ambizioso, voleva, nel 429
d.C, raccogliere anche gli iura, ma questo progetto non fu realizzato, perché i funzionari
non riuscirono nell’impresa, si dice che i tempi non erano maturi, cosi si dedico ad un
codice che riguardava le leges da Costantino in poi. 
 
Il contesto storico in cui nascono questi codici è una situazione piuttosto complicata  (V-
VI secolo d.C), segnata dalla scissione dell’impero in due parti (oriente ed Occidente) e
dal fatto che nel 476 d.C termina l’impero romano d’Occidente, con le invasioni
barbariche. In Oriente si riesce a contenere la crisi. A questo punto si puoconsiderare il
fatto che molto materiale giurisprudenziale e legislativo andrò disperso o distrutto. I
barbari portarono in Occidente la loro tradizione anche giuridica, lontana anni luce dalle
elaborazioni raffinatissime dei giuristi romani. 
Cosi si sviluppa il principio della personalità del diritto: concedono loro le leggi romano-
barbariche, contenendo ‘volgarizzazioni’ del diritto romano, dovute anvhe ad
interpretazioni che risentono dell’ interpretazione barbarica. 
In Oriente la strutta statale regge, il materiale vi è custodito, studiato e quindi è il bacino
di riferimento per dare vita al corpus iuris. 
 
GIUSTINIANO (Flavius Petrucci Sabbatius Iustinianus)
Giustino, zio di Giustiniano, dal al trono nel 518 d.C e risulta essere un soldato. Nasce da
una famiglia umili, ma si distingue nelle guerre contro i persiani e riesce ad entrare in
contatto con gli alti funzionari imperiali e alla morte di Anastasio I, ha la meglio sui suoi
successori. 
Nel frattempo aveva chiamato a Bisanzio Giustiniano e lo aveva avviato alla formazione
militare e culturale per cui alla morte dello zio Giustino, Giustiniano diventa imperatore
( 1 agosto 527 d.C). Giustino è quindi il tramite della fortuna di Giustiniano. 
Nel 524 Giustiniano sposa Teodora, che avrà  importante spazio nella sua vita per via
della sua personalità. Questa stessa è di umili origini, un’attrice di teatro , dopo
l’abolizione del divieto di matrimonio tra uomini del senato e attrici (prevista da
Giustino dal 520 al 523 d.C), Giustiniano riesce a sposarla. Morirà nel 548 d.C. Teodoro
è una donna ambiziosa e a lei si devono iniziative volte a migliorare la figura femminile,
soprattutto nel matrimonio e nel divorzio. 
-nelle decisioni politiche ha un ruolo importante, nella rivolta Nika nel 532 d.C viene
preso d’assalto il palazzo imperiale, Giustiniano vuole scappare ma si lascia convincere
da Teodora che ricorda che um imperatore deve morire nel suo palazzo. 
Giustiniano salito al potere non ritrova una situazionesemplice, l’ex impero d’Occidente
è governato da varie popolazioni barbariche. 
Giustiniano  ha un disegno nell’esercizio del suo potere assoluto molto ambizioso:
-arma et leges: governare con la forza degli eserciti, ma ritiene che è fondamentale avere
un ordinamento giuridico che funzioni, a cui poter attingere per mantenere l’ordine e la
pace sociale. 
- vuole intraprende quindi un’opera di riconquista militare dell’impero romano
d’Occidente 
-avvia un’opera di codificazione del diritto romano (di tutta la tradizione giuridica
precedente, che deve trovare una sistemazione certa e definitiva) 
-egli inoltre volte superare i contrasti nella sfera religiosa che riguarda la vera natura
di Cristo. Corrente monofisita (sosteneva che in Cristo esistesse la sola natura umana).
Giustiniano viene inoltre ricordato da Dante nell’ paradiso per la sua fama, acquisita
grazie all’opera di sistemazione del diritto, che gli conferirà immortalità, a differenza
delle altre azioni da egli stesso compiute, di validità effimera. 
 
Ad egli si deve il CORPUS IURIS CIVILIS:
Tale denominazione è stata conferita da Gotofredo nel 1583, per accorpare in se tuytte le
opere della codificazione giustinianea:
-codice di Giustiniano (NOVUS CODEX IUSTINIANUS): dopo il codice Teodosiano,
Giustiniano ritiene che le leggi imperiali debbano essere nuovamente sistemate in un
codice che deve servire alla prassi giudiziaria. Nella costituzione introduttiva
dell’opera codificatoria Giustiniano afferma che vi è una situazione di stallo nei tribunali
perché c’è confusione normativa. 
Tale codice vede la luce il 7 aprile del 529 d.C. È un codice che inserisce al proprio
interno i la legge delle citazioni, segno che la codificazione  ha riguardato solo le
costituzioni imperiali.
Non ci è pervenuto perché sarà sostituito nel 534 d.C da una nuova edizione, il
cosiddetto CODEX REPETITAEPRAELECTIONIS, perché Giustiniano ha continuato a
legiferare.
 
-digesto o pendette: avviato nel 530, sistemazione organica delle opere della
giurisprudenza romana, finalmente il primo disegno di Teodosio II è realizzato da
Giustiniano. Fa si che venga realizzata un’opera immane da 17 membri presieduta
da Triboniano, ministro della giustizia. Il 15 dicembre del 530 vengono avviati i lavori
per il coìidefinito da Giustiniano SANCTISSIMUM TEMPLUMIUSTITIAE. Il digesto
verrà redatto in 50 libri e ogni libro sarà suddiviso in titoli. Entra in vigore a partire dal
30 dicembre del 533 d.C con la costituzione Tanta Dedoken . Sono raccolti 9 mila
frammenti dei giuristi romani. Consiste in un’opera nella quale le opere giurisprudenziali
dei giuristi furono oggetto di un’estrapolazione di frammenti che furono ricomposti del
digesto nei titoli per materia. 
 
-istituzioni (ISTITUTIONES), manuale didattico, entrano in vigore come una legge,
sono esse stesse un’opera legislativa sebbene destinata allo studio del diritto. Entrano in
vigore a partire dal 21 novembre del 533 d.C come la costitutiones imperatoria che le
pubblica. Realizzata con una costituzione ristretta di soli 3 membri: Triboniano, Teofilo
e Doroteo. I materiali accorpati provengono dalle istituzioni di Gaio, ma anche altri
giuristi classici. L’opera fu destinata agli studenti delle due più grandi scuole di
giurisprudenza del tempo, nonché Costantinopoli e Berito. Suddividono la materia del
diritto privato in (come Gaio):
-personae
-res
-actiones
-si aggiunge una parte riguardante il diritto criminale.
 
-novelle (NOVELLAE CONSTITUTIONES): negli anni separano Giustiniano dalla
morte egli continua a legiferare, ed emana le novelle, delle costituzioni denominate come
nuove rispetto alle costituzioni già raccolte nel codex nel 534 d.C. Queste ci sono
pervenute per intero attraverso raccolte non ufficiali. Grazie a queste possiamo
ricostruire l’attività legislativa dell’imperatore in questa fase, un’attività corrente, che era
finalizzata a far fronte a problemi contingenti (peste di Costantinopoli) o a rinnovare
interi settori dell’amministrazione burocratica o novelle che combattono la corruzione
dei funzionari imperiali (piaga dell’epoca giustinianea).

Lezione del 4/11/2021


 
La condizione giuridica degli individui (PERSONAE) (terzo capitolo del libro).
Sia le istituzioni di gaio che le istituzioni di Giustiniano iniziano proprio con la spiegazione del
diritto delle persone. 
Gaio ne fa una premessa, infatti nel primo commentario, all’ottavo paragrafo afferma che tutto il
diritto di cui ci serviamo attiene alle:
-persone (personae)
-cose (res): nell’ accezione tecnica di gaio risultano essere quelli dai noi definiti diritti reali ed
obbligazioni 
-azioni (actiones): materia del processo
E prima di tutto guardiamo alle persone. 
Egli stesso ci fornisce la ripartizione sistematica della materia giuridica per come egli stesso
l’avrebbe insegnata ai suoi studenti (meta del II secolo d.C). 
 
Giustiniano segue Gaio, ma aggiunge un dato, afferma all’inizio del suo manuale isti io alle che
si conosce poco il diritto se non si conoscono le persone per le quali è stabilito. 
 
Bisogna innanzitutto soffermarsi sulla terminologia: il termine personae dal punto di vista del
diritto ha un significato diverso rispetto a quello che diamo noi oggi. 
-per noi: per persone intendiamo il genere umano, qualsiasi individuo con pari dignità davanti
agli altri, quindi parità di trattamento di fronte alla legge.
-per i romani non è cosi. Il termine personae (significa maschera teatrale) e indica gli esseri
umani coinvolti nella scena del diritto in ragione di un ruolo che essi svolgono nella loro
comunità di appartenenza: ‘personae servile et liberae’. Il termine persona va specificato, perché
rispetto al contesto nel quale vive un individuopuò essere servo o uomo libero e questo
comporta conseguenze dal punto di vista giuridico. 
 
!Nozione generale di diritto!
SOGGETTO DI DIRITTO: non è un concetto elaborato dai romani, ma dalla dottrina moderna,
pero ci risulta particolarmente utile in quanto ci consente di completare il risultato della norma
giuridica dell’ordinamento. 
È una nozione del giusnaturalismo , quindi dell’illuminismo (diciottesimo secolo)(l’uomo è
considerabile sotto due aspetti: entità fisica e entità giuridicamente titolare di diritti, che gli
spettavano per natura, in quanto essere biologico, tale concezione venne superata nel
diciannovesimo secolo dalla pandettisticaafferma l’idea che la sfera giuridica dell’individuo non
è espressione diretta della natura, ma espressione delle scelte politiche dello stato, che attraverso
le norme attribuisce spazio ai privati)
 
Ma chi è soggetto di diritto chi è? È il centro di imputazione di diritti e doveri giuridici, è un
destinatario, referente di situazioni giuridiche favorevoli (diritti o facoltà), o sfavorevoli (doveri,
obblighi, imposizioni). Quindi il soggetto di diritto è colui al quale sono destinate le norme
(regola di condotta frutto di scelte compiute dalla collettività politicamente organizzata per i
consociati, cioè i destinatari). 
La nozione di soggetto di diritto ha una valenza complementare quindi rispetto a quella di norma
giuridica, completa l’idea di norma. 
Nel nostro ordinamento l’individuazione del soggetto di diritto è un problema relativo, in
generale si è soggetti di diritto senza particolari limitazioni.
Nel diritto romano non è cosi, questo stesso implica una ricostruzione del concetto di
soggettività giuridica perché non tutti gli esseri umani sono oggetti di diritto. Quindi vi è una
questione legata al termine personae che fa riferimento alla soggettività giuridica che
contraddistingue il diritto romano. 
 
Gaio inoltre aggiunge che la prima distinzione circa il diritto delle persone è che tutti gli uomini
sono liberi o schiavi, quindi pone le indicazioni di base perché noi possiamo, con la nostra idea
moderna di soggetto di diritto, chi sono i soggetti di diritto del diritto romano, chi sono i
possibili referenti di diritti o doveri e chi invece non lo è e non potrà esserlo.
Gli schiavi infatti risultano essere oggetti di diritto (res), definiti da Varrone quali oggetti
parlanti e al pari di altre cose animate (bestie) e inanimate erano oggetto di proprietà privata. 
I servi sono assoggettati alla proprietà del dominus (il loro padrone), non possono pertanto agire
per se stessi in termini giuridicamente rilevanti e devono eseguire solo gli ordini forniti dal
padrone. 
 
Nelle fonti abbiamo una varietà di termini riferibili agli individui, ma nessuno
ha un’accezione paragonabile al soggetto di diritto:
-subiectus, cioè chi è colpito da coercizione fisica, chi è in condizione di assoggettamento
materiale 
-persona, in senso ampio identifica il genere umano, ma bisogna specificarne la condizione di
libertà o schiavitù
-caput, cioè individuo. Solo in epoca tarda si avvicina alla soggettività giuridica, ad una capacità
giuridica.
-capax, cioè coloro che hanno la capacita di pagare o ricevere un pagamento
-capacitas, accezione molto limitata, circoscritta al diritto delle successioni a causa di morte,
quindi in ambito ereditario. 
 
 
!Nozioni generali di diritto!
CAPACITA’ GIURIDICA: idoneità ad essere titolari di situazioni giuridiche oggettive e
soggettive, si riconnette all’idea di soggetto di diritto. In altre parole è la titolarità di diritti o
anche di doveri imputati ad un soggetto definito, constatazione statica che quel soggetto ha un
diritto.
-Nel diritto civile oggi in vigore: la capacità giuridica non pone problemi perché gli essere
umani, sono giuridicamente capaci, tutti sono idonei ad essere titolari di diritti fondamentali e
doveri(anche le entità giuridiche), ad eccezioni di condizioni legateall’età o all’infermità
mentale.
-Nel diritto romano: non tutti gli essere umani sono giuridicamente capaci, l’idoneità ad
essere titolari di diritti e doveri giuridici spetta soltanto ai soggetti di diritto, persone libere, gli
schiavi pertanto non possono essere considerati giuridicamente capaci.  
 
CAPACITA’ DI AGIRE: idoneità a compiere atti giuridicamente validi, quindi quello che rileva
è ill momento dinamico durante il quale il soggetto di diritto è riconosciuto dall’ordinamento
come capace di porre in essere una manifestazione di volontà (atto giuridico).
-Nel diritto civile oggi in vigore: la capacità di agire è riconosciuta a tutti gli esseri umani
intellettualmente capaci, con limitazioni poste per minori e infermi mentali.
Nel diritto romano: particolare regolamentazione perché in realtà non i
soggetti giuridicamente capaci sempre sono anche capaci di agire e viceversa (ci possono essere
capaci di agire che non hanno la capacità di agire, per esempio gli schiavi, non sono soggetti
di diritto, non hanno capacita giuridica, ma possono avere la capacita di agire, quindi di
compiere atti giuridicamente validi, quando li compiono per il loro padrone). 
 
Chi ha la piena capacità giuridica? (Capacità giuridica e di agire)
Ci riferiamo al diritto privato, che va distinto da quello pubblico.
La piena capacità giuridica appartiene a coloro che possono essere identificati in tutti e tre gli
status (devono coesistere):
-libertatis (libero)
-civitatis (cittadino romano)
-familiae (pater familias, quindi non assoggettato al potere di un ascendente, alla cosi detta
patria potestà)
 
Chi ha in se questi tre requisiti?
Il pater familias:
Il capostipite della famiglia, che ha tutti una serie di diritti e potestà che può liberamente
esercitare:
Ha:
-lo ius commerci, quindi il potere di compiere attività commerciali e negoziali (negoziali si
riferisce all’aspetto giuridico dell’attività commerciale, quindi il potere di fare affari ha
rilevanza economica e giuridica).
-la testamenti factio attiva e passiva, cioè ha dirotto ad istituire eredi in un atto ‘mortis causa’,
normalmente in un testamento, ma ha anche il diritto di essere istituito erede.
-la patria potestas, la potestà nei confronti dei suoi discendenti legittimi (figli, nipoti, pronipoti,
tutti coloro che in linea maschile dipendono da lui), è un potere assoluto.
-la Dominica potestas, quindi la poestà in quanto dominus, proprietario, nei confronti degli
schiavi, potere anche in tal senso assoluto. 
-lo ius conubii, cioè il diritto di matrimonio legittimo, conforme all’ordinamento giuridico
romano quindi, con chi a sua volta ha la cittadinanza romana. Questo ius conubii appartiene alla
condizione di civis, appartiene solo a chi è romano. 
 
Tutto ciò non vale in maniera corrispondente per il diritto pubblico, la partecipazione della
vita politica prescinde da un requisito, quello della condizione di autonomia, di
sui iurisall’interno della famiglia. Quindi filius familias, sottoposto alla patria potestà:
- può partecipare alla vita cittadina attivamente (partecipare ai comizi)
- ha lo ius suffragi (diritto di voto)
- può concorrere per le magistrature (elettorato attico e passivo).
 
Chi è che ha la soggettività giuridica? Da cosa dipende questa?
Presupposti (legati alla nascita)
-il neonato deve nascere vivo, emette quindi i primi vagiti, si muove o respira (sabiniani: era
sufficiente un movimento del corpo o il respiro; i populismi ritenevano che fosse necessario il
vagito).
-deve avere le fattezze dell’essere umano (deve essere sano, senza alcuna difformità), l’essere
disabile non era parte, per i romani, del genere umano, doveva essere soppresso fisicamente, per
una superstizione che riteneva che il nato deforme fosse presagio di sventura ed inoltre si
riteneva che fosse un essere inutile.
I neonati malfermi venivano gettati dal Campidoglio, affogati o abbandonati (expositio).
Ed il feto è soggetto di diritto? No, è considerato come parte integrante dell’intero materno, non
ha rilievo per il diritto. 
Ma si erano create esigenze in rapporto con il concepito. 
Chi era stato concepito ma non era ancora nato poteva essereestimatorio di lasciti ereditari o
donazioni. Come si poteva fare per non pregiudicare chi non era ancora nato? 
Si nominò un curator ventris, un soggetto esterno, nominato dal magistrato, che avrebbe dovuto
gestire gli interessi patrimoniali del nascituro che veniva considerato ‘concepito ma come se
fosse già nato’, attraverso una fictio iuris, si considerava già in vita perché il curator poteva
gestire i diritti a lui spettanti. Alla nascita il curator ventris gli attribuiva i risultati della sua
gestione. 
Allo stesso modo venivano curati i diritti di successione del paterfamilias se la donna incinta a
sua volta aveva divorziato dal marito, il curator ventris aveva il compito di sorvegliare sulla
donna stessa, doveva assicurare che la gestazione fosse portata a compimento con il parto e e
che quindi il discendente una volta nato potete se costruire l’elemento di continuità familiare. 
 
Alte situazioni particolari:
Alcuni soggetti, pur avendo astrattamente una capacità giuridica, non potevano avere capacita di
agire. 
Ragioni legate all’età, alla salute mentale ed ad una propensione del carattere che è la
prodigalità.
 
-il diritto stabiliva, in corrispondenza all’età, che per chi avesse la
condizione dell’impubertà (<12 femmine, <14 uomini), non avesse raggiunto l’adolescenza, era
comunque negata la possibilità di compiere validi atti giuridici (anche se questi risputavano
essere liberi, cittadini, e autonomi in campo giuridico in quanto orfani).  
- inoltre in corrispondenza all’età parliamo anche di minori, cioè di soggetti puberi, ma che non
hanno ancora compiuto i 25 anni, potranno per cui compiere atti, ma questi non sono sempre
necessariamente validi. L’ordinamento giuridico parte da un presupposto: il minore di 25 anni
sebbene abbia capacita in linea di massima di comprendere, quindi ha la capacita giuridica di
svolgere attività negoziale, uno essere vittima di raggiri, frodi; pertanto una lex laetoria del terzo
secolo a.C stabilì una serie di strumenti di tutela che sul piano processuale avrebbero
consentito al minore di evitare effetti dannosi, nel caso di raggiri, per la propria sfera
patrimoniale. Tutto ciò era possibile attraverso un’eccezione processuale o attraverso
l’annullamento dell’atto già compiuto. 
-legato alla salute mentale, non è capace di agire colui che è ritenuto furiosus.
-inoltre colui che è legato ad una condizione caratteriale di prodigalità, colui che ha una
propensione nello scialacquare i propri soldi, non ha capacita di agire, per evitare che atti
giuridici da lui compiuti possano andare a detrimento del patrimonio familiare, da cui dipende la
sopravvivenza degli altri componentidel gruppo.
Chi non è capace di agire deve essere assistito da un tutore o da un curatore. Vi sono quindi
istituti appositamente disciplinati per fare in modo che anche chi non è capace di compiere atti
giuridici, possa essere titolare di rapporti giuridici che comunque sono gestiti da altri, che tutela
operai le situazioni giuridiche soggettive a carattere patrimoniale. 
 
 
Definizione della condizione giuridica romana (status).
A tal proposito ricordiamo quanto affermato da Ermogeniano, giurista dell’epoca tardo-romana:
‘Poiché tutto il diritto è stato costituito in ragione degli uomini, parleremo prima di tutto
dello stato delle persone. 
La condizione giuridica varia ed inoltre quella di status è una nozione che è di relazione, in
sostanza la condizione della persone viene definita in rapporto ad un contesto:
1. quello politico, status libertatis, posizione giuridica della persona rispetto alla comunità degli
uomini liberi, riconosciamo quindi uomini liberi e schiavi
2. status civitatis, in rapporto all’appartenenza o meno alla comunità dei cittadini romani 
3. status familiae, posizione giuridica della persona all’interno della famiglia. A tal
proposito riconosciamo soggetti:
- sui iuris, godono di autonomia giuridica, non soggetti quindi alla
patria potestas, il pater familias per antonomasia
-alieni iuris, perciò sottoposte al potere di un altro soggetto e nello specifico parliamo di: 
_ dominium per i servi
_ patria potestas per i figli o nipoti
_ mancipium per uomini liberi per l’esercizio di funzioni lavorative 
_ manus per la moglie, passaggio dalla potestà paterna alla potestà del marito (continua
posizione di assoggettamento).
 
Le tre diverse condizioni giuridiche possono mutare nel corso della vita di una persona,
non sono immutabili. 
Il concetto di capitis deminutio esprime questo possibile mutamento di status, non deve essere
letto come peggioramento della condizione giuridica, perché il termine deminutio indica
semplicemente il cambiamento della condizione giuridica che può riguardare la libertà, la
cittadinanza e la condizione all’interno della famiglia.
Paolo, giurista tardo-classico nel Digesto afferma: vi sono tre specie di diminuzione di capacità
massima media e minima: tre infatti sono quelle che abbiamo, libertà, cittadinanza e famiglia.
Pertanto, se le perdiamo tutte, cioè sia la libertà, sia la cittadinanza, sia la famiglia, la
diminuzione di capacità è totale; se invece perdiamo la cittadinanza ma osserviamo la libertà,
la diminuzione di capacita è media; minima invece se si mantengono libertà e cittadinanza e
muta solo la famiglia. 
Gradazione in tre diverse forme della capitis deminutio, riferite a ciascuno degli status ricordati. 
 
Analisi degli status singolarmente:
1. Status libertatis, posizione giuridica della persona rispetto alla comunità degli uomini liberi. La
distinzione fondamentale che riguarda tutti gli essere umani è tra liberi e schiavi. I liberi sono
detti ingenui, liberti o libertini
-ingenui riguarda coloro che sono nati liberi
-liberti sono coloro che riescono a superare la loro condizione di schiavitù. 
Gli schiavi sono invece considerabili come res, oggetti di diritto. 
Giustiniano afferma (sesto secolo d.C)
La partizione principale del diritto delle persone è dunque questa: che tutti gli uomini sono
liberi o servi. 1. Invero, la libertà, per cui appunto son detti liberi, è la naturale facoltà di
fare
ognuno quel che gli piace. A meno che qualcosa non sia proibito con la forza o dal diritto.
2. La
servitù, invece, è un istituto di diritto delle genti (di tutti i popoli dell’antichità) per cui uno
è assoggettato contro natura(consapevolezza) (ma necessario per la forza lavoro) aldominio
altrui. 3. I servi sono cosi chiamati perché gli Imperatori ordinano la vendita dei
prigionieri e, con ciò, sogliono conservarli e non ucciderli. Sono anche
detti mancipia perché vengono dal nemico con la mano presi. 4. Servi si nasce o si diventa.
Si nasce dalle nostre schiave; si diventa, o per diritto delle genti, cioè per prigionia, o per
diritto civile, allorché un uomo libero maggiore di venti anni ha tollerato d'esser venduto
per condividere il prezzo. Nellacondizione dei servi non ci sono differenze. 5. Fra i liberi ci
sono molte differenze. Sono infatti ingenui o libertini.
La schiavitù ha un percorso nelle varie epoche che varia dal punto di vista della condizione
e della quantità degli schiavi.
-nell’epoca arcaica gli schiavi erano pochi, considerati parte integrante della famiglia, in
un’economia pressoché domestica, trattamento non crudele.
-diversa la situazione in età repubblicana, a Roma sovviene una grande quantità di schiavi e
soprattutto si comincia a temere perché questa grande quantità di schiavi nella prima fase
imperiale sotto Augusto provengono da etnie diverse e si rivoltano contro i
padroni. Considerati come un pericolo e regolati con norme repressive.
-la società imperiale è una società schiavista per via delle guerre di conquista.
 
Cosa significa essere schiavo per il diritto?
D. 50.17.32 Per quanto riguarda il diritto civile gli schiavi non hanno alcuna
rilevanza; non è cosi per il diritto naturale perché , per quanto riguarda il
diritto naturale, tutti gli uomini sono liberi (per questo in alcune occasioni non vi è
differenza tra liberi e schiavi, ad esempio per al sepoltura).
XII Tab. VIII.3 Se qualcuno rompe un osso (= os fractum, delictum di iniuria) a
un libero sia punito con una pena di 300 assi, a un servo di 150 assi (differenza di
trattamento).
D. 9.2.2 pr. Il primo capo della legge Aquilia dispone che chi avrà ucciso
ingiustamente uno schiavo o una schiava altrui o un quadrupede o capo di
bestiame sia condannato a dare al padrone il prezzo massimo raggiunto nel corso di
quell’anno (nella stessa previsione gli schiavi con gli animali, danno ad una res). 
 
Cause schiavitù:
-cattura per guerra, pirateria 
-vendita di figli
-nascita da madre schiava 
-in età arcaica si diventa schiavi anche se si vince vendutitrans tiberim, cioè oltre il
Tevere perché non sono stati adempiuti dei debiti. Il cittadino romano , debitore non
adempie tre, sarà venduto al Di là del Tevere e perde la libertà (subisce quindi
una capitis deminutio maxima).
-si poteva diventare schiavi perché condannati a lavori forzati, i cosiddetti servi della pena. 
-particolare previsione da un senato consulto Claudianoriguardante la donna libera che
avesse intrattenuto una relazione con uno schiavo. Se una donna libera intratteneva una
relazione con uno schiavo e il padrone di quest’ultimo era contrario e lo avesse mostrato
pubblicamente, la donna che non desisteva diveniva schiava. 
Le ragioni alla base della schiavitù sono tante, in funzione anche di comportamenti di
cittadini roani prevedono la perdita della libertà. 
 
 
 
 

11 novembre
LE PERSONAE 
L’introduzione storica è finita ed inizia ora la trattazione vera e propria del diritto
privato romano con le personae. 
Sia le institutiones di Gaio che di Giustiniano iniziano con la spiegazione del diritto
delle persone, Gaio fa una premessa e afferma che “tutto il diritto di cui ci serviamo
attiene alle persone, alle cose o alle azioni; e prima guardiamo alle persone. 
-- Ci fornisce la tripartizione della materia giuridica per come geli stesso l’avrebbe
insegnata ai suoi studenti, mettendo al primo posto la persona, poi la cosa ovvero la res
intesa come diritti reali e obbligazioni, l’actiones è invece la materia del processo. 
Giustiniano segue Gaio e afferma “… infatti si conosce poco il diritto, se non si
conoscono le persone per le quali è stabilito”
--Fa capire chi sono i destinatari delle norme giuridiche che formano l’ordinamento. 
Il termine persona deriva dal greco “prosopon” e significa maschera teatrale;
le personae erano gli attori sulla scena del diritto, abbiamo quindi un’idea di persone
considerate nel loro ruolo: personae serviles et liberae (ruolo identificato tra liberi e
schiavi). 
 
 
 
Il soggetto di diritto 
è il centro di imputazione di diritti e doveri giuridici, è un destinatario/referente di
situazioni giuridiche soggettive favorevoli (diritti o facoltà) e situazioni giuridiche
sfavorevoli (obblighi, imposizioni), quindi sulla base di quanto abbiamo appena detto
ai soggetti di diritto sono imputabili sia diritti che doveri. 
In generale possiamo dire che nel nostro ordinamento tutte le persone sono soggetti di
diritto, ma nel diritto romano non è così e vedremo che non tutti gli esseri umani sono
considerati soggetti di diritto e questo è legato alla condizione giuridica degli
individui. 
Riprendendo Gaio, dopo aver affermato che la persona è al primo posto per quanto
riguarda il diritto aggiunge che “la prima distinzione circa il diritto delle persone è
questa: che tutti gli uomini sono liberi o schiavi” Gaio pone le indicazioni di base che
ci permette di capire la prima macro distinzione tra uomini liberi e no, infatti sappiamo
che gli schiavi, i servi non sono soggetti di diritto ma sono considerati delle res e
verranno definiti anche “oggetti parlanti” e oggetto di proprietà privata, ovvero
assoggettati alla proprietà del dominus, mentre gli uomini liberi sono soggetti diritto a
tutti gli effetti. 
Nelle fonti sono anche presenti altri termini che sono riferibili agli individui ma
nessuno ha la stessa valenza di soggetto di diritto che è frutto del giusnaturalismo che
riteneva che gli uomini dovessero essere intesi sì come persone fisiche ma anche come
soggetti titolari di diritti che gli spettavano per natura in quanto essere biologico,
questa teoria fu separata secoli dopo dalla pandettistica che affermò che la sfera
giuridica dell’individuo non è espressione della natura dell’uomo ma è invece
espressione delle scelte politiche dello stato, lo stato è in una posizione preminente,
che esprime le norme di un ordinamento giuridico che a loro volta definiscono la sfera
di autonomia del privato; gli altri termini che possiamo incontrare nelle fonti sono ad
esempio:
• oSubiectus: chi è sottoposto ad una coercizione fisica 
• oPersona: essere umano in generale, ma è troppo generico perché non ci specifica se
si tratta di uomini liberi o no  
• oCaput: individuo 
• oCapax: chi ha facoltà di pagare o di ricevere un pagamento 
• oCapacitas: accezione limitata, ed è circoscritta al diritto delle
successioni mortis causas
 
Capacità giuridica vs capacità di agire 
La capacità giuridica è la idoneità di essere titolari di situazioni giuridiche soggettive,
diritti e doveri imputati ad un soggetto definito.
Il diritto civile vigente afferma che sono giuridicamente capaci tutti gli esseri umani,
anche il fanciullo o l’infermo di mente, e le persone giuridiche. 
Mentre nel diritto romano non tutti gli esseri umani sono giuridicamente capaci,
perché l’idoneità di essere titolari di situazioni giuridiche spetta solo agli uomini liberi
e gli schiavi sono perciò considerati come giuridicamente incapaci. 
La capacità giuridica non va però confusa con quella che è la capacità di agire, con
quest’ultima si intende l’idoneità a compiere personalmente atti giuridici, viene quini
rilevato un profilo dinamico del soggetto che è capace ad attuare una manifestazione di
volontà che produce effetti giuridicamente riconosciuti (es. una vendita – il venditore
esprime la volontà di vendere una propria res). 
Nel diritto civile attuale la capacità di agire è collegata alla capacità di intendere e di
volere, chi non ha questa condizione di capacità sul piano intellettuale (infermi di
mente o infermi in ragione dell’età) la capacità di agire viene modulata in base alle
singole esigenze. 
Il diritto romano invece fa delle ulteriori distinzioni; i soggetti giuridicamente capace
non sempre sono anche capaci di agire, si possono avere soggetti capaci di agire che
non hanno la capacità giuridica; ad esempio, gli schiavi non hanno la capacità
giuridica ma sono capaci di agire infatti possono compiere autonomamente atti
giuridicamente rilevanti MA solo quando compiono questi atti per il loro padrone. 
A questo punto dobbiamo chiederci chi ha piena capacità giuridica cioè sia capacità
giuridica sia capacità di agire nel diritto privato romano? 
Essa presuppone che nel soggetto siano presenti i 3 status che sono tre condizioni base
ossia il soggetto deve essere libero e non schiavo, deve essere cittadino romano e non
straniero e deve essere paterfamilias, non soggetto a potestà. 
I tre status che derivano da queste asserzioni sono: Status liberatis—libero,
status civitatis—cittadino, e status familiae—paterfamilias. 
E colui che ha tutti questi 3 requisiti è il paterfamilias, il capostipite della famiglia che
ha una serie di diritti e potestà che può esercitare
  - Ius commercii: potere di compiere attività commerciali e negoziali 
  - Testamenti factio attiva e passiva: diritto di istituire eredi in un atto mortis causas,
solitamente    il testamento ma anche lui stesso può essere istituito erede
  - Patria potestas: Potestà sui discendenti legittimi che non sono solo i figli ma anche
i nipoti e i pronipoti
 - Dominica potestas: potestà sugli schiavi
 - Ius conubii: diritto di contrarre matrimonio con chi ha a sua volta la cittadinanza
romana (fa parte della condizione di civis, chi ha la cittadinanza), se un cittadino
romano volesse sposare una donna non romana, ad esempio una latina può farlo solo
nel momento in cui la donna ottiene la concessione dello ius conubii, questo serve per
avere una dinastia legittima. 
 
Tutto questo però vale solo per il diritto privato romano e non per quello pubblico, la
partecipazione alla vita politica prescinde da un requisito—quello della condizione di
autonomia all’interno della famiglia, anche se però filiusfamilias che non è
indipendente ma è sottoposto alla potestà del pater può comunque partecipare
attivamente alla vita cittadina ad esempio partecipando ai comizi, avendo diritto di
voto e candidandosi alle competizioni per le magistrature (elettorato passivo); nel
diritto pubblico essere sottoposto a qualcuno come ad esempio il filius familias, non
rappresenta un impedimento. 
 
La domanda che ci poniamo ora è, da cosa dipende la soggettività giuridica? 
Abbiamo visto che il paterfamilias la detiene per eccellenza però ci sono delle
condizioni prioritarie che devono sussistere affinché una persona libera possa essere
considerata soggetto di diritto e sono legati alla nascita, innanzitutto il neonato
deve nascere vivo e si può considerare vivo quando emette i primi vagiti, si muove o
respira; questo può sembrare banale e scontato ma non fu così e si discusse anche su
questo infatti c’erano due scuole di pensiero che erano i sabiniani, i quali affermarono
che era sufficiente un movimento del corpo o il respiro, non era necessario il vagito;
mentre i proculianiaffermarono che era necessario che il neonato emettesse anche dei
vagiti.
Altri requisiti che riguardano il neonato sono le fattezze umane, il neonato deve essere
sano e non deve avere delle disabilità o malformazioni in quanto queste due ultime
caratteristiche secondo i romani non erano proprie dell’essere umano e quindi il
neonato che le presentava doveva essere soppresso e veniva gettato giù da una rupe o
annegato o in alternativa abbandonato.
Il feto invece è considerabile soggetto di diritto? No, perché è considerato come parte
integrante dell’utero materno, però si erano create delle particolari esigenze in rapporto
al concepito, perché chi fosse stato concepito ma non era ancora nato poteva essere
destinatario di donazioni e lasciti ereditari, per regolare queste cose si decise di
nominare un curator ventris cioè una persona individuata dal magistrato che avrebbe
dovuto gestire gli interessi patrimoniali del nascituro che veniva
considerato conceptus pro iam nato, si finge che sia già nato e allo stesso tempo
venivano tutelati i diritti di successione del pater familias se la moglie incinta avesse
divorziato dal marito e anche in caso di divorzio durante la gravidanza veniva
nominato un curator ventris che doveva sorvegliare la donna per assicurare che la
gestazione venisse portata a termine con il parto e fosse così garantita la successione.
Altre situazioni riguardano invece alcuni soggetti che pur avendo la capacità giuridica
non hanno la capacità di agire in ragione di: 
-età, se erano impuberi e non ancora adolescenti 
-minori, puberi ma non avevano ancora compito i 25 anni e l’ordinamento giuridico
afferma che il minore di venticinque nonostante abbia raggiunto e superato l’età
adolescenziale possa comunque essere vittima di raggiri e frodi, in ragione di ciò erano
state istituite delle leggi che tutelavano il minore vittima di raggiri, ad esempio veniva
annullato l’atto che aveva compiuto
-infermità mentali
-prodigalità, colui che ha una propensione a spendere e gli viene tolta la capacità
giuridica per evitare che il suo sperperamento di denaro possa influire sul patrimonio
della famiglia 
 
Ora però ci addentriamo maggiormente nello status delle persone e ricordiamo quanto
afferma Ermogeniano – “poiché il diritto è stato costituito in ragione degli uomini,
parleremo prima di tutto dello stato delle persone” (vedi confermato quanto detto
nelle istituzioni di Gaio e Giustiniano). 
Lo status delle persone che danno piena capacità giuridica l’abbiamo già visto e
comprende quello libertatis, civitatis e famliliae; potremo quindi parlare di due
tipologie di persone: 
1. 1)Persona sui iuris: persona di diritto proprio, autonoma, non soggetta a potestà
come il pater familias.
2. 2)Persona alieni iuris: persona sottoposta a potestà altrui come al dominium dei
servi, la patria potestas dei filii, mancipium di uomini che sono liberi ma assoggettati
al potere di un altro pater familias in ragione di questioni lavorative e la manus della
moglie che è sottoposta alla potestà del marito e non più del padre. 
=Queste due concezioni sono collegate allo status familiae, e ricordiamoci che sono
valide solo nell’ambito privatistico come la famiglia, non per quello pubblico. 
 
A questo punto dobbiamo però tener conto le i 3 status di una persona nel corso della
sua vita possono cambiare, non sono immutabili e questo ce lo spiega
il Capitis deminutio, che è proprio il mutamento di status, il termine deminutio non va
inteso come necessaria diminuzione di uno degli status ma indica semplicemente il
cambiamento della condizione giuridica che può appunto condizionare la libertà, la
cittadinanza e la condizione all’interno della famiglia. 
Paulus in un passo conservato nel Digesto afferma che – “Vi sono tre specie di
diminuzione di capacità, massima, media e minima: tre infatti sono quelle che
abbiamo, libertà, cittadinanza e famiglia. 
Pertanto, se le perdiamo tutte e 3, la dimunuzione di capacità è totale; se
invece paerdiamo la cittadinanza ma conserviamo la libertà, la diminuzione di
capacità è media; sarà minima se invece si mantengono libertà e cittadinanza e muta
solo la famiglia.”
 
• •Status libertatis
Distinzione fondamentale che riguarda tutti gli esseri umani che vengono divisi tra
liberi e schiavi; i liberi sono chiamati ingenui o liberti perché possono nascere liberi (la
parola ingenuos indica chi è libero dalla nsscita) ma possono anche diventarlo nel
corso della loro vita (liberti). 
Gli schiavi sono invece dei res e per capire a pieno la loro condizione dobbiamo
leggere un passo delle istituzioni di Giustiniano: “La partizione principale del diritto
delle persone è dunque questa: che tutti gli uomini sono liberi o servi. 1. Invero, la
libertà, per cui appunto son detti liberi, è la naturale facoltà̀ di fare ognuno quel che
gli piace. A meno che qualcosa non sia proibito con la forza o dal diritto. 2. La
servitù̀ , invece, è un istituto di diritto delle genti per cui uno è assoggettato contro
natura al dominio altrui. 3. I servi sono così chiamati perché gli Imperatori ordinano
la vendita dei prigionieri e, con ciò, sogliono conservarli e non ucciderli. Sono anche
detti mancipia perché vengono dal nemico con la mano presi. 4. Servi si nasce o si
diventa. Si nasce dalle nostre schiave; si diventa, o per diritto delle genti, cioè per
prigionia, o per diritto civile, allorchè un uomo libero maggiore di venti anni ha
tollerato d’esser venduto per condividere il prezzo. Nella condizione dei servi non ci
sono differenze. 5. Fra i liberi ci sono molte differenze. Sono infatti ingenui o
libertini.”
2. Gli schiavi sono inseriti nel diritto delle genti di tutti i tempi, tutti i popoli
conoscono e hanno conosciuto la servitù, Giustiniano afferma però che si tratta di un
istituto contro natura, in quanto gli uomini in natura nascono liberi e la schiavitù è un
prodotto dell’uomo per soddisfare esigenze concrete e nonostante la consapevolezza
di quest atto contro natura gli uomini non possono farne a meno, la schiavitù è ormai
insita nell’uomo e anche la religione cristiana non la rinnega, anzi San Paolo nelle
lettere a Timoteo e ai Corinzi esorta a rispettare i padroni e ad essere docili nei
confronti di quello che i padroni ordinano, perché ciò che conta è la prospettiva
dell’aldilà e tutti di fronte a Dio sono considerati uguali. 
Allora ci chiediamo, visto che la schiavitù è contro natura e non rispetta l’uomo perché
continua ad esistere? La risposta è, per pure regioni pratiche di carattere economico, il
mondo antico non può fare a meno della forza lavoro degli schiavi, l’uomo come gli
animali serve per svolgere tutte quelle attività a servizio dell’uomo ricco. 
3. Gli imperatori sono i capi dell’esercito e quando conquistano nuovi territori, le
popolazioni di quei luoghi venivano sottomesse e poi cosa se ne facevano i romani—
un tempo venivano uccisi, successivamente venivano conSERVAti, (servo significa
conservato) e così diventavano utili per i Romani. 
4. Schiavi si nasce o si diventa, abbiamo detto che si diventava schiavi in seguito alle
guerre, ma alcuni erano servi fin dalla nascita quando la madre era schiava e la sorte
del bambino nato da padre schiava sarà quello di essere sottoposto al dominio del
padrone della schiava stessa (proprietà del padrone della madre), venne poi deciso che
se in un momento intermedio tra concepimento e parto del neonato la madre fosse
liberata dalla schiavitù allora anche il figlio era libero. 
Infine un'altra causa che fa diventare schiavi gli uomini è sempre citata al punto
quattro delle istituzioni di Giustiniano e riguarda un accordo che veniva fatto tra amici
liberi; fingevano di essere schiavi per essere venduti e avere un ritorno economico ma
qualora venissero scoperti diventavano automaticamente veri schiavi; si tratta di una
causa che sopravviene quando l’uomo libero si comporta in frode all’ordinamento
giuridico. 
5. Fra schiavi non ci sono differenze e tutti vengono considerati res uguali, ricordiamo
che ad un certo punto nella prima età imperiale a Roma gli schiavi erano moltissimi e
iniziarono a ribellarsi, erano quindi diventati un pericolo per la città così l’imperatore
decise di imporre delle norma molto rigide per gli schiavi, ad esempio viene inserita
una norma di presunzione di colpevolezza per gli schiavi, quando un padrone veniva
trovato morto nella sua abitazione tutti gli schiavi erano indistintamente uccisi, senza
individuare il vero colpevole
Cosa significa essere schiavi per il diritto? – ce lo dicono 2passi tratti dal Digesto e un
frammento di una norma delle leggi delle XII tavole. 
Il primo testo del D. dice che per quanto riguarda il diritto civile gli schiavi non hanno
alcuna rilevanza, non è così per il diritto naturale perché tutti gli uomini sono
considerati liberi, ad esempio il luogo in cui è sepolto lo schiavo è lo stesso dell’uomo
libero.
La legge delle XII tavole riguarda il compimento del delitto os fractum (frattura di un
arto), se qualcuno rompe un osso ad un libero, la punizione viene commisurata a 300
assi; se invece qualcuno rompe un osso ad uno schiavo, la punizione è commisurata a
150 assi (disparità di trattamento). 
Il secondo testo del D. nomina la legge Aquilia che è la legge che prevede il
danneggiamento come delictum e lo punisce e dispone che chiunque avrà ucciso
ingiustamente uno schiavo o una schiava altrui o un quadrupede a capo di bestiame sia
condannato a dare al padrone il prezzo massimo raggiunto nel corso di quell’anno
(schiavi paragonati agli animali, entrambi sono res). 
 

18 novembre
Manomissio servi
Approfondiamo ora la Manumissio servi, abbiamo detto che la condizione di schiavo può
cambiare 
nel corso della sua vita, la definizione etimologica di manumissio ci è data da Ulpiano: “Anche
le manomissioni fanno parte del diritto delle genti, manomissione deriva da “uscita dalla
mano”, ossia è la dazione della libertà: infatti per tutto il tempo in cui qualcuno è in schiavitù è
sottoposto alla mano e alla potestà, una volta manomesso è liberato dalla potestà.”
-- Missio deriva dal verbo mittere che significa lasciare andare, quindi la parola nel suo
significato etimologico indica la dazione della libertà intesa come lasciar andare qualcuno,
liberandolo da un assoggettamento. 
Il padrone nell’esercizio della dominica potestas può decidere di liberare il suo schiavo e quindi
la liberazione può anche dipendere da un atto di volontà del padrone, lo ius civile abbiamo già
visto che prevedeva 3 modi di manomissio che ricordiamo sono il testamento, vindicta e
census. 
Le prime due modalità sono atti inter vivos, mentre il testamento è un atto mortis causa,
partendo da quest’ultimo sappiamo che acquistava efficacia dopo la morte del dominus e
quest’ultimo doveva esprimere la propria volontà di liberare lo schiavo utilizzando una formula
costituita da parole prestabilite e solenni; per esempio il testatore doveva scrivere o
pronunciare le parole “il mio schiavo sia libero”. 
Mentre le altre 2 forme di manomissione che operano inter vivos sono appunto la vindicta e il
census, la manomissio vindicta viene così chiamata perché la vindicta era una bacchetta che
veniva usata al compimento di questo atto solenne di fronte al pretore e in particolare il
dominus doveva recarsi in tribunale insieme ad un’altra persona (come un amico che si
prestava al compimento dell’atto) con la quale era stato concordato di svolgere gli
adempimenti formali che servivano per liberare lo schiavo; veniva inscenato un finto processo
e veniva proclamata solennemente la libertà, (il processo è finto perché il dominus e l’altra
persona si sono messe d’accordo prima), il magistrato non può contestare ma con un unico
verbo “addico” e con la vindicta deve toccare lo schiavo per proclamare la libertà. 
Infine la terza forma è la manomissio censo compiuta in occasione del censimento che veniva
redatto ogni 5 anni, questa tipologia di manomissione ci consente di fare una importante
precisazione: le manomissioni del ius civile producevano un duplice effetto, perché lo schiavo
oltre ad acquistare la libertà acquistava anche la cittadinanza.
 
- Queste forme di manomissioni evolvono nel tempo e Gaio in una sua opera riassunto delle
precedenti istituzioni classiche fa delle precisazioni e afferma che cittadini romani sono coloro
che sono stati manomessi in questi tre modi, cioè per testamento, in chiesa o davanti al
console. 
Questo ci permette di capire che le manomissioni sono state rivisitate, vengono infatti
introdotte quelle in chiesa (in ecclesis), davanti alle autorità ecclesiastiche come i vescovi e
quelle davanti al console, non ci si rivolge più al pretore e non si ricorre più al finto processo.
 
Manomissioni informali 
Sono manomissioni in cui il dominus poteva manifestare la propria volontà di manomettere lo
schiavo al di fuori dei tre modi solenni dello ius civile, e che cosa succedeva se il dominus
diceva di voler liberare il proprio schiavo inter amicos, cioè senza la presenza dell’autorità?
Oppure se lo scriveva in una lettera o lo diceva durante un convivium cioè un banchetto? Ci dice
Gaio che cosa succedeva: “Sono latini coloro che sono manomessi per lettera, o fra amici o in
occasione di un banchetto”
-- Sappiamo che erano delle forme di manomissione che non conferivano la cittadinanza romana
ma la condizione di latino, acquistava cioè uno status civitatis diverso dalla cittadinanza romana,
perché anche se la volontà di liberare lo schiavo derivava dal dominus, essa non era
comunque conforme alle 3 modalità previste dallo ius civile, e quindi per il diritto lo schiavo
rimaneva tale e non diventava libero, però proprio perché veniva liberato dal padrone di fatto
viveva come un uomo libero. 
Questo era però rischioso perché se il dominus cambiava idea poteva andare dal pretore e
intentava un processo per fare in modo che lo schiavo fosse richiamato alla sua condizione
iniziale; il pretore ritenne opportuno respingere queste richieste di rivendica in servitù avanzate
dai padroni, quindi tutelava l’ex schiavo e gli consentiva di rimanere in quella condizione di
libertà di fatto. 
La situazione degli ex schiavi che erano liberi di fatto ma non per il diritto era problematica
perché dal momento che non erano cittadini romani occorreva definire il loro status civitatis,
occoreva quindi andare a colmare una lacuna nell’ordinamento giuridico in quanto questa
situazione non era stata prevista nello ius civile; per colmare questa lacuna interviene la Legge
Giunia Norbana, emanata al tempo del principato di Tiberio e afferma che gli schiavi
manomessi con metodi non completati nello ius civile dovranno essere considerati latini e
prenderanno il nome di Latini Giuniani. 
Anche Gaio nelle istituzioni scrive sui latini giuniani e ci spiega perché vengono chiamati così
—“ sono detti latini giuniani: latini perché sono assimilati ai latini coloniari; giuniani perché
ottennero la libertà dalla legge Giunia, mentre prima risultavano essere servi. 
La legge Giunia non permette loro tuttavia, né di fare testamento né di prendere da un
testamento altrui , né di essere per testamento dati tutori”
Quindi Gaio ci consente di capire cosa significa essere latini giuniani e quali sono le
conseguenze di una libertà conferita al di fuori dello ius civili. 

I latini coloniari sono coloro che abitavano nelle colonie dell’impero e avevano dei diritti che so
o riassunte nell’espressione ius commercii, cioè diritti riguardanti la realizzazione di atti
giuridicamente rilevanti, anche di rilevanza socio-economica; quindi in sostanza i latini giuniani
come i latini coloniari avrebbero avuto lo ius commercii, avrebbero quindi potuto condurre una
vita da soggetti di diritto che in quanto titolari della propria sfera giuridica e patrimoniale
avrebbero potuto compiere tutti quegli atti riguardanti gli aspetti patrimoniali; questa capacità
giuridica e di agire incontrava però una limitazione perché come dice Gaio la limitazione
riguardava la tastamenti factio attiva e passiva e in ordine anche di poter essere istituiti tutori,
siamo quindi in presenza di una condizione giuridica che è ben diversa da quella di un cittadino
normale. 
Questa condizione è ben espressa da un letterato/giurista del tempo, Salviano, il quale afferma
che i latini giuniani che diventavano latini vivevano da liberi ma morivano da schiavi perché il
loro patrimonio acquisito in vita non poteva essere oggetto di disposizione testamentaria e alla
loro morte il patrimonio sarebbe spettato al loro ex padrone. 
(Le fonti ci dicono che i giuniani, nonostante provenissero da una precedente condizione di
schiavitù erano delle persone molto abili, avevano intrapreso delle attività imprenditoriali che
portavano enormi guadagni, avevano il senso degli affari ed è per questo che gli viene
attribuito lo ius commercii). 
La fonte che ci comprende di riassumere tutte le forme di manomissione che venivano attuate
è un passo delle istituzioni di Giustiniano (leggi file, qua c’è solo spiegazione del punto 3) 
 
3)  MA nell’ultima parte delle istituzioni di Giustiniano vengono inserite tutte
quelle modifiche o aggiornamenti che venivano fatti mediante costituzioni imperiali
dell’imperatore, e in materia di manomissioni vennero fatti vari interventi, tra cui appunto il
punto 3 di questo paragrafo. 
-- In sostanza Giustiniano fa riferimento ad una costituzione imperiale raccolta all’interno della
sua opera e su proposta del questore (che è come l’attuale ministro della giustizia), al
tempo Triboniano, che afferma che tutti coloro che sono stati liberati dalla schiavitù a
prescindere dai metodi utilizzati avrebbero acquistato la cittadinanza romana, perché
all’interno dello stato era l’unica cittadinanza riconosciuta (non esisteva più la concezione di
latini); quindi questo intervento giustinianeo uniforma la condizione dei liberti rendendoli tutti
cittadini. 
Ma al tempo dell’epoca romana più che di cittadinanza dovremmo parlare di una sudditanza,
perché gli abitanti dell’impero romano di oriente, dove Giustiniano è imperatore, sono
tutti suoi  sudditi e non concittadini che partecipano alla vita politica. 
 
⊗ Ora però occorre tornare indietro nel tempo fino all’età Augustea per vedere come sono
cambiate le manomissioni, in quel periodo sono state inserite delle leggi limitatrici delle
manomissioni ad opere dell’imperatore Augusto per limitare il potere dei dominus; le
leggi sono La legge Fufia Caninia e La legge Elia Senzia. 
La legge Fufia Caninia regolamentò le limitazioni per le manomissioni mortis causa, che
venivano compiute nell’ambito di un testamento; mentre invece la lex Elia Senzia pose delle
limitazioni in ordine alle manomissioni inter vivos. 
 
Iniziamo ad analizzare la legge fufia caninia--> emanata nel 2 a.C, Gaio ci dice che il limite che è
stato posto è un limite sia formale che sostanziale:
o Formale: perché questa legge affermava che chi volesseliberare i propri servi per testamento
doveva farlo dichiarando espressamente il servo con il proprio nome e scrivere in successione i
nomi qualora volesse liberare più servi.
o Sostanziale: cioè quantitativo, questa legge aveva infatti stabilito un numero massimo di servi
che potevano essere manomessi in rapporto al complesso del patrimonio servile; se il dominus
aveva un numero di servi compreso fra 3 e 10 ne avrebbe potuto manomettere al massimo la
metà, se aveva un numero di servi compreso tra 11 e 30 poteva manometterne 1/3, se aveva
un numero di servi compreso tra 31 e 100 avrebbe al massimo potuto manometterne 1/4  e
infine se ne aveva un numero tra 101 e 500 poteva manometterne 1/5. 
Perché questa legge aveva ridotto drasticamente il numero di servi che si potevano
manomettere?
Per una esigenza legata al mantenimento dell’ordine pubblico e dalla pace sociale, perché si
temeva che una volta dopo che questi schiavi fossero stati manonessi si andavano a creare
problemi e potessero anche creare una destabilizzazione della cittadinanza romana. 
Questo è dovuto alla politica di Augusto, che era il restauratore della antica res publica e degli
antichi mores, è colui che è portatore di una logica di conservazione dei valori di romanità della
repubblica. 
 
 
La legge Elia Senzia invece limitava le manomissioni inter vivos, compiute al di fuori di un
qualunque atto mortis causa; innanzitutto, questa legge vietò le manomissioni in frode dei
creditori, in sostanza chi avesse manomesso degli schiavi per danneggiare gli interessi dei
propri creditori avrebbe manomesso inutilmente perché quell’atto sarebbe stato nullo. 
Manomettere in frode dei creditori si ha quando il dominus ha dei debiti nei confronti di
creditori e questi ultimi se non ricevono i soldi dal dominus attaccheranno il suo patrimonio, se
il dominus debitore però in vista che il suo patrimonio sarà attaccato dai creditori abbia
manomesso i propri schiavi che cosa ha fatto? – Ha diminuito il proprio matrimonio e ciò
significa che i creditori che attaccheranno il patrimonio si troverebbero di fronte ad un
patrimonio ridotto che potrebbe non coprire tutti i debiti; quindi manomettere i propri servi=
diminuire il proprio matrimonio, e quando la finalità della manomissione è questa, essa sarà
nulla. 
Infatti Gaio ci dice: “Colui che manomette in frode dei creditori non fa nulla perché la legge Elia
Senzia non concede la libertà”. 
- Inoltre, sempre la legge Elia Senzia stabilva che al padrone minore di 20 anni è consentito
manomettere solo per verghetta, una volta approvata davanti al consiglio una giusta causa di
manomissione.
 

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